L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 1 giugno 2020

Una società sempre più violenta. Che non sapendo più offrire, costringe. E non sapendo convincere, impone. Qualificare un obbligo come un'opportunità fa ridere

Bambini allo Stato

01 marzo, 2020 

Premessa: sono felice di avere frequentato una scuola materna e di averla fatta frequentare ai miei figli. Lo sono anche i miei coetanei, pur con poche, ma rispettabili e motivate, eccezioni. Dovrei dunque rallegrarmi del fatto che il nostro governo propone in questi giorni di renderne obbligatoria la frequenza? No, anzi. La notizia mi ha fatto male, come fa male assistere a una violenza sproporzionata e gratuita. Perché l'obbligo è una violenza: in certi casi necessaria, ma comunque tale. E nella marea di nuovi obblighi, adempimenti e sanzioni che sta salendo in questi anni sembra appunto svelarsi la trama di una società sempre più violenta nel metodo. Che non sapendo più offrire, costringe. E non sapendo convincere, impone. Perché, mi sono chiesto, un servizio ai cittadini deve trasformarsi in un dovere? Perché un diritto deve negare un altro diritto? Perché rendere odiosa e minacciosa un'occasione di crescita bene accolta da tutti? Perché farne un pretesto per accorciare il guinzaglio?

Nel cercare le risposte a queste domande, il mio malessere cresceva. In un tweet del 16 febbraio, il viceministro all'istruzione Anna Ascani spiegava che «estendere l'obbligo alla scuola dell'infanzia significa dare a tutti i bambini e alle loro famiglie più opportunità». Pochi giorni dopo, il Corriere della Sera dava la notizia dell'«asilo obbligatorio dai tre anni» aggiungendo nel titolo: «oggi frequenta solo il 12% dei bimbi». In entrambi i casi, non bisogna essere maliziosi per capire che c'è un grosso problema: sia nel rappresentare un obbligo come il suo contrario (una «opportunità»), sia nel suggerirne l'urgenza affiancandogli a caratteri cubitali un dato inapplicabile e irrilevante. Il «12% dei bimbi» è infatti la quota di frequenza degli asili nido, cioè dei bambini fino ai tre anni di età, mentre le scuole dell'infanzia oggetto della proposta sono già frequentate dal 92,60% dei piccoli del nostro Paese, che si colloca così al nono posto in Europa (fonte Openpolis). E non bisogna essere complottisti per capire che se si preferisce torturare la logica e la statistica invece di esporre i veri motivi - condivisibili o meno - di una scelta così drastica, quei motivi potrebbero essere poco presentabili al pubblico.

Nel cercare di approfondire la genesi e i moventi di questa idea (già introdotta due anni fa nella Francia di Macron, con gli stessi fumi dialettici), ho recuperato un altro articolo del Corriere della primavera scorsa in cui si illustravano le proposte avanzate dall'associazione Treellle per riformare il sistema scolastico italiano. Prima di soffermarci sull'identità dei propositori, anticipo che in quel caso il quotidiano nazionale spiegava in ben altri termini la scelta di rendere obbligatorio l'asilo. «Una scuola obbligatoria con ingresso precoce (a 3 anni)», scriveva la giornalista, «... servirebbe non solo e non tanto a sollevare le famiglie ma proprio a ridurre il peso dei condizionamenti ambientali e familiari». Oh, ecco. Altro che «opportunità» e statistiche creative: il problema sarebbero «proprio» le famiglie, cioè il «peso» dell'educazione che impartiscono alle loro creature. Un «peso», quello dei valori tramandati dai genitori ai figli, evidentemente così terribile da far decidere allo Stato di mettere in salvo i piccoli affidandoli alle cure di estranei.

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Chi è, che cosa fa l'associazione Treellle? Già da tempo oggetto delle attenzioni del ricercatore Pietro Ratto (qui un suo commento sulla vicenda trattata in questo articolo), si presenta sul suo sito come «un vero e proprio think tank» che «si pone l'obiettivo di favorire il miglioramento della qualità dell'education (educazione, istruzione, formazione) nei vari settori e nelle fasi in cui si articola». Fondata nel 2001, ha sede a Genova, è presieduta da Attilio Oliva, già presidente di Confindustria e membro di diverse agenzie internazionali, e vanta tra i suoi advisor ed esperti nomi importanti di giornalisti, accademici e politici di ogni schieramento. L'assemblea dei soci fondatori è una vetrina del gotha industrial-finanziario nostrano: da Fedele Confalonieri (Mediaset) a Luigi Maramotti (Max Mara), da Pietro Marzotto a Marco Tronchetti Provera, coordinati dal segretario Guido Alpa, già maestro e mentore di Giuseppe Conte. Tra i sostenitori troviamo la Compagnia di San Paolo di Torino e altre banche e fondazioni industriali e bancarie.

Secondo Ratto e altri, Treellle svolgerebbe da anni il ruolo di consulente privilegiato del ministero dell'Istruzione, al quale anticiperebbe gli obiettivi e le linee guida da realizzare nelle successive riforme. Così sarebbe ad esempio avvenuto con la Legge 107/2015 (la «Buona Scuola» di Renzi) le cui innovazioni, scriveva Salvatore Cannavò sulle pagine del Fatto Quotidiano il 3 giugno 2015, sarebbero state dettate «dall’associazione Treellle, think thank vicino agli industriali e a Comunione e Liberazione». Siccome, almeno a mia notizia, nessun'altra istituzione in Italia ha formalizzato la proposta di rendere obbligatoria la scuola dell'infanzia, è plausibile ipotizzare che gli attuali proponenti politici si siano ispirati proprio alle analisi e alle raccomandazioni del pensatoio genovese.

Queste raccomandazioni si possono leggere nell'ultimo Quaderno edito dall'associazione, il numero 15 del 2019 a firma di Oliva e di Antonino Petrolino, in cui si avanzano alcune proposte per riformare il sistema scolastico nazionale perché, si spiega nell'introduzione, «c’è bisogno di una scuola diversa per fronteggiare le sfide del XXI secolo. E il tempo stringe» (pag. 11). Il testo non delude. C'è tutto, ma proprio tutto, ciò che ci si aspetterebbe di trovare in una proposta conforme al più patinato spirito dei tempi: il citato «fate presto» di marca turboriformista, l'atto di fede nell'Europa («la nostra casa naturale: sempre meno una seconda casa e ormai di necessità si avvia a diventare l’unica possibile», pag. 50), il «quadro della competizione globale» (pag. 13), la meritocrazia che però si scontra con «forti resistenze» ovviamente dal basso. «radicate soprattutto nella... rappresentanza sindacale» (pag. 156), l'imprescindibilità di una «seria spending review, che passi in rassegna tutti i punti da cui è possibile ricavare risorse» (pag. 173), il «digitale» che deve essere «per tutti e ordinario» (pag. 186), più qualche bizzarria come la presunta superiorità della «scuola protestante» che, scopro leggendo, «nasce [?] dal rifiuto del magistero sacerdotale: ogni uomo è sacerdote di se stesso» e quindi «gli studenti non hanno paura di riflettere autonomamente e di dire come la pensano» (pag. 112). Una bizzarria tanto più bizzarra perché gli organi scientifici dell'associazione includono una nutrita rappresentanza di cattolici, tra cui anche un arcivescovo e segretario della Congregazione per l'educazione cattolica, mons. Vincenzo Zani.

A monte non può mancare il #facciamocome, la consapevolezza del «ritardo socio-culturale [dell'Italia] rispetto ai paesi più avanzati» (pag. 25). Adottando le fonti, gli indicatori e i campioni selezionati dagli autori, scopriamo di essere ultimi in tutto: nel tasso di scolarizzazione, nella «literacy», nella «numeracy», nelle «competenze funzionali», nella fiducia nelle istituzioni e in altro. Da queste analisi, sul cui rigore qualcuno ha espresso in passato più di una perplessità e sulla cui neutralità gli stessi estensori sembrano a un certo punto interrogarsi (pag. 164), emergerebbe la «storica arretratezza del capitale umano» (pag. 26) del nostro Paese e quindi l'urgenza di ripensarne radicalmente anche il sistema educativo.

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La proposta di rendere obbligatoria la frequenza scolastica per tutti a partire dai tre anni, per otto ore al giorno, è illustrata nel capitolo 6 e in altri passaggi del testo che confermano oltre ogni dubbio la sintesi della giornalista del Corriere, facendola anzi apparire un blando eufemismo. Il provvedimento è fin dall'inizio presentato come uno strumento per «rimuovere tempestivamente gli eventuali condizionamenti sociali negativi in una fase in cui prendono forma gli aspetti emozionali e cognitivi dell’individuo, a cominciare dal linguaggio, ed i suoi criteri di giudizio (giusto, bello, vero)» (pag. 21). I «condizionamenti sociali negativi» sono in primis quelli delle famiglie italiane, su cui gli autori proiettano la loro idea dell'italiano medio, così ignorante da costituire un pericoloso esempio per i suoi stessi figli:

... si tenga presente che la popolazione italiana adulta (25-64 anni) possiede livelli di competenze in literacy e numeracy particolarmente ridotti: in un terzo dei casi, a livello di analfabetismo funzionale. Lasciare i bambini, in una fase così cruciale per lo sviluppo delle loro potenzialità future, in un contesto culturalmente deprivato li grava di uno svantaggio iniziale che potrebbe non colmarsi mai del tutto (pag. 94).

Il concetto è ribadito un po' ovunque: «l’importante è che il peso di un ambiente sfavorito non abbia troppo tempo per segnare la personalità» (pag. 127); «l’anticipazione della scolarità e il tempo lungo... sono pensati... anche per sottrarre i bambini all’influenza di quegli ambienti familiari che, per ignoranza, non esercitano la propria azione educativa o lo fanno in modo negativo» (pag. 128); il tempo lungo serve a «massimizzare l’influenza della formazione scolastica e ridurre al minimo i condizionamenti socio-economici esterni» (pag. 95). E ancora:
Quando si inizia la scolarità a sei anni, le differenze indotte dall’ambiente familiare e sociale di origine si sono ormai saldamente radicate. Anche a tre anni, quando inizia la scuola per l’infanzia, è probabilmente tardi... Per problematico che possa risultare, bisognerebbe prendersi cura dei bambini ancora prima [!], se possibile non più tardi dei due anni, ed immergerli per buona parte della giornata in un ambiente formativo che tenda a contrastare gli eventuali condizionamenti familiari negativi (pag. 124).

«Certo», ammettono gli estensori del documento, «occorrerà una speciale attenzione ad evitare i rischi di indottrinamento di Stato». Ma, in ogni caso,

quelli di un condizionamento dell’ignoranza, del familismo amorale [poteva mancare?], della scarsità di spirito comunitario e di senso dello Stato e, per troppe fasce della nostra popolazione, persino della tolleranza del malaffare sono già adesso, e da molto tempo, più gravi e concreti (pag. 128).

Quanto amore, vero? Sempre a proposito di indottrinamenti da evitare, a pag. 39 affermano che la scuola, rispetto a un passato in cui sarebbe stata «funzione dello Stato sovrano», dovrebbe avere oggi come unico «fine lo studente» piuttosto che propagandare i progetti politici del momento. Incuriosisce perciò leggere fra le «nuove missioni» anche quella di educare a una «cittadinanza globale» (pag. 47). Segue una fresca chiosa:

L’Unione Europea ha favorito uno sviluppo economico che sessanta anni fa sembrava inarrivabile; ci ha garantito il più lungo periodo di pace nella nostra storia, dopo secoli e secoli in cui gli stati sovrani si sono dissanguati ad ogni generazione. Già oggi – e sempre più negli anni a venire – i nostri giovani della classe di età fra i venti ed i trent’anni appartengono a quella che viene detta generazione Erasmus, cresciuta senza passaporto e senza frontiere, che si sente a casa sua a Barcellona non meno che a Londra o a Berlino, che ha dato vita a migliaia di famiglie transnazionali. Come si può pensare di tornare indietro? soprattutto, mentre la spinta delle migrazioni ci sospinge se mai in direzione opposta, verso una sempre maggiore integrazione con popoli e persone ancora più diversi? (pag. 50)

Mentre cerchiamo di stabilire a quale grado si debbano collocare questi pensieri nella scala dei «rischi di indottrinamento di Stato», godiamoci il prodigio di una retorica nazionalista che smette di essere tale se si allargano i confini della nazione al continente.

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Giunto a fine lettura, reputo la proposta Treellle di un asilo obbligatorio a tempo lungo - tralasciandone molte altre su cui ci si potrebbe e dovrebbe soffermare - aberrante nel merito e nelle motivazioni. Perché fa dell'aggressione alla libertà delle famiglie di educare la prole non uno strumento, ma il suo fine primo e dichiarato. Perché, nel rendere obbligatorio un servizio, lo priva degli stimoli ad adattarsi alle esigenze dell'utenza negando a monte anche la possibilità e il valore di un'offerta educativa plurale. Perché gronda contenuti ideologici (globalismo, europeismo) invisi a una parte sempre più consistente della popolazione e pretende di inculcarli precocemente a tutti con l'intento esplicito di correggere, non di servire i cittadini. Perché non degna della minima attenzione il delicato e fondamentale legame affettivo tra genitori e figli piccoli, che si vorrebbe ridurre a poche ore al giorno per tutti. Perché non prende in considerazione i bisogni dei minori che vivono l'asilo come un'esperienza insopportabile o traumatica, e che richiederebbero perciò percorsi più modulati secondo la sensibilità e il giudizio dei genitori.

Ma anche, e peggio di tutto, perché si fonda su una visione ostentatamente elitaria, paternalistica e sprezzante del popolo italiano e delle sue famiglie. Se si accetta che mediamente un'intera popolazione sia indegna di crescere i propri figli, che non possa cioè neanche dirsi proletaria, si accetta di poterla spogliare di qualsiasi altro bene meno prezioso: cioè di tutto.

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Eppure. Eppure qualcosa ancora non torna.

Chi ha formulato le proposte del Quaderno insiste molto sul valore dell'uguaglianza, di «ridurre al minimo il peso di una problematica eredità sociale» e di affidare alla scuola una funzione di equalizzazione tra classi. L'asilo obbligatorio è pensato per i più deboli: «l’effetto di una tale misura sarebbe tanto più positivo quanto più deprivato fosse l’ambiente sociale ed economico di partenza» (pag. 124) e, quindi, «non ci guadagneranno tanto i figli di genitori agiati e colti, ma ne beneficeranno enormemente quelli delle famiglie deprivate e socialmente marginali» (pag. 169). Messa così, l'idea sembra quasi voler bilanciare l'elitismo estremo delle sue analisi con un altrettanto estremo giacobinismo sociale, dove gli «agiati e colti» dovrebbero trascorrere meno tempo coi propri figli... per dare una chance ai figli degli altri. Più che sciogliersi, questo paradosso si scontra però con un problema di fondo, un elefante nella stanza che fa capolino nel testo in un solo punto, nella nota a pie' di pagina 94 dove si legge che «già oggi, la frequenza dei bambini della classe di età 3-6 anni alle scuole dell’infanzia (pubbliche e private) è molto vicina al 100%». Ripetiamolo: già oggi la frequenza dei bambini alle scuole dell’infanzia è molto vicina al 100%.

Quindi?

Anche volendo dare per vere tutte le analisi e le considerazioni svolte, che bisogno ci sarebbe di rendere obbligatorio ciò che già tutti fanno per scelta? Sarebbe come introdurre un nuovo reato che nessuno ha mai commesso né si sogna di commettere. Questa contraddizione è tanto più enorme in quanto gli autori non tentano minimamente di risolverla nella loro esposizione: di fronte a lunghi paragrafi con approfondimenti, serie statistiche, istogrammi a tutta pagina e commenti per «dimostrare» l'arretratezza del nostro Paese nelle aree ritenute discriminanti per educare la prole, non si spende una sola riga per qualificare il dato sulla mancata frequenza della scuola materna e dare così un senso numerico alla proposta avanzata. Oltre alla domanda già posta in grassetto, ci saremmo chiesti: quanti bambini oggi non frequentano, e perché? E di questi, quanti ne avrebbero bisogno secondo i criteri di «deprivazione» specificati? Qual è la distribuzione dei non frequentanti per censo e titolo di studio dei genitori? Quanti non vanno all'asilo per scelta delle famiglie? E quanti invece per impossibilità materiale, perché ad esempio ammalati o per carenza di strutture? E quanti perché respinti a causa delle mancate vaccinazioni? Solo questi ultimi, ad esempio, sfiorerebbero almeno in potenza le ottantamila unità su poco più di novantamila bambini fuori dagli asili, per qualsiasi motivo.

Vien da chiedersi se addirittura esista la fattispecie particolare di una famiglia che sia indigente e ignorante e, al tempo stesso, si tenga i figli a casa per scelta.

Nel testo treelllino non si dà risposta al dubbio, non ci si prova nemmeno. Il malessere iniziale diventa allora inquietudine. Se qualificare un obbligo come un'opportunità fa ridere, se giustificarlo gettando fango sugli obbligati è antipatico, non giustificarlo del tutto fa spavento. Si affaccia alla mente l'immagine di un teatro dove tutti assistono volentieri a uno spettacolo, finché gli attori non decidono di incatenare gli spettatori ai sedili e di trascinare in sala i pochi, eventuali rimasti nell'atrio. Come si fa a non pensare che di lì a poco il copione diventerà sgradevole e terrificante? Fuor di metafora, esiste un'altra spiegazione - lo chiedo sinceramente ai lettori - che non sia quella di una misura preliminare per impedire ai genitori di togliere i figli dagli asili quando riterranno inaccettabili i programmi e le attività che si prevede di introdurvi?

Siccome questa ipotesi non è mai esplicitata, il suo sviluppo richiede la formulazione di altre ipotesi che integrino i segnali dei tempi. Una prima area critica può essere suggerita dal rinnovato interesse delle istituzioni globali per l'educazione sessuale dei giovanissimi. Già dieci anni fa l'Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicava e diffondeva i suoi "Standard per l'educazione sessuale in Europa" dove scopriamo che - indovinate - «rendere l’educazione sessuale (e relazionale) un argomento curricolare obbligatorio è un aspetto importante per l’insegnamento» (pag. 14, corsivo mio). Se «l'educazione sessuale inizia alla nascita [!]» (pag. 27), non stupisce trovare un nutrito elenco di «argomenti principali o standard minimi che devono essere presenti nell'educazione sessuale» (pag. 36) dei pargoli già in età d'asilo. Leggiamone alcuni tra quelli pensati per la fascia 0-4 anni (pagg. 38-39, cito testualmente):
  1. basi della riproduzione umana (da dove vengono i bambini)
  2. gioia e piacere nel toccare il proprio corpo, masturbazione della prima infanzia
  3. scoperta del proprio corpo e dei propri genitali
  4. ruoli di genere
Nella fascia successiva (4-6 anni, pagg. 40-41) si ripropongono gli stessi temi e se ne aggiungono altri, come «consolidare la propria identità di genere» e «relazioni con persone dello stesso sesso». Più che i programmi, complessivamente ben strutturati per quanto appiattiti sulle mode del momento, ciò che potrebbe legittimamente allarmare e indignare un genitore è il target a cui sono indirizzati: i bambini del nido e della scuola materna, o persino in fasce. Se alla volontà di renderne obbligatorio l'insegnamento sommiamo quella di rendere obbligatoria la frequenza degli asili in cui li si insegna, è fin troppo facile intravedere la gabbia che si va allestendo.

Un'altra possibile area «calda» è quella della salute psicofisica dei minori. Il contesto è tracciato dalla tendenza apparentemente incomprensibile di abbassare l'età per accedere a esami e trattamenti sanitari riguardanti principalmente la sfera sessuale e, insieme, ad affrancarli dal consenso dei genitori con l'effetto di consegnare i minori a figure istituzionali di «supporto» estranee alla famiglia. Nel catalogo dell'una o di entrambe le fattispecie troviamo oggi i test HIV, i chemioterapici per arrestare lo sviluppo dei dodicenni sessualmente «confusi», l'aborto e ultimamente anche i trapianti. In anni recenti si è denunciato l'aumento delle diagnosi di disturbi specifici dell'apprendimento (DSA) e il rischio di infliggere a migliaia di bambini uno stigma ingiustificato patologizzando ritardi passeggeri o semplici tratti caratteriali. Un disegno di legge del passato governo proponeva di abbassare l'età della prima diagnosi all'ultimo anno di asilo, mentre sembra che i test PISA OCSE e le prove INVALSI stiano approdando in segreto anche nelle scuole d'infanzia: «un congegno di civilizzazione», scrive Rossella Latempa su Roars, «che usa la retorica ipocrita della prevenzione dei disagi, del benessere dei piccoli, degli aiuti precoci e degli interventi tempestivi per sorvegliare e monitorare il profilo di sviluppo del "bambino in vitro". Pronto a segnalare e correggere ogni difformità o rallentamento, ogni eccedenza o stranezza». Anche in questo caso, con l'asilo obbligatorio e l'obbligo contestuale di introdurre simili procedure (con il citato ddl si vorrebbero sanzioni economiche per gli insegnanti inadempienti), nessun genitore potrebbe sottrarre i propri figli da ingerenze indesiderate e precoci.

Anche il nodo citato delle vaccinazioni pediatriche obbligatorie assumerebbe un altro spessore. Oggi ai bambini non in regola con il calendario vaccinale si nega il diritto di frequentare l'asilo, ma come si potrebbe negare loro un dovere? È logico prevedere che l'atto medico - estendibile a piacimento e capriccio dei consulenti governativi «indipendenti», fuori da ogni controllo democratico - passerebbe da obbligatorio a coatto. E che nei casi di renitenza estrema si avvererebbe il sogno bagnato di molti, di strappare i minori alle famiglie perché ree di «inadeguatezza educativa» ed evasione scolastica. Molti piccoli innocenti ne uscirebbero disturbati e traumatizzati a vita, è vero. Ma non dovrebbero più temere la varicella.

***

Le ipotesi elaborate fin qui superano la lettera e sicuramente anche le intenzioni del Quaderno Treellle. Ma l'asilo obbligatorio è un contenitore, non un contenuto. È un dispositivo che non può astrarsi dal contesto storico né dunque dalla tentazione di assoggettare i cittadini più ricettivi e malleabili, quelli in un'età discriminante per la formazione successiva della personalità e delle convinzioni, a sperimentazioni ideologiche e sanitarie il cui essere indigeste a una larga fascia di popolazione è già insito nel fatto, altrimenti inspiegabile, di volerle rendere obbligatorie. O anche nella debolezza dei moventi somministrati al pubblico, tanto più sgradevoli perché mettono in mezzo le istanze nobili dei diritti, della giustizia sociale e del benessere dei piccoli senza una necessità logica.

Sarebbe facile passare in rassegna i regimi dispotici che hanno rivolto le loro attenzioni alla primissima infanzia per radicare il consenso e formare sudditi devoti. Nel contesto di oggi il dispotismo è rappresentato dalla spinta a rendere tutto obbligatorio per tutti, mentre la volontà sottesa di creare «uomini nuovi» coltivandoli in appositi laboratori sociali che interrompano la trasmissione intergenerazionale dei valori e delle idee ripropone un'idea di rivoluzione più che millenaria. Nella Repubblica platonica, Socrate spiegava che togliere i bambini alle famiglie fintanto che sono «ancora immuni dai costumi dei genitori» è «il modo più rapido e più facile per istituire» il governo dei sapienti (Libro VII). Nei successivi duemilaquattrocento anni, tanti altri sedicenti sapienti hanno ritentato la stessa scorciatoia degli auto-proclamati sapienti di sempre, di esautorare le masse con agile balzo, superare il vecchio sequestrando i giovani e rifondare una società a loro dire migliore seminando scompiglio in quella esistente. Senza mai raccogliere nulla, se non i cocci di chi non li ha saputi fermare.

Il governo ha usato comportamenti terroristici ingiustificati e le televisioni sono stati e sono i potenti strumenti di propaganda

Il Totalitarismo sanitario e igienizzante



1 giugno 2020
Non so come saranno i giorni e le notti di un'estate italiana ormai alle porte. So solo che non siamo ancora entrati nel solstizio d'estate che già ci gufano dietro "vedrete, vedrete che ci sarà la nuova ondata autunnale ". Loro lo sanno già, perché hanno la bolla di cristallo e le loro previsioni da mago Otelma, non si possono smentire. E' inutile propagare in giro articoli e link sugli asintomatici che secondo le ultime scoperte scientifiche, non sarebbero contagiosi, smentendo la vulgata secondo cui l'asintomatico è un untore da tenere in cattività e da isolare dagli altri. E inutile ripetere che perfino medici più in gamba e coraggiosi, quelli che stanno lottando per la libertà di tutti noi, affermano che il governo ha usato comportamenti terroristici ingiustificati nei confronti dei cittadini.


No, loro hanno messo in piedi una maxi-palla troppo grande per fallire, per rinunciarvi. Too big to fail, come si diceva per le banche insolventi. Per chi non l'avesse ancora capito, potrebbero usare il farmaco più efficace, che al loro salvifico vaccino, non possono più rinunciarvi. E' stato già preannunciato come la Cometa. E a proposito di palla, ecco i "creativi" che stanno inventando grosse palle trasparenti nei quali rinchiudere i cittadini catapultati nelle città mentre vi rimbalzano dentro. Volendo la palla galleggia anche in acqua col duplice scopo di far divertire e di "isolare" dal resto del mondo. Così non c'è contagio.


Mi sono ritrovata a fare delle compere in vari negozi, ed ecco saltar fuori l'uomo con pistola alla fronte: il termoscanner. Ho beccato tre colpi di termoscanner in tre luoghi diversi in una mattinata. Ma hanno intenzione di provarci la temperatura per tutta l'estate? Personalmente non mi sono mai sentita tanto umiliata. Ora è arrivata anche la Croce Rossa con i test a campione sulla popolazione prelevati dai dati Istat. Vi consiglio subito di rifiutare, visto che la cosa è volontaria e non obbligatoria. Perché non li hanno fatti prima quando eravamo costretti alla reclusione per due mesi e mezzo? Farli adesso significherebbe entrare in un tunnel di burocrazia sanitaria che vi impedisce nuovamente qualsiasi altro movimento., facendovi fare un'estate d'inferno. Il test sierologico rileva che avete gli anticorpi? Ciò che per menti normali significherebbe che siete persone così sane da respingere l'attacco del virus, per queste menti malate significa "siete venuti a contatto col virus". Pertanto ora dovete fare il tampone . E se il tampone dà risultato positivo non è detto che la positività sia veritiera. Viceversa se è negativo, non è detto che lo rimaniate. Insomma un gran casino!


Intanto con questa sòla del contagio ci costringono a fare code indicibili e umilianti nei confronti di negozi, boutiques nelle quali andarsi a togliere qualche sfizio, bar, gelatai. Perfino l'innocuo cono di gelato te lo devi sudare come una scalata. Cercano di toglierci in ogni modo tutti i piccoli piaceri della vita. Il negoziante è costretto a darti il dispenser con quello schifoso gel igienizzante che ogni volta che me lo passo per le mani, mi suscita più repellenza degli eventuali virus. Dobbiamo riappropriarci della normalità, quella che avevamo non più tardi dell'anno scorso, non quella che chiamano "nuova normalità", cioè la loro. Non è normale entrare in acqua con la mascherina. Semmai mettetevi le pinne, il fucile e gli occhiali ed esplorate i fondali marini tra i pesci e i crostacei.
Questo virus cinese ha aperto il Vaso di Pandora di tutte le bassezze e meschinità umane. Regioni del Sud e isole che rifiutano gli abitanti di altre regioni virtuose del Nord da cui hanno poppato il latte del lavoro, dell'occupazione e welfare, ma che ora vorrebbero emarginarli con le astruserie peggiori come i "passaporti sanitari". A parti invertite cosa sarebbe successo? Ve lo figurate? Mi immagino già i lai vittimistici sul "razzismo antiterrone", sull'emarginazione, sulla discriminazione geografica. Vedo già i titoloni cubitali della stampa mainstream con editoriali ed articolesse dei soliti Indignati Speciali, a orologeria.
Paesi di un'Europa disunita e senz'anima che trattano gli Italiani come appestati da continuare a tenere "confinati" entro i "limes" del proprio lazzaretto dal quale non dovrebbero più guarire né uscire. Tronfi di un'immunità che nemmeno loro possono vantarsi di avere, in primis, perché sono stati a loro volta colpiti. In seconda battuta, perché l'immunità e l'invulnerabilità non te la garantisce nemmeno il buon Dio.
Su tutti, è penoso dover rilevare proprio l'esempio della Grecia che chiuderà i suoi confini ai turisti del nostro Paese. La Grecia i cui debiti abbiamo pagato tutti noi mediante il Fondo Salvastati e con manifestazioni di simpatia, affetto e solidarietà più volte dimostrate anche su questo blog. Ma il peggior virus è quello che alberga nel cervello, nel cuore e nell'anima degli individui. E per quello non sono previsti farmaci, né cure né terapie né vaccini.

S. Giustino martire

Favolacce - l'uomo ha perso l'anima

Favolacce da una periferia vicina

Che cosa succede quando degli insensibili adolescenti, figli di genitori egoisti e distratti, incontrano un autentico cattivo maestro?

Alvise Pozzi
1 giugno 2020

Favolacce è un film cinico e bugiardo, ma non per questo meno autentico. Fin dall’inizio la voce fuori campo, che ci accompagnerà in questa “discesa a Spinaceto”, ci mette in guardia dalla finzionalità della vicenda. Il diario, scritto in biro verde, che ha ritrovato nella spazzatura, ha parecchie pagine strappate. Il narratore ci avverte subito di aver arbitrariamente colmato la lacuna senza darci alcuna ulteriore informazione. Non ce n’è bisogno. 

La pellicola – vincitrice del premio per la migliore sceneggiatura all’ultima Berlinale – ribadisce con forza le tematiche della poetica dei fratelli D’Innocenzo: l’orrore quotidiano di esistenze svuotate d’ogni significato, vissute in alienanti periferie senza alcun punto di riferimento, dove il paesaggio stesso si decompone tra capannoni abbandonati, villette monofamiliari, centri commerciali e una sporca spiaggia. Impossibile non cogliere nella scelta di ambientare la vicenda proprio a Spinaceto – remota periferia a ovest di Roma – un’evidente citazione di Ecce Bombo in cui Moretti, durante la sua inquieta peregrinazione estiva a cavallo dell’immancabile Vespa, si spingeva proprio fino a questa lontana municipalità rendendola l’emblema stesso di ciò che è brutto, conformista e coatto; luogo-simbolo di tutto ciò da cui un giovane borghese vorrebbe scappare.

Ma i tempi sono cambiati e non c’è più alcun posto dove fuggire; nessun sogno da inseguire, nessun miraggio all’orizzonte. I ragazzi dei film degli D’Innocenzo vivono in una bolla di rassegnazione e apatia; osservano il mondo e i loro mediocri genitori come spettatori di un film che non li riguarda; un puro flusso d’immagini e parole ininfluenti e vacue come una nottata passata davanti a Netflix. L’incomunicabilità tra loro non risiede nella differenza anagrafica o nella mancanza di un linguaggio comune, ma proprio perché non rimane nulla da dire e non c’è più niente da fare. Servirebbe una bomba che distruggesse l’intero quartiere per ridestarli dal torpore; per far accadere qualcosa. Anche quando sono seduti vicini a tavola o perfino in ammollo nella stessa piscina, sono solo i corpi a essere fisicamente attigui e i due autori rimarcano questa condizione evitando accuratamente ogni soggettiva che potrebbe farci immedesimare; realizzando, quindi, un film interamente anestetizzato. 

Quanto infatti La terra dell’abbastanza – precedente opera prima – era uno sguardo vicino, interno, con l’obiettivo fastidiosamente attaccato ai volti quasi a volere scrutare dentro i cervelli, tra i reconditi pensieri dei due sbandati protagonisti; tanto Favolacce mantiene un punto di vista distaccato, estraniante. La macchina da presa è posta volutamente a una distanza eccessiva per delle scene di dialogo rendendolo a suo volta, biascicato e praticamente influente. Un esercizio di vano eloquio; niente più che puro (white) noise ripreso con dei campi lunghissimi che costringono ad avvertire la presenza della cinepresa, ricordandoci a tratti il primo cinema di Antognoni. Allo stesso modo in cui il narratore ci rivela immediatamente il carattere metatestuale della vicenda, così la regia vuole disvelarsi, diventando a tratti simile a quella di un documentario.

Nonostante le superficiali differenze, le due pellicole sono però assolutamente speculari: la prima incentrata su due giovani de borgata; la seconda su degli adolescenti eredi di quella classe media che non esiste più, dissolta durante il trentennio neoliberista. Livellata così ogni distanza tra i poveri autentici e questi nuovi, che dispongono apparentemente di ogni confort e bene posizionale tipico della media borghesia – la villetta con giardino, il suv, lo smartphone, la parabola, il megaschermo in salotto -, senza però possedere veramente nulla che non sia rateizzato o semplice imitazione di qualcosa che non si possono davvero permettere. L’enorme piscina di plastica, oggetto dell’invidia dei vicini, è il simbolico monumento di questo frustrato consumismo declassato. Allora, ai genitori egoisti, disoccupati e alieni a qualunque imperativo morale, non resta che consolarsi sfoggiando i risultati dei figli a scuola per godere un istante della luce riflessa delle loro impeccabili pagelle, mentre ci sorge il dubbio che frequentino una scuola malata, degna della società in cui vivono. 

Spinaceto diventa quindi lo specchio deforme dell’intera provincia italiana, frustrata e immiserita, popolata da adulti senza qualità, imprigionati in un eterno presente, che vorrebbero perfino plasmare i figli a loro immagine e somiglianza senza accorgersi di essere dei banalissimi mostri. Certe scene ricordano l’orrore connaturato alla contemporaneità tipico del primissimo Dylan Dog: la donna che fuma incinta e si prostituisce, il padre che tira su in continuazione con il naso e che picchia i figli, il culo flaccido che sbuca fuori dagli shorts inguinali, gli animali maltrattarti con indifferenza e sadismo.

Non stupisce allora che siano proprio i figli a non voler diventare come i propri genitori, senza che mai ciò prenda i contorni di una tragedia ma, piuttosto, quelli di una spaventosa soap opera. Un modo già sfruttato a suo tempo da David Lynch per indagare la torbida provincialità di Twin Peaks, al quale si aggiunge l’ambientazione prevalentemente notturna – in cui gli stessi luoghi diventano simbolici ed evocativi -, l’utilizzo di una fotografia satura quasi le immagini fossero delle pennellate su tela, la musica jazz e l’immancabile canzone strapaesana cantata a squarciagola da una voce stonata.

Eppure, nonostante le disparate influenze, il Cinema dei fratelli D’Innocenzo ha già una precisa identità che esplora il lato oscuro della gioventù moderna, quell’assenza di moralità che spesso sfocia in episodi di violenza e bullismo immotivati. Sembra quasi che ai due fratelli interessi mettere in scena proprio l’inconsapevolezza delle nuove generazioni che, perfino davanti alle conseguenze delle loro azioni, non riescono ad afferrarne la gravità; figli di ultimi uomini consumistici e disperati.

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti a cinquant'anni dalla morte

Alessandro Banda
1 giugno 2020

Giusto cinquant’anni fa, la notte fra il primo e il due giugno 1970, moriva a Milano Giuseppe Ungaretti, all’età di ottantadue anni.

Quando, il quattro giugno, si svolsero i funerali, nella Chiesa di San Lorenzo fuori le Mura a Roma, il poeta fu accompagnato da familiari, da amici scrittori, da artisti ed allievi, ma da nessun esponente dell’Italia ufficiale. Carlo Bo, suo antico sodale, pronunciò, secondo l’amico e biografo Leone Piccioni che le riporta, parole di questo tenore: “Giovani della mia generazione, in anni oscuri di totale delusione politica e sociale, sarebbero stati pronti a dare la vita per Ungaretti, cioè per la poesia”.

Vittorio Sereni, appresa la notizia della morte, così commentò: “Muore per la seconda volta mio padre”.

Ungaretti non esercitò soltanto un’influenza a dir poco enorme sui poeti più giovani, al punto che Alfonso Gatto in un’intervista dichiarò che tutti si erano abbeverati a quella fonte (L’Allegria), anche se la sete era loro; quanto a Pasolini, da giovane era talmente infatuato del nostro poeta che parenti e ragazzi di Casarsa avevano preso l’abitudine di chiamarlo senza meno “Ungaretti”.

Egli era un poeta realmente popolare. Cosa che oggi riesce difficile anche a pensarsi. In effetti ci sono in circolazione molti bravi poeti, anche bravissimi, ma nessuno che possa paragonarsi a Ungaretti, per la sua fama e, oserei dire, rilevanza sociale.

Quelli che, come me, hanno una certa età ricordano ancora le sue letture dall’Odissea, con quella voce dal fascino ipnotico, cadenzata da lunghe pause, trasmesse dal piccolo schermo prima di ogni puntata dell’omonimo sceneggiato.

La sua capacità istrionica era tale che un attore del calibro di Vittorio Gassmann affermò che lui ormai si rifiutava di leggere in pubblico testi di Ungaretti: l’autore stesso era pressoché inarrivabile e rendeva letteralmente impossibile rivaleggiare con la sua dizione inimitabile.

Il nostro era davvero un poeta, nell'accezione più vulgata del termine, anche quella più banale.

Rientrano in quest’ambito certi episodi leggendari, immortalati da celebri foto, come, che so, il duello con Bontempelli nel 1929 in seguito a una polemica sul “Novecentismo”. O l’amore incandescente per una ragazza di cinquantadue anni più giovane di lui, la poetessa italo-brasiliana Bruna Bianco, che ha generato più di quattrocento lettere, dal 1966 al 1969. (Trecentosettantasette sono state pubblicate a cura di Silvio Ramat nel 2017 negli Oscar).

Un poeta-personaggio dunque, dalla vita esuberante, spesso sopra le righe, mentre il suo naturale contraltare era rappresentato da Eugenio Montale, autentico anti-personaggio che, essendo vissuto sempre e solo “al cinque per cento”, chiedeva cortesemente ai futuri biografi, ove ve ne fossero, di non “aumentare la dose”.


Al proposito cade qui quanto mai opportuna la citazione della seguente “scorciatoia” di Umberto Saba, assai illuminante sul rapporto fra i due: “UN POETA che ammiro, a un critico che, durante un pranzo, gli parlava bene di un altro poeta (Montale), voleva – e si era appena alla pasta asciutta – cavargli un occhio con la forchetta. Col suo gesto (fortunatamente stornato) il giovane, e un po’ ebbro, Ungaretti, dimostrava: 1. Quanto era poeta; 2. Quanto i poeti sono, irrimediabilmente, infantili”.

Non era solo peculiarmente POETA, Ungaretti, era anche, e forse più, peculiarmente ITALIANO. 

Da giovane anarchico (in Egitto con Enrico Pea e la sua “Baracca rossa”), poi fascista convinto, “diciannovista”, (si veda la prefazione di Benito Mussolini all’edizione 1923 del “Porto sepolto” nonché il libro dell’anno scorso di Claudio Auria, La vita nascosta di Giuseppe Ungaretti) e dopo, da ultimo, democristiano (così Luigi Russo in uno dei suoi scritti contenuti nell’Elogio della polemica).

Giuseppe Ungaretti è un autore troppo noto e troppo studiato per ripercorrerne qui le tappe fondamentali.

Preferisco azzardare un accostamento con Pessoa, così, tanto per sondarne qualche dimensione.

Non paiono essere due poeti radicalmente diversi, da un lato il giovane Ungaretti del famigerato “m’illumino d’immenso” o del “Si sta come/ d’autunno/sugli alberi/le foglie”, l’eversore della metrica tradizionale, della punteggiatura, l’autore che semantizza preposizioni come “di” o congiunzioni come “e”, facendo loro assurgere dignità di verso, e il maturo Ungaretti tessitore di testi dalla complessità e architettura stupefacente come il Recitativo di Palinuro nella Terra promessa, che è fra l’altro una sestina, rivaleggiante con Arnaut Daniel o il Dante petroso o il Petrarca più “tecnico”?

Non si tratta di una compresenza molto diversa, crediamo, rispetto a quella dell’avanguardista e whitmaniano Álvaro de Campos con l’oraziano e neoclassico Ricardo Reis nella stessa persona di Pessoa.

“Poeti, poeti ci siamo messi/ tutte le maschere” recitava il Monologhetto in Un grido e paesaggi

Ungaretti da giovane indossò quella del poeta rivoluzionario, in tutti i sensi, aiutato anche dal suo essere “girovago”, sradicato, più francese che italiano e comunque abituato al clima davvero cosmopolita di Alessandria d’Egitto e quindi estraneo, tutto sommato, alla soffocante tradizione italiana, salvo riappropriarsene poi, giungendo, per il tramite di Petrarca e Leopardi, a un suo barocco atemporale. Per caratterizzare il quale non troviamo nulla di meglio che una assai calzante descrizione di Pasolini (nel saggio Un poeta e Dio in Passione e ideologia): “tra parola e parola spesso si avverte una frizione che minaccia di disgregarne l’unione, di infiammarne il connettivo fino a lederlo. Molte volte si ha l’impressione che basterebbe un minimo urto per respingere questa sintassi al caos della origine, al balbettio”.

Formule che ci paiono adattarsi perfettamente a certe strofe di Tu ti spezzasti, nel Dolore: “E la recline, che s’apriva all’unico/raccogliersi dell’ombra nella valle, araucaria, anelando ingigantita/volta nell’ardua selce d’erme fibre/più delle altre dannate refrattaria…”. O anche, sempre nella stessa raccolta, al memorabile attacco di Amaro accordo: “Oppure in un meriggio d’un ottobre/dagli armoniosi colli/in mezzo a dense discendenti nuvole/i cavalli dei Dioscuri/alle cui zampe estatico/s’era fermato un bimbo,/sopra i flutti spiccavano”.

Fino a tornare, nelle poesie ultimissime di Dialogo (dove l’altra voce è quella della ricordata Bruna Bianco) a una semplicità disarmante, come in Dono: “ Ora dormi, cuore inquieto,/ora dormi, su, dormi”, benché memore, in filigrana, di analoghi passi omerici e archilochei, dov’è il colloquio con il proprio cuore.

Ungaretti è stato anche critico. Da professore universitario sappiamo che era capace di dedicare un intero anno di corso ad un unico testo, ad esempio la Primavera o delle favole antiche di Leopardi.

Geniale rimane la sua lettura dell’Infinito. Testo ironico, secondo il nostro, sarcastico quasi. Perché in esso il poeta giunge a darci il sentimento dell’eterno, la sua idea, tramite oggetti di assoluta finitudine, quali una siepe smossa, le fronde di un albero agitate dal vento.

Come splendide sono alcune sue traduzioni, da Mallarmé o da Gòngora.

La cui chiusa del sonetto X recita, nella versione ungarettiana, “in terra, fumo, polvere, ombra, niente”, magnifico delirio di negatività.


Gorkij ci ha insegnato che al fondo non c'è mai fine. Prendere in mano i nostri destini, insieme. Via i Pappalardo di turno

LETTERA A DIFESA ONLINE: CHI È CHE DEVE AVERE PAURA?



31/05/20

Buongiorno Italia… Prima di tutto vi chiedo di scusare questa situazione… Come molti di voi io apprezzo il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è famigliare, la tranquillità della ripetizione… Ne godo quanto chiunque altro.. ma dobbiamo sottrarre un po’ di tempo alla vita quotidiana per sederci e fare due chiacchiere1.

Immagino avrete letto come me le ultime notizie. Ve lo concedo, non è stato un periodo facile. Ma quello che sta arrivando non lo sarà da meno, lo sapete anche voi. Il virus è stato un innesco. Si è permesso che la Lombardia venisse pugnalata a tradimento mentre morivano a migliaia; si è consentito che si spezzasse il patto sociale tra le regioni ferite e le altre, che ora respingono i Lombardi. Quando tutto finirà credete che la Lombardia accoglierà a braccia aperte? Siamo onesti: chiunque farebbe lo stesso.

Mentre il Nord era messo al bando, nessuno ha detto nulla sui mafiosi mandati a casa; non lo avrete dimenticato, spero, mentre celebravate Falcone e Borsellino.

Belli gli aerei che hanno diffuso il tricolore ma, vedete, è fumo, si dissolve, rimangono fame, povertà, paura. Quanti hanno messo tutto quello che avevano nella loro impresa? Tanti; ma il sistema ha fallito: soldi pochi, ed a parecchi non sono nemmeno arrivate le briciole. In compenso tasse e controlli e multe sono rimasti. Dubbio: ma se c’erano così tanti uomini (e donne) in divisa con il dito pronto sul grilletto delle contravvenzioni, dove sono ora? Dove sono droni ed elicotteri da grigliata? Possiamo avere ancora fiducia in una divisa che usa senza difficoltà il manganello per una mascherina, mentre il nigeriano di turno prende impunemente a mattonate le auto in transito? Possiamo avere fiducia in un sistema giudiziario che fa uso politico di whatsapp?

Non è razzismo: sto constatando con voi; constato che questo è diventato un Paese che, mentre si crogiola nell’imbecillità, muore e non se ne accorge nemmeno. E nemmeno ci bastano le divise che già ci sono: siamo insaziabili, ne vogliamo altre, vogliamo altre pettorine che, con fischietto e paletta, ci costringano a renderci conto che, purtroppo per noi, il fondo del barile ancora non è stato raggiunto: vogliamo 60.000 delatori che risveglino il nostro masochista dormiente. I musulmani si assembrano per pregare un Dio che, come il nostro ha sparso generosamente la morte, ma per i pochi cristiani rimasti le Chiese non sono state così agevoli; e, ditemi, cosa avete pensato quando su un’immensa spiaggia deserta un cittadino è stato rincorso per centinaia di metri, mentre in alcune città gli assembramenti per il 25 aprile non hanno visto divise e contravvenzioni? Non ci ha pensato nessuno? Male.

Forse gradiamo monopattini e biciclette anche se per lavorare dobbiamo percorrere almeno 100 km al giorno; peccato non aver pensato alle RSA, dove gli anziani sono morti a grappoli, o ai reparti oncologici dove malati terminali di cancro poco assistiti hanno dovuto guardare lucidamente in faccia una fine atroce perché l’ospedale era in piena emergenza covid.

Istupiditi dalle peggiori idiozie che la TV ci mette in circolo, ci siamo beati di farseschi discorsi alla Nazione, abbiamo assistito ad un narcisismo patologico, abbiamo dato ascolto a virologi da avanspettacolo che parlavano di banale influenza, ed economisti che ci hanno fatto stendere lenzuola e cantare l’Inno Nazionale, per la prima volta non per una partita di calcio.

Ci siamo bevuta la menzogna delle mascherine a 50 centesimi, e non ci siamo accorti che su quelle fornite dalla Regione Toscana c’è scritto che non sono sistemi di protezione. Non ci siamo nemmeno resi conto del perché l’ignoranza omicida dei nostri vertici abbia impedito le autopsie. Ebbri delle buffonate televisive, ci siamo fatti accompagnare nel recinto delle bestie da soma della Fattoria degli Animali e non ci siamo avveduti che il Grande Fratello, quello vero, era arrivato, con le sue telecamere ed i suoi controlli.

Ma vi vedo ancora sorridenti: certo, riparte il calcio; peccato non abbiano dato pubblicità dei conti delle cremazioni a carico di famiglie che del famoso congiunto non hanno nulla di più di un’urna piena di ceneri. Peccato non ci abbiano detto nulla a dicembre; peccato averci tenuto all’oscuro di allarmi che avrebbero rovinato le immagini che esaltano il ciuffo di un premier che sotto la pochette non ha nulla. In fondo, il numero dei decessi è soltanto pari alla popolazione di Pescara, o Avellino, o Busto Arsizio. Che importa.

Cosa può importare tutto questo a fronte delle lacrime di un ministro che ha spalancato le porte ad un’immigrazione selvaggia e che avrà diritto ad ogni servizio mentre saremo controllati e spiati da 60.000 neo sceriffi?

Anche le statue delle Madonne piangono: ci siamo scandalizzati per questo? Non mi sembra. Quando finirà l’incoscienza?

Alcuni vorranno toglierci la parola, sospetto che in questo momento stiano strillando ordini al telefono... Perchè mentre il manganello può sostituire il dialogo... le parole non perderanno mai il loro potere... perchè sono il mezzo per giungere al significato... e la verità è che c’è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese... lì dove una volta c’era la libertà di obiettare, di pensare, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, li ora avete censori e sistemi di sorveglianza che vi costringono ad accondiscendere... Com’è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò... ma ancora una volta, a dire la verità... se cercate il colpevole... non avete che da guardarvi allo specchio2.

Avremmo potuto sapere tutto: abbiamo preferito ignorare vigliaccamente. Perché il parlamentare 5 stelle che accomuna il terrorista assassino di Nassirya alle sue vittime in fondo piace; e ci sta anche bene che un ufficiale, nel momento in cui deve operare come gli è stato insegnato, non trovi di meglio che urlare “torni a bordo, cazzo!” ad una persona del tutto priva di controllo, con equipaggio e passeggeri ancora sulla nave; a noi non importa che la colposa leggerezza della Regione abbia prodotto nel Lazio una gara per l’acquisto di mascherine viziata da un difettuccio che ha già fatto perdere milioni di euro, i vostri.

È solo colpa nostra. È colpa nostra avere dato la fiducia a movimenti e partiti che non concludono nulla, che pur di mantenere la poltrona vivono di contraddizioni. Dal “PD merde, mafiosi!” ai Ministeri il passo è stato breve, diciamolo, talmente breve che non si riesce a prendere posizione su nulla. Comincio a pensare che la dittatura cinese, quella che sbatte violentemente i pazienti nelle ambulanze, ci farebbe bene, come ci farebbe bene passare per i campi di concentramento dello Xinjiang e per le manganellate di Hong Kong; forse ci farebbero bene le 3 F dei Borboni di Napoli: un po' di festa, un po' di farina, molta forca, che magari sta arrivando. Tanto c’è un garante, quello che è passato dal Vaffaday al “teniamoci il governo nonostante tutto”, che esultando per le conquiste cinesi, esalta chi ha esportato un virus assassino.

Intanto, mentre astutamente si appoggia il regime venezuelano, nel silenzio generale plaudiamo all’arrivo del Qatar, delle sue scuole coraniche in Italia, dimenticando che si tratta di un Paese che coccola i radicali della Fratellanza Musulmana; senza dimenticare la vile non ingerenza con la Cina, quando invece siamo riusciti ad entrare in conflitto con la Francia per le intromissioni di un incosciente ministro degli esteri con i gilet gialli.

Abbiamo già aperto le porte ai nemici, non so se ve ne rendete conto. Del resto cosa attendersi da chi santifica un regime che impicca gli omosessuali e lapida le donne? Il Movimento del rinnovamento non ne ha indovinata una e, peggio ancora, nell’ennesimo delirio di incompetenza riflessa nei suoi eletti, si deve appoggiare ad un partito che pur odiandolo gli serve.

La Verità, è che nel recinto dove ora siamo, amiamo rotolarci nel fango dell’ignorante incoscienza. Quindi se non avete visto niente, se quanto fatto dal governo vi rimane ignoto, vi consiglio di lasciar perdere… ma se vedete ciò che vedo io, se la pensate come la penso io, e se siete alla ricerca come lo sono io.. vi chiedo di guardare a quello che sta succedendo. Sia a Nord che a Sud è palpabile il timore di rivolte infiammate dalla fame; alcuni supermercati sono già stati assaltati.

Dov’è di casa ora la paura? Basteranno i 60.000 controllori civici? Se proseguirà la svendita del vostro Paese, come pensate che potrà finire, con le casse vuote e senza il cellulare ultimo modello? E, badate, io constato soltanto quello che riportano i vari ministri, che temono apertamente tensioni, dilagare della criminalità, fine della pazienza, trionfo della paura.

Come pensate si potrà contenere una rivolta di gente furiosa, intimorita, affamata, che grazie all’ignoranza di politici improvvisati, ha perso tutto? Spagna, Francia delle periferie, Romania, Grecia (che quest’anno vi rifiuta!) stanno già vivendo il panico. Pensateci. Magari prima che sia troppo tardi, prima che il consenso prenda il posto del buon senso.

Lettera a firma: V

1 Discorso di V a Londra; V for Vendetta, A. Moore.
2 Discorso di V a Londra; V for Vendetta, A. Moore

31 maggio 2020 - Diego Fusaro - Pappalardo in giacca arancione. Il dissenso comico e inof...

Euroimbecilandia poggia le sue fondamenta sulla sabbia. Non esiste un popolo europeo nato dal sentimento di appartenenza a una medesima Nazione che nasce dalle comuni sofferenze nella storia, dalla lingua, la cultura, la sensibilità sedimentate nei secoli, che porta all'impegno e alla disponibilità a condividere il medesimo destino

La teologia della fissità ontologica





I problemi sono sempre politici, mai tecnici. La vita è un divenire, la sola cosa stabile al mondo è il cambiamento. Per gli antichi greci, progenitori del nostro sapere filosofico, la politica era un flusso, un animale instabile i cui spiriti ferini occorreva addomesticare affinché essa potesse servire i bisogni nobili dell’uomo, l’unico ente per il quale il futuro è indeterminato. 

L’Unione Europea – lo riconoscono persino gli indecifrabili difensori dei suoi misfatti – presenta ampi spazi di miglioramento, per usare un eufemismo. Essa produceva guai su guai anche prima dello scoppio dell’epidemia. Ora – dopo aver preso coscienza della finta operosità di quelle istituzioni davanti al crollo delle economie post-Covid e aver finalmente scoperto che nei Trattati istitutivi è assente ogni riferimento a un’Europa Federale – la disillusione di molti si va convertendo in un mesto disincanto. Sembra così evaporare l’effimera chimera di un’Europa politicamente unita, creatura immaginifica a lungo sopravvissuta nelle anime semplici degli abitanti al Sud delle Alpi, vittime di un’autoflagellazione sconsiderata, complessi di colpa per sprechi e inefficienze, che seppur innegabili non sono la causa del nostro declino. In Italia, tale fustigazione autoinflitta ha risparmiato alle oligarchie tedesche persino il fastidio di investire sulla tutela di quel marchio contraffatto chiamato Unione (si fa per dire) Europea. 

La ragione prima per la quale uno Stato Europeo degno di tal nome non vedrà mai la luce è l’assenza del demos, vale a dire di un popolo europeo, la cui linfa insostituibile – se fosse esistita – si sarebbe da tempo mobilitata per partorirlo. Parliamo di quei tratti costitutivi, di quel sentimento di appartenenza a una medesima nazione che nasce dalle comuni sofferenze nella storia, dalla lingua, la cultura, le sensibilità sedimentate nei secoli, che avrebbero portato all’impegno e alla disponibilità a condividere lo stesso destino. In Europa, questo sentimento, tout simplement, non esiste – non è un caso dunque che di tale orizzonte non vi sia menzione alcuna nei Trattati di Roma, di Maastricht o di Lisbona – e prima ce ne facciamo una ragione, prima potremo iniziare a disegnare un avvenire di crescita economica e culturale su basi diversi, non certo avversative nei riguardi dei paesi europei, ma non più di umiliante e distruttiva sottomissione. È appena il caso di rilevare che tale nuova prospettiva verrebbe centrata su una genuina cooperazione e sarebbe estranea a qualsivoglia concezione di stampo nazionalista, la quale è come noto basata sul perseguimento dei propri interessi contro quelli legittimi delle altre nazioni. Il riconoscimento della storia e degli interessi comuni in Europa avverrebbe su basi di parità, e le decisioni non sarebbero adottate da alcuni (il cosiddetto accordo Merkel-Macron sul fondo di ricostruzione post-Covid è stato l’ultimo di tali mortificanti paradigmi) e poi agli altri comunicate affinché vi diano corso. Un catalogo di umiliazioni questo al quale il nostro ceto dirigente sembra patologicamente assuefatto, senza che gli italiani ne abbiano tratto le dovute conclusioni. 

Viene a mente in proposito la purezza rivoluzionaria del fanciullo di Andersen. In quella favola geniale, il Re, informato della scoperta del bambino e pur consapevole del ridicolo nel quale i due truffatori lo avevano precipitato, invece di interrompere all’istante il corteo e rivestirsi, decide di sostenere l’impianto menzognero fino al termine della processione. La magistrale metafora conclusiva è come la punta del coltello nella piaga del nostro tempo. Non la vergogna e nemmeno il ridicolo spinge il Re a porre fine alla farsa. Il popolo sbigottito non capisce la ragione di sostenere l’inganno ora che tutti sanno, eppure il corteo non si ferma. Questo aspetto della fiaba descrive una cosa banale e insieme profonda: la spinta al cambiamento non verrà mai dal palazzo reale. Nessuno si spoglia dei suoi privilegi a meno che non vi sia costretto. E tra questi, il più prepotente è forse quello di voler imporre la propria verità come fosse quella di tutti. 

Fuori di metafora, è incontrovertibile – tranne che agli occhi dei negatori di verità in servizio permanente effettivo, molti dei quali governano o hanno nel tempo governato il nostro Paese – che la nostra prima e basilare urgenza deve individuarsi nel recupero della sovranità costituzionale democratica, della cui assenza, curiosamente, i nostri rappresentanti politici non paiono consapevoli. 

La cosiddetta Unione Europea (Ue) – alla quale sono state consegnate le chiavi del benessere e del futuro del Paese – è un docile strumento nelle mani dell’oligarchia tedesco-centrica iper-nazionalista, altro che i nostri immaginari sovranisti all’amatriciana, i quali apprezzano i piaceri dell’eloquenza, ma fuggono atterriti davanti alle incertezze del passaggio all’azione. Non cessa di sorprendere l’assuefazione del sistema Italia al deficit democratico dell’Ue, che unita all’analfabetismo economico del nostro ceto dirigente ha trasferito cruciali prerogative costituzionali alla tecnocrazia europea prona alle élite finanziarie sovranazionali. In Italia, queste scelte fondamentali sono state adottate senza un equo dibattito in Parlamento, nel paese e sui media: i grandi giornali e le TV nazionali sono infatti crudeli strumenti della macchina del consenso. La moneta comune è dunque figlia legittima del deficit democratico nel processo di costruzione (si fa per dire) europeo. 

La politica è stata privata della sua sovranità, poiché le grandi scelte vengono adottate altrove. Le élite finanziarie si radunano in privato e da lì dettano l’agenda agli esecutori nazionali, ormai depauperati del potere di un tempo. Coloro che oppongono resistenza vengono rinchiusi nel giardino dell’utopia o persino lasciati liberi di agitarsi, nel rispetto di un pluralismo di facciata, e di avanzare richieste che non verranno mai accolte, mentre il popolo è silenziato con l’implicita minaccia che potrebbe andar peggio. Nulla, dunque, deve cambiare.

Le aspettative odierne sono decrescenti. Le idealità di un mondo migliore sono sepolte nell’esegesi a senso unico delle tragedie del XX secolo. Occorre essere responsabili, perché non c’è alternativa allo status quo, anche se questo frantuma l’avvenire, distrugge il benessere e volge lo sguardo altrove davanti alle ingiustizie del mondo.

Governi eticamente assopiti e politicamente sprovveduti chiudono gli occhi davanti al saccheggio economico e alla colonizzazione. I dati che mostrano il trentennale tracollo dell’Italia – che nel 1990, regnante la gloriosa lira, era diventata la quinta economia e la quarta manifattura mondiale – sono fruibili ovunque, basta sfogliarli. Misteriosamente, i nostri politici non leggono. Gli italiani sopravvissuti conservano tuttavia viva memoria dell’elevato potere d’acquisto dei salari negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Nei decenni 1945-80 il mondo del lavoro aveva raggiunto traguardi straordinari, un formidabile recupero di ricchezza ai danni della rendita e del profitto. Quel percorso aveva consentito l’edificazione di un’estesa base sociale, lavoro stabile, investimenti in infrastrutture fisiche e immateriali, assistenza pubblica, un sistema sanitario che con le sue lacune era tra i migliori al mondo. Tra l’altro, la sua graduale destrutturazione – dovuta ai tagli della spesa pubblica, imposti dai padroni della moneta europea – è stata una delle cause che ha impedito di salvare migliaia di connazionali colpiti dall’epidemia.

Da quando nel 1971 Richard Nixon mise fine alla convertibilità del dollaro in oro, nei paesi politicamente indipendenti, l’emissione di moneta avviene per decreto governativo (e per tale ragione chiamata fiat money), premendo un semplice tasto di un computer. Potrà apparire strano a un cittadino profano di economia, eppure è così. 

L’eurozona è un progetto destinato al fallimento, è solo questione di tempo, come da anni affermano autorevoli economisti e premi Nobel dell’Economia – dal neoliberista Milton Friedman ai keynesiani Paul Krugman, Joseph Stiglitz, Amartya Sen e altri – secondo i quali costringere paesi diversi ad adottare la stessa moneta agganciandola a un cambio fisso avrebbe portato al disastro. In verità, poiché i politici fingono di sapere quello che ignorano e di ignorare quello che sanno, ne deduciamo che non leggano libri, ma solo giornali, soprattutto di parte. Sottomessi psicologicamente prima ancora che culturalmente alle seduzioni del potere finanziario e tecnocratico ultra-nazionale, essi sono privi di energia etica per disegnare un futuro che non sia un esiziale galleggiamento verso la deriva.

La miccia della detonazione della moneta comune potrebbe essere innescata dai paesi saccheggiati in rivolta, oppure meno probabilmente dagli stessi paesi saccheggiatori, qualora questi non vi trovassero ulteriore convenienza. I profeti, diranno alcuni lettori, esistono solo nella Bibbia. Eppure, la logica dei numeri primi – quando tra pochi mesi il debito salirà al 160% sul Pil – porta inesorabilmente verso l’avverarsi di tale profezia, se per disporre di un bene che potrebbe produrre a gratis, la moneta a punto, lo Stato deve rivolgersi alla speculazione, pagando un interesse illecito. Le condizioni del Paese al momento dello scoppio della mina determineranno l’intensità della sofferenza. Nel vuoto di adeguata preparazione, i dolori potrebbero essere acuti, minacciando persino la stabilità sociale. Poiché l’eventuale uscita dall’eurozona potrebbe non essere una nostra decisione, è auspicabile che il governo, con lo sguardo alla Costituzione, prenda in seria considerazione tale ipotesi, approntando, con la massima discrezione, ogni accorgimento a tutela degli interessi del Paese in caso di ritorno alla sovranità monetaria.

Ora, accantonando tale ipotesi, tutt’altro che estrema del resto, il governo ha sin d’ora la possibilità di fare la cosa giusta, rifornendo il Paese della liquidità di cui ha bisogno, mettendo in opera le opzioni elaborate da eminenti economisti e immediatamente praticabili: rafforzamento del sistema di banche pubbliche, ed emissione di CCF (certificati di credito/compensazione fiscale) e di biglietti di stato a corso legale solo in Italia (provvedimenti questi che sarebbero legittimi anche per i funesti Trattati Ue). Resta indecifrabile la ragione dell’inerzia del governo, del mondo delle imprese, dell’informazione e via dicendo. Democrazia significa partecipazione alle decisioni, nelle forme della legge certo, eppure gli spazi sono tanti. Non basta votare ogni lustro. 

In Italia, il discorso del padrone è ingessato sull’analisi dei frammenti – i pretesi aiuti Ue a sei zeri ricordano le cifre fantastiche nei fumetti della nostra infanzia – mentre anche incalliti miscredenti prendono atto che l’impalcatura euronica è fondata solo su interessi nazionali e rapporti di forza. Sebbene l’Italia sia uno storico contributore netto al bilancio Ue (negli ultimi sette anni il saldo negativo ha raggiunto i 38 miliardi di euro), è ormai chiaro che Fondi di Riconversione, Mes, Sure e altre ipotetiche fonti si tradurranno tutti in aumento del debito, salvo forse qualche briciola che sempre cade dalla mensa imbandita. Inoltre, cesseranno presto anche gli acquisti indiretti di debito pubblico da parte della Bce, in assenza dei quali l’eurozona sarebbe già esplosa, alla luce della recente sentenza della Corte costituzionale tedesca.

Mentre i paesi proprietari della moneta, vale a dire 194 meno 19 (le nazioni appartenenti all’eurozona) – che gli antisovranisti dovrebbero tacciare di sovranismo (termine strumentalmente associato a nazionalismo, il quale dovrebbe applicarsi solo alla degenerazione del concetto di nazione, non certo alla legittima tutela di quest’ultima) se applicassero anche ad essi la loro abusata etichettatura – sono in grado di emettere tutta la quantità di moneta necessaria a creare lavoro e sostenere l’economia, l’Italia e gli altri paesi euro-sudditi possono far affidamento solo sul mercato. Si tratta di una deformazione che intacca l’essenza costitutiva della statualità, sulla quale i nostri dirigenti – passati e presenti – tendono garbatamente a glissare. 

Appare di banale evidenza che la democrazia può esistere solo all’interno dei confini dello stato nazionale, dove solo può nascere il demos di un popolo. 

Coloro che hanno edificato un sistema che impone allo Stato, da tempi immemorabili Signore della Moneta, di rivolgersi alla speculazione privata per vivere e prosperare hanno commesso un crimine insieme politico, sociale e razionale. Se si può perdonare l’errore, non è tuttavia consentito sorvolare sulla sua fissazione patologica, alla luce delle tragedie che ne derivano. 

La fiducia sprovveduta in una creatura di fantasia non rende giustizia nemmeno ai paesi dominanti. Attendersi dalla Germania il soccorso ai nostri guai equivale a deformare illegittimamente i rapporti politici e giuridici sottoscritti nelle migliaia di documenti sottoscritti in cinquant’anni di percorso istitutivo dell’Ue. In essi infatti non si troverebbe nemmeno una virgola da cui desumere l’ombra di un impegno a condividere un comune destino politico. Solo in una Comunità intenzionata a costruire insieme il proprio futuro (un’Europa Federale o qualcosa di simile), potrebbe essere reclamata l’applicazione del principio di mutuo soccorso. Il pensiero nordico – rebus sic stantibus – è dunque lineare: cari italiani, secondo quale singolare percorso cerebrale siete giunti alla conclusione che abbiamo mai inteso costruire qualcosa come gli Stati Uniti d’Europa? Sin dall’inizio l’eurozona è stata una costruzione tecnica, che del resto funziona piuttosto bene. La moneta comune è debole per noi e ci consente di finanziarci a costi negativi, accumulando avanzi commerciali strepitosi, e troppo forte per voi, impedendovi di farci concorrenza, cosicché ingabbiati nei cambi fissi non potete ricorrere alle insidiose svalutazioni competitive di un tempo. Se provate a cambiare i Trattati, sappiate che è necessaria l’unanimità. Se poi siete in grado di immaginare altre alternative, accomodatevi pure. Punto.

La macchina pubblica italiana orienta invece il dibattito sul quantum dell’obolo che l’Italia potrebbe spuntare in questo passaggio cruciale. Un’elemosina adeguata consoliderebbe il governo, proteggendo insieme il salvadanaio tedesco e quelli dei paesi satelliti, che si riempiono sempre più attraverso un sistema monetario distorto e insostenibile. La discussione evita così di affrontare i fondamentali, abbracciando il discorso del padrone (mutatis mutandi, la Thatcher ne aveva fatto il suo dogma): there is no alternative, a questo destino non si può sfuggire.

Il ceto dirigente italiano – a prescindere dalla sua collocazione sull’emiciclo – incorpora nel subconscio l’ideologia della fissità e quella dell’inazione ontologica. La fine della parola è l’applauso, la sfera del senso è assorbita dall’assenso. Il grande sinologo britannico del secolo scorso, Joseph Needham, affermava che l’orgoglio si accompagna all’ignoranza, mentre l’umiltà spinge a riconoscere gli errori, e da questi imparare. Alcuni potrebbero sorprendersi che l’infertilità ideologica immobilista pervada nella stessa misura le menti dei dirigenti progressisti e di quelli conservatori. Ma la risposta è banale, il pensiero unico liberista e sovranazionalista, contro lo spirito costituzionale della legittima sovranità istituzionale e monetaria, ha da tempo tragicamente conquistato (forse la data tragica è il 1989) tutti gli spazi del palcoscenico politico.

Ecco quindi che i (non) decisori politici si possono suddividere in due categorie. In prima fila troviamo coloro che esprimono fiducia fideistica nella chimera degli stati federali europei e che giustificano i guai odierni all’insegna del traguardo finale, che un giorno (magari nella profondità keynesiana) ci ripagherà delle tante sofferenze di oggi.

Vengono quindi coloro che respirano l’angoscia paralizzante di dover decidere, di aprirsi sull’ignoto, di abbandonare la rassicurante certezza dello status quo. Il passaggio all’azione espone al rischio della sconfitta, alla cacciata dal paradiso di carriere, prebende e tappeti rossi, del disagio e dell’inquietudine, della solitudine e della sconfessione. La resistenza al cambiamento è dunque legata alla caratura psicologica degli attori in campo, non all’altezza della crudeltà dei tempi, e ancor meno dei privilegi di cui godono.

I cinici affermano che non c’è da temere: l’implosione dell’euro verrà impedita dal paese che ne trae maggior beneficio, la Germania. Una logica spietata, che rischia di corrispondere al vero, perpetuando così l’asservimento politico ed economico dell’Italia, in attesa del passaggio successivo, la sua definitiva colonizzazione. Amen.

Sporcarsi le mani

PAPPALARDO di Moreno Pasquinelli


Il generale può cantare vittoria. Ieri, 30 maggio, è stato il suo giorno di gloria. Lasciamogli godere la festa. Se la merita visto che ha portato migliaia di cittadini in piazza in aperta sfida alle prescrizioni sicuro-sanitarie. Un successo se pensiamo al flop della manifestazione indetta da STOPEUROPA, svoltasi sempre ieri a Roma — per la verità i promotori li avevamo (inutilmente) messi in guardia.

Così ieri i suoi “Gilet arancioni” e il suo partito che né è l’ispiratore hanno ottenuto la ribalta. Pappalardo- Giamburrasca non è un pivellino politico. E’ da almeno trent’anni che sgomita nel teatrino politico. Prima in quello istituzionale poi extra-istituzionale, in cui circolano personaggi non meno stravaganti che nel primo. Coi suoi modi picareschi e le sue goffe movenze il Giamburrasca più e più volte è salito agli onori delle cronache. Egli è abile nell’applicare una cinica legge di marketing: non conta che se ne parli male, l’importante è che se ne parli.

Valga di lezione per tutti, sovranisti veri, sovranisti imbranati e sovranisti finti. Non bastano idee per quanto buone ad assicurare un buon esito delle manifestazioni — il caso di Pappalardo è di scuola: si può sfondare anche con idee cattive assai —, occorre organizzazione, occorre un radicamento nei territori, occorrono militanti agguerriti, occorre chiamare all’azione. Occorre maestria e nel caso anche astuzia. In effetti, negli anni, il Giamburrasca si è costruito uno minimo di organizzazione e uno straccio di radicamento geografico. Occorre infine, data l’aria che tira, radicalità. Non è più il tempo per i politicamente corretti, per i rivoluzionari in doppiopetto, per i quaquaraqua, per chi vuole fare le frittate senza rompere le uova.

In quanto a idee Giamburrasca non ne fa difetto. Andatevi a leggere l’ultima versione del fastoso programma politico del suo Movimento. Un mix maniacale quanto tossico di proposte. Alcune giuste (uscita dalla Ue, dall’euro, dalla NATO) e altre profondamente sbagliate, del tipo di quella che campeggia come primo punto: “L’Italia è una Repubblica Federale su cinque Stati Confederati, Grande Nord, Grande Centro, Grande Sud, Grande Sicilia, Grande Sardegna”. Altre letteralmente bislacche o fantasmagoriche.

Mi chiederete di elencarle. Ci sarà modo di farlo. Quel che voglio dire è che un movimento politico non si giudica solo dal suo programma formale. Idee buone ne cirolano a bizzeffe e su più versanti politici. Sarebbero pochi coloro che, rileggendo il programma originario del fascismo (Sansepolcro 1919), non sarebbero d’accordo con numerose di quelle proposte. Un movimento politico si giudica in base a molteplici criteri: le origini e la natura del suo gruppo dirigente, i suoi riferimenti ideologici, la sua base sociale, i suoi legami con eventuali lobbi (note e/o ignote), i suoi riferimenti internazionali. Infine, se c’è una grande capo (e questo è il caso), il suo carattere, la sua personalità, la sua statura, la sua cultura.

Non è che con Giamburrasca siamo solo messi male. Siamo messi malissimo. Il segreto del suo successo è che egli ha costruito una cloaca in cui ha fatto confluire, assieme alle più diverse e bizzarre varianti del “complottismo” i dispersi liquami del montante qualunquismo anti-politico, entrambi frutti avvelenati dello sfascio sociale, della degenerazione della Repubblica, della corruzione servile delle sue classi dirigenti.

A ben vedere il Giamburrasca non è solo un prodotto di questo presente triste e gravido di incognite. Egli è qualcosa di più, si abbevera ad una sorgente antica, è infatti figlio di un’italica e indecorosa tradizione, quella degli arruffapopolo quali Cola Di Rienzo, Masaniello e Benito Mussolini. Medesima la traiettoria dei tre: iniziarono come sovversivi, diventarono leccapiedi dei dominanti, morti ammazzati e avvolti nell’ingnominia. Senza dimenticare l’ultimo cascame moderno, L’uomo qualunque di Guglielmo Giannini.

Quella abborracciata dal nostro è miscela instabile, per sua natura destinata ad essere esplosiva. Per questo nessun atteggiamento di spocchia è lecito, tantomeno lo è una banale sufficienza intellettualistica. Il tracollo sociale causato dal combinato disposto tra la pandemia e il duro lockdown deciso dal governo, producendo la pauperizzazione massiccia — leggi una proletarizzazione che fa della cetomedizzazione uno scolorito ricordo del passato — apre uno spazio enorme alla sollevazione popolare. Questa può prendere due strade non solo diverse bensì opposte. Essa, dato che ogni via di mezzo risulterà ostruita, potrà prendere una direzione reazionaria o rivoluzionaria, dove la via reazionaria, si badi, non si manifesterà come trinariciuto tradizionalismo. Al contrario! Il nuovo demogogo reazionario, come quelli che l’hanno preceduto, si mimetizzerà da sovversivo. Il salvatore della patria chiederà giustizia sociale e progresso, parlerà di democrazia e di potere al popolo, farà leva sull’orgoglio patriottico ferito.

Smascherare quest’operazione è il dovere dei sinceri rivoluzionari. Un’opera che non sarà facile e che potrà avere successo solo a patto che essi non appaiano mai collusi o in combutta con le classi dirigenti. Un’opera che andrà in porto se andremo decisi allo scoperto, se sapremo incontrare la montante rivolta sociale, se nel fuoco della battaglia sapremo costruire un partito dirigente che sia il perno di un ampio blocco sociale, anticapitalista e patriottico. Un grande fronte popolare che mentre tiene fermo il bersaglio grosso del nemico principale (le classi dirigenti neoliberiste) sia alternativo a quello, nascente, dei gattopardi populisti.

Vincerà chi avrà la forza e la capacità di dare uno sbocco al caos, portando ordine nel disordine.

Bentornata Storia!

Le televisioni sono lo strumento fondamentale per porci in una narrazione basata su fake news e la coppia Fazio-Litizetto sono anni che strapagati per le loro comparsate sono funzionali a questo disegno

Alessandro Meluzzi “Littizzetto fuori dalla Rai”/ Lo psichiatra lancia la petizione

Pubblicazione: 31.05.2020 - Claudio Franceschini

Alessandro Meluzzi lancia su Twitter una petizione per escludere Luciana Littizzetto dalla Rai: ennesimo attacco dello psichiatra nei confronti della conduttrice già contestata in passato.


Alessandro Meluzzi, 64 anni (Foto LaPresse)

Nuovo capitolo nella “faida” tra Alessandro Meluzzi e Luciana Littizzetto. Lo psichiatra si è affidato ancora una volta a Twitter, come aveva già fatto in passato, per attaccare la conduttrice tv. Questa volta addirittura ne ha chiesto l’espulsione dalla Rai: un’immagine in primo piano della Littizzetto campeggia in un post di Meluzzi, che ha poi aggiunto la frase “Se la vuoi fuori dalla Rai scrivi ‘sì’ e condividi!”. Le reazioni ovviamente non sono mancate: chi ha approvato il messaggio, chi ha “raddoppiato” inserendo anche Fabio Fazio nell’ideale petizione, chi invece ha contestato lo psichiatra e ha invece chiesto che sia lui a non essere più visto sullo schermo. Si attende ora un’eventuale replica da parte della Littizzetto; come detto, i due si erano scontrati più volte in passato affidando sempre ai social network i loro pensieri, non certo amichevoli.

ALESSANDRO MELUZZI “LITTIZZETTO FUORI DALLA RAI”

Sei anni fa per esempio Meluzzi se l’era presa con la conduttrice che già ai tempi affiancava Fabio Fazio in Che tempo che fa. A suo dire, Luciana Littizzetto aveva due difetti: quello di essere “orrenda” e, per di più, quello di non fare ridere nessuno. Nel suo post su Twitter anche quella volta c’era stato un posto anche per Fazio, accusato di avere una “faccia di gomma”. Era il 2014, e tema del messaggio era la partecipazione dei due al Festival di Sanremo: si era aperta la consueta discussione sul cachet percepito dalla coppia (va detto che questo argomento ha sempre interessato chiunque, anche Roberto Benigni per le sue ospitate). Meluzzi non aveva utilizzato giri di parole, ricordando che “Littizzetto incasserà 350000 euro Rai + sponsor per 4 serate”, per poi aggiungere come fosse una vergogna in un’Italia “in miseria”. E poi aveva aggiunto come la cosa facesse piangere e non ridere. Ora, si apre una nuova puntata nel contenzioso…

Il "sincero dispiacere" degli ebrei-palestinesi sionisti è falso. E' nella loro testa il genocidio dei palestinesi, la morte del disabile mentale è solo uno degli effetti collaterali

Israele, poliziotto uccide un palestinese Il 30enne autistico era disarmato

Gli agenti: «Aveva un oggetto che sembrava una pistola». Il ministro dell’Interno Ohana: «Polizia sempre sotto attacco dei terroristi»

PUBBLICATO IL 31 Maggio 2020 ULTIMA MODIFICA31 Maggio 2020 15:05

La polizia israeliana ha sparato a un palestinese disarmato vicino alla Città Vecchia di Gerusalemme. La polizia ha riferito che l'uomo stava trasportando «un oggetto sospetto che sembrava una pistola» ed è scappato quando gli è stato ordinato di fermarsi. Gli agenti lo hanno rincorso a piedi e hanno aperto. Il portavoce della polizia Micky Rosenfeld in seguito ha dichiarato che non è stata trovata alcuna pistola nell'area. Un parente del defunto lo ha identificato come Iyad Halak, 32 anni. Halak era mentalmente disabile e stava andando in una scuola vicina per persone con bisogni speciali.

Lo spavento e la fuga
Halak, 30 anni, si stava recando accompagnato dalla sua insegnante di sostegno al'istituto scolastico che frequentava, quando è stato fermato da un agente della polizia di frontiera israeliana, che pattugliava la Città Vecchia di Gerusalemme. Dopo che l'agente gli ha intimato di fermarsi, Halak, affetto da autismo, si è spaventato è dato alla fuga, nascondendosi dietro a un cassonetto.

La dinamica
Secondo la ricostruzione della polizia, l'uomo è stato inseguito a piedi da un agente e da un ufficiale. Pensando che impugnasse un'arma, i due hanno aperto il fuoco in prossimità di Lion's Gate. La pistola era in realtà un telefono cellulare. I leader palestinesi hanno condannato l'incidente, definendolo un «crimine di guerra», denunciando «l’impunità» di Israele.

Il nuovo ministro dell'Interno israeliano, Amir Ohana, ha espresso il rammarico, ma ha giustificato l'operato della polizia, sottoposta, ha detto, a «continui attacchi» terroristici.

Il ministro della Difesa, Benny Gantz, ha espresso «sincero dispiacere» e condoglianze alla famiglia della vittima.