L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 19 agosto 2019

Il fanfulla ha il fiato corto ha arruolato anche Bagnai e Borghi foglie di fico MA non ha mai avuto il coraggio di combattere il Criminale Progetto dell'Euro

SALVINI GOLLUM

Pubblicato 19/08/2019
DI GIORGIO CREMASCHI


“Questo governo durerà quattro anni, questo è il governo dei no, ho presentato mozione di sfiducia, se si vota la riduzione dei parlamentari non si vota più, votiamo subito la riduzione dei parlamentari, ritirerò la delegazione dal governo, io resto al governo, volete che resti o che mi dimetta, i cinquestelle si son messi d’accordo con Renzi, il mio telefono è sempre acceso, proviamo a discutere, la mozione di sfiducia non c’è più, viva l’indipendenza della Padania, i napoletani puzzano, viva l’Italia, viva Napoli, basta con l’euro, macché uscita dall’euro con la UE troveremo un accordo, andremo da soli, faremo alleanze, viva Putin, no viva Trump, no TAV, sì TAV..”
Matteo Salvini prima smentiva le sue precedenti affermazioni con il loro esatto contrario a distanza di tempo, poi i tempi si sono progressivamente accorciati, ora può dire nello stesso discorso una cosa ed il suo opposto..No, ma certo che sì, forse, certamente…in pochi secondi tutto assieme. Io non so come parlerà in senato, ma so che nessuno capirà cosa davvero voglia fare, lui per primo..
Questo succede coi leader inventati dalla tv e sostenuti a pagamento sui social. Tanto si gonfiano che poi esplodono, ed allora la loro arroganza diventa stato confusionale.. al Papeete Beach è cominciata la caduta di Salvini, come il suo maestro Berlusconi andò in crisi con il bunga bunga..La domanda vera però e un’altra: quali sono le ragioni del consenso popolare, magari non duraturo ma grande, dai quali gli stessi che li votano si guarderebbero bene dal comprare un’auto usata?
Ridiamo pure di Salvini che vuole i pieni poteri come Gollum il suo tessoro..e che come quel personaggio de Il signore degli anelli fa due discorsi opposti contemporaneamente.. Ridiamo pure di lui ora che egli emerge per quello che è, ma non dimentichiamo che tanti lo hanno esaltato e tanti ne hanno persino avuto paura. Se non affrontiamo la macchina che produce questi mostriciattoli, se non combattiamo la finta democrazia dei sondaggi e dei mass media, se non ricostruiamo vera democrazia e vera partecipazione, caduto un Salvini ne verrà un altro, magari meno bipolare.

che porcheria questi magnano 278 volte di più dei dipendenti sono grassi grassi grassi

Gap salari: stipendi ceo + 1.000% in 40 anni, guadagnano 278 volte più dei dipendenti

19 Agosto 2019, di Mariangela Tessa

Continua ad allargarsi il gap tra i salari dei top manager e quello dei dipendenti. Secondo uno studio pubblicato questa settimana dall‘Economic Policy Institute, ripreso dalla CNBC, i principali dirigenti aziendali hanno visto aumentare la propria retribuzione di oltre il 1.000% negli ultimi 40 anni, quasi 100 volte i più rispetto all’aumento dei salari medi dei lavoratori.

Con la disparità di ricchezza che continua ad accelerare, in particolare dopo la crisi finanziaria, lo studia segnala che il divario tra i CEO delle 350 maggiori società statunitensi e dipendenti rimane ampio.

A spingere in alto le retribuzione dei vertici aziendali, hanno contributo bonus e stock option, elementi chiave che hanno portato la crescita totale della retribuzione degli amministratori delegati a +1.007,5% dal 1978 al 2018. Ciò si confronta con un aumento dei salari medi dei lavoratori dipendenti di appena l’11,9%.

“La retribuzione esorbitante del CEO è un importante contributo alla crescente disuguaglianza che potremmo tranquillamente eliminare”, hanno scritto i ricercatori dell’Istituto Lawrence Mishel e Julia Wolfe, che chiedono un’azione per ridurre il divario retributivo, anche se ciò significa tassare le aziende in cui la disparità è maggiore. “L’economia non subirebbe alcun danno se gli amministratori delegati fossero pagati di meno (o tassati di più).”

La disparità tra i dirigenti e la forza lavoro si è ampliato nel corso dei decenni. In termini comparativi, i CEO ora guadagnano in media 278 volte lo stipendio medio del lavoratore. La crescita totale della compensazione dal 1978 ha superato quella della crescita del mercato azionario del 706,7% e i salari dei “guadagni molto alti”, che sono cresciuti del 339,2%.

Anche quest'anno quell'accozzaglia uniti da affari e potere si riuniscono per incrementare i loro profitti

Meeting di Rimini 2019, chi sostiene la kermesse di Comunione e liberazione. Tutti i nomi delle aziende

19 agosto 2019


Non ci sono solo i main e gli official partner. Nel complesso, circa 130 aziende ed enti partecipano, a vario titolo, alla manifestazione e utilizzano il Meeting per la loro comunicazione. Ecco i nomi

“Diciamo la verità, non è che un gran momento quello in cui si svolge questo Meeting”. Giorgio Vittadiniesordisce così presentando il primo incontro della kermesse riminese su “Persona e amicizia sociale”. Ospite la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati (Forza Italia). E anche il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia)

A prima impressione, il numero uno della Fondazione per la sussidiarietà sembra seccato: il Meeting i politici li ha sempre portati (quasi) tutti in Riviera. Quest’anno la settimana romagnola che si è aperta ieri si intreccia con agende romane fitte di regolamenti di conti parlamentari e discussioni istituzionali che scippano alla Fiera il palco da speakers’ corner di fine estate.

CHE GUAIO LA CRISI POLITICA

Poco male. I politici ci saranno ugualmente. Forse non si battezzeranno nuovi governi negli incontri ufficiali (è da un pezzo che non accade), ma probabilmente spunti e dialoghi nei salottini riservati e rinfrescati del primo piano dei padiglioni se ne intavoleranno, tra spole Roma-Rimini su un Frecciarossa o un’auto blu. Ma Vittadininon è seccato per questo. È solo l’accento marcatamente lombardo sciacquato nel baldanzoso eloquio ciellino a disegnarlo tale per un batticiglio. Dopo l’incipit difatti sfuma in altre ugge non meno assertive, dettagliando le (sue) preoccupazioni sulla situazione sociale e politica del Paese.

E IL VITTA DÀ DEGLI IDIOTI A CERTI CIELLINI

Analisi non necessariamente sempre condivisa dal popolo di Comunione e liberazione. Difatti, niente affatto en passant, il Vitta a chi, tra i ciellini, contesta al Movimento di occuparsi ormai di temi intimistici, dà sonoramente degli idioti. Letterale. Intanto che il tema migranti sia ancora una volta centrale, è evidente. La critica a Matteo Salvini idem. Come ha dettagliato in una intervista della vigilia a Repubblica: “I migranti sono una risorsa”.

MEETING, BILANCIO A SEI MILIONI E MEZZO

Il fatto è che se per Vittadini non è un buon momento per l’Italia, lo è ancora economicamente per il Meeting. Alla quarantesima edizione, i bilanci si mostrano tutt’altro che tristi. Le previsioni di spesa confermano il trend degli anni più recenti. Sia pure con un lieve rialzo: i costi preventivati toccano quota 6milioni 500mila.

DIECI ANNI DI BUDGET

Nel trentennale 2009, il bilancio segnava spese per 7milioni 400mila euro. Saliti a circa 8milioni e mezzo nel 2010 e 2011. Poi scesi: 7milioni e 250mila (spicciolo più o meno) nel 2013 e 2014. Nel 2015 la cinghia si è stretta: 5 milioni 407mila. Trend più o meno confermato fino al 2018.

COME SI SONO RIDOTTI (UN POCO) GLI SPAZI

La razionalizzazione dei costi in questi dieci anni ha comportato qualche sacrificio. In termini di spazi espositivi. Erano 170mila mq nel 2009, ridotti a 127mila nel 2015 (l’anno della riduzione del budget). Poi portati a 130mila mq nel 2016. E da allora sempre confermati. Quella che non è mai stata ridotta è la metratura dedicata agli stand gastronomici: 21mila mq erano nel 2009, lo sono sempre stati e rimangono tali per il 2019.

VOLONTARI IN LEGGERO CALO NEGLI ANNI

Flessione anche per i volontari impegnati negli allestimenti degli spazi (nella settimana che precede la kermesse), e quelli occupati durante il Meeting vero e proprio. Studenti, lavoratori e pensionati, dall’Italia e dall’estero. Erano complessivamente 3758 nel 2009, sono scesi quest’anno a 2850. Però in linea con gli ultimi anni. Nel 2012, anno turbolento per l’inchiesta della Finanza che aveva messo nel mirino la Fondazione Meeting per una presunta truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, i volontari hanno toccato il picco di 4050. Numeri più importanti del 2016, quando già in marzo il Tribunale aveva assolto tutti i rinviati a giudizio. Il pallottoliere segnò 2607 volontari.

SPONSOR, BENZINA DEL FESTIVAL

Le entrate sono al solito coperte in larga parte da sponsor – i principali sono affezionati, ormai di casa – pronti a dare benzina alla macchina Meeting. Che, lo si voglia o no, con le sue 700/800mila presenze, è una vetrina imprescindibile. Ed è soprattuto (ancora) l’oro di Rimini. E non solo della Riviera romagnola.

GRAZIE AL MEETING LA RIVIERA INCASSA 23 MILIONI

Secondo una stima dell’Osservatorio sul turismo dell’Emilia Romagna, elaborata da Trademark Italia, il giro di affari per camere di albergo e strutture ricettive produrrà quest’anno un giro di affari di circa 5 milioni di euro. A questa cifra va aggiunta la spesa dei visitatori e dei partecipanti ai convegni, stimata attorno ai 18 milioni. Complessivamente quindi, le “circa 800mila presenze agli eventi del Meeting, potranno produrre ricavi per hotel, appartamenti, bar, ristoranti, trasporti e shopping per circa 23 milioni”. Infatti Regione Emilia Romagnapartecipa al Meeting con un gustoso stand, per mostrare in particolare le sue eccellenze enogastronomiche. Ma l’affare non è solo rivierasco.

REGIONI IN VETRINA

Lo documentano gli allestimenti delle regioni. Sicilia, Trentino, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Marche, Liguria. Torna, come di consueto, la Lombardia. Non saranno più i contributi generosi dell’era Formigoni e poi sostanzialmente mantenuti da Maroni, ma il leghista Attilio Fontana non arretra. Cl in Lombardia ci è nata e cresciuta. I suoi quadri dirigenti arrivano ancora da lì. Ignorarla sarebbe un harakiri politico. L’anno scorso Fontana sbarcò in Riviera con una dote dimezzata rispetto ai predecessori (sui 60mila euro), ma non mancò a un incontro a cui era stato invitato. E quest’anno ritorna, per un dibattito il 23 su Regioni e autonomia dimezzata. Con lui, il presidente di Emilia Romagna Stefano Bonaccini; quello del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga; della Sicilia, Nello Musumeci; della Liguria, Giovanni Toti e del presidente della Provincia Autonoma di Trento, Maurizio Fugatti. Anche Regione Puglia ha offerto la sua collaborazione, per concerti e incontri.

BIG MONEY DAI PARTNER

Il contributo delle Regioni non è certo il più generoso. La parte del leone la fanno i main partner. Alla voce entrate si prevedono, invece, in ordine decrescente: servizi di comunicazione per le aziende (circa 4 milioni di euro); introiti dalla ristorazione (circa 1 milione 100mila). Non sarà ricchissimo ma conta, il contributo del popolo del Meeting: attività commerciali, biglietti delle poche manifestazioni a pagamento (il Meeting è praticamente totalmente gratuito per i visitatori) e contributi privati (legati al fundraising).

I PRINCIPALI SPONSOR: TIM, INTESA SANPAOLO, ENEL

Energia, innovazione, finanza e assicurazioni. Quest’anno i tre main partner sono Tim (Wind è stata presente ininterrottamente dal 2013 al 2018). Il gruppo delle telecomunicazioni offre in Fiera dimostrazioni della sua scalata al 5G. Si conferma un habitué Intesa Sanpaolo (presente da tempo), e un’altra affezionata, Enel, quest’anno con e-distribuzione dello stesso Gruppo.

CONTRIBUTI ANCHE DA ATLANTIA E UNIPOLSAI

Sei gli official partner (la recentemente contestata a Genova Atlantia, Automobil Club, Banca 5 – legata a Intesa Sanpaolo – Fondazione Ania, e UnipolSai che compie cinque anni di impegno per la kermesse. Presente ancora una volta Eni, che nel suo spazio punta sul tema dell’economia circolare.

AMBIENTE AL CENTRO, COME PAPA FRANCESCO INSEGNA

Difatti non difetta l’attenzione all’ambiente – tema tra gli altri rilanciato da Vittadini nel suo intervento di apertura. Conai, Consorzio nazionale imballaggi, figura come Sustainability partner. Lezioni di sostenibilità in Fiera le offre Coca-Cola che torna al Meeting con il progetto “Upcycle, il nostro viaggio nella sostenibilità”, realizzato in collaborazione con Corepla, Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica.

130 AZIENDE PER UN FIERA

Non ci sono solo i main e gli official partner. Nel complesso, circa 130 aziende ed enti partecipano, a vario titolo, alla manifestazione e utilizzano il Meeting per la loro comunicazione. Tra gli altri, si sono assicurati un banner o uno stand la Commissione europea con la International cooperation and development; la Repubblica di San Marino; Randstad, Euronics, Nestle, Orogel, l’azienda di trasporti Start Romagna e pure Philip Morris. Del resto, anche l’iniziatore di Cl don Giussani ogni tanto una sigaretta la fumava. Non mancano Folletto, il Grana Padano e i Birrai umbri. Torna Illumia, società attiva nella vendita di energia elettrica e gas. Offre una serie di incontri per scoprire le opportunità di lavoro. E offre – sottoscrivendo l’offerta Illumia Meeting Luce o Gas – un abbonamento omaggio alla rivista vicina a Cl, Tempi.

RINUNCIANDO A SPONSOR CRITICATI, IL MEETING VELEGGIA COMUNQUE

Insomma: il Meeting ha lasciato da qualche edizione ricchi partner come Lottomatica e Leonardo (Finmeccanica), che a ogni agosto eccitavano il puntuale dissenso di alcuni cattolici e le moraleggianti critiche di giornali laici. Ma non ha perso i sostenitori e ne ha recuperati di nuovi. Non meno importanti.

PER LA COMUNICAZIONE, MEGLIO STARE SICURI

Istituzionali i media partner: il portale Vatican News, Radio Vaticana Italia, Avvenire della Conferenza episcopale italiana e il Sussidiario.net. della Fondazione per la sussidiarietà presieduta da Vittadini. Non si ripete l’esperienza 2018 quando si coinvolsero Fanpage.it e Notizie.it.

BOOM DI INCONTRI E RELATORI

Crescono gli incontri – quest’anno saranno 179, erano 148 lo scorso anno – e i relatori invitati: picco totale tra incontri ufficiali e collaterali di 625. Una lunga, costante ascesa. Annunciando un altro anniversario, quello del trentennale, nel 2009, l’allora storico direttore della kermesse, Sandro Ricci, descriveva la crescita della manifestazione. L’edizione del 1980, presso la Fiera “vecchia” di Rimini, proponeva 16 incontri e una sola sala per conferenze, 42 personaggi, 5 spettacoli; già l’edizione 2009, invece, 116 incontri, 11 sale per conferenze, 299 personaggi, 26 spettacoli. Il primo Meeting è stato costruito da 300 volontari, occupava 9mila metri quadrati di spazi coperti ed ha conteggiato 50mila presenze; quello del trentennale era sostenuto, nei sette giorni della manifestazione, da 3058 volontari – a cui bisogna aggiungere i 700 del pre-meeting.

PECUNIA A PARTE, LA LINEA DEL VITTA SAPRÀ CONVINCERE I CIELLINI?

A parte il calo del numero dei volontari, e quello consolidato dei metri quadrati degli spazi espositivi e il taglio al budget (nel 2019 però in aumento), il quarantennale non sembra accusare crisi economiche imminenti. Anzi. Il punto semmai è se la direzione politica impressa dal co-regista Giorgio Vittadini saprà coinvolgere il popolo di Cl. Dario Di Vico – molto letto e considerato negli ambienti di Comunione e liberazione, quindi del Meeting – domenica sul Corsera notava l’assenza di un incontro sul voto cattolico alla Lega tanto criticata dal Vitta.

DISSENSI TRA AMICI SULLA LEGA DI SALVINI

Un amico di lunga data del presidente della Fondazione della sussidiarietà – e ospite praticamente fisso della kermesse riminese – il poeta Davide Rondoni, su Panorama è sembrato difendere l’uso dei simboli religiosi da parte di Salvini tanto criticato dal professor Vittadini: a Repubblica ha dettato sullo sbandieramento del rosario ai comizi: “Mi dispiace per la strumentalizzazione, l’esperienza cristiana è ben altra cosa”. È in buona compagnia dei principali giornali cattolici italiani. In fondo per anni i cattolici hanno messo una croce su una croce, quella della Dc, scriveva grosso modo Rondoni: “E poi si sa che molti ciellini hanno votato Lega, e la rivoteranno”.

Il M5S uno zombi che cammina. Il fanfulla una banderuola inconsistente. Il Pd corrotto ed euroimbecille. E nessuno che fa gli Interessi Nazionali

Huawei, F-35, Germania e non solo. Tutti i dossier geopolitici che dividono Lega e M5S. L’analisi di Salerno Aletta

19 agosto 2019


C’è tutto un contesto di posizionamento internazionale dell’Italia che va messo in chiaro, dal 5G alle alleanze strategiche nel campo della industria militare (non solo F35). L’asse franco-tedesco punta ad un esercito europeo e alla realizzazione congiunta di sistemi d’arma, in modo autonomo rispetto a Usa e GB. L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Il Parlamento non è un inutile orpello, neppure per la Lega. La presentazione che ha fatto al Senato di una mozione di sfiducia al governo, e che si riferisce in particolare alla azione svolta dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, rappresenta una cesura difficilmente rimediabile rispetto alla prosecuzione della legislatura.

Le sponde che hanno retto gli equilibri globali, europei ed a maggior ragione quelli italiani negli scorsi trent’anni, stanno cambiando rapidamente.

Il mutamento di rotta avvenuto nelle settimane scorse in Gran Bretagna è stato netto e brusco: i Brexiter sono in sella al governo. Alla estromissione di Theresa May, incapace di farsi approvare da Westminster il Withdrawal Agreement concordato a Bruxelles, che creava le condizioni per un limbo perenne quanto alla partecipazione dell’Inghilterra al mercato interno, è seguita la nomina di Boris Johnson che ha promesso una uscita comunque dall’Unione, entro la fine di ottobre, con o senza accordo. Anche la City sembra rassegnata. L’asse con l’America di Donald Trump si è fortemente rinsaldato, e caratterizzerà le rispettive strategie nei prossimi mesi, con forti implicazioni anche per l’Italia.

Le tensioni commerciali, ed ora anche valutarie, tra Usa e Cina si sono fatte più aspre, ed i disordini di Hong Kong fanno temere il ripetersi di una dura repressione della protesta, sul modello di quella di trent’anni fa, a piazza Tienanmen. A quel tempo non cadeva solo il Muro di Berlino: anche altri regimi erano sotto assedio.

La vicende italiane possono essere lette con chiarezza solo se si considerano i due schieramenti ormai contrapposti. Da una parte, c’è quello che punta sulla conservazione degli schemi consueti, e che trova nell’ancoraggio all’Unione europea la speranza di sopravvivere: il M5S vi si è recentemente allineato sotto la guida del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che se ne è pubblicamente vantato, sostenendo con i propri voti determinanti al Parlamento europeo la candidatura della neo Presidente della Commissione, la tedesca Ursula Von der Leyen, che rappresenta lo schieramento composto da Popolari, S&D e Reniew.

La stessa conclusione della vicenda relativa alla Tav Torino-Lione lo dimostra: il progetto, che tanto era stato osteggiato dal M5S, è stato sbloccato con il contributo di una manciata di miliardi in più concessi da Bruxelles. Anche qui, la ricucitura con l’Unione e con la Francia, è passata dalla Farnesina e da Palazzo Chigi: la mozione parlamentare che puntava a respingere la prosecuzione dei lavori è stata presentata a cose fatte, solo per dare un contentino alla base elettorale: una gherminella.

Nel corso degli ultimi mesi, i motivi di attrito all’interno della coalizione di governo non hanno fatto che aggiungersi, gli uni agli altri: le ripetute campagne elettorali, per le regionali e le europee, ne sono state una chiara amplificazione. Di recente, le ragioni principali di scontro sono state rappresentate da due proposte della Lega: introdurre una sorta di Flat Tax ed attribuire alle Regioni del Nord, cui si è aggiunta la Emilia Romagna, una consistente autonomia differenziata.

Su tutto, però, aleggia la impostazione della legge di bilancio per il 2020, da redigere sulla base della Nota di Aggiornamento del Def: lì si gioca tutto, dagli equilibri di bilancio ai rapporti con la Ue. C’è un asse, che lega Palazzo Chigi al Quirinale, passando per via XX Settembre e via Nazionale: un quadrilatero che finora ha sempre gestito tutti i dossier economici più delicati. Il fronte della conservazione si prepara da tempo ad usare la legge di bilancio per mettere in riga la Lega, per dimostrarne la inconsistenza sotto il profilo della capacità di innovare: usa mediaticamente la clava dello spread per rintuzzare qualsiasi velleità di emanciparsi dalle regole europee. Il Mercato non perdona.

La Lega, sul fronte opposto, ha da spezzare un incantesimo: sfilare la Spada dalla Roccia, capitalizzare il consenso elettorale ottenuto con le europee. Fallì in questo medesimo intento già Silvio Berlusconi, nel ’94: varò il decreto Biondi, soprannominato “salvaladri” e che suscitò una reazione violenta nell’opinione pubblica, anziché la riforma delle pensioni; di lì a pochi mesi, ci fu il Ribaltone della Lega. Accadde lo stesso a Matteo Renzi, cinque anni fa: dopo essere stato accolto a Bruxelles come il Gladiatore avendo sbaragliato ogni avversario, si vide respingere malamente sia la richiesta di modificare le regole sulla flessibilità del Fiscal Compact, sia la proposta di Migration Compact. La flessibilità sul deficit, paradossalmente, fu accordata per sostenere i 5 miliardi annui di maggior costo per provvedere all’assistenza ai migranti: una beffa.

Stavolta, per Matteo Salvini, era già pronta la tagliola della manovra di bilancio, che dà per scontato l’aumento dell’Iva: le clausole di salvaguardia sono in vigore, pronte a scattare il 1° gennaio. Per sterilizzarle e rimanere nell’ambito degli equilibri già definiti, servono una quarantina di miliardi di euro, una correzione di quasi tre punti di pil. Una batosta. E chi immagina un governo diverso, deve prendersi l’onere di approvarla: si accomodi pure.

Al di là di questo nodo, assai stretto, c’è tutto un contesto di posizionamento internazionale dell’Italia che va messo in chiaro, dal 5G alle alleanze strategiche nel campo della industria militare: non si tratta solo degli F35, ma delle future realizzazioni. L’asse franco-tedesco punta ad un esercito europeo e alla realizzazione congiunta di sistemi d’arma, in modo autonomo rispetto agli Usa ed alla GB. L’Italia ha invece intese su quest’ultimo fronte. Basta uno sguardo all’inizio del secolo scorso: fu la Legge Navale tedesca del 1904 a cambiare radicalmente le relazioni con l’Inghilterra. Ora, se pure sotto l’ombrello di Bruxelles, si torna alla politica di potenza.

Se nella Lega spira impetuoso il Vento del Nord che reclama spazio e potere sottraendolo a Roma, il fronte della conservazione è eterogeneo, con i singoli partiti divisi al proprio interno: il Pd, Forza Italia e lo stesso M5S hanno anime profondamente diverse. La scommessa delle elezioni ad ottobre è l’ultima spiaggia, per non sparire.

Inutile negarlo: l’Italia fa parte di un grande schema. Tutto è in movimento, ancora una volta, come trent’anni fa. Allora, l’America appaltò alla Germania il compito di unificare l’Europa, agglutinando i Paesi dell’Est comunista per spostare ancora più ad oriente le frontiere volte a contenere la Russia sovietica. Il paradigma di contenimento ha ora per obiettivo la Cina. L’Europa ha cessato così di essere il luogo fisico, e soprattutto politico, degli scontri e degli equilibri globali: così si conclude il Novecento.


Il fanfulla è sempre stato un pavido, è bene che questa cosa diventi sempre più manifesta. Non basta andare in piazza per essere uno statista, bisogna avere la capacità di pensare agli Interessi Nazionali al di la delle singole scadenze elettorali

Ormai è Capitan disperazione. Salvini in un vicolo cieco. E’ pronto a fare carte false per tornare con i Cinque Stelle ma l’avvocato del popolo l’ha messo all’angolo

17 agosto 2019 di Clemente Pistilli Politica


Ormai Matteo Salvini è Capitan disperazione. Il nuovo uomo forte in pochi giorni è diventato il più debole di tutti. E’ quello che rischia di perdere tutto e nel modo peggiore. Tanto che ormai sta promettendo qualsiasi cosa e si sta rimangiando qualsiasi promessa fatta pur di salvarsi la poltrona e il ruolo di capo nella stessa Lega.

L’INCUBO. Quando sulla spiaggia del Papeete di Milano Marittina, tra un mojito e una cubista, Salvini ha aperto la crisi di governo e la Lega ha subito presentato una mozione di sfiducia per il premier Giuseppe Conte, il Capitano pensava di mandare tutti a casa in fretta, tornare al voto e stravincere alla testa di un’invincibile armata di centrodestra. Poi stravolgere le istituzioni, pensava, sarebbe stato facile, tanto che era arrivato a chiedere pieni poteri come prima di lui ha fatto solo Benito Mussolini. Quelle aule parlamentari che sembrano andare particolarmente strette al leghista improvvisatosi statista gli hanno però dato una sonora lezione. E il sogno è diventato incubo. Salvini si è reso conto che sta rischiando seriamente di perdere tutto. Non sembra un caso che sia rimasto incollato alla poltrona del Viminale e con lui i suoi ministri nei rispettivi dicasteri.

GLI SCENARI. Se andrà in porto quello che appare l’ormai probabile accordo tra Movimento 5 Stelle e Pd, la Lega finirà per qualche anno sui banchi dell’opposizione. Una posizione in cui è piuttosto difficile mantenere il consenso di cui attualmente il partito gode e che, viste anche le contestazioni nel corso del beach tour salviniano, già inizia a vacillare. Salvini comincia inoltre ad essere messo in discussione dagli stessi suoi uomini, che si sono visti catapultati in una crisi al buio. Pesanti da questo punto di vista le parole di Giancarlo Giorgetti nei giorni scorsi. E come se non bastasse con la Lega fuori da Palazzo Chigi i governatori del Nord potrebbero dire addio alle agognate autonomie.

Altro che partito nazionale. Il Carroccio diventerebbe un partitino anche nelle roccaforti settentrionali. Non è un caso del resto che, messo alle corde, Salvini nelle ultime ore si sia fatto incredibilmente piccino e sia arrivato a specificare che il suo telefono è sempre acceso e nessuna sua porta mai chiusa, sperando in un nuovo abbraccio con i pentastellati. Senza contare che se il Movimento formerà un nuovo esecutivo con i dem, la Lega può dire addio anche al commissario europeo, arrivando a contare zero, nonostante la valanga di voti incassati, in un’Unione europea dove già pesa ben poco.

LE INCHIESTE. Fuori dal Viminale e pure da Palazzo Chigi, le inchieste in corso su Siri e sul Russia-gate rischiano inoltre di farsi ancor più pericolose per il Capitano. Da Milano con ogni probabilità arriveranno colpi pesanti ai leghisti andando ad approfondire i rapporti tra Gianluca Savoini e i russi, che il Capitano disperato si è sempre rifiutato di chiarire nelle aule parlamentari. Ma brutte sorprese potrebbero arrivare anche dalle indagini sull’ex sottosegretario Armando Siri. Ipotesi che dovrebbero consigliare maggiore cautela al ministro dell’interno nella guerra personale sui migranti. Anche su tale fronte sono aperte altre indagini e questa volta potrebbe non ottenere una ciambella di salvataggio come nel caso Diciotti.

http://www.lanotiziagiornale.it/ormai-e-capitan-disperazione-salvini-in-un-vicolo-cieco-e-pronto-a-fare-carte-false-per-tornare-con-i-cinque-stelle/

Energia pulita - La Cina ha potenziato la produzione di energia solare

Energia solare: l’altra faccia della potenza cinese

La Cina ha visto un sensibile aumento dell'energia solare all'interno del paese, ma anche di rifiuti derivati dalla produzione dei pannelli fotovoltaici

-18 Agosto 2019 - Aggiornato il: 18 Agosto 2019, 17:35


Spesso quando si sente parlare di Cina si pensano a diverse cose. Molte di queste sono ormai un retaggio del passato e una di queste e l‘inquinamento che il paese produce. Negli anni questa superpotenza mondiale si è impegnata sempre di più per ridurre le emissioni dannose per l’ambiente e molti risultato lo provano, come il rafforzamento delle infrastrutture legate alla produzione di energia solare. Certo, se si guardano i dati con un occhio poco attento si può ancora leggere che le emissioni da quelle regioni sono le più alte, ma se si guardano quelle pro-capite il discorso è completamente diverso.

L’energia solare, l’altra faccia della Cina

Apparentemente la produzione di energia attraverso questa fonte rinnovabile è stata potenziata parecchio negli ultimi anni tanto che il suo costo risulta essere inferiore che venir forniti di corrente elettrica dalla rete nazionale. In oltre 75 città è possibile pagare ad un prezzo concorrenziale l’elettricità rispetto a quella prodotta dallo sfruttamento del carbone; questo effetto potrebbe portare ulteriori investimenti in merito e questo è un bene per tutto il mondo, non solo per chi ne ha accesso direttamente.

Come sappiamo il governo cinese ha anche diversi progetti avveniristici come la creazione di una stazione per l’energia solare orbitante. Detto questo però ci sono anche della preoccupazioni per questo immenso sforzo. Come tutte le cose al mondo, la produzione dei pannelli solari produce anche diversi rifiuti e secondo una stima ci saranno 20 milioni di tonnellate di scarti entro il 2050; questo sottolinea forse un’efficienza nella linea produttiva.

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - Hong Kong è entrato in partita

Hong Kong: in corso marcia pro-Cina

Vicino al parlamentino locale, presenti le bandiere cinesi

17 Agosto 2019


PECHINO, 17 AGO - Nel weekend di Hong Kong ad alta tensione c'è anche la manifestazione pro-Pechino, convocata per esprimere contrarietà alla violenza e per tutelare l'ex colonia. Diverse centinaia di persone si sono ritrovate, sventolando sia le bandiere della città autonoma sia quella rossa con le cinque stelle di Pechino, vicino al complesso del Consiglio legislativo, il parlamentino locale, allo scopo di esprimere il sostegno al governo e alla polizia locali. Il fronte pro-establishment, ricordano i media locali, difende l'operato degli agenti per tenere sotto controllo le proteste pro-democrazia, accusando i manifestanti avversari di aver minato la stabilità e l'ordine di Hong Kong.

domenica 18 agosto 2019

Decomposizione di un governo in una estate bollente

Radiografia di una crisi di mezza estate

di Andrea Muratore
16 agosto 2019


Dal Papeete al patatrac: Matteo Salvini e la Lega hanno scelto la rottura dell’alleanza con i Cinque Stelle. La crisi del governo Conte è scoppiata nel cuore di agosto, cogliendo in contropiede un’Italia intenta, in larga parte, a celebrare riposo e ferie. L’Osservatorio ha voluto “radiografare” la crisi, le sue cause e i potenziali sviluppi in ambito politico, economico e internazionale per fornirne una lettura a tutto campo che è risultata mancante in diversi settori dei media tradizionali. Per ragguagliare analisti e osservatori interessati sulle conseguenze a lungo termine del duello politico. Ma anche per aggiornare in maniera completa chi, tra riposo e vacanze, non ha potuto sino ad ora seguire in maniera continuativa le discussioni politiche e istituzionali.

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Il dado è tratto: Matteo Salvini e la Lega hanno deciso di ritirare il loro appoggio al Governo Conte e presentato una mozione di sfiducia al Presidente del Consiglio. Il Senato ha calendarizzato per il 20 agosto le comunicazioni a Palazzo Mada del Presidente del Consiglio, frustrando il tentativo leghista di accelerare il voto sulla mozione di sfiducia a prima di Ferragosto. Lo strappo del Carroccio dopo il voto contrastante di Lega e Movimento Cinque Stelle nelle mozioni sulla TAV ha funto da catalizzatore per una serie di reazioni in campo politico ed economico, aprendo diverse questioni di grande importanza sul futuro del Paese. La Lega invoca nuove elezioni forte della crescita di consensi certificata dal trionfo alle Europee, ma il percorso che punta al ritorno alle urne è intervallato da ostacoli: lo scioglimento delle Camere porrebbe fine alla più breve legislatura della storia repubblicana, garantirebbe un voto autunnale per la prima volta in un secolo ma, soprattutto, può essere decretato solo dal Quirinale. Che ora aspetta le mosse della macchina politico-istituzionale messasi in moto, di cui la Lega è solo una parte: per meglio orientarsi nel migliore dei modi nella ridda di dichiarazioni, ipotesi e voci che stanno interessando il dibattito politico l’Osservatorio Globalizzazione ha deciso di pubblicare questa radiografia della crisi per permettere a lettori e analisti di meglio comprenderne cause, sviluppi e conseguenze nei principali ambiti in cui essa si svilupperà.

Conte tra la Lega, il Movimento e il Quirinale

Innanzitutto, è doveroso sottolineare un’anomalia: la Lega è divenuto il primo partito della storia repubblicana ad annunciare una mozione di sfiducia contro un governo di cui è membro senza, al contempo, procedere al ritiro della sua compagine ministeriale. Secondo quanto ricostruito da Il Sussidiario, il regista dell’operazione concretizzata da Salvini è stato il sottosegretario di Palazzo Chigi e stratega politico della Lega Giancarlo Giorgetti, con il pretesto di frenare le modifiche imposte, giorno dopo giorno, da Conte ai progetti di autonomia regionale: “senza l’autonomia regionale, ovvero, senza la normativa che avrebbe permesso alle Regioni del Nord di trattenere e gestire in loco un vero e proprio “malloppo” di risorse aggiuntive (roba da miliardi di euro), la delegazione della “Lega Nord” capeggiata dal sottosegretario Giorgetti avrebbe lasciato l’esecutivo sancendo di fatto e platealmente quella spaccatura che da mesi alberga in via Bellerio. Per Matteo Salvini ed il suo progetto di “Lega nazionale” un vero e proprio ultimatum a cui il ministro dell’Interno ha dovuto far buon viso a cattivo gioco”, senza però arrivare all’estremo della rinuncia al Viminale che rappresenta una fucina di consenso per il segretario leghista.

Un’altra interpretazione, non necessariamente alternativa alla precedente, assegna un ruolo al rifiuto leghista di sostenere la manovra economica in via di definizione da parte del Ministro dell’Economia Giovanni Tria e di voler scaricare su altre formazioni la necessità di reperire le cospicue risorse (23 miliardi di euro) necessarie per sterilizzare le clausole di salvaguardia IVA.

Fatto sta che il mancato ritiro della compagine leghista dall’esecutivo ha fornito all’inquilino di Palazzo Chigi spazio di manovra per architettare la sua “parata e risposta”: nella serata dell’8 agosto in cui la crisi è precipitata Giuseppe Conte ha risposto a distanza a Salvini, invocante le urne in un comizio a Pescara, rivendicando la volontà di parlamentarizzare la crisi e scaricando sul Ministro dell’Interno la responsabilità di spiegarne, in sede istituzionale, le cause. Conte ha preso dimestichezza nel suo ruolo e lo esercita con un margine di discrezionalità sempre crescente, forte dell’ancoraggio costruito in sede istituzionale (tra Quirinale, ambienti euroatlantici, Vaticano e grande impresa pubblica) e delle prerogative del suo ruolo. Conte potrebbe dimettersi solo se dal dibattito parlamentare uscirà chiara e inequivocabile la volontà della maggioranza dei membri di Camera e Senato di interrompere attraverso la sfiducia l’esperienza di governo. Ma raffreddando i toni e guadagnando tempo, con la sponda dei Presidenti di Camera e Senato, Conte potrebbe chiudere finestre elettorali cruciali per Salvini. Dando tempo ai suoi avversari, e in primo luogo al Movimento Cinque Stelle, tempo per riorganizzarsi.

La rottura con la Lega ha inaspettatamente garantito nuovo slancio all’azione politica del Movimento. Che si è mosso su uno schema con tre punte: Luigi Di Maio si è detto disponibile al ritorno alle urne ma solo dopo l’approvazione del Ddl costituzionale Fraccaro sul taglio dei parlamentari, che aprirebbe la strada al referendum approvativo e rimanderebbe le urne al 2020 (ipotesi a cui lo stesso Salvini ha aperto nel suo intervento in Senato del 13 agosto), Roberto Fico ha ribadito la centralità del Parlamento e della Camera da lui presieduta nella discussione sulla crisi e Beppe Grillo, sceso nuovamente in campo, ha sfidato Salvini duramente sul piano comunicativo. Una scossa che rimette in moto l’azione di quello che, nonostante le recenti delusioni elettorali, rimane comunque il maggior partito in Parlamento, con oltre 320 tra deputati e senatori.

Per Giuseppe Conte, secondo quanto dichiarato dal nostro direttore Aldo Giannuli, potrebbe aprirsi un ampio spazio di manovra proprio alla guida politica del Movimento nel caso in cui il precipitare degli eventi portasse al ritorno alle urne. Oppure, e questo è il secondo scenario più plausibile, un ruolo da guida di un governo di transizione o di tregua che incassi la legge di bilancio autunnale. Quel che è sicuro è che l’avvocato e docente universitario pugliese non progetta nell’immediato futuro una carriera lontana dalla politica: l’elevato tasso di consenso accumulato e la dimestichezza acquisita con il potere lo hanno convinto a non demordere. Del resto, non ha certamente valore solo simbolico la visita che il Presidente del Consiglio, nel pieno della crisi politica, ha compiuto alla figlia di Alcide de Gasperi, Maria Romana. Ne ha parlato Francesco Bechis, giovane e preparato articolista di Formiche, con la diretta interessata: “Il presidente fa poche domande, preferisce ascoltare, “con l’umiltà di una persona normale e la gentilezza di chi mi conosce da sempre”. Racconta Maria Romana, che di De Gasperi è stata a lungo segretaria personale, dai tempi della guerra fino agli ultimi giorni: “gli ho raccontato la storia di un uomo solo, che è stato perseguitato prima e durante la guerra, che ha saputo rialzarsi”. I simboli, nei momenti di crisi, hanno un valore che è tangibilmente concreto…

Molto, in ogni caso, dipenderà dalle scelte che faranno le opposizioni sconfitte al voto del 2018, ma legittimissimi attori in sede parlamentare, col Partito Democratico diviso inizialmente tra il segretario Nicola Zingaretti e l’ex premier Matteo Renzi, disposto a un governo di solidarietà nazionale, prima di ritrovare coesione interna e non chiudere all’opzione del patto coi Cinque Stelle, Forza Italia pronta al ritorno alle urne solo sotto condizione di un’esplicita alleanza con la Lega e Fratelli d’Italia sicura di poter fungere da sostegno utile al Carroccio.

Ogni calcolo non potrà però prescindere dalle decisioni del decisore di ultima istanza, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Su cui si concentreranno, nelle prossime settimane, le principali aspettative e prerogative decisionali.

Mattarella medita in silenzio

Mentre la “nebbia di guerra” delle dichiarazioni politiche si intensifica, sul colle più alto della Repubblica tutto tace. Sergio Mattarella, infatti, non ha modificato il suo programma che prevedeva, prima di Ferragosto, la breve vacanza in Sardegna, precedente il suo ritorno al Quirinale necessario a seguire da vicino l’esito del dibattimento: tutti i contendenti hanno, sino ad ora, utilizzato parole al miele nei confronti del Presidente della Repubblica, che dovrà però usare una forte dose di discrezionalità una volta che la crisi di governo si sarà perfezionata.

“Se la domanda di non avere questo governo alla guida del Paese in campagna elettorale si levasse da più parti, come già alcuni partiti hanno cominciato a chiedere, si potrebbe valutare l’ipotesi di dar vita in tempi rapidissimi a un esecutivo elettorale, per sciogliere le Camere comunque in tempi brevi”, scrive l’Agi; “la composizione dell’esecutivo a quel punto dovrebbe essere il più possibile condivisa da tutte le forze politiche e potrebbe avere una guida istituzionale”, possibilmente Conte stesso. “Su questo il Quirinale non ha ancora abbracciato alcuna ipotesi, tutto dipenderà dal dibattito in aula al Senato e dalle decisioni che assumerà Conte: quando il Presidente sentirà il dibattito parlamentare e consulterà i partiti, se qualcuno porrà ufficialmente la questione la affronterà. Il Presidente infatti non anticipa decisioni prima che la situazione non sia chiara e troppe sono ancora le incognite, sul piano istituzionale, politico ed economico”.

L’ipotesi di una mancata realizzazione della finanziaria e dell’apertura della strada all’aumento dell’Iva potrebbe condizionare, in tal senso, la scelta finale di Mattarella. Il quale, tuttavia, ha implicitamente dettato le linee guida, ricostruite da Marzio Breda per Il Corriere della Sera, riguardanti l’organicità che un governo successivo all’esecutivo gialloverde dovrà avere: prospettive di lunga durata, programma organico e coerenza politica. In altre parole, un esecutivo che non unifichi esclusivamente forze desiderose di porre un argine all’ascesa della Lega di Salvini ma abbia ambizioni di lunga durata.

Economia, Europa, nomine

I 23 miliardi delle clausole Iva rappresentano solo la punta dell’iceberg in campo economico: il Paese ha bisogno di una serie di politiche coraggiose per rilanciare crescita e occupazione in una fase che vede soffiare, sempre più forti, la buriana della recessione globale, con il crollo della produzione industriale in Francia e Germania, l’aumento del debito privato negli USA, la crisi del sistema bancario europeo (Deutsche Bank in testa), la guerra dei dazi e il rischio di una Brexit senza accordo.

L’ex ministro degli Affari Europei Paolo Savona l’anno scorso, aveva lucidamente invocato una manovra espansiva fondata su un piano corposo di investimenti pubblici per prevenire il rischio recessione: così non è stato, e viene da rispondere a chi evoca il fantasma di un governo tecnico alla Monti/Cottarelli quale austerità resterebbe da compiere in un’Italia che ha tagliato all’inverosimile i principali determinanti della crescita nell’ultimo decennio.

Non scrivere la manovra finanziaria e accettare aumento dell’Iva ed esercizio provvisorio sarebbe una scelta politicamente pesante di cui chi ha accelerato la crisi di governo dovrà prendersi la responsabilità nel venturo 2020, specie considerato il fatto che a questo si unirebbe la perdita dello strategico commissariato alla Concorrenza negoziato da Conte in sede comunitaria e da cui, nell’ultimo quinquennio, sono partiti dalla danese Vestager duri attacchi al nostro sistema bancario che il Paese ha incassato con difficoltà.

Altro tema non preso in considerazione dai fautori di un immediato ritorno alle urne è quello della governance economica degli enti a guida o partecipazione pubblica che rappresentano un comparto strategico dell’economia nazionale, nonché di authority di garanzia che svolgono un ruolo di scrutinio essenziale. L’esecutivo, infatti, deve completare entro il 31 dicembre la nomina di una settantina tra amministratori e funzionari d’alto rango che vanno dai vertici di Agcom e Anac alla scelta del nuovo Garante della Privacy. “C’è poi da risolvere il pacchetto di nomine legate a Cassa Depositi e Prestiti, che dovrebbe arrivare sul tavolo a fine agosto”, scrive Il Sole 24 Ore. Le pedine più importanti? Nelle settimane a venire Sace, Ansaldo Energia, Cdp Immobiliare, Cdp Investimenti e il Fondo Nazionale Investimenti; nell’anno venturo, dopo l’approvazione primaverile dei bilanci 2019, la sfida cruciale per quaranta poltrone nelle sei grandi partecipate: Eni, Enel, Leonardo, Poste Italiane, Terna ed Enav. Scegliere se andare ad elezioni o proseguire con diverse esperienze di governo condizionerà in senso decisivo gli indirizzi di società fondamentali per la rotta dell’interesse nazionale in materia geoeconomica e strategica.

La crisi e il contesto geopolitico

La crisi di governo avviene in una fase delicata non solo per l’economia internazionale ma anche per le dinamiche geopolitiche di ampio respiro. Risulta interessante, dunque, capire quali possano essere le ambizioni e le aspettative delle principali potenze internazionali di fronte alla crisi italiana.

Chi ha sicuramente osservato la situazione con interesse sono gli Stati Uniti. L’amministrazione Trump aveva inizialmente stabilito un profondo feeling con l’esecutivo gialloverde, ritenendolo il più allineato ai desiderata di Washington tra quelli prevalenti nell’Eurozona. Tra 2018 e 2019, tuttavia, la divergenza tra le anime interne al governo ha portato l’Italia a prendere posizioni dissonanti rispetto alle richieste statunitensi su dossier come il Venezuela, l’Iran e, soprattutto, la Cina. La visita a Roma di Xi Jinping e la stipulazione del memorandum sulla “Nuova Via della Seta” hanno rappresentato per gli Stati Uniti un punto di svolta: da allora in avanti l’amministrazione Trump, principalmente per mezzo del Segretario di Stato Mike Pompeo, ha iniziato a vedere nella Lega, ritenuta maggiormente più allineata, il cavallo su cui puntare.

La Lega, in questo senso, sconta i limiti di una storia politica mai caratterizzata da reali ragionamenti sull’interesse nazionale e del passato regionalista. Allineata a Washington ma socio di minoranza nel governo, critica della Cina ma partito a cui fa riferimento il sottosegretario Michele Geraci che ha negoziato il memorandum, aperta alla rimozione delle sanzioni alla Russia ma anche ai dossier più dirimenti per Washington (golden power sul 5G, F-35, riconoscimento di Guaidò in Venezuela), la Lega è stata discontinua nelle dichiarazioni e ancor di più nella prassi. Tuttavia, in chiave geopolitica per il Carroccio sembra essersi disegnata la traiettoria di un’alleanza con Washington, specie se un ritorno alle elezioni dovesse spianare la strada al ritorno al governo del centrodestra. “L’Italia governata dalla destra non ha la possibilità di allearsi con gli altri europei che contano, in particolare Francia e Germania”, sottolinea Carlo Pelanda in un’intervista a StartMag. “Pertanto, deve accordarsi con l’America facendo uno scambio su punti molto concreti come gli F-35, la stazione d’ascolto globale Muos in Sicilia e, soprattutto, una posizione d’interferenza dell’Italia contro il tentativo di creare in Europa una difesa post-Nato. L’Italia diventerebbe dunque il grimaldello statunitense per evitare il distacco totale tra Europa e Usa”.

In campo europeo, invece, l’ipotesi di un governo istituzionale richiamerebbe in causa la “coalizione” che ha sostenuto l’elezione di Ursula von der Leyen a giugno, perlomeno nella componente pentastellata e di centro-sinistra. Tale opzione avrebbe la conseguenza di comportare, con ogni probabilità, la perdita del commissario europeo che la Lega aveva inizialmente intestato dopo il successo elettorale di maggio e la continuazione della sinergia creata da Conte in sede comunitaria. Sinergia che però sarebbe, una volta di più, non supportata da una reale volontà politica per un’azione diretta a una maggiore incisività dell’Italia sul piano internazionale, trattandosi di opzioni governative dettate dal fronte interno.

Il nodo Cina è, tra tutti, quello più difficile da sciogliere. La firma del memorandum ha creato un precedente politico di notevole spessore: la Repubblica Popolare intende le relazioni con alleati e partner in maniera a lungo raggio, trascendente l’alternanza degli esecutivi. Nella politica italiana è risultata carente negli ultimi anni la capacità di sistematizzare la relazione con Pechino, e se il governo Conte firmando il memorandum ha certificato l’interesse per la “Nuova Via della Seta” e aperto all’operatività bilaterale di aziende come Cdp ed Eni, dall’altro non ha provveduto a leggi cruciali sul controllo pubblico degli asset strategici, sul riordino del sistema portuale per organizzare gli investimenti a Genova e Trieste e su un piano infrastrutturale per rafforzare la connettività interna. Proseguendo nell’ambivalenza degli esecutivi precedenti. Un rollback completo di questa linea, in caso di governo post-elettorale di centrodestra, sarebbe ancora più indigesto per Pechino, specie se guidato dal partito che ha, tecnicamente, espresso il principale negoziatore del memorandum, ma anche un governo di scopo, “del Presidente” o di tregua dovrà mettere nella sua agenda di politica estera una definizione di un’agenda cinese credibile. Nella calda crisi agostana, la situazione politica italiana è incandescente sia vista dal Quirinale che dalla Città Proibita.

La Groenlandia pare che sia in vendita

Ghiaccio Bollente

di Pierluigi Fagan
17 agosto 2019

Trump vuole comprarsi la Groenlandia? Trattata a poco meno che una boutade, un lancio Reuters, oggi ripreso da Repubblica, Corsera e La Stampa, ma più ancora dall’intero schieramento della stampa internazionale, anglosassoni in fila, riporta degli sghignazzi dei politici danesi. Danimarca dove Trump si recherà però in visita ai primi di settembre. Ma la faccenda è molto meno surreale di quanto si voglia mostrare.

Il contesto è duplice. Da una parte lì si sta sciogliendo tutto checché ne dicano gli improvvisati de-bunkers del cambiamento climatico. Le terre si liberano e si offrono a vari utilizzi tra cui quelli minerari hanno la precedenza. Dall’altra, proprio in ragione di questa emersione di una parte del globo prima infrequentabile, non solo per la terra ma anche per il mare, c’è grande fermento tra le potenze, russi e cinesi su tutti. Dopo aver spulciato un po’ il web, penso di far cosa gradita allegando l’articolo di analisi più ampio e fondato dell’immancabile Politico, è di giugno ma torna molto utile per inquadrare la faccenda reale.

In breve, la situazione è questa: La Danimarca è tra i paesi fondatori della NATO, gli USA hanno un decennale accordo militare sulla Groenlandia ed una base attiva. I danesi, pare che comincino ad avere problemi a pagare l’annuale contributo di sostegno alla vita dei 50.000 abitanti l’isolone ghiacciato.

Gli americani, da tempo, armeggiano cercando di promettere investimenti che però poi non arrivano. Lo fanno per cercare di contrastare la pesante infiltrazione cinese già attiva con diritti di sfruttamento minerario da soli ed in co-partnership con gli australiani, nonché reitarti tentativi di comprare porti ed aeroporti. Se i russi stanno puntando pesantemente sul Polo Nord riaprendo basi, varando navi, sottomarini e rompighiaccio e chiedendo la ratifica di una nuova cartina dei diritti territoriali che amplierebbe di parecchio le proprie pertinenze, i cinesi non sono da meno come si leggerà nell’articolo ed in un più superficiale ma non sbagliato video uscito dalla Gabanelli su Corsera che allego qui in chiusura. Politico riferisce che gli americani hanno a lungo avuto un solo rompighiaccio vecchio di 43 anni, quasi sempre in riparazione (con ricerca dei pezzi di ricambio su eBay) e solo di recente Trump è riuscito a farsi finanziare dal Congresso uno nuovo. Il problema dunque sono i soldi, come al solito. La boutade di Trump, prima del viaggio danese, potrebbe esser solo una far venire l’acquolina in bocca ai nordici non certo per fargli vendere l’isolone (tra l'altro: comprandolo con che soldi?) ma per fargli assaporare la possibilità di fare nuovi business vantaggiosi mettendo i cinesi in stand by.

Si capiranno allora meglio alcune cose. La prima è che la faccenda artica promette di incendiarsi a breve e chissà che la stagione degli incendi nelle zone pre-artiche di questa estate non ne sia più che una simbolica avvisaglia. La seconda è che se Trump chiede alla Germania di aumentare il contributo NATO è perché la NATO deve ridistribuirsi sul pianeta secondo nuove logiche e le ridistribuzioni costano. La terza è che quando commentiamo questioni sul Mar Cinese o Malacca o Hormuz o Bad El Mandeb o Suez o il Mediterraneo o Gibilterra o Panama o altrove, c’è chi questi problemi non li ha uno per uno ma tutti assieme. E quel qualcuno non può certo più far fronte da solo a tutta questa complessità, quindi le redini dell’alleanza atlantica (più tutti gli altri accordi multilaterali o bilaterali che hanno gli USA come terminale) si faranno sempre più strette e gli inviti più imperiosi o meglio nervosi. La quarta ed ultima, è che gli Stati Uniti, con Trump, stanno giocando una partita davvero difficile che in breve sembra sempre meno la continuazione del “Secolo Americano” e sempre più il cercar di guadagnare tempo prima che cinesi, indiani, russi, golfisti, europei e tutti gli altri, esplodano nel conclamato casino multipolare che di certo restringerebbe di non poco le condizioni di possibilità americane con effetti non lineari a cascata molto imprevedibili.

Comunque, da tempo sottolineo come il cambiamento climatico (si legga bene, ho scritto “cambiamento” non “riscaldamento”) ponga due questioni simmetriche nel tempo: da dove viene e dove va, cioè che effetti avrà, come prepararsi a gli impatti nel mentre ci si diletta a disquisire sulle cause. Mentre i più attardati si scannano sulle cause dilettandosi nel decostruire la ragazzina scandinava, i più svegli (i responsabili delle potenze) si stanno già dando gran da fare su gli effetti.

Il Nuovo Mondo Multipolare, passa anche per i poli geografici. La nuova guerra fredda guarderà sempre più a Nord e non per simpatia climatica.

Riferimenti

Le affermazioni in politica estera di Salvini denotano il servilismo agli Stati Uniti/ebrei. E non affrontare il Progetto Criminale dell'Euro denota il suo falso ideologico. E scomparire nella firma del Memorandum con la Cina denota la sua incapacità di evolversi leggere stare al passo con i tempi

Il populismo in generale e quello di Salvini

di Moreno Pasquinelli
17 agosto 2019 


Da alcuni anni, anzitutto dopo la sorprendente ascesa al trono di Trump, non c'è giorno in cui i media globali, anzitutto liberali e di rito politicamente corretto, non discettino sul "populismo".

Abbiamo così visto il fior fiore dell'intellighènzia di regime cimentarsi sul tema, chiedersi cosa il populismo sia e dove vada a parare. La categoria di populismo è diventata così onnicomprensiva, un passepartout per aprire porte ad ogni latitudine: populisti Trump e Sanders, Le Pen e Maduro, Orban e Corbyn, Putin e Erdogan, Mélenchon e Farage, Grillo e Salvini, Podemos e l'AFD tedesca, la Kirchner peronista e Bolsonaro. Fiumi di inchiostro, tanta fuffa, univoco il risultato: scomunica del populismo come fenomeno funesto, illiberale e totalitario.

Le sinistre transgeniche d'ogni razza e latitudine hanno accettato questa narrazione. Chi a sinistra era stato colpito dall'anatema del populismo (Mélenchon, Corbyn o Iglesias) ha ben presto compiuto il rito dell'abiura rientrando nei ranghi del politicamente corretto.

La maledizione di Laclau

Minoritarie propaggini colte di questa sinistra hanno invece tentato di affrontare il fenomeno populista, andando alla sua genesi, alla sua polimorfica natura, alla sua fenomenologia.

Di qui la riscoperta delle riflessioni teoriche di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe. Qui avveniva tuttavia un fatto deprecabile: il più radicale congedo dalla tradizione teorica marxiana era direttamente proporzionale al vacuo funambolismo teorico.

Laclau, soprattutto quello della "seconda fase", porta una responsabilità enorme per questo smarrimento intellettualistico. Modo e rapporti di produzione relegati a "costrutti soggettivi"; le leggi antagonistiche del sistema capitalistico rifiutate come ipostasi metafisiche; il rifiuto di ogni teleologia e filosofia della storia sostituito dal "tutto contingente"; il determinismo sostituito dal più deciso indeterminismo; l'autonomia del Politico trasformata nella secessione del Politico dall'economico-sociale; il discorso di Gramsci sulla filosofia della praxis e sull'egemonia recuperato scaltramente per giustificare il più radicale empirismo.

Abbiamo così avuto un risultato paradossale: la pretesa relativizzazione della verità rovesciata in una vera e propria ontologia del casuale. Il populismo, da fenomeno specifico e concreto, trasformato nell'unica luce per squarciare la notte della politica... per alla fine scoprire che le vacche erano tutte grigie.

Un caso recente di intrappolamento nella bolla intellettualistica del laclauismo c'è stato fornito dall'amico Diego Melegari — L'anatra-coniglio della nazione "a sinistra". Il breve saggio, elegante fino ad essere barocco, è la plastica dimostrazione che non si esce dalla palude teoricista di Laclau senza sbarazzarsi dei suoi enunciati e della sua cattiva filosofia politica.
Prima essenziale considerazione: non esiste il populismo come categoria onnicomprensiva, cioè astratta dal contesto che lo partorisce, ci sono invece i populismi.

Conta dunque analizzare e capire i concreti fenomeni populisti. E siccome l'Italia è stato e resta il principale laboratorio politico dell'Occidente liberal-capitalistico, abbiamo proprio noi il prezioso vantaggio di avere un punto di osservazione privilegiato. Da questa "analisi concreta della situazione concreta" si può semmai tentare di individuare certe costanti e caratteristiche generali.

Lo strano caso della Lega Nord

Ci fu, subito dopo la seconda guerra mondiale e il crollo del fascismo, L'Uomo Qualunque di Giannini. Un caso da manuale di populismo, che tuttavia era destinato a dileguarsi presto, seppellito dalla radicale polarizzazione sinistra-destra, forma simbolico-politica della contrapposizione sociale e di classe — a sua volta rafforzata dalla divisione del mondo in blocchi geopolitici contrapposti.
Potessimo estendere il caso italiano dovremmo dedurre una prima legge generale: il fenomeno populista non diviene mai di massa in condizioni di alta conflittualità di classe e di polarizzazione politica, tanto più ove il movimento operaio si articola in combattivi e potenti partiti e sindacati.

Ed infatti il populismo, nella forma della Lega Lombarda di Umberto Bossi, sorge negli anni '80, come conseguenza (1) del disfacimento della formazione sociale fordista causata dall'avvento della finanziarizzazione neoliberista e (2) della conseguente decomposizione del movimento operaio italiano.

Ma la folgorante ascesa della Lega di Bossi nella regione più industrializzata d'Italia non sarebbe diventata fenomeno di massa senza tre grandissimi fattori storico-politici altrettanto correlati: (1) l'implosione dell'URSS, ovvero il più grande terremoto geopolitico del '900; (2) la selvaggia avanzata della globalizzazione con la relativa apertura del mercato interno italiano ai concorrenti esteri — spacciata come progressista e inarrestabile; (3) l'accelerazione (dopo Maastricht) del processo di costruzione dell'Unione europea che minava alle fondamenta la solidità dell'Italia come Stato-Nazione.

Ebbe cioè bisogno, l'ascesa del populismo bossiano, del combinato disposto di un disfacimento del tessuto sociale, di un terremoto geopolitico e, sul piano dell'immaginario collettivo, che si chiudesse un intero ciclo sociale, storico e politico. Per la precisione ebbe bisogno che tramontasse l'idea grandiosa di un'alternativa socialista di sistema. L'irruzione dell'inchiesta denominata "Mani pulite" o "Tangentopoli" (prima metà degli anni '90), il crollo della vecchia casta politica nazionale apparentemente causata dalla congenita corruzione sistemica, fornì alla Lega di Bossi un'ulteriore e formidabile arma per catalizzare il fortissimo malcontento sociale e morale, per dargli un nuovo orizzonte di senso.
Da quanto detto, e al netto delle peculiarità, si può ricavare la seconda legge generale che sottostà all'emersione del fenomeno populista: una crisi duplice che ha aperto un nuovo spazio politico: da una parte quella della destra storica dominante (il declino della sua egemonia politica) e, dall'altra, quella della sinistra che appariva come il suo avversario.

Occorreva però a Bossi un nuovo mito identitario e fondativo, ciò che avvenne issando la bandiera del secessionismo lombardo (infarcito addirittura di ancestrali quanto improbabili reminiscenze celtiche) giustificato da un sotto-mito, quello del produttivismo lavorista di rito ambrosiano. Un simbolismo che in nome della dell'ethnos e della prossimità territoriale come principale fattore di coesione comunitaria, serviva ad amalgamare i più diversi strati sociali (di qui una certa xenofobia); non solo piccola borghesia e proletariato ma pure la media borghesia. Bossi fu abile nel convogliare il rancore di chi si sentiva in basso contro chi stava in alto. Dove l'alto non era la potente borghesia liberista, di cui cercava in verità l'avallo, bensì la "casta politica romana". Ma con la centralità di Roma era messa sotto accusa, come un artificiale costrutto ideologico, la stessa identità nazionale italiana. Al posto della nazione Italia "Lombardia nazione".
Qui s'affaccia una terza legge generale che caratterizza il fenomeno populista: esso non può sorgere, tantomeno può sfondare, senza un proprio simbolismo identitario, senza un proprio mito fondativo (che sia di nuovo o vecchio conio), con cui pretende di presentarsi non solo al di là della destra e della sinistra, ma contro entrambi, ovvero riciclando idee dell'una e dell'altra.

E come storicamente ogni fenomeno che nasce e si sviluppa in Lombardia è destinato ad espandersi, anche i leghismo dilagò in tutto il Nord, anzitutto in Veneto. Dalla Lombardia nazione si passò presto alla "Padania nazione", dalla Lega Lombarda alla Lega Nord.

Dietro all'antitalianismo simbolico degli anni '90 c'era un fortissimo antistatalismo di segno liberista ma spiccatamente antifascista, con lo sguardo tutto rivolto alla nascente Unione europea a trazione tedesca.

Ma come la lunga storia italiana dimostra, dalla rivolta della antica Patria in poi, tutto ciò che sorge a Milano punta a conquistare subito il potere a Roma. Bossi, liberatosi dell'ideologo secessionista Gianfranco Miglio, dopo alcuni zig-zag, finisce per allearsi stabilmente con Berlusconi ovvero il vero collettore del vecchio ciarpame politico romano della Prima Repubblica ed ex-fascista. Come tutto ciò che giunge a Roma finisce per corrompersi e degenerare, anche la Lega Nord iniziò a decomporsi. Da movimento populista territoriale divenne presto un asse portante della "Seconda Repubblica", una stampella di quello sciagurato regime che condurrà il Paese al disastro storico dell'euro. Esito che faceva premio al primigenio impulso anti-nazionale della Lega.
Siamo quindi a quella che potremmo chiamare la quarta legge generale che caratterizza il fenomeno populista: ove non riesca ad agguantare il potere sull'onda della sua ascesa esso è condannato, non solo a compiere repentini zig-zag ma ad essere incorporato dell'élite medesima come propria protesi politica.

Qui è necessario aprire due parentesi.

(1) Davanti all'irrompere della Lega né le sinistre maggioritarie né l'estrema sinistra osarono sollevare, contro il secessionismo leghista, la bandiera patriottica e democratica dell'unità nazionale. Avanzavano allora il cosmopolitismo catto-liberale e l'europeismo, l'idea che la nazione ("padana" o italiana) fosse un'anticaglia della storia, perciò condannata al trapasso. L'estrema sinistra, del tutto spiazzata, rispose al leghismo con la stessa musica, solo declinando il cosmopolitismo in un astratto internazionalismo anticapitalista. Formazioni minoritarie (Voce Operaia tra queste), prigioniere del mito operaista —la stessa FIOM riconosceva che la maggioranza dei suoi iscritti nell'Italia del Nord votava per la Lega — tentarono il dialogo tattico con la Lega in funzione antisistemica, sulla base del paradigma che tutto ciò che minava il nemico principale, allora lo "stato imperialista italiano", portava acqua al mulino della rivoluzione.

(2) Molto si è discettato se il miliardario milanese Berlusconi sia stato un populista. Ne aveva le fattezze ma non lo era per niente. Egli ha solo usato la maschera populista. Lungi dall'essere il risultato di una spinta sociale e popolare nuova, esso era un fenomeno cosmetico con cui il vecchio ciarpame politico dominante si andava riciclando. Un camuffamento trasformista per nascondere ai cittadini quali fossero gli interessi reali che difendeva: potenti settori della borghesia italiana e della sua vecchia casta politica.

La meteora grillina

Nel frattempo dilagava il rancore popolare verso il regime della "Seconda repubblica", il disprezzo generale verso i suoi due pilastri del centro-destra e del centro-sinistra. Questa indignazione generale attendeva di essere raccolta. E venne raccolta infatti dal carismatico comico genovese Beppe Grillo, già notissimo e amato da molti per la sua verve polemica contro la casta dei malfattori politici di regime. Nella più classica delle metodologie populiste e non senza una potente copertura mediatica, il Vaffanculo Day dell'8 settembre 2007 ebbe un successo strepitoso. Due anni dopo l'Associazione "Amici di Beppe Grillo" si trasformò nel Movimento 5 Stelle. Iniziava così una marcia folgorante che sfocerà nel grande successo elettorale del febbraio 2013 — 25,55% dei voti, pari a 8,7 milioni di elettori. Fino al vero e proprio trionfo, dopo la terribile terapia austeritaria targata Mario Monti-Pd, nelle elezioni del 4 marzo 2018, quando il Movimento diventa di gran lunga il primo partito italiano superando il 32% dei consensi — primo partito tra i giovani, gli operai ed i disoccupati.

Che populismo era quello grillino? Esso non si limitava alla lotta contro "la casta", coniugava forti istanze democratiche e repubblicane a rivendicazioni di giustizia sociale, il rifiuto dell'austerità liberista e un ecologismo radicale con, infine, posizioni in politica estera di tipo pacifista ed anche antimperialista e una condanna aperta dell'euro. Il tutto però entro una ferrea cornice di legalitarismo di marca liberale che mai faceva appello alla mobilitazione diretta dei cittadini — quindi il mantra del partito liquido tutto imperniato sul web. Si trattava evidentemente di un "populismo di sinistra". Questo dicemmo subito, sottolineando il suo aspetto progressivo e di rottura. Di contro le sinistre liberali e radicali, in ossequio alla fede politicamente corretta, rifiutarono ogni alleanza bollando anzi Grillo e il M5S come un movimento populista di destra, reazionario. D'altra parte una certa estrema sinistra, a dimostrazione di non aver capito un'acca del "momento populista", frignava e denunciava lo "interclassismo" di Grillo, l'assenza di riferimenti "di classe", non senza condannare come "fascista in sé e per sé" la leadership carismatica.

Esula da questo breve saggio, dato che l'oggetto è Salvini e la sua Lega, un'analisi approfondita del fenomeno del Grillismo e del Movimento 5 Stelle. Basti dire che l'uscita di scena del comico e la dipartita di Gianroberto Casaleggio, quindi il passaggio della direzione nelle mani del cerchio magico raccolto attorno a Luigi Di Maio, hanno corrisposto ad una svolta moderata, all'abbandono della radicalità originaria. Svolta accentuatasi con la formazione del governo capeggiato da Giuseppe Conte (1 giugno 2018). Un governo non solo giallo-verde ma con i segugi di Mattarella nei ministeri chiave. Arriviamo così al tracollo elettorale in occasione delle elezioni europee del maggio di quest'anno: milioni di voti persi verso il non voto e verso la Lega di Salvini (che balzerà dal 17% a oltre il 30%). La disfatta elettorale è stato il prezzo che il Movimento ha pagato per questa sua svolta moderata, per una campagna elettorale insipiente ed europeista, mentre, al contrario, Salvini radicalizzava i suoi messaggi, non solo su sicurezza e immigrazione ma anche verso l'Unione europea. Invece di correggere il tiro e di sfidare Salvini sul terreno che conta e su cui è più debole (liberismo o keynesismo sul piano delle misure economiche e sociali?), la conventicola di Di Maio ha scelto addirittura di votare come Presidente della Commissione europea la Von Der Leyen (16 luglio). Era la conferma, anzi la consacrazione solenne dell'ingresso del M5S nel campo eurocratico.

Non ci stupisce quindi che il Movimento — dopo l'improvvida e funesta mossa di Salvini di rovesciare il governo Conte per andare ad elezioni anticipate subito —, pur di evitare il voto, ha scelto di andare incontro ai desiderata dell'eurocrazia e dalla Confindustria, accettando di formare un governo assieme al Pd. E' un'altra conferma del passaggio del M5S dal campo populista a quello liberaloide dei poteri forti.

Questo esito deplorevole ci consente di vedere oggi sotto la sua giusta luce quanto accadde dieci anni fa, nel luglio del 2009, quando Beppe Grillo chiese di tesserarsi al PD e quindi di candidarsi alle sue primarie per competere alla carica di segretario nazionale. Oggi Grillo fa appello a "fermare i barbari", ovvero Salvini. Forse non è solo una mossa tattica disperata, forse è il segnale che il M5S si presta a conformare col Partito democratico e i liberali europeisti un vero e proprio blocco politico di potere come palingenesi del vecchio centro-sinistra, ridando così vita all'assetto sistemico bipolare, con Salvini a capo di un nuovo centro-destra.

Il parricidio

Ma torniamo a Matteo Salvini. Leghista della prima ora (dopo aver frequentato da giovanissimo, come del resto come Bossi e Maroni, l'estrema sinistra), consigliere comunale, poi direttore di Radio Padania Libera, quindi europarlamentare, è stato uno dei colonnelli di Bossi.

Dopo il penoso scandalo che travolgerà quest'ultimo e che aveva fatto schiantare la Lega Nord, i notabili nordisti della Lega sceglieranno lui per la rinascita del partito. Salvini farà molto di più, non solo compirà il miracolo della resurrezione ma porterà la nuova Lega a diventare primo partito nazionale. Per farlo ha dovuto compiere tuttavia il più grande dei sacrifici, il parricidio. Con una spettacolare operazione politica, dal corpaccione della Lega nordista farà sorgere la nuova Lega "nazionalista".

Sotto i nostri occhi è avvenuto una specie di mistero eucaristico: la la carne e il sangue della vecchia Lega Nord diventati il vino e il pane della nuova Lega nazionale. Se prima era "Padania nazione" ora è "prima gli italiani" e "sovranità". Da un piccolo ethnos ad uno ben più grande.

Salvini si spingerà molto più avanti, facendo della Lega una forza politica "no euro" allo scopo di occupare, e ci riuscirà scalzando l'M5S, l'amplissimo spazio politico euroscettico e no-euro, quindi raccattando qua e là come gregari intellettuali e militanti dell'area sovranista.

Il minestrone sovranista era poi condito con quattro ingredienti pesanti: la linea dura (ai limiti della xenofobia) sull'immigrazione, un sicuritarismo spinto, ovvero l'idea dello stato forte; il richiamo anti-berogliano ai valori del cattolicesimo conservatore, quindi, sul piano economico, una fortissima impronta al contempo, anti-austeritaria e liberista. Non avrebbe infine sfondato Salvini — dopo il successo elettorale del marzo 2018 (17% dei voti) quello delle europee di quest'anno (32%) con tanto di sfondamento nelle tradizionale roccaforti "rosse" e nel Mezzogiorno — se, nel momento in cui prendeva in mano la Lega, la crisi sistemica (organica avrebbe detto Gramsci), non avesse toccato il suo apice, gettando molti settori popolari nella disperazione, senza l'impoverimento della piccola borghesia, senza la distruzione di decine di migliaia di piccole e anche medie aziende. Senza dunque la tragica parentesi del governo Monti.
Qui abbiamo la quinta legge che contraddistingue il fenomeno populista: esso può imporsi sull'onda di una di crisi sistemica, e quindi indicando un comune nemico del popolo (senza questo nemico nessuna operazione di accorpamento avrebbe successo), nel nostro caso un blocco di nemici, ma tutti facenti capo ad una élite plutocratica mondialista che trama per umiliare il popolo italiano, per fare del Paese una colonia meticcia.

Dove sta, vi chiederete, il populismo. Sta anzitutto nel leader medesimo, nella maestria con cui Salvini ha saputo raccogliere e mettere assieme le più diverse e contraddittorie pulsioni sociali e ideali: da quelle democratiche a quelle alla sicurezza sbirresca, da quelle liberiste a quelle stataliste, da quelle improntate alla venerazione dei prodigi della tecnoscienza alle strizzate d'occhi ai freevax. Operazione sincretistica che non sarebbe riuscita senza il suo carisma personale. Egli ha raccolto non solo il testimone di Bossi ma pure quello di Beppe Grillo, che fu, come detto, il primo a riportare in auge il populismo, riuscendo a miscelare il diavolo con l'Acqua santa. L'uscita dalla ribalta di Grillo — col passaggio di consegne ad un gruppo di mezze tacche moderate raccolto attorno a Di Maio —, è stata indispensabile allo sfondamento di Salvini, gli ha aperto le porte del suo successo.
Possiamo quindi indicare la sesta legge del fenomeno populista. Non basta che il capo sia carismatico, il suo carisma deve essere accompagnato dalle qualità che contraddistinguono l'uomo politico di razza: non solo spregiudicatezza e astuzia, ma la capacità di offrirsi al popolo che sta sotto come colui che non solo lo ascolta, ma ne ricompone le disjecta membra, che ne fa un corpo organico con sé medesimo come cervello e guida.
V'è infine una settima legge che contraddistingue il fenomeno populista. Per affermarsi esso ha bisogno non solo della crisi della sinistra, non solo che questa sia passata con l'élite liberale. Il fatto è che con questo passaggio è avvenuto un fatto simbolico determinante: la sinistra ha preferito lo spazio immaginario del privato (con tanto di fuga in una dimensione morale e spirituale new age) a spese dello spazio pubblico, la difesa dei diritti civili di esigue minoranze a spese di quelli sociali di larghe masse pauperizzate. Questo spostamento non ha solo concimato il populismo, ha alimentato quello di destra, e qui ci spieghiamo la bandiera della sicurezza e dello stato forte. Una risposta politica reazionaria ad un domanda sociale legittima, quella di porre fine al caos, sociale e morale, della globalizzazione liberista.

Il destino di Salvini

Ogni populismo ha tuttavia no uno ma diversi punti deboli, e tutti, non sembri un paradosso, stanno proprio nei suoi punti di forza.

Il primo punto debole: più è ampia e assortita la sua collezione di istanze sociali, più diventa debole la sua capacità di tenuta nel tempo. La possibilità di tenere assieme istanze contraddittorie dipende sì dalla perspicacia del capo carismatico, ma dipende anzitutto dalle circostanze sociali e politiche, endogene ed esogene, per loro natura mutevoli. Non parliamo solo di circostanze oggettive, economiche e sociali, ma pure politiche. Nel caso di specie di Salvini molte sono le istanze oppositive, ma la principale, quella esplosiva è che sotto la recente corteccia nazionalista sopravvive forte la pulsione nordista a sganciarsi dal resto del Paese per candidare dunque il lombardo-veneto a fare parte del club dei ricchi della Unione europea (ammesso e non concesso che questa campi ancora)

Il secondo punto debole: Salvini è un maestro nello stabilire una connessione emotiva col suo popolo. Per essere amato dai suoi seguaci ha accettato di apparire come una vera e propria bestia nera delle élite oligarchiche e dei poteri forti. Egli si è fatto prendere talmente la mano da questo entusiasmo popolare che di fatto ha trasformato la Lega, da partito solido in un ectoplasma in cui, sentita una ristretta cerchia di colonnelli, decide tutto lui. Così facendo ha sostanzialmente liquidato le strutture territoriali di partito, affidandosi a ras locali e trasformando i militanti in replicanti, chiudendo così i canali di trasmissione dal basso vero l'alto. In questa condizioni di quasi autismo politico, il leader maximo rischia di perdere il contatto con tutto ciò di reale che non sia il mondo degli osanna e dei peana, rischiando quindi di commettere errori tattici e politici gravissimi.

Il terzo punto debole: la psicologia conta, e molto nella lotta politica. Più un capo populista accresce il proprio consenso più rischia di essere ottenebrato dalle vertigini del successo, di montarsi la testa, di cadere infine vittima del delirio di onnipotenza. E ciò che pensiamo spieghi quello che rischia essere il più grave errore politico della sua carriera: la decisione di far cadere ex abrupto ed in un momento sbagliato il governo Conte, di cui di fatto deteneva la golden share. Ove Salvini non ottenesse le elezioni, questo si rivelerebbe un errore per lui fatale che potrebbe segnare l'inizio del suo declino.

Post scriptum

Per dare un giudizio definitivo sulla natura del "salvinismo" aiuta considerare la sua politica estera. Il suo filo-putinismo non deve trarre in inganno. Su tutte le zone dello scacchiere mondiale Salvini si è posizionato sul lato della barricata opposto alla Russia — lontani sono i tempi in cui la Lega di Bossi, nel 1999, si schierò a favore della Serbia nella sua guerra di autodifesa contro la NATO. Il nostro non ha solo ostentato la sua ammirazione per Trump, ha inneggiato apertamente, e non solo perché vittima di una viscerale islamofobia, ad Israele ed alla sua élite sionista, lanciando strali contro l'Iran. Nella crisi venezuelana si è quindi schierato col tentativo di golpe di Guaidò, mentre ha tessuto le lodi del brasiliano Bolsonaro. Questo spesso in contrasto con le posizioni dell'alleato di governo a 5 Stelle. Per quanto concerne il "sovranismo", ovvero il giudizio sull'Unione europea, egli, stretto tra la frazione giorgettiana e nordista e quella cosiddetta "sovranista", Salvini ha cercato di salvare capra e cavoli, rimodulando la posizione no-euro con uno smodato "altreuropeismo": "andiamo a Bruxelles per cambiare la Ue dall'interno". Nel Parlamento europeo ha dato vita ad un gruppo con diverse formazioni nazionaliste di destra (Identità e Democrazia) ma senza l'osannato Orban, un'accozzaglia destinata ad avere vita breve.