L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 23 settembre 2019

Sovranismo di Sinistra a tutela dei lavoratori, precari, disoccupati, pensionati. Dopo il vuoto del fanfulla e il falso ideologico del M5S

Due sovranismi di sinistra tentano Fassina e Fusaro

RODOLFO RUOCCO DEL 23 SETTEMBRE 2019 POLITICA

Sovranismo di sinistra, una nuova rivoluzione fino a poco tempo fa impensabile. Ora ci puntano, con due ricette diverse, Fassina e Fusaro, due nomi poco noti a gran parte dell’opinione pubblica. La disperazione sociale anti globalizzazione aspetta sempre una risposta, così a sorpresa spunta il sovranismo di sinistra per cercare di tutelare lavoratori, precari, disoccupati e pensionati travolti dalla crisi e sotto il ricatto dello sfruttamento capitalista.

Stefano Fassina e Diego Fusaro, con due differenti iniziative scommettono su una nuova politica per il riscatto delle classi popolari impoverite dalla recessione economica e impaurite dall’immigrazione. Si candidano nella difficilissima impresa nella quale ha fallito la sinistra tradizionale (sia riformista sia radicale) e il populismo sovranista anti sistema leghista e cinquestelle.

Fassina e Fusaro si sono mossi quasi in parallelo. Fassina, 53 anni, economista, deputato di Liberi e uguali lo scorso 8 settembre ha dato vita a Patria e Costituzione in una assemblea costituente tenuta alla Città dell’altra economia di Roma. Fusaro, 36 anni, filosofo, opinionista, il 14 settembre ha fondato Vox Italia in una affollata assemblea all’Hotel Quirinale di Roma.

Tra i due teorici del sovranismo di sinistra ci sono consonanze e dissonanze. La premessa comune è la difesa della sovranità nazionale e la critica a quella internazionale in chiave egualitaria. Fassina ha sdoganato i termini patria e sovranismo dicendo a il manifesto: «Patria non è una parola della destra» e così pure «sovranità». Sovranismo è la risposta alla domanda di comunità «che non vuol dire necessariamente regressione nazionalista, xenofobia, autarchia. È una domanda di protezione sociale, identitaria, a cui si può rispondere in modo progressivo a partire dalla Costituzione». L’ex vice ministro dell’Economia ha sferzato l’euro e smontato l’Unione europea come federazione unitaria: «Va costruita un’Unione come confederazione di stati nazionali che limitano le quattro libertà di movimento: capitali, servizi, merci e persone. Il mercato unico e l’euro hanno umiliato il lavoro».

Lo spazio politico da occupare è ampio. Fusaro, soprattutto dopo la sconfitta del governo populista M5S-Lega, vede grandi possibilità di manovra perché ha vinto l’élite liberista. Su La7 ha indicato la strada da percorrere: «Abbiamo una sinistra liberista e cosmopolita e una destra liberista sovranista, manca un sovranismo-populista di sinistra». Più esattamente punta a «un movimento sovranista, populista e socialista» perché c’è da fare i conti con «un conflitto tra l’élite cosmopolitica e finanziaria e le classi lavoratrici precarizzate». Propone una singolare miscela tra «valori di destra» (religione, trascendenza, patria, identità) e «idee di sinistra» (lavoro, diritti sociali, emancipazione, solidarietà).

Beppe Grillo e Luigi Di Maio in più occasioni hanno ripetuto: non esistono più destra e sinistra, ma solo lo scontro tra classi dominanti e subalterne. Fassina e Fusaro puntano, invece, sulla “contaminazione” tra principi e scelte di sinistra e di destra, un tempo considerati inconciliabili, per far vincere i ceti oppressi nazionali contro le élite globalizzate.

I due dioscuri del sovranismo di sinistra sono a caccia degli elettori delusi da Salvini e da Di Maio, di quelli astenuti dalle urne. Conciliare gli opposti, però, è una impresa difficilissima, a rischio flop. I partiti di sinistra, di centro e di destra dovrebbero fare il loro mestiere senza confusione di ruoli. Forse sarebbe meglio puntare sullo sviluppo, sulla giustizia sociale nella chiarezza e nella coerenza riformista.

Il Portogallo quattro anni fa era il fanalino di coda dell’Europa, era un paese sull’orlo del fallimento. Oggi, grazie al governo socialista di Antonio Costa, è un paese in forte crescita, con l’occupazione che tira, con un welfare e servizi pubblici efficienti. Qui i partiti tradizionali sono autorevoli e rispettati, il populismo non ha attecchito. Certo, la coerenza è fondamentale soprattutto a sinistra. Un partito progressista non può né deve fare una politica di destra in modo palese o occulto dietro i consigli interessati dei grandi gruppi economici. Se questo accade c’è la cancellazione della sinistra e la messa in discussione della stessi equilibri democratici.

L'ideologia del Pensiero Unico della classe globalista dei dominanti soffre dell'esistenza vitale di pensieri alternativi


“Il politicamente corretto è il grande ordine mentale che giustifica la società classista planetaria del capitalismo globale”: Diego Fusaro dialoga con Matteo Fais sul suo ultimo libro


Posted On Settembre 23, 2019, 8:06 Am

Credo che a Diego Fusaro vada riconosciuto un grande merito, a prescindere dalle astiose considerazioni degli hater. È riuscito a portare all’attenzione del grande pubblico tutta una serie di tematiche che, altrimenti, non avrebbero trovato spazio nell’informazione mainstream. Lui, con il suo linguaggio indiscutibilmente di rottura, ha saputo veicolarle. Se poi lo si debba considerare la Chiara Ferragni della filosofia è veramente una questione oziosa – tra un’influencer come la ragazza in questione e uno che, nel bene o nel male, per usare un eufemismo, qualche libro l’ha aperto, oltre ad aver per esempio ritradotto Marx, a mio avviso non sussistono neppure gli estremi per un vago paragone. Al netto di tutte le possibili critiche, secondo cui accademismo e mediaticità non sarebbero coniugabili, le questioni da lui portate sul tavolo non sono irrilevanti. E, infatti, non è che siano a milioni, in Italia, i filosofi che le trattano – neppure a decine, a voler essere onesti. Per tutta questa serie di motivi, siamo ben felici di averlo nuovamente come nostro ospite su Pangea, questa volta per parlarci del suo ultimo libro, Glebalizzazione. La lotta di classe al tempo del populismo (Rizzoli, 2019).


Il nuovo ordine mentale impone una certa prassi discorsiva, il politicamente corretto. A questo si contrappone quella che tu chiami una lotta di classe culturale, in cui i dominati vorrebbero invece chiamare le cose con il loro nome. Ce la potresti descrivere in breve?

Oggi la lotta di classe è tra un’élite finanziaria apolide da una parte e le masse nazionali delle classi lavoratrici e dei ceti medi dall’altra. Questa non è soltanto materiale, cioè indirizzata verso la gestione dell’economia e della società, ma è anche culturale – Gramsci docet. L’obiettivo della classe dominante, per mezzo dei suoi intellettuali e degli architetti delle superstrutture, è fare in modo che i dominati non siano tali solo a livello strutturale, ma subiscano il dominio anche nell’ambito culturale, accettando le proprie catene ed essendo disposti a battersi in loro difesa. Essenzialmente il politicamente corretto è il grande ordine mentale che giustifica la società classista planetaria del capitalismo globale. I dominati hanno dunque tutto l’interesse a tornare a chiamare le cose con il loro nome: “sfruttamento” anziché “competitività”, “appropriazione rapace delle risorse pubbliche” in luogo di “privatizzazione”, “distruzione programmata delle democrazie” al posto di “cessione di sovranità”. In ultimo, lo sguardo dal basso è quello che svela la verità del rapporto di classe. Nel libro, parto proprio da una citazione di Pasolini in cui si dice: “dovremmo smetterla di parlare il linguaggio dei nostri nemici”. Questo è il punto fondamentale, riappropriarsi delle grammatiche di classe.

Tu parli di una mondializzazione della disuguaglianza e coni a tal proposito il neologismo glebalizzazione. In cosa consiste questa?

La globalizzazione è un progetto fantastico dal punto di vista della classe dominante, startupper e delocalizzatori, agenti della finanza e ammiragli del sistema bancario. Osservata dal punto di vista della classe dominata, invece, è quanto di peggio possa esserci. Essa consiste in una glebalizzazione, cioè un massacro di classe che, mediante la leva della competitività globale, rende sempre più poveri, subalterni e senza diritti, i ceti popolari. Accade così che il piccolo imprenditore borghese di Vicenza viene spazzato via dai grandi colossi dell’e-commerce, dalla competitività sleale condotta a mezzo di prodotti infimi a basso costo. Parallelamente, anche il lavoratore di Fiat-Mirafiori perde i suoi diritti sociali, le sue conquiste, per essere competitivo con chi in Bangladesh o in India fabbrica gli stessi articoli a prezzi più bassi e senza diritti. La glebalizzazione è la legge della competitività globale che determina la distruzione dei ceti medi e delle classi lavoratrici che vengono abbassate a una condizione neoservile.

A proposito di cosmopolitismo liberista, tu paventi un’unione sacra tra la destra del denaro e la sinistra del costume. Ma, dunque, queste sono due facce della stessa medaglia?

Assolutamente. La destra finanziaria del denaro è quella che vuole distruggere gli Stati nazionali per eliminare i diritti sociali e le democrazie; deportare schiavi dall’Africa per sfruttarli senza pietà e abbassare i costi della forza lavoro; e che ambisce a eliminare la famiglia intesa come l’ultimo baluardo di una microsocietà non a forma di merce. La sinistra fucsia e liberale del costume, anziché opporsi a questo progetto di classe, lo giustifica sul piano teorico dicendo che chi difende lo Stato nazionale è un fascista regressivo; chi supporta la famiglia tradizionale un omofobo patriarcale e, ancora, che chi si oppone alle pratiche della deportazione di massa, dette dell’immigrazione di massa, è uno xenofobo. Tutto ciò che la destra del denaro fa la sinistra fucsia del costume giustifica. Sono le due ali del medesimo sistema liberista e cosmopolita.

Com’è che la Sinistra è potuta passare dall’internazionalismo socialista al globalismo?

Ciò ha richiesto un lungo processo, la cui genesi situerei nel ’68 e il cui spirito è ben incarnato dalla canzone di John Lennon, Imagine: “And the world will be as one”. Questo brano è il sogno del globalismo. Il mondo diventa uno perché trionfa un solo mercato senza confini. Le sinistre che sono passate dal rosso al fucsia, dalla falce e martello all’arcobaleno, hanno abbandonato l’internazionalismo proletario del lavoro e sono passate – anzi si sono vendute, senza neppure saperlo fino in fondo, in molti casi – al cosmopolitismo liberista del capitale. Per cui continuano a chiamare internazionalismo quello che in realtà è, essenzialmente, il globalismo capitalista. Questo è il dramma che le porta a confondere le due realtà, senza capire che il cosmopolitismo capitalistico combatte gli Stati nazionali per imporre il mercato unico. Invece, l’internazionalismo socialista presuppone gli Stati nazionali e implica un rapporto tra questi, non la loro distruzione.

Qual è il senso della sovranità nazionale e perché, a tuo avviso, la si vuole mettere in crisi per disgregare le democrazie?

Dopo il 1989, il capitalismo ha di fronte a sé un unico ostacolo, quello degli Stati nazionali sovrani. Questi sono gli ultimi fortini della democrazia, dei diritti sociali, del welfare, e della lotta di classe. Se si toglie lo Stato sovrano nazionale, si toglie di fatto la politica – che da sempre è suo appannaggio –, lasciando solo il bellum omnium contra omnes del mercato globale. Si elimina così la possibilità della lotta di classe, cioè il guardarsi in faccia tra servi e signori e il lottare per ottenere dei diritti. Resta solo un massacro di classe delocalizzato. Non c’è democrazia nella modernità che non sia nello Stato nazionale. La classe dominante afferma di volerlo superare per evitare il ritorno dei fascismi. In realtà, lo fa per eliminare la democrazia e i diritti sociali. Da questo punto di vista, occorrerebbe combattere il cosmopolitismo e il liberismo riproponendo un internazionalismo sovranista e socialista che lotti contro tali tendenze.

Chi è questa figura che tu definisci “l’anima bella globalista”?

Un esempio potrebbe essere rappresentato dalla Boldrini. In generale direi chi pensa che, per essere democratici e per realizzare le libertà di tutti, si debbano superare gli Stati nazionali, creare la democrazia e il popolo globale, per porre in essere una forma di cosmopolitismo delle libertà. In realtà, non può esistere una democrazia globale. La democrazia implica sempre l’esistenza del demos e questo non è mai globale, ma sempre territoriale, radicato nel suo territorio, nella sua storia. Allo stesso modo, la politica non può mai essere globale. Questa è sempre collocata in spazi e territori precisi. Se togli gli Stati nazionali e i territori, togli per ciò stesso la possibilità di un controllo democratico. L’anima bella globalista è dunque quella che dice, almeno a parole, di voler realizzare la democrazia, ma in realtà favorisce sempre e solo la classe dominante. In una parola, la sua caratteristica fondamentale è la mancanza di concretezza. Come in Hegel, questa figura si muove su un piano totalmente astratto.

La dialettica servo-signore di Hegel viene da te ripresa e riadattata al nostro tempo. Per tal motivo tu parli di un servo populista e sovranista e di un signore demofobo e globalista. Ti chiederei di chiarire ulteriormente questi concetti per i lettori.

Il polo dominante ha tutto l’interesse a distruggere gli Stati sovrani nazionali, per imporre il cosmopolitismo liberista. Il signore è quindi sicuramente nemico del populismo e del sovranismo, cioè dell’idea che il popolo si autodetermini nel suo spazio territoriale – non perdiamo mai di vista che la nostra Carta Costituzionale definisce la democrazia come sovranità popolare, nell’articolo primo. È chiaro che il signore globalista non è né sovranista né populista, ma contro il popolo. La parte dominata ha a questo punto da essere sovranista e populista, deve cioè difendere la sovranità come base della democrazia e della riconquista dei diritti sociali. Perciò c’è tanta demonizzazione del populismo e del sovranismo, perché sono i due nemici principali della parte dominante. Dal suo punto di vista non dovrebbe essere il Parlamento a decidere, ma i consigli di amministrazione delle aziende.

Tu sostieni che l’internazionalismo socialista sia coniugabile con l’indipendenza di ogni nazione. Come è possibile questo?

Nel libro vi sono frequenti richiami al tema marxista della questione nazionale. Già Engels, nelle sue lettere, afferma che l’internazionalismo presuppone nazioni forti che si rapportino tra loro in maniera pacifica e solidale. L’internazionalismo socialista, a differenza del cosmopolitismo e del nazionalismo regressivo, presuppone che lo Stato nazionale non sia vettore di aggressione verso gli altri Stati nazionali, ma stia con essi in rapporto solidale. Il nazionalismo è l’individualismo pensato al livello dello Stato, proprio come l’internazionalismo è il comunitarismo pensato al livello degli Stati. In Europa noi abbiamo avuto solo nazionalismi regressivi nel Novecento e, al momento, abbiamo un cosmopolitismo liberista dell’Unione Europea. Manca un internazionalismo socialista.

Se non possiamo dirci globalisti, al contempo respingiamo anche il nazionalismo. In qual senso questi sono entrambi fenomeni da combattere e che direzione prendere per superarli?

Io parto da un punto molto bello dei Quaderni dal carcere di Gramsci, in cui si dice che Goethe e Stendhal erano nazionali ma non nazionalisti. La Nazione non è necessariamente il nazionalismo – che di questa è una patologia. Esso è da evitare in ogni modo, ma non per questo bisogna abbandonare la Nazione come invece recita l’assioma dei cosmopoliti dominanti. Occorre semmai valorizzarla nel suo rapporto di riconoscimento con le altre, in una forma di internazionalismo di tipo relazionale. Per fare ciò occorre a mio giudizio creare un blocco antagonista di Stati sovrani socialisti che si confederino fra loro, senza cedere la propria sovranità, riconoscendosi parte di una costellazione che si oppone fermamente al globalismo americano – nel libro, io sostengo che il globalismo sia sostanzialmente un americanismo, un’americanizzazione del mondo.

Non so se tu abbia letto l’ultimo pamphlet di Christian Raimo, Contro l’identità italiana. In estrema sintesi, lui sostiene la non sussistenza dell’identità nazionale sulla base del fatto che questa sarebbe fondamentalmente una costruzione ex post.

Guarda, sarò sincero, il tempo della vita è breve e le letture interessanti da fare tante. Io leggo Spinoza, Fichte. Sinceramente il signor Raimo lo leggerò, qualora dovesse avanzarmi del tempo, in una vita futura. Conosco, comunque, bene le posizioni dei soloni del cosmopolitismo liberista. Che le identità nazionali siano storicamente determinate e non naturalmente date è talmente ovvio che Christian Raimo avrebbe potuto risparmiare la carta su cui ha scritto. Partendo dal presupposto che le Nazioni hanno una loro valenza culturale e storica, gente come lui arriva ad asserire che devono essere superate e che bisognerebbe andare contro le varie identità. Assolutamente sbagliato. Peraltro, l’identità nazionale italiana è tale per cui non esclude chi ha un certo colore della pelle, o è nato altrove. Lo include a patto che questo si riconosca in essa, ne accetti i valori e diventi parte di una comunità, che non è una comunità di sangue e suolo, ma storica e sociale, fatta di persone che si riconoscono e vengono riconosciute. Il discorso di Raimo è una sorta di avatar di altri mille discorsi che si riproducono come l’agente Smith in Matrix. Sono le posizioni del cosmopolitismo liberista, degli armigeri del pensiero unico della classe dominante. Il solo merito che hanno costoro, grazie al quale occupano “il davanti della scena”, è che sono gli intellettuali giusti al momento giusto per difendere l’ordine dominante. Se fossimo nel ventennio fascista, questi sarebbero con la camicia nera a sostegno dell’ordine costituito. Invece oggi, nel mondo del cosmopolitismo fucsia liberista, indossano una camicia di diverso colore e divengono le brigate fucsia che giustificano il nuovo manganello invisibile dell’economia di mercato. Usano l’antifascismo come strumento per poter agire in maniera fascista, con uno squadrismo che fa esattamente quello che faceva il fascismo a suo tempo, ovvero impedire la libertà d’espressione. E, per loro, diviene fascista chiunque non accetti il pensiero unico. Purtroppo, il fascismo non è ancora morto, ma è passato dal nero al fucsia. Oggi è il fascismo del cosmopolitismo liberista e del mercato, di cui i personaggi che mi hai citato sono a tutti gli effetti un’espressione.

Tu menzioni come antitesi al cosmopolitismo anche Giacomo Leopardi. Questa tesi è stata avanzata anche da Adriano Scianca, in La Nazione Fatidica. Come motivi questa contrapposizione?

Ho letto con piacere il libro di Adriano Scianca e condivido appieno la tesi sul Leopardi non cosmopolita. Però, attenzione, perché l’autore di L’infinito era pur sempre un figlio critico del suo tempo. Sicuramente andava contro un cosmopolitismo astratto, ma non era nemmeno un nazionalista irredento. A ogni modo, certamente Leopardi riconosce che il cosmopolitismo produce una sorta di individualismo assoluto. Non crea una grande patria, ma spacca quelle esistenti e trasforma ogni individuo in un’isola.

Per quanto la questione esuli dal tuo libro, cosa ne pensi dell’avvenuta censura da parte di Facebook delle pagine di Casapound?

Penso che, il giorno successivo a quello in cui venivano censurate su Facebook le pagine di Casapound, la medesima sorte toccava su Twitter agli account dei comunisti cubani. Oggi viviamo in una sorta di totalitarismo che ti permette di essere liberamente tutto ciò che vuoi, a patto che tu sia liberale. Semplicemente, non ti è permesso di essere altro da ciò e questo l’aveva già ben compreso Pasolini. È vergognoso comunque come il potere vinca a mani basse: quando vengono censurate le pagine dei fascisti di Casapound, le sinistre giubilano; quando vengono censurate le pagine dei comunisti cubani, i fascisti fanno altrettanto. Questo è il grado ultimo dell’idiozia divisiva.

Matteo Fais

Facebook, neanche una settimana e la pagina di Vox Italiae viene oscurata, medesima sorte su Wixipedia e Instragram. Togliere il sussidio alla enciclopedia "libera"

IL CASO
Diego Fusaro, la denuncia: oscurata la pagina Facebook del suo partito Vox

23 Settembre 2019


Il partito di Diego Fusaro, Vox Italiae, oscurato da Facebook proprio come era successo alle pagine di CasaPound e Forza Nuova. Il filosofo sovranista ha denunciato il blocco delle pagine del movimento creato da lui stesso. Anche su Wikipedia è accaduta la stessa cosa, mentre su Instagram è stato bloccato un hashtag utilizzato nel lancio social del movimento: #valorididestraideedisinistra. 

Per approfondire leggi anche: Diego Fusaro smaschera Gad Lerner

«Ci hanno bloccato la pagina di Vox Italiae. Forse perché non diciamo ‘più Europa’ e ‘decidono i mercati’. Forse perché siamo sovranisti, populisti e socialisti. Forse perché crediamo in una confederazione internazionalista di Stati sovrani, democratici e socialisti – scrive Diego Fusaro sul suo blog -. Forse perché non ci arrendiamo e lottiamo per un’Italia all’altezza della sua storia, in cui tornino il Rinascimento e i diritti sociali. Un’Italia di chi lavora e non di chi specula vivendo in modo parassitario».

"Forse perché crediamo in una confederazione internazionalista di Stati sovrani", dice il giovane intellettuale, "democratici e socialisti. Noi vogliamo che l’Italia non sia miserrima colonia di Bruxelles e di Washington. Un’Italia degna di sé e degli spiriti magni che l’hanno fatta grande: l’Italia di Dante e di Petrarca, di Machiavelli e di Manzoni, di Vico e di Gioberti. Si può lottare e perdere. Chi non lotta ha già perso".

e ti pare che la Gran Bretagna per fede non seguiva le ipotesi degli statunitensi, furbescamente solo dopo che la Stena fosse rilasciata dalle autorità iraniane

Johnson, Iran dietro attacco a Riad

Gb valuta un sostegno militare agli Usa nel Golfo

© ANSA/AP

Redazione ANSANEW YORK
23 settembre 201907:51NEWS

(ANSA) - NEW YORK, 23 SET - La Gran Bretagna considera l'Iran responsabile per l'attacco ai siti petroliferi sauditi. "Stiamo attribuendo la responsabilità con un livello molto alto di probabilità all'Iran" per l'attacco del 14 settembre, ha detto il primo ministro Boris Johnson ai giornalisti, durante il viaggio verso New York, per l'assemblea generale dell'Onu.
Aggiungendo che i britannici potrebbero contribuire agli sforzi militari degli Usa nel Golfo, dove invieranno altre truppe. Se ce lo chiedessero, "valuteremmo in che modo essere utili", ha detto Johnson.

http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2019/09/23/johnson-iran-dietro-attacco-a-riad_f92450d7-51f3-48c6-8028-70cbd8a83ba5.html

La Via della Seta terrestre tra Europa e Cina funziona

LUNEDÌ 23 SETTEMBRE 2019
Sempre più merci vanno e vengono dalla Cina in treno

I container che viaggiano sulle nuove tratte veloci che collegano i due continenti aumentano di anno in anno, in entrambi i sensidi Paolo Bosso

 
Un treno merci carico di automobili arriva a Xinzhu, in Cina, dopo essere partito dal Belgio. (VCG/VCG via Getty Images)

I servizi ferroviari tra la Cina e l’Europa stanno avendo una crescita senza precedenti. China State Railway Group, la società di proprietà statale che gestisce le infrastrutture ferroviarie cinesi e le partenze extraterritoriali, ha diffuso i dati dei primi otto mesi di quest’anno, e sono notevoli. Tra gennaio e agosto, tra il continente asiatico e quello europeo ci sono stati un totale di 5.266 viaggi, tra entrambi i sensi di marcia. In tutto l’anno scorso erano stati 6.300, a loro volta già oltre il 70 per cento in più rispetto al 2017. È il risultato di un imponente progetto cominciato nel 2011, e parte della nota Belt and Road Initiative, il piano di infrastrutture con cui la Cina sta espandendo le proprie vie di comunicazione e la propria influenza in mezzo mondo, Italia compresa.

Il moderno servizio di trasporto cargo-ferroviario tra Cina ed Europa fu inaugurato nel 2011. Prima di allora, i viaggi tra i due continenti erano lenti e complessi: e infatti furono soltanto 17, nell’anno precedente. Da allora sono cresciuti rapidamente fino ad arrivare agli oltre 6.000 dell’anno scorso, record che sarà sicuramente battuto nel 2019. Oggi le reti ferroviarie collegano circa 50 città cinesi a una quarantina di città europee, e sono state fondamentali per lo sviluppo della regione della municipalità di Chongqing, nel centro della Cina, una delle regioni fondamentali per l’espansionismo verso occidente dell’economia cinese.

Prima del 2011, le merci da Chongqing dovevano arrivare a porti come quello di Shanghai o Guangzhou, e da lì intraprendere un lungo, costoso e spesso poco sicuro viaggio in mare attraverso lo stretto di Malacca e il canale di Suez. Ma nel 2011, con l’introduzione della rete ferroviaria che da Chongqing attraversa la regione dello Xinjiang, al confine col Kazakistan, per poi percorrere l’Europa dell’Est e arrivare in Germania, i viaggi sono diventati più veloci e sicuri. I viaggi che cominciano in Cina arrivano oggi dappertutto, da Londra a Busto Arsizio. Trasportano per lo più prodotti dell’industria pesante, automobili, o merce preziosa che, per quanto assicurata, rischia troppo in un viaggio via mare.

Scorporando i 5.266 viaggi complessivi di questi primi otto mesi, i container spostati tra Cina ed Europa sono stati pari a 250 mila TEU, l’unità di misura standard usata nei trasporti pesanti, che indica un container di circa 6 metri di lunghezza, per due metri e mezzo di larghezza e di altezza. Quelli spostati tra Europa e Cina, invece, sono stati 210mila TEU, per 2.421 viaggi.

Sono numeri ancora imparagonabili a quelli delle spedizioni via mare, ma è un corridoio commerciale differente, basato su merci che richiedono spedizioni molto veloci o un viaggio più sicuro. Le spedizioni via treno tra Cina ed Europa costituiscono dopotutto un corridoio commerciale recentissimo, nell’ottica dei tempi decennali di sviluppo di tratte del genere. Un viaggio via treno, come ha spiegato un funzionario di China State Railway Group, può essere tre volte più veloce (due settimane di viaggio contro il mese abbondante di un servizio di linea marittimo transcontinentale) e costare un quinto di quanto costerebbe una stessa spedizione via aereo, anche se decisamente di più di quanto potrebbe costare via mare, dove le economie di scala permettono a una singola nave portacontainer di trasportare in un solo viaggio mediamente tra i 5 mila e i 10 mila TEU.

Gli euoimbecilli sanno perfettamente ed evidenziano alcune problematiche che si devono affrontare per uscire fuori dalla crisi, quello che non dicono è che il Progetto Criminale dell'Euro e il suo braccio armato Unione Europea impedisce e impedirà la realizzazione di qualsiasi soluzione

IMPRESE
Sangalli (Confcommercio): «Un errore colpire il contante, rilanciamo gli investimenti»

di Antonella Baccaro 22 set 2019

Presidente Sangalli, immagino che la richiesta prioritaria di Confcommercio al nuovo governo sia di bloccare l’aumento dell’Iva.
«Voglio sperare che non sia solo una nostra priorità. Cinquanta e più miliardi di euro di maggiore Iva tra il 2020 e il 2021 si tradurrebbero in effetti economicamente recessivi e fiscalmente regressivi. Perciò accogliamo in positivo la conferma da parte del ministro Gualtieri dell’impegno all’annullamento».
Che impressione le ha fatto il governo alle prime battute?
«Il discorso programmatico tenuto alla Camera dal Presidente Giuseppe Conte ha delineato i contenuti di un’agenda di lavoro ambiziosa, che tiene insieme riforme istituzionali e riforme economiche e sociali».
Ma?
«Ora bisogna però chiarire come, in concreto, verrà tradotto il principio del perseguimento di una politica economica espansiva senza che vengano posti a rischio gli equilibri di finanza pubblica».


Ci sarà presto occasione con la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza e poi con la Legge di bilancio.
«Sì, prima si fa meglio è. Al “fermo macchine” dell’economia italiana e ai venti di recessione internazionale bisogna reagire perseguendo con determinazione, nel nostro Paese ed in Europa, riforme che rimettano in moto crescita ed occupazione».
Anche questa è una richiesta ormai consueta...
«Mai abbastanza se Mario Draghi, presidente della Banca Centrale europea (che ha fatto la propria parte) ha dovuto ricordare, ancora una volta, che la sola politica monetaria non è sufficiente e che i governi devono agire efficacemente e tempestivamente».
Quali misure immagina per ristabilire la coesione sociale e territoriale e garantire gli equilibri di finanza pubblica?
«Ora più che mai rilanciare il progetto europeo significa anzitutto ripensare a fondo l’impianto del patto di Stabilità. Ad esempio, 
  • scorporando gli investimenti strategici in innovazione, formazione ed infrastrutture dal computo del deficit rilevante ai fini del Pattoil green new deal passa anzitutto da qui. Ma occorre anche 
  • completare l’Unione bancaria con una garanzia europea sui depositi e 
  • va risolto il nodo di un’equa web tax».
Parliamo di Fisco. Va bene il taglio del cuneo fiscale
«Certo, se ne gioveranno potere d’acquisto e domanda interna. Ma va affrontato, a vantaggio della competitività e dell’occupazione, anche il capitolo della riduzione delle componenti del cuneo che sono oneri per le imprese».
Rinunciamo ancora a una riforma complessiva dell’Irpef?
«Assolutamente no: il giusto il principio del “pagare tutti per pagare meno” è stato richiamato dal presidente Conte. Così pure resta confermata la necessità del rilancio degli investimenti pubblici e privati in innovazione ed infrastrutture, anche valorizzando le risorse del sistema delle Pmi e del nostro turismo».

La Cina avanza in Africa - Etiopia

Cina: Pechino realizza rete elettrica di 433 km in Etiopia

E' parte della linea di trasmissione Etiopia-Kenya di 1.055 km

Redazione ANSA
21 settembre 201919:02 NEWS

(ANSA-XINHUA) - ADDIS ABEBA, 21 SET - L'Etiopia ha commissionato una rete di trasmissione elettrica di 433 chilometri, di costruzione cinese, che collega la propria rete elettrica al vicino Kenya. Lo ha affermato un funzionario etiope. La rete di trasmissione elettrica di 433 chilometri è parte della linea di trasmissione Etiopia-Kenya di 1.055 chilometri. Il resto della rete di trasmissione di 622 chilometri si trova in Kenya. Intervistato da Xinhua, Moges Mekonen, il direttore della comunicazione di Ethiopia Electric Power (EEP), ha dichiarato che la China Electric Power Equipment and Technology Corporation ha completato la costruzione della parte etiope della rete di trasmissione elettrica Etiopia-Kenya. "La rete di trasmissione elettrica è in fase di collaudo ed è già stata messa in servizio. Quello che manca è il completamento della parte keniota del progetto, dopo questo passaggio, si potrà inaugurare completamente la rete di trasmissione elettrica", Ha detto Mekonen a Xinhua. Il progetto, che dovrebbe costare circa 1,2 miliardi di dollari, è finanziato dalla African Development Bank e dalla Banca Mondiale. La rete di trasmissione elettrica avrà una capacità di trasmissione di circa 2.000 megawatt una volta completata. Il settore energetico è una delle priorità dell'Etiopia, dal momento che il Paese prevede di diventare un polo produttivo leggero in Africa e una economia a medio reddito entro il 2025. L'Etiopia prevede di aumentare la sua attuale capacità di generazione elettrica di 4.300 megawatt a 17.300 megawatt entro il 2025, con progetti di produzione di energia nel settore idroelettrico, eolico, geotermico e delle biomasse.
(ANSA-XINHUA)

Nella guerra agli occupanti ebrei si devono usare tutte le armi a disposizione per respingerli

ARABI D’ISRAELE. UN SUCCESSO CHE SI RIVERBERA SU TUTTO IL MEDIO ORIENTE

Pubblicato 22/09/2019
DI RICCARDO CRISTIANO

Per la politica araba quello delle elezioni israeliane è da considerarsi un nuovo inizio dopo che panarabisti e panislamisti sono riusciti ad affogare nel sangue la primavera libanese, tunisina, libica, egiziana, yemenita, del Bahrein, siriana, yemenita, algerina. Un inizio che sceglie di affermare i propri diritti e non negarli, come è accaduto in gran parte dei casi della storia recente.


Quasi tutti i commenti all’esito delle elezioni israeliane hanno evidenziato l’importanza di un dato che pochi si aspettavano, la massiccia partecipazione al voto di quelli che tutti chiamano gli arabi israeliani. Questo segmento della popolazione di Israele non è solita partecipare in modo così rilevante al voto, e questa volta – fatto non del tutto nuovo ma neppure usuale – l’ha fatto aderendo a una lista unica che evidentemente è riuscita a rappresentarli e a esprimere il loro desiderio di contare, portandoli ad avere più del dieci per cento degli eletti.

Questo dato è stato letto, correttamente, in chiave di politica interna israeliana, nel suo rilevante significato per l’esito complessivo e per gli equilibri parlamentari. In effetti le implicazioni da molti evidenziate sono considerevoli per gli equilibri e l’esito complessivo, che ha penalizzato il premier uscente Netanyahu, ha certamente visto tra i fattori che lo hanno determinato anche questo.

Se si considera che la loro situazione era molto difficile a fronte della politica interna del governo uscente e delle sue scelte si può considerare questo esito naturale. Ma visto che la situazione interna degli arabi israeliani non è mai stata facile, il fatto che oggi fosse pericolosamente difficilissima non rende per nulla scontato che la risposta fosse questa. Poteva essere “boicottiamo le urne del nemico sionista”, o “scioperi, non voto”. Dunque c’è un valore anche “arabo” in questo risultato?

Da molti decenni la politica araba è stata caratterizzata da espressioni negative: “rifiuto”, come ad esempio il famoso “fronte del rifiuto” che univa i paesi più fermi nel respingere ogni ipotesi di negoziato con Israele; “boicottaggio”, termine evocato tantissime volte dai tempi dello shock petrolifero. Questo del “no” è un po’ il dato politico identificativo degli arabi, della cultura politica araba. Lo si potrebbe interpretare così: ogni compromesso è un tradimento, un cedimento, “davanti ai nostri diritti il mondo congiura contro di noi e noi dobbiamo difenderli nella loro interezza, senza se e senza ma”.


“L’incontro con i nostri incredibili liceali è stato piena di speranza. Quella che cresce qui è una generazione che sa bene che siamo noi quelli che devono prenderci i diritti e l’influenza che meritiamo per noi stessi perché nessuno ce li darà”. Il leader di Joint List, Ayman Odeh, in un incontro elettorale

La politica così ha progressivamente perso senso, solo la battaglia aveva senso. L’idea che solo la battaglia avesse senso ha finito però col cancellare la politica, riducendola o ai generali che hanno confiscato il campo laico o ai jihadisti che hanno confiscato quello religioso. Panarabismo e panislamismo sono diventate due malattie totalitarie che hanno finito col rappresentare tutto lo schieramento arabo. Malattie contrapposte, nemiche l’una dell’altra, ma che entrambe sembrano espresse bene dallo slogan nasseriano “nessuna voce si levi sopra la voce della battaglia.” Nessuna voce, neanche quella che vuole affermare i propri diritti, la propria intenzione di vedere migliorare i servizi pubblici, la sanità, la distribuzione interne delle risorse, la sicurezza sul lavoro e così via.

Tutto questo ha pietrificato la politica araba, cancellato la politica interna, finendo col far apparire normale a tutto il mondo che un paese affogato dai debiti e dalla crisi economica spenda miliardi per “combattenti” all’estero.

Ai mondi politici del “no”, classica rappresentazione del panarabismo e del panislamismo, non hanno infatti mai corrisposto azioni per risolvere i problemi della popolazione, ma solo una rappresentazione ideologica e globale dei problemi, attribuiti di norma all’America e al colonialismo da entrambi, mai alla propria cleptocrazia e tirannia. A tutto questo la prima risposta compiutamente e collettivamente araba è stata la cosiddetta Primavera.


I primi sono stati i libanesi nel 2005, dopo che i panarabisti laici insieme ai jihadisti panislamisti uccisero il premier libanese Hariri. Poi, nel 2011, sono arrivati tunisini, egiziani, libici, yemeniti, siriani, iracheni, più recentemente sudanesi e algerini. Tutti questi popoli hanno deciso di dire di no a che cosa? Alle diverse interpretazioni totalitarie e sprezzanti del vecchio slogan nasseriano “nessuna voce si levi sopra la voce della battaglia.” No, quei popoli hanno chiaramente espresso il loro desiderio di far sentire la loro voce in modo nonviolento, di farla sentire più di quella della battaglia, ritenendo che la vera battaglia debba essere politica e culturale. “Basta usare il rifiuto per dominarci!”: questo sembrerebbe il messaggio della Primavera, che ha portato dunque a galla una volontà di compromesso, nel senso nobile della parola, di confronto interno. Detto in un’espressione sola, “di liberalità”.

Un comizio elettorale di Ayman Odeh

Oggi questo dato emerge dal segmento più negletto di mondo arabo, quello degli arabi israeliani. Non hanno scelto i razzi, il boicottaggio, il rifiuto, no. Hanno detto al mondo arabo che come la Primavera anche loro scelgono la politica, l’assunzione di responsabilità, la voglia di esserci e di non delegare ad altri la propria vita.

Se questa lettura fosse fondata potremmo dire che per la politica araba quello delle elezioni israeliane sia stato un nuovo inizio dopo che panarabisti e panislamisti sono riusciti ad affogare nel sangue la primavera libanese, tunisina, libica, egiziana, yemenita, del Bahrein, siriana, yemenita, algerina (del Sudan speriamo di no). Un inizio che sceglie di affermare i propri diritti non negandoli, come è accaduto in gran parte dei casi della storia recente. Perché, se ci si pensa bene, non è fondato il sospetto che panislamismo e panarabismo abbiano pensato da decenni che solo aggravando i problemi li si sarebbe potuti usare per negare il libero confronto, il libero voto e qualche appropriazione indebita in meno?

Roma - La guerra della monnezza si concentra sui cassonetti, quelli che non vogliono cedere vengono bruciati. Solo 330 quest'anno


Raggi: “Nel 2019 distrutti 330 cassonetti di Ama, danno di oltre 250mila euro. Chi pensa di intimorirci si sbaglia di grosso”
-20/09/2019 - 22:30
Photo credit: https://www.facebook.com/virginia.raggi.m5sroma/

“La scorsa notte sono stati incendiati sette cassonetti per i rifiuti in via Luigi Zambarelli e piazza Ceresi, nel XII municipio, a Roma Sud. Quattro cassonetti e una campana verde (dedicata alla raccolta del vetro) sono andati completamente distrutti, mentre i restanti sono stati danneggiati. Chi pensa che bruciare i cassonetti sia utile o che, in qualche modo, serva ad intimorire l’amministrazione, si sbaglia di grosso”. Lo assicura la sindaca di Roma Virginia Raggi con un post su facebook.

“A questi criminali rispondiamo nell’unico modo possibile: denuncia alla Procura della Repubblica, da un lato, e sostituzione dei beni dati alle fiamme dall’altro – afferma la prima cittadina -. Con tutti i costi che, ovviamente, questo comporta per la cittadinanza: pensate infatti che, dall’inizio dell’anno, sono stati circa 330 i cassoni di Ama distrutti, 120 soltanto nel VII Municipio. Un danno annuo stimabile in oltre 250 mila euro. Soldi nostri, vostri, di tutti. Il danno, oltre ad essere economico, è anche sanitario: chi brucia inquina l’aria che respiriamo.

Aiutateci a fermare questa vergogna e, se vedete comportamenti strani attorno ai cassonetti, non abbiate timore e chiamate le forze dell’ordine”.

La storia serve per non dire euroimbecillagini, per questo non si deve più studiare, meglio falsificare

Europa, le fate ignoranti



A voler cercare il ruolo del Parlamento Europeo nella decisionalità politica della UE c’è spesso da perdere tempo e pazienza. Ma visto il voto che autorizza la proibizione dei simboli della vittoria sovietica sul nazismo, ci si chiede se in fondo, quello di occuparsi delle diciture sulle scatolette di tonno, non sia davvero l’unica funzione possibile per una Assemblea che quando emette prese di posizioni politiche scende al di sotto di ogni ignoranza.

Il voto in sé vale meno dei commenti che ne sono seguiti. Non ha nessun valore giuridico e, meno che mai, storico. Ha però un valore simbolico e politico, laddove quello che si ritiene il tempio del liberalismo vota a favore della censura di stato nei nuovi regimi di destra dell’Est Europa. In premessa andrebbe spiegato agli euro ignoranti che se il socialismo sovietico non avesse trionfato sul nazifascismo italo-tedesco, il Parlamento Europeo non sarebbe esistito. L’esistenza delle istituzioni europee, per inutili che siano divenute, è anche il risultato di una idea dell’unificazione continentale nata dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, confinato dal fascismo.

Qualche cenno di storia non farebbe male agli eurodeputati. Il nazismo e il fascismo sono stati la reazione delle classi padronali alla vittoria della Rivoluzione d’Ottobre (1917), che pose all’attenzione di centinaia di milioni di contadini e proletari in tutta Europa la questione del rovesciamento del dominio delle aristocrazie e dell’ordine monarchico imperante. Il nazismo e il fascismo, nati con il sostegno economico e politico delle borghesie internazionali, sono stati gli strumenti che il nascente capitalismo europeo utilizzò per piegare alle sue esigenze di dominio centinaia di milioni di lavoratori che potevano essere attratti dalla crescente influenza dell’esperienza sovietica.

Ad Ovest nasceva la seconda rivoluzione industriale che, con l’industrializzazione massiccia in Europa e negli Stati Uniti, cambiava la dottrina economica e la prospettiva politica. Ci fu un riassetto generale del dominio economico e politico che il grande padronato e i liberali decisero di perseguire attraverso una prova di forza definitiva offrendo il massimo sostegno a Mussolini prima e ad Hitler poi. Nello specifico dei due paesi, il nazismo fu la risposta del padronato alla crisi economica della repubblica di Weimar in Germania e il fascismo fu la reazione al biennio rosso (1920-21) che mise in discussione il potere degli agrari sull’Italia.


Dire, come nel documento votato a Strasburgo, che il patto Molotov-Von Ribbentropp fu la causa della Seconda Guerra Mondiale, significa professare ignoranza a mani basse e senza ritegno. Al contrario, fu semmai il Patto di Monaco, del 29 Settembre 1938, con Francia e Gran Bretagna ai piedi di Hitler, ad aprire la strada al Terzo Reich.

A Monaco i capi di stato e di governo di Francia, Regno Unito, Italia e Germania firmarono infatti un documento con cui veniva permesso alla Germania di annettersi gran parte della Cecoslovacchia. I leader inglesi e francesi al loro ritorno in patria furono accolti da festeggiamenti ma gli accordi di Monaco non servirono a fermare la guerra, ma solo a rimandarla di un anno. Furono anzi funzionali all’accumulo di forza del Terzo Reich e ritardarono di un anno la reazione anglo-francese alla sua conquista dell’Europa.

Proprio la codardia francese ed inglese obbligò Stalin a tutelarsi in un contesto nel quale la Russia appariva internazionalmente isolata e nel ruolo di obbiettivo finale dell’aggressione nazifascista. Il 23 agosto del 1939 venne quindi firmato il patto Molotov-Von Ribbentropp (non un accordo di pace bensì un patto di non aggressione) in forza del quale la Russia ebbe tempo e modo di reperire armi a sufficienza e ricostruire il suo esercito per fermare l’attacco nazifascista. Senza quel patto i russi non avrebbero potuto dare vita successivamente alla resistenza eroica di Stalingrado, dalla quale ebbe inizio la controffensiva che portò l’Armata rossa a Berlino.

Ma indipendentemente da come si voglia analizzare lo sfondo storico nel quale nacque il nazifascismo e la Seconda Guerra Mondiale, è folle anche solo ipotizzare la possibile equiparazione tra l’orrore nazifascista e il socialismo sovietico. In primo luogo sotto l’aspetto dottrinario, laddove il nazismo rivendica una superiorità della razza ariana e un destino di dominio continentale, prevede la soppressione di un intero popolo (gli ebrei) e il genocidio di un altro (i Rom) e ritiene i confini della Germania coincidenti con quelli dell’Europa. Con la “soluzione finale” il Nazismo pose inoltre sullo scenario mondiale non solo la Shoah ma anche l’idea dello sterminio di massa, fino a quel momento assente da ogni teoria politica e scuola militare.

Al contrario, il socialismo russo propose la liberazione dei popoli, mise sulla scena russa la liberazione dalla tirannide monarchica e definì il concetto di classe quale motore della trasformazione sociale, assegnando al proletariato contadino un ruolo di centralità politica sconosciuto fino a quel momento.

Il nazismo è l’espressione estrema del dominio della borghesia, mentre il socialismo assegna alla classe contadina il protagonismo del processo rivoluzionario e il ruolo di “classe generale”, quella cioè che nella sua emancipazione e nella difesa dei suoi interessi vede l’affermarsi dell’interesse generale, divenendo il motore del progresso dell’insieme della società.


E la vittoria sul nazifascismo ad opera del socialismo è proprio quella di una ideologia di liberazione contro una di oppressione.

Nonostante le falsità storiche propinate dalla propaganda statunitense, l’Europa venne liberata dai soldati dell’Armata Rossa, l’esercito dell’Unione Sovietica. I russi, che per il Terzo Reich erano la tappa finale per raggiungere il completo dominio europeo, pagarono con 22 milioni di morti - ed altri cinque di feriti gravi - la libertà di noi europei, oltre che la loro. Fu l’Armata Rossa che resistette eroicamente a Stalingrado contro i battaglioni nazisti e sconfisse sul Don la Wermacht e l’esercito fascista italiano, dando inizio alla controffensiva che portò alla cacciata dei nazisti dall'Unione Sovietica e da ogni paese dell’Est europeo e che culminò con l’arrivo a Berlino.

Furono i soldati russi (e non gli americani come racconta con ansia da Oscar Roberto Benigni nel film La vita è bella) a spalancare i cancelli di Auswitz, di Majdanek, di Belzec, Sobibor e Treblinka, di Stutthof, Sachsenhausen e Ravensbrück, i campi di sterminio nazista sparsi in tutta l’Europa dell’Est. La bandiera rossa dell’Unione Sovietica sventolò infine sul Reichstag come monito a non tentare di ripetere la più stolta delle avventure, quella d’immaginare di conquistare i territori russi e di soggiogare l’Europa intera.

Nel documento votato l'altro giorno da fascisti, leghisti, liberali e socialisti europei (pur con alcuni significativi distinguo) emerge una strana logica: quella che vede i liberatori equiparati agli aggressori, gli aguzzini simili a coloro che ci liberano da essi. Che Estonia, Lettonia e Lituania, insieme all’Ungheria di Orban, plaudano al voto, non è casuale. Quella di equiparare le ideologie è una mossa sporca che serve a stendere un velo sugli avvenimenti storici, che videro proprio le repubbliche baltiche esercitare un ruolo di primo piano nelle atrocità naziste. Insieme ai croati di Ante Pavelic – i famigerati Ustascia - composero i peggiori battaglioni delle SS e si specializzarono nel compiere le efferatezze che gli stessi tedeschi erano riluttanti ad eseguire.

C'è da aggiungere che risulta assordante il silenzio delle diverse comunità ebraiche di fronte ad una presa di posizione che, in primo luogo, è uno schiaffo in faccia a un popolo che ha liberato centinaia di migliaia di ebrei dalle camere a gas. Inevitabile chiedersi se la Shoah viene tirata fuori solo quando si tratta di cercare giustificazioni ai crimini in Medio Oriente.


Il voto del Parlamento Europeo è in sostanza una pagina nera, per quanto non l'unica, della pur breve storia dell'istituzione. Invece di impegnarsi contro i rigurgiti di neofascismo gli si accarezza il pelo, pensando forse, come a Monaco nel 1938, che blandire l'orrore sia utile a ridurne il pericolo. Tra i voti a favore dell’ignobile documento spicca quello di Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, ex esponente di Sel, ex esponente di Rifondazione Comunista. Difficile trovare una spiegazione che non sia quella di una leggerezza personale e politica che ne ha sempre contraddistinto la vacuità.

Paradossale invece che la destra italiana, fritto misto di fascisti e nostalgici, definisca il fascismo un’opinione (mentre è un crimine) e in conseguenza chieda di non applicare la sacrosanta Legge Scelba con la scusa della libertà di espressione, ma poi in Europa vota perché la storia di chi li ha sconfitti non debba avere rappresentanza pubblica. Si conferma quanto sostenuto da Giancarlo Pajetta, comunista e partigiano, in uno scontro televisivo con il MSI del fucilatore Almirante: “Siccome abbiamo vinto noi - disse il dirigente comunista - siamo qui a parlare. Se aveste vinto voi, io sarei in esilio o morto”.

Notizia del: 23/09/2019

Il fanfulla ha finito di prendere in giro i meridionali. Presentando Occhiuto si è saldato nel Sistema mafioso massonico

“Stutamu Salvini”: striscioni e proteste per il leader della Lega a Cosenza

Il gruppo social ha raccolto in pochi giorni quasi seimila adesioni. L'ex ministro dell'Interno sarà accolto da un corteo pacifico di dissidenti pronti a sfilare lungo l'isola pedonale

di Salvatore Bruno 
lunedì 23 settembre 2019 07:01

Uno striscione di contestazione a Salvini apparso a Cosenza

Il gruppo social Stutamu Salvini, in appena cinque giorni ha raccolto quasi seimila adesioni. Ai post virtuali si affiancano striscioni e volantini comparsi in diverse zone della città, mentre sono state programmate due manifestazioni per esprimere un sonoro dissenso nei confronti del leader del Carroccio, atteso a Cosenza nel pomeriggio di martedì prossimo 24 settembre. Alle 18 l’ex Ministro dell’Interno inaugurerà la nuova sede provinciale della Lega, nei pressi di Piazza 11 Settembre. A seguire sarà al Teatro Morelli per una iniziativa pubblica.

Doppio appuntamento antileghista

Salvini in riva al Crati troverà una contestazione organizzata. Nelle ultime ore si sono susseguite le assemblee di comitati già noti in città per le battaglie in favore dell’accoglienza e del diritto alla casa a cui si sono uniti esponenti politici di sinistra e semplici cittadini. Lunedì 23 settembre alle 19 si riuniranno in Piazza Valdesi, porta d’ingresso di Cosenza vecchia, a due passi proprio dal Teatro Morelli, per una iniziativa intitolata Facciamoci la festa. «Musica, cibo, intrattenimento, reading, performance per ribadire che piazze e quartiere sono di chi li vive, ogni giorno» scrivono in una nota. «Durante la serata si svolgerà l'iniziativa Un primo agli italiani, ideata da Silverio Tucci e diversi dj si alterneranno dietro la consolle. Previsti anche spettacoli per bambini». Nella giornata successiva si svolgerà un corteo che alle 17 muoverà da Piazza dei Bruzi verso Piazza 11 settembre, fino alla nuova sede leghista. «Una manifestazione viscerale, di tutta la città, pacifica e colorata, aperta e determinata, cui tutti sono invitati a prendere parte da 0 a 99 anni – dicono gli organizzatori - Il corteo sarà plurale e animato da musica, colori e ironia. Contro chi vuole, senza fondamento alcuno, seminare un clima di paura, rispondiamo così, con uno sberleffo che tutta Cosenza rivolgerà a Matteo Salvini. Ci sarà un unico striscione, rappresentativo di tutte le anime, che aprirà il corteo e, per questo, crediamo non ci sia bisogno di esporre simboli di natura politica o similari. Protagonista dovrà essere tutta la città, solo la città». Per chi lo volesse, informa un comunicato, già dalle 15 si potrà convergere davanti al Comune per contribuire alla realizzazione di cartelli e materiali simili da portare all'interno del corteo.

I risvolti politici

Intanto sul piano politico, si apprende di un incontro programmato nella Capitale sempre il 24 settembre, ma di mattina, tra il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni e proprio Matteo Salvini, per il varo della candidatura di Mario Occhiuto alla presidenza della Regione. L’investitura ufficiale potrebbe toccare proprio a Salvini nel pomeriggio della stessa giornata.

https://lacnews24.it/politica/stutamu-salvini-dissenso-a-cosenza-per-il-leader-del-carroccio_99019/

E' più facile che la cultura millenaria persiana batta quella statunitense che viceversa

TERZA GUERRA MONDIALE/ Armi e dialogo, così l’Iran ha spiazzato Trump e Macron

23.09.2019 - int. Rony Hamaui

L’Iran si sta dimostrando abilissimo a condurre lo scontro in atto nel Golfo, ecco perché

Il presidente dell'Iran, Hassan Rouhani (LaPresse)

Consueti “avvertimenti” militari da parte del braccio armato del regime iraniano, i Pasdaran, e passi diplomatici da parte del presidente Hassan Rouhani. Mentre i primi avvertono della possibilità “di una risposta militare generalizzata”, il secondo presenterà all’Onu martedì prossimo un “piano di cooperazione” tra le potenze del Golfo per superare la crisi e le tensioni altissime delle ultime settimane. Mettere cioè a un tavolo non solo le nazioni interessate, ma anche le potenze mondiali come Usa, Cina e Russia. Secondo Rony Hamaui, da noi intervistato, docente dell’Università Cattolica di Milano, esperto di geopolitica e di finanza islamica, “la proposta di Rouhani si colloca sul piano internazionale ma tenendo conto degli interessi domestici. Sia in Iran che negli Usa a breve si terranno elezioni presidenziali e tutti e due, anche Trump, quando parlano al mondo tengono conto della necessità di essere rieletti”.

Il cosiddetto “piano Rouhani” che verrà presentato alle Nazioni Unite in realtà esiste da tempo. Che possibilità ci sono che questa volta venga accolto, o si tratta del solito gesto propagandistico?

Prima di approfondire l’argomento bisogna fare due premesse importanti. La prima è che ci sono scadenze elettorali in Iran come negli Usa non lontane nel tempo. Non dimentichiamo infatti che l’anno prossimo gli americani dovranno rieleggere il presidente e la campagna elettorale è già cominciata. Entrambi, Trump e Rouhani, si muovono non solo in una logica internazionale, ma anche domestica. Anche i politici che sembrano sempre impegnati sugli scacchieri internazionali alla fine devono farsi rieleggere dai loro popoli a casa quindi giocano molto anche sullo scacchiere domestico.

La seconda premessa?

La seconda è che da maggio in poi l’Iran ha dimostrato una straordinaria capacità militare, cosa di cui nessuno sembra tener conto, almeno i media internazionali. Hanno abbattuto un drone americano, hanno sequestrato navi di tutti i paesi e poi hanno mandato non sappiamo se dall’Iran o da qualche altra parte dieci droni che hanno attraversato mille chilometri di terra saudita, bombardato e sono tornati indietro. Una capacità assolutamente di primo piano.

Gli americani si aspettavano questa capacità o sono rimasti sorpresi?

No, gli Usa non se l’aspettavano. Agli americani era già venuto il dubbio quando era stato abbattuto il loro drone, è stato allora che hanno cominciato a intuire qualche cosa. La prova di forza ulteriore messa in atto con il bombardamento degli impianti petroliferi sauditi ha mostrato questa capacità militare che nessuno ha.

Neanche l’Arabia Saudita?

L’Arabia Saudita è il paese che spende di più al mondo in armamenti, ma non ha saputo costruire un minimo di sistema di difesa. Hanno subìto la distruzione di metà della loro economia, un colpo pazzesco. Cosa questa che ha messo in grave difficoltà non solo Trump ma tutti quanti i paesi del mondo.

Il quadro dunque al momento qual è?

C’è una terza premessa: nessuno vuole una guerra mondiale o anche regionale. Certamente non la vuole Trump e l’ha capito benissimo anche Rouhani, per motivi interni.

Cosa ne pensa allora di questo piano che sarà presentato all’Onu?

Credo che la proposta iraniana sia a metà tra il propagandistico e il reale. Se Trump e gli altri vanno dietro a Rouhani sarà lui e non la Francia o la Gran Bretagna ad aver portato avanti il dialogo.

Se invece va male?

Se gli va male gli servirà all’interno del suo paese, potrà dire che lui ha fatto il possibile per la pace. Sono convinto sia una mossa furba e intelligente, gli iraniani non sono degli idioti, e sia politicamente che militarmente stanno dimostrando di giocarsi bene la partita.

(Paolo Vites)

E' tornato al governo il partito delle tasse, ne paghiamo troppo poche e allora al via altre

MANOVRA/ Tasse e mance portano il Governo verso un flop

23.09.2019, agg. alle 09:40 - Stefano Cingolani

Non manca molto alla presentazione della manovra e la ricetta che ha in mente il Governo non sembra poter segnare una vera svolta

Giuseppe Conte (Lapresse)

Non è mai bello fare della facile ironia, ma come trattenersi quando si legge di tasse sulle merendine o sulle bibite gassate? È questa la svolta verde del governo giallo-rosso, è questa la politica fiscale con la quale Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri vogliono segnare la loro discontinuità con il passato? È imporre magari una supertassa sul diesel agli agricoltori come paventa già Matteo Salvini, pronto a spingere i trattori sulle autostrade e a indossare il gilet giallo?

Certo, c’è la lotta alla evasione, al fantasma di quei cento e più miliardi di euro che circolano nell’economia reale e sfuggono al fisco. Ma l’abbiamo già sentita almeno da cinquant’anni, forse di più, certo da quando è stato introdotto il prelievo alla fonte che fa pagare solo una categoria, anche se la più diffusa, cioè i lavoratori dipendenti, e consente di sfuggire a chi incassa redditi meno certi come quelli sul capitale e sul lavoro indipendente.

Entro venerdì il ministro dell’Economia Gualtieri deve presentare l’aggiornamento al Documento di economia e finanza con le cifre chiave (crescita, conti pubblici, occupazione), ma sembra che il Governo voglia seguire le stesse fallimentari orme dei suoi predecessori. Soprattutto non emerge la volontà di impostare la prossima Legge di bilancio con pochi, pochissimi obiettivi strategici che ruotano attorno a una scelta fondamentale: ridurre la pressione fiscale, l’unica scelta che può dare più soldi a imprese e famiglie, risvegliare gli “spiriti animali” dell’economia, affrontare in modo serio e strategico il negoziato con l’Unione europea.

Torneremo sulle macro cifre quando saranno rese note. Per ora si capisce che per mantenere l’obiettivo di disavanzo pari al 2% del prodotto lordo, così come già delineato da Giovanni Tria, bisogna recuperare lo 0,9% pari a 16 miliardi di euro. Poi occorre trovare almeno altri dieci miliardi per far fronte a tutte le promesse già in campo: taglio al cuneo fiscale, sussidi a famiglie e imprese, nuovo risorse per il welfare state e la pubblica istruzione (scusate se è poco). In questo modo, la pressione fiscale, ben che vada, resta invariata al 43% del reddito, e non si introduce nessun incentivo alla crescita, nulla che cambi in meglio le aspettative degli operatori economici e dei cittadini in genere. Non solo, così si dà l’immagine di un déjà vu.

Negli ultimi cinque anni la politica di bilancio ha distribuito in bonus, mance varie e misure assistenziali ben 90 miliardi di euro, secondo i calcoli di Carlo Cottarelli, pubblicati sulla Stampa di ieri. Una bella cifra che non è riuscita a cambiare nulla. La lista dei provvedimenti è davvero impressionante: buono scuola, assunzioni degli statali, bonus cultura, spese per la famiglia, via l’Imu sulla prima casa, riduzione Ires, detassazione dei premi produttività, esclusione dall’Irap del costo del lavoro, bonus degli 80 euro, flat tax per le piccole partite Iva, senza contare il reddito di cittadinanza e le pensioni anticipate a quota 100. Insomma, dare un po’ qui un po’ là non è riuscito né a rilanciare l’economia, né a cambiare gli umori degli italiani.

Anche nei confronti dell’Unione europea i primi abboccamenti sono all’insegna del passato. Si discute di flessibilità (ancora), ma il negoziato ruota come sempre attorno a pochi decimali di punto. L’Ue raccomanda una riduzione del deficit strutturale (cioè al netto degli interventi anti-crisi) dello 0,6%, ma potrebbe accontentarsi di una percentuale ben più modesta. In ogni caso, a disposizione di Gualtieri ci sarebbe una manciata di miliardi che non bastano a finanziare tutti gli incentivi e i sostegni dei quali si è parlato.

Il Governo dovrebbe cambiare passo, mettere insieme le risorse disponibili e trovare le altre che servono, per concentrarle su una scelta chiave: la riforma organica del fisco che riduca la pressione media sui redditi, cominciando dal costo del lavoro, proiettando la misura di qui a fine legislatura. Bisogna partire da qui e non dal deficit, ribaltando la logica seguita in questi anni, non per sfondare i parametri di Maastricht, come voleva Matteo Salvini, ma per ottenere dall’Ue il sostegno a una misura davvero strategica, chiesta anche dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nelle considerazioni finali all’assemblea della banca centrale, lette il 31 maggio scorso.

Del resto, quando Mario Draghi invita i governi a prendere in mano la lotta alla recessione, manovrando la politica fiscale e non lasciando più sola la Bce, si rivolge ovviamente ai paesi, come la Germania, che possono spendere, ma chiede a tutti riforme strutturali, ciascuno secondo le proprie priorità, e oggi in Italia la riforma fiscale è davvero strutturale se impostata come vuole Visco e non come voleva fare Salvini.

Il tema si presta anche a considerazioni politiche che in questa sede possiamo solo accennare. In Italia la sinistra, più o meno moderata, è convinta che ridurre le tasse sia compito della destra mentre il suo è aumentarle per garantire i servizi sociali e mettere sotto controllo il bilancio pubblico. È un’impostazione che non sta in piedi. Storicamente la destra ha sempre cercato di far pagare meno i ricchi e la sinistra il contrario; ma che cosa c’è di progressista nell’imporre su chi lavora un peso fiscale insopportabile? Nanni Moretti una volta apostrofò Massimo D’Alema chiedendogli: “Dì qualcosa di sinistra”. Forse non sappiamo più bene che cosa lo sia, ma non c’è dubbio che aumentare le tasse non lo è e non lo sarà mai.

23 settembre 2019 - DIEGO FUSARO: Interventi a "Stasera Italia" (Rete4)

L'Italia ha eliminato la scala mobile (1993), ha eliminato l’economia mista (accordo Andreatta-Van Miert e poi privatizzazioni di Draghi), ha ridotto il debito dal 117% del 1994 al 100% del 2007, una classe dirigente-politica venduta, ma vige il Progetto Criminale dell'Euro portato avanti dall'Unione Europea l'obiettivo è spolparla e far diventare il popolo italiano il servo dei sevi


VLADIMIRO GIACCHE’ – SULLE MENZOGNE UE CONTRO L’ITALIA 

Maurizio Blondet 20 Settembre 2019 

“Il coraggio di ciò che si sa” 


Pubblichiamo un eccellente testo di Vladimiro Giacchè nel quale è ricostruita la vicenda storica dell’Italia nell’euro, il passaggio di fase in corso, l’interpretazione del Governo Conte 2 e la sua valutazione critica sulla scelta di Patria e Costituzione di provare a giocare la partita nella maggioranza M5S-Pd-Renzi-LeU. Buona lettura.

Vladimiro Giacché

“Il coraggio di ciò che si sa”.

Il secondo governo Conte e la sinistra [1]

Friedrich Nietzsche diceva che bisogna avere “il coraggio di ciò che si sa”.[2]

1. Quello che sappiamo

Proviamo a mettere assieme quello che sappiamo sulla traiettoria economica dell’Italia negli ultimi decenni, su quanto è accaduto dall’introduzione dell’euro, prima e dopo la crisi e su quanto è accaduto dopo il 4 marzo 2018. Ci aiuterà a capire cosa fare.

1.1. La traiettoria economica dell’Italia negli ultimi decenni è la storia di un successo catastrofico

A differenza di quanto vuole una vulgata diffusa quanto falsa, questo paese negli scorsi decenni ha fatto diligentemente i compiti che gli sono stati assegnati. 
  • Ha eliminato la scala mobile (1993), 
  • ha eliminato l’economia mista (accordo Andreatta-Van Miert e poi privatizzazioni di Draghi), 
  • ha ridotto il debito dal 117% del 1994 al 100% del 2007.
Usando la crisi come spartiacque, possiamo distinguere due periodi, con l’aiuto di un recente paper dell’economista olandese Servaas Storm[3].

Dal 1995 al 2008 abbiamo realizzato un avanzo primario del 3% annuo (principalmente riducendo le spese sociali): nessuno è stato così bravo in Eurozona (la virtuosa Germania nello stesso periodo può vantare un avanzo di appena lo 0,7%, mentre la Francia evidenzia un disavanzo dello 0,1%). Questo sforzo in teoria sarebbe stato sufficiente per ridurre il debito dal 117% del 1994 a uno strabiliante 77% del 2008. Purtroppo però questo contenimento della spesa pubblica ha ridotto la crescita e questo ha all’incirca dimezzato la riduzione effettiva (in quanto il rapporto debito/pil è stato mantenuto più elevato dalla conseguente minore entità del prodotto interno lordo).

Dal 2008 al 2018, poi, l’Italia è stata protagonista di un consolidamento fiscale eccezionale. Lo possiamo vedere in questo grafico, tratto dalla ricerca di Storm.[4]



Il consolidamento (restrizione) fiscale italiano ammonta a ben -227 miliardi di euro, a fronte di politiche espansive del valore di +461 miliardi da parte della Francia e di un dato complessivamente neutro per i paesi “Euro-4” (Belgio, Francia, Germania e Olanda). Secondo stime dello stesso Tesoro italiano, questo consolidamento, nei soli anni tra il 2012 e 2015, ha ridotto il prodotto interno lordo del 5% e gli investimenti del 10%.

Tirando le somme, i surplus primari realizzati dall’Italia tra il 1992 e il 2018 hanno sottratto domanda per 1 trilione di euro cumulato. Nel periodo la spesa pubblica non ha conosciuto alcun aumento, mentre gli investimenti sono diminuiti in ragione dello 0,5% annuo. Il disavanzo primario pubblico francese nel periodo ammonta a 475 miliardi, mentre il consolidamento realizzato complessivamente da Germania, Belgio e Olanda ammonta a circa la metà (-510 miliardi) di quello della sola Italia.

Ma siamo stati bravi anche su altri fronti. Ad esempio, abbiamo flessibilizzato il lavoro e contenuto più degli altri i salari (con l’eccezione della sola Germania nel periodo 2005-2010).[5]

I salari sono aumentati di appena il 6% dal 1992 al 2018. Abbiamo 
  • così ridotto l’inflazione, 
  • aumentato la quota del prodotto interno lordo che va ai profitti, 
  • aumentato l’intensità di lavoro, e anche 
  • ridotto la disoccupazione sino allo scoppio della crisi, 
come si vede nel grafico che segue.[6]


Ma al tempo stesso abbiamo 
  • ridotto la produttività del lavoro, 
  • ridotto l’incentivo a investimenti produttivi e 
  • ridotto la domanda aggregata; 
questo sia a causa sia del calo della quota salari, sia a causa delle misure di austerità.[7]
La crescita cumulata della domanda interna nell’intero periodo tra 1992 e 2018 è risultata inferiore al 7%. Nello stesso periodo essa è cresciuta del 33% in Francia e del 29% in Germania. In tal modo è stato colpito anche il saggio di profitto, che come determinante di nuovi investimenti è più importante della quota parte dei profitti sul pil.

Infine, il dato forse più significativo, che riguarda il calo dei redditi nel periodo considerato. Se nel 1991 il reddito netto medio in Italia era pari a 27.499 euro (a prezzi costanti del 2010), nel 2016 era sceso a 23.277 euro: un 15% in meno.

La conclusione di Storm in relazione alla deludente crescita italiana del periodo è questa: “about 60% of the deterioration in Italy’s growth performance can … be directly attributed to Italy s self-imposed commitment to the EMU norms”.[8] Ma è più in generale l’Eurozona nel suo complesso ad essere l’area a minor crescita del mondo.

Per questi trent’anni perduti, 
  • connotati da deflazione salariale, 
  • distruzione dell’economia mista, 
  • taglio ai servizi sociali, 
  • crescita economica stentata e quindi anche 
  • aumento del debito, 
gli indiziati sono parecchi.

La borghesia italiana, renitente a investire (anche quando, come nel 1992/3, l’aumento degli investimenti era stato pattuito quale contropartita dell’abolizione della scala mobile), ma assai rapida nel salire sulla scialuppa delle privatizzazioni: “il capitalismo delle bollette”, come è stato definito.[9]

L’ideologia (e la prassi) del vincolo esterno: fatta propria da un’intera classe dirigente (politica, tecnocratica ed economica) che all’inizio degli anni Ottanta decide di risolvere i problemi sociali “legandosi le mani” e facendo fare a qualcun altro il lavoro sporco.

In particolare, ai mercati internazionali dei capitali, alle cui amorevoli cure, 
con il divorzio Tesoro-Banca d’Italia del 1981, 
avvenuto – non lo si ricorderà mai abbastanza – senza alcun passaggio parlamentare e con un semplice scambio di lettere tra le parti, è affidato il debito pubblico italiano: con il risultato di vederlo raddoppiato in 10 anni.

Poi, per risolvere il problema che avevamo con i mercati finanziari internazionali, abbiamo pensato bene di rivolgerci alla Germania. L’ingresso nell’euro è stato in effetti visto come un traguardo precisamente al fine di ricevere protezione, all’ombra della “credibilità” tedesca, dai mercati internazionali, a seguito della crisi del 1992. Crisi che, a ben vedere, ci aveva dato due lezioni: 
  1. gli effetti devastanti della speculazione su un paese che aveva scelto – attraverso l’indipendenza della Banca Centrale dal Tesoro – di non monetizzare più il debito, ma anche 
  2. l’insostenibilità per l’Italia di un sistema a cambi semi-fissi quale lo SME.
Si impara soltanto la prima lezione e, volendo mantenere a tutti i costi l’indipendenza della Banca Centrale realizzata nel 1981, si decide di imboccare la strada che porta a un sistema di cambi (irrevocabilmente) fissi.

Qui entra in gioco un altro protagonista: l’ideologia europeista (Progetto Criminale dell'Euro), condivisa a questo punto non soltanto più dall’establishment tradizionale, ma anche dall’intera sinistra italiana postcomunista: l’Europa è considerata più in generale come una frontiera di civiltà, come uno strumento di modernizzazione del nostro paese (che per la verità era già, pur tra contraddizioni anche gravi, uno dei paesi più moderni del mondo).

1.2. I vantaggi e gli svantaggi della moneta unica 

I vantaggi della moneta unica sono rappresentati dalla fine del rischio di cambio e dalla convergenza dei tassi d’interesse verso quelli tedeschi. La prima ha consentito un incremento ha ridotto i costi di transazione e favorito gli scambi interni all’area monetaria, la seconda ha consentito di ridurre gli interessi sul debito.

Gli svantaggi sono rappresentati … dalla fine del rischio di cambio e dalla convergenza dei tassi d’interesse verso quelli tedeschi. In altri termini: quelle stesse conseguenze della creazione della moneta unica di cui per lungo tempo la nostra pubblicistica ci ha decantato gli effetti positivi hanno avuto effetti negativi non trascurabili.

In effetti la fine del rischio di cambio è l’altra faccia della medaglia della perdita della sovranità monetaria e della conseguente emissione del debito in una moneta straniera, per di più regolata da una Banca Centrale indipendente che ha il divieto di acquistare titoli del debito pubblico degli Stati e il cui unico obiettivo è la stabilità dei prezzi (e non l’occupazione) – caratteristiche che pongono un problema di compatibilità tra gli obiettivi che ispirano la nostra Costituzione e quelli perseguibili nel contesto dei Trattati europei.[10] Inoltre il valore di questa moneta verso l’”estero” (ossia verso i paesi che non fanno parte dell’eurozona) ovviamente sarà il prodotto della media della forza economica dei paesi membri: con il risultato che per il più competitivo la moneta unica sarà una moneta sottovalutata (rispetto a quello che sarebbe stato il valore della sua singola moneta in assenza dell’unione monetaria) mentre per i meno competitivi sarà sopravvalutata. Infine, ed è questo l’aspetto essenziale, 
l’eliminazione di un meccanismo di mercato di riaggiustamento dei differenziali di competitività quale quello rappresentato dalla flessibilità del cambio 
– meccanismo che, ove presente, impedisce si creino squilibri troppo marcati nella bilancia commerciale dei paesi membri – accresce l’importanza di un altro fattore di competitività: quello consistente nella “moderazione salariale”. In altri termini, l’impossibilità di effettuare svalutazioni “esterne” costringe alla svalutazione interna, ossia a ridurre e tenere bassi i salari, quale strumento principe per il recupero della competitività.

Come noto, prima della crisi europea la Germania, soprattutto a partire dal 2005 (entrata in vigore dell’Agenda 2010 di Schröder), ha giocato con spregiudicatezza questa carta, come evidenziato tra gli altri dall’economista tedesco Peter Bofinger nel 2015, il quale ha evidenziato il ruolo giocato dalla politica mercantilistica tedesca imperniata sulla “moderazione salariale” nella genesi della crisi dell’Eurozona (cfr. grafico sottostante).[11]


Come si vede dal grafico che segue, tratto invece da un testo di Francesco Saraceno, negli anni considerati, la performance della Germania in termini di “moderazione salariale” spicca non soltanto nel confronto europeo, ma più in generale tra i paesi Ocse.[12]


Quanto alla convergenza dei tassi di interesse verso quelli tedeschi, il vero obiettivo inseguito dall’Italia entrando nella moneta unica, essa ha come noto in effetti abbassato notevolmente i tassi di interesse di molti Paesi dell’eurozona, tra cui il nostro, alleggerendo notevolmente l’onere rappresentato dal servizio del debito (pubblico e non solo).

Ma proprio questo ha, d’altra parte, aumentato la propensione all’indebitamento nei paesi interessati. Si è così verificato il fenomeno descritto nel ciclo di Frenkel, per cui questi paesi alimentano squilibri di bilancia commerciale, che sono però mascherati dalla creazione di debito, finanziato da altri paesi dell’area monetaria la cui bilancia commerciale è per contro in attivo.

Questo ci porta direttamente alla crisi. 
Che non è stata una crisi di debito pubblico, ma una crisi nata da squilibri delle bilance commerciali. 
La circostanza è stata ammessa sin dal 2013 dalla stessa Bce, come si vede dal grafico sottostante, tratto da una conferenza del suo vicepresidente Vitor Constancio, tenuta ad Atene nel maggio 2013;[13] esso evidenzia che la variazione significativa nel debito dei Paesi periferici dell’Eurozona negli anni precedenti la crisi riguarda l’accumulo di debito privato e non di debito pubblico (soltanto in Grecia e Portogallo aumenta il debito pubblico, comunque in misura inferiore all’accumulo di debito privato).

1.3. Gli aspetti critici dell’adesione dell’Italia alla moneta unica alla luce della crisi dell’area dell’euro

La crisi, tra i molti evidenti lati negativi, ha un aspetto indubbiamente positivo: essa ha messo in luce alcuni aspetti gravemente disfunzionali dell’architettura dell’Eurozona. La crisi è in un primo periodo importata in Europa dagli Stati Uniti e assume la forma di crisi da calo del commercio estero, e conseguentemente colpisce in particolare due paesi esportatori quali la Germania e l’Italia; sotto il profilo finanziario sono invece investite dalla crisi in particolare le banche di Francia e Germania. Questo determina un sudden stop nei flussi di capitale dai paesi centrali dell’Eurozona (i cosiddetti “paesi core”) a quelli periferici.

A fine 2009 inizio 2010 inizia la crisi della Grecia e la cosiddetta “crisi del debito sovrano”. La Bce, in coerenza con quanto previsto dal Trattato di Maastricht, si rifiuta di intervenire (peggiorando drasticamente una crisi che sarebbe stata facilmente gestibile con un costo finanziario limitato), i rendimenti dei titoli di Stato greci vanno alle stelle, e si produce un effetto domino: tutti i paesi considerabili a rischio – per motivi diversi – vengono prima o poi investiti dalla speculazione (sovente trasfigurata in “severità disciplinatrice dei mercati”), in quanto la Bce dà ai mercati il messaggio che non interverrà a loro difesa.

Il risultato per quanto riguarda l’Italia, in termini di differenziale tra il rendimento dei titoli di Stato italiani a 10 anni e dei loro omologhi tedeschi, è raffigurato nel grafico seguente.


È stato posto in luce come l’appartenenza stessa alla moneta unica abbia comportato per i paesi membri una minore flessibilità di risposta alla crisi rispetto a paesi che non ne fanno parte (De Grauwe, per esempio, ha confrontato le diverse performance post-crisi di Spagna e Regno Unito):[14] in effetti, 
è evidente che nessun paese membro dell’Eurozona può effettuare una politica monetaria indipendente, abbassare i tassi in maniera perfettamente appropriata alle condizioni della propria economia, né svalutare.

Ma c’è di più. La gestione della crisi è stata connotata da 3 gravissimi errori:

1) il rifiuto di considerare la realtà dei meccanismi alla base della divergenza tra paesi;

2) l’interpretazione “morale” delle divergenze nell’eurozona (i paesi in deficit sono sconsiderati, i paesi in avanzo sono virtuosi);

3) la centralità attribuita al debito pubblico, anziché agli squilibri della bilancia dei pagamenti.

Le conseguenze di questo approccio sono molto serie:

1) il primo errore impedisce di affrontare i nodi strutturali del problema (arrivando sino a negare che gli avanzi eccessivi, pur sanzionabili in base al Patto per la stabilità e la crescita del 1999, siano un problema);

2) il secondo errore comporta il tentativo di realizzare un riequilibrio tra le economie tutto a spese dei debitori (l’aggiustamento è chiesto solo a loro, e non anche ai paesi creditori);

3) il terzo errore, infine, ha per conseguenza l’imposizione ai paesi in crisi politiche pro-cicliche (di restrizione fiscale) che peggiorano la situazione.

Il risultato possiamo osservarlo confrontando le ben differenti performance di Italia e Germania in termini di crescita dopo l’inizio della crisi.

Quanto alle politiche monetarie adottate al fine di superare la crisi dalla BCE, esse sono state tardive e insufficienti.

Sono state tardive, e non per caso: il ritardo serviva a imporre “la disciplina dei mercati finanziari”. Per quanto riguarda il caso italiano, lo stesso Luigi Zingales ne ha parlato in termini molto duri: “It was a form of economic waterboarding that has left the Italian economy devastated and Italian voters legitimately angry at the European institutions”.[15]

Esse sono state utili a impedire la fine dell’euro – e in effetti sono state adottate non prima di quando tale prospettiva ha cominciato a profilarsi seriamente all’orizzonte -, ma al tempo stesso sono state insufficienti a risolvere la crisi. Questo per diversi motivi: perché 
la BCE non è 
(non può essere ai sensi del Trattato di Maastricht) 
garante di ultima istanza dei debiti sovrani 
e perché l’effetto delle politiche monetarie espansive, convenzionali (diminuzione dei tassi d’interesse) e non convenzionali (acquisto titoli e assets vari sui mercati finanziari) è stato neutralizzato da politiche di bilancio restrittive (austerità e controllo dei bilanci pubblici).

Ulteriori misure di integrazione, dichiaratamente nate per combattere la crisi, hanno avuto effetti perversi soprattutto per l’Italia: un caso emblematico è rappresentato al riguardo dalla cosiddetta “unione bancaria europea”, assolutamente squilibrata e asimmetrica: un’unione nata per eliminare la balcanizzazione finanziaria, ma venuta alla luce senza la sua unica componente in grado di contrastarla. In estrema sintesi,[16] l’unione bancaria europea è caratterizzata:

1) Quanto al primo pilastro (vigilanza unica), da una forte asimmetria in termini di percentuale di copertura dei diversi sistemi bancari nazionali da parte della vigilanza europea; nel grafico che segue è rappresentata la quota degli attivi bancari sotto diretta supervisione Bce, dopo la creazione dei due gruppi del credito cooperativo.

La Germania ha sottratto molte sue banche al controllo BCE

2) quanto al secondo pilastro (meccanismo di risoluzione unico: il bail-in), esso sconta l’asimmetria delle condizioni di partenza (come si può vedere dal grafico sottostante, nel 2013, quando si negozia l’unione bancaria, praticamente tutti i paesi dell’eurozona, tranne il nostro, avevano effettuato massicci salvataggi pubblici [bailouts] delle loro banche).


Nota: * incluse le garanzie.
Fonte: Commissione Europea, DG Concorrenza, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 16 agosto 2013.

A questo vanno aggiunti:

a) lo strabismo della vigilanza europea, che ha considerato assolutamente prioritario il controllo del rischio di credito, mentre ha trascurato il rischio di mercato, portatore di potenziale instabilità ben maggiore in termini di rischio sistemico.

Nel grafico sotto si può vedere come gli aggiustamenti richiesti a fronte dell’Asset Quality Review della Bce si siano concentrati soprattutto sulle attività creditizie.

Questo grafico evidenzia invece l’entità dei derivati detenuti in bilancio nel 2017 in percentuale del totale attivo, segnalando come in particolare le banche di Francia e Germania siano portatrici di un rischio di mercato molto elevato, in relazione al quale la vigilanza BCE ha manifestato ben minore attenzione di quella esercitata sul rischio di credito;


b) decisioni sbagliate della Commissione Europea, come quella di proibire, nel novembre 2015, l’intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi per salvare alcune piccole banche italiane (considerandolo erroneamente un “aiuto di Stato”).

Il combinato disposto dell’asimmetria nelle condizioni di partenza dei vari sistemi al momento dell’ingresso nell’unione bancaria europea (vedi sopra punto 2)) e di queste decisioni hanno trasformato l’entrata in vigore del bail-in, nel gennaio 2016, in un vero e proprio tsunami che in meno di 3 mesi ha cancellato il 35% della capitalizzazione di borsa delle banche italiane.

3) quanto al terzo pilastro, ossia la garanzia (poi si è detto “assicurazione”) europea dei depositi, esso è semplicemente assente, contrariamente a quanto originariamente previsto.

Senza l’assicurazione europea sui depositi, l’Unione bancaria è un tavolino a due zampe, con quello che ne consegue in termini di stabilità. Ma, soprattutto, essa ha perso il suo originario significato. O, per usare le parole dell’ex direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, “l’effettiva attuazione del progetto ha preso una direzione diversa”[17] da quella originaria.

Seguiamo l’argomentazione di Salvatore Rossi:

“In sostanza, le banche sono divenute europee solo in un senso, ovvero in quanto vigilate e sottoposte a risoluzione a livello europeo. Il circolo vizioso tra settore bancario ed emittenti sovrani non è stato spezzato, tuttavia alle banche è stata imposta una camicia di forza volta a garantire che, in caso di fuga dai titoli di Stato emessi da un sovrano, le banche di quel paese non verranno salvate dai contribuenti, di quello stesso paese o di altri. In termini ancora più espliciti, a un contribuente tedesco non si potrà mai chiedere di finanziare il salvataggio di una banca italiana in crisi per il peso, nel proprio bilancio, di titoli di Stato italiani in rapida discesa sui mercati. In un caso simile, sarebbero i creditori della banca, prevalentemente italiani, a farsene carico.”[18]

Non si è troppo malevoli se si traduce così il risultato: la funzione originaria e dichiarata dell’unione bancaria europea era quella di ridurre la frammentazione/balcanizzazione finanziaria dell’Europa intervenuta con la crisi (e i conseguenti rischi in termini di stabilità e tenuta della moneta unica); quella effettiva è consistita nel prendere in ostaggio le banche italiane, sulle quali (nel quadro istituzionale attuale) ogni incremento significativo dello spread sui titoli di Stato italiani determina pesanti ripercussioni in termini di conto economico e di capitale (è il film che abbiamo visto nel maggio e nel settembre 2018).

A questo proposito consentitemi di enunciare un vero e proprio paradosso dei dibattiti sull’euro.

Nel nostro paese è molto diffusa, anche in ambienti che si credono progressisti (anzi, soprattutto in quelli), una concezione apocalittica delle prospettive legate alla possibile fine della moneta unica, e addirittura la convinzione che la fine della moneta unica sia impossibile a priori. A Bruxelles e Francoforte, invece, si crede tanto poco in tutto questo che si cerca di sventare l’eventualità della fine della moneta unica: in particolare, rendendo una possibile “uscita” più difficile e onerosa.

Così, mentre in Italia illustri studiosi, ignorando la lex monetae contemplata anche dal nostro codice civile, anni fa si affannavano a spiegare che in caso di “uscita” il debito pubblico avrebbe dovuto essere ripagato in euro, in sede di creazione del Meccanismo Europeo di Stabilità venivano previste clausole punitive per le nuove emissioni di debito pubblico, precisamente per limitare in concreto l’efficacia della lex monetae.

L’altra contromisura assunta riguarda gli effetti dell’unione bancaria sulle banche italiane, in particolare impedendo in radice la possibilità di un rifinanziamento pubblico delle banche italiane, sottraendole alla vigilanza nazionale e sottomettendole alle nuove regole del bail-in (che comportano l’esclusione quasi assoluta del salvataggio pubblico delle banche, che anche ove possibile è legato a condizionalità molto stringenti). Questo ovviamente rende il legame tra rischio paese e rischio banche – precisamente il legame che in teoria l’unione bancaria avrebbe dovuto recidere! – tanto più pericoloso: perché rende forti rialzi dello spread una immediata minaccia per la stabilità delle banche italiane che li hanno in portafoglio.

È nel contesto di quanto sopra che va valutato quanto sappiamo su ciò che è accaduto dopo il 4 marzo.

Occorre ancora un elemento preliminare, ma è così noto che mi limito a enunciarlo: a fare l’esecutore materiale di tutto quanto abbiamo visto sopra, insomma gli artefici del “successo catastrofico” di cui ho dato qualche cifra, 
sono stati la sinistra postcomunista e il centro postdemocristiano, 
dal 2008 plasticamente riunitisi in un unico partito: sono loro, in particolare, i principali responsabili del governo Monti, che ci ha lasciato in eredità non soltanto la crisi peggiore dall’Unità d’Italia, ma anche – e precisamente per questo – un incremento del rapporto debito/pil del 13% (in termini percentuali, è poco meno dell’entità dell’intero decremento del debito tra il 1994 e il 2008!).

Dei governi successivi non c’è molto da dire, ad eccezione dell’iniziale tentativo di sfilarsi di Matteo Renzi dalla logica di una supina accettazione dei diktat europei, tentativo prontamente normalizzato: lo provano il jobs act, l’incapacità di capire la necessità di sospendere l’entrata in vigore dell’unione bancaria (pessimamente negoziata dal precedente governo Letta) e la conseguente crisi bancaria di inizio 2016. Questa crisi è stata tutt’altro che estranea al declino della stella renziana, poi definitamente consumatosi a causa del drammatico errore consistente nel referendum costituzionale (anch’esso motivato con la volontà di esibire il trofeo di tale “riforma strutturale” nel consesso europeo). Dopo la parentesi dimenticabile del governo Gentiloni, siamo così al 4 marzo.

1.4. Dopo il 4 marzo 2018

Il voto del 4 marzo esprime un rifiuto delle politiche dei passati governi.

Nel giugno 2018 nasce il governo giallo-verde. Esso riunisce 2 partiti che, per quanto differenti tra loro, sono stati entrambi premiati dal voto in quanto portatori – a giudizio dei loro elettori – di una rottura con le prassi dei governi precedenti, anche in rapporto all’atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea.

È subito evidente un tentativo di “normalizzazione” di questa compagine, attraverso i ministri di quello che è stato definito come il “terzo partito”: il partito del presidente della Repubblica (che nella formazione del governo ha esercitato le proprie prerogative ai limiti – e forse oltre – di quanto previsto dalla Costituzione). Questo è immediatamente chiaro per quanto riguarda il Ministro delle Finanze Tria – ed è oggi chiaro per quanto riguarda lo stesso presidente del Consiglio, Conte.

L’approccio del governo è comunque più pugnace di quello dei governi precedenti, e la stessa manovra economica proposta, imperniata su “reddito di cittadinanza” e “quota 100”, è sensata: in presenza di un evidente rallentamento del ciclo e di un ormai cronico insufficiente contributo della domanda interna alla crescita, è evidente la ratio di una manovra basata sulla spinta ai consumi; la stessa obiezione tradizionale, “spesa pubblica sì, ma va fatta per investimenti”, non tiene conto (intenzionalmente o per ignoranza) di una circostanza fondamentale: il ritorno in termini di crescita della spesa per investimenti è più lenta, e quindi nulla avrebbe garantito un trattamento di maggior favore per essi da parte della Commissione Europea; del resto, in base ai calcoli di quest’ultima – condotti in base a una metodologia opinabilissima, imperniata sullo pseudoconcetto di “output gap” -, l’Italia è finita in un equilibrio di sottoccupazione e può tranquillamente restarci.

La risposta alla manovra del governo è di assoluta chiusura da parte della Commissione Europea, a cominciare dal commissario Moscovici (che dopo qualche mese aprirà la non fortunatissima campagna elettorale per le elezioni europee dell’attuale ministro delle finanze designato).

Ma c’è di peggio: importanti esponenti istituzionali, in visita alla City di Londra, dichiarano di “sperare nei mercati”, e il commissario Oettinger si dice fiducioso che “i mercati insegneranno agli Italiani come votare”[19] (in seguito si accontenterà che abbiano “imparato a votare” i parlamentari italiani, e per incentivarli dirà – lo ha fatto nei giorni scorsi – che a Bruxelles “si farà il possibile per facilitare il lavoro del nuovo governo italiano, quando entrerà in carica”).[20]

Il bastone dei mercati comincia ad agire e fa danni, in particolare sul settore bancario (i motivi li ho accennati sopra).

Olivier Blanchard (a suo tempo uno dei responsabili del FMI per il disastro greco), con ammirevole tempismo, escogita una nuova teoria: l’espansione fiscale restrittiva. In sintesi: l’effetto positivo di una manovra espansiva può essere più che bilanciato dall’aumento degli interessi richiesti dagli investitori per acquistare i titoli di Stato del paese in questione.[21] La teoria è corretta. Il problema è la catena causale: è infatti evidente che le pretese degli investitori aumenteranno quanto più le istituzioni europee avranno assunto un atteggiamento rigido nei confronti del governo “colpevole” di attuare misure espansive.

Il governo scende a più miti consigli, e riduce il deficit contemplato dalla manovra al 2%.

Nel frattempo Tria e Conte blindano (con la lettera del 2 luglio 2019, scritta per chiudere una procedura d’infrazione, aperta da una Commissione uscente, che non sarebbe comunque mai andata avanti alla luce della frenata dell’economia tedesca) la manovra 2020 in senso restrittivo e negoziano (cioè non negoziano) una riforma a noi sfavorevole dell’ESM, che una volta approvata renderà assai onerosa (per davvero) un’uscita dalla moneta unica – e quindi renderà concretamente possibile una ristrutturazione del debito italiano restando nell’eurozona. Tutto questo rifiutandosi di fatto di rendere partecipe il parlamento preventivamente dei loro orientamenti negoziali, in violazione di una legge del 2012 che per ironia della sorte reca la firma di un loro collega nel primo governo Conte, Enzo Moavero.[22] La stessa lettera del 2 luglio diverrà pubblica a quasi due mesi di distanza da quando è stata scritta.

Ad agosto Salvini apre la crisi.

Dalla “Repubblica” del 7 settembre sappiamo che nei primi giorni di agosto il presidente del Consiglio in carica Conte incontra Visco per ricevere i suoi consigli… sul successivo esecutivo.[23]

L’esito della crisi è noto, come pure le inusitate aperture della Commissione Europea (destinate con tutta probabilità a restare puramente verbali).

Frattanto gli editorialisti economici dei nostri principali quotidiani, da apocalittici, diventano improvvisamente integrati: lo stesso Federico Fubini che ricordiamo prospettare sciagure bibliche e procedure d’infrazione inesistenti sul “Corriere della sera” (smentito in 4 casi dal corrispondente a Bruxelles del suo stesso quotidiano)[24] ora chiede al governo di fare più deficit e si dice confidente nell’apertura e benevolenza delle istituzioni europee.[25]

Più cauto, Claudio Tito su “Repubblica” ammonisce che “la concreta chance che la nuova Commissione europea accordi all’Italia una consistente dose di flessibilità sui conti del prossimo anno sarà subordinata all’impostazione di una comunicazione sotto tono. Anche perché gli obiettivi di bilancio del nostro paese sono talmente complicati da renderli raggiungibili solo con la collaborazione di Bruxelles. Va tenuto presente, ad esempio, che nell’ultima lettera inviata da Conte e Tria alla Commissione – quella scritta in extremis per evitare la procedura d’infrazione – l’Italia si era impegnata ad una ‘ampia adesione al patto di Stabilità e crescita’. L’obiettivo del 2 per cento nel rapporto deficit-pil fissato nell’ultimo Def appare già fin troppo permissivo. Il vincolo potrebbe risultare più stretto. E se poi si considera la partenza ad handicap determinata dalle clausole di salvaguardia per 23 miliardi e i tanti indizi – confermati dai dati dell’economia tedesca – di una ulteriore fase recessiva continentale, la cinghia rischia di comprimersi ulteriormente“.[26]

Questo è quello che sappiamo.

2. Che fare?

Personalmente rispetto la posizione di cauta (o benevola?) attesa di Stefano Fassina nei confronti del governo giallo-rosé, ma non è la mia.

Per pochi semplici motivi:

  • Questo è un governo di normalizzazione, è la vittoria degli Oettinger e dei Moscovici.
  • Questo è il governo della Commissione Europea.
È anche un governo che nasce con una tara fondamentale: il collante fondamentale tra i partiti di governo non è programmatico, ma è la paura delle elezioni. Questo scava un ulteriore solco tra chi se ne fa promotore e una parte rilevante (ritengo tendenzialmente maggioritaria) del popolo italiano.

È un solco che va ad aggiungersi a quelli già scavati dai governi che si sono succeduti tra il 2011 e il 2018. È un’altra medaglia da aggiungere al palmares di una “sinistra” che dagli anni Novanta in poi si è intestata tutto quanto previsto dal manuale delle giovani marmotte liberiste: dalle privatizzazioni all’attacco ai diritti del lavoro, dal ridimensionamento dello Stato sociale all’attacco alla scuola pubblica, e così via.

Non esiste futuro per una sinistra che appoggi questo governo.

Una sinistra che fa questo lascia alla destra, e solo a lei, una prateria sconfinata, nella quale questa pascolerà. Se poi questa destra avrà l’intelligenza (che sinora grazie ai Zaia è mancata) di diventare il vero “partito della nazione” – quello di cui ci parlava Alfredo Reichlin nelle sue ultime riflessioni –, allora davvero le prospettive politiche in questo paese saranno suggellate per un lungo periodo.

Questa è la verità. Che a volte può dare fastidio, ma è sempre “rivoluzionaria”. E questo non lo ha detto Nietzsche. 

  1. Testo rivisto dell’intervento all’assemblea dell’associazione “Patria e Costituzione”, Roma, 8 maggio 2019 (contiene anche parti che non sono state lette in assemblea, per non eccedere troppo i tempi assegnati).
  2. Nietzsche non sottovalutava la difficoltà della cosa: “Soltanto di rado anche il più coraggioso tra noi possiede il coraggio di ciò che veramente sa…” (F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, ovvero come si filosofa col martello, tr. it. Milano, Adelphi, 1970, 2a ed. 1983, p. 25).
  3. S. Storm, “Lost in deflation: Why Italy’s woes are a warning to the whole Eurozone”, Institute for New Economic Thinking, Working Paper No. 94, 5 aprile 2019.
  4. S. Storm, cit., p. 15.
  5. S. Storm, cit., p. 20.
  6. S. Storm, cit., p. 22.
  7. S. Storm, cit., p. 26.
  8. S. Storm, cit., p. 34.
  9. Sul punto vedi V. Giacché, “La scialuppa del Titanic. Dalla crisi ai servizi pubblici: il punto d’approdo delle grandi famiglie del capitalismo italiano”, in Proteo, nn. 2-3/2003, in particolare il § 6. Il testo è scaricabile al seguente link:https://www.academia.edu/37235457/Vladimiro_Giacch%C3%A9_La_scialuppa_del_Titanic._Dalla_crisi_ai_servizi_pubblici_il_punto_dapprodo_delle_grandi_famiglie_del_capitalismo_italiano_Proteo_nn._2-3_2003 .
  10. Ho trattato estesamente questo tema nel mio Costituzione italiana contro Trattati europei. Il conflitto inevitabile, Reggio Emilia, Imprimatur, 2015.
  11. P. Bofinger, “German wage moderation and the EZ crisis”, voxeu.org, 30 novembre 2015; https://voxeu.org/article/german-wage-moderation-and-ez-crisis .
  12. F. Saraceno, “Sparse Thoughts of a Gloomy European Economist”, Francesco Saraceno’s Blog, 11 settembre 2014; https://fsaraceno.wordpress.com/2014/09/11/labour-costs-who-is-the-outlier/ .
  13. “The European Crisis and the role of the financial system”, Speech by Vítor Constâncio, Vice-President of the ECB, at the Bank of Greece conference on “The crisis in the euro area”, Athens, 23 May 2013; il testo è tuttora reperibile al seguente link: https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2013/html/sp130523_1.en.html
  14. P. De Grauwe, The Limits of the Market. The Pendulum between Government and the Market, Oxford, Oxford University Press, 2017, pp. 117-124.
  15. L. Zingales, “Italy’s Populists Can Beat Europe’s Establishment”, Foreign Policy, 3 aprile 2018; https://foreignpolicy.com/2018/04/03/italys-populists-can-beat-europes-establishment/ .
  16. Per una trattazione più dettagliata del tema rinvio al mio intervento al Forum Confcommercio-Ambrosetti del 23 marzo 2019: “Il sistema bancario tra tradizione, innovazione e… regolamentazione”; il testo è scaricabile a questo link: https://www.academia.edu/38808495/Vladimiro_Giacch%C3%A9_Il_sistema_bancario_tra_tradizione_innovazione_e…regolamentazione_intervento_al_forum_Confcommercio-Ambrosetti_I_protagonisti_del_mercato_e_gli_scenari_per_gli_anni_2000_Cernobbio-Villa_dEste_23_marzo_2019 .
  17. S. Rossi, Unione Bancaria: risultati raggiunti e prospettive future, Wolpertinger Conference, Modena, 30 agosto 2018.
  18. Ivi, p. 5; corsivi miei.
  19. Intervista alla Deutsche Welle del 29 maggio 2018. Vedi sull’intervista e sulle polemiche che ne sono seguite: https://www.dw.com/de/g%C3%BCnther-oettinger-erntet-mit-wahlempfehlung-heftige-kritik/a-43974559 , http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/oettinger-mercati-insegneranno-italiani-votare-modo-giusto-b3e13ea2-aded-41ea-bbd7-d8b876982d56.html ; in realtà l’audio dell’intervista conferma il senso delle dichiarazioni di Oettinger.
  20. https://www.agi.it/estero/oettinger_sostegno_governo_ue_salvini-6103019/news/2019-08-29/ .
  21. O. Blanchard, J. Zettelmeyer, “La manovra italiana: un caso di espansione fiscale restrittiva?”, lavoce.info, 30 ottobre 2018; https://www.lavoce.info/archives/55700/la-manovra-italiana-un-caso-di-espansione-fiscale-restrittiva/ .
  22. Legge 24 dicembre 2012, n. 234. Norme generali sulla partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea. Vedi: https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2013-01-04&atto.codiceRedazionale=13G00003
  23. C. Tito, “Conte fa la pace con Visco. I consigli di Bankitalia per non allarmare l’Ue”, la Repubblica, 7 settembre 2019.
  24. Si veda: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/08/corriere-della-sera-il-corrispondente-accusa-il-direttore-notizia-inesistente-in-prima-su-procedura-infrazione-ue-italia/4881912/ .
  25. F. Fubini, “La prima partita di Gualtieri: negoziare un deficit più alto”, Corriere della Sera, 6 settembre 2019.
  26. C. Tito, “Conte fa la pace con Visco. I