L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 22 ottobre 2019

22 ottobre 2019 - DIEGO FUSARO: Evasione. Colpiscono il piccolo, per tutelare i giganti ch...

Siria - senza la volontà e l'appoggio degli Stati Uniti gli 8 anni di morte e distruzioni si sarebbero potuto risparmiare

L’ALKAZAR DELLA SIRIA

Maurizio Blondet 20 Ottobre 2019



Nel maggio 2015, i militanti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (noto anche come IS, ISIS, ISIL e Daesh – CREATI DAI SAUDITI E APPOGGIATI DAGLI AMERICANI ) hanno lanciato un’offensiva , catturando Palmyra e l’area circostante Deir ez-Zor e tagliando la linea di rifornimento rimanente per Deir ez-Zor. La città fu quindi assediata dall’ISIL , i rifornimenti arrivavano a questi assediati esclusivamente da elicotteri da trasporto. Di conseguenza, l’ISIL ha iniziato a lanciare frequenti attacchi contro l’ aeroporto Deir ez-Zorcon con l’obiettivo di interrompere i rifornimenti. Il rifornimento dei patrioti assediati è stato reso possibile dal controllo da parte del governo siriano sui Monti Thardah, una vicina base di artiglieria e altre aree vicino all’aeroporto poiché il controllo di queste aree ha impedito all’ISIL di attaccare gli aerei di rifornimento che volavano dentro e fuori l’aeroporto.


Poiché i democratici dell’ISIS non ce la facevano, l’aviazione USA ha operato una serie di pesantissimi attacchi aerei sull’aeroporto di Deir ez-Zor e le truppe dei patrioti assediati il 17 settembre 2016, durati dalle 15:55 alle 4:56 , che hanno ucciso tra 50 e 60 soldati dell’esercito siriano e ferito altri 30. (gli USA stessi parlano di 62 morti ed oltre 100 feriti: hanno lanciato bombe a frammentazione)


Gli Stati Uniti hanno affermato che l’obiettivo previsto era lo Stato islamico dell’Iraq e i militanti del Levante e che l’attacco ai soldati siriani era dovuto a un’errata identificazione delle forze di terra – Falsità dimostrata dal fatto che subito dopo il bombardamento aereo americano le teppaglia dell’ISIS ha attaccato gli assediati e l’aeroporto, in un’aggressione evidentemente coordinata con l’aiuto USAF

I governi siriano e russo hanno ovviamente sostenuto che si trattava di un attacco intenzionale contro le truppe siriane.
L’attacco ha innescato “una tempesta diplomatica” con la Russia che convoca una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. A causa di ciò il governo siriano ha annullato un cessate il fuoco che era stato il risultato di mesi di intensi sforzi diplomatici da parte dei governi americano e russo.

Gli assediati all’arrivo dei liberatori dell’armata siriana 




Ci hanno rapinato i Progetti di vita questi politici politicanti che inneggiano al neoliberismo. Il corrotto euroimbecille Pd, il falso ideologico M5S, la Lega del fanfulla incoerente e falsa

Amanti del contante e diffidenti verso BTp e Bot: gli italiani secondo il Censis

22 Ottobre 2019, di 

La ricchezza delle famiglie stenta a crescere e ad oggi non è tornata ai livelli pre-crisi, visto che gran parte è ereditata e poca quella aggiunta di recedente.
Così emerge dal secondo Rapporto Aipb-Censis, intitolato “Gli italiani e la ricchezza. Affidarsi al futuro, ripartire dalle infrastrutture”, secondo cui alla fine del 2018 la ricchezza delle famiglie italiane ammontava a 4.218 miliardi di euro, in calo dello 0,4% in termini reali rispetto al 2008.

Portafoglio: boom di contanti e riserve assicurative

Il rapporto scatta una fotografia chiara del portafoglio dei italiani in cui emerge in primo luogo come la corsa alla liquidità non si ferma. In merito alle attività finanziarie degli italiani in pole position troviamo il contante e i depositi bancari, con 1.390 miliardi di euro, pari al 33% del totale e una crescita del 13,7% rispetto a dieci anni fa.
E’ boom anche per le riserve assicurative, pari al 23,7% del portafoglio, con un aumento del 44,6% in dieci anni.
Crollano invece titoli obbligazionari (pesano per il 6,9% del portafoglio, erano pari al 21% dieci anni fa) e azioni (-12,4% dal 2008). Sono 500.000 le famiglie italiane che detengono patrimoni finanziari superiori a mezzo milione di euro (circa il 2,5% delle famiglie) e ammonta a circa 850 miliardi di euro il portafoglio di risparmi per investimenti affidati al private banking.

Risparmiatori diffidenti verso lo Stato

I soldi fermi sui conti correnti e gli investimenti finanziari non devono essere tassati in misura maggiore delle risorse che invece vengono investite nell’economia reale.
Questo il pensiero della maggioranza degli italiani (76,8%), che difendono a spada tratta la libertà di scelta quando si tratta di mettere da parte e prediligono il contante, “amatissimo strumento contro l’insicurezza” dice il Rapporto.

I prodotti preferiti dai risparmiatori? Non certo quelli che offre lo Stato visto che il 61,2% degli italiani non utilizzerebbe i propri risparmi per acquistare Bot, Btp o altri titoli del debito pubblico.
È la fine dei «Bot people», si legge nel rapporto, ossia quando il risparmio privato alimentava una esplosiva spesa pubblica, che a sua volta foraggiava redditi privati e un sistema di welfare pubblico molto generoso.

Investitori temono il rischio Italia

Se da una parte i più preferiscono accumulare denaro sui conti per combattere l’insicurezza, chi questi soldi li vuole spendere non lo fa in Italia.
Nella percezione delle persone più ricche esiste un rischio-Paese per l’Italia. Per il 53,4% di loro pensare al futuro del Paese desta preoccupazione, per il 23,4% curiosità e solo nell’8,3% suscita un senso di sfida. Non investono ma restano in Italia visto che l 68,2% dei ricchi non ha alcuna intenzione di andarsene dall’Italia: perché il 42,2% afferma che in Italia ha le proprie radici e il 26,0% ritiene che il nostro sia uno dei Paesi in cui si vive meglio al mondo.
Investimenti in infrastrutture strategici per il Paese

Guardando poi agli investimenti che deve fare il Paese per tornare a crescere quelli in grandi infrastrutture sono considerati strategici anche se rischiosi.
Per il 50,7% bisogna investire nella messa in sicurezza del territorio contro frane, inondazioni e terremoti, per il 39,3% nelle energie alternative, per il 33,2% nella ristrutturazione di monumenti, chiese, opere d’arte, siti archeologici, per il 22,5% nelle ferrovie e nei treni locali, per il 22% in collegamenti stradali e ferroviari tra il Tirreno e l’Adriatico, per il 20,8% nella connessione internet veloce ovunque e per il 20% nei trasporti pubblici delle grandi città.

Perchè in Italia le infrastrutture si annunciano e poi non ci concludono? Per il 57,9% degli italiani ciò dipende dalla corruzione, per il 54,1% da regole eccessive e burocrazia lenta, per il 33,7% da controlli insufficienti sulle imprese che realizzano i lavori, per il 31,7% dalla politica che cambia idea sulle opere da realizzare.
Anche tra i clienti del private banking il 56,7% opta per altri investimenti dai rendimenti più sicuri e il 55,7% teme ritardi o blocchi delle opere. Nonostante tutto ciò, il 35,3% investirebbe in infrastrutture: una ottima base di partenza, si legge nel rapporto. Così commenta Paolo Langé, Presidente di Aipb:

Dal 2° Rapporto Aipb-Censis emerge una percentuale importante di clienti Private interessata a investire in infrastrutture e opere pubbliche in Italia.
Per incrementare questa quota, è necessario adottare al più presto una serie di azioni per facilitare l’accesso degli investitori: il riconoscimento del livello qualitativo della consulenza evoluta, l’ampliamento della gamma di strumenti finanziari utilizzabili e la creazione, per questi strumenti, di un mercato secondario.
Senza trascurare il tema della fiscalità: interventi mirati inciderebbero in maniera significativa sulle scelte di investimento di lungo periodo in infrastrutture.

Helicopter Money - si discute sulla validità per uscire fuori dalla Stagnazione Secolare. Ridare reddito sottratti in questi anni alla maggioranza delle persone. Difficile che il Capitale lavori in questo senso

Regalare 200 euro al mese per far ripartire la crescita? Ecco cosa farebbero i risparmiatori

22 Ottobre 2019, di Alessandra Caparello

La società si divide oggigiorno in due grandi categorie: da una parte una maggioranza di popolazione condannata ad avere minori risorse economiche, dall’altra una minoranza che beneficia dei Quantitative easing, l’acquisto di asset finanziari da parte delle banche centrali. Ricorda Alessandro Tentori, Chief Investment Officier di AXA IM che, “come ha documentato uno studio della Banca d’Italia, gli investimenti indiretti delle famiglie italiane in azioni attraverso gli strumenti di risparmio gestito sono pari ad appena il 5% del totale”.

La situazione è simile in Germania. Solo nei Paesi anglosassoni, grazie a un mercato dei capitali meglio sviluppato e probabilmente anche per una miglior educazione finanziaria, si tende a investire di più sul mercato azionario, con benefici nel lungo termine.
Il risultato è che in Europa, una fascia ristretta della popolazione, quella già benestante, tende a beneficiare della politica di bassi tassi d’interesse e di Quantitative Easing”.

Helicopter Money: la proposta di Moritz Kraemer…

Per rimediare qualcuno ha rilanciato l’antica idea dell’“helicopter money” teorizzata a fine anni Sessanta e rispolverata, almeno a livello teorico, nel 2015-16 dall’allora Governatore della Federal Reserve (Fed), Ben Bernanke. Metafora coniata dal premio Nobel Milton Friedman nel 1969, l’“helicopter money” indica un tipo molto particolare di politica ultraespansiva: un elicottero che fa cadere dall’alto una pioggia di banconote, una distribuzione diretta di denaro ai cittadini da parte delle banche.
Moritz Kraemer, capo economista di Acreditus, società di consulenza con sede a Dubai, in un articolo sul Financial Times ha ipotizzato un programma della Banca Centrale Europea (BCE) di 36 mesi che regali 200 euro mensili a ogni cittadino se il tasso di inflazione scende sotto l’1% annuo. Le somme sarebbero poi ridotte gradualmente fino ad azzerarle al raggiungimento del 2% di inflazione.
….e l’impatto sui cittadini

Ma distribuire denaro ai cittadini funzionerebbe? E’ la domanda che oggi si pone Tentori di AXA Investment Manager.

Intanto va chiarito che l’helicopter money appartiene al regno della politica fiscale, non monetaria, perché la distribuzione diretta di denaro sui conti correnti implica l’emissione di bond per riequilibrare le passività della BCE (…)
Dal punto di vista tecnico, l’unica differenza rispetto all’attuale Quantitative Easing, l’acquisto di titoli di Stato da parte di una banca centrale per immettere nuova moneta, è il fatto che, anziché acquistare asset finanziari, la BCE distribuirebbe denaro ai cittadini, aumentando di conseguenza la massa monetaria.

La domanda di fondo è però una sola, sottolinea l’esperto, ossia se la gente spenderebbe i soldi “regalati” dalla BCE?

«Su questo non ci sono certezze perché i cittadini potrebbero decidere di risparmiarli, vanificando l’operazione.
Anche se il denaro accreditato sui conti venisse in buona parte speso, l’inflazione ripartirebbe ma solo per la durata dell’helicopter money: finita la “droga” degli stimoli si tornerebbe al punto di partenza.

La soluzione al problema, conclude Tentori, va cercata in un miglioramento della cooperazione e della coordinazione tra le politiche monetarie e fiscali.

7 ottobre 2019 - Obracanje predsednika Vučića povodom posete turskog predsednika Srbiji -...

Il Sud America respinge il neoliberismo che continua ad affamarlo

Pepe Escobar - Brucia, neoliberismo, brucia


di Pepe Escobar
21 ottobre 2019

Il Sud America, ancora una volta, sta mostrando la strada.

Dall'Ecuador al Cile.

Tre elezioni presidenziali in gioco. La Bolivia ha iniziato domenica, Argentina e Uruguay domenica prossima.

Le forze progressiste dovrebbero vincerle tutte e tre.

Il contraccolpo contro l'accumulo per espropriazione (David Harvey) è e continuerà ad essere un casino.

Nel frattempo, il Brasile viene distrutto dai fantasmi pinochettisti.

Alla fine risorgerà.

Qualcuno dovrebbe inviare un aereo pieno di scarafaggi coccolati del blocco nero di Hong Kong in Sud America per una dose di vita reale.

Almeno vedrebbero cosa significa DAVVERO come essere povero, discriminato e a malapena in grado di sopravvivere all'attacco del neoliberalismo selvaggio. 

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

Gli statunitensi, inaffidabili, come al solito ci ripensano e restano in Siria

Ecco come funziona il (non) ritiro americano dalla Siria

22 ottobre 2019


Almeno duecento militari americani resteranno in Siria con un ruolo tattico e politico nella fascia petrolifera a sud del Paese. La lotta contro l'Is prosegue da remoto, appena oltre il confine iracheno. Gli Usa si rafforzano in Arabia Saudita in funzione anti-iraniana. Per gli Usa, più che un ritiro, come sperava il presidente Trump, è un riassetto generale della distribuzione di forze in Medio Oriente

Il segretario alla Difesa statunitense, Mark Esper, ieri ha tracciato completamente il quadro del riassetto americano nel quadrante siriano del Medio Oriente. Ha spiegato, come previsto, che andranno in Iraq i soldati spostati dalle aree curde del nord del Paese — e quindi quei territori che gli Usa hanno liberato dallo Stato islamico insieme alle milizie curdo-arabe ora resteranno in mano all’avanzata turca, che vuol compiere un’operazione di ingegneria etnica ai danni dei curdi, e di russi e regime, che invece stanno cercando di inserirsi negli spazi lasciati dagli americani. 

Ieri, mentre 
i mezzi corazzati utilizzati dalla truppe statunitensi uscivano da quelle zone siriane, i curdi li accompagnavano lanciando sassi e frutta marcia. 
Lo stesso hanno fatto alcune persone mentre quegli stessi convogli entravano a Erbil, nel Kurdistan iracheno, un territorio che nel corso della storia irachena è stato più volte il cuore della distribuzione logistica degli Stati Uniti e dove i soldati con la bandiera a Stelle e Strisce finora erano considerati eroi. Ora gli gridano “traditori”. 

È un segno forte nella storia statunitense, soprattutto se abbinato al nuovo posizionamento delle truppe. Perché oltre a quelle ridistribuite appena oltre confine iracheno, per continuare più da remoto la lotta alle spurie dello Stato islamico, altre effettivamente resteranno in Siria, ha annunciato il capo del Pentagono. Si tratta di duecento uomini, che sembrano frutto di una negoziazione tra il presidente Donald Trump e il resto degli apparati di difesa e sicurezza statunitensi: il primo annuncia da dicembre un ritiro immediato, gli altri insistono che per adesso non è proprio il caso di lasciare per tante ragioni.

Quei duecento operatori delle forze speciali, però verranno distribuiti in una zona ben più a sud, nella fascia in cui la Siria confina con l’Anbar iracheno, e che è caratterizzata da due aspetti: primo, è ancora occupata dalle spurie clandestine dello Stato islamico; secondo è una zona petrolifera. “Abbiamo messo al sicuro il petrolio”, ha detto Trump pubblicamente dando un’ottima ragione di insistere a chi sostiene che la politica estera americana sia interessata solo alle risorse; 
la vulgata dice: 
i curdi in Iraq e Siria urlano traditori, perché gli americani sono sfruttatori interessati solo ai dollari del greggio.

In realtà quel posizionamento ha un senso notevolmente più profondo, anche perché le riserve americane di petrolio in questo momento sono sesquipedali rispetto a quei campi siriani. Però se gli americani si garantiscono il controllo di quei campi, allora hanno un elemento negoziale con regime e russi – che, soprattutto i primi, hanno interesse reale su quelle seppur limitate risorse. È un posizionamento tattico che ha un grosso valore politico, una sorta di forma di protezione per i curdi che si trovano in quelle aree, liberate anche queste dall’occupazione militarista dello Stato islamico, e un contenimento degli interessi soprattutto di una potenza dietro al regime: l’Iran.

Esper ha anche spiegato che la presenza americana nella regione mediorientale sostanzialmente non cambia: c’è questo riassetto che interessa la Siria, ma Washington non intende affatto disinteressarsi dalle evoluzioni geopolitiche dell’area. Tant’è che se si fa un conto complessivo, la presenza Usa è notevolmente aumentata con Trump, e il presidente ha usato il ritiro dalla Siria a fini elettorali (mettiamo fine a queste “guerre infinite”) tanto quanto l’invio di migliaia di soldati in Arabia Saudita (loro “ci pagano”, perché comprano armi americano e investono negli Usa), altrettanto vale per la postura anti-Iran.

(Foto: U.S. Army photo by Daniel Torok)

Il partito delle tasse al governo, il fanfulla all'opposizione sono fuori di testa, non si rendono conto di parlare del nulla, di aria fritta

BANCOMAT. CHIUDETELI: SI FA PRIMA E SMETTONO DI ANNOIARCI

Pubblicato 21/10/2019
DI ALBERTO NEGRI

La maggioranza ha bassi stipendi, basse pensioni o lavori precari e vede le diatribe di governo e opposizione su, prelievi in contanti ed evasione fiscale con il fastidio di chi non tira la fine del mese e va al Bancomat temendo di non avere un euro sul conto. Salvini raccatta tangenti in Russia, Berlusconi ha corrotto in contanti e non. Di fronte a simili perditempo è meglio chiudere i Bancomat, così smettono di ammorbarci.

La Nazione è scesa in campo, schierata ideologicamente con il Sistema massonico mafioso politico, e difende a prescindere il procuratore aretino che omise di dire che conosceva il Boschi, salvo poi integrare, dopo inchiesta di Panorama, al Consiglio Superiore della Magistratura

Procuratore a rischio, la giustizia si mobilita: "Magistrato ineccepibile"

Roberto Rossi a Roma ha presentato la memoria difensiva contro la relazione Davigo. I magistrati: siamo sgomenti. Rabbia Pm. Avvocati mobilitati

di Salvatore Mannino
Ultimo aggiornamento il 22 ottobre 2019 alle 01:56

Roberto Rossi

Arezzo, 22 ottobre 2019 - C’è una città intera, anzi una cittadella, quella della giustizia, che si ribella allo scenario che da mercoledì Roberto Rossi possa non essere più il procuratore capo di Arezzo. Tanto più con le motivazioni della relazione di maggioranza, stesa da Pier Camillo Davigo, ex mente giuridica del pool di Mani Pulite a Milano e ora capo di una corrente di magistrati, per il plenum del Csm di domani.

Che cioè Rossi sia venuto meno ai requisiti di indipendenza e di immagine «per impropri condizionamenti», per aver insomma avviato le indagini su Banca Etruria nel periodo in cui era ancora consulente del dipartimento affari legislativi di Palazzo Chigi, premier Renzi, che aveva per ministro Maria Elena Boschi, figlia di uno degli ultimi due vicepresidenti di Bpel, Pierluigi Boschi.

E’ un ritratto del capo dei Pm aretini nel quale non si riconosce nessuno, non i colleghi, dai sostituti della procura ai giudici del tribunale civile e penale, e nemmeno gli avvocati, che pure di Rossi sono gli avversari naturali in tribunale. E’ sconcertato, dunque, Stefano Del Corto, presidente della Camera Penale, che riunisce i legali impegnati nel settore penale, pensa a una presa di posizione pubblica l’ordine degli avvocati.

«Speriamo vivamente che Rossi resti al suo posto, è un magistrato ineccepibile», sintetizza il presidente Roberto De Fraja. Scende in campo anche l’ex presidente Piero Melani Graverini: il migliore dei procuratori possibili. Quanto ai magistrati, nessuno parla ufficialmente, per non turbare la scelta del Csm, è la giustificazione. Ma fonti ufficiose di Palazzo di giustizia esprimono sgomento dinanzi al rischio che Rossi perda l’incarico e ancor di più dinanzi alle motivazioni «pretestuose».

Al terzo piano della procura, l’attività è quella di un giorno normale, ma il disappunto si legge chiaro in faccia ai Pm, così come nei volti scuri degli uomini della polizia giudiziaria che col procuratore hanno condiviso anni e anni di indagini, non solo Etruria, ma anche il giallo di Martina, il sequestro della E45, la bancarotta Eutelia e ancor più indietro Variantopoli, che decapitò un’amministrazione comunale.

L’ufficio di Roberto Rossi, in fondo al corridoio, è vuoto. Lui è a Roma, a consegnare al Csm la memoria con la quale si difende e controbatte l’impianto accusatorio di Davigo, definito come un «clamoroso e sconcertante travisamento dei fatti». Le otto pagine del memoriale ripercorrono le date, che sono decisive per ricostruire storicamente i fatti. L’incarico al Dagl cessa definitivamente il 31 dicembre 2015, dopo che il caso era esploso qualche giorno prima, sempre in dicembre.

Che avrebbe dovuto fare Rossi, domanda nella relazione di minoranza Marco Mancinetti, dimettersi per soli dieci giorni? Il fallimento di Bpel, spiega invece il memoriale Rossi, è dell’11 febbraio 2016, un mese e dieci giorni dopo, le prime iscrizioni nel registro degli indagati per bancarotta sono della fine di febbraio. «Questo procedimento ha visto il signor Pierluigi Boschi non “potenzialmente coinvolto“ (come scrive Davigo Ndr) ma indagato a tutti gli effetti».

Quanto agli unici fascicoli aperti all 31 dicembre 2015, essi riguardavano l’ostacolo alla vigilanza imputato a Fornasari, Bronchi e Canestri e un’indagine per conflitto di interessi (originata dalla relazione dell’ispettore di Bankitalia Giordano Di Veglia) sulll’ultimo presidente Lorenzo Rosi e di Luciano Nataloni. Boschi non c’entrava.

Durissimo Rossi col diniego alla conferma espresso dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede, motivato sempre dal caso Boschi: «Gravissimo e clamoroso sviamento di potere». Il ministro può esprimersi solo sull’organizzazione il resto è una «gravissima forma di ingerenza del potere politico sulla giurisdizione»

Siria - i soldati statunitensi non sono amati


Siria:sassi contro convoglio Usa a Erbil 

Dopo le patate lanciate contro americani nel nordest e a confine 

© ANSA/EPA

Redazione ANSA
21 ottobre 201918:12 NEWS

(ANSAmed) - BEIRUT, 21 OTT - La tv curdo-irachena Rudaw riferisce che un convoglio di mezzi militari americani proveniente dalla Siria è stato preso a sassate da alcuni civili della regione di Erbil, capitale della regione autonoma curdo-irachena.

Stamani altri convogli militari americani a Qamishli, nel nord-est della Siria, e al confine iracheno erano stato oggetto di analoghe proteste con civili che avevano tirato patate verso i blindati dei militari.

lunedì 21 ottobre 2019

Gli ebrei palestinesi escono sempre puliti dalle peggiori nefandezze

CIPRO, STUPRO DI GRUPPO MA L’ACCUSATA È LA DONNA

Pubblicato 21/10/2019
DI CLAUDIA SABA
Ha 19 anni, la ragazza inglese che lo scorso luglio, durante una vacanza a Cipro, ha denunciato di aver subito uno stupro di gruppo.
Accusati delle violenze, una dozzina di ragazzi israeliani che
in un hotel di Ayia Napa, avevano poi filmato e diffuso la scena secondo il manuale di uno squallido “revenge porn”.
Ma il processo, magicamente, non verterà sullo stupro.
Vedrà invece la ragazza, imputata per falsa denuncia.
Dopo un lungo interrogatorio da parte della polizia, la giovane ha infatti ritrattato tutto.
I dodici israeliani, tutti tra i 16 e i 18 anni, sono intanto tornati in patria accolti quasi come eroi.
Lei, è stata invece arrestata e rinchiusa in carcere per due mesi.
Alla fine, sotto accusa è finita la presunta vittima.
Che denuncia di aver subito forti pressioni psicologiche per ritrattare tutto.
Cipro accoglie circa un milione trecentomila turisti britannici e 230mila israeliani ogni anno.
E questo caso avrebbe senz’altro rappresentato un danno economico per il paese.
Così, dopo la denuncia, la presunta vittima viene di nuovo convocata al posto di polizia.
Sottoposta per ore a un estenuante interrogatorio, è costretta a ritrattare tutto.
“Mi dissero che se non avessi firmato la dichiarazione in cui ritrattavo tutto, avrebbero arrestato i miei amici”.
Lo ha raccontato durante l’udienza in tribunale qualche giorno fa.
Con se’, neppure un avvocato a difenderla e tantomeno un interprete.
“La polizia non ha fatto rilievi nella stanza d’albergo dove è avvenuto il presunto stupro né ha organizzato un riconoscimento dei presunti violentatori. Dai cellulari dei ragazzi israeliani non sono stati scaricati i messaggi e questo è scioccante, perché è una delle prime cose che ci sia aspetta siano fatte. Inoltre non c’è alcun video dell’interrogatorio cui è stata sottoposta la ragazza”, afferma Michael Polak di Justice Abroad, che aiuta chi deve confrontarsi con i sistemi giudiziari stranieri.
L’esito della vicenda potrebbe essere stato influenzato dalle relazioni diplomatiche tra Israele e Cipro.
Alcune organizzazioni internazionali, intervenute sulla questione, hanno duramente condannato i metodi locali.
La stessa Susana Pavlou, direttrice dell’Istituto Mediterraneo per gli studi di genere a Nicosia, fa rilevare la mancanza di video nell’interrogatorio della ragazza e la non accusa immediata ai ragazzi israeliani che “sono tornati in patria senza neanche una tirata d’orecchie nonostante avessero messo in circolazione i video in cui si vedeva la ragazza avere rapporti sessuali con loro”.
Il processo, riprenderà il primo novembre quando uno psicologo britannico, verrà sentito per
certificare le condizioni della ragazza che soffre ora, di forti disturbi da trauma.
Purtroppo, il pregiudizio, è ancora troppo vivo in certi paesi.
Quando si tratta di “giudicare” la violenza, a vincere, è sempre l’orgoglio del maschio.


Tentativi di approccio amicale tra la Cina e l'India


21 OTTOBRE 2019

Il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping ha concluso il suo vertice informale di due giorni con Modi sabato 12 ottobre 2019. Il duo ha tenuto discussioni su questioni di ampia portata ed ha riesumato la fiducia nel rafforzamento dei legami bilaterali tra le due nazioni a Mamallapuram vicino a Chennai . Ora, il punto fortemente dibattuto è che il vertice porterà a qualche risultato positivo per l'India? La storia testimonia il fatto che, nonostante gli sforzi indiani per migliorare le relazioni con la Cina, i cinesi hanno sempre cercato di sminuire l'India alle Nazioni Unite e hanno preferito il Pakistan all'India. Sullo sfondo della guerra commerciale USA-Cina, il viaggio del presidente Xi Jinping viene visto come un tentativo di esplorare opportunità per concessioni più significative per i prodotti cinesi in India.
Perché il dubbio

India e Cina, i due giganti asiatici, non hanno nulla in comune se non una popolazione di oltre un miliardo. Proprio come due spade non possono essere contenute in una guaina, lo stesso è il caso di India e Cina. Entrambi lottano per la supremazia in Asia e sono impegnati in un tiro alla fune per essere un leader globale. Entrambi si vedono con sospetto e la Cina, uno stretto alleato del Pakistan bête noire dell'India, si schiera apertamente con il Pakistan nelle Nazioni Unite e in altri forum internazionali e raramente perde l'opportunità di sminuire l'India. Ignorando gli sforzi internazionali per reprimere il terrorismo transfrontaliero, i ripetuti tentativi della Cina di bloccare la designazione del capo di Jaish-e-Mohammad Masood Azhar come terrorista globale sono solo un indicatore in questa direzione.

I critici del vertice affermano che una delle grandi delusioni del vertice di Wuhan è stata la riluttanza della Cina ad adottare misure tangibili per allentare le barriere non tariffarie per l'ingresso di IT e prodotti farmaceutici indiani, nonché le esportazioni agricole indiane nel mercato cinese per affrontare il enorme squilibrio commerciale. Le società indiane rimangono scettiche sul recente accordo sulla medicina tradizionale e hanno espresso apprensioni per i cambiamenti delle politiche a livello di base.

In tale scenario, gli osservatori politici ed economici in India sono perplessi se il vertice informale di Xi Jinping con Modi e le discussioni su questioni di ampia portata si tradurranno in un guadagno positivo per l'India.

According to political observers, President Xi Jinping’s trip is an attempt to explore opportunities for more significant concessions to Chinese products in the Indian market, due to the USA-China trade war. On the conclusion of his two-day informal summit with Modi on Saturday October 12, 2019, Prime Minister Narendra Modi and Chinese President Xi Jinping agreed to evolve a broad-based economic mechanism to bridge India’s swelling trade deficit with China and vowed to strengthen defence cooperation while negotiating disputative issues pragmatically with sensitivity to each other’s core concerns.

Le critiche hanno affermato che dopo due vertici informali, entrambe le parti non hanno compiuto progressi nel risolvere le loro principali differenze in sospeso, come la disputa sui confini sull'altopiano di Doklam vicino al tri-incrocio India-Cina-Bhutan, il deficit commerciale e il sostegno della Cina a Pakistan alle Nazioni Unite per la disputa sul Kashmir. L'unico rivestimento d'argento sembra essere il suggerimento di Xi a Modi secondo cui "le differenze non dovrebbero indebolire la situazione generale della cooperazione bilaterale e le differenze che non potevano essere risolte dovrebbero essere gestite in modo appropriato".

Secondo gli osservatori politici, i vertici dovrebbero essere seguiti dai risultati per infondere fiducia nella relazione. Da Wuhan a Chennai, sembra che si stiano muovendo nella giusta direzione, ma finora non si sono registrati risultati tangibili. 

Xi ha invitato Modi a visitare la Cina nel 2020 per un terzo vertice per commemorare il 70 ° anniversario dell'istituzione di relazioni diplomatiche. I due leader hanno concordato di renderlo memorabile tenendo 70 eventi in India e Cina, con diverse visite di alto livello nei lavori. Nonostante la bonhomie mostrata dai due leader, ci sono numerose insidie ​​e la strada da percorrere per India e Cina è lunga e turbolenta. Tutti questi esercizi daranno luogo a una relazione proficua e fruttuosa tra le due nazioni, solo il tempo può dirlo.

L'austerità imposta dal neoliberismo Fmi porta alla rivolta sociale


21 OTTOBRE 2019

Ecuador, Cile, Argentina: da tre Paesi dell’America meridionale soffia un vento di rivolta. In un mondo sempre più caldo e inquieto il mondo latinoamericano è un epicentro di tensioni da tenere sotto osservazione. Il bersaglio, adesso come vent’anni fa e, ancora prima, negli anni conclusivi della Guerra fredda, è l’abbraccio sempre più stretto tra i governi della regione e le logiche economiche del neoliberismo, incarnate principalmente dalle grandi istituzioni finanziarie come il Fondo monetario Internazionale. Anima della protesta quella classe media che si era negli anni scorsi sentita abbandonata dai governi populisti di sinistra consentendo l’elezione di Mauricio Macri in Argentina, Sebastian Pinera in Cile e Jair Bolsonaro in Brasile. Oggi nuovamente in fibrillazione per l’imposizione di dure condizioni a causa delle misure di austerità introdotte dai governi o concordate con l’Fmi.

In due casi, Ecuador e Cile, la rivolta è esplosa violenta, improvvisa e dilagante, provocando una reazione dura delle autorità, con morti negli scontri che ad esempio non si sono verificati nelle ben più mediatiche rivolte di Hong Kong. Nel terzo caso, l’Argentina, la rivolta è politica ed elettorale: le elezioni di domenica prossima potrebbero incoronare il peronista Alberto Fernandez e mandare al tappeto Mauricio Macri e le sue politiche economiche giudicate disastrose.

Ecuador, Moreno contro Correa

Lenin Moreno è letteralmente sotto assedio e non ha potuto portare fino in fondo il decreto 883 con cui l’esecutivo di Quito imponeva a livello sociale una serie di misure di austerità fortemente penalizzanti per assecondare le richieste di riforme strutturali dell’Fmi: l’aumento dei biglietti del bus e l’abolizione dei sussidi sul carburante, vera e propria forma di welfare aggiuntivo per gli abitanti di un Paese ricco di materie prime ma non di centri di trasformazione e raffinerie, ha generato un malcontento trasformatosi in ampi moti di protesta, rinfocolati dall’ex Presidente Rafael Correa, capo dello Stato fino al 2017 entrato in piena polemica con Moreno, suo ex vicepresidente.

Correa ha costruito le politiche più equilibrate tra quelle messe in atto dalle “rivoluzioni” populiste sudamericane, contribuendo ad alleviare i casi di povertà estrema ed esclusione sociale, riducendo la dipendenza dall’estero di uno Stato costretto ad adottare il dollaro come valuta e evitando le gravi tensioni che hanno scosso nazioni come il Venezuela.

Moreno ha, poco dopo il suo insediamento, ribaltato completamente la sua linea, rinforzato i pacchetti di politiche austeritarie e liberiste e impostato una strategia ben esemplificata dall’ex consulente di Correa, l’italiano Samuele Mazzolini: “Da una parte, esenzioni, deduzioni e amnistia fiscale per i grandi capitali, dall’altra una riduzione senza pari dell’apparato statale con tagli al personale che andranno a colpire i servizi essenziali, insieme a un attacco diretto ai diritti lavorativi, sia nel settore pubblico sia in quello privato”.

Cile, torna il coprifuoco

Sono focolai apparentemente locali a scatenare grandi incendi, in diversi casi. Anche in Cile l’origine delle recenti proteste che stanno sconvolgendo la nazione e hanno causato almeno sette morti è legata alla rivolta contro una misura che va a colpire, materialmente ma soprattutto simbolicamente, la vita quotidiana di milioni di cittadini: l’incremento dei prezzi dei biglietti della metropolitana di Santiago decisi dall’esecutivo di centro-destra di Pinera, decisione che ha generato la rabbia di parte della popolazione, già esasperata per il carovita della capitale. “Siamo in guerra contro un nemico potente”, ha detto il presidente, dimostrando sorpresa per un’esplosione di collera popolare accesasi senza preavviso.”Un nemico implacabile – ha aggiunto – che non rispetta niente e nessuno e che è pronto a fare uso della violenza e della delinquenza senza alcun limite”.

La stabilità sociale del Paese è messa a rischio dalle crescenti disuguaglianze economiche e l’esercito ha imposto il coprifuoco per la prima volta dall’era di Augusto Pinochet. Non si può confrontare, chiaramente, la situazione attuale con il periodo più buio della storia cilena sotto il piano politico. Ma in campo economico l’attuale governo adotta ricette assai simili a quelle messe in atto ai tempi del regime, che con i consigli del Premio Nobel Milton Friedman e dei suoi “Chicago Boys”, tra cui spiccava il padre di Pinera e il cui ultimo esponente è l’attuale ministro dell’Economia brasiliano Paulo Guedes , sviluppò una radicale trasformazione neoliberista dell’economia.

Tagli fiscali, sforbiciate allo stato sociale, privatizzazioni e deregulation portarono nel 1982 al crollo dell’economia cilena, come ben spiega l’analista Naomi Klein in Shock Economy: “Il debito esplose, il Paese ripiombò nell’iperinflazione e la disoccupazione salì al 30 per cento, dieci volte più alta che ai tempi di Allende […] L’unica cosa che impedì il collasso economico completo del Cile nei primi anni Ottanta fu il fatto che Pinochet non privatizzò mai la Codelco, la compagnia mineraria del rame nazionalizzata da Allende”. I cileni, anche dopo la ritrovata stabilità, non hanno dimenticato l’impatto enorme di questa lezione. Il governo ha dovuto fare dietrofront.

In Argentina Fernandez insidia Macri

Le primarie argentine di agosto hanno certificato che il peronista di sinistra Fernandez è in testa su Mauricio Macri nella volata verso le elezioni presidenziali. Macri porta sulle sue spalle il fardello del fallimento del tentativo di aprire Buenos Aires agli investimenti esteri con una massiccia ristrutturazione economica. Si stima che a fine anno i poveri saranno il 40% della popolazione, mentre negli ultimi dodici mesi il loro numero è aumentato di tre milioni di persone.

Macri ha imposto pacchetti di austerità per ottenere dall’Fmi un prestito da 57 miliardi di dollari, ma senza successo. Analogo insuccesso hanno fatto registrare politiche che hanno condotto alla sanatoria per il rientro dei capitali più grande della storia del capitalismo (110 miliardi di dollari) ed emissioni di titoli a scadenza secolare capaci di produrre cedole annue del 7%, una batosta per le finanze argentine già assediate dalle operazioni spericolate dei fondi internazionali loro creditori (guidati dall’americano Elliott). La povertà in aumento, la disoccupazione in doppia cifra, l’inflazione galoppante hanno disegnato uno “scenario greco”. E ora l’Argentina, terra che potrebbe produrre cibo per sfamare 450 milioni di persone, si trova nella condizione di dover affrontare problemi di carenza alimentare e malnutrizione.

Il destino di Macri appare segnato, e nelle urne argentine potrebbe concretizzarsi la più significativa delle rivolte che stanno plasmando una nuova America Latina, ponendo fine all’inerzia liberale iniziata proprio nel Paese del Cono Sud quattro anni fa. Le classi medie urbane dei Paesi latinoamericani chiedono giustizia economica e guidano la protesta in tutto il continente, alla testa di una platea ampia ed eterogenea (gruppi indigeni, chiese, movimenti ruralisti e così via) che disegna settimana dopo settimana il fronte contro l’austerità.


Gli ebrei palestinesi hanno paura e si nascondono dietro agli statunitensi

Israele ed Occidente non hanno i mezzi per contrastare la tecnologia iraniana

Maurizio Blondet 19 Ottobre 2019 

DI GILAD ATZMON E NIR DVORI


Quella che segue è una traduzione dell’articolo di oggi dell’israeliano News 12, che analizza le lezioni impartite dal recente attacco alle strutture petrolifere saudite. Sebbene io, come molti altri commentatori, sia convinto che l’offensiva non abbia alcunché a che fare con l’Iran, questa ha dimostrato che le armi di Teheran sono probabilmente superiori alle capacità di difesa occidentali.

Lo scrittore israeliano Nir Dvori sottolinea come l’attacco sia avvenuto 650 km all’interno del territorio saudita. “Ha dimostrato grande efficacia ed efficienza, entrambi i tipi di armamenti hanno infatti accuratamente centrato il proprio bersaglio”. Ha anche messo in mostra un’eccezionale capacità di intelligence – “sia nell’identificare e selezionare gli obiettivi sia nello scegliere la rotta dell’attacco”. A quanto pare, né i droni né i missili da crociera sono stati rilevati, né è stato fatto alcun tentativo di intercettarli. Ciò significa che, nonostante i multimiliardari investimenti sauditi in armamenti e sistemi di difesa aerea occidentali, il loro cielo è tutt’altro che protetto.

Negli ultimi anni Israele ha concentrato i propri sforzi nel contrastare i progetti balistici e di droni dell’Iran. Evidentemente sapeva a cosa sarebbe andata incontro. Il recente attacco al sito petrolifero saudita ha dimostrato come l’Occidente non abbia ancora sviluppato un’adeguata risposta ai missili di precisione iraniani, ai loro missili da crociera lenti o ai loro droni. Questo da solo spiega perché, nonostante le persistenti minacce di Israele di attaccare direttamente l’Iran, sia stata riluttante a metterle in atto. Israele sa quanto sia vulnerabile, e comprende bene le possibili drammatiche conseguenze di un simile attacco. Sa benissimo che, sebbene il proprio sistema antimissilistico possa essere in qualche modo efficace contro la tecnologia balistica V2 tedesca, non ha alcuna speranza contro ciò di cui l’Iran dispone.

Questo aiuta a spiegare perché Israele vuole che siano l’America e la NATO ad attaccare l’Iran per suo conto. Potrebbe essere disposta a fare tutto il possibile per provocare un simile conflitto, da una pesante azione di lobbying ad operazioni false flag.

Trump incredibilmente sembra aver colto quanto la situazione sia instabile. Di conseguenza ha allontanato dalla stanza dei bottoni John Bolton, il proprio falco primario. Il presidente potrebbe trovarsi fuori della Casa Bianca per la propria riluttanza a combattere la guerra di Israele contro l’Iran?

(Il resto su