Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 23 aprile 2018

Il Poliscriba, razza in estinzione - ...

Lebbra sulle labbra [Il Poliscriba]


Il Poliscriba
22 aprile 2018

A forza di scrivere il dai e dai della vita, si diventa dei forzati del blabla e si pretende, impunemente, di essere liberati dai lettori.
Che narcisismo mal simulato il pontificare su questo e quello.
Poi ti viene in soccorso l’intimismo, la diaristica agostiniana o ti dai al confessionale laico: puro distillato d’arte linguistica.
Ci sei tu, il monitor, le tue stracche considerazioni sulla vita, sul trememondo, sul florilegio di sessi che si accoppano preterintenzionalmente.
Ergo, ti ergi ad accusatore, difensore, giudice di stramaledette intonazioni dies irae: scorregge intellettuali da una testa borlotto immersa in una zuppa demografica indigesta.
Fuori dal proprio pandemonio, incastrato tra le orecchie e il collo, esiste un circondario infestato da bipedi a te estranei, una sorta di centro smistamento frutta e ortaggi, ma tu credi di essere la bilancia, il sacchettino bio da 0.02 cent che abbatte il massacro ecologico o il guanto trasparente non riciclabile che riporta la plastica in auge sui profili social.
Tasto numero 9 … scontrino.
Siete stati pesati e siete stati trovati insufficienti.
Altro che spade di Damocle!

In giro è tutto un sospingersi di culi infilzati da qualcosa, una riedizione calcistica dei mondiali di Spagna, quando si vociferava che, agli azzurri, si somministravano purganti per farli toreare meglio sotto rete.
Dalla finestra il voyeurismo è assicurato, anche dal desktop.
Addossato al davanzale, scorgo l’uomo monocita che striscia da zombie a passo di zumba, esaltando la collettivizzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti, rantolando selfie. S’infila dentro al carnevale, ai coriandoli ammucchiati nella favela, lanciandosi in un barcollante samba cannibale tra moschee d’accatto, centri commerciali e ammiccamenti anarchici, poco erotici, che peggio di Kubrick non si può.
Bisogna decidersi da quale parte NON stare: sfruttatori o sfruttati? papponi o puttane? vittime o carnefici? consumatori o produttori? me stesso o altro da me?
Lo spicciolo nel taschino del portafoglio ci informa sempre sui padroni occulti, su quel sangue esattoriale che cachiamo dalle feci, che portiamo in laboratorio e ficchiamo anonimi nell’urna elettorale, impauriti dall’eventualità dell’ennesima neoplasia plutocratica.
Tsé… tsé! È il negro islamico il grosso problema, mica l’ebreo internazionale o la culona inchiavabile o il nanetto francese che si faceva prestare i soldi dal beduino, già morto e ammazzato per volontà della Elf e dei mondialisti.
Leggere di Velenia, la donna più potente delle neocosche siciliane, rimette in ordine lo stomaco e tutto quel ciarpame polcor femminista e femminilizzante.
Montalbano, a questo punto, si deve ricredere, e con lui il cav. Camilleri … minchia mammà!
Si scivola all’ombra dei muri insozzati da Acab, dentro il ventre verminoso del leviatano urbano spiaggiato sopra una merda di PRG (Piano Regolatore Generale)
Nessuno prende più mazzette?
Parola del M5S, un partito sano, nato in provetta, assemblato artificialmente dal seme di Casaleggio e dal movimento dei movimenti: quella roba uscita dalla grammatica generativa universale di Chomsky, per gentile intercessione della sua stagista Klein, molto no logo a procedere, tutti ectoplasmi brandizzati dalla controeditoria ebraica, e da quel Soros che per le corna non si riesce a prendere, perché la demonocrazia non è esorcizzabile.
La pena è cominciata da un pezzo, in Alexanderplatz; non se ne vede la fine, ma si sente un vomitar di jazz, un New York, New York stonato, uno sfottò variegato dalle dragqueens, Fassbinder e Döblin, che si esibiscono davanti a fosse comuni, in giarrettiere e cilindro, pronte ad essere occupate dai prossimi intellettuali organici … Auf Wiedersehen, Lola Lola.
Un’Eco post mortem tracima livore semiologico da un foro occipitale e, dalle pareti di una trincea infangata di antifascismo in assenza totale di fascismo, s’ode un lamento: “Sono l’affare Dreyfus, il mio espresso ha deragliato dopo un devastante scontro ravvicinato del terzo schifo con dei falsi Protocolli dei Savi di Sion, ed ora, morto e sepolto come sono, sotto un metro di terra nel cimitero di Praga, me ne frego!”. 
La mano mozza di Cendrars pende da un epitaffio in onore di d’Annunzio mostrando il dito medio: dannato nunzio sistolico di una pericardite eroica, vate sconsiderato, sciolto da pioggia acida o arso morto in un vittoriale pineto, infiammato da una piromania di mezz’estate, commissionata da Laqualunque Cetto, seduto in cima ad una montagna di pilu che ha dato buca a Maometto.
A furia di pogo mi stacco dal davanzale, chiudo il foro occipitale: lisergico anal-ogico dal piatto m’assale God save the Queen del morto Sid.

Siria - parrebbe che si sta preparando un nuovo attacco fantasma con i gas con conseguente ulteriori missili umanitari

Gli Stati Uniti vogliono aprire un secondo fronte in Siria…! ALEXANDER KOTS

Maurizio Blondet 22 aprile 2018 

Per attualizzare questo nuovo fronte, si ritiene che a Damasco i terroristi, possano mettere in atto di nuovo una “provocazione chimica“, dice il commissario militare russo Alexander Kots.

Diverse fonti siriane hanno riferito giovedì di attività senza precedenti dei vari gruppi jihadisti militanti nel sud della Siria .
Distaccamenti “al-Nusra“, “Free Syrian Army” e “rimanenze dell’ISIS” , arrivati lì nel sud da Deir ez-Zor, stanno attivamente cercando di espandere la loro area di intervento terrorista, attaccando le forze governative. E tutto questo accade nella zona di distensione a sud, dove deve essere osservato il regime del silenzio. Tuttavia, gli Stati Uniti e Giordania , che sorvegliano queste aree, tacciono ogni volta che viene violata l’intesa della zona pacificata e non prendono alcuna misura contro i jihadisti.

Non molto tempo fa, quasi tutti i gruppi terroristi detti “militanti “, operanti nelle province meridionali diSuweida, Deraa e Qwneitra hanno deciso di unirsi. Questo significa che stanno pianificando azioni su larga scala.
Non possono essere difese insieme da nessuno : le forze governative mantengono un regime di silenzio e non invadono il loro pezzo di “torta” nella zona di distensione. Quindi nel prossimo futuro possono scoppiare dei combattimenti. E non si può dubitare, anzi è più che sicuro che, nell’aggravarsi della crisi di scontro militare del “regime di cessate il fuoco” verrà accusata ufficialmente Damasco.

Fonti sul campo delle forze dell’ordine siriane riferiscono che la ragione di tale offensiva potrebbe essere un’altra provocazione con l’uso di armi chimiche, con la la loro messa in scena. Come hanno dimostrato gli eventi in Douma, nessuno si preoccuperà di cercare prove.

In Occidente si è percepita con molto “dolore” la vittoria di Damasco nell’Est Gouta e specialmente a Douma.

Gruppi di “opposizione moderata” sostenuti dagli americani hanno preso il “treno espresso verde” per la provincia di Idlib.

Gli Stati Uniti hanno perso una potente leva di pressione sulla capitale e certamente vorranno vendicarsi per questa sconfitta.


L’intelligence siriana nelle ultime settimane ha registrato un gran numero di “rifornimenti umanitari” (per modo di dire), nelle province meridionali vicine alla Giordania.
Tuttavia, il contenuto dei camion si può solo indovinare. Il gruppo combinato di militanti ha oggi circa 12.000 baionette. Hanno a loro disposizione – artiglieria pesante, carri armati, sistemi di lancio di razzi, armi di piccolo calibro e supporto americano….e se li aiuta l’estero, un branco del genere può “fare rumore“.

Allo stesso tempo, gli americani e i loro alleati possono effettivamente sostenere l’offensiva dei terroristi – le loro tattiche hanno funzionato.

Il nuovo uso di armi chimiche è annunciato ufficialmente…..!

Le “forze del bene” guidate dall’ottavo gruppo di portaerei, che dovrebbe presto apparire vicino alla costa della Siria, infliggeranno “ritorsioni” ai “soggetti” coinvolti nell’attacco chimico o sulle forze che hanno “violato il cessate il fuoco” – ovviamente l’esercito siriano.
In ogni caso, gli attacchi queste “forze” possono rivelarsi nella loro efferatezza sulle linee di difesa delle forze governative, sulla loro artiglieria, o si campi di aviazione siriani.
In realtà, i terroristi possono contare sul supporto aereo americano, facile da utilizzare.

Certo, la capitale della Siria non può più essere presa da tali forze. 

Ma i gruppi terroristi fedeli agli statunitensi possono seriamente espandere il proprio territorio, conquistando completamente le province meridionali. E questo taglio allontana la Giordania dalla Siria in modo ufficiale…… e crea tutti i prerequisiti per la nascita dell’educazione pseudo-pubblica nel sud del paese con capitale Deraa – che è ancora sotto il controllo di Damasco – come nel nord la zona kurda.

In questo contesto, la versione della cospirazione che l’attacco del 14 aprile con un centinaio di missili “cruise” era solo una battaglia di ricognizione, non sembra poi così fantasiosa….!

trd russo Mihaela Bruja

Afghanistan - l'Isis sconfitto in Siria è stato spostato sulle montagne. Foraggiato dall'Arabia Saudita, dagli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Agisce contro la popolazione inerme con attentati


Attentato kamikaze a Kabul fa decine di vittime: l'Isis rivendica

(afp)

Il bilancio, provvisorio, è di 48 morti e 112 feriti. Colpito un centro elettorale di Pul-e-Khumri City, capoluogo della provincia settentrionale afgana di Baghlan 

22 aprile 2018

Ancora una domenica di sangue a Kabul. E' di almeno 48 morti e 112 feriti il bilancio dell'attacco oggi di un kamikaze ad un centro elettorale situato in una scuola di Kabul. Lo ha reso noto il ministro della Sanità, Wahid Majroh.

L'espolsione è avvenuta in un centro elettorale di Pul-e-Khumri City, capoluogo della provincia settentrionale afgana di Baghlan. Fonti amministrative locali hanno indicato che l'attentato ha avuto caratteristiche simili a quello realizzato all'ingresso di una scuola di Kabul in cui hanno perso la vita almeno 12 persone.

L'attentato è stato rivendicato dall'Isis. I talebani, riportano Haaretz e Al Arabiya, hanno negato un proprio coinvolgimento nel bagno di sangue odierno nella capitale dell'Afghanistan.


Il presidente afgano Ashraf Ghani ha condannato gli "odiosi attentati" realizzati a Kabul e nella provincia settentrionale di Baghlan contro centri elettorali organizzati per la registrazione dei cittadini in vista della consultazione legislativa del 20 ottobre.

In un comunicato il capo dello Stato ha presentato le sue condoglianze ai famigliari delle vittime e ordinato alle autorità competenti di fornire ad esse la massima assistenza possibile.

Solo un mese fa un'azione suicida rivendicata dall'Isis nei pressi di un santuario sciita nella zona ovest della città, ha causato una trentina di morti.

Nel mese di febbraio diversi attacchi sono stati messi a segni contro l'esercito ora dai talebani, ora dall'Isis.

A gennaio a colpire la capitale afgana fu invece una terribile strage compiuta con un'ambulanza imbotita di esplosivo e rivendicata dai talebani: allora le vittime furono 103 e 253 i feriti.

La serie di attentati a Kabul sembra non avere fine ed è probabilmente mirata a creare un clima di sfiducia e di sconforto che mina il sostegno al governo del presidente Ashraf Ghani, indebolendo la credibilità della sua offerta ai talebani, presentata due mesi fa: intraprendere dei colloqui finalizzati al raggiungimento della pace.

I talebani invece proseguono nella loro campagna armata contro le forze militari internazionali di stanza in Afghanistan per riconquistare il potere e reimporre la loro restrittiva applicazione dei dettami coranici. E lo Stato Islamico rilancia per far sentire la sua presenza sul territorio.

domenica 22 aprile 2018

Siria - fa specie che i telegiornali italiani parlano di attacco di gas trattati con acqua che esce dai tubi, non si rendono conto di essere ridicoli

La Russia porterà all’Onu la testimonianza di Hamid, il ragazzo icona “dell’attacco chimico di Assad”

20.04.2018 - L'Antidiplomatico

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

(Foto di L'Antidiplomatico: Hasan Diab)

Si sgretola la propaganda che ha coperto il bombardamento di Francia, Regno Unito e Siria

Nell’ospedale di Douma entra la troupe di RT ed emergono nuovi elementi sul presunto attacco “chimico” preso a pretesto da Francia, Gran Bretagna e Usa per i bombardamenti illegali della settimana scorsa di Francia, Usa e Gran Bretagna.

La troupe di RT è riuscita ad intervistare il ragazzo che nei video diventati virali prima del bombardamento si è trasformato in una delle icone del “massacro con armi chimiche di Assad”. E’ nota la propaganda “umanitaria” che serve a far tollerare quello che è umanamente non è tollerabile: le bombe. Conosciamo la storia che si ripeta dalla Jugoslavia ad oggi. Ma è incredibile come un numero sempre minore ma comunque consistente di persone possano ancora dar fede ai vari Saviano, Littizzetto, Volo e compari.

Ebbene, Hassan Diab, ragazzino di 11 anni, tremante nel video diffuso dai media mainstream dopo essere stato pubblicato dal gruppo Douma Revolution su Facebook, racconta la sua versione dei fatti.

L’organizzazione in questione, insieme alla controversa “Elmetti Bianchi”, è stata tra le principali fonti delle accuse contro il governo siriano. Nel tentativo di far luce sulla storia,RT ha intervistato il giovane, che è stato ritratto come una “vittima” nel filmato. Hassan Diab sostiene che era con sua madre quando sono stati invitati a correre verso l’ospedale. “Siamo stati portati fuori e ci hanno detto a tutti di andare all’ospedale. Sono stato immediatamente portato al piano superiore, e hanno iniziato a riversarmi acqua addosso”, ha ricordato il ragazzo.

“I medici hanno iniziato a filmarci qui [nell’ospedale], stavano versando acqua e facendo video”, ha aggiunto. Il padre di Hassan più tardi si è precipitato in ospedale. “Sono rimasto molto sorpreso e ho chiesto cosa fosse successo, perché gli occhi di mio figlio erano così rossi. Ho scoperto che era acqua, ma faceva freddo, avrebbe potuto ammalarsi. Ed era stato spogliato”, ha raccontato l’uomo a RT.

L’emittente russa VGTRK è stata la prima a trovare il ragazzo e suo padre e ha fatto circolare la storia. Ora, Mosca ha in programma di mostrare il video su Hassan alla prossima riunione del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Lo ha annunciato oggi l’inviato delle Nazioni Unite in Russia, Vassily Nebenzia.

Nonostante i dubbi, la mancanza di prove, i post dei social media non confermati da nessuna autorità e la non attendibilità manifesta dei famigerati White Helmets, tre paesi hanno ritenuto di poter bombardare la Siria. La verità inizia ad emergere e l’ennesimo crimine internazionale di membri della Nato resterà impunito come quelli precedenti.


Mediaset 2016 300 milioni di perdite

CorSera Silvio Berlusconi Regina Grimilde : Mediaset i conti non tornano, sono truccati come quelli del Monte dei Paschi di Siena ?


Milano 22 Aprile 2018

Silvio Berlusconi appare sempre più fuori di senno nell'agone politico . Il cavaliere di Arcore nei panni della Regina Grimilde svuota la rabbia contro gli italiani che a suo dire lo hanno tradito nel segreto dell'urna elettorale , balbetta, inciampa, lancia sguardi dardeggianti di odio verso Luigi Di Maio, quale venditore di gazzose a cui Berlusconi farebbe "pulire i cessi delle sue aziende". Un teatrino bizzarro, quasi stucchevole, che forse nasconde la preoccupazione per l'andamento del suo impero, che nell'ultimo bilancio di esercizio, quello del 2016, ha riportato perdite record per circa 300 milioni di euro . La corrazzata del suo impero vacilla sotto i colpi della crisi economica e i costi ormai sono fuori controllo. Il precario equilibrio finanziario delle aziende berlusconiane potrebbe accartocciarsi nel breve volgere di qualche settimana, senza la stampella politica. I parametri tra patrimonio netto, attivo circolante e leva finanziaria, sono saltati, e tutto sembra ormai in una fase di accentuato tracollo. I conti non tengono, tutti lo sanno all'interno di Mediaset. Anche l'ultima operazione di maquillage, l'accordo Premium Sky, è un palliativo, che ha scaricato l'immenso peso dell'indebitamento di Premium, in un affascinante matrimonio mediatico, ma niente di più. Molti si domandano allora, se i conti di Mediaset non siano stati truccati come quelli del Monte dei Paschi di Siena?

L'ultima speranza per Silvio Berlusconi di salvare il suo impero, è ancora una volta quello di ricorrere alla politica, puntellare le aziende , impedendo in ogni modo che il secondo polo televisivo italiano si accartocci dopo un provvedimento dell'antitrust sulla eccessiva concentrazione di tre televisioni nelle mani di un singolo imprenditore. In effetti quella del gruppo televisivo Mediaset è un'anomalia del tutto italiana, perchè in nessun altro paese del mondo occidentale, esiste ancora una concentrazione dell'informazione ad appannaggio di una sola azienda.Luigi Di Maio e Cairo tengono nel mirino l'impero di Silvio Berlusconi, pronti a farne un solo boccone, liberando per altro l'Italia da una stato di oligopolio dell'informazione . CorSera. it 

Prossimo presente governo M5S-Centrodestra escluso lo zombi. Il Quirinale non faccia scherzi ora adesso subito il pre-incarico a Salvini

Le mosse di Salvini per far saltare i piani del Quirinale

La Lega è pronta a sfilarsi nel caso il Colle dovesse passare al piano B, quello del cosiddetto governo del presidente 

Adalberto Signore - Sab, 21/04/2018 - 21:20

Per ragioni diverse, ma forse con interessi in parte convergenti, Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno davvero fatto quanto era nelle loro possibilità per provare a tenere in vita il mandato esplorativo del presidente del Senato.


Le consultazioni di Elisabetta Alberti Casellati avevano infatti paletti ben delineati dal Colle e prevedevano la verifica di una possibile intesa tra il centrodestra e il M5s. Archiviata l'esplorazione della seconda carica dello Stato, dunque, il Quirinale ha accantonato anche quello schema di gioco ed è ora intenzionato a verificare la possibilità di una collaborazione tra M5s e Pd.

Uno scenario, questo, che evidentemente non fa gioco né a Di Maio né a Salvini. Per il primo, infatti, sarà quasi impossibile continuare a proporsi come candidato premier, anche nel caso - che al momento pare improbabile - che possa ottenere dal Colle il mandato esplorativo. Che Matteo Renzi possa alla fine dare il suo benestare ad un accordo con il Movimento della Casaleggio Associati, infatti, non è affatto scontato ma, anche fosse, di certo l'intesa prevederebbe un passo indietro di Di Maio. Insomma, per il leader pentastellato i margini di manovra sembrano davvero esigui. Anche dovesse andare in porto un esecutivo M5s-Pd, non potrà essere lui a presiederlo.

Diversa e certamente meno complicata la partita di Salvini. Che ha soprattutto bisogno di giustificare davanti al suo elettorato il perché del buco nell'acqua. Di qui i ripetuti appelli al senso di responsabilità, la disponibilità al confronto e alla mediazione fino allo stremo delle forze: sia con Berlusconi che verso Di Maio. Non è un caso che il segretario della Lega vada ripetendo da giorni quasi fosse un mantra che il contatto con il leader M5s è costante, via telefono e con sms e scambi whatsapp. Ancora ieri e nonostante il mandato della Casellati fosse limitato ad un'intesa tra tutto il centrodestra e il M5s, intesa che pare definitivamente archiviata dallo scontro all'arma bianca andato in scena tra Silvio Berlusconi e i Cinque stelle sempre ieri. Insomma, nonostante i paletti del Colle, Salvini ci tiene a veicolare la possibilità di un accordo direttamente con Di Maio con la possibile nascita di un asse Lega-M5s e la rottura della coalizione di centrodestra. Scenario improbabile ma comunque possibile, tanto che Mattarella si è visto in qualche modo costretto a «concedere» due giorni ai protagonisti della trattativa per verificare se ci saranno fatti nuovi.

Comunque vada, Salvini potrà dire di aver fatto di tutto per trovare un intesa ragionevole e dar vita ad un esecutivo. Il leader della Lega, insomma, sta anche mettendo le mani avanti per evitare che qualcuno possa accollargli il fallimento della trattativa. Ed è anche in questa ottica che ha preferito fare un passo indietro sulle presidenze di Camera e Senato (considerando peraltro che quest'ultima avrebbe persino potuta rivendicarla per lui). È proprio seguendo questa direttrice che negli ultimi giorni Salvini ha iniziato un forte pressing sul Quirinale. Un primo segnale lo ha mandato quando ha preferito sottrarsi alle consultazioni della Casellati perché impegnato in un appuntamento elettorale in Sicilia, un gesto che sul Colle hanno interpretato come una presa di distanza. Il secondo segnale è arrivato giovedì sera ed è stato ribadito con forza ieri. Il leader della Lega si è infatti autocandidato per un mandato esplorativo che peraltro Mattarella non ha alcuna intenzione di dargli. E - questa la lettura che danno non solo al Quirinale - lo ha fatto soprattutto per mettersi nelle condizioni di dire che la sua disponibilità a giocare la partita era totale. Lo stesso facevano ieri diversi parlamentari del Carroccio, convinti che «la palla sia ora nelle mani di Mattarella». Sono i primi segnali del fatto che la Lega è pronta a sfilarsi nel caso il Colle dovesse passare al piano B, quello del cosiddetto governo del presidente.

Giulio Sapelli - Il mondo più multipolare grazie a Trump e a Putin. Per il momento le Consorterie Guerrafondaie Statunitensi ed Ebraiche al palo

GEO-FINANZA/ Sapelli: la Germania ci sta uccidendo, Trump e Putin possono salvarci

L'Europa continua a essere debole economicamente e rischia di spaccarsi. Trump e Putin possono però liberarla dal dominio tedesco, spiega GIULIO SAPELLI

21 APRILE 2018 GIULIO SAPELLI

Vladimir Putin (Lapresse)

Tutto avanza con lentezza su scala mondiale. La crescita esiste, ma è bassissima (solo grazie alle banche centrali): è una successione di equilibri subito dismessi per percentuali di punto con una distribuzione internazionale che è quella di sempre, tra le centrali dell'accumulazione capitalistica che sono storiche (Usa ed Europa) e i Brics, che oggi non abbiamo ancora deciso come teoricamente identificare, se non come motori di una crescita anch'essa lentissima. Tutto è squilibrato e tutto è fuori squadra. Ma lentamente emergono segni di riassestamento. La Germania e quindi l'Europa sprofondano nella deflazione che potrebbe essere mortale, ma s'intravedono sprazzi di reazione. Vediamoli.

Il primo è l'aumento salariale contrattuale dei lavoratori dipendenti e pubblici in Germania: non s'investe il surplus commerciale, ma lo Stato come imprenditore collettivo, da un lato, e le imprese con il loro profitto che si destina al salario, dall'altro, devono alimentare la domanda interna e dare quindi respiro a un'economia che altrimenti muore soffocata e con sé rischia di soffocare tutta l'Europa. Questa va in pezzi.

Certo, non v'è dubbio che Macron è niente più ce la caricatura di se stesso. La destra storica francese non gli perdona nulla. Basta leggere le lucide colonne di Natacha Polony su "Le Figaro" per capire che quell'invenzione della banca privata francese e di un segmento della massoneria di rito inglese ostile alla Grande Loggia di Francia ha i giorni contati. La Germania non creerà mai strumenti per la mutualizzazione dei debiti e così si ricomincerà daccapo con la maledizione storica che avvelena l'Europa da dopo le guerre di secessione spagnola del Settecento. Ed era questo che Macron voleva e vuole superare con l'egemonia francese. Ma siamo sempre a dove eravamo con le guerre di successione spagnola settecentesche.

Con la firma del Trattato di Rastatt del marzo 1714, infatti, l'esercito imperiale tedesco non fu in grado di recuperare le terre perdute in Alsazia e Lorena e il Sacro Romano Impero non ottenne vantaggi dalla guerra. E questo era accaduto perché l'imperatore aveva preferito anteporre i propri interessi in Italia e in Ungheria a quelli degli stati tedeschi. Gli Asburgo ottennero poi ulteriori territori quando il principe Eugenio sconfisse gli ottomani nella guerra con la Turchia del 1716-18, ma l'influenza di Vienna sull'Impero iniziò a declinare perché la Germania non riusciva che a mettere in campo delle forze centrifughe: le politiche interne ed estere di Hannover, Sassonia e Prussia continuamente si divaricavano allorché questi stati avevano ottenuto il titolo regale che li equiparava ai privilegi della corona imperiale. Quando tutto doveva unire, tutto invece divideva, per via delle logiche profondamente divergenti delle loro classi dirigenti.

È quello che accade oggi, in un'Europa che non può trovare la sua Prussia come invece accadde per gli staterelli tedeschi, con il terribile accadimento di un Kaiser incoronato nel 1870 a Versailles. Tutto rimane uguale. La storia non si cancella, come non si cancella la geografia. Invece degli eserciti oggi ci sono le coorti tecnocratico-burocratico-partitiche-nazionali che governano il costrutto costituzionale europeo, né federale, né confederale e che produce per questo continui attriti e lotte di potere.

Si guardi a quello che accade con Martin Selmayr, la nomina del quale al vertice dell'amministrazione della Commissione europea ha provocato perplessità e polemiche da tutti i gruppi politici, anche se di fatto è strenuamente difeso dalla Cdu che vede in lui il riferimento essenziale per il potere quasi assoluto che i tedeschi detengono nell'Ue. Il futuro del giurista tedesco di 47 anni, ex capo di gabinetto del presidente Jean-Claude Juncker, appare in bilico. La Commissione Juncker farà la fine della Commissione Santer, costretta a dimettersi prima della fine del mandato, per le accuse gravissime di corruzione che rimasero tuttavia inespresse e che non produssero alcunché sul piano giuridico-civile? Poi giunse Romano Prodi.

"Le istituzioni europee non appartengono agli alti funzionari, ma ai cittadini europei", ha detto la parlamentare popolare francese Françoise Grossetête facendo prevalere lo spirito di nazione su quello di partito. E quindi l'Europa continua la sua lenta crescita con deflazione che segna la sua emasculazione da qualsivoglia destino internazionale che non sia o l'alleanza con gli Usa o una divisione profonda che può divenire definitiva se l'influenza russa, dal Medio Oriente, dove la grande nazione euroasiatica si è fortemente re-insediata, si trasformasse in alleanza strategica con la Germania.

Nessuno lo sa meglio degli stati maggiori non solo militari, tanto della Russia quanto degli Usa, che con Trump paiono definitivamente fuoriusciti dalle follie dell'unipolarismo (non è escluso che se ne producano altre, naturalmente). Per questo Trump e Putin s'incontreranno: perché sanno che ricostruire la Mesopotamia è l'imperativo principale per stabilizzare l'heartland e il rimland e consentire a una parte dell'Europa di liberarsi dalla deflazione tedesca, Francia in testa.

Per questo il mondo si muove, anche se lentissimamente, e le contraddizioni europee trovano un punto di caduta nei laghi atlantici del Mar Nero e del Mar Caspio e nel Golfo Persico. Per questo l'Arabia Saudita deve tornare a essere un interlocutore condiviso, e non solo degli Usa. Quel periodo e quella strategia sono finite con la sconfitta del Daesh e quindi dell'Arabia Saudita profeta del terrorismo wahabita. Sono rimaste solo macerie e gli “stati canaglia” dell'Iran e della Russia sono più forti di prima. Bisogna passare allora dalla poligamia alla successione di fatto monogamica e bisogna far tacere il terrorismo.

Forse è troppo tardi, ma non si può più alimentarlo, il terrorismo, in forma statuale. I prezzi sono stati troppo alti e persino gli Usa senza Kissinger hanno dovuto accorgersene. Rimane solo da fare i conti, in qualche modo ancora inedito, con l'aggressività neo-nazista cinese. Allora non basterà la lentezza.

Prossimo presente governo M5S-Centrodestra senza lo zombi - Il Quirinale non può far finta di niente e perdere tempo ora l'incarico a Salvini che insieme a Di Maio ha la maggioranza in Parlamento

Salvini insiste con il preincarico e scarica Berlusconi sul Pd

Il leader leghista continua a cercare l'intesa con il M5s e chiude le porte a possibili maggioranze con i dem 

Stefano Zurlo - Sab, 21/04/2018 - 08:28

I selfie. Le strette di mano. Le incursioni negli stand. Ma ogni minuto l'occhio cade su quel maledetto telefono che porta tempesta.


Alle undici, appena sbarcato al Salone del mobile, Matteo Salvini chiama il presidente del Senato Casellati: «Elisabetta, mi ostino ad andare avanti. Sto sondando Di Maio...», ma si capisce subito che la giornata è tutta in salita. Ad ogni padiglione della sua via crucis Matteo manda un messaggio a Luigi Di Maio che ormai sente più della Isoardi. E continuamente scruta lo schermo che prima dell'ora di pranzo gli rovescia addosso il temporale: le pesantissime dichiarazioni di Berlusconi contro i pentastellati. Salvini resta esterrefatto, ma si sforza di proseguire il tour e di lanciare messaggi promozionali, meglio del mitico Aiazzone: «Qui siamo nel cuore dell'eccellenza italiana, dobbiamo fare di tutto per aiutare questo settore. Dobbiamo snellire la burocrazia, abbassare le tasse, favorire l'export di un mondo che è parte dell'orgoglio nazionale. Insomma, dobbiamo dare un governo all'Italia».

Ma il balletto va avanti, Casellati si ritira, insulti e veti scompongono in un batter di ciglia possibili intese. E allora, proseguendo la sua chilometrica galoppata, il leader della Lega manda due messaggi, senza avvolgerli in formule diplomatiche. Il primo è per Mattarella: «Faccio tre passi avanti». Salvini è pronto, anzi reclama l'investitura. C'è il rischio molto alto di bruciarsi? Pazienza. Peggio, molto peggio rimanere incartati nella ragnatela vischiosa dei preamboli, dei pregiudizi, dei fregi barocchi della politica. Meglio far vedere a tutta Italia che lui ci ha provato, vada come deve andare. Ed è estraneo al teatrino di chi la vuol tirare in lungo. Anzi, quasi ignora il galateo istituzionale: l'autocandidatura sembra quasi un ordine impartito al presidente della Repubblica.

Il problema è come mettere insieme i pezzi. La bussola salviniana indica sempre la stessa direzione: Di Maio e i grillini. Sullo sfondo l'ipotesi più remota: Salvini al Colle a reclamare l'incarico, con la promessa di trovare i soli voti grillini tradendo il centrodestra. Il punto è che i pentastellati e il Cavaliere si azzannano di continuo e disfano la tela. Di Maio al telefono ha spiegato a Salvini che la Casellati ha cambiato le carte in tavola e ha fatto saltare l'intesa, ormai a un passo. «Sono in tanti - sibila Matteo - quelli che si mettono di traverso perché vogliono un governo tecnico alla Monti, telecomandato da Bruxelles, per spennare gli italiani».

Ma il nodo della giornata resta il rapporto sempre più sfilacciato con il Cavaliere che vorrebbe riaprire le danze con il Pd di Matteo Renzi. E allora, Salvini, pur senza perdere sorriso e aplomb, gli manda una sorta di ultimatum: «Se Berlusconi vuole portare il Pd al governo, lo faccia senza la Lega». E poi, sempre più duro: «Anche nel centrodestra c'è chi prova a distruggere, io sono qui per costruire».

La coalizione sbanda e scricchiola pericolosamente. La rottura sembra a un passo. Ma Salvini non si scoraggia. «Sono ottimista, inguaribilmente ottimista». La strada è tracciata. E lui intende percorrerla in fretta. Cosi rimanda un doppio ammonimento: «I veti e gli ammiccamenti al Pd sia da parte di Di Maio che di Berlusconi non rispettano il voto degli italiani. Io aspetto rispettosamente la scelta del presidente Mattarella, ma dopo, davanti a questi veti e ammiccamenti, mi sentirò libero di mettermi a disposizione direttamente».

Qualcuno, fra i suoi consiglieri, sostiene che il Quirinale non arda dalla voglia di affidare l'incarico proprio a lui che scombina gli schemi della politica internazionale, ma Salvini alza la mano, come ad attirare lo sguardo del capo dello Stato. Basta, bisogna uscire dal pantano. «Destra e sinistra - ripete mostrando insospettabili affinità con i grillini - sono categorie superate». Quindi, «non staremo a guardare ma prenderemo in mano la situazione». Una promessa e insieme una minaccia.

Mauro Bottarelli - L'economia non va bene, l'inflazione è una bufala, la guerra monetaria è, a questi livelli, una farsa. A meno che si fa una eliminazione dei debiti a livello mondiale arriverà la tempesta che spazzerà via il tutto. Il Sistema economico capitalistico fa acqua ma continuiamo a campare

SPY FINANZA/ Così la Cina può mandare in tilt i mercati

In Cina potrebbe verificarsi un crac nel settore creditizio, oltre che partire un'ondata deflattiva che potrebbe contagiare il resto del mondo. MAURO BOTTARELLI

21 APRILE 2018 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Ho poche certezze e convinzioni nella vita, una di queste è il fatto che - più poi che prima - anche il Sole24Ore ci arriva a intravedere una notizia che non sia la pedissequa riproposizione della narrativa imperante. Solitamente accade quando ormai è talmente palese, quando l'immondizia sotto il tappeto è talmente tanta, che non si può più né dissimulare, né far finta di niente: a quel punto, sparano titoli a effetto tipo il Fate presto del 2011, quando - di fatto - se c'è qualcuno perennemente in ritardo rispetto alla realtà economico-finanziaria dei fatti sono proprio loro. D'altronde, sono l'house organ di Confindustria, non esattamente un simposio di fulmini di guerra. Ieri l'editoriale di prima pagina aveva un titolo che non si prestava a interpretazioni: Se la bolla finanziaria si trasforma in recessione. Ma a tradire la natura "autorevole" e referenziale della scelta editoriale è il titoletto che capeggiava sopra il titolo: L'allarme FMI. Non sia mai che il foglio di via dell'Astronomia abbia un'opinione propria o azzardi un parere fuori dal coro, subito a farsi coprire le spalle da quegli altri fenomeni dell'Istituto di Washington, gente che non ha aperto bocca sull'indebitamento monstre che si è creato dal 2011 in poi e che si sveglia soltanto ora, quando la situazione appare compromessa del tutto. Ma non importa, l'importante è arrivarci. Anche se con qualche mese di ritardo. 

Non basta, a rafforzare la svolta pessimistica del Sole ci pensa un altro articolo - debitamente richiamato anch'esso in prima pagina - dal titolo Il fantasma dell'inflazione bussa alle porte di Wall Street. Alleluja, alleluja! Dopo aver scoperto il trucchetto dei buybacks come unico motore dei rallies azionari in corso, ora i nostri eroi paiono consci anche dell'altra faccia della medaglia della dinamica: ovvero, se sale l'inflazione e la Fed accelera il rialzo dei tassi, le emissioni corporate con cui si finanziano quei buybacks diventano meno a buon mercato, diminuiscono e il giochino si ingrippa con uno schema Ponzi qualsiasi. Manca poco, quando si accorgeranno che senza gli acquisti di bond corporate della Bce, la cosiddetta ripresa economica dell'eurozona sarebbe una chimera, saranno pronti per gettarsi a capo fitto nel pessimismo cosmico e nella narrazione della nuova crisi finanziaria, millantando ovviamente di averne anticipato l'arrivo. Va bene così, il tempo è galantuomo. Mi sono scivolati addosso per mesi e mesi gli epiteti di catastrofista e complottista dei suonatori di grancassa del potere economico, figuriamoci se faccio un plissé per il risveglio tipo orso Yoghi dal letargo invernale di quelli del Sole. 

Sul quale, ieri, campeggiava però un titolo di apertura dedicato al mercato delle commodities e, di fatto, alla guerra commerciale e di dazi scatenata da Donald Trump, principalmente contro la Cina. Al centro della disputa, il balzo in avanti del prezzo di alcuni metalli sottoposti a sanzioni, vedi il +30% dell'alluminio e il balzo del petrolio a 75 dollari al barile. Ora, ragioniamo un attimo. Il prezzo delle materie prime era ai minimi storici da trimestri e trimestri, cartina di tornasole del fatto che la famosa ripresa globale e sincronizzata fosse una favoletta buona da raccontare a Cernobbio o ai convegni in Bocconi: esattamente come il Baltic Dry Index ci disvela in maniera proxy e non ufficiale lo stato di salute del commercio globale attraverso i prezzi di noleggio dei mezzi per lo shipping di materiale "secco" - non petrolio, quindi -, così le commodities e le loro valutazioni ci dicono se le fabbriche lavorano (utilizzando quindi quei materiali per produrre beni) e quanto lavorano: se sono ai minimi, dov'è tutta questa ripresa? Concetti troppo semplici per certe menti raffinate e i loro titoli accademici per essere prese in considerazione. 

Ora, come mai Donald Trump ha deciso di attaccare il dumping cinese proprio ora? Qualche squilibrio di troppo? No, perché da almeno quattro anni era in atto il do ut des tra Washington e Pechino, con la prima che si imbarcava la deflazione esportata dalla seconda a causa della sua sovra-produzione e le garantiva un mercato abbastanza grande per piazzare le sue merci, in cambio dell'impulso creditizio che la Pboc del Dragone offriva come linea di swap emergenziale e globale, garantendo alla Fed la possibilità di dar vita alla pantomima dei rialzi (alla base della narrativa della ripresa economica Usa rispetto all'eurozona) senza che Wall Street si schiantasse, visto che la liquidità era garantita. Perché ora, quindi? 

Vi rispondo alla domanda con un'altra domanda. Se siete una banca d'affari specializzata in speculazione su assets come le commodities e, essendo persuasa che dopo aver messo in sicurezza il mercato, la liquidità delle Banche centrali sarebbe servita anche un po' all'economia reale, cosa avreste fatto? Scommesso sulla crescita del ciclo, ovvero su una crescita della produzione a livello globale, stimolata dai vari Qe in atto e destinata ad andare a sommarsi ai dati sempre esuberanti in arrivo proprio dalla Cina. Quindi, prezzi delle commodities in rialzo. Ma siccome per ottenere quel risultato, le Banche centrali hanno indebitato il mondo all'infinito, stimolando solo in parte la domanda e quindi l'offerta, ecco che il prezzo di quelle materie prime è rimasto al palo fino a poche settimane fa, schiantato ai minimi. 

Accidenti, un bel rischio per chi ha aperto posizioni rialziste per qualche centinaio di miliardi: come si fa, si accetta il rischio di perdita insito nel mercato, quando questo è davvero libero? Col piffero, esattamente come si è fatto con il Vix per testare la tenuta dei mercati un mesetto e mezzo fa, ecco che la crociata senza senso economico di Donald Trump fa partire una corsa sui metalli, ponendo contestualmente sotto pressione i grandi produttori russi, i quali pagano il combinato congiunto di dazi e sanzioni ad personam per gli oligarchi a capo di quelle aziende produttrici. E chi interviene a favore dei russi in difficoltà? Ma i cinesi, ovviamente, a cui le principali aziende del settore russe hanno bussato alla porta, sia per tamponare il gap di offerta venutosi a creare sul mercato (facendo salire il prezzo), sia per colmare con prestiti i buchi nei conti, vedi ad esempio la Rusal, schiantata in Borsa proprio dal caos sull'alluminio. È un gioco di specchi su interessi ma la vecchia, cara dinamica di domanda e offerta non c'entra nulla, così come la genuinità presunta della guerra commerciale scatenata da Donald Trump: sono solo interessi finanziari, nulla di più. 

La riprova? Se il timore della guerra commerciale è così serio e fondato, strutturale e sistemico, come mai ieri il rally delle commodities si è placato di colpo, sotto la sola pressione rialzista del dollaro? Qualcuno ha comprato biglietti verdi con il badile, sul mercato, magari perché una cosa è dare una scossa ai prezzi e un'altra è rischiare una spirale auto-alimentante che faccia saltare l'altro capo della scommessa speculativa, essendo di fatto i derivati un gioco a somma zero? Rifletteteci. Guardate questo grafico, il quale dovrebbe far riflettere: se l'economia globale, fino a non più tardi di un mese fa (come ci dicevano tutti i giornali autorevoli, Sole in testa), era in forma smagliante, in piena crescita sincronizzata e sostenuta, perché l'export tedesco e cinese, le due locomotive del surplus, hanno subito questa dinamica? Troppa offerta o, semplicemente, poca domanda, quindi uno stato di salute dei partner commerciali di quelle esportazioni che proprio non pare invidiabile? 


Volete spaventarvi, nel rendervi conto di come stanno davvero le cose a livello globale? Guardate questi grafici e chiudete pure la copia del Sole che state leggendo, quella ancora concentrata sulla presunta pressione al rialzo dell'inflazione Usa: non solo si sta sostanziando il combinato congiunto di costante calo dell'impulso creditizio cinese, confermato dal canarino nella miniera del devastante settore immobiliare del Dragone, ma come vedete, il rischio è quello di un'ulteriore, montante ondata deflattiva dalla Cina verso il resto del mondo. Il secondo grafico, poi, ci mostra una dinamica da pelle d'oca, tipica di un sistema insostenibile strutturalmente: primo, in novembre la Pboc aveva dato vita a una sorta di programma di controllo del rendimento delle proprie obbligazioni, in base al quale la rottura al rialzo di quota 4% avrebbe fatto scattare pressoché in automatico misure di aggiustamento della liquidità. 




Se la dinamica è quella in atto nel grafico, addio al fondamentale impulso creditizio cinese, almeno come lo abbiamo conosciuto finora a livello di volume. Della serie, la Cina penserà a se stessa, prima che alla sostenibilità globale (la quale, tra l'altro, dipende molto da fattori tutti interni al Dragone, in primis il sistema bancario ombra). Secondo, quel grafico ci dice che la curva dei rendimenti obbligazionari cinesi pare anticipare tempi duri per la crescita economica di Pechino. E se non lo sostiene la Cina, chi terrà in vita il casinò? Anche perché, questi ultimi grafici mettono per bene in prospettiva la situazione. 



Il primo ci mostra come il credito, ovvero le dinamiche del mercato obbligazionario, sia andato continuamente deteriorando nel corso degli ultimi anni, mentre il secondo ci mostra come proprio i bond abbiano fatto la parte del leone durante i vari cicli di espansione monetaria a livello globale: per capirci, c'è un'indigestione di debito in corso sul mercato, obbligazioni che dalla sera alla mattina, se qualcosa va storta, potrebbero tramutarsi in ghigliottine per chi le detiene. E voi pensate davvero che la Fed alzi i tassi? E, al netto di questo, pensate davvero che il problema siano le prospettive inflazionistiche Usa e non, piuttosto, quelle deflazionistiche cinesi? 

Cari amici, oggi come oggi, nell'attuale situazione mondiale, c'è una e una sola domanda che conta: il ciclo del credito sta per fare crack, avendo come epicentro della dinamica di contrazione monetaria proprio la Cina, ovvero il munifico bancomat del mondo? Il resto, come direbbe il grande Paolo Cevoli, sono pugnette. Come, ad esempio, l'idiozia che ha riempito le pagine economiche dei giornali di ieri, ovvero il sorpasso a livello di ricchezza personale degli spagnoli sugli italiani, altra perla uscita dal quel simposio di menti illuminate del Fmi. Di come stanno le cose nell'eurozona, ne parliamo lunedì. Abbiate un po' di pazienza. Nel frattempo, buon fine settimana.

Petrolio - qualcosa sfugge se il prezzo del greggio sale l'estrazione attraverso la fratturazione dovrebbe essere più conveniente, perchè Trump se ne duole?

Ora Trump attacca l'Opec: prezzi del petrolio «artificialmente molto alti»

L'attacco è arrivato come al solito con un tweet, diffuso proprio mentre in Arabia Saudita era in corso un vertice ristretto per discutere del taglio della produzione del greggio
REDAZIONE

Il Presidente americano, Donald Trump (ANSA)

RIAD - L'Opec spinge per aumentare i prezzi del petrolio e farli tornare a ridosso dei 100 dollari al barile attirandosi l'ira del presidente Usa Donald Trump che, attraverso Twitter, minaccia: «Questo non va bene e non sarà accettato».
Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente nei giorni scorsi avevano già spinto il barile sui massimi da tre anni ma ora si apre un altro fronte che potrebbe innescare una guerra dei prezzi. Con da una parte l'Opec ed i suoi partner firmatari dell'accordo del 2016, Russia in testa, a chiudere i rubinetti per aumentare le quotazioni e dall'altra gli Usa, diventati di recente il terzo produttore mondiale, pronti ad aumentare ulteriormente la loro produzione.

La giornata di tensione è stata innescata dalle dichiarazioni rilasciate dal ministro dell'energia saudita, Khaled al-Faleh, secondo il quale il mercato può sopportare prezzi del petrolio anche più alti di quelli attuali.
«Non ho potuto constatare alcun impatto sulla domanda derivante dalle quotazioni attuali» ha detto, ricordando che «in passato abbiamo conosciuto prezzi ben più alti, due volte quelli di oggi».
Al-Faleh ha parlato a Gedda in occasione di un vertice dei ministri del petrolio dell'Opec e dei paesi non-Opec firmatari dell'accordo sul congelamento della produzione del 2016, convocato proprio per discutere del futuro dell'intesa in scadenza a fine anno.

L'Arabia Saudita vorrebbe un'estensione dell'accordo da ratificare al prossimo vertice del cartello petrolifero di giugno. Anche perché, ha sottolineato il Ministro saudita, «l'intensità energetica dell'economia si è ridota in modo sensibile e questo mi fa dire che il mercato può assorbire prezzi più elevati».
Le parole di Al-Faleh hanno fatto infuriare Trump che ha attaccato il cartello petrolifero attraverso con un tweet: «Sembra che l'Opec ci stia riprovando. Con quantità record di petrolio ovunque, incluse petroliere cariche in mare, i prezzi del petrolio sono artificialmente molto alti! Questo non va bene e non sarà accettato!».
Ma i produttori insistono che l'obiettivo del cartello non è quello di aumentare i prezzi ma di combattere la fluttuazione delle quotazioni petrolifere. Il ministro dell'energia degli Emirati arabi uniti Souhail al-Mazrouei ha affermato che «il nostro obiettivo non è un dato livello di prezzo ma la stabilità del mercato».

Resta il fatto che da quando è stato firmato l'accordo tra i 14 paesi dell'Opec, la Russia e altri nove produttori per ridurre di 1,8 milioni di barili al giorno la produzione, il prezzo del greggio è passato dai 30 dollari al barile di inizio 2016 agli attuali 70 dollari (69,56$ la chiusura di ieri del Wti ai massimi da novembre 2014).
Ma va anche considerato che dietro al recente rally del barile ci sono motivi congiunturali, come i problemi di produzione in Venezuela, Nigeria e Libia, le tensioni geopolitiche legate alla Siria, ma anche lo stesso Trump che ha minacciato nuove sanzioni all'Iran.
Gli analisti sottolineano anche che dietro l'attivismo dell'Arabia Saudita per sostenere i prezzi ci potrebbe essere anche il piano per il collocamento in borsa del gigante petrolifero nazionale Saudi Aramco. Per raggiungere le valutazioni attese da Gedda, la cifra monstre di 2.000 miliardi di dollari, il greggio dovrebbe viaggiare stabilmente intorno ai 100 dollari al barile.

Rai - un piano di programmazione che poteva essere lasciato tranquillamente ai prossimi vertici, sono le classiche mele avvelenate che si lasciano in eredità


Un’altra maxi consulenza per scrivere il piano industriale. Ecco il regalo finale dei vertici Rai: in lizza tre multinazionali 

21 aprile 2018 di Stefano Sansonetti


Non potevano essere lasciati soli. I futuri vertici della Rai, che arriveranno non appena sarà risolta la sciarada di Governo, si troveranno a gestire una “ricca” eredità degli ultimi giorni di guida societaria affidata al direttore generale Mario Orfeo. L’eredità in questione vale un milione di euro, e si tratta dei soldi che l’azienda di viale Mazzini, presieduta da Monica Maggioni, si sta apprestando a pagare per una maxi consulenza la cui descrizione è tutta un programma: “sviluppo e implementazione di progetti industriali del gruppo Rai”. Il tutto per una durata di 24 mesi, quindi con ricadute sul futuro management. A far riflettere, però, è anche (o forse soprattutto) la magra descrizione che le carte forniscono del servizio. Invece di andare più nel dettaglio, ci si limita a riferire che le principali prestazioni richieste saranno due: “servizi di consulenza per lo sviluppo e l’implementazione di piani industriali”; “servizi di consulenza strategica per singoli progetti aziendali”.

Insomma, nulla di più che una ripetizione. Che però parla di concetti, come lo sviluppo di piani e progetti, per la cui elaborazione in realtà ci sarebbe già un direttore generale, un management non da poco, direzioni ad hoc e chi più ne ha più ne metta, fino ad arrivare a un totale di 11.700 dipendenti di viale Mazzini. Per questo sorprende, oltre alla tempistica, l’oggetto della consulenza. Per carità, non che la Rai sia l’unica società di Stato a farsi aiutare nella scrittura dei piani industriali a suon di milioni. Ma si tratta anche di un’occasione utile a rilanciare una riflessione su quei soliti noti che si aggiudicano queste consulenze. Per dire, dalla documentazione disponibile sappiamo che lo scorso 29 marzo la Rai ha fatto una scrematura sul primo gruppo di aziende che si erano presentate per aggiudicarsi la consulenza.

Così sono state ammesse alla fase finale Arthur D. Little, Mc Kinsey e The Boston Consulting Group, tre multinazionali che nel nostro Paese sono inserite in molti gangli delle più importanti società di Stato. Le candidature sono sotto esame da parte della Commissione giudicatrice guidata da Andrea Sallustio, capo della pianificazione e monitoraggio delle risorse produttive dell’azienda Tv. L’aggiudicazione dell’incarico dovrebbe arrivare entro l’estate. Così l’eredità è praticamente apparecchiata. Chissà, magari il motivo sta anche nel fatto che, secondo indiscrezioni di stampa, il bilancio di mamma Rai del 2017 potrebbe essersi chiuso con un utile di 13-14 milioni di euro, un bel po’ di più rispetto alle previsioni di pareggio.

sabato 21 aprile 2018

Oro - c'è la corsa a riprendersi il proprio oro e ad accapararsene dell'altro




La Turchia si riprende il proprio oro. In vista della fine del dollaro?
Di La Redazione
-21 aprile 2018

Roma, 21 apr – Dopo Venezuela, Austria e Germania ora è il turno della Turchia che ha annunciato di voler riportare in patria parte delle proprie riserve auree attualmente conservate alla Federal Reserve di New York. La Germania ha da poco concluso il rimpatrio di 300 tonnellate d’oro, avvenuto sotto una forte pressione politica ed un clima di generale sfiducia verso una FED apparentemente restia a restituire l’oro in tempi ragionevoli (fatto che ha alimentato una certa serie di teorie, tra il complottista ed il realistico, sul fatto che, forse, la FED non disponga più fisicamente di tutto l’oro di cui formalmente sarebbe custode). Nel frattempo prosegue la corsa all’accaparramento dell’oro da parte di Cina e Russia, di cui avevamo già parlato, che assorbono più dell’80% della produzione annuale da oramai due anni; non tanto come affermano i giornali economici mainstream “per proteggersi dall’inflazione”, quanto probabilmente per gettare le basi per un nuovo sistema di scambi gold exchange standard.

Erdogan stesso, durante un congresso per l’imprenditoria internazionale tenuto la scorsa settimana ad Istanbul, ha lasciato cadere una frase che ha il peso di guerra: “Perché siamo costretti a fare tutti i pagamenti in dollari? Perché non possiamo trovare un differente sistema, magari basato sull’oro?”. Parole che, seguite dalla decisione di riprendersi fisicamente parte delle proprie riserve, assumono un significato parecchio più profondo. Qualcosa sta accadendo nel mondo dell’oro e non è qualcosa che si possa spiegare con semplici categorie economiche: la velocità con cui l’oro venezuelano messo in vendita negli scorsi mesi (mossa necessaria a Caracas per continuare a pagare puntualmente gli interessi altissimi sui propri bond e per poter essere credibile nell’emetterne di nuovi) lascia intendere che in questo momento solo i paesi ridotti alla fame vendano oro e che chiunque possa stia cercando di acquistarne e, anzi, di riportare in casa il proprio.

La sensazione è che tra i vertici dei paesi che hanno ancora una classe dirigente proiettata al futuro (quindi non l’Italia) il possesso dell’oro fisico oggi sia una priorità; sia acquistandone nuovo che fisicamente riappropriandosi del proprio lasciato in deposito presso “alleati”. Perché correre a riprendere il proprio oro? Non è sufficiente vendere certificati di possesso ed evitare l’enorme fastidio logistico di organizzare trasporti da miliardi di dollari da New York a Berlino o Istanbul? Le ragioni possono essere tante: la paura di una guerra o una crisi ad esempio può essere una spiegazione. Durante un conflitto la titolarità ed il pezzo di carta valgono zero mentre vale solo l’oro che davvero si possiede… paradossalmente anche se non è il proprio. Anche la paura di un peggioramento dei rapporti con il governo USA è una spiegazione; non è facile discutere con Washington quando questi ha nei propri sotterranei la ricchezza altrui.

Tuttavia probabilmente quel che si sta preparando è la fine del dollaro come moneta di scambio internazionale; la possibilità che il dollaro smetta di essere la moneta del commercio mondiale (o meglio, possa venire affiancata da altri sistemi e monete) spinge i governi a riportarsi in casa il necessario per essere tutelati. Ad ora è presto per affermare con certezza cosa accadrà, incuriosisce solo l’immobilismo e il silenzio della nostra classe politica, che al solito neanche si pone il problema in merito alla sensatezza, ad oggi, nel 2018, di avere circa la metà del proprio oro depositato alla FED mentre mezzo mondo sta correndo a riprenderselo.

Guido Taietti

http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/la-turchia-si-riprende-il-proprio-oro-in-vista-della-fine-del-dollaro-84056/

Prossimo presente governo M5S-Centrodestra senza lo zombi. Maroni&Bossi due squallidi uomini piccoli piccoli piccoli

LA MUMMIA PERDENTE ROMPE IL CENTRO-DESTRA. PER ANDARE COL PD

Maurizio Blondet 21 aprile 2018 73 commenti

Ora tutto dipende dai votanti del Molise, quelli di centro-destra: spetta a loro liquidare la Mummia rabbiosa. Mi vien voglia di chiedere a tutti coloro che hanno votato Forza Italia, per qualsiasi ragione o senza ragione: votando, avete voluto un governo col PD?

Perché è quello il progetto fin dall’inizio: lo chiamiamo il progetto “glielo ha chiesto l’Europa” – neutralizzare ogni “deriva alla Orban” in Italia, ogni critica all’euro. Unendo i due partiti dell’ordine contro i rivoluzionari: i due partiti dell’Ordine essendo il PD e Forza Italia.

Già il metodo elettorale è stato concepito apposta al solo scopo di rendere impossibile ai 5 Stelle di andare al governo, di fatto rendendo inevitabile l’ingovernabilità e quindi il governo “istituzionale” europeista.

L’idea era: nel centro-destra vince la maggioranza Forza Italia. La quale trascina la Lega, arrivata seconda, verso un governo “di necessità” con il partito perdente ma caro ai poteri forti, che ha fatto “le riforme” (nozze gay, gender, immigrazione senza limiti…), l’ex PCI.

Maroni, che si era preparato proprio per questo esito uscendo dalla Regione Lombardia e acquattandosi nell’ombra – avrebbe cominciato il processo interno a Salvini (bossi aspettava il momento gonfio di rabbia e d’invidia) accusandolo di neofascismo, di essersi messo con la Le Pen – e per questo aver portato il partito nordista alla sconfitta. Bossi, essendo quel rozzo idiota che è, aveva già tradito la trama – e annunciato il capo d’accusa – un mese fa: “Se Salvini faceva saltare la coalizione (con Berlusconi) rischiava che lo avrebbero messo a testa in giù come il suo amico Mussolini a piazzale Loreto”.

“Salvini a piazzale Loreto come il suo amico Mussolini”. Il complotto non gli è riuscito. 

http://www.lastampa.it/2018/03/24/italia/bossi-se-salvini-rompeva-faceva-la-fine-del-suo-amico-mussolini-a-p-loreto-1iIFJm65sUP1uWGKgxYvuL/pagina.html

Anche B., nella sua rozzezza, ha tradito il complotto che aveva in mente. Se il governo col PD non avesse avuto una chiara maggioranza nelle Camere, lui avrebbe comprato i voti dei parlamentari grillini fuoriusciti o espulsi. Con la motivazione: “Potrebbero tenere lo stipendio intero”. Insomma un plateale proposito di corruzione. Corruzione come mezzo e come fine.
E’ andata come sappiamo: Salvini ha vinto la maggioranza nel centro-destra, e fra PD (ossia l’immobilità “più Europa”) e M5S (ossia la speranza di un cambiamento di rotta), ovviamente ha scelto la seconda. Tirandosi dietro Forza Italia. Per forza: Forza Italia aveva proclamato: chi vince comanda e si tira dietro l’altro – perché credeva di vincere.

Adesso, Berlusconi (lo zombi) rompe anche quel patto. Dopo aver lasciato accusare da uno dei suoi nani (Brunetta) “Salvini rompe la coalizione”, ora è lui a rompere la coalizione. Con insulti sempre più irrevocabili agli elettori dei 5 Stelle, mira appunto a spingere Salvini alla rottura, per dargliene vilmente la colpa: operazione in cui, idiota com’è, riesce solo a mostrare la sua abiezione e irresponsabilità, e a far crescere Salvini come statista, come figura morale leale, come l’unico ad avere le idee chiare e il coraggio politico per attuarle.

Anche se dovesse perdere questa partito, Salvini ha quarant’anni  di vita politica davanti a se. La Mummia no.

Poiché ha perso, si porta via il pallone, rompe la squadra. Preferisce far perdere la maggioranza al centro-destra, per perseguire lo scopo del governo col PD che “gli chiede l’Europa”.

Ormai un progetto profondamente velleitario, perché il Teppista Mummificato non può capire che il voto in Italia segna un cambiamento profondo, generazionale, la fine di certi giochi, l’emergere, comunque la si giudichi, di una generazione più giovane, che inevitabilmente si assume la responsabilità dei prossimi 40 anni di vita politica. Però, ottusamente, malvagiamente pieno di rabbia, continua a provarci. Purtroppo, è sicuro della tenuta del suo partito: proprio perché quelli che sono stati eletti in Forza Italia sono nullità ed escort, che lui ha fatto eleggere uno per uno, e senza di lui tornano nel nulla, lui crede che quelli non andranno con la Lega. Salvo qualcuno che ha intelligenza, come Toti, di cui non sa che farsi.

E’ insomma il tradimento e la corruzione più assoluta che persegue la Mummia: tradimento fino all’ultimo dei suoi elettori, della sua stessa “discesa in campo”, della vera o finta ragion d’essere di Forza Italia.

In quella, piomba la sentenza, come al solito ad orologeria, di Palermo: strapotere totale della magistratura più corrotta, ovviamente salutata dai grillini (per ingenuità, credo) come “giustizia è fatta”, e lode della magistratura – che ha preso una lunga vendetta contro il capo del ROS, l’eroico e benemerito generale Mori e il suo colonnello.

Non spiego il perché di questo mio giudizio sui magistrati di Palermo, per un solo motivo: se lo facessi, sarei anch’io – privato cittadino senza mezzi, nemmeno la protezione di una testata – devastato da 12 anni di processi con relative spese, triturato dal sistema totalitario della casta giustiziera, che è il solo potere di cui avere davvero paura in Italia. Basti ricordare che, avendo assolto Mancino – ossia il ministro dell’Interno, l’uomo del governo di allora che avrebbe condotto “La trattativa Stato-Mafia”- allora viene a mancare il primo pilastro su cui giudici hanno appeso il loro teorema: manca “lo Stato” che avrebbe fatto accordi con la Mafia (e poi che accordi: una riduzione del carcere duro per i detenuti, capirai). II generale Mori avrebbe fatto gli accordi con la Mafia di testa sua, senza una autorizzazione politica? Demenziale solo crederlo.

(Onore al generale Mario Mori. E alla memoria eroica del maresciallo Lombardo).

Ma in ogni caso, la sentenza ingiusta viene a punto esattamente per dare ragione a Di Maio : “Pietra tombale su un governo dove entra Forza Italia”. Probabilmente, l’orologeria serve a volgere il 5 Stelle verso il forno PD, il garante e protettore della magistratura corrotta e del suo strapotere indebito, guadagnato da Mani Pulite che ha lasciato il PCI indenne.

Dunque abbiamo questo: Berlusconi vuol fare il governo col PD. Il M5S è spinto a fare il governo col PD. Il PD che ha perso le elezioni, lo vogliono tutti perché continui a governare, a pilotare il degrado economico, civile e culturale d’Italia come ha già fatto da un decennio (senza il voto degli italiani). E’ un tradimento totale, ultimo e definitivo della volontà popolare. Ma lo chiede l’Europa . Adesso dipende dai votanti del Molise, di centro destra, di Forza Italia: abbandonate la Mummia che vi sta tradendo. Avete mai pensato, desiderato, accettato, un governo Berlusconi col PD? Votate Lega in massa: e allora i nani e le escort, terrorizzati, troveranno il coraggio di eliminare la Mummia. Non fatevi complici del suo progetto di corruzione totale.

Vaccinazioni - quante bugie e solo per i soldi

VACCINI / DUE SCIENZIATI INDIANI SCOPRONO LE CARTE TRUCCATE DI GLAXO

Maurizio Blondet 20 aprile 2018 

Il colosso farmaceutico britannico e numero uno dei vaccini a livello mondiale, GlaxoSmithKline, trucca le carte. Alcuni ricercatori indiani, infatti, hanno scoperto che un recente rapporto inviato all’EMA, l’Agenzia europea per il farmaco, contiene dati incompleti e fuorvianti: quindi tali da non fornire un attendibile profilo circa la sicurezza di un vaccino, Infanrix Hexa.

In sostanza, secondo quanto ricostruito, sono stati taroccati i numeri sui decessi post vaccino. Un fatto – se confermato – di eccezionale gravità.

Vediamo cosa è successo. Si tratta di un prodotto-combinazione di svariati vaccini: vale a dire contro difterite, tetano, pertosse, epatite B, polio e influenza di tipo B.

GSK, ovvero GlaxoSmithKline, lo ha immesso sul mercato nel 2005, lo stesso anno in cui è entrato nel circuito commerciale un altro prodotto simile, Hexavax, realizzato da Sanofi Pasteur, la casa ‘rivale’ sul fronte dei vaccini: ebbene, nel 2005 Sanofi ha dovuto ritirarlo perchè alcune verifiche successive hanno dimostrato un aumento nelle morti di bimbi a 48 ore dall’assunzione.

Cosa succede ora per Infanrix? Qualcosa di simile, solo che fino ad oggi tutto è rimasto ben nascosto.

QUEI RICERCATORI FICCANASO

Fino al momento in cui due ricercatori indiani, Jacob Pulijel e Christina Sathyamala, hanno scoperto delle anomalie in un rapporto trasmesso dalla casa produttrice, GSK, ad EMA, l’Agenzia per mesi al centro delle polemiche per la sede trasferita da Londra (dove tra l’altro c’è il quartier generale di GSK) ad Amsterdam, mentre Milano è rimasta clamorosamente esclusa.

In particolare i due scienziati hanno passato ai raggi x il rapporto periodico sulla sicurezza, il cosiddetto PSUR, contenente dati sul vaccino prodotto da Glaxo, aggiornati a tutto il 2015. Si tratta di un report “riservato”, che per fortuna i due sono riusciti ad ottenere grazie alla legge sull’informazione che vige in India (certo più avanzata di quella esistente oggi in Italia, a botte di querele penali e citazioni civili milionarie)

n sostanza, secondo quanto ricostruito, sono stati taroccati i numeri sui decessi post vaccino. Un fatto – se confermato – di eccezionale gravità.

Vediamo cosa è successo. Si tratta di un prodotto-combinazione di svariati vaccini: vale a dire contro difterite, tetano, pertosse, epatite B, polio e influenza di tipo B.

GSK, ovvero GlaxoSmithKline, lo ha immesso sul mercato nel 2005, lo stesso anno in cui è entrato nel circuito commerciale un altro prodotto simile, Hexavax, realizzato da Sanofi Pasteur, la casa ‘rivale’ sul fronte dei vaccini: ebbene, nel 2005 Sanofi ha dovuto ritirarlo perchè alcune verifiche successive hanno dimostrato un aumento nelle morti di bimbi a 48 ore dall’assunzione.

Cosa succede ora per Infanrix? Qualcosa di simile, solo che fino ad oggi tutto è rimasto ben nascosto.

Pulijel e Sathyamala sostengono poi che la casa produttrice del vaccino “deve spiegare le cifre che ha presentato alle autorità regolatorie. Fino ad ora ha sostenuto che le morti riportate dopo il vaccino sono ‘coincidenti’ e che avrebbero avuto luogo anche se non ci fossero state le vaccinazioni”.

I due ricercatori sottolineano che la loro analisi ha dimostrato e portato alla luce un dato clamoroso e drammatico: ben l’83 per cento delle morti prese in esame è avvenuto immediatamente dopo la vaccinazione, cioè nei primi 10 giorni. E solo il 17 per cento si è verificato nei successivi 10 giorni.

Quindi, “se si fosse trattato di morti ‘coincidenti’, non si sarebbero tutte raggruppate subito dopo la vaccinazione, ma sarebbero state distribuite uniformemente nel periodo di 20 giorni”.

Durissimo un altro commento degli scienziati indiani. “Qualsiasi argomento – precisano – secondo cui le morti improvvise dopo la vaccinazione sono compensate dalle vite salvate dal vaccino, non è accettabile: allo stesso modo in cui sarebbe considerato illecito uccidere una persona per usare i suoi organi per salvare altre 5 persone”.

Non è finita. Il j’accuse va avanti: “Celare le morti dopo le vaccinazioni può impedire o ritardare le valutazioni dei profili di sicurezza e ciò può portare a decessi inutili e difficilmente giustificabili sotto il profilo etico”.

GLAXO PIGLIATUTTO 

E mettono in guardia anche le autorità indiane circa l’importazione di vaccini dagli Usa e dall’Europa, chiedendo il massimo rigore da parte del “Drug Controller General of India” e una revisione dell’attuale politica di approvazione autorizzativa all’import.

D’altro canto l’India è all’avanguardia sul fronte della produzione pubblica di vaccini, con il Serum Institute of India.

Va ricordato che ad inizio anni ’80 anche l’Italia poteva contare su un grosso polo nazionale di produzione: la vecchia e prestigiosa Sclavo, passata a inizio anni ’80 all’Eni e da questa smistata alla sua divisione chimico-farmaceutica, Anic. A fine anni ’80, poi, Eni passò il suo gioiello Sclavo al gruppo Marcucci, già oligopolista degli emoderivati e all’epoca sotto la protettiva ala di Sua Sanità Francesco De Lorenzo.

MA a chi ha poi fatto un sol boccone di Sclavo? GlaxoSmithKline, of course: nel momento in cui il gruppo Marcucci ha deciso di tuffarsi a capofitto nei mari ‘rossi’ e miliardari. Veleggiando a bordo della sua corazzata Kedrion, che qualche anno fa ha celebrato l’ingresso nel suo azionariato (ben il 25 per cento) della nuova Iri di casa nostra, la Cassa Depositi e Prestiti, che ha ‘investito’ nella lavorazione e nel commercio di sangue ben 100 milioni di euro.

Torniamo a bomba. Farà sapere ad EMA (e non solo) i dati reali sul suo vaccino Big Glaxo? Sarà in grado di fornire prove tangibili sui profili di rischio del suo Infanrix Hexa? O dovremo aspettare il prossimo report?

E poi. Come mai EMA nel frattempo sta a guardare? Timorosa di disturbare il Manovratore? O troppo impegnata nel trasloco da Londra ad Amsterdam?


Nicola Gratteri - al ministero della giustizia e già il prossimo presente governo M5S-Centrodestra escluso lo zombi comincerebbe benissimo

PRIMA SERATA

Venerdì, 20 aprile 2018 - 13:14:00
Ascolti tv, se Nicola Gratteri sceglie Rai 2 per testare la discesa in campo
Auditel, Piazzapulita di Corrado Formigli batte Quinta Colonna, condotto da Paolo del Debbio

di Di Klaus Davi



Nicola Gratteri non è solo un grande magistrato che ha saputo rendere pop il tema 'Ndrangheta, contribuendo in modo determinante a sensibilizzare l’opinione pubblica in Italia ma anche all’estero. Gratteri è un simbolo di riscatto per tutto un Mezzogiorno in questi anni oscurato dalla narrazione renziana che ha imposto il Leit Motiv ‘tutto va bene, madama la marchesa’ a media e agenda politica. Vero è che Renzi tentò di farlo ministro della giustizia (ma poi la nomina fu stoppata, qualche maligno sostiene per colpa di influenti pm che fecero pressione su Napolitano). Il coriaceo magistrato geracese divenne poi consulente del governo per questioni di giustizia, ma il ministro Orlando, non esattamente un uomo amante del rischio, si guardò bene dal prenderlo in considerazione: fosse mai che le intuizioni di Gratteri avessero potuto risolvere i problemi endemici della giustizia penale. Il dialogo abortito fra Gratteri e il mondo renziano non solo non danneggiò minimamente la sua autorevolezza ma ne aumentò ulteriormente popolarità e prestigio. Prova costante sono le vendite stellari dei suoi libri, scritti in collaborazione con Antonio Nicaso, e i riscontri auditel delle sue apparizioni tv.

Andrea Fabiano

Qualche sera fa abbiamo assistito sul piccolo schermo a un episodio significativo, forse una svolta nella carriera politica del pm anti-‘Ndrangheta. Teatro, un’elegante trasmissione di Rai Due, diretta da Andrea Fabiano, dal titolo Night Tabloid, sacrificata criminalmente dai maghi dei palinsesti nella notte proibitiva del lunedì.

Annalisa Bruchi (foto Lapresse)

La brava conduttrice Annalisa Bruchi, una senese verace e molto diretta nel porre le domande, ha dedicato un ampio spazio alla lotta alla ‘Ndrangheta portata avanti dal giudice calabrese da tre decenni. Per l'occasione Gratteri veniva incalzato anche da due penne raffinatissime del giornalismo come Aldo Cazzullo del Corriere della Sera e Alessandro Giuli del Foglio. Quella che poteva sembrare un’ennesima passerella di un uomo apprezzato a livello mondiale per il suo impegno contro la criminalità si è trasformata in un evento politico-televisivo.

In breve: Annalisa Bruchi introduce l’argomento ‘Ndrangheta con domande e servizi pertinenti. Gratteri ribatte ma quasi fatica a terminare le frasi. Il pubblico, solitamente compassato e anglosassone, si lancia in applausi prima timidi poi sempre più accorati e rumorosi. Lo studio di Night Tabloid si scalda – fatto assai raro – quando Gratteri racconta i rischi e i limiti di una vita dedicata a combattere il malaffare mafioso. La Bruchi intuisce che sta succedendo qualcosa di inconsueto e anche Cazzullo e Giuli incalzano con ottimo senso del ritmo il magistrato, indirizzando l’intervista in un’ottica politica. Il vice direttore del Foglio riesce perfino a mettere in difficoltà il capo della procura di Catanzaro quando gli dice: "Ma con il 40% raggiunto dai grillini in Calabria, lei come può escludere che la ‘Ndrangheta abbia votato i 5 Stelle?" Gratteri schiva la trappola e replica: "Aspettiamo i fatti”. E molti del pubblico si alzano in piedi per manifestare il proprio fisico consenso con quello che a tutti gli effetti potrebbe diventare un leader politico.

Aldo Cazzullo

Certo, lui smentisce, “resto a fare il procuratore” ripete e ci mancherebbe pure... Ma si capisce lontano un miglio che quel mandato, pur estremamente autorevole, potrebbe essere un passaggio, seppur prestigioso, del suo percorso. E soprattutto appare chiaro che la gente è con lui: uomo del popolo, di un Sud brutalizzato, e icona di una legalità tangibile e non certo parolaia.

Mi direte: non basta un campione così limitato di popolazione a trasformare un magistrato in un leader. Ma i segnali cominciano a essere corposi: i libri venduti, le folle che lo inseguono durante i suoi interventi, i giornalisti tv che fanno a gara per averlo ospite, le centinaia di migliaia di ‘mi piace’ che accompagnano ogni sua foto sul profilo Facebook (curato dall’attivista antimafia Lia Staropoli). Ed è comprensibile: l’era renziana ha umiliato e brutalizzato il Sud, imponendo ai media un omertoso silenzio che poi il Partito Democratico ha pagato pesantemente nelle urne. Merito va ad Annalisa Bruchi di avere invertito, finalmente, la rotta.

ANNALISA CONQUISTA I MASCHI LAUREATI

Nonostante il cambio di giorno rispetto allo scorso anno, quando andava in onda di giovedì, i dati estrapolati da Anthony Cardamone, Head of Research di OmnicomMediaGroup, in collaborazione con l’agenzia Klaus Davi and Co., confermano che l’ascolto medio (393.500 spettatori, 3,1% di share) di Night Tabloid regge e, considerando che la seconda serata del lunedì non sia certo una fascia oraria facile, sconta alla precedente edizione 0,6 punti percentuali di share, complice anche l’ingombrante presenza di Che fuori che tempo che fa di Fazio su Rai Uno.

Annalisa Bruchi

Il programma è seguito da un pubblico leggermente più maschile (52%) e in età abbastanza avanzata (ottiene il 4% di share sui 55-64enni e il 4,2% sugli over 65 anni). Sardegna (4,3% share) e Veneto (4,2%) sono le regioni in cui ottiene un maggior seguito, Trentino (1,8%) e Sicilia (2,5%) dove l’interesse è più basso. Infine, il target più affine è quello ad elevata scolarità (share dei laureati 3,9%, sopra la media).

Spigolature

La7, diretta da Andrea Salerno, si è aggiudicata gli ascolti più alti per l’approfondimento politico del giovedì sera: Piazzapulita di Corrado Formigli, con 990.000 spettatori e il 5,3% di share, ha battuto infatti la concorrenza di Quinta Colonna, condotto da Paolo del Debbio su Rete 4, fermo a 910.000 spettatori, 4,7% di share.

Sempre su La7, TG La7 Speciale in onda ieri dalle 16:17 fino alle 20:35 per le consultazioni di governo, è stato visto in media da 674.000 spettatori, totalizzando il 5% di share.