L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 28 giugno 2017

Immigrazione di Rimpiazzo - Ius soli - il papa lavora per distruggere l'identità nazionale

IL PAPA GESUITA E UNA VENDETTA RITARDATA

27 giugno 2017


Qualcuno che leggerà questo scritto vorrà attribuire certe mie opinioni, o quelle che gli sembrerà di scorgervi, alla mia età, all’essere oramai “uno di altri tempi”. Faccia pure, ma cerchi di non farsene un alibi per una distrazione rispetto a ciò che scrivo che è, invece, tipica di “questi tempi”.

E, se anche sia d’assai poco rilievo il fatto che io risenta o meno di pregiudizi “del mio tempo”, dirò subito che nel “mio tempo”, che non è il secolo XIX ma, più o meno, la seconda metà del XX, il cosiddetto pregiudizio anticlericale ha toccato il minimo della sua presenza, fino, di fatto, a scomparire. Ma, di fronte a certi interrogativi che la storia impone, la ragione e lo spirito umano non possono certo segmentarsi in pregiudizi e giudizi, valutazioni, constatazioni.

Ma veniamo al dunque. Senza pregiudizi, starei per dire. C’è qualcosa nel populismo moralistico di Papa Bergoglio che mi pare sia fatto pesare soprattutto e, anzi, specificamente, sull’Italia. Bergoglio è argentino. L’origine italiana credo abbia lasciato scarse tracce in certi aspetti della sua cultura. Che è cultura gesuitica e sud-americana. Il suo esser gesuita (il primo Papa gesuita) si manifesta nella sua esigenza primaria di compiacere e non contrastare le tendenze e anche i capricci di chi rappresenta il potere e lo detiene e, magari, ne abusa. Una volta i gesuiti ronzavano attorno ai re, alle regine, ai grandi feudatari, ai governatori, mostrando accattivante indulgenza per ottenerne, comunque, la disponibilità e l’acquiescenza. Il gesuita moderno ha preso atto, e questo sembra l’espressione massima della sua “modernità”, che la sovranità è, almeno pro forma (come del resto una volta il potere della regalità), del popolo.

È il popolo che, magari senza apprezzarlo ed intimamente rispettarlo, come una volta accadeva per i più viziosi monarchi, occorre vellicare, assecondare per impadronirsene, da confessori, come un tempo, o da predicatori e padroni dei media oggi. Ecco, dunque, la tradizionale radice gesuitica del populismo di Bergoglio. Che però ha una carica particolare, anti-Usa e anti-Europa che è propria dei sedimenti della cultura e dello spirito politico latino-americano. Direi, non senza una grossolanità che non mi disconosco: ecco la chiave della politica di Papa Francesco verso l’Italia. Ché una “politica italiana”, per quanto un po’ sgangherata, il Vaticano ce l’ha, anche se non la lascia a divedere come al tempo dell’“unità politica dei cattolici”.

E si vede a proposito della pesante pressione che da parte vaticana si fa sulla questione dei migranti afroasiatici. La chiesa cattolica di Papa Bergoglio è per un’apertura illimitata all’invasione, per un’accoglienza che è un non senso di un Paese pieno di ristrettezze economiche, di condizionamenti, di problemi culturali, in un equilibrio instabile dell’economia e, quindi, dell’occupazione dei lavoratori, con incrinature pericolose, per quanto stupide e inconcludenti, della sua identità nazionale. Dopo aver predicato una “accoglienza” che equivale apertura delle porte ad un’invasione tumultuosa, ora la chiesa bergogliesca pare che voglia fare sentire il suo peso sulla questione del cosiddetto Ius soli. Che, è il caso di rifletterci, non ha magari tanta incidenza sulla condizione dei migranti-invasori, quanto ne ha per i suoi effetti destabilizzanti sulla sorte della comunità nazionale italiana, sulla sua identità e sul concetto stesso di Popolo e di carattere nazional-popolare fondamento della Repubblica.

L’intervento del Vaticano e della Chiesa in tale questione esula dal magistero morale e caritativo. È un vulnus alla stessa entità dello Stato, ben più in là del superamento di quei limiti di reciproco rispetto e convivenza, specie in regime concordatario quale quello preteso dal Vaticano. Si direbbe che stia venendo fuori, guarda caso sotto il pontificato di Bergoglio, ritenuto il più “avanzato” e lontano dalle vecchie concezioni temporalistiche e paratemporalistiche, di una sorda indifferenza, se non di un’aperta ostilità all’Italia come Stato. Può sembrare un’assurdità, ma non è passato troppo tempo da quando l’Unità Italiana, lo Stato nazionale, che era, poi, nient’altro che il Risorgimento, venivano esplicitamente condannati come frutto di una “sacrilega” sopraffazione dei diritti della Chiesa.

Certo è che l’onere catastrofico dell’“accoglienza” dell’invasione viene preteso quale obbligo morale da noi e non, magari da Stati e società che hanno altre risorse e possibilità di provvedervi. Non mi risulta che la Chiesa cattolica osi chiedere che so, al Canada, di aprire i cancelli all’emigrazione messicana e latino-americana. E, semplicemente che dalla Chiesa si pretenda da altri quel che si pretende e si vuole imporre all’Italia. Colpa, certo di una nostra classe dirigente nutrita del sentito dire di bolse elucubrazioni sinistrose e, anch’essa, di una scarsa sensibilità per molti dei complessi valori che fanno degli abitanti di un Paese un popolo ed una nazione.

Siamo dunque in presenza, per mano e mente gesuitica, di una vendetta ritardata, il famoso piatto mangiato freddo, per la “sacrilega” ascesa dell’Italia a Nazione? Sembrerebbe, lo ammetto volentieri, sciocchezza impossibile. Ma il dato obiettivo di un’opera assidua la quale proprio nei nostri confronti la Chiesa, ora che ne è a capo, non dimentichiamolo mai, proprio un Gesuita, finisce per minare aspetti essenziali della nostra identità non è certo il giudizio di un vecchio d’altri tempi. Che altre siano le ragioni di questo “privilegio” di menti cristiane che la Chiesa vuole farci acquistare proprio a noi non mi pare abbia spiegazione più attendibile.

La Rai continua imperterrita a non fare servizio pubblico, milioni di disoccupati sono in attesa di lavoro

L'esagerazione della Maggioni: "Fazio salva 13mila posti di lavoro"

La presidente Rai Monica Maggioni difende il "pupillo" Fabio Fazio. Arrivando a ipotizzare che senza di lui la Rai potrebbe fallire (o quasi)

Angelo Scarano - Mar, 27/06/2017 - 17:54

Rimanendo alla Rai Fabio Fazio salva migliaia di posti di lavoro. Parola di Monica Maggioni pronta a difendere a spada tratta il giornalista - fresco di rinnovo multimilionario - davanti alla commissione di Vigilanza Rai.


"Su Fazio questo Cda non avrebbe potuto caricarsi dell'onere di dire che andava alla concorrenza", ha detto la presidente Rai, "Io non ho visto il contratto che la concorrenza gli aveva offerto. In fondo chi è che ti fa vedere una cosa del genere? Non ho dubbi, comunque sul fatto che quel contratto esistesse e che fosse già nel punto di caduta".

E poi aggiunge: "In ogni caso io non posso fare a meno di pensare che c'è un'azienda e che ci sono 13mila dipendenti e che uno scossone in termini di ascolto molto significativo a un'azienda di questo tipo, all'interno di quel sistema e di quei bilanci si poteva tradurre in problemi seri e sistemici per l'azienda. E questo noi non ce la siamo sentita di affrontarlo".

Pur ammettendo che probabilmente il rinnovo non è "la scelta migliore", sottolinea che "non è la cosa migliore nemmeno lavorare costantemente come piccioni con un mirino disegnato sulla schiena". "Non è esattamente la condizione migliore", dice la Maggioni, "È il ruolo che ci è dato. Lo facciamo e cerchiamo di farlo al meglio. Qualche volta lo faremo bene fino in fondo e qualche altra volta no. E di questo avranno modo di lamentarsi i cittadini".

Mobilità insostenibile - sciatterie, menefreghismo, irresponsabilità queste danno cancellazione e ritardi

Treni e disagi, ora alza la voce anche il sindaco di Sondrio

Alcide Molteni ha scritto a Trenord, Rfi e Regione Lombardia per rappresentare i problemi del territorio

di S.Z.
Pubblicato il 27 giugno 2017 ore 14:20

Il sindaco Alcide Molteni

Sondrio, 27 giugno 2017 - “La mobilità ferroviaria sta purtroppo caratterizzando in modo negativo il nostro territorio: frequenti, infatti, sono le cancellazioni o i ritardi, fattori che causano disagi e malcontenti. L’insicurezza di andare o tornare da Milano entro i limiti di tempo accettabili è un dato che mette in discussione la scelta di utilizzare il treno, creando disaffezione verso questo mezzo e causando una serie di problemi come l’aumento del traffico e dell’inquinamento". Così il sindaco di Sondrio, Alcide Molteni, che interviene in merito ai disagi sulla linea ferroviariaTirano-Milano. 

"Il nostro territorio regionale da molto tempo sta mettendo in atto azioni volte a ridurre l’inquinamento atmosferico: mettere i cittadini nelle condizioni di non usare il treno riporta ovviamente indietro sui passi avanti fatti e, in aggiunta, in un luogo come il nostro, dove la natura e la sua tutela dovrebbero essere tra le attrattive principali, questo risulta ancora più problematico - prosegue -. Criticità, queste, che si riversano in modo negativo sulla mobilità quotidiana, ma anche sul turismo e sui collegamenti tra il capoluogo di regione, il lago di Como e la Valtellina. Per tutte queste ragioni ho inviato all’Amministratore delegato di Trenord, all’assessore alle Infrastrutture e Mobilità della Regione Lombardia e alla Direzione territoriale produzione di Milano di Rfi una lettera in cui segnalo e rimarco queste situazioni di disagio, nella speranza che ciascuno, per quanto di competenza, effettui gli interventi necessari ad assicurare un miglior trasporto ferroviario”.

Nonostante questo, noi amiamo l'Italia e cercheremo di preparare la nostra terra per i nostri discendenti

Niente tasse e prezzi la metà rispetto all'Italia: il paese dei sogni nel racconto del giornalista famoso

Paolo Ziliani, volto di Mediaset Sport celebre per le sue pagelle, ha deciso di trasferirsi in Portogallo da pensionato. La sua testimonianza è uno stimolo a preparare la valigia

Paolo Ziliani e alcune immagini di Cascais (foto di Dagospia)

di Wa. Ci

Spiagge libere, pesce appena pescato, frutta e verdura a km 0. Tutto a metà prezzo rispetto all’Italia. E soprattutto niente tasse. Il paradiso terrestre esiste davvero. Ed è a poche ore di volo da noi. 

La testimonianza di un famoso giornalista fa scattare la voglia di preparare la valigia e trasferirsi in Portogallo. Paolo Ziliani, volto noto di Mediaset sport che ha deliziato i telespettatori con le sue pagelle ironiche e pungenti, ha deciso di trasferirsi a Cascais, città dell’Oceano a 25 km da Lisbona. Qui trascorrerà, da pensionato, gran parte dell’anno. 

Una scelta che lui stesso ha raccontato sul Fatto Quotidiano e possibile grazie a una legge italiana del 14 maggio 1980. Prima di tutto occorre trascorrere almeno 6 mesi in Portogalloper ricevere la pensione senza il 37% di trattenute dello Stato italiano. “Dopodiché – scrive Ziliani - per libera decisione del Portogallo, non verserò alcuna tassa per un periodo di 10 anni”. L’aspetto economico è importante quando si decide di lasciare il proprio Paese. Ma non è legato solo alle tasse inesistenti. A Cascais si spende la metà rispetto all’Italia. 

“A partire dal mangiare – assicura il giornalista. Scopri ristoranti, generalmente piccoli ma da sogno. Con mia moglie e mio figlio pranziamo spendendo 25 euro in tre. Essendo Cascais una città di mare, i ristoranti di pesce abbondano. Polipo, freschissimo, cozze, il pesce che vuoi, te lo pesano e ti dicono il prezzo, dopodiché lo cucinano nel modo scelto da te. Ti diverti, persino”. 

“Sempre nella piazza del mercato, mercoledì e sabato c'è il mercato della frutta, della verdura e dei fiori. I prezzi sono la metà di quelli italiani. Come il pane. E come i taxi. E le spiagge, che peraltro per 4/5 sono libere. Nel bagno più costoso, quella della spiaggia di Conceiçao, un mese di ombrellone a luglio e agosto costa 600 euro (150 a settimana) quando nel bagno meno rinomato a Forte dei Marmi te ne chiedono 1.500”. 

Le pagelle di Ziliani continuano con l’esaltazione della qualità di vita di questo lembo occidentale dell’Europa che va oltre l’aspetto economico. “Il clima è mite, la gente che passeggia è vestita leggera anche a marzo. La città di Cascais è poi splendida: inondata da una luce indescrivibile e rinfrescata dalle acque dell'Oceano che respiri in ogni momento a pieni polmoni”. 

All'interno ho scoperto un parco lussureggiante, il Marechal Carmona, sempre aperto al pubblico, con alberi secolari, sentieri, laghetti, ombreggiatissimo, popolato da ogni tipo di uccelli, pavoni, galli, germani, e disseminato di sgabelli e sdraio che puoi portare dove ti pare, un luogo incantato, immerso nella frescura e nel silenzio. Quando non mi va di prendere il sole, vengo qui e leggo e penso e mi rilasso”. 

Ma c’è anche l’elevato senso civico dei cittadini che colpisce Ziliani. “Un'altra cosa che mi ha stupito è la pulizia: delle strade (non c' è una carta per terra), delle case (non c' è una scritta su un muro), di ogni luogo. Capisci che il bene pubblico è considerato qui, da tutti, un valore primario, un dovere individuale”. 

Ora Ziliani aspetta solo che la moglie lo raggiunga per questa nuova avventura in una terra meravigliosa. Ma intanto stila altre pagelle delle sue. E questa volta boccia l’Italia. “Qui esco la mattina e sento parlare inglese, francese, tedesco, olandese, svedese, russo, italiano. Succede perché abitare qui è davvero bello, non è costoso e la gente si sente accolta. L' Italia avrebbe tutto per fare come il Portogallo. Invece, fa venire voglia di andare via”.
27 giugno 2017

Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca - Il privato è migliore, si intasca i soldi facili e cede le perdite al pubblico. E' il Mercato bello!

ATTUALITA' giugno 27, 2017 posted by Ilaria Bifarini

Banche Venete. Prestiti allegri e controlli indulgenti.


E’ la storia dell’ennesimo fallimento bancario, con annesso salvataggio statale, un fenomeno per nulla nuovo nel sistema finanziario internazionale odierno. Solo qualche settimane fa il caso omologo di Banco Popular, acquisito anch’esso al prezzo simbolico di un euro da Banco Santander. Ma, al di là del prezzo figurativo comune, la differenza è sostanziale: mentre Banco Santander ha rilevato in toto le attività della banca fallita, compresi i crediti inesigibili, Banca Intesa selezionerà le attività che vuole acquistare di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza.

Come spiega il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, con il provvedimento tempestivamente approvato dal Governo che dà via al piano di salvataggio, verranno a crearsi due istituti, una “bad bank” e una “good bank”. La parte “buona” è stata dunque offerta a Banca Intesa, mentre la parte “cattiva”, ossia quella tossica, comprensiva delle sofferenze e dei crediti deteriorati, sarà a gestione statale, con un impegno economico complessivo di 17 miliardi, di cui 5,2 stanziati immediatamente dalla Stato. D’altronde, assicura Padoan, “non c’erano alternative, solo spezzatino”. Più morbide le parole del premier Gentiloni nel mostrare il pieno appoggio a un provvedimento che permetterebbe di “risanare il sistema in un momento in cui il suo stato di salute è cruciale per la ripresa” e di evitare un “fallimento disordinato”.

Con il piano messo in atto verranno salvaguardati sia i lavoratori delle due banche, che saranno così assorbiti nel personale del gruppo Banca Intesa (nata dalla recente fusione di San Paolo e Banca Intesa), che i correntisti – spergiurato il caso di bail-in – e gli stessi creditori senior.

Ma come si è creata la voragine di bilancio che ha portato al fallimento dei due istituti veneti?

Le 340 pagine dell’atto di citazione depositate al Tribunale di Venezia dai legali della Banca Popolare di Vicenza contengono una ricostruzione dei tanti esempi di mala gestione perpetrati dall’istituto nel tempo.

A partire dallo sciagurato investimento di 350 milioni in tre fondi lussemburghesi, con investimenti in titoli illiquidi e ad alto rischio, in gran parte bond emessi da clienti già fortemente esposti con la banca e a basso merito creditizio. Per non parlare della politica dei prestiti allegri, di cui hanno usufruito non solo clienti d’eccezione con scarsa capacità di solvibilità, ma le stesse società che fanno capo a Zonin, attivo in particolare sul settore vinicolo. Ancora nel 2016, nonostante l’evidenza del disastro finanziario in cui versava l’istituto veneto, il suo patron ha attinto per i propri affari ben 48 milioni di euro.

Abile e lungimirante è stata la politica di scelta dei vertici messa in atto dal presidente Zonin. A capo dell’Audit della banca Luigi Amore, il funzionario della Vigilanza di via Nazionale, che ha firmato la prima verifica di Bankitalia del 2001. Assunto come addetto della Segreteria generale dell’istituto, lo stesso ruolo che aveva ricoperto in Banca d’Italia, Mario Sommella. Alle relazioni istituzionali Gianandrea Falchi, già membro della segreteria sempre di Bankitalia. Una selezione del personale direttivo a dir poco oculata!

Non è stato altrettanto avveduto il patron di Veneto Banca, Consoli, anch’egli al comando dell’istituto veneto per un ventennio, ma finito dritto in galera nell’agosto scorso, per ostacolo alle autorità di vigilanza e aggiotaggio.

A portare la gemella veneta al disastro, un’analoga dissennata gestione, della cui politica dei prestiti facili hanno beneficiato sia grandi gruppi aziendali, tra cui Alitalia, il gruppo Boscolo, l’Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone, che esponenti politici, tra cui l’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan che Denis Verdini, che dalla banca già in dissesto finanziario ottenne nel 2012 un fido milionario per i debiti delle sue società editoriali e immobiliari.


Un ventennio di politiche allegre e spregiudicate hanno portato al disastro finanziario le due banche venete, con il complice silenzio assenso di controllori e vigilanti istituzionali.

Ora è arrivato il conto: 17 milardi. A pagarlo, checchè ne dicano i nostri politici e malgrado la propaganda della rassicurazione, saranno ancora una volta i cittadini. Come già successo con i fallimenti delle banche greche, ma anche delle “virtuose” tedesche, verrà messo in scena l’ennesimo atto della trama neoliberista: “mascherare la crisi da debito privato delle banche come una crisi da debito pubblico degli Stati.” (Luciano Gallino docet).

D’altronde, come ha ammesso lo stesso Barroso, la UE ha già speso ben 4 trilioni di euro per salvare gli istituti finanziari europei. E’ il finanzcapitalismo, il nuovo socialismo per i ricchi.

martedì 27 giugno 2017

Siria - l'esercito siriano consolida le sue posizioni

Siria, avanzano le forze del Governo

Mosca preme per l'aiuto delle repubbliche dell'Asia centrale
di REDAZIONE VIDEO / S.F. 26 giugno 2017 11:15


L’esercito siriano continua ad avanzare nella provincia di Homs e nelle zone orientali del Paese, vicino al confine con l’Iraq, scontrandosi con le forze del Califfato e fortificando la loro posizione nelle vicinanze degli eserciti ribelli sostenuti dagli Stati Uniti e dalla Coalizione internazionale.

Turchia, Russia e Iran intendono inoltre aumentare la loro presenza nelle zone di ‘de-escalation’ imposte da Mosca a maggio nei colloqui di Astana. «Saremo probabilmente più presenti nella regione di Idlib, con i russi. Iraniani e russi presidiano la zona di Damasco. Stiamo pianificando un meccanismo per coinvolgere americani e giordani nel meridione della regione di Daraa», ha affermato Ibrahim Kalin, portavoce di Ankara.

Mosca tenta anche di esercitare la sua influenza sulle vicine ex-repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale: il Cremlino ha chiesto a Kazakhistan e Kirgistan di contribuire alla campagna siriana. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), sostenute dagli Stati Uniti, continuano ad avanzare da sud verso Raqqah, occupando territorio precedentemente in mano allo Stato Islamico.

Video tratto dal canale Youtube ‘Southfront‘

26 giugno 2017 - Alberto Bagnai - Crisi Bancaria: cause e soluzioni mancate.

26 giugno 2017 - Caffè Bollente (Teletruria) _ 2° intervento di Simone Gali...

Gentiloni raglia e i 250 milioni di utili previsti potevano essere dello Stato con la nazionalizzazione, gli asini l'avrebbero detto al governo se questo si fermava ad ascoltarli

Salvataggio banche venete, Gentiloni e Gros Pietro negano il "regalo a Intesa Sanpaolo". Per gli analisti, però, è

Per il premier "l'intervento è doveroso"..."Responsabili del dissesto devono pagare". Il banchiere sottolinea che "ci facciamo carico di 20-30 miliardi"

26/06/2017 11:42 CEST | Aggiornato 26/06/2017 12:11 CEST

THIERRY CHARLIER VIA GETTY IMAGES



Parole d'ordine: "Nessun regalo". Le dichiarazioni del Governo e di Intesa Sanpaolo sull'operazione di salvataggio delle banche venete convergono nello smontare ogni interpretazione di un accordo a tutto vantaggio di Ca' de Sass. La lettura di molti analisti vede un impatto positivo del deal per Intesa Sanpaolo.


GENTILONI: "INTERVENTO LEGITTIMO, DOVEROSO, NON È UN REGALO" - Chi sostiene che il decreto per il salvataggio delle banche venete sia un regalo ai banchieri "fa cattiva propaganda", ha detto Paolo Gentiloni. "Sarebbe singolare" se lo Stato non intervenisse per "farsi carico dei problemi che possono intervenire nelle nostre imprese e banche", ha aggiunto il premier, parlando di intervento "non solo legittimo, ma doveroso", rivolto "non certo ai responsabili del dissesto, ma ad altri: ai 2 milioni di clienti, alle pmi, alle economie del territorio". Gentiloni ha aggiunto che è stato deciso di "stanziare 5 dei 20 miliardi" del decreto SalvaRisparmio "all'intervento sulle banche venete e mi auguro che una gestione dei crediti deteriorati assennata ci consenta di recuperarli in tutto o in parte nei prossimi anni. Dipenderà anche dall'andamento dell'economia". Il premier poi si scaglia contro i responsabili dei dissesti bancari: "Chi ha provocato negli ultimi 10-15 anni le difficoltà enormi delle due banche naturalmente deve pagare".


"NESSUN REGALO, INTESA SI FA CARICO DI CIRCA 30 MILIARDI" - Parla Gian Maria Gros Pietro, presidente di Intesa SanPaolo, sottolineando che l'operazione non è un regalo, come certifica anche Bruxelles. "L'intervento dello Stato non è a vantaggio di Intesa - spiega - ma solo a pareggio degli oneri. Per questo la Dg Comp europea dice che non c'è distorsione della concorrenza". La banca infatti "prende a suo carico depositi e obbligazioni senior delle due banche venete, parliamo di circa 20-30 miliardi. Il prezzo di un euro è un prezzo simbolico. In realtà, le attività che noi riceviamo non sono in grado di coprire l'impegno che prendiamo". A fronte di questo "i debiti che queste due banche hanno non vanno a carico dei contribuenti. Se ci fosse stata una risoluzione in qualche modo i costi si sarebbero potuti ribaltare o sulle banche sane, quindi di nuovo sul sistema economico, o sui contribuenti". Dunque, ha sostenuto il manager, i piccoli contribuenti "possono stare tranquilli" anche perché "viene scongiurato l'effetto domino". Quanto al tema degli esuberi Gros Pietro afferma che l'obiettivo è quello di giungere a uscite volontarie. "Siamo convinti che sia possibile ricondurre l'organico a una situazione che si raggiunge senza licenziamenti imposti", ha concluso.


ANALISTI PARLANO DI "HAPPY END" - Gli analisti promuovono l'operazione di Intesa Sanpaolo su Popolare di Vicenza e Veneto Banca perché faciliterà la conclusione del dossier Mps ed è comunque una buona operazione per il gruppo guidato da Carlo Messina. "Reputiamo molto positivamente la soluzione sia per Intesa Sanpaolo che per il settore bancario in quanto si risolve la crisi delle banche venete e si liberano i fondi necessari ad Atlante per acquistare Npl di Mps e permettere la ricapitalizzazione precauzionale di Mps", scrivono gli analisti di Intermonte. "Ci sembra che i termini dell'intervento siamo ancora più favorevoli per Intesa Sanpaolo di quanto ipotizzato finora" è il commento di Equita, secondo cui "l'intervento è più diretto e non richiede creatività contabile come avevamo ipotizzato". Anche per il Credit Suisse "questo è un happy end" per le banche italiane "in quanto rimuove il rischio sistemico e soprattutto per Intesa Sanpaolo, che ha potuto selezionare dei buoni asset gratuitamente". Secondo gli analisti della banca elvetica, "l'operazione dovrebbe avere un impatto positivo sull'utile per azione dal 2018,senza escludere qualche potenziale limitato rischio di downside sul 2017. Comunque, non c'è rischio per i dividendi". L'acquisizione, secondo le stime di Mediobanca Securities, porterà a Intesa Sanpaolo 250 milioni di utili entro il 2020, con un aumento del 6% del'utile per azione atteso, non pesando su patrimonio e dividendi, e senza contare la forza commerciale che l'istituto potrà avere in Veneto avendo una quota di mercato del 30%.

Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza - come sempre il dio Mercato è stato sconfitto, come sempre il pubblico provvede a riparare il malaffare fatta dai ricchi privati che puntualmente non pagano mai. Il Sistema mafioso massonico continua a dettare legge

FINANZA E POLITICA/ Dal crack delle Popolari venete tutti sconfitti: anche gli eurocrati

La liquidazione delle Popolari venete è una sconfitta per tutti: per il sistema-Italia ma anche per la pretesa degli eurocrati di governare mercati finanziari e fisco. NICOLA BERTI

26 GIUGNO 2017 NICOLA BERTI

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (LaPresse)

Diciannove mesi fa - era fine novembre 2015 - il Consiglio dei ministri si riunì brevemente di domenica per decretare il fallimento pilotato di quattro banche (Etruria, Marche, ecc.). Sul Sussidiario scrivemmo (fra poche voci) che la mossa del governo non convinceva per nulla: che era a un tempo tardiva e affrettata, che la distruzione di fiducia prodotta dal provvedimento di risoluzione dentro e attorno il sistema bancario italiano prometteva solo di aggravarne i problemi. Oggi non ci sentiamo di commentare diversamente l'ennesimo decreto domenicale dell'esecutivo sul fallimento pilotato di Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Pesa anzitutto l'aggravante di non aver fatto minimo tesoro dalla lezione delle risoluzioni del 2015. La prima e più importante era e resta che le banche decotte vanno fatte uscire dal sistema appena possibile, non il più tardi possibile. Lo ha ripetuto nelle ultime Considerazioni finali il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco: forse per rammentare che di lui - capo della vigilanza nazionale e membro del consiglio Bce - a fine 2015 (e anche dopo) veniva pregiudizialmente ignorato dal premier Matteo Renzi e dal ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan.

È vero peraltro che la situazione via via più problematica della Popolare di Vicenza era ben nota in via Nazionale fin dal 2001. Ma è vero anche che dal 2002 l'ex dominus della Vicenza - Gianni Zonin - è stato anche nel mirino della magistratura, ma per certi versi anche sotto una paradossale protezione. Sono quasi due anni che Zonin è sotto indagine da parte della Procura di Vicenza (solo per ostacolo alla vigilanza) e mentre il crac della banca ha presentato via via conti a dieci zeri in euro ai vecchi azionisti, alle banche e fondazioni salvatrici di Atlante e ora anche ai contribuenti, il principale responsabile è sempre stato libero: anche di mettere in salvo i suoi beni privati. (Nei prossimi giorni uscirà un libro estremamente inquietante, scritto da Cecilia Carreri: una magistrata che quindici anni fa fu chiamata a indagare su Zonin e la Vicenza, ma - racconta - venne sistematicamente sabotata dai suoi superiori).

Una seconda lezione indubbia può suonare perfino ovvia: in Italia (ma non solo) l'attività bancaria non riesce mai a tenersi a distanza di braccio dal momento politico. È stato così, nella Prima Repubblica, per il vasto sistema del credito pubblico, dominato dalla Dc e poi anche dal Psi. È stato così per il Montepaschi, andato in dissesto come struttura quasi interna al pci-Pds-Ds, ma anche per Banca Etruria, crollata non prima di essere entrata direttamente nel "giglio magico" di Renzi. Certamente colluse con la politica sono state le due Popolari venete: operanti in territori permeati dalla Lega Nord, ma attratte nondimeno da circoli di potere della Seconda Repubblica (nel "cerchio magico" di Zonin era entrato l'ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio e fra i beneficiari di crediti larghi c'era il costruttore romano Alfio Marchini). (sempre lui e non solo, la montagna di soldi li danno sempre agli stessi che non restituiscono niente)

Il fallimento di Vicenza e Veneto (già trasformate in Spa) rende definitivamente obsoleto il modello delle vecchie Popolari e - per certi versi - sembra dare ragione a posteriori alla controversa riforma-blitz decisa dal governo Renzi all'inizio del 2015. Ma la crisi del credito cooperativo - grande e piccolo - viene da più lontano: dalla pressione di lungo periodo esercitata dalla finanza globalizzata e mercatista su tutte le forme di intermediazione bancaria, soprattutto quelle storiche dell'Europa continentale. Le Popolari venete - non diversamente dall'Etruria - sono le ultime vittime eccellenti della violenta contaminazione di un oligopolio finanziario che ha voluto sostituirne altri, e ci è riuscito grazie a un affermazione di natura politico-culturale tradotta in radicali cambiamenti di regole.

La direttiva Brrd (correntemente conosciuta come "bail in") è una delle riforme varate dall'Ue dopo la crisi finanziaria precipitata nel 2008. Quella sui "fallimenti ordinati" non è stata l'unica e forse non la più importante all'interno della nuova Unione bancaria. Certamente ha mostrato tanti limiti quanti ne ha evidenziati quella degli stress test: dei criteri di vigilanza affidati in via centralizzata alla Bce. Se i parametri di supervisione hanno costantemente penalizzato - discriminato - i sistemi bancari deboli, indebolendosli sempre di più, al suo primo, vero banco di prova, il "bail in" si è dimostrato poco utilizzabile, se non inservibile.

Come ha avuto buon gioco nel sottolineare da Chicago Luigi Zingales, la liquidazione delle Popolari venete non è avvenuta "secondo le regole europee": ma con un éscamotage, negoziato in via politica, che ha consentito al'Italia di utilizzare le vecchie regole nazionali. Qualcuno la considererà una "piccola vittoria" del governo Gentiloni (che giovedì volerà a Berlino dalla cancelliera Angela Merkel) e forse lo è: anche se probabilmente andrà presto ad accumulare il debito politico di Roma verso la nuova Europa franco-tedesca. Sicuramente è una sconfitta - vedremo quanto grande - per gli eurocrati sparsi: che hanno avuto lo scalpo di due medie banche italiane, ma hanno visto mettere strutturalmente in discussione la pretesa di egemonia burocratica su mercato e fisco.

Marcello Foa - Salvini è stato l’unico leader nazionale a spendersi in prima persona nella campagna elettorale, andando più volte sul territorio, anche in città molto piccole, a sostenere i candidati del centrodestra

Gli italiani: Renzi go home, again! E il vincitore è Salvini

27 giugno 2017
Marcello Foa


Il centrodestra ha stravinto le elezioni comunali italiane, oltre ogni previsione. E il primo messaggio che gli italiani hanno lanciato è molto chiaro: Renzi go home. Anzi, Renzi go home, again. Perché è la seconda volta nell’arco di sette mesi che lo lanciano e con pari forza.
Nel dicembre scorso sconfiggendolo sonoramente al referendum, ora bocciando il governo gestito dal suo protetto, l’impalpabile e insignificante Gentiloni, ma anche il suo modo di far politica, la sua persona, il suo rimangiarsi sempre le promesse (Ricordate quando disse: se perdo il referendum lascio la politica?), pensando che gli altri, e innanzitutto gli italiani, siano una manica di ingenuotti da incantare (ma forse dovremmo dire imbonire) a piacimento.

Renzi e il Pd sono gli unici veri perdenti di queste elezioni, per le loro scelte politiche così distanti dalle aspettative degli italiani. Immigrazione fuori controllo, ius soli, Banca Etruria, gestione del fallimento delle banche, disoccupazione alle stelle, nuove tasse, gestione autoritaria della vicenda dei vaccini: il disastro è assoluto.


Per contro Salvini è il vero vincitore di queste elezioni e per una ragione molto semplice: è stato l’unico leader nazionale a spendersi in prima persona nella campagna elettorale, andando più volte sul territorio, anche in città molto piccole, a sostenere i candidati del centrodestra.

Berlusconi si è manifestato solo tre giorni fa, fiutando la vittoria, troppo tardi e in modo troppo opportunistico. Salvini, invece, ci ha messo la faccia, ci ha creduto, ha fiutato il malessere degli italiani ed è stato premiato. Ha dimostrato che il centrodestra, quando è unito, riesce ancora vincere e che non è “Berlusconi centrico”. Ora la parola passa al Cavaliere. Le elezioni nazionali sono alle porte: che cosa vuole Forza Italia? E’ quella del governatore della Liguria Toti o di chi crede nel Patto del Nazareno?

Quanto al Movimento 5 Stelle, praticamente assente al ballottaggio, questa elezione segna la prima vera sconfitta politica degli ultimi cinque anni. Ho l’impressione che risenta dell’assenza di Gianroberto Casaleggio, il quale perseguiva una strategia ed era in grado di gestire il Movimento. La sua mano non c’è più e si sente. In una certa misura i 5Stelle hanno perso la loro verginità o, meglio la loro unicità: gli scandali della giunta Raggi e i recenti fatti di Torino, che hanno appannato l’immagine della Appendino, nonché le sempre più evidenti spaccature fra le due anime del partito lo fanno apparire come un Partito simile agli altri.
Questo non vuole dire che sia finito: a livello nazionale resta forte e in grado di intercettare il voto di protesta giovanile e trasversale, con una forte penetrazione al sud. Ma ha bisogno di uno scatto di reni o forse, più semplicemente, di maturare e di prendere posizioni politiche più strutturate e durature.

Di certo dopo questo voto, le elezioni politiche diventano sempre più interessanti e l’Italia si trasforma in un laboratorio politico anche a livello europeo, potenzialmente distonico rispetto al recente successo di Macron e a quello molto probabile della Merkel a settembre.

27 giugno 2017 - L'arte della guerra - Strategia NATO della tensione

Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza - lo Stato regala a Intesa tutti gli attivi delle due banche (che ci sono) e si tiene tutta la spazzatura

HANNO REPLICATO L’8 SETTEMBRE. STAVOLTA CON LE BANCHE.

Maurizio Blondet 26 giugno 2017 

Anzi meglio: con il salvataggio delle due Venete, siamo riusciti a replicare insieme l’8 Settembre del ’43 e Caporetto.

Prima di Caporetto, il governo aveva assicurato gli alleati: “Il nostro fronte tiene, siamo solidamente attestati, non preoccupatevi”, Poi di colpo il fronte italiano si sfalda in una notte, generali e soldati se la squagliano, il crollo militare italiano rischia di far perdere la guerra a tutti gli altri (anche loro hanno i fronti in bilico), e gli alleati devono mandarci di fretta battaglioni per tamponare la falla.

L’8 Settembre, lo sapete: “La guerra continua”, assicurava un disco lasciato alla RAI da Badoglio, mentre se la filava via col re. Solo che la guerra adesso continuava contro l’alleato tedesco, precisava il disco.

Magari non vedete la relazione. Ebbene: il governo Renzi ha accettato davanti alla UE il metodo di salvataggio delle banche chiamato “bail-in” invece del “bail-out”. Bail-in significa che quando una banca fallisce, a perderci tutto sono i padroni, azionisti, detentori di titoli della banca, giù giù fino ai correntisti. Bail-out è quando a pagare per il fallimento di una banca sono i contribuenti, salvando i padroni e colpevoli della bancarotta. Il metodo tradizionale italiota, che accolla al debito pubblico le perdite bancarie, che privatizza i profitti e socializza le perdite.

“Adesso basta bail-out, solo bail-in!”, decretò Berlino, e con lui tutta UE e la BCE: “E’ la condizione che poniamo per avviare una unione bancaria europea”, che fra le altre cose implica la costituzione di un fondo unico di risoluzione dei fallimenti bancari, ossia che i tedeschi si accollano una parte dei rischi bancari nostri. Immaginate con quanta gioia la Germania si piega a questo passo avanti verso più UE. Difatti, Berlino all’Italia: “Ripeto: d’ora in poi, solo bail-in! Avete capito bene? Ne sarete voi degni?”.

Oh sì, badrone, ha giurato a nostro nome il governo italiota: noi accettiamo tutto. “Anche le condizioni più gravose, per farvi vedere quanto siamo europeisti, quanto siamo pronti ad obbedirvi”. Come abbiamo accettato sempre: per esempio abbiamo scritto nella costituzione (la più bella del mondo) l’obbligo di ridurre il deficit al 3% annuo. Un giuramento scolpito nel bronzo, per dimostrare agli europei la nostra volontà d’acciaio di tenervi fede fino alla morte. Potevamo evitarlo, potevamo discutere, invece abbiamo mostrato il nostro zelo legandoci noi stessi la pietra al collo. Anche col Bail-In potevamo trattare condizioni diverse, migliori per la nostra debolezza economica e soprattutto di carattere: invece, abbiamo accettato a scatola chiusa. Abbiamo firmato, ci siamo impegnati alle più dure e spietate condizioni.

Ed ecco che, al primo salvataggio, abbiamo rifatto il bail-out. Abbiamo salvato i padroni delle due banche venete, gli azionisti, gli obbligazionisti, i correntisti accollando il costo- 17 miliardi a tutti gli altri italiani, che pagheremo a forza di mega-finanziarie. L’abbiamo fatto nel modo più losco: il “salvatore, Intesa, ha “accettato” di rilevare le due fallite per 1 euro, ma a condizione che ciò non danneggi il proprio capitale” con l’esigenza di chiedere al mercato aumenti di capitale, il che diluirebbe la proprietà degli attuali padroni di Intesa, e nemmeno diminuisca “i propri dividendi”. Gentiloni e Padoan hanno accettato: lo Stato regala a Intesa tutti gli attivi delle due banche (che ci sono) e si tiene tutta la spazzatura. Anzi, ci aggiunge un 5,2 miliardi di regalo ad Intesa per il disturbo, subito, come anticipo del resto. Il solito modo: arricchire compari, salvare gli amici dalle conseguenze delle loro malversazioni, e impoverire il resto degli italioti. Questo accomodamento costerà a ciascuno di noi, lattanti compresi, un 500 euro di debito in più.

Ma non solo abbiamo violato i nostri impegni verso la santa Europa, firmati solo pochi mesi fa; l’abbiamo fatto in modo, che la cosiddetta Europa ha dovuto ingoiare la violazione. Una serie di furbizie (sicuramente cucinate insieme all’italiano governatore della BCE), troppo lunghe da descrivere (è estate, fa caldo): ma usando una scappatoia nella Bank Resolution and Recovery Directive che abbiamo accettato (quella regola che ci imporrebbe il bail-in) , l’ente che è il futuro fondo unico europeo di risoluzione delle crisi bancarie, il Single Resolution Board, che avrebbe dovuto intervenire ed imporre il bail-in, ha decretato: queste due banchette venete non sono sistemiche, quindi le può trattare il governo italiano, con la sua Bankitalia, come secondo le leggi italiane: ossia mettendoci i soldi del contribuente per salvare i mascalzoni. Per farlo meglio, il governo italiano ha cambiato in 48 ore la legge italiana sui fallimenti (quando vuole, è velocissimo) in modo che la cornice “legale” fosse pronta per l’apertura degli sportelli lunedì.

Quando alla autorità europea, adesso ha accettato una distorsione fatale delle regole, contraria alla razionalità di esse: “Le banche non sistemiche possono essere salvate con i soldi pubblici, mentre la banche sistemiche, le più importanti, devono essere assoggettate al pieno bail-in”.

E Berlino? Ha accettato. Ha fatto finta di essere colto di sorpresa, ma ha dovuto accettare: l’Italia è la Grecia, la Merkel ha di fronte elezioni molto incerte, il governo italiota è parimenti prossimo ad elezioni che perderà, ma non vuole perdere i voti dei 300 mila correntisti veneti delle due banche. Merkel non può permettersi un governo italiota diverso da questo, così servizievole e subalterno, così poco esigente in fatto di sovranità. Berlino ha protestato pro forma, ma è ovvio che deve essere stato informato prima di trucchi nostri e della BCE.


Il punto è che s’è incazzata Madrid: solo una settimana aveva risolto la crisi bancaria del Banco Popular secondo le leggi draconiane europee del bail-in: Santander l’ha rilevata per 1 euro, ma –contrariamente a Intesa – s’è accollata, con impeccabile onestà, i prestiti andati a male del Popular compresi tutti i futuri rischi legali; ha immediatamente richiesto ai mercati un aumento di capitale di 9 miliardi per pagare questo costo. I soldi dei detentori di azioni e obbligazioni del Popular sono stati spazzati via. Dunque Madrid ha ragione: come, noi stiamo alle regole , e gli italiani no? E a loro non succede niente? La prossima volta, anche noi bail-out!

L’effetto sarà il naufragio della Unione Bancaria europea, speranza degli europeisti e di Gentiloni e Padoan. Qualche altro stato accetterà di condividere i debiti bancari degli italiani, così inaffidabili, disonesti e furbi? Come sovranisti ci sarebbe da rallegrarsi, ma è una buona notizia che paghiamo con un costo incalcolabile. Pensate, se per due banche “poco importanti” questa oligarchia ha staccato 17 miliardi nostri, cosa ci farà pagare per le sette od otto fallite da salvare?

“L’aver risparmiato ai proprietari delle due banche italiane fallite la forza e il costo delle nuove regole europee solleva dubbi sulla efficacia dell’Unione bancaria” (WSJ). “E’ una spada nel cuore dell’Unione Bancaria” (Bloomberg). Checché vi dicano, l’Europa ha fatto un passo di più verso la crisi. Grazie alla nostra replica di Caporetto, e al nostro nuovo 8 Settembre.

Ci sarebbe da aprire il capitolo dell’incompetenza del nostro Padoan – e pensare che era il controllore che la finanza internazionale ci aveva appioppato perché restassimo inchiodati al nostro debito, non facessimo cretinate alla Caporettto – e l’incompetenza unita a disonestà degli strapagatissimi elementi di Bankitalia. L’inguaribile assenza di una classe dirigente di nerbo e capacità. Ma è estate, fa caldo ed ho voglia di uscire.

(Ultimo pensiero per gli alleati tedeschi : ma come fate a ricascarci sempre con l’Italia? Non ci conoscete ancora?)

PTV News 27.06.17 - Il lupo (USA) cerca un’altro pretesto per mangiarsi ...

Soros spinge alla liberalizzazione della droga, per far continuare a guardare in maniera sistematica a ognuno il proprio orticello in maniera che lo sguardo non si sollevi al di la della siepe e guardare l'orizzonte

George Soros e il business della droga

ESTERImartedì, 27, giugno, 2017


di Francesco Boezi

George Soros è uno degli influencer comportamentali dei nostri tempi. Se i “valori” propugnati dai movimenti anarchici e libertari degli anni 60′ e 70′, infatti, trovano continuità nell’attuale espressione del sistema capitalistico, abitano anche nelle strategie finanziarie e culturali dell’investitore di origini ungheresi.

Il successore di Allen Ginsberg, il profeta della beat generation, ha preso residenza a Wall Street. E se il ragionamento dovesse apparire paradossale, basterebbe leggersi le analisi di Costanzo Preve sulla contiguità tra la liberalizzazione dei costumi propagandata nel 68′ e l’attuale sistema economico finanziarizzato per capire che, queste analogie, paradossali non lo sono affatto. Oppure seguire le tracce di certi finanziamenti.

Quando il miliardario decise di mettere sul banco una riedizione del Piano Marshall in funzione di un ausilio necessario alle nazioni appena uscite dal comunismo erano gli anni 90′ e tra i messaggi pubblicitari paralleli venne strutturato, appunto, un sostegno alla liberalizzazione delle droghe leggere. Così, una pioggia di soldi venne catapultata nelle tasche delle associazioni a favore della legalizzazione di alcune sostanze stupefacenti. Un costume che Soros ha perpetrato negli anni, il cui conto totale è difficilmente rintracciabile: trent’anni di aiuti indiretti. Chi ha provato a fare una sommatoria, ha dedotto che la cifra sborsata da George Soros per la causa della liberalizzazione, sarebbe pari a 80 milioni di dollari. Niente, per uno che ha un patrimonio stimato di 20 miliardi. Una cifra enorme, però, se si considera lo scopo e i possibili effetti conseguenziali.

Le donazioni di George Soros, come si legge qui, utilizzano canali precisi: la Drug Policy Alliance, anzitutto, un ente no-profit a cui il magnate darebbe 4 milioni di dollari annui, l’ American Civil Liberties Union, altra organizzazione tesa a finanziare iniziative per la per la legalizzazione della marijuana e la Marijuana Policy Project, indirizzata verso gli interventi statali in merito. Ma anche il Lindesmith Center, il Drug Stategies ed una serie di organizzazioni minori. Fu un’inchiesta del Daily Mail a stanare il circuito in questione. George Soros, in fin dei conti, potrebbe apparire anche in questo caso come un filantropo, uno che ha deciso di provare a far sì che l’opinione pubblica evitati di criminalizzare i consumatori abituali, ma a farne il più grande sostenitore diretto di una vera e propria riforma dell’utilizzo della droga nel mondo sono dei dati specifici e delle vicende concrete; negli Stati Uniti ha finanziato tre partite decisive per l’avvallo dell’ideologia antiproibizionista : in California, in Colorado e nello stato di Washington D.C.

Nel primo caso ha contribuito alla campagna referendaria per la regolamentazione fiscale della canapa. Una battaglia elettorale complicata, per cui George Soros stanziò 1 milione di dollari. L’esito elettorale fu sfavorevole, ma il tutto rappresentò comunque un primo passo verso la vittoria della cultura della regolarizzazione dell’uso della marijuana negli States. In Colorado, infatti, Soros e Lewis, suo braccio destro, stanziarono il 67% dei finanziamenti totali finalizzati a sostenere un progetto di legge per omologare la la marijuana all’alcool. Questa volta il 54,8% di chi si espresse votò a favore della proposta. A Washington, infine, i due donarono il 68% dei contributi per la campagna sulla liberalizzazione delle droghe leggere. Il disegno di legge passò col 70% dei consensi. Quando alla marijuana viene associato un approccio legislativo diverso da quello proibizionista, insomma, la firma di Soros sembra essere facilmente rinvenibile.

Ulteriori fonti, poi, sostengono che dietro la strategia del magnate ci sia un disegno scientifico : la rivista Eir ha impegnato un intero numero per dimostrare che George Soros è ” impegnato nella più grande campagna internazionale per la legalizzazione” . Anche ad Harvard, del resto, si fa un gran propagandare sul tema e l’università del Massachusetts non sarebbe del tutto estranea a certe oliature della Soros Fondation.

Complottismo? Forse, magari più banalmente ideologia. Quella del 68′, che cammina sulle gambe di chi tendenzialmente avrebbe dovuto rappresentare un hostis, un avversario giurato di quella generazione rivoltosa.