L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 16 luglio 2019

Alceste il poeta - per curare l'anima bisogna curare amare le piante

Kill Pill


Roma, 12 luglio 2019

Ho recentemente letto, nel breve spiraglio di luce della follia digitale che, ogni tanto, mi concedo, lasciando filtrare la parte d’irrealtà che mi circonda, dell’introduzione di una nuova pillola della “buona morte”, riservata agli over seventies, sani o insani che siano: in Olanda.
In Olanda, par di capire, un settantenne, o su di lì, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, pur non affetto da particolari infermità, e nemmeno agonizzante quindi, anzi, forse anche in buona salute, se non arzillo, vanta ora la piena capacità giuridica di recare a sé stesso la morte: previo, languido, accertamento (par sempre di capire) dello Stato (olandese, in tal caso).
Tali notizie non le approfondisco mai. Leggo due o tre righe, velocemente. Mi ci soffermo un poco, poi le elimino dal cerchio della coscienza per non rimanere invischiato da tale brago di meschinità, dal pantano asettico a cui hanno ridotto una civiltà.
La prima domanda che l’ingenuo si pone a fronte di tanta devastazione è quella più inutile: “Questa notizia è vera o è falsa? È una suggestione spettacolare, una provocazione o davvero l’ennesima catabasi nella piena Libertà Nichilista, paludata da riforma liberaldemocratica?”.
Chi ha ben compreso l’essenza dell’informe, del pensiero debole e dell’aleatorio che dominano incontrastati i cieli dell’Occidente e, quindi, del mondo tutto, sa, con indefettibile certezza, che il vero e il falso sono ormai categorie inservibili per giudicare il Potere.
Il Potere, la Cultura Dominante intendo, ha confuso deliberatamente da tempo, i concetti base del vivere ordinario. Il suo campo d’azione è il pantano, la pozza protozoica; in essa non v’è alto e basso, male o bene, bensì la libertà, infinita, di disciogliersi. In tale pozza, volenti o nolenti, nuotano già tutti. Gli avannotti hanno un bel guizzare qua e là alla ricerca della verità: in queste acque sterili e apparentemente limpide, senza vita, fitodepurate, è impossibile trovare un verso, una direzione.

Questa notizia può essere vera. Bene. Ma può essere falsa: in tal caso servirà per inverare meglio il fenomeno più tardi. Il Potere, disponendo di un’utopia, non ha fretta: ha già deciso il suo porto. La Kill Pill può essere anche una provocazione, un ballon d’essai per saggiare le ultime resistenze. Nessuno può saperlo con certezza. L’unica cosa certa è che si nuota costantemente in uno stato di disperazione quieta e senza scampo: il suicidio, quindi, verrà legalizzato, prima o poi, dapprima con cautela, poi, officianti i sacerdoti del bene, sancito dal crisma della libertà assoluta e progressiva, l’unica rimasta. È indifferente, perciò, conoscere il vero o il falso. La catastrofe, solo quella importa: e la catastrofe, ultimo atto della farsa, è una sola: la dissoluzione.

Tale ultima dissacrazione, la dissacrazione della vita stessa, ormai ridotta a uno sbuffo d’aria, deprivata com’è da qualsiasi profondità e coloritura, dalle ombre di proiezione dei sentimenti più vivi, dalle circonvoluzioni della complessità, dagli anfratti e dai rifugi della coscienza - una vita incapace di organizzare anche il più debole idolo a protezione di sé stessa - tale dissacrazione introduce alla fasi ultime del vassallaggio universale.

Essere uno schiavo, un vero schiavo, perso nelle campagne romane dell’Impero o nelle piantagioni della Virginia, nelle fabbriche inglesi del primo Ottocento o nel folto dell’Africa, where is the blank, tra i cafoni o nelle terre della Malora, diverrà ben presto uno stato invidiabile della coscienza. La fatica, il dolore, le percosse, l’odio e la vera speranza saranno considerate vette irraggiungibili di pienezza per chi giace inanimato, svuotato, eviscerato della propria umanità o si aggira, come uno spettro disincarnato, nelle città irreali assieme a Stetson o Fleba il Fenicio. Agognare l’anima dolente di uno schiavo! Tanto detestabile apparirà l’esistenza a ognuno, simile a uno stato soporoso, drogato, privo di gioia e di dolore, che, pur di liberarsi dal fagotto di carne (tale è l’intrico di budella a cui si è ridotto l’omiciattolo postmoderno), si preferirà lo stato affine a questa catalessi: la nuova morte.

La Morte, la santa Morte, sorella Morte, che donava senso alla Vita, coi suoi spifferi freddi, ma, in fondo, benigni, la Morte che frugava con occhiaie buie il nostro cuore, più non esiste. Annullare la Vita equivale ad annullare la Morte e determinare due stati che si differenziano solo per qualche fioritura biochimica. Vivo in morte o morto in vita. Con-fusione. In-differenza. 

Ho diciassette anni. Voglio morire. No, tu non vuoi morire. Chi odia e ama può voler morire in nome di una bella menzogna o di una santa utopia. Tu, cara Noa, sei niente. Aneli quindi il Nulla.

Credere a qualcosa tiene in vita. Non credere a niente dilava le interiora spirituali come acido. La strage delle illusioni. Si dice: noi cerchiamo la verità! Ma i postmoderni cercatori della verità, sedicenti scienziati dell’anima, irrisori e scettici da supermercato, non hanno compreso un briciolo di verità. Ciò che chiamano menzogna è l’uomo stesso. L’uomo è una menzogna, splendida e rilucente, ricca di sfumature e saliscendi corruschi: negare questo è negare l’umanità stessa. La verità, cos’è la verità? In interiore homine habitat veritas. Giusto. La si è costruita la verità, dentro di noi, da sempre, dalla condanna della coscienza in poi: e la verità è solo una: siamo circondati dal buio e dal nulla. Per sfuggire al buio e dal nulla, e dalla cruda verità delle nostre origini, la pozza protozoica, “l’uomo nella notte accende una luce a sé stesso” e questa luce è verità e menzogna allo stesso tempo: la civiltà che ci ha permesso di permanere in vita. Abolire in nome della Bontà tale costruzione, quale grottesca barzelletta! Sbriciolare il monumentum aere perennius che ci faceva dimenticare l’origine fangosa dei nostri giorni, questo il peccato, ecco perché Noa vuole morire.

La bella verità consiste nella dimenticanza: una bella menzogna, in ultima analisi.

Unreal city. Completiamo la citazione di Eraclito: “L’uomo nella notte accende una luce a sé stesso, spento nello sguardo, e vivente è a contatto con il morto, e desto è a contatto con il dormiente”. Ecco come la Classicità abbelliva la Vita con la Morte, e viceversa. Qui i due concetti sono cristallini, di egual misura e luce. Solo in tali contesti si può parlare di “bella morte” o pienezza di vita.
In altro luogo Egli afferma: “Immortali mortali, mortali immortali, vivendo la morte di questi, morendo la vita di quelli”. Ancora i due poli sorpresi nell’eterna dialettica. E come sorge la voglia di vivere da qui! Qualcuno, un ottimo conoscitore della vita e della morte suppongo, adombra, in tale passo, una metafora: il sacrificio dell’oplita. Ecco avanzare la muraglia compatta dell’esercito, le file serrate di cuoio, legno e bronzo, irte di lance, uomini uniti gli uni agli altri in un destino comune; qui non hanno campo gli eroi bensì la comunità. Si avanza con la consapevolezza che i profumi del campo mattutino potranno essere gli ultimi a inebriare le coscienze; si presagisce l’urto, la crudeltà, le grida bestiali, il sangue e il sudore di sangue; non abbiamo Aiace o Patroclo a inseguire nemici sulle rive dello Scamandro, né interventi divini a rabberciare le sorti. A destra e a sinistra c’è chi veglia su di me, i compagni, nelle loro mani si ripongono le volontà. Il clangore delle armi sovrasta la piana; a un oplita, uno qualunque, senza nome, nel folto della battaglia, ecco, sfugge il respiro dal petto, cade, muore; la fila è scompaginata per un attimo; all’istante, però, subentra il compagno, da dietro, senza nome anch’egli, a vivere la morte di quello che, col suo sacrificio, ha reso possibile tale nuova vita in prima fila. Impossibile, per noi, ricreare il sentimento di quegli attimi, la violenta, febbrile, esaltante creazione d’una ricchezza interiore che donava senso al futuro: un vento di libertà così puro e debordante da ricolmare arte spiriti e preghiere per secoli, con vigore inesausto.

La preghiera, il dolore, l’ansia di sacrificio, l’altruismo, il pianto.

L’uomo era così ricco, in eccesso, di fantasia, esaltazione, odio e amore da dover sacrificare questi doni, le meravigliose sintesi del divino; l’eccesso di senso si scaricava, santificandosi, in forme e simboli amorevoli e paurosi che, appena creati, entravano a loro volta in una dialettica continua con i creatori e i loro posteri secondo un gioco di rimandi e apparenze vertiginoso e apparentemente inesauribile. La polisemia, l’equivoco, l’innocente fede o il fanatismo moltiplicavano questi grumi di bassa entropia, scambiati per superstizione dai meschini, in altri affini, simili o addirittura eguali, a ogni latitudine, ancora e ancora: una civiltà, nei secoli, veniva ad assomigliare a una lorica catafratta, ricca di inganni e di conforto.

Solo nella Prima Guerra si ebbe una pallida eco di questo universo multiforme e fantasmagorico. Ungaretti li concentrò in memorie funebri di composta classicità; la sua lirica più famosa, alberi e foglie, procede da Mimnermo.
Il capitano Gadda, invece, li fissa in immagini umane oggi impensabili e impossibili da traslitterare in parole acconce. Questo misantropo, dalle accensioni atrabiliari, capace di scherzare sulla guerra nelle lettere al fratello Enrico, aviatore e medaglia d’argento, caduto nel 1918, rilascerà versi in prosa di forza tacitiana al ricordo del tenente Calvi (Imagine di Calvi):

“A Celle, nell’Hannover … conobbi, venuto fuori dai regni baraondeschi della pluralità e della miseria, un tenente del genio: portava gli occhiali, altissimo della persona e curvo, con il polmone trapassato da una pallottola e appena rimarginato, non guarito. Era studente di matematica, e divenimmo amici: un’amicizia fragile e secca, nel gelo morale della disperazione, come quei fiori … vitrea piuma, che un soffio dissolve ... Egli, pallidissimo e scarno, con esangui occhiaie dietro le lenti, con tumefatte labbra sulla magrezza scheletrita del viso, per brevi commenti della sua voce (che pareva insorgere da una caverna disperata, profonda), egli con la povera e tremante mano rapidamente dedusse eguale da eguale, un lapis sopra lo strapazzato foglietto che avevo potuto trovare ... Non aveva soccorso da casa.
Non la sua tunica logora, né la sua voce distrutta, non il pallore alto sopra la statura comune degli uomini, né il chiaro commento circa l'eleganza rapida delle cose deducibili, né la curva sua schiena di malato e di ferito, né la sua dignità d’uomo intatta e ferma alle soglie della sua notte, nulla mi mosse a regalargli neppure un pezzo di pane.
Egli non mi chiese mai nulla, non mi parlò più mai del suo polmone trafitto, mi continuò a visitare amichevolmente, altissimo, curvo; malato dalla voce di tomba, talora con un sorriso nel volto e dentro le occhiaie pallide, esangui, al di là delle lenti ... Dopo un mese seppi, non vedendolo, ch'era entrato di nuovo alla baracca-infermeria; poi, non ricordo bene, poi discese sotto la coltre della terra tedesca, nel cimitero che l'abetaia contornava.
Qualche soldato della stazione radio, sotto il cielo germanico, forse usciva la domenica verso le croci solitarie: dalla brughiera il tratturo accedeva alla selva; forse, presso il giardino della morte, la ragazza, con un fiore, aspettava. Al di là d'ogni sentiero, al di là d'ogni male, nella opaca sua luce riposa, e non è coronata di cipressi, la immutabile morte”.

Nemmeno qui è l’eroismo, solo il fondo umano. La malattia, l’amicizia fuggente, la cultura (Calvi era studente di matematica); il rifiuto del pane, troppo importante durante la prigionia, il pentimento, la celebrazione funebre. Dirà Goethe: “Oh, uomo!”, accennando a quella fiamma che, se non ravvivata dalle vestali millenarie, può venir “coperta dalle ceneri della necessità e dell’indifferenza quotidiana”.

Chiedersi quanta vita occorre per vergare questa sentenza di Tirteo: “Giacere morto è bello quando un prode lotta per la sua patria e muore in prima fila”. Chiedersi, al contempo, perché il Potere ha ossessivamente deriso queste parole.

Silvana De Mari afferma: “Questa è una cultura di morte!”. Ma non è vero. La Morte è ancella della Vita, o dell’Amore, come intuì uno degli ultimi esponenti integrali della Classicità. Questa, invece, è negazione sia della Morte che della Vita. È un brodo asettico.

Non senza un brivido osserviamo la tomba degli Àuguri di Monterozzi: esauriti gli stupori per gli affreschi ionici alle pareti, dobbiamo arrestarci a quella porta chiusa, sul fondo. Ciò che fummo non è più; domina la Morte, ora padrona. Rasenna, Francisco de Quevedo, Marco Aurelio, Beowulf convergono, qui, tasselli policromi d’una concezione davvero tragica.

La tragedia, come intuizione, immediata e lancinante, del rapporto tra l’infinito volversi del tempo universale e la particola umana. Un lampo; la porta, quindi, si richiude. Nel breve aprirsi del miracolo sta ciò che fa gioire o grondare mestizia: “Life’s but a walking shadow”.

Perché fu abbandonata dapprima la poesia e poi la tragedia, considerati vertici sommi dell’arte? Perché vennero rese impossibili dalla preterizione della dialettica estrema, Amore e Morte. L’amor che move, la porta che si richiude. Nella Tomba dei Giocolieri, avverte Giuseppe Semerano, “il defunto si attarda sul limitare a godersi l’ultimo tripudio dei giochi funebri”: stinge la Vita, in un tripudio, però. Ciò che si rinviene in queste notazioni è sempre la dicotomia, il limite, la definizione dei ruoli. La definizione, apollinea, rende auspicabile l’indefinita morte, e viceversa. Uccidere Apollo equivale a distruggere la radice attiva dell’esistenza, la Morte. I due poli collassano l’uno nell’altro, subentra l’Indifferenza, il suicidio, l’anomia. Cede la poesia, poi la tragedia per far posto alla cronaca nera, al romanzo; il diporto squallido, il ghiribizzo, il bozzetto la goliardata e la freddura idiota allagano il gazzettame.


Perché il romanzo sorge col capitalismo? Il candidato esamini questo minuscolo busillis.

Amore e Morte. Male e Bene. Si est Deus unde malum? Domanda oziosa. È Dio, inevitabilmente, a permettere il male. Il demonio opera su licenza di Dio. Dio sa che l’anima umana non può che essere raffinata nel fuoco delle passioni dirompenti, nell’odio, nel sangue, per divenire aurea. La guerra serve all’uomo? Inevitabilmente. La pace perpetua è l’invenzione di un simpatico mattacchione le cui fisime ci sono servite su un piatto (di rame) dal servitore Lampe. La guerra illumina la pace, la pace rende gradevole la guerra. Tali considerazioni sono vere, al di là del giudizio contingente e isterico.

Solo chi ha vissuto davvero anela la pace. Chiunque abbia assistito da vicino all’agonia d’una persona cara (una donna o un uomo dell’Antico Ordine) presagisce tale verità. I padri sapevano ancora come ricusare la feccia del calice: basta. Si moriva senza rimpianti. Una morale più alta, definita, pensava in vece loro consentendogli la vita. Ho fatto tutto quello che era in mio potere: ho camminato secondo i comandamenti: Father, in Thy hands commend my spirit. Le eredità si componevano nobilmente in umili item.

Padre, apeiron, Madre: ognuno scelga la Patria acconcia.

La s-pensieratezza che emerge dalle fotografie in bianco e nero: Qualcosa pensava in vece loro. Permettendo la libertà.

I saliscendi della vita, le vette e le cadute: solo qui i sentimenti possono vantare una loro pregnanza semantica: tristezza, malinconia, crudeltà, gioia, speranza, sublimazione, ascesa, forza, cupezza, rassegnazione.
Chi, oggi, in tempi di pace forzata, può dirsi felice?
Si è depressi, euforici. Forzatamente. Sono parodie, tuttavia, di moti dell’animo una volta spontanei. L’assenza di un vuoto e di un pieno, di una responsabilità in ultima analisi, annienta la voglia di vivere. L’encefalogramma piatto dell’esistenza ne reclama uno simile:la linea di Noa.

Tempi di povertà, li chiama Friedrich Hölderlin. La convivenza fra uomini e dei. Irriducibili gli uni agli altri. Presenze. Hölderlin, che si appellerà scheidender, colui che dice addio. A Diotima dirà addio: “Chi passa sulla sua disperazione, sta più in alto. Ed è stupendo come noi solo nel dolore dell’anima sentiamo libertà. Libertà! Chi intende questa parola? È una parola profonda, Diotima …”.
Il dolore genuino entusiasma.
L’elevazione si compone di questi dislivelli, non della linea di Noa.

Si avverano le profezie involontarie della fantascienza americana degli anni Cinquanta e Sessanta: Il villaggio dei dannati, L’invasione degli ultracorpi dove entità disincarnate e psicopatiche guardano all’umano con ribrezzo. Body snatchers, altro che comunisti!
E poi distopie sistematiche come Soylent Green. “Guarda a cosa abbiamo rinunciato!”, dice, con un vezzo cinematografico hollywoodiano - il patetico piace molto - Edward G. Robinson disteso sul lettino dell’eutanasia. Il suo giovane interlocutore, Heston, nemmeno più capisce a cosa ha rinunciato. Nemmeno sa cos’è un pomodoro o un filetto di carne o un libro. Piange. Per il suo amico. Ma le sue sono lacrime di chi non ha più memoria, quelle di unNexus 6 postmoderno, immemore e pronto per le catene di montaggio cannibaliche.

Ogni tanto, senza alzare gli occhi, mi tocca fare questi annunci: “Oggi mi faccio un giretto da solo. Tre ore. Torno per le cinque”. Dalle bocche aperte di qualche anno fa, si è passati alla rassegnazione. Ma sì, devo abbandonare la baracca; per respirare.
In alcuni luoghi respiro a pieni polmoni. Un respiro che quasi tutti voi avete disimparato. Chi respira più come i bambini? In tali rifugi l’aria d’intorno entra naturalmente nel petto. Si è s-pensierati. I pensieri, infatti, qui non hanno campo. I pensieri inutili, intendo: le sterili fantasticherie, i dubbi stolidi, le persecuzioni quotidiane della minima burocrazia, il clamore minuto e continuo del digitale.

Nel suburbio di Roma, fra rivi millenari (l’Arrone, toponimo etrusco, il Galeria, che diede nome a una tribù rustica romana), si elevano dozzine di poggetti, poche decine di metri, dai nomi fantastici. Dopo la stagione del fieno, essi appaiono per quel che sembrano, monterozzi spelacchiati e stopposi, eguali gli uni agli altri.
Sterrate disagevoli li uniscono; qualche casale qua e là, un agriturismo, un laghetto artificiale. Campagna romana pura. Anche i proprietari hanno nomi desueti: Eustachio, Alburno. Su alcuni, che ne sanno più di certi giovani archeologi, tanto da fargli da guida, ci si potrebbe scrivere un libro. Uno d’essi, con mani larghe come pale, una volta si mise a tessere le lodi del suo conterraneo, Dionisio di Siracusa, intimo di Platone. Gli Etruschi? Globalisti mollaccioni. Romani? Una masnada di burini. I Punici, bottegai organizzati. I Siciliani, invece, quelli sì …
Alle due del pomeriggio ci si cuoce con gradevolezza.
Passato un ponticello provvisorio della Seconda Guerra, ci si inerpica, a piedi, per una salita lastricata da basoli moderni, incassata fra due spallette; a sinistra s’intravedono, nel folto, le cavità d’alcune tombe; a destra, uno sfiatatoio. Gallerie ipogee e cunicoli abbondano in tale zona: Veio è a un passo.
Lascio, sulla destra, una chiesina secentesca, compresa in una tenuta nobiliare; il capofamiglia ha recentemente legato il nome di famiglia a quello d’un altissimo dignitario FIAT: accortezza dei matrimoni patrizi.

Oltre, le piagge assolate. Un crocicchio è dominato da un’ara funeraria, anonima.
Ecco il poggio, rasato e sconvolto dalle mietiture.
Salgo ancora. Sosto all’ombra di un ulivo la cui fioritura è stata bruciata dalla stagione inclemente: troppa umidità, troppo sole.
Già al limitare dello sterrato intravedo i primi tasselli policromi. Qui era una villa suburbana, sicuramente; mosaici sbriciolati giacciono sotto, ridonati al caso e all’indeterminatezza, come una vena aurifera che, da millenni, fa affiorare le sue pepite più umili. A volte, se si è fortunati, si rinvengono pezzi di marmo: fior di pesco, serpentino, porfido, giallo antico, porta santa. Centinaia di qualità, estratte da cave forse oggi estinte, convennero in tali luoghi da ogni parte dell’Europa, dell’Africa, dell’Asia: solo per comporre unità di senso a bassa entropia: un delfino, un’anatra, una circonvoluzione vegetale, tigri e antilopi; e poi erme, colonnette, bassorilievi.

Nonostante la devastazione, nella frantumaglia, s’intuisce una resistenza.
Il male qui non ha campo. Si respira.
Menzogna, verità e bellezza formano una lorica inscalfibile. Suonano - per lo spirito - arie senza suono.

La pagliacciata inutile dispendiosa del fanfulla di Siri e dei vertici di Cgil-Cisl-Uil

Perché ci sono polemiche sulla riunione fra Salvini e i sindacati

15 luglio 2019


Le “Mille battute” di Giuseppe Sabella, direttore di Think-in, esperto di Industria 4.0 e blogger di Start Magazine, sulla riunione al Viminale dove Salvini ha incontrato 43 sigle sindacali

Com’è ben noto, oggi al Viminale il ministro degli Interni nonché vice premier Matteo Salvini ha incontrato 43 sigle sindacali – di lavoro e impresa – per presentare loro quelle che sono le proposte della Lega in vista di una manovra di bilancio che, a detta dello stesso Salvini, vuole il più possibile accogliere quei bisogni che lavoratori e imprese hanno e che le sigle convocate naturalmente rappresentano.

Tutto bene se non che la riunione, da tempo annunciata, si è tenuta non in una sede politica della Lega ma al Viminale, sede del Ministero degli Interni, e non per parlare – per esempio – di lavoro in relazione al problema dell’immigrazione. Ciliegina sulla torta, alla riunione – proprio a fianco di Salvini – vi era Armando Siri, il già Ministro delle Infrastrutture allontanato dal suo incarico per un episodio di corruzione per quanto ancora in iter di giudizio.

Intanto, dopo l’attacco di Conte e mentre infuria la polemica tra Lega e M5S per il Russiagate che potrebbe aprire la crisi di governo, Di Maio usa parole forti: “Sindacati al tavolo con Siri? Se vogliono trattare con un indagato per corruzione messo fuori dal governo, invece che con il governo stesso, lo prendiamo come un dato”. Cgil, Cisl e Uil replicano al ministro del Lavoro che ha ben caricato le parole ma tutti i torti proprio non li ha: “Parole inaccettabili e offensive”.

È chiaro che in una fase di ordinaria amministrazione la convocazione di Salvini avrebbe avuto un altro sapore, ma in questo momento crea un caso che ha scatenato forti polemiche tra gli iscritti al sindacato, divisi in questo momento tra i due stessi partiti di maggioranza.

Nonostante le 43 sigle convocate, in particolare Cgil Cisl e Uil – che hanno ancora una forte rappresentatività tra i lavoratori – a quella riunione potevano non andare, proprio per la sua anomalia; probabilmente l’incontro si sarebbe tenuto lo stesso, ma si sarebbe aperto un caso sull’istituzionalità di ruoli e sedi. Anche questo è sintomo della difficoltà che accompagna oggi le parti sociali, poco capaci di contrapporsi a scelte e metodi di un governo che non ha nessun tipo di opposizione, se non al suo interno.

Il fanfulla convocato urgentemente per tre volte dalla Commissione antimafia non si presenta

Io rublo, tu rubli… (di Marco Travaglio)

Da Iacchite
-16 Luglio 2019



di Marco Travaglio
Fonte: Il Fatto Quotidiano

Da quando Salvini ha degradato sul campo il povero Savoini a semisconosciuto-millantatore-imbucato, non fanno che uscire fotografie e selfie dei due amorevolmente avvinghiati in tavoli di lavoro o di banchetto italo-russi, visite ufficiali e ufficiose, convegni, conferenze, simposi, pranzi, cene, colazioni, merende, gite fuori porta sulla piazza Rossa di Mosca, a Parigi, a Londra, in Marocco, nel Donbass, in Crimea, ad Arcore, a Roma. Manca solo quella del matrimonio, magari a Sabaudia, come quella fra Tiziano Ferro e Victor Allen. Un’affettuosa amicizia vieppiù imbarazzante, alla luce dell’audio che immortala il “Savo” nella hall dell’hotel Metropol di Mosca con altri due italiani e tre russi intenti a concordare una mega-fornitura di gasolio e cherosene all’Italia in cambio di una stecca di 65 milioni di dollari alla Lega. Ora, siccome Savoini ha accompagnato Salvini a Mosca almeno 9 volte in 4 anni (e il suo compare Claudio D’Amico almeno 5 volte), più la cena a villa Madama a Roma offerta dal governo Conte a Putin il 4 luglio (dove fu D’Amico, consigliere di Salvini, a far invitare Savoini), si fa di tutta l’erba un fascio. Come se i viaggi a Mosca fossero tutti uguali. Non è così.

Già è grave che il presidente leghista della Associazione Lombardia-Russia accompagni il suo leader e poi il vicepremier e ministro dell’Interno nelle visite all’estero senza un incarico preciso. Ma è infinitamente più grave che sieda al suo fianco in un incontro ufficiale e ristrettissimo fra ministri dell’Interno. Dimentichiamo per un attimo le foto delle varie occasioni politico-conviviali in cui troneggiano Salvini&Savoini con decine o centinaia di persone. E concentriamoci sul vertice bilaterale, primo e ultimo di cui si abbia notizia, del 16 luglio 2018 a Mosca fra Salvini e il suo omologo russo Vladimir Kolokoltsev. I bilaterali ministeriali prevedono pochissimi interlocutori, cioè i membri dei rispettivi staff istituzionali, un’agenda che investe questioni di sicurezza nazionale, dunque l’obbligo di riservatezza per tutti i partecipanti sui temi trattati.

Ora, a quel vertice Salvini portò con sé Savoini. A quale titolo? Salvini ha appena dichiarato a Repubblica: “Savoini non ha mai fatto parte delle delegazioni ufficiali in missione a Mosca con il ministro né a quella del 16 luglio né a quella del 17 e 18 ottobre 2018”. E allora perché sedeva al tavolo ufficiale? La risposta l’ha data lo stesso Savoini un anno fa, appena rientrò in Italia.Cioè in tempi non sospetti, prima dello scandalo. Il 17 e 18 luglio 2018 dichiarò al Foglio e a Repubblica: “Sono nella Lega dal 1991, coordino gli incontri di Salvini con gli ambienti russi… Chi critica la mia presenza, legittimata dal ministero dell’Interno, è rimasto fuori dalla storia. Io ho contribuito con i miei contatti, come ho sempre fatto… visto che da sempre ho contatti istituzionali”, “Ho sempre fatto parte delle delegazioni in Russia di Salvini sin da quando veniva come segretario della Lega. Visite che ho contribuito a organizzare”. Quindi per Salvini non ha mai fatto parte delle sue delegazioni, mentre Savoini assicura di averne sempre fatto parte. E i fatti dimostrano che Savoini dice la verità, mentre Salvini mente. Non tanto sugli incontri conviviali o di partito, dei quali poco ci importa. Quanto su quel bilaterale istituzionale fra ministri dell’Interno, in cui Savoini ascoltò cose che non avrebbe dovuto ascoltare.
Si spera che ne abbia fatto buon uso.

Ma un possibile cattivo uso è proprio quello immortalato dall’audio dell’incontro su petrolio&tangenti al Metropol. Nessun mediatore politico-affaristico russo si metterebbe mai a trattare, tantomeno nella hall di un hotel, con un possibile millantatore che dice di parlare a nome di un partito di governo italiano, senza poterne verificare le credenziali. Ma le credenziali di Savoini erano in quella foto al tavolo con Salvini e Kolokoltsev: se il ministro dell’Interno di Putin, nonché capo della polizia e dei servizi segreti, si fida a parlare in sua presenza, Savoini può tutto e non deve chiedere mai. Ora Salvini avrebbe un’unica, strettissima via d’uscita dal vicolo cieco in cui s’è cacciato con simili personaggi e cotante bugie: ammettere che Savoini era membro delle sue delegazioni ufficiali, ma mai era stato da lui autorizzato a trattare questioni finanziarie; e poi espellerlo su due piedi dalla Lega per aver tradito la sua fiducia, messo nei guai il partito e in imbarazzo il governo. Perché non lo fa? Evidentemente perché non può. E perché non può? Forse perché Savoini e Salvini sanno qualcosa che non ci hanno ancora detto e temono emerga dalle indagini dei pm di Milano o di altre registrazioni, di quell’incontro o di altri precedenti o successivi?

È lo stesso copione dello scandalo Siri (indagato per corruzione e ieri al fianco di Salvini nel tragicomico incontro con i sindacati al Viminale) – Arata (in galera per corruzione) – Nicastri (ai domiciliari per corruzione e mafia, da ieri molto loquace con i pm su presunte mazzette a Siri). Su entrambi gli scandali è doveroso e urgente che Salvini risponda agli italiani in Parlamento. Ufficializzando la sua versione del caso Russia, affidato finora a battutine, attacchi ai giornalisti e ai magistrati, dichiarazioni sparse qua e là a spizzichi e bocconi, perlopiù contraddittorie o comunque contraddette. E recandosi finalmente in commissione Antimafia, dove il presidente Nicola Morra l’ha convocato “urgentemente” tre volte dal 7 maggio per raccontare tutto quel che sa di Arata&Siri. Perché non ci va? Ha qualche problema con il Parlamento? O con la verità?

L'illegalità diventa legale è sufficiente il condono. Il fanfulla sulle orme dello zombi Berlusconi, d'altra parte hanno governato insieme per anni, non dimentichiamolo, i medesimi uomini che si sono fatti una nuova verginità


Non solo flat tax: la riforma fiscale punta ai contanti nelle cassette di sicurezza

16 Luglio 2019, di Alessandra Caparello

Si fanno più chiari i contorni della riforma fiscale targata Lega dopo l’incontro di ieri al Viminale con le parti sociali. Un’occasione in cui è stato l’ex sottosegretario alle infrastrutture del Carroccio, Armando Siri, a delineare alle associazioni e varie sigle sindacali presenti al tavolo come sarà la flat tax, la tassa piatta.

Obiettivo, ha assicurato Siri, è garantire circa 3500 euro di risparmi per famiglie e imprese. Ma non solo flat tax. Gli altri capitoli su cui si baserà la riforma fiscale hanno come obiettivo recuperare risorse che andranno a rimpinzare le casse dello Stato, da una parte mettendo nel mirino il contante detenuto in cassette di sicurezza e dall’altra estendendo il saldo e stralcio delle cartelle esattoriali, la pace fiscale, anche per le imprese in difficoltà.

Partendo dalle cassette di sicurezza, è stato il sottosegretario del Carroccio al Mef, Massimo Bitonci, che ieri all’incontro con le parti sociali ha parlato di un “tesoro” di 150 miliardi di euro detenuto dagli italiani nelle cassette, sottolineando come sia prioritaria l’emersione del contante.

Rivela Il Sole 24 ore che l’ipotesi allo studio è quella di consentire l’emersione solo di una metà o poco meno (30-40%) degli importi detenuti dal contribuente sulle cassette di sicurezza ed è su questa base imponibile che poi ognuno pagherebbe l‘Irpef secondo le sue aliquote marginali ma senza applicare sanzioni e interessi.
I professionisti dovranno certificare che gli importi di cui si chiede la sanatoria provengono da evasione fiscale e non da altre attività illecite.

In merito invece al saldo e stralcio delle cartelle esteso alle imprese, per la Lega l’ipotesi è di permettere anche alle ditte in difficoltà economica di sanare i propri debiti con il fisco, pagando una percentuale che varia dal 16 al 35 per cento dell’importo dovuto già “scontato” delle sanzioni e degli interessi di mora.

Ponte Morandi - Benetton, i tecnici sapevano del problema dei tiranti, non hanno fatto nulla di sostanziale, tant'è che il ponte è crollato


FT, Ponte Morandi: “Atlantia sapeva dei problemi di sicurezza dieci anni prima del crollo”

16 Luglio 2019, di Alessandra Caparello

Dieci anni prima del disastro avvenuto il 14 agosto 2018 che ha causato la morte di 43 persone e l’evacuazione di altre migliaia, erano evidenti i segni di insicurezza sul Ponte Morandi a Genova. A rivelarlo oggi il Financial Times che fa riferimento ad un rapporto commissionato da Atlantia e arrivato sul tavolo del consiglio di amministrazione della società nel novembre scorso.

Nel documento, a detta del quotidiano economico della City che ha preso visione delle 87 pagine, sarebbero indicate le urgenze maggiori da risolvere, con una scala con un punteggio da 10 a 70. Inoltre sarebbe stato identificato almeno un problema con un grado di rischio pari a 60, quello identificato fin dal 2011 sui tiranti che all’epoca, dieci anni fa, era oggetto di ulteriori approfondimenti.

Secondo le fonti citate dal FT, un mese dopo la tragedia consumata il 14 agosto del 2018, il comitato per il controllo dei rischi di Atlantia aveva chiesto il rapporto per determinare eventuali responsabilità nella manutenzione del ponte. Secondo fonti vicine al cda, scrive il FT, “la presentazione del rapporto era stata affrettata, senza abbastanza tempo per elaborare i risultati del documento di 87 pagine”. Il rapporto non è stato reso pubblico e le fonti hanno espresso dubbi proprio sulla decisione di non rendere pubblico il documento. La risposta della holding Atlantia è stata raccolta da Repubblica:

L’audit citato dal Financial Times non ha evidenziato alcun problema di sicurezza del Ponte Morandi, come erroneamente riportato nell’articolo di Donato Mancini sul sito,”ma al contrario ha certificato il pieno rispetto degli obblighi di manutenzione previsti dalla Convenzione. Il documento fu elaborato dalla Direzione Internal Audit di Atlantia, con il supporto tecnico qualificato di tre soggetti esterni indipendenti e di standing internazionale in ambito legale e tecnico-ingegneristico. Scopo dell’audit svolto da Atlantia era quello di effettuare una verifica circa il rispetto degli obblighi manutentivi convenzionali da parte della società controllata Autostrade per l’Italia dall’inizio della Convenzione fino al 2018″.

La Sovranità Territoriale dell'Italia è degli Stati Uniti, il fanfulla dovrebbe essere prudente invece è un omuncolo ridicolo pieno di sè che traballa a lo stormire di foglie, l'Euro è un Progetto Criminale che in primis vuole distruggere l'Italia

INTERVISTA DI PIETRO SENALDI
Edward Luttwak sul caso-Russia e Savoini: "Complotto Usa contro Matteo Salvini? Da analfabeti"

16 Luglio 2019


«Chi parla di un complotto dagli Stati Uniti è un analfabeta politico. La Cia è molto efficiente e attiva nei film, ma nella pratica fa poche cose e pure male. L' intercettazione è italiana».

Ma dottor Luttwak, molti osservatori italiani sostengono che l' uscita dell'audio di Savoini alla ricerca di fondi russi per la Lega sia un messaggio in codice degli Usa a Salvini perché non si avvicini troppo a Putin.
«Nessun bisogno di messaggi in codice. Quando c' è un messaggio è urlato, non sussurrato, come fu per l'accordo con la Cina, visto come uno sgambetto anti-americano».

Gli Usa non sono preoccupati dei buoni rapporti tra Salvini e la Russia?
«Per niente. Qui a Washington riteniamo più probabile la caduta di un asteroide sul Pentagono piuttosto che l' uscita dell' Italia dalla Nato o un riposizionamento del vostro Paese nello scacchiere internazionale al di fuori del blocco Occidentale».

Perché ne è così sicuro?
«Salvini è appena stato in Usa e il suo viaggio è andato benissimo. Ha trasmesso l' immagine di un leader giovane e dinamico, con un futuro importante davanti. Un uomo concreto, che non si perde in discorsi astratti e condivide la linea di Trump di contrasto all' immigrazione illegale. Nessun bisogno per il leader leghista di promettere di rimanere nella Nato, visto dove si trova l' Italia neanche il vecchio Pci voleva un' uscita dal Patto atlantico, mentre politicamente e culturalmente Roma deve essere vicina agli States. Se poi il vostro Paese riuscirà a coltivare anche buoni rapporti diplomatici con la Russia, tanto meglio per voi. E poi sa una cosa? I legami strategici tra Italia e Stati Uniti sono così profondi che non sarebbero removibili neppure da cento Salvini determinati a farlo, figurarsi da uno che neppure lo vuole».

Il saggista e politologo Edward Luttwak, consulente strategico del governo americano, noto per la sua dialettica dura, provocatoria ma di logica ferrea, non dà credito alle accuse che in Italia vengono rivolte contro Salvini di voler allontanare il Paese da Washington per legarlo a Putin. «Da che è diventato il leader italiano più popolare e potente, Matteo è accusato di tutto dai propri rivali politici» taglia corto il grande ebreo romeno, che ha vissuto in Italia da bambino nel Dopoguerra e si è poi formato in Inghilterra.

«Quel che gli rimprovera la sinistra fondamentalmente è l' ambizione di voler far applicare la legge. Strano Paese il vostro, siete sempre alla ricerca di mille ragioni per rifiutare la legalità. Voi credete nei sentimenti, nella compassione ma non nella legge, e cadete vittime dei buonisti, i quali fanno finta di abbracciare l' umanità solo per farsi meglio i fatti propri. Avete una tendenza unica a fottervene della legge in nome di interessi personali o di famiglia, oppure di presunti atteggiamenti umanitari».

Non sta esagerando?
«Mi chiedo perché Gino Strada e compagni, se vogliono correre in soccorso dei poveri, vadano fino in Afghanistan e non vadano invece a sporcarsi le mani a Scampia».

Già, perché?
«Forse perché la loro è una battaglia politica e non umanitaria?».

Come quella della Capitana Carola?
«È incredibile che sia stata scarcerata. La sinistra stravolge il diritto del mare, il quale impone di salvare chi sta annegando ma non prevede che si prenda una barca per andare a prelevare dei finti profughi, fornendo una tacita ma consapevole collaborazione ai trafficanti di uomini. La collaborazione con gli scafisti è un crimine, ha ragione Salvini.Contro di lui c' è una campagna mediatica partita molto prima del Russiagate. Chi è per l' immigrazione ti fa vedere la foto di una bimba morta e ti fa sentire responsabile del decesso, ma è propaganda. La vostra Rai parla di ragazzi quando fa i servizi sui barconi; dovrebbe chiamarli clandestini, neppure profughi, perché la maggioranza di essi sono uomini giovani e forti, non famiglie. Bergoglio e la sinistra dovrebbero avere il coraggio della verità».

E quale sarebbe questa verità?
«Un sondaggio ha rivelato che il 50% delle persone sotto i trent' anni che vivono in un Paese musulmano vuole venire in Europa. Chi, come i parlamentari della sinistra, sostiene Carola e le ong, dovrebbe spiegare chiaramente agli italiani che questo significa accettare l' arrivo di cento milioni di persone dall' Africa, tutte da sistemare in Italia».

In Europa, vorrà dire?
«No, in Italia. Come potete pensare che l' Europa vi dia una mano, si faccia carico di una quota di arrivi e collabori, se non riuscite a presidiare i vostri confini? Nessuno ti porta il gelato a casa in Europa: se l' Italia non applica la legge e tollera i clandestini, è un problema suo, non degli altri Stati Ue, che giustamente vi lasciano ai vostri guai e alle vostre inefficienze. Salvini è il solo ad averlo capito, e infatti si dà da fare per far rispettare la legge. Chi attacca lui e difende Carola dovrebbe battersi conseguentemente per l' istituzione di un servizio di traghetti navetta per portare tutti gli africani sulle vostre coste, garantendo tre pasti al giorno, comode cuccette e una sala giochi per i bimbi durante la navigazione».

Torniamo a bomba: che idea si è fatto del Russiagate all' italiana?
«Innanzitutto che ve lo siete fatti voi e non c' entrano nulla gli Usa, e neppure penso la Russia. È chiaro che Salvini avrebbe dovuto tenere Savoini lontano da lui. Quando si è al governo bisogna diventare ancora più cauti: devi stare attento non solo agli amici, ma anche agli amici degli amici».

Comunque, anche secondo i media che accusano Salvini, l' acquisto di petrolio alla base del finanziamento alla Lega non c' è mai stato, e Savoini non ha agito per ragioni di lucro personale
«In Russia c' è una destra nazionalista molto più a destra di Putin, che sostiene il presidente ma vorrebbe portare il Paese su posizioni ancora più estreme. Un conto è Putin, altro è questa destra, con la quale Savoini e non Salvini ha rapporti».

Qual è lo stadio dei rapporti tra Washington e Mosca, siamo tornati alla Guerra Fredda?
«Il livello di tensione è il medesimo che si aveva ai tempi dell' amministrazione Obama. Su alcuni temi, come l' Ucraina e l' influenza sull' Europa Orientale, c' è molta tensione, su altri, come la Mongolia e in parte anche il Medio Oriente, si può addirittura parlare di collaborazione, in economia c' è una situazione di concorrenza».

E il Russiagate americano a che punto è?
«Si è sgonfiato. Il rapporto del giudice Muller ha certificato che si trattava di una montatura. Le accuse a Trump non si basavano su fatti veri ma su un dossier falso commissionato dalla Clinton in campagna elettorale per screditare il suo rivale e preparato da un consulente inglese di Hillary, pagato per trovare scandali e costruire storie scabrose. Donald è stato vessato da investigazioni e attacchi mediatici eccessivi».

E nessuno paga per questo?
«In Usa non funziona come in Italia, dove perfino i magistrati querelano i giornalisti. Da noi, se sei famoso, non puoi rivalerti in giudizio contro le maldicenze. Trump ha pagato il fatto di aver detto in campagna elettorale che gli sarebbe piaciuto che i russi trafugassero le mail della Clinton, per svelarne gli altarini. Da lì, lo staff democratico ha costruito l' immagine di un Trump in combutta con il Kgb e Putin e l' élite progressista americana, scioccata per la vittoria di Donald, ha abbracciato acriticamente questa tesi nella speranza di destituire il presidente».

Ci sono delle similitudini con il Russiagate italiano?
«In Italia c' è un audio, in America non c' era nulla».

Secondo lei la transazione ventilata da Savoini c' è stata?
«Io non posso saperlo. Vorrei però dire che l' Italia è un Paese molto più ricco della Russia, che in realtà ha pochi mezzi. È capitato che Mosca abbia finanziato alcuni partiti europei, come per esempio in Francia, dove la pratica è del tutto legale. Ma senza dubbio, quando i russi pagano, poi vogliono qualcosa in cambio, pertanto per un politico è meglio non prendere i loro quattrini».

Ma cosa può volere Putin dall' Italia, o da qualsiasi altro Stato europeo?
«Putin guida un Paese in declino economico. Il suo obiettivo è supportare tutto ciò che può indebolire la Nato, l' Unione europea e le sue strutture. L' Italia è diventato un Paese euroscettico e, se si staccasse dalla Ue, per Mosca sarebbe un vantaggio».

Anche lei sostiene tesi euroscettiche in merito al rapporto dell' Italia con l' Unione, sbaglio?
«Io sono euroscettico per quanto riguarda la moneta unica, non l' adesione di Roma alla Ue. Credo che l' Italia dovrebbe restare nell' Unione ma uscire dall' euro. D' altronde, anche Svezia e Danimarca hanno una loro divisa nazionale ma fanno parte della Ue».

Gli europeisti sostengono che sarebbe sbagliato, probabilmente impossibile
«Se voi usciste dall' euro sarebbe un bene per tutto il mondo. Siete un Paese importante e il fatto che con la moneta unica vi siate condannati a un' eterna mancanza di crescita non aiuta né serve a nessuno».

Perché l'euro fa male soprattutto a noi?
«Perché l' Italia è un Paese che convive con un gigantesco assistenzialismo ed enormi inefficienze che nessuno vuole cambiare, e allora l' unico modo che avete per restare competitivi è svalutare il vostro denaro».

Come cambierà l'Unione europea con l' insediamento della nuova Commissione?
«Ci sarà un riequilibrio, il Ppe non la farà più da padrone e il Pse conterà meno, il potere sarà più condiviso. Per l' Italia però temo che non cambierà nulla. In ogni momento della storia il potere di qualsiasi nazione dipende da due elementi, la massa, ovverosia il numero delle persone e la quantità di ricchezza del Paese, moltiplicata per la coesione, ovverosia la compattezza del popolo e della classe politica. Beh, se Salvini va a Washington, fa un figurone e contemporaneamente tutto l' establishment italiano, dagli alleati di governo all'opposizione, lo attacca, significa una perdita di potere per il Paese».

di Pietro Senaldi

Diritto internazionale fottiti - Gli Stati Uniti non hanno diritto a sanzionare il Venezuela

Trionfo all'ONU per il Venezuela contro le sanzioni degli Stati Uniti. Italia allineata agli USA


Con 28 voti favorevoli, 5 astensioni e 14 contrari, il Venezuela ha ottenuto un nuovo trionfo nella diplomazia internazionale, con il sostegno incassato alla risoluzione presentata dal Movimento dei Paesi non allineati (Mnoal) nel rifiuto del blocco e le misure coercitive unilaterali imposte dal il governo degli Stati Uniti.

Il sostegno al Venezuela e il rifiuto del blocco degli Stati Uniti hanno avuto luogo nel Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (ONU) e favoriscono anche il rafforzamento della cooperazione internazionale nel campo dei diritti umani, al fine di affrontare le conseguenze negative delle misure coercitive.

"Ringrazio per l’ampio sostegno degli stati membri del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite alla risoluzione presentata dalla presidenza del Mnoal per il Venezuela.

Una vittoria che amplia la cooperazione internazionale e rifiuta le sanzioni imperiali", ha affermato il presidente Maduro su Twitter.

Fonte: La Iguana tv
Notizia del: 15/07/2019

Medio Oriente - Gli ebrei in Palestina sono un cancro che produce metastasi, è da estirpare. L'Arabia Saudita un focolaio sempre acceso che vuole imporsi con la forza delle armi, Yemen docet

Il grande gioco del Medio Oriente

Lo scontro sunniti/sciiti è sfociato in un ulteriore conflitto interno sunnita: wahhabismo (petrol-Stati) e Fratellanza Musulmana si sfidano in politica ed economia

Tommaso CanettaMartedì, 16 Luglio 2019

Sostenitori degli Houthi a Sana’a manifestano in occasione del quarto anniversario dell’intervento dell’Arabia Saudita in Yemen. REUTERS/Khaled Abdullah/Contrasto

L’attenzione dell’opinione pubblica e dei mass media occidentali verso il Medio Oriente è andata scemando negli ultimi mesi. La scomparsa dello Stato Islamico, almeno come entità territoriale, la diminuzione degli attentati in Occidente e l’isolazionismo (altalenante, come vedremo) degli Usa di Trump hanno infatti relegato l’argomento in un cono d’ombra da cui anche le notizie sul dramma dello Yemen escono col contagocce. Ma questo non significa che lo scenario non sia in evoluzione, anzi.

Il recente passato è stato dominato dalla faida tra Arabia Saudita e Iran, che ha infiammato lo scontro settario tra sunniti e sciiti soprattutto in quei Paesi del Medio Oriente in cui le primavere arabe - e non solo - avevano lasciato ferite infette facili da sfruttare. In questo modo è stata cannibalizzata da potenze straniere l’insurrezione siriana contro Assad, fino a renderla di fatto una proxy war; in questo modo il Libano è tornato a essere terreno di scontro (più o meno mediato) tra Teheran e Riad; in questo modo l’Iraq è rimasto in una posizione ambigua - che prova ora a sfruttare a proprio vantaggio, presentandosi come possibile mediatore - tra il vicino iraniano, alleato sciita, e gli altri Paesi arabi; in questo modo l’insurrezione degli Houthi (sciiti) in Yemen è diventata un altro capitolo sanguinoso della guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran.

Ma questa dinamica - un po’ per via della rinnovata ostilità americana nei confronti di Teheran, con le ripercussioni negative sul nuclear deal voluto da Obama, un po’ per l’atteggiamento aggressivo di Israele che (al netto delle incertezze sul futuro politico di Netanyahu e della sua coalizione) sembra non aspettare altro che l’occasione giusta per attaccare se non l’Iran almeno la sua proxy libanese di Hezbollah, un po’ per la concorrenza della Russia, alleata ma rivale di Teheran - sembra ormai insufficiente a interpretare i principali movimenti sullo scacchiere mediorientale. Non è ovviamente venuta meno, ma pare meno intensa che nel recente passato.

L’Iran si è ripiegato almeno in parte su se stesso. Continua a sostenere le milizie sciite in Yemen, Libano, Iraq, Siria e non solo, ma se la fase compresa tra il 2014 e il 2017 aveva visto una costante espansione della sfera di influenza iraniana, adesso sembra che Teheran fatichi a mantenere le posizioni guadagnate. Mancano in teoria ancora due anni alle prossime elezioni presidenziali ma, come emerso con il caso delle dimissioni del potente Ministro degli Esteri Javad Zarif (poi respinte dal presidente Hassan Rohani), uno scontro di potere in cui l’ala dura del regime teocratico vorrebbe tornare alla guida del Paese per richiuderlo in un maggiore isolamento bellicoso è già in atto. E su tutto questo aleggia l’incognita della successione dell’Ayatollah Ali Khamenei, che ha da poco compiuto ottant’anni.

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Con l’Iran indebolito e tenuto nel mirino da Israele, con sponda americana (Donald Trump pare abbia deciso l’invio di altri 1.500 militari nel Golfo), l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo sue alleate - in particolare gli Emirati Arabi Uniti - sembrano aver aumentato l’attenzione verso un’altra linea di frattura interna al Medio Oriente e non solo: quella tra regimi (dittature militari come l’Egitito o regni wahabiti come Riad) e Stati della galassia sunnita che hanno un’agenda diversa - e spesso incompatibile - da quella dei Saud. Si tratta in primo luogo della Turchia e del Qatar, politicamente vicini alla Fratellanza Musulmana e ideologicamente lontani dal wahabismo saudita.

Questa spaccatura non è una novità, anzi. La ribellione siriana, ad esempio, ha pagato duramente la litigiosità tra i suoi “sponsor” che avevano agende diverse, con l’Arabia Saudita che sosteneva alcune fazioni - tanto estremisti salafiti quanto laici - e la Turchia e il Qatar che ne sostenevano altre rivali (spesso legate alla Fratellanza Musulmana). L’Egitto post-primavera araba guidato da Mohamed Morsi era sostenuto dalla Turchia, quello post-golpe militare di Al Sisi è sostenuto da Riad. In Libia il premier islamista - e riconosciuto dalla comunità internazionale - Al Serraj è sostenuto dalla Turchia, il generale Khalifa Haftar dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Egitto.

Come evidente dagli esempi visti, un ruolo da protagonista nello scontro interno alla galassia sunnita, lo ricopre Ankara. L’erede dell’Impero Ottomano avrebbe in teoria le caratteristiche necessarie - a livello di popolazione, economia e società - per sostenere il confronto con Riad da una posizione di forza, specie nel lungo periodo, ma il Paese è indebolito, trascinato in basso dalla fase discendente della parabola del suo Presidente. Negli ultimi cinque anni Erdogan ha compromesso le alleanze a occidente, a causa del sostegno americano ed europeo ai curdi siriani nella guerra contro l’Isis (anche se con Trump alla Casa Bianca, e con l’Isis sconfitto, il supporto americano ai curdi è molto meno convinto che con Obama). Di conseguenza, dopo aver perso la prova di forza con Mosca nel 2015 seguita all’abbattimento di un caccia-bombardiere russo, ha finito con l’avvicinarsi a Putin per necessità più che per convinzione. Pagando oltretutto un prezzo salato: accettare la vittoria di Assad in Siria - sacrificando di fatto le ambizioni dei ribelli che aveva sostenuto per anni e ottenendo in cambio da Mosca di poter occupare un pezzo di Kurdistan siriano che faccia da zona cuscinetto sul proprio confine meridionale - e mettere a rischio i rapporti con la Nato. L’acquisto da parte turca del sistema missilistico russo S-400 rischia infatti di generare pesanti ritorsioni, anche economiche, da parte dell’Alleanza atlantica e degli Usa.

In questa situazione Riad ha gioco facile a infierire, soprattutto economicamente, sulle difficoltà di Ankara, che risponde martellando su tutti i punti dolenti dell’immagine saudita nel mondo musulmano: la vicinanza mai così accentuata con Tel Aviv, che sarebbe un tradimento della causa palestinese; il diverso impegno nel sostenere i profughi siriani, fuggiti da una guerra fomentata tanto dalla Turchia quanto dall’Arabia Saudita ma accolti solo dalla prima; l’omicidio Kashoggi che, da ultimo, ha mostrato il volto brutale e sanguinario del regno saudita e del suo uomo forte, il principe ereditario Mohammed Bin Salman. Per la monarchia wahabita, che storicamente cerca di accreditarsi come la paladina di un Islam puro e intransigente, sono critiche indigeste. Ma non è un inedito, anzi, che Riad lasci prevalere la ragion di Stato e la realpolitik sul ferreo rispetto dei princìpi che sostiene di voler difendere e diffondere.

Trump sarebbe anche disposto a sostenere più convintamente Erdogan, nonostante le divergenze sui curdi o i problemi interni alla Turchia per quanto riguarda diritti umani e libertà di stampa, a patto che termini il flirt con Mosca e con Teheran (i tre Paesi si sono avvicinati per gestire l’ultima fase del conflitto siriano). Ma avendo scelto come propri interlocutori principali in Medio Oriente l’Arabia Saudita e Israele, riportare all’ovile Ankara - almeno per ora - sembra difficile. Specularmente Mohammed Bin Salman sembra più interessato a eliminare i concorrenti per la leadership all’interno del fronte sunnita, che non a soprassedere sulle differenze in nome di una comune battaglia contro l’Iran sciita. La pressione su Teheran ovviamente rimane, ma non è una questione così urgente da impedire a Riad di rinfocolare lo scontro con i rivali sunniti.

Oltre alla Turchia, il secondo Stato mediorientale che è in cattivi rapporti con Riad è il Qatar. Come Ankara anche Doha ha intessuto rapporti con la Fratellanza Musulmana, considerata dai Saud un’organizzazione terroristica, ha avuto una linea autonoma (e vicina a quella turca) in Siria, non apprezza la vicinanza dell’Arabia Saudita con Israele e in generale mostra troppa autonomia in politica estera per i gusti dei Saud. Con l’aggravante, rispetto alla Turchia, di essere un piccolo Stato della penisola araba che (secondo i Saud) dovrebbe quindi obbedienza al vicino maggiore. Questa ostilità è sfociata due anni fa in un embargo da parte di Riad, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrein (altro Stato satellite dell’Arabia Saudita, dove la popolazione in maggioranza sciita è governata da un monarca sunnita sostenuto anche militarmente da Riad).

Proprio la lista degli assenti, tra chi partecipa a questo embargo, dice però molto su come la linea dura di Riad voluta da Mohamed Bin Salman - contro il Qatar, così come contro l’Iran e la Turchia - fatichi a trovare proseliti anche tra i Paesi storicamente più vicini alla monarchia saudita.

L’Oman per esempio non partecipa né all’embargo al Qatar né alla guerra in Yemen e l’anziano sultano Qabus bin Said al Said da sempre cerca di mantenere il Paese in una posizione di dialogo - politico e commerciale - con l’Iran. Anche il Kuwait, riportano gli analisti, non sembra entusiasta della linea dura con Teheran e di quella morbida con Tel Aviv. Persino la monarchia hashemita al potere in Giordania con Re Abdallah II, che dipende economicamente dagli aiuti di Riad, non sembra apprezzare la leadership del giovane e bellicoso principe ereditario saudita. A inizio maggio è stato rimosso il capo dell’intelligence del Paese con l’accusa di complottare contro il Re e a dicembre erano stati rimossi due fratelli del Re con posizioni chiave nell’esercito e il rumour era che fossero legati ai Saud. Il timore di Abdallah, pare, è che il sostegno saudita al piano di Trump (e del suo inviato, il genero Jared Kushner) per la pace in Israele e Palestina abbia come contropartita l’affidare a Riad la custodia dei luoghi santi per l’Islam di Gerusalemme, a oggi controllati da Amman.

Tra gli altri Paesi arabi non mancano poi Stati in posizione defilata, rispetto ai voleri dei Saud, se non contraria: la Siria ha riallacciato i rapporti con gli Emirati Arabi Uniti ma con Riad è ancora gelo; il Libano è spaccato ma anche nel nuovo Governo, nato a febbraio, Hezbollah e i suoi alleati cristiani (il Presidente, e generale, Michel Aoun in primis) hanno un peso determinante; l’Iraq, per quanto si stia aprendo verso Riad, che ha promesso di finanziare un grande stadio a Baghdad, resta comunque un Paese vicino all’Iran sciita.

Anche in Nord Africa Mohammed Bin Salman può contare su un sostegno a macchia di leopardo: l’Egitto di Al Sisi, sostenuto dai soldi di Riad, è ovviamente tra i più fedeli alleati, ma il crollo delle dittature in Sudan e in Algeria viene vissuto come un pericolo dai Saud (che infatti, almeno in Sudan, stanno finanziando - insieme agli Emirati - i militari perché mantengano il potere) e il Marocco ha preso, dopo il caso Kashoggi, una posizione di netta condanna nei confronti del principe ereditario saudita.

Anche il Pakistan, altro storico alleato dei Saud, sembra poco intenzionato a seguire la linea di Mohammed Bin Salman, tanto contro l’Iran (con cui, anzi, Islamabad ha da poco avviato un progetto di cooperazione in ambito di anti-terrorismo) quanto contro chi, tra i Paesi sunniti, intrattiene relazioni con la Fratellanza Musulmana o ha in generale una linea in politica estera sgradita al principe ereditario. La potenza nucleare asiatica preferirebbe che Iran e Arabia Saudita trovassero un bilanciamento tra i propri interessi che garantisse la stabilizzazione del Medio Oriente e delle regioni limitrofe in Asia e Africa.

Il dilemma che spacca le leadership di tutti i Paesi coinvolti nel Grande Gioco mediorientale - Arabia Saudita e Iran inclusi - alla fine è proprio questo: spartirsi le sfere di influenza cercando un equilibrio o cercare lo scontro? Mohammed Bin Salman pare più per la seconda opzione, e non si è fatto scrupolo a cercare alleanze indigeste per l’opinione pubblica islamica (Netanyahu e Trump su tutti), e teoricamente inconciliabili con un rigido rispetto del wahabismo, per portare avanti la propria agenda. Il tempo del resto sembra remare contro le monarchie del Golfo: a oggi vivono ancora di petrolio e l’oro nero sarà sempre meno necessario nel mondo del futuro. I loro avversari, in particolare Iran e Turchia, hanno un passato, un territorio e una società che sembrano più adatti a farli prevalere nel lungo termine. Forse per questo il giovane leader saudita ha una linea così aggressiva, secondo alcuni addirittura avventata: sa che il secolo breve dei petrol-Stati è agli sgoccioli.

Consiglio Superiore della Magistratura un verminaio e i magistrati un covo di vipere pieno di contraddizioni

Operazione Perseo contro i clan di Lamezia, dissequestrati beni a Luciano Trovato

La Corte d’Appello ha accolto i ricorsi dei legali e annullato anche la misura di prevenzione personale in quanto non ci sarebbero elementi per presumere l’appartenenza ai Giampà
di Tiziana Bagnato 

lunedì 15 luglio 2019 15:56


Accogliendo il ricorso dei legali Antonio Larussa e Francesco Gambardella, la Corte d’Appello di Catanzaro ha annullato la confisca dei beni a carico di Luciano Trovato disponendone la restituzione. Annullata anche la misura di prevenzione personale.

Il sequestro, avvenuto nell’ambito dell’operazione Perseo, riguardava beni per oltre 500 mila euro tra immobili e partecipazioni in aziende. Il provvedimento venne disposto dal Tribunale di Catanzaro su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia ed eseguito dai finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria del capoluogo, coordinati dal procuratore della Repubblica Nicola Gratteri, dall’Aggiunto Giovanni Bombardieri e dal Sostituto Elio Romano.

Nel decreto di dissequestro si legge testualmente che «non sono emersi elementi per ritenere lo stesso associato o appartenente alla cosca Giampà e l’unica condotta ancora sub iudice appare relativa al possesso di due pistole per fatto commesso nel 2010 in relazione al quale non vi è la possibilità di trarre un giudizio di perdurante pericolosità».


lunedì 15 luglio 2019

La presenza di Siri dimostra come il fanfulla non abbia digerito la sua revoca. E non si smentisce fa un bel minestrone tra azione di governo e azione di partito


Una “scorrettezza istituzionale” il vertice con le parti sociali al Viminale. Conte bacchetta Salvini: “La manovra si fa a Palazzo Chigi e non altrove” 

15 luglio 2019 dalla Redazione

“Se oggi qualcuno pensa che non solo si raccolgono istanze e proposte dalle parti sociali, ma anticipa temi, dettagli di quella che ritiene debba essere la manovra economica, ecco questo non è corretto affatto, si entra nel terreno di scorrettezza istituzionale”. E’ quanto ha detto il premier Giuseppe Conte a proposito dell’incontro al Viminale tra il vicepremier Matteo Salvini e le parti sociali.

“Che un leader di una forza politica voglia incontrare le parti sociali – ha aggiunto il presidente del Consiglio -, la ritengo una cosa buona e giusta. Anche il ministro e vicepresidente Di Maio potrebbe fare altrettanto per M5S. La manovra economica viene fatta qui, dal ministro dell’Economia e tutti i ministri interessati, e non si fa altrove, non si fa oggi. I tempi, e tengo a precisarlo, li decide il Presidente del Consiglio, sentiti li altri ministri, a partire da quello dell’Economia. I tempi non li decidono altri. Se si tratta di un vertice di partito – ha detto il presidente del Consiglio – la presenza di Siri va bene. Se è un vertice di governo, la presenza di Siri non va bene”.

A proposito di manovra e flat tax, dallo staff del presidente è stato poi chiarito che “da oltre due settimane il Presidente sta sollecitando la Lega a dare i nomi dei delegati che dovrebbero rappresentare la Lega stessa ai tavoli sulla manovra (sono 5 tavoli, tra cui anche quello sulla riforma fiscale). La Lega non ha ancora indicato questi delegati”.

“Non mi turba l’atteggiamento di Conte se uno ha la coscienza pulita. E’ una vicenda non reale” ha replicato, nel corso della conferenza al termine del vertice con le parti sociali, il vicepremier Salvini. “Ho già reinvitato tutti, non mi interessa l’iniziativa spot – ha detto ancora il leader della Lega -, i primi di agosto. Identica riunione, non mi interessa portare via il lavoro ad altri: Tria, Di Maio, Conte. Mi interessa solo portare contributi, noi vogliamo solo aiutare il lavoro di alcuni ministri. I tempi della manovra li detta il presidente del Consiglio, abbiamo piena fiducia, ma prima si fa e meglio è”.

“Ringrazio tutte le 43 associazioni che sono intervenute al tavolo – ha aggiunto Salvini – e che non vanno a offendere nessuno, ma vanno ad aiutare l’azione di governo con proposte che vanno dalla flat tax, allo sblocco delle opere, un’operazione di semplificazione fiscale senza precedenti. La richiesta unanime che è arrivata è sbloccare i cantieri e le opere pubbliche, un grande piano di investimento in opere pubbliche”.

In merito alla presenza di Siri al tavolo, il leader della Lega ha detto che l’ex sottosegretario, recovato da Conte perché indagato nell’ambito dell’inchiesta sul minieolico siciliano, “è uno dei massimi esperti di Flat Tax della Lega, queste sono le proposte della Lega che porteremo al M5S. Mi auguro che faranno lo stesso. Penso di vivere in un paese dove si è innocenti fino a prova contraria, ci sono tre gradi di giudizio, e su Garavaglia è un processo fondato su aria fritta”.

Diritto internazionale fottiti - i britannici invadono la Siria con i loro soldati e poi come cagnolini obbediscono al padrone statunitense che arbitrariamente ha deciso, oltre ai danni della guerra voluta, anche di strozzare economicamente la società siriana. Canaglie è dir poco

ROMA
Gb, garanzie per riconsegna petroliera

Lo ha detto Hunt a Zarif. Rilasciati membri equipaggio arrestati

13 Luglio 2019


ROMA, 13 LUG - La petroliera iraniana Grace 1, sequestrata alcuni giorni fa al largo di Gibilterra, potrà essere riconsegnata a Teheran 
se ci sarà la garanzia che non fornirà greggio alla Siria, 
rispettando così le sanzioni Ue. Lo ha detto il ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt in un colloquio con il collega iraniano Mohammad Javad Zarif. "Ho appena parlato con il ministro Zarif - spiega Hunt su Twitter - Colloquio costruttivo. L'ho rassicurato che la nostra preoccupazione era la destinazione e non l'origine del petrolio sulla Grace 1 e che il Regno Unito faciliterà il rilascio della nave se riceveremo garanzie che non andrà in Siria, in seguito ad un giusto processo nei tribunali di Gibilterra". Nel frattempo, le autorità hanno rilasciato su cauzione il capitano e tre membri dell'equipaggio della petroliera, senza specificare le accuse. La tensione tra Londra e Teheran è alta dopo il tentato fermo della petroliera britannica Heritage nello Stretto di Hormuz, attribuito ai Pasdaran dai britannici e dagli Usa.

Diego Fusaro - Il corrotto euroimbecille Pd è lo strumento che vuole incancrenire la società

Zingaretti: ‘Siamo unica alternativa’. Diego Fusaro: ‘Il Pd è espressione massima del nuovo ordine globale in Italia’

Silenzi e FalsitàPOSTED ON LUGLIO 14, 2019


“Senza perifrasi e senza esitazioni, così ha affermato Zingaretti in merito al Partito democratico: ‘Siamo unica alternativa’. Non voleva essere una battuta, anche se l’esito è stato inavvertitamente quello”.

Così Diego Fusaro ha commentato nella rubrica ‘Lampi del pensiero’ per il quotidiano online Affariitaliani.it, quanto detto dal segretario del Pd, Nicola Zingaretti, durante l’Assemblea Nazionale del partito, organizzata nella giornata di ieri a Roma.

“Invero, Zingaretti e il Pd sono le milizie del mondialismo atlantista e classista, a beneficio delle classi dominanti contro le classi dominate. Insomma, non si tratta di una alternativa all’ordine dominante, ma di una sua fulgida estrinsecazione” ha proseguito il filosofo.

“L’ho detto e lo ridico. Il Pd è l’espressione massima del nuovo ordine globale in Italia. È il partito che santifica la realtà così com’è e si adopera attivamente per demonizzare in forma apriorica il possibile rovesciamento della situazione data” ha concluso Fusaro.

Con l'austerità i tedeschi hanno segato l'albero su cui erano appollaiati ed ora ne pagano le conseguenze. L'Euro è un Progetto Criminale

SPILLO/ Austerità, il boomerang è tornato in testa alla Germania

15.07.2019 - Giovanni Passali

Tagli e ristrutturazione in vista per Deutsche Bank. E anche i dati dell’economia non sono per nulla incoraggianti per la Germania

Angela Merkel (LaPresse)

C’era da aspettarselo, prima o poi i nodi al pettine sarebbero arrivati anche per Deutsche Bank. Tramontata ogni ipotesi di fusione, il piano di “ristrutturazione” (lo chiamano così quando ci rimettono i lavoratori, quelli dal lavoro “flessibile”) prevede il taglio di circa diciannovemila risorse e la dismissione del settore di speculazione finanziaria, che in questi ultimi anni aveva combinato alcuni disastri. Il problema di questo tipo di operazioni è che servono solo a mantenere in piedi la baracca, non certo a rilanciare l’azienda. Servono a preservare i profitti degli azionisti, non certo a cercare nuovi mercati. E “tenere in piedi la baracca” è pure un esercizio senza speranza, se il resto dell’economia soffre, come sta accadendo in Germania.

Sì, la Germania soffre, nonostante gli enormi surplus di bilancio. E come mai soffre? Soffre perché i surplus dipendono tutti dalle esportazioni che vanno a mille. Ma se il contesto internazionale soffre, anche le esportazioni trovano dei limiti invalicabili. E se a compensare una minore brillantezza delle esportazioni non c’è un mercato interno vivace (o vivacizzabile), allora l’intera economia rischia un brutto colpo indietro. I dati più recenti confermano questa situazione. Mentre i paesi dell’est Europa hanno una crescita tra il 3% e il 4% (Polonia, Ungheria, Slovacchia, Romania, Bulgaria, Croazia, Slovenia, Lituania, Lettonia, Estonia…) e altri paesi sono tra l’1% e il 2%, fanalini di coda in Europa sono proprio la Germania (0,5%) e l’Italia (0,1%).

In Germania è molto forte la protesta dei ceti produttivi per la 
mancanza di investimenti sulle infrastrutture, ormai fatiscenti. 
Non si tratta più di applicare una dottrina economica (nota come austerità), ma di mettere in condizioni il Paese di funzionare normalmente. Decenni in investimenti sempre decrescenti in ossequio a un’ideologia hanno fatto i loro devastanti danni. 
Trasporti pubblici, strade, scuole, università, infrastrutture digitali tremende: problemi in tutti i settori. 
A giugno per ben tre giorni i grandi utilizzatori della rete elettrica (le grandi industrie) sono state tagliate fuori dalla stessa per il sovraccarico della rete, arrivata quasi al collasso. E tutto per perseguire quello che i politici chiamano lo “Schwarze Null”, il “nero zero”, cioè l’assenza di debito, quello che qui noi chiamiamo il “rosso” nel bilancio. Nessun debito, nessun deficit, nonostante lo Stato possa finanziarsi a tassi di fatto negativi (a causa della poca inflazione e di rendimenti vicino allo zero comunque inferiori all’inflazione). Un’ideologia ottusa che prevale sul buon senso.

Per capire quanto sia astrusa l’ideologia e tutta la situazione, basti pensare che le aste dei titoli tedeschi hanno difficoltà a essere coperte dal mercato proprio per lo scarso rendimento dei titoli in questione e perché le banche tedesche hanno necessità di rendimenti positivi reali. A questo si può aggiungere la politica dei dazi Usa che inizia a penalizzare l’esportazione tedesca, la crisi del settore auto, con i colossi Mercedes, Audi e Volkswagen in difficoltà, e la politica aggressiva della Cina, che certo non lesina in investimenti, e le problematiche derivanti dalla Brexit, che certo complicherà le esportazioni verso la Gran Bretagna.

E le prospettive sono davvero fosche perché le relazioni in Europa, con la crescita di tanti partiti sovranisti, rischiano di essere sempre più sotto stress per l’impossibilità di trovare politiche economiche comuni (impossibili senza politiche fiscali e finanziarie comuni). Politiche comuni che tanti paesi non accetteranno mai perché hanno i loro grossi vantaggi proprio da questi squilibri. Quando mai paesi come l’Olanda accetteranno politiche fiscali comuni, quando proprio grazie a queste differenze molti grossi gruppi industriali hanno trasferito in quel Paese le loro sedi? E quando mai paesi come la Germania accetteranno di condividere il debito degli altri?

Di fatto si avvicina l’implosione della zona Euro e l’asse franco-tedesco rischia di aver preso tutti i posti chiave nelle istituzioni europee proprio nel momento peggiore.

1 - Il Progetto Criminale dell'Euro è anticostituzionale e allora ...

RISERVE AUREE ALLA BCE/ Un trasferimento che non è previsto nei Trattati

10.07.2019 - Paolo Tanga

L’articolo 30 dello Statuto del Sebc richiede alle banche centrali nazionali di trasferire un certo ammontare di riserve in valuta estera. Ma non si fa cenno all’oro

La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

Il presidente della Camera dei deputati aveva chiesto alla Bce due pareri relativi a due proposte di legge riguardanti, rispettivamente, la tematica della nazionalizzazione della Banca d’Italia e l’interpretazione autentica intesa ad attribuire la proprietà delle riserve auree allo Stato.

La prima proposta è rivolta, tra l’altro, all’abolizione della legge che aveva rivalutato il valore nominale delle quote della Banca d’Italia da 156.000 euro a 7,5 miliardi di euro, causando un danno economico perenne alle entrate del bilancio dello Stato connesso alla distribuzione di dividendi a banche private. La seconda riprende una legge in vigore dal 1988 per fornire un’interpretazione autentica sulla proprietà delle riserve auree affermandone la proprietà in capo allo Stato.

Queste due proposte presentano, a mio parere, elementi di criticità, perché inducono il soggetto che fornisce il parere a fare obiezioni, in quanto formulate in un periodo storico nel quale già la Bce ha preso una posizione contraria all’emissione dei cosiddetti mini-Bot che è priva di qualunque fondamento.

Infatti la Bce non appare lineare nelle sue argomentazioni e si appiglia a possibili risvolti di natura contestativa, come quando – relativamente al primo parere – formula delle riserve di legittimità a causa dell’esproprio conseguente all’obbligo, per i soggetti privati, di essere costretti a cedere al Tesoro le quote possedute a un prezzo irrisorio per avvalorare, e quindi sostenere, altre questioni sulla struttura proprietaria e sull’indipendenza della Banca d’Italia, che invece l’iniziativa legislativa non avrebbe potuto consentire.

Strategicamente, sarebbe stato opportuno – se veramente fosse stato l’obiettivo da raggiungere – farsi promotori di un referendum abrogativo dell’intera legge, che aveva consentito la rivalutazione del valore nominale delle quote della Banca d’Italia, ripristinando, così la situazione precedente. Perciò, si sarebbe potuto semplicemente imporre che lo Statuto della Banca centrale venisse rispettato, obbligando i possessori delle quote a disfarsene perché, essendo soggetti privatistici, non potevano essere proprietari di un organismo di diritto pubblico. In questo modo la Banca d’Italia non sarebbe diventata, di fatto, di proprietà straniera.

Passando alla proposta interpretativa sulla custodia e la gestione delle riserve auree, si fa ulteriore confusione. Infatti, la Banca d’Italia ha sempre detenuto, assieme agli altri istituti di emissione, in particolare quelli meridionali, i valori monetati o i lingotti depositati dai cittadini dei vari Stati confluiti nella Nazione. Lo dimostra la circostanza che, allorquando il ruolo di banca centrale e di istituto di emissione fu accentrato in capo alla sola Banca d’Italia, approfittando dello scandalo della Banca Romana, le disponibilità auree furono assegnate per la gestione al Cambital, poi denominato Ufficio Italiano dei Cambi. Se detti valori fossero stati di proprietà della Banca centrale, non avrebbe avuto senso prevedere che gli stessi fossero gestiti da un diverso organismo.

Eppure, nel parere, la Bce, in maniera surrettizia, effettua un’estensione del concetto di riserve valutarie includendovi le riserve auree, in tal modo consentendo una giustificazione al trasferimento delle stesse alla Bce e lasciando solo all’oro residuato in deposito presso la Banca d’Italia il possibile riconoscimento della proprietà allo Stato, esplicitando, peraltro, che detto riconoscimento potrebbe essere interpretato come illegittimo. Invero, l’articolo 127, paragrafo 2, del Trattato stabilisce che tra i compiti da assolvere tramite il Sebc vi è la detenzione e la gestione delle riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri e non l’oro, che non è valuta estera. Ma per realizzare l’accostamento, il parere ricorre all’articolo 31 dello Statuto del Sebc e alla nota esplicativa predisposta dai proponenti la proposta di legge sulla proprietà delle riserve auree, affermando che si fa riferimento alle attività di riserva in valuta estera che restano alle banche centrali nazionali dopo il trasferimento alla Bce.

A tal proposito, in questo modo le riserve auree diverrebbero surrettiziamente e transitoriamente di proprietà della Banca d’Italia per farle conferire alla Bce e soltanto la parte residua verrebbe lasciata nella disponibilità della disciplina legislativa.

Nel parere espresso dalla Bce, a pagina 9, nota 33, si afferma: “L’articolo 30 richiede a tutte le BCN, compresa la Banca d’Italia, di trasferire un determinato ammontare di riserve in valuta estera, tra cui riserve auree, alla Bce, in proporzione alla loro quota di partecipazione al capitale della Bce”.

Ma il citato articolo 30 non fa alcun riferimento alle riserve auree, bensì alle riserve in valuta. L’estensione alle riserve auree costituisce un’interpretazione attribuibile esclusivamente alla Bce, con la quale si è consentito di procedere a una surrettizia espropriazione delle ricchezze degli italiani per colmare le enormi perdite accumulate, nella fase di costituzione della banca centrale, quando non si era nemmeno sicuri se l’Italia sarebbe stata accolta nell’Unione europea.

Proprio prima di quegli anni fu predisposta in Banca d’Italia una politica di acquisto di oro e fu conferita evidenza contabile all’oro presso di essa depositato, approfittando delle leggi agevolative di rivalutazione degli attivi.

In pratica, le due proposte e il parere inducono a ipotizzare che verosimilmente sia stato avviato un processo preordinato al raggiungimento di uno scopo, per qualche motivo non dichiarabile, volto a modificare per successive tappe la realtà dei fatti.
Del resto, sono numerosi gli approfondimenti sull’operato delle banche centrali che hanno portato a valutazioni negative, soprattutto per l’azione particolarmente penalizzante sui risparmi degli italiani, quelli più sostanziosi in area euro: qualunque emissione di nuovo denaro da parte del Sebc determina una proporzionale appropriazione dei risparmi in euro.
Per far capire questa affermazione ipotizziamo che il valore dei nostri risparmi finanziari sia pari a 10.000 miliardi di euro e che l’emissione monetaria totale della Bce abbia lo stesso importo; qualora la Bce, per i poteri aad essa conferiti, aumentasse la sua emissione tra i vari canali, compreso il Quantitative easing, raddoppiandoli a 20.000 miliardi, ciò causerebbe una riduzione dei nostri risparmi da metà a un terzo del totale.

Questo stillicidio, unito ad altri provvedimenti, come il bail-in, costituisce un elemento fortemente penalizzante del quale nessuno appare consapevole e i soggetti responsabili delle decisioni non fanno nulla per dimostrare che non ci sia una concatenazione tra gli eventi per evitare di alimentare ipotesi di complottismo.

Per dimostrarlo basterebbe restituire pro quota ai risparmiatori italiani quello che “elegantemente” è stato sottratto, ma che invece è stato trasferito ai debitori privati europei, ovviamente non italiani, attraverso il famoso spread a cui siamo sistematicamente sottoposti.

(1 – continua)