E' impossibile che uno stato con moneta sovrana possa essere costretta al default

E' impossibile che uno stato con moneta sovrana possa essere costretta al default
Il governo di uno Stato con moneta sovrana prima spende la propria moneta e solo dopo la ritira tassandola o prendendola in prestito. Impossibile che siano le tasse o i prestiti dei privati a finanziario lo Stato, perché lo Stato ha l'esclusiva nell'emissione di moneta, NE HA IL MONOPOLIO. Colui che ha il monopolio nell'emissione di qualcosa, non deve prenderla in prestito da altri

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 31 maggio 2016

TTIP - Calenda non è solo un euroimbecille ma anche servo degli interessi della multinazionaloi che possono portare in giudizio uno stato se non si piega a fare i loro profitti

Ttip, Calenda non molla: “Falso che favorisca multinazionali”. Parlamentari possono consultare i documenti riservati 
 
Il ministero ha aperto la "sala lettura" riservata a deputati, senatori e funzionari governativi. I negoziati a Bruxelles sono in salita. Secondo il ministro "se non ci saranno progressi non si chiuderà" e "perderemo un'occasione di crescita straordinaria"

di F. Q. | 30 maggio 2016
 
Il neo ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda conferma il suo appoggio al discusso trattato Usa-Ue sulla liberalizzazione degli scambi, il Ttip. Pur dicendosi pessimista sulla possibilità che si arrivi dalla firma dell’accordo: il prossimo round di negoziati si terrà a luglio e, spiega infatti in un’intervista al Corriere della Sera, “se non ci saranno progressi non si chiuderà”. In quel caso, secondo Calenda, “perderemo un’occasione di crescita straordinaria, ma soprattutto la possibilità di definire regole e standard avanzati e globali da fare valere presso quei Paesi che non accettano regole uguali per tutti gli attori della globalizzazione”. La tesi che il Ttip privilegi le multinazionali a danno delle piccole e medie imprese per il ministro è “assurda” perché “l’eliminazione di dazi e tariffe agevolerà” proprio queste ultime. Quanto agli standard ambientali e di sicurezza alimentare, che secondo i No-Ttip sono messi a repentaglio dal trattato, “nel mandato negoziale è scritto che i nostri standard non cambieranno”.
La presa di posizione di Calenda – che si dice però contrario alla firma se non ci saranno progressi sul fronte dell’apertura del mercato Usa degli appalti pubblici e dei paletti ai prodotti “finti italiani” – arriva nel giorno in cui presso lo stesso ministero dello Sviluppo economico viene aperta una “sala lettura” dove i parlamentari e funzionari governativi possono leggere i documenti riservati della trattativa prima della conclusione del negoziato. Una decisione presa dopo le polemiche sulla segretezza del contenuto delle trattative. La sala sarà aperta dal lunedì al giovedì dalle 10 alle 11 e dalle 11.15 alle 12.15 e nel pomeriggio dalle 14 alle 15 e dalle 15.15 alle 16.15. Via Veneto, “vista la grande richiesta di permessi per accedere alla sala lettura”, è disponibile a prolungare l’orario. Il Movimento 5 stelle ha annunciato che una delegazione di parlamentari di Camera e Senato sarà al ministero fino alle 16,15 per consultare il testo.
Intanto a Bruxelles il negoziato appare decisamente in salita. Durante il prossimo vertice dei leader dei 28 Paesi Ue, il 28 e 29 giugno, la Commissione europea chiederà ai capi di Stato la conferma del mandato a negoziare con gli Stati Uniti. Di fatto, i negoziatori di Bruxelles cercheranno l’appoggio del Consiglio e “una conferma forte dal grande significato politico, ad andare avanti”. Lo stesso portavoce ha ribadito che la Commissione, come detto più volte dallo stesso Jean Claude Juncker, non accetterà di “sacrificare i principi dell’Unione europea sull’altare dell’accordo commerciale con gli Usa”. 

Banca Etruria - un piccolo grande imbroglio sui crediti deteriorati

Etruria, operazione Fonspa: 300 milioni di crediti deteriorati venduti per 49
Arezzo, 30 maggio 2016 - DI TUTTE le operazione effettutate dai commissari nel periodo di amministrazione straordinaria finito il 22 novembre con la risoluzione di Banca Etruria, è stata probabilmente la più gravida di conseguenze. Non solo per Bpel ma per il sistema creditizio nel suo complesso, la Borsa e persino l’economia nazionale. L’affare in questione è quello della cessione di 300 milioni di crediti deteriorati al Credito Fondiario per tramite della controllata Fonspa. I contorni già si conoscevano con una certa precisione, ma per la prima volta la relazione del liquidatore Giuseppe Santoni li ricostruisce ufficialmente per la procura.
C’è la conferma, dunque, che la contropartita fu di 49 milioni e 200 mila euro a fronte di un totale di 302. Si trattava per due terzi di finanziamenti chirografari, privi cioè di qualsiasi garanzia, quasi spazzatura, e per il 30 per cento residuo di esposizioni assistite da una garanzia ipotecaria. L’intera operazione, conclusa il 17 novembre, diventa operativa con l’autorizzazione rilasciata da Banca d’Italia in febbraio.
IN APPARENZA pare un affare che sgrava Etruria di una fetta almeno del miliardo e 900 mila euro di crediti deteriorati che la stanno portando a fondo. In realtà gli effetti saranno molto più ampi, come coi cerchi concentrici di un sasso lanciato nello stagno. Quei 49,2 milioni, infatti, calcolatrice alla mano, significano una cessione al 16,3 per cento del valore nominale. Ma i fidi chirografari passano di mano addirittura al 3 per cento dello stesso valore nominale, solo i mutui ipotecari riescono a riequilibrare i numeri fino appunto alla media del 16. Che corrisponde sì al valore di libro al quale i deteriorati erano iscritti nei conti di Bpel, ma diventa anche il parametro di riferimento per il conferimento alla Bad Bank delle sofferenze dei quattro istituti protagonisti del crac del 22 novembre.
A decidere sono i funzionari del commissario alla concorrenza di Bruxelles, la danese Magrethe Vestager. L’affare Fonspa è fresco fresco e, scrivono loro nella corrispondenza con il ministero dell’economia, non c’è ragione per non considerare quei numeri come il vero valore di mercato. A Roma un po’ si inquietano, ma ottengono soltanto che il 16,3 venga rialzato al 17,5, che sarà la cifra di riferimento nel decreto di Banca d’Italia della sera del 22 novembre: 8 miliardi di crediti in sofferenza o incagliati (Etruria ne ha più di un terzo) diventano di colpo un miliardo e mezzo.
A QUESTO punto sono gli operatori di Borsa che vanno in fibrillazione: se il 17,5% è il valore dei deteriorati, e il sistema bancario italiano li ha in carico in media fra il 40 e il 45% (Bpel al 34%) vuol dire che rischia di aprirsi un buco gigantesco nel patrimonio degli istituti più credito, in particolare dei più esposti come Mps. Basta a innescare il crollo in piazza Affari dei titoli bancari che va avanti per tutto il mese di gennaio e poi, a sprazzi, anche in febbraio e marzo. Ci vorrà del bello e del buono per acquietare la tempesta. Alla fine interverrà anche il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco che in un’audizione in Senato annuncerà la rivalutazione dei deteriorati in Bad Bank dal 17,5 al 22,5 per cento, cinque punti in più frutto della valutazione di «esperti indipendenti».
Nella sua relazione, Santoni rivela anche che i commissari, pur non avendo ricevuto alcuna offerta apprezzabile per Banca Etruria, hanno avuto proposte per singoli pezzi del gruppo, il cosiddetto spezzatino: Del Vecchio, dunque, le assicurazioni Bap ed Etruria informatica. Ma hanno rinviato «al momento di una migliore definizione del quadro complessivo riguardate la capogruppo Etruria».
di SALVATORE MANNINO

Autovelox - un modo indegno di massacrare gli automobilisti per fare cassa, con limiti di velocità inacettabili in quanto fuori da qualsiasi contesto reale

Proventi multe autovelox: Governo rimandato sul decreto inarrivabile

Governo inconcludente all'interrogazione sul decreto che obbliga i Comuni a utilizzare i soldi delle multe per la sicurezza e la manutenzione stradale 



Il lunghissimo e stucchevole libro sulla spartizione dei proventi da autovelox (vedi qui) si arricchisce di un capitolo. Infatti, la legge numero 120/2010 ha riscritto l'articolo 142 del Codice della strada prevede che, per tutte le violazioni dei limiti di velocità, i relativi proventi siano ripartiti in misura uguale fra l'ente dal quale dipende l'organo accertatore e l'ente proprietario della strada. Tale norma diventerà effettiva quando verrà emanato un decreto interministeriale che, a oggi, non c'è. Così, i Comuni che installano autovelox su strade provinciali, regionali, statali, continuano a incassare tutte le sanzioni, senza spartirle con i proprietari dei tratti dove l'autovelox opera (vedi qui la nostra denuncia). Adesso, se ne torna a parlare in Parlamento.

DOVE STA IL PROBLEMA Alla Camera, durante un'interrogazione, Simone Baldelli qualche giorno fa s'è espresso così: "Il Codice della Strada stabilisce che i Comuni debbano destinare la loro intera quota di competenza delle multe provenienti dagli autovelox per la sicurezza e la manutenzione delle strade. Stabilisce anche che il 50% di tutte le multe comminate dalla Polizia municipale debba essere destinato alla sicurezza stradale e alla manutenzione del suolo. In Italia, abbiamo questo curioso fenomeno per cui molti comuni, non tutti destinano ad altre finalità questi soldi e quindi accade che le nostre strade siano piene di buche e allo stesso tempo i cittadini vengano massacrati di multe. Abbiamo già fatto una mozione, come Forza Italia e centrodestra, su questo tema specifico qualche mese fa, attendiamo risposte concrete dal Governo".

LA RISPOSTA Ed ecco cosa ha risposto il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio: con l'UPI (Province) e l'Anci (Comuni) "stiamo, sulla base delle loro osservazioni, predisponendo lo schema di decreto, insieme al ministero dell'Interno, per appunto favorire e rendere più stringente la rendicontazione dell'ammontare complessivo degli stessi proventi. Quindi, prima di tutto, le sanzioni amministrative devono essere appunto destinate alla loro effettiva fruizione". Delrio parla di schema di decreto. A distanza di sei anni, siamo ancora allo schema di decreto... La verità è che il Governi Renzi è inadempiente sulla questione: è in ballo la sicurezza stradale, perché togliendo i proventi ai Comuni e destinandoli ai proprietari delle strade, questi ultimi potrebbero investirli nella manutenzione delle strade, così da far calare gli incidenti.

SECONDO PUNTO Lo stesso Delrio conclude: "Proseguono i lavori del Senato, anche se a rilento purtroppo, del Codice della Strada. Tra i princìpi e i criteri direttivi è prevista appunto la revisione delle modalità di utilizzo dei proventi e delle sanzioni amministrative e, in particolare, proprio l'obbligo di rendicontazione, nonché la disciplina dei criteri di rendicontazione e dei meccanismi sanzionatori degli enti inadempienti". La solita tiritera (lavori a rilento, obblighi vagheggiati e che non si concretizzano mai) sulla riforma del Codice della Strada (vedi qui un'altra nostra denuncia) che va a braccetto con la solita vecchia politica in Italia. 

Il mercato delle armi è quello in cui l'ambiguità è maggiore che può essere combatutto solo da trasparenza e correttezza

Comunicato stampa Leonardo-Finmeccanica

(di Leonardo-Finmeccanica)
30/05/16

In relazione a quanto riportato da diversi organi di stampa sull’avvio di una procedura di inserimento in “black list” da parte delle autorità indiane, Leonardo-Finmeccanica prende atto delle dichiarazioni del Ministro della Difesa Indiano, Manohar Parrikar, pur non avendo, a tutt’oggi, ricevuto alcuna comunicazione formale da parte delle autorità preposte.
In ogni caso, l’esposizione del Gruppo Leonardo-Finmeccanica sull’India è estremamente limitata perché da anni non viene incluso nelle previsioni alcun nuovo ordine. In particolare, poi, l’ordine per la fornitura di siluri non è mai stato formalizzato attraverso la sottoscrizione del relativo contratto e, quindi, mai iscritto a backlog. Per tutto questo, le Guidance 2016 e gli obiettivi annunciati nel piano industriale risultano pienamente confermati.
Piuttosto, pur in un contesto di grande incertezza, Leonardo-Finmeccanica, con spirito di cooperazione, ha continuato in questi anni a fornire all’India componenti e servizi indispensabili a garantire l’operatività delle piattaforme e degli equipaggiamenti delle Forze Armate del Paese. L’india rappresenta per Leonardo-Finmeccanica un mercato interessante.
La società auspica, pertanto, che venga individuata al più presto una soluzione condivisa e trasparente in grado di far chiarezza sulle iniziative in corso e sulle opportunità future di business. In caso contrario, la società non esiterà ad effettuare le proprie valutazioni alla luce dell’esiguità delle attività in corso.
Dall’insediamento, nel 2014, dell’attuale vertice aziendale, Leonardo-Finmeccanica ha avviato un nuovo corso, operando una profonda ristrutturazione interna, nell’ambito della quale è stata fortemente rinnovata la dirigenza. La nuova organizzazione ha anche introdotto procedure di corporate governance e di compliance di gran lunga più ampie e stringenti, inclusi un dettagliato codice anticorruzione e misure di whistleblowing. Non a caso Leonardo-Finmeccanica è risalita ai più alti livelli della classifica internazionale delle aziende della difesa impegnate nell’anticorruzione (come evidenziato dal relativo Indice anticorruzione 2015 realizzato da Transparency International) passando nella più qualificata fascia B che annovera i migliori operatori internazionali del settore ma non alcuni importanti attuali fornitori del Ministero della Difesa Indiano.

Cyber Sicurezza - si muovono come elefanti in un negozio di porcellane, niente regole niente rispetto sono totalmente spiazzati dalle miriade di autoaffermazioni

pubblicato il 30/mag/2016 13:25

Cyber security, che cosa dice il documento del G7 in Giappone

Esperto: per Stati capacità attacco senza framework internazionale

Cyber security, che cosa dice il documento del G7 in Giappone
Roma, 30 mag. (askanews) - La cyber security è stata uno dei temi centrali del recente vertice di Ise Shima, al termine del quale, come da consuetudine, i leader mondiali hanno redatto un documento conclusivo in cui si possono ritrovare alcune delle linee guida che le potenze del pianeta seguiranno su alcune grandi questioni.
In un momento in cui il cyber spazio è sempre più popolato non solo da criminali, ma diventa terreno di scontro tra Paesi, "il Giappone - commenta a Cyber Affairs Stefano Mele, avvocato specializzato in Diritto delle tecnologie, privacy, sicurezza delle informazioni e intelligence - ha fatto della cyber security una priorità della propria agenda di presidenza del G7. Non è un caso, infatti, che questa sia la prima volta in assoluto che i leader del G7 hanno predisposto un documento specifico completamente dedicato ai principi e alle azioni da intraprendere nel settore della cosiddetta sicurezza cibernetica".
Per trovare un simile interessamento condiviso su questi temi e ad un così alto livello istituzionale, aggiunge Mele, "purtroppo occorre tornare indietro di ben cinque anni, quando, nel 2011, prima del 37° incontro dei leader dei Paesi del G8, l'allora presidente francese Nicolas Sarkozy organizzò l'E-G8 Forum".
In merito al contenuto, "l'odierno documento del G7 - spiega l'esperto - si concentra su temi perfettamente in linea con l'approccio strategico seguito da tempo a livello internazionale dalle principali potenze occidentali, nonché con quanto delineato nella cyber strategy europea".
Tuttavia, rimarca ancora Mele, "ad una giustissima e sempre auspicabile riaffermazione dei principi tesi a salvaguardare i diritti umani, la privacy e la protezione dei dati personali, nonché la cooperazione e la condivisione delle informazioni per il contrasto al terrorismo e al cyber crime, ciò che appare molto interessante è l'esplicito riconoscimento da parte dei leader del G7 della possibilità che, in alcune circostanze, gli attacchi informatici possano essere qualificati sotto il punto di vista della Carta delle Nazioni Uniti e del diritto internazionale consuetudinario come uso della forza o un attacco armato. Da ciò - si affermano i leader nel documento - può discendere per gli Stati il diritto alla legittima difesa sia individuale, che collettiva, come previsto dall'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite".
Questa tendenza, evidenzia per l'esperto "come l'approccio strategico degli Stati stia velocemente mutando da una mera difesa attiva (Active Cyber-Defence) ad un vero e proprio sviluppo di capacità offensive per il cyber spazio. Tutto ciò, però, senza che in seno agli organismi internazionali si siano consolidate delle chiare strategie su questo tema e senza soprattutto un framework internazionale di norme per l'utilizzo delle capacità offensive nel cyber spazio che sia globalmente condiviso ed accettato".
Proprio questo, conclude Mele, "appare essere l'obiettivo su cui - almeno allo stato attuale - occorre che i leader del G7 rivolgano con urgenza la loro attenzione, al fine di evitare che la cosiddetta militarizzazione del cyber-spazio assuma contorni particolarmente foschi in assenza di precise regole di comportamento da parte degli Stati".
(Fonte: Cyber Affairs)

Energia Pulita - Renzi abbraccia le trivelle mentre il mondo va avanti

Michele Grasso. Energia dalle onde, in Italia è già realtà

Energia
Pubblicato il 30 mag 2016
di
Gloria Schiavi
 
A Marina di Pisa è operativo un impianto che produce energia dalle onde del mare per produrre elettricità. Realizzato dalla toscana 40 South Energy, l'impianto è stato installato a fine 2015 e ora l'idea è di coinvolgere i cittadini con una campagna di crowdfunding.
Fonte di energia rinnovabile e pressoché inesauribile, da decenni si cerca di sfruttare il moto ondoso per produrre elettricità. Finalmente, anche grazie a un contributo italiano, i risultati si vedono. La società 40 South Energy, con una sede a Londra e una a Ospedaletto di Pisa, ha iniziato le ricerche nel 2005 e ha da poco concluso il periodo di test delle tecnologie entrando di fatto nella fase commerciale e lanciando anche un crowdfunding. Caratterizzate da una grande versatilità, le soluzioni ideate possono essere implementate pressoché in ogni condizione. Ospite al Wired Next Fest a Milano Michele Grasso, amministratore delegato della società, ci spiega il suo progetto.

Michele Grasso, ci dica quali vantaggi offrono le onde rispetto alle altre fonti di energia rinnovabile.
La caratteristica delle onde è che sono buone un po’ dappertutto: la maggior parte dei luoghi sono adatti per alimentare un impianto energetico. Al contrario, invece, l’energia del vento o quella delle maree si possono sfruttare solo in determinati posti. Inoltre le onde producono energia in modo più continuo, sono più frequenti del vento, per esempio, e l’efficienza dei nostri impianti è molto alta, il doppio rispetto ad un pannello solare. Soprattutto, i nostri sistemi sono di semplice installazione e smantellamento e possono essere portati a terra per la manutenzione. Il nostro primo modulo è stato posizionato in sole tre ore. Se pensiamo alle pale eoliche hanno un impatto ben diverso, oltre che in termini paesaggistici, anche di installazione e disinstallazione.

H24 installazione © 40 South Energy
H24 installazione © 40 South Energy

Come mai se è così efficiente questa tecnologia non è ancora stata adottata su larga scala?
L’energia delle onde è presente in quantità enormi ma è difficile da sfruttare, anche perché l’acqua ha una densità pari a 1000 volte quella dell’aria, e l’energia che genera è davvero distruttiva. Noi abbiamo trovato un approccio innovativo, decidendo di concentrarci sul fondo marino, dove è vero che l’energia è presente in quantità minore, ma questo è sicuramente più che bilanciato dalla riduzione di urti e quindi di danni agli impianti. Abbiamo rinunciato a posizionare i nostri dispositivi sulla superficie del mare, dove in caso di tempeste i materiali sono sottoposti a uno stress troppo elevato.

Ci spiega come funziona la vostra macchina per basse profondità, H24?
L’impianto è pensato per stare al massimo a 12 metri, ed è composto da uno o più moduli appoggiati sul fondo marino. Ogni modulo è costituito da una guida, lunga circa 24 metri, su cui è montata una componente mobile che viene spostata avanti e indietro dalle onde. Questo movimento viene trasformato in energia da un sistema elettromeccanico impiantato a bordo della macchina. Un accumulatore permette poi un’uscita stabile dell’energia. In particolare H24 sfrutta anche il moto delle maree, ma principalmente viene alimentato dalle onde.
La tecnologia ha un impatto ambientale trascurabile: non si vede e non è pericoloso per la flora marina che vi si dovesse avvicinare e non intralcia la navigazione, solo eventualmente la pesca a strascico.

Energia dalle onde: rendering un sistema H24  © 40 South Energy
Energia dalle onde: rendering un sistema H24 © 40 South Energy

L’H24 è anche la macchina installata in Italia. Che cosa c’è al largo di Marina di Pisa?
Sì, il parco energetico di Marina di Pisa, installato a novembre 2015, è composto da quattro moduli e produce 50 chilowatt che vengono immessi nella rete elettrica. Come termine di riferimento l’energia prodotta è sufficiente per alimentare in media 40 famiglie.
I moduli sono posizionati a circa sette metri di profondità, a una distanza di 200 metri dalla costa e sono collegati a terra con dei cavi completamente interrati.

E per i fondali più profondi?
Dai 50 metri in poi utilizziamo R115 un sistema formato da due parti posizionate a profondità diverse e collegate con 8 “zampe” come un ragno. Anche questo prototipo ha concluso con successo la fase sperimentale, nel 2014 l’abbiamo testato al largo di Castiglioncello, sempre in Toscana. Siamo ora in grado di operare praticamente in tutte le condizioni.

Che progetti avete ora, visto che potete potenzialmente lavorare in ogni angolo di mare?
Questo per noi è in un momento di svolta: abbiamo concluso il periodo di test e ci stiamo affacciando sul mercato italiano e internazionale; stiamo già attivando una serie di contatti commerciali anche con grandi utility. A Marina di Pisa stiamo anche per far partire una campagna di crowdfunding per realizzare un sistema organico di gestione dell’energia dalla produzione al consumo: un impianto di microgrid integrato che includa tra l’altro anche colonnine di ricarica per auto elettriche.

Crowdfunding per il sistema integrato di Marina di Pisa © 40 South Energy
Crowdfunding per il sistema integrato di Marina di Pisa © 40 South Energy

Come vede il futuro delle energie rinnovabili?
A mio parere andiamo verso micro grid locali, interconnesse in rete. Sistemi integrati, alimentati da un mix di fonti rinnovabili che saranno specifiche rispetto al luogo in cui ci troviamo, perché le rinnovabili sono fortemente legate al territorio.
In tutto questo il consumatore finale ha una forte responsabilità, che deriva dal suo potere di acquisto e dalla possibilità di scegliere. Per questo è importante il crowdfunding , perché crediamo che dando alle persone la proprietà dell’impianto, queste saranno molto più consapevoli e sensibili: sapranno qual è il bilancio, dove va l’energia e quanto vale.

lunedì 30 maggio 2016

Implosione europea - Austria - l'immigrazione è organizzata

Salvini senza freni: "In Austria elezioni truccate. In corso sostituzione etnica"
 
30 maggio 2016  Andrea Barcariol
 
Ne ha per tutti, Matteo Salvini intervistato da Maria Latella su SkyTg24. Si parte dal tema preferito: i migranti: “I profughi veri sono il 10% e intanto c’è chi ci guadagna e che sta facendo una marea di soldi sono loro i primi razzisti - spiega il leader della Lega - Questa è un’immigrazione organizzata, con un tentativo di genocidio. C’è una sostituzione etnica in corso”. Nel mirino, come da abitudine, anche il Presidente del Consiglio: “Matteo Renzi sta chiacchierando da due anni e mezzo, ora tolga il disturbo. Si metta l’anima in pace, vinceremo noi. Io sono pronto per essere messo alla prova”. Critiche anche per il neo presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia (eletto la scorsa settimana con l'87% dei voti): "Con il sì dell'associazione al referendum costituzionale di ottobre si è accomodato al banchetto del potere” e Sergio Marchionne, che «se potesse bacerebbe sulla bocca Renzi».

Salvini senza freni: 'In Austria elezioni truccate. In corso sostituzione etnica'
 
Sostegno e solidarietà invece per Roberto Saviano «va il mio sostegno a chiunque sia in prima linea contro mafia e camorra», mentre «mi vergogno che ci sia un parlamentare che appoggia Renzi che dica delle parole del genere» (il riferimento è quanto detto dal senatore Vincenzo D'Anna di Ala che aveva criticato l'utilizzo della scorta per Roberto Saviano, aggiungendo poi sulla replica dell'autore di Gomorra che le sue parole: "Valgono come il due di briscola, non ha titoli per essere il metro della morale di nessuno. E' stato trasformato in un'icona".
Capitolo finale dedicato alle elezioni in Austria con la vittoria di Alexander Van der Bellen su Norbert Hofer che Matteo Salvini, senza giri di parole,  ha definito «truccate». 
 


Diego Fusaro - noi amiamo la distrattata patria e siamo orgogliosi di appartemere a questa Nazione, di essere italiani

Marò, Fusaro: "Girone assente il 2 giugno? Vi spiego la marcia indietro di Renzi"
 
30 maggio 2016  Andrea Barcariol
 
Intervistato da IntelligoNews, il filosofo Diego Fusaro affronta la vicenda Marò e  parla della strumentalizzazione politica che ruota intorno ai due fucilieri di Marina. 

Girone torna in Italia ma non parteciperà alla parata del 2 giugno. Può diventare un personaggio "scomodo"?

«La vicenda dei Marò è stata penosa perché ha dimostrato ancora una volta la debolezza e la scarsa credibilità dell'Italia a livello internazionale. Se si fosse trattato di militari americani o russi l'India non si sarebbe mai comportata così. Detto ciò, ritengo che non debba essere ingigantita troppo, ci sono tanti problemi sociali ben più gravi che devono essere affrontati. Non bisogna neanche minimizzarla ma dare il giusto peso a quanto accaduto».

Renzi inizialmente aveva parlato di Girone alla parata del 2 giugno poi invece ha invitato alla sobrietà dicendo che "non è una bandierina da esibire". Come si spiega questo cambiamento?

«Non so perché ci siano questi cambiamenti nelle posizioni del governo, di sicuro si tratta di una vicenda che è diventata molto politicizzata. C'è una parte che ha fatto della lotta per i Marò l'obiettivo vitale della loro esistenza, un'altra invece, per reazione, si è comportata in modo opposto. E' il solito teatrino stupido della politica».

Forse il Premier, dopo le critiche, ha voluto riparare all'errore iniziale di comunicazione?

«Si forse ha capito che poteva essere controproducente per il suo partito e allora ha fatto marcia indietro. Ripeto non bisogna né "eroizzare" né minimizzare quanto accaduto. L'Italia è l'unico Paese al mondo che ha timore a esibire la propria bandiera e in questa vicenda ha agito in modo subalterno piegandosi al volere dell'India».

Dall'India è già stata annullata una fornitura di 300 milioni alla Finmeccanica per siluri sottomarini. Una semplice coincidenza?

«Alla fine la ragione è sempre economica e non bisogna necessariamente aver letto il Capitale di Marx per capirlo. Proprio perché contestiamo la prospettiva per cui "l'economia è tutto", c'è una dignità che viene prima degli interessi economici. Nel caso specifico la dignità consisteva nel riportare a casa i Marò e farli processare in Italia, così come avrebbe sicuramente fatto l'America».

 
Come accadde con la strage del Cermis, quando un pilota americano tagliò il cavo di una funivia causando la morte di 20 persone ma fu processato in America.

«Esattamente, così dovrebbe essere, l'Italia però ha un perenne senso di colpa nel rivendicare le proprie radici nazionali perché ha avuto il fascismo e parlando di Nazione si fa subito questo abbinamento mentre invece andrebbe recuperata, come faceva anche Gramsci, l'idea di Nazione in chiave emancipativa».
 
Come ha interpretato le parole di Girone "grazie all'Italia e agli italiani", evitando riferimenti al governo?

«Bisogna capire se era ironico, ci sono stati molti italiani che comunque hanno partecipato attivamente alla vicenda. Non bisogna però fare del caso Marò una distrazione di massa, dimenticando che stanno massacrando il lavoro, altrimenti si fa il gioco del potere. Con tutto il rispetto per la loro vicenda, che come è già detto è stata scandalosa, le priorità devono essere altre altrimenti si scade nell'irreale».
 

Afghanistan - ottobre dal 2001 ( 15 anni) abbiamo invase quelle terre e lì c'è una lotta di liberazione, non è difficile capirlo

Afghanistan: attacco talebani in Helmand

Uccisi 11 agenti, altri 7 sono rimasti feriti

(ANSA) - KABUL, 30 MAG - Almeno undici poliziotti sono stati uccisi ieri sera ed altri sette sono rimasti feriti in un attacco sferrato dai talebani nella provincia meridionale afghana di Helmand. Lo riferisce Tolo Tv precisando che al momento mancano notizie anche di altri sette agenti.
    Decine di insorti, ha riferito il capo della polizia della zona di Bost, Esmatullah Dawlatzai, hanno attaccato in serata numerosi check-point nel distretto di Gereshk.
    Questo incidente, dice infine l'emittente, è parte di una offensiva su più vasta scala dei talebani che sono all'attacco, oltre che nella regione di Gereshk, anche a Nahr-e-Saraj e lungo la superstrada che attraversa l'Helmand.
 

Expo - le bugie di Sala devono essere a conoscenza di tutti

Expo, Lombardia si astiene su bilancio

Martina, scelta elettorale. Maroni, era il minimo

Redazione ANSA MILANO

(ANSA) - MILANO, 30 MAG - Expo è tornata al centro delle polemiche politiche. La Regione Lombardia si è astenuta dal votare il bilancio in assemblea. "Una scelta elettorale", ha attaccato il centrosinistra che a Milano presenta come candidato sindaco Beppe Sala, già commissario Expo. "Una mossa elettorale non so quanto furba" ha aggiunto il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina perché "si rischia di compromettere il lavoro da fare ancora insieme". Secondo il governatore Roberto Maroni, però, l'astensione era "francamente il minimo" con "questa situazione dei conti, che smentisce clamorosamente gli annunci fatti in assemblea un anno fa": ovvero nessun utile, 23 milioni di perdita d'esercizio e patrimonio netto ridotto a 30,7 milioni di euro. "Per Expo - ha sottolineato al contrario Gianni Confalonieri, rappresentante del Comune di Milano all'assemblea - dimostrano che c'erano 30,7 milioni di avanzo".(ANSA).
 

Israele - il popolo eletto è il più reazionario del medio oriente


Intanto in Israele….(Parte seconda)
30 maggio 2016
Ugo Tramballi
 
 

“Ci sono cose di cui mi rammarico. Per esempio gli insediamenti nei Territori nei quale, sfortunatamente, io stesso ho messo mano, e che sono stati un grande errore”, aveva scritto Shimon Peres nelle “Rifressioni di un ottuagenario” pubblicate da Yedioth Ahronoth nel 2007.

Quasi non c’è israeliano che nel 1967 non si sia entusiasmato per la folgorante vittoria militare e che col tempo non se ne sia pentito e non abbia tentato di ripararne i danni cercando la pace con gli arabi. Allon, Peres, Dayan, Weizman, Rabin, Barak: praticamente tre generazioni di politici e di militari, compreso Ariel Sharon che odiava gli arabi; anche Ehud Olmert che aveva fatto il sindaco di Gerusalemme pensando che la città fosse abitata solo da ebrei; anche Tsipi Livni, nata e cresciuta da genitori militanti del sionismo revisionista più violento, ricercati per terrorismo dagli inglesi. Tutti erano partiti con l’idea di vincere e tutti sono arrivati a comprendere la necessità del compromesso politico per garantire il futuro d’Israele.

Poi ci sono gli irriducibili. Quelli di parte israeliana che parlano la stessa lingua di Hamas, certi che dio, la superiorità razziale e le armi, garantiranno la vittoria assoluta della loro causa. Come ho sottolineato nella prima parte, mai il governo israeliano è stato così pieno di questi estremisti.

C’è Naftali Bennet che in campagna elettorale si era vantato di aver ucciso molti arabi; c’è la ministra della Cultura Miri Regev che vuole trasformare in un grande Minculpop un paese dal dibattito vibrante, dove si pubblica il maggior numero di titoli di libri al mondo in proporzione agli abitanti. Lei, Miri l’estremista, che ha dichiarato agli artisti di Israele la stessa guerra che il nuovo ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha dichiarato ai generali. Poi c’è la vice ministra degli Esteri Tzipi Hotoveli, ebrea ortodossa, pasionaria dell’intolleranza: “Questa terra è nostra, tutta”, era stata una delle sue prime dichiarazioni ufficiali.

Quando Lieberman è entrato nell’esecutivo, il ministro dell’Ambiente Avi Gabay ne è dignitosamente uscito in segno di protesta. Ma l’unica preoccupazione del leader del suo partito di centro, Moshe Kahlon, un possibile successore moderato di Bibi Netanyahu, era che il posto vacante restasse alla sua forza politica. A parte i militari diventati la sezione più responsabile del paese, le opposizioni e la stampa, l’unica democrazia del Medio Oriente è per ora governata dall’esecutivo più reazionario della sua storia, apparentemente senza pericoli imminenti.

Più di 200 militari, funzionari dei vari servizi segreti e della polizia hanno firmato un documento nel quale si chiede all’esecutivo di “mantenere le condizioni” politiche per la ripresa del dialogo con i palestinesi: l’esatto contrario di quello che il governo intende fare, soprattutto ora che vi è entrato anche il buttafuori moldavo. Ora Isaac Herzog sta pensando di fare entrare anche i laburisti in questo strano governo di coalizione a maggioranza reazionaria: è un comprensibile tentativo di cauterizzare questo esecutivo e anche la dimostrazione di debolezza di un partito che dal 1976 ha vinto solo tre elezioni, due su tre di misura.

Come detto nella prima parte, Lieberman è il punto più vicino alla metastasi di quel male iniziato con l’occupazione dei Territori nel 1967. Ma sono anni che è sempre più evidente il diffondersi del veleno nel corpo sociale di Israele, prodotto da quella conquista territoriale. Il massacro di 29 palestinesi computo a Hebron da un medico israeliano nel 1994 e l’omicidio di Yitzhak Rabin nel ’95 erano stati solo i primi segnali.

*


Il generale Elad Peled, capo del Collegio della difesa nazionale, il centro studi delle forze armate, lanciò l’allarme nel 1966. Incaricato di analizzare gli effetti di una eventuale occupazione dei Territori palestinesi, Peled constatò che prima o poi la popolazione palestinese avrebbe superato per numero quella ebraica. In caso di annessione, Israele avrebbe dovuto dare pieno diritto di cittadinanza alla maggioranza araba. Oppure chiuderla in zone isolate. Un segregazionismo, concluse Peled, che “noi come popolo e come ebrei aborriamo”. Mi faccio pubblicità: potete saperne di più leggendo il mio libro “Il sogno incompiuto” (Marco Tropea, 2008).

Le preoccupazioni teoriche di Peled diventarono realtà quando, 28 anni dopo l’occupazione, la questione demografica fu posta ad Ariel Sharon da Sergio Della Pergola. Nel 2020 nel territorio fra il Mediterraneo e il Giordano (Israele, Gaza e Cisgiordania), spiegò Della Pergola, uno dei massimi demografi mondiali, gli ebrei sarebbero stati il 40%, e dentro Israele la popolazione ebraica che nel 2005 era l’88%, sarebbe scesa al 64.

Fu per questo che Sharon, conquistatore di territori arabi, decise il ritiro da Gaza e lo smantellamento progressivo delle colonie in Cisgiordania. Lo fece per salvare Israele; per impedire di trovarsi di fronte al dilemma posto dal generale Peled fra uno stato che per mantenere la sua essenza democratica avrebbe perso quella ebraica; e uno che per salvaguardare la sua radice ebraica avrebbe dovuto rinunciare alla democrazia.

La risposta politica al dilemma è la soluzione delle vite separate: due popoli divisi in due stati, uno ebraico e uno palestinese, in pace e sicurezza. A che futuro guardano invece la maggioranza dei ministri dell’attuale governo d’Israele? Cosa vogliono Bennett, Lieberman, Tsipi Hotoveli e Miri Regev, i coloni, gli estremisti nazional-religiosi che non sono maggioranza nel paese ma sembrano esserne i padroni; che passo dopo passo, anno dopo anno prendono possesso dei suoi gangli vitali?

Nel 2025 i coloni saranno 700mila, geograficamente e fisicamente non sarà più possibile far nascere uno stato palestinese. A quel punto i palestinesi diventeranno cittadini d’Israele a pieno titolo, abitanti di seconda categoria o profughi più di quanto già non siano. Anche i comandanti delle forze armate saranno diversi dai razionali generali di oggi: i quadri intermedi sono pieni di giovani ufficiali con la kipa, nati, cresciuti ed educati nelle colonie. Il cancro sarà inguaribile metastasi.

Per come si comportano con le leggi che vogliono far passare, con gli artisti, le organizzazioni pacifiste, gli arabi cittadini d’Israele, i giornali, i generali e chiunque si opponga alla loro idea messianica di nazione, per questi nuovi israeliani la democrazia non è una priorità nemmeno nello stato ebraico. In realtà questa tribù ragiona e parla come molti arabi nei loro regimi: la legge del taglione come massima espressione giuridica; il mio dio è il vero dio; un libro scritto 4mila anni fa trasformato in un testo di geopolitica contemporanea; se non sei con me sei contro di me, gli avversari sono tutti terroristi, gli stranieri sono nemici fino a prova contraria. Il mondo (in questo caso abitato solo da antisemiti) complotta contro di noi; la stessa Europa smidollata che per molti arabi è nelle mani della lobby ebraica, per questi israeliani è ormai caduta in quelle dei musulmani. Forse c’è ancora tempo per salvare Israele da se stesso. Ma diversamente dalle minacce alle frontiere, per questa emergenza l’aiuto militare e politico americano non serve; l’appoggio o i boicottaggi europei sono inutili. Dipende solo dagli israeliani. FINE

2016 crisi economica - gli economisti servi hanno cancellato dalla memoria gli insegnamenti di Keynes

Bretton Woods, quando il mondo non ascoltò Keynes. E sbagliò

A settant’anni dalla morte del celebre e spesso evocato economista britannico, raccontiamo il giorno in cui il suo sogno di creare una moneta globale fu sconfitta, nonostante con ogni probabilità avesse ragione

 
21 Aprile 2016 
Schermata 2016 04 20 Alle 23
Pubblichiamo un estratto del volume “Moneta Internazionale. Un piano per la libertà del commercio e il disarmo finanziario” (ll Saggiatore) che raccoglie alcuni scritti dell’economista britannico John Maynard Keynes legati al suo sogno di creare, dopo il secondo conflitto bellico, una moneta internazionale in grado di garantire la pace. Il brano in questione è tratto dall’introduzione dell’economista Luca Fantacci, che ha tradotto e curato l’opera. E che racconta come l’idea di Keynes fu sconfitta dagli americani e dall’adozione del dollaro come moneta universale.
A settant’anni dalla morte, le parole di Keynes suonano profetiche. Quando preconizza il dominio del mondo da parte degli Usa attraverso il Dollaro. Quando ammonisce contro il rischio di colonialismo finanziario attraverso aiuti a pioggia da parte dei paesi ricchi a quelli poveri. E quando coglie, ai suoi albori, tutto il potenziale di instabilità politica - non solo finanziaria - che un sistema così concepito porta con sé.
Dopo tre anni di pianificazione e di negoziati bilaterali, Gran Bretagna e Stati Uniti giungono a formulare una proposta congiunta, il cosiddetto Joint Statement. Stilato ad Atlantic City nell’aprile del 1944, il documento fungerà da base di discussione per la conferenza dei paesi alleati che si apre a Bretton Woods il 10 luglio successivo, e dalla quale emergono, dopo tre settimane di colloqui, gli accordi che dettano le regole dell’ordine monetario postbellico.
Keynes vive la firma degli accordi come una dichiarazione di resa incondizionata. È costretto a firmare senza nemmeno poter leggere il testo definitivo dall’inizio alla fine. È pur vero che lui stesso, nel corso delle trattative, ha sostenuto l’importanza di raggiungere un’intesa anche a costo di qualche compromesso. È lecito dubitare, tuttavia, che al momento della stipula Keynes fosse nella condizione di apprezzare la reale portata delle concessioni che si apprestava a sottoscrivere.
Solo poco prima della chiusura della conferenza, infatti, gli statunitensi introducono arbitrariamente nel testo degli accordi quello che sarà l’elemento più importante dell’intero sistema economico internazionale del dopoguerra: l’utilizzo del dollaro come moneta internazionale.
I contorni precisi della vicenda sono emersi solo di recente, con la pubblicazione integrale degli atti della conferenza. Ne emerge con chiarezza che, ancora a pochi giorni dalla conclusione, la bozza prevedeva un sistema perfettamente simmetrico, in cui nessuna valuta di nessun paese godeva di uno status privilegiato. Sarebbe stato l’oro a conservare il ruolo di unità di conto internazionale. Si delineava, in sostanza, una riedizione del gold standard, in cui il Fondo monetario, attraverso i propri prestiti, avrebbe avuto la funzione di attenuare le rigidità e le tendenze deflative che avevano caratterizzato i precedenti sistemi a base aurea. Il riferimento al dollaro americano è inserito all’ultimo momento, senza alcuna discussione e senza che i delegati mostrino la minima consapevolezza delle implicazioni.
Che nel 1944 il dollaro possa essere accettato come equivalente dell’oro è piuttosto ovvio: la sua parità aurea è fissa da più di un secolo, i forzieri di Fort Knox custodiscono oltre l’80 per cento delle riserve auree mondiali, la convertibilità del dollaro in oro (35 dollari per ogni oncia) non può essere messa in dubbio. Eppure, sancire sul piano giuridico un’equivalenza di fatto non è privo di conseguenze. Adottare una moneta nazionale come moneta internazionale significa, come aveva ammesso lo stesso White qualche anno prima, sia pure in termini astratti e alquanto eufemistici, «accordare al paese titolare di quella valuta un qualche lieve vantaggio in termini di pubblicità o di commercio».
Di fatto, la possibilità di utilizzare la propria moneta come mezzo di pagamento internazionale fornisce agli Stati Uniti una fonte di liquidità potenzialmente illimitata, al servizio dell’egemonia mondiale e delle sue molteplici leve: aiuti internazionali, commercio, investimenti esteri, spese militari.
Keynes ha il sentore che il sistema di Bretton Woods non nasca sotto i migliori auspici, come lascia trasparire nel breve discorso che tiene a Savannah il 9 marzo 1946, in occasione della sua inaugurazione (Documento vii). Il tono è sarcastico dall’inizio alla fine, e tradisce la delusione di Keynes nel veder naufragare per la seconda volta le sue speranze di porre fine alla guerra con una vera pace.
Keynes, parlando della nascita del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, invoca la benedizione di tre fatine, affinché donino ai gemelli imparzialità, forza e saggezza. Ed esprime l’auspicio che il maestro di cerimonie non abbia dimenticato di invitare al battesimo una quarta fata, cattiva, che per ripicca avrebbe maledetto i neonati, facendoli diventare due politici
La conferenza di Savannah è il «battesimo dei gemellini», esordisce Keynes, riferendosi al Fondo monetario internazionale e alla Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (destinata a diventare, in seguito, la Banca mondiale). E subito ironizza sui nomi delle due creature, che sembrano essere stati invertiti: quella a cui si dà il nome di Banca funziona, di fatto, come un fondo d’investimento; quella battezzata come Fondo, in realtà, è, o avrebbe dovuto essere, una banca commerciale. Questa inversione non è un errore di poco conto agli occhi di Keynes, che aveva sempre insistito sull’opportunità di distinguere fra una finanza di breve termine, al servizio degli scambi commerciali, sostanzialmente garantita dai beni reali, e una finanza di lungo termine, strutturalmente esposta all’incertezza, a sostegno degli investimenti.
Keynes prosegue invocando la benedizione di tre fatine, affinché donino ai gemelli imparzialità, forza e saggezza. Ed esprime l’auspicio che il maestro di cerimonie non abbia dimenticato di invitare al battesimo una quarta fata, cattiva, che per ripicca avrebbe maledetto i neonati, facendoli diventare due politici. Pochi giorni dopo, Keynes s’imbarca da New York per rientrare in Inghilterra. Chi lo incontra a bordo della Queen Mary lo descrive deluso e amareggiato, intento a scrivere quello che sarà il suo ultimo articolo, sugli squilibri della bilancia dei pagamenti americana.
Non passa molto tempo, infatti, prima che i presentimenti di Keynes si mostrino fondati e la fata maligna consumi la sua vendetta. I moventi politici, in effetti, dominano le relazioni economiche internazionali del dopoguerra. Non tanto attraverso il Fondo monetario e la Banca mondiale che, essendo dotati di un capitale irrisorio e inadeguato ai loro compiti, sono relegati a un ruolo marginale. Sono gli Stati Uniti il vero centro di potere: nel nuovo regime monetario internazionale imperniato sul dollaro possono agire da fonte di liquidità per il mondo intero.
E lo fanno, in effetti, con una generosità senza precedenti. Il Piano Marshall costituisce notoriamente il programma di aiuti internazionali più ingente della storia. Altrettanto noto è che non risponde solo a una logica di potenziamento economico, ma anche alla necessità politica di consolidare il blocco occidentale di fronte alla minaccia sovietica. Ciò che invece rischia di passare inosservato è che le generose donazioni americane sono rese possibili proprio dal regime di eccezione di cui godono gli Stati Uniti, in virtù dello status privilegiato del dollaro come moneta internazionale.
Come la vedova di Sarepta, l’America può dare allo straniero ciò di cui ha bisogno, senza che nulla venga a mancare a lei. I miliardi di dollari che mette a disposizione degli alleati non riducono di un solo centesimo il denaro che le resta, poiché quei dollari sono creati dal nulla. Sono aiuti senza costo... ma non senza prezzo: ciò che si perde, tanto nel caso dei donatori quanto nel caso dei beneficiari, è il senso economico delle loro reciproche relazioni. Non c’è modo di distinguere fra dono, prestito e scambio, in un regime in cui tutti e tre possono essere praticati indifferentemente senza intaccare il potere d’acquisto di chi li effettua.
Keynes aveva messo in guardia da un simile rischio: «Sarebbe altresì un errore sollecitare, di nostra iniziativa, un aiuto finanziario degli Stati Uniti a nostro favore dopo la guerra, che sia a titolo di dono, di prestito senza interesse o di ridistribuzione gratuita di riserve auree». Perciò aveva respinto ogni idea di «piano filantropico crocerossino, grazie al quale i paesi ricchi vengono in soccorso di quelli poveri».Cinque anni prima che fosse concepito il Piano Marshall, Keynes contestava la logica che lo avrebbe ispirato: era una logica di potenza che avrebbe sbilanciato irreparabilmente le relazioni economiche e finanziarie, consegnando al paese più ricco la fonte stessa della ricchezza, consentendogli di acquistare senza spendere, di prestare senza rinunciare, di donare senza perdere.

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/04/21/bretton-woods-quando-il-mondo-non-ascolto-keynes-e-sbaglio/30068/ 

Paolo Barnard: I francesi che s'incazzano

Implosione europea - la Francia si ribella MA anche il popolo belga rifiuta l'aumento da 38 ore a 45, come l'tà pensionabile a 67 anni

La voce della nuova classe povera del ventunesimo secolo 


Perché in Italia si parla poco della grève francese? di Eugenio Orso
Posted on 28 maggio 2016

Grève – sciopero in lingua italiana – è un’espressione poco usata che incute sempre meno timori nei dominanti, di questi tempi. Ciò è particolarmente vero in Italia, in cui le manovre piddino-renziane contro il lavoro, che partono da Monti e dalla Bce (troika), non hanno suscitato, nel mondo del lavoro, una sola reazione degna di nota. Del resto, con sindacati come quelli guidati da Camusso, Furlan e Barbagallo la passività sociale è una certezza e l’inerzia delle maestranze è assicurata.

Detto in lingua francese, le droit de grève – il mitico diritto di sciopero, espressione moderna, un po’ edulcorata, dello scontro sociale – acquista una certa solennità e un’indiscussa concretezza, come accade in questi giorni nel paese d’oltralpe. Solennità e concretezza che in Italia, terra delle grandi lotte operaie negli anni sessanta e settanta, oggi mancano completamente. Dopo gli ultimi scioperini testimoniali, pacifici, democraticissimi di otto ore o addirittura di quattro, orchestrati dalla triplice per far passare contratti-truffa e controriforme su lavoro e pensioni, la rassegnazione, la paura e l’apatia dilagano. I lavoratori nostrani lo prendono in culo quotidianamente, dallo jobs act alla diffusione di milioni di voucher in tutti i settori, senza neppure accorgersene.

A differenza di quella italiana, la popolazione francese è cosciente dei rischi che sta correndo e un po’ più combattiva. Per tale motivo ha reagito all’imposizione dello jobs act/loi travail (Renzi docet!) da parte dei socialistoidi di Hollande e Valls, euroservi e filo-atlantisti. E’ possibile che la fecciaglia al governo in Francia abbia sbagliato i suoi calcoli – se la riforma è passata senza scosse in Italia, potrà passare anche in Francia – e sottostimato la reazione popolare, confondendo i francesi con gli italiani. Inoltre, la minaccia jihadista concretizzatasi al Bataclan sembra non aver aiutato a sufficienza Hollande e Valls, diffondendo il terrore nel volgo e distogliendo l’attenzione dalla prioritaria questione sociale. Sono certo che questi due infami, servi delle City finanziarie e di Soros, invidiano il loro compare italiano Matteo Renzi, che può contare sull’encefalogramma piatto di gran parte degli italiani.

Se il governo socialistoide francese è simile a quello sinistroide e collaborazionista della troika insediato in Italia (stesso gruppo al parlamento europeo, alleanza progressista dei socialisti e dei democratici!), i francesi mostrano, per loro fortuna, di non essere troppo simili agli italiani, cioè di non essere ridotti a gregge di miti pecorelle belanti da condurre, senza troppe difficoltà, alla tosatura.

Da noi, sarebbero inconcepibili occupazioni di raffinerie e centrali nucleari (che in Italia non sono attive …) appoggiate dai sindacati, oppure scioperi illimitati nei trasporti pubblici, capaci di paralizzare un paese per settimane. Il trio Camusso, Furlan e Barbagallo è già tanto se partecipa a inutilissimi tavoli di discussione con l’esecutivo (come quello per l’uscita anticipata dal lavoro), quando glieli concede. Qui, da noi, si è passati in una manciata d’anni dalla concertazione governo-sindacati, su materie riguardanti il lavoro, alla concertazione, dietro le quinte, delle sole inculate a lavoratori e pensionati.

I francesi hanno subodorato che restando inerti avrebbero fatto la fine degli italiani, perciò sono passati alle vie di fatto, in una situazione che sembra evolversi dallo sciopero alla rivolta. La fine che fanno i lavoratori in Italia la conosciamo, basta guardarsi intorno, ascoltare le storie di quelli che incontriamo quotidianamente. Qui, siamo già oltre lo jobs act, che si sta sgonfiando con il crollo dei contratti (fintamente) a tempo indeterminato perché sono finiti gli sgravi fiscali. La diffusione abnorme dei voucher non è che il passo successivo di flessibilizzazione del lavoro e la punta dell’iceberg del lavoro nero.

Un piccolo insignificante caso può servire per comprendere in che direzione sta andando il mercato del lavoro in Italia e perché i francesi, che non vogliono fare la nostra fine, sono disposti alla rivolta e all’uso della violenza di piazza, contro i collaborazionisti socialistoidi euroservi che vogliono imporgli la loi travail.

Un cinquantaseienne senza lavoro del basso isontino, appena uscito dal fallimento di un’attività commerciale che gestiva da anni, inseguito dall’agenzia delle entrate (50.000 mila euro contestati per il solo 2013), è andato in cerca di un’occupazione qualsivoglia per riuscire a sopravvivere. Finiti i tempi in cui possedeva la Bmw, una moto e uno scooter e se ne andava regolarmente in vacanza, l’unico lavoro che ha trovato, quasi per miracolo e su “raccomandazione”, è quello di lavapiatti in un ristorante giapponese posticcio gestito da cinesi. Rischiando di perdere anche la casa e avendo esaurito i risparmi, costui accetta di lavorare per sei giorni la settimana una caterva di ore, con giorno libero a discrezione dei cinesi che glielo comunicano, a sorpresa, la sera prima e una retribuzione non superiore ai settecento euro mensili.

Il protagonista di questa storia riceve dai datori di lavoro con gli occhi a mandorla qualche sparuto voucher, acquistabile e pagabile in tabaccheria assieme alle sigarette, e gran parte del salario di lavapiatti in nero. Il primo mese, un buono lavoro da 45 euro e circa 600 euro in nero, il secondo mese ben tre voucher da (udite, udite!) sette euro ciascuno e circa 650 euro in nero.

Non c’è da stupirsi, dunque, che ci siano in circolazione migliaia e migliaia di buoni lavoro non pagati e che quelli pagati, in molti casi, servano come specchietto per le allodole, mascherando il nero, che rappresenta il massimo della flessibilità imposta ai lavoratori, oltre gli stessi voucher e lo jobs act.

Non bisogna prendersela con i datori di lavoro cinesi dell’italiano “caduto in disgrazia”, perché i figli dell’impero di mezzo, immigrati nel basso isontino, non fanno che assumere comportamenti generalizzati e diffusi in tutto il paese, favoriti dalle controriforme degli ultimi anni e dall’imposizione di una flessibilità esasperata, che non si accontenta neppure dei voucher ma porta a preferire la totale irregolarità e, implicitamente, lo schiavismo “di ritorno”.

I francesi, sospesi fra gli scioperi della Confédération Générale du Travail e la rivolta violenta di piazza, tenuti a bada con difficoltà da polizia e gendarmerie nationale, rifiutano coscientemente di scivolare per la china sulla quale siamo scivolati noi.

E’ facile capire perché in Italia si parla poco della grève francese, grazie ai pennivendoli dei giornali e ai media asserviti a Bruxelles, Francoforte e New York.

I motivi sono essenzialmente due:

1) La loi travail del governo euroservo di Valls è l’equivalente dello jobs act italiano, ma rincara la dose elevando l’orario di lavoro. Non si deve spiegare chiaramente agli italiani assopiti che i francesi sono in rivolta contro una riforma che soggiace alle stesse logiche che hanno portato allo jobs act renziano, e alla diffusione in tutti i settori dei voucher. Meglio che gli italiani continuino a dormire.

2) Ciò che stanno facendo i lavoratori francesi, se dovesse avere qualche riscontro positivo, anche soltanto edulcorando la riforma e/o diluendola nel tempo – visto che Hollande e Valls non sono disposti a ritirarla – potrebbe essere d’esempio per milioni di lavoratori italiani, che negli ultimi anni hanno solo subito. Meglio non favorire “comportamenti imitativi” dei cugini d’oltralpe, diffondendo troppe notizie.

Resta il fatto che se i francesi otterranno qualche vittoria contro il governuncolo euroservo e socialistoide (gemello di quello renziano/piddino), la portata della cosa non potrà più essere nascosta alle masse e allora, forse, ne vedremo delle belle anche qui …

Una piccola speranza è meglio di niente. 



http://pauperclass.myblog.it/2016/05/28/perche-italia-si-parla-della-greve-francese-eugenio-orso/

Francesco Palenzona&Roberto Mercuri - Unicredit - Ghizzoni non ha nessuna credibilità, nella banca ai piani altissimi un uffico (gestione) per Roberto Mercuri che non aveva titolo

Economia e Finanza
FINANZA/ Il colpo di coda di Ghizzoni e il futuro di UniCredit
Nicola Berti
lunedì 30 maggio 2016
Federico Ghizzoni dice al Corriere della Sera di "avere un'idea" sulla sua successione come amministratore delegato di UniCredit. Nulla dice invece - cioè evita di farsi chiedere - sulla disastrosa ritirata dalla garanzia all'Ipo della Popolare di Vicenza: la goccia che ha fatto traboccare il vaso dei grandi azionisti e dei mercati e decretato la fine della lunga stagione al vertice della maggiore banca italiana. Un po' colpo di coda, un po' calcio del mulo, la sua intervista merita più commenti nel metodo che nel merito: come zeitgeist dell'Italia odierna, non solo bancaria.

Quando Ghizzoni ricorda che il titolo UniCredit a novembre era a 6 euro (nei giorni scorsi ha toccato il minimo di 2,7) sottolinea, ad esempio, che "molte cose sono avvenute, come le risoluzioni delle quattro banche, il problema degli Npl in Italia". Ma poi lascia scorrere via per inciso il suo piano industriale cui il mercato non ha creduto per un solo istante e una sola virgola. Dice giustamente che una banca come UniCredit "non può restare esposta agli articoli di stampa", ma gioca sull'equivoco: quelli che hanno minato la reputazione di UniCredit e del suo Ceo non sono quelli di Financial Times e del Wall Street Journal che stanno ordinando un ribaltone completo del top management a favore di un "Papa straniero" e al servizio di una maxi-ricapitalizzazione; quanto le intercettazioni giudiziarie pubblicate lo scorso autunno dal Fatto Quotidiano.

Lì è stato evidente - attorno al ruolo del vicepresidente Fabrizio Palenzona - che la governance di Piazza Gae Aulenti, fra board e dirigenza, era gravemente degradata nei meccanismi e nei rapporti personali: e la credibilità di Ghizzoni era azzerata soprattutto all'interno del gruppo. Non per questo a Ghizzoni non è stato riservato molto più che l'onore delle armi. Prima ancora che un'intervista auto-assolutoria di alta prammatica sul quotidiano di via Solferino, c'è stato il comunicato di martedì: righe e righe di ringraziamenti in calce a un annuncio che non conteneva la parola "dimissioni", lasciava a Ghizzoni le deleghe piene e non fissava neppure una scadenza per la scelta del nuovo amministratore delegato.

Nessuno - dopo gli ennesimi cedimenti al listino -può ora credere che veramente il turnaround di Piazza Gae Aulenti (come il trasloco l'erfrou frou dell'era Ghizzoni ha rinominato l'ormai antica Piazza Cordusio) possa iniziare mercoledì 1 giugno con una pigra riunione del comitato nomine: con l'ottantenne presidente siculo-tedesco Giuseppe Vita, con personaggi come Francesco Gaetano Caltagirone (ex vicepresidente di Mps) o Luca di Montezemolo, che non rappresenta certo il fondo Al Aabar.

Nessuno può credere che possa avere voce in capitolo Ghizzoni, proponendo magari uno dei suoi pretoriani Paolo Fiorentino o Giovanni Francesco Papa. Nessuno può pensare che la "narrazione di UniCredit" - conclusa con l'ultima intervista di Ghizzoni nel giorno della finale Champions League - possa essere ancora affidata part-time al presidente pro-tempore della Lega Calcio, Maurizio Beretta.

La partita, com'è uso, dire, è appena iniziata. Ma è difficile pronosticare se durerà 50 giorni o addirittura fino a settembre, come anche Ghizzoni forse gradirebbe.