Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 24 giugno 2018

Siria e le sostanze chimiche

40 Tonnellate di sostanze tossiche scoperte nelle zone controllate dai "ribelli". La Russia accusa l'OPCW: "In Siria viola la convenzione sulle armi chimiche


Un rappresentante del Ministero della Difesa russo ha accusato l'OPCW di essere prevenuto a favore degli Stati Uniti e dei suoi alleati quando si tratta di indagare sui presunti attacchi chimici in Siria.

Più di 40 tonnellate di agenti tossici sono stati scoperti nelle aree liberate dall'esercito siriano secondo un rappresentante del Ministero della Difesa della Russia.

Il capo della Forze di Difesa Nucleare, Chimica e Biologica Igor Kirillov, ha dichiarato in una conferenza stampa che i suoi esperti hanno scoperto laboratori chimici clandestini e magazzini di sostanze tossiche appartenenti agli estremisti.

"Le autorità siriane più volte invitato l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche [OPCW] ad inviare i loro esperti a luoghi di rilevazione, ma questa organizzazione ha sempre risposto con un rifiuto, che ha attribuito a condizioni non sicure o respinto i risultati, come nel caso del cloro, dicono che era destinato alla disinfezione delle piscine", ha dichiarato l'alto militare russo, citato da Interfax.

Kirillov ha riferito che ha visitato la Siria più volte senza trovare piscine in tali dimensioni, notando che in diversi laboratori clandestini sono stati ritrovati attrezzature e reagenti fabbricati nell'Unione europea e in Nord America.

Inoltre, ha accusato l'OPCW di essere sbilanciata in favore degli Stati Uniti e dei suoi alleati nell'ambito delle indagini sulla presunta attacchi chimici in Siria e ha ammesso che il Ministero della Difesa della Russia è "abbastanza sicuro che uscirà fuori regolarmente il rapporto anti-siriano."

Infine, Kirillov ha accusato l'OPCW di violare le norme spiegando che "la natura remota delle indagini, così come la raccolta, l'analisi e l'uso di documenti ottenuti senza la presenza di specialisti nei luoghi del presunto uso di armi chimiche contraddice direttamente le disposizioni della Convenzione."

Fonte: Interfax
Notizia del: 22/06/2018

Traditore

Spuntano carte e prove bollenti, crolla l’impero di Napolitano: TG e media di regime nascondono la verità agli italiani sullo spread

Maurizio Blondet 22 giugno 2018 

(MB: Non ci posso credere. Ci sarebbe dunque un giudice a Milano?)

Alla sbarra i responsabili del crollo finanziario dell’Italia, per favorire il commissariamento del paese con la regia di Giorgio Napolitano? La prima banca tedesca, Deutsche Bank, con alcuni dei suoi ex top manager è indagata dalla Procura di Milano per la mega-speculazione in titoli di Stato italiani effettuata nel primo semestre del 2011. Operazione che contribuì a far volare lo spread dei rendimenti tra i Btp e i Bund tedeschi e a creare le condizioni per dimissioni del governo Berlusconi, a cui subentrò l’esecutivo di Mario Monti, con in tasca la ricetta “lacrime e sangue” per l’Italia, dalla legge Fornero sulle pensioni al pareggio di bilancio in Costituzione. Secondo l’“Espresso”, che ricostruisce la vicenda svelandone i dettagli, l’ipotesi di reato è la manipolazione del mercato, avvenuta attraverso operazioni finanziarie finite sotto la lente dei pm per un totale di circa 10 miliardi di euro

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Affari realizzati da Deutsche Bank dopo il crac della Grecia, quando la crisi del debito pubblico cominciava a minacciare altri paesi mediterranei, tra cui Italia e Spagna, scrive Marcello Zacché sul “Giornale”.

A onor del vero, scrive Zacché, l’indagine sul gruppo bancario di Francoforte è vecchia di due anni, avviata dalla Procura pugliese di Trani (già attivasi in altri procedimenti finanziari come per esempio quello contro le agenzie di rating). E nel

 

settembre scorso è arrivato l’avviso di conclusione delle indagini, con i magistrati pugliesi pronti a chiedere il rinvio a giudizio di cinque banchieri che guidavano il gruppo nel 2011 (tra cui l’ex presidente Josef Ackermann e gli ex ad Anshuman Jail e Jurgen Fitschen) e della stessa Deutsche Bank. Poi però non se n’era saputo più nulla. Ora invece si apprende che l’indagine è stata trasferita a Milano dalla Corte di Cassazione, per motivi di competenza territoriale, su richiesta dei difensori della banca. «Come noto – ricorda il “Giornale” – la vicenda riguarda la forte riduzione negli investimenti in titoli di Stato italiani avvenuta nei primi sei mesi del 2011, quando Deutsche Bank smobilitò 7 dei circa 8 miliardi dei Btp che deteneva, comunicando tutto soltanto il 26 luglio». Una notizia bomba, tanto che il “Financial Times” titolò in prima pagina sulla «fuga degli investitori internazionali dalla terza economia dell’Eurozona».

Ora l’indagine che i pm milanesi hanno riaperto ricostruisce l’intera serie di operazioni decise dalla banca tedesca. E, secondo l’accusa, emergerebbe che già alla fine dello stesso mese di luglio del 2011, Deutsche Bank aveva ripreso a comprare Btp (per almeno due miliardi) senza annunciarlo, mentre altri 4,5 miliardi di titoli italiani erano posseduti da un’altra società tedesca acquisita nel 2010 dalla stessa mega-banca. Il 26 luglio, dunque, «Deutsche Bank comunicò le vendite avvenute entro il 30 giugno, ma non gli acquisiti successivi», avendo quindi «venduto prima del crollo dei prezzi, e ricomprato dopo». Una speculazione «che sembra aver fatto perno sulla crisifinanziaria italiana, causandone poi anche quella politica». Mario Monti, incaricato da Napolitano, ha così avuto modo di fare quello che i “mercati” (la Germania) chiedevano da tempo: demolire la domanda interna del paese, il cui Pil è crollato di colpo del 10% insieme alla produzione industriale, calata vertiginosamente del 25% aprendo la porta all’acquisto, a prezzi di saldo, di alcune tra le migliori firme del made in Italy.

Giulio Sapelli - Euroimbecilli del nulla

VERTICE UE/ Migranti, l'eutanasia dell'Europa franco-tedesca

Per questa Unione Europea la politica non esiste. Sarà la crisi migratoria, contrappasso di una Tecnocrazia continentale a base economica, a sancirne la fine. GIULIO SAPELLI

23 GIUGNO 2018 GIULIO SAPELLI


LaPresse

Le cuspidi del capitalismo mondiale spesso si interrogano sulla possibile crisi e fine del capitalismo. Laddove si ritiene di essere seduti sulla cima del mondo, ci si pongono sempre i problemi ultimi. In primis il problema ultimo della sopravvivenza del potere. Il potere unisce con il suo anello l'economia alla politica ed è stata sempre la scelta politica in questi ultimi due secoli a rimandare la fine del capitalismo. Da Bismarck a Roosevelt al laburismo postbellico sino all'accordo tra la Cina e gli Usa, sotto la regia di Kissinger, per finire con la trappola afgana in cui sprofondò l'Unione Sovietica, è sempre stata la politica a salvare il capitalismo. L'economia non salva se stessa da sola, perché anch'essa nasce dal ventre della scelta politica. 

Questa assurdità marxista e liberista, l'assurdità dell'economia che fonda se stessa, è invece oggi divenuta la religione dominante dell'europeismo. Le borghesie compradore che dirigono l'Europa, ossia le borghesie transnazionali che hanno abbandonato le patrie e quindi le comunità politiche, sprofondando nell'illusione che si possa governare il mondo con l'economia e la tecnocrazia, sono giunte al punto finale e drammatico della loro stessa esistenza e con essa anche dell'esistenza dell'Europa dell'Unione Europea. Non dell'Europa giudaico-cristiana di Carlo Magno, ma di quell'Europa funzionalista che sottrae sovranità e comunità senza dar nulla in cambio ai popoli se non quella che Walter Benjamin chiamava la religione del capitalismo, che si è trasfigurata in religione dell'europeismo tecnocratico. 

Non è un caso che la piramide di questa religione atea sia franata per le scosse telluriche del vulcano su cui è seduta l'Europa dell'Unione Europea. Il vulcano dell'avanzata demografica ed economica africana e medio-orientale. Problema assolutamente politico e non economico e che può essere risolto solo con la politica e non con l'economia. 

Ma per l'Europa dell'Unione Europea, di Jean Monet, di Maastricht, di Lisbona, del Fiscal compact e in definitiva dell'ordoliberismus dispiegato, per quest'Europa dell'Unione Europea la politica non esiste. Ma questo vuoto va colmato e l'unica materia spirituale che può colmare i vuoti della politica è quella della tradizione, come ci insegnava il pensatore più attuale oggi: Edmund Burke. Di qui la disgregazione europea, in un sommovimento simile a quello che si produsse tra il Congresso di Vienna nel 1815 e la crisi orleanista del 1830, e poi quella rivoluzionaria del 1848. Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte fu una tragedia e la sconfitta della rivoluzione democratica europea arrestò il moto di progresso non solo dell'Europa ma di tutto il mondo. 

Oggi tutti cercano una soluzione economica alla crisi europea e pensano che far fare all'Europa intera la fine di una Grecia da cui la Troika si allontana tronfia e sazia, sia la soluzione, mentre invece altro non è che procrastinare la crisi imminente che già si sta volgendo sotto i nostri occhi. Sono le grandi migrazioni dinanzi alle quali l'Europa ordoliberista ha perso la testa e ha disvelato la sua incapacità. Esse altro non fanno che accelerare la crisi. 

Ancora una volta la crisi europea inizia là nelle pianure dei piccoli Stati della Mitteleuropa su cui Istavar Bibò ha scritto pagine memorabili che nessuno legge più. Il crollo dell'impero austro-ungarico sotto il maglio della potenza prussiana e del martello russo di nuovo fa sentire il suo rimbombo. L'odierna Francia tecnocratica è paralizzata e incapace di trovare una soluzione politica a se stessa e all'Europa. L'Italia si sta liberando dai ceppi che per un quarantennio l'hanno consegnata alla sua borghesia compradora, che non conosce né patria né misericordia. Di quest'ultima, però, parla tutti i giorni senza comprendere che pietà l'è morta.

Gli euroimbecilli dell'Unione Europea all'attacco della libera espressine, della libertà di pensiero

La pericolosa battaglia della Ue contro le “fake news” 

23 giugno 2018 


I recenti scandali che hanno coinvolto Facebook/Cambridge Analytica, nonché le pressanti accuse alla Russia di aver interferito nelle elezioni statunitensi e di alcuni paesi europei, hanno convinto la Commissione Europea della necessità di adottare quanto prima una serie di contromisure.

A tale scopo è stato creato l’HLEG, il gruppo di 39 esperti scelti dalla UE per sviluppare delle linee guida in materia di contrasto alla disinformazione, che nel marzo di quest’anno ha pubblicato un documento programmatico dal titolo “Un approccio multidimensionale alla disinformazione”.

Il testo, suddiviso il 5 capitoli e 1 allegato, costituisce il tentativo di questo gruppo di esperti di elaborare al meglio delle soluzioni in grado di limitare il fenomeno della disinformazione. All’interno del IV capitolo intitolato “risposte ed azioni” vengono esplicitati i cinque ambiti su cui l’HLEG reputa che si debba concentrare la risposta europea: 
Trasparenza: le piattaforme devono fare di più per aiutare i lettori ad identificare i contenuti sponsorizzati durante le campagne politiche, nonché per evidenziare chi siano i produttori delle informazioni. Viene richiesta, inoltre, l’introduzione di maggiori accortezze per segnalare se un messaggio sia amplificato artificiosamente grazie all’uso di bots o di utenti pagati a tale scopo. In aggiunta a ciò, i media dovrebbero dotarsi delle capacità di rispondere ad eventuali “reclami” dei lettori e di rettificare tempestivamente gli articoli o servizi contenenti informazioni non corrette. L’obiettivo finale, quindi, dovrebbe essere quello di mettere i “clienti” nelle condizioni di sapere tutto sull’origine delle informazioni che stanno consultando. Più delicata, invece, pare essere la proposta di fornire i dati online ai cosiddetti “fact-checkers” per aiutarli ad identificare gli “attori della disinformazione” e agli investitori pubblicitari per renderli in grado di valutare meglio chi si apprestano a sponsorizzare. 


Alfabetismo mediatico e delle informazioni: questa tematica andrebbe introdotta non solo nei curricula scolastici, ma anche in quelli degli insegnanti. Onde evitare un’eccessiva frammentazione e differenziazione dei programmi nei vari stati europei, la UE dovrebbe essere chiamata ad occuparsi di tracciare delle linee guida comuni a tutti i membri. 
Legittimazione di utenti e giornalisti: allo scopo di incrementare il controllo degli utenti sulle informazioni di cui entrano in possesso, dovrebbero essere sviluppati dei filtri in grado di agire sui contenuti mostrati. Contestualmente, ai giornalisti dovrebbe essere forniti degli “strumenti professionali ed automatici per la verifica dei contenuti”, nonché proposti dei corsi di formazione per individuare tempestivamente le notizie manipolate. Infine, viene ritenuto fondamentale finanziare dei “team di verifica” multidisciplinari con il compito di contrastare la disinformazione. 
Diversità e sostenibilità dell’ecosistema dei media: considerando gli investimenti del Dipartimento di Stato Americano per contrastare “gli sforzi stranieri per intromettersi nelle elezioni o seminare sfiducia nella democrazia”, anche l’Europa dovrebbe stanziare ingenti contributi a favore dei media per formare i giornalisti, rafforzare i fact-checkers e supportare la ricerca nel campo. L’obiettivo, in questo caso, sarebbe quello di aumentare la qualità del prodotto, ma garantire anche la sopravvivenza di stampa e televisioni, nonché l’adozione di nuove tecnologie e software anche in questo campo. 
Processo e valutazione: considerata la difficoltà di normare un tema così complesso, sia per la velocità con cui muta la situazione, sia a causa delle implicazioni in tema di diritti fondamentali, la soluzione migliore potrebbe essere quella di puntare sulla collaborazione fra diversi stakeholders e di demandare a loro la scrittura di misure di “self-regulation”. In particolare, viene ribadito che i social network rivestono un’importanza capitale nel plasmare, scientemente o meno, l’opinione pubblica, che spesso si affida ai loro algoritmi di scelta per informarsi. Alla luce di ciò, onde evitare di incorrere nella censura, non solo va riconosciuta l’importanza rivestita dai media tradizionali nella correzione delle informazioni errate, ma deve essere supportata la creazione di una “coalizione” che unisca tutte le categorie direttamente o indirettamente coinvolte nel fact-checking. Infine, per quanto riguarda questo settore viene proposta l’adozione di un piano in dieci punti, tra i quali spiccano quello relativo al controllo dei flussi di denari destinati o provenienti dalla disinformazione e quello concernente la collaborazione tra ricercatori/factchekers e social network, che dovranno fornire ai primi le informazioni utili alle loro attività. 


Quanto sopra, quindi, non è stato solo recepito, ma anche rilanciato dalla Commissione Europea tanto che Sir Julian King (Commissario per la Sicurezza dell’Unione) ha dichiarato che: “la trasformazione in armi delle fake news online e della disinformazione pone una seria minaccia alla sicurezza delle nostre società […] Le piattaforme internet devono giocare un ruolo vitale nel contrastare l’abuso delle loro strutture da parte di attori ostili”. Non stupisce, perciò, che Bruxelles sia pronta a lanciare un pacchetto di misure per “contrastare l’informazione online”. Stando a quanto reso pubblico sino ad ora, questo dovrebbe comporsi di 8 punti: 
Un codice deontologico sulla disinformazione: entro luglio le piattaforme online saranno chiamate ad adottarne uno allo scopo di 
  • Fare trasparenza sui contenuti sponsorizzati, soprattutto quelli politici, per i quali sarà ridotta la possibilità di targeting; 
  • Fare chiarezza sugli algoritmi [probabilmente quelli relativi alla comparsa delle informazioni] e permettere una verifica terza; 
  • Rendere più facile agli utenti accedere a punti di vista alternativi; 
  • Introdurre misure per chiudere gli account fake e contrastare i bot 
  • Permettere a fact-checkers, ricercatori e pubbliche autorità di monitorare costantemente la disinformazione. 
  • Un network europeo indipendente di fact-checkers con il compito di stabilire dei parametri comuni e occuparsi di coprire la più ampia fetta possibile di notizie; 
  • Una piattaforma online europea sicura sulla disinformazione per supportare il network di fact-checker e ricercatori con una collezione di dati e analisi comunitari; 
  • Supporto all’alfabetismo mediatico, con lo scopo di aiutare gli europei ad identificare la disinformazione online. Contestualmente fact-checker e organizzazioni della società civile saranno chiamate a fornire materiale educativo alle scuole; 
  • Supporto agli stati membri per garantire la resistenza contro le minacce cyber durante le elezioni; 
  • Promozione di sistemi identificativi online volontari per migliorare la tracciabilità e l’identificazione dei “fornitori di informazioni”; 
  • Supporto per un’informazione diversificata e di qualità: la Commissione invita gli stati membri ad aumentare il proprio supporto al giornalismo di qualità; 
Una politica coordinata di comunicazione strategica che combini le iniziative attuali e future in materia di contrasto alle “false narrative sull’Europa”. 


La strategia europea sulla disinformazione, comunque, non dovrebbe rimanere limitata alla carta, ma stando a quanto dichiarato sinora è possibile diventi operativa a partire dall’autunno 2018.

Quest’accelerazione verso una normativa stringente in tema di fake news e media, comunque, anche se ufficialmente va a riempire un vuoto legislativo, sembra in realtà essere direttamente collegata alla diffusa paura che la Russia sia in grado di manipolare l’opinione pubblica continentale grazie alle sue emittenti televisive, radio e agenzie di stampa. Come riporta il Washington Post, ad esempio, la East Stratcom Task Force (il gruppo creato da Bruxelles per contrastare la “disinformazione russa”) ha individuato circa 3800 articoli “ostili” prodotti dal Cremlino.

Il problema, però, è che all’interno di questa “hall of shame” sono stati inseriti anche 3 quotidiani olandesi che avevano semplicemente riportato delle opinioni sull’Ucraina contrarie a quelle considerate accettabili dall’Unione Europea, nonché gli italiani TG5 e Linkiesta.

Nonostante questi “incidenti di percorso”, comunque l’East Stratcom Task Force continua ad incontrare il favore della Commissione, tanto che ha ottenuto un ulteriore incremento dei fondi erogati per 1,5 milioni di euro.

Valutazioni e rischi

Alla luce di quanto sopra è possibile fare alcune considerazioni. La prima è certamente che è possibile attendersi un aumento della pressione della UE sul tema della disinformazione, il che dovrebbe necessariamente spingere gli Stati membri a riflettere sull’opportunità di normare in maniera così dettagliata un settore tanto delicato come quello dei media, che coinvolge direttamente liberta di pensiero, espressione e informazione.


Oltre a ciò, andrebbe anche chiarito meglio il ruolo di fact-checkers (comunitari o privati) che, allo stato attuale delle cose, hanno il potere di decidere cosa è “vero” da cosa, invece, è “propaganda” e che, a quanto si apprende, saranno in grado di ottenere i dati direttamente da social network e motori di ricerca per compiere le proprie valutazioni.

Si tratta di un aspetto di non poco conto se consideriamo che in un prossimo futuro le loro valutazioni potrebbero incidere non solo sulla possibilità dei lettori di accedere a fonti d’informazione presenti nella black list, ma anche sulla stessa capacità dei media di sopravvivere finanziariamente, dato che, almeno nei piani dell’HLEG, le piattaforme dovrebbero mettere in primo piano i siti d’informazione più qualificati. Oltre a ciò, colpisce il fatto che questa strategia europea, palesemente orientata verso la Russia, non consideri invece la propaganda degli altri attori, nostri alleati o competitors, interessati ad influenzare la politica europea, come le Monarchie del Golfo, gli USA e la Cina.

Infine, viene da chiedersi come sia possibile insistere sul giornalismo di qualità quando il settore sta conoscendo una crisi senza precedenti soprattutto in paesi come l’Italia, dove non vi è ricambio generazionale, le testate continuano a chiudere e le retribuzioni restano estremamente basse.

Foto: Agen SIR, Ebitnews ed EAVI

Gaza la prigione a cielo aperto - cecchini ebrei continuano ad uccidere, mutilare

Report da Gaza. Ancora un dattero e…

22.06.2018 - Gaza - Patrizia Cecconi

(Foto di Patrizia Cecconi)

Ancora un dattero e una tazzina di caffè amaro. Tante donne, tanti bambini. E fuori, sulla strada in cui affaccia il viottolo che porta a quella che era la casa di Zakaria, due lunghe file di sedie occupate da ragazzi e uomini di tutte le età. E anche qui bambini. Bambini che vanno e vengono e si fermano un momento accanto al grande poster col viso sorridente del giovane martire e poi riprendono il loro andare e tornare.
Hamas ha messo le sue bandiere verdi più grandi ed evidenti delle altre, ma lo sanno tutti che il giovane Zakaria, 15 anni il prossimo 22 luglio, faceva semplicemente parte del popolo delle tende e la sua famiglia tutte quelle bandiere le prende solo come omaggio al suo sacrificio.
Quanti datteri ho mangiato in questi mesi, uno alla volta, tutti dello stesso tipo, mai un madjoul o altre specie, sempre i piccoli e dolcissimi datteri chiari e morbidi. Sia che il martire fosse un uomo, sia che fosse una neonata o un ragazzino o una ragazza. Una volta ho chiesto il perchè, e la risposta è stata “per restituire al sangue gli zuccheri che precipitano per il dolore e poi riprendere la forza per vivere” che nel contesto significa la forza per lottare.
Zakaria Sayed Bashbash viveva nel campo profughi di Al Maghazi, nel distretto di Deir el Balah, zona centrale della Striscia, e quel giorno in cui il cecchino l’ha colpito era con la sua famiglia, insieme al “popolo delle tende”, a chiedere il rispetto delle Risoluzioni Onu che Israele ignora e calpesta. Succedeva più di settimane fa, tanto ha impiegato a morire nonostante gli sforzi incredibili dei medici.

Credevamo fosse l’ultima vittima in ordine di tempo ma mentre scriviamo arriva notizia che un altro ragazzo, anche lui ferito circa un mese fa non ce l’ha fatta, si chiamava Ghasan e ci dicono avesse 24 anni. Agonia e speranza che hanno accompagnato e stanno ancora accompagnando le vite appese a un filo di tanti feriti dalle armi dei tiratori scelti israeliani. Hanno sempre colpito dimostranti disarmati o al più armati di fionda che anche un bambino di intelligenza media e mente onesta capisce che si tratta di “un’arma” simbolica e non certo letale. Ma Israele ha potere assoluto, sui suoi valletti dell’informazione, di decretare cosa sia arma e quindi di chiamare “risposta” alle armi nemiche i suoi continui massacri. Israele è un paese al di fuori della legalità internazionale, e questa non è un’opinione ma un fatto, eppure paesi come il nostro, e ben prima dell’ultimo governo, ne sono partner in scambi culturali e commerciali e seguitano a inserirlo nella rosa dei paesi democratici e a rispettarlo o addirittura ad omaggiarlo come successo per l’ultimo Giro d’Italia che ha fornito l’unzione allo schiaffo che Trump ha dato al mondo (e non solo ai palestinesi) rispetto al tentato “furto di Gerusalemme”.

Eppure, basta avere sguardo libero per capire che il popolo di Gaza sta insegnando al mondo come sia possibile combattere contro un nemico mostruosamente più potente e seguitare a farlo utilizzando solo creatività, a volte eccezionale, fatta di così piccole cose che il nemico non riesce a neutralizzare nonostante le sue potentissime armi. Gli aquiloni con la codina accesa, i palloncini-mongolfiera ed ora addirittura i condom riempiti di elio e lasciati volare oltre la linea dell’assedio portando appesa una fiammella che non uccide nessuno ma che dice all’assediante che una fiammella può dar fuoco a un campo con molto minor dispendio di denaro di quanto fanno gli aerei israeliani che irrorano di diserbante i campi gazawi per distrugerne il raccolto. Di questo la schiera dei valletti mediatici non parla eppure ci sono documenti a profusione ed anche video che riprendono le micidiali irrorazioni di diserbanti effettuate ancora pochi giorni fa.
I genitori, gli amici, i fratelli dei ragazzi uccisi queste cose le vivono come continue ingiurie (infatti lo sono) e violenze che il mondo ignora e allora si affidano alla creatività e proseguono la loro grande marcia portando con sé le foto dei martiri.

Oggi, nel campo di al Bureji sarà portata la foto di Zakaria Bashbash, colpito alla schiena da un proiettile che gli ha perforato il colon e lo stomaco e che ha reso inutili gli sforzi dei medici dello Shifa hospital prima e del S.Joseph hospital di Gerusalemme poi. Tra le tante donne che accompagnano il lutto della famiglia c’è una zia che prende la parola per dirci che i medici e gli infermieri di Gaza sono degli eroi, stanno lavorando senza stipendio da mesi e provano a fare miracoli. Poi, aprendo il suo smartphone, mi mostra il ritratto di un ragazzo bellissimo, berretto in testa e sorriso da Hollywood, e mi dice che era il cugino di Zakaria, suo figlio. Lei è sua zia, e suo figlio è stato ucciso quattro anni fa. Anche la donna più anziana che siede a sinistra della mamma del giovane martire prende la parola e dice che anche lei ha perduto due figli nello stesso modo. Volgo gli occhi alla mia destra e capisco che molte delle altre donne vogliono dirmi la stessa cosa. Guardo la mia interprete, una giovane donna di una sensibilità e una perspicacia incredibili. Credo colga nei miei occhi una richiesta d’aiuto perché non so cosa dire se non le solite frasi di vicinanza affettuosa che però sento inadeguate e che mi si strozzano in gola. Lei fa un cenno con la testa a una ragazza seduta nel cerchio delle donne e un attimo dopo mi viene offerto un altro dattero. Quanti datteri hanno mangiato nella loro vita queste donne per riprendere a vivere “normalmente” dopo i tanti assassinii dei loro figli?
Approfitto della presenza del padre per spostare l’attenzione sui sogni di Zakaria e dei suoi fratelli, il più grande di 24 anni e la più piccola, Dima, di sei anni. Quest’uomo, che sì e no arriva a 45 anni, mi dice che i suoi figli sono nati nel campo come lui stesso e sua moglie e che il loro sogno primario è, e lo era anche per Zakaria, quello di una vita libera fuori dalla gabbia imposta da Israele. Solo questo, una vita libera. Il ragazzo che oggi verrà portato alla grande marcia in foto era tra le tende, lontano qualche centinaio di metri dalla rete a sognare una vita libera, eppure per due volte hanno provato a spezzare il suo sogno, la prima con un tear gaz sulla testa che però lo aveva solo ferito, e la seconda con un proiettile che ha raggiunto lo scopo.

Chi non conosce la struttura degli accampamenti della grande marcia e, soprattutto, chi è irretito dalle cronache (da lontano) dei vari inviati che però a Gaza non ci stanno, potrà credere alle tante bugie su cui galleggia Israele. Ma la verità è che i cecchini colpiscono a qualunque distanza e lo fanno per invalidare o per uccidere e questo è nelle loro regole d’ingaggio.
Nonostante ciò sia chiaro a tutti i manifestanti, e nonostante la stanchezza per una manifestazione che va avanti da quasi tre mesi, e nonostante Hamas, facilitato in questo da Israele fin dal primo momento, ci stia mettendo il cappello, la grande marcia è una vera manifestazione di popolo e quando i genitori delle giovani vittime alla domanda “e ora cosa pensate di fare?” rispondono regolarmente come hanno risposto la mamma e il padre di Zakaria “seguitiamo ad andare e lo portiamo con noi. Non possiamo lasciarlo solo, non possiamo tradirlo” , allora si ha ulteriore conferma che questa battaglia per i palestinesi segna un momento storico.

Una cosa Israele non ha capito, né hanno capito i suoi valletti. L’abbiamo scritta tante volte ma la nostra voce non è sufficientemente forte da essere ascoltata come e dove vorremmo, comunque la ripetiamo. Israele ha tre vie di fronte a sé: o li uccide tutti, ma è abbastanza difficile che riesca a farlo, o entra finalmente nell’alveo della legalità internazionale, o non avrà pace perché neanche tutte le sue 137 atomiche, né il suo potentissimo esercito riusciranno a eliminare il suo vero nemico: l’insopprimibile richiesta di giustizia e di libertà che viene dal popolo palestinese.

Intanto sta finendo la preghiera di mezzogiorno e il popolo di Gaza comincia ad andare alla grande marcia dove già è atteso dal “popolo delle tende”, quello che staziona più o meno stabilmente lungo il confine e ricorda il nome del proprio villaggio o città d’origine con un banner sulla propria tenda. La giornata di oggi è dedicata ai feriti. Si alzeranno in volo altri aquiloni e altri palloncini. Altre fiammelle attraverseranno la rete portando il loro messaggio: rompete l’assedio perché amiamo la vita e vogliamo la libertà, costi quel che costi. Un po’ come il ritornello di un nostro canto partigiano che si concludeva così “perché se libero un uomo muore, cosa importa di morir“.

sabato 23 giugno 2018

Gli Stati Uniti hanno invaso la Siria. La rivoluzione a pagamento prima, l'Isis dopo non sono serviti per domare il popolo e allora ci vanno direttamente loro

Gli USA in procinto di completare la costruzione di una nuova base militare in Siria


Gli Stati Uniti stanno ultimando la costruzione di una base militare vicino alla città di Manbiy, nel territorio siriano settentrionale, secondo una fonte curda.

Un comandante delle Forze Democratiche siriane (FDS), a maggioranza curda, ha rivelato oggi all'agenzia di stampa russa Sputnik, che gli Stati Uniti stanno portando a termine la fase di costruzione della loro nuova base militare nelle aree sotto il controllo delle milizie curde nel nord della Siria.

Helil Bozi, il comandante in questione, ha spiegato che, con questa, Washington avrebbe tre basi militari in aree vicino a Manbij, le altre due si trovano sulla strada che raggiunge Aleppo (nord) e Eyn Dedat, nei pressi di Fiume Sajir.

"La nuova base militare statunitense si trova vicino all'ingresso della città nel distretto di Medah. Gli Stati Uniti hanno già due basi militari a Manbiy, una sulla strada che arriva ad Aleppo e l'altra a Eyn Dedat, vicino al fiume Sajir ", ha aggiunto Bozi.

Tuttavia, il comandante curdo-siriano ha rifiutato di fornire maggiori informazioni sulla nuova base USA mentre non ha fornito dettagli sul numero di truppe statunitensi che sarebbero state schierate nella nuova base militare, sebbene abbia confermato che i militari degli Stati Uniti saranno incaricati di garantire la sicurezza della base e delle aree circostanti.

Attualmente, gli Stati Uniti hannoa diverse basi militari, specialmente a Deir Ezzor, nella Siria orientale, e con i già citati 2000 soldati, che collaborano con le forze democratiche siriane, presumibilmente per mettere fine ai terroristi presenti nell'area, l'intento principale è contrastare le forze del governo siriano.

Il governo siriano, guidato da Bashar al-Asad, che sta mettendo fine definitivamente ai gruppi terroristici grazie all'aiuto di Iran e Russia, ha sempre denunciato la presenza militare illegale degli Stati Uniti nel suo territorio.

Fonte: Sputnik
Notizia del: 22/06/2018

Gianni Riotta uno dei campioni del Pensiero Unico del Politicamente Corretto va in completa confusione

Gianni Riotta scoperto a diffondere fake news sulla Russia



Ma Gianni Riotta non era membro del “Gruppo alto livello per la lotta alle fake news” costituito dall’Unione Europea? Speriamo che abbia il buon gusto di dimettersi ora che, al pari di un dottor Jekyll - mr. Hyde, le fake news è stato scoperto a diffonderle.

Ecco il suo tweet e, sopra, la pronta risposta dell’ambasciata russa in Italia




A questa risponde Riotta linkando l’articolo di un giornale russo (che – detto per inciso - ha la stessa credibilità che qui da noi ha Lercio o La Stampa) e che rimanda ad un documento scritto in cirillico (lingua che, evidentemente, Riotta non conosce)



Pronta risposta dell’ambasciata russa: 1) MoscowTimes non è una fonte ufficiale 2) Nell'ordinanza si parla del sequestro di materiale a potenziali terroristi, non certo "a chi critica Putin", come Lei ha scritto 3) Speriamo che si trovi bene nel nostro Paese, buon lavoro!



Alla quale risponde Riotta il quale, invece di scusarsi di non conoscere la lingua di documenti che pretende di usare come “prova”, citando questa volta l’FBI, addita al pubblico ludibrio una “fabbrica di Fake News” ubicata al n. 55 di via Savushkina San Pietroburgo.

Dove, magari c’è solo una pizzeria.

Francesco Santoianni

Salvini non ha paura perchè una gran massa d'italiani non hanno paura degli euroimbecilli

“CIO’ CHE RENDE PERICOLOSO SALVINI”

Maurizio Blondet 22 giugno 2018 

Il parere di Wolfgang Munchau, condirettore del Financial Times, primo commentatopre per gli affari dell’Unione Europea:

W. Munchau

“La paura dell’isolamento ha conformato la posizione dell’Italia nella UE. Ciò che rende Salvini così pericoloso non è il suo estremismo, ma la sua assenza di paura.

La paura dell’isolamento [nella UE] resta nel DNA dei commentatori politici italiani.

La vera minaccia viene da un’improvvisa mancanza di paura. E’ la paura dell’isolamento che ha mantenuto l’Italia in riga durante i decenni, e prona ad accettare normative che erano manifestamente contro l’interesse del paese, come il bail-in [che fa pagare ai depositanti il fallimento delle banche, ndr.] e anche il Fondo Salva Stati [a cui l’Italia contribuisce per 40 miliardi] .

Ciò che rende Matteo Salvini così pericoloso per la UE è la sua totale mancanza di paura. E’ una categoria di politico insubordinato che Angela Merkel non ha ancora mai incontrato all’interno della UE.

Abbiamo visto due importanti nomine che hanno stupito alcuni osservatori. Quella di Claudio Borghi alla Commissione Bilancio e qulla di Alberto Bagnai alla Commissione Finanze. Sono due euroscettici. Hanno scritto e pubblicato molto sull’uscita dell’Italia dall’euro.

Se si contemplerà una riforma del trattato, come minimo questo governo italiano chiederà la fine del fiscal compact e delle restrizioni connesse.

L’Italia sta approntando, senza paura delle conseguenze, una vera guerra diplomatica. “Sappiamo che potremmo non ottenere niente, ma siamo convinti che non arretreremo, anche a costo di isolarci”.


“Il vero pericolo per la UE dall’Italia non è un ipotetico piano per uscire dall’euro, o una presa di posizione più dura sull’immigrazione: queste sono categorie di pericolo già note.

La vera minaccia è invece la improvvisa perdita della paura. È la paura dell’isolamento che ha tenuto in riga l’Italia nel corso dei decenni e l’ha portata ad accettare misure palesemente contrarie all’interesse del Paese, come la direttiva sulle banche o il Meccanismo Europeo di Stabilità, almeno per come è costruito. Ciò che rende Matteo Salvini così pericoloso per l’Ue è la sua completa mancanza di paura...” (da Eurointelligence di Munchau, Financial Times, 22 giugno 2018. Segnalato dal Prof. Sergio Cesaratto).

E così ieri:

“La UE non può più dare per scontato che l’Italia continui a sottoscrivere accordi che non sono nel miglior interesse del paese, come il Meccanismo Europeo di Stabilità o la direttiva bancaria. La situazione è mutata.”

(da Eurointelligence di Munchau, Financial Times, 21 e 22 giugno 2018

22 giugno 2018 - Diego Fusaro: Il paradosso di Rousseau

Alexander Dugin - l'identità è il valore fondante di ogni popolo

Alexander Dugin: «L’Italia è l’inizio della grande rivoluzione populista che cambierà il mondo»

Il filosofo russo Alexander Dugin, amico del presidente Putin e sostenitore dei movimenti populisti non ha dubbi: “La lotta contro il mondialismo atlantista passa di qui” e con questa l’Europa troverà la libertà, anche grazie all’aiuto della Russia

23 Giugno 2018 - 07:45

Questo non è un momento storico come gli altri. Questo è il momento in cui ha inizio la «grande rivoluzione anti-liberale»: quella del popolo contro le élite, del diritto del cittadino contro il diritto dell’uomo, dell’identità nazionale contro la non-identità globale. In altre parole, come spiega il filosofo russo Alexander Dugin, controverso ma notevole personaggio dell’estrema destra russa, è l’ennesimo scontro tra “civiltà di mare” (mercantile, dinamica) e “civiltà di terra” (statica, tradizionale). Scontro che in questo caso cambierà le sorti dell’Europa e, si immagina, del mondo intero.

Arriva a Milano per presentare insieme al filosofo Diego Fusaro il suo ultimo libro, Putin contro Putin, edito dalla casa editrice Aga. Dugin è noto per aver elaborato una Quarta Teoria Politica (che supera fascismo, comunismo e liberalismo) ma soprattutto per la sua vicinanza al presidente russo Vladimir Putin («Non tanto mia – precisa – quanto delle mie idee»). E sono idee piuttosto chiare, in paricolare in geopolitica: «per l’Europa questo è il momento migliore» perché «oggi ha la possibilità di ritrovare la sua sovranità, il suo ruolo del mondo». Può ancora «ritornare libera» – ma, come è intuibile, non liberale – «proprio grazie all’aiuto della Russia»

Partiamo proprio da qui: cosa intende quando parla dell’aiuto della Russia?
Come è noto, dal punto di vista geopolitico ci sono tre poli: gli Usa, con la loro enorme potenza, l’Europa, che in passato è stata indipendente e sovrana e ora è diventata una colonia strategica degli Stati Uniti – è questo il senso della parola “atlantismo”, nata proprio con il dominio americano – e infine la Russia. Un terzo polo che non è europeo né asiatico ma eurasiatico: una novità rispetto al dualismo della Guerra Fredda. Ora: oggi la Russia è più debole rispetto ai tempi dell’Unione Sovietica, ma più forte rispetto ai tempi di Eltsin, in cui rischiava il crollo. Non ha più una funzione di dualismo contro gli Stati Uniti (ruolo che tocca alla Cina) e, soprattutto, non rappresenta più un pericolo né una sfida per Europa e Stati Uniti. È nella posizione di essere, invece, la sua salvezza.

Cioè?
Oggi, con Trump al governo negli Stati Uniti e con una Russia forte ma non minacciosa, l’Europa ha la possibilità di ristabilire il suo ruolo geopolitico. E per questo credo che questo sia il momento ideale. Non si tratta di abbandonare gli Usa per abbracciare la Russia, come sarebbe potuto succedere durante la Guerra Fredda. No: la Russia non ha né le pretese né le risorse, per occuparsene. L’Europa può, oggi, affermarsi con un suo ruolo indipendente sia dagli Stati Uniti che dalla Russia. Ma seguendo un suo cammino di sovranità sull’esempio dato dalla Russia.

Ma come funzionerebbe questa riaffermazione di indipendenza? L’Europa, oltre a essere poco libera, non è nemmeno unita.
Ad esempio, attraverso la formazione “Grande Europa” immaginata da Putin, che arrivi dall’Atlantico fino a Vladivostok. In altre parole, con un’alleanza tra Eurasia ed Europa occidentale. Perché ciò avvenga, gli alleati naturali sarebbero alcuni Stati europei importanti, cioè i francesi e tedeschi, che sono il centro del continente. Del resto è da tempo che la Russia cerca rapporti e contatti più stretti, soprattutto con la Germania e, in via politica con la Francia. Stava quasi per realizzarsi un asse Berlino-Parigi-Mosca in occasione della guerra in Iraq, ma poi è fallito. E il motivo è sempre lo stesso. I nemici, in particolare, sono sempre gli stessi.

I populismi distruggeranno questa Unione Europea. Ormai è impossibile fermarli: la Ue non è più rappresentativa e non lo può nemmeno essere perché non corrisponde ai desideri e alla volontà del popolo

E chi sono?
Gli atlantisti, i globalisti, i mondialisti che mantengono il controllo sull’Europa. E il risultato logico è la sua decadenza, il suo declino. È per questo che i Paesi più sovrani, cioè quelli che vogliono affermarsi come europei, hanno già cominciato la loro rivolta contro questa Unione Europea.

Paesi “più europei” perché portano avanti un europeismo anti-Ue?
Esatto. L’Unione Europea deve uscire da questa situazione indefinita, in cui è contesa dal polo atlantista e filo-americano, e un altro polo che – attenzione – non è russo, ma è europeo. Vive un’esitazione tra due posizioni come durante la Guerra Fredda, quando oscillava tra America e Russia, ma stavolta oscilla tra America (intesa come polo atlantico) ed Europa, intesa come l’Europa delle radici. Oggi l’Unione Europea non è più europea e non vuole essere europea. E questa è la vera origine delle tensioni drammatiche tra Italia e Ue, tra Italia e Germania.

Mi faccia capire: esiste un’Europa più europea e una meno europea?
Diciamo che l’Europa ha perso la sua identità geopolitica. E allora l’attitudine negativa, quasi distruttiva, da parte di Italia, Austria, Ungheria (l’altra Europa) è la logica conseguenza dell’assenza di volontà e di strategia di autoaffermazione da parte delle istituzioni centrali.

E la soluzione quale sarebbe?
Semplice. Il ritorno dell’Europa a una strategia sovrana e indipendente da Usa e da Russia. Questi piccoli sovranismi nazionali cui assistiamo non si riconoscono nell’Europa globalista, ma chiedono un ritorno al sovranismo europeo. I primi passi, per fortuna, li abbiamo visti con le parole della cancelliera tedesca Angela Merkel sull’immigrazione. O con l’annuncio dato da Francia e Germania di voler organizzare un Consiglio di Sicurezza diverso da quello della Nato. Sono tendenze politiche generali, ma chiare.

Ma questi “piccoli sovranismi nazionali” non promuoveranno piuttosto interessi locali?
Dipenderà da cosa faranno Francia e Germania. Se cambieranno il loro atteggiamento nei confronti degli Usa, riaffermando la loro volontà di indipendenza e sovranità, allora cambieranno anche i sovranismi nazionali. Se al contrario continueranno con la linea attuale, allora i populismi distruggeranno questa Unione Europea. Ormai è impossibile fermarli: perché la Ue non è più rappresentativa, non lo può nemmeno essere perché non corrisponde ai desideri e alla volontà del popolo. Oggi la democrazia liberale si definisce come il potere delle minoranze non elette sulla maggioranza dei cittadini. Quelle fanno i colpi di stato contro la Costituzione, le maggioranze reagiscono allora votando i Salvini, i Di Maio, le Marine Le Pen, o i Kurz. Destra o sinistra, non conta più. È una rivolta di popolo contro le élite, cioè contro le minoranze che vogliono difendere apertamente gli interessi delle minoranze. Se questa è la nuova forma della democrazia, ecco, al popolo non piace.

Per i liberali l’identità una cosa da distruggere. Ma distruggere l’identità significa distruggere il popolo: da qui nasce il populismo, che altro non è che l’accusa fatta al popolo di essere popolo.

In tutto questo però ci sono anche i migranti, spesso al centro di questo scontro.
È il punto simbolico più grande. I migranti sono il caso in cui una questione tecnica e marginale, cioè la gestione dell’immigrazione, rivela un contrasto ideologico insanabile.

Quale?
Questo: l’ideologia liberale dominante si fonde sull’assimilazione dell’uomo con il cittadino. È, in altre parole, l’effetto dell’ideologia dei diritti dell’uomo. Secondo questa visione, ogni essere umano gode di particolari diritti universali. Questa posizione ideologica ha come conseugenza che gli Stati siano obbligati a trattare tutti, anche gli stranieri e gli immigrati, come se fossero loro cittadini.

È così.
Ma questa è solo l’applicazione pratica di un’ideologia più ampia, che invece vuole distruggere e assimilare le tradizioni, le culture e le storie dei popoli. E allora il popolo ha una reazione: sarà pure viscerale, sarà organica, ma va al punto perché ha una sua origine politica, ideologica, metafisica. Resiste, anzi combatte questa ideologia. E allora succede che il semplice migrante, la semplice nave che li trasporta – elementi che di per sé non avrebbero alcun interesse sociale – diventano in questo campo di battaglia qualcosa di più grande: il segno della grande scelta di radicalità di questa civiltà.

Si spieghi meglio.
I liberali insistono in questa ideologia di forte ostilità al popolo. Per loro il popolo è una cosa negativa, perché è rischioso e incontrollabile e, se male indirizzato, potrebbe portare all’instaurarsi della dittatura o al governo di un leader forte. Allora la lotta che oggi viene fatta dalle élite contro Salvini, Di Maio e Orban altro non è che la lotta contro l’idea, sì, l’idea, che l’identità sia una cosa positiva. Per i liberali difendere il valore dell’identità di un cittadino o difendere l’identità nazionale costituisce il peggior male possibile, una cosa da distruggere. Ma distruggere l’identità significa distruggere il popolo: e da qui nasce il populismo, che altro non è che l’accusa fatta al popolo di essere popolo.

Ma gli altri reagiscono.
Eccome. Noi stiamo vedendo, di fronte a questa repressione, la reazione dei sovranisti: ebbene, questo è l’inizio della grande rivoluzione anti-liberale. Non è una correzione del liberalismo, no: è l’inizio della grande lotta sistematica dei popoli contro le élite liberali, contro le ideologie portate avanti dai Clinton, da Obama, da Soros, contro la promozione della globalizzazione sociale e politica. Non – e sia chiaro – non contro il controllo dell’immigrazione. Quello, come ho già detto prima, è solo un aspetto tecnico che si trova a rivestire una dimensione metafisica decisiva.

Metafisica?
Sì: oggi l’Europa decide il suo “Essere o non essere”: cioè essere un’Europa con identità, o non essere Europa. Perché senza identità l’Europa non è Europa: è solo un territorio, come l’Africa, o l’Antartide.

Il Rinascimento è la forma culturale assoluta: e l’identità italiana è nella sua radice un’identità rinascimentale

L’Europa decide, ha detto. Ma, nel concreto: a chi tocca davvero questa scelta?
Oggi decide chi governa e proprio questo è il problema: è il popolo o è l’élite a governare? Si può dire che ci siano, in realtà, due governi: quello del popolo, rappresentato legittimamente in Italia, in Ungheria e in Austria, e quello europeo, che decide ogni volta in senso opposto. Questo è interessante. È l’inizio della lotta politica della nuova generazione, anzi della politica stessa della nuova generazione che – secondo me – dovrà portare alla creazione del populismo integrale.

In cosa consiste?
Un populismo che non sia né di destra né di sinistra, ma rappresentativo del popolo. Oggi in Italia assistiamo a una novità politica importante, un primo passo, cioè un’alleanza tra destra e sinistra. Già questo è notevole: cosa sarebbe successo se Marine Le Pen si fosse alleata con Jean-Luc Mélénchon? Il caos. O Donald Trump con Bernie Sanders? Sarebbe scoppiato tutto il sistema. O se Syriza si fosse unita ad Alba Dorata? Avrebbero cacciato la Grecia da tutto, sia dall’euro che dall’Unione Europea. E invece, ecco: in Italia è successo. Per la prima volta si supera la divisione destra-sinistra. Ha vinto Salvini, che con le sue felpe e le sue magliette ha contribuito a far smetter di demonizzare il populismo, e anche Di Maio. Insieme a loro ha vinto anche il popolo, in questa nuova lotta contro le élite per ritrovare la propria identità.

Ma dove si trova l’identità di un popolo?
Nella sua cultura.

Quale cultura, però? In Italia, ad esempio, in molti casi è espressione dal dominio americano: film, riviste, magazine. Come si fa a definire identitario un tratto culturale e non identitario un altro tratto culturale?
È una questione aperta. L’Europa è, come ho già detto, una colonia strategica, economica e culturale dell’America. Il problema è che con la politica di Donald Trump le cose sono cambiate: oggi l’Europa è una colonia che non desta più alcun interesse nella madrepatria. Un fatto deplorevole, per usare la celebre espressione di Hillary Clinton. E gli europei che si considerano globalisti, di conseguenza, sono i veri deplorables. Che cosa occorre fare con loro? Non lo so: non è un problema che c’è in Russia. Anche da noi esistono questi deplorables ma sono pochissimi e non decidono niente. Hanno rappresentanza in Parlamento, certo. Esistono. Ma non decidono. Del resto noi siamo russi, siamo orgogliosi della nostra cultura .

I russi hanno recuperato un’identità culturale precedente al comunismo. Gli italiani fin dove nel passato dovrebbero andare?
Questa è una cosa che devono decidere gli italiani. A quale cultura dare valore? Quale aspetto percepito come “italiano” occorre promuovere? Quale mondo di idee recuperare? Non ve lo posso dire io: sono russo. Se lo facessi sarebbe un atteggiamento globalista, razzista, mondialista.

Certo, ma come intellettuale cosa suggerirebbe?
Per me il Rinascimento italiano è la forma culturale assoluta. Ha avuto effetti grandissimi su tutti gli altri popoli, anche su noi russi. Io adoro il Rinascimento e credo che l’identità italiana (poi magari mi sbaglio) sia nella sua radice un’identità rinascimentale. Non medievale. Credo anche che il Risorgimento sia la continuazione del Rinascimento in un altro ciclo storico.

Nel Rinascimento però l’Italia non era unita.
No, certo. Aveva e ha ancora grande varietà al suo interno, con gruppi diversi etnicamente e culturalmente. In questo senso è una ricchezza, ma una ricchezza organica, con i tedeschi sulle Alpi e i francesi valdostani e valdesi, o i siciliani, che sono del tutto diversi. Invece, la diversità data dai rifugiati che non vogliono accettare e comprendere la vostra cultura e i vostri valori è una diversità anti-organica e pericolosa. Se li accettassero e li studiassero non vedo allora nessuna ragione per rifiutarli, no?

Parliamoci chiaro: noi russi conosciamo bene la dittatura, sappiamo bene come è fatto l’autoritarismo, lo abbiamo vissuto. Il regime di Putin è la cosa più democratica che abbiamo mai avuto

E il cattolicesimo non costituisce un fattore identitario importante?
Certo. È la forma più importante dell’identità tradzionale europea e latina. Ma anche qui: ci sono molte forme di cattolicesimo e di cattolicità. Gli italiani, se vorranno, dovranno scegliere la forma più importante per loro. Io ritengo che quella Rinascimentale fosse molto ricca e, soprattutto, non è modernizzata. È diversa e può ancora dare molto.

Una domanda su Putin. Anzi: sul dopo-Putin. Chi verrà, secondo lei, dopo di lui?
Putin è una figura simbolica: nessuno comprende Putin, lui è totalmente nascosto. Essendo un simbolo ha un ruolo fondamentale nel contesto internazionale: con il suo esempio mostra il cammino da seguire per far rinascere il Paese.

In che senso?
Al tempo di Eltsin la Russia versava in una situazione disperata, conseguenza diretta dell’adesione al liberalismo. Putin con il suo intervento ha corretto la direzione, senza però instaurare una dittatura o portare in auge il nazionalismo, o un autoritarismo vero. Parliamoci chiaro: noi russi conosciamo bene la dittatura, sappiamo bene come è fatto l’autoritarismo, lo abbiamo vissuto. Il regime di Putin è la cosa più democratica che abbiamo mai avuto.

Messa così, è vero.
Putin ha corretto questa democrazia attingendo a un bagaglio culturale tipicamente russo, e per questa ragione ha ricevuto grandi apprezzamenti. Ora credo che siamo arrivati nel mezzo del cammino della restaurazione del Paese. Il cambiamento definitivo arriverà dopo di lui.

E come sarà?
Non è sicuro. È possibile che continui in questo modo, solo con più velocità. Oppure ci sarà di nuovo una fase di decadenza e un ritorno al disordine dell’epoca di Eltsin. Putin, dal canto suo, non ha fatto nulla per garantire la continuazione del suo corso. Questo è un pericolo sia per noi che per gli altri Paesi, perché una Russia forte e sovrana serve a tutti, anche agli Usa. Senza un controllo organizzato sul nostro territorio sarà il caos: si pensi solo al controllo del nostro arsenale atomico. La Russia di oggi, che esiste nelle sue forme e nei suoi limiti attuali, è un bene per tutti. Anche perché, come dicevo all’inizio, rappresenta una via di salvezza per i Paesi che vogliono tornare a essere liberi. Non russi, ma liberi.

Luigi Di Maio d'accordo con Tria, si agli investimenti pubblici che devono obbligatoriamente essere scorporati dal debito pubblico. 100 miliardi annuo d'investimento per 5 anni

Di Maio: debito pubblico cala con flat tax e reddito cittadinanza

"Sono d'accordo con Tria: la strada è investire non tagliare"

Lussemburgo (askanews) – “Il debito pubblico lo si deve ridurre con una ricetta; l’unica ricetta che non funziona è quella degli ultimi anni che lo ha fatto aumentare cioé l’austerity, i tagli ai servizi essenziali dei cittadini. Se veramente vogliamo ridurre il debito pubblico dobbiamo fare gli investimenti, aumentare la domanda interna col reddito di cittadinanza e fare una riforma fiscale con la flat tax”. Lo ha detto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, il vicepremier Luigi Di Maio, a margine del Consiglio europeo dei ministri del Lavoro in Lussemburgo.

“Se riusciremo a fare questo – ha concluso – il debito pubblico calerà, altrimenti continueremo a seguire la ricetta dell’austerity degli ultimi anni. Io sono pienamente d’accordo con quello che ha detto Giovanni Tria e, sia nel Def sia nel nostro contratto di governo, c’è chiaramente indicato che la strada per ridurre il debito pubblico è investire e non tagliare”.

Ebrei bruciano, uccidono, distruggono

VIDEO. Decine di israeliani festeggiano la morte di un bambino palestinese bruciato vivo

Maurizio Blondet 22 giugno 2018 

(L’Antidiplomatico)
Decine di israeliani si sono radunati fuori dal tribunale dove era in corso un’udienza sulla morte del piccolo palestinese Ali Saad Daubasha dove hanno ‘festeggiato’ la sua morte.

Gli estremisti israeliani si sono riuniti martedì scorso davanti a un tribunale nella città di Al-Lod – nei territori palestinesi occupati – dove si è svolto il processo contro gli autori della morte di Ali Saad Daubasha.
“Dov’è Ali? Si è bruciato. Dov’è Ali? È morto È bruciato”, hanno gridato alcuni israeliani mentre altri ridicolizzarono la famiglia Daubasha, secondo quanto riporta il quotidiano israeliano ‘The Time of Israel‘.

In un video girato lo stesso giorno, si vedono diversi israeliani scandire slogan contro la famiglia Daubasha mentre i soldati e i poliziotti schierati non solo non fanno nulla ma sembrano proteggerli.
Parlando al quotidiano israeliano, lo zio del bambino defunto ha criticato le forze militari del regime israeliano e ha assicurato che, in una situazione simile in cui la vittima fosse stato un israeliano, le autorità del regime avrebbero dato una risposta violenta ai palestinesi che avessero osato insultarli.

Uno degli autori della strage

Nel luglio 2015, un bambino di 18 mesi, Ali Saad Daubasha, è stato bruciato vivo(nella foto uno degli autorid ella strage). Nove giorni dopo, il padre del ragazzo, Saad, è morto all’ospedale Soroka, dove era stato curato per le ustioni sull’80 percento del suo corpo. Più tardi, anche la madre del bambino palestinese ha perso la vita a causa della gravità delle sue ustioni. Suo fratello maggiore, di 4 anni, ha riportato gravi ustioni in oltre il 70% del suo corpo ed è attualmente sottoposto a trattamento medico.

Finora, sono ancora in corso processi contro i responsabili dell’attacco, anche se le autorità israeliane si sono finora rifiutate di annunciare un verdetto e, a quanto pare, una sentenza potrebbe essere rinviata, dato che i giudici israeliani sostengono che le confessioni degli accusati sono state estorte “in condizioni di tortura”.

Fonte: The Times of Israel

Lo stop e go degli tassi d'interessi che periodicamente effettua la Fed serve solo alla finanza globalizzata, puntualmente si scarica sui popoli anche quello statunitense

Schroders: premesse per una recessione Usa

di Pieremilio Gadda
22 giugno 2018

Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina – ma anche tra Stati Uniti e Unione Europea, Canada, Messico – hanno tenuto banco nella prima metà del 2018 e sembrano destinate a rimanere protagoniste della scena internazionale anche nei mesi a venire. Probabilmente questa lotta a suon di dazi sulle importazioni non sfocerà in una vera e propria guerra commerciale, ma è probabile che la tensione si ripercuota negativamente sul commercio globale e sulle spese in conto capitale.

Questa riflessione, unita a un inizio d’anno a rilento per le economie di molti Paesi e all’aumento dei prezzi petroliferi, ha indotto Schroders a ritoccare al ribasso le previsioni di crescita globale per il 2018 – dal 3,5% al 3,4% - e per il 2019 – dal 3,3% al 3,2% - con la previsione di un rallentamento del ritmo dell'attività nel corso dell'anno prossimo: è la prima volta che succede da settembre 2016.

Allo stesso tempo, proprio alla luce dell’aumento dei prezzi del petrolio, la casa d’investimento britannica ha anche rivisto al rialzo le stime sull'inflazione per il 2018 al 2,7% (dal precedente 2,4%).

Intanto, sul fronte delle politiche monetarie, le banche centrali dei Paesi sviluppati sembrano destinate a convergere verso un atteggiamento più restrittivo di qui ai prossimi due anni, in scia alle mosse della Federal Reserve. “In base alle nostre previsioni, l’Istituto di Washington dovrebbe procedere con altri due rialzi dei tassi di 25 punti base quest'anno e con due ulteriori in quello successivo, mentre i Fed funds sono attesi intorno al 3% entro la metà del 2019”, spiega Keith Wade, chief economist e strategist di Schroders.

La Banca centrale europea da parte sua ha annunciato che il quantitative easing si concluderà alla fine del 2018. In Giappone la Bank of Japan dovrebbe rivedere i propri obiettivi di controllo della curva dei rendimenti nel quarto trimestre dell’anno: l’aumento dei rendimenti a livello globale mette infatti sotto pressione il target dello 0% per i titoli di Stato giapponesi.

Non tutti però remano nella stessa direzione. In Cina, l'inflazione bassa e le preoccupazioni sulla liquidità spingono la Banca centrale verso una politica monetaria di segno opposto: la BPoC sta infatti allentando il coefficiente di riserva obbligatoria e abbassando i tassi di riferimento. Il costo del denaro dovrebbe infine aumentare in India nel 2018 e in Brasile nel 2019. “In questo contesto, il dollaro statunitense dovrebbe rafforzarsi ulteriormente nel breve periodo, prima di indebolirsi nel 2019 quando le Banche centrali al di fuori degli Stati Uniti inizieranno a restringere la propria politica monetaria”, riflette Wade.

“Una politica monetaria più restrittiva e la fine degli stimoli fiscali lasceranno un buco nella domanda statunitense nel 2020, il che renderà altamente probabile una recessione”, osserva Wade. Una simile dinamica sarebbe coerente tra l’altro con un ulteriore appiattimento e inversione della curva dei rendimenti dei Treasury nel 2019.

Siria - Gli irlandesi nel Golan a difendere gli ebrei e ad impedire che Damasco si riprenda il suo territorio. La difesa della Rivoluzione a Pagamento, terroristi e tagliagole continua da parte del civile occidente


Siria, arrivano gli irlandesi:
saranno schierati nel Golan

GIU 22, 2018 

Le truppe irlandesi tornano dopo quattro anni in territorio siriano, precisamente nel Golan. A darne notizia, il quotidiano irlandese The Journal, che cita fonti della Difesa di Dublino. 

Una notizia che potrebbe apparire secondaria, ma che invece può avere un significato molto preciso per comprendere l’evoluzione del processo di stabilizzazione del Sud della Siria. Lì, dove procede l’avanzata dell’esercito siriano per riconquistare le ultime sacche in mano ai ribelli.

I membri del 57esimo gruppo di fanteria delle Irish Defense Foces rientreranno nella parte siriana delle alture del Golan dopo che, nel 2014, furono trasferiti a Camp Ziouani, nella parte israeliana delle Alture. Si vocifera che il trasferimento possa avvenire già entro la fine dell’anno.

Il ministro della Difesa, Paul Kehoe, non ha ancora dato il suo semaforo verde. Il ministro aveva infatti informato il governo che dovevano ancora essere soddisfatti alcuni requisiti logistici, sanitari e soprattutto per l’accesso alle vie di entrata e di uscita dalla base di Camp Faouar. Ma sembra che sia tutto in dirittura d’arrivo.

Lo scopo della missione sarà quello proprio della missione Undof (United Nations Disengagement Observer Force) delle Nazioni Unite. Il 57esimo gruppo di fanteria irlandese controllerà tutta la zona di disimpegno fra le forze di Israele e quelle della Siria, ma avrà anche compiti di pattugliamento e scorta dei convogli umanitari. 

Perché la notizia è un segnale importante

Il ritorno degli irlandesi a Camp Faouar a fine anno, può indicare due cose. O che entro la fine del 2018 le forze siriane avranno di nuovo preso il controllo dell’area che va da Daraa a Quenitra. Oppure che comunque l’offensiva avrà avuto termine, ma che sia stata bloccata. In ogni caso, sarà un’area sicura. Le forze sono state trasportate in territorio israeliano quando tutto sembrava perduto: l’area era diventata troppo pericolosa.

Ma adesso, con la possibilità di una riconquista da parte delle forze di Bashar al Assad, le forze della missione Onu possono ritornare. Questo potrebbe avere anche un’altra importante declinazione: che esiste un accordo per il ripristino dello status quo ante e per la fine di ogni possibile operazione di guerra nelle Alture del Golan.

Se arrivano le forze internazionali significa che gli scontri potrebbero terminare e che l’Onu si frappone come forza garante.

Altra conseguenza, è che si muovono le pedine per evitare che quell’area di confine torni a essere una possibile zona di conflitto fra Israele e Siria. Gli israeliani non vogliono che le forze di Hezbollah e gli iraniani siano nella regione vicina al confine con lo Stato ebraico. Per ottenere questo risultato, hanno bisogno di forze che si inseriscano come garanti.

Certo, se ci saranno di nuovo le forze Undof, è evidente che Israele non potrà colpire. Ma è anche altrettanto evidente che le forze dell’esercito siriano non potranno intervenire per riconquistare il Golan, obiettivo vociferato da più parti nella Difesa siriana e in quella israeliana. Le Alture, occupate da Israele da decenni, sono ancora una ferita aperta nel cuore siriano. Ma le esercitazioni continue nel Golan da parte delle forze israeliane sono state un segnale importante.

Un maggiore intervento dell’Onu può essere l’unica soluzione per evitare che si torni a combattere per l’area. Probabilmente è una soluzione che piace più all’Occidente che agli alleati della Siria. Damasco non può apprezzare la presenza internazionale all’interno di quello che ritiene essere suo territorio sovrano.

Ma la speranza è che, in qualunque caso, si possa evitare l’evoluzione di una nuova fase di guerra in quella regione. Soprattutto in un periodo di enormi tensioni fra Iran e Israele e con la Russiache sta facendo ogni sforzo per evitare che la sua strategia cada sotto i colpi delle tensioni fra Teheran e Tel Aviv.

La Germania si è mangiata la Grecia e Tsipras è un traditore della patria


La Germania ha guadagnato miliardi
dalla crisi che distrutto la Grecia

GIU 22, 2018 

La Germania ha guadagnato miliardi dalla crisi che ha colpito la Grecia e che ha portato il popolo greco nel baratro dell’indigenza. A rivelarlo non sono movimenti euroscettici, né leader populisti né governi antitedeschi, ma direttamente il governo di Berlino, in risposta a un’interrogazione parlamentare promossa dai Verdi.

Da quanto si è potuto comprendere, le casse della Germania hanno guadagnato circa 2.9 miliardi di euro come conseguenza indiretta della crisi greca. Guadagni scaturiti, in gran parte, come risultato del programma di acquisto di titoli di debito greci da parte della Banca centrale europea.

Il meccanismo funziona così. Dal 2010 la Germania ha acquistato obbligazioni di Atene come parte di un accordo dell’Unione europea per sostenere l’economia greca. Le obbligazioni furono acquistate dalla Bundesbank e poi trasferite al tesoro statale.

L’accordo originale tra Berlino e Atene prevedeva che qualsiasi interesse guadagnato sulle obbligazioni sarebbe stato restituito alla Grecia quando avrebbe adempiuto ai suoi obblighi sulle riforme. Solo che è successo qualcosa che ha cambiato sensibilmente le carte in tavola.

Fino al 2017, la Bundesbank aveva guadagnato utili su quegli interessi pari a 3.4 miliardi di euro. Ma ne ha trasferiti molti di meno alla Grecia. 527 milioni nel 2013 e 387 milioni nel 2014, lasciando un utile di 2 miliardi e mezzo. A questi, si devono poi aggiungere 400 milioni di interessi maturati grazie a un prestito della KfW Bankengruppe (KfW), la Banca per lo sviluppo.

Dati che hanno provocato la rabbia dei Verdi, i quali da sempre chiedono alla Germania di allentare la morsa sul debito greco come gesto per far ripartire l’economia di Atene. “La Germania ha tratto notevoli benefici dalla crisi greca, non è accettabile che il governo consolidi il bilancio tedesco con i benefici della crisi greca”, ha detto il portavoce del gruppo parlamentare verde Sven-Christian Kindler.

Secondo Kindler, i greci hanno mantenuto le loro promesse sulle riforme facendo tagli dolorosissimi, ma “ora è il momento del gruppo euro di mantenere le sue promesse”. Ed è un attacco rivolto soprattutto alla Germania che, insieme ad altri Paesi dell’Europa settentrionale, ha sempre voluto mantenere il pugno duro nei confronti della Grecia. 

Ieri, i ministri dell’eurozona hanno finalmente dato il via libera all’atteso taglio del debito pubblico greco. Il governo ellenico è stato “promosso”. Atene ha fatto quello che doveva fare, con 88 riforme sanguinose che l’Europa ha ritenuto necessarie per completare il piano di aiuto ai creditori. L’Ue sborserà l’ultima tranche di prestiti di circa 15 miliardi ed è stato esteso di 10 anni il termine per la scadenza dei prestiti. 

“Questo è un momento storico per la Grecia e per l’Eurozona”, ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici. Sì, ma a quale prezzo? Come ricordato su questa testata, dal 2010 ad oggi “il potere d’acquisto è crollato del 24%, il 21,2% della popolazione, certifica Eurostat, vive in estrema povertà, il doppio del 2008. Lo scorso anno 130 mila persone, il 333% in più del 2013 hanno rinunciato alle eredità lasciate dai parenti perché non avevano i soldi per pagare le tasse”.

Alexis Tsipras non può certo cantare vittoria. Può solo sommessamente dire grazie ai suoi creditori, così come il popolo greco può provare a pensare di nuovo a un futuro di speranza. Ma i guadagni, cinici, della Germania sul debito greco dimostrano, ancora una volta, di cosa sia fatta questa Unione europea. 

Fare cassa su un popolo affamato, per giunta alleato e partner di un’Unione come quella europea, dimostra che l’Europa germanocentrica non è una realtà del mondo populista, ma uno scoglio per chiunque possa pensare a una Ue diversa. La Grecia, al collasso, che ha bisogno di soldi più di chiunque altro, vede il Paese economicamente più forte lucrare sul suo debito: lo stesso per cui sono morte persone, attività e imprese.