L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 24 febbraio 2021

Autoritarismo, violenza, prevaricazione, sostanzialmente una nuova ed inedita forma di dittatura

COVID ALL’ISRAELIANA 

di Leonardo MazzeiFEB 24, 2021di SOLLEVAZIONEin MONDO



A leggere i giornali italiani Israele è un modello. Una campagna vaccinale da record, un’organizzazione efficiente ancorché di stampo militare, un’efficacia del vaccino molto elevata almeno secondo i dati del ministero della Sanità. Un quadretto idilliaco per l’ineffabile Burioni:

«I dati che arrivano da Israele sono oltre ogni aspettativa, tra poco potrebbero essere liberi da questo incubo grazie al vaccino. Non è possibile che l’Europa rimanga indietro. Vacciniamo tutti, whatever it takes».

Come non è difficile da immaginare, le cose stanno però in maniera molto, ma molto diversa da come ci vengono presentate. Il primato nelle vaccinazioni è solo il frutto di una sperimentazione di massa pro-Pfizer, spesso conseguita con la forza, la violenza e il ricatto. Le modalità nazi-sioniste della sua realizzazione, sono la manifestazione più avanzata dell’autoritarismo dispiegato connaturato con il nascente regime del Great Reset.

In quanto ai risultati in materia di lotta al Covid, essi sono ben diversi da quelli vantati tanto dal governo israeliano, quanto dai suoi amici che occupano la scena mediatica in occidente. Ma per lorsignori questo è in fondo un aspetto secondario. Ciò che conta è piuttosto l’affermazione, che avanza a passi da gigante, di un nuovo e mostruoso modello di società.

Ma entriamo nel merito.

La prima cosa da ricordare è che se Israele è in testa alla classifica della percentuale di vaccinati, ciò si deve solo al fatto che il governo Netanyahu ha sottoscritto un contratto speciale (e largamente secretato) con Pfizer. In base a questo contratto, la multinazionale americana ha dato priorità assoluta ad Israele nella fornitura dei vaccini. In cambio Netanyahu ha messo nelle mani di Pfizer tutti i dati sanitari dei vaccinati. Un’aperta violazione del diritto alla privacy, un atto necessario a realizzare la più grande sperimentazione di massa (per giunta non consensuale) di un farmaco privo dei test necessari ad accertarne sia l’efficacia che la sicurezza.

Questa prima questione ci porta a due riflessioni. La prima: per una serie di motivi, chi scrive tende a non usare l’espressione “dittatura sanitaria”, ma di fronte a questa aberrazione sarà forse necessario ricredersi. La seconda: ecco come procede il meraviglioso mondo della scienza reale, quella in mano ai giganteschi interessi privati che sappiamo. Nessuno stupore, naturalmente, ma guai a volgere lo sguardo altrove, come se ciò che sta accadendo fosse solo una momentanea parentesi.

L’alta percentuale di vaccinati (circa un terzo degli israeliani ha già ricevuto la seconda dose) non è il frutto di una straordinaria adesione spontanea, quanto piuttosto la conseguenza delle pressioni esercitate anche con la violenza e le minacce. Molte sono le testimonianze che ce ne parlano. Spesso i militari entrano nelle case ed obbligano alla vaccinazione, mentre le minacce sono la norma sui luoghi di lavoro, per l’accesso ai mezzi ed ai locali pubblici. Quando queste non bastano, la polizia e l’esercito ricorrono alla violenza vera e propria, come accade normalmente nei quartieri abitati dagli ebrei ortodossi che non intendono vaccinarsi.

Anche se il vaccino non è formalmente obbligatorio (cosa che implicherebbe una responsabilità dello Stato in caso di danni alle persone), si fa in modo che esso lo sia di fatto. Da qui l’introduzione della “Green Pass”, una sorta di certificato di doppia vaccinazione indispensabile per poter svolgere tutta una serie di attività. La violenza è dunque fisica e morale, ma pure legale. Una “legalità” peraltro truffaldina, perché introdotta solo surrettiziamente con il ricatto, quello del posto di lavoro in particolare.

Questa modalità coercitiva ha molti estimatori anche nel nostro Paese, si pensi per esempio alla spinta affinché l’Inail non riconosca come malattia il Covid contratto sui luoghi di lavoro a coloro che non si fossero vaccinati. Insomma, per non rispondere dei danni, lo Stato non ti obbliga formalmente al vaccino, ma fa in modo che tu sia ugualmente obbligato di fatto. Anche in questo campo Israele fa scuola, una vera avanguardia del regime che si vuole costruire.

Ma c’è di più. Siccome le minacce possono non bastare, in Israele si ricorre pure alla marchiatura di chi non si piega. Ne ha parlato in un recente video un monaco buddista. Una delle sue affermazioni è particolarmente agghiacciante, quella in cui racconta come i non vaccinati vengano obbligati ad indossare una tuta di colore diverso sul posto di lavoro. Una pratica che richiama l’obbligo ad esporre la stella di David imposto agli ebrei dal regime hitleriano nel 1941.

Ovviamente anche questo non deve stupire. Vittime dei lager nazisti, gli ebrei israeliani sono oggi gli artefici del più grande campo di concentramento dei nostri tempi, quello di Gaza. Ed a proposito del popolo palestinese, va segnalato come esso non riceva alcun vaccino dagli occupanti israeliani. Nei territori occupati della Cisgiordania il vaccino va infatti solo ai coloni. Insomma, da una parte l’obbligo, dall’altra la totale esclusione: plastico esempio di un regime che coniuga inevitabilmente autoritarismo estremo, violenza diffusa e razzismo congenito.

Il quadro fin qui descritto ci dice molte cose, ma non c’è commentatore che se ne occupi. Di fronte a queste aberrazioni il “democratico” occidente tace. Chissà perché! C’è però un’ultima questione. Molti penseranno che a queste mostruosità corrisponda almeno un significativo risultato nella lotta al Covid. Sorpresa, così non è!

Oscurate le tante reazioni avverse segnalate, il ministero israeliano della Sanità fornisce dati travolgenti sul vaccino. Gli effetti su chi ha ricevuto entrambe le dosi sarebbero più che positivi: nel 98,3% dei casi il vaccino eviterebbe le forme più gravi della malattia, nel 95,8% anche l’infezione stessa. Sono realistiche queste percentuali? Il grafico che proponiamo di seguito ci dice di no.


Questo grafico, elaborato da “Il Pedante” su dati di ourworldindata.org, ci mostra come l’andamento delle ammissioni ospedaliere (ricoveri) dall’inizio dell’anno a metà febbraio sia del tutto omogeneo tra Israele (curva azzurra) ed Italia (curva arancione). E questo nonostante l’enorme differenza nelle vaccinazioni tra lo stato sionista (curva tratteggiata azzurra) ed il nostro Paese (curva tratteggiata arancione). Infine, e non è poco, si noti come il numero dei ricoveri (per milione di abitanti) sia rimasto costantemente più alto in Israele che in Italia in tutto il periodo considerato. E’ questo il successo del vaccino di Pfizer? Chissà come sarebbe andata se non avesse funzionato…

Certo, adesso qualcuno dirà che è ancora presto per fare bilanci. Può essere, ma non siamo stati noi ad emettere quelli prematuramente trionfalistici che si leggono da giorni sulla stampa.

A questo punto potremmo mostrare ulteriori raffronti con altri paesi. Ma essi ci confermerebbero quanto ci ha già detto ad abundantiam il grafico sopra. Ci fermiamo dunque qui, anche perché ci sarà modo di tornarci sopra.

Conclusioni

Quel che qui ci interessava mettere in luce è come il modello nazi-sionista di Israele, proprio perché all’avanguardia del processo di ridisegno globale della società (il Great Reset), ci faccia intravedere l’orribile futuro verso cui ci stanno proiettando le forze della ristretta oligarchia dominante.

Autoritarismo, violenza, prevaricazione, sostanzialmente una nuova ed inedita forma di dittatura: tutto ciò è sotto i nostri occhi in Italia ed in Europa da ormai un anno. Ma il modello israeliano ha un’altra velocità, frutto di una società particolare per tanti aspetti, militarizzata fino al midollo, nata e sviluppatasi con la guerra, quasi impensabile nelle sue forme senza di essa.

Ma, ci dicono, Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente. Bene, proprio per questo il caso israeliano è ancora più interessante, perché ci parla di dove stiano finendo le libertà nel meraviglioso regno delle democrazie occidentali…

E pensare che c’è ancora chi non vede il terribile disegno di rimodellamento sociale messo in campo proprio grazie al Covid… Sveglia, prima che sia troppo tardi!

I dati dicono una cosa, il governo e le televisioni dicono altro, l'influenza covid deve restare a imprigionarci nelle paure almeno in Occidente

La terza ondata, quella che non c'è

di Leonardo Mazzei
17 febbraio 

Dati aggiornati al 16 febbraio 2021: i casi di Covid nel mondo sono dimezzati (-49,9%) rispetto al picco dell’11 gennaio, quelli in Italia sono calati del 68,9% rispetto al picco del 14 novembre scorso. Si sa, col coronavirus i dati valgono quello che valgono, ma quelli ufficiali della media mobile a 7 giorni questo ci dicono. Il virus sembrerebbe dunque volerci lasciare, i virologi e gli espertoni non ne hanno invece intenzione alcuna. I Ricciardi, i Crisanti e i Galli (ma sono solo tre nomi tra i tanti) hanno conquistato il palcoscenico e non lo vogliono mollare.

Assieme a loro la solita stampa. Siccome il carnevale delle varianti non bastava, su la Repubblica di stamattina è spuntata perfino un’immaginifica supervariante. Ma super perché? Perché – ecco la solita scoperta dell’acqua calda del giornalone iper-draghiano – “può ridurre l’efficacia del vaccino”. Ma va! Chi l’avrebbe mai detto? Ma non erano proprio i vaccini l’indiscussa arma finale dell’epica battaglia di chi ci vuol portare nel distopico mondo del Great Reset?

Ora, che i virus mutino ormai lo sanno anche i sassi. Che di mutazioni ce ne siano già state a bizzeffe pure. Dov’è dunque la notizia? Sta di fatto che pure la “supervariante” verrebbe dall’Inghilterra. Eh, la perfida Albione, oggi resa ancor più malefica dalla Brexit! Verrebbe da pensare che lì, insieme alle sterline, fabbrichino varianti. In realtà gli inglesi hanno l’unica “colpa” di effettuare un numero di sequenziamenti dei campioni prelevati enormemente più alto rispetto agli altri paesi. Che se tutti adottassero la loro metodologia di varianti degne di nota ne spunterebbero anche altre, per la gioia di Repubblica e non solo.

Ma torniamo ai dati. Sicuramente è presto per affermare che la drastica diminuzione in corso sia finalmente quella buona, ma della tanto paventata “terza ondata”, quella annunciata dagli espertoni per questo periodo, proprio non c’è traccia.

E’ da notare come l’attuale trend positivo non abbia nulla a che vedere con l’inizio delle vaccinazioni. A metà gennaio, quando la curva dei casi (e due settimane dopo quella delle vittime) ha iniziato a scendere con decisione, i vaccinati non raggiungevano neppure lo 0,1% della popolazione mondiale. E pure oggi siamo ad uno 0,5% scarso. Dunque, come ci è parso da subito evidente, l’andamento dell’epidemia segue un suo percorso largamente indipendente dalle varie misure di contenimento adottate.

Questo è un dato ormai assodato e confortato da diversi studi. Oltre al ben noto caso della Svezia, oggi citato come esempio da seguire pure dagli scienziati dell’Università di Stanford, c’è adesso quello, non meno interessante, della Russia. Dal 22 gennaio scorso, la Russia ha riaperto praticamente tutto: scuole, palestre, strutture ricreative, parchi giochi, musei, cinema e teatri. Mentre bar e ristoranti possono ora stare aperti h24 senza restrizione alcuna. Ebbene, la Russia che (sempre come media mobile a 7 giorni) aveva raggiunto un picco di 28.616 casi il 28 dicembre, è scesa ora a 14.443 (-49,6%), perfettamente in linea con il trend mondiale già visto all’inizio.

Citiamo questi dati, non solo perché sostanzialmente oscurati dall’informazione mainstream, ma soprattutto perché fanno a cazzotti con gli espertoni, le cassandre seriali che tanto piacciono ai media, e che hanno il preciso scopo di terrorizzare, creare la massima incertezza, mettere in ginocchio tante piccole attività che in tutta evidenza si vogliono cancellare insieme ai milioni di persone che vi lavorano. Quel che è successo con lo stop agli impianti sciistici, annunciato poche ore prima della loro riapertura, non ha bisogno di particolari commenti. Idem per il passaggio di alcune regioni dalla zona gialla a quella arancione, decretato con sole 36 ore di anticipo e fatto in modo da impedire i pranzi di San Valentino. Che si tratti di “semplici” errori è davvero difficile da credere.

Mentre chiudo questo breve articolo, al Senato sta per andare in scena Mario Draghi. I suoi lecchini con licenza di video e di scrittura hanno già messo le mani avanti, decretando che Lui (con la maiuscola, ovviamente) si occupa solo di grandi cose. Dunque, delle quotidiane stoltaggini del suo governo in materia Covid, egli andrebbe comunque e preventivamente assolto. Eh no, oneri ed onori signori cari! Quando, negli anni ’90, si è trattato di svendere le più importanti aziende pubbliche del Paese, costui – dal Britannia al Ministero del Tesoro – ha sempre saputo occuparsi pure della bassa cucina, non solo dell’alta teoria.

Insieme a molte altre cose, vedremo cosa dirà oggi su chiusure e confinamenti, sul ruolo del Cts e dei troppi consulenti pagati a peso d’oro. Penso che in tanti resteranno delusi.

Semiconduttori asset strategico

L'Europa non resti imprigionata dai semiconduttori


I semiconduttori potrebbero diventare un elemento centrale negli equilibri geopolitici dei prossimi mesi: ecco cosa può fare l'Italia.

L’Europa ha un problema tecnico che, ad uno sguardo più ampio, può facilmente essere identificato come un grave problema geopolitico. Questo problema è il medesimo che ha già messo al giogo buona parte del comparto automotive: si tratta dell’improvvisa carenza di semiconduttori, elementi ormai centrali nello sviluppo di tecnologia in ogni ambito. Il problema sta nel fatto che gran parte del settore è oggi extra-UE e l’Europa rischia così di restare imprigionata in questo collo di bottiglia.

Semiconduttori e geopolitica

Secondo quanto stimato dalla Semiconductor Industry Association, nel 2020 il 47% dei semiconduttori a livello globale è stato prodotto negli Stati Uniti, il 19% in Corea del Sud ed il 10% in Europa. Il solo Giappone ha prodotto quanto l’intera UE, mentre la Cina è ferma al 5%. Il problema per la Cina si è fatto quindi immediatamente forte nel momento stesso in cui gli USA hanno deciso di far valere il proprio primato, con Trump che ha avuto buon gioco a mettere all’angolo Huawei per interessi che vanno anche oltre la sola sicurezza nazionale (formalmente il motivo scatenante).

Gli esperti hanno messo in evidenza ormai da settimane questa nuova situazione, sulla quale potrebbero essere costruite le tensioni geopolitiche dei prossimi mesi e dalla quale l’Europa deve tentare di svincolarsi rapidamente. Per farcela deve anzitutto migliorare la propria indipendenza, così da non dover giocare in posizione di debolezza sullo scacchiere internazionale. Inevitabilmente il ruolo italiano verrà dunque ad avere una importanza strategica. Il maggior produttore europeo di chip, infatti, è l’italo-francese STMicroelectronics, il cui valore in borsa è cresciuto in modo incessante dal lockdown primaverile ad oggi e che naviga ora sui massimi di sempre.

Quel che si chiede al legislatore europeo è una attenzione particolare a questo comparto in virtù del ruolo strategico che potrebbe avere nelle fasi del rilancio post-pandemia: aumentare l’autonomia del vecchio continente sui semiconduttori potrebbe offrire leve di maggior indipendenza, svincolando l’UE dalle frizioni che hanno fin qui coinvolto principalmente Cina e USA. Angela Merkel ed Emmanuel Macron avrebbero in mente una vera e propria “alleanza per i semiconduttori” che potrebbe vedere la luce già entro la primavera e che potrebbe portare a nuovi programmi IPCEI proprio su questo comparto strategico. Mario Draghi, voce importante sul fronte europeo, ha schierato nettamente l’Italia sul polo dell’alleanza atlantica guardando forse anche a questo crescente fronte di frizioni, nella necessità di mettere l’Europa al sicuro e l’Italia in una posizione di forza in questo braccio di ferro. L’alleanza Merkel-Macron, insomma, potrebbe/dovrebbe aggiungere una sedia al tavolo delle discussioni.

La sensazione è che i semiconduttori possano essere una volta di più fronte caldo tra oriente ed occidente, poiché cruciali per la fase di transizione digitale che sta coinvolgendo l’intero mercato a livello globale. Entrare in questa partita potrebbe dare all’Italia una voce autorevole in più a livello continentale.

Longo il commissario lasciato solo

Appalti in sanità, procedure in ordine sparso senza badare al risparmio

Il commissario Longo ha delegato le aziende ad espletare le gare per via della nota carenza di personale. Adesso si pensa di esternalizzare anche alcune attività come la gestione dei rapporti con i privati 

di Luana Costa 
22 febbraio 2021 18:27


Si procede nel segno della continuità, con buona pace delle leggi straordinarie e dei supercommissariamenti. La sanità in Calabria continua a viaggiare su strade autonome senza essere affatto scalfita nel suo cuore gestionale. Si avvicendano commissari ad acta e commissari straordinari alla guida delle aziende sanitarie e ospedaliere ma la disorganizzazione in alcuni settori chiave continua a vanificare qualsiasi azione di risanamento.

Paralisi amministrativa

«Non sono ancora disponibili i mezzi necessari all’espletamento dell’incarico commissariale» ebbe a dire non più di una settimana fa il commissario ad acta, Guido Longo, annunciando la volontà di esternalizzare una serie di attività da lui stesso definite di «rilevanza strategica». Un esempio su tutti il servizio di rilascio di autorizzazioni e accreditamenti, la cui gestione si vorrebbe "delegare" all'esterno con «l'acquisizione di servizi attraverso Consip». Tramite la centrale acquisti della pubblica amministrazione, insomma, si cercherà personale cui far gestire, per conto della Regione Calabria, i sempre controversi rapporti con gli erogatori privati.

I controversi rapporti con il privato

Una fetta non secondaria di attività - dalla rete di laboratori alle prestazioni ambulatoriali fino alle residenze sanitarie assistenziali - che la Regione remunera ai privati, colmando le gravi deficienze della sanità pubblica nell'erogare servizi sul territorio. Qualcuno lo definirebbe un servizio "core", basti pensare all'attuale vicenda che ruota attorno alla nota clinica privata Sant'Anna Hospital di Catanzaro che effettua interventi di alta specializzazione cardiochirurgica e ancora in attesa del rinnovo dell'accreditamento.

Entropia di sistema

Ma non è la sola attività che rischia di restare nel pantano dell'immobilismo. Nella gestione degli appalti per l'acquisto di servizi o attrezzature mediche continua a regnare incontrastata la frammentazione e l'entropia di un sistema ancora ben lontano dall'agognata centralizzazione. Nel primo decreto Calabria, ad esempio, la Regione era stata esautorata dal bandire nuove gare d'appalto e nel decreto Calabria bis la facoltà è in capo «in via esclusiva» al commissario ad acta che provvede all'espletamento delle procedure di approvvigionamento di servizi e forniture per gli enti del servizio sanitario.

Servizi in delega 

Ma già a pochi giorni dal suo insediamento Guido Longo aveva delegato le aziende sanitarie e ospedaliere ad espletare gli appalti, una eventualità, per la verità, contemplata nello stesso decreto. La ragione risiede sempre nella conclamata carenza di personale: «Atteso al momento che questa struttura non è supportata da unità di personale da dedicare a dette attività - scriveva in una nota il commissario - nelle more della costituzione di una apposita struttura idonea all'espletamento delle procedure di gara, vengono delegate le aziende sanitarie e ospedaliere». 

Risparmio zero

Ogni azienda continua così a procedere in ordine sparso acquistando per sè servizi o attrezzature che potrebbero facilmente essere aggregate in unica procedura determinando notevoli margini di risparmio. In tal senso poco ha potuto anche la stazione unica appaltante della Regione Calabria rientrata nell'esercizio delle sue funzioni nel settembre scorso a seguito dell'approvazione di un emendamento al decreto Semplificazione. Da allora nessuna gara aggregata è stata bandita e dopo cinque mesi d'inerzia solo in questi giorni il dipartimento Tutela della Salute ha incaricato la Sua Calabria ad espletare nove gare aggregate: un unico acquisto per tutte le aziende del servizio sanitario regionale. 

Gare aggregate

Si sta procedendo tra gli altri, ad esempio, alla stesura dei capitolati d'appalto per la fornitura di service e materiali di consumo per trattamenti emodialitici e dialisi peritoneale, la gara risulta scaduta nel 2018 o ancora la fornitura di protesi d'anca, procedura mai espletata dalla stazione unica appaltante. Ma anche il servizio assicurativo per la copertura dal rischio medico, la gara è scaduta nel 2020 o la fornitura di ossigeno, acquisto finora realizzato in autonomia dalle aziende sanitarie e ospedaliere senza passare da alcuna procedura di centralizzazione.

Elisoccorso, proroga dopo proroga

E, infine, si sta lavorando a più mani anche alla stesura del capitolato d'appalto per la gestione del servizio di elisoccorso, la gara risulta scaduta nel lontano 2016 e il contratto da allora rinnovato di proroga in proroga. Allo scopo è stato istituito un tavolo tecnico e la procedura sarà affidata alla stazione unica appaltante, che la manderà in gara dopo anni di proroghe e un'impasse amministrativa determinata in parte anche dalle inchieste giudiziarie che hanno travolto la precedente procedura.

Mah!

SPY FINANZA/ Le mosse tedesche che preoccupano i mercati (e l’Italia)

Pubblicazione: 23.02.2021 - Mauro Bottarelli

La Germania sarebbe pronta a spendere altri 50 miliardi contro la crisi e a non rispettare il pareggio di bilancio l’anno prossimo

Olaf Scholz e Angela Merkel (Lapresse)

Per qualcuno, il Draghi’s moment è già finito. Per dirla con il titolo dell’ultimo report di Rabobank, Markets are starting to be concerned the magic spell might be breaking. E quale sarebbe l’incantesimo magico che potrebbe essersi rotto? Semplice, il falso mito del Qe, la follia criminale della monetizzazione sistemica del debito come panacea a ogni squilibrio, quasi si potesse porre rimedio alle distorsioni con una ancora più grande e strutturale. Il big reset, il redde rationem. Chiamatelo come vi pare, il mercato comincia ad aver paura. E come spesso accade, per esorcizzarla finge spavalderia: come leggere i 58.000 dollari toccati da Bitcoin nel trading del weekend, salvo precipitare sotto quota 50.000 all’apertura di contrattazioni di ieri? Sostanziali novità giunte sul mercato? Nessuna. Quantomeno, nulla che possa giustificare scostamenti simili. O il tonfo di Tesla e Apple, a meno che non si voglia credere all’ennesima riproposizione del mantra in base al quale il mondo torna ad aver paura del virus a causa delle varianti fuori controllo, dopo settimane di reflation trade basato sul miracolo del vaccino. Anche la recita meglio riuscita, alla quarta o quinta replica, stanca. E, soprattutto, è prevedibile. Ma c’è dell’altro di importante, emerso ieri. Molto più importante, a mio modestissimo avviso. E sta tutto in questo grafico, ragione per la quale ho iniziato l’articolo parlando della fine del Draghi’s moment: perché nonostante non abbia fatto notizia, l’epicentro del sisma potrebbe essere l’Europa.


Di colpo, infatti, il Governo tedesco ha reso noto di stare ragionando sull’ipotesi di ulteriore indebitamento per spesa pubblica per 50 miliardi di euro nell’anno in corso. L’immagine con la sua freccia rossa mostra la traiettoria della ratio debito/Pil tedesca che andrebbe così a sostanziarsi. Ma non basta: il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, ha reso nota la propria intenzione di proporre una sospensione del debt break (Schuldenbremse) sul budget anche per il 2022. Ovvero, politica del debito zero e del pareggio di bilancio in soffitta, di fatto, per altri due anni.

Cosa si aspettano in Germania che qui ancora non percepiamo? Perché signori, le ipotesi in campo sono solo due. Una peggio dell’altra. La prima è che, dopo aver raddoppiato le emissioni di debito per l’anno in corso, al fine di garantire alla Bce sufficiente fornitura di Bund per proseguire il Pepp agli attuali regimi di deroga sulla capital key, Berlino si sia resa conto di come la crisi alle porte sarà talmente dura ed esiziale per l’Eurozona da richiedere uno sforzo supplementare in tal senso e in soccorso dell’Eurotower. Tradotto, nemmeno il dispiegamento dell’intero e mitologico envelop sarebbe sufficiente. Cosa presupponga un’ipotesi simile è presto detto: il worst case scenario di correzione possibile, sia sull’azionario che sull’obbligazionario sovrano. Il tutto sostanziato da un crisi recessiva da economia reale, pronta a disvelarsi nella sua gravità con l’inoltrarsi della primavera e la resa dei conti con le prospettive falsate di ripresa della crescita.

Seconda ipotesi, Berlino opta per una scelta così drastica – stiamo pur sempre parlando della Germania, il regno del fantasma di Weimar – non tanto per amore dell’eurozona, quanto perché conscia di un spill-over macro a livello continentale di tale entità da far seccare i germogli di ripresa appena sbocciati nella sua economia, al netto di centinaia di miliardi già messi in campo. E signori, a una mossa simile occorre unire il fatto che, a differenza del nostro Paese e della sua criminale inconsapevolezza, in Germania è ancora in atto un lockdown duro che proseguirà almeno fino al 7 marzo. Di fatto, Berlino punta sulla soluzione drastica alla cinese per bloccare il contagio, quasi avesse riposto qualsiasi speranza nella taumaturgica via farmacologica verso l’immunità di gregge. Pur avendone finanziato profumatamente la ricerca.

Insomma, a un’ora e mezza di aereo da Milano, si stanno erigendo barricate. E qui? Il Governo Draghi ha subito voluto inviare un segnale chiaro di attivismo, anticipando il Consiglio dei ministri dedicato al nuovo Dpcm pandemico, ma, di fatto, le misure emerse fanno presagire una linea di continuità fattiva e operativa con quanto imposto finora dal Cts all’esecutivo precedente. Non a caso, il ministro Speranza è rimasto al suo posto, così come il commissario Arcuri. Il nodo, a questo punto, appare unico e dirimente: cosa fare con il blocco dei licenziamenti atteso per il 31 marzo e con lo tsumani fiscale di cartelle di Equitalia pronte a partire dal 28 febbraio.

Non c’è da perdere tempo, nemmeno un istante. Perché quanto comunicato da Berlino equivale a una dichiarazione di stato di emergenza, quasi permanente. Se davvero si arrivasse alla sospensione del debt break per tutto il 2022, il mercato immediatamente prezzerebbe quella mossa come ultra-bearish e ne incorporerebbe le conseguenze immediate nelle valutazioni. Prima obbligazionarie sovrane che di Borsa: attenzione, quindi, a dare per risolta del tutto la questione spread. Non a caso, il Tesoro sta puntando tutto su emissioni di Btp indicizzati all’inflazione, chiaro segnale di una politica del debito che si focalizzi verso investitori istituzionali con portfolios forti e non più sulla clientela retail, cui invece faceva la corte il governo Conte, intento così a raccogliere le briciole come dimostrato dalla disastrosa riapertura della sottoscrizione del Btp Futura.

Già, l’inflazione, la variabile che nessuno (oddio, proprio nessuno magari no) fino a oggi aveva messo nel novero dei tail risks potenziali che potessero far inceppare il meccanismo perverso della monetizzazione del debito, quasi fosse il brechtiano granello di sabbia. Oggi i breakevens parlano chiaro, la tendenza di stagnazione degli ultimi anni è finita e pare innescatasi una netta inversione nella dinamica dei prezzi. Forse la Germania, proprio per la sua iper-sensibilità al tema, ha ceduto al paradossale ossimoro di indebitarsi di più col mercato per evitare di pagare il prezzo a una nuova e inattesa fiammata dell’HICP? Ovvero, qualcuno fra Berlino e Francoforte, sponda Bundesbank, ritiene che il Pepp abbia come nuovo limite non tanto l’ammontare a disposizione o la platea di collaterale eligibile, quanto una dinamica di inflazione che renderebbe suicida non alzare un minimo i tassi, piuttosto che continuare a espandere su questi ritmi?

Una cosa è certa, qualcosa sottotraccia si sta muovendo. E occorre averne paura. Non a caso, il Quirinale ha imposto Mario Draghi. Contro ogni previsione. E come last resort. E non cedete alla tentazione di pensare che la mossa tedesca sia da mettere in relazione con le elezioni politiche previste per il 26 settembre prossimo, quasi si volesse gettare in pasto all’opinione pubblica un ricco boccone elettorale, rivendicabile poi a metà fra Cdu e Spd: lassù, nonostante i loro mille difetti, non ragionano in base a questi schemi mentali.

Salafiti

Chi sono i salafiti

21 FEBBRAIO 2021

Quando si parla di salafiti, l’accostamento più immediato è legato all’estremismo islamico. Negli anni, sono stati associati a questa corrente i componenti di cellule terroristiche, molti jihadisti e diversi militanti di alcune sigle fondamentaliste sparse in tutto il mondo (in particolare in Medio Oriente e in Africa). È considerata da molti un’interpretazione radicale della religione musulmana, ma la salafiyya, conosciuta anche come salafismo, è un’ideologia molto più complessa, che ha radici antiche e che si è “adattata” nel corso dei secoli alle varie declinazioni dell’islam sunnita. Al suo interno convivono diverse letture del testo sacro e della fede: un salafita, quindi, può essere semplicemente un musulmano molto conservatore, ma anche un integralista, capace di condividere le idee che stanno alla base di posizioni più estreme, talvolta vicine persino al terrorismo e ai gruppi come al Qaeda.

Tuttavia, come riportato da un articolo dell’Ispi, un’alta percentuale di fedeli musulmani che si definiscono salafiti sono semplicemente credenti molto devoti o che rifiutano qualsiasi impegno politico e per questo motivo non appoggiano le posizioni più militanti dei gruppi che inneggiano alla lotta armata o giustificano il terrorismo. Attualmente, chi sente di appartenere a questa corrente islamica si riconosce in una caratteristica comune: l’interpretazione religiosa, che poggia sul richiamo all’esempio degli antenati, i salafi, che per il credo islamico condivisero con Maometto la loro esistenza terrena e le abitudini. Punti di riferimento comuni per tutti i salafiti sono gli studiosi della Sunna a cui viene attribuito il titolo onorifico di shaykh al-Islam, come Ahmad b.Hanbal, Ibn Taymiyya e Muhammad b. ‘Abd al-Wahhab.


La salafiyya è una scuola di pensiero sunnita hanbalita: deve il proprio nome al termine arabo salaf al-salihin che, letteralmente, significa “i pii antenati”, sostantivo che fa riferimento alle prime tre generazioni di musulmani del VII° e VIII° secolo: i Sahabi (i “compagni” del Profeta), i Tabi ‘un (i “seguaci”, ovvero la stirpe successiva a quella di Maometto) e i Tabi al-Tabi ‘iyyin (“coloro che vengono dopo i seguaci”). Il salafismo delle origini era un movimento profondamente religioso, disposto a battersi per il recupero di una fede pura, autentica e sicuramente incontaminata. A conferma di questo aspetto, vi era anche una lettura più ortodossa del testo sacro, che si è conservata nel tempo. Le tre generazioni di musulmani “venerabili” sono considerate ancora dai salafiti dei modelli esemplari di virtù religiosa a tutti gli effetti. Alla base di questa corrente di pensiero c’è stato, nel tempo, l’intento di imitarne e conservarne i gesti, le consuetudini e le azioni. Per i salafiti, infatti, i primi musulmani rappresentavano un ideale di purezza e rettitudine morale da ritenere sempre valido in ogni epoca successiva. Nel tempo, poi, si è consolidata la necessità di “ripulire” l’islam da ogni elemento riconducibile al periodo precedente la nascita del Profeta, che i salafiti definiscono jahaliyya, ovvero “l’età dell’ignoranza”. E da questo principio deriva l’idea del dovere religioso di rifiutare ogni tipo di bid’a, cioè l’innovazione, ritenuta dannosa per tutti i credenti. Il movimento può considerarsi un gruppo chiuso, prossimo a delle posizioni molto radicali e riluttante a qualsiasi apertura con il mondo esterno (in particolare con l’Occidente). Ma c’è molto di più.


Il termine arabo salafi (سلفي‎), che significa “pio”, è stato utilizzato nella storia per qualificare come ortodossa una determinata posizione teologica. Ma secondo alcuni storici dell’islam, l’accezione più moderna di questo nome farebbe riferimento a un movimento sorto nella seconda metà del XIX° secolo in Egitto, come una specie di reazione alla diffusione della cultura europea e con l’intento “di rivelare le radici della modernità all’interno della civiltà islamica”. Eppur il salafismo ha assunto, nel tempo, un significato ambiguo: se storicamente la corrente sembrava piuttosto aperta e sinceramente interessata a un confronto con l’Occidente non musulmano, nella seconda metà del XX° secolo i salafiti venivano associati più al wahhabismo (una delle scuole di pensiero islamiche più radicali). Nel periodo tra le due guerre mondiali, infatti, una corrente piuttosto nutrita del salafismo osservava con interesse l’opera ideologica del propagandista religioso Muhammad b. ‘Abd al-Wahhab, il cui richiamo alle pratiche delle prime generazioni di musulmani aveva originato proprio il movimento wahhabita. La connessione fra i due gruppi (wahhabiti e salafiti) non ha mai meravigliato storici e studiosi, perché comune al primo salafismo e al fondamentalismo c’è sempre stata la volontà di affrancare il mondo islamico da un’ipotetica dipendenza (sociale e politica) nei confronti dell’Occidente non musulmano, percepito come una realtà “corrotta”.


Tuttavia, a sganciare il salafismo dalle interpretazioni più estremiste sono sempre stati i metodi, gli strumenti operativi per raggiungere un determinato fine e la diversa interpretazione del Corano. Il movimento salafita, che si affermò in Egitto per opera di Rashid Rida, ha come primo (e, in teoria, unico) intento la necessità di ricreare le condizioni in cui visse e agì il Profeta. L’aspetto dottrinale di maggior rilievo del salafismo è quello di un ritorno alle “fontio” e la volontà di avviare una nuova interpretazione autentica (in arabo ijtihad) del Corano e della Sunna. I salafiti si professano anti-occidentali e tradizionalisti. Molti di loro sono convinti che la loro lettura della legge coranica sia la più corretta e la più adeguata alle necessità del presente. L’elemento che distingue le varie interpretazioni di questa ideologia è la strategia per creare lo “Stato islamico” (concetto indipendente e totalmente slegato da Daesh) e ottenere perciò la purificazione morale di ogni credente. Da una parte ci sono i “quietisti” e dall’altra i gruppi più militanti e radicali.


Il gruppo salafita più numeroso è quello dei “quietisti”, che si ispirano agli insegnamenti di Nasil al Din al Albani e che evitano l’impegno politico attivo e militante. I “quietisti” ritengono che lo “Stato islamico” sia la naturale conseguenza di una purificazione morale dei credenti musulmani: la loro convinzione è che i credenti, una volta abbandonate le pratiche più “superstiziose” e le innovazioni più dannose, possano scegliere una forma di governo (ideale) che rispecchi i valori morali da perseguire (tutti da individuare nelle disposizioni della Shari’a). Come spiegato da un’analisi Ispi, questa formazione ritiene che ogni associazione sia dannosa per il conseguimento di uno “Stato islamico” (anche perché, per sua natura, la politica porta divisione all’interno della comunità). Così, le autorità appartenenti a questa corrente spesso invitano i fedeli a non ribellarsi, anche quando sono sottoposti a un politico ingiusto. E il motivo è semplice: evitare di frazionare la comunità islamica, già indebolita da altre spaccature. Una prova dell’avversione per la politica attiva è testimoniata dalla fatwa di Al Albani, il quale chiedeva ai palestinesi di abbandonare le zone occupate a Gaza e nella West Bank, perché non potevano praticare correttamente la propria religione, piuttosto che lottare per cambiare quella circostanza.


Chi non appartiene alla “frangia quietista”, invece, ritiene sia giusto combattere i governi che non rispettano la legge islamica: l’idea di lottare le realtà ostili all’islam è apparsa la prima volta nelle opere di Sayid Qutb, ma ha avuto una conferma negli scritti di Abu Muhammad Al Maqdisi, l’autore che prima degli altri ha introdotto il concetto di fedeltà e di disconoscimento all’interno del pensiero politico salafita. L’idea di Al Maqdisi si fonda su un concetto semplice, ovvero che il legame di fedeltà tra il governo e i suoi cittadini si possa considerare compromesso quando il politico non legifera secondo i precetti islamici. Per l’intellettuale musulmano, l’adesione all’islam deve essere continuamente confermata tramite le azioni e che sia corretto escludere dalla comunità chiunque sostituisca Dio con altro. Per Al Maqdisi e per i salafiti che si riconoscono nella sua interpretazione, il politico (o il sovrano) che non rispetta le norme coraniche è da considerare un fanatico, un adoratore di idoli, poiché con i suoi comportamenti preferisce il profano al sacro. E, secondo questa corrente, non esiste una sostanziale differenza tra il governante che legifera con norme diverse dalla Sharia’a e il kefir, ovvero l’infedele.


Ma il primo momento in cui il salafismo ha incrociato il radicalismo islamico è stato verso gli anni Trenta del XX° secolo, in Tunisia. Lì iniziarono a diffondersi, soprattutto nelle “libere scuole”, i primi periodici intrisi di una marcata componente wahhabita, all’interno dei quali si sottolineava l’importanza di una buona condotta morale e dell’impegno contro i malesseri sociali e i “vizi” importati dall’Occidente (in particolare alcolismo, prostituzione e femminismo). In Egitto la trasformazione si compì nello stesso periodo, con la comparsa della “neo-Salafiyya”: in quella circostanza nacquero l’Organizzazione dei giovani musulmani e la Fratellanza musulmana, che impararono a rivolgersi non alle minoranze colte e più “illuminate”, ma alle masse considerate più arretrate, “richiamandole” alle pratiche più conservatrici dell’islam. A partire dagli anni Settanta del Novecento, grazie anche a questa trasformazione, al salafismo iniziarono ad accostarsi sempre più gruppi estremisti, come il Gruppo salafita per la Predicazione e il combattimento (nato negli anni Novanta in Algeria) e altre milizie jihadiste più vicine ad al Qaeda.


L’impostazione che caratterizza molte cellule terroristiche attuali rappresenta l’evoluzione “naturale” delle aree più radicali del salafismo. Ma ciò che distingue i gruppi jihadisti da altre interpretazioni salafite è il concetto di tafkir, che in arabo significa “scomunica” e che riguarda chi non rispetta i dettami religiosi. Per questa ragione, tra i salafiti c’è chi definisce “nemici dell’islam” la maggioranza dei musulmani, poiché non aderiscono perfettamente alla loro dottrina religiosa. Tra i gruppi più radicali, c’è chi autorizza il ricorso alla lotta armata e alla violenza pur di far rispettare i precetti coranici.


Il 14 aprile del 2011 l’attivista e giornalista italiano Vittorio Arrigoni venne rapito a Gaza, mentre usciva dalla palestra dove si allenava tutti i giorni. La cellula terroristica che lo sequestrò si dichiarò afferente all’area jihadista salafita (anche se, in seguito, alcuni membri smentirono l’appartenenza alla formazione).

In un video postato su YouTube, in cui Arrigoni veniva mostrato bendato e legato, i rapitori accusavano l’Italia di essere per l’appunto uno “Stato infedele” e l’attivista di essere entrato a Gaza per “diffondere la corruzione”. Nelle ore successive al sequestro, il gruppo lanciò un ultimatum in cui minacciava l’uccisione dello scrittore entro il pomeriggio successivo se non fossero stati scarcerati Hisham al-Saedni, noto a tutti come Abu Walid al Maqdisi, e altri jihadisti detenuti nelle carceri palestinesi. Il cadavere di Arrigoni, morto probabilmente per strangolamento, venne ritrovato il giorno seguente in un’abitazione di Gaza. Dopo le indagini, fonti dell’organizzazione salafita dichiararono che la responsabilità del rapimento dello scrittore italiano si sarebbe dovuta attribuire a un gruppo “illegale”, schegge impazzite della formazione.

Troppe incongruenze nella gestione dell'influenza covid in Italia

CORONAVIRUS
Lunedì, 22 febbraio 2021 - 10:48:00
"Covid? Una strage di Stato". Le incongruenze e le colpe dell'annus horribilis
Il libro di Pasquale Maria Bacco e Angelo Giorgianni mette in fila tutto quello che non ha funzionato nella gestione Covid dell'ItaliaDi Monica Camozzi


Il titolo è di quelli impegnativi: Strage di Stato. E la prefazione è di Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro. Ma il libro non tratta di mafia, bensì della " vicenda terribile della Covid-19. Una storia in pieno svolgimento" come commentano gli autori. “Ci onora il fatto che Nicola Gratteri abbia steso la prefazione – commenta Pasquale Mario Bacco, uno dei primi medici a fare le autopsie nella primavera del 2020, scoprendo che le persone morivano per trombo-embolia polmonare. Uno dei primi a monitorare, nel marzo aprile del 2020, oltre 7.000 cittadini in tutte le regioni d’Italia, rilevando che il Sars Cov 2 era già presente nel corpo di buona parte della popolazione. Ricordiamo un dato, allora pubblicato da Affaritaliani: nelle province di Bergamo e Brescia Bacco rilevò nel 49% delle persone testate, attraverso il sierologico, le immunoglobuline che confermavano l’avvenuto contatto con il virus. Immunoglobuline, come lo stesso Bacco affermò, “già vecchie, cosa che ci diede la certezza che il virus fosse in giro da parecchi mesi già nel febbraio 2020”.

Ora, Bacco e Giorgianni fanno il riassunto dell’annus horribilis alla luce di incongruenze, responsabilità schiaccianti, con nomi e cognomi. “È stato un percorso di una violenza inaudita, parliamo di omicidi, di sequestri di persona, di violazioni della libertà individuale. E spieghiamo tutto, con dovizia di particolari, comprese le fonti”. Bacco parla di un libro “difficile da scrivere”, anticipa cose gravi come “l’utilizzo del Propofol sui primi pazienti. Il Propofol e un anestetico che somministrarono ai primi intubati, abbiamo trovato autorizzazioni persino del farmaco a uso veterinario”.

Cosa si vuole dimostrare, con questo libro?

“Che le persone sono morte per tardiva ed errata terapia. Che ci sono responsabilità schiaccianti e lo dimostriamo con fatti, nomi, cognomi. Ministero della salute, Oms, Iss sono chiamati in causa al completo. Il titolo rispecchia esattamente il contenuto del libro. Gratteri lo ha letto e ha deciso di firmarne la prefazione, per noi questo rappresenta un avallo eccezionale”.

Sulle autopsie, Bacco ha un certezza che gli viene dal suo lavoro di medico legale, oltre che di ricercatore.

Nel libro spiego nel dettaglio come abbiamo svolto le autopsie e cosa abbiamo scoperto. Non ho timore di essere smentito, sono pronto ad andare davanti a un giudice. Ne ho fatte 23. C’erano trombo embolie, causate dal Sars Cov 2 se non viene curato adeguatamente. Abbiamo smascherato tutto, abbiamo dimostrato che la terapia era sbagliata, abbiamo detto che i medici sono stati strumenti di morte. Ho usato la parola strage perché ho fatto le autopsie e a me le chiacchiere non possono raccontarle. Ho visto, ho accertato con i miei occhi e posso parlare a ragion veduta. Se adeguatamente curato, da 0 a 10 questo virus è pericoloso 1.

Cosa pensa della situazione attuale?

Penso che i numeri siano falsi, come sempre del resto. L’evidenza è tale da risultare incredibile. Quando al vaccino, dobbiamo distinguere fra quello con mrna messaggero da quello con virus denaturato (russo).

Io ho definito il vaccino mrna “acqua di fogna”. Perché e pericolosissimo, è la prima volta nella storia dell’uomo che si fa una cosa del genere, per ammissione avrebbe avuto bisogno di sei anni di prove, ci siamo buttati a fare cose senza senso.

Mentre con virus denaturato, ovvero svuotato, ha più logica. Io ti butto dentro il virus che non e più capace di colpirti e tu sviluppi anticorpi, è più accettabile.

In questo momento c’è una situazione paradossale. Dal canto mio, ho invitato l’ordine dei medici a radiarmi. Da quando ho fatto le autopsie, ogni settimana ho un procedimento in corso. Per fortuna la società per cui lavoro mette a disposizione un avvocato. Una delle ultime volte mi hanno chiesto ragione addirittura di alcune foto: in una ci siamo io e Giorgianni che parliamo, nella seconda ci sono io che parlo con un costituzionalista. Pare io abbia perso anche il diritto di incontrarmi con un giurista…”.

Continuano le provocazioni alla Russia degli Stati Uniti in terra di Norvegia

MARE DEL NORD: I RUSSI RISPONDONO ALLE PROVOCAZIONI DI WASHINGTON


(di Tiziano Ciocchetti)
22/02/21 

Scene da Guerra Fredda nel Mare di Barents: sorvoli di bombardieri strategici russi Tu-160 Blackjack, manovre di addestramento dell’incrociatore (ammodernato) lanciamissili della Flotta del Nord Marshal Ustinov, classe Slava, equipaggiato con i missili supersonici antinave P-500, accreditati di una gittata di 500 km (velocità massima mach 2,5).

In particolare, due Blackjack, lo scorso 12 febbraio, sono decollati dal sud-ovest della Russia per poi dirigersi verso la penisola di Kola, al confine con la Finlandia, quindi fare rotta verso il Mare di Norvegia (due F-16 dell’Aviazione norvegese sono decollati per intercettarli). Dopo aver sorvolato parte delle coste norvegesi, sono passati al largo dell’Islanda per poi proseguire fino all’arcipelago delle Svalbard. Successivamente si sono diretti verso le isole Franz Josef prima di tornare alla loro base passando sopra il Mare di Kara. Per un tratto del loro viaggio hanno avuto la scorta di una coppia di MIG-31 dell’Aviazione Navale Russa.

La missione di sorvolo dei due bombardieri strategici, probabilmente, intendeva inviare un messaggio agli Stati Uniti, prima dell’arrivo dei quattro bombardieri B-1B Lancer alla base aerea di Ørland in Norvegia. Non a caso i due Blackjack hanno fatto un passaggio al largo dell’Islanda, nodo strategico per impedire, eventualmente, qualunque rifornimento via mare dal Canada e dagli Stati Uniti verso il Nord Europa.


L’annuncio da parte del Pentagono di schierare quattro bombardieri Lancer a ridosso del confine settentrionale della Russia, anche se privi da tempo di armamenti nucleari, non poteva certo lasciare indifferente il Cremlino. Infatti i B-1B non vengono più impiegati come velivoli strategici per lo strike nucleare (in alcune occasioni in Afghanistan sono stati impiegati addirittura in missioni CAS), ma come piattaforme di lancio per i missili da crociera, tra cui gli AGM-158C LRASM (può trasportare fino a un massimo di 24 ordigni). Si tratta di un’arma antinave/land attack a guida GPS, con caratteristiche stealth e una gittata massima superiore ai 1.000 km, equipaggiata con una testata di guerra del peso di 450 kg. Può operare in modalità autonoma e selezionare il bersaglio da colpire in modo indipendente.

È altresì probabile che l’invio dei bombardieri dell’USAF risponda alla necessità di controbilanciare il crescente espansionismo russo nell’estremo nord, il cui sottosuolo, come è noto, è ricco di gas naturale.

Le critiche da parte del Cremlino non sono certo mancate infatti, la portavoce del Ministero degli Esteri, Martina Zakharova, ha dichiarato lo scorso 11 febbraio che “non si può certo parlare di serenità quando sale la tensione ai confini russi e si appronta una base per le operazioni militari contro il nostro Paese”.

"La decisione di Oslo è solo l’ultima, di una serie di altre simili prese in passato", ha continuato la Zakharova. Riferendosi al dispiegamento dei bombardieri B-1B Lancer a Ørland, nonché per denunciare la presenza "permanente" di reparti terrestri americane, britanniche e olandesi nel nord della Norvegia, così come l’arrivo di sottomarini nucleari della U.S. Navy vicino a Tromsø.

"Crediamo che tale attività militare in Norvegia minacci la sicurezza regionale e metta fine alla consuetudine norvegese di non consentire la creazione di basi militari straniere sul suo territorio in tempo di pace", ha detto la portavoce della diplomazia russa.

Nel 2017, 300 Marines degli Stati Uniti erano stati schierati a Vaernes (Norvegia centrale), su richiesta di Oslo.

Ciò non aveva precedenti poiché, durante la Guerra Fredda, le autorità norvegesi avevano sistematicamente rifiutato qualsiasi presenza militare americana permanente sul loro territorio, proprio per evitare che l’allora URSS si sentisse minacciata al confine settentrionale.

Tuttavia, nell'ottobre del 2020, il Pentagono ha annunciato che questo contingente di Marines, che nel frattempo era raddoppiato di dimensioni, sarebbe passato a un modello di spiegamento meno rigido e non più permanente, al fine di ottenere una maggiore flessibilità operativa. Per quanto riguarda le forze britanniche e olandesi, invece, fin dai tempi della Guerra fredda conducono esercitazioni programmate sul suolo norvegese.


Foto: MoD Fed. Russa / U.S. Marine Corps

Gli ebrei sionisti perseguono sistematicamente nei tribunali militari i bambini

Le forze di occupazione israeliane hanno arrestato due fratelli palestinesi di 6 e 8 anni nella città di Hizma, a nord-est di Al-Quds (Gerusalemme).

L'agenzia di stampa statale palestinese Wafa , citando l'Hizma Media Center, riferisce che i soldati israeliani hanno arrestato, ieri, i bambini, identificati come Aws e Mohamed Qazi Nayib, mentre erano vicino alla loro casa nella città di Hizma.

Il centro ha spiegato che, recentemente, le truppe di occupazione hanno intensificato la campagna di arresti contro giovani e bambini palestinesi al fine di aumentare la repressione.

Israele è l'unico regime al mondo che detiene e persegue sistematicamente i bambini nei tribunali militari, privandoli dei loro diritti fondamentali e delle loro protezioni per un giusto processo. Secondo quanto riferito, Israele detiene e processa tra i 500 ei 700 bambini palestinesi ogni anno.

Un dossier compilato dalla ONG Defence for Children International (DCI) conferma che tre minori palestinesi su quattro detenuti dalle forze israeliane subiscono un qualche tipo di violenza fisica durante gli arresti o i processi.

Il DCI ha chiesto alle autorità del regime di Tel Aviv di prendere provvedimenti immediati per liberare tutti i bambini palestinesi detenuti nelle carceri israeliane a causa della rapida diffusione del COVID-19.

Sebbene diversi gruppi per i diritti umani abbiano avvertito del pericoloso aumento dei crimini perpetrati dal regime israeliano contro i detenuti palestinesi, in particolare i minori, non c'è stato alcun cambiamento nella politica israeliana e le persone in prigione continuano a essere vittime di torture e di pessime condizioni di affollamento.

Ancora più vergognoso è il silenzio della comunità internazionale su questo ennesimo crimine di Israele.

Legare il Progetto Criminale dell'Euro a uno stato federale è il compito assegnato allo stregone maledetto dalla finanza internazionale che è pienamente consapevole che senza questo passaggio Euroimbecilandia esplode con schegge impazzite ognuna delle quali andrebbe per suo conto e questo l'OCCIDENTE non se lo può permettere


22 Febbraio 2021 21:01

Visco: euro non può sopravvivere senza Stato federale. Intanto esplode deficit commerciale francese
La Redazione de l'AntiDiplomatico


L'euro può durare nel lungo periodo come moneta unica europea solo se i Paesi che l'hanno adottata daranno vita a uno Stato federale, ha affermato il governatore della Banca d'Italia e membro del consiglio direttivo della Banca Centrale Europea Ignazio Visco.

"Una moneta senza Stato può durare fino a un certo momento ma poi c'è bisogno di uno Stato e di un'unione di bilancio", ha detto Visco ricordando come attualmente la Bce sia "l'unica banca centrale federale di un insieme di paesi che non ha una struttura federale".

Le parole di Visco vanno a colpire decisamente il segno. Questo è uno dei più grossi problemi dell’eurozona. Il non avere una vera banca centrale che faccia il suo mestiere è un grosso handicap e rischia di far cadere alcuni paesi in problemi, come quelli relativi al debito, che non avrebbe nessun paese al mondo con alle spalle una Banca Centrale pienamente operativa.

Secondo il governatore Visco però la pandemia “in parte, sta spingendo verso quella direzione”. 

Con le sue dichiarazioni il governatore si pone nella scia di Mario Draghi, che al Senato ha dichiarato che sostenere il suo governo "significa condividere l'irreversibilità della scelta dell'euro, significa condividere la prospettiva di un'Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune”. 

L’ipotesi di un bilancio comune però ha sempre trovato la forte opposizione dei cosiddetti ‘falchi dell’austerity’ che temono questo possa determinare trasferimenti permanenti a favore dei paesi più indebitati. E sappiamo che per questi fanatici del rigore il debito risulti essere quanto di peggio possa esistere sulla faccia della Terra. 

Le storture dell’eurozona

I malfunzionamenti, le storture e i meccanismi perversi dell’eurozona sono d’altronde ben noti. E colpiscono duro penalizzando diversi paesi. Non esclusivamente quelli del sud Europa. Secondo quanto reso noto da Eurostat la Francia ha battuto il record per il peggior deficit commerciale nella storia della zona euro. 

Il poco ragguardevole primato raggiunto da Parigi ha scatenato la furia in Francia dopo che sia il presidente Emmanuel Macron che l'UE non sono riusciti a fornire soluzioni a una crisi finanziaria sempre più stagnante nel blocco.

L'analista francese Nicolas Meilhan lo ha definito un "triste record" ed ha esortato il presidente Macron a fare della questione la sua priorità nazionale.

A tal proposito ha scritto su Twitter: “La Francia ha probabilmente battuto un triste record europeo: il peggior deficit commerciale che uno Stato europeo abbia mai registrato: -82,5 miliardi di euro nel 2020.

"Ho davvero difficoltà a capire perché l'eliminazione di questo deficit record non sia LA priorità nazionale".

Hanno voluto i vaccini con modificazioni genetiche ecco i primi dati ufficiali

Effetti collaterali. L’altra faccia dei vaccini

Maurizio Blondet 22 Febbraio 2021 
di Paolo Gulisano (medico)

Gli eventuali effetti collaterali dei farmaci anti-Covid sono sempre stati esasperati per bloccarne l’uso. Ma sui vaccini si usa il metodo opposto, si minimizza. Eppure i primi dati da Italia, Germania e Regno Unito ci dicono che c’è un numero importante di segnalazioni di reazioni avverse. in Italia 7.337 segnalazioni, di cui il 7,6% gravi e anche 13 decessi nelle ore successive alla vaccinazione. Nel Regno Unito addirittura si parla di 173 morti e oltre 70mila reazioni avverse. Va certo verificato il nesso di causalità per tutti i casi, ma il dato è comunque impressionante, la conferma che è in atto una sperimentazione di massa.

[…]


Torniamo agli effetti collaterali: abbiamo ora a disposizione dei dati ufficiali riguardanti gli eventi avversi dei vacini anti Covid.
L’Aifa ha pubblicato nei giorni scorsi il primo Rapporto di farmacovigilanza sui vaccini COVID-19. I dati riguardano le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza. Il periodo analizzato va dal 27 dicembre 2020 al 26 gennaio 2021 e i vaccini esaminati sono due: quello della Pfizer e quello di Moderna. Le segnalazioni peraltro riguardano soprattutto la prima dose del vaccino Pfizer (99%) e solo in minor misura il vaccino Moderna (1%).

Il che significa che mancano le segnalazioni degli effetti della seconda dose, che è quella che di fatto crea più problemi. Sono pervenute 7.337 segnalazioni di reazioni avverse su un totale di 1.564.090 dosi somministrate, di cui il 92,4% eventi non gravi. Di quel 7,6% di eventi definiti “gravi” non si sa nulla perché sono ancora in corso valutazioni. Infine, sono stati segnalati anche 13 decessi avvenuti nelle ore successive alla vaccinazione.

Se è vero, come si diceva all’inizio, che a volte gli effetti collaterali di un farmaco sono un prezzo accettabile da pagare per ottenere una guarigione, nel caso dei vaccini si tratta di persone sane che per prevenire una possibile malattia, non per curarla, hanno perso la vita o hanno subito dei danni alla loro salute. Un dato significativo che dovrebbe fare riflettere coloro che continuano a magnificare ciò che definiscono “l’antidoto”.

Va sottolineato un altro aspetto importante: questa popolazione vaccinata è in gran parte costituita da operatori sanitari, e perciò persone anche giovani. Inoltre, dal momento che non esiste in Italia una farmaco-sorveglianza attiva, i numeri degli effetti avversi forniti dall’Aifa potrebbero essere decisamente sottodimensionati.

Ma gli effetti collaterali dei vaccini arrivano da tutta Europa: in Germania ha fatto impressione la notizia riportata dal quotidiano Die Welt di pesanti effetti collaterali scatenati dal vaccino AztraZeneca tra il personale di ospedali e cliniche della Westfalia, dove i dipendenti hanno riferito di sentire così tanta spossatezza e dolori ossei da non riuscire nemmeno a stare in piedi. In un ospedale 37 persone su 88 risultano in malattia, e di conseguenza altre cliniche hanno annunciato di voler sospendere le vaccinazioni.

Infine, altri dati significativi vengono dalla Gran Bretagna. Qui il Governo ha reso noti i dati sugli effetti collaterali del vaccino Pfizer, ovvero le segnalazioni spontanee: il che significa che deve essere ancora verificato il nesso di causalità, ma significa anche che le reazioni avverse potrebbero essere molte di più, visto che non tutti le segnalano. Sono comunque dati importanti: sono stati segnalati nel report 70.314 eventi avversi, con 173 morti. Un numero impressionante. Se un qualunque farmaco, poniamo per esempio la clorochina, avessero fatto 173 morti in un mese, sarebbe stato già ritirato dal mercato.

Il report britannico segnala dettagliatamente la tipologia dei danni collaterali, che sono in gran parte quelli determinati dalla malattia. La gamma dei disturbi va da quelli metabolici a quelli osteomuscolari, fino ad altri tipi di conseguenze molto preoccupanti- anche perché responsabili della maggioranza dei decessi, di tipo neurologico e cerebrovascolare. Disturbi nervosi, sincopi, sintomi epilettici, cefalee, tremori. Ci sono stati anche 5 aborti tra vaccinate in gravidanza.

Sono stati rilevati anche 990 casi di alterazioni e disturbi psichici post vaccinazione. I disturbi dell’apparato respiratorio sono stati ben 2903, con 9 morti. Morti di polmoniti per un vaccino che dovrebbe prevenire le polmoniti. Numerosissime anche le reazioni di tipo allergico, soprattutto a carico della pelle, con 4792 casi di dermatiti, herpes, orticarie. Infine, 803 reazioni di tipo circolatorio, in gran parte vasculiti, anche letali.

Si tratta di un report impressionante. Nessun vaccino in uso ha tali e tante reazioni avverse. Ma d’altra parte, i vaccini in uso sono prodotti che hanno superato lunghe e accurate fasi di preparazione. Per i vaccini anti Covid, lo abbiamo detto da sempre, si è avuta tanta, troppa fretta, e si è intrapresa una sperimentazione di massa. Questi sono i risultati, e siamo solo all’inizio.


Quando ci si fa comandare dalle ideologie a prescindere è difficile porsi sul piano del dialogo perchè NON LO SI VUOLE. E l'Occidente si è posto su questa china sulla Russia e Cina e Iran e Venezuela e ...

Cina, Russia e non solo. Davanti a noi anni di alta tensione. Scrive l’amb. Vento

Di Sergio Vento | 22/02/2021 - 


Sergio Vento, già ambasciatore a Parigi, Onu e Washington, analizza il confronto tra Biden, Merkel e Macron alla Munich Security Conference

Luci e ombre sono emerse dalla Münchner Sicherheitskonferenz. Wolfgang Ischinger, mio collega a Washington nel 2003-2005 che, quale esponente dell’ala più atlantica della diplomazia tedesca, aveva vissuto male l’opposizione del duo Jacques Chirac–Gerhard Schröder alla guerra in Iraq e ancor peggio il quadriennio di Donald Trump, ha assicurato una volenterosa regia alle retrouvailles della famiglia atlantica sotto il segno del “multilateralismo”, mantra in verità alquanto generico se il metodo non è accompagnato dalla sostanza degli interessi rispettivi e dal comune denominatore della volontà e della visione politica.

Sul terreno degli interessi, i nodi transatlantici sono conosciuti: dal duello Airbus-Boeing alla tassazione delle Gafa, dal Nord Stream 2 all’accordo di Natale con la Cina sugli investimenti fino al burden sharing nella Nato. Ed è sintomatico che a Monaco nessuno abbia auspicato un rilancio del negoziato sul Ttip fallito nel 2015 su agricoltura, servizi finanziari e tecnologici.

Il ritorno degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi sul clima appare piuttosto cosmetico mentre forse un rilancio dell’accordo nucleare con l’Iran e un certo rigore nei confronti di principe ereditario saudita Mohammad Bin Salman sullo Yemen, preceduto dalla significativa normalizzazione del rapporto con il Qatar, sembrano in effetti più promettenti per una convergenza transatlantica.

Viceversa, sui due temi “esistenziali”, cioè i rapporti con Russia e Cina, le perduranti distanze e incognite richiederanno un serio lavoro di approfondimento e di verifica da parte di Berlino e Parigi nei confronti di Washington da un lato, Mosca e Pechino dall’altro. Se Berlino prende le distanze dalla nozione di “autonomia strategica” dell’Europa cara al presidente francese Emmanuel Macron (che ne fa, unitamente all’impegno nel labirinto saheliano, anche un messaggio in vista di una non scontata rielezione nel 2022) e preferisce la nozione soft di rafforzamento del “pilastro europeo” della Nato, condivisa dall’Italia, è difficile che i successori di Angela Merkel si allontanino da quella “sindrome della Grande Svizzera” che caratterizza il mercantilismo tedesco anche nella dimensione eurasiatica.

L’esuberanza commerciale e strategica della Cina negli ultimi 25 anni è stata favorita dall’Occidente (frettolosa ammissione all’Organizzazione mondiale del commercio, lassismo in Africa, confusa concentrazione sulle vicende mediorientali con crescita dell’islamismo radicale). Parallelamente, l’euforia per la disintegrazione dell’Unione Sovietica ha fatto dimenticare il preesistente e sottostante “fattore russo”. Le dinamiche neoimperiali si alimentano con le radici nazionali, come è evidente anche nel caso della Turchia.

Anatemi e scomuniche sono la negazione della realpolitik e rischiano di condurre nel vicolo cieco di pericolose escalation. Ci aspettano anni di alta tensione.

Non è certamente la Federazione Russa che ha sposato l'ideologia dell'INTERFFERENZA e che attraverso questa vuole spostare i rapporti di forza dimenticando il dialogo e le relazioni di buon vicinato. L'aggressività della Nato, dell'OCCIDENTE si manifesta ogni giorno e qualsiasi paese con una precisa identità e tradizione ha il DIRITTO di difendersi


22 FEBBRAIO 2021

Nei primi mesi del 2021, i rapporti della Russia con gli Stati Uniti e l’Europa sono uniformemente pessimi. Il presidente Usa, Joe Biden, promette di essere ancora più duro con la Russia rispetto al suo predecessore Donald Trump. Josep Borrell, dopo essere stato a Mosca in veste di capo della politica estera Ue per la prima volta in quattro anni, ha affermato che Europa e Russia si stanno allontanando e che questa cosa avrà delle conseguenze.

Putin e Lavrov vogliono dire la loro

Per quanto riguarda la Russia, il presidente Vladimir Putin ed il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, sebbene si dicano aperti al dialogo su tematiche di comune interesse, hanno accusato l’Occidente di interferire con la politica interna russa per aver apertamente sostenuto il leader dell’opposizione Alexei Navalny. Piuttosto che rifiutare cortesemente le lezioni occidentali sui diritti umani come in passato, Mosca ha accusato gli accusatori di violazioni dei diritti nei loro paesi. Sono persino arrivati al punto di espellere tre diplomatici europei che avevano marciato a fianco dei manifestanti durante le proteste pro-Navalny.

Fino a poco tempo fa si poteva ancora distinguere lo scontro fra America e Russia ed il mutuo distacco fra Russia ed Europa. Ora questa distinzione si sta offuscando.

La fine dell’amicizia tra Russia e Germania

Il 2020 è stato l’anno in cui è crollato il pilastro portante dell’interazione fra Ue e Russia, cioè la relazione speciale fra Berlino e Mosca.

Tale rapporto era scaturito dal ruolo fondamentale giocato da Mosca nella riunificazione tedesca nel 1989-1990. Aspirava a diventare una partnership, ma non ci è mai arrivata. Ha iniziato a sfaldarsi dalla parte tedesca intorno al 2011, quando Putin ha preso la decisione di tornare al Cremlino, infrangendo così le aspettative tedesche di una futura Russia liberale e democratica.

Per quanto riguarda la Russia, l’apice della sua connessione con la Germania è coinciso con il cancellierato di Gerhard Schroeder, quando le idee di un matrimonio economico fra Russia e Germania e la comparsa di una grande Europa dall’Atlantico al Pacifico erano alle stelle.


Rivedere le relazioni tra Russia ed Europa

La visita di Borrell aveva lo scopo di ottenere un’impressione diretta in vista dei preparativi della revisione delle modifiche dell’Unione europea alle sue politiche con la Russia. La precedente politica basata sui cinque principi formulati da Federica Mogherini, in carica prima di Borell come Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, non aveva avuto particolare successo. Si può certamente immaginare che il nuovo approccio sarà formulato usando toni più severi e che sarà più vicino alla politica russa dell’amministrazione Biden a Washington. Se avrà più fortuna della dottrina Mogherini lo dirà il tempo, ma non c’è da aspettarselo.

C’è chiaramente bisogno di ripensare la relazione. Quale dovrebbe essere il suo scopo ultimo? Per l’Europa dalla fine della Guerra fredda è sempre stata l’idea di una “Russia europea”, per esempio, una Russia che accettasse norme e principi ideati dall’Ue anche per la sua politica interna, economia ed affari sociali, e che cooperasse con l’UE per la politica estera. In altre parole, non un membro della Ue e nemmeno un candidato, ma piuttosto un associato, un seguace. Citando le memorabili parole di Romano Prodi, “che avesse tutto in comune tranne le istituzioni”.

Che tipo di relazioni vuole la Russia con l’Europa?

Per contro, la preferenza russa è da tempo quella di un’“Europa più grande” – per esempio, uno spazio economico comune tra Lisbona e Vladivostok, costruito su un accordo tra l’UE e la sua controparte post-sovietica, l’Unione economica eurasiatica, con la proprietà incrociata di entrambe le parti di alcuni dei maggiori beni; un’architettura di sicurezza incentrata sull’Osce, con una collaborazione fra Nato l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva guidata da Mosca con il fine di difendere la stabilità nel continente. Favorendo l’autonomia strategica dell’Europa dagli Stati Uniti, Mosca stava aspettando il giorno in cui l’Ue e l’Eurasia post-sovietica avrebbero formato un forte legame e l’Europa sarebbe finalmente divenuta completa, libera ed indipendente.

Nei tre decenni posteriori alla fine della guerra fredda nessuna di queste visioni è divenuta realtà. In molti sensi la situazione attuale in Europa ricorda più il periodo tra gli anni ’40 e gli anni ’80. In più, la situazione non è stabile, va peggiorando. Non è difficile immaginare nuove crisi, persino conflitti militari, in posti come il Donbass, la Transnistria, il Caucaso del Sud.

Il comandante Givi e i suoi soldati durante un attacco contro le truppe ucraine all’aeroporto di Donetsk (Alfredo Bosco)

Le tensioni tra Russia e Nato

Gli incidenti tra l’aeronautica e le navi militari russe e quelle della Nato possono succedere – con gravi conseguenze – nel (e sopra) il Mar Nero ed il Mar Baltico. Un possibile utilizzo in Europa dei nuovi sistemi missilistici a medio raggio statunitensi potrebbe portare ad una nuova crisi degli euromissili. A questo vanno aggiunti la latente instabilità politica della Bielorussia, l’ambiente politico in continuo tumulto dell’Ucraina, la natura sensibile della transizione della leadership in Russia, più una serie di altre problematiche troppo numerose da menzionare ora, e si avrà un mix altamente esplosivo.

Così, prima di inventarsi una nuova formula per un auspicabile modello di relazioni, bisogna essere certi che si sopravvivrà fino a vedere quel giorno. Il Trattato sulle forze nucleari intermedie (Inf), il Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa (Fce) ed il trattato Open Skies (Ost) sono di fatto in disuso. Il controllo delle armi è a malapena la giusta formula per questi giorni. Nessuna delle parti pianifica di invadere, occupare o trasformare l’altra. Il pericolo principale è radicato nelle false percezioni, nei calcoli errati e nella recrudescenza. Le barriere efficaci in questo caso non sono i limiti alle armi, ma i canali di comunicazione affidabili, i contatti di persona fra gli ufficiali militari e della sicurezza oltre a varie misure per il rafforzamento della fiducia. Questi canali, contatti e misure sono essenzialmente affare della Russia e degli Stati Uniti (sia in modo diretto che tramite la Nato).

Come migliorare le relazioni Russia-Ue?

Libera da tale fardello, l’Unione europea può guardare oltre la prevenzione dei conflitti. Cosa può fare ora come ora?

Sembrerebbero esserci anche adesso alcune aree propizie alla collaborazione europeo-russa. Una è la sanità pubblica, l’altra il clima.

La Russia ha sorpreso molta gente in Europa e nel resto del mondo con il suo efficacissimo vaccino Sputnik V. La pandemia da Covid-19 è la prima vera pandemia globale degli ultimi tempi, ma non l’ultima. Vista la prossimità geografica ed il livello di contatti transfrontalieri, la cooperazione russo-europea in questo campo è estremamente importante per entrambe. Un altro ambito sostanzialmente affine è quello del cambiamento climatico. La Russia è genuinamente interessata al problema, dal momento che il surriscaldamento globale non sta soltanto lasciando gran parte dell’Artico senza ghiaccio, ma sta anche distruggendo le infrastrutture in Siberia a seguito dello scioglimento del permafrost. Nessuna di queste piste avrà grande impatto sul rapporto in generale, ma ciascuna di esse può portare benefici reali ad entrambe le parti.

Altre problematiche risultano essere meno promettenti. Indipendentemente dal formato Normandia, l’Europa non ha grande influenza in Ucraina, dove le cose potrebbero migliorare dopo il rifiuto deciso di Kiev di portare a termine il protocollo di Minsk II, cosa che i nazionalisti ucraini ritengono alto tradimento. Una volta che Mosca giungerà alla conclusione che il processo diplomatico è irrimediabilmente in stallo, potrebbe muoversi per integrare il Donbass più vicino alla Russia, riconoscendo in definitiva le repubbliche di Doneck e Lugansk ed aprendo così la strada al loro ingresso nella Federazione Russa. Visti l’interesse personale e le connessioni di Joe Biden in Ucraina, quest’ultima diventerà probabilmente un problema importante per le relazioni russo-statunitensi, con l’Europa come alleato accessorio dell’America.

Un’altra bomba geopolitica è la Transnistria. La recente elezione di un presidente pro-UE (e cittadino rumeno) in Moldavia potrebbe incrementare le richieste di revoca di un piccolo contingente militare russo nella regione secessionista della Transnistria. L’autoproclamata repubblica di Transnistria, esistente dal 1990, è un territorio senza sbocco sul mare bloccato fra la Moldavia e l’Ucraina. Un tentativo congiunto di Chisinau e Kiev di bloccare il presidio russo in quella zona potrebbe mettere Mosca di fronte a un dilemma di umiliazione o conflitto. È improbabile che la leadership russa scelga la prima. L’area del Mar Morto è certamente coinvolta in altri conflitti congelati, precisamente fra l’Abcasia con il sostegno della Russia e l’Ossezia del Sud da una parte e la Georgia dall’altra. Come ha dimostrato recentemente la seconda guerra in Karabakh, anche questi possono scongelarsi rapidamente. Analogamente a quella dell’Ucraina/Donbass e Moldavia/Transnistria, queste situazioni dovranno essere gestite principalmente dagli Stati Uniti tramite la NATO con l’Europa di supporto.


Lottare per i rapporti di buon vicinato

Consapevole di tutti questi potenziali conflitti e continui vincoli, l’Unione Europea deve prendersi del tempo per pensare ad un obiettivo a lungo termine più realistico per le sue relazioni con la Russia. Una futura relazione del genere non può essere basata sul sogno di una partnership o di un vasto spazio comune. La coabitazione richiederebbe un tetto condiviso che non esiste e non esisterà; la convivenza è corretta in teoria, ma è troppo pregna dell’eredità della guerra fredda, quando l’Unione Sovietica avanzò il concetto di “coesistenza pacifica”. Il suo equivalente attuale sarebbe il buon vicinato.

Questo modello poggia su diversi pilastri. Uno è un livello di rispetto della diversità, anche come semplice riconoscimento del vicino come di qualità differente. Il secondo pilastro è la presenza di valide barriere: chiarezza su dove vengono posti i confini e sicurezza sufficiente per garantire la fiducia in se stessi. Il terzo è la costruzione e la gestione delle relazioni essenziali sulla base di interessi comuni. La quarta è la cooperazione sulle questioni transfrontaliere come le infrastrutture, la sanità pubblica ed il clima. Il quinto è l’interdipendenza. Sebbene lo scenario energetico stia cambiando proprio come lo sta facendo la struttura dell’economia russa, in un immediato futuro l’Europa sarà dipendente dalle risorse energetiche russe ed il bilancio federale russo attingerà ai proventi di tali vendite.

Le implicazioni sono le seguenti. L’interferenza negli affari dell’altro, che sia per convertire il pubblico oltre il confine alla propria visione del mondo o per sovvertire un regime o un governo che non va a genio, non è permessa. Le differenze ideologiche ed i valori dovranno rimanere, certo, ma non saranno gonfiate e brandite dalle politiche estere, così che non potranno portare ad un’ostilità comune o all’abbandono del dialogo. Le divergenze inevitabili saranno controllate in modo da poter prevenire conflitti distruttivi. Oltre la sfera politica di per sé contenziosa, l’Ue e la Russia dovrebbero essere libere di relazionarsi fra di loro tanto quanto i loro cittadini desiderano. A prescindere da quello che possono fare altrove, l’Europa e la Russia non possono cambiare la loro geografia.