L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 22 gennaio 2021

Continuano imperterriti gli attacchi aerei degli ebrei sionisti alla Siria mentre a terra i terroristi tagliagola mercenari fanno attentati alla Mossad



Difese aeree siriane rispondono a un attacco con razzi ad Hama - Foto, Video
© Sputnik . Mikhail Voskresenskiy
MONDO
06:55 22.01.2021URL abbreviato

Il governo siriano ha ripetutamente attribuito gli attacchi missilistici alle forze di difesa israeliane, diretti a obiettivi militari in Siria, secondo quanto riferito, collegati all'Iran, anche se Israele di solito non commenta la questione.

La difesa aerea siriana ha risposto "a un'aggressione israeliana" nel governatorato di Hama, ha riferito venerdì un corrispondente dell'agenzia di stampa SANA.

Precedenti resoconti dei media affermavano che si erano udite esplosioni nel cielo sopra Hama.

Citando fonti del ministero della Difesa del Paese, Sana ha riferito che la maggior parte degli obiettivi in ​​arrivo sono stati intercettati.
"Intorno alle quattro del mattino di oggi, il nemico israeliano ha lanciato un assalto aereo con raffiche di razzi dalla direzione della città libanese di Tripoli, prendendo di mira alcuni obiettivi nelle vicinanze del governatorato di Hama", ha riferito l'agenzia.

Secondo i resoconti dei social media, l'assalto è stato diretto contro Hama dall'alto del Libano settentrionale. Secondo quanto riferito, le esplosioni sono state udite nella città di Tartus e su Safita, nella parte nord-occidentale del paese.

Secondo quanto riferito, l'attacco ha preso di mira un "centro di ricerca" situato vicino alla città di Masyaf, nella campagna di Hama.

Online è apparso un presunto video dell'aeronautica siriana che respinge quello che sembra essere un attacco missilistico.

A metà dicembre, il capo di stato maggiore dell'IDF, tenente gen. Aviv Kochavi ha riconosciuto che Tel Aviv ha condotto numerose operazioni sul territorio siriano contro quello che ha definito "trinceramento iraniano".


Secondo le informazioni della Forza ad interim delle Nazioni Unite in Libano, Israele viola quotidianamente lo spazio aereo libanese in violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite e della sovranità della regione per svolgere le sue operazioni militari sul suolo siriano.

I funzionari israeliani hanno sostenuto in risposta che i sorvoli sono appropriati perché Hezbollah avrebbe violato la risoluzione delle Nazioni Unite del 2006 che gli vietava di rafforzare le sue capacità militari e di operare lungo il confine israeliano.

https://it.sputniknews.com/mondo/2021012210030935-difese-aeree-siriane-rispondono-a-un-attacco-con-razzi-ad-hama---foto-video/

Energia pulita - la centralità strategica dell'idrogeno verde è sempre più riconosciuta

L’idrogeno e la tecnologia a celle a combustibile orienteranno la mobilità del futuro

L’idrogeno è destinato a giocare un ruolo centrale nella mobilità © Bosch

21 gennaio 2021, 
sponsorizzato 

Le fuel cell a idrogeno cambieranno il nostro modo di spostarci per sette buone ragioni. Oggi Bosch si concentra sui camion per poi arrivare alle auto.

Dai mezzi pesanti fino alle automobili, l’idrogeno sarà sempre più al centro della mobilità a zero emissioni del futuro. Per almeno sette buoni motivi, che spaziano dalla neutralità climatica all’efficienza, fino ai costi e alla sicurezza. Questa convinzione sta orientando il lavoro di Bosch, incentrato sullo sviluppo di un sistema di propulsione a celle a combustibile alimentate a idrogeno per camion e autocarri; successivamente la tecnologia verrà introdotta in maniera sempre più decisa anche nel mondo delle autovetture, diventando parte integrante della gamma di sistemi di propulsione dei prossimi anni.

Gli studi di Bosch sono incentrati sul trasporto pesante

La rapida diffusione della mobilità elettrica è sotto gli occhi di tutti, insieme al contributo importante che può fornire in termini di riduzione delle emissioni di CO2. Al contempo, è importante valutare se è davvero economico far viaggiare degli autocarri con carichi di 40 tonnellate su lunghe distanze utilizzando solo l’alimentazione elettrica; la risposta è negativa, alla luce delle variabili da tenere in considerazione quali il peso della batteria, i lunghi tempi di ricarica e le limitazioni dettate dalla tecnologia attuale.

Per lo sviluppo della tecnologia fuel cell si parte dai camion per poi allargarsi alle auto 
© Bosch

In quest’ottica può diventare decisivo il contributo del sistema di propulsione fuel cell alimentato a idrogeno, che permetterà a un camion di percorrere oltre mille chilometri in modalità completamente elettrica. Se alimentata con H2 prodotto utilizzando energia rinnovabile, questa soluzione consentirà un trasporto di beni e prodotti neutrale dal punto di vista climatico. Per questo motivo Bosch, nello sviluppo della tecnologia a celle a combustibile, si sta concentrando in prima battuta sul trasporto pesante, con l’obiettivo di avviare la produzione nel 2022-2023; una volta che si saranno diffusi negli autocarri, questi sistemi verranno introdotti sempre più anche nelle autovetture.

L’idrogeno tra qualità dell’aria e possibili applicazioni

Neutralità climatica, possibili applicazioni, efficienza, costi, rete di distribuzione, sicurezza e tempistiche: sono questi, per Bosch, i sette motivi che rendono le celle a combustibile e l’idrogeno componenti essenziali della mobilità del futuro. I vantaggi delle fuel cell, ha spiegato Uwe Gackstatter, presidente della divisione Bosch powertrain solutions, “entrano realmente in gioco nei campi in cui i sistemi di propulsione elettrici a batteria non eccellono”; di conseguenza “celle a combustibile e batterie non sono in competizione tra loro, piuttosto si completano alla perfezione”. La possibilità di generare elettricità da fonti rinnovabili rende il sistema fuel cell climaticamente neutrale. Ciò è valido in primo luogo per i veicoli pesanti e di grandi dimensioni, se si considerano le emissioni di CO2 derivanti da produzione, funzionamento e smaltimento delle batterie: oltre al serbatoio di idrogeno, i veicoli con celle a combustibile hanno bisogno solo di un alimentatore molto più piccolo che serve da riserva intermedia, riducendo in questo modo le emissioni di carbonio in fase di produzione.

Le applicazioni dell’idrogeno spaziano dalla mobilità fino all’industria energetica e siderurgica © Bosch

In secondo luogo, l’idrogeno si presta a una molteplicità di possibili applicazioni perché ha una densità di energia molto elevata: quella prodotta da un chilo di H2 corrisponde a 3,3 litri di diesel, quindi per percorrere 100 chilometri a un’autovettura basta un chilo di idrogeno (sette per un autocarro da 40 tonnellate). Il punto centrale è che – come avviene per un motore diesel o a benzina, e a differenza di un elettrico – bastano pochi minuti per riempire un serbatoio vuoto di idrogeno e riprendere il viaggio. Nell’ambito del progetto H2Haul finanziato dall’Unione europea, Bosch sta collaborando con altre aziende per creare una piccola flotta di camion a fuel cell e metterla su strada: “Le celle a combustibile sono l’opzione migliore per il trasporto quotidiano di grandi carichi su lunghe tratte”, ha spiegato Gackstatter. Nel campo della mobilità, i possibili utilizzi dell’idrogeno spaziano fino a treni, aerei e navi; ma anche l’industria energetica e quella siderurgica stanno programmando il suo impiego.

Le altre motivazioni, dall’efficienza alla rete di distribuzione

Il terzo motivo riguarda l’efficienza che, per i veicoli a celle a combustibile, è di circa un quarto superiore rispetto ai mezzi con motori a combustione. L’elettricità prodotta dagli impianti eolici e solari rimane spesso inutilizzata, non trovando un consumatore e non potendo essere conservata: ciò accade perché la produzione e la domanda di energia non sempre coincidono a livello di tempo e di luogo. Qui entra in gioco l’idrogeno: l’elettricità in eccedenza può essere utilizzata per produrlo in modo decentralizzato, così che sia pronto per essere conservato e trasportato in maniera flessibile. Un’altra variabile decisiva è quella del costo, destinato a scendere in maniera considerevole (anche del 50 per cento nei prossimi dieci anni, secondo le stime dell’associazione Hydrogen council) non appena si amplieranno le capacità produttive e calerà il prezzo dell’elettricità prodotta da fonti rinnovabili. Bosch sta collaborando con la startup Powercell per sviluppare la pila, il nucleo della cella a combustibile, e predisporla per l’avvio della produzione a basso costo: Gackstatter è convinto che “sul medio termine, utilizzare un veicolo con una cella a combustibile non sarà più costoso che utilizzarne uno con un sistema di propulsione tradizionale”.

Entro dieci anni potremmo arrivare a un’economia dell’idrogeno realmente competitiva © Bosch

A giocare un ruolo centrale sarà anche la rete di distribuzione: le circa 180 stazioni attualmente presenti in Europa non offrono una copertura completa, ma sono già sufficienti per alcune tratte importanti. E in ogni caso diversi Paesi stanno lavorando a importanti programmi di sviluppo; è il caso del Giappone, della Cina e della Corea del Sud, oppure della Germania, dove la joint venture H2 Mobility sta dando vita a 100 nuove stazioni di rifornimento aperte al pubblico. Sul fronte della sicurezza, l’utilizzo dell’idrogeno gassoso nei veicoli non è più pericoloso di altri combustibili o batterie per veicoli. Questo perché è circa 14 volte più leggero dell’aria, quindi estremamente volatile: in caso di fuoriuscita dal serbatoio di un mezzo, si volatilizzerebbe più velocemente rispetto al tempo che impiegherebbe per reagire con l’ossigeno presente nell’aria. Un’ultima motivazione, ma non in ordine di importanza, è relativa alle tempistiche: la produzione di H2 è un processo collaudato e semplice dal punto di vista tecnologico, che può quindi essere accelerato rapidamente per soddisfare l’aumento della domanda; e allo stesso tempo le celle a combustibile hanno raggiunto la maturità tecnologica necessaria per essere commercializzate e utilizzate diffusamente. In definitiva l’orizzonte per un’economia dell’idrogeno realmente competitiva non supera i dieci anni. A patto però, come ha evidenziato l’Hydrogen council, che ci siano sufficienti investimenti e una forte volontà politica.

Energia pulita - Il grande potenziale del maestrale sardo

Idrogeno, Italgas punta sulla Sardegna

21 Gennaio 2021, 12:42 | di FIRSTonline | 0

La società di distribuzione del gas e il centro di ricerca sardo CRS4 daranno vita ad un impianto “power to gas” per produrre combustibili rinnovabili come idrogeno green e metano sintetico.


Accordo per realizzare un impianto di produzione di idrogeno in Sardegna: lo hanno firmato Italgas, terza società in Europa per distribuzione del gas naturale, e CRS4, Centro di Ricerca del Parco tecnologico della Sardegna. L’impianto sarà di tipo “power to gas”, cioè utilizzerà energia elettrica pulita, da fonti rinnovabili, per produrre combustibili sostenibili come idrogeno verde e metano sintetico.

Inoltre, l’impianto di produzione di gas rinnovabile sarà collegato alle nuove reti di distribuzione “native digitali” di Italgas e composto da un parco di autoproduzione di energia elettrica da fonte rinnovabile, un elettrolizzatore in grado di produrre ossigeno e idrogeno partendo dall’acqua e una sezione di metanazione per la trasformazione dell’idrogeno in gas naturale sintetico. Lo scopo del progetto è di testare la produzione di gas da fonte rinnovabile e il suo potenziale utilizzo per fornire idrogeno alle utenze industriali dell’isola e idrogeno e metano sintetico alle utenze domestiche, miscelandolo al gas naturale secondo determinate specifiche.

L’impianto sarà inoltre in grado di utilizzare l’energia rinnovabile in eccesso che, anziché dissipata, sarà impiegata per produrre gas da immagazzinare all’interno della struttura.

“Il progetto di Italgas e CRS4 – ha commentato Paolo Gallo, Amministratore Delegato di Italgas – concilia l’esigenza di individuare nuove e più efficienti forme di conservazione dell’energia con la possibilità di produrre gas rinnovabili come idrogeno e metano sintetico a beneficio del territorio sardo e delle sue attività produttive potendo contare sull’utilizzo delle reti native digitali che stiamo realizzando sull’isola. Siamo per questo lieti di poter sviluppare un progetto così innovativo con la collaborazione di un centro di eccellenza per la Sardegna e di farlo in una regione dove abbiamo pianificato altri 400 milioni di investimenti al 2026”.

“Il progetto – ha aggiunto Giacomo Cao, amministratore unico del CRS4 -, a cui il Centro partecipa con il ricercatore Alberto Varone del settore HPC per energia e ambiente, si inserisce nel quadro più ampio della riduzione delle emissioni di anidride carbonica con un approccio trasversale. Diversi studi infatti sostengono che l’idrogeno possa rappresentare la soluzione da affiancare all’elettricità rinnovabile in settori complessi da decarbonizzare come l’industria e il riscaldamento dove l’impiego dell’energia elettrica risulta difficoltoso”.

Lo Sputnix V non è nella lista Covax. Perchè?



Il Kirghizistan rifiuta il vaccino Pfizer - il Ministero della Salute spiega il motivo
© Foto : Made by Andrew Duhan [Public domain]
MONDO
12:11 19.01.2021
Lo sviluppo del vaccino russo contro il coronavirus (202)

Il Ministro della Salute del Kirghizistan ha affermato che si sta valutando la questione dell'ottenimento di un vaccino russo e ha spiegato perché non è stato possibile acquistare il farmaco americano.

Il Kirghizistan rifiuta il vaccino americano contro il coronavirus della società Pfizer a causa di difficoltà finanziarie, ha detto a Birinchi Radio il Ministro della Salute Alymkadyr Beishenaliev.

Beishenaliev ha detto che la Global Vaccines Alliance (COVAX) fornisce farmaci gratuitamente ai paesi che non hanno fondi a sufficienza per gli acquisti all'ingrosso ma al Kirghizistan è stato offerto il vaccino Pfizer a titolo oneroso e, in quanto membro dell'alleanza, avrebbe ricevuto 1,2 milioni di dosi.

"Degli otto vaccini nell'elenco COVAX, ci è stato suggerito di prendere in considerazione quello della Pfizer. Ma parleremo con l'alleanza della possibilità di fornire un altro farmaco. No, Pfizer è un buon vaccino, ma per portarlo in Kirghizistan e consegnarlo alla popolazione sono necessari frigoriferi per garantire la temperatura di conservazione a -70 gradi. Non li abbiamo. Ci siamo rivolti al ministero delle Finanze, ma non ci sono neanche i fondi. Per mettere i frigoriferi almeno nelle grandi città, nei centri regionali, servono 2 milioni di dollari", ha spiegato Beishenaliev.

Il ministro ha espresso rammarico per il fatto che non vi sia nessuno dei tre vaccini russi nell'elenco dell'alleanza.

"Abbiamo inviato una lettera dalla leadership del Kirghizistan al Presidente della Russia Vladimir Putin, chiedendo 500mila dosi di vaccino. Il ministro della Sanità Murashko ha accosentito. La questione sarà risolta nel prossimo futuro. Per conservare i componenti di questo vaccino, abbiamo bisogno di una catena del freddo da -2 a -18 gradi. Tali frigoriferi li abbiamo, serve solo comprarne qualcuno in più”, ha detto il capo del Ministero della Salute.

Beishenaliev ha anche affermato che "per riportare il Kirghizistan a una vita normale, è necessario vaccinare la popolazione".

In precedenza era stato riferito che l'11 gennaio il Paese aveva ricevuto per la valutazione i documenti per il vaccino Pfizer.


La messa in discussione dei vaccini con modificazione genetiche è empirica


19 Gennaio 2021 21:00

Esplodono i casi Covid in Israele. Haaretz: "Al momento non è possibile trarre conclusioni sull'efficacia del vaccino"
La Redazione de l'AntiDiplomatico


Tutti ad applaudire Israele che, il 19 dicembre, ha cominciato la campagna vaccinale risultando oggi il primo paese per percentuale di vaccinati. Eppure, oggi, il numero giornaliero di positivi al virus Sars-CoV-2 è il più alto dall’inizio della pandemia: oltre 10.000 nuovi casi nelle ultime 24 ore a fronte di 100.000 tamponi esaminati. In aumento anche i casi gravi, che ora sono 1.114, mentre i “decessi per Covid” sono arrivati a 4.049 (su una popolazione di 8,8 milioni). 

Ancora peggio tra i vaccinati (2,2 milioni di persone): ben 12.400 tra questi sono risultati positivi al coronavirus nel giro di due settimane dalla somministrazione della prima dose; 69 di loro avevano già ricevuto una seconda dose. Si tratta del 6,6% dei 189.000 vaccinati che hanno ricevuto il test dopo la somministrazione. La presenza del virus è stata rilevata anche a due settimane di distanza dalla prima dose: un periodo durante il quale, fa rilevare Haaretz, avrebbe già dovuto esistere un’immunità parziale. Dei 20.000 testati nella terza settimana, si son rivelati positivi 1.410 ovvero il 7,2%; di quelli testati a nella quarta settimana, i positivi sono stati il 2,6%. “A questo stadio - conclude Haaretz - è ancora difficile trarre conclusioni sull’efficacia del vaccino. In alcuni gruppi di persone vaccinate, durante i diversi periodi post-vaccino, la percentuale di test risultati positivi corrisponde a quella della popolazione generale, in maggioranza non ancora vaccinata”.

Naturalmente, altri media si affrettano a precisare che per l’immunità occorre una seconda dose o anche qualcos’altro (se, ad esempio, arriva una qualche “variante del virus”). E tutto questo mentre non si sa se il vaccino eviti la contagiosità del vaccinato (la cosiddetta “immunità sterilizzante”) e quanto duri l’effetto del vaccino.

Uganda e ingerenza degli Stati Uniti seguita dalla serva Euroimbecilandia

AFRICA

Sale la tensione tra Uganda e Stati Uniti sulle elezioni presidenziali

Il governo Kampala accusa gli Usa di tentare di rovesciare il risultato del voto dopo il tentativo di visita della ambasciatrice al leader dell’opposizione

di Redazione Esteri
19 gennaio 2021

(Afp)

Il Governo ugandese accusa gli Stati Uniti, paese alleato, di cercare di rovesciare il risultato elettorale delle presidenziali dopo che l’ambasciatrice americana a Kampala ha tentato di visitare il leader dell’opposizione che si trova agli arresti domiciliari dal giorno del voto. Il presidente uscente Yoweri Museveni, 76 anni, al potere dal 1986, è stato dichiarato vincitore con il 59% dei voti contro Bobi Wine, pop star, che ha ottenuto il 35 per cento. Il cantante, il cui vero nome è Robert Kyagulanyi, ha sempre denunciato la corruzione e il nepostismo del Governo ugandese.

Una campagna elettorale attarversata dalla violenza
Gli Stati Uniti sostengono i soldati dell’Uganda nella missione di peacekeeping dell’Unione Africana e hanno contribuito con 1,5 miliardi di dollari al sistema sanitario del paese negli ultimi tre anni. I rapporti da buoni alleati stanno però subendo un colpo in seguito alle contestate elezioni dove peraltro non sono stati ammessi osservatori degli Stati Uniti e dell’Unione europea perché il Governo ha negato gli accrediti. Durante la difficile campagna elettorale la polizia ha spesso interrotto i comizi di Wine e lo ha anche arrestato per violazione delle norme anti coronavirus. La protesta seguita al suo arresto ha provocato una strage quando le forze di sicurezza sono intervenute per disperdere i manifestanti uccidendo oltre 50 persone.

L’intervento dell’ambasciata
Wine e la sua National Unity Platform hanno rifiutato il risultato delle elezioni e hanno intenzione di presentare un ricorso ai giudici. Intanto il cantante è agli arresti domiciliari e lunedì 18 gennaio l’ambasciatrice statunitense Natalie Brown è stata fermata mentre si recava a trovarlo in un quartiere della periferia Nord della capitale. Secondo quanto detto in un comunicato dalla missione diplomatica, Brown voleva verificare «lo stato di salute e la sicurezza» di Wine. Dura la replica del portavoce del Governo, Ofwono Opondo: «Non ha alcun interesse nella visita. Quello che ha palesemente tentato di fare è immischiarsi nella politica interna ugandese, in particolate le elezioni, per rovesciare il risultato del voto e la volontà popolare». Inoltre, ha continuato il Governo, «Brown ha già causato problemi nei paesi dove ha lavorato in passato» e, ha concluso Opondo, «Il Governo la tiene sotto osservazione». La settimana scorsa l’ambasciata ha parlato di «azioni illegali» nel corso del voto - in particolare soppressione dei diritti della stampa e azioni di disturbo ai candidati dell’opposizione - che «rappresentano una tendenza preoccupante per la democrazia dell’Uganda».

16 gennaio 2021 - Germany: Refugee reception facility to be converted into jail for COVID ...


Germania: struttura di accoglienza per rifugiati  convertita in prigione per chi interrompe la quarantena COVID

LIMITE INVALICABILE, tassare la prima abitazione comprata con i risparmi soldi già tassati per non parlare degli interessi sui mutui

Salvini Meloni Tajani: una battaglia che non combattono

Maurizio Blondet 21 Gennaio 2021

Tra “salire al Colle” e chiedere “elezioni” (che non solo non ci saranno, e loro lo sanno; ma che se poi ci fossero e vincessero loro, la cosiddetta opposizione, l’euro-dittatura non li farebbe governare, ovvio) finirà con le “larghe intese” – che i tre sopra menzionati si accolleranno la responsabilità del collasso provocato non da loro, ma da PD-Conte-5S.

Un collasso ben s’intende epocale, con milioni di senza lavoro e in code chilometriche alla Caritas, e punteggiato di tagli alle pensioni ed aumenti – che spesso sono l’ultimo reddito che entra nelle famiglie, e con cui i nonni aiutano i figli e nipoti disoccupati – e gragnuole di nuove tasse per pagare “La pioggia di miliardi del Recovery Fund”

«I soldi non sono di Bruxelles ma soprattutto nostri, dal momento che l’Italia si troverà a versare nei prossimi sette anni qualcosa come 201 miliardi per riaverne indietro più o meno 180» (Fabio Dragoni)

La sola battaglia che questi “sovranisti” non vedono è: la difesa della proprietà privata delle case dì abitazione. Che il Grand Reset esplicitamente vuole cancellare – cancellando il pilastro stesso del diritto e della libertà – e che la sinistra che ha tutto il potere, con i parassiti pubblici privilegiati

Stipendi, l’effetto delle ultime Manovre: le buste paga dei lavoratori pubblici staccano del 30% quelle del privato (Repubblica)

realizzerà con la patrimonale. Come abbiamo detto già più volte , e l’articolo del Giornale qui sotto spiega molto bene . Eppure sarebbe una battaglia che finalmente gli italiani capirebbero,essendo proprietari di casa al 72%

Ora vogliono colpire la casa Patrimoniale? Cosa ci aspetta

Tra i banchi dell’attuale maggioranza resta l’ipotesi di una patrimoniale. L’Ance tuona: “Rischi grossi per l’economia”. Cosa può accadere

Stefano Damiano 21/1/2021

.,.. Nei fatti, l’idea che circola è quella di una nuova forma di tassazione sulla ricchezza – una sorta di patrimoniale – rivolta a coloro i quali abbiano un patrimonio superiore ai 500mila euro compresi beni come la prima casa.

Con 19 sì, sei astenuti e 462 contrari la Camera ha bloccato questa misura su cui, però, parte del Pd e di Leu potrebbero tornare alla carica. Negli scorsi giorni, ad esempio, Nicola Fratoianni di Leu aveva scritto su facebook : “Anche la Banca d’Italia si esprime a favore di una patrimoniale […] Secondo l’istituto aiuterebbe a redistribuire la ricchezza e incentiverebbe impieghi più produttivi delle risorse, soprattutto in un Paese con un’elevata evasione fiscale come, purtroppo, il nostro. E il rischio che i capitali fuggano all’estero, uno degli argomenti più forti dei nostri detrattori, oggi sarebbe ridotto grazie al continuo scambio di informazioni tra amministrazioni fiscali“.

Ad essere colpito dalla patrimoniale, però, sarebbe soprattutto il ceto medio che vedrebbe “aggredito” un bene primario il cui valore, negli scorsi anni, è stato sfalsato da speculazioni, scarsi investimenti pubblici nell’edilizia sociale e popolare e da una (forse voluta) disattenzione al settore edile.

….

Ma di cosa si tratta e quali potrebbero essere gli effetti di una patrimoniale sulla casa… andiamo per ordine
Cosa è una patrimoniale

La patrimoniale è un’imposta che riguarda i beni sia mobili che immobili. L’imposta riguarda, pertanto, denaro, case, azioni, valori preziosi, obbligazioni e può “colpire” le persone fisiche e quelle giuridiche.

Si definisce imposta e non tassa perché viene corrisposta non per un servizio ricevuto ma per servizi che lo Stato o gli Enti pubblici corrispondono alla collettività. La patrimoniale può essere, inoltre, fissa o variabile: nel primo caso riguarda tutti i contribuenti per lo stesso importo mentre, nel secondo caso, varia in relazione al patrimonio.

Infine, queste imposta può essere periodica – versata con cadenza regolare – o “straordinaria”, cioè applicata una sola volta.

Secondo i dati della Cgia di Mestre relativa all’annualità 2017, si contavano circa una quindicina di patrimoniale tra cui: bollo auto, l’imposta di bollo, il canone Rai, l’imposta su aeromobili e imbarcazioni, le tasse sulle successioni, donazioni e transazioni finanziarie.

Il valore, sempre relativo al 2017, era di circa 46 miliardi di euro di cui le imposte sugli immobili hanno consentito all’Erario di incassare 21,8 miliardi anche considerando che l’Italia è tra i paesi europei con i più alti tassi di proprietà da parte delle famiglie (superiore al 70%, mentre in Francia sono il 65%, in Germania il 51%. Dati Acer – Associazione dei Costruttori Edili di Roma e Provincia).

[…]

Per capire gli effetti di una patrimoniale sulla casa basta fare due calcoli. Prendiamo come esempio le grandi città dove il costo di una casa – anche di piccole dimensione – rappresenta una spesa ingente.

Tra la casa di proprietà, i risparmi e tutto il resto, il tetto di 500mila euro significherebbe andare a colpire buona parte del ceto medio italiano che si si troverebbe a pagare una tassa tra lo 0,2-0,5% e il 2% a seconda del valore del proprio patrimonio.

Facciamo un esempio… Fabio e Maria abitano con i propri 2 figli a Roma. Lei è un’insegnate e lui un commerciante e nell’anno mettono insieme una reddito di circa 60/70mila euro. Un reddito buono che gli permette di vivere in modo tranquilli senza eccessi. Sono in comunione dei beni e proprietari di 2 case frutto degli sforzi dei genitori di entrambi.

La casa di Roma è di 120 mq; nella capitale il valore medio (stima Immobiliare.it) 3.241 €/m² è di conseguenza il loro stato patrimoniale di partenza sarebbe, così, già di oltre 380mila euro. La casa in cui abitano i coniugi è stata comprata dai genitori di lui che hanno pagato il mutuo, l’Imu sulla seconda casa – fino a quando è stata di loro proprietà – e, infine, la donazione.

I genitori di lei, invece, le hanno lasciato una casa in provincia; la proprietà di Maria vale circa 100mila euro e la donna non vuole vendere per motivi affettivi nonostante, essendo seconda casa, paghi moltissime tasse.

Calcolatrice alla mano i 500mila euro di patrimonio complessivo sono stati già raggiunti e ora, oltre alle imposte altissime sulle case di Maria, anche la prima casa comporterà l’obbligo di pagare un’imposta che potrebbe oscillare tra lo 0,2/0,5% e il 2% .

“È venuto il momento che il Parlamento affronti una riforma fiscale che inquadri in maniera chiara ed inequivocabile quali sono gli obiettivi e le strategie per la casa”, conclude il presidente dell’Ance di Roma: “In altre parole, i processi di rigenerazione del patrimonio esistente finalizzati a dare una migliore sicurezza e funzionalità delle abitazioni, la riqualificazione delle periferie, per ridurre il disagio sociale, sono un obiettivo fortemente voluto o sono solo dichiarazioni di facciata per poi andare nelle direzione opposta?”
Gualtieri: “La razione di cioccolata è stata aumentata da 30 a 20 grammi”

Varia umanità: economia italiana. Il ministro Gualtieri parla di “una crescita del -9%”

ma dietro a Christine Lagarde c'è l'economia e giocoforza la politica della Francia e tutti gli euroimbecilli sanno che Euroimbecilandia è governata dalla diarchia francese e tedesca. E la Francia non sta bene

Tutti i problemi della Bce (di cui nessuno parla) spiegati in 5 grafici

21 Gennaio 2021 - 18:00

Davvero non è emerso nulla di interessante da questo board di inizio anno? Qualcosa sì, in ossequio al motto in base al quale il diavolo sta nei dettagli.


Il nulla formale in cui si è sostanziata ufficialmente la riunione del board della Bce è sintetizzato alla perfezione nella battuta di un trader: “Nel comunicato di dicembre si utilizzava la formula «per cento», ora invece il simbolo %”.
Sicuramente è un segnale bullish. Umorismo finanziario.

D’altronde, dopo l’aumento dei controvalori di acquisto in seno al Pepp comunicati un mese fa, insieme a nuove aste Tltro, era difficile attendersi fuochi artificiali. Soprattutto per il clima di attesa sui mercati innescato da due variabili assolutamente dirimenti:
  1. le prime mosse dell’amministrazione Biden,
  2. lo sviluppo a livello globale della campagna vaccinale, vero boost della ripresa.
Ed ecco allora che per non deludere i più ansiosi, la Bce si è limitata al compitino rassicurante: il programma di acquisto Pepp proseguirà almeno fino al marzo 2022, il debito drenato in seno al Qe verrà reinvestito per un periodo di tempo prolungato anche dopo il primo rialzo dei tassi e, soprattutto, i bond comprati sotto l’egida del programma anti-pandemia e che andranno a maturazione verranno reinvestiti fino alla fine del 2023.

Insomma, la Wonder Woman di Francoforte ha alzato lo scudo anti-spread in favore di telecamere, in modo da renderlo ben visibile.

Davvero non è emerso nulla di interessante da questo board di inizio anno? Qualcosa sì, in ossequio al motto in base al quale il diavolo sta nei dettagli. In questo caso, all'interno di una frase persa fra le molte di prammatica del comunicato ufficiale: If favourable financing conditions can be maintained with asset purchase flows that do not exhaust the envelope over the net purchase horizon of the PEPP, the envelope need not be used in full. Equally, the envelope can be recalibrated if required. Insomma, una prima, minima ma netta concessione ai falchi all’interno del board. Gli stessi che, a detta di un conoscitore della cose europee come l’ex columnist del Financial Times, Wolfgang Munchau, stanno cominciando a preparare il campo di battaglia per una sorta di tapering del Pepp, quantomeno a livello di termine delle deroghe al principio di capital key, in caso davvero il vaccino anticipasse la ripresa.

Fonte: Reuters

Questo grafico mostra la dinamica in atto: di fatto, la Bce ha sì ribadito l’ammontare del piano anti-pandemico (1,85 trilioni) e la sua estesa durata temporale ma ha anche voluto inserire in un documento ufficiale una postilla tanto inutile a livello concreto, tanto chiara e dirimente a livello simbolico. Si sottolinea - per la prima volta messo nero su bianco - infatti che l’envelop potenziale nel suo massimale di intervento potrebbe non essere utilizzato del tutto ma, altresì, si ribadisce che in caso di necessità potrebbe invece essere ricalibrato.

Di fatto, il corrispettivo della convocazione di una conferenza stampa all’Onu per confermare che se non piove, sarà sereno. Ma proprio per questo conta l’inserimento di una banalità tale in un contesto di ufficialità: un monito, un primo sassolino infilato nella scarpa di chi pensava di poter correre tranquillamente verso orizzonti infiniti (e sempre più strutturali) di monetizzazione del deficit, causa Covid ed emergenza macro accessoria.

Quella di oggi è stata la conferenza stampa del non detto, in realtà. O, se si preferisce, un esercizio di stile di lettura fra le righe. Perché nonostante il silenzio generale sul tema, quasi una conventio ad escludendum in nome del minimo sindacale di senso del pudore, tutti erano concentrati su un unico argomento. Non a caso, Bloomberg ieri, alla vigilia della conferenza stampa di Christine Lagarde, ha rilanciato il seguente grafico:

Fonte: Bloomberg

Come mostra questo grafico, c’è ormai la certezza che la Bce stia operando in modalità di informale e non dichiarato - ancorché fattivo e funzionale - controllo sulla curva dei rendimenti. Esattamente come la Bank of Japan o quella australiana, come mostra questo altro grafico:

Fonte: Reuters

Peccato che, a differenza della due Banche centrali appena citate, l’Eurotower debba fare riferimento a 19 rendimenti obbligazionari sulla scadenza del decennale. E non a uno solo. Di fatto, lo stesso vice-presidente della Bce, Vitor Constancio, in un tweet di risposta a una domanda sul tema, ha gridato involontariamente al mondo come il Re fosse nudo: The only way the ECB could apply a sort of yield curve control approximately like Japan would be to concentrate purchases of countries’ bonds on e.g. 10 years maturities without fixing any target for the 19 yields, hoping to attain some desired levels by calibrating well the amounts bought... The policy would not need any certificates issuing. Di fatto, negando la possibilità ufficiale di operare strategicamente in tal senso ma anche certificando la eventuale non necessità di formalizzare un utilizzo «estroso» e limitato della guideline nipponica, Constancio lo ha confermato.

Sarà per questa ennesima, minuscola deroga a nientemeno che il mandato statutario della stessa Eurotower che i falchi in seno al board hanno richiesto l’inserimento di quella frasetta, apparentemente innocua e scontata, rispetto all’utilizzo dell’envelop? Qualcosa sta sfuggendo di mano, sottotraccia.

L’allarme lanciato da Wolfgang Munchau, quasi un annuncio solenne di imminente vendetta della Corte di Karlsruhe tramite il suo cavaliere nero, Jens Weidmann, appare più chiaro. Soprattutto, se letto attraverso questa lente di ingrandimento, piuttosto che quella parziale dell’insofferenza di Bundesbank e Paesi frugali verso la mera sospensione del criterio di limite per emittente e accettazione del debito greco come collaterale: se il Rubicone che Christine Lagarde intende varcare, facendosi scudo della pandemia come alibi, è quello di YCC policy in senso stretto, il banco potrebbe saltare.

Fonte: Bloomberg/Commerzbank

Perché se questa tabella, elaborata non a caso da Commerzbank, mostra come il Consiglio direttivo sia formalmente in mano alle colombe capitanate dalla presidentessa, la realtà è quella di un equilibrio già oggi precario e che rischia di incrinarsi del tutto, in caso il falco dei falchi decidesse di utilizzare il suo asso nella manica: appunto, il mandato costituzionale della Corte di Karlsruhe a disimpegnare la Bundesbank dal Pepp, causa violazione del principio di proporzionaità.

Ed essendo proprio la permanenza della deviazione dal vincolo di capital key - garanzia di spread sereni per Italia, Spagna, Portogallo e Grecia nei prossimi trimestri - direttamente legata all’extra indebitamento tedesco per l’anno appena iniziato e al conseguente aumento della platea di Bund monetizzabili dalla Bce, l’equazione appare elementare.

Forse per questo, Christine Lagarde si è sentita in dover di sottolineare come gli spread dei bond governativi sono benchmark fondamentali per la condizioni finanziarie ma la Bce non si sta focalizzando e non si focalizzerà su alcuno spread in particolare?

Insomma, al netto di un indiretto e silenzioso quanto esplicito invito a operare carry trade sui bonds dell’eurozona, prima di terminare in una spirale orwelliana di giapponesizzazione, il board di oggi ha segnato un primo, piccolo aumento della crepa nel muro di compattezza del contrasto emergenziale al virus.

Da un lato il fronte del Nord, dall’altro il Club Med. Come nel 2011. In mezzo, Christine Lagarde. E una certezza, confermata da questo grafico finale:

Fonte: Bloomberg

Non solo se vi vuole ammazzare il volume di trading reale di un bond sovrano, l’estremizzazione del Qe rappresentata dal controllo sulla curva dei rendimenti appare l’arma letale. Ma, soprattutto, attenzione agli immediati effetti collaterali di una simile scelta di obiettivo esplicito sulle dinamiche di rendimento: uscire da quel circolo vizioso diventa una sfida.

Perché nel momento stesso in cui gli investitori - reali, non un’onnivora Banca centrale - avranno percezione del fatto che quell’obiettivo stia per essere abbandonato, scaricheranno bonds e faranno salire i costi di finanziamento in maniera incontrollata. E quelle poche parole contenute nel comunicato potrebbero essere un avvertimento al riguardo.

Il flop dei vaccini a modificazione genetica, reazione allergiche e verso la conferma di una validità dal 19%-29% per solo poche mesi e intanto le modificazioni girano nel corpo umano

COVID
Covid in Israele, il siero è debole: «Positivi 12mila vaccinati». Ritirati alcuni lotti in California

SALUTE > FOCUSMercoledì 20 Gennaio 2021 di Mauro Evangelista


Sulla reale efficacia del vaccino di Pfizer il dibattito è cominciato in molte parti del mondo. Presto per le conclusioni, mentre non sembrano esserci problemi seri di anomale reazioni avverse. Partiamo dal laboratorio Israele: dal Paese in cui quasi il 30 per cento dei cittadini è stato vaccinato arrivano notizie che raffreddano l’entusiasmo. Più correttamente: in Israele quasi il 30% ha ricevuto la prima dose (è bene ricordare che la protezione si rafforza dopo la seconda). Il coordinatore nazionale della strategia anti-coronavirus, Nachman Ash, in un vertice, secondo quanto riporta “Time of Israel”, ha spiegato che «la protezione garantita dalla prima iniezione di Pfizer-BioNTech si sta dimostrando inferiore a quanto sperato e dichiarato dal gruppo farmaceutico».

I numeri, nel dettaglio, sono stati riassunti dal sito di “Haaretz”: «Oltre 12.400 residenti israeliani sono risultati positivi a Covid-19 dopo essere stati vaccinati. Tra di loro 69 persone che avevano già ricevuto la seconda dose. Ciò equivale al 6,6% delle 189.000 persone vaccinate che hanno effettuato i test del coronavirus dopo essere state vaccinate». DATI Su centomila vaccinati, a una settimana dalla prima dose, 5.348 sono risultati positivi; su altri 67.000, in 5.585 erano positivi tra il settimo e il quattordicesimo giorno dopo la prima dose; nel periodo successivo (tra il quindicesimo e il ventunesimo giorno dopo la prima iniezione, dunque quando la protezione dovrebbe già esserci) su 20.000 vaccinati, in 1.410 sono risultati contagiati. Infine, a quattro settimane dalla vaccinazione su 3.199 persone in 84 sono positive, tra di loro 69 che avevano ricevuto la seconda dose. Questi dati vanno contestualizzati: in Israele il virus sta circolando moltissimo, nonostante il lockdown; inoltre, è possibile che, inconsciamente, coloro a cui era stata fatta la prima inoculazione, siano stati imprudenti. Il report per ora non spiega se le persone erano sì positive, ma senza sviluppare sintomi significativi. Altro dato importante, perché Israele ci aiuta a capire l’Italia tra qualche mese: sul personale di un ospedale, il Sheba Medical Center, sono stati effettuati i test sierologici una settimana dopo la seconda dose del vaccino Pfizer e in 100 su 102 avevano livelli di anticorpi tra 6 e 20 volte superiori a una settimana prima. Questa è una notizia incoraggiante. La vaccinazione nel mondo sta coinvolgendo decine di milioni di persone e, come normale, si stanno presentando altri elementi da approfondire.


In California è stata bloccata la somministrazione del vaccino Moderna, perché uno specifico lotto stava causando un numero anomalo di reazioni allergiche. Tornando a Pfizer, negli ultimi giornisi èanimato ildibattitosui dati della sperimentazione. Dubbi, sull’efficacia e sulla trasparenza, sono stati sollevati da Peter Doshi, sul sito di British Medical Journal. Doshi parla anche di Moderna, avanzando perplessità sulla percentuale di successo dichiarata dopo la sperimentazione dai due colossi, anche perché tra i volontari non sarebbero stati conteggiati i casi sospetti di Covid (ma negativi al tampone) che farebbero ridurre drasticamente la percentuale di efficacia. Marco Cavaleri, responsabile vaccini di Ema (agenzia regolatoria dell’Unione europea che ha autorizzato Pfizer) intervistato dal sito di Quotidiano Sanità, replica: «Tra tutti i partecipanti allo studio, 3.410 hanno avuto sintomi di malattie respiratorie: 1.594 nel gruppo vaccino e 1.816 nel gruppo placebo. La maggior parte di questi è risultato negativo al test di laboratorio per il Sars-CoV-2 (circa il 78% in ciascun gruppo) e non sarebbe ragionevole presumere che fossero falsi negativi, considerando le eccellenti prestazioni e le alte percentuali di accuratezza e sensibilità del test molecolare (PCR)».

C'è ancora chi crede che in Euroimbecilandia le regole sono per tutti uguali e solo cambiando queste le cose potrebbero andare bene, pie illusioni

Fincantieri, Stx e le regole europee (che non funzionano). Parla Nones (Iai)

Di Stefano Pioppi | 21/01/2021 - 


Intervista a Michele Nones, vice presidente dello Iai, sul caso Fincantieri-Stx a pochi giorni dalla scadenza dell’ultima proroga. Il naufragio dell’operazione sembra vicino. Dimostra la fatica dell’Ue ad adattare le proprie regole a un mercato globale in evoluzione, popolato di nuovi colossi asiatici. Il Gruppo italiano troverà “altre occasioni e altri modi per rafforzarsi”

Poco male per Fincantieri se l’operazione Stx alla fine naufragasse davvero tra una decina di giorni. Mentre la pandemia cambia il mercato delle crociere, forse segnando la fine del gigantismo, il Gruppo guidato da Giuseppe Bono troverà “altri modi per rafforzarsi”. La vera sfida sarà per l’Unione europea, che dovrà necessariamente rivedere le sue regole sulla concorrenza. È il quadro tracciato da Michele Nones, vice presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), che Formiche.net ha raggiunto per capire il perché delle tante difficoltà registrate negli ultimi anni sull’acquisizione italiana dei Chantiers de l’Atlantique. Scadrà il 31 gennaio l’ultima proroga concessa da Parigi all’accordo siglato a novembre 2017, concessa per dare altro tempo all’antitrust europeo per valutare l’operazione. Bruxelles ha fatto sapere di attendere ulteriori documenti, ma Fincantieri ha già risposto di non poter fare di più. Sembrano davvero pochi gli spazi per ottenere luce verde.

Cosa accadrà secondo lei il 31 gennaio?

Scadrà il pre-accordo industriale e quello governativo, cioè il termine entro cui si doveva chiudere l’operazione che avrebbe previsto l’acquisizione da parte di Fincantieri del 50% dei Chantiers de l’Atlantique, e poi la concessione di un ulteriore 1% da parte del governo francese in gestione decennale al Gruppo italiano. Scadendo il termine senza che l’operazione sia chiusa, le aziende e i due governi dovranno decidere che fare, se rimettere in piedi tale accordo, se indirizzarsi verso una nuova intesa, oppure se lasciar cadere l’ipotesi di fusione delle capacità cantieristiche francesi e italiane. Tale decisione non spetterà alla Commissione, che partecipa all’iter in qualità di antitrust, ma ai governi dei due Paesi.

Ma in tutti questi anni il governo francese non è sembrato così determinato a procedere secondo l’accordo del 2017, tanto che fu Parigi (con Berlino) ad attivare la Commissione europea…

È molto difficile capire oggi se alla base di ciò ci siano solo le preoccupazioni sulla correttezza dell’operazione rispetto alle normative nazionali ed europee, o anche l’interesse a porvi alcuni ostacoli. È difficile perché nel frattempo è sopraggiunta la crisi economica legata alla pandemia che, tra le altre cose, ha provocato il crollo delle commesse per nuove navi da crociera e il rallentamento degli ordini precedentemente acquisiti se non, addirittura, di quelli in lavorazione.

Il Covid-19 ha cambiato le carte dell’operazione Fincantieri-Stx?

Sicuramente ha posto tutti di fronte a un gigantesco problema, tanto grande da far diventare secondario il problema di se e perché qualcuno possa aver rallentato il processo. Oggi, a distanza di oltre tre anni dall’accordo, la questione rilevante è capire se l’operazione mantenga ancora la sua validità e se dunque valga la pena rimettersi al tavolo e ricominciare a negoziare, oppure se non sia diventata ormai poco attuale.

Ma ha senso bloccare un’operazione di questo tipo sulla base di regole (quelle sulla concorrenza dell’Ue) che sono, a detta di tutti gli esperti, non più idonee al mercato globale?

Questa è un’altra valutazione che appare centrale, soprattutto per altri casi di questo tipo che potrebbero essere attenzionati in futuro dalla Commissione europea. In una prospettiva di medio-lungo termine, è evidente che il mercato delle navi da crociera vedrà l’ingresso di nuovi competitor cinesi.

E asiatici, visto che si assiste a grosse operazioni anche in Giappone e Corea…

Io temo di più i cinesi. Da un punto di vista di capacità industriali, hanno una maggiore facilità a raggiungere adeguati livelli tecnici e tecnologici. Possono contare su un mercato interno protetto e di enormi dimensioni, che può fornire facile carburante alla rapida crescita delle capacità industriali. Ciò è un rischio per la competizione sul mercato internazionale.

L’ingresso di nuovi competitor non potrebbe essere considerato positivo?

In generale, la competizione fa bene al mercato, perché spinge in alto gli standard produttivi e l’efficienza dei sistemi industriali. Il problema è quando la concorrenza viene alterata dall’intervento di soggetti che godono di condizioni fuori-mercato. Parlo della chiusura del mercato cinese alla competizione esterna e del sostegno finanziario che lo Stato offre alle sue imprese in un’interconnessione forte tra sistema industriale, statale e finanziario. Non può non preoccupare che potenziali competitor cinesi arrivino e inondino il mercato internazionale, perché di fatto renderebbero impossibile la “fair competition” per i gruppi cantieristici occidentali.

E l’Europa?

È evidente che non potrà continuare a presentarsi sul mercato internazionale con tre o quattro gruppi cantieristici in competizione tra loro, altrimenti rischia di fare la fine del vaso di coccio di fronte al vaso di ferro. Fincantieri è il principale gruppo cantieristico occidentale e può già vantare su una ben avviata internazionalizzazione delle proprie attività. Si è spinta molto in avanti su questo, ma comunque, stante la situazione attuale, rischierebbe di non reggere la futura concorrenza cinese. Tanto più sarebbe difficile sopravvivere per i Chantiers de l’Atlantique, a dimensione molto più piccola rispetto a Fincantieri. Anche questo è indicativo.

Ci spieghi meglio.

Quando Fincantieri acquistò dal fallimento di Stx la parte cantieristica francese, lo fece per meno di 100 milioni di euro. Per avere un parametro, è più o meno il costo di un F-35 e la metà di quello di un Eurofighter. Ciò pone il problema dell’importanza dell’operazione, descritta come rilevante perché primo passo per realizzare un primo grande gruppo europeo nel settore della cantieristica, giornalisticamente noto come “l’Airbus dei mari”. Dunque, un’operazione vista come importante più per la qualità che per la quantità. Dal punto di vista economico sarebbe infatti un’operazione minima, forse troppo piccola per creare il dibattito politico che è emerso negli ultimi anni, apparentemente legato a questioni ideologiche

Ritiene che l’operazione non sarebbe rilevante?

Ritengo che Fincantieri non abbia così bisogno di Chantiers de l’Atlantique, almeno non quanto Chantiers de l’Atlantique lo abbia di Fincantieri. Il Gruppo italiano troverà sicuramente altre occasioni e altri modi per rafforzarsi, mentre mi pare impossibile per i cantieri francesi restare autonomi, a meno che non continuino a ricevere forti sostegni pubblici, cosa che dovremmo evitare se non vogliamo subire un’alterazione del mercato tramite aiuti di Stato.

Che sarebbe un paradosso per la storia di Fincantieri-Stx…

Sarebbe più di un paradosso. Se alla fine ci dovessimo ritrovare a competere con più difficoltà sui mercati internazionali e ad avere alterato il mercato interno, sarebbe un disastro dal punto di vista della politica industriale.

Sul merito dell’operazione, cosa potrebbe perdere Fincantieri in caso di naufragio dell’accordo?

Questa domanda apre inevitabilmente una riflessione sulla tipologia di unità navali da realizzare. L’impressione è che il gigantismo che ha caratterizzato l’evoluzione del trasporto crocieristico (così come di quello navale), con la concentrazione di tantissime persone nelle stesso mezzo, potrebbe avere più difficoltà a proseguire nella situazione post-Covid. Il mercato potrebbe dunque fare marcia indietro, e ridurre il rischio di concentrazione di persone riducendo la dimensione dei mezzi utilizzati.

Torniamo alle regole europee sulla concorrenza. Come modernizzarle?

Di fronte alla nuova realtà del mercato globale, deve cambiare tutta la logica di controllo dell’antitrust europeo. Il riferimento non può essere la garanzia della competizione sul mercato interno, ma la verifica delle implicazioni delle possibili concentrazioni europee nella logica del mercato globale. Si tratta di accettare la mancanza di competizione interna pur di avere competitività sul mercato internazionale. In caso contrario vorrebbe dire mantenere una finta competizione interna e risultare deboli, se non distrutti, sul mercato globale. Inoltre, la Commissione europea dovrebbe dotarsi di un metodo che permetta di prioritarizzare i settori industriali e la loro strategicità.

Perché?

Perché mantenere la competizione in un certo settore può essere fondamentale, ma non è detto che lo sia in altri settori. Più ci si avvicina al mercato del consumo (come quello crocieristico, tra l’altro voluttuario), più credo che non si possa procedere in modo notarile esaminando le operazioni senza tenere conto della strategicità o meno del settore e del prodotto oggetto dell’operazione. Infine occorre rivedere i tempi.

Troppo lunghi?

Sì. Bisognerebbe trovare un modo per cui non passino più di sei mesi dall’apertura dell’istruttoria alla chiusura dell’indagine da parte dell’antitrust europeo. Se in sei mesi non si è riusciti a raccogliere le informazioni necessarie, o si chiude dicendo di no, oppure si dà il via libera. Altrimenti diventa accanimento terapeutico.

L'offerta di lavoro: statua di sale

Se in Italia le aziende non trovano lavoratori qualificati la colpa è spesso loro. Uno studio spiega perché

Daniela Uva 
21 gennaio 2021

Una persona durante un colloquio di lavoro. Chris Hondros/Getty

Sono migliaia i giovani che in Italia non riescono a trovare un lavoro, mentre nel Paese il tasso di disoccupazione è ancora fermo all’8,9 per cento, nonostante un piccolo miglioramento rilevato dall’Istat. Eppure, nonostante l’emergenza lavoro sia sempre altissima, esistono moltissime aziende alla disperata ricerca di personale qualificato.

Imprese che però non riescono a trovare collaboratori adatti alle proprie esigenze. E così, dopo aver vagliato centinaia di curricula, sono costrette a scartare tutti. Colpa certamente dello scollamento fra scuola e mondo del lavoro, ma anche delle stesse aziende, spesso incapaci di rendersi abbastanza appetibili.

A rilevare questo limite tutto italiano è Franca Castelli, 36 anni, fondatrice nel 2016 della startup Jobreference. Una sorta di TripAdvisor dell’occupazione, visto che il portale pubblica feedback relativi a colloqui, stage, esperienze di lavoro, così come veri e propri annunci. Negli ultimi cinque anni la giovane imprenditrice ha valutato i maggiori limiti che impediscono agli imprenditori di accaparrarsi i cervelli migliori. O di trattenerli nel tempo. E ha così stilato il decalogo degli errori più comuni. Basterebbe correggerli per reperire sul mercato del lavoro i dipendenti ideali.

1. Investimenti sulla formazione e crescita delle risorse.

“Un candidato, quando viene selezionato da un’azienda, si aspetta che questa preveda un piano individuale di crescita, che passa spesso e volentieri dalla formazione. Una delle lamentele principali degli utenti di JobReference è proprio l’assenza di un percorso di crescita all’interno dell’azienda per cui si lavora. Tra i motivi principali per cui si cambia lavoro, troviamo proprio la possibilità di un’avanzamento di carriera. Le imprese dovrebbero essere più predisposte a fare investimenti su formazione e crescita dei propri dipendenti per evitare di perdere valide risorse”, spiega.

2. Posizione junior? Sì ma con anni di esperienza.

“Un grande intramontabile classico. Posizioni junior, o addirittura di stage, per le quali sono richiesti anni di esperienza. Si parte da un concetto sbagliato: a uno stagista o a un profilo davvero junior deve essere offerta la possibilità di fare esperienza. Di conseguenza non è corretto esigerla, altrimenti si dovrebbe indirizzare l’annuncio verso candidati con maggiore seniority, che possono mettere a disposizione dell’azienda le proprie competenze”.

3. Annunci scoraggianti.

“I candidati si ritrovano spesso davanti ad annunci che richiedono competenze sovradimensionate rispetto a quanto effettivamente necessario per la posizione in oggetto. Un esempio molto comune: spesso per posizioni marketing è richiesta conoscenza approfondita di diversi programmi di grafica. Trattasi però di due posizioni diverse e ben distinte. L’azienda rischia di perdere così candidati validi e soprattutto specializzati in quella determinata area, attirando invece potenziali lavoratori con preparazione generica ma privi di competenze mirate e specifiche”.

4. Mancanza di un adeguato periodo di inserimento.

“Sono poche le imprese in Italia che prevedono un adeguato percorso di inserimento e training delle risorse. Si tratta di un errore perché il lavoratore deve avere il tempo di entrare in confidenza con la mission, la cultura aziendale e i prodotti e servizi. Un programma di inserimento serve a facilitare il neo dipendente, indipendentemente dal livello, rendendolo effettivamente operativo e produttivo in minor tempo, oltre che parte integrante dell’organico e maggiormente coinvolto nel raggiungimento degli obiettivi per i quali è stato selezionato”.

5. Smart working.

“Nella situazione attuale di emergenza sanitaria, anche in Italia si è finalmente diffuso lo smart working. Per avere dipendenti felici, è davvero importante dare loro flessibilità e autonomia di gestione e sarebbe importante continuare a farlo anche quando la pandemia sarà terminata. Lo smart working è uno dei temi più importanti al momento per attrarre le migliori risorse del mercato”.

6. Cogliere le potenzialità del momento per raggiungere talenti geograficamente distanti.

“In un momento storico come quello attuale, in cui lo smart working è diventato parte integrante della quotidianità lavorativa, le aziende dovrebbero abbracciare anche il remote working per poter attrarre risorse indipendentemente dalla loro posizione geografica. E’ un’opportunità per espandere i propri confini geografici al fine di poter attrarre i talenti più qualificati”.

7. Work/life balance.

“E’ importante che i dipendenti abbiano un giusto equilibrio vita/lavoro per poter essere più produttivi. Quando gli straordinari diventano la norma, il lavoratore diventa automaticamente stressato e la capacità produttiva, così come la soglia di attenzione, tendono a scemare. Se già dai colloqui si percepisce un ambiente troppo stressante con orari estenuanti, il candidato non vorrà lavorare per quell’azienda”.

8. Piano welfare. 

“E’ essenziale che l’azienda abbia un buon piano welfare per attrarre candidati validi. Non basta solo la posizione e l’offerta economica ma servono anche servizi utili e concreti da mettere a disposizione delle proprie risorse. Servizi che andrebbero assolutamente adeguati alla situazione che stiamo vivendo a causa del Covid, per far sentire l’azienda vicina ai propri dipendenti”.

9. Chiedere la busta paga attuale.

“Spesso le risorse umane chiedono l’ultima busta paga per formulare un’offerta. Questo, indipendentemente dalla buona fede di entrambe le parti, viene percepito come una mancanza di fiducia da parte dell’azienda e di certo non è la premessa migliore sui cui iniziare un rapporto lavorativo”.

10. Working title ambiguo.

“Non è raro trovare annunci ambigui. Alcuni contengono la parola “consultant” che, anziché richiedere competenze di consulenza, cercano figure commerciali. In questo modo sprecano tempo sia azienda sia candidato: l’impresa riceverà candidature non in linea mentre il potenziale dipendente non mostrerà un reale interesse verso la posizione. Quando si scrive un annuncio bisogna essere sempre molto chiari, meglio attirare poche persone ma perfettamente in linea con le esigenze”.

La gestione occidentale dell'influenza covid ha raggiunto l'obiettivo, la distruzione di capitali, uomini, merci e mezzi di produzione

Alto debito pubblico e corporate, e una generazione perduta di giovani aziende: il mix esplosivo che minaccia la ripresa globale

21 gennaio 2021

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La pandemia, il lockdown e le misure necessarie per contenere la diffusione del contagio hanno avuto un duro impatto sul Pil mondiale. Le stime di crescita per i prossimi anni sono negative, e diversi fattori potrebbero incidere sulle capacità delle economie di riprendersi. Debito pubblico e corporate che crescono in modo drammatico, disoccupazione, minori investimenti, il commercio internazionale rallentato, giovani e piccole aziende che chiudono i battenti sono tutte conseguenze della crisi provocata dal Covid e gettano un’ombra sulle nostre prospettive di lungo termine. Al punto che Oxford Economics non solo prevede una riduzione del Pil mondiale nel 2025 del 2 per cento, pari a 2,1 trilioni di dollari, ma arriva a considerare come plausibile anche un calo del 5 per cento, pari a 4,9 trilioni di dollari.

Oxford Economics

I ricercatori dell’organizzazione britannica arrivano a questa nuova stima nello studio “The scars of Covid-19“, in cui analizzano i diversi fattori, in parte prodotti e in parte aggravati dall’emergenza sanitaria ed economica, che mettono a rischio la ripresa. A cominciare dal debito pubblico, che ha avuto un’impennata nel corso del 2020: per le potenze del G7, il debito ha raggiunto il 145 per cento del Pil, rispetto al 127 per cento del 2019. Un trend negativo che potrebbero spingere i governi ad adottare politiche di austerità non necessarie: “Tra queste, tagli agli investimenti pubblici che colpiscono la produttività (una replica dell’errore commesso durante la crisi finanziaria globale). Tasse più alte potrebbero avere un impatto sulla crescita nel lungo tempo”, scrivono gli autori del report.

Oxford Economics

Anche il debito societario è aumentato lo scorso anno: per i paesi del G7 si tratta nel complesso di un balzo dal 105 al 115 per cento in rapporto al Pil rispetto al 2019 (con il picco al 120 per cento). La possibile conseguenza è una spesa crescente per gli interessi che toglie spazio a investimenti produttivi, alimentando “un’atmosfera di cautela che dà priorità a mettere a posto o tenere sotto controllo il bilancio rispetto ad assumere nuovi rischi o a puntare sull’innovazione”, aggiungono gli esperti di Oxford Economics, precisando però che “l’iniziale crescita dei costi di finanziamento è rallentata”.

La recessione porta con sé disoccupazione e crea un contesto economico in cui è più difficile per le piccole aziende crescere e prosperare. E una generazione perduta di nuove e giovani imprese ha terribili ripercussioni sulla creazione di nuovi posti di lavoro. Come fa notare l’organizzazione britannica citando uno studio di Petr Sedlacek, il crollo nella nascita di nuove attività economiche dopo la grande crisi finanziaria del 2008 avrebbe contribuito alla disoccupazione americana di un 0,5 punti percentuali anche dopo 10 anni. Durante l’emergenza del coronavirus si è assistito a un simile processo, ma di minore intensità, che potrebbe determinare una diminuzione del 0,15 per cento del Pil mondiale entro il 2025.
Oxford Economics

Come mostra la tabella, altri fattori che incideranno sulle prospettive di crescita sono maggiori difficoltà di accesso al credito, la riduzione del commercio mondiale e degli investimenti. Il rapporto tra importazioni mondiali e Pil globale potrebbe subire un calo di un punto percentuale entro il 2025. “Alcuni studi individuano un legame tra un minore volume di scambi internazionali e la produttività, suggerendo che questo calo di un punto percentuale potrebbe comportare un taglio del Pil nel lungo periodo del 0,2 per cento”, si legge nel report. Inoltre, un minore livello di crescita potrebbe alimentare spinte protezioniste nei vari paesi. Infine, il declino degli investimenti rischia di condizionare negativamente il Pil, abbattendo la crescita dell’1,2 per cento da qui a cinque anni.

Destra sinistra due facce della medesima medaglia e la necessità di costruire un terzo polo

LA RITIRATA DI RENZI 

di Leonardo Mazzei 
GEN 20, 2021di SOLLEVAZIONEin POLITICA


Chi ha vinto nella contesa tra Conte e Renzi? So di andare controcorrente ma, all’opposto della chiacchiera giornalistica, mi pare chiaro che lo sconfitto è Renzi. Stiamo ai fatti: Conte ha ottenuto la fiducia nei due rami del parlamento, la maggioranza assoluta alla Camera, quella relativa al Senato. Dunque può restare a Palazzo Chigi. E questa era la vera, unica, posta in palio.

Ovviamente la crisi politica italiana, che da oltre un decennio viaggia in coppia con quella economica, è sempre lì come prima. Talmente inestricabile che perfino il tanto invocato “Salvatore” Mario Draghi preferisce restare in panchina. Un fatterello che dovrebbe far riflettere.

E’ perciò fin troppo facile il gioco di chi parla di instabilità, della fragilità del governo e della sua inadeguatezza. Tutte cose vere, ma di cui non si vuol vedere la ragione di fondo: l’impossibilità di uscire dalla crisi economica (che di quella politica è la causa prima, anche se non unica) senza rompere la gabbia dell’euro e dell’Ue. Una situazione oggi aggravata dalla disastrosa gestione del Covid 19. Dunque la crisi politica è tutt’altro che risolta. Anzi, essa ha ormai da anni un carattere permanente, ma il voto di ieri non l’ha fatta precipitare. Questo era l’obiettivo di Conte e di chi lo sostiene. Obiettivo minimalista, certo, ma obiettivo raggiunto.

Al contrario, tutti avranno capito come – al di là delle polemiche sul Recovery Plan, il Mes, o la delega sui Servizi – l’iniziativa di Renzi mirasse ad ottenere la testa di Conte. Era lo scalpo dell’ex “avvocato del popolo” il vero trofeo di cui il Bomba aveva bisogno per rivitalizzare l’esangue creatura di Italia Viva.

E’ da questa banale osservazione dei fatti che si deve partire per capire chi abbia veramente vinto la partita di questi giorni. Naturalmente, in molti già parlano di una vittoria di Pirro. Può darsi, ma questo auspicio consolatorio, che peraltro contiene in sé il riconoscimento di chi sia al momento il vincitore, potrà essere verificato solo nel tempo. Non era questo lo scenario perseguito dall’ex sindaco di Firenze.

Ma il bello è che quello scenario non si è realizzato proprio perché Renzi ha deciso per l’astensione, anziché per il voto contrario. Un fatto che, secondo la quasi totalità dei commentatori, renderebbe il Bomba più forte di prima. Bene, considero questa lettura del tutto sbagliata e cercherò di spiegare il perché.

Perché Renzi ha perso

In un articolo di pochi giorni fa avevo sostenuto tre cose: che Conte avrebbe salvato la pelle, che il Pd non si poteva permettere di abbandonarlo, che la “carta Draghi” e dunque l’ipotesi di un governo di larghe intese non fosse al momento spendibile. Non mi pare di avere sbagliato.

C’è una domanda fondamentale che i giornalisti non fanno a Renzi: perché non ha votato contro la fiducia al governo? Da parte mia la risposta è semplice. Innanzitutto, non ha votato contro il governo perché egli è il primo a non volere le elezioni anticipate, che per Iv sarebbero state un vero bagno di sangue. In secondo luogo non ha votato contro perché se lo avesse fatto un certo numero dei suoi parlamentari gli avrebbe girato le spalle, ed a quel punto la sconfitta si sarebbe trasformata in un’autentica disfatta. Proprio per questo l’ex segretario del Pd – preso atto che il suo ex partito non lo poteva seguire – ha deciso la tattica astensionista. Un modo per gestire meglio quella che rimane comunque una clamorosa ritirata.

Come, tu dici tutto il male possibile del governo e ti limiti all’astensione? Gli stessi giornalisti che si guardano bene dal porre questa decisiva domanda, adesso scorgono nell’arma astensionista la chiave per preparare il “Vietnam” nelle commissioni. Ecco, questo è davvero un argomento che fa sorridere.

Certo, il problema esiste, ma si è mai visto un governo cadere per un voto negativo in una commissione parlamentare? A memoria mia, no. Ma poi, perché il partito che ha salvato obtorto collo Conte, dovrebbe adesso crocifiggerlo nelle commissioni? E quali sarebbero i grandi temi che dovrebbero accendere questo epico scontro nelle stesse? Tutte queste minacce del giorno dopo a me ricordano i discorsi di certi tifosi che dopo la sconfitta della propria squadra in campionato, annunciano improbabili riscosse in Coppa Italia.

In tanti hanno scritto, stavolta giustamente, di due bluff: quello di Conte e del Pd (“se cadiamo ci sono solo le elezioni”) e quello di Renzi (“siamo pronti all’opposizione, tanto le elezioni non ci saranno”). Tra i due bluffatori è il secondo a non essere andato all’opposizione, dato che l’astensione è sempre una forma di sostegno (sia pure indiretto ed esterno) al governo.

Mutatis mutandis, l’odierna ritirata di Renzi ricorda quella di Bertinotti nell’ormai lontano 1997. Dopo aver sostenuto dall’esterno (usava anche allora!), per oltre un anno, il primo governo Prodi, Bertinotti chiese una “svolta in chiave riformatrice” al capo dell’esecutivo. Il quale gliela negò. Rifondazione Comunista (di cui Bertinotti era segretario e leader indiscusso) annunciò allora che non avrebbe votato la Finanziaria. Anche quella volta la caduta del governo sembrava cosa fatta, fino a quando, due settimane dopo, Rifondazione fece marcia indietro. Pur senza avere ottenuto nulla la fiducia a Prodi venne rinnovata, e quel governo andò avanti ancora per un anno. Senza nessun “Vietnam”, come invece sarebbe stato possibile, nelle commissioni parlamentari.

La morale di questa storia è semplice: se non rompi nel momento decisivo, quando i temi sono squadernati ed ormai il dado è tratto, non lo farai certo dopo. Tantomeno con la guerriglia parlamentare. E’ vero, Bertinotti dopo un altro anno in maggioranza ruppe, ma quella è un’altra storia sulla quale non abbiamo qui lo spazio per una trattazione adeguata. Salvo semmai ricordare come in quel secondo passaggio una buona parte delle sue truppe parlamentari (i cossuttiani) lo tradirono per restare al governo. L’emersione dei “governisti” è infatti una costante di certi frangenti politici, un particolare certo non ignoto a Renzi.

Fino a che punto Conte ha vinto?

Ma torniamo ai giorni nostri. Stabilito che lo sconfitto è Renzi, fino a che punto possiamo considerare quella di Conte una vittoria?

Una risposta a questa domanda verrà dall’esito del tentativo di costruzione di quella “quarta gamba” (i cosiddetti “responsabili”, quelli che oggi amano descriversi come i “costruttori”) che dovrebbe rendere più sicura la navigazione parlamentare del governo.

Ad oggi questa operazione è riuscita solo a metà. Al Senato, per completarla, Conte ha bisogno di almeno altri 5 “acquisti”, laddove il verbo “acquistare” non è per nulla casuale. Le trattative sono certamente in corso e ne vedremo l’esito a breve. Di fronte a questo scandaloso mercato è giusto senz’altro indignarsi, ma gli ultimi che dovrebbero farlo sono coloro che hanno voluto la fine della Prima Repubblica, la morte dei partiti e la personalizzazione della politica. Uno degli esiti di quella svolta è stato appunto la pratica della “compravendita” dei parlamentari. Dunque, chi allora la volle, chi ancora oggi la sostiene, abbia almeno il pudore di tacere.

Al di là di tutto questo, Conte ha dalla sua la tempistica istituzionale. Ma chi è Conte? Il personaggio politico vale poco e si è trovato lì dov’è più per caso che per altro. Tuttavia, come dicono malignamente i suoi detrattori, l’uomo pare nato con la camicia. Prima spunta fuori come imprevisto punto di equilibrio tra la maggioranza gialloverde e il Quirinale, poi riesce a saltare da una maggioranza all’altra grazie allo straordinario ed insuperabile genio politico di Matteo Salvini, infine sembra quasi diventato intoccabile grazie al Covid ed all’altrui debolezza.

Adesso il Presidente del Consiglio ha un altro vantaggio. Tra sei mesi inizia il semestre bianco. Quello nel quale – precedendo l’elezione del Presidente della repubblica – non si può andare a votare. Se l’operazione “quarta gamba” in qualche modo si compirà, di elezioni non si riparlerà almeno fino alla primavera del 2022.

In una situazione come questa, con una politica tutta centrata sul giorno per giorno, un anno è un’eternità. Chi scrive è convinto che molte speranze dell’attuale maggioranza di governo siano solo illusioni. Ma per capire una scelta politica – in questo caso quella di resistere a tutti i costi al governo – bisogna sempre mettersi nei panni di chi la compie.

Quali sono dunque le ragioni di Giuseppe Conte? Qual è la strategia che ha in testa? Posta la realistica possibilità di restare al governo per ancora un anno, è chiaro come non solo Conte, ma anche piddini e pentastellati, scommettano su tre cose: la fine sostanziale dell’epidemia, una certa ripresa economica, il rafforzarsi del consenso verso l’europeismo e l’atlantismo.

Sul Covid, quel che sappiamo in base ai precedenti storici è che le pandemie influenzali non durano mai più di due anni. Un traguardo che al governo vorranno celebrare nel caso come trionfo della strategia vaccinale. Sull’economia, posto che davvero non si vede alcuna possibilità di una ripresa a “V”, resta però la certezza di un significativo rimbalzo via via che le misure emergenziali verranno ridotte.

Avremo l’uscita dalla crisi? Ovviamente no. E non dimentichiamoci che il Pil italiano del 2019 era ancora 4 punti sotto a quello del 2007. Figuriamoci adesso dopo il 2020! Nessun rimbalzo fisiologico potrà essere scambiato per la fine della crisi, ma nel momento in cui avverrà il governo potrà almeno contare su un clima psicologico più favorevole.

Ma c’è un fattore ancora più importante. La convinzione di un rafforzamento del consenso europeista (l’Europa che non ci chiede più sacrifici ma che anzi ci dà i soldi, ed altre amenità del genere) e – dopo la sconfitta di Trump – di quello atlantista. Da qui il senso dei discorsi di Conte alle Camere ben sintetizzato da Sandokan, da qui la chiusura di Pd ed M5s ad un governo con i “sovranisti”.

Fine dell’epidemia, ripresa economica, rilancio dell’europeismo e dell’atlantismo. E’ questa la scommessa di Conte e soci. Una scommessa che si basa anche sulla pochezza dell’opposizione parlamentare.

Una “opposizione” che non c’è (e di cui c’è invece gran bisogno)

Chiudiamo allora su questo punto. Se il governo è debole, l’opposizione parlamentare cos’è? Intanto, nella conta sulla fiducia, qualche pezzo lo ha perso e qualche altro sembra in procinto di andarsene. Ma questo sarebbe il meno, mera fisiologia della politica italiana. Il più sta invece nell’assenza di veri argomenti.

Renzi ha aperto la crisi invocando il Mes. Lega e Fratelli d’Italia sono contro, ma Forza Italia è invece a favore. E che dire poi dei governatori della destra, buona parte dei quali si è già pronunciata a favore del Mes? Ma la cosa più grave è un’altra: che nulla si dice sulla pericolosità del Recovery Fund, lasciando così credere di fatto la lieta novella di uno strumento alternativo al Mes. In quanto all’atlantismo, poi, non sarà certo la destra, una volta elaborato il lutto per Trump, a voler restare un passo indietro rispetto al governo.

E sul Covid? C’è forse qualcosa di sostanziale dietro le polemichette sulla sua gestione? Assolutamente no. Nulla di nulla. L’emergenzialismo del governo non è diverso da quello dei governatori e dei sindaci del centrodestra. La narrazione è esattamente la stessa. E se ci si differenzia in qualcosa è solo per essere più pacchianamente neoliberisti. Basti pensare all’ultima trovata dell’ex ministra Moratti (ed attuale Assessora alla Regione Lombardia) che vorrebbe distribuire i vaccini in base al Pil!

Costoro magari vinceranno le prossime elezioni, ma dal punto di vista dei contenuti il loro elettroencefalogramma è piatto. Diciamola tutta: la loro è una “non opposizione”. E’ proprio per questo che abbiamo chiuso il nostro precedente articolo sottolineando la necessità di un Terzo Polo, alternativo tanto al “centrosinistra” quanto al “centrodestra”. Un Terzo Polo che si batta per la liberazione del Paese, per l’uscita dalla gabbia eurista, contro il disegno autoritario della cupola globalista. Un Terzo Polo antiliberista e fondato sullo spirito e sulla lettera della Costituzione del 1948.