lettera degli economisti

lettera degli economisti
un buon punto di partenza, 14 giugno 2010

L'albero della storia è sempre verde

"Marx constata che gli esseri umani, individualmente e collettivamente, sono impegnati in un'attività permanente che agisce, trasforma e vuole trasformare la realtà. Essi agiscono attraverso e per mezzo delle rappresentazioni che si fanno di questa realtà. Anche i "conservatori" che non pretendono di non cambiare nulla, agiscono se non altro per impedire il cambiamento. Marx si pone in questa attività permanente, e sceglie il suo "campo", non solo quello degli sfruttati e degli oppressi (chi oserebbe dire che non esistono!) per ragioni morali e umane (del tutto rispettabili). Egli sceglie il campo di coloro che vogliono "cambiare il mondo" aiutandolo a "partorire" ciò che obbiettivamente è in gestazione: l'abolizione delle classi, la sostituzione del comunismo al capitalismo, che sono necessari (nel senso che il movimento va in quella direzione) e dunque possibili".

sabato 18 maggio 2013

in Parlamento esiste un’unica, reale, opposizione: quella di M5S.

Luca Michelini: Da Monti a Letta

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Da Monti a Letta

di Luca Michelini

Abbiamo chiesto a Luca Michelini, professore di Storia del pensiero economico (Dipartimento di Scienze politiche, Università di Pisa), un commento sull’attuale crisi politica italiana.  Nell’articolato intervento che trovate nel seguito del post Michelini invita a «sporcarsi le mani direttamente, vincendo ogni snobismo» e a prendere atto che «almeno per ora» il M5S è  «un’unica forza politica che nei fatti si sta dimostrando all’opposizione di questo sistema economico-politico»

«1. Giorgio Napolitano è stato rieletto Presidente. La maggioranza parlamentare che lo ha eletto è la stessa del governo Monti, voluto, a suo tempo, fortemente da Napolitano. L’operazione Monti avrebbe potuto avere un senso, forse, se, e soltanto se, fosse riuscita a cambiare radicalmente la destra italiana, a farla maturare: l’avesse cioè indotta a liberarsi, politicamente, di Berlusconi, nonché delle proprie indelebili tradizioni reazionarie. Una politica economica di destra quale quella di Monti, inoltre, avrebbe dovuto ricadere interamente sulle spalle parlamentari della destra. D’altra parte, è difficile prevedere e valutare che tipo di “regime” sortirebbe nel caso in cui lo Stato italiano, come durante il fascismo, fosse costretto a salvare l’intero sistema economico, stante la perdurante presenza di Berlusconi[1], che non è difficile immaginare potrebbe vincere le prossime elezioni[2].
Napolitano, invece, ha preferito percorre tutt’altra strada, coinvolgendo il Pd nel sostegno al governo Monti.

2. E’ necessario chiedersi per quale motivo il Pd si è fatto coinvolgere in questa operazione e per quale motivo oggi abbia rinnovato l’alleanza con il Pdl.
La risposta è semplice, per quanto sgradevole a molti militanti democratici: perché l’ideologia montiana costituisce, al fondo, l’indelebile ragione sociale del Pd; perché il Pd è fortemente compromesso con la destra italiana, avendola legittimata prima e salvata più volte in seguito.
Ammesso e non concesso che allearsi con M5S, dopo l’elezione alla presidenza di Rodotà, costituisse un rischio, il rischio che si corre alleandosi con Berlusconi è incomparabilmente maggiore.
Ma come mai proprio ora il Pd paga così tanto, con una sollevazione di massa dei propri militanti ed elettori, la scelta di allearsi con il Pdl?

3. Le cause che hanno portato all’implosione del Pd, che è un dato di fatto e che prescinde dal tempo, purtroppo lungo, della sua agonia fratricida, sono numerose e di importanza diversa.
Come dicevo, quella più importante rimanda all’origine stessa del Pd, che è stato un tentativo di importare in Italia il liberismo-di-sinistra stile Tony Blair, quello infaticabilmente promosso dal “Corriere della sera”, di cui Monti è stata una voce fondamentale.
Si tratta di una ideologia complessa. Essa è stata utilizzata dai Paesi egemoni geo-politicamente per eliminare pericolosi concorrenti industriali e politici. A questo servono, infatti, le liberalizzazioni (anzitutto dei mercati del lavoro e dei capitali), le privatizzazioni e l’esaltazione della contrapposizione tra lo Stato, visto come un “parassita”, e il mercato, considerato l’unico capace di produrre in modo efficiente ricchezza. Tutto ciò certo non serve, come i fatti dimostrano, ad assicurare la “crescita” e tanto meno “lo sviluppo economico” di un Paese come il nostro. E poiché si volevano smantellare sistematicamente, anche se a piccoli e volutamente confusi passi, tutte le conquiste “progressiste” della Prima Repubblica (conquiste spesso ricche di contraddizioni, dato il “sistema” vigente dopo il 1945), si doveva ricorrere ad una classe dirigente di “sinistra”, per origini organizzative e culturali, per realizzare “le riforme” (sic!) con il dovuto controllo (in termini meno compromettenti: con il dovuto consenso) sociale.

4. “L’operazione Monti” è perfettamente riuscita anche perché la sinistra ha una macchia d’origine indelebile: ammanta di retorica “progressista” la banale sete di potere. La retorica ha assunto le più diverse forme, facendo divenire mera ideologia, cioè mera propaganda, intere tradizioni di pensiero e sacrificando, con ciclica regolarità, sull’altare della “ragion di Stato” del momento, le menti migliori di cui dispone (l’ultimo caso è quello di S. Rodotà) e buttando a mare le regole della democrazia, ben oltre i limiti imposti dai ricorrenti “stati d’eccezione” (e ben oltre i limiti imposti dai “momenti rivoluzionari”). Le classi dirigenti del c.d. Terzo stato hanno il tradimento (sia chiaro: non solo del Terzo stato, ma della Patria) e il machiavellismo nel sangue: gli esempi sono innumerevoli. Con il crollo del Muro di Berlino, insomma, è la nomenklatura ad essersi riprodotta, adeguandosi ai tempi mutati.
Questa nomenklatura si è perfettamente trovata a proprio agio con Monti e non ha avuto alcun tentennamento nell’inserire l’assurdo pareggio di bilancio in Costituzione. A scelte deliberate si è data la veste di ineluttabili necessità. Ci si è deliberatamente sottomessi al ricatto dei “mercati finanziari”, lasciati volutamente liberi nel giocare d’azzardo con il debito pubblico: prima, attraverso la separazione tra Tesoro e Banca centrale, ora, come docili esecutori della geo-politica tedesca. Come da copione sperimentato nei decenni, si è invocata la ben nota politica dei “due tempi”, che ora ha assunto questa veste: prima si mettono a posto i conti, poi si cresce.  Il tutto mettendo sotto accusa, come sempre, la Costituzione: come se essa non fosse stata anche il risultato dell’esperienza della Grande Crisi del 1929, cioè dell’antecedente storico della crisi attuale.

5. E la destra, che ruolo ha giocato in questo vero e proprio gioco al massacro?
In nome dell’ideologia (della retorica pubblicitaria) del libero mercato, in nome delle divine capacità dell’imprenditore di governare non solo la propria azienda, ma l’intero sistema, essa in effetti si è ritagliata, tramite il controllo dello Stato (senza del quale spesso nemmeno esisterebbe, come dimostra il caso di Mediaset), sacche di rendita monopolistica. Venendo così a costituire, di fatto, un pericoloso focolaio di nazionalismo economico, guardato con sospetto dal capitalismo dominante a livello globale.
Tutta immersa nei propri, esclusivissimi affari, questo (inconsapevole) nazionalismo da burletta, che si indigna per i “marò”, ma che si fa soffiare sotto il naso la Libia (senza batter ciglio), è stato  utilizzato per continuare lo smantellamento della nostra statualità (scuola, giustizia ecc.) e della nostra economia (della nostra Nazione, insomma), venendo poi sacrificata, ciclicamente, quando il momento lo richiedeva. I “mercati finanziari”, però, non hanno mai portato il colpo fino in fondo, naturalmente: un po’ per paura di creare un pericoloso precedente anti-mercato (la tematica dei conflitti d’interesse, p.es., è molto spinosa, perché rischia di incrinare… l’intero sistema vigente); ma soprattutto perché il gioco “dell’alternanza”, il pressapochismo affaristico, lo svuotamento progressivo della sovranità parlamentare e popolare, erano e sono funzionali al disegno finale: il caso Libia ne è ancora un esempio emblematico.

6.
Ma il fatto è che, ora, i tempi sono radicalmente mutati. Il sistematico smantellamento e snaturamento delle organizzazioni (sindacati, cooperative, partiti: tutti leaderistici, populistici, antidemocratici, anche se in grado diverso) e delle culture politiche della sinistra (comunista, socialista, cattolico-democratica, azionista, liberal-socialista ecc.) al fine di costruire un partito liberal-liberista (ma non laico, naturalmente) venato da talune velleità di giustizia sociale (sempre pronte, però, a far penetrare la logica del profitto nelle residue sacche di statualità: scuola, sanità ecc.), deve improvvisamente fare i conti con una crisi di carattere sistemico. La ristretta élite di potere che ha governato l’epoca delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni è messa alle strette, perché la crisi ne mette potentemente in forse l’egemonia e il sistema economico che essa garantisce. Matematica dimostrazione del pericolo che corrono le élites di potere che hanno governato il Paese per un Ventennio, è l’esito delle elezioni, che hanno visto la pesante sconfitta di tutti i partiti della c.d. Seconda Repubblica, il flop di Monti e l’esplosione elettorale del M5S, una massiccia astensione dal voto.

7. Forse è ancora presto per dirlo, e spero vivamente di sbagliarmi, ché l’antico sapere democristiano potrebbe riservarci delle gradite sorprese; ma, dai primi passi compiuti, il governo Letta sembra volere continuare la filosofia di fondo della c.d “agenda Monti”. Alcuni indizi: le dichiarazioni di Letta sul mercato del lavoro, che si vorrebbe ancora più flessibile e implementare tramite l’incentivazione fiscale; quelle sul rilancio della ricerca attraverso (par di capire) finanziamenti privati. Anche il dibattito Pd-Pdl sull’Imu lascia intendere che ci si stia muovendo ancora all’interno della agenda Monti. L’Imu, infatti, è una patrimoniale tutta interna alla logica perversa del fiscal compact, cioè interna ad una logica per cui la redistribuzione di ricchezza non è affatto funzionale ad un massiccio programma di investimenti pubblici (nella scuola, nella sanità, nei trasporti, nella riqualificazione energetica e urbanistica ecc.) e, quindi, ad un programma di rilancio dell’economia, anche privata.
Il governo Napolitano-Letta non una parola ha speso sull’esigenza di rendere efficiente ed egualitaria la giustizia, anzitutto civile. Non un cenno al tema delle televisioni e dell’informazione e tanto meno al conflitto d’interesse di Berlusconi. Nessun cenno alla natura del nostro sistema finanziario: nessun cenno alla necessità improrogabile di nazionalizzare il Monte dei Paschi di Siena. Ha invece messo in programma un inquietante progetto di “riforma” (sic!) della Costituzione.
Infine, considerare il cambio di rotta nelle politiche economiche europee come precondizione per mettere in campo in Italia politiche di piena occupazione, significa voler deliberatamente ignorare la resuscitata politica di potenza di Francia e di Germania.

8. Esiste, dunque, un’alternativa all’implosione del sistema economico-politico oggi dominante: quella che esso si arrocchi ulteriormente, dal punto di vista politico, istituzionale e sociale. Portando fino alle estreme conseguenze le politiche fin qui seguite: riducendo, cioè, il nostro Paese sostanzialmente ad una colonia, sempre salvaguardando sacche di rendita per alcune élites politico-economiche nazionali, magari garantite da un sistema presidenzialistico.
L’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, nonché l’attuale “stato d’eccezione” che sta vivendo il nostro Paese, con un governo del Presidente della Repubblica senza precedenti e tenacemente proteso a violare le più elementari regole della democrazia – anzitutto il rispetto e il ruolo dell’opposizione, oggi costituta dal solo M5S[3], nonché la totale mancanza di informazione  – lasciano intendere che ci stiamo dirigendo verso questa direzione di ulteriore arroccamento.
Il rilancio di politiche del lavoro di stampo liberista, insomma, non è affatto un errore teorico e politico, come è pur opportuno rilevare[4]; è una scelta consapevolmente perseguita. Lo scopo è quello della ri-proletarizzazirizzazione e de-politicizzazione di larghe fasce di popolazione in funzione di logiche si sviluppo non più nazionali. Purtroppo, lo “stato d’eccezione” non sembrerebbe volgersi ad un indispensabile New Deal, né sembra voler far valere con forza, e con gli inevitabili rischi, il proprio peso in Europa. E’ comunque difficile valutare le conseguenze di una possibile implosione dell’euro, vuoi motu proprio, perché l’euro cessa di fatto di servire da moneta intra-europea, vuoi per “colpa” di qualche Paese che prima o poi si ri-approprierà, per non soccombere, della sovranità monetaria e finanziaria, su una nazione come la nostra (sic!) dove il liberal-liberismo e l’affarismo sembrano aver fatto tabula rasa di ogni pensiero alternativo perfino nei luoghi dove sarebbe più naturale trovarlo.

9. Sarà banale ed economicistico ricordarlo, ma la sinistra non è il parto di qualche cervellotico o esaltato pensatore o di un qualsivoglia gruppo organizzato, ma è il frutto del sistema economico capitalistico.
Ed è altrettanto banale ricordare che è sempre il capitalismo a generare soluzioni di destra radicale alla crisi, secondo programmi che interiorizzano, distorcendole in senso totalitario o autoritario (le celebri “rivoluzioni passive” di italiana memoria), anche alcune tipiche istanze progressiste.
La crisi sistemica dell’economia mondiale e di quella europea in particolare, oggi invoca una politica di governo totalmente differente da quella liberal-liberista. Nella vulgata e nelle analisi più accorte, essa si definisce di stampo “keynesiano”: che per venti anni è stata semplicemente ostracizzata dal Pd e perfino dalla CGIL (i testi del montiano Ichino, erano considerati Vangelo[5]), che ora, invece, pare l’abbia ri-scoperta[6].
Più in generale, rinasce prepotente, e dalla logica delle cose, l’esigenza di superare la logica del profitto, come dimostrano i mille rivoli delle opposizioni sociali, prim’ancora che politiche, oggi presenti nel Paese. Per certi versi, e a tratti, queste opposizioni sono maggioritarie, come ha dimostrato il referendum sull’acqua.
Per ora queste opposizioni hanno uno sbocco politico progressista, con M5S. Certo: si tratta di un movimento caotico e magmatico; fatto sta che hanno proposto come presidente della Repubblica Stefano Rodotà, cioè tra i massimi teorici che oggi può vantare la sinistra italiana e la Repubblica nel suo insieme.
In ogni caso, se la crisi dovesse aggravarsi, non è difficile prevedere che anche in Italia, che ne è la culla, nasceranno forti aggregazioni di destra estrema, come in Grecia e in Ungheria. Fratelli d’Italia (il nazionalismo-burletta all’ennesima potenza) è da presumere che sia nato (nel disegno di… Berlusconi) a questo scopo e inseguendo questa speranza. Brunetta forse ha colto nel segno, quando ha invocato la pacificazione politica come scopo del patto Pd-Pdl. Ma è possibile pensare, come sembra pensare Napolitano, che il capitalismo sia un sistema economico pacifico e pacificabile? La storia ci insegna che è l’esatto contrario.

10. Le convulse vicende che hanno portato alla rielezione di Napolitano alla presidenza della Repubblica e all’insediamento del governo Letta hanno dimostrato che ora in Parlamento esiste un’unica, reale, opposizione: quella di M5S.
Sono numerosi gli osservatori, soprattutto di sinistra, che mettono in luce le criticità
di questa aggregazione politica. Solo “Micro-Mega”, che pur non si nasconde queste criticità, è al fianco della neo-nata formazione, se pur mantenendo tutta la propria indipendenza di giudizio. L’ultimo numero del “Ponte” (aprile 2013), p.es., è particolarmente critico nei confronti di M5S. Non entro nel merito delle critiche rivolte ora all’offerta (ruolo dei leader, statuto, organizzazione, ruolo del web, metodo di selezione e qualità delle classi dirigenti ecc.) ora alla domanda (a quale elettorato di rivolge, quali siano le caratteristiche del “consumatore medio” italiano di politica, quale programma economico abbia ecc. ) che contraddistingue la vita di questa nuova formazione (un nuovo genere di “imprenditorialità politica”). Non entro nel merito perché esse sono in gran parte condivisibili. Direi di più: non è difficile presumere che siano condivise anche dai milioni di italiani che hanno votato M5S e dalla stessa classe dirigente del movimento, Grillo&Casaleggio compresi. Il dato più rilevante e più interessante, però, è proprio questo: che, finalmente, tutto, in politica, è in forte movimento. E la direzione che prenderà questo movimento dipende, anche se in piccola misura, da ciascuno di noi.
La sempre più esigua élite di intellettuali di sinistra è come se continuasse ad aspettare che altri, finalmente, mettano in piedi un vero partito o movimento di sinistra. E’ però del tutto evidente che questo tentativo ha perso di credibilità, perché le élite politiche e sociali astrattamente di sinistra, non solo molto raramente guardano alle élites intellettuali (alle loro analisi, cioè), ma hanno completamente perso di credibilità e di capacità d’azione.
Ora si tratta di sporcarsi le mani direttamente, vincendo ogni snobismo. Qui ed ora è venuto il momento non di inventare un “nuovo linguaggio” finalmente capace di suscitare il vero movimento che “abolisce lo stato di cose presenti”. E’ venuto, invece, il momento di offrire, là dove è possibile, il proprio contributo (utilizzando, ciascuno, il linguaggio che gli è proprio) per risolvere problemi concreti. Fuori dal Parlamento esistono molti luoghi dove offrire questo contributo, perché esiste ancora una diffusissima opposizione sociale. In Parlamento, ora, esiste un’unica forza politica che nei fatti si sta dimostrando all’opposizione di questo sistema economico-politico: questa forza è M5S. E’ da qui che ora si può e si deve ripartire per proporre ragionamenti, analisi sulle cause della crisi e possibili rimedi. Non vedo, purtroppo, altri movimenti seriamente disposti ad ascoltare e seriamente disposti ad agire. Non vedo altri spazi di democrazia. Almeno per ora».


[1]
              Stante, cioè, la perdurante presenza di un imprenditore che, dopo aver realizzato un partito proprio, cioè di sua proprietà, ed aver tentato di realizzare un proprio Parlamento, una propria giustizia, un proprio sistema dell’informazione (Mediaset più Rai) ecc., dovesse anche gestire l’intero sistema economico-finanziario.
[2]              Dando credito politico a Napolitano: c’è però da dubitare che i prevedibili tentativi di Napolitano di “sterilizzare” politicamente Berlusconi (Senatore a vita?) possano sortire l’effetto (forse) voluto.
[3]              Davvero difficile non concordare con il seguente post di Grillo: L’elettore non conta nulla: http://www.beppegrillo.it/2013/05/lelettore_non_conta_nulla.html#commenti.
Difficile, cioè, non considerare del tutto fallimentare e impresentabile non solo la strategia del Pd, ma anche quella di SEL. La cui politica sembrerebbe tutta all’insegna della furbizia: furba nel voler sfruttare le primarie per conquistare la leadership della coalizione; furba nel non voler creare un partito; furba nel voler costruire il potere del capo sul web; furba nel ritagliarsi una rappresentanza parlamentare assolutamente sproporzionata rispetto alla forza elettorale; furba nell’accettare una presidenza della Camera che per logica e rispetto delle regole della democrazia non gli spettava; furba nel passare ora all’opposizione, quando almeno l’alleanza con Monti, se non proprio con Berlusconi, era nelle cose fin dall’inizio. Ora SEL si gioca la partita della vita: ma tante furbate non penso possano fargli meritare la necessaria  credibilità. Come nel caso del Pd, solo il dramma potrà risolvere la questione della sconfitta politica delle elezioni.
[4]              Cfr. E. Brancaccio, Sul mercato del lavoro Letta dice il falso: http://www.emilianobrancaccio.it/2013/05/01/sul-mercato-del-lavoro-letta-dichiara-il-falso/
[5]           Da iscritto al Pd, Ichino ha costituito una delle voci fondamentali del “Corriere della sera” nell’era del “liberismo di sinistra”.
[6]           Alludo a Tra crisi e “grande trasformazione”. Libro bianco per il Piano del Lavoro 2013, a cura di Laura Pennacchi, Roma, Ediesse, 2013. C’è da augurarsi che il Piano non costituisca l’antecedente per l’ennesima vampata d’intelligenze, come quella di Laura Pennacchi.

giovedì 16 maggio 2013

analisi degli antagonismi tra e dentro le classi sociali

sabato 4 maggio 2013

Augusto Graziani: la scienza moderna delle classi sociali

il manifesto, 4 maggio 2013
L’economista Augusto Graziani compie oggi ottant’anni. Un’occasione per riscoprire la modernità di un metodo di ricerca basato sull’analisi degli antagonismi tra e dentro le classi sociali. Un metodo che ha permesso a Graziani di anticipare gli snodi della attuale crisi europea.
di Emiliano Brancaccio
Augusto Graziani celebra oggi il suo ottantesimo compleanno. Nato a Napoli nel 1933, esponente di punta delle scuole italiane di pensiero economico critico, già senatore e accademico dei Lincei, nell’arco di quasi mezzo secolo di pubblicazioni Graziani si è cimentato con successo nella infaticabile opera di tessitura di una sottile trama logica, in grado di tenere coerentemente assieme ricerca teorica pura, didattica e divulgazione. Per questa sua missione gramsciana, riuscita a pochi altri ed oggi considerata impossibile dalla stragrande maggioranza degli economisti, Graziani ha saputo farsi apprezzare non solo da studenti e colleghi ma anche da un più ampio pubblico di estimatori, tra cui i lettori dei suoi editoriali pubblicati sul manifesto e su varie altre testate nazionali.
Come molti economisti della sua generazione, Graziani ha in più occasioni partecipato al dibattito sulla critica della teoria neoclassica dominante. La sua posizione sull’argomento è apparsa fin dall’inizio peculiare. A suo avviso, la sfida per la costruzione di un paradigma economico alternativo dovrebbe riguardare in primo luogo il metodo. La teoria neoclassica poggia sull’individualismo metodologico, un criterio di analisi della società che può essere rozzamente sintetizzato nella massima thatcheriana secondo cui la società non esiste, ed esistono solo uomini, donne e famiglie. Questa chiave di lettura della realtà asseconda il senso comune, ma proprio per questo pregiudica ogni possibilità di comprensione dei reali meccanismi di funzionamento del capitalismo, all’interno del quale i singoli individui contano solo in quanto componenti di gruppi, coalizioni, e classi sociali. Per Graziani, dunque, l’edificazione di una teoria del capitalismo scientificamente valida richiede in primo luogo il recupero e l’aggiornamento di un metodo di ricerca basato sullo studio degli antagonismi tra gruppi di interesse, e in ultima istanza tra le classi: vale a dire, quel metodo che era tipico degli economisti classici e di Marx, che lo stesso Keynes adoperò in molti suoi scritti, e che per lungo tempo è rimasto sommerso e dimenticato sotto il peso dell’approccio individualistico prevalente.
In epoche dominate dall’illusione del monadismo o da rigurgiti di ipocrisia interclassista, la scelta epistemologica di Graziani è stata senza dubbio scomoda, e ha rischiato più volte di condurlo all’emarginazione. Basti ricordare la critica che sull’Unità egli rivolse al modo in cui Achille Occhetto stava gestendo la nascita del PDS: un tentativo abborracciato di rappresentare indistintamente le classi e le culture politiche, evitando precisi riferimenti alla tutela degli interessi dei lavoratori subordinati (una critica lungimirante, che a fortiori potrebbe essere rivolta ai contenitori politici del tempo presente). Da un punto di vista strettamente scientifico, tuttavia, è interessante notare che quella scelta di metodo è stata in un certo senso premonitrice. Negli ultimi anni, infatti, gli studi sui conflitti tra gruppi sociali hanno fatto breccia tra le mura della stessa teoria dominante. Basti pensare a Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, i cui modelli macroeconomici non si basano sul comportamento dei singoli individui ma partono direttamente dall’analisi di aggregati sociali come i sindacati dei lavoratori e le grandi imprese dotate di potere di mercato. Tra l’approccio critico di Graziani e l’approccio prevalente di Blanchard resta però una differenza sostanziale. Per Blanchard l’esistenza di tali aggregati sociali rappresenta una “imperfezione” del mercato che, se rimossa, consentirebbe di ottenere un migliore impiego delle risorse produttive: ridurre il potere del sindacato, ad esempio, consentirebbe di comprimere i salari monetari e i prezzi e di aumentare quindi la domanda di merci, la produzione e l’occupazione. Per Graziani, invece, l’antagonismo tra gruppi sociali non costituisce una “imperfezione” ma rappresenta un fattore immanente al modo di produzione capitalistico. La lotta di classe c’è, insomma, anche qualora non ve ne sia più coscienza. Persino quando il sindacato viene ridotto a brandelli essa continua a produrre effetti, ad esempio cancellando gli ultimi scampoli di tutele legali dei singoli lavoratori. La conseguenza ultima è al limite un aumento dei profitti per occupato, non un aumento del numero complessivo di occupati. Del resto, ad avviso di Graziani non è certo liberando il capitale dai lacci e lacciuoli della legge che si può raggiungere l’agognato obiettivo di una piena e stabile occupazione dei lavoratori. Lo schiacciamento dei salari e dei diritti, infatti, non favorisce in quanto tale la domanda di merci e quindi non implica un aumento delle assunzioni. Per raggiungere il pieno impiego occorre in realtà una ben diversa azione collettiva, antagonistica rispetto alle logiche del capitale. A partire, afferma Graziani, da una estensione dell’intervento dello stato alla diretta gestione di alcuni processi produttivi, ben oltre la mera erogazione di spesa pubblica.
Una rinnovata analisi di classe non si presta tuttavia soltanto a esaminare il tipico conflitto tra capitale e lavoro. Essa consente anche di gettare uno sguardo smaliziato sugli antagonismi interni a ciascuna classe sociale, come quelli tra capitali grandi e capitali più piccoli, che possono poi sfociare in conflitti economici tra nazioni avanzate e nazioni meno sviluppate. Seguendo questo metodo Graziani ha scritto pagine illuminanti sulla storia economica e politica dell’Italia, e sul tema controverso della integrazione europea. Un aspetto cruciale della questione verte sulle trasformazioni dell’industria italiana avvenute nell’ultimo ventennio del secolo scorso. Il declino della grande industria privata e pubblica, la privatizzazione e la vendita di interi settori produttivi a gruppi stranieri, e la proliferazione di imprese di piccole dimensioni assai più disinvolte nella gestione della forza-lavoro, anziché accrescere l’efficienza dell’economia nazionale hanno di fatto provocato un suo progressivo indebolimento rispetto ai principali competitori esteri, in primis la Germania. Graziani indaga a fondo su queste divergenze, anticipando per molti versi il concetto di “mezzogiornificazione” europea coniato da Krugman: vale a dire, un dualismo che da caso speciale confinato ai rapporti tra Nord e Sud dell’Italia, diventa sintomatico degli antagonismi tra paesi centrali e paesi periferici di tutta l’Unione europea. Oltretutto, contrariamente alle opinioni prevalenti, la nascita della moneta unica europea non ha contribuito a ridurre tali divergenze ma ha finito per accentuarle. Una prova è fornita dalla persistenza di un’inflazione più alta in Italia e negli altri paesi periferici  rispetto alla Germania e ai suoi satelliti. La fragilità del tessuto produttivo italiano, unita a una aggressiva politica di contenimento dei salari tedeschi, allargano la forbice tra i prezzi dei due paesi. L’adozione di una moneta comune impedisce di attenuare il divario tramite la svalutazione del cambio. L’implicazione è che l’Italia e gli altri paesi deboli sono destinati a importare troppo e ad accumulare disavanzi verso l’estero. Ci si trova così di fronte al dilemma dei nostri giorni. Nella totale evanescenza di iniziative per una riforma atta al ribilanciamento dei rapporti interni all’Unione, le opzioni sono soltanto due: o i paesi periferici frenano la tendenza a importare attraverso continue politiche di austerità, oppure la deflagrazione dell’euro diventa una possibilità concreta.
L’eventualità di un tracollo dell’euro, evocata da Graziani nei mesi in cui l’entusiasmo verso la moneta comune era alle stelle, suscitava il bonario scetticismo di numerosi colleghi. In un convegno tenutosi a Napoli nel 2003, Alberto Quadrio Curzio ed altri non nascosero una certa sorpresa di fronte all’insistenza con cui Graziani accennava al rischio di una disgregazione dell’Unione monetaria. Di fronte a tanto stupore Graziani replicò con un aneddoto malizioso. Egli invitò i colleghi a prelevare dai portafogli una banconota in euro, e li esortò a notare un dettaglio intrigante: il numero di serie di ogni biglietto reca chiaramente l’indicazione della singola nazione emittente (la lettera S vale per l’Italia, la X per la Germania, la U per la Spagna, la Y per la Grecia, e così via). Quindi fece notare che le ragioni di questa notazione non sono mai state chiarite dalla Banca centrale europea: «Può trattarsi di una semplice procedura tecnica; oppure, come alcuni sospettano, potrebbe trattarsi di una misura precauzionale, nel senso che, se un giorno l’Unione monetaria europea dovesse sciogliersi, si potrebbe stabilire con precisione l’origine di ogni biglietto e quindi l’obbligo di riconversione gravante su ciascuno dei paesi». Capitò così di vedere studenti e professori trarre un po’ goffamente le banconote dalle tasche. In un misto di incredulità e preoccupazione, tutti esaminarono i numeri di serie. Graziani aveva ragione: i biglietti sono formalmente attribuiti alla Bce, ma chiunque può agevolmente distinguere tra euro emessi dalla Banca d’Italia ed euro emessi dalla Bundesbank o dalla Banque de France. Fu una piccola rivelazione, la scoperta di un microscopico bug nell’algoritmo apparentemente irreversibile dell’Unione. Graziani osservò la platea con occhi più sottili del solito. Fu l’unico segnale lanciato dal suo corpo minuto, da sempre votato al più rigoroso understatement. Ricordando oggi quello sguardo, è inevitabile chiedersi se sia stato ancora una volta capace di intravedere il futuro.
Emiliano Brancaccio

Tra i contributi analitici di Augusto Graziani particolare rilievo assumono i saggi dedicati alla teoria monetaria: tra questi, spicca The monetary theory of production (Cambridge University Press 2003) e, a un livello più elementare, La teoria del circuito monetario (Jaca Book 1996). I manuali di Graziani vengono considerati dei casi esemplari di chiarezza espositiva e completezza del dibattito tra scuole di pensiero: Macroeconomia e Prezzi e distribuzione (Edizioni scientifiche italiane, 1992 e 1993). Sulla storia politica ed economica italiana, resta illuminante Lo sviluppo dell’economia italiana (Bollati Boringhieri, 2° ed. 2000). Una raccolta di articoli divulgativi e di saggi brevi è riportata in I conti senza l’oste (Bollati Boringhieri 1997). Le prospettive della moneta unica europea sono esaminate in “La politica monetaria della Banca centrale europea” (Rivista italiana degli economisti, Supplemento al n. 1/2004). Una bibliografia degli scritti di Graziani è contenuta in The monetary theory of production. Tradition and perspectives (Palgrave Macmillan 2005; a cura di G. Fontana e R. Realfonzo).

sabato 11 maggio 2013

la violenza del neoliberismo=capitalismo

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Violenza, cuore segreto della società

di Diego Fusaro

Domenica 28 aprile si è verificato un grave episodio di violenza davanti a Palazzo Chigi. Disoccupato, divorziato e dipendente dai videopoker: è questo il tragico profilo di Luigi Preiti, il quarantanovenne di Rosarno, che ha premuto il grilletto. “Sono disperato”, ha affermato: non è certo una giustificazione, ma è indubbiamente un tema su cui è opportuno riflettere seriamente. Onde evitare ogni equivoco – e nell’epoca dell’odierna confusione globale è sempre bene essere chiari fino all’estremo – , lo diciamo subito: il gesto di Preiti dev’essere incondizionatamente condannato e punito secondo la legge. Non è nostra intenzione deresponsabilizzare gli individui. E, tuttavia, il gesto di Preiti offre lo spunto per svolgere alcune considerazioni sullo statuto della violenza nell’odierna società.

Nell’ordine della manipolazione organizzata di cui siamo abitatori, è invalsa la moda di pensare che la violenza in quanto tale sia una forma estinta, appartenente esclusivamente a un passato degno di essere ricordato con il solo obiettivo di guadarsi dai suoi errori. Si tratta di una maniera – tutto fuorché ideologicamente neutra – di innocentizzare il presente, creando la grandiosa illusione – la falsità organizzata – secondo cui l’oggi sarebbe esente dalla violenza. Questo modo di pensare è largamente maggioritario: esso, come si dice a Torino, “fa fine e non impegna”. Infatti, esenta chi lo segue dalla fatica di spiegare le forme di violenza che, sia pure in maniere diverse da quelle del passato, attraversano carsicamente la società dei consumi. Sotto questo profilo, il messaggio dell’ideologia dominante è forte e chiaro: la violenza è solo del passato (in una indecente riduzione del Novecento a museo degli orrori, a semplice teatro delle “idee assassine”) o, quando esplode nel presente, è legata a singoli episodi di pazzia individuale, come nel caso del pazzo di Oslo, qualche anno fa, o come nel caso di Luigi Preiti, il 28 aprile 2013.

Un simile modo di impostare la questione è falso e, di più, ideologicamente connotato, perché cela il fatto che la violenza oggi è il cuore segreto della società, sia pure in una forma diversa a cui ci ha abituati il Novecento, con la sua terribile “estetica dei supplizi”, secondo la felice formula di Foucault. Oggi la violenza è invisibile, perché è economica. Il mancato rinnovo dei contratti di lavoro dovuti all’inflessibile ordo oeconomicus, così come l’innalzamento dell’età pensionabile, il taglio selvaggio degli stipendi, i sacrifici dei popoli in nome del mercato (nel  2011 è stato il turno di quello greco, immolato sull’altare di Monsieur le Capital), e, più in generale, l’esproprio forzato del futuro come dimensione progettuale per il nuovo “esercito industriale di riserva” dei giovani ridotti alla schiavitù formalmente libera del lavoro flessibile e precario: sono tutti segnali che rivelano in modo adamantino, se ancora ve ne fosse bisogno, non soltanto che la “mano invisibile” del mercato è tale perché non esiste, ma anche che l’economia è, insieme, politica e violenza.

Occorre, allora, congedarsi dall’idea, propria delle inguaribili anime belle di ogni tempo, secondo cui l’economia, di per sé, è neutra e la violenza è prerogativa esclusiva della politica: la realtà globalizzata ci mostra ogni giorno che la violenza esiste anche come “categoria economica immanente”, per riprendere la feconda espressione che usava Lukács nella sua Ontologia dell’essere sociale. Se per violenza intendiamo una forza senza misura che diventa potere se – come suggerito da Elias Canetti nel suo capolavoro, Massa e potere – si stabilizza nel tempo, coincidendo con la capacità di costringere altri a fare ciò che di per sé non farebbero (o impedendo loro di fare ciò che di per sé farebbero), ebbene il mancato riconoscimento del carattere eminentemente economico della violenza e del potere nel nostro tempo rientra a pieno titolo nelle molteplici forme dell’ideologia e della sua dinamica di santificazione dell’esistente. Difficile non percepire il carattere del potere economico – nel senso della violenza stabilizzata nel tempo – che oggi pervade ogni cellula della nostra società.

La retorica ideologica – questo il punto – ripete compulsivamente che la violenza è una categoria politica del passato, dei totalitarismi fortunatamente estinti, o, nel presente, di singoli individui impazziti, mai della società in quanto tale, delle perverse norme dell’economia che sacrifica impietosamente sul suo altare le vite umane. Rispetto ai totalitarismi del passato, che se non altro assegnavano un volto e un nome ai loro carnefici, quello del mercato opera nell’anonimato, occultato dall’invisibile coltre delle leggi silenziose dell’economia e della sua spettrale oggettività. Il fatto che la violenza non si veda non vuol dire, tuttavia, che non esista: basta recarsi in una delle tante stazioni italiane per sentire ogni settimana annunci di treni soppressi per suicidi sulla linea. E tali suicidi, quasi sempre, rimandano alla questione economica, alla violenza che non si vede e alle molteplici forme dell’asservimento invisibile che permea la società di mercato.

Di questi temi ci eravamo occupati in un saggio qualche anno fa, Karl Marx e la schiavitù salariata. Uno studio sul lato cattivo della storia (Il Prato, 2007, con prefazione di André Tosel): a distanza di ormai sei anni, le tesi di quel libro sembrano, per paradossale che possa apparire, tragicamente più attuali rispetto ad allora. La violenza esercitata dal potere sui corpi e sulle vite degli individui viene presentata come conseguenza naturale e fisiologica di quella ristrutturazione internazionalizzata dei sistemi produttivi, commerciali e finanziari che viene pudicamente definita globalizzazione e che, nei suoi tratti essenziali, è autoritariamente governata dall’alto ad opera delle politiche neoliberali. La riduzione generalizzata della spesa pubblica e dei servizi sociali, la coartazione economica che ottiene tramite la semplice distribuzione differenziata delle ricchezze (peraltro secondo dislivelli sempre più scandalosi) l’asservimento di individui formalmente liberi ed economicamente schiavi rispondono perfettamente alle politiche neoliberiste e, insieme, vengono sempre di nuovo imputati alle sacre leggi dell’inevitabilità sistemica: sono i segni di quella schiavitù economica che convive con la libertà formale e che è la cifra del nostro presente. È, se vogliamo, il “teorema di Marx”: nel primo libro del Capitale, Marx spiega che la differenza tra l’antico schiavo e il moderno salariato sta nel fatto che il primo era legato al suo padrone da catene, mentre il secondo è vincolato al capitale e al mercato da fila invisibili, da una violenza, appunto, che non si vede ma che, non di meno, è ben presente.

Se si fa eccezione per le nuove forme dell’imperialismo presentate con l’altisonante nome di “missioni di pace” o di “esportazione della democrazia”, tendenzialmente il dominio non si esercita più, oggi, nella tradizionale forma dell’imposizione autoritaria e della violenza politica. Si determina, invece, come soppressione della possibilità di alternative, in modo che l’adesione alle leggi sistemiche sia necessitato e, insieme, appaia libero. Da una diversa prospettiva, al soggetto non è autoritariamente imposto di agire in un determinato modo. Semplicemente, le leggi dell’economia lo pongono nella condizione di non poter fare altro, secondo la cifra stessa della violenza capitalistica che non si esibisce apertamente. Il controllo oggi non è coercitivo, perché preordina lo spazio delle possibilità d’azione e di pensiero. È in questo scenario, crediamo, che deve essere inquadrata e interpretata la vicenda di Preiti, il suo folle gesto in linea con la follia organizzata del sistema del mercato. Non si può condannare incondizionatamente – come noi facciamo – la violenza folle di Preiti senza condannare, in pari tempo, la violenza altrettanto folle della società di cui siamo abitatori. Condannare l’una e legittimare l’altra è una contraddizione, ed è bene sottolinearlo.

È giusto ricordare il passato e le sue violenze, ma non certo per restare ciechi di fronte a quelle del presente. Il nuovo Hitler non ha la svastica né i baffetti: parla un ottimo inglese, legge “The Economist” e identifica la libertà con la liberalizzazione integrale. Non impone di aderire ai suoi progetti criminali, ma disarticola alla base la possibilità di alternative rispetto ad essi. Non firma i suoi crimini, né ci mette la faccia: nasconde sempre le sue scelte esiziali dietro il teologumeno “ce lo chiede il mercato” (o, oggi sempre di più, “ce lo chiede l’Europa”). È pronto a condannare ogni forma di violenza che non sia quella, anonima e silenziosa, dei mercati.

venerdì 10 maggio 2013

Berlusconi non ha pagato le tasse


Viviamo in tempi estremamente rapidi.
Un dato: la massa degli interventi sul Def del M5S ha denotato padronanza di linguaggio e comprensione veloce verso i centri del problema, dall'antimafia su tutto il territorio nazionale che è uno degli aspetti della convivenza con questi partiti, con questa politica; al problema dell'euro con l'incatenamento e al pareggio di bilancio e alla ratifica del Fiscal Compact, cosa non avvenuta dal Parlamento tedesco.

Il futuro è difficile prevederlo ci sono molte forze all'interno del campo, forze che si evolvono rapidamente, certo il piano di fondo di Letta e del mentore Napolitano verso la più bieca osservanza alla dittatura dell'Eurocentro è la strategia con cui queste forze politiche, questi partiti, queste istituzioni si muovono.

Compito in questo momento è di cogliere le minime contraddizioni che ci sono e ci sono x divaricarle, metterle in luce farle esplodere.
Compito difficile, certosino, impegnativo ma a cui tutti sono impegnati a lavorare, ognuno con le proprie forze e con le proprie capacità.

Un esempio, Berlusconi non paga le tasse, questo il tribunale d'appello ha stabilito, Berlusconi e tutto il Pdl protestano a Brescia per ... non pagare le tasse. In un paese l'Italia che è uno dei più tartassati. Lo vogliamo dire con forza sempre, dovunque è possibile? Qualche contraddizione anche nel suo elettorato (in altri momenti parleremo del significato dell'elezioni) le porterà se qualcuno si prende la briga di farle notare.

Vogliamo parlare delle contraddizioni che ci sono in quel corpaccione del Pd che d'altra parte è una faccia della identica medaglia rappresentata insieme al Pdl. Contraddizione che più che ai vertici, solo il buonista Civati, più che nell'apparato, quello di Roma si sta muovendo come un elefante x l'elezioni del sindaco, ripetendo uguali e stanchi riti che non porteranno altro che alla loro disfatta, per fortuna; ma tra la base, quelli che lo hanno votato e questo burocratico, ingombrante, paralizzante carrozzone.

l'Eurocentro che nel suo vagare tra l'adempimento al piano stabilito, quello di impoverire tutti i popoli dell'Europa compreso quello tedesco, e la sempre più consapevolezza del rifiuto dell'applicazione di quel piano da parte sempre più di vasti territori europei la dice lunga che le cose non potranno svolgersi in maniera piana e determinata come vorrebbe le forze Eurocentriche.
L'Islanda rifiuta di entrare in Europa, la Polonia rifiuta di entrare nell'Eurocentro, in Gran Bretagna si afferma chi rifiuta l'Europa, in Germania nasce il partito che vuole andare via dalla gabbia dell'euro.

Le cose non sono preordinate, i disegni si, ma aspetta a chi è convinto dei cattivi disegni di lottare affinchè non si realizzino

martelun

venerdì 3 maggio 2013

offerta: comunismo

Antiper: Dialogo sugli spaghetti allo scoglio e sugli uomini

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Dialogo sugli spaghetti allo scoglio e sugli uomini

Antiper

Contributo in forma di dialogo [1] per l'Assemblea Costituente di Areaglobale del 7 aprile 2013

Che senso ha oggi caratterizzarsi in senso comunista? Non vi pare che anche le recenti elezioni politiche abbiano mostrato chiaramente che non esiste alcuna domanda di comunismo? Non rischiate di mettere sul mercato una merce che nessuno ha intenzione di comprare?

Effettivamente, nonostante una diffusa volontà dichiarata di cambiamento - e, diciamo pure, la sua oggettiva necessità -, non emerge alcuna esplicita domanda di cambiamento in senso comunista proveniente dalla società italiana. E tanto meno dalle elezioni.

Si potrebbe però osservare che, sebbene 50 sfumature di grigio sia oggi un libro molto più letto della Divina Commedia, ciò non rende 50 sfumature di grigio un libro migliore della Divina Commedia né, tanto meno, l'autrice di 50 sfumature di grigio migliore di Dante Alighieri. Oppure, si potrebbe osservare che prima di Copernico (e, per molto tempo, anche dopo) era “naturale” ritenere che fosse il sole a ruotare attorno alla terra, sebbene le cose stessero esattamente all'inverso. Molto spesso il “senso comune” è profondamente influenzato dall'ideologia - ovvero dalla “narrazione” - della classe culturalmente egemone. E dunque, per raggiungere la verità – o, quanto meno, una maggiore conoscenza della verità - dobbiamo riuscire ad estirpare da noi stessi la falsa coscienza che ci viene instillata dentro giorno dopo giorno. Dobbiamo, dunque, smettere di raccontare a noi stessi delle favole.

Sebbene oggi esista una diffusa domanda di cambiamento, certamente non esiste una diffusa domanda di cambiamento in senso comunista. Ma proviamo a porre la questione in un altro modo: può esistere, oggi, una diffusa domanda di cambiamento in senso comunista, una diffusa domanda di comunismo?

100 anni prima che fosse progettato il primo computer esisteva forse una domanda di computer? Ovviamente no; è stato lo sviluppo storico-tecnologico e la progettazione del primo computer che hanno reso possibile una domanda di computer. L'offerta ha creato la propria domanda. E questa è una legge molto più generale di quanto si possa credere [2]. Quando entriamo in un supermercato per comprare un detersivo possiamo scegliere magari tra 10 tipi diversi di detersivo, ma non possiamo scegliere l'undicesimo, semplicemente perché non c'è. Abbiamo facoltà di scegliere - di decidere la nostra domanda -, ma solo in base all'offerta che non noi, ma i produttori di detersivi e il supermercato hanno deciso per noi. I compratori possono comprare solo ciò che i venditori hanno deciso di vendere. E non possiamo neppure decidere di non comprare perché non potremmo lavare. Ora, se tra questi detersivi ce n'è uno in offerta a metà prezzo come pensiamo che si regolerà il consumatore impoverito dalla crisi? Non è forse vero che sceglierà proprio quello a metà prezzo e che fare la spesa al supermercato vuol dire guardare anzitutto i prodotti “in offerta” e addirittura comprare cose in offerta in supermercati diversi?

Si può dunque dire che l'offerta, nella maggior parte dei casi, determina la propria domanda. E questo non vale, ovviamente, solo per i detersivi, il formaggio o il vino che compriamo al supermercato. Vale anche per le merci culturali e politiche che ci vengono vendute. Possiamo cambiare canale, ma possiamo forse scegliere cosa viene trasmesso dai diversi canali? Se abbiamo di fronte dieci detersivi uguali che differiscono solo per il colore della scatola o se abbiamo di fronte dieci talk che differiscono solo per il presentatore diversamente e al tempo stesso egualmente servile, possiamo davvero dire di avere libertà di scelta? Avere libertà di scelta non vuol dire, anzitutto, avere la possibilità di costruire o di discutere i contenuti politici e culturali dell'offerta?La “merce comunismo” è sparita dagli scaffali e forse sarebbe meglio dire che sono sparite dagli scaffali le merci “a marchio comunista”; alcuni rari esemplari di prodotti “a marchio comunista” vengono ancora venduti, ma sono da lungo tempo scaduti e giustamente nessuno se li vuole più comprare. Bisogna dunque produrre una nuova offerta per costruire una nuova domanda.

***

Si potrebbe dire che la domanda di comunismo è come un piatto di spaghetti allo scoglio e che, così come non esiste un albero da cui staccare un piatto di spaghetti allo scoglio, così non esiste un albero da cui staccare il frutto già bell'e pronto della domanda di comunismo. In natura esistono, certo, tutti gli ingredienti per cucinare gli spaghetti allo scoglio (il grano per fare gli spaghetti, le vongole, le cozze, le olive per fare l'olio, l'acqua, il sale...), ma se non esistono gli strumenti per cucinare (la padella, i fornelli, il fuoco...) e se non esiste il cuoco che conosce la procedura per cucinare il piatto, la somma degli ingredienti del piatto non fa il piatto.

Ecco, così come la natura sforna spontaneamente gli ingredienti per gli spaghetti allo scoglio, allo stesso modo la realtà sforna, magari confusamente e contraddittoriamente, gli ingredienti della domanda di comunismo: che cosa sono, infatti, l'insoddisfazione del presente e la sempre maggiore incertezza per il futuro, la crisi e le sue conseguenze sociali, la perdita di diritti che sembravano acquisiti per sempre e la crescente insicurezza della vita stessa, la decadenza culturale e persino, oseremmo dire, morale di questo “basso impero”, la richiesta di democrazia reale e diretta, la spinta verso un cambiamento profondo... se non, appunto, alcuni degli ingredienti della domanda di un cambiamento sistemico?Questi ingredienti possono diventare vera e propria domanda di comunismo ovvero consapevolezza che solo in una società comunista le aspirazioni ed i bisogni dei lavoratori possono davvero trovare il loro soddisfacimento reale? Sì, ma servono cuochi e fornelli.


Oggi però le persone non chiedono cambiamenti sistemici. Chiedono al più l'eliminazione degli sprechi e della corruzione, la moralizzazione della politica, la scelta di buoni amministratori, il mantenimento delle proprie condizioni di vita. Non ragionano in termini di cambiamenti nel lungo termine. E oggi una trasformazione in senso comunista non è certo all'ordine del giorno...

A prima vista può sembrare ovvio constatare che le persone si muovono soprattutto per obbiettivi di breve termine. Ma questo non è affatto così vero come sembra. Capita molto spesso che le persone compiano delle scelte che influenzino la loro vita immediata in vista del raggiungimento di obbiettivi di lungo – e a volte di lunghissimo – termine. Se un giovane si iscrive ad una certa facoltà universitaria o ad un certo istituto tecnico è verosimile che intenda acquisire le competenze per svolgere un certo tipo di lavoro in cui presume che sarà impiegato per lunga parte della propria vita, o per tutta. Miliardi di persone nei secoli hanno aderito a religioni ed hanno osservato comportamenti tali da far loro realizzare obbiettivi di lunghissimo termine, collocati addirittura dopo la loro morte, come la salvezza dell'anima, o molto dopo la loro morte, come la resurrezione del corpo dopo il Giudizio Universale.

Quindi il punto non è il lungo o il breve termine. L'osservazione però ci permette di puntualizzare una cosa: il nostro non è un approccio escatologico, una cosa del tipo  “unitevi a noi e così meriterete domani il regno (rosso) dei cieli”. Noi non annunciamo l'avvento del comunismo così come i profeti annunciavano quello di Cristo. Il comunismo per noi è ancora “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” [3], non quello futuro. È il cambiamento qui ed ora [4], e anzitutto il cambiamento come scelta della lotta per il cambiamento.

Ecco allora che il termine movimento va inteso in due accezioni: movimento come azione oggettiva della storia e movimento come azione politica soggettiva, consapevole, finalizzata ad uno scopo. L'azione della storia predispone già tutta una serie di condizioni oggettive per il superamento dell'attuale modo di produzione. Ma questo superamento non avverrà spontaneamente. Il comunismo non è il destino ineluttabile dell’umanità e se non lo si vuole, da sé, non verrà, perché nessuna forma di relazione tra gli uomini può realizzarsi a prescindere o a dispetto dalla volontà degli uomini sebbene neppure tale volontà, da sola, possa bastare [5].


Come rispondere alla caratterizzazione di “utopico” che in genere viene attribuita ad una trasformazione sociale in senso comunista?

La gamma della critica anti-comunista si svolge sempre tra due poli: il comunismo sarebbe bello, ma non si può fare perché la “natura dell'uomo” [6] lo rifiuta e quindi può esistere solo come modello puramente ideale; oppure si può fare ma, proprio per la “natura dell'uomo” - che viene concepita a seconda dei casi come “naturalmente” egoistica o come “naturalmente” libertaria – esso può essere solo imposto; pertanto, il comunismo reale non può esistere che sotto forma di totalitarismo e come assenza di democrazia. Non come, per dire, è successo agli schiavi portati dall'Africa o ai “nativi americani” o ai popoli africani, asiatici e latino-americani colonizzati... che sono stati tutti condotti nel capitalismo con le buone maniere della democrazia borghese...

La critica anti-comunista si basa, in sostanza, sulla costruzione di un'antropologia o, per meglio dire, di una vera e propria metafisica che dovrebbe dimostrare alternativamente l'irrealizzabilità o l'indesiderabilità del comunismo.

Ad esempio, quando si vuole mostrare che il comunismo “è possibile, ma non è bello” ci si riferisce prevalentemente alla sconfitta del primo tentativo di costruzione del socialismo iniziato con la Rivoluzione d'Ottobre nella Russia del 1917 e che, secondo la vulgata, sarebbe poi sfociato in regimi “comunisti” totalitari.Ora, è naturale che, in sede storica, i “perdenti” abbiano sempre torto per la semplice ragione che i “vincenti” hanno la facoltà di (ri) scrivere la storia – e la memoria - a proprio piacimento. Ma poniamoci le seguenti domande: il tipo di società in cui viviamo oggi, il capitalismo, è forse sempre esistito? Evidentemente no. Ed è forse sorto da un giorno all'altro a sostituire la società precedente? No davvero e, anzi, questo passaggio si è realizzato attraverso una transizione durata almeno 6 secoli, se si considera come “primo tentativo” l'esperienza dei Comuni medievali (sviluppatasi dall'XI secolo a partire, soprattutto, dall'Italia del Nord) e proseguita con altre esperienze come quella delle Repubbliche del XIV secolo [7] (le Repubbliche marinare, la Repubblica di Firenze) o anche della Lega Anseatica (che fu la base su cui sarebbe successivamente sorta la prima egemonia capitalistica moderna, quella olandese del 1600).

"Noi vediamo dunque come la stessa borghesia [8] moderna sia il prodotto di un lungo processo di sviluppo, di una serie di trasformazioni nel modo di produzione e di scambio. Ciascuno di questi stadi di sviluppo della borghesia era accompagnato da un corrispondente progresso politico [9]. Ceto oppresso sotto il dominio dei signori feudali, associazioni [10] armate e autonome nell'età dei Comuni [11], qui repubblica cittadina indipendente [12], là terzo stato tributario della monarchia [13], poi al tempo della manifattura contrappeso alla nobiltà nella monarchia cetuale o in quella assoluta e ancora pilastro fondamentale delle grandi monarchie, la borghesia si conquistò infine l'assoluto dominio politico dopo la nascita della grande industria e del mercato mondiale nel moderno Stato rappresentativo. Il potere statale moderno è solo un comitato che amministra gli affari comuni dell'intera classe borghese” [14].

Perché la borghesia ha potuto impiegare 5-6 secoli per completare la propria transizione verso il potere politico mentre i lavoratori devono essere dichiarati spacciati dopo un primo tentativo iniziato circa un secolo fa e durato un arco di anni relativamente breve? Non sembra proprio a nessuno che questa, più che una constatazione, assomigli piuttosto ad una (pia) speranza delle classi attualmente dominanti?


Una speranza, tuttavia, che fa presa tra i lavoratori...

Il primo tentativo di costruzione del socialismo è stato sconfitto e questo ovviamente ha avuto - ed ha - un'influenza molto negativa sulla fiducia che un altro tentativo possa determinarsi ed avere successo in tempi brevi.Ma il primo tentativo di costruzione del socialismo, più che da un avversario migliore, è stato sconfitto dall'immaturità delle condizioni storiche necessarie affinché esso potesse consolidarsi, esattamente come era successo al primo tentativo di conquista del potere politico da parte della borghesia nel XIII e XIV secolo.E, come per la borghesia, vale anche per i lavoratori il fatto che essere stati sconfitti la prima volta non implica dover essere sconfitti per sempre. Questo, ovviamente, le classi dominanti lo sanno molto bene, visto il loro apparentemente inspiegabile bisogno compulsivo di dichiarare la “morte del comunismo” o la “morte di Marx” [15] un giorno sì e l'altro giorno anche. Quelli che non lo sanno o, per meglio dire, non lo sanno più – e da qui deriva la loro crisi politica – sono purtroppo i lavoratori; e noi siamo qui anche per ricordarglielo.


Ma il discorso della natura umana non vi sembra confermato dal modo in cui gli uomini si comportano gli uni verso gli altri? Questo comportamento è forse razionale, pacifico, reciprocamente “misericordioso”?

L'assunzione secondo cui la “natura” dell'uomo sarebbe intrinsecamente competitiva e aggressiva, che senza la presenza di un potere sovrastante che ne regoli gli istinti gli uomini si troverebbero naturalmente in una condizione di guerra permanente tutti contro tutti e che dunque, una tal condizione renderebbe impensabile lo sviluppo di una società comunista, autogestita, intrinsecamente cooperativa e solidale, non è un argomento nuovo. Non è nuovo e non esiste da sempre, esattamente come il capitalismo.

Viviamo in una società in cui la maggior parte degli individui ha – almeno apparentemente - smesso di domandarsi se esista e quale sia il senso della propria esistenza. Ci svegliamo ogni mattina, ci alziamo, lavoriamo, studiamo…; ci muoviamo dentro relazioni sociali costituitesi nel corso di migliaia di anni che abbiamo ereditato da ciò che è venuto prima di noi. Ma quante volte ci domandiamo come queste relazioni si siano affermate, in quale misura “naturalmente” e in quale misura “artificialmente”? Quante volte riflettiamo sul fatto che queste relazioni possono non costituire l’orizzonte ultimo del genere umano?La filosofia ha dibattuto ampiamente il tema dell’essenza dell’Uomo. Sarebbe impossibile – ed anche inutile – ripercorrere le tappe di tale dibattito; semplificando, si possono però individuare due tesi principali: la prima afferma la natura egoistica e individualistica dell’Uomo [16]; la seconda afferma che l’Uomo è un essere storico e sociale [17]. Per Marx
«…l’essere umano non è un’astrazione immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà, esso è l’insieme dei rapporti sociali» [18].

Non esiste, dunque, una “vera” natura dell’uomo rintracciabile a prescindere da qualunque contesto storico-sociale e che possa essere riconosciuta anche nell’ipotetico uomo isolato e senza relazioni sociali, in quel Robinson Crusoe di cui lo stesso Marx parla nell’ambito della critica all’economia politica inglese.

L’uomo è un essere sociale e, in quanto tale, la sua essenza è inscindibile dai concreti rapporti entro cui egli svolge la propria esistenza:
«La mia coscienza universale non è altro che la forma teoretica di ciò di cui la comunità reale, l’essere sociale, è la forma vivente» […] «Anzitutto bisogna evitare di fissare di nuovo la “società” come astrazione di fronte all’individuo. L’individuo è l’essere sociale» […] «La vita individuale dell’uomo e la sua vita come essere appartenente ad una specie non differiscono tra loro» [19].

L’essenza dell’uomo è una essenza di genere (“ente naturale generico” – gattungswesen -, ovvero ente naturale – animale - appartenente ad un genere - umano -) [20] che non esiste aprioristicamente se non in modo puramente “generico”, ma si costituisce storicamente. Proprio in questa accentuazione dell’elemento storico dell’essenza umana risiede una delle ragioni di maggior contrasto con la concezione materialistico-naturalistica di Feurbach.

Marx osserva:

«Nel senso più letterale, l’uomo è uno zoon politikon, non solo un animale sociale, ma anche un animale che solo in società può isolarsi».

Qui il termine “isolarsi” deve essere inteso come “individualizzarsi” [21], “costituirsi come individuo singolo (sich vereinzeln)” [22]. Marx prosegue:
«La produzione del singolo, del tutto al di fuori della società, è una rarità, che può capitare ad un individuo civilizzato che sia stato gettato dal caso in una condizione selvaggia, ma che già possiede dinamicamente le forze sociali; insomma, è un’irrealtà (Unding), così come lo sarebbe lo sviluppo della lingua, in mancanza di individui che vivano assieme e che comunichino tra loro attraverso il linguaggio».

Qui Marx individua la condizione per la costituzione delle persone in “libere individualità” ovvero il pieno dispiegamento della dimensione sociale delle relazioni umane.

Ogni affermazione sulla “natura umana” che prescinda dall'analisi delle condizioni sociali e storiche in cui essa si presenta è una forma di metafisica. Noi siamo il prodotto della nostra vita, del nostro essere sociale.
“anche le idee, le opinioni e i concetti, insomma, anche la coscienza degli uomini, cambia col cambiare delle loro condizioni di vita, delle loro relazioni sociali, della loro esistenza sociale. Cos'altro dimostra la storia delle idee, se non che la produzione intellettuale si trasforma assieme a quella materiale? Le idee dominanti di un'epoca sono sempre state soltanto le idee della classe dominante. Si parla di idee che rivoluzionano un'intera società; con queste parole si esprime semplicemente il fatto che entro la vecchia società si sono formati gli elementi di una nuova, e che la dissoluzione delle vecchie idee procede di pari passo con la dissoluzione dei vecchi rapporti d'esistenza” [23]

Il modo in cui comunichiamo, in cui mangiamo, in cui ci vestiamo, in cui abitiamo... e quindi anche il modo in cui pensiamo e agiamo è storicamente determinato. Nascendo e vivendo in una società che sviluppa l'egoismo, l'individualismo e la violenza gli uomini tendono inevitabilmente a diventare egoisti, individualisti e violenti. Ma in una società che sviluppa solidarietà, cooperazione e pace gli uomini tendono a diventare solidali, cooperativi e pacifici. Si potrebbe dire, semplificando, che auspichiamo una società comunista anche perché tira fuori il meglio delle persone laddove, al contrario, il capitalismo ne tira fuori il peggio.


Diciamo che questo ragionamento è condivisibile: che fare?

È sempre più evidente che ci troviamo di fronte ad una fase di aperta decadenza del modo di produzione capitalistico e di sempre più chiara insostenibilità del suo modello di sviluppo e di consumi. Lo dicono un po' tutti; persino le classi dominanti sono ormai consapevoli del fatto che la crescita del PIL significa ormai ben poco, sia perché nonostante un enorme investimento necessario per realizzarla [24] questa crescita è assai ridotta (e oltre tutto drogata dall'iper-speculazione finanziaria), sia per il fatto che la sua effettiva ripartizione sociale non è assolutamente fonte di benessere diffuso (e quindi nessuno si rallegra del punto di PIL faticosamente guadagnato se in tasca non gli viene nulla). Del resto
“A partire dalla nascita del capitalismo industriale, all'inizio dell'800, ad oggi la diseguaglianza tra il 20% più ricco dell'umanità e il 20% più povero, la "forbice" in termini di reddito, è cresciuta dal 3 a 1 del 1820 al 72 a 1 del 1992. Quindi è evidente che almeno a livello globale, se non a livello delle singole nazioni, il capitalismo produce tendenzialmente una forte diseguaglianza e una diseguaglianza crescente. A volte, come negli anni '70 in Italia, può succedere che almeno in termini economici, anche in un paese capitalistico,  sebbene con un intervento statale più forte che da altre parti e che nella stessa Italia nei decenni successivi, si abbia una riduzione parziale della diseguaglianza, ma se consideriamo il sistema a livello globale, a livello mondiale, invece osserviamo che questa dinamica è praticamente sempre ascendente cioè la diseguaglianza aumenta” [25]

Se ipotizziamo che negli ultimi 20 vi sia stata una tendenza alla polarizzazione analoga a quella antecedente possiamo tranquillamente affermare che oggi il 20% più ricco possiede una ricchezza che è almeno 80 volte quella posseduta dal 20% più povero. Il risultato è la distribuzione della coppa di champagne



Da quanto detto consegue che quel 3% ipotizzato dall'OCSE come crescita media globale nei prossimi 50 anni [26] deve essere concepito in questi termini: la maggior parte della ricchezza concentrata nelle mani di un pugno di capitalisti; poco o nulla al resto del mondo [27]. Se sei nel “pugno” sai cosa fare: difendere questo mondo a tutti i costi.

Nonostante l'appropriazione della ricchezza da parte di una minoranza sempre più piccola della popolazione mondiale [28] si osserva una tendenziale diminuzione del saggio di profitto nelle attività produttive, parzialmente compensata - illusoriamente e transitoriamente - dai profitti fittizi (e spesso semplicemente finti) derivanti dalle attività speculative. Con saggi di profitto bassi e in una condizione di sovrapproduzione l'unica misura che le classi dominanti ritengono praticabile per tamponare la crisi nell'immediato (a parte le guerre di rapina, la distruzione del capitale concorrente e l'accaparramento di risorse strategiche) è la progressiva espropriazione di salario sociale dei lavoratori e il progressivo saccheggio indiscriminato della natura.

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Il modello di sviluppo capitalistico è basato esclusivamente su un parametro esclusivamente “quantitativo”: l'entità del profitto accumulato che, per essere ampliata, deve incessantemente sostituire desideri (spesso del tutto inutili o addirittura dannosi) a bisogni, che ovviamente non sono solo di carattere materiale, ma anche di carattere intellettuale, spirituale, emotivo, creativo. Lo spazio dei bisogni viene mortificato e mercificato per essere riempito di oggetti i quali, tuttavia, riempiono il vuoto solo per un attimo per poi riconsegnarci, subito dopo, ad un vuoto ancora più angosciante.Questo modello di sviluppo deve essere sostituito con un modello basato su parametri di tipo “qualitativo” (come il soddisfacimento dei bisogni socialmente e storicamente determinati delle persone), capace di rispettare gli uomini e l'ambiente in cui essi vivono.

Abbiamo bisogno di una radicale inversione di rotta. Ma “essere radicale” diceva Marx “vuol dire cogliere le cose alla radice” e “la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso” [29]. Per cogliere le cose alla radice dobbiamo costruire un mondo dal cui centro vengano espulse le  divinità del denaro, del profitto, del potere... e in cui vengano posti gli uomini e le donne con i loro bisogni materiali e immateriali, un mondo in cui “l’uomo è per l’uomo l’essenza suprema” un mondo nel quale “l’imperativo categorico” è quello di “rovesciare tutti i rapporti nei quali l’uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole...” [30].

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A scanso di equivoci, dire “fase di decadenza” non significa pensare “crollo imminente” del sistema né, tanto meno, sua spontanea sostituzione con ciò che a noi piacerebbe. Al contrario, la fasi di declino e di decadenza scatenano spesso il tentativo disperato delle classi dominanti di ritardare, con ogni mezzo, la propria fine.

Ecco, il nostro compito deve essere quello di contribuire con tutti i mezzi di cui disponiamo ad avvicinare quella fine, una fine che, dialetticamente, è anche un inizio. Non l'inizio del regno di Dio ma, al contrario, l'inizio del regno dell'uomo, finalmente consapevole della propria potenza creatrice, finalmente libero.

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Note

[1] Quella che segue è la ricostruzione di un confronto ipotetico che potrebbe essere avvenuto in qualunque momento, oltre che nelle settimane che hanno preceduto l'assemblea del 7 aprile, con una serie di compagni e compagne che ci hanno rivolto una serie di domande e che hanno formulato riflessioni che meritano di essere approfondite anche in quanto esprimono un diffuso “senso comune”.Antiper darà il proprio contributo allo sviluppo del movimento politico Areaglobale continuando ad occuparsi soprattutto di quel particolare terreno di lavoro che è l'approfondimento e la divulgazione teorica, un terreno arduo ma necessario e senza il quale nessun impegno politico può definirsi serio.

[2] Più in generale, ad esempio, di quanto non creda la sinistra neo-riformista, ferma sulla convinzione errata che sia la domanda a generare l'offerta e, di conseguenza, che per uscire dalle crisi capitalistiche sia sufficiente aumentare il reddito dei lavoratori ovvero i consumi ovvero la domanda. Cfr la critica alle posizioni cosiddette “sotto-consumistiche” contenuta nella raccolta di interventi La grossa crisihttp://www.areaglobale.org/index.php/it/interventi/grossa-crisi

[3] Karl Marx – Fredrich Engels, Manifesto del partito comunista.

[4] Come, a dire il vero, qui ed ora è il sollievo della pena che gli uomini provano per la consapevolezza della propria necessaria e inevitabile fine terrena, un sollievo prodotto dalla promessa di un aldilà eterno che pure è collocato in un lontano e imprecisato futuro (il Giudizio Universale, la resurrezione dei corpi...).

[5] Cfr Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, in Marx-Engels, Opere scelte, pag. 485: “Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione”.

[6] Spesso ricondotta ad istinti prettamente animaleschi (dall'“homo homini lupus” di Hobbes, tra gli altri, agli “animal spirits” di Keynes).

[7] Fredrich Engels, Prefazione all'edizione italiana del 1893 del Manifesto del partito comunista: “Il Manifesto riconosce appieno il ruolo rivoluzionario giocato nel passato dal capitalismo. La prima nazione capitalistica è stata l’Italia. La conclusione del Medioevo feudale e l’inizio della moderna era capitalistica sono segnate da una figura grandiosa : è un italiano, Dante, l’ultimo poeta medievale e insieme il primo poeta della modernità. Come nel 1300, una nuova era è oggi in marcia. Sarà l’Italia a darci un nuovo Dante, che annuncerà la nascita di questa nuova era, l’era proletaria?”

[8] “Con borghesia si intende la classe dei capitalisti moderni, che posseggono i mezzi di produzione sociale e impiegano il lavoro salariato; con proletariato la classe dei moderni lavoratori salariati che, non possedendo nessun mezzo di produzione, per vivere sono ridotti a vendere la loro forza-lavoro”. [Nota di Engels nell'edizione inglese del 1888].

[9] Nell'edizione inglese del 1888 viene qui aggiunto: “di questa classe”.

[10] Nelle edizioni tedesche del 1883 e 1890, e in quella inglese del 1888, questo termine è al singolare.

[11] “Comune” era il nome che presero, in Francia, le nascenti città anche prima di conquistare dai loro signori e padroni feudali autogoverno e diritti politici come "terzo stato". Detto in generale, per quanto riguarda lo sviluppo economico della borghesia, come nazione tipica viene qui considerata l'Inghilterra; per quanto riguarda lo sviluppo politico, la Francia. [Nota di Engels nell'edizione inglese del 1888]. Era questo il nome conferito alle comunità urbane dai cittadini di Italia e Francia, dopo che ebbero acquistato o estorto i loro iniziali diritti di autogoverno dai loro signori feudali. [Nota di Engels nell'edizione tedesca del 1890].

[12] Aggiunto nell'edizione inglese del 1888: “(come in Italia e in Germania)”.

[13] Aggiunto nell'edizione inglese del 1888: “(come in Francia)”.

[14] Karl Marx – Fredrich Engels, Manifesto del partito comunista

[15] Cfr Antiper, Lenin, uomo del futuro: “Non passa giorno che il capitalismo non decreti la “morte di Marx” e con essa quella di qualsiasi ipotesi di superamento rivoluzionario della società capitalistica. Ma questo decretare quotidianamente la morte di qualcuno - che si era già peraltro dichiarato defunto il giorno prima - non è solo un rito scaramantico. E' piuttosto la distribuzione della "dose giornaliera" di quella particolare forma di ideologia che la classe dominante ha creato apposta per noi e che consiste in un solo, semplice, ma potente messaggio: il capitalismo sarà anche pieno di difetti e di malfunzionamenti (come si vede anche dalle conseguenze sulla vita delle persone delle crisi economiche e della devastazione della natura), ma è non superabile. E come lo sappiamo? Perché abbiamo visto “come è andata a finire in Russia”... Ora, l'insuperabilità storica del modo di produzione capitalistico è chiaramente una favola; per usare il linguaggio di Marx, un'ideologia. Ma il capitalismo è riuscito - e tuttora riesce – ad usare la sconfitta del primo tentativo di "costruzione dell'alternativa", per dire che non c'è alternativa”.

[16] Spesso si fa riferimento al “modello giusnaturalistico” di Thomas Hobbes per il quale “l’uomo è un lupo per l’uomo” (homo homini lupus). Per Hobbes nello “stato di natura” la situazione è quella della “guerra di tutti contro tutti” (bellum omnium contra omnes) per cui si rende necessario un ente – lo “stato assoluto”, il Leviatano – non sottoposto ad alcuna ulteriore sovranità e capace di regolare i rapporti tra gli uomini.

[17] E qui i riferimenti possono andare da Aristotele a Marx.

[18] Karl Marx, Tesi su Feuerbach, VI

[19] Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, pag. 110.

[20] Karl Marx, Introduzione a Per la critica dell’economia politica, 1857

[21] Karl Marx, Introduction to a Contribution to the Critique of Political Economy, MEIA: «Man is a Zoon politikon [political animal] in the most literal sense: he is not only a social animal, but an animal that can be individualised only within society».

[22] Costanzo Preve, Marx inattuale, p.175, Bollati Boringhieri, 2004.

[23] Karl Marx – Fredrich Engels, Manifesto del partito comunista.

[24] A causa della sovrapproduzione di valore esistente e ai bassi rendimenti in termini di profitto dei settori produttivi.

[25] Massimiliano Lepratti, Lezione su Fernand Braudel. La rottura con la storiografia tradizionale e la nuova visione del capitalismo nella storia.

[26] Cfr, Antiper, 2060, marzo 2013

[27] “Il più vasto studio sulla ricchezza personale mai intrapreso indica anche che nel 2000 l’1% degli adulti più ricchi possedeva da solo il 40% della ricchezza mondiale, e che il 10% ne deteneva il l’85%, mentre la metà più povera della popolazione adulta del mondo doveva spartirsi soltanto l’1%”, in La distribuzione della ricchezza mondiale. Il 2 per cento della popolazione adulta possiede oltre la metà di tutta la ricchezza mondiale, Le scienze, 6 dicembre 2006.

[28] Si tenga inoltre conto che quando si parla di “20%” si deve intendere quella serie di paesi che formano il 20%, all'interno dei quali, però, la distribuzione della ricchezza è a sua volta progressivamente polarizzata, come ben sanno Marchionne e gli operai di Pomigliano.
[29] Karl Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, in La questione ebraica ed altri scritti giovanili, traduzione di Raniero Panzieri, Editori Riuniti , Roma 1969, p. 101


[30] Ibidem.
http://www.sinistrainrete.info/marxismo/2734-antiper-dialogo-sugli-spaghetti-allo-scoglio-e-sugli-uomini.html 
 
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