Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 13 novembre 2018

12 novembre 2018 - Ora fate i contratti veri!

11 novembre 2018 - Puttane e sputtanati

Mattarella Mattarella qui non si tratta di libertà di stampa come con lai ululanti vorrebbero far passare i giornaloni e le Tv ma di un attacco politico ideologico quotidiano che dura da ormai cinque anni al M5S, ma Mattarella Mattarella consapevolmente presta il suo appoggio ai servi ai lacchè

Mattarella difende i giornalisti: "Libertà di stampa è grande valore"

Mattarella difende la libertà di stampa: "È un grande valore". E Fico: "Sarà sempre tutelata" 


Chiara Sarra - Lun, 12/11/2018 - 18:28

"Ha un grande valore la libertà di stampa, perché - anche leggendo cose che non si condividono, anche se si ritengono sbagliate - consente e aiuta a riflettere".


Sergio Mattarella sta con i giornalisti dopo gli insulti lanciati da alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle che

Il Presidente della Repubblica ha risposto alle domande di alcuni studenti delle scuole secondarie di primo grado che ha ricevuto al Quirinale. "Al mattino come prima cosa leggo i giornali: le notizie e i commenti, quelli che condivido e quelli che non condivido, e forse questi secondi per me sono ancora più importanti", ha spiegato, "Perché è importante conoscere il parere degli altri, le loro valutazioni. Quelli che condivido sono interessanti, naturalmente, e mi stanno a cuore; ma quelli che non condivido sono per me uno strumento su cui riflettere".

"La libertà di stampa è tutelata e lo sarà sempre, ma come Paese abbiamo bisogno di una cultura generale dell'indipendenza, di uscire fuori dallo scontro costante da parte di tutti", ha aggiunto stamattina Roberto Fico, "Serve un altro tipo di dialogo. È vero che ci sono delle problematiche, che c'è un'influenza dei giornalisti sulla politica e dei politici sul giornalismo. È un'era che si deve chiudere parlando di temi e di politica. Si parla sempre meno di temi e più di vertici, piramidi, scontri. Si cerca sempre più di attaccare una struttura di smontarla, di comprendere come funziona, piuttosto che discutere sui temi".

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - Gaza la prigione a cielo aperto - i militari diventano sicari entrano nella prigione per compiere i loro omicidi. I prigionieri palestinesi non devono scare tunnel per rompere l'isolamento dove i sionisti li hanno relegati

Torna la violenza a Gaza: tre palestinesi morti e sette israeliani feriti

Tensione altissima dopo l'operazione dell’esercito in cui sono rimasti uccisi un ufficiale israeliano e sette miliziani di Hamas: Netanyahu interrompe la visita a Parigi

dal nostro corrispondente MARCO ANSALDO
12 novembre 2018

(afp)

ISTANBUL - E' stato di massima allerta al confine fra Gaza e Israele: la situazione è precipitata dopo un'incursione delle forze speciali israeliane nella Striscia, domenica notte, seguita da un bombardamento israeliano per proteggere la ritirata dei militari e dal conseguente lancio di razzi da parte di Hamas verso il territorio israeliano. Il bilancio delle violenze è alto: sette palestinesi e un israeliano morti nell'incursione. Tre palestinesi uccisi e sette israeliani feriti nell'escalation successiva. 


During IDF special forces’ operational activity in #Gaza, an exchange of fire broke out, during which an IDF officer was killed and an additional IDF officer was moderately injured.


Secondo gli israeliani, più di 200 missili da Gaza sono atterrati nel Sud del Paese nelle ultime ore, ferendo appunto sette persone: il premier Benjamyin Netanyahu ha riunito il governo per una seduta di emergenza. Israele da parte sua ha lanciato attacchi aerei su tutta la Striscia: i morti, secondo i medici palestinesi, sono tre.

A far partire la nuova escalation il duro scontro a fuoco avvenuto domenica a Khan Yunis, nel sud di Gaza, che ha visto opposti una unità speciale israeliana che stava svolgendo nella Striscia un’operazione segreta e una pattuglia di Hamas: 7 miliziani palestinesi sono rimasti uccisi, e un ufficiale israeliano. Il blitz dell’esercito si è risolto con la morte di Nour Barake, capo delle Brigate palestinesi nella zona, numero due di Ezzedim Al Qassam, ritenuto responsabile dello scavo dei tunnel per togliere la Striscia dall’isolamento e del continuo lancio di razzi sull’area oltre la barriera.


على خلفية الأحداث الأمنية التي وقعت في جنوب البلاد قرر رئيس الوزراء نتنياهو تقصير زيارته إلى باريس والعودة إلى إسرائيل هذه الليلة.


Un blitz studiato nei minimi particolari: l’auto usata per l’operazione era penetrata nella zona della Striscia per circa 3 chilometri. Alcuni soldati, riferiscono fonti palestinesi, erano travestiti da donne, mentre altri da residenti locali. Quando però gli israeliani sono stati scoperti ed è partito lo scontro a fuoco, l’auto ha chiamato i caccia che hanno cominciato a bombardare.

Il portavoce militare israeliano ha dichiarato che l’operazione nella Striscia non è stata né un tentativo di sequestro né un'esecuzione mirata. Per il capo di stato dell'esercito, Gadi Eisenkot, si è trattato di "un'azione importante per la sicurezza di Israele".

Netanyahu, che l’altro giorno aveva difeso la sua autorizzazione all'ingresso a Gaza di fondi dal Qatar nonostante le critiche ricevute all’interno del suo governo, ha interrotto la sua visita ufficiale a Parigi per rientrare in Israele.

Anche a Gerusalemme, alla vigilia del ballottaggio per la carica di sindaco della Città santa, c’è un'atmosfera di tensione e forte radicalizzazione politica. Il capo del partito ortodosso Shas, Arye Deri, anche da ministro degli Interni, ha detto che "Satana mobilita le proprie legioni" a favore della elezione del candidato laico Ofer Berkovitz e a detrimento del suo rivale Moshe Lion, che gode invece del sostegno di una parte degli ambienti rabbinici della capitale.

Netanyahu finora non ha voluto esprimersi a favore di uno o dell’altro degli sfidanti. In passato Lion è stato per alcuni anni un suo stretto collaboratore. Ma il voto sarà molto indicativo: nel primo turno, sia a Tel Aviv sia a Haifa i candidati laburisti hanno ottenuto una vittoria netta e ora il Labour chiede un cambiamento politico per il Paese.

L'Italia è virtuosa da 30 anni MA gli interessi ci strangolano, Politeia ha lo scopo di affrontare la tematica ma l'Euroimbecillità tace. Il tasso d'interesse è determinato dalla Banca Centrale altro precipuo scopo dopo essere prestatore di ultima istanza

Debito pubblico italiano: gli interessi ci strangolano, ecco come la BCE dovrà abbassarli

L'Italia ha bisogno di un cambio di regole per abbattere il suo enorme debito pubblico. Continuare a chiedere più austerità rischia di fare esplodere l'euro. Ecco la possibile via d'uscita.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il 12 Novembre 2018 alle ore 15:08


Il debito pubblico italiano da 2.300 miliardi di euro non smette di crescere in valore assoluto e fatica a ridursi in relazione al pil, sostando sopra il 130%. Eppure, con la sola eccezione dell’annus horribilis 2009, quello di massima crisi per l’economia mondiale, l’Italia nell’ultimo quarto di secolo ha sempre chiuso i suoi bilanci con un saldo primario attivo, cioè ha speso per beni e servizi al cittadino meno di quanto ha incassato. Poiché deve ogni anno corrispondere ai creditori gli interessi su uno stock di debito elevatissimo, il saldo finale è stato sempre negativo. Per essere sintetici, il debito pubblico italiano cresce non per le mani bucate dei governi di Roma e delle amministrazioni locali, che pure non brillano per efficienza, quanto per la necessità di dovere pagare interessi salati ai detentori dei BTp, i quali più che compensano gli attivi primari.


In un articolo recente, vi abbiamo dimostrato come mediamente il debito pubblico in Italia, Spagna e Portogallo renda circa il 3%, in Germania e Francia meno del 2%. Ciò fa sì che nel Sud Europa bisogna stringere di più la cinghia per fare quadrare i conti degli stati, nonostante il rischio di default sia pressoché nullo come nelle economie “core” del Nord Europa. Chi dubita seriamente oggi che l’Italia tra 1, 2 o 10 anni non ottemperi alle sue scadenze? Nessuno, anche perché mai il nostro Paese ha dovuto dichiarare default in 157 anni di storia unitaria, contrariamente alla pur austera Germania; eppure gli investitori pretendono rendimenti 7 volte più alti per acquistare un BTp decennale, anziché un Bund di pari durata.

L’austerità fiscale non è in sé irragionevole. Se uno stato spande e spende e accumula debiti, prima o poi una regolata dovrà darsela. Inutile inveire contro la mala sorte, non esiste modo di vivere in eterno sopra le proprie possibilità, a meno che il buon cuore di qualcuno non decida di finanziarci. Tuttavia, nel caso dell’Italia, come dicevamo, è da quasi tre decenni che ci mostriamo virtuosi, senza che i mercati segnalino di prenderne atto. Le ragioni sono tante: abbiamo iniziato a registrate avanzi primari in coincidenza con la lievitazione degli interessi reali internazionali e il rallentamento della crescita economica. E l’instabilità politica perenne a Roma non crea mai certezze sul futuro del nostro Paese nell’Eurozona, né sulla direzione che verrà impressa nel medio periodo alla nostra politica economica.

Interessi il vero male per i conti pubblici italiani

Una cosa è certa, ovvero che ci siamo pericolosamente avvitati: l’Europa ci chiede più austerità e i governi che si sono succeduti negli ultimi 5 anni hanno reagito tutti più o meno stizziti, non a torto. I sacrifici, per quanto le riforme varate siano incompiute e insufficienti, li abbiamo fatti. I risultati, però, non si sono visti o sono stati brevi e scarsi, se è vero che è bastato alzare di uno zero virgola il deficit-obiettivo per fare esplodere lo spread, quando la Francia ha fatto di peggio senza incorrere in alcuna reprimenda politica e sui mercati finanziari. Se l’Italia dovrà restare nell’euro, serve mettersi d’accordo sulle condizioni, altrimenti un ritorno alla lira sarebbe all’orizzonte, piaccia o meno a Bruxelles e ai futuri governanti nostrani. Senza crescita e in un clima di costante terrore finanziario non c’è futuro e la paura serve solo nel breve come dissuasore contro passi avventati, traducendosi nel lungo termine in un humus favorevole proprio al compimento di questi ultimi.

Come richiesto da mesi dal ministro delle Politiche europee, Paolo Savona, la BCE dovrà garantire sulla tenuta del debito pubblico italiano, consentendoci di abbattere la spesa per interessi. Poiché i rendimenti si formano sul mercato, vi chiederete come faccia una banca centrale a perseguire tale obiettivo, anche volendo. La risposta è sotto gli occhi di tutti da anni. Con il “quantitative easing”, Francoforte ha azzerato il costo del rifinanziamento dei debiti sovrani, semplicemente perché lo ha voluto. Avrebbe potuto non varare una siffatta misura, che in effetti è stata definitiva “non convenzionale”, inedita nella storia delle banche centrali aderenti all’Eurosistema. Se il governatore Mario Draghi ha iniziato a comprare titoli di stato, oltre ad altri assets, nel marzo 2015 è stato solo perché ha creduto che quello sarebbe stato il modo per aiutare i governi a risanare i conti pubblici e per centrare il target d’inflazione, iniettando sui mercati 2.600 miliardi di euro in tutto in oltre 3 anni e mezzo di QE.

Le modalità tecniche con cui il piano è stato attuato, però, hanno limitato l’effetto principale che Draghi puntava a perseguire, ossia il restringimento degli spread. Aldilà del caso Italia negli ultimi mesi, essi restano elevati, segno che gli investitori continuano a discernere tra bond e bond, segmentando i mercati dei debiti sovrani. La fiducia nell’euro non è stata recuperata del tutto. Come mai? Per non irritare la Bundesbank più di quanto non avesse già fatto con l’avvio degli stimoli monetari, la BCE ha cercato di minimizzare i rischi di azzardo morale dei governi, acquistando titoli di stato sulla base della “capital key”, la quota di capitale detenuta da ciascuna banca centrale nazionale, a sua volta il riflesso delle quote di pil di ciascuna economia rispetto all’intera Eurozona. Per capirci, la Germania con un debito relativamente basso si è vista comprare da Francoforte più Bund di quanto non sia stato fatto con i BTp dell’Italia, stato più indebitato, ma dal pil inferiore. Sui mercati, ciò ha dato vita a una carenza di bond tedeschi, che ne ha spinto i rendimenti in territorio negativo fino a scadenze piuttosto lunghe.


La svolta possibile alla BCE

L’aggiornamento della “capital key” sfavorisce Italia e Spagna, ma la BCE non dovrebbe tenerne conto sin dal 2019 in sede di reinvestimento dei titoli in scadenza. Una buona notizia, ma la vera rivoluzione avverrebbe solo nel caso in cui tale regola fosse abbandonata in favore di una “debt key”: la BCE dovrebbe acquistare titoli sulla base delle dimensioni dei debiti sovrani alla data immediatamente precedente all’annuncio. Solo così, economie come l’Italia beneficerebbero in misura considerevole del QE e lo spread BTp-Bund si restringerebbe, consentendo ai governi di tendere davvero al pareggio di bilancio e di abbattere il rapporto debito/pil, innescando un clima di fiducia sui mercati e potendosi concentrare sul sostegno alla crescita, altro pilastro imprescindibile per il risanamento fiscale.

Al termine del QE, la BCE avrà acquistato, perlopiù tramite la Banca d’Italia, assets tricolori per 490 miliardi di euro, di cui sui 365 miliardi in BTp. Se, invece, dall’anno prossimo si decidesse di impiegare i proventi delle scadenze dando seguito a una regola basata sulle dimensioni dei relativi mercati dei debiti sovrani, al nostro Paese spetterebbero sui 500 miliardi di acquisti solo per i titoli di stato, qualcosa come circa 130 miliardi in più di quanto avverrebbe a regime vigente. Il solo effetto annuncio avrebbe la potenza di comprimere i nostri rendimenti, tagliando lo spread con i Bund. La Germania, ad esempio, sarebbe la principale “vittima” del cambio di regole, con minori acquisti di suoi titoli di stato da parte della BCE stimabili in almeno un’ottantina di miliardi. In alternativa, Francoforte si terrebbe le mani libere, non rispettando alcuna percentuale prestabilita o magari solamente una minima per non discriminare alcun emittente, allo scopo di intervenire a discrezione in favore del mercato che di volta in volta ne avrebbe più bisogno.

Insomma, serve che si ponga fine una volta per tutte alla crisi di fiducia verso l’Italia, la quale anche quando dimostra di compiere più sforzi di altri per risanare i propri conti, non beneficia appieno di un atteggiamento benevolo sui mercati, finendo per vedere frustrati i propri tentativi di riduzione della montagna di debito in rapporto al pil e dando vita a un dibattito interno non infondato sulla convenienza nel rimanere in un’unione monetaria, che ci tiene al riparo dai rischi solo fino a un certo punto e che ci offre un ombrello così piccolo, da farci rimanere esposti alle intemperie, condannandoci costantemente a un qualche malanno. Difficile trovare, però, una copertura politica a un cambio di registro così radicale, specie dopo l’era Draghi agli sgoccioli. A meno che quel “l’euro ha beneficiato soprattutto la Germania” pronunciato dal papabile successore della cancelliera Angela Merkel alla guida della CDU, tale Friedrich Merz, non riveli la presa d’atto, persino negli ambienti conservatori tedeschi, che la corda contro l’Italia sia stata tirata a lungo e fin troppo e che continuare a farlo implichi il serio rischio che si spezzi, facendo cadere tutti, anche i più forti.

L'Italia, gli italiani brava gente

Petrolio, consumi e ricchezza nelle economie G7: sorpresa Italia, efficienza esemplare

Il petrolio viene consumato per un terzo dalle economie del G7. E l'Italia risulta molto virtuosa, a dispetto dei miti che ci costruiamo noi stessi e che non corrispondono alla verità dei dati.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il 12 Novembre 2018 alle ore 10:01


Si torna a parlare di petrolio in questi giorni, dopo che le quotazioni del Brent sono scese ai minimi dal mese di aprile e sotto la soglia psicologica dei 70 dollari al barile, quando agli inizi di ottobre stavano virando verso i 90 dollari e si riteneva non lontano nel tempo potere riacciuffare i 100 dollari. Così non è stato e lo spettro di nuovi cali, pur temporanei, si fa più vivo che mai. Il greggio è utilizzato da tutte le economie del mondo per produrre energia, a sua volta necessaria per la produzione di beni e servizi, oltre che cruciale per il settore dei trasporti. Ma di quanto ne abbiamo bisogno ogni giorno? E la tendenza al consumo cresce, diminuisce o è stabile? Abbiamo provato a rispondere a queste domande, concentrandoci sugli stati del G7. Trattasi non proprio esattamente più delle sette economie più ricche della Terra, se si considera che tra di esse non compaia la Cina, seconda al mondo per pil dopo gli USA, sebbene continuino a rappresentare gli stati realmente tra i più ricchi. Insieme, abbiamo calcolato che consumino un terzo del petrolio del pianeta, qualcosa come circa 33,3 milioni di barili al giorno nel 2017.


I primi per consumi non potevano che essere gli USA con una domanda quotidiana di poco meno di 20 milioni di barili al giorno nella media dello scorso anno. Si consideri, però, che trattasi della prima economia mondiale con un pil stimato attualmente sopra i 20.000 miliardi di dollari, circa un quarto di quello dell’intero pianeta. Ebbene, gli americani nel 2017 hanno prodotto 2.662 dollari di ricchezza con un barile, più del doppio rispetto a 20 anni prima, quando con un barile erano in grado di produrre solo 1.266 dollari.

E gli altri partner del G7? Il Giappone ha consumato la media di 4 milioni di barili al giorno, riuscendo a produce per ciascuno di esso sui 378.400 yen (3.315 dollari al cambio odierno), molti più dei 253.000 del 1997. Anche nel caso del Sol Levante, quindi, si registra una maggiore efficienza nei consumi energetici negli ultimi decenni. A seguire, la Germania: 2,45 milioni di barili al giorno e circa 3.670 euro di pil per barile, il doppio di 20 anni prima, quando il rapporto si fermava a 1.850 euro. Dati molto simili troviamo con la Francia, che di barili al giorno ne ha consumati nel 2017 solo 1,62 milioni, anche grazie al fatto che i tre quarti del suo fabbisogno energetico risultano soddisfatti dal nucleare. In termini di ricchezza, con un barile i francesi ne hanno prodotta 3.890 euro, più del doppio dei poco meno 1.800 euro del 1997.
Italia virtuosa sui consumi energetici

Anche il Regno Unito ha consumato circa 1,6 milioni di barili al giorno, producendo con ciascuno di questi quasi 3.500 sterline di ricchezza, circa 4.000 euro al cambio odierno. Nel 1997, i britannici con un barile di ricchezza ne producevano solo 1.275 sterline. E arriviamo all’Italia: domanda di appena 1,2 milioni di barili al giorno, la più bassa di tutto il G7. Eppure con ciascun barile siamo stati capaci di produrre 3.940 euro di pil, quasi il doppio dei 1.553 euro di 20 anni fa. La nostra economia, dunque, si mostra molto efficiente sul piano dei consumi energetici, al netto di ogni considerazione riguardo alla violenta crisi dell’ultimo decennio. Come vedremo, dopo avere preso in considerazione anche il Canada, nessun altro stato riesce tra le grandi economie a fare di più con un barile di greggio.


E proprio il Canada risulta, invece, tra i meno efficienti: 2,43 milioni di barili consumati ogni giorno per una ricchezza prodotta per barile di appena 2.458 dollari locali, circa 1.650 dollari USA. Molto meglio, in ogni caso, di 20 anni prima, quando con un barile produceva appena sui 1.000 dollari locali o “loonies” di ricchezza. Va precisato, però, che i canadesi hanno l’esigenza di fronteggiare temperature estreme in gran parte del loro territorio, per cui è normale che debbano consumare più energia per riscaldarsi rispetto a un italiano o un francese. Tra i fattori che influenzano, poi, l’uso intenso di petrolio o meno vi sono certamente l’andamento dell’economia e il settore trainante. Uno stato che produce molta ricchezza registra un fabbisogno più alto di uno che produce al di sotto del suo potenziale. E una cosa sarebbe, ad esempio, produrre perlopiù servizi bancari, assicurativi, finanziari in generale (ogni riferimento al Regno Unito è voluto), un’altra concentrarsi sul manifatturiero (Italia e Germania).

Aldilà di queste considerazioni, viene sfatato un mito abbastanza comune, che vorrebbe che l’Italia soffra di una dipendenza dal petrolio superiore alle altre principali economie avanzate. Non è affatto così. Anzi, scopriamo che ai prezzi attuali, il costo di un barile incide solamente per il 2% del nostro pil, meno del 2,1% della Francia e del 2,2% della Germania e del Giappone, ben meno del 2,5% di USA e Canada. Meglio di noi farebbero solo i sudditi di Sua Maestà con l’1,6%. In altre parole, siamo un’economia virtuosa sul piano energetico, benché certa stampa continui a dipingerci come un Paese sprecone, retrograde ed esposto a ogni intemperia sui mercati, petrolifero compreso. Certo, vanno precisati due dati per completezza: USA, Canada e Regno Unito sono economie produttrici di petrolio, Ottawa è persino esportatrice netta; per cui questi paesi si giovano almeno in parte dell’aumento delle quotazioni del petrolio. Infine, il netto miglioramento negli ultimi decenni nel rapporto tra ricchezza prodotta e barili consumati lo si deve non solo e non tanto alla maggiore efficienza energetica adottata dai rispettivi governi, quanto nel tipo di crescita registrato da economia mature, che si sono sempre più terziarizzate e, per quanto detto sopra, hanno avuto così bisogno di più petrolio in misura meno esponenziale rispetto ai ritmi di crescita del pil.

L'economia francese arranca sempre di più, raschiano dove possono il barile

Francia: caro-diesel, governo avverte i manifestanti del 17/11

Castaner, 'Non tollereremo paralisi strade'

Redazione ANSA PARIGI
13 NOVEMBRE 201814:02

archivio © ANSA/EPA

Avvertimento del governo francese a pochi giorni dalla manifestazione nazionale contro il caro carburanti in Francia. Intervistato questa mattina da Bfm-Tv, il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, ha annunciato che l'esecutivo "non tollererà nessun blocco totale" di strade e autostrade da parte dei cosiddetti 'gilets-jaunes', i manifestanti che si sono dati appuntamento sabato 17 novembre per dire 'no' all'aumento delle tasse sul diesel voluto dal presidente Emmanuel Macron.
"Chiedo che il 17 novembre non ci sia nessun blocco totale" di strade e autostrade, ha dichiarato Castaner, aggiungendo che a suo avviso il movimento delle casacche gialle è del tutto "irrazionale". "Ovunque ci sarà un blocco, e quindi il rischio per interventi di pubblica sicurezza o anche di libera circolazione, interverremo", ha continuato Castaner, che chiede agli organizzatori di segnalare il luogo in cui avranno luogo le diverse manifestazioni in prefettura.
Il titolare di Place Beauvau ha anche garantito che se i manifestanti bloccheranno il peripherique, il grande raccordo anulare di Parigi, arteria vitale della capitale di Francia, verranno immediatamente sgomberati dalle forze dell'ordine. Ieri, il ministro del Lavoro, Muriel Pénicaud, aveva detto di "temere" per la "sicurezza delle persone" durante le mobilitazioni del 17 novembre. Perché a suo avviso i 'gilets jaunes' non sono una organizzazione "strutturata". (ANSA)

I tedeschi TUTTI non capiscono che l'Euro è un Progetto Politico per disarticolare l'economie degli altri paesi a vantaggio della Germania e che questa non farà niente per fermare questo processo che l'ha fatta arricchire in maniera sconcia a discapito degli altri. Esiste solo il peggiore nazionalismo tedesco in questa visione

HABERMAS: “LA CHUTZPAH DELLA GERMANIA MI LASCIA BASITO”

Maurizio Blondet 12 novembre 2018 

“Sono sbalordito dalla CHUTZPAH del governo tedesco che crede di poter conquistare partner quando si tratta delle politiche che ci interessano – profughi, difesa, commercio estero ed estero – e allo stesso tempo eleva muri di pietra sulla questione centrale del completamento politico dell’Unione Monetaria Europea. “ – Jürgen Habermas, il noto filosofo e sociologo tedesco, liberal, intervistato da IrishTimes.

La partenza annunciata di Angela Merkel dalla leadership della CDU chiude un periodo storico in cui ha supervisionato un’espansione della potenza e dell’influenza tedesca sull’integrazione europea attraverso la crisi finanziaria globale e quindi l’ascesa di partiti populisti fortemente critici nei confronti della direzione che ha preso. La corsa per la successione apre uno spazio per un dibattito su dove la Germania andrà in Europa nel prossimo periodo.

Il tramonto della Merkel è segnato dal sorgere di un populismo di destra nella stessa Germania, come il partito Alternativa für Deutschland si afferma in tutta la LÄ nder con circa il 15 per cento in voti e sondaggi. Comprende un rinnovato nazionalismo tedesco accanto a un’ambizione commerciale globale e all’ostilità nei confronti dell’immigrazione, e vuole che la Germania lasci l’euro o la rifondi su un nucleo settentrionale più piccolo.

La sua svolta ha normalizzato tali posizioni attirando la politica tedesca a destra. Il CDU si trova di fronte a una scelta tra perseguire quel percorso o trovare nuove varianti del liberalismo sociale centrista di Merkel e dell’impegno verso le soluzioni europee. Durante la sua ascesa, il paese è diventato più introverso e compiaciuto del suo successo economico, perdendo di vista la reciprocità che ha animato le fasi precedenti delle sue politiche europee, secondo critici come il filosofo e sociologo Habermas.
Posizione di integrazione

La sua posizione liberista di sinistra sull’integrazione ha influenzato una generazione di accademici e attivisti. Rifiutando il nazionalismo tedesco, chiedono un futuro post-europeo per l’Europa basato su una sfera pubblica condivisa per creare politiche comuni e politiche sociali ed economiche transnazionali.

“La Germania non capisce che la sua prosperità richiede reciprocità politica e politiche reciproche”

In un recente discorso rivolto a un pubblico universitario a Francoforte, Habermas è molto più pessimista sull’andamento reale degli eventi. È particolarmente scoraggiato dal fallimento dei partiti socialdemocratici a sviluppare alternative al liberalismo di mercato che anima la politica nazionale in Germania e altrove. Approva gli ambiziosi sforzi di Emmanuel Macron per rafforzare l’euro e creare un esercito europeo. Ma sostiene che la reticenza della Germania nel rispondere è miope – e fondamentalmente contro gli interessi della Germania stessa.

Piuttosto che creare una convergenza tra regioni e paesi più ricchi e più poveri dell’Unione europea, il regime incompleto dell’euro e la mancanza di una capacità redistributiva hanno ampliato le disparità. Questo è più marcato tra nord e sud ma si applica anche tra est e ovest. Il populismo ha origine in quelle divisioni, egli sostiene, piuttosto che nelle più recenti crisi dell’immigrazione.

La Germania è sorda a tali critiche, attaccando le idee su un’unione di trasferimenti redistributivi come la creazione di azzardo morale e non riuscendo a capire che la propria prosperità basata sul libero scambio continentale e sui mercati di esportazione richiede reciprocità politica e politiche reciproche. Come dice lui, “il rigido sistema basato sulle regole imposto agli stati membri della zona euro, senza creare competenze compensative e spazio per una condotta congiunta flessibile degli affari, è un accordo a vantaggio dei membri economicamente più forti”.
Accesso transnazionale

Ulrike Guérot, un altro critico liberale di sinistra della politica tedesca, sottolinea che mentre i beni, i capitali e il lavoro nel mercato unico godono di un uguale accesso transnazionale, i cittadini no. Insieme allo scrittore austriaco Robert Menasse e ai gruppi teatrali in tutto il continente (ma non in Irlanda), lancia un progetto europeo per il balcone in occasione dell’anniversario della fine della prima guerra mondiale con l’invito a una Repubblica europea basata sulla sovranità popolare , città e regioni.

Mentre Habermas prende una brutta visione dell’attuale politica europea da un punto di vista accademico, come attivista si è unito a un gruppo influente di leader tedeschi per sollecitare il cambiamento. Scrive nel quotidiano Business Handelsblat con Hans Eichel un ex ministro delle finanze; Roland Koch ex-premier dello stato di Hesse; Friedrich Merz, avvocato e politico della CDU; Bert Rürup, capo economista di Handelsblatt ; e Brigitte Zypries, ex ministro della Giustizia e ministro dell’Economia, chiedono maggiore solidarietà, un esercito europeo, un’Europa centrale centrata su Germania e Francia, un euro più forte e più compromessi dalla Germania per ottenere tutto questo.

La figura più interessante qui è Merz, il più europeista dei tre principali contendenti a guidare la CDU. Vuole una risposta tedesca più sostanziale e solidale all’agenda europea di Macron, in particolare sulla zona euro.

Questo dibattito dovrebbe essere visto, dal momento che tutti gli europei saranno influenzati dal suo esito.

pegillespie@gmail.com

E' solo una questione di tempo e il dollaro perderà i vantaggi di essere monta di riferimento, la prossima crisi economica avrà un effetto di velocizzazione

Tutti i dati che dimostrano come la Russia stia abbandonando il dollaro


Secondo il WSJ Mosca sta ottenendo i primi successi nell'obiettivo di ridurre la sua dipendenza dalla moneta statunitense

Sempre più paesi cercano di ridurre la loro dipendenza dal dollaro statunitense nelle loro transazioni internazionali. Tra questi, uno sforzo molto importante lo sta portando avanti la Russia, paese che ha già raggiunto diversi traguardi in merito. Lo riporta il quotidiano Usa The Wall Street Journal.

Tra le misure adottate da Mosca, prosegue la sua analisi il quotidiano statunitense, la Banca centrale russa ha moltiplicato le sue riserve auree nel 2018 e ha venduto quantità ingenti di titoli del tesoro statunitensi. Inoltre, Mosca prevede di rafforzare l'uso del rublo e di altre valute nazionali nei suoi accordi commerciali bilaterali con i paesi diversi dagli Stati Uniti. Il tasso di depositi in valuta estera di individui e società in banche russe è diminuito a settembre al 26%, rispetto al picco del 37% raggiunto nel 2016.

Analogamente, il tasso di esportazione in dollari è sceso al 68% con il crescente commercio bilaterale della Russia con la Cina che contribuisce alla riduzione della dipendenza dal dollaro: gli indicatori delle transazioni in rubli e yuan sono quasi quadruplicati negli ultimi quattro anni.

Secondo il WSJ, Cina, Iran, Venezuela e Pakistan sono tra i paesi che mirano anche a sfuggire al dollaro, mentre i membri dell'Unione europea cercano di rafforzare il ruolo dell'euro nelle transazioni internazionali e studiano la possibilità di creare un sistema di pagamento per il commercio con l'Iran.

Il 7 novembre, il presidente della banca russa Vnesheconombank, Igor Shuvalov, ha dichiarato che la Russia e la Cina intendono firmare un accordo entro la fine del 2018 per utilizzare le loro valute nazionali nel commercio bilaterale e che il documento su questo argomento sia stato presentato ai leader di entrambi i paesi. In questo contesto, il vice primo ministro e ministro delle Finanze russo, Antón Siluánov, ha sottolineato che il piano di de-dollarizzazione "faciliterà le nostre imprese [tra Russia e Cina] e l'opportunità di effettuare pagamenti e transazioni finanziarie".

Notizia del: 12/11/2018

e i giornaloni pompano pompano, certo la rabbia contro questo governo è enorme e li fa sragionare. Bandiere dei tagliagola mercenari terroristi che hanno dissanguato la Siria

La carta moschicida dell'"antirazzismo"


Se volete sapere perché Salvini trionferà alle prossime elezioni, non avete che da riflettere su questo episodio

Come direbbero gli Americani, è stato un “must” la manifestazione nazionale “Uniti e solidali contro il Governo, il razzismo e il decreto Salvini”; cioè, un evento al quale, avuto sentore del suo successo, non si può mancare. Quindi, una affollata manifestazione quella di Roma che, come quella di Macerata del 10 febbraio o di Milano del 28 agosto, ha avuto (prima e dopo l’evento) una copertura mediatica insolita. Non a caso, considerando che solo le manifestazioni che celebrano la carta moschicida dell’”Antirazzismo” - unico collante di una “sinistra antagonista”, incapace di sviluppare una qualsiasi iniziativa politica degna di questo nome – trovano spazio sui media di regime.

Ma dicevamo del “must”, anzi dell’opportunismo, anzi della paura di essere additati come “razzisti”se non si partecipa a qualsiasi “manifestazione antirazzista”. Era già successo per la manifestazione di Milano (indetta da PD, Boldrini, “Sentinelle”, Bonino…) o per Macerata (indetta, unilateralmente, dai veri Capi di “Potere al Popolo”). È successo anche per Roma con l’improvviso accodamento alla manifestazione di organizzazioni di spessore politico ben diverso da quello dei tanti Centri sociali e “compagneria” varia .

Ad esempio, Rifondazione Comunista che, ridotta al lumicino dalla scissione con Potere al Popolo, tenta di rituffarsi nel “movimento” aderendo alla iniziativa di Roma con la parola d’ordine“accogliere e regolarizzare tutte e tutti”. A tal proposito, mi è capitato di leggere su Facebook i commenti di alcuni compagni che facevano notare a Rifondazione che questa proposta determinerebbe una catastrofica impennata degli sbarchi (e relativi naufragi), dei già insostenibili costi economici e della xenofobia.

Ovviamente, sono stati sommersi da accuse di “razzismo”.

Se volete sapere perché Salvini trionferà alle prossime elezioni, non avete che da riflettere su questo episodio.

Francesco Santoianni

P.S. Nella foto di copertina, bandiere dei “ribelli siriani” che sventolano liberamente alla “manifestazione antirazzista” di Roma. Chi va per questi mari, questi pesci piglia.

Notizia del: 12/11/2018

Nulla di nuovo sotto il sole, dopo cinque anni gli attacchi al M5S continuano, questa volte i giornalisti e giornaloni fanno i casti puri e verginelli

Giornalismo: sentinelle e puttane


di Francesco Erspamer* - Themisemetis
12 novembre 2018

Ma certo che i giornalisti italiani sono pennivendoli e puttane, come del resto i professori universitari sono baroni e gli intellettuali, diceva Gramsci, anazionali e regressivi. Non tutti, evidentemente; io per esempio sono un professore e non un barone, Gramsci era un intellettuale non regressivo e Travaglio non è una puttana. Però che le colpe e i meriti siano solo individuali è una fissazione puritana, importante per spiegare l’affermazione del capitalismo e diventata egemonica da qualche decennio con la vittoria del liberismo; oggi è usata per spacciare consumismo a livello globale in nome della correttezza politica e di presunti valori universali che riguarderebbero strettamente le persone, mai i popoli, rendendoli facili prede delle multinazionali. Invece esistono comunità, identità comuni e responsabilità collettive: i tedeschi che accettarono Hitler senza combatterlo (sarebbe stato facile all’inizio, divenne difficilissimo più tardi ma non fa differenza) furono corresponsabili delle atrocità naziste e giustamente ne pagarono le conseguenze, inclusi coloro che non erano stati nazisti ma neppure antinazisti e che dall’eventuale trionfo del Terzo Reich avrebbero beneficiato. Troppo comodo, e molto liberista, tollerare gli abusi e la corruzione di chi è a noi vicino come se la nostra passività ci assolvesse.

È un vecchio problema, lucidamente affrontato già nel Vecchio Testamento dal profeta Ezechiele (VI secolo a.C., dunque il periodo della cattività babilonese), in polemica contro la convinzione popolare che le colpe dei padri automaticamente ricadessero sui figli ma anche contro l’ipotesi di una salvezza individuale ed egoistica. Ezechiele usa l’allegoria della sentinella, che non può sottrarsi alla responsabilità di avvertire gli altri in caso di pericolo; e la estende a tutti i membri di un gruppo: “Se un giusto si ritrae dalla sua giustizia e compie il male, io metterò un ostacolo davanti a lui ed egli morirà; poiché tu non l’avrai ammonito, morirà a causa del suo peccato, né saranno più ricordate le opere giuste che ha compiuto; ma della sua morte domanderò conto a te. Se tu invece avrai ammonito un giusto di non peccare ed egli non avrà peccato, certamente vivrà, perché si è lasciato ammonire, e tu ti sarai salvato”.

Quanti giornalisti sono stati delle sentinelle? Quanti hanno “ammonito” i loro colleghi che si erano venduti ai poteri forti o piegati alle loro pressioni? Quanti hanno denunciato la macchina del fango che da anni il Pd e Berlusconi hanno scatenato contro chiunque cercasse di contrastare il loro regime? Quanti si sono apertamente opposti alla deriva nell’approssimazione e nel gossip? Quanti hanno lottato per le riforme che renderebbero trasparente la loro professione, ossia lo smantellamento delle concentrazioni editoriali e una drastica limitazione degli introiti pubblicitari, in modo da diminuire la quantità di denaro a disposizione dei media e dunque le occasioni di corruzione? Troppo pochi e con voce troppo debole. Invece che stracciarsi le vesti e riempire i loro giornali di pompose difese di sé stessi (travestite da difesa di una libertà di informazione che non c’è da tempo) e dai soliti attacchi al M5S, i giornalisti italiani dovrebbero fare autocritica – quelli onesti e competenti, intendo, ossia che non sono pennivendoli e puttane. Perché così com’è il sistema italiano dell’informazione è una disgrazia sociale; va riformato dalle fondamenta.

*Professore all'Harvard University

NoTav - in 30 anni ancora non si capisce se bisogna fare questo buco per le merci o i passeggeri e comunque esiste già una galleria si chiama Frejus, dobbiamo dirlo a Chiamparino

Tav? Perché non farla pagare ai piemontesi? La proposta dei prof. del ministero dei Trasporti

13 novembre 2018


Il commento degli economisti Marco Ponti e Francesco Ramella, membri della commissione per l’analisi costi-benefici presso il ministero dei Trasporti, ha innescato un dibattito fra esperti del settore e non solo. Tutti i dettagli sulla proposta nel solco di idee espresse di recente dal presidente Pd della regione Piemonte, Sergio Chiamparino…

“Appare assai condivisibile la proposta del governatore del Piemonte Chiamparino di autofinanziare la grande opera che più sembra interessare quella regione: sarebbe davvero interessante vedere come risponderebbe in un ipotetico referendum una famiglia media piemontese alla richiesta di contribuire all’opera con 4.000 euro di maggiori tasse, oggi distribuite a carico di tutti gli ignari contribuenti”.

Non hanno lesinato dosi di malizia due economisti esperti di trasporti, ora consiglieri del ministero delle Infrastrutture retto da Danilo Toninelli, alla fine di un intervento pubblicato domenica scorsa sul Fatto Quotidiano.

ECCO IDEE E PROPOSTE DI PONTI E RAMELLA SU TAV

Mentre le opposizioni al governo M5S-Lega puntavano al successo della manifestazione civica pro Tav a Torino, e mentre il dibattito tra esperti ferveva, con divisioni tra il “tecnico” e il “politico”, Marco Ponti e Francesco Ramella in un approfondimento sulle grandi opere ospitato dal quotidiano diretto da Marco Travaglio hanno chiuso l’intervento con una proposta spiazzante: siamo d’accordo con il governatore piddino Chiamparino sulla necessità di un referendum, magari per chiedere ai cittadini piemontesi se sono d’accordo a pagarsi l’Alta Velocità delle merci senza scomodare tutti i contribuenti…

CHE COSA AVEVA DETTO CHIAMPARINO DEL PD

In effetti di recente il presidente Pd della regione Piemonte, Sergio Chiamparino, in un’intervista a Repubblicaha detto: “La proposta suggerisce che il Piemonte, se non c’è altra strada, possa subentrare per la parte italiana della spesa, circa 2,5 miliardi in vent’anni. Io dico che potrebbero farlo tutte le Regioni interessate dal tracciato”. “Il titolare del contratto non può che essere lo Stato”, ma “si possono studiare forme di intervento economico e di compensazione, ad esempio modificando le concessioni autostradali”.

COME SI ANIMA IL DIBATTITO SU TWITTER

L”intervento di Ponti e Ramella ha animato una discussione anche su Twitter, innescata dal giornalista del Corriere della Sera, Marco Imarisio, al quale ha risposto tra gli altri l’economista liberista Carlo Stagnaro:


Sul Fatto un bel manifesto ideologico contro le grandi opere firmato da Marco Ponti e Francesco Ramella, membri della mitica commissione per l'analisi costi-benefici delle grandi opere voluta da #Toninelli. Con un illuminante finale sulla #Tav. Ma sono super partes, eh. Come no.




Il "manifesto" non è affatto contro le "grandi" opere ma contro la finanza derivata e la irresponsabilità fiscale. Nel finale ci limitiamo a far nostra l'ottima idea del Presidente del Piemonte. @MarcoPonti10 @CarloStagnaro @vitalbaa @StefanoFeltri


"Far nostra" è ironico... il centro dell'articolo, giustamente titolato in tal senso dal Fatto, sono le grandi opere, e si intravede la vs opinione, per altro nota. Non me ne voglia, ma data la vostra attuale posizione, mi è sembrato insolito. Anche inopportuno, a essere sincero.
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Che c'è di inopportuno nel fatto che due studiosi,che svolgono una ricerca per conto del governo,rendano trasparente la loro opinione su un tema connesso? Magari ci fosse (e ci fosse stata) più analisi c/b e altrettanta onestà intellettuale da parte di chi ne è incaricato


In teoria nulla. Ma essendo oltre che due studiosi importanti, due membri (Ponte la presiede) della comm costi-benefici che deve valutare, opere come Tav sulla quale c’è un discreto casino, e che quella analisi servirà a giustificare scelte (che cmq rimarranno politiche), ecco.
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Proprio per questo è utile sapere cosa pensano, no? Fermo restando che l'articolo sul Fatto non esprime posizioni sulla Tav (di cui peraltro entrambi si sono occupati in passato). L'articolo faceva una proposta sul finanziamento delle opere (condivisibile? No? Boh!)


Sarebbe utile, certo. Ma il tema delle grandi opere, e in special modo la loro posizione, e l'attesa messianica per una analisi costi-benefici Tav che sarà usata a piacimento dalla politica, è al centro di un discreto casino. Si può far finta di nulla, ma è così. Tutto qui.



ECCO UN ESTRATTO DELL’INTERVENTO DI PONTI E RAMELLA SUL FATTO; QUI IL TESTO INTEGRALE

Le proteste locali piemontesi, destinate a ripetersi in futuro per qualsiasi grande opera messa in discussione, fanno riflettere. Ci sono alcuni fatti incontrovertibili:

1) I piani di investimento in infrastrutture lasciati in eredità dal governo Gentiloni comportano un impegno di spesa che supera i 130 miliardi. Molte di queste opere sono estremamente controverse.

2) La mobilità di merci e passeggeri, in Italia come negli altri Paesi, è per circa il 75% di breve distanza, mentre le opere maggiori sono indirizzate prevalentemente alla lunga distanza.

3) Tra le opere di gran lunga più onerose vi sono quelle ferroviarie che, al contrario di altre, sono interamente a carico delle casse pubbliche, non certo floride. Ovviamente ci sono anche opere utili, ma l’assenza di valutazioni esplicite delle legislature passate ne rende difficile l’individuazione.

4) I contribuenti, che sopporteranno i costi, sono molti e disinformati. Quelli che avranno i benefici sono pochi, ma informatissimi e vocali.

Questo quadro mette in luce due incentivi perversi per le scelte nel settore

1) A livello locale vi è un forte incentivo a dichiarare qualsiasi opera indispensabile, non essendovi costi che ricadano a tale livello, ma solo benefici per imprese, occupazione ed utenti, che si traducono poi in risultati elettorali (con alcune rumorose eccezioni, spesso non meno ideologiche di quelle dei sostenitori). Si annunciano catastrofi imminenti se l’opera non viene finanziata, e crisi occupazionali anche se l’occupazione locale è risibile rispetto ad altri usi di quei miliardi (manutenzioni).

2) A livello centrale gli incentivi perversi sono solo in parte coincidenti (i voti locali hanno anche impatti nazionali). Ma ve ne sono di specifici:

In sintesi, spesso le scelte infrastrutturali, rispondendo a questi tipi di incentivi, sono definibili come fenomeni di “cattura”, cioè di scambi di utilità che con l’efficienza hanno pochissimo a che spartire. Che fare? Si potrebbe guardare alle normative di altri paesi, che incominciano a richiedere la partecipazione finanziaria degli enti locali ad alcuni tipi di infrastrutture.

Si tratterebbe di un decentramento parziale ma rilevante: se fosse in proporzione ai benefici economici, data la prevalenza di traffici locali, la quota locale sarebbe maggioritaria rispetto alla quella nazionale.

Tale decentramento per essere efficace dovrebbe ovviamente riguardare sia il prelievo delle risorse (tasse e tariffe), che la spesa, cioè cosa costruire. Gli incentivi si capovolgerebbero, sia verso la minimizzazione dei costi, sia verso le opere economicamente più efficienti e socialmente più efficaci. E tutto ciò sarebbe controllato più da vicino da soggetti che diverrebbero anche i pagatori delle opere, cioè soggetti incentivati al monitoraggio delle scelte e dei risultati. Si passerebbe da Incentivi perversi ad incentivi virtuosi.

E vi sarebbe anche un forte contenuto di equità sociale: la quota maggiore dei costi sarebbe a carico di chi ne gode i benefici (in generale poi i contenuti distributivi delle grandi opere sono spesso dubbi o regressivi). Analisi economico-finanziarie delle alternative possibili, finora osteggiate per paura di perdere trasferimenti dallo Stato, sarebbero incoraggiate. Le parti politiche che per decenni hanno chiesto maggior autonomia fiscale, dovrebbero rallegrarsene.

In tale ottica appare assai condivisibile la proposta del governatore del Piemonte Chiamparino di autofinanziare la grande opera che più sembra interessare quella regione: sarebbe davvero interessante vedere come risponderebbe in un ipotetico referendum una famiglia media piemontese alla richiesta di contribuire all’opera con 4.000 euro di maggiori tasse, oggi distribuite a carico di tutti gli ignari contribuenti.

* Membri della commissione per l’analisi costi-benefici presso il ministero dei Trasporti

Pochi, pochissimi dicono la verità. Gli aumenti dei tassi d'interessi della Fed manderà sempre di più in tilt il Dio Mercato

NOTIZIE TELEBORSA - COMMENTI

IL SUPER DOLLARO MANDA IN TILT LA BORSA AMERICANA
(Teleborsa) - Nessun segnale di ripresa per Wall Street, che si conferma in calo a metà seduta in una sessione caratterizzata da volumi di scambio inferiori alla media in scia alla chiusura del mercato obbligazionario per il Veteran's Day.

L'attenzione degli investitori si è focalizzata sul recente balzo del dollaro. L'ICE U.S. Dollar Index, che compara il biglietto verde con un basket di sei valute estere, sta viaggiando ai massimi di due anni e mezzo facendo temere ripercussioni negative per le società americane che esportano.

Il Dow Jones cede l'1,70%; sulla stessa linea, perde terreno lo S&P-500, che retrocede a 2.740,08 punti -1,47%. Pessimo il Nasdaq 100 (-2,62%), come l'S&P 100 (-1,6%).

In cima alla classifica dei colossi americani componenti il Dow Jones alcuni titoli "difensivi" quali Coca Cola (+0,95%), Procter & Gamble (+0,95%) e Verizon Communication (+0,77%).

I più forti ribassi, invece, si verificano su Goldman Sachs, che continua la seduta con -7,07%. Tonfo di Apple, che mostra una caduta del 4,38% dopo che uno dei fornitori ha lanciato un allarme utili.

Lettera su Boeing, che registra un importante calo del 2,63%.

Affonda Microsoft, con un ribasso del 2,46%.

Tra i best performers del Nasdaq 100, Wynn Resorts (+2,57%), American Airlines(+2,04%), Jd.Com (+1,71%) e Dentsply Sirona (+1,64%). I più forti ribassi, invece, si verificano su Align Technology, che continua la seduta con -8,17%.

Crolla Nvidia, con una flessione del 7,63%.

Vendite a piene mani su Broadcom, che soffre un decremento del 6,10%.

Pessima performance per Illumina, che registra un ribasso del 5,25%. 

(TELEBORSA) 12-11-2018 07:38

i Mentana di turno, furbescamente, cercano di spezzettare l'azione dei giornalisti servi lacchè dell'élite sostenendo che ci sono gli strumenti per fermare le derive, NOI sosteniamo che è la totalità dell'azione dei giornaloni delle Tv dei giornalisti che è da più di cinque anni massacra il M5S

ANCHE I COMICI CI SONO ARRIVATI (Perché i giornalisti no?)

Maurizio Blondet 12 novembre 2018 

Andrea Cavalleri)

Mi è capitato fra le mani un numero della settimana enigmistica del 2013 e non ho potuto fare a meno di notare tre vignette particolarmente significative.

La prima

“Quello è stato il suo bonus annuale, signore.”

Uno dei fenomeni più vistosi della crisi del 2008 e seguenti: azionisti e dirigenti hanno continuato imperterriti a incassare stipendi bonus e profitti da capogiro, segnando così un punto di non ritorno nella più totale irresponsabilità dirigenziale.

Ma se le loro aziende erano in perdita, da dove sono arrivati questi soldi?

Un’ idea della provenienza di questi guadagni ce l’hanno offerta nel 2014 i professori Emmanuel Saez e Thomas Piketty della Berkeley University, specialisti in statistiche sul reddito: il 93% dei guadagni derivanti dalla recente fase di ripresa economica sono finiti all’1% più ricco della popolazione.

E aggiungono: In questi anni più recenti i redditi dell’1% più ricco sono saliti del 11,2% quelli del rimanente 99% sono scesi dello 0,4%.

Ma noi sappiamo che la “ripresa” dell’immediato post-crisi è stata quasi interamente basata sugli aiuti statali, che dunque sono finiti solo nelle tasche dei più ricchi.

Strano, quando si parla di dare qualche aiuto ai poveri i giornalisti schiamazzano in coro, gridando allo scandalo dell’assistenzialismo e dell’incentivo all’ozio e al lavoro nero.

Ancora oggi il tentativo di reddito di cittadinanza proposto dal M5S ne è un esempio.

Qui invece abbiamo visto applicare l’assistenzialismo per i ricchi e nessuno ha detto niente.

Evidentemente i ricchi non oziano mai e non si sognano di evadere le tasse, anzi, chiedo scusa ai lettori per aver osato pensare qualcosa di così orribile.

E ringrazio gli splendidi e autorevoli professionisti del giornalismo, che sanno tener distinto il lessico da applicare ai poveri dal lessico da applicare ai ricchi; è una questione di etichetta: al nobile si dà deferentemente del “voi” allo zotico si dà del “tu” con un tono sprezzante nella voce.

Ecco la seconda

“Dottore sono in ansia per le mie azioni farmaceutiche. Ha qualcosa da darmi?”

La battuta coglie nel segno a proposito di un altro vistoso fenomeno che si è completato nell’ultimo decennio: l’inversione di finalità del mercato.

Tutta l’economia sorge allo scopo di assicurare agli uomini una vita dignitosa, offrendo tramite la divisione del lavoro abbondanti mezzi di sussistenza e la possibilità di sottrarsi all’abbrutimento di una giornata totalmente occupata dalle fatiche lavorative, per potersi dedicare ad attività superiori.

La finanza nasce come acceleratore del ciclo produttivo-distributivo.

Oggi scopriamo che non è più così: cioè che tutto ciò che produciamo non è un mezzo per soddisfare i nostri bisogni vitali e sussidiari, bensì un mezzo per consentire il lucro degli azionisti.

Le aziende non devono investire per migliorare i prodotti, ma in insider trading.

E poi questa eresia del prodotto affidabile…ma no, la lampadina deve durare poco non tanto! Almeno, non troppo poco da subire un reclamo, ma abbastanza poco da costringere l’utente a ricomprarla spesso. E lo stesso vale per lavatrici, automobili, vestiti…

E il cibo non deve essere salutare e soddisfacente, no, deve essere concepito per invogliare il cliente a consumarne sempre di più.

Dunque se prima si produceva per vivere, bene, serenamente e dignitosamente e adesso tutte queste cose sono subordinate al profitto.

Non importa la serenità, non importa la dignità e, alla fine, non importa un granché neppure la vita (degli altri).

La logica dice che se si applica il principio alle sue ultime conseguenze per il profitto si può anche morire.

E se c’è qualcuno che ha compreso il principio e lo applica alla lettera, questo qualcuno sono esattamente le aziende farmaceutiche.

Veniamo infine alla terza vignetta

“Posso farle credito, se lo desidera”

Forse la barzelletta coglie nel segno oltre le intenzioni dell’autore.

Innanzitutto “l’aggredito” sembra molto a suo agio in tema di transazioni monetarie.

Poi è stato ritratto molto più grosso dell’aggressore, si potrebbe quasi dire che sia stato disegnato “troppo grosso per fallire”.

E poi ha l’aria di sapere che, a lui, fare credito non costa niente.

Chi rappresenterà mai questo pasciuto passante incappato in un ladro decisamente subprime?

Mah, temo che “Il Sole 24ore”, “l’Economist” o il “Financial Time” non siano in grado di penetrare le nebbie del mistero imperscrutabile, soprattutto a riguardo del fatto che a certuni “ fare credito non costa niente”.

Ma in fondo la vignetta esprime una verità ancora più profonda: che nelle questioni di dare e avere, ciò che conta, alla fine, sono le dimensioni e gli armamenti.

Basti pensare all’IRAQ: nel momento in cui ha iniziato a sganciarsi dal dollaro vendendo il petrolio in euro è diventato uno “Stato canaglia dotato di armi di distruzione di massa”; oppure a Gheddafi che, non appena ha provato a sostituire il CFA (franco coloniale francese) con un Dinaro-oro panafricano, è diventato un pazzo terrorista criminale.

E poi, a Paesi distrutti, sono arrivate generose offerte di credito (a interesse, ovviamente) per la ricostruzione.

Scopriamo dunque l’ultimo sorprendente principio della rivoluzione finanziaria: la violenza non si esercita per portare via i soldi, ma per farli accettare.

insomma, la battuta della vignetta potrebbe essere attribuita tanto al passante, quanto al bandito.

Ma forse calza di più al bandito.

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - Gaza la prigione a cielo aperto. E' facile per i sicari sionisti entrare nella prigione e fare omicidi

12/11/2018, 08.54
ISRAELE - PALESTINA
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Scontri a Gaza: sette palestinesi - fra cui un leader di Hamas - e un soldato israeliano uccisi

Fonti palestinesi parlano di azione sotto copertura dell’esercito israeliano. I militari sarebbero penetrati 3 km all’interno del territorio. Razzi da Gaza verso il sud di Israele. L’aviazione ha risposto con raid dei caccia. Netanyahu interrompe la visita a Parigi per le celebrazioni del centenario della fine della Grande guerra. 


Gaza (AsiaNews/Agenzie) - È di sette palestinesi - fra cui un leader locale di Hamas - e un soldato delle forze speciali israeliane il bilancio delle vittime di una operazione lanciata ieri da Israele nella Striscia di Gaza. Gli scontro sono avvenuti a Khan Younis, nella parte meridionale del territorio, e rischiano di riaccendere la tensione - e vanificare un recente finalizzato alla tregua - in un’area già segnata da conflitti e violenze.

A conferma della gravità della situazione, la decisione del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu di interrompere la visita a Parigi. Egli si trovava in Francia assieme a capi di Stato e di governo, per assistere agli eventi promossi in occasione del centenario per l’armistizio della Prima guerra mondiale.

Nel sud di Israele le sirene di allarme hanno suonato a più riprese per segnalare il lancio di razzi e missili da Gaza. Secondo quanto riferiscono fonti dell’esercito con la stella di David, dalla Striscia sono partiti almeno 17 vettori tre dei quali sono stati abbattuti. Al momento non vi sono notizie di danni materiali. 

In una nota ufficiale i militari israeliani precisano che “un soldato è stato ucciso e un secondo ha riportato ferite leggere” in uno scambio di colpi avvenuto durante l’operazione delle forze speciali. Immediata la risposta di Hamas, secondo cui si è trattato di “un attacco codardo di Israele”. Una delle vittime sarebbe Sheikh Nur Barakeh, un funzionario di primo piano del movimento estremista islamico che controlla Gaza. 

Secondo fonti della Striscia, all’origine dello scontro vi sarebbe una operazione sotto copertura delle forze speciali israeliane, che si sono infiltrate a a est di Khan Younis a bordo di un veicolo civile, penetrando per oltre 3 km in territorio palestinese. Alcuni miliziani avrebbero scoperto la vettura e cercato di fermarla, innescando la risposta (anche aerea) di Israele che ha sferrato attacchi e provocato la morte di “diverse persone”.

Analisti ed esperti sottolineano l’anomalia dell’operazione lanciata da Israele, che giunge in un periodo di apparenti “progressi” nel difficile cammino di dialogo fra le parti mediato dall’Egitto su impulso delle Nazioni Unite. La scorsa settimana Israele ha concesso al Qatar l’invio di 15 milioni di dollari in aiuti nella Striscia; in risposta Hamas ha assicurato di diminuire l’intensità delle dimostrazioni del venerdì lungo la frontiera.

Dal marzo scorso i palestinesi promuovono proteste settimanali nell’area, che in alcuni casi sfociano in incidenti o violenze. Dietro le manifestazioni, promosse dai leader di Hamas, il sostegno alle rivendicazioni dei rifugiati palestinesi che chiedono di tornare nelle loro case che, oggi, si trovano in un territorio annesso da Israele. Oltre 200 i palestinesi uccisi dall’esercito, la maggior parte dei quali nel contesto di dimostrazioni di piazza.

http://www.asianews.it/notizie-it/Scontri-a-Gaza:-sette-palestinesi---fra-cui-un-leader-di-Hamas---e-un-soldato-israeliano-uccisi-45449.html