E' impossibile che uno stato con moneta sovrana possa essere costretta al default

E' impossibile che uno stato con moneta sovrana possa essere costretta al default
Il governo di uno Stato con moneta sovrana prima spende la propria moneta e solo dopo la ritira tassandola o prendendola in prestito. Impossibile che siano le tasse o i prestiti dei privati a finanziario lo Stato, perché lo Stato ha l'esclusiva nell'emissione di moneta, NE HA IL MONOPOLIO. Colui che ha il monopolio nell'emissione di qualcosa, non deve prenderla in prestito da altri

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 19 febbraio 2017

FBI: Terrore fatto in casa

Ceta


Quando uno sguardo dice più di mille parole


oleodotto Dakota - scuote gli statunitensi e gli investitori spingono per cambiare tragitto

Vittoria Sioux: gli investitori non vogliono che l'oleodotto passi più per le loro terre

Pressioni sulle banche che finanziano l'operazione: rischi per la reputazione

La protesta dei Sioux

La protesta dei Sioux

globalist 17 febbraio 2017
 Una vittoria. Nonostante le pressioni di Trump e degli affaristi da lui protetti alla fine l'eco della lotta spaventa.
Infatti gli investitori sono scesi in campo per i Sioux. E fanno pressing sulle banche che finanziano l'oleodotto Dakota Access, in totale 17 fra cui Intesa Sanpaolo, affinché spingano per cambiare la rotta dell'infrastruttura in modo che non passi più sulle terre dei nativi americani.
Una novità clamorosa anticipata dal Financial Times.
 In una lettera 120 investitori, fra i quali il fondo pensione della California Calpers che vale 300 miliardi di dollari, si sono rivolti alle banche finanziatrici citando i 'rischi' per la reputazione degli istituti finanziari se non saranno affrontati e risolti i timori sull'oleodotto, che continua a spaccare l'America.
Il presidente Donald Trump ha dato il via libera alla maxi infrastruttura, in uno schiaffo ai nativi americani che contestano il passaggio dell'oleodotto sulle loro terre. Sostenuti dagli ambientalisti, i Sioux hanno presentato appello contro la decisione di Trump. Ma la loro richiesta alla giustizia di bloccare il progetto è stata respinta.
 Al loro fianco sono scesi ora in campo gli investitori, 120 per asset complessivi pari a 653 miliardi di dollari.
"Le banche con legami finanziari con l'oleodotto Dakota potrebbero essere coinvolte in controversie e trovarsi ad affrontare danni al loro marchio e alla loro reputazione se i consumatori'' decidessero di boicottarle per via del loro appoggio all'iniziativa", è stato scritto nella lettera.

 

Diego Fusaro intervistato da Diego renzi di AbruzzoLive it all'Aquila

Ilva - Il corrotto Pd fa finta di non capire che senza l'acciaio, senza l'industria l'Italia muore. Ha venduto le aziende migliori agli stranieri, è al loro servizio

Ilva, il banchetto straniero sulle spoglie dell’industria italiana
 
Aggiunto da Filippo Burla il 19 febbraio 2017.

Roma, 20 feb – La cessione dell’Ilva è un’operazione di alto livello, viste le dimensioni del siderurgico e la strategicità del sito, fra i più grandi d’Europa e con un potenziale produttivo, nonostante la crisi seguita alle inchieste per disastro ambientale, sostanzialmente immutato. Non sorprende che la corsa per accaparrarsi gli altiforni di Taranto (senza dimenticare Genova Cornigliano e Novi Ligure) sia serrata, anche se nel dossier l’Italia fa da convitato da pietra. Le offerte sul tavolo, infatti, sono tutte straniere. Da una parte abbiamo i lussemburghesi di ArcelorMittal, dall’altra gli indiani di Jindal Steel.

ArcelorMittal sembra al momento in vantaggio rispetto al gruppo indiano: “Riteniamo che la nostra offerta possa essere la migliore per una serie di ragioni: innanzitutto abbiamo una maggiore esperienza; abbiamo capacità e forza in termini di sicurezza e alti standard ambientali e sociali in grado di offrire un sicuro futuro a Ilva; siamo leader nella tecnologia di questo settore. Io vedo l’opportunità di contribuire ad un rapido miglioramento per Ilva. Possiamo essere i migliori partner”, ha affermato Aditya Mittal, figlio del fondatore. “Jindal ha una dimensione produttiva limitata e circoscritta al mercato indiano, ha poca esperienza di acquisizioni e nessuna presenza in Europa”, ha aggiunto Geert Van Poelvoorde, amministratore delegato della società.

Jindal vuole invece puntare sulla riconversione a gas dello stabilimento tarantino, “una realtà tecnologica applicata da tempo nelle nostre acciaierie in India. Chi è ostile al preridotto è perché non lo sa utilizzare e non lo sa implementare nelle acciaierie”, ha spiegato l’ad del gruppo, che punta a produrre “tra i 10 e i 12 milioni di tonnellate all’anno, 6 con il ciclo integrale, e altre 4-6 tonnellate con l’ibridazione”, con investimenti promessi per svariati miliardi di euro.

E l’Italia? L’Italia sta a guardare, con i gruppi italiani che invece di unirsi in una cordata unica hanno preferito dividersi per seguire l’uno o l’altro: abbiamo così Marcegaglia insieme ai primi, mentre Arvedi, insieme alla Delfin di Leonardo Del Vecchio, sono schierate con i secondi. Trova spazio anche Cassa Depositi e Prestiti, che dall’idea della scorsa estate di appoggiare Arvedi ed il patron di Luxottica in un’operazione tutta tricolore, ha preferito insieme agli altri soci accettare l’ingresso del gruppo indiano, rinunciando di fatto al suo compito di stimolo della politica economica e riducendosi al mero ruolo di commissario liquidatore della fu industria nazionale.

http://www.ilprimatonazionale.it/economia/ilva-banchetto-straniero-industria-italiana-57827/

Ceta - Il corrotto Pd dimostra ancora una volta di favorire le multinazionali e non gli interessi degli italiani. Traditore

CETA: il Senato serva il popolo, non le multinazionali

19.02.2017 - Stop TTIP Italia
CETA: il Senato serva il popolo, non le multinazionali
(Foto di wikimedia.org)
Appello di Stop-TTIP FVG a senatrici e senatori italiani perché non ratifichino il CETA nel voto di mercoledì 22 febbraio.
 Egregio Senatore, Egregia Senatrice,

la recente ratifica del CETA al Parlamento europeo ha fatto emergere in tutta la sua drammaticità la spaccatura interna non solo tra gli eurodeputati, ma anche in seno alle nostre società sugli impatti negativi che l’accordo con il Canada potrà avere sui diritti economici, sociali e ambientali. È assolutamente necessario aprire un ampio dibattito nazionale con la società civile, evitando qualsiasi accelerazione del processo di approvazione che possa danneggiare un confronto trasparente e un dibattito democratico, grandi assenti durante la fase negoziale del CETA.

Nei mesi passati oltre 450 tra Ong e associazioni di consumatori hanno inviato numerosi documenti e ricerche sui rischi del CETA e nei giorni scorsi diverse organizzazioni sindacali e di categoria si sono espresse con viva preoccupazione riguardo le ricadute occupazionali. Le Regioni Puglia, Calabria e Toscana hanno espresso la loro ferma contrarietà alla ratifica del trattato, consce dei rischi per l’agricoltura e le piccole imprese.

Come cittadino/a italiano/a e come elettore o elettrice nella circoscrizione dove Lei è stata/o eletta/o, sono particolarmente preoccupata/o della politica economica e commerciale messa in campo dalla Commissione Europea. Il TTIP prima e adesso il CETA, per una serie di questioni già evidenti nei testi ufficiali, disegnano una prospettiva di sviluppo che rischia di impattare negativamente sulla filiera agroalimentare italiana, sulla tutela ambientale e persino sulle prerogative degli organismi democraticamente eletti nel nostro Paese, attraverso l’istituzione di un sistema per la risoluzione delle controversie potenzialmente lesivo delle prerogative costituzionali. Il tutto senza offrire garanzie esigibili per le condizioni e i diritti dei lavoratori.

L’Italia sarà ora chiamata a ratificare il CETA, un accordo i cui rischi sono noti dalle analisi effettuate sul testo consolidato. Per questo crediamo necessario esprimere voto contrario alla Risoluzione che Lei è tenuto a votare questo mercoledì: la ratifica del CETA non può passare sotto silenzio.

A tal proposito Le chiedo di prendere in seria considerazione le preoccupazioni espresse nei documenti inclusi nel testo di questa lettera, esprimendo una chiara posizione contraria.

Qui può trovare i documenti a cui fare riferimento (https://goo.gl/lLPnoO) e un’argomentata smentita sulle posizioni a sostegno dell’accordo (https://goo.gl/dV8qez)

Il Comitato StopTTIP Stop Ceta di Udine, insieme ai Comitati di Pordenone, Trieste e Gorizia, sta conducendo un’azione di informazione sui cittadini e sui Comuni del territorio FVG.

Rappresentiamo 72 Associazioni, Movimenti, Sindacati, Partiti del territorio che difendono i DIRITTI sulla salute, l’agroalimentare, il lavoro, l’ambiente, i beni comuni.



https://www.pressenza.com/it/2017/02/ceta-senato-serva-popolo-non-le-multinazionali/

Siria - Aleppo - il dopo è importante come il prima

Mosca invia un secondo battaglione caucasico in Siria

18 febbraio 2017
di Redazione
in Enduring freedom




La Russia invia in Siria un altro battaglione di polizia militare: lo riferisce il leader della repubblica russa dell’Inguscezia, Iunus-bek Ievkurov, citato dalle agenzie. “Da noi – ha detto Ievkurov a Ria Novosti – è partito per la Siria un battaglione di polizia militare che si compone di abitanti della repubblica (dell’Inguscezia, nel Caucaso russo) per lavorare nei centri abitati, nelle città, dove sono state separate le parti e dove sono stati firmati accordi di pace”.

Ievkurov ha poi dichiarato che il battaglione di polizia militare “si occuperà della sicurezza del gruppo aereo russo e del centro per la riconciliazione delle parti belligeranti in Siria”. Già a fine dicembre la Russia inviò un battaglione di polizia militare composto da ceceni ad Aleppo per “mantenere l’ordine nei quartieri liberati”.

Salgono così a 800 i militari russi esperti nella controguerriglia ma impiegati, almeno in questa fase, per garantire la sicurezza nelle aree liberate dalla presenza dei miliziani jihadisti con il compito di accattivarsi la simpatia della popolazione civile. La loro massiccia presenza ad Aleppo è stata confermata dal presidente ceceno Ramzan Kadyrov, il quale ha affermato che tra gli obiettivi concreti delle sue truppe c’è anche quello di partecipare alla ricostruzione della Moschea Omayyade di Aleppo, semi distrutta durante i bombardamenti, in cui si è recato in compagnia del Mufti’ ceceno Salah Hajj Mezhiyev.

Secondo il Wall Street Journal l’impiego di ceceni ad Aleppo sarebbe anzitutto funzionale a stemperare la potenziale ostilità degli abitanti verso truppe straniere, dato che larga parte della minoranza etnica cecena è composta da musulmani sunniti, proprio come gran parte della popolazione della città.

Ad Aleppo persiste da tempo una situazione di estrema tensione settaria: i russi hanno infatti limitato al minimo la loro presenza sul terreno – ma assicurano quella aerea – favorendo invece l’afflusso degli alleati iraniani e soprattutto delle milizie sciite, da Hezbollah e quelle irachene raccolte sotto l’ombrello delle Hashd Al Shabi, le Unità di mobilitazione popolare nate in Iraq e coordinate dal generale Qassem Suleimani, capo della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione iraniana.

Le milizie sciite – le cui famiglie stanno ripopolando delle aree di Aleppo, concorrendo ad una sua ridefinizione demografica – sono percepite dalla popolazione locale come estranee al tessuto sociale cittadino. La decisione di Putin di coinvolgere la componente cecena si spiega dunque con la necessità di attirare un certo grado di benevolenza della popolazione locale, o perlomeno di contenerne l’ostilità derivante in parte de ragioni confessionali, assegnando loro compiti di polizia militare attraverso l’installazione di checkpoint nei punti nevralgici della città, di sostegno alla ricostruzione delle infrastrutture, di protezione alle unità di guastatori russi e di training delle forze militari del regime siriano.

Le truppe cecene hanno infatti una lunga esperienza di guerra contro elementi wahhabiti di al-Qaeda e dell’Is in Cecenia e secondo dei report alcuni suoi elementi sono attualmente infiltrati all’interno dell’Isis. Tra i miliziani dello Stato islamico infatti, c’è un numero ragguardevole di ceceni: il più famoso tra essi era il comandante Tarkhan Tayumurazovic Batirashvili, conosciuto col nome di battaglia di Abu Omar al Shishani (in arabo “shishani” significa ceceno), considerato la mente dell’assedio dell’Isis su Mosul e ucciso in combattimento nel governatorato di Salah al Din in Iraq lo scorso luglio. Su di lui pendeva al tempo una taglia di 5 milioni di dollari, che lo ponevano al tempo tra i terroristi più ricercati al mondo.



E’ dunque probabile che tra le mansioni degli operatori ceceni ad Aleppo ci siano anche quelle di counter insurgency, per combattere le ultime enclaves di miliziani di Daesh e Al Nusra rimasti in città. Questo non deve far dimenticare due aspetti: il primo è che se la presunta ostilità della popolazione di confessione sunnita di Aleppo verso le milizie sciite si muove secondo logiche confessionali, non è da escludere che ne possa emergere una nei confronti delle truppe cecene, su linee etniche. In entrambi i casi, si tratta di truppe straniere, occupanti.

Il secondo è che ai civili e hanno lasciato il Paese o la città è teoricamente garantito il diritto al ritorno, anche se molti certamente non torneranno – temendo rappresaglie o la coscrizione obbligatoria – finché non sarà siglato un patto di riconciliazione nazionale: questo colliderà certamente con la ricomposizione demografica in atto in città.

Nel frattempo, Aleppo piange tra le sue macerie: secondo Abdullah Al Dardari, vice segretario esecutivo della Commissione economico sociale per l’Asia occidentale delle Nazioni Unite, i danni calcolati in Siria – che richiederanno un afflusso di fondi per ora in stand by, viste le divisioni in seno alla comunità internazionale ammontano più o meno a 350 miliardi di dollari: di questi, il 15% circa 52 miliardi – andrebbe destinato alla ricostruzione di Aleppo. Secondo altri osservatori, per ricostruire e far tornare a vivere di vita propria quella che una volta era la più grande città siriana, polo industriale del Paese e uno dei suoi fiori all’occhiello dal punto di vista archeologico e architettonico, ce ne vorrebbero almeno il doppio.

(cin fonti Ansa e AGI)

Foto AP 
 

Eugenio Orso - il corrotto Pd e il kapo del Globalismo Capitalistico e continueranno a difendere ad oltranza gli interessi di questi a discapito degli italiani

#ITALIARIPARTE … verso il burrone di Eugenio Orso
 
Pubblicato il 18 febbraio 2017

C’era una volta la catena involutiva sinistroide, avanguardia del collaborazionismo nei confronti dei Mercati & Investitori, Pci del crepuscolo- Pds –Ds –Piddì. Dal 1991 al 2007, cioè dallo scioglimento del Pci alla nascita del Piddì, ma soprattutto da lì ai giorni nostri, la “trasformazione” della sinistra nell’ombra servile del turbocapitalismo non ha conosciuto soste e, in parallelo, sono cresciute a dismisura, nel nostro paese, disoccupazione, povertà vera e disuguaglianze sociali. All’involuzione della cosiddetta sinistra, che ha liquidato definitivamente i comunisti e abbandonato le classi povere al loro destino, ha corrisposto una caduta ormai di lungo periodo di molti indicatori dell’economia italiana. Basti pensare che a fronte di un rapporto Debito/Pil di circa il 98%, nel 1991 (anno di morte del Pci e dell’Urss), nel 2015 siamo arrivati oltre il 132%, mentre la disoccupazione ufficiale è salita da poco più del 7% a oltre l’11% (quella reale è oggi molto più alta). Tutto ciò non è una mera casualità, perché quello che alcuni chiamano “il tradimento della sinistra” – risultato di una vera e propria mutazione genetico-politica – ha dato un potente contributo alla caduta dell’economia italiana, al saccheggio delle risorse del paese da parte dei poteri esterni e all’impoverimento di massa.

Fatta questa doverosa premessa, notiamo che oggi, mese di febbraio del 2017, la sinistra e il centro-sinistra, mutati geneticamente e asserviti ai vari JP Morgan, Soros e Goldman Sachs, fedeli alla troika e al sopranazionale come non mai, potrebbero giungere rapidamente al capolinea, o almeno a una caotica e repentina scomposizione, con la crisi interna all’entità collaborazionista chiamata piddì. Ciò non significherebbe, però, la nascita, o la rinascita un istante dopo, dalle ceneri della sinistra neocapitalista ed euroserva di una vera opposizione sociopolitica, nutrita di buoni propositi come la lotta alle diseguaglianze, la valorizzazione (anche economico-retributiva) del lavoro dopo anni di svalutazione, la protezione (di ciò che rimane) delle produzioni nazionali dalla rapacità globalista, il contrasto alla finanza creativa e di rapina. L’involuzione della sinistra, ormai ultradecennale, è cosa fatta e indietro non si potrà tornare. Scordiamoci, dunque, le fanfaluche dei vari Fassina, Speranza, Stumpo, D’Attorre, Fratoianni, fuori e (almeno per ora) dentro il piddì.

L’apparente situazione di caos che c’è dentro l’entità piddì, potrebbe, però, non essere la spia di una crisi irreversibile della sinistra e del centro-sinistra, ma, bensì, potrebbe preludere a una scomposizione e ricomposizione dell’entità collaborazionista dei poteri esterni. Come? Anzitutto liberandosi di alcune zavorre interne per “ripartire” di gran carriera, ma sempre su posizioni neoliberiste informate dal mercato, dal darwinismo sociale e dagli appetiti della razza padrona elitista, cercando di attrarre altro e nuovo consenso idiota. Solo ed esclusivamente in tal senso si dovrebbe leggere lo slogan renziano #ITALIARIPARTE.

Se riflettiamo bene, Matteo Renzi, da quando è calato dall’alto (JP Morgan, Goldman Sachs, veri padrini della sinistra) occupando la segreteria del piddì e poi, in rapida sequenza, la presidenza del consiglio, ha fatto di tutto per spaccare l’entità collaborazionista, prendendo a schiaffi la cosiddetta “sinistra dem” e a calci nel sedere i vari Bersani, Fassina, Cuperlo e compagnia. Di questi inetti, in grande parte finta opposizione interna, ben pochi sono usciti (non certo Bersani e Cuperlo, ma solo il “Fassina chi?” sputtanato da Renzi), alcuni dei quali perché la loro posizione, all’interno, era ormai insostenibile e rischiavano di bruciarsi per sempre (come nel caso di Civati). Tuttavia, i (per ora) pochi fuorusciti si sono ben guardati dal mollare lo scranno in parlamento, rinunciando a una certa visibilità e a decine di migliaia di euro.

Anche il calo del tesseramento piddì, drammatizzato dai ridicoli oppositori interni di Renzi, dal punto di vista di questa sinistra euroserva e mercatista non è propriamente un fatto negativo, perché consente di lasciar fuori quella parte di “popolo” (chiamiamolo pure così) che potrebbe creare difficoltà e cagionare ritardi, se resta all’interno, in occasione delle prossime controriforme su lavoro, pensioni e stato sociale. Infatti, Renzi non si è mai stracciato le vesti per le decine di migliaia di tessere non rinnovate. Se non ricordo male, nel 2015 quando è esplosa mediaticamente la questione del calo del tesseramento fu Bersani, non certo il fiorentino, a stracciarsi le vesti e guaire.

La perdita di tessere è conseguenza “naturale” di un nuovo modo d’intendere la politica? La scarsa partecipazione di massa è il destino futuro della politica, dando implicitamente ragione ai 5s che la preferiscono on-line, mitizzando la democrazia diretta in rete, con tanto di credenziali d’accesso? Certo che no, perché “il nuovo modo d’intendere la politica è una delle giustificazioni (pelose) addotte dai renziani, per coprire il calo delle tessere e lo sboom partecipativo. Costoro sono consapevoli del fatto che se perseguitano i lavoratori pubblici, come fanno con la riforma Madia, per procedere più facilmente ai licenziamenti, questi si accorgeranno di essere le vittime sacrificali e, per quanto idioti sociopolitici, toccati nella carne viva si allontaneranno dal piddì e dall’infame sinistra, che li sacrifica sull’altare dei Mercati & Investitori.

Se la “buona scuola” piddino-renziana e gli interventi contro il pubblico impiego di Madia, che ci mette la firma e la faccia odiosa e arrogante, allontanano insegnanti, impiegati dei ministeri e altri dal piddì, è chiaro che ciò fa parte di un piano per alleggerire l’entità collaborazionista (“partito leggero” liberal-liberista, caldeggiato e applicato già da Silvio Berlusconi) e trasformarla in qualcosa di nuovo (“partito della nazione”?). Anche l’Ape, il cosiddetto anticipo pensionistico, che comporta indebitamenti a vita dei lavoratori con banche e assicurazioni per andare in quiescenza con un paio d’anni d’anticipo, è una spia del fatto che ai vertici del piddì non importa nulla della “partecipazione popolare” e della militanza, nonostante i piagnistei inscenati ad arte dal trombato Bersani. Il doppio linguaggio dei collaborazionisti sinistroidi delle élite finora ha funzionato a meraviglia, domani vedremo. Ai polli obnubilati e sinistroidi si richiedono la “partecipazione democratica”, le tessere e il voto, come fa Bersani, mentre con i suddetti provvedimenti si colpiscono nel vivo, nei loro interessi e bisogni primari, addirittura insultandoli e criminalizzandoli in quanto “furbetti del cartellino”, “nullafacenti”, “assenteisti”, eccetera, come fanno i renziani. E’ solo un gioco delle parti, un’ennesima recita per fottere il paese obbedendo ai voleri delle élite. Ecco perché mentre un Bersani frigna continuamente che la scissione è già avvenuta, ma quella dei militanti, del “popolo della sinistra”, implorando la direzione e la segreteria di cambiare strada, continuano senza soste le vessazioni contro il pubblico impiego e i lavoratori in generale. Così agiscono i collaborazionisti, che nell’arco di cinque lustri (1991 – 2017) hanno sviluppato con una certa “professionalità” l’abilità di mentire e ampiamente praticato la doppiezza.

Quello che voglio dire, è che il piddì è ormai giudicato obsoleto, così com’è, dai suoi padroni sopranazionali che non mollano la presa sull’Italia. Ha bisogno, quindi, di una scomposizione e ricomposizione in forma diversa per “modernizzarlo”, il che potrebbe implicare una scissione effettiva e non solo a parole, com’è stato finora. Anche in ciò Renzi si è rivelato utile ai padroni, come testimonia lo psicodramma inscenato dall’entità collaborazionista in questi ultimi giorni. Direzione, assemblea, congresso vanno e andranno in tal senso. Del resto, se la cosiddetta opposizione interna fosse genuina e sincera, cercherebbe di ottenere un cambio di linea politica complessiva che investirebbe il governo e le politiche applicate. In tal caso, non farebbe di tutto per andare al voto “a scadenza naturale della legislatura”, mantenendo in piedi un governo Renzi-bis che porta avanti le controriforme neoliberiste, sul solco dei precedenti nominati, allontanando ancor di più dall’amato piddì la sua cara base …

L’esito potrebbe essere effettivamente, questa volta, una scissione, con conseguente uscita della cosiddetta minoranza dall’entità collaborazionista. In tal caso, si costituirebbe una nuova FO (falsa opposizione), corroborata da ciò che c’è già fuori dal piddì, ossia sinistra italiana + sel, affiancandosi al neonato “campo progressista” di Pisapia (e Boldrini). Non a caso è già comparso il “campo progressista”, disposto a collaborare con Renzi e il piddì, a detta dello stesso Pisapia. Se la possibile scissione farà nascere un’altra FO, il gioco che si farà – sotto l’occhio benevolo delle élite finanziarie e della troika – mi pare chiaro fin d’ora. In pratica, “Marciare separati per colpire uniti”!

Una legge elettorale proporzionale, con qualche correttivo, favorirebbe il gioco dell’entità collaborazionista, rinnovata dalla scissione, e delle neonate FO di sinistra. Il “nuovo piddì”, comunque lo chiameranno, o un piddì dopo la scissione catalizzerebbe parte dei Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, mentre le FO sinistroidi raccoglierebbero consenso dalla massa imbecille dei “delusi di sinistra”. Dopo il voto, nel pieno rispetto del detto popolare “passata la festa, gabbato lo santo”, potrebbero ricompattarsi – per il bene del paese – e rimettersi insieme. Non è escluso, inoltre, che un paio di FO, campo progressista e sinistra italiana dem (ipotizziamo …), rubino qualche voto alla FO più grande e alternativa al piddì, ridimensionandola un poco. Del resto, il cinque stelle raccoglie a sua volta il voto ignavo e stupido di una buona fetta di “sinistrati”, che potrebbero essere tentati di tornare a casa.

Tuttavia, a rischio di sembrare ripetitivo – è una cosa che scrivo ormai da anni – l’obbiettivo ultimo delle élite e la finalità di questa operazione di “ingegneria” politica è sempre quello di arrivare al governo-troika definitivo, con ampie possibilità di manovra per i commissari europei (taglio secco delle pensioni, licenziamenti di massa nel pubblico impiego, prevalenza della sanità privata totalmente a pagamento, una nuova ondata di privatizzazioni, eccetera). A quel punto, le FO nate dalla crisi del piddì potrebbero far comodo, come il cinque stelle un po’ ridimensionato, per catalizzare un dissenso sociopolitico sempre più disperato e potenzialmente pericoloso, allo scopo di neutralizzarlo, magari votando qualche singolo provvedimento dei commissari della troika perché giudicato “necessario”, o addirittura utile per il paese. Il piddì, o la sua nuova versione/ il suo sostituto, costituirebbe sempre il perno del collaborazionismo in Italia e avrebbe la funzione, forse assieme a forza Italia e qualche altra piccolezza, di sostenere il governo alieno (un po’ come l’ABC nei confronti del primo Quisling, Mario Monti).

Più come “aruspice” che nelle vesti di analista politico, avevo predetto che dopo Renzi ci sarebbe stato un ultimo piccolo Quisling (ed è arrivato Gentiloni/Renzi-bis) e poi avrebbero imposto al paese il temuto governo-troika commissariale, per attivare la fase finale del saccheggio. Ormai dovremmo esserci ed anche la crisi interna al piddì va in tal senso.

Se le cose andranno come ho scritto, non mi preoccuperei tanto della fine che faranno il piddì, Renzi e l’attuale governo in carica, ma mi preoccuperei di più, molto di più, per ciò che verrà dopo …
 

Attenti alla “sorpresa” russa!

Pandora tv - Documenti: "Gli Usa vogliono la grande guerra"

Renzi ha perso e non vuole ammetterlo, il corrotto Pd ha sposato il Globalismo Capitalistico, che ha perso, e ne paga le conseguenze incapace ed impossibilitato a tornare indietro

Politica
CAOS PD/ Sansonetti: la scissione? nessuno la vuole, per questo si farà

INT. Piero Sansonetti
sabato 18 febbraio 2017

"La scissione? Ho l'impressione che non la voglia nessuno, per questo si farà. Ma non c'entrano le idee, è solo una questione di potere". Commenta così Piero Sansonetti, direttore de Il Dubbio, il caos interno al Partito democratico. Gli oppositori di Renzi gli contestano di voler fare un congresso-lampo, in realtà solo una rapida conta, per rimanere in sella, fare un partito personale e liquidare il governo Gentiloni. Il tutto senza neppure una riflessione politica sugli errori compiuti e nel pieno di una discussione parlamentare sulla legge elettorale che dalla sentenza della Consulta ad oggi non ha visto sviluppi. Le ultime ore sono state segnate da una tensione crescente. Domani si riunirà l'assemblea nazionale per dare attuazione al percorso congressuale abbozzato da Renzi in direzione lunedì scorso.

Solo una questione di potere, dunque?

Una lotta per il potere condotta con lo strumento della scissione. Il problema è che in politica i propositi non sempre sortiscono l'effetto desiderato. Ho l'impressione che si sia messo in moto un processo che nessuno è più in grado di fermare. E quindi la scissione si farà, anche se nessuno la vuole. Tranne D'Alema, che però non ha la forza per farla e la lascia fare agli altri. Bersani, Speranza, Emiliano non vogliono la scissione, la usano come arma politica per indebolire Renzi. Ma si farà perché nessuno è più in grado di evitarla.

Renzi vuole fare il congresso nel minor tempo possibile. Bersani invece chiede che si faccia prima una riflessione vera sul senso del Pd.

Il problema è un altro: nessuno in Italia è in grado di spiegare quali sono le differenze politiche tra le parti del Pd che potrebbero dividersi. Nel '91 nacque Rifondazione comunista perché Occhetto diceva che il comunismo era finito. I termini della discussione erano chiari, netti. Oggi non vedo nulla di tutto questo.

Però sono due anni che gli oppositori chiedono a Renzi un'analisi politica e una correzione di rotta.

Sì; ma sono gli stessi che quell'analisi non hanno mai fatto. Veltroni l'ha fatta? Bersani l'ha fatta? Chi ha fatto la scelta di trasformare la sinistra in un partito blairiano? Non Renzi, che ha solo tradotto Blair in salsa fiorentina. Ma forse è solo colpa mia: purtroppo non mi riesce di capire la differenza tra il dalemismo e il bersanismo degli anni Novanta e il renzismo di oggi.

Domina il mea culpa. Siamo lontani dalla gente, si dice nel Pd per opposte ragioni e gli uni contro gli altri.

Lontani dalla gente? No, lontani dalla politica, dal pensiero politico, dalle idee politiche. E' questo che manca. Una volta sapevo perfettamente chi erano D'Alema, Napolitano, Ingrao, Amendola, Moro, Fanfani. Chi è invece Roberto Speranza? Anche nella destra di Berlusconi e Salvini c'è una questione di leadership, però c'è anche una fortissima questione politica: da una parte i moderati e gli europeisti, dall'altra i populisti anti-immigrati.

Qual è l'errore storico della sinistra?

L'errore storico della sinistra italiana è di avere abbracciato la destra; di essere diventata la destra. Non la destra politica ma la destra economica e finanziaria. La sinistra italiana non ha sbagliato nell'abbracciare la globalizzazione, che è una dinamica positiva, ma nel farla sua così com'era, guidata da idee e uomini di impronta smaccatamente liberista.

Nell'intervista al Corriere di mercoledì scorso, Veltroni è come se si chiedesse: come mai nel '94 la sinistra governava tutto l'occidente e adesso non governa più da nessuna parte?
Dovrebbe essere lui a rispondere. Poiché non lo fa, gli dico: caro Walter, la risposta è facilissima: la sinistra non governa più perché ha sbagliato tutto. Ha fatto la scelta di prendere il posto della destra. Una scelta disastrosa, Blair in Gran Bretagna e, dietro di lui, D'Alema e Veltroni in Italia. E dopo di loro Bersani. Scelta legittima; poi però il conto arriva e lo si deve pagare. Le liberalizzazioni non le ha fatte Lotti, non le ha fatte nemmeno Berlusconi; le ha fatte Bersani. Il Jobs Act lo ha fatto Renzi, ma sono stati Prodi e Bersani a fare la legge Treu (legge 196/1997, durante il Prodi I, ndr), sono stati loro a istituzionalizzare il precariato, perfino ad ammantarlo di virtù.

E D'Alema?

D'Alema è l'unico intellettualmente onesto che ha fatto autocritica, riconoscendo gli errori di quegli anni. La domanda è se ora ha l'autorevolezza, dopo quegli errori, di essere lui il leader della ricostruzione.

Non si possono però imputare quegli errori ai più giovani.

Vero; però devono spiegarci cosa vogliono. Non possono far finta di non sapere da dove vengono. Intanto continua a sfuggirmi la differenza tra Lotti e Speranza.

Cosa vede nel breve e medio termine?

La situazione è drammatica. Non si vede una via d'uscita, perché se si andasse al voto nessuno avrebbe la maggioranza, né da solo né in coalizione. E ho l'impressione che ormai il ceto politico italiano abbia subìto tante di quelle batoste da non riuscire più a riprendersi.

Come andrà a finire nel Pd?

Come in Gioventù bruciata: correranno in macchina verso il burrone, alla fine uno ci lascerà la pelle perché all'ultimo momento gli resterà impigliata la giacca nella portiera e non potrà buttarsi fuori.

Renzi?

Gli manca del tutto un gruppo dirigente: non ha intorno nessuno che lo aiuti, nessuno che lo faccia pensare. Ha questa maledetta idea che la politica è una partita di poker. Non è vero. Puoi giocare a poker in un partitino, non se hai ambizioni di governo. Se vuoi governare devi essere statista. Non è un'optional, ma una necessità.

D'accordo, ma nell'immediato che cosa dovrebbe fare?

Farsi da parte: rinunciare alla segreteria del partito, trovare una mediazione ed evitare la scissione. Deve farlo perché il suo insuccesso è clamoroso, non ha perso solo al referendum ma su tutti i fronti.

(Federico Ferraù)

http://www.ilsussidiario.net/News/Politica/2017/2/18/CAOS-PD-Sansonetti-la-scissione-nessuno-la-vuole-per-questo-si-fara/748995/