Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 26 settembre 2018

Def - Giusta la posizione di Di Maio

Legge di Bilancio, Di Maio: “Il M5s non voterà il Def se non ci sarà il reddito di cittadinanza”


L'altolà, secondo quanto apprendono le agenzie da fonti parlamentari, arriva direttamente dal vicepremier Luigi Di Maio, che martedì sera ha riunito i ministri pentastellati per fare il punto sull'agenda economica. "Solo puntando alla crescita si può ridurre il debito. Le ricette del passato hanno solo aumentato il debito pubblico", ha aggiunto il leader del M5s

di F. Q. | 25 settembre 2018

Il reddito di cittadinanza deve essere uno dei punti chiave della prossima legge di bilancio, insieme alle pensioni e alle misure per risarcire i risparmiatori truffati dalle banche, altrimenti il M5S non voterà il Def in Consiglio dei ministri e farà mancare i propri voti anche in Parlamento. L’altolà, secondo quanto apprendono le agenzie da fonti parlamentari, arriva direttamente dal vicepremier Luigi Di Maio, che martedì sera ha riunito i ministri pentastellati per fare il punto sull’agenda economica.

A due giorni dalla scadenza ufficiale per la presentazione della Nota di aggiornamento al Def, che delinea i confini contabili della manovra, il leader dei Cinque Stelle ricorda che “deve essere votata dal Cdm e dal Parlamento e se sarà “non coraggiosa” non avrà i voti del Movimento. “Per me non ha senso parlare solo di deficit – avrebbe aggiunto durante la riunione, secondo quanto apprendono le agenzie – Si deve scommettere sulla crescita. E dare risposte ai bisogni dei cittadini. Con l’11% di disoccupazione non possiamo che puntare sugli investimenti e sulla crescita di qualità“. Secondo Di Maio, infatti, “solo puntando alla crescita si può ridurre il debito. Le ricette del passato hanno solo aumentato il debito pubblico”.

A Porta a Porta, Di Maio aveva spiegato che nel dibattito sul deficit di bilancio per il 2019 “dispiace che si stia parlando di decimali quando sono un punto di partenza e non di arrivo, non dobbiamo tenere conto solo” dei mercati. Ritornando a parlare del caso della Francia che ha deciso di impostare la manovra sul rapporto del 2,8%, Di Maio ha spiegato che questa decisione “ci ha dimostrato che i dogmi europei sull'austerità sono superati”. Prima “di pensare ai numerini pensiamo ai cittadini”, ha aggiunto osservando che il numero del deficit “non è una sfida” all’Europa. Confermando che non “sarà una manovra irresponsabile” il vicepremier ha sottolineato che il governo sta quantificando “tutte le risorse che dovranno venire sopratutto dai tagli”.

Un prodotto innovativo italiano

Perché l'asfalto a base di grafene potrebbe risolvere la piaga delle buche a Roma

Un asfalto normale necessita di manodopera circa ogni sette anni, quello creato con il grafene può tranquillamente durare il doppio. Vanta poi un 250% di resistenza in più ai carichi e agli sbalzi di temperatura. Primi test sulla via Ardeatina

25 settembre 2018,17:50

Foto: Francesco Fotia / AGF 
Voragini buche roma

Sarà testato sull’Ardeatina, una delle strade più antiche di Roma, il primo asfalto a base di grafene. L’asfalto del futuro, l’asfalto che potrebbe rendere enormemente più sicure le strade di tutto il mondo. E per l’importanza che rivestirà potrebbe rappresentare in futuro un’eccellenza del Made in Italy, perché è un prodotto totalmente nostro. Il brevetto internazionale infatti è stato depositato dalla Iterchimica di Suisio, in provincia di Bergamo.

Ma quali sarebbero le novità introdotte da questo ingrediente magico, il grafene? Prima di tutto la durata, un asfalto normale necessita di manodopera circa ogni sette anni, quello creato con il grafene può tranquillamente durare il doppio; poi la resistenza, elemento che specie in una città come Roma che sta tristemente diventando famosa per le sue buche (situazione ai limiti dell’extraterrestre per chiunque sia nato un metro più in là dei nostri confini), risulterà dote risolutiva di fondamentale importanza, e l’asfalto in grafene è il 250% più resistente ai carichi e agli sbalzi di temperatura (cosa che avrebbe già convinto anche l’aeroporto di Doha ad utilizzarlo per le sue piste di atterraggio, dovendo far fronte al caldo record degli Emirati Arabi), una percentuale decisamente convincente.

Siria - gli S-300 proteggeranno i cieli siriani, La presunzione di violare impunemente e sempre lo spazio aereo di un altro stato degli ebrei viene punita

I cieli della Siria difesi dall' S-300 russo

VIGNETTE
14:27 24.09.2018(aggiornato 14:28 24.09.2018)URL abbreviato

La Russia in due settimane consegnerà alla Siria il moderno complesso di difesa aerea S-300, ha detto il Ministro della Difesa Sergei Shoigu.



"È in grado di intercettare aerei su un raggio di oltre 250 chilometri e colpire contemporaneamente diversi bersagli aerei", ha detto.

Secondo Shoygu, l'S-300 rafforzerà significativamente le capacità di combattimento della difesa aerea siriana.

Moneta Complementare - l'Euroimbecillità ignora che le cambiale-tratte erano moneta complementare, devono ritornare a scuola e studiare un pò di storia


Mini-bot, padre moneta parallela: perché potrebbe funzionare in Italia

25 settembre 2018, di Daniele Chicca

In Italia l’idea di una moneta parallela, inserita nel programma di governo dalla Lega, non è certo nuova. Sono stati Marco Cattaneo e Biagio Bossone ad avanzare nel 2016 la proposta del “Certificato di Credito Fiscale” (CCF). Ora uno dei suoi inventori, Cattaneo, è tornato sull’argomento per difendere il suo progetto.

Secondo l’economista l’idea della moneta parallela, a differenza di quanto si sia portati a pensare, non è in conflitto con le leggi UE. I certificati di credito fiscale teorizzati possono essere paragonati a una sorta di emissione di denaro per la popolazione. Una sorta di “helicopter money” sotto forma di credito d’imposta.

Non si tratta di una valuta, perché la legge non obbliga nessuno ad accettarla come mezzo di pagamento. Pertanto, spiega il presidente di CPI Private Equity in un articolo pubblicato di recente, non viola il principio di monopolio monetario che spetta alla Bce quando si tratta di emissione di moneta (l’euro).

L’Eurostat certifica senza alcuna ambiguità che non è da considerare debito se i settore pubblico non è costretto a effettuare i pagamenti con questi certificati. La moneta fiscale non è un credito classico, perché non prevede il diritto a essere pagati. Non c’è alcun vincolo in questo senso.
Mini-bot: mezzo per ridurre le tasse da pagare

E secondo i suoi promotori, tra cui il consulente economico della Lega Claudio Borghi, permetterebbe di rilanciare la crescita, in Italia così come negli altri paesi che volessero adottare questa strategia. Il mini-bot proposto dalla coalizione di governo “rappresenta soltanto il diritto a ridurre le tasse che si devono sborsare“, spiega Cattaneo.

Sul suo blog l’economista risponde a chi critica il progetto perché si stima che “produrrebbe squilibri nei saldi commerciali esteri, in quanto una parte rilevante del maggiore potere d’acquisto in circolazione si rivolgerebbe all’acquisto di prodotti stranieri”. Cattaneo ritiene che sotto questo punto di vista ci sia “molto margine, perché l’Italia ha da anni un surplus di 50 miliardi abbondanti“.

L’altra critica che viene mossa contro i mini-bot è che verrebbero visti come un primo passo verso l’addio alla moneta unica da parte dell’Italia, la terza economia dell’area euro, generando una perdita di fiducia nel paese. In realtà, non essendoci date di scadenza o un pagamento del coupon, un certificato di credito fiscale non può essere equiparato a una moneta vera e propria.

Inoltre la misura non ha un impatto diretto sul debito, che in Italia è superiore al 132% del Pil ed è il secondo più grande in Europa dopo la Grecia. “Quando il governo italiano emette 1 miliardo di euro di crediti fiscali, di fatto non incrementa il debito pubblico nazionale“.

L’apparato normativo dell’area euro si fonda sul principio secondo il quale non va aumentato il rischio di default del debito pubblico di uno stato membro. Emettere mini-bot non è in conflitto con questo obiettivo perché nessuno Stato può essere costretto a fare default su una emissione obbligazionaria che equivale a uno sconto fiscale in futuro. Il governo italiano non sarà mai obbligato a riscattare i CCF o i mini-bot in euro, una valuta che lo Stato italiano non può creare e su cui non ha sovranità.

Critici: non funzionerebbe perché aumenterebbe Spread e costi

Il problema chiaramente riguarda il fatto che l’esistenza di mini-bot costituirebbe un primo passo verso l’abbandono dell’euro. Se a un certo punto la moneta fiscale viene dichiarata il tender legal al posto della moneta unica. L’emissione di mini-bot comporta quindi dei rischi, perché potrebbe portare alla fine dell’euro, con tutte le conseguenze nefaste che ne deriverebbero, specie sul breve. Ma non è una misura illegale.

Il pericolo reale della fine dell’euro, secondo Cattaneo, è poi in primo luogo il risultato delle falle strutturali dell’Eurozona. “I problemi della regione esistono già” e continueranno a essere presenti fino a quando il sistema disfunzionale non verrà messo in ordine. E in presenza di tali disfunzioni la moneta fiscale contribuirebbe a sopperire alle esigenze di imprese e cittadini, secondo Cattaneo.

I critici sostengono che l’idea di Borghi circa l’emissione di un credito fiscale sarebbe innanzitutto costosa, sia dal punto di vista contabile (perché lo strumento aumenterebbe il debito statale), sia in termini di premio del rischio per lo Stato, oltre che per il semplice fatto che andrebbe creato un nuovo sistema di pagamenti ad hoc.

Inoltre i mini-bot, che andrebbero emessi all’interno dei limiti del Patto di Crescita e Stabilità, sarebbe da considerare un misto tra un titolo di debito “inferiore” e una moneta parallela. Non può funzionare, secondo Francesco Papadia e Alexander Roth, perché se non implica un incremento del deficit di bilancio, allora va valutato come una misura di espansione fiscale.

Soltanto questo fatto, scrivono gli economisti del think tank Bruegel, aumenterebbe lo Spread e i rendimenti dei Btp e di conseguenza gli interessi che l’Italia e gli italiani pagano per finanziarsi. Anche la Banca d’Italia si espressa sull’argomento, osservando che sulla base delle leggi vigenti, i mini-bot potrebbero essere usati come un mezzo di pagamento solo previa consenso del creditore.

I tedeschi all'assalto dell'Italia vogliono il nostro oro e scaricare i mali, tanti, della Deutsche Bank su di noi. Mentre nascondono la testa nella sabbia sulla proposta italiana di Savona. La loro insistenza li porterà a sbattere contro il muro

“LORO” SONO PREPARATI ALL’8 SETTEMBRE. NOI NO.

Maurizio Blondet 25 settembre 2018 

Comincio con un copia-incolla

“Il regalo avvelenato. Come Mario Draghi ha salvato l’euro e rovinato i risparmiatori” tedeschi (Handelsblat, settembre 2017).

Assalto sovranista-tedesco all’Italia durante l’audizione di Draghi al Parlamento Europeo: “Non è vero che abbiamo privilegiato Roma”

Due deputati chiedono il rimborso immediato dei debiti nel caso di Italexit. Il Governatore risponde: “Non è nello Statuto”. E replica alle insinuazioni sui favori


….tutto inizia con la domanda dell’eurodeputato Marcus Pretzell, ex esponente di AfD nonché marito di Frauke Petry, ex leader del partito di estrema destra che ha poi abbandonato per contrasti sulla linea politica: partendo dalla grave situazione di rischio in cui versa il principale istituto tedesco, la Deutsche Bank, e alla “regressione” degli asset di DB e della seconda banca tedesca Commerzabank, Pretzell ha sottolineato come la politica monetaria non convenzionale adottata dalla Bce non abbia aiutato le due banche; e ha insinuato al tempo stesso privilegi per gli istituti italiani da parte di Francoforte: “E quindi – ha chiesto l’europarlamentare – secondo lei non c’è stato qualche squilibrio tra quello che è stato fatto per il suo Paese d’origine e quello che è stato fatto per la Germania?”.

“Lei non è ben informato”, ha esordito Draghi. “Lei dice che la Bce ha offerto dei prestiti all’Italia, non è vero punto e basta. Ha comprato titoli sovrani e di società in ogni Paese, noi perseguiamo una politica monetaria per tutti i Paesi”. Visibilmente infastidito per l’accusa di privilegiare l’Italia nelle decisioni di politica monetaria, il presidente Bce ha aggiunto che la missione di Francoforte ‘”è la stabilità dei prezzi nella zona euro e non in uno stato o in un altro”. Allo stesso deputato che proponeva un limite ai pagamenti della Bce nel sistema Target 2, Draghi ha risposto che questo “sarebbe fatale” per l’Eurozona, e che “non ha nessun senso fare pagamenti sino a una certa soglia”.

Alcuni europarlamentari tedeschi, in particolare quelli dell’ultradestra, hanno molto a cuore la situazione politica italiana, non certo per un’innata sensibilità quanto per il loro attivo nei pagamenti Target 2. Poco prima di Pretzell era infatti già intervenuto un altro europarlamentare di Berlino, Bernd Lucke (anche lui fuoriuscito da AfD) spingendosi persino oltre e arrivando a ipotizzare una sorta di riscatto immediato da prelevare dal sistema dei pagamenti europeo Target 2 un secondo dopo la malaugurata uscita dell’Italia dall’Eurozona.

“Lei ha ricevuto una lettera dal Ministro Savona sul costoso piano di riforme che si vogliono approvare in Italia”, ha affermato il ben informato Lucke, chiedendo al Governatore se “secondo lei la Bce non dovrebbe indicare le conseguenze per i crediti e i debiti Target se un Paese dovesse lasciare l’Eurozona in maniera illegale?”. Domanda che, così posta, non è chiaro dove voglia andare a parare. Ma in uno slancio di concretezza, Lucke è arrivato al dunque: “Non è possibile rimodellare il sistema dei pagamenti in modo che i debiti Target diventino debiti della Banca centrale di quel Paese per esempio con tassi variabili e scadenze a lungo termine, rendendo così i debiti esigibili immediatamente?”.

Target 2 è la principale piattaforma europea per il regolamento di pagamenti di importo rilevante e viene utilizzato sia dalle banche centrali sia dalle banche commerciali per trattare pagamenti in euro in tempo reale. In Germania, che ha un consistente attivo in Target 2, il tema è molto sentito, perché il timore è che quei crediti diventino inesigibili, nel caso in cui un Paese dovesse uscire dall’euro. Di qui le apprensioni tedesche, a cui Draghi ha risposto: “La questione sarebbe complessa giuridicamente e non è nelle mani della Bce. Ma qualsiasi limitazione al Target 2 esplicita o implicita andrebbe a distruggere l’unione monetaria, che si sgretolerebbe”. “Non è quello che ho proposto io!”, ha interrotto Lucke. “Io non voglio limitare il sistema target, ma dicevo di trasformare le posizioni nel sistema Target in strumenti di debito! Così che la Banca centrale nazionale sarebbe giuridicamente responsabile del rimborso del debito in caso di uscita dall’euro”.

Draghi ha allora chiarito che “già nel sistema attuale ci sono delle garanzie”, nel caso un Paese non onori il debito, aggiungendo che l’uscita di un Paese dall’eurozona è “un evento impossibile”. Ma quanto proposto da Lucke, “trasformare le passività rendendole in crediti della Bce non è nello statuto della Bce”.

Quanto all’Italia, il Governatore della Bce è tornato sulla frase utilizzata qualche giorno fa: “Ho detto che le parole hanno fatto effettivamente danni, perché le famiglie e le imprese pagano tassi più alti di prima”. In numeri, “20 punti base in più per il credito al consumo, lo stesso per piccole e medie imprese”, mentre circa “64 punti base sulle emissioni obbligazionarie delle grandi imprese”, e al tempo stesso sono state date “garanzie e clausole più esigenti”, mentre “per i mutui processo è più lento”, ha detto Draghi.

Due osservazioni (a parte quella che Draghi è non solo un anti-italiano comprovato, ma in uscita dalla BCE e non conta più nulla). Anzitutto, la provenienza politica del tedesco che interroga Draghi in quel modo derisorio, accusatorio (“Hai aiutato gli italiani”, questi scrocconi) ed arrogante: una affermazione dell’AfD (ora nei sondaggi secondo partito) non ci farà trovare nuovi alleati in Europa, ma ancora più nemici dell’Italia.

Esattamente come i “moderati ed europeisti” della CDU, vogliono recuperare un presunto credito che ritengono di avere verso l’Italia (460 miliardi!) e la Spagna (400), senza contare gli altri paesi dell’euro che importando beni tedeschi, hanno accumulato questo “debito”. In realtà sono per lo più soldi già pagati – come sa chiunque ha comprato una BMV o VW; ma come prendersi il Target2 è diventata non solo l’idea fissa di noti economisti tedeschi, amplificata dai media tedeschi, bensì è diventata politica ormai iscritta nel programma economico del partito della Merkel CDU, come ha spiegato il francese Asselineau, per il quale con questo la Germania sta attuando una “uscita furtiva dall’euro”.


Draghi, nell’audizione, conferma: “Ogni limitazione del Target 2 distruggerebbe l’euro”. Lui ovviamente aggiunge che l’euro è “irreversibile”. Palle, tutte le zone monetarie dell’ultimo secolo si sono disciolte.

La volontà germanica è riprendersi i 900 miliardi. Die Welt ha pubblicato questa molto significativa tabella: a quanto ammonta lo psuedo-debito Target 2, e quanta riserva in oro hanno i paesi “debitori” della Germania.


Hanno già calcolato: la riserva d’oro di Bankitalia (banca privata!) non copre che il 19,8% dei “debiti Target 2” italiani. La percentuale cade all’11,3% per la Slovacchia, al 6,1% Grecia, al 2,6% per la Spagna…

La loro volontà – germanica – s’è indurita da quando l’Italia ha il nuovo governo, che mostra di non voler più sottostare passivamente (come i precedenti) al dominio tedesco sull’euro.

La volontà germanica di prendersi i 900 e passa miliardi del Target 2 in vista dello smembramento dell’euro s’è indubbiamente acuita ancor più oggi, da quando Macron, in disastroso calo di popolarità, ha annunciato che la Francia farà il deficit del 2,9 % e Di Maio, giustamente, ha annunciato:

La Francia per finanziare la sua manovra economica farà un deficit del 2,8%. Siamo un Paese sovrano esattamente come la Francia. I soldi ci sono e si possono finalmente spendere a favore dei cittadini. In Italia come in Francia

In breve: io temo che siamo per vedere un altro 8 settembre. Noi annunciamo a parole, ma siamo ostacolati nel progetto (intelligente di Savona) dagli avversari interni, da ministeriali che remano contro, da magistratura e dal Quirinale, oltre che l’opposizone di sinistra, pronta a mettersi al servizio dei tedeschi pur di far fallire il governo che gli ha tolto il potere.

Come dice giustamente Paolo Savona:

in caso di bocciatura della manovra da parte dell’UE :” è necessario un gruppo dirigente pronto a qualsiasi evenienza.”

Savona dice anche:

Paolo #Savona a #Mezzorainpiù 23/09/2018 «In Europa abbiamo un’enorme massa di risparmio inutilizzato: se l’Europa riuscisse a mobilitare 460 miliardi di dollari di nuova spesa e investimenti, scavalcherebbe Cina e Stati Uniti nello sviluppo!»

“In Europa si costruiscono modelli di sviluppo partendo da un numeretto. E la devono smettere e questo è chiaro! Partendo dal parametro si costruisce il bilancio. Io non ho mai visto un libro di politica economica che costruisca modelli di sviluppo in questo modo”.



I tedeschi sanno che ha ragione, che gli italiani hanno cambiato il gioco in Europa, che sono come sempre il laboratorio politico che loro non riescono ad essere. Ma sanno anche che gli italiani sono disorganizzati, parolai litigiosi, divisi di fronte al nemico, pieni di quinte colonne “perché non siam popolo/perché siam divisi”. Insomma che hanno magari ragione, ma non hanno “la forza” Che è la sola cosa che conta oggi in Europa.

Insomma, secondo me, subiremo, sotto forma di colpo finanziario, un altro 8 settembre ’43. Quando i soldati italiani furono colti di sorpresa perché rimasti senza ordini né piano B, mentre le forze armate tedesche già sapevano tutto, si erano preparate e non esitarono un attimo a trattare l’alleato da nemico: cominciarono i rastrellamenti delle nostre povere truppe, fino alla strage di Cefalonia per quelli che osarono resistere.
Come al solito, una fake news.

Noi siamo ancora lì a rallegrarci che Macron sfora, e dunque noi possiamo sforare, e a dover litigare per cercare di convincere nemici interni culturalmente arretrati in economia, o oppositori per principio:



Non cambi argomento. Al suo amico sregolato immagino che chieda indietro 110, mentre al suo amico diligente immagino che si accontenti di 100 e un caffè. Non trova?


No immagina male, come le ho scritto o c'è la garanzia (banca centrale) o niente prestito. Comunque ècco quanto è "diligente" la Francia pic.twitter.com/Ysf8l4nfDk


Invece i tedeschi sono uniti. E in silenzio colpiranno.

Non so come faranno, ma so che lo faranno: proveranno a incamerare le nostre riserve auree, lamentandosi che “noi scrocconi” (pensano infatti che sono loro a mantenerci) non abbiamo altro che il 19%. Si prenderanno i 900 miliardi dello pseudo-credito Target 2, con cui compenseranno le perdite di competitività che comporterà per loro lo sfascio dell’euro, quando dovranno esportare con marco al 30% in più, e l’Italia con la lira al 18% in meno (la Francia col franco al -6) prospereranno. Si sono già preparati.

La Globalizzazione ha perso ma spruzza ancora il suo veleno purulento

Cacciatori di "rosso-bruni" che dichiarano: “Voto a sinistra e scrivo senza disagi sul Foglio e il Giornale”


Ma non avrebbe dovuto andarsi a nascondere per sempre? E invece, no. Il sito Rolling Stone dopo la spaventosa figuraccia di un appello antirazzista “firmato” da personalità che non ne sapevano nulla (tra le quali l’inviperita Selvaggia Lucarelli che così ci documenta sull’onestà della redazione di questo sito) torna in cattedra con una campagna diffamatoria contro chiunque, sopratutto a sinistra, si permette di mettere in dubbio i dettami della Globalizzazione: i cosiddetti “rosso-bruni”.

Apre la crociata della rivista un articolo sui “rosso-bruni” europei, firmato dal signor Guido De Franceschi che, tanto per evidenziare la sua coerenza politica si presenta così: “Voto a sinistra e scrivo senza disagi di esteri e di libri sul Foglio e sulle pagine culturali del Giornale”; prosegue la sua crociata Rolling Stone con “Un fantasma si aggira per l’Italia: il rossobrunismo” che, più che un articolo, si direbbe una lista di proscrizione (nella quale compare anche “L’Antidiplomatico”) da consegnare alla costituenda Psicopolizia dell’Unione Europea. Un articolo che meriterebbe, al più, una querela per diffamazione, se non fosse l’occasione per soffermarsi su questa faccenda dei “rosso-bruni” che sta alimentando una colossale faida, sopratutto su Facebook e che rischia di seppellire per sempre quel poco che resta della sinistra antagonista in Italia.

Quale sarebbe l’essenza dei “rosso-bruni”? Secondo i maître à penser di Rolling Stone, sostanzialmente il rifiuto della Globalizzazione. Sarebbero stati, quindi, “rosso-bruni” anche, a Genova, nel 2001, le centinaia di migliaia di No-Global? Se, per assurdo, lo fossero stati, non lo davano a vedere anche perché, nel 2001, la Globalizzazione muoveva allora i primi passi, l’esigenza da parte del Capitale di piallare ogni identità nazionale (anche con l’esautoramento dei vari parlamenti, per meglio favorire questo processo) era ancora agli esordi e abbastanza marginali erano allora i flussi migratori e le conseguenti reazioni nell’opinione pubblica.

Intanto, gli strateghi dell’Imperialismo non stavano con le mani in mano, anche perché il crollo del Muro di Berlino e la conseguente scomparsa dello “Stato Guida” necessitava di un nuovo punto di riferimento culturale e politico dove indirizzare le energie di milioni di giovani. Esplode così il fenomeno delle ONG, da allora cresciute esponenzialmente (da circa 600 dei primi anni di questo secolo alle attuali 30.

000) e finanziate, in gran parte, da istituzioni governative e pescecani della finanza travestiti da filantropi. Loro caratteristica comune: la pretesa di essere gli unici depositari del bene, checché ne dicano parlamenti e governi democraticamente eletti. E sono proprio queste ONG, vere ancelle della Globalizzazione, a dettare, oggi, le mobilitazioni della “sinistra antagonista”, prima tra tutte l’accoglienza per tutti i migranti economici con le conseguenti accuse di “razzismo” rivolte a tutti coloro che non manifestano entusiasmo per il “multiculturalismo” o per il “meticciato”. Si animano così mobilitazioni spesso imponenti mentre – di riflesso – si riducono a sparute iniziative manifestazioni su tematiche che pure avevano visto folle oceaniche, come quelle contro la guerra o per la difesa dei diritti dei lavoratori.

Come già detto, chi, a sinistra, si oppone a questa deriva politica, finisce, quasi sempre, per essere etichettato come “rosso-bruno”, sopratutto se ha l’ardire di contrapporre alla Globalizzazione del Capitale il cosiddetto “Sovranismo”. Termine che ribadisce l’irrinunciabile diritto di popoli e di nazioni di poter gestire il proprio destino senza soccombere a diktat sovranazionali (basti pensare ad abominevoli trattati - quali, ad esempio, il TTIP - che pretendono di esautorare i parlamenti nazionali) ma che rischia di presentare come omogenei realtà quali “nazione” “popolo” o addirittura “Patria”, che sono, invece, attraversate da ineliminabili contrapposizioni, prima tra tutte quella tra sfruttati e sfruttatori.

Cosa fare per ricondurre le tantissime pulsioni contro la Globalizzazione (incluse quelle che hanno trionfato il 4 marzo) alla lotta di classe? Certo, se ci fosse ancora una organizzazione come l’Internazionale fondata da Marx, o qualcosa di simile, le cose sarebbero più semplici. Per il momento bisogna accontentarsi; ad esempio, unendo in Europa le forze della sinistra antagonista che, senza ambiguità e cedimenti, si oppongono alla Globalizzazione.

In Europa, ci sta provando, con Aufstehen, l’ottima Sahra Wagenknecht. Che sta al primo posto nella lista dei pericolosissimi “rosso-bruni” realizzata da Rolling Stone e da altri media padronali.
Ci sembra un ottima garanzia.

Francesco Santoianni
Notizia del: 24/09/2018

Serve una banca pubblica per lo sviluppo

Cdp, BpiFrance, KfW. Ecco differenze e analogie



L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta in particolare su come funziona la Bpi in Francia, modello al quale il Movimento 5 Stelle indica per l’Italia

Serve una banca pubblica per lo sviluppo, e la Francia se ne è dotata dal febbraio 2013, istituendo Bpifrance: detenuta pariteticamente dalla Caisse des dépôts et consignations (CDC), istituzione corrispondente alla nostra Cassa Depositi e Prestiti (CDP), e da EPIC Bpi France, Agenzia pubblica di investimenti.

IL CASO BPI IN FRANCIA

Così come è accaduto in Italia nel dibattito sulla necessità di un nuovo intervento finanziario dello Stato che si è aperto poco dopo la completa privatizzazione del settore bancario pubblico ed allo smantellamento dell’Iri, anche in Francia il punto di riferimento è rappresentato dalla KfW tedesca (Kreditanstalt für Wiederaufbau), la banca pubblica per la ricostruzione che fu fondata nel 1948, nell’ambito del Piano Marshall. In Italia, in quella occasione, non ci fu bisogno di fare altrettanto essendoci già l’IMI, cui fu infatti conferito il compito di gestire i fondi ERP (European Reconstruction Program).

ANALOGIE E DIFFERENZE TRA ITALIA E FRANCIA

Sia in Francia che in Italia, le relazioni tra Ministeri del Tesoro e le rispettive Casse presentano numerosissime analogie: da una parte ci sono le funzioni, che partono dal finanziamento degli investimenti degli enti locali e proseguono con l’assegnazione degli interventi di edilizia sociale; dall’altra ci sono le relazioni con il gestore postale pubblico. Tra l’altro, mentre in Italia sono state le Poste ad entrare con decisione nel settore assicurativo, in Francia questo compito è stato assunto direttamente dalla CDC; ed è di questi giorni la notizia di un raccordo societario diretto tra le Poste francesi, di cui la CDC è azionista, e la CNP Assurances che dipende direttamente dalla CDC.

LE PARTECIPAZIONI AZIONARIE

A ciò si aggiunga il groviglio di relazioni nelle partecipazioni azionarie, in parte ancora detenute direttamente dalle entità ministeriali, ed in parte devoluti alle Casse o acquisite direttamente da queste stesse. Infine, ci sono in entrambi i casi le attività riguardanti il commercio con l’estero, che comprende la promozione ed il sostegno dell’attività e le diverse forme di assicurazione relative agli investimenti ed alle commesse. Assetti e funzioni analoghe, intrecci altrettanto inestricabili, in entrambi i Paesi.

COSA FA BPI FRANCE

La istituzione di Bpifrance è rientrata nel processo di razionalizzazione delle funzioni precedentemente assolte direttamente dalla CDC, assorbendo le partecipazioni azionarie detenute dal Fondo strategico istituito direttamente presso quest’ultima, e per l’altro nella strategia volta alla creazione di una vera e propria banca pubblica di investimento per lo sviluppo, analoga alla KfW tedesca. Quest’ultima, oggi ha una dimensione venti volte più grande rispetto a Bpifrance, visto che gestisce asset per circa 500 miliardi di euro, arrivando ad essere la terza banca tedesca per dimensioni, mentre Bpifrance supera di poco i 27 miliardi.

L’ESEMPIO KFW

Eppure, considerando che le funzioni propriamente bancarie di KfW, gestite da KfW IPEX-Bank non superano la soglia di 30 miliardi di euro, Kfw non è inclusa nella lista delle istituzioni bancarie sistemiche sottoposte alla vigilanza della Bce mentre vi è inclusa Bpifrance. La ragione sta nel rapporto organizzativo invertito: mentre Bpifrance è di per sé una banca, che gestisce asset per oltre 25 miliardi di euro. KfW è una istituzione non bancaria che gestisce asset per 500 miliardi di euro e che è azionista di una banca che opera sotto la soglia considerata dalla vigilanza unificata. Sono questioni delicate quindi, quelle che si pongono al momento di scegliere una struttura giuridica ed organizzativa.

LE CARATTERISTICHE DI BPI FRANCE

Il primo aspetto di rilievo della Bpifrance è costituito dal Consiglio di amministrazione: sono presenti tre rappresentanti della CDC; quattro rappresentanti dello Stato, tra cui i responsabili delle relazioni internazionali del Tesoro e del Segretariato generale per gli investimenti; due rappresentanti ciascuno per le Regioni, i dipendenti salariati ed i quadri d’impresa; infine, partecipa un Commissario del governo. Un coinvolgimento ampio del mondo del lavoro e delle Regioni, senza alcuna presenza delle rappresentanze imprenditoriali e datoriali, è indicativo della maggioranza politica socialista che istituì Bpifrance. Ciò è ancora più curioso, visto che il motto è: “Bpifrance, la banque des entrepreneurs”.

CHI SONO I DESTINATARI DEGLI INTERVENTI

I destinatari degli interventi sono divisi in quattro categorie di imprese, per ciascuna delle quali sono individuati strumenti diversi di intervento. Si parte dalle piccolissime imprese ( meno di 10 dipendenti ed un fatturato fino a 2 milioni di euro): si va dal credito di tesoreria ai prestiti senza garanzie, dal leasing immobiliare e mobiliare al prestito a medio e lungo termine, fino al credito per l’esportazione.

GLI INTERVENTI PER LE MEDIE IMPRESE

Per le medie imprese (fino a 250 dipendenti e 50 milioni di fatturato) il carnet di proposte è più ampio, concernendo gli investimenti per l’innovazione e le sovvenzioni decise dalle Regioni. A differenza di quelle italiane, quelle francesi rinuncerebbero a mettere in piedi un sistema autonomo di bandi e di servicer, per conferire le funzioni di istruttoria e di assegnazione a Bpifrance. Per le imprese intermedie (fino a 5.00 dipendenti ed un fatturato di 1,5 miliardi) e quelle di grandi dimensioni, ci sono soluzioni finanziarie più articolate, con l’intervento da parte di fondi di investimento anche specializzati, o da parte di partner, e la costituzione di Società di progetto industriale.

COSA SI FA PER LE GRANDI IMPRESE

Per le grandi imprese, in particolare, ci sono le assicurazioni sul cambio ed i rapporti con le Università. E’ evidente che solo in questo caso c’è la massa critica e l’interesse a sviluppare rapporti proficui di ricerca. Per le imprese di tagli inferiore, sarebbe solo una perdita di tempo. Si parte dalle dimensioni, dall’età della impresa e dai suoi bisogni: crescere, innovare, proiettarsi all’estero. E c’è anche la trasmissione generazionale di una PME.

IL LAVORO DI COORDINAMENTO

Il lavoro di coordinamento è forse l’aspetto più importante: si va dai poli di competitività alle reti di accompagnamento all’innovazione o alla produzione, dai finanziamenti europei alle banche che si occupano di rapporti internazionali, fino ai rapporti con le Regioni, con le Università e le Associazioni d’impresa.

CONCLUSIONE

Buone idee, ottima gestione, ma dimensione ancora troppo limitata per Bpifrance: KfW ha dalla sua 70 anni di Storia, ma soprattutto il raccordo con le Sparkasse. Difficile fare di più, in appena 5 anni, senza coinvolgere le tante e potenti banche popolari francesi.

(analisi pubblicata su Mf/Milano Finanza)

Ponte Morandi - la relazione del Ministero c'è

Che cosa (non) ha fatto Autostrade. La relazione del governo sul crollo del Ponte Morandi a Genova



Le conclusioni della relazione del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sul crollo del Ponte Morandi a Genova e sul ruolo di Autostrade per l’Italia

“Non è documentata alcuna cura per evitare che, durante la posa in opera degli elementi di sostegno dei carroponti, elementi vincolati alle travi di bordo, non vengano tranciati, in toto o in parte, le armature lente e precompresse degli elementi strutturali originali”. E’ una delle conclusioni della relazione della Commissione ispettiva del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit) sul crollo del Ponte Morandi a Genova.

Ecco gli altri passi salienti della relazione a cura del dicastero retto da Danilo Toninelli (M5S).

LA PROCEDURA DI CONTROLLO DEL PONTE

La procedura di controllo della sicurezza strutturale delle opere d’arte documentata da Autostrade per l’Italia, basata sulle ispezioni, e’ stata in passato, ed è tuttora inadatta al fine di prevenire i crolli e del tutto insufficiente per la stima di sicurezza nei confronti del collasso”. E’ quanto si legge anche nella relazione della Commissione ispettiva del Mit sul crollo del Ponte Morandi: “Tale procedura era applicata al viadotto Polcevera ed è ancora applicata all’intera rete di opere d’arte di Aspi”, è scritto.

LE MISURE ADOTTATE DA AUTOSTRADE PER L’ITALIA

Le misure adottate dalla concessionaria Autostrade per l’Italia per la prevenzione del viadotto Polcevera “erano inappropriate e insufficienti considerata la gravita’ del problema”, aggiunge criticamente la Commissione ispettiva del Mit, sottolineando che la società del gruppo Atlantia-Benetton “era in grado di cogliere qualitativamente l’evoluzione temporale dei problemi di ammaloramento, ma con enormi incertezze. Tale evoluzione, ormai già da anni, restituiva un quadro preoccupante, e incognito quantitativamente, per quanto concerne la sicurezza strutturale rispetto al crollo”.

IL PROGETTO ESECUTIVO DI AUTOSTRADE

Nel progetto esecutivo di Autostrade per la manutenzione del ponte Morandi sono contenuti “valori del tutto inaccettabili, cui doveva seguire, ai sensi delle norme tecniche vigenti, un provvedimento di messa in sicurezza improcrastinabile”, ha scritto la Commissione ispettiva del Mit nella relazione, precisando che “dalle informazioni a disposizione di questa Commissione non fu invece assunto alcun provvedimento con tali caratteristiche”. Inoltre, aggiunge, “di tale informazione di evidente enorme importanza non era a conoscenza” il personale dirigenziale Aspi.

LA MANCANZA DI CURA SECONDO GLI ISPETTORI MINISTERIALI

La “mancanza di cura” durante la posa in opera degli elementi di sostegno dei carroponti potrebbe aver contribuito al crollo, ha messo per iscritto la Commissione ispettiva del Mit: “Non è documentata alcuna cura per evitare che, durante la posa in opera degli elementi di sostegno dei carroponti, elementi vincolati alle travi di bordo, non vengano tranciati, in toto o in parte, le armature lente e precompresse degli elementi strutturali originali”, scrive la commissione, precisando che “tale mancanza di cura” si rileva sia dai documenti di progetto sia dalle audizioni del personale Aspi. “Tali lavorazioni, ripetute nel tempo – conclude – potrebbero aver diminuito la sezione resistente dell’armatura delle travi di bordo in maniera sostanziale e aver contribuito al crollo”.

STRALLI O NON STRALLI

“Si ritiene più verosimile che la causa prima” del crollo del ponte Morandi a Genova “non debba ricercarsi tanto nella rottura di uno o più stralli, quanto in quella di uno dei restanti elementi strutturali (travi di bordo degli impalcati tampone o impalcati a cassone) la cui sopravvivenza era condizionata dall’avanzato stato di corrosione presente negli elementi strutturali”, ha scritto la Commissione ispettiva del Mit nella relazione sul crollo del ponte Morandi.

'ndrangheta - una tecnica antica e collaudata è quella di aggiustare i processi o con minacce o corrompendo, nei tempi anche con legami massonici

«Sanno anche dove studia suo figlio». Minacce al giudice: in manette anche un prete

VIDEO | Arrestato don Ercole Artoni e un commerciante. Secondo l'accusa il sacerdote in concorso con Aldo Ruffini, a cui erano stati sequestrati i beni, fece giungere pesanti intimidazioni al magistrato componente del collegio del processo di 'ndrangheta Aemilia

di Redazione 
martedì 25 settembre 2018 
12:12


Un commerciante finito nei guai per un'evasione fiscale e un sacerdote sono stati arrestati per minacce al giudice Cristina Beretti, presidente del tribunale di Reggio Emilia e componente del collegio del processo di 'ndrangheta Aemilia. Le misure cautelari, chieste dalla Procura di Ancona, sono state eseguite nei confronti di Aldo Ruffini, 74 anni, e don Ercole Artoni, 88 anni. Il primo è in carcere, il secondo ai domiciliari. Rispondono di minacce a corpo politico, amministrativo o giudiziario.

Delle misure cautelari, eseguite ieri su ordine del Gip del tribunale di Ancona, competente sui procedimenti che vedono coinvolti magistrati dell'Emilia-Romagna, ha dato notizia la Gazzetta di Reggio e la circostanza è confermata in ambienti investigativi. Beretti faceva parte del collegio che giudicò le misure patrimoniali adottate nei confronti di Ruffini e dopo le intimidazioni subite e fino a oggi al giudice è stata applicata una scorta per la sua protezione.

«Stia molto attenta»

«Sa che a Reggio Emilia c'è un braccio speciale dove sono detenuti gli imputati di Aemilia? Uno di loro mi ha detto di venire da lei e di dirle di stare molto attenta e soprattutto di stare lontana dalle finestre dell'ufficio (...) un altro di loro ha detto di stare attenta che sanno dove studia suo figlio». Parole che avrebbe pronunciato don Ercole Artoni il 18 dicembre 2017 presentandosi nell'ufficio del giudice di Reggio Emilia Cristina Beretti. Le frasi sono citate nell'ordinanza del Gip di Ancona. 
«Dicono che lei - aggiunse in quella circostanza il religioso arrestato - nel collegio di Aemilia ha molta influenza sugli altri giudici e che praticamente decide lei e in più per le cose che ha fatto in passato (...)». Secondo l'accusa il sacerdote, 88 anni, fondatore a Reggio Emilia dell'associazione Papa Giovanni XXIII, in concorso col commerciante Aldo Ruffini a cui erano stati sequestrati i beni per una vicenda di evasione fiscale, fece giungere minacce anche di morte al magistrato «al fine di impedire e turbare in tutto o in parte la regolarità dell'attività processuale e ottenere il dissequestro o l'assoluzione».

Il prete, dunque, su mandato di Ruffini, andò nell'ufficio del giudice dicendole che alcuni detenuti nel processo di 'ndrangheta 'Aemilia' parlavano male di lei e che doveva stare attenta, aggiungendo che doveva restituire le cose sequestrate ad un coimputato di Ruffini. Le frasi citate negli atti furono dunque pronunciate il 18 dicembre, quando Artoni, che era già andato da Beretti a maggio-giugno 2017, tornò a dicembre, con il pretesto di fare gli auguri di Natale e facendo intendere di essere a conoscenza delle minacce, in quanto volontario spirituale all'interno del carcere. Ruffini, invece, attorno al 27 gennaio 2018, è accusato tra l'altro di essere andato in un bar vicino alla casa del giudice, locale frequentato da lei quotidianamente, e di aver chiesto al gestore notizie sul magistrato. 
Ai due indagati è contestata anche l'aggravante di aver fatto le minacce valendosi della forza intimidatrice derivante dalla segreta associazione esistente o comunque supposta in quanto facevano riferimento agli associati della 'ndrangheta cui fanno a capo i Grande Aracri, processati in Aemilia, processo presieduto anche da Beretti.



5G - Di Maio vuole mantenere i tempi e questo va stretto ai broadcaster

LA SFIDA
Frequenze Tv, Di Maio ai broadcaster: “Niente ritardi sul 5G”

Tavolo TV 4.0, Il ministro dello Sviluppo apre alle richieste dei player coinvolti nella maxi-transizione. Ma rimane fermo sul timing previsto per la liberazione della banda 700 Mhz: “È tempo che in Italia si inizi ad anticipare il futuro”

25 Set 2018

Liberazione banda 700 Mhz, il Governo vuole stare nei tempi. Pur non escludendo interventi correttivi. E’ il senso del messaggio lanciato oggi dal ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio al termine del primo tavolo TV 4.0 che ha chiamato a raccolta broadcaster, istituzioni e produttori di apparati per fare il punto su una fase cruciale per l’Italia: la transizione delle TV dalla banda 700 Mhz, dove attualmente si trovano i mux televisivi, a un’altra banda (la sub-700).

Operazione di “trasloco” necessaria per liberare le frequenze appena assegnate agli operatori Tlc con l’asta 5G. Ma piena di ostacoli: i player in campo, da Mediaset alla Rai fino alle Tv di Cairo e alle Tv locali, nel passaggio che si prospetta alzano la posta rivendicando condizioni più favorevoli. Una vera e proprio guerra sottotraccia che ha già prodotto cause intentate dai maggiori broadcaster contro le misure previste. A favore del Governo un’asta 5G già in grado di assicurare alle casse dello Stato non solo i 2,5 miliardi previsti, ma un consistente “tesoretto” che potrebbe consentire un margine maggiore nella trattativa.

“La principale finalità del Tavolo – ha dichiarato il ministro al Salone degli Arazzi del Mise – è di accompagnare questo processo di transizione digitale del sistema radiotelevisivo, coordinando le attività di rilascio della banda 700 per assicurare che il trasferimento delle frequenze avvenga senza ritardi rispetto alle scadenze stabilite e per garantire un uso efficiente dello spettro radioelettrico. Le frequenze sono infatti uno degli asset fondamentali e indispensabile per lo sviluppo del 5G”. Ma d’altra parte “siamo pronti – ha sottolineato il Ministro Di Maio – a valutare interventi correttivi e/o integrativi della normativa di settore anche al fine di garantire la riorganizzazione e la competitività del sistema radiotelevisivo digitale terrestre”.

L’Istituzione del Tavolo TV 4.0 è stata accolta “positivamente” dagli operatori del settore che avevano manifestato l’esigenza di un maggior coinvolgimento nel processo di transizione digitale.

Sul tavolo ci sono temi altamente divisivi, per la partita in gioco: fra gli altri, tv locali, mux Rai, criteri di conversione dei diritti d’uso delle frequenze in diritti d’uso di capacità trasmissiva. Sullo sfondo, in tutti e tre i casi, la banda 700 Mhz (già assegnata con la gara a Telecom, Vodafone e Iliad), che dovrà essere liberata entro il 2022 dalle emittenti Tv. Per le quali si prospetta dunque una riduzione delle frequenze a disposizione: i broadcaster dovranno “stringersi” abbandonando circa la metà dei multiplex che avevano a disposizione per spostarsi sulla banda “sub-700”.

L’operazione “dimagrimento frequenze” non va giù ai broadcaster italiani che hanno a suo tempo fatto ricorso sulle misure previste. Tra i punti in discussione la norma italiana in base alla quale un terzo delle frequenze complessive devono essere riservate alle Tv locali: uno spazio prezioso che, con un’adeguata “rottamazione” della norma, potrebbe ipoteticamente essere “ridistribuito” a Mediaset, Cairo e Rai. Certo, un’operazione non a costo zero dal momento che le Tv locali chiederanno di essere risarcite con cifre superiori ai 300 milioni previsti dalla Legge di Bilancio. In gioco potrebbe però esserci anche la capacità trasmissiva di altre emittenti, stavolta nazionali: Europa 7 e Rete Capri potrebbero ipoteticamente uscire dalla partita lasciando le loro “caselle” vuote.

Altro nodo al centro del tavolo il “super-Mux” che la Rai dovrà realizzare sulla banda III, vero e proprio pink elephant che rischia a sua volta di rallentare le operazioni di liberazione banda 700 Mhz.

Per finire il nodo conversione frequenze/capacità trasmissiva: tema sollevato a suo tempo da Agcom che aveva chiesto a questo proposito l’intervento del legislatore. La partita vede l’utilizzo, da ora in poi, delle sole frequenze coordinate a livello internazionale e la ”traduzione” in capacità trasmissiva della dotazione delle emittenti finora definita in base alle frequenze. Operazione su cui l’authority ravvisò criticità: “Un intervento legislativo – annotò l’autorità prima dell’estate – potrà permettere il superamento di queste criticità con una conseguente ridefinizione della tempistica dei vari adempimenti da parte di Agcom e Mise, pur nel rispetto dei tempi complessivi previsti dalla Legge di Bilancio 2018 per la liberazione e riassegnazione delle risorse spettrali”.

Turchia - l'imposizione della lira nelle transazioni internazionali come risposta agli aumenti degli interessi della Fed che spiazzano i paesi emergenti, rafforza il cambio ed pone un argine alla fuoriuscita del capitale


TURCHIA, DIKTAT DI ERDOGAN SCUOTE I MERCATI. PENALIZZATE LE NOCCIOLE 


Pubblicato il 24 settembre 2018
Mariangela Latella

Una grande incertezza domina il mercato dell’import-export da e per la Turchia dopo il provvedimento del presidente Erdogan (nella foto), varato la settimana scorsa, che impone l’uso della lira turca in tutte le transazioni commerciali internazionali.

Il diktat sulla politica monetaria, caduto tra capo e collo, che all’apparenza punterebbe a frenare la forte svalutazione della lira turca e favorire le esportazioni, specie quelle verso Paesi considerati “vicini” come la Russia, si pone come ulteriore fattore di instabilità che va ad aggiungersi a quello politico.


Per gli operatori italiani, l’elevata incertezza al cambio generata dall’imposizione della lira turca (fortemente svalutata e soggetta a inflazione) potrebbe ritorcersi prima di tutto contro gli stessi operatori del Paese.

Giuseppe Calcagni

“Va precisato innanzitutto – ci spiega Giuseppe Calcagni, presidente di Besana Group – che il provvedimento di Erdogan è un’imposizione e va in direzione contraria alla legge del libero scambio. Nel settore della frutta seccaregistriamo sin da subito un forte impatto se si considera che il mercato delle nocciole turche, rispetto all’anno scorso è crollato per via di una svalutazione che oscilla tra il 35 ed il 40%. Noi importiamo dalla Turchia circa il 10-12% dei volumi che commercializziamo di nocciole e uva sultanina ma sulla nostra azienda non prevediamo conseguenze perché facciamo transazioni a rischio zero”.

Intanto la lira turca continua a perdere terreno. In sole due settimane, il rapporto lira turca-dollaro è passato da 6,80 dollari a 6,16 con una svalutazione che si avvicina al 10%.

In questa fase di incertezza, gli stessi operatori ortofrutticoli turchi potrebbero considerare rischioso vendere o comprare, ma potrebbero anche emergere dei vantaggi nel loro export verso mercati da cui gli europei sono ‘lontani’, non solo geograficamente, come la Cina, ma anche politicamente, come la Russia dove è tutt’ora in vigore l’embargo commerciale.

“La mossa di Erdogan – continua Calcagni – serve da un lato a sottrarre la politica finanziaria del Paese dal condizionamento del dollaro creando un rafforzamento al cambio e evitando una fuoriuscita di capitale. L’incertezza sta determinando, in questa fase, una stagnazione del mercato”.

Insomma gli operatori commerciali internazionali sono in una fase attendista ma la preoccupazione sulle conseguenze del provvedimento, sembra minima.

Giacomo Suglia

“Stante l’elevata instabilità – chiarisce Giacomo Suglia, presidente di Apeo, l’associazione e dei produttori ed esportatori ortofrutticoli pugliesi – fare delle operazioni di import-export verso quel Paese, oggi, risulta fortemente rischioso. Per quanto riguarda il comparto uva, il principale interlocutore della Turchia è la Germania dove i principali mercati generali sono gestiti da turchi. Non è da escludere che nel cambio valutario possano generarsi delle speculazioni”.

“Da quel che ho appreso da un recente confronto con alcuni partner russi – precisa Paolo Carissimo, responsabile mercati Oltremare per RK Growers – al momento la decisione di Erdogan si riferisce esclusivamente ai contratti conclusi in territorio turco tra due o più operatori locali (compravendite, affitti, cessioni ecc.). Se prima potevano essere liberamente conclusi in valuta estera, a discrezione delle parti, ora interviene l’obbligo della lira turca. Stanti così le cose, non dovrebbero esserci per il momento impatti o ripercussioni particolari sulle attività di import nei confronti di Paesi terzi”.

In tal senso il provvedimento punterebbe a portare ad una valorizzazione della moneta interna particolarmente svalutata.

“In ogni caso – continua Carissimo – questo provvedimento certamente punta a facilitare l’export, rafforzando la concorrenza turca, ed è una carta importante per la Turchia che si trova nel bel mezzo della cosiddetta via della seta ovvero l’asse logistico Oriente-Occidente. Ma gli esportatori europei non dovrebbero essere molto interessanti da questa manovra. Oggi i grandi giochi del mercato F&V si giocano in Ue con le varietà Club o comunque altamente innovativi. Un segmento su cui la Turchia registra una forte arretratezza”.

Svezia - chi vuole risolvere il problema immigrazione, assistenza sanitaria, pensioni e politica di sicurezza nell'Europa euroimbecille è chiamato populista, nazista, fascista

Svezia, sfiduciato il premier Lofven. Si tenta con Kristersson

Il primo ministro è stato bocciato dal parlamento con 204 voti contrari su 349. Ora tocca al leader dei Moderati, ma la strada è tutta in salita. L'unica possibilità è l'alleanza con il partito populista e neonazista Ds, Democratici svedesi. Ma il leader Akesson detta condizioni dure

di redazione Roma
25 Settembre 2018


Il premier svedese Stefan Löfven è stato sfiduciato questa mattina. Si dimetterà, dopo che 204 dei 349 parlamentari del Riksdag hanno votato contro il governo uscente, sostenuto da una coalizione rossoverde al potere da quattro anni. E ora, la sfida per formare un nuovo esecutivo, appare ancora più difficile. Le elezioni del 9 settembre hanno dato vita a un parlamento in cui il blocco di centrosinistra ha ottenuto 144 seggi, uno in più rispetto all’alleanza di centrodestra, finora all’opposizione, ma non hanno garantito al paese null’altro se non una condizione di assoluto stallo. E questa mattina, come da previsioni, anche i 62 eletti del partito populista anti-migranti dei Democratici Svedesi hanno votato contro la fiducia a Lovfen. "Ora i negoziati per la formazione del nuovo governo entrano in una nuova fase", ha detto Löfven, ma continuerò, nonostante la sconfitta". I socialdemocratici, che restano il primo partito da oltre 100 anni, sono pronti per gli scranni dell’opposizione. Gli analisti ora si aspettano che lo speaker del parlamento sceglierà Ulf Kristersson, il leader dei Moderati, il più grande partito dell’Alleanza (centrodestra), per cercare di formare un nuovo governo. Ma per formare il governo bisognerà ricorrere ai Democratici svedesi, il partito populista con radici nel neonazismo, con cui tutte le parti avevano dichiarato, fino al giorno dopo le lezioni, di non voler stringere accordi. Questa mattina il leader dei Ds, Jimmie Åkesson, ha ripetuto che il suo partito farà "crollare qualsiasi governo che non ci dia voce in capitolo su immigrazione, assistenza sanitaria, pensioni e politica sulla sicurezza. Se Ulf Kristersson vuole essere primo ministro, può farlo solo con il mio aiuto", ha detto Åkesson alla televisione svedese. L’alleanza dei moderati, del centro, dei liberaldemocratici e dei democratici cristiani ha dichiarato che non negozierà con i democratici svedesi. Ora lo speaker avrà quattro tentativi per formare un nuovo governo. Se la situazione rimane bloccata, la Svezia dovrà convocare altre elezioni entro tre mesi.

Giulio Sapelli - Nell'università al centro ci deve essere la cultura

Università e innovazione: un’agenda per lo sviluppo al centro del XVI convegno Codau

24 Settembre 2018

«Per innovare l'università dobbiamo partire dalle sue fondamenta: dai finanziamenti, dai concorsi, dalla deburocratizzazione e dalla rivalutazione quantitativa. Bisogna riformare i concorsi e strapparli a questo meccanismo di punteggio, questa sorta di antropologia negativa. E allo stesso tempo chiudere l' Anvur, l'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. E' la prima cosa da fare». È l'appello lanciato dal professor Giulio Sapelli dell'Università Statale di Milano in vista del XVI convegno annuale del Codau, l’associazione dei manager delle università italiane, guidati dal presidente Cristiano Nicoletti, in programma a Porto Cervo dal 27 al 29 settembre prossimo.

L’appello di Sapelli
«Continuare a essere valutati dall'Anvur per i prodotti della ricerca è una vergogna. Questo meccanismo di valutazione purtroppo lo abbiamo trasferito dalle università scientifiche a quelle umanistiche, e non va bene. E non possiamo continuare ad applicarlo. Un altro punto decisivo - ha aggiunto Sapelli - è quello di riprendere un'ingente e massiccia ripresa dei finanziamenti non solo per le facoltà scientifiche ma anche per quelle umanistiche senza le quali non c'è uno sviluppo della cultura, soprattutto in un Paese come il nostro che vive non solo di scoperte scientifiche e di smart up tecnologiche. Lo studente non deve essere più al centro dell'Università, ma al centro ora dovrà esserci la cultura». 

La presentazione di Nicoletti
«Si tratta di una tre giorni di lavori che la nostra associazione ha voluto dedicare a temi di grande attualità come lo sviluppo e l'innovazione – ha dichiarato Cristiano Nicoletti, presidente del Codau e direttore generale dell'università per Stranieri di Perugia – e ha tra gli obiettivi quello di dar vita a un'agenda di lavoro che possa diventare una guida per l'intero sistema universitario italiano. Su questi temi importanti discuteremo e ci confronteremo e dai quali emergeranno importanti documenti da condividere e da divulgare oltre i “confini” della nostra associazione».

Il programma del convegno
I lavori prenderanno il via nella serata di giovedi 27 settembre attraverso il primo panel di discussione, coordinato da Giuseppe Colpani, direttore generale dell'Università degli studi di Roma “Tor Vergata”, su “Cambiamento e innovazione organizzativa tra comfort e adattament”. Il tema di venerdì 28 sarà invece “Università e Innovazione: costruire un'Agenda per lo Sviluppo”. Le giornate di studi si concluderanno sabato 29 con una tavola rotonda dal titolo “Il sistema si confronta: prospettive e sviluppo del sistema universitario”, che vedràla partecipazione di Sapelli, di Carla Barbati, presidente Cun e di Daniele Livon, direttore generale del Miur. Con la chiusura del convegno affidata al presidente Cristiano Nicoletti.