E' impossibile che uno stato con moneta sovrana possa essere costretta al default

E' impossibile che uno stato con moneta sovrana possa essere costretta al default
Il governo di uno Stato con moneta sovrana prima spende la propria moneta e solo dopo la ritira tassandola o prendendola in prestito. Impossibile che siano le tasse o i prestiti dei privati a finanziario lo Stato, perché lo Stato ha l'esclusiva nell'emissione di moneta, NE HA IL MONOPOLIO. Colui che ha il monopolio nell'emissione di qualcosa, non deve prenderla in prestito da altri

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 25 giugno 2016

Mossul - 1500 soldati in Iraq, se paiono pochi

Il comando italiano in Iraq elevato a generale di brigata

di Redazione
24 giugno 2016, pubblicato in Analisi Italia Enduring freedom
bebd5017-9484-46c1-84b2-d227387f5653dsc_3940Medium Con l’arrivo a Erbil del reparto della Brigata Friuli per le operazioni di Personnell Recovery (130 militari con 4 elicotteri NH-90 e 4 elicotteri da attacco A-129D Mangusta) e delle prime aliquote del contingente, su base 6° reggimento bersaglieri, destinato a schierarsi presso la Diga di Mosul, il comando delle forze italiane assegnate alla Coalizione contro lo Stato Islamico (Operazione “Inherent Resolve”, per l’Italia “Prima Parthica”) è stato elevato dal rango di colonnello a quello di generale di brigata.
Durante la visita del generale Marco Bertolini (nella foto d’apertura) a Erbl, l’8 giugno scorso, si è infatti tenuto l’avvicendamento alla testa delle forze italiane. I nominativi degli ufficiali come di tutti i componenti del contingente italiano impegnato contro l’Isis restano segreti così come i loro visi vengono oscurati nelle foto per scongiurare il rischio di rappresaglie in Italia da parte di terroristi ed estremisti islamici
A quanto risulta ad Analisi Difesa il nuovo comandante (ritratto nella foto a sinistra al fianco del generale Bertolini) che ha assunto la guida delle forze nazionali nella Coalizione è un generale di brigata considerato molto vicino al Capo di stato maggior della Difesa, il generale Claudio Graziano.
L’elevazione del rango del comando è resa necessaria dall’incremento degli assetti militari nazionali in Iraq che, includendo i 260 militari dell’Aeronautica basati in Kuwait con 7 velivoli (4 cacciabombardieri AMX che hanno da pochi giorni sostituito altrettanti Tornado, 2 droni Reaper e un’aerocisterna KC-767A), si avvicinerà ai 1.500 effettivi quando sarò completato il dispiegamento presso la Diga di Mosul.
Per i prossimi sei mesi sarà italiano anche il comando degli istruttori militari del KTCC (Kurdish Training Coordination Center) che cura l’addestramento delle forze curde e il cui vertice viene alternato su base semestrale tra Italia e Germania.
Gli addestratori italiani della Task Force “Erbil”, circa 200 uomini e donne inquadrati nella coalizione costituita da 7 nazioni europee (Italia, Germania, Gran Bretagna, Norvegia, Finlandia, Olanda e Ungheria) nel Kurdistan iracheno, rappresentano una componente fondamentale per l’addestramento delle forze curde.
Lo testimoniano gli oltre 4.500 peshmerga, che a partire da gennaio 2015 sono stati addestrati sulle procedure di fanteria, sulle procedure contro ordigni esplosivi improvvisati (counter IED), sul tiro indiretto con artiglierie e mortai e molti altri settori.
Il Washington Post ha dedicato un lungo articolo al ruolo italiano in Iraq e in particolare alla missione di addestramento della polizia irachena effettuata dai Carabinieri a Baghdad.
Da quando nel giugno 2015 è iniziato il programma attuale, ricorda il quotidiano, i Carabinieri hanno addestrato oltre 3mila poliziotti iracheni e altri mille verranno addestrati nel corso dell’estate.
I militari italiani sono già stati impegnati in Iraq in missioni di addestramento a partire dal 2004, fino al ritiro nel 2011 insieme alle altre forze straniere.
Poi, il ritorno lo scorso anno a Camp Dublin, la struttura allestita nel 2007 a ridosso dell’aeroporto di Baghdad. Questo ritorno, scrive il Post, dal sapore di “deja-vu”, è un esempio “del ruolo dei Paesi europei nella lotta contro lo Stato Islamico”.
Inoltre, “sottolinea il ruolo spesso sottovalutato degli europei nello sforzo militare a guida Usa in Iraq”.
Mentre le autorità italiane hanno cercato di mantenere un “profilo basso” per la missione in Iraq a causa del “sentimento dell’opinione pubblica in patria, prosegue il Post, “il contributo militare italiano quest’anno è destinato a diventare il secondo in termini quantitativi dopo quello degli Stati Uniti”.
Infatti, le forze speciali italiane svolgono ruolo di “consiglieri” per le unità di elite della polizia, mentre il governo, ricorda il Post, prevede di inviare “500 militari” a guardia dei lavori di riparazione della diga di Mosul che verranno eseguiti dal Gruppo Trevi.
Foto Difesa.it e KTCC

http://www.analisidifesa.it/2016/06/il-comando-italiano-in-iraq-elevato-a-generale-di-brigata/ 

Roma - Acea dimentica che l'acqua è pubblica e si concentra sul suo ombelico

Acea sfida Raggi e M5S, Irace: "Avanti tutta col piano industriale"

Tutti i dipendenti chiamati a far festa per due giorni in un villaggio vacanze



Acea sfida Virginia Raggi e va avanti sul piano industriale. A denunciarlo è l'associazione dei piccoli azionisti Apa, che in una nota denunciano  e stimatizzano i comportamenti dei vertici aziendali: dalle decisioni di Ad e presidente, sino alla due giorni di festa organizzata per i dipendenti.

Scrive l'Apa in un lunghissima nota: "I vertici Acea e l’ad Alberto Irace,  dopo l’indigesto ballottaggio elettorale, sono impegnati a distribuire “normalità”, senza badare a spese.  La spending review  non tocca la multiutility capitolina. D’altro canto il nuovo sindaco, Virginia Raggi, ancora non è operativa. Quindi, il 51% del capitale sociale e quello che ne consegue non è ancora “esercitabile” e i piani della Holding Acea SpA, secondo i precisi indirizzi di governance messi in atto finora non sono modificabili, secondo Alberto IRACE, Ad prescelto dal pidduino Matteo Renzi e dalla “leopoldina” (ed ex-collega nella toscana Publiacqua SpA, etc.) Maria Elena Boschi (ministra e propiziatrice dell’incarico nella romana Acea SpA), peraltro gradito agli azionisti di minoranza Suez-Ondeo e Caltagirone-Vianini, che nell’assemblea degli azionisti del società multi servizi capitolina pesano l’8% (ciascuno).
Perciò Irace comunica che ha “un piano industriale da realizzare – e aggiunge- continueremo con rigore e serenità a realizzare quel piano”. Una dichiarazione “inopportuna” (per usare un eufemismo) rilasciata prima della convocazione dei vertici che verosimilmente partirà dal Campidoglio: “ come prassi, leggi, delibere e regolamenti prevedono con “pieni poteri” in capo al Sindaco di Roma Capitale - unitamente all’Assemblea Capitolina - sui piani-programma delle società partecipate e controllate dal Comune.
VALZER DI POLTRONE. Intanto, si inanellano promozioni e dimissioni a Roma nella sede di piazzale Ostiense e in Toscana, con il dimissionato Alessandro Carfì, AD della fiorentina Publiacqua SpA, che è  passato “automaticamente” nel CdA di Crea Spa, attraverso la partecipata Geal, di Lucca (società controllate da Acea). Rare presenza sulle stampa dei Top manager Acea, anche attraverso “indiscrezioni e smentite”, che si scontrano con il silenzio sull’ennesimo incidente sul lavoro, avvenuto il 21 giugno scorso nel Centro di Depurazione Acea di Roma Est, occorso ad un operaio caduto rovinosamente dal Silos di Essiccazione Fanghi (alto oltre 4 metri), che ha provocato “la frattura del bacino e degli arti inferiori” del malcapitato dipendente della Soc. VOMM Service, trasferito d’urgenza al Policlincio Umberto I di Roma.
La FESTA INTERAZIENDALE. Peraltro,  spending review o no, a cura del capo del personale in persona, Paolo Zangrillo, è partita il 22 giugno scorso la sollecitazione a partecipare e a far partecipare tutto il personale (compatibilmente con gli impegni personali e professionali) alla Festa interaziendale ROMA 2016 che si terrà il 24 e 25 giugno presso il centro sportivo La Borghesiana.  La Festa prevede la costruzione di un vero e proprio Villaggio dove si potranno degustare i cibi preparati dai dipendenti. I gadgets, le tenso strutture e le divise delle squadre che partecipano al Torneo, compresi i cibi e le bevande, saranno a carico di Acea".
Laconico il commento: "Un ottimo esempio di normalità".

Milano - il sindaco bugiardo è stato scoperto MA la procura, come tante volte ha fatto in passato archivia

Sala indagato ma la procura: "Chiederemo l’archiviazione" 

di Bonagiunta De Laura | Giugno 25, 2016

 Sala indagato ma la procura:

Sala indagato ma la procura: Sala era stato interpellato sulla questione nella sua prima uscita pubblica, alla cerimonia per l'anniversario della fondazione della Guardia di Finanza. L'iscrizione era stata finora tenuta riservata, per non interferire con la campagna elettorale, ma è stata adesso resa nota sul Fatto Quotidiano da Gianni Barbacetto, che scrive: "Giuseppe Sala, che nel febbraio 2015, da amministratore delegato di Expo, ha firmato un'autocertificazione in cui ha 'dimenticato' di segnalare, tra le sue proprietà e attività economiche, una casa in Svizzera, un' immobiliare in Romania e una società in Italia (Kenergy)". Una vicenda che risale al suo recente passato in Expo. La procura non avrebbe riscontrato rilievi penali ma al massimo soltanto un illecito amministrativo. A pochi metri di distanza da Sala c'è Francesco Greco, il neo procuratore di Milano, che a chi gli chiede notizie in merito gira le spalle scuotendo la testa come a dire che 'no', che non ne vuole parlare. Norma che impone a chi ricopre incarichi nella Pubblica Amministrazione di comunicare, attraverso un'autocertificazione, la propria "situazione patrimoniale complessiva", l'eventuale "titolarità di imprese, le partecipazioni azionarie proprie, del coniuge e dei parenti entro il secondo grado". Sembra infatti che il neo sindaco di Milano sia stato iscritto nel registro degli indagati, nell'ambito di un'indagine che riguarderebbe alcune presunte dimenticanze nella sua autocertificazione da commissario dell'Expo. Nei prossimi giorni la procura presenterà all'ufficio gip richiesta di archiviazione. Se la sua istanza verrà accolta, il fascicolo passerà nelle mani del Prefetto di Milano Alessandro Marangoni che dovrà stabilire se comminare una sanzione amministrativa al nuovo sindaco. 

Il Ponente http://ilponente.com/2016/06/sala-indagato-ma-la-procura-chiederemo-l-archiviazione/http://ilponente.com/2016/06/sala-indagato-ma-la-procura-chiederemo-l-archiviazione/

'Ndrangheta - la madre che ripudia il figlio, il fratello che disconosce il fratello sono 'Ndrangheta, uccidono e fanno attentati x soldi&potere

‘Ndrangheta: pentimento di Mantella a Vibo, i familiari si dissociano dal congiunto

Mantella
In una missiva agli organi stampa tutti i parenti di Andrea Mantella prendono le distanze dal 44enne che ha deciso di collaborare con la giustizia 
Non vogliono avere più nulla a che fare con Andrea Mantella, dissociandosi apertamente dalla scelta del congiunto di intraprendere la via della collaborazione con la giustizia. Pur non essendo più gravato da ordinanze di custodia cautelare o misure restrittive, Andrea Mantella, 44 anni, di Vibo Valentia, figura di spicco della criminalità organizzata della città capoluogo, nelle scorse settimane ha deciso di iniziare a raccontare il proprio percorso di malefatte nell’ambito della ‘ndrangheta ed è stato trasferito nella sezione dei collaboratori del carcere romano di Rebibbia. Oltre 20 anni di storia criminale sta per essere riscritta dagli inquirenti sulla scorta delle dichiarazioni di “A Guscia” (questo il soprannome di Andrea Mantella).

Andrea Mantella

I familiari però non ci stanno e hanno inviato agli organi di stampa una missiva per dissociarsi totalmente dalla scelta del congiunto.
“I sottoscritti signori Mantella Nazzareno e Lo Bianco Rita, rispettivamente fratello nonchè madre di Andrea Mantella, portano a conoscenza della spett.le redazione quanto riportato: preso atto di quanto appreso dagli organi di stampa negli ultimi giorni circa la scelta di collaborare con la giustizia del nostro congiunto Andrea Mantella, i sottoscritti in nome e per conto di tutti i familiari, cugini, nipoti e parenti, dichiarano espressamente di dissociarsi da tale scelta presa dallo stesso, non volendo avere più nessun tipo di rapporto con il Mantella Andrea. Tanto si doveva – concludono la madre ed il fratello di Andrea Mantella – per una maggiore chiarezza su quanto divulgato nei giorni addietro sulla persona di quest’ultimo”.
Una presa di distanza vera e propria, dunque, da parte dei più stretti congiunti di Andrea Mantella in ordine alla decisione del 44enne di “vuotare il sacco” raccontando anni ed anni di vita criminale che l’hanno visto protagonista di primo piano nelle dinamiche della ‘ndrangheta vibonese.
raffaele moscato
Raffaele Moscato
Leonardo Francesco Moscato
Leonardo Francesco Moscato
La presa di posizione da parte dei familiari di Mantella segue di qualche giorno analoga presa di distanza da parte dello zio di altro importante collaboratore di giustizia del Vibonese: Raffaele Moscato, che ha scelto di rompere con la ‘ndrangheta dal marzo del 2015. Mercoledì scorso era stato infatti Giuseppe Moscato, deponendo quale teste della difesa nel processo per il favoreggiamento della latitanza di Salvatore Tripodi di Portosalvo, a spiegare ai giudici del Tribunale collegiale di Vibo Valentia di non condividere affatto la scelta del nipote di collaborare con la giustizia. In precedenza, analoga presa di distanza da Raffaele Moscato ha preso anche il fratello Leonardo Francesco Moscato, imputato per aver favorito la latitanza a Zambrone di Salvatore Tripodi.
Spetterà ora agli inquirenti (Dda di Catanzaro in primis) far fruttare al meglio le dichiarazioni sia di Moscato che di Mantella. Si tratta di due soggetti di assoluto spessore criminale nell’ambito della ‘ndrangheta vibonese e che, se se ben “sfruttati”, potrebbero con le loro dichiarazioni assestare durissimi colpi alle ‘ndrine, ed ai loro complici, che da anni dettano “legge” a Vibo e provincia.

Il punto di Giulietto Chiesa: A Bruxelles adesso chiuderanno le porte.

Roma - l'Acea è uno snodo del potere della gente che succhia soldi e privileggi dai beni pubblici

L’arrocco dei pluripoltronati in Acea. Ecco la vera battaglia per Virginia Raggi

di Stefano Sansonetti

Acea

Prima una timida apertura alla possibilità di fare un passo indietro. Poi quella che nei prossimi giorni potrebbe diventare una resistenza. Del resto gli argomenti tecnico-giuridici per resistere in questo caso non mancano. Al centro della scena c’è l’Acea, la più importante azienda controllata dal Campidoglio che il nuovo sindaco di Roma, Virginia Raggi, ha più volte detto di voler rivoltare come un calzino. In effetti se si dà un’occhiata agli orti e agli orticelli di potere che si sono creati negli organi di gestione e controllo della società non si può fare a meno di riflettere.

Partiamo dalla presidente della società quotata in Borsa, Catia Tomasetti. In questo momento è anche presidente della Cassa di risparmio di Cesena, componente del Consiglio della Camera di commercio di Roma, vicepresidente di Utilitalia, la federazione che raccoglie le aziende dei settori acqua, energia e ambiente, membro del Consiglio direttivo di Unindustria, membro del comitato di presidenza dell’associazione Civita, “salottino” culturale romano officiato da Gianni Letta e frequentato da manager pubblici e privati, capo del dipartimento di project finance dello studio legale Bonelli Erede Pappalardo. Eh sì, perché la Tomasetti è avvocato. E tramite lo studio legale risulta ancora oggi consulente di Terna in riferimento al progetto di “interconnessione” tra Italia e Francia, in pratica un nuovo elettrodotto tra Piemonte e Savoia. Contattata da La Notizia, ieri Terna ha confermato la sussistenza di questo rapporto, spiegando che “la consulenza in corso non è direttamente con l’Avv. Tomasetti, bensì con lo studio legale Bonelli Erede Pappalardo, di cui l’Avv. Tomasetti è partner”. Una posizione comunque non proprio da manuale, visto che da una parte Acea produce e distribuisce energia elettrica, dall’altra Terna gestisce la rete attraverso la quale questa energia passa. In ogni caso va da sé che una tale concentrazione di poltrone e incarichi in capo alla Tomasetti, con il corollario di sontuosi compensi incassati dalla diretta interessata, non può che finire nel mirino della “nouvelle vague” pentastellata. Fermo restando che propiziare ogni cambiamento sarà difficile, visto il contratto della Tomasetti e la scadenza del mandato nel 2017. In termini di accumulo di poltrone, però, in Acea la situazione tocca anche altri profili.

GLI ALTRI – Nel cda, per dire, siede ancora Roberta Neri, manager che già vantava trascorsi nello stesso gruppo ma che nel frattempo è stata nominata dal Governo Ad dell’Enav. Impegno importante, visto che la società pubblica è impegnata in un processo di privatizzazione dal quale il Tesoro aspetta lauti incassi. Senza contare che la Neri, da curriculum, risulta anche nel Cda di Sorgenia (altra azienda del settore energia) e presidente di Techno Sky, controllata dalla stessa Enav. Se si passa al collegio sindacale di Acea la musica non cambia. Qui c’è un pluripoltronato la cui collezione di scranni in passato è già stata sottolineata da La Notizia. Parliamo di Enrico Laghi, che non soltanto è presidente del collegio sindacale di Acea, ma tra le altre cose è anche commissario liquidatore dell’Imaie (Istituto di tutela di diritti degli artisti), commissario straordinario dell’Ilva, presidente di Beni Stabili, sindaco di Unicredit e consigliere di amministrazione di Burgo Group. Insomma, nell’Acea controllata dal Campidoglio, ma con la complicità degli altri due azionisti forti, Caltagirone e i francesi di Suez, si sono create cuccagne che cozzano fragorosamente contro le cinque stelle ora al potere. Cambierà qualcosa?

Implosione europea - la fuga in avanti degli euroimbecilli, più Europa - Ora è guerra vera noi gli italiani contro gli euroimbecilli, i distinguo e i tatticismi, tipo del M5S non avranno possibilità, o di qua o di là

Brexit, Renzi: garantiremo stabilità
Mattarella: rilanciare la Ue

Il premier riunisce la Presidenza del Consiglio: «Cambiare la Ue per renderla più umana». Dal Capo dello Stato «rammarico ma rispetto per l’esito». Salvini: «Ora tocca a noi». Il Papa: «È la volontà del popolo». Per Berlusconi l’Europa è «da rifondare»

David Cameron e la moglie Samantha rientrano al 10 di Downing Street dopo il discorso del premier britannico David Cameron e la moglie Samantha rientrano al 10 di Downing Street dopo il discorso del premier britannico
«Il popolo britannico ha scelto, noi rispettiamo la decisione. Ora si volta pagina». Così il premier Matteo Renzi a Palazzo Chigi, nella conferenza convocata per commentare il risultato del referendum inglese sull'Unione. Ma voltare pagina, spiega il premier, non significa cambiare la «casa comune»: «L'Europa va ristrutturata, ma è casa nostra. La casa dei nostri figli e nipoti. Lo diciamo oggi più che mai, convinti che la casa vada ristrutturata, forse rinfrescata ma è la casa del nostro domani». Il premier aveva prima sentito al telefono il collega dimissionario britannico David Cameron.
Renzi: «L'Italia farà la sua parte»
Renzi ha poi rassicurato sul fatto che le istituzioni europee «hanno tutti gli strumenti per garantire con qualsiasi mezzo la stabilità e la sicurezza dei risparmiatori». E che l'Italia «è già solida» e «farà la sua parte nel percorso che si apre». Ha invitato infine a «far prevalere ciò che ci unisce e non che ci divide» e ha aggiunto che l'Unione ha garantito 70 anni di pace ai suoi cittadini. «È il tempo della lucidità e dell'equilibrio - ha detto -, il tempo della forza calma che in un momento non semplice può vedere l'Europa tornare protagonista».
Mattarella: «Riaffermare la validità storica della Ue»
Si dice «rammaricato» il presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlando a margine della commemorazione dei 25 anni della nascita della Slovenia. « È significativo che questo incontro a Lubiana tra Paesi appartenenti all’Unione Europea avvenga dopo aver conosciuto l’esito del referendum britannico. Esito che rispettiamo anche se è motivo di rammarico», ha detto il Capo dello Stato. «Intendiamo riaffermare la validità storica e l’importanza per il futuro dei nostri giovani dell’Unione europea e delle sue prospettive che vanno rilanciate con convinzione», ha concluso.
A Berlino
Il premier, che ha sentito al telefono il presidente francese François Hollande e la cancelliera tedesca Angela Merkel, per commentare l’esito del referendum britannico, ha annunciato che lunedì sarà a Berlino, dove incontrerà i due leader, insieme al presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, per un vertice convocato da Merkel. «L’Italia non è debole e non corre rischi nel breve periodo almeno finché in Europa funzionerà l’ombrello della Bce»: ha puntualizzato Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera, commentando Brexit. Molto critico, però, il giudizio di Boccia sul premier britannico Cameron: «Solo un incosciente, poteva pensare di usare una scorciatoia come il referendum sulla Brexit per vincere le elezioni e provare a salvare la sua coscienza politica». Chiede invece rispetto per la «volontà espressa dal popolo», papa Bergoglio, in viaggio in Armenia: «Questo richiede a tutti noi una grande responsabilità per garantire il bene del popolo del Regno Unito e anche il bene e la convivenza di tutto il continente europeo. Questo mi aspetto», ha detto papa Francesco.
Berlusconi: «Ue da rifondare»
Europa da rifondare per il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, che in una nota spiega. «Occorre dare una risposta immediata e straordinaria da parte di chi l’Europa l’ha pensata e voluta». Per il leader azzurro è « urgente» ricostruire l’Europa «come comunità politica basata su valori condivisi, prima che economica o burocratica, vissuta dagli europei come la loro patria e non più come un’imposizione o una fastidiosa necessità». Berlusconi annuncia anche la richiesta al Ppe di «un congresso straordinario per lanciare un manifesto di rifondazione dell’Unione Europea».
Il post di Salvini su Facebook Il post di Salvini su Facebook
L’esultanza di Salvini
Di tutt’altro umore il segretario della Lega. «Evviva il coraggio dei liberi cittadini! Cuore, testa e orgoglio battono bugie, minacce e ricatti»: Matteo Salvini esulta su Twitter e Facebook commentando il referendum britannico con un «GRAZIE UK» a caratteri maiuscoli, cioè gridando, secondo la “netiquette”. Poi aggiunge: «ora tocca a noi». Poi ha commentato a Radio24: «Oggi è un gran bel giorno. Ora vediamo che succede». Il capogruppo della Lega al Senato, Gian Marco Centinaio, scrive su Twitter a Matteo Renzi: «Ti prego adesso inizia a fare appelli per il SÌ in Italia».
Riunita la Presidenza del Consiglio
Questa mattina presso la Sala Situazioni della Presidenza del Consiglio una riunione sugli esiti del referendum inglese, convocata dal primo ministro Matteo Renzi. Alla riunione hanno partecipato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Marco Minniti e il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Padoan, in una nota del Mef , si è rassicurato sul fatto che «l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea avrà effetti comunque limitati sull’economia reale italiana. La solidità dei fondamentali delle imprese tornerà presto a prevalere sulla volatilità dei mercati finanziari».
Rinviata la direzione Pd
Intanto la direzione del Pd, prevista per questo pomeriggio, è stata rinviata alla prossima settimana. Arturo Scotto, capogruppo SI alla Camera, ha scritto su Twitter: «È una pessima notizia. Ora l’Europa cambi radicalmente. Basta con austerità e tecnocrazia. Occorre una grande riforma dei trattati». Mentre il sottosegretario allo Sviluppo economico Ivan Scalfarotto ha dichiarato a La7: «Oggi è la sconfitta della mia generazione». L’europarlamentare del M5s Piernicola Pedicini ha dichiarato a Omnibus su La7: «Noi riteniamo che bisogna stare in Europa. A noi non piace questa Europa, ma in Europa bisogna starci e cambiarla da dentro». Sul blog di Beppe Grillo è apparso il post: «La Gran Bretagna è fuori dall'Unione Europea e Cameron si è dimesso. Lo hanno deciso i cittadini britannici con il referendum. È la strada più cara al Movimento 5 Stelle, quella di chiedere ai cittadini un parere sugli argomenti decisivi per i popoli. Nessun governo deve aver paura delle espressioni democratiche del proprio popolo, anzi deve considerare il suo volere come il più autorevole dei mandati. L'Unione Europea deve cambiare, altrimenti muore».
Prodi: «Male, molto male!»
«Male, molto male!», ma «andiamo adagio a parlare di dissoluzione». Romano Prodi commenta la Brexit dai microfoni della Radio Vaticana, dicendo che «certamente è un segnale fortissimo sia per Bruxelles, per una politica che non si è resa conto dei problemi di tutti, sia anche per la stessa Gran Bretagna che potrà avere anche dei momenti di tensione interna estremamente forte e questo proprio per la diversità con cui si è votato». L’ex premier aggiunge poi: «Il problema del contagio certo che c’è, meno di quello che la gente pensi, perché i Paesi dell’Europa orientale, dell’ex area dell’Unione Sovietica, che sarebbero i più tentati, ricevono però quantità cospicue di risorse dall’Unione Europea e quindi il loro tenore di vita precipiterebbe».
Gozi: «È uno shock»
«È uno shock, una pessima notizia per tutti noi che adesso porta con sé un’incognita. Dobbiamo lavorare per dare la massima certezza possibile: dobbiamo individuare un percorso di uscita della Gran Bretagna che sia certo con un calendario certo»: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei, Sandro Gozi, è intervenuto così a Skytg24. «Non vogliamo rimanere nell’incertezza», ha aggiunto. Francesco Rutelli, co-presidente del Partito Democratico Europeo, afferma che «Questo voto è un capitolo cruciale per dimostrare che le elezioni nel mondo occidentale oggi sono più che mai un test contro le élite. Il colpo che gli inglesi assegnano alla finanza dominante a Londra è impressionante. Preferiscono questo - più contro la City, paradossalmente, che contro Bruxelles - alle conseguenze indubbiamente negative che subirà l'economia britannica».
D'Alema: rischio domino
Il presidente della commissione per le Politiche Ue della Camera, Michele Bordo, Pd, commenta: «”Leave the European Union” sono parole che oggi pesano come un macigno su un’Europa disgregata non più solo a parole ma anche nei fatti. La peggiore delle previsioni purtroppo si è avverata, dopo una campagna referendaria carica di odio, paura e illusioni. L’Europa va rilanciata». Per Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia: «Le istituzioni europee sono distanti anni luce dai problemi della gente. Lo diciamo da anni. Al referendum sulla Brexit i britannici, con il loro voto e con il loro coraggio, lo hanno ribadito con forza. Ora vogliamo che in Europa torni la democrazia». Il tweet di Enrico Letta è invece: «Hanno scelto. Va accettato». Per Massimo D'Alema, che ha parlato a Radio Radicale: «Il referendum inglese può avere un effetto domino, ora spetterà alle istituzioni europee, alle classi dirigenti europee che finora hanno mostrato una certa debolezza, reagire e la reazione consiste secondo me in un rilancio del progetto europeo che però comporta coraggiosi cambiamenti».
Napolitano: «Non prevalga il vuoto»
Interviene su Twitter anche il presidente del Senato Pietro Grasso: «Grande dispiacere per il risultato Brexit. Ora è il momento della coesione, l’Ue dovrà reagire al momento difficile rafforzandosi». Mentre il presidente emerito Giorgio Napolitano lancia un appello, da Radio anch’io, su Radiorai: « affinché tutte le forze sociali e politiche e le persone di responsabilità ripensino i propri atteggiamenti e ne assumano tali da rafforzare le istituzioni, perché non prevalga il vuoto». Aggiunge poi Napolitano: «È stato incauto promuovere questo referendum e affidare ad un “no” o ad un “sì” problemi tanto complessi. Hanno quindi prevalso elementi emotivi».
Monti: «Cameron ha compiuto un abuso di democrazia»
Amaro il commento della presidente della Camera, Laura Boldrini: «Il sì alla Brexit è una notizia grave per tutta l’Europa. Ora si apre un lungo e complesso periodo di negoziati per definire le modalità con le quali la Gran Bretagna si separerà dall’Unione». Anche l'ex premier Mario Monti è molto critico, in un'intervista a Radio anch'io, verso il primo ministro britannico: «Cameron ha compiuto un abuso di democrazia. Il referendum è stato convocato non per l'interesse generale dell'Ue o del Regno Unito o anche del Partito Conservatore, ma nell'interesse proprio all'interno del Partito Conservatore. Un uso egoistico dello strumento democratico che gli è esploso in mano, gli ha fatto perdere tutto, come è giusto».
Fassina: «Brexit può essere una storica opportunità»
Secondo Stefano Fassina di Sinistra Italiana, «la Brexit può essere una storica opportunità. Nella UE, per evitare di allargare la faglia tra popoli ed élites, vanno innanzitutto sospesi i negoziati per il Ttip e le ratifiche del Ceta. Nell'eurozona, va radicalmente riscritta l'agenda di politica economica, data alla Bce la facoltà di monetizzare direttamente il debito degli Stati, archiviato il fiscal compact per dare spazio a investimenti pubblici a livello nazionale, innalzata la domanda interna tedesca al fine di eliminare il suo insostenibile avanzo commerciale giocato su una contagiosa svalutazione del lavoro». Per Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio: «È un colpo durissimo, molto più che un campanello d'allarme che deve spingerci ancora di più a credere nell'Europa e a volerla cambiare».
24 giugno 2016 
 

Decreto popolari - fatto dal giglio magico massonico quando il capo dello stato si era dimesso, un'urgenza davvero molto ma molto strana su un'argomento così importante, i soliti amici hanno fatto soldi

Matteo Renzi sentito come testimone nell’inchiesta sulle Popolari

L'interrogatorio il 20 maggio scorso. La denuncia del presidente della Consob sugli acquisti irregolari e l'ipotesi insider trading

Alessandro D'Amato

venerdì 24 giugno 2016

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi è stato ascoltato in qualità di testimone il 20 maggio scorso nell’inchiesta della Procura di Roma sulla speculazione sulle banche popolari. Ne parla oggi Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, specificando che la convocazione del procuratore Giuseppe Pignatone nei confronti del premier è stata spiccata in qualità di persona informata sui fatti nell’ambito dell’indagine avviata dalla denuncia presentata dal presidente della Consob Giuseppe Vegas, il quale aveva detto anche in parlamento che «l’analisi della dinamica delle quotazioni nel periodo antecedente al 16 gennaio 2015», giorno in cui il governo aveva approvato il decreto per privatizzare le Popolari, «evidenzia un’operatività potenzialmente anomala, in particolare per alcuni soggetti che hanno effettuato acquisti prima del 16 gennaio vendendo poi la settimana successiva».

Gli accertamenti dei magistrati erano stati avviati per verificare la correttezza dell’operato di imprenditori ed esperti del mondo della finanza. In particolare si erano concentrate su alcuni investimenti effettuati dal finanziere del fondo Algebris Davide Serra a Londra. Ma anche su acquisti compiuti dall’imprenditore Carlo De Benedetti finito nel mirino della Consob per una plusvalenza di circa 600 mila euro. L’ipotesi tuttora al centro dei controlli è che alcuni investitori possano aver goduto di informazioni privilegiate di chi, all’interno del governo, aveva preparato il decreto e lavorato per farlo approvare. E proprio per questo si è deciso di ascoltare la versione del capo dell’esecutivo.

L’annuncio dell’approvazione del provvedimento fu dato da Renzi a Borsa chiusa, il 16 gennaio 2015, ma nei giorni precedenti erano filtrate diverse notizie sulla possibilità che si intervenisse per privatizzare il settore. Per questo si cerca di verificare la catena delle informazioni e in particolare il percorso degli elaborati preparati dal ministero dell’Economia in collaborazione con Palazzo Chigi e quindi la possibilità che ci sia stato un insider trading. L’interrogatorio di Renzi è avvenuto il 20 maggio. Nei giorni scorsi si erano rincorse indiscrezioni sull’incontro con i magistrati, sempre smentite sia dalla Procura, sia da Palazzo Chigi. In realtà nel corso dell’interrogatorio il premier avrebbe negato di aver mai saputo della circolazione di notizie riservate, pur ribadendo — come aveva fatto all’epoca quando la denuncia di Vegas sollevò numerose polemiche — che della possibilità di una privatizzazione si era parlato più volte.
 

La notizia dell’ascolto del premier come teste nell’inchiesta sulle Popolari (Corriere della Sera, 24 giugno 2016)

Successivamente la Consob aveva trasmesso alla magistratura la documentazione che ricostruiva l’andamento «anomalo» del mercato, specificando come le verifiche affidate alla Guardia di Finanza avrebbero già evidenziato il «frazionamento» di alcuni investimenti italiani ed esteri nel tentativo di mascherare l’identità di chi ha operato. Nel gennaio del 2015 venne fuori la vicenda: in un articolo di Mario Gerevini sul Corriere della Sera si citava incidentalmente la Boschi, mentre si concentrava l’attenzione su un’altra informazione a disposizione della Consob, ovvero dell’istituzione che vigila sugli scambi nella Borsa italiana. Secondo l’articolo un numero importante di azioni era stata comprata prima e venduta poi da un broker con sede a Londra. La vicenda aveva scatenato varie ipotesi di complotto e anche una mozione di sfiducia piuttosto insensata del MoVimento 5 Stelle nei confronti di Maria Elena Boschi.


Le plusvalenze sulle banche popolari (Repubblica, 13 febbraio 2015)

Da segnalare che in un comunicato all’epoca Algebris aveva spiegato di non avere comprato alcun titolo di banche popolari italiane dal 1 al 19 gennaio e che l’unica operazione era stata una dismissione di 5,2 milioni di azioni del Banco Popolare realizzando una perdita. La società precisava poi di non aver mai fatto investimenti nella Popolare dell’Etruria e del Lazio. Algebris Investments affermava di fare la dichiarazione sui propri investimenti nelle banche popolari “al fine di evitare pericolose quanto sommarie strumentalizzazioni”. La società guidata da Davide Serra chiarva così, oltre di non aver effettuato acquisti sulle popolari tra l’1 e il 19 gennaio, che l’unica operazione di rilievo realizzata in quel periodo per conto dei propri fondi e mandati di gestione fu stata la dismissione di 5,2 milioni del Banco Popolare a un prezzo medio di 9,72 euro. Tali azioni erano state acquistate nel 2014, durante l’aumento di capitale del Banco Popolare, segnala quindi Algebris, a un prezzo medio di 13,76 euro, e la cessione è stata effettuata dunque realizzando una perdita. Sul nostro sito avevamo poi affrontato la questione dell’indiscrezione di De Benedetti il 18 dicembre 2015: tutto nasce da un’intercettazione rivelata da Nicola Porro sul Giornale.

In una trentina di pagine le Fiamme gialle descrivono i movimenti borsistici sui titoli di quattro banche popolari, realizzati dalla Romed, la cassaforte finanziaria di Carlo De Benedetti. L’inchiesta è solo alle fasi iniziali, nonostante siano passati undici mesi dalle operazioni di Borsa, ma si preannuncia esplosiva. Sono indicate puntualmente una lunga serie di operazioni sospette, la sintesi delle conversazioni telefoniche tra l’Ingegnere e i suoi operatori della Romed. Riguardano la movimentazione di titoli delle banche popolari per cinque-sei milioni di euro e una plusvalenza realizzata di circa 600mila euro.
 
De Benedetti e la vera storia della speculazione sulle Banche Popolari

Porro scriveva all’epoca che Carlo De Benedetti all’inizio di gennaio (e quindi prima della conferenza stampa del 20 gennaio in cui Matteo Renzi annunciò la riforma del voto capitario per questi istituti) aveva comprato e venduto i titoli delle banche popolari; sempre secondo Porro in una serie di intercettazioni l’ingegnere ed editore di Repubblica si vantava di aver saputo della riforma da ambienti vicini a Bankitalia:

L’articolo di Nicola Porro sulle presunte speculazioni di De Benedetti sulle popolari (Il Giornale, lunedì 14 dicembre 2015)

Romed compra e vende titoli in Borsa. E all’inizio del 2015, scopre la Consob, lavora molto sui titoli di quattro popolari. Bingo. I funzionari della Consob chiedono aiuto alla Guardia di finanza. Come prima cosa avrebbero acquisito tutte le registrazioni tra gli operatori di Borsa in sala operativa Romed e non solo. È qui che compaiono le telefonate dell’Ingegnere ai suoi uomini in cui si chiederebbe direttamente di investire in popolari. Il decreto del governo ancora non c’è. Ma l’Ingegnere sosterrebbe di essere stato informato, tra gli altri, anche da ambienti vicini a Bankitalia.

Giustamente Porro dice che potrebbe essere un caso di millantato credito: ovvero De Benedetti potrebbe aver ottenuto l’informazione da altre vie e aver giustificato con i suoi le mosse chiamando in causa Bankitalia. C’è ovviamente un passaggio logico che Porro NON fa, ma che a molti potrebbe venire in mente. Ovvero che De Benedetti, tessera numero uno del PD eccetera, avesse saputo da ambienti governativi del decreto sulle banche popolari in preparazione. Questo costituirebbe una certificazione clamorosa di conflitto d’interesse e impegnerebbe l’ingegnere in un’accusa di reati gravissimi insieme a chi avrebbe fornito l’informazione. La stessa circostanza – con accuse e sospetti – è stata adombrata nella mozione di sfiducia nei confronti di Maria Elena Boschi dal MoVimento 5 Stelle oggi alla Camera. Ma c’è un però grosso come una casa nei confronti di questa ipotesi di complotto.

L’articolo di Repubblica che smentisce Porro e De Benedetti

Come abbiamo scritto in altre occasioni, tutti dimenticano che la storia della riforma delle banche popolari venne anticipata da un quotidiano, 17 giorni prima della sua approvazione e guarda caso proprio il 3 gennaio (evidentemente proprio quando Romed ha cominciato a “lavorare molto sui titoli di quattro popolari”, come scrive Porro). Quel quotidiano non è esattamente un giornale completamente estraneo all’ingegner De Benedetti, visto che è di sua proprietà. Si tratta infatti di Repubblica del 3 gennaio (sabato, quindi a mercato chiusi; anche il primo gennaio i mercati erano chiusi):


L’articolo di Repubblica del 3 gennaio 2015 che anticipava la riforma delle Popolari

Insomma, se per caso la “speculazione” di De Benedetti si è mossa ai primi di gennaio (quindi, presumibilmente, dal 5 gennaio in poi) in effetti De Benedetti millantava quando diceva che Bankitalia gli aveva spifferato l’informazione della riforma in arrivo. Perché l’ingegnere era stato invece probabilmente informato, insieme a un milione di altre persone, dall’articolo di Repubblica, giornale di cui è editore:

Ecco che allora nasce la necessità per l’attuale governo e per la Bce di mettere a punto finalmente una legge o una direttiva che permetta ad alcuni importanti gruppi bancari italiani di lasciarsi alle spalle la contraddittoria organizzazione degli istituti cooperativi, non adatta a società quotate in Borsa. Il tema è già da qualche tempo all’attenzione di Renzi che sta raccogliendo pareri al riguardo da giovani uomini di finanza con l’obbiettivo di portare avanti la bandiera dello svecchiamento del sistema anche in campo bancario.

Ma è ovvio che per arrivare all’obbiettivo il governo dovrà appoggiarsi anche alla moral suasion della Bce, che da nuovo regolatore del sistema non può permettersi rischi non controllabili. Alcune delle banche popolari, tra l’altro, sono già sotto il controllo della vigilanza di Draghi che potrebbe trovare il coraggio che in passato è mancato alla Banca d’Italia. Inoltre con la trasformazione in spa di alcune popolari potrebbero partire altre aggregazioni importanti come Bpm-Carige che il mercato aspetta con interesse. Dunque gli osservatori finanziari si attendono un qualche provvedimento governo-Bce sulle popolari entro marzo proprio per fugare i dubbi che alcune banche italiane possano diventare un problema per l’Unione Europea.


In attesa delle risultanze delle indagini, e quindi fino all’emersione di una prova contraria, che qualcuno abbia ricevuto un’informazione riservata quando la presunta informazione riservata stava scritta sui giornali pare un’ipotesi peregrina.

EDIT: La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione del procedimento:

La Procura di Roma ha chiesto di archiviare il procedimento che vede indagato un intermediario finanziario per ostacolo alla vigilanza. Si tratta di un filone dell’indagine avviata a piazzale Clodio nel febbraio del 2015 dopo le dichiarazioni fatte dal presidente della Consob, Giuseppe Vegas, su informazioni privilegiate finite in mano ad investitori sul decreto banche popolari prima che il governo ne desse il via libera. Su questa vicenda nelle scorse settimane sono stati sentiti come testi Renzi e De Benedetti.

Banca Etruria - una gestione opaca e chiaramente tesa a confondere le acque, le radici profonde del giglio magico massonico vengono da Arezzo

L'intervista
24/06/2016 11:46

I misteri di Banca Etruria

Prestiti allegri, buchi di bilancio, inchieste, presunti conflitti d’interesse. E la verità è ancora lontana

I misteri di Banca Etruria
Parla Daniele Capezzone, deputato fittiano, che ha provato a chiedere trasparenza sul caso. Ma Bankitalia non l’ha accontentato, fornendo risposte evasive e passando la palla alla magistratura 

Il caso Etruria è una bomba a grappolo inesplosa. Perché sono tante, ancora, le verità da accertare. Quella dei “furbetti dell’aretino” è una storia deplorevole condita da una mala gestione evidente dell’istituto sulla pelle di migliaia di risparmiatori. Beffati dal decreto salva-banche e ancora in attesa della restituzione di risparmi di una vita sottratti ai clienti per salvare il gruppo.
Una vicenda condita da prestiti allegri, buchi di bilancio, inchieste della magistratura, presunti conflitti d’interesse e class action dei piccoli azionisti. Dove non tutti sono stati messi sullo stesso piano. C’è infatti chi in questo mistero ha forse usufruito di trattamenti in strani guanti gialli e chi invece è stato costretto a farsi carico dei danni delle cattive politiche degli ex vertici del gruppo. Pure per via di dubbie scelte da parte dell’esecutivo, che dal 1° gennaio 2016 s’è adeguato alle direttive europee in tema di bail-in (che ha cambiato radicalmente il paradigma del correntista che, in caso di difficoltà finanziare dell’istituto, può diventare compartecipe delle perdite), un fallimento annunciato che ha portato alla catastrofe. Nonostante in tanti, tra esperti di finanza, economisti e politici, abbiano provato in ogni modo a proporre diverse e migliori strade da intraprendere. E’ il caso di Daniele Capezzone, già presidente della Commissione Finanze della Camera e ora deputato di Conservatori e Riformisti, che le ha tentate tutte per evitare quello che s’è rivelato un suicidio politico. Ma le sue richieste sono rimaste sempre lettera morta.
Nonostante tutto, l’ex portavoce di Forza Italia, da sempre paladino della trasparenza, ha provato pure a chiedere l’intervento di Bankitalia. Rivolgendosi direttamente al governatore Ignazio Visco, sollecitando chiarezza su una vicenda piena di punti oscuri, attraverso domande lecite rimaste però evase. Una sorta di operazione-verità in cui Palazzo Koch spiegasse all’opinione pubblica chi e se, in qualche modo, abbia ricevuto da Etruria fidi, erogazioni, finanziamenti a qualsiasi titolo sospetti e facilitati, che hanno contribuito al dissesto del gruppo. Il tutto attraverso una lettera dettagliata indirizzata a Visco, che ha sì risposto garbatamente ma non ha chiarito alcunché. Lasciando tutto nelle mani della magistratura.
Con il Giornale d’Italia, Capezzone affronta la paradossale vicenda dell’ex Bpel, che lascia tuttora sgomenti. 
Capezzone, il caso Etruria è un caso infinito. Tra inchieste della magistratura che non decollano e uno scandalo che sembra non finire mai. All’insegna della poca trasparenza. Sulla vicenda regna omertà?
Da garantista non sono per nulla interessato ai profili giudiziari della vicenda. Detesto ogni uso politico di inchieste giudiziarie. Sono altre le cose che mi indignano. Io sono convinto che nel caso di Etruria ci sia stato un meccanismo molto vasto di erogazioni, mutui, prestiti. Ma a chi sono stati concessi? Non lo so. Io alla domanda non ho ancora trovato una risposta. Ma ho l’impressione che tutto questo possa aver contribuito al dissesto del gruppo.
Ha scritto una lettera al governatore di Bankitalia per chiedere chiarezza e contezza circa quei prestiti “facili” concessi dalla ex Bpel che hanno poi contribuito al tracollo dell’istituto di credito. Ma la risposta di Visco, seppur dettagliata, è stata piuttosto sfuggente. Non crede?
E’ stata una risposta deludente. Un’occasione persa. Perché il governatore nella sua missiva spiega di aver dato tutte le carte alla magistratura, lasciando a lei e solo a lei il compito di fare chiarezza. Ma non possono essere solo i giudici a togliere le castagne dal fuoco. Mi interessava un’operazione di trasparenza per i cittadini, anche per capire se corriamo tutti sulla stessa pista di atletica o qualcuno ha un percorso più scorrevole.
Lei è garantista. Mentre esponenti del governo, grazie pure a inchieste di una televisione non nemica, hanno provato invece a puntare il dito solo contro la Consob e Vegas. Accusato di aver ordinato agli ispettori di chiudere un occhio sui bond senza indicare ai clienti beffati la percentuale del rischio di recupero del capitale. Non l’è sembrato un colpo basso?
Peggio che un colpo basso, un’arma di distrazione di massa. E’ stata una manovra diversiva. Hanno provato a deviare l’attenzione di tutti sul governo facendola ricadere su una sola persona. Chi fa queste cose, evidentemente non ha capito l’aria che tira nel Paese. Servirebbero operazioni limpide per ridare fiducia alla gente. Ma mi permetta di dire un’altra cosa.
Prego.
A me sembra giusto annotarlo: non tutte le banche sono uguali. C’è chi ha avuto buone gestioni, senza pasticci, e ora viene messo sullo stesso piano di banche gestite con metodi avventurieri. Costretto anche a pagare per danni di altri. Non lo trovo giusto.
In tutta questa vicenda gli unici a pagare sono stati i risparmiatori. Molti dei quali attendono ancora la restituzione del maltolto...
Alcuni mesi prima del disastro ho proposto una gigantesca campagna d’informazione da parte della televisione e del servizio pubblico per invitare cittadini e risparmiatori a differenziare le loro risorse. Cosa ci voleva a organizzare una pubblicità progresso per sollecitare i contribuenti a non mettere tutte le uova nello stesso paniere? Dopo il disastro ho dato un altro suggerimento visto che immaginavo che con la giostra dei risarcimenti non si sarebbe arrivati da nessuna parte.
Quale?
Quando ci fu la crisi del Banco Ambrosiano (1982, ndr), fu fatta una cosa intelligente dai governi di allora. Far sì che il nuovo istituto potesse dare ai risparmiatori dei warrant (opzioni per acquistare o vendere un certo bene ad una data futura, ndr). In quel caso non si sperperò una lira di denaro pubblico. Ecco, questo non sarebbe costato un solo euro al bilancio dello Stato.
E in questa storia abbiamo già assistito a due suicidi. Dove a perdere la vita, nel primo caso, è stato proprio un ex obbligazionista di Etruria. Così continuando si rischiano altre tragedie, non le pare?
Mi auguro di no. E da liberale ritengo che lo Stato non possa farsi carico di tutto. Da oppositore sarebbe facile buttare tutta la croce addosso all’esecutivo. Non lo faccio. Però Palazzo Chigi avrebbe dovuto e potuto mettere la gente nelle condizioni di sapere.
I cittadini sembrano essersi stancati del sentirsi sempre ripetere la frase: “Ce lo chiede l’Europa”. La mossa del bail-in, chiara direttiva Ue, s’è dimostrata una catastrofe annunciata. Possibile che l’Italia non possa (o non voglia) prendere decisione autonome su temi così importanti?
Quando s’è prospettata l’ipotesi bail-in ho chiesto che si puntasse sul fondo interbancario di tutela dei depositi: denaro privato per una iniezione di capitale nelle banche sofferenti.
E la risposta qual è stata?
Che l’Europa aveva negato l’assenso per via di un presunto aiuto di Stato. Ecco, dopo quella risposta, un primo ministro con le palle sarebbe volato a Bruxelles per aprire una trattativa e dimostrare che non si trattava di questo. Non so se si sarebbe vinta tutta la partita, ma in grande parte sì. Ma tutto questo non è avvenuto.

Federico Colosimo

Banca Etruria - dopo sette mesi sul fronte dell'indagini nulla si muove, sta diventando il porto delle nebbie, ma i soldi ai risparmiatori sono stati tolti da un giorno all'altro

Banca Etruria. Parlamentari Cinque Stelle presentano esposto: “Chiarezza su risoluzione, vendita sofferenze e cessione nuovi istituti di credito”

Questa mattina i due deputati si sono presentati in procura per consegnare al titolare dell’inchiesta sull’istituto di credito, un documento attraverso il quale viene chiesto di fare luce su alcuni aspetti inerenti l’applicazione del decreto dello scorso 22 novembre 2015.
Claudia Failli
Claudia Failli
  24 giugno 2016
 
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Hanno incontrato il procuratore capo Roberto Rossi questa mattina e gli hanno presentato sul tavolo un nuovo esposto contro il decreto salva-banche. Sono parlamentari Cinque Stelle, Daniele Pesco e Chiara Gagnarli a tornare in terra di Arezzo per la questione Banca Etruria.
Questa mattina i due deputati si sono presentati in procura per consegnare al titolare dell’inchiesta sull’istituto di credito, un documento attraverso il quale viene chiesto di fare luce su alcuni aspetti inerenti l’applicazione del decreto dello scorso 22 novembre 2015.
“C’è da rendere giustizia a centinaia di famiglie – ha sottolineato Daniele Pesco M5S – il problema fondamentale secondo noi è che tutto questo poteva essere evitato. Vigilanza e Banca d’Italia siamo sicuri che non si fossero accorti di niente prima? Abbiamo bisogno delle risposte. Loro hanno bisogno di verità”. Già perché insieme ai due parlamentari davanti all’ingresso del tribunale si sono dati appuntamento anche alcuni membri del comitato Vittime del Salva-banche protagonisti loro malgrado dell’intera vicenda.

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“Chiediamo che venga fatta luce sulle analisi fatte prima dell’applicazione del salva-banche – prosegue Pesco – secondo noi sono da rivedere e da approfondire. Il governo è stato decisamente troppo affrettato ed ha applicato una direttiva che accomuna quattro banche così differenti tra loro. A nostro avviso ci sono aspetti che non tornano. Forse, tutto questo si poteva evitare, forse si potevano trovare delle soluzioni diverse. Inoltre, come noto sono in tutto 300 milioni di crediti deteriorati. Bene noi vogliamo sapere che cosa c’è dentro perché vogliamo che venga fatta luce anche su questo”.
In particolare i parlamentari chiedono chiarezza e approfondimenti su tre passaggi. Uno è la vendita da parte dei commissari dei 300 milioni di crediti deteriorati a Fonspa, prezzo giudicato “totalmente fuori mercato” e che ha condizionato la valutazione delle sofferenze. Il secondo è la critica “forte” alle modalità della risoluzione decisa da Governo e Bankitalia. Infine, i parlamentari chiedono chiarezza sulla modalità della vendita delle quattro banche, molto diversa l’una dall’altra.
“Gli avvisi di garanzia arrivati agli ex amministratori sono un esempio lampante di come in passato la gestione di Banca Etruria, come le altre tre banche, siano state gestite in maniera del tutto arbitraria – conclude Pesco – certi comportamenti non dovranno ripetersi mai più. Un esempio su tutto la vicenda Privileg e l’erogazione di finanziamenti effettuata senza le dovute cautele e garanzie. Consob e Banca d’Italia in tutto questo hanno delle forti responsabilità e noi abbiamo bisogno di risposte. Speriamo fortemente che la magistratura abbia la volontà di indagare anche su questi aspetti”.
 

venerdì 24 giugno 2016

Diego Fusaro - Implosione europea - Riprendiamoci la nostra Sovranità Nazionale, Politica, Monetaria e Territoriale

Brexit, Fusaro: "Dagli inglesi lezione magistrale ai popoli europei. Ora esiste una via da seguire"
 
24 giugno 2016  Marta Moriconi
 
Da Cameron a Farage, dal fallimento dell'Ue alla Brexit e quella sensazione che il castello eurocratico sia solo all'inizio del crollo. Parla Diego Fusaro, filosofo e scrittore, che commenta a 360 gradi l'uscita del Regno Unito dall'Ue.

Brexit è la dignità di un popolo? Cambierà l'Europa e si tornerà a quella di De Gaulle secondo il nostro giornale con un'editoriale del direttore. Lei cosa pensa? 

"Il Brexit che accolgo con grande felicità e stupore, è la prova che esiste la dignità dei popoli. E che gli inglesi hanno dato una lezione magistrale ai popoli europei che esiste una via da seguire in futuro. Gli inglesi hanno una grandiosa storia, hanno una forte identità nazionale. Se uno considera il passato inglese sa bene quanto, anche in ragione della loro insularità, abbiano un'identità forte e un orgoglio nazionale preciso, che si è anche espresso in forme radicali e da condannare come il colonialismo, ma che ora si sta esprimendo in forma democratica e oppositiva rispetto alle forme dittatoriali dell'odierna Unione Europea".

Brexit, Fusaro: 'Dagli inglesi lezione magistrale ai popoli europei. Ora esiste una via da seguire'
Quali reazioni ora? Ci sarà l'effetto domino? 

"Le reazioni dell'Europa saranno di condanna totale da parte dello estabilishement e del pensiero unico eurocratico dominante. Da quelli che io chiamo gli euronomani del "ci vuole più Europa a ogni costo". Concretamente l'effetto auspicabile sarà l'effetto domino, crolleranno le caselle di questo edificio che è sempre più simile a una prigione che si chiama Ue, che è una negazione dell'idea vera di Europa, della democrazia e della libertà dei popoli che ci abitano. Ben venga quindi questo futuro e lunga vita agli inglesi".

La democrazia dei popoli ancora esiste allora? Ed è segno che la monarchia ha un senso ancora oggi allora? 

"La democrazia dei popoli ancora esiste ma non la metterei in relazione tanto con la Monarchia inglese quanto piuttosto con il fatto che oggi, come già provò Tsipras fallendo, la democrazia si declina nel senso degli Stati sovrani nazionali democratici che resistono allo svuotamento di democrazia e libertà operata da entità sovranazionali come la Banca Centrale e l'Unione Europea. Democrazia oggi significa opposizione rispetto allo svuotamento di sovranità nazionale democratica operata dai poteri forti europei. Ue non fa rima con democrazia, Stato sovrano nazionale oggi sì. Ed è l'unico modo per porre in essere un dominio politico politico sull'economia sovranamente determinato dal popolo". 

Cosa si aspetta ora? 

"Mi aspetto l'effetto domino. Un riscatto dei popoli europei e che crolli il grande dogma che è impossibile uscire dalla Ue. Basta volerlo e ce lo hanno insegnato gli inglesi. Basta far prevalere la volontà sui ciechi meccanismi del sistema eurocratico. Come diceva il nostro Tommaso Campanella: "L'uomo può fare ciò che crede di poter fare".
 

Diego Fusaro: Perché l'Unione Europea‎ uccide le democrazie

Implosione europea - i popoli vogliono uscire da uesta prigione finanziaria

Le Pen, 'uscire da Ue ora è possibile'

E' una 'giornata storica, adesso la realtà si è imposta'

(ANSA) - NANTERRE (FRANCIA), 24 GIU - "E' una giornata storica, adesso la realtà si è imposta: uscire dall'Unione europea è possibile": queste le prime parole della presidente del Front National, Marine Le Pen, in una conferenza stampa nella sede del partito, a Nanterre, sulle conseguenze della Brexit.
 

Il Pd euroimbecille regala le farmacie al capitale finanziario, sono servi venduti

Ddl Concorrenza, tetto regionale del 20%  delle farmacie, questo il “paletto” al capitale

Ddl Concorrenza, tetto regionale del 20% delle farmacie, questo il “paletto” al capitale

Roma, 23 giugno – Hanno trovato piena conferma le anticipazioni delle scorse settimane (cfr. RIFday del 9 giugno scorso) in ordine alle misure da inserire nel ddl Concorrenza finalizzate a limitare “eccessi di invasività” delle società di capitale nella proprietà delle farmacie.
Habemus paxillum“, dunque, abbiamo il paletto, grazie a un emendamento presentato nella seduta della Commissione Industria del Senato di martedì scorso (qui l’intero resoconto) a firma dei due relatori Luigi Marino e Salvatore Tomaselli. La misura correttiva fissa nella percentuale del 20% del numero totale di farmacie presenti in una Regione o Provincia autonoma la quantità massima di esercizi che ciascuna società potrà possedere e controllare “direttamente o indirettamente”, prevedendo anche che l’Antitrust provveda a vigilare sul rispetto del tetto “attraverso l’esercizio dei poteri di indagine, di istruttoria e di diffida” attribuitigli dalle leggi.
Salvo improbabili ripensamenti dell’ultima ora che portino a correzioni di tiro in sede di presentazione dei subemendamenti (il cui termine sarà prevedibilmente molto ravvicinato, come auspicato dal relatore Tomaselli: l’obiettivo è infatti quello di chiudere l’esame del ddl Concorrenza entro la prossima settimana), sarà dunque questa la “diga” che dovrebbe impedire al capitale di “tracimare” nel retail farmaceutico del nostro Paese, con il rischio di dare vita a oligopoli di fatto.
In verità, la formulazione di quello che vorrebbe essere una sorta di  “barrage” al capitale in farmacia sembra sollevare perplessità all’interno della stessa Commissione, come testimonia la secca osservazione formulata nella seduta di martedì scorso dallo stesso presidente Massimo Mucchetti (nella foto),  ancora una volta non del tutto in linea con le scelte di maggioranza e governo sui contenuti del ddl Concorrenza (fu proprio lui, giusto per ricordare, a definirlo il classicotopolino partorito dalla montagna”).
Dopo aver ricordato il numero complessivo delle farmacie che operano in Italia, escludendo dal mazzo quelle rurali, in quanto “poco appetibili dal punto di vista degli investimenti societari”, Mucchetti ha infatti evidenziato come la fissazione di un tetto del 20% su base regionale consenta a un numero estremamente ridotto di società (basterebbero quattro, in ipotesi),  di “controllare il complesso delle farmacie italiane commercialmente appetibili“.
La preoccupazione del presidente della 10a Commissione, peraltro, ha subito  trovato conferma ed eco in una successiva notazione del relatore Marino, che ha in effetti riconosciuto come, nella mole degli emendamenti presentati all’art. 48 in materia di “paletti” al capitale, ve ne fossero  alcuni  che proponevano “un limite più rigoroso”.
La sensazione, insomma, è che il 48.100, così come formulato, non serva a scongiurare del tutto la preoccupazione che all’interno del servizio farmaceutico italiano il capitale possa recitare un ruolo preponderante, materializzando quel “rischio oligopolio” temuto e preconizzato da molte sigle di categoria, non solo quelle dei non titolari e delle parafarmacie (che agitano questo spauracchio ormai da più di un anno).
Molte riserve sono state infatti espresse anche dai titolari di farmacia, dove c’è chi – come il presidente di Federfarma Roma, Vittorio Contarina – nei giorni scorsi è arrivato a definire il paletto del 20% su base regionale
La quota del 20% sarebbe utile laddove rappresentasse il tetto per l’intera totalità delle società di capitali presenti in un determinato territorio, che non dovrebbe peraltro essere la Regione, ma il singolo comune o in alcuni casi la singola Asl” aveva sostenuto Contarina. “È infatti di tutta evidenza che se rimanesse su base regionale, la suddetta quota di farmacie in mano a una sola società si andrebbe preferibilmente a concentrare nelle grandi città. Un ‘paletto’ così formulato non solo sarebbe totalmente inutile, ma anche molto pericoloso in quanto la salute degli italiani verrebbe potenzialmente messa nelle mani di soli cinque soggetti, con conseguenze facilmente immaginabili.”
Il “paletto”, però, sembra essere proprio questo, almeno a leggere l’emendamento 48.100 proposto dai relatori. Che per comodità dei lettori, pubblichiamo integralmente qui di seguito.
Art. 48
Dopo il comma 1, inserire i seguenti:
“1-bis. I soggetti di cui al comma 1, lett. a), possono controllare, direttamente o indirettamente, ai sensi degli articoli 2359 e seguenti del codice civile, non più del venti per cento delle farmacie della medesima regione o provincia autonoma.”
“1-ter. L’Autorità garante della concorrenza e del mercato provvede ad assicurare il rispetto delle disposizioni del comma precedente attraverso l’esercizio dei poteri di indagine, di istruttoria e di diffida ad essa attribuita dalla legge 10 ottobre 1990, n. 287”.

http://www.rifday.it/2016/06/23/6294/