Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 20 febbraio 2018

Alceste il poeta - tic tac tic tac 4 marzo 2018, il momento liturgico arriva, un momento magico per ritrovarci, una festa con la pienezza che non sarà questa a cambiare la nostra vita ci vuole ben altro. Ma non possiamo mancare all'appuntamento è il nostro trovarci insieme e sentire la forza della comunità che può, potrebbe fare

Le elezioni: vado, non vado ...


Roma, 19 febbraio 2018

Ecce Bomba. Vado, non vado. "No veramente non mi va, ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri. Senti, ma che tipo di festa è, non è che alle dieci state tutti a ballare in girotondo, io sto buttato in un angolo, no ... ah no: se si balla non vengo. No, no ... allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto così, vicino a una finestra di profilo in controluce, voi mi fate: ‘Michele vieni in là con noi dai ...’ e io: ‘andate, andate, vi raggiungo dopo ...’. Vengo! Ci vediamo là. No, non mi va, non vengo, no. Ciao, arrivederci Nicola".

Vado non vado. Ci andiamo: è inutile. Non ci andiamo: il potere dilaga. Allora ci andiamo? Ma no: è inutile! Basterebbe ammettere che entrambe le cose sono vere. Sì, le elezioni democratiche sono inutili. Votare lo è. La democrazia è inutile ai fini di un cambiamento radicale degli eventi (l'unico cambiamento che interessa). E però sono utilissime; per il PD, Giorgia Meloni e compagnia cantante addirittura fondamentali. C'è bisogno di un perdente credibile per simulare ecumenismo. Non si sottovaluti, poi, il bisogno di pagnotta. Per la pagnotta ci hanno venduti al miglior offerente. Entrambi gli schieramenti, dal 1989 a oggi.

Rifondare. Un ristorante al centro di Roma, famosissimo, varie centinaia di euro per uno spuntino. Un dirigente comunista, lì rifugiatosi dopo le fatiche del comizio antiberlusconiano, è al telefono con un conoscente. Sta trattando l'acquisto di un casale, in Umbria o in Toscana. Si intrattiene, per venti minuti circa, predisponendo fittamente bonifici e sconti. La cifra si aggira sui 300.000 euri. Un cameriere orecchia la conversazione. Il dirigente, un altissimo dirigente isolano, chiude la comunicazione e ordina gli antipasti, un po' stanco delle pieghe multiformi della sua impegnatissima esistenza. Il cameriere, ossequioso, muove i piedi piatti sul pavimento di pregio: scatta, veloce; non ha malanimo, odio di classe: vuole solo ottenere una mancia più sostanziosa. L'accaduto, la cui veridicità era, ed è, indubbia, mi scosse sino all'amarezza. Sono passati millenni. Ora guardo a quell'episodio con un sorriso. Ah, la pagnotta! 

A Frà’, che te serve? Ognuno può rievocare tali aneddoti poiché ognuno ha un aneddoto simile da raccontare. Eppure sente un bisogno inestirpabile di votare. Per tifo? Per accreditare la propria personalità? Per odio all'altro? Per sincero trasporto? Per interesse? E chi lo sa. Chi vota per interesse ha perlomeno un fine.

Politica. Ci hanno talmente inculcato nel cranio la bubbola che la politica si fa a Montecitorio da toglierci ogni mozione dell'animo. La politica esiste e la si vive. Che si concreti in un tizio al Senato o alla Camera è, oggi, superstizione. Altra favola: l'astensione favorisce il Potere. Se ci asteniamo il PD toccherà il 50%! È la fine! Il PD ha toccato il 41% e ha fatto i suoi comodi col futuro degli italiani esattamente come quando ha toccato il 15%. Se uno vende il proprio Paese è tenuto a consegnare le spoglie qualunque sia la percentuale dei consensi. I dirimpettai erano, peraltro, d'accordo con tale andazzo come dimostra la ridicola conversione di verdiniani e alfaniani. La mancanza di politica sul campo, questo è un problema. La mancanza di elementi che ostentino il disprezzo, non limitandosi ai borbottii, questo un altro problema.

Consistenza. I movimenti apparentemente più credibili (Salvini, M5S, Casapound; fra essi ci saranno sicuramente uomini di valore) non potranno smuovere alcunché. Potrebbero mediare fra bisogni veri della popolazione e istanze tecnocratiche, ma non ne saranno in grado
Basti confrontare, a tale scopo, le prose dei vecchi democristiani e comunisti con quelle attuali. Da una parte una lingua, o accademica o retorica; dall'altra afonia concettuale. Per tacere dell'oratoria rabberciata. La decadenza della scuola ha prodotto tipi di scarsissima consistenza morale e intellettuale. Tale declino si propaga per via aerea contagiando i migliori: anch’essi, nei loro giri logici, ogni passione spenta, trasmettono ormai un senso di scipita acculturazione.

Seneca. "Nessun vento è favorevole al marinaio che non conosce porto", affermava il maestro del primo Nerone, Claudio Cesare Augusto Germanico Nerone, ingiustamente dileggiato da Hollywood.

Ante 1989. Prima del 1989 esisteva, perlomeno, un filtro tra Italia profonda e direttive transnazionali. Ci si barcamenava fra l'Asse del Male e l'Asse del Bene. I protagonisti di allora erano uomini di mondo, dallo spessore notevole. Si valutava la risultante delle forze in campo, tra istanze popolari e ragion di Stato, e si agiva di conseguenza. Qualcuno è rimasto schiacciato dal compito. Il cadavere rattrappito di Aldo Moro, le eruzioni cutanee di Cossiga, sono lì a ricordare l'immane impegno dei piedi in due staffe.

Giulio Andreotti. Nel 1991 vidi, a tu per tu, per ragioni di servizio, quasi tutti i protagonisti della Prima Repubblica. De Michelis, Cossiga, Andreotti, Craxi, Pannella, Occhetto, Forlani, Martelli, La Malfa, Altissimo, Spadolini, Jotti.
Uno di questi era un notorio pederasta e lo scoprimmo de visu; un altro, chiacchierone e gaudente, benché scopofilo, come si sussurrava, affettava la conoscenza strabiliante dell'universo svariando da una materia all'altra come un calabrone impazzito: buffone, ma simpatico.
I migliori: Andreotti e Craxi.
Difficile descrivere l'umiltà di Andreotti. Ingobbito, ma più alto della media e con un portamento sicuro che smentiva gli sberleffi satirici di mezzo secolo, egli non parlava; nessuno, peraltro, osava rivolgerglisi direttamente, almeno lì. Per farlo si ricorreva a valletti o portaborse adeguati alla bisogna. Ognuno, perciò, parlava necessariamente a essi, quali entità prossime; questi relazionavano un loro simile, ma più autorevole, forse il segretario particolare, e lui, solo lui, vantava l'onore di bisbigliare all'orecchio di Giulio. La compagnia di Andreotti si muoveva all'unisono, con grazia felpata, movendosi senza arrecare rumore; dove transitava Andreotti, anzi, si creava naturalmente del silenzio. Tacevano militi, furieri, marescialli e ufficiali. Solo il generale della base aerea poteva salutarlo tête-à-tête, come un conoscente con cui si ha familiarità, seppur non bastevole a dissolvere la deferenza e il "Lei". Brevi parole di circostanza cui Andreotti rispondeva con un gentile borborigma. Poi il Nostro sedeva nella poltrona della sala, in attesa della scorta: pochi minuti per ordinare qualcosa. Intanto famigli e secondi armeggiavano discretamente con valigette, borse di pelle e documenti. In quelle carte, infatti, si decideva il destino della nazione: se gli Americani dettavano il tragitto, è vero che durante il tragitto la DC si concedeva numerose scampagnate. Lo sguardo fisso di Giulio Andreotti, atarassico, di una placidità vitrea dietro le lenti spesse, aveva qualcosa del bonzo orientale. Egli sapeva. Sapere equivale a condannare, in certi casi. Agire o lasciare che si agisca, nostro malgrado. Il peso del potere era lì. La figura nerovestita, incravattata, impeccabile, di sbieco sulla seggiola damascata, irrigidita in un formalismo agghiacciato dalla consapevolezza. Aiutare, lasciare soli, rendere estranei. Soppesare intere esistenze. Mi sorpresi a fissarlo più del dovuto; scorsi un movimento appena percettibile dietro le lenti e ne rimasi quasi sconvolto, come un peccatore colto negli andirivieni della colpa più meschina. Avevo vent'anni! Andreotti, durante quelle brevissime e rare visite, non faceva nulla. Posava. Rimuginava? Forse. Meditava mosse sulla scacchiera? Chi lo sa. Se mi avessero detto che lo avrei rimpianto non avrei creduto alla panzana, ovviamente. Quando decadde la stella di Giulio Andreotti? Nel 1989. Sì, nel 1989 la finzione storica, una delle tante, cominciò a mostrare i fondali di cartapesta. Neanche lui, il Capocomico, poteva tenere in piedi la recita. Quanto sangue sparso, quanta futilità, quanto dolore! Fu necessario. Sì.

Cravatte. La cravatta di Giulio Andreotti, il nodo texano di Francesco Speroni. Simboli di una staffetta che ci ha portati al Nulla.

Bettino Craxi. Craxi era diverso. Una personalità impressionante. Un'arroganza senza pari, affascinante, materica, maschia, concretata in cenni di malcelato disprezzo verso i sottoposti, ordini bruschi e sgraziati e offensivi disconoscimenti. Craxi sudava e, in maniche di camicia, emanava una forza bestiale e tracotante di dominio. Anche qui: nessuno osava fargli domande dirette. I militari, tutti, lo detestavano poiché legati a un mondo pievano e reazionario. A colonnelli e capataz non piaceva l'abbandono della forma, la mancanza di senso della gerarchia e della misura, la liquidazione della penitenza ecclesiastica. Non li convinceva, poi, il frenetico attivismo di marca oltreatlantica, così alieno dall'aplomb cattolico che tutto tiene, a qualsiasi costo, sino allo sfinimento, e chiunque accontenta e ciascuno accomoda, nel rispetto delle parti e della verticalità dell'organizzazione. Attenda il suo turno, sia devoto e la ricompensa seguirà. Il monsignore ha il proprio mondo, l'assessore il suo, ma anche l'impiegato del Catasto o il bidello vantano il proprio: nessuno rimane indietro! Craxi, invece, operò diversamente simulando efficientismo e merito, sdoganando personaggi impresentabili (che, lui per primo, reputava impresentabili) solo per spezzare il monopolio democristiano. In un pomeriggio assolato, estate 1991 (allora non ricopriva alcuna carica istituzionale), lo vidi sulla pista d'atterraggio, a capo scoperto, massiccio, definitivo, con la giacca in mano, la camicia bianca un po' spiegazzata, e leggermente attaccata alla schiena umida, come un Bonaparte incredulo e spaesato che presagisse la fine. Tutti gli obbedivano ancora ciecamente: la scorta sfrecciò prontamente. Ne scesero gli uomini di sempre, fidatissimi. Lui, tuttavia, rimase per una manciata di secondi, che dilatavano la loro breve vastità nelle aspettative sbalordite dei suoi, a fissare le lontananze degli atterraggi. Cosa avrà pensato, allora? Seguì, mi ricordo, il planare di un Falcon ... cosa rimuginava? Presentiva l'esilio, oppure stava organizzando le dita del suo immenso potere in un velleitario pugno risolutivo? Di chi si fidava? La solitudine coglie sempre di sorpresa i potenti. Carlo Alberto dalla Chiesa, eroe plurimedagliato nella lotta al terrorismo, ha la scrivania ingombra di pratiche, mattinali, foto, soffiate. Eppure il suo telefono più non squilla. Nessuno lo cerca. È un segnato. Un morto che cammina. Escluso dalla comunità patrizia, è ormai abbandonato agli dei, sacro e perciò sacrificabile: chiunque, fosse pure un bandito, può ucciderlo senza rischiare alcuna pena. E così fu. Craxi sapeva? Sentiva d'essere sacrificabile? Nel 1991, all'apice della forza, aveva sentore di tradimenti, movimenti segreti? Capiva, da uomo intelligente qual era, che il disgregarsi di un'epoca lo avrebbe reso "sacer"? Nessun cardinale o papa avrebbe perorato arringhe in sua difesa. Troppa ambizione aveva divorato le amicizie, la fulminea parabola era insufficiente a guadagnarsi la riconoscenza delle masse: i veri beneficiari del suo impero, d'altronde, non erano che pagliacci da cui non sperare nulla. Era solo. Il labbro superiore imperlato di sudore, non solo per il caldo, ma per l'interiore forza vitale, volgare e debordante, ecco Craxi toccarsi gli occhiali con movimento inconscio e riscuotersi sparendo nelle frescure dell'auto di servizio.
Quei pochi secondi sull'asfalto arroventato di Ciampino aspettano uno Zola, un Balzac, un Maupassant.

Pecore e montoni. La Criptocrazia esige delle pecore. Alcuni si sentono montoni, per un poco. Altri riescono a patteggiare: la fuga in cambio della vita. Altri erano pecore e come pecore si sono comportati: sono gli Zapatero, i Blair, gli Schroeder, gli Tsipras e, inevitabile, la paccottiglia italiana.

Lorenzin. La Lorenzin? E chi l'ha votata? Eppure è lì, ha deciso atti capitali. Chi conosceva questa signora prima del 2013? Nessuno. Chi sa quali personalità danneranno l'Italia nel 2019? Nessuno. Si vota a caso. Il potere, tuttavia, ha già deciso. Improvvisamente, fra qualche mese, alcune sconosciute personalità cominceranno improvvisamente a prendere peso e spessore. Alcune inspiegabili defezioni avranno luogo. Inversioni di marcia ideologica si spiegheranno sotto i nostri occhi increduli. E allora? Dove sarà allora il voto? La forza vincolante delle matite copiative? E allora giù col Silvio traditore, il Salvini mollaccione, il Di Maio inconcludente. Ma ormai i giochi saranno conclusi: altri cinque anni di merda e sangue. In attesa di nuove elezioni.

Crucifige? Come possa girare a testa alta Romano Prodi nel 2018: questo è un enigma psicologico di alto contenuto. La risposta: mai e poi mai donare all'elettore la verità. Solo la bella menzogna muove la storia. Lavoreremo un giorno in meno e guadagneremo di più ... Una menzogna, ben fatta, però. Ha servito, egregiamente. E ora? Sotto con altre menzogne, altri attori, altri giri di valzer.

The running man. La civiltà occidentale stessa è, oggi, un complotto. Entro i limiti dell'Occidente ogni cosa è segnata, il movimento apparente. Non c'é, a breve termine, possibilità di fuga o redenzione. La fuga o il grande botto. Il botto? E perché dovrebbero farci un tale favore? La fuga? Dove volete sparire, tontoloni? Solo il no irriducibile al complotto può servire a qualcosa. La fuga? ... La fuga dei cervelli italiani in un mondo migliore, reclamizzata con incessante sicumera da Il Fatto Quotidiano, mi ricordaL'implacabile, il film tratto dal bel romanzo di Stephen King, L’uomo in fuga (The running man, 1982). 
Ambientazione: stato totalitario dell’America del Nord, ex Stati Uniti. I Corridori (running men, appunto) che sopravviveranno agli attacchi degli Sterminatori nel gioco televisivo omonimo potranno incassare cifre sardanapalesche e condurre così una vita agiata alle Hawaii o in qualche dolce paradiso del Sud. Immagini idilliache dei concorrenti "che ce l'hanno fatta" scorrono davanti agli occhi dei telespettatori prima della tenzone gladiatoria vera e propria. Sì, loro sono fuggiti, da veri Corridori, prima degli altri, meglio di tutti e ora se la godono, come afferma il mellifluo presentatore Killian. Solo più tardi il Corridore più tosto, Ben Richards, scoprirà che quelle sequenze sono inventate di sana pianta; quelli “che ce l’hanno fatta” son solo specchietti per i gonzi: i loro cadaveri putrefatti giacciono dietro le quinte della finzione Tri-Vu.

Evangelium. Dire no, sempre e solo no, tutti i giorni. Questo è un inizio ... interrompere carriere, subire attacchi, allontanare continuamente i cretini, ingoiare bile nera, sopprimere amici. Difficile, duro, durissimo. Infatti si preferisce una croce.

Due aerei e crollano tre grattacieli, 11 settembre 2001. Questa è la causa, tutta interna agli Stati Uniti, da dove inizia la Strategia della Paura e del Caos con l'esportazioni di guerre, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen. I soldati statunitensi sono sguinzagliati in tutto il mondo, c'è un filo logico a volte no, solo il Pentagono sa

“Quella guerra infinita degli Usa”: 
perché 4 soldati sono morti in Niger

FEB 19, 2018 

È il 4 ottobre del 2017. Quattro soldati americani sono nel deserto del Niger, lontani dalla loro unità. Sono in minoranza e lottano per restare vivi. Su di loro una raffica di spari dei combattenti dello Stato islamico, armati di fucili d’assalto. Indossano sciarpe e passamontagna. Il sergente di squadra, Bryan C. Black si abbassa e si muove rapidamente. Cerca di ripararsi dietro il suv nero guidato dal soldato Dustin M. Wright che guida cercando di schivare i proiettili. Passano i secondi e Black cade a terra. “Black!”, urla un terzo soldato americano. È l’altro sergente di squadra Jeremiah W. Johnson. Si avvicina e prova a scuotere il compagno, ma Black rimane immobile. Non risponde. Wright e Johnson a quel punto iniziano a correre, inseguiti dai proiettili. Johnson viene colpito. Cade a terra ma è ancora vivo. Wright si ferma e, contro ogni speranza, si gira e inizia a sparare con la sua carabina M4 verso i terroristi. Fino alla fine.

Questi gli ultimi minuti dei 3 militari americani morti in Niger. A ripercorrere questi attimi drammatici è il New York Times grazie alla ricostruzione fornita da un telecamera inserita su un elmetto dei militari. Il quarto soldato, il sergente La David Johnson, ha perso la vita nello stesso attacco, ma in quel momento non si trovava con il gruppo.

Per l’America è la più grossa perdita sul campo africano dalla sconfitta della battaglia di Mogadiscio del ’93 chiamata “Black Hawk Down”, da cui l’omonimo film premiato con due premi Oscar. Ad oggi sono ancora tante le domande su quei momenti, ma ciò che è sicuro è che questi soldati, insieme ad altri quattro militari nigerini e un interprete, sono morti in un conflitto che molti ignoravano.

Secondo quanto dichiarato da alcuni ufficiali del Dipartimento della Difesa, i soldati americani si trovavano in Niger, esattamente nella località di Tongo Tongo, solo per assistere e allenare i militari nigerini e svolgere delle “missioni di “ricognizione”. 
Gli errori dell’Intelligence e dei comandanti sul posto

Sempre come riporta il quotidiano statunitense, alla base della morte dei 4 militari Usa ci sarebbero quindi una serie di errori dell’Intelligence e dei comandanti sul posto.

Quel tre ottobre i soldati partono per una missione improvvisata dopo aver ricevuto informazioni sul nascondiglio di un leader terroristico collegato al rapimento di un cittadino americano. 
All’ultimo minuto, però, il piano di mandare un team con gli elicotteri viene cancellato e i comandanti militari decidono – e qui l’errore strategico – di inviare la pattuglia che si trovava nella zona. I militari partono allora dalla base con poche armi pesanti, senza un equipaggiamento adeguato e con un mezzo non corazzato. La pattuglia arriva sul posto indicato dall’Intelligence ma non trova nessun militante: l’errore dei servizi.

I militari, poi, esauriscono le scorte d’acqua – preparate per un missione che doveva essere breve e sbrigativa – e così si vedono costretti a fermarsi in un villaggio sulla via del ritorno. Quando si rimettono in marcia, però, ha luogo l’agguato mortale.
“Guerra infinita e senza confini”

È il 14 settembre del 2001 e la cenere avvolge ancora le strade di New York quando il Congresso vota con maggioranza schiacciante la missione dell’esercito statunitense. L’obiettivo era uno: cacciare i responsabili del più grande attacco terroristico nella storia degli Stati Uniti. Una missione circoscritta, dunque, che negli anni, però, è diventata una guerra globale contro gruppi di jihadisti che 16 anni fa non esistevano nemmeno.

Pochi giorni dopo l’agguato, la Nbc intervista il senatore repubblicano della Carolina del Sud Lindsey Graham: “Non sapevo ci fossero 1000 militari americani in Niger”, afferma. Che in realtà, poi, sono 800 i soldati sul posto. “Questa è una guerra infinita, senza confini e limiti di tempo o geografici”. Stessa perplessità anche da parte dei suoi colleghi democratici, tra cui Chuck Scumer: “Non sapevo ci fossero così tante truppe in Niger”. Il portavoce del Pentagono, Dana W. White, non ha vuole rilasciare alcuna dichiarazione fino a quando non sarà conclusa l’inchiesta.

Il report militare sull’agguato mortale di ottobre avrebbe dovuto essere pubblicato a gennaio ma è ancora sotto revisione. Il Segretario alla Difesa americano, Jim Mattis, ha detto che il documento è composto da “migliaia di pagine”. Ora si dovrà vedere se tutte queste pagine saranno in grado di dimostrare quanto è stato dichiarato da ben tre diverse amministrazioni americane, ovvero il fatto che i militari statunitensi si trovano in molti di questi luoghi lontani non per combattere – e rischiare la vita – ma solo per allenare le milizie locali contro i terroristi.

lunedì 19 febbraio 2018

2018 crisi economica - quando la liquidità gratis finisce per le aziende saranno guai.

FINANZA FUORI CONTROLLO
Aziende sedute su una montagna di debiti. Peggio che nell’era pre-crisi finanziaria

–di Andrea Franceschi
19 febbraio 2018


La politica monetaria ultraespansiva è stata un medicinale salva-vita per l’economia mondiale dopo la crisi finanziaria del 2008 ma la droga monetaria ha anche contribuito ad alimentare squilibri notevoli. Uno di questi riguarda il debito delle società non finanziarie. Nell’ultimo decennio indebitarsi per le aziende in tutto il mondo è stato incredibilmente conveniente. L’azzeramento del costo del denaro prima e le massicce iniezioni di liquidità poi hanno innescato una vera e propria esplosione delle passività a livello mondiale. Una crescita che è stata superiore a quella dell’economia visto che in 10 anni l’incidenza media del debito societario sul Pil è passata dall’81% al 96 per cento.



ANALISI STANDARD & POOR’S
26 luglio 2016
Perché il debito corporate diventerà un mostro (a rischio «Crexit»)

La stima è una media globale elaborata da S&P Global Ratings che, in un recente rapporto, ha messo in luce come, in un contesto di rialzo dei tassi, ciò costituisca un importante elemento di vulnerabilità. Soprattutto perché in circolazione ci sono almeno 24mila miliardi di debito corporate che fa capo ad aziende che hanno un’elevata leva finanziaria. Quelle che, in ragione dell’elevata incidenza del debito sui profitti, sono più vulnerabili in caso di rallentamento del business o di aumento della spesa per interessi.

Perché la leva è un problema 

La crescita del debito non è di per sé un problema ma lo diventa se le condizioni a cui il finanziamento è stato contratto peggiorano al punto da renderlo non più sostenibile. Ed è in questo contesto che la leva finanziaria elevata diventa un problema. Per le aziende che sono costrette a destinare a spesa per interessi una quota rilevante dei loro flussi di cassa un incremento anche marginale del costo del denaro può significare insolvenza. Per questo la leva elevata è un rischio. Perché - si legge nel rapporto di S&P - in caso di stretta monetaria più rapida del previsto può innescare un’ondata di default.

LA FOTOGRAFIA GLOBALE
Suddivisione in percentuale in base alla leva finanziaria



Il mercato ne è consapevole e per questa ragione ha reagito con nervosismo alle rinnovate aspettative di una stretta della Fed dopo la ripresa dell’inflazione. La volatilità ha tuttavia interessato solo marginalmente il segmento dei bond societari americani. Sebbene in questi anni di denaro facile ci sia stata una vera e propria esplosione del debito da parte delle società a basso rating non si vede all’orizzonte un rischio default immediato. Questo perché gli effetti di una stretta Fed saranno con ogni probabilità mitigati da quelli della riforma fiscale Usa che - scrive S&P - garantirà flussi di cassa aggiuntivi alle imprese tali da consentir loro di reggere il colpo di un eventuale peggioramento delle condizioni di rifinanziamento.


La riforma Trump è il classico calcio alla lattina che permetterà alle aziende di guadagnare tempo. Il nodo della sostenibilità del debito societario tuttavia è destinato a venire al pettine quando l’economia Usa, in forte crescita da anni (?!?!), inizierà la sua fase discendente. Gli squilibri degli Usa sono in ogni caso poca cosa se confrontati a quelli della Cina. È nella seconda economia mondiale che i problemi legati all’eccesso sono più evidenti. Con 18mila e 900 miliardi di dollari di controvalore il debito societario cinese rappresenta il 28% del totale. Oltre la metà di questo fardello fa riferimento a società che hanno un livello di leva finanziaria elevata. In 10 anni c’è stato un drastico peggioramento della qualità visto che nel 2007 solo il 30% del totale veniva considerato a rischio. Il quadro è poi ulteriormente aggravato dal fatto che, a differenza di Europa e Stati Uniti, l’economia cinese ha già superato la fase della maturità per imboccare quella di un «rallentamento controllato». È stato soprattutto a causa della Cina che in 10 anni la leva finanziaria globale è peggiorata passando dal 32 al 37 per cento.

Antonio Socci - Basta poco e lo zombi Renzi sarà sepolto definitivamente. Tic tac tic tac 4 marzo 2018 nonostante la vostra scheda elettorale pronta per la truffa


Posted: 18 Feb 2018 10:36 AM PST
Antonio Socci


È stato un autogol quello di Matteo Renzi a Sant’Anna di Stazzema. Evocare un’Italia invasa dai tedeschi e sottoposta al dominio nazista non è forse, simbolicamente, un perfetto argomento sovranista?

Oggi una minaccia nazifascista all’Italia, grazie al cielo, non c’è più, ma un problema di indipendenza nazionale sì e sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni, con Berlusconi, a predicare il recupero della sovranità e dell’interesse nazionale e la fine della nostra sottomissione alla Germania.

Certo, l’eccidio di Stazzema riguarda la Germania nazista (e i repubblichini suoi alleati) e oggi la Germania nazista non c’è più (come non c’è più il fascismo).

Tuttavia c’è la Germania e persegue, com’è ovvio, il suo interesse nazionale e la sua egemonia. La geopolitica ha le sue costanti. Anche la Francia – con Napoleone – cercò di sottomettere l’Europa e la Francia di oggi se lo ricorda. L’Italia è il pollo da spennare sia per la Francia che per la Germania.

Ovviamente nel 2018 le guerre in Europa non si fanno più con i carri armati, ma sono guerre economiche. E la sottomissione è economica e politica.

Jürgen Habermas, europeista, su “Der Spiegel” ha parlato di “nazionalismo economico” riferendosi alla sua Germania: “Il re, con il suo robusto nazionalismo economico, è nudo”.

Poi ha spiegato “le due scelte strategiche imposte da Angela Merkel all’inizio della crisi finanziaria: l’approccio intergovernativo, che assicura alla Germania un ruolo guida nel Consiglio europeo, e la politica dell’austerità, che la Germania ha potuto imporre ai Paesi del Sud dell’Unione, grazie a questa supremazia, assicurandosi vantaggi sproporzionati”.

L’euro è lo strumento fondamentale di questa egemonia imperiale. Infatti Habermas scrive: “[La Merkel] sa che l’unione monetaria europea è d’interesse vitale per la Germania”.

La Germania e la Francia sono sovraniste, anzi addirittura nazionaliste (è Habermas che parla di “nazionalismo economico”).

Invece l’Italia subisce. Da noi parlare di “sovranità” e interesse nazionale pare una bestemmia.

La Sinistra non solo ha consegnato la nostra sovranità monetaria agli altri, ma – come dichiarò Tremonti a “Libero” – tra il 2000 e il 2001 ha introdotto, “non richiesta, nell’articolo 117 della Costituzione la formula della nostra sottomissione quando si afferma che il potere legislativo dello Stato è subordinato ‘ai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario’, intendendo per ordinamento comunitario non solo i trattati, ma anche i regolamenti e le direttive europee”.

Ora ci troviamo con un’economia agli ultimi posti dell’eurozona (siamo fermi da vent’anni) e ai primi posti per aumento della povertà e disoccupazione.

Proprio nelle stesse ore in cui Renzi andava a Stazzema, a Siena Alberto Bagnai (candidato-simbolo della Lega) ha ricordato che lo stesso Renzi aveva iniziato bene al suo primo vertice europeo dichiarando che l’Italia non prendeva lezioni da Francia e Germania perché erano stati loro i primi a violare i parametri di Maastricht per il rapporto deficit/pil.

Anzi, in un suo discorso al Parlamento in vista del consiglio europeo, Renzi arrivò ad affermare: “O l’Europa cambia direzione di marcia o non esiste possibilità di sviluppo e di crescita… O l’Europa è in grado di assumere la battaglia contro la disoccupazione o non ci sarà alcuna stabilità possibile”. E sull’ondata migratoria affermò che se ci dicono “‘il problema non ci riguarda’, rispondiamo tenetevi la vostra moneta, ma lasciateci i nostri valori”.

Belle parole, ha aggiunto Bagnai, ma poi Renzi fece l’esatto opposto. Lui e il Pd si sono accovacciati ai piedi della Merkel.

Fino alla scena umiliante di un Gentiloni che nei giorni scorsi è andato col cappello in mano a Berlino e non è stato nemmeno ricevuto dalla Merkel che aveva da fare. C’è dovuto ritornare e ieri “Libero” ha titolato: “Il premier va a prendere le consegne a Berlino”.

Questa è la vera alternativa su cui gli italiani sono chiamati a scegliere: se l’Italia deve restare sottomessa al “partito straniero” (di Parigi e Berlino) o se deve ritrovare la sua indipendenza, la sua forza economica, il suo benessere e la sua sovranità politica.

Ecco perché mi pare un autogol il messaggio di Renzi nella sua visita a Sant’Anna di Stazzema il cui eccidio ci ricorda la tragedia dell’occupazione tedesca della penisola, ultima di tante invasioni di eserciti stranieri.

Il nostro poema nazionale, “I promessi sposi”, ci rappresenta proprio come traditi dalle nostre élite e vittime di secoli di scorrerie: dei tedeschi, degli spagnoli, dei francesi.

Tutta la nostra letteratura è piena del grido di dolore di un popolo calpestato dagli stranieri, come pure il nostro inno nazionale e anche il più noto canto partigiano, “Bella ciao”: “una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor”.

Renzi ha usato la visita a Stazzema per lanciare la trovata dell’“anagrafe antifascista”, ma i tedeschi non fecero un eccidio di “antifascisti”, bensì un eccidio di civili italiani inermi, per il solo fatto che erano italiani, infatti massacrarono ben 130 bambini (sul totale di 560 vittime).

In un bel saggio don Giuseppe Dossetti ha mostrato che le stragi naziste sull’appennino tosco-emiliano furono fatte ai danni delle nostre popolazioni civili come eccidi di casta e rispecchiavano un’ideologia pagana, sanguinaria e demoniaca.

Non a caso tra le vittime ci furono molti parroci che rappresentavano anche spiritualmente il nostro popolo cristiano e – pressoché da soli – tentarono di proteggere i civili. La nostra gente anche oggi aspetta chi la difenda.

Venezuela - Se ho imparato qualcosa dal comandante Chávez è stata la sua incredibile capacità di non perdere mai il senso dell’umorismo; più grande era la crisi, più umorismo egli sprigionava

Venezuela: falsi Aiuti Umanitari, di marca ACME

18.02.2018 - Redacción Chile

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo


Vi ricordate che tutti i trabocchetti che Vil-coyote usava per annientare il roadrunner Bip Bip erano di marca ACME?
Bene, auguro che tutti questi nuovi piani del coyote, ora mascherati da “aiuti umanitari”, si ritorcano contro di lui.

di Rosi Barò -Redazione Cile.

Immagino che, per quello che i cosiddetti “aiuti umanitari” hanno significato nella casistica accumulata dai paesi che li hanno ricevuti, non ci sarebbe bisogno di approfondire ulteriormente: tutti sappiamo che sotto quella maschera da pecora c’è un coyote avido di petrolio.

Negli ultimi giorni ho ricevuto messaggi da persone tutte contente che l’invasione del Venezuela è già un dato di fatto, che finalmente vengono a liberarci da questa tirannia, che gli aerei andranno solo dove stanno i capi del regime, che non ci dobbiamo preoccupare perché è una benedizione e a noi cittadini lanceranno cibo e medicine col paracadute. Che sì, dobbiamo prepararci ad affrontare bombardamenti… di cibo e acqua!
Altri, allarmati dalla notizia, mandano Whatsapp chiedendo se è vero che i soldati americani sono già ai nostri confini.

Sono molti che, per una ragione o l’altra, vogliono sapere cosa sta succedendo e cosa accadrà, e onestamente dico che non ho la sfera di cristallo, posso solo riprendere alcune informazioni se per caso qualcuno non le ha recepite dai media mainstream.

Nei giorni scorsi, il presidente della Colombia in una conferenza stampa ha presentato “un piano di emergenza” per rispondere all’ingresso di venezuelani nel suo paese a causa della “crisi umanitaria” del Venezuela, e ha riferito che circa 3.000 soldati rafforzeranno il controllo militare al confine. Allo stesso tempo, sono giunti in Colombia, in visita ufficiale, il Segretario di Stato degli USA e il Capo del Comando Militare Meridionale.
Un’ampia copertura mediatica ha replicato questi sviluppi in tutto il mondo, con grande clamore.
E immediatamente sono partite reazioni da ogni parte: tutte senza eccezione intravvedevano in queste mosse un’imminente invasione militare.

In quegli stessi giorni i media statali venezuelani hanno mostrato spiagge affollate e tanti carri mascherati per strade con migliaia di bambini e persone mascherate che festeggiavano il Carnevale. Nessuna reazione da parte del governo mentre veniva messa in scena l’imminente invasione.
Dopo le vacanze del carnevale, che abbiamo potuto godere senza paura, il presidente Maduro, in una conferenza stampa con i media internazionali, si è congratulato con il presidente colombiano Santos per lo spiegamento di soldati al confine e lo ha ringraziato per aver finalmente affrontato i gravissimi problemi di sicurezza che quella negligenza del governo colombiano comportava per il Venezuela.

Questa risposta ha lasciato perplessi tutti. Per me quella conferenza stampa, oltre a farmi sorridere, è stata una chiara conferma che Maduro ha tracciato una ferma direzione di pace e non cadrà nelle provocazioni, come ovviamente era quella di Santos.
Provocazioni erano anche le guarimbas (violente proteste di piazza) che cercavano di provocare una guerra civile, ma il presidente Maduro richiamò tutti i suoi sostenitori a stare calmi, a non affrontare i provocatori, a non cadere nelle provocazioni. Per tre mesi abbiamo assistito inorriditi a scene di una violenza mai vista prima nel Paese. E non siano scivolati nella guerra civile. Il 1° maggio furono indette le elezioni per un’Assemblea Nazionale Costituente, l’elezione è stata fatta e il giorno dopo, come per magia, la violenza è svanita: altro piano dell’opposizione, di marca ACME, che non ha funzionato.

Perché dico che il piano delle guarimbas, come tutti i piani tramati dall’opposizione, è di marca ACME?
Se ho imparato qualcosa dal comandante Chávez è stata la sua incredibile capacità di non perdere mai il senso dell’umorismo; più grande era la crisi, più umorismo egli sprigionava.
Vi ricordate i cartoni del (vil)coyote e del roadrunner (Bip Bip)?
Vi ricordate che tutti i trabocchetti che il coyote usava per annientare il roadrunner erano di marca ACME?
Vi ricordate che cosa succedeva al coyote con tutti i suoi piani machiavellici?
Assolutamente tutti si ritorcevano contro di lui!
Bene, auguro che tutti questi nuovi piani di marca ACME del coyote, ora mascherati da “aiuti umanitari”, si ritorcano contro di lui.



Traduzione dallo spagnolo di Leopoldo Salmaso

Kossovo rappresenta l'aggressione armata della Nato alla Jugoslavia, il cui effetto è stato lo smembramento, balcanizzazione

Kosovo: dagli amici mi guardi Allah

18.02.2018 - 

(Foto di Eucom.mil - le forze armate del Kosovo 'indipendente')

Oggi ricorre il decimo anniversario della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo.
Nonostante le pompose celebrazioni e le dichiarazioni ancor più pompose dei suoi leader, il riconoscimento del Kosovo come stato sovrano è tutt’altro che scontato, e la prova del nove viene dal fatto che l’Alto Rappresentante dell’Unione europea, Federica Mogherini, ieri si è detta ottimista su un accordo entro il 2019.

Invece il Kosovo resta assolutamente sub-judice, e non tanto per questioni formali (opposizione di 79 altri stati fra cui Russia, Cina e, in ambito europeo, Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro) quanto per la questione sostanziale, di principio: riconoscere il Kosovo sarebbe un precedente pericolosissimo. Infatti potrebbe dare la stura a mille altre rivendicazioni in tutto il mondo, a cominciare proprio dalla piccola enclave serba concentrata a nord del Kosovo il quale, non va dimenticato, al momento della ‘separazione’ era una provincia autonoma della Serbia. Come a dire che, paradossalmente, l’indipendenza del Kosovo aprirebbe la strada alla balcanizzazione del Kosovo stesso…
Infatti in Kosovo, oltre a quattro altre piccole etnie, è assolutamente preponderante quella di lingua albanese e di religione musulmana, la quale costituisce circa il 90% della popolazione, ma i leader kosovari rifiutano categoricamente anche solo ‘mediazioni’ da parte del governo albanese.
E chi sono questi leader kosovari? Sia il presidente che il primo ministro sono ex combattenti che furono armati, finanziati e portati in palmo di mano dalla NATO durante la sua aggressione alla ex-Jugoslavia comunista, aggressione che fu condotta senza mandato dell’ONU. In quella sporca guerra l’Italia si distinse per il sostanzioso contributo di mezzi e uomini (poi decimati dal cancro per uranio impoverito e non solo) e anche perché, ironia del destino, aveva come premier il ‘compagno’ Massimo D’Alema e come vicepremier Mattarella (non Piersanti ma Sergio, il ‘fratello per tutte le stagioni’).

Quando si dice che la guerra alla ex Jugoslavia fu sporca, la massa ipnotizzata dalle press-titute pensa subito alle pulizie etniche perpetrate dai serbi ai danni di tutte le altre enclave, eppure sugli attuali leader kosovari pendono esattamente le stesse accuse, ma di segno opposto, accuse solo in parte derubricate grazie alle potenti amicizie occidentali.
Gli stessi amici si sono dati un gran daffare per introdurre il Kosovo in moltissimi ‘salotti buoni’, tipo il Fondo Monetario Internazionale e la Unione Ciclistica Internazionale (così il Giro d’Italia 2019 magari partirà da Pristina, visto che quest’anno partirà da Gerusalemme ‘capitale di Israele’).

Insomma, la povera gente del Kosovo potrà anche guardarsi dai suoi nemici, ma farà bene a pregare Dio di guardarla dai suoi ‘amici’.

La Massoneria è un'associazione segreta, discreta, atta a favorire gli appartenenti al gruppo

«Sì, la massoneria ha un valore storico. Ma è un potere che minaccia lo Stato»

Risponde lo storico Franco Cardini: «La massoneria dice di non essere più segreta, ma mantiene delle caratteristiche che vanno contro le istituzioni»


Franco Cardini, professore ordinario di Storia medievale presso l’Università di Firenze, non ha dubbi: la segretezza della massoneria non è mai venuta meno. E sebbene la caccia al massone sia una fenomeno strumentale, che verrà superato dopo il 4 marzo, il problema rimane: «il confine stabilito dalla legge non va superato» .

Professore, cos’è la massoneria?

È un’associazione di mutuo soccorso che una volta diventata associazione della classe dirigente è diventata molto più potente. Di per se stessa è segreta: ci si entra con una serie di atti liturgici. Con la rivoluzione francese si è avvicinata alla politica, e durante il Risorgimento molti patrioti sono entrati nella massoneria, perché avversati dalla Chiesa. E lì si è creato uno scontro rimasto insanato.

Qual è stato il suo contributo al Risorgimento?

La diffusione di una sorta di religione civile, fondata sulla virtù, sulla lealtà allo Stato, l’onestà dei cittadini. È una religione civile, non ha un fine trascendente.

Perché la diffidenza nei suoi confronti è durata a lungo?

Perché è una organizzazione di potere: quando i membri della massoneria entrano nei governi agiscono perché siano i confratelli ad occupare posti di potere. È un lavoro di coordinamento di un potere occulto, basato su un patto segreto di aiuto reciproco tra i collegati. Quindi minaccia anche la stabilità dello Stato.

Perché il M5s cavalca questa paura?

Il M5s riprende una vecchia ipotesi comune anche ad altri partiti: la segretezza. Oggi i massoni fanno anche i convegni, però c’è una tradizione secondo cui alcune logge si mantengono coperte, cioè hanno membri che sono segreti, con elenchi non visibili e cerimonie a porte chiuse. Tutto questo può andare contro le leggi dello Stato, perché alcuni elementi sfuggono al controllo dello Stato. Il caso più noto fu quello della P2.

Però fu una degenerazione.

Sì, ma chiunque viene colto in fallo può dire che è stato un malinteso. È una linea di difesa che può anche essere presa per buona. Ma è una posizione apologetica che apre la strada anche a precedenti importanti.

Cosa rinnova la paura nei confronti delle logge?

Ogni tanto viene fuori qualche scandalo legato a questo o quel gruppo massonico e allora tornano le vecchie questioni, ma è un po’ come le attuali critiche di ritorno al fascismo. Non bisogna pensare che queste polemiche abbiano un’origine profonda all’interno dell’opinione pubblica, sono manovrate, sono strategie. È solo una guerra simbolica tra bande in vista del 4 marzo, dopo il quale saranno dimenticate.

Ma chiedere l’esclusione di un massone da un gruppo politico non è antidemocratico?

Non sono democratiche organizzazioni che in parte o in tutto sono segrete. Lo scopo di questa segretezza è favorire personaggi che stanno all’interno del gruppo stesso. La massoneria ritiene di non essere più un’associazione segreta, ma conserva quella che chiamano discrezione. C’è una linea sottilissima che la separa dalla segretezza, che nel nostro codice civile e penale non va oltrepassata. Ma avviene di fatto, il problema è tutto lì.

Mosca sempre più centrale nella diplomazia mondiale

La nuova strategia di Abbas: 
la Palestina ora punta su Putin

FEB 18, 2018 

La decisione degli Stati Uniti di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv, dove si trovano le altre rappresentanze diplomatiche degli altri Paesi, a Gerusalemme, ha indotto il presidente dell’Autorità Nazionale palestinese Mahmoud Abbas a individuare un nuovo paese mediatore per la pace in Medio Oriente: la Russia di Vladimir Putin.

Come spiega Daoud Kuttab, professore emerito presso la Princetown University, in un ‘analisi pubblicata su Al-Monitor, Abbas ha recentemente intensificato la sua offensiva diplomatica sul futuro negoziati di pace, sottolineando la necessità che sia proprio Mosca ad assumere un ruolo che finora era riservato agli Stati Uniti. L’alto consigliere di Abbas, Majdi Khaldi, ha confermato che lo sforzo diplomatico è finalizzato al lancio di una conferenza internazionale di pace. “Qualunque cosa suggeriscano i russi, la accogliamo con favore”, ha spiegato Khaldi.

Abbas e la nuova strategia che guarda a Mosca

La nuova strategia diplomatica di Abbas è confermata dagli incontri serrati di questi ultimi giorni. Il 10 febbraio a Ramallah, il primo ministro indiano Narendra Modi ha firmato quattro accordi commerciali con l’Autorità Palestinese per un totale di 41 milioni di dollari e ha espresso il proprio sostegno per una soluzione “a due stati”: 24 ore dopo Abbas è volato a Mosca per un incontro con il presidente Vladimir Putin. Inoltre, martedì scorso, un alto funzionario dell’Oman, il ministro degli Esteri Yusuf bin Alawi bin Abdullah, è arrivato per la prima volta a Ramallah per una visita ufficiale. Come sottolinea Kuttab, “il viaggio russo di Abbas è estremamente importante in quanto riflette un cambio drastico negli sforzi diplomatici palestinesi, che hanno l’obiettivo di ritagliare un nuovo ruolo per la Russia”. 

Ciò è confermato anche dalle parole dell’ambasciatore palestinese in Russia, Abdel Hafiz Nofal:Vogliamo un mediatore serio nel processo di pace dopo che gli Stati Uniti hanno fallito per oltre 25 anni”, ha detto Nofal. “Crediamo che la Russia sia pronta a svolgere questo compito”. Nofal ha aggiunto che i palestinesi vogliono che la Russia, la Cina e l’Unione europea rivestano un ruolo più rilevante nel nuovo ordine internazionale. 

Il premier palestinese incorona Putin

Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Reuters, il leader palestinese Mahmoud Abbas ha sottolineato davanti a Putin che la Palestina non intende più accettare gli Usa nelle vesti di mediatore nei colloqui di pace con Israele per via della condotta di Washington. “D’ora in poi ci rifiuteremo di collaborare in qualsiasi forma con gli Stati Uniti come mediatori, poiché siamo contrari alle recenti azioni degli Usa”, ha sottolineato Abbas all’inizio dei colloqui con il presidente russo. 

Abbas ha inoltre dichiarato che il “Quartetto per il Medio Oriente” – formato da Unione europea, Usa, Nazioni Unite, Gran Bretagna e Russia, istituto a Madrid nel 2002 – ossia gli attori coinvolti nella mediazione del processo di pace nel conflitto israelo-palestinese, va ampliato. Il modello, ha affermato Abbas, “è quello dell’accordo con l’Iran sul nucleare”. La decisione di Donald Trump di trasferire l’ambasciata americana da Tel-Aviv a Gerusalemme potrebbe avere l’effetto “collaterale” di ridimensionare il ruolo degli Stati Uniti e la sua influenza in Medio Oriente a favore della Russia.

4 marzo 2018 - Partito Valore Umano

Inserita in Politica il 18/02/2018 da Direttore
PVU: 4 seggi di garanzia anche per i movimenti ed i partiti che non dovessero raggiungere tale soglia


Una folla mista di aderenti, sostenitori , simpatizzanti e curiosi si è raccolta al bar San Francesco in via Sbarre Centrali a Reggio Calabria per ascoltare la presentazione del progetto politico del Partito Valore Umano e dei suoi candidati locali: Nino Roschetti, candidato alla camera dei deputati al collegio uninominale n.8 di Reggio Calabria e Gianfranco Sorbara, candidato al collegio plurinominale Calabria sud sempre alla camera. Dopo aver illustrato i punti più innovativi del programma politico nazionale che, peraltro, il prof. Nino Galloni, noto economista e portavoce politico di questo neonato partito sta diffondendo dettagliatamente, evidenziando in particolare le "ricette economiche" che pone in essere il PVU, i candidati si sono soffermati più specificatamente nei loro aspetti più pragmatici.
Innanzitutto i due si dichiarano di fatto gli unici candidati locali ,probabilmente in posizione utile, provenienti realmente dal territorio di Reggio e provincia;la vecchia partitocrazia infatti ha completamente umiliato la provincia di Reggio Calabria candidando, in modo ormai sistematico nelle prime posizioni solo donne e uomini di altre province o addirittura altre regioni e conterranei comunque lontani da queste terre ormai da parecchi anni.
Questo nuovo soggetto politico, che nasce dalla pancia di alcune tra le maggiori associazioni culturali e di volontariato d’Italia si pone l’obiettivo di ridare partecipazione ma soprattutto "dignità ai territori", nella piena libertà di scegliere i propri candidati. Infatti, sebbene la vecchia politica abbia prodotto una nuova legge elettorale senza preferenze, lo stesso ha preferito invece candidare in tutta Italia solo donne e uomini espressione della propria rete e dei collegi di appartenenza.
Altro aspetto importante del dibattito è stato il cosiddetto 3%: seppur nato da pochi mesi, questo partito conta più di 100.000 simpatizzanti e quindi i numeri che sembrano irraggiungibili diventano a portata di mano perché basterà solo che ogni iscritto raccolga quantomeno 10 consensi per poter superare ampiamente la soglia del 3%; oltre al fatto che questa legge prevede 4 seggi di garanzia anche per i movimenti ed i partiti che non dovessero raggiungere tale soglia.
Questo è un tema fondamentale sul quale riflettere poiche´ i detrattori o i poco informati, temendo questa forza giovane che sta trovando consensi in molti ambiti soprattutto perché lontana dai vecchi schieramenti e dai vecchi schemi, tenteranno di influenzare gli elettori sostenendo che la soglia dello sbarramento sarà improbabile e/o invalicabile, sottovalutando invece "l´onda d´urto" che il 4 marzo il Partito Valore Umano certamente produrrà, restituendo la passione per i temi della politica che oggi invece sono vissuti con troppo "distacco".

Lo zombi Renzi non ricorda che è stato al governo

CRUDELE
Matteo Renzi, come lo prende a schiaffi Ferruccio de Bortoli: "Ma chi era al governo?"

18 Febbraio 2018


L'ex direttore del Corriere della sera, Ferruccio de Bortoli, lancia un nuovo siluro contro uno dei suoi bersagli preferiti, il segretario del Pd Matteo Renzi. La simpatia tra i due non è mai sbocciata, peggio è andata poi con la pubblicazione del libro di de Bortoli nel quale tirava in ballo Maria Elena Boschi a proposito dello scandalo di Banca Etruria.



Programmi, promesse, tagli, crescita. Quante occasioni perdute negli ultimi anni! Avevamo tesori e opportunità nascosti e non ce ne siamo accorti. Ma chi era al governo? O era un altro Paese?

L'ultima stilettata del direttore è apparsa su Twitter: "Programmi, promesse, tagli, crescita. Quante occasioni perdute negli ultimi anni! Avevamo tesori e opportunità e non ce ne siamo accorti. Ma chi era al governo? O era un altro Paese?". Limpido il riferimento al leader del Pd e tutta la schiera dei candidati dem che imperversano tra giornali e tv in questi giorni di campagna elettorale.

Medio Oriente e Mar Rosso il suo ruolo strategico per il commercio internazionale


febbraio 18, 2018 


L’assetto del Mar Rosso

Redazione –

Il Mar Rosso è solcato da circa 17000 navi mercantili all’anno, che costituiscono il 20% del commercio globale e la quasi totalità del commercio marittimo tra Europa e Asia. L’accesso al Mar Rosso, e quindi al Canale di Suez, riduce enormemente il tempo e il costo dei trasporti fra Asia ed Europa rispetto alla possibile alternativa, che è la circum-navigazione dell’Africa.

La navigazione del Mar Rosso avviene attraverso alcune strettoie o choke point, che possono essere bloccate con facilità. Questo rende i paesi sulle due coste del Mar Rosso importanti per la sicurezza commerciale di paesi potenti e lontani, perché possono offrire protezione a bande di pirati o di terroristi che effettuano incursioni sui choke point per depredare o distruggere le navi. Questi rischi sono tanto più gravi quanto più si tratta di paesi poveri, travagliati da conflitti etnici e religiosi, da guerre per l’accaparramento delle risorse naturali.

Rivalità per iI controllo dei choke point

Il principale choke point è lo stesso Canale di Suez. L’Egitto lo chiuse dal 1967 al 1975 e l’aumento del costo dei trasporti fra l’Europa e l’Asia fu una delle cause della grave crisi economica che colpì la Gran Bretagna, obbligandola alla svalutazione della sterlina. Questa svalutazione assestò l’ultimo colpo al sistema monetario di Bretton Woods e al gold standard, cambiando la storia economica del mondo.

Più a sud, allo sbocco del Golfo di Aqaba, ci sono due piccole isole disabitate – Tanfir e Sanafir − da cui si può bloccare l’accesso al mare a Israele e alla Giordania. Proprio la chiusura dello stretto formato da queste due isole causò la Guerra dei Sei Giorni fra L’Egitto e Israele nel 1967.

Ancora più a sud le isole Hanish, a metà strada fra l’Eritrea e lo Yemen, formano un’altra strettoia. Nel 1995 Eritrea e Yemen si fecero guerra per il controllo di queste isole.

Infine c’è lo stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso. Nel punto più stretto, fra Gibuti e lo Yemen, il canale di navigazione è largo soltanto 18 miglia. Sul lato asiatico lo Yemen è in guerra civile perenne da decenni. Sul lato africano, a Gibuti, le maggiori potenze globali hanno basi militari, o ambiscono ad averle.


Gli stati del Mar Rosso

Egitto, Israele e Arabia Saudita sono i paesi più importanti della regione.

Il controllo del Canale di Suez dà all’Egitto straordinari vantaggi e poteri, ma nonostante ciò l’economia egiziana è in crisi, soprattutto dopo la rivolta del 2011. L’Egitto è stato costretto a rivolgersi all’Arabia Saudita per ottenere aiuto economico e in cambio ha ceduto all’Arabia il possesso delle isole Tanir e Sanafir. I Sauditi intendono farne la base per il ponte più lungo del mondo, che unisca l’Asia all’Africa.

Israele è costretto a collaborare sia con l’Egitto che con l’Arabia Saudita proprio per tenere libero il choke point rappresentato da Tanir e Sanafir. Inoltre con l’Egitto ha il comune interesse di combattere il jihadismo nel Sinai, con l’Arabia Saudita la comune necessità di contenere l’aggressività dell’Iran, che finanzia arma e sostiene i ribelli Houthi in Yemen e gli Hezbollah in Libano.

L’economia dell’Arabia Saudita dipende interamente dall’esportazione del petrolio, per cui l’accesso alle rotte commerciali è di vitale importanza. L’Iran può bloccare l’accesso dell’Arabia Saudita alle rotte marittime sia in modo diretto sul Golfo Persico, sia in modo indiretto (tramite i ribelli nello Yemen, nel Sinai e sul Corno d’Africa) sul Mar Rosso.

La costa africana del Mar Rosso è costituita da paesi che faticano a mantenere il controllo del territorio e sono travagliati da confitti interni. Questi conflitti hanno due cause: la rivalità per l’accesso alle acque del Nilo e l’instabile posizione del Sudan.

Il Nilo è fonte di vita per l’Egitto, ma nasce sulle alture dell’Etiopia e del Sudan. L’Egitto dipende al 95% da acque che hanno origine al di fuori dei suoi confini, perciò cerca perennemente il controllo sulla politica dell’Etiopia, che potrebbe assetare l’Egitto utilizzando le acque a monte. Ora l’Etiopia sta costruendo la diga “Rinascimento”, e la preoccupazione dell’Egitto è altissima.

Il Sudan è al centro di ben sette paesi confinanti: Egitto, Libia, Chad, Repubblica Centrale Africana, Sud Sudan, Etiopia ed Eritrea. Le tensioni fra questi paesi lo coinvolgono e rendono difficile mantenere la sicurezza, tanto più che la popolazione è frammentata. Il paese si trova in uno stato di guerra civile costante da più di 60 anni. Per difendersi ha sempre cercato aiuti militari dall’estero e ora sobilla in chiave difensiva ribellioni jihadiste nei paesi vicini. Nel 1989 il Sudan divenne cliente dell’Iran (che vuole minare la posizione dell’Arabia Saudita nel Mar Rosso e alimenta la diffusione del jihadismo nel Sahel), ma ora l’Arabia Saudita ha riportato il Sudan nella sua orbita, comprandone l’amicizia con grandi investimenti. Il Sudan collabora strettamente anche con l’Etiopia, cui fornisce tutto il petrolio, con grande preoccupazione dell’Egitto, che perciò coltiva buoni rapporti con il Sud Sudan, come arma di pressione contro il Sudan.

Poi ci sono l’Eritrea e l’Etiopia. Prima del 1993 l’Eritrea era parte dell’Etiopia. All’inizio del 1998 un disaccordo sui confini causò una guerra lunga due anni. L’Etiopia rimase così chiusa nell’entroterra e completamente dipendente da Gibuti per l’accesso al mare.

Potenze regionali che interferiscono: Turchia e Iran

L’Iran si avvicinò al Sudan dopo che un colpo di stato militare portò al potere in Sudan un regime islamista, che concesse all’Iran l’utilizzo del suo porto in cambio di aiuto militare ed economico. L’Iran poté iniziare a contrabbandare armi dal Sudan in Egitto, facendole arrivare ad Hamas a Gaza. In Sudan le armi arrivavano in parte dall’Iran, in parte di contrabbando dalla Libia, soprattutto i missili di fabbricazione russa. Ora i soldi dell’Arabia Saudita fanno da contrappeso all’influenza iraniana sul Sudan.

Anche la Turchia ha aumentato il suo coinvolgimento nel Mar Rosso, ottenendo una base militare in Sudan, che è ancora in costruzione. La Turchia avrà perciò presenza militare sia a nord che a sud del canale di Suez, a difesa dei suoi interessi. La Turchia possiede anche una base militare in Qatar.

Potenze lontane: Cina e USA

Data la dipendenza dell’economia cinese dalle esportazioni, la Cina ha grande interesse al Canale di Suez e al Mar Rosso. Infatti sta costruendo la sua prima base d’oltremare proprio a Gibuti.

Anche gli Stati Uniti riconoscono l’importante ruolo che rivestono il Mar Rosso e il canale di Suez per il commercio internazionale e vogliono evitare possibili atti di terrorismo. Gli Stati Uniti forniscono grandi aiuti militari all’Egitto e hanno rapporti di stretta collaborazione anche con l’Arabia Saudita e con Israele.

Il parossismo acuto dei sionisti ebraici ci conduce alla morte, alla distruzione, all'annientamento

UN TENTATIVO RUSSO DI SEDARE LO STRESS PRE-TRAUMATICO DI BIBI

Maurizio Blondet 18 febbraio 2018 

Diversi lettori sono allarmatissimi per il titolo apparso su Sputnik News: “La Russia sarà al fianco di Israele in caso di attacco da parte dell’Iran”. Cosa succede? Un rovesciamento di alleanze?

A parte che non credo ci sia un’alleanza formale fra Teheran e Mosca, il vice-ambasciatore a Tel Aviv Leonid Frolov ha voluto chiaramente cercare di sedare la più recente manifestazione parossistica del noto disturbo psichiatrico ebraico. Intendo quella che Gilad Atzmon ha genialmente identificato come “Sindrome da Stress PRE traumatico”: la tendenza a soffrire di un pericolo non ancora avvenuto, immaginato e in genere immaginario, per difendersi dal quale – e dall’angoscia che gli produce – la Tribù sente necessario spingere la Superpotenza del momento alla guerra contro il nemico della sua immaginazione, per incenerirlo e cancellarlo dalla faccia della Terra.

Che la sindrome pre-traumatica si manifesti in Netanyahu con incoercibile agitazione psico-motoria ( una dozzina di viaggi a Mosca, USA ed Europa in un mese per gridare che l’Iran è un pericolo per il l’intera umanità, in quanto la vuole carbonizzare con le sue bombe atomiche – che non ha) e con frenesia delirante, lo ha mostrato lui stesso alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza, dove ha brandito quello che sembra un alettone affumicato che ha detto essere i resti del drone-spia “iraniano” partito secondo lui dalla Siria, il cui sorvolo sulle teste del popolo eletto si configura come un tentato Olocausto, anzi di fatto già iniziato: lo stress PRE-traumatico è così. E’ un disturbo serio. Mica c’è da scherzarci.

Quanto questa affezione psichica sia pericolosa – non per il malato, ma per tutti i vicini geopolitici, è ormai comprovato dai 17 anni dì guerre, stragi di minoranze e pulizie etniche e milioni di profughi, destabilizzazioni e istigazioni alle guerre civili, che USA ed Occidente – su istruzioni della Lobby – hanno condotto dall’Irak alla Libia, dall’Afghanistan alla Somalia alla Siria, nella speranza di calmare l’ansia di Sion eliminando e devastando tutti i suoi avversari circonvicini futuri, potenziali, onirici, fittizi fantastici.

Una terapia che invece di placare l’angoscia della Vittima per eccellenza, non ha fatto che renderla più acuta e parossistica; Essa si sente ancor più in pericolo di prima. Perché, per una serie di errori di calcolo che mai ammetterà, la distruzione dell’Irak laico governato dal dittatore sunnita Saddam (che la Vittima credette il Nemico Principale) ha praticamente fatto gravitare il nuovo Irak, a dominanza sciita, nella sfera dell’Iran. La guerra per interposti Jihadisti decapitatori sferrata in Siria ha parimenti aumentato e avvicinato – invece di allontanarlo – quello che la PRE Vittima adesso vede come il grande pericolo esistenziale imminente e concreto, il corridoio sciita formato dagli stessi interventi ebraico-americani, che ha reso comunicante Hezbollah e gli alawiti con l’Iran. Con tutte le sue 200 testate atomiche, Israele si sente insicura. L’Iran ha acceduto ad una moratoria sul nucleare, ma ciò ha reso acutissime le prospettive del Popolo Eletto di sentirsi vetrificare dalle bombe atomiche iraniane; detto Popolo Eletto è riuscito a far sì che il presidente Trump stracciasse, per la parte Usa, l’accordo con l’Iran, e Netanyahu con la nota lobby stanno facendo tutte le più forti pressione sull’Europa, perché faccia altrettanto e stracci quest’accordo – accordo, si badi, per cui Teheran ha rinunciato per decenni allo sviluppo del nucleare, e quindi dovrebbe tranquillizzare: invece è il contrario.

Netanyahu durante un precedente grave accesso di Stress PRE-Traumatico (ONU, 2012)

Ma chi può giudicare quell’anima collettiva che tanto ha sofferto per colpa dei goym fin dai tempi dell’Esodo? Israele dormiva tranquilla quando sul Golan, ossia ai suoi confini, c’erano Al Qaeda e il suo ISIS; non riesce a chiudere occhio perché teme ci vengano gli iraniani. Allo stesso modo, Israele si sente più sicura con un Iran che recuperi, sul nucleare, la mano libera. E’ esattamente come nel racconto La Tana di Franz Kafka (1923): un roditore si è costruito una tana così perfetta, impenetrabile, ricca di cunicoli e labirinti, che il suo facitore si sente perfettamente al sicuro da ogni nemico non standoci dentro, ma standone fuori, e guardando dall’esterno come l’entrata del suo rifugio sia perfettamente mimetizzata.


Così si capiscono le parole del vice-ambasciatore Leonid Frolov: “In caso di aggressione contro Israele, non solo gli Stati Uniti saranno dalla parte di Israele ma anche la Russia si schiererà al suo fianco. Molti dei nostri compatrioti vivono qui in Israele e Israele è un paese amico. Quindi non permetteremo alcuna aggressione contro Israele”. 


L’intenzione emolliente e lenitiva del PRE-Traumatizzato è evidente: SE l’Iran ti fa la guerra, ti difendiamo noi. Sarai difeso dalla Superpotenza ed anche dalla potenza regionale, la Russia. E’ ovvio che, trattandosi qui di un adulto sano di mente, Frolov sa benissimo che l’Iran non aggredirà mai Israele, non avendo nessun desiderio di ricevere un bombardamento atomico; e che è invece la Vittima PRE-Traumatica ad aggredire l’Iran e a cercare in tutto i modi di farlo bombardare dalla Superpotenza PRIMA, in anticipo, o di destabilizzarlo armando le sue minoranze interne, insomma rendendo ancora più sanguinosamente intricato il caos sterminatore che la Vittima e i suoi servitori occidentali hanno creato nell’inutile sforzo di far sentire sicura Israele. Siccome il diplomatico russo non soffre di Sindrome da Stress Pre-Traumatico, sa di poter impegnare la Russia in una eventualità che non ha alcuna ragionevole possibilità di accadere; anche perché la Russia sta al centro della diplomazia dell’area; sta trattando anche coi nemici che ha bombardato fino a ieri (o ancora bombarda) per convincerli a sedersi attorno ad un tavolo a far ascoltare le loro ragioni legittime; parla con Teheran e sa che potrebbe sventare un colpo di testa improvviso, da cui peraltro il regime degli ayatollah non sembra incline.

“Dare garanzie”, era diplomazia una volta

D’altra parte capisco il disorientamento di alcuni lettori a questa profferta della Russia. Il motivo è che il ventennio dell’eccezionalismo talmudico-americano ci ha abituato a credere che la “diplomazia” nei rapporti con stati esteri consista nella minaccia di incenerirli con attacchi preventivi, nel bollare come pazzi criminali i loro capi, nell’accusarli di ingerirsi negli affari interni americani con blog e con le batterie degli smartphone Made in China; ormai crediamo che sia “diplomazia” il pagamento di rivoltosi interni per rovesciarne i governi, l’imposizione di ultimatum atomici e di sanzioni che impediscano agli stati “nemici” anche di acquistare medicinali o ricambi di aereo. Frolov, con la sua profferta emolliente a Sion, ha usato invece un accorgimento diplomatico che si chiama “dare garanzie”. Una volta si usava, anzi la diplomazia era essenzialmente un dare garanzie. Non credo che funzionerà, con Netanyahu. Ma è stato bello tentare.

Corea del Nord - Trump vuole la guerra ma non vuole pagare pegno. Impossibile

Corea del Nord, le tensioni 
tra Pentagono e Casa Bianca

FEB 18, 2018 

Queste ultime settimane sono state segnate dalle tensioni, sempre più percettibili, tra la Casa Bianca e il Pentagono rispetto alla strategia da adottare nei confronti della Corea del Nord. Come riportato dal New York Times, infatti, la Casa Bianca ha cominciato a mostrare evidenti segni di insofferenza nel confronti del Pentagono per la riluttanza a fornire al presidente Donald Trump opzioni per un attacco militare contro Pyongyang.

Se il generale McMaster, consulente per la sicurezza nazionale, ritiene che i moniti di Trump alla Corea del Nord per essere credibili debbano essere sostenuti da solidi piani militari, per il Pentagono la Casa Bianca si sta muovendo in maniera frettolosa e un attacco militare alla Penisola coreana potrebbe avere conseguenze catastrofiche. Tali tensioni si sono dunque riservate sulla scena pubblica, benché la realtà sia più complessa e sfumata.

Cosa sta succedendo tra pentagono e Casa Bianca?

A fornire una delucidazione sulle recenti diatribe interne all’amministrazione Usa è un articolo pubblicato su Foreign Affairs, l’autorevole rivista statunitense a cura del Council on Foreign Relations: “L’apparente rifiuto del Pentagono di consegnare i piani militari richiesti dalla Casa Bianca molto probabilmente derivava da una serie di fattori estranei ai sentimenti del Dipartimento della Difesa verso il presidente o verso la sua politica estera”, osservano Julianne Smith e Loren DeJonge Schulman.

In questo caso, spiegano i due analisti americani, “i parametri fissati dalla Casa Bianca, ovvero basso rischio per le forze statunitensi, per la Corea del Sud e nel provocare una risposta della Corea del Nord, ma alti danni al programma nucleare di Pyongyang – potrebbero essere stati semplicemente insostenibili. Dopotutto, non esiste un’opzione che contempli un attacco chirurgico efficace verso la la Corea del Nord che possa infliggere in modo affidabile danni determinanti alle strutture militari senza provocare ritorsioni devastanti”.

Nsc e Pentagono, una conflittualità storica

Le frizioni tra il Consiglio di sicurezza nazionale (Nsc) e Pentagono sono emerse più volte in quasi tutte le amministrazioni americane, soprattutto quando si parla di pianificazione militare. Le agenzie hanno ruoli diversi nello sviluppo di opzioni militari ma, come sottolineano Smith e Schulman, “nessuna delle due fa la sua parte come l’altra vorrebbe”.

Per esempio, quando il presidente Barack Obama chiese al Pentagono di delineare un potenziale piano di intervento in Siria durante le prime fasi del conflitto, ricevette solo una proposta, e non era quella che speravano lui o il suo staff: Obama sperava di avere un piano con un rischio minimo per il personale statunitense ma il Pentagono era di ben altro avviso. “Il problema – affermano i due esperti su Foreign Affairs – non è la tensione tra Nsc e Pentagono. Il punto è che la Casa Bianca non ha una strategia in merito alla Corea del Nord o ne cambia i parametri ogni giorno. Se si è seduti nel Dipartimento di Stato, a Seul, o a Pyongyang, è difficile sapere cosa la Casa Bianca voglia realmente”. 

Dopotutto il Pentagono esprime una posizione realistica: non c’è attacco preventivo o limitato che possa essere veramente efficace e che scongiuri in modo inequivocabile una reazione devastante di Kim Jong-un: qualsiasi tipo di attacco militare contro Pyongyang metterebbe in serio pericolo gli alleati degli Stati Uniti nella regione e questo gli Usa non possono permetterselo.

Polonia - i sionisti ebrei hanno speculato troppo, il pendolo comincia l'oscillazione in senso opposto e nulla possono fare per fermarlo

A MONACO

«Responsabilità anche degli ebrei» Scontro Polonia-Israele sulle parole di Morawiecki. Netanyahu: oltraggio

Il premier polacco alla conferenza sulla sicurezza. L’ira del primo ministro israeliano

18 febbraio 2018

Una telecamera riprende il premier polacco Mateusz Morawiecki, 49 anni (Epa)

Ancora tensione tra Polonia e Israele dopo la recente approvazione della legge sulla Shoah a Varsavia e le ultime dichiarazioni del premier polacco Mateusz Morawiecki durante la conferenza sulla sicurezza di Monaco, in Germania. Rispondendo alla domanda di un giornalista sui casi di collaborazionismo nella Seconda guerra mondiale, Morawiecki ha parlato di responsabili «polacchi ma anche ebrei, russi, ucraini, non solo tedeschi». Immediata la reazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: «Parole oltraggiose, che dimostrano incapacità di comprendere la Storia e mancanza di sensibilità per la tragedia della nostra gente».

Domanda e risposta

La domanda a Morawiecki era stata posta dal reporter investigativo israeliano Ronen Bergman e accompagnata dagli applausi: «Mia madre fuggì dalla Gestapo in Polonia poco dopo aver saputo che i suoi vicini polacchi l’avevano denunciata, se raccontassi questa storia sarei considerato un criminale nel suo Paese?». Risposta di Morawiecki, definita «incredibile» dallo stesso Bergman che l’ha riportata su Twitter: «Non sarà incriminabile per aver detto che c’erano criminali polacchi, se si aggiungerà che c’erano anche criminali ebrei, russi, ucraini, e tedeschi».

La legge e la memoria

Lo scambio si riferiva alla legge sulla memoria dell’Olocausto voluta dal governo nazional-conservatore di Morawiecki, l’uomo scelto dal leader carismatico Jaroslaw Kaczynski per prendere il posto di Beata Szydlo alla guida dell’esecutivo in una fase di forte frizione con i partner e le istituzioni europee. La nuova norma, che nelle intenzioni di Varsavia dovrebbe difendere la verità storica ma traduce in legge pericolose tentazioni revisioniste, prevede fino a tre anni di carcere per chiunque, anche cittadino straniero, attribuisca alla nazione polacca responsabilità per i crimini nazisti, usando ad esempio l’espressione «campi di concentramento polacchi». Israele, Unione europea, Stati Uniti hanno messo in guardia dal tentativo di «riscrivere la Storia». Ultimo capitolo di un doloroso scontro sulla memoria tornata strumentale tema politico nell’intero Centro-Est, in un generale clima di polarizzazione anti-occidentale.