Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 26 maggio 2019

E' guerra vera è guerra totale, niente illusione - Gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra ma sono completamente impreparati. Dilettanti allo sbaraglio

INNOVAZIONE, PRIMO PIANO
Vi racconto la guerra digitale tra Cina e America

di Guido Salerno Aletta
26 maggio 2019



L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

La battaglia tecnologica tra Usa e Cina prosegue senza esclusione di colpi. Ma davvero non si capisce come stiano reagendo i soggetti industriali ai diktat della Presidenza Trump.

È degli scorsi giorni la notizia che l’americana Google non fornirebbe più alla Cinese Huawei gli aggiornamenti al sistema operativo Android. Verrebbero rescissi quindi gli accordi di utilizzo della licenza d’uso per il futuro, e negati gli accessi a Google Play Store. Anche la piattaforma di posta elettronica Gmail sarebbe inibita a coloro che utilizzano uno smartphone di marca Huawei.

Che cosa accadrà davvero, è incerto. Bisogna quindi assolutamente usare il condizionale.

Per capire che cosa sta succedendo, occorre ripercorrere le strategie americane nella New Economy, dove si combattono conflitti globali mentre si sviluppa il business.

Ronald Reagan mise alle corde l’URSS, potandola al disfacimento, senza sparare un solo colpo di cannone: puntò sul finanziamento delle tecnologie della informatica e delle telecomunicazioni, finanziando in modo praticamente illimitato l’avanzamento tecnologico americano attraverso il programma militare denominato “Scudo Spaziale”: missili americani, guidati da rilevamenti satellitari, comunicazioni ed elaborazioni dati in tempo reale e sistemi GPS, avrebbero neutralizzato qualsiasi attacco nucleare sovietico.

La Russia non aveva risorse sufficienti per rispondere a questa nuova sfida: il suo mercato era piccolissimo al confronto. Gli Usa contavano sull’intero Occidente per mettere a frutto questi sviluppi tecnologici: iniziava l’era di Internet, il sistema sovietico si sbriciolava.

Fu così che, sulla base delle tecnologie sviluppate per fini militari, negli anni Novanta si procedette alla liberalizzazione dei sistemi di telecomunicazioni ed alla integrazione di Internet nelle vecchie reti telefoniche, che adottarono il protocollo TTP/IP. In pratica, gli Usa avevano conquistato il dominio globale dell’ICT. Da Microsoft ad Apple, con i motori di ricerca come Google e sistemi di posta elettronica come Gmail, fino ai colossi dell’E-commerce come Amazon, l’economia mondiale si è digitalizzata. Anche il sistema dei pagamenti si è trasformato, con piattaforme che consentono transazioni immediate.

Il paradigma americano si fondava sulla illusione di poter sostituire la New Economy alla Old Economy: ogni clic, si immaginava negli anni Novanta, sarebbe stato fatturato. Ogni invio di posta elettronica avrebbe portato, anche facendolo pagare appena un centesimo di dollaro, a guadagni colossali. Ogni bit di informazione ricevuta sarebbe stato fonte di incassi per gli ISP. Mai previsione fu più lontana dalla realtà: in rete, tutto diviene gratuito, dalla musica alle notizie, dai film alle transazioni.

Il modello di business su cui erano stati raccolti capitali da tutto il mondo fece gonfiare la bolla del Nasdaq: ma delle migliaia di dot.com che erano state quotate a prezzi stratosferici ne rimasero in piedi molto poche. Purtroppo, 
gli Usa avevano intrapreso una strada senza ritorno: nel 2001, proprio mentre scoppiava la bolla del Nasdaq, veniva spalancato alla Cina il mercato occidentale della Old Economy.

Nel corso di vent’anni, la Cina è diventata la fabbrica del mondo, attraverso una competizione prima di prezzi 
e poi anche di qualità imbattibile. 
Sono passati dal monopolio dei giocattoli e delle biciclette, copie a poco prezzo delle manifatture occidentali, alla realizzazione di prodotti via via sempre più sofisticati nel campo delle elettronica, sbaragliando la concorrenza.

I Cinesi, come pure i Russi, già da tempo hanno preso una serie di contromisure: Google, ad esempio, non è abilitata in Cina; In Russia, è già pronto un sistema che isola dall’esterno la rete internet; l’Americana Amazon ha un suo omologo cinese, Baizu. Anche il sistema delle transazioni finanziarie SWIFT, basato negli USA, ha trovato da parte di Cina e Russia un sostituto per evitare che un blocco di questa piattaforma, come sta succedendo con l’Iran per via delle sanzioni, renda impossibile le transazioni.

La guerra digitale era nell’aria, da anni.

La verità è che 
da almeno due decenni l’economia occidentale ha smesso di fare investimenti produttivi. 
Al massimo, ha sviluppato i brevetti per gli apparati, le architetture informatiche, i sistemi operativi, lasciando che fosse l’industria cinese a realizzare industrialmente i device, dagli smarphone ai tablet, dalle apparecchiature di rete ai sistemi radio.

La Cina può sostituire la vendita degli apparati americani come quelli di Apple, alla quale ha imposto un dazio, con altri fabbricati all’interno. Rimane fortemente dipendente dai brevetti tecnologici americani, come la piattaforma Android, che è installata in oltre l’80% degli smartphone.

Il fatto è che il mercato cinese è enorme, e che per le imprese americane non è affatto facile rinunciarvi: dare seguito immediato alle disposizioni dell’Ordine Esecutivo del Presidente Trump potrebbe determinare cadute rovinose dei titoli in Borsa.

Ecco perché ci sono tentennamenti, distinguo e precisazioni. 
Anche sul 5G, il fronte europeo non è affatto unanime nel mettere al bando Huawei.
 Le industrie europee, da Nokia ad Ericsson, sono pronte a dare battaglia, ma la loro cooperazione con Huawei non consente loro di rendersi completamente indipendenti.

Gli Usa, che erano partiti all’attacco negli anni Ottanta, ora si trovano a dover giocare in difesa.

Stavolta, gli Usa non hanno di fronte la concorrenza dell’URSS, uno Stato già fortemente sbilanciato sulle spese militari e senza un mercato interno e di riferimento indispensabili per sostenere lo sviluppo delle nuove tecnologie. 
La Cina ha beneficiato dei brevetti americani per vent’anni, ha oltre un miliardo e trecento milioni di abitanti, ed ha un radicamento commerciale esteso in tutto l’Occidente, Europa compresa.

Dallo Scudo Spaziale di Reagan alla Emergenza per la sicurezza nazionale di Trump.

Guerre Mondiali Digitali.

(Estratto di un articolo pubblicato su teleborsa.it)
 

13 maggio 2019 - Gaiani:"L'unica salvezza per l'Iran è dotarsi della bomba atomica"

Banca Etruria - Il Partito dei Giudici strumento operativo del Sistema massonico mafioso politico protegge chi ha partecipato alla truffa organizzata e voluta dei risparmiatori

Banca Etruria, la Corte d'appello revoca 200mila euro di sanzioni Consob a Bronchi

L'ex direttore generale non pagherà perché i provvedimenti sono stati considerati illegittimi: "emessi all'esito di un procedimento di contestazione iniziato dopo la scadenza dei termini normativamente previsti"

Redazione Arezzo Notizie
25 maggio 2019 10:39


Banca Etruria, la Corte d'appello revoca 200mila euro di sanzioni Consob a BrSanzioni inflitte dalla Consob revocate dalla Corte di Appello di Firenze. Luca Bronchi, ex direttore generale di Banca Etruria non dovrà più pagare 200mila euro. La sentenza è stata pubblicata ieri.

"Il collegio della prima sezione, presieduto dal giudice Giovanni Sgambati - scrive l'agenzia AdnKronos - ha accolto le opposizioni presentate dall'avvocato Roberto Angeloni del foro di Roma, difensore di Bronchi, che aveva impugnato i tre provvedimenti sanzionatori della Consob". Non solo, la Corte di Appello ha anche condannato la Consob al pagamento delle spese legali, per 30mila euro. Nel dettaglio l'avvocato Angeloni ha sostenuto nell'opposizione l'illegittimità dei provvedimenti adottati dalla Consob perchè "emessi all'esito di un procedimento di contestazione iniziato dopo la scadenza dei termini normativamente previsti". Secondo l'agenzia di stampa, il difensore di Bronchi "ha dimostrato che dal luglio 2012 o quantomeno dal maggio 2013"Consob conosceva i problemi che ruotavano intorno all'operazione di aumento di capitale Banca Etruria perchè erano stati segnalati dalla Banca d'Italia a seguito di un'attività ispettiva, con una nota trasmessa il 24 luglio 2012".

Le sanzioni erano state irrigate da Consob il 12 luglio 2017. Si trattava di sanzioni pecuniarie per complessivi 200 mila euro nei confronti di Luca Bronchi, per tre diverse cause: "carenza informativa sul prospetto per l'offerta delle azioni in occasione dell'aumento di capitale (80mila euro di sanzione); mancata adozione di iniziative finalizzate a garantire la mappatura degli strumenti finanziari emessi da Banca Etruria con la conseguente impossibilità di valutare l'adeguatezza degli strumenti stessi rispetto ai bisogni ed alle esigenze della clientela (50mila euro di sanzione); mancata informazione nella documentazione di offerta relativa ai prestiti obbligazionari (70mila euro di sanzione)".



https://www.arezzonotizie.it/cronaca/corte-revoca-sanzioni-consob-bronchi.html



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24 maggio 2019 - DIEGO FUSARO: Uscire dalla UE, creare una internazionale di Stati sovran...

sabato 25 maggio 2019

La guerra si avvicina velocemente - Ancora una volta gli statunitensi mandano soldati a invadere un'altro paese del Medio Oriente, l'arroganza o la pochezza è talmente grande che neanche riescono a motivare

Gli Stati Uniti stanno inviando 1.500 soldati per affrontare una minaccia dall'Iran che non spiegherà nemmeno



Posted On: May 24, 2019
Posted By: Sofia Bianchi

US Army Pfc.Jacob Paxson e Pfc.Antonio Espiricueta, entrambi della Compagnia B (“Mestieri della Morte”), 2 ° Battaglione, 6 ° Reggimento di Fanteria, assegnato al 1 ° Battaglione della Task Force, 35 ° Reggimento Corazzato, 2a Brigata Combat Team, 1a Divisione Corazzata, forniscono sicurezza da un angolo di strada durante un piede pattugliamento a Tameem, Ramadi, Iraq.Tech.Sgt.Jeremy T. Lock / US Air Force
Il Segretario alla Difesa Patrick Shanahan ha rivelato giovedì che il Dipartimento della Difesa sta considerando l’invio di ulteriori truppe in Medio Oriente per affrontare l’Iran.
Non è chiaro quanti truppe potrebbero essere diretti in quel modo, però.
Proprio come il presidente Donald Trump ha respinto un rapporto del New York Times secondo cui la sua amministrazione stava considerando l’invio di 120.000 soldati nella regione, Shanahan ha respinto i rapporti di Reuters e dell’Associated Press che suggerivano che il Pentagono intendeva inviare rispettivamente 5.000 e 10.000 soldati.
Visita la homepage di Business Insider per altre storie.

Tra le notizie secondo cui gli Stati Uniti potrebbero inviare ovunque da 5.000 a 120.000 truppe addizionali in Medio Oriente per affrontare l’Iran, il Segretario alla Difesa facente funzione Patrick Shanahan ha offerto la prima conferma pubblica giovedì che potrebbe essere necessaria ulteriore forza lavoro.

Shanahan ha detto ai giornalisti al Pentagono giovedì che il Dipartimento della Difesa sta studiando i modi per “rafforzare la protezione della forza”, spiegando che questo “potrebbe comportare l’invio di truppe aggiuntive”, ha riferito la CNN.

Rimane poco chiaro il numero di truppe che potrebbero essere dirette in quel modo.

Il New York Times ha riferito poco più di una settimana fa che l’amministrazione Trump stava considerando l’invio di almeno 120.000 soldati statunitensi in Medio Oriente tra le crescenti tensioni con l’Iran. Trump ha chiamato il rapporto “false notizie” il giorno seguente ma ha avvertito che se l’Iran vuole combattere, invierà “un sacco di troppe altre truppe”.

Per saperne di più:Trump dice che manderebbe “molto di più” di 120.000 soldati per combattere l’Iran se si dovesse arrivare a

Mercoledì, Reuters ha riferito che il Pentagono intende spostare 5.000 soldati in Medio Oriente per contrastare l’Iran.L’Associated Press ha detto che il numero potrebbe arrivare fino a 10.000.

Shanahan ha confutato queste relazioni giovedì mentre si è rifiutato di dire quante altre truppe potrebbero essere richieste.“Mi sono svegliato questa mattina e ho letto che stavamo mandando 10.000 soldati in Medio Oriente e abbiamo letto più recentemente 5.000 non ci sono 10.000 e non ce ne sono 5.000 Questo non è accurato”, ha detto, secondo Voice of America .

Gli Stati Uniti hanno già inviato il gruppo d’attacco della USS Abraham Lincoln, una task force di B-52H Stratofortress, bombardieri a lungo raggio, una nave d’assalto anfibia e una batteria di difesa aerea e missilistica nell’area di comando del comando centrale degli Stati Uniti. .

Per saperne di più:Gli Stati Uniti stanno inviando un sacco di potenza di fuoco per affrontare l’Iran – ecco che tutto ha preso il via

Queste risorse sono state dispiegate in risposta a ciò che il CENTCOM ha definito “chiare indicazioni che le forze paramilitari iraniane e iraniane stavano facendo i preparativi per attaccare forse le forze statunitensi nella regione”.L’esatta natura della minaccia non è chiara, poiché il Pentagono non ha ancora spiegato pubblicamente la minaccia.

Fonte immagine: https://morguefile.com/ (https://morguefile.com/)
 

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - Gli Stati Uniti arrivano all'appuntamento assolutamente impreparati da qui la proroga di 90 giorni/sei mesi. Huawei è più avanti nel 5G ed è difficile che anche stati europei rinunciano ad essere tra i primi a utilizzare questa tecnologia. Per Google è l'inizio del tramonto del suo monopolio. La cultura millenaria della Cina vince sull'incultura degli Stati Uniti

Mondo, Primo Piano
Come e perché Trump non sta vincendo la guerra a Huawei

di Daniela Coli
25 maggio 2019



Tutte le ultime novità sull’offensiva degli Stati Uniti contro il colosso cinese Huawei, la posizione degli Stati europei, la reazione del gruppo di Pechino e l’analisi di Bremmer. L’approfondimento della professoressa Daniela Coli

Dopo il bando di Trump contro Huawei, Google ha bloccato Android, utilizzato sugli smartphone cinesi e Intel, Qualcomm e Broadcomm hanno deciso di cessare di fornire nuovi chip al colosso tecnologico cinese, ma ci sono produttori di chip che continueranno a rifornire 
Huawei, che ha annunciato il lancio di un proprio sistema operativo (OS) questo autunno. 
Tra questi l’azienda tedesca Infineon, nata da Siemens, la multinazionale nipponica Panasonic, con imprese in UK e in Europa. Continuerà a rifornire di tecnologia Huawei anche il più grande chipmaker a contratto del mondo, TSMC, di Taiwan, che è certo di non poter essere sanzionato dagli Usa.

Occorre, quindi, cautela, a fare il funerale di Huawei. Si è parlato molto delle contromisure cinesi: vendita di buoni del tesoro Usa, bando di esportazioni dei preziosi minerali delle terre rare cinesi senza le quali l’industria hi tech Usa scomparirebbe. Per non parlare delle 
170 aziende calzaturiere americane in Cina da Adidas a Nike fino a Puma, che hanno messo in guardia l’amministrazione Trump dalle conseguenze disastrose degli aumenti dei dazi americani su questi prodotti che avrebbero prezzi proibitivi per i consumatori americani. 
Ma forse la migliore rivincita cinese non è tra queste.

Sappiamo da Niall Ferguson (The Times, 19 maggio) che il 58% degli americani repubblicani e democratici considera la Cina un nemico, perché teme possa superare gli Usa e, quindi, Trump ha accontentato molti elettori del 2020. 
L’accusa di spionaggio a Huawei fa un po’ sorridere dopo le rivelazioni di Edward Snowden sulla NSA e le notizie che già Obama usò i maghetti di Google per vincere le elezioni. 
La mossa contro Huawei di Trump è venuta dopo il fallimento del deal con la Cina, su cui il tycoon contava per le elezioni del 2020.

Il deal è fallito, perché 
la Cina non ha accettato le condizioni di Trump, ha eliminato il 30% delle richieste Usa. 
Perché lo ha fatto? Non temeva una rappresaglia di Trump su Huawei, pubblicizzato dovunque, mentre Xi firmava contratti per la BRI in tutto il mondo, Europa compresa? Davvero i cinesi non si aspettavano il bando di Huawei? Soprattutto, se i cinesi spiano gli Usa, come asserisce Trump, com’è possibile non abbiano percepito il pericolo del bando di Huawei?

Occorre però ricordare che alcuni mesi fa 
l’intera Asia, alla notizia dell’arresto della figlia del fondatore di Huawei in Canada per ordine degli Usa, pensò che la guerra contro Huawei era iniziata.

Nonostante le pressioni e le minacce di Trump, Spagna e Portogallo vanno verso l’autorizzazione a Huawei, Francia, Germania e Italia non hanno fatto ancora una scelta definitiva, ma sono orientati verso il sì condizionato e il governo UK ha licenziato il ministro della difesa che aveva rivelato notizie top secret sull’accettazione di Huawei e della rete 5G.

Per non parlare del successo di Huawei in Asia ( solo il Giappone si è allineato agli Usa) e nei paesi arabi, alcuni amici degli Usa, e in quelli africani. 
La Cina ha annunciato che il sistema operativo di Huawei sarà pronto per il prossimo autunno, al massimo in primavera. 
Andrà su smartphone, tablet, notebook, smartwatch, tv e auto al posto di Android (o Windows). Sì, c’è il problema del nuovo ecosistema, delle app, ma il passaggio a un nuovo OS sarebbe una svolta per il mercato, oggi dominato da Android, che è sul 74,85% degli smartphone. Vedremo cosa accade, ma l’offensiva di Trump è anche pubblicità per il nuovo sistema Huawei e potrebbe anche avere conseguenze imprevedibili per il presidente fire and fury.

La Cina si aspettava l’attacco a Huawei e dal 2012 ha iniziato a sviluppare il proprio sistema operativo. La guerra in corso è una guerra geopolitica e geoeconomica. Per la strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, la Cina è un competitor strategico e deve essere contenuta sul piano economico, militare e soprattutto tecnologico. L’iniziativa americana è concentrata sul tentativo di impedire alla Cina di diventare la guida della globalizzazione, dopo il ritiro degli Stati Uniti.

Da qui la pressione Usa nel mondo, Europa compresa, per impedire la rete 5G, la BRI, una nuova organizzazione di politica estera basata sul multilateralismo. 
La Cina non ruba tecnologia agli Usa, perché le aziende di tecnologiche cinesi stanno scalando le classifiche in termini di registrazioni di brevetti, 
tanto che, come scrive Ian Bremmer su GZEROMedia del 21 maggio 2019 le imprese statunitensi di semiconduttori stanno lottando per assumere ingegneri cinesi, mentre l’amministrazione Trump rallenta la concessione di visti adducendo ragioni di sicurezza nazionale. Per Bremmer l’approccio conflittuale dei falchi di Washington e la fine di Chimerica può danneggiare profondamente l’innovazione tecnologica negli States.

Le pressioni americane su Germania, Regno Unito e Italia difficilmente porteranno queste paesi a rinunciare a Huawei e alla rete 5G, perché 5G porterà a nuove soluzioni in vari settori, dalla produzione industriale, alla chirurgia, al trasporto. Certamente, la Cina è stata indebolita dall’offensiva di Trump, ma Huawei ha ora accelerato l’implementazione commerciale del proprio sistema operativo, che sarà completamente adattato a ai mercati globali. Il piano B di Huawei è diventato il piano A e potrebbe anche avere conseguenze indesiderate per gli Usa, come ha concluso Pepe Escobar su Asia Times, perché potrebbe di fatto rompere il monopolio di Google.
 

Salvini Di Maio due buffoni alla corte europea, falsi ideologi, il Progetto Criminale dell'Euro e l'Unione Europea è impossibile cambiarli

Mondo
“Delirio a due” di Eugène Ionesco e una surreale campagna elettorale

di Michele Magno
25 maggio 2019



Il Bloc Notes di Michele Magno

Sebbene sia considerata una sua opera minore, “Delirio a due” di Eugène Ionesco resta un piccolo capolavoro del teatro dell’assurdo. Protagonista dell’atto unico è una coppia impegnata nel più classico degli esercizi coniugali: la lite. Il pretesto è futile, anzi ridicolo. Lei sostiene che non c’è nessuna differenza tra la lumaca e la tartaruga. Lui non è d’accordo, e perciò urla, sbraita, usa gli argomenti più strampalati pur di dimostrare che ha torto.

Il dissidio è senza via d’uscita e, nel corso di una logomachia che rapidamente raggiunge le vette del nonsense, si allarga fino a mettere in discussione il futuro della loro convivenza. Nel frattempo scoppia una guerra di cui lo spettatore ignora le ragioni, e un bombardamento aereo rischia di radere al suolo la città. Mentre la casa crolla, entrambi continuano imperterriti ad azzuffarsi rinfacciandosi occasioni perdute e sogni svaniti, travolti da rancori mai sopiti e incuranti dell’apocalisse che si scatena fuori dalle mura domestiche.

Trovo molte analogie tra questa pièce e lo spettacolo, con Salvini e Di Maio nel duplice ruolo di registi e interpreti principali, andato in scena nelle ultime settimane sul palco della politica nazionale. Se dopo il voto di domani proseguiranno le repliche, è difficile pronosticarlo. Dipenderà non solo dal risultato di quello italiano, ma dalla forza dello schieramento sovranista nel nuovo Parlamento europeo. Tuttavia, in un Paese in cui molti nostri concittadini si stanno ancora angosciosamente interrogando sull’identità -reale o fittizia- del fidanzato di una soubrette in declino, può avvenire tutto e il contrario di tutto. Può quindi anche succedere che essi scoprano nei surreali scontri verbali che hanno caratterizzato la campagna elettorale una verità che il drammaturgo romeno ben conosceva, ossia che il comico spesso non è che il tragico visto di spalle.

Del resto, come diceva Gilbert Keith Chesterton, la cosa più incredibile dei miracoli è che qualche volta accadono.
 

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - e la credibilità degli Stati Uniti viaggia verso il basso, gli rimane solo la forza bruta delle atomiche che ha a disposizione

Il gioco rischioso degli Stati Uniti in crisi
 
di Claudio Conti
24 maggio 2019

“S/globalizzare” l’economia non è un gioco da ragazzi. Né per cuori deboli. Se i consiglieri nazionalisti di Trump pensavano di poter imporre facilmente gli interessi statunitensi – ri-localizzare negli States una parte della produzione manifatturiera fuoriuscita negli anni d’oro del Wto, senza però perdere la centralità sui mercati finanziari – la realtà si sta incaricando di mostrare quanto quella pretesa fosse illusoria. E pericolosa.

La “guerra dei dazi” aperta contro la Cina (e la Germania, anche se ne ne parla meno) non è e non poteva essere un blitzkrieg. O meglio: come tutte le “guerre lampo” ha smesso di esser tale quando ha lasciato il tavolo degli “strateghi” per diventare scontro sul campo.

Abbiamo già scritto diverse volte su questo argomento, per cui ci limitiamo ad aggiornare sugli ultimi sviluppi, che stanno mettendo a dura prova anche gli analisti professionali dei giornali specializzati. Al punto che nella stessa testata – IlSole24Ore, per esempio – c’è chi ritiene che stiano vincendo i cinesi, e chi all’opposto vede in vantaggio gli americani.

Le guerre economiche, del resto, sono altrettanto complesse di quelle militari, e spesso le preparano. Ma se a darsele di santa ragione – per ora lavorando più di fioretto che di sciabola – sono due giganti, tutta la cristalleria del capitalismo attuale va in sofferenza.

Mettere un dazio del 25% su praticamente tutti i prodotti cinesi da importare egli Usa (per oltre 500 miliardi dollari), significa infliggere un danno pesante alla produzione di Pechino. Che ovviamente ha risposto facendo altrettanto, ma su un ventaglio di prodotti minore perché le importazioni cinesi dall’America sono certamente di dimensioni inferiori.

Ma l’arma delle tariffe doganali non è l’unica che si possa usare, in questo titpo di guerre. E quindi il Celeste Impero ha fin qui compensato le perdite (potenziali, perché i dazi non sono ancora operativi sulle merci già partite) lasciando svalutare la moneta. Il calcolo che ne deriva – secondo Vito Lops, de IlSole – vede ampiamente in vantaggio la Cina, per ora.

Ma altre armi sono a disposizione dei duellanti. Si segnalano infatti fughe di capitali stranieri dalle borse cinesi (Hong Kong e Shangai), per “chiara reazione difensiva degli investitori internazionali davanti agli scenari fuori-controllo”. Capitali che in parte corrono verso un parcheggio “sicuro” come i titoli di Stati di Washington, i quali però negli stessi giorni stanno subendo massicce vendite proprio da parte di Pechino (e Parigi, imprevedibilmente).

Del resto gli investitori cinesi si erano già clamorosamente assentati alle due ultime aste di Treasury Bond americani, facendo intuire l’irritazione per l’innalzamento dei dazi e i veti alla tecnologia di Huawei.

Ma in un’economia mondiale altamente interconnessa le mosse decise dai governi alimentano movimenti dei mercati assolutamente autonomi e in larga parte imprevedibili. Per esempio: “Persino i Bitcoin – notoriamente utilizzati in Asia per esportare capitali illegalmente – sembrano essere entrati nella partita: malgrado la stretta delle autorità di regolamentazione cinesi, i Bitcoin sono saliti del 40% da venerdì scorso, superando con slancio gli 8.000 dollari: il prezzo della crypto-valuta (come è accaduto durante l’ultima crisi tra Stati Uniti e Corea del Nord) è raddoppiato nell’arco di poche settimane”.

E’ finita? No, perché una guerra commerciale Usa-Cina si trascina dietro attese per una frenata complessiva della crescita, e dunque un minor utilizzo di materie prime (petrolio e ferro in primo luogo). Dunque un calo generalizzato dei relativi prezzi che andrà ad incidere sui bilanci dei molti paesi estrattori (Usa compresi, specie per quanto riguarda greggio e gas).

Su tutto, va ricordato, aleggia sempre la “bolla del dollaro”. Moneta di riserva globale, bene-rifugio, unità di misura… Tante funzioni-chiave che si reggono però sulla “credibilità” degli Stati Uniti come decisore globale, autorevole e magari anche autoritario, spesso; ma attendibile.

Proprio quel che sta venendo a mancare, agli occhi del mondo, da qualche anno a questa parte…
 

"I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l'ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d'una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare."

La libertà di pensiero
 
di Mario Gangarossa
23 maggio 2019

La libertà di pensiero è proprio una bella cosa.


Ti permette di pensare tutto quello che vuoi. Qualsiasi cosa ti passi per la testa, qualsiasi composizione assumano gli scambi di informazioni fra i tuoi pochi o tanti neuroni attivi, qualsiasi idea, puoi ipotizzarla, rimuginarla, ponderarla.

La libertà di pensiero non è un diritto. Non c'è legge che possa limitarla. I limiti semmai nascono dal fatto che pensi ciò che sperimenti, non sei una monade isolata da un contesto sociale e da una miriade di relazioni che costituiscono il tuo mondo materiale. Un mondo materiale che si riflette inevitabilmente sull'idea che di quel mondo te ne fai.

Se poi il tuo libero pensiero è influenzato da altri "liberi pensatori" ben attrezzati a condurre la guerra delle idee, capaci di creare suggestioni e condizionamenti e di modificare la tua stessa percezione della realtà, se il mondo materiale è costruito su contrapposti interessi e su contrapposte visioni che a questi interessi rispondono, va da se che più che di libertà dovremmo parlare di "libertà condizionata".

Intanto e comunque, 
per pensare bisogna avere il tempo per farlo e gli strumenti che possano stimolare la capacità di pensare. 
Bisogna aver ben mangiato e non vivere una situazione di precarietà in cui il bisogno di lavorare diventa il principale, se non l'unico, interesse.

Bisogna aver superato le necessità del mondo materiale per poter apprezzare la libertà del mondo delle idee. Dubito fortemente che Platone e Aristotele avrebbero potuto raggiungere l'immortalità, se squadre di schiavi non avessero pensato alla loro mortale esistenza permettendo loro di passare le giornate passeggiando nel Perìpato. E che Leonardo avesse avuto voglia di dipingere la Gioconda dopo 15 ore di lavoro nei campi passate a accumulare grano per la decima alla chiesa e al signorotto locale.

Ciò non di meno il libero pensiero è una bella cosa e, del resto, le idee non fanno male fin quando se ne stanno racchiuse nella testa di chi le pensa.

Cominciano a diventare un problema nel momento in cui hai la presunzione di volerle socializzate. Nel momento in cui quello che tu pensi se ne va in giro per il mondo alla ricerca di consenso, si confronta con altre idee, cerca altri "liberi pensatori" che hanno percorso gli stessi sentieri e sono arrivati alle tue medesime conclusioni o trova sul suo cammino chi reputa il tuo pensare un cattivo pensare.

L'idea fondativa della democrazia è proprio questa. La libertà di pensiero comporta il diritto di esprimerlo questo pensiero con tutti i mezzi con cui è possibile farlo. Ora, questo si che è un diritto legalmente riconosciuto, almeno per quella parte del popolo che ha il privilegio di poter pensare.

E' un diritto civile che, come tutti i diritti civili, non tiene conto dell'ineguaglianza e della frattura che rende le donne e gli uomini "liberi" nella misura in cui hanno il potere economico per esercitarli questi diritti.

È ovvio che leggere un giornale non è la stessa cosa che scriverci su. O scrivere queste righe non ha lo stessi peso di chi questo strumento lo ha inventato e lo gestisce.

Ma il problema non è solo il semplice e banale fatto che chi detiene il potere economico ha gli strumenti per giustificarne l'esistenza. Chi produce merci in regime di libero mercato (e libero sfruttamento) produce anche le idee che servono a perpetuare all'infinito quel regime e ha i mezzi per essere convincente.

L'equivoco di fondo è che la democrazia non è una costruzione teorica dell'astratto mondo delle idee, a cui il mondo reale deve adattarsi, per il raggiungimento di un presunto bene comune. La democrazia è un concreto strumento di governo in una società divisa in classi in cui il bene comune si identifica col profitto concretissimo di chi detiene il potere economico.

In questo senso la democrazia è esclusiva ricacciando fuori da se tutte le espressioni e i comportamenti che possano mettere in discussione quel potere economico.

La platea degli esclusi dai diritti democratici si allarga o si restringe a seconda delle contingenze, della possibilità di acquistare o meno maggior consenso, della forza delle "idee" antagoniste alla democrazia.

La libertà di pensiero, nella democrazia sorta con la borghesia, è strumento della sua dittatura. E' libertà di "pensare bene". Pensare esattamente allo stesso modo di come pensano le classi dirigenti.

Puoi parteggiare per l'una o per l'altra delle varie correnti di idee che si scontrano. Puoi tifare per il "pensiero" di questo o di quell'altro amministratore del capitale. Ma non provarci nemmeno a mettere in discussione l'intero castello ideologico su cui si basa la ricchezza dei pochi e la miseria dei molti.

La professoressa di Palermo sarà reintegrata con tutti gli onori del caso, il sindacalista in costume di Zorro avrà il suo quarto d'ora di pubblicità, le lenzuola ingialliranno come le bandiere della pace sfilacciate dal vento, impotenti a fermare i conflitti armati (e non) del capitale. A giorni si voterà e si delegherà ai propri rappresentanti, maestri nell'arte del ben pensare, la soluzione dei nostri problemi.

La libertà di pensiero trionferà e la costituzione tornerà ad essere faro di civiltà. Gli operai continueranno a morire, a non potersi curare, a sopravvivere a una pensione di fame frugando nei cassonetti. Perché non di astratti diritti civili hanno bisogno ma della consapevolezza di dover lottare per conquistarsi il diritto elementare all'esistenza.

Non di "libero pensiero" ma di libera azione hanno bisogno. Rimettendo "sui suoi piedi" questo mondo nell'unico modo capace di cambiare lo stato di cose esistente. Con la lotta di classe. A partire dai propri bisogni. Dalla propria "pancia" anche se questo farà strabuzzare gli occhi ai "comunisti" dalla pancia piena e dalla testa confusa da troppi pensieri "elevati".

Rivendichiamo la "volgarità" della lotta elementare per la sopravvivenza. E sui nostri bisogni, sulla nostre necessità, cominciamo a decidere cosa è "giusto" e cosa è "sbagliato".

Nel primo e insuperato programma dei comunisti c'è scritto: 
"I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l'ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d'una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare."

Provate, non dico a metterlo in pratica, ma solo a scriverlo su un lenzuolo un tale concetto. Il 41bis non ve lo toglie nessuno.
 

La Lega del fanfulla Salvini è l'altra faccia della medaglia del corrotto euroimbecille Pd aspira a sostituire questo partito nel Sistema massonico mafioso politico

Lega: quanto scheletri nell'armadio

di Gian Marco Martignoni
24 maggio 2019

Gli indici di lettura della carta stampata nel nostro Paese sono sempre stati molto inferiori rispetto alla media europea. Ora, dopo la crisi economica sviluppatasi nel 2008 e l’esplosione dei social network, il numero delle copie vendute si è praticamente dimezzato, con i riflessi che tutto ciò determina rispetto alla formazione dell’opinione pubblica. Nonostante questo quadro disarmante, i giornalisti che mantengono la schiena diritta sono più che invisi agli esponenti del governo giallo-verde, tanto che il pluralismo informativo rischia di essere azzerato . Segno che quando i giornalisti fanno il loro mestiere – come nel caso delle inchieste promosse dal settimanale “L’Espresso” a proposito della Lega – il materiale che riescono a raccogliere è talmente probante, che per la magistratura si aprono nuove piste di indagine.

Che la Lega avesse scheletri nell’armadio era noto, dopo la vicenda che aveva investito nel 2012 , per appropriazione indebita di denaro pubblico, Umberto Bossi, il tesoriere Francesco Belsito e i colletti bianchi legati ai clan della ‘Ndrangheta. Ora però l’ottimo ed esplosivo «Il Libro Nero della Lega» di Giovanni Tizian e Stefano Vergine (Laterza: pag 318, euro 18 ) – in tre succosi capitoli, a cui è acclusa una sbalorditiva documentazione – affonda ulteriormente i colpi, evidenziando alcune rilevanti novità che gradualmente stanno diventando sempre più di dominio pubblico.

Se è vero che il 23 gennaio 2019 solo Belsito è stato condannato in appello – poichè Salvini ha scelto, per convenienze interne al partito, di non querelare Bossi e suo figlio, sui 48,9 miliardi di rimborsi elettorali non dovuti, in quanto i bilanci presentati dalla Lega nel triennio 2008-2010 erano stati falsificati – sia Roberto Maroni che Salvini erano consapevoli che i soldi da restituire erano frutto di un reato.

E li dovevano restituire perchè paradossalmente non avendo richiesto il risarcimento a Bossi e a Belsito, automaticamente quest’onere è ricaduto sul partito . Partito che nel frattempo prima con Maroni e il suo cerchio magico si è ingegnato su dove dirottare il “tesoro padano” – anche attraverso operazioni speculative – e successivamente (nel 2015) ha deciso di sparpagliare i soldi nelle tredici realtà regionali a quel tempo costituite. Per poi, nel pieno dell’indagine giudiziaria, costituire una associazione senza scopo di lucro, la Più Voci, che è diventata la porta girevole per incassare i finanziamenti privati, come quelli dell’ immobiliarista romano Luca Parnasi – successivamente indagato per la falsificazione dei documenti contabili – o della catena di supermercati Esselunga. Sino alla nascita della Lega per Salvini presidente in sostituzione della “Lega Nord per l’indipendenza della Padania” con lo stesso leader e il medesimo tesoriere, Giulio Centemero, ma con un codice fiscale diverso.

La propaganda sovranista sconta anche una indagine per alcune società sospettate di riciclaggio con una holding, la Ivad Sarl, avente sede in Lussemburgo, oltre alla trattativa che in seguito agli incontri segreti di Salvini con il vicepremier russo Dmitry Kozak, delegato agli affari energetici, ha assicurato – per il tramite di Gianluca Savoini – 3 milioni di euro la campagna elettorale della Lega alle europee, mediante una partita di gasolio venduta dalla compagnia petrolifera Rosneft all’Eni con uno sconto del 6%. D’altronde non è un mistero che l’Associazione Italia-Russia coltivi all’insegna dell’intramontabile collante “Dio, patria, famiglia” stretti rapporti con il filosofo Aleksandr Dugin, teorico dell’Eurasia che tanto appassiona l’avvocato Andrea Mascetti, ex-missino diventato in un battibaleno esperto di politica internazionale . Mentre la formazione che ha ispirato la svolta nazionalista di Salvini, ovvero il Front National, aveva ricevuto nel 2015 il prestito di 9 milioni di euro, tramite una banca controllata da Mosca. Infine, Andrea Mascetti è solo una delle tante figure provenienti dagli ambienti della destra, che la svolta estremista della Lega ha assorbito nelle sue file dirigenziali.

Il secondo capitolo del libro è appositamente dedicato alle varie casistiche del trasformismo italico e alla crescita sorprendente dei consensi in alcune regioni del Sud, ove alcuni nuovi esponenti della Lega hanno strani rapporti con persone legate ai clan della ‘Ndrangheta, con tutte le conseguenze sul piano dell’immagine pubblica.

Indicativo di come un faccendiere si possa muovere a suo agio quando la politica è completamente scissa dall’etica è il caso dell’emergente Armando Siri: ex-craxiano, ideologo senza laurea della flat-tax e condannato – grazie a un patteggiamento – per bancarotta fraudolenta nel 2014 (per un fallimento doloso e pilotato con i soci). E’ indicativo soprattutto in una formazione come la Lega che con una mano ostenta il Vangelo, mentre con l’altra istiga all’odio contro i migranti, i rom e così via.

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/15036-gian-marco-martignoni-lega-quanto-scheletri-nell-armadio.html?utm_source=newsletter_861&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-sinistrainrete

23 maggio 2019 - DIEGO FUSARO: Elezioni Europee 2019. Brevi considerazioni

22 maggio 2019 - ITALEXIT, FINO ALLA FINE! Marco Mori


Il Partito Comunista di Rizzo vuole l'uscita dall'Euro, non è solo CasaPound

Vaccinazioni - aumentano i risarcimenti dagli effetti collaterali dei vaccini negli Stati Uniti

La US Vax Court rileva il picco di lesioni da vaccino al 400%
 
Maurizio Blondet 22 Maggio 2019

– La parte maggiore delle lesioni viene imputata al vaccino antinfluenzale

https://sadefenza.blogspot.com/2019/05/la-us-vax-court-rileva-il-picco-di.html

Lori Martin Gregory – humansarefreeSa Defenza

I casi di lesione da vaccino sono in vertiginoso aumento, quindi se fai come gli struzzi, e interri la testa per non vedere cosa accade , significa che finora non hai prestato attenzione, perciò è ora di darti la sveglia. Ecco qualche informazione per quelli di voi che hanno appena iniziato ad informarsi. Ronnie Reagan … quasi 30 anni fa, il 40 ° presidente degli Stati Uniti ha annullato il diritto dei cittadini americani di denunciare i produttori di vaccini, sostituendolo con una legge che costringe le famiglie che hanno subito un infortunio, lesione da vaccino o morte di citare in giudizio il governo degli Stati Uniti invece della compagnia farmaceutica. Di conseguenza, speciali periti del settore della United States Special Claims Court,  si noti per i nostri scopi che alla Corte del Vaccino, è data piena autorità di giudizio senza avere una giuria per decidere il destino degli americani che hanno avuto la sfortuna di essere colpito da un infortunio da vaccino – che, può variare da sintomi cronici, lievi, e perfino la morte. Una volta all’anno, questa Corte non tradizionale offre al pubblico uno visione sul suo funzionamento, pubblicando un rapporto annuale sul suo sito Web – un rituale che si tiene ogni anno a gennaio. Il rapporto è inviato al Presidente del Congresso, altrimenti noto come Vice Presidente degli Stati Uniti, dove si intende servire come campana di monitoraggio delle reazioni del pubblico americano che potrebbe essere soggetta a vaccinazioni che divengono obbligatorie con mandati governativi per il Paese.
Ottimo, vero? Responsabilità e azione? Si potrebbe pensare che vada bene, ma non è così, siamo vittime di un grande errore. Il rapporto, che viene costantemente ignorato dai principali media / politici / funzionari della sanità e dal CDC, giace addormentato nella pagina delle segnalazioni del sito Web del Tribunale speciale per i reclami degli Stati Uniti .

Nessun titolo, nessun comunicato stampa, nessuna analisi, nessun avviso nei media, niente di niente.
Nessuna sorpresa, visto che la maggior parte delle persone in America non sanno nemmeno che i vaccini sono stati dichiarati essere inevitabilmente NON sicuri dalla Corte Suprema degli Stati Uniti nel 2011. Non sorprende, inoltre, che i media dell’élite mainstream, cooptati e globalisti ignorino costantemente questo rapporto, insieme a saggi argomenti di difesa della salute e di difesa dai pericoli e dei rischi di danno da vaccino (ti prendono in giro: “guarda! Un unicorno!“), Usando invece termini come “è scientifico” e il rischio da vaccino viene sfumato e “sfatato“, così si scoraggia il dibattito razionale riguardante le prove che vengono nascoste ma sono in bella vista. Non sorprende, inoltre, che la US Special Claims Court offra ogni anno una versione arcaica del rapporto inefficace, a bassa tecnologia. Invece di un buon foglio di calcolo ordinato, il tribunale pubblica un documento PDF scansionato, un formato che richiede molto lavoro intenso per condurre qualsiasi tipo di analisi concreta. È necessario reinserire i dati in tutte le 220 e + pagine che richiedono settimane per condurre una dettagliata disaggregazione scritta a mano con il vaccino di ciascun caso, combinata con ampi sforzi di conteggio e organizzazione al fine di identificare la rilevanza statistica e le tendenze emergenti dal campo di vaccinazione. È questo il disegno? Forse. Per la maggior parte è sicuramente un deterrente il fatto che qualcuno si metta a sedere e provi ad analizzare quella dannata cosa. Questo è esattamente il motivo per cui lo facciamo, ogni anno dal 2014. Per non scoraggiarci, ci sono voluti 10 mesi per terminare, finalmente, la nostra analisi del rapporto di quest’anno. Ma una volta che lo abbiamo fatto, abbiamo visto le tendenze e quel che abbiamo trovato è scioccante – non solo per quello che è stato rivelato sul continuo aumento delle lesioni da vaccino, ma anche a causa del silenzio assordante dei media mainstream, dato che le lesioni da vaccino continuano a essere un argomento che i giornalisti e i media ignorano, attribuendolo a una teoria cospirativa di un sito di fake news.

Accomodatevi, tenetevi forte, e indovinate cosa abbiamo scoperto:

  • Le liquidazioni per danni vaccinali dei tribunali sono aumentate in totale a $ 91,2 milioni nel 2015, da $ 22,8 milioni nel 2014 a $ 114 milioni nel 2015 – un aumento del 400%.
  • La liquidazione per vaccini antinfluenzali dei tribunali sono aumentati maggiormente, da $ 4,9 milioni nel 2014 a $ 61 milioni nel 2015 – un aumento di oltre il 1000%, nonostante gli assalti furiosi autunnali di ogni anno con le campagne pubblicitarie / media / pubblicità che spingono gli americani a “fare la vaccinazione antinfluenzale” , “con totale abbandono delle statistiche che fuoriescono dai tribunali dei vaccini.
  • La varicella ha avuto il terzo maggior aumento – da $ 0 nel 2014 a $ 5,8 milioni nel 2015. (Lo scandalo a sorpresa è tra la popolazione anziana, dal momento che i nipoti vaccinati hanno continuamente diffuso virus vivi ai loro ignari anziani).
  • L’epatite B è stato il quarto aumento più grande negli insediamenti dei tribunali dei vaccini, è l’aumento del 321% nel 2015 a più di $ 8 milioni nel 2015 da $ 1,9 milioni nel 2014.
  • I vaccini TDap / DTP / DPT e D / T sono stati il ​​quinto aumento più grande, salendo del 75% nel 2014 da $ 5,5 milioni a $ 9,8.
Il resto degli insediamenti non rappresentati qui sono: Tetano, $ 4 milioni; HPV $ 3,4 milioni, da quasi nulla nel 2014 ( da vedere a gennaio quando viene pubblicato il report 2016); MMR, che in realtà è diminuito dalla posizione numero uno dello scorso anno a meno di $ 1 m – un calo dell’88% + dei pagamenti; pertosse, $ 1,7 milioni; thimerisol $ 1,5 milioni; HIB, $ 345k,menginococal $ 500k, HEP A $ 408k, DPT & Polio, $ 210k e rotovirus $ 76k. Avrai notato che abbiamo omesso il secondo posto, con la voce”altro“. Ecco perché. ‘Altro‘ illustra perfettamente la natura dubbia della relazione del tribunale sui vaccini e la sua mancanza di trasparenza nel processo. Invece di identificare quale combinazione di vaccini viene caricata con lesioni o morte ed etichettare il caso di conseguenza, un perito specialista del settore può decidere di etichettare un caso di vaccino come “altro“, diluendo e riducendo di fatto quindi l’effetto sui numeri complessivi nell’analisi finale. Nel 2015, la categoria “altro” rappresentava il secondo maggiore aumento delle risoluzioni di pagamento per i danni da vaccino, con un totale di $ 21,5 milioni di pagamenti, un aumento del 388% rispetto ai $ 4,4 milioni di pagamenti dell’anno precedente. Non accusiamo nessuno di niente. L’aumento del 388% è notevole. Quale combinazione di vaccini sta causando un tale aumento? Il pubblico non ha il diritto di sapere?Se il tribunale decidesse, ad esempio, che ci sono troppi insediamenti di vaccini antinfluenzali che si stavano montando per l’anno, non potrebbe semplicemente distorcere i dati classificando certi casi come “altri“, che ingenererebbero artificialmente la categoria dell’influenza? Abbiamo detto che questi risultati sono SOLO giudizi – di casi a favore del querelante. NON include le spese legali ENORMI di entrambe le parti, che sono pagate dal governo degli Stati Uniti se l’avvocato vince o perde il caso? Questi sono classificati come costi. E invece di inviarli nel rapporto insieme al giudizio assegnato, spesso vengono inseriti con voci separate, rendendo l’esercizio del collegamento e i loro pagamenti di giudizio molto più difficile da rilevare, che richiedendo un ulteriore impegno nell’ardua analisi dei dati.Il pagamento totale delle spese legali per il tribunale del vaccino nel 2015 è di $ 42 milioni. Inoltre, una cartella piena di pagamenti basati sulle rendite vitalizie – significa che i pagamenti (molti dei quali ammontano a più di $ 1 milione annui) si ripresentano ogni anno. Questo perché la vita come si sa, per alcuni querelanti, finisce dopo il loro infortunio vaccinale e i costi per prendersi cura di loro per sempre richiede una somma annuale che è spesso molto grande. Ti chiediamo di condividere con più persone possibili, poiché è tempo di cambiare rotta.
 

Alberto Negri - Si fa chiamare Unione Europea ma è solo capace di impoverire i popoli togliendogli diritti sociali. Precarizza il lavoro, abbassa salari e redditi, crea disoccupazione. Nella politica estera ogni paese guarda il suo tornaconto e si va in ordine sparso, buffoni euroimbecilli è il buon senso la logica che lo dice

ESTERI
LA POLITICA ESTERA EUROPEA È UN’ARABA FENICE, UN FALSO MITO

Pubblicato 24/05/2019
DI ALBERTO NEGRI


https://www.quotidianodelsud.it

La politica estera europea è un po’ come l’araba fenice. Non avendo l’Unione una politica estera e di difesa comune ha dei contorni assai vaghi, si esprime soprattutto con mezzi economici, come le sanzioni o attraverso la cooperazione internazionale. Ma soprattutto si scontra con una mantra falso quanto mai: “l’Europa ha garantito la pace e la sicurezza nel continente per 70 anni”. Al massimo ha garantito la pace tra i Paesi membri dell’Unione ma anche qui, come vedremo, fino a un certo punto. Sarebbe meglio dire che l’Unione ha limitato, e pure male, le conseguenze delle sanguinose e devastanti guerre in Europa e nel Mediterraneo.

Vediamo allora qual è la realtà e di rifrescarci la memoria. Negli anni Novanta non solo l’Europa non impedisce la guerra in Jugoslavia ma favorisce la disgregazione della Federazione fondata dal Maresciallo Tito. La Germania, insieme al Vaticano, appoggia la secessione della Croazia e inizia un conflitto che in un decennio farà oltre 250 mila morti e più di un milione di profughi.

L’Italia per esempio sulla secessione Jugoslavia aveva idee assai diverse da quelle di una Germania che dopo il crollo del Muro nel 1989 si era appena riunificata. La disgregazione della Jugoslavia è stata la fine dello stato più multi-etnico e multi-religioso dell’Europa, un evento drammatico che poi è stato foriero di altre guerre, di altre secessioni e di altri guai.

Durante le stesse guerre della Jugoslavia l’Europa non è stata capace di fermare il conflitto in Bosnia la cui fine è stata dovuta all’intervento degli americani, non degli europei. Più o meno lo stesso discorso vale per la guerra in Kosovo che è stata portata dalla Nato ma che evidenziava l’obiettivo americano di spingersi verso Est e tenere sotto pressione la Russia che aveva dato addio da un pezzo all’Urss e si trovava allora in piena decadenza. Se poi la Russia di Putin ha replicato in Ucraina, Crimea e Siria, lo si deve anche a quegli eventi.

L’Europa non ha garantito nulla e non ha fermato alcun massacro, anzi ha contribuito a crearne altri. Non solo. Va in ordine sparso e davanti o scelte epocali come la pace e la guerra ragiona secondo gli interessi degli stati nazionali.

Prendiamo la guerra all’Iraq del 2003, il conflitto che ha scatenato l’attuale destabilizzazione del Medio Oriente, voluto da americani e britannici sulle false prove che Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa. L’Italia per esempio si è unita alla guerra, dove ha subito il massacro di Nassiriya, mentre la Francia di Jacques Chirac ha tenuto a casa le truppe ed era contraria al conflitto.
E veniamo alla Libia e alle cosiddette “primavere arabe” del 2011. La guerra in Libia contro Gheddafi è stata scatenata dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. La Francia ha cominciato i raid su Gheddafi senza neppure farci una telefonata, pur sapendo che il Colonnello era il maggiore alleato dell’Italia nel Mediterraneo.

Parigi ha causato all’Italia la peggiore sconfitta dalla seconda guerra mondiale. Sei mesi prima dei bombardamenti, il 30 agosto 2010, Gheddafi era stato ricevuto a Roma e aveva firmato accordi su temi economici e della sicurezza per un valore di dozzine di miliardi di euro. Intese, è bene ricordarlo, approvate dal 98% dei nostri parlamentari. Non solo. L’Italia venne costretta un mese dopo a partecipare ai raid. La decisione fu presa dal presidente della repubblica Napolitano sulla scorta di una considerazione pratica e di una politica. I terminali dell’Eni di Mellitah erano stati collocati nella lista dei bersagli della Nato, il presidente della Repubblica voleva tenere l’Italia nell’alveo dell’Alleanza Atlantica e degli Stati Uniti.

Abbiamo così concesso le nostre basi per bombardamenti cui l’Italia ha partecipato con migliaia di raid (4.200). Se ci fossimo astenuti avremmo poi avuto qualche ragione in più per pressare l’Unione europea sulla questione dei migranti: non solo, bombardando il nostro maggiore alleato, abbiamo perso ogni credibilità sulla Sponda Sud, in Libia e presso gli altri stati della regione, come dimostra il caso Regeni.
Ma il peggio doveva ancora venire. Gli Stati europei, senza una politica comune ma dettata dagli interessi nazionali, hanno determinato la frantumazione della Libia e destabilizzato con la questione dei migranti il quadro politico italiano. Le missioni europee come quella denominata Sophia per frenare il traffico dei migranti non hanno avuto alcun successo e non sono mai state pienamente attuate con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Né tanto meno abbiamo ottenuto, se non in parte, la redistribuzione dei migranti mentre sei Paesi sospendevano gli accordi di Schengen.

C’è dell’altro. L’attuale governo e quelli precedenti si sono fatti prendere in giro con la promessa americana di una “cabina di regia” sulla Libia che nessun Paese europeo e della regione ha mai voluto affidare all’Italia. Così siamo stati presi di sorpresa anche dall’avanzata del generale Haftar. Come ben si vede in Libia non c’è nessuna politica europea e l’Italia ne paga il prezzo con il suo isolamento. A Tripoli abbiamo sostenuto un governo Sarraj appoggiato dalla Turchia e dal Qatar, due stati non europei. E’ chiaro che siamo sbilanciati e ora tentiamo di smarcarci senza troppo successo.

Tralascio i casi dell’Ucraina e della Siria, se non per sottolineare che nel caso dei profughi siriani la Germania, dopo averne accolto un milione, ha voluto un accordo del valore di sei miliardi di euro con la Turchia per spingere Erdogan a tenersene in casa circa tre milioni. Come si vede la politica estera europea è a geometria piuttosto variabile, dettata dagli interessi dei due Paesi-guida, Francia e Germania. Nel caso di Brexit però sarà la Francia ad avere i mezzi più incisivi perché resterà l’unico Paese dell’Unione dotata di un arsenale nucleare e con un seggio permanente al Consiglio di sicurezza Onu. Non solo. La Francia, a differenza della Germania, ha diverse missioni militari nel Sahel dove è alleata con gli Usa.

Tutto questo sarà determinante per il futuro e in caso di conflitto tra Usa e Iran. Nonostante gli stati europei aderiscano all’accordo sul nucleare con Teheran del 2015, finiranno per decidere la partecipazione a una guerra in base ai loro interessi nazionali.

Questi interessi sono determinati dall’industria bellica, dai flussi di armi e dagli accordi economici con gli Usa, Israele e le monarchie del Golfo, tutti nemici dell’Iran e anche maggiori clienti dell’export di armamenti, oltre che fornitori di petrolio ed energia.

La stessa Italia potrebbe essere chiamata dagli Usa a concedere le basi nel Sud in caso di conflitto con Teheran. E dove sarà allora la politica estera europea comune? Resterà un pezzo di carta straccia di false intenzioni.

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Gli Stati Uniti sono anni che vivono sulle spalle degli altri paesi e questo gli ha fatto perdere la capacità di fare manufatti, di investire e sviluppare in tecnologie hanno trascurate tutte le loro infrastrutture che cadono a pezzi hanno impoverito sempre di più il proprio popolo e ora imputano agli altri l'egoismo delle loro classi dominanti

Trump, Cina, dazi: provvedimenti contro la svalutazione competitiva

Applicazione di extra tariffe Usa sulle merci provenienti da Paesi stranieri in cui vige una politica di svalutazione competitiva della divisa nazionale. Mossa monetaria? No, puramente commerciale. Osservato speciale: Cina.

 
Fonte: Bloomberg

Gloria Grigolon | Financial Writer, Milano | Venerdì 24 Maggio 2019 14:36

Applicazione di extra tariffe sulle merci provenienti da Paesi stranieri in cui vige una politica di svalutazione competitiva della divisa nazionale. Una mossa puramente commerciale, che non coinvolge in nessun modo l’operato della banca centrale. E’ questa la nuova proposta dell’Amministrazione Trump che, dopo aver annunciato l’intenzione di etichettare la Cina come manipolatrice valutaria, potrebbe ora passare ai fatti.

Guerra commerciale o valutaria?

La proposta, pubblicata ieri nel Registro Federale, consentirebbe alle società con sede negli Stati Uniti di richiedere l’applicazione di dazi su quei prodotti provenienti da regioni (individuate dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti) ove si applicano svalutazioni competitive della moneta, volte a stimolare l’export e a migliorare i livelli di bilancia commerciale.

Svalutazione competitiva: cos’è


Con svalutazione competitiva si intende una strategia di politica monetaria tramite la quale una banca centrale genera il deprezzamento della propria divisa per stimolare l'economia del Paese. Per conseguire tale obiettivo, l’istituto centrale può tagliare il livello dei tassi di interesse o adottare misure espansive non convenzionali (immettere nuova moneta nel sistema). Principale rischio che si cela dietro tale tipologia di azioni è un’impennata brusca dell'inflazione.

L’azione sulla moneta

"Questa misura mette in guardia gli esportatori stranieri dal fatto che il Dipartimento del Commercio può controbilanciare gli interventi valutari che danneggiano le industrie statunitensi", ha riferito in una nota il ministro al commercio, Wilbur Ross. L’amministrazione Trump ha inoltre precisato che la mossa non coinvolge in alcun modo le strategie monetarie statunitensi (e dunque l’operato della banca centrale) e che non si tradurrà in oscillazioni valutarie.

L’apertura americana a nuove tariffe complica il rapporto tra le due maggiori economie al mondo, prime rivali nel campo tecnologico, settore fin dal principio alla base del contendere. 

Come la Cina manipola la sua moneta

A monte del tasso di cambio cinese con le principali valute mondiali, dollaro in primis, vi è l’azione della People Bank of China. Quando un’azienda cinese esporta merci all’estero, ricevendo in pagamento valuta straniera, essa deposita tale cifra presso la sua banca, che a sua volta chiede alla PBoC la conversione in yuan. La PBoC viene quindi in possesso di valuta estera che non viene immediatamente venduta sul mercato del Forex, ma investita per una parte in riserve, per l’altra parte acquistando attività estere, quali Treasury Usa (in dollari USD) e Bond europei (in euro). Agendo
sulle riserve, nonché sugli asset in portafoglio, la Cina riesce ad equilibrare i propri livelli di cambio liberando ed acquistando attività estere senza fare ricorso alla
stampa di nuova moneta o alla convertibilità della stessa.

Guerra commerciale o tecnologica?


Dopo la decisione del dipartimento del commercio che ha inserito Huawei nella blacklist delle società a rischio per la sicurezza nazionale (fattore che impedirebbe alle aziende statunitensi di fare affari col più grande produttore mondiale di apparecchiature per tlc), il colosso del Dragone ha più volte ribadito di non rispondere né al governo cinese, né ai servizi militari, né all’intelligence nazionale.

“Negli ultimi tempi alcuni politici statunitensi hanno fatto circolare voci d’accusa su Huawei, senza mai produrre però prove chiare" ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lu Kang. Secondo Lu, gli Stati Uniti starebbero volutamente suscitando sospetti tra gli operatori confondendo e pilotando l’opinione pubblica.

I politici statunitensi, ha quindi concluso Lu, continuano a "fabbricare bugie per cercare di ingannare il popolo americano, puntando ad incitare l'opposizione ideologica".

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha intanto profilato una risoluzione delle questioni con Huawei nel quadro di un accordo commerciale tra Washington e Pechino, additando però il gigante tech come "molto pericoloso".

Dal canto suo, la Cina ha ribadito che gli Stati Uniti dovrebbero smettere di usare la porpria leadership per sopprimere e ostacolare società che non siano le loro o che, come nel caso della tecnologia 5G, sono più avanti dei progressi statunitensi.