Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 16 ottobre 2018

La mattanza del venerdi a Gaza, la prigione a cielo aperto, ma per questo giornalone, per questa giornalista ci sono migliaia di guerrieri armati e i cecchini ebrei sparano solo in casi estremi. Ecco come passano le fake news su un articolo del giornalista fatto a pezzi dall'Arabia Saudita

Questo assassinio cambierà il destino del Medio Oriente

Fiamma Nirenstein - Lun, 15/10/2018 - 08:40

L'assassinio di Jamal Khashoggi in Turchia il 2 di ottobre, come in una tragedia Shakespeariana, ha i colori del destino: ha protagonisti fiammeggianti e avversi l'uno all'altro fino alla morte, errori, vantaggi, immense conseguenze psicologiche e politiche.


In una parola, può cambiare il destino del Medio Oriente, e paradossalmente nella direzione che il povero assassinato, vittima di tanta crudeltà, avrebbe desiderato. Difficile capire come i sauditi, in particolare il riformista principe della corona Mohammed bin Salman, abbiano potuto fare un errore stratosferico come eliminare il nemico sul territorio a loro più ostile, quello di una Turchia che di fatto è alla pari dell'Iran è contro il reame sunnita. L'Iran, perché è sciita, e la Turchia (che di fatto in un empito improbabile di passione per i diritti umani, è alla testa delle accuse all'Arabia Saudita), leader del mondo legato alla Fratellanza Musulmana, sono stati avvantaggiati dall'eliminazione del nemico di bin Salman. Erdogan ieri ha ricevuto un primo segnale di mutamento di rotta americano nelle calde, anzi vibranti, parole di ringraziamento per aver liberato, dopo due anni di crudele reclusione, il pastore americano Andrew Burnson. Nel passato l'Arabia Saudita, che non è una organizzazione benefica, e anzi è un leader nella violazione dei diritti umani, era già stata mostrata a dito per sparizioni, rapimenti, incursioni all'estero, e i sauditi sono in larga compagnia per supposti delitti e sparizioni: ma gente che scompare durante viaggi in plaghe lontane, aerei che si perdono, personaggi che vengono drogati e rapiti, non è la stessa cosa di un giornalista del Washington Post, anche se era stato, si legge, amico della famiglia di Bin Laden, anche se la sua simpatia per la Fratellanza Musulmana era estrema nonostante la sua intima commistione col suo regime, anche se in parallelo era visto come un confidente degli americani. Un personaggio complicato, ma certo non meritevole di quella orrida fine. E niente spiega come i sauditi abbiano potuto infilarsi in un guaio che fa deviare l'America da un'amicizia speciale, colonna di un disegno strategico. Essa era andata a diretto detrimento del rapporto con i due nemici dei sauditi, gli iraniani e i turchi, e adesso in Israele ci si chiede cosa può succedere se l'asse delle alleanze si sposta: per esempio se ne avvantaggia il Qatar, fin'ora messo al bando dai sauditi, amico di Hamas e anzi suo fornitore di beni, benzina, danaro insieme all'Iran.

I sauditi, insieme agli egiziani e ai giordani, hanno costituito una sorta di barriera contro l'espansione in Medio Oriente del fronte iraniano e di quello turco, tanto che non hanno mai aderito alla guerra contro i curdi che è una specie di lasciapassare presso Erdogan. Adesso le cose sono destinate a spostarsi, e anche il piano di Jarret Kushner per una pace fra Israele e i Palestinesi fortemente voluta da partner regionali si indebolisce alquanto. Israele certo non gioisce dell'eventuale spostamento strategico, la Turchia gli è opposta, l'Iran lo vuole distruggere. Questo, mentre Hamas cerca in questi giorni di sfondare il confine con esplosivo, migliaia di guerriglieri armati, l'esercito israeliano schierato in sofferenza, immobile sul bordo, con l'ordine di sparare solo in casi estremi (?!?!) dato che Hamas manda ragazzi e donne in prima fila. Così Netanyahu, che ha mostrato di volere evitare la guerra, adesso sembra raccogliere un senso di esasperazione fra le volute nere dei campi incendiati. E ha lanciato ieri una specie di ultimo appello: vi abbiamo rifornito di benzina e beni di consumo, ora basta, ha detto, smettete di aggredire, o vi faremo smettere in modo che farà male, molto male.

Giulio Sapelli - lo spread una bufala

Lo spread? Serve a terrorizzare i popoli


Intervento dell'economista Giulio Sapelli

Lo spread. Il grande spauracchio è tornato a fare capolino nella vita degli italiani.
Questo perché il nuovo governo formato da Movimento 5 Stelle e Lega ha deciso
di compiere alcuni timidi passi cercando di discostarsi dalle politiche economiche
che hanno dominato la scena negli ultimi venti anni. Con risultati disastrosi.
Nonostante questo vi è ancora chi si ostina a difendere a spada tratta questa
politiche neoliberiste. Vuoi per convinzione ideologica, vuoi per un proprio
tornaconto personale.

Così sono tornati i terroristi dello spread. Quelli che agitano questo spauracchio
ad ogni piè sospinto al solo scopo di voler affermare che le politiche neoliberiste
rappresentano una specie di destino ineluttabile per l’Italia. 

A riportare l’annosa questione spread sui giusti binari, ridimensionandola,
è il professor Giulio Sapelli: «Non ha nessun significato se non convenzionale,
è frutto della controrivoluzione neoliberista che ci ha arretrato, serve a
terrorizzare i popoli».





Lo spread secondo l’economista Giulio Sapelli: “Non ha nessun significato se non convenzionale, è frutto della controrivoluzione neoliberista che ci ha arretrato, serve a terrorizzare i popoli”.

Il Vertice del cattolicismo fa acqua da tutte le parti, non sanno come uscirne fuori


Posted: 15 Oct 2018 11:04 AM PDT

Un anno fa il giornale dei vescovi, “Avvenire”, ha cominciato a pubblicare una striscia satirica di Sergio Staino intitolata “Hello Jesus”. “Avvenire” sottolineò il fatto che lo storico vignettista dell’Unità – di cui è stato direttore – è “non credente” (è perfino presidente onorario dell’Uaar, Unione atei e agnostici razionalisti).

I vescovi ci tengono a far sapere che danno i loro pulpiti ai non credenti (solo quelli di sinistra). Però vedono come il fumo negli occhi i credenti. Specialmente se si tratta del cattolico Matteo Salvini.

Infatti anche ieri Staino ha bersagliato il leader della Lega, ma non come si può far satira su un politico. Piuttosto come i preti quando esorcizzano il diavolo. Ha disegnato il suo (improbabile) Jesus che apparentemente esorcizza una bambina. I familiari gridano entusiasti: “Era indemoniatae Jesus l’ha salvata”, “Miracolo, miracolo”.

Ma Jesus spiega che non ha fatto nessun miracolo: ha semplicemente spento la tv dove la bambina stava seguendo “il comizio in diretta di Salvini”.

Questo Jesus di Staino e di “Avvenire” dichiara: “Mezza ora di Salvini in diretta renderebbero indemoniato anche un bove!”.

Non fa ridere (a parte lo strafalcione grammaticale). Però è emblematico. Il mondo clericale sembra ossessionato da Salvini per il quale continua a evocare il diavolo.

Si ricorderà – di recente – la copertina di “Famiglia cristiana” con il titolo: “Vade retro Salvini”.

A dire il vero, nel Vangelo, la frase “vade retro, Satana” (Mt 16,23 e Mc 8,33), viene pronunciata da Gesù nei confronti di Pietro: sì, lo dice proprio a lui, il primo papa, che – secondo Gesù (il Gesù vero, non quello di Avvenire) – è colpevole di pensare “secondo gli uomini e non secondo Dio”.

Dunque vescovi e preti dovrebbero considerare quelle terribili parole come un monito rivolto a loro stessi quando pensano “secondo gli uomini” (spesso) e “non secondo Dio”. E pensano “secondo gli uomini” anche quando si scagliano su Salvini.

Certo si può criticare il vicepremier, come ogni politico, quanto si vuole. La democrazia significa confronto, polemica e anche scontro.

Ma evocare continuamente il diavolo come fanno per Salvini i giornali cattolici, che dovrebbero distinguere fra le cose di Cesare e quelle di Dio, è una cosa mai vista.

Rispondono: suvvia, è solo una vignetta di satira. Ma questo è un modo per lanciare il sasso e nascondere la mano. Siccome non possono dire apertamente che Salvini è il male assoluto, lo fanno capire ai lettori così. Arlecchino si confessa burlando.

Che un giornale come “Avvenire”, dove si sorvegliano perfino le virgole per la paura clericale di pestare i piedi a qualcuno, pubblichi una simile striscia, non è una cosuccia che è passata per distrazione. E’ una scelta deliberata. Ed è una cosa mai vista in ambiente cattolico.

Oltretutto nei tempi della cosiddetta Chiesa “misericordiosa”, in cui Bergoglio menziona – per dire – Emma Bonino e Giorgio Napolitano fra i “grandi dimenticati” dell’Italia di oggi.

Così la Chiesa omaggia come benemerite due personalità che hanno professato ideologie avverse al cattolicesimo, mentre per Salvini, cattolico, evoca addirittura il diavolo. Ma poi per quale colpa?

In passato si deprecava la Sinistra comunista per la sua propensione alla demonizzazione dell’avversario politico, accompagnata con dosi notevoli di odio. La politica fatta con la demonizzazione e l’odio è stata devastante e ha provocato grossi danni.

Possibile che oggi ritroviamo la demonizzazione (in questo caso letterale) nel mondo cattolico? Possibile che i vescovi e la Chiesa non vedano altri pericoli per la fede cattolica se non Salvini?

Negli anni Settanta nella base cattolica giovanile, investita dal ’68, attecchirono ideologie rivoluzionarie o comunque idee di sinistra, mentre i vertici della Chiesa – penso a Paolo VI – cercavano di combattere quell’inganno.

Oggi accade il contrario. La base cattolica è ortodossa e non è di sinistra, mentre ai vertici (dove è arrivata la generazione del ’68) dilagano idee moderniste e ideologie di sinistra. Sono tornati agli anni Settanta.

Predicano il dialogo con tutti (atei, islamisti, comunisti, radicali, protestanti, buddisti), ma non con i cattolici tradizionali (quelli di “buon senso” come dice Salvini). In nome della “solidarietà” demonizzano chi ha idee politiche diverse e di fatto finiscono per legittimare l’odio ideologico.

Indicano il diavolo in Salvini per non vederlo là dove sta, anche dalle loro parti. Come disse Paolo VI: “il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio”. Che cerchino lì.

Voi Euroimbecilli continuate a nascondere la testa nella sabbia

L’Euro sta distruggendo l’Europa. Europeisti sveglia.

Maurizio Blondet 15 ottobre 2018 

Mentre l’Italia dovrebbe mandare le truppe a Claviére per bloccare i gendarmi francesi che discaricano in terra nostra i clandestini loro, e ciò con la complicità attiva dei “No Borders” di Clavières che sono una ONG francese, la quale opera nel nostro territorio e sta occupando anche le chiese nostre per metterci i clandestini loro –


“perché la UE unisce i popoli” – come no. 

Illuminante saggio di Jacques Sapir che dovrebbero leggere i filo-europeisti: “Sveglia! Non vi accorgete che l’euro sta distruggendo l’Europa?”, l’Europa come sogno di civiltà e progetto di vera unione?


I punti essenziali:

Mai era avvenuto prima che paesi membri si levassero contro altrui paesi membri, litigando fra loro; che gli uni invochino la punizione degli altri (Ungheria, Italia). “Il fatto che il presidente francese Macron si presenta in Europa come oppositore diretto dei primo ministro ungherese Victor Orban e del ministro dell’interno italiano Matteo Salvini dice bene lo stato di disunione raggiunto”. Aggiungetevi il Brexit, l’ostilità ufficiale verso il Gruppo di Visegrad, il risentimento verso Berlino data l’evidenza (che voi negate) che la prosperità tedesca s’è fatta largamente a spese degli altri paesi euro – cosa aspettate ancora per vedere che la UE è in gravissime crisi: sia di identità sia di funzionamento?

La moneta comune, concepita per accelerare l’integrazione europea, sta producendo la sua disintegrazione. Ma voi governi, politici e opinioni pubbliche europeiste non potete affrontare serenamente il problema per quello che è, “Perché il progetto monetario serviva da maschera per far avanzare un progetto non dichiarato, l’Europa Federale”.

La crisi dell’euro a causa dei suoi difetti strutturali è stata prevista e predetta da economisti europei ed extra-europei. Ma voi europeisti avete fatto finta di nulla. La depressione iniziata nel 2008 ha dato un impulso decisivo alla crisi della moneta unica, ormai sotto gli occhi di tutti, e i governanti la negano, e la nega anche l’opposizione; la negano gli europeisti “liberali” come “di sinistra”, un vasto ventaglio politico. Perché?

“La moneta unica ha perso la dimensione di strumento- che va giudicato dagli effetti – per diventare un idolo, nel senso religioso del termine.

L’euro è la religione di questo secolo, coi suoi falsi profeti le cui profezie sono continuamente smentite, coi suoi gran sacerdoti sempre pronti a fulminare scomuniche (e roghi), coi suoi settarii isterici”.

Ogni lucido e sereno dibattito viene soffocato, vietato, scomunicato.

Perché “Le origini dell’euro sono dissimulate”. Il motivo per cui l’euro è fin dall’origine “un meccanismo incompleto e non poteva non esserlo”, è stato taciuto.

Per esempio: perché hanno voluto fare dell’euro una moneta unica “e non una moneta comune, più logica”?

La moneta comune, come mezzo affiancato alle valute nazionali quale strumento degli scambi internazionali intra-europei, “offre insieme i vantaggi della stabilità e una flessibilità dei tassi di cambio fra le valute dei paesi membri”, che l’euro non ha. “Nessuno sarebbe obbligato a fissare per sempre il tasso, e si potrebbero correggere i rapporti di cambio o a date periodiche, o per risolvere problemi strutturali (diversa produttività) o congiunturali (una catastrofe naturale). Ma fra le due revisioni, i cambi resterebbero fissi, il che riduce per le imprese i costi legati al cambio.

E allora perché no? Perché il sistema di moneta comune richiede “regole strette che limitano i movimenti di capitali per non dare spazio alla speculazione all’interno della zona”.

Ed ecco allora il perché: “i paesi europei hanno fatto la scelta di una liberalizzazione finanziaria totale”. Nessun limite alla “Libera circolazione dei capitali” da parte degli Stati. Ecco perché i tecnocrati hanno preferito la moneta unica.

Dunque l’euro come costruzione ideologica, è come una bambola russa: dentro di sé nasconde l’ideologia federalista non dichiarata, e – celata dentro – anche l’ideologia del liberismo totale e globale: la pregiudiziale della nessuna limitazione ai capitali.

C’è stato un tempo in cui esisteva la moneta “comune”: lo SME, poi Serpente Monetario Europeo (dove le monete fluttuavano entro un margine di più e meno 2,5%). Gli euroinomani hanno raccontato che non funzionava, perché sottoposto agli assalti speculativi: dalla crisi petrolifera all’assalto di Soros alla lira e alla sterlina che obbligò l’Italia (di Ciampi, Amato, Andreatta) ad abbandonare il “Serpente” e svalutare; l’anno dopo, un altro attaccò svuotò le riserve della Banca di Francia.

Quindi, ci dissero: meglio avere una moneta unica, così la speculazione non può agire. Menzogna: come vediamo oggi, “la speculazione s’è spostata: dal tasso dei cambi, si esercita oggi sui tassi d’interesse del debito sovrano d ‘ogni paese”, il cosiddetto spread.

Inoltre, si è opportunamente “dimenticato” che il Serpente ha pur funzionato per nove anni; nove anni in cui vigevano negli stati i controlli sul movimento dei capitali, controllo che è stato via via smantellato per obbedire all’ideologia e a pregiudizio dei “liberi capitali”. Più i capitali diventavano liberi di muoversi, e più il sistema malfunzionò.

Introdurre di nuovo il controllo (dello Stato) sui capitali? Impossibile, nel mondo globalizzato! Peggio, antiquato, autoritario, da pitecantropi anche solo proporlo!

Si dà il caso che la Cina mantenga un solido controllo dei capitali, sicché non si sente parlare mai di una speculazione sullo yuan.

L’argomento: “Il libero movimento dei capitali rende più efficiente” gli investimenti e dunque fa crescere le economie, è un’altra menzogna dettata dal’ideologia.

La libertà totale di movimento dei capitali
“non ha affatto favorito la crescita” (vedi D. Rodrik, « Why Did Financial Globalization Disappoint? » (IMF Staff Papers, vol. 56, n° 1, mars 2009, p. 112-138

2) “Al contrario, è stato un fattore di instabilità delle economie

L. Kaminsky, C. M. Reinhardt, C. A. Vegh, « When it Rains, it Pours: Procyclical Capital Flows and Macoreconomic Policies », IMF Discussion Paper, Washington (D. C.), FMI, août 2004t

E lo riconoscono questi studi citati da Sapir: che vengono dal Fondo Monetario Internazionale, no da Bagnai e Savona.
L’euro è stato un freno alla crescita

Ma l’euro, almeno, ha fatto crescere l’Europa? Così infatti strombazzavano tutti gli studi e i propagandisti: la sola introduzione della moneta unica farà crescere tutti i paesi membri di almeno l’1%.

Invece l’euro “ha giocato un ruolo di esacerbazione delle differenze tra i paesi”, la Germania ne ha avuto vantaggi, altri paesi si sono de-industrializzati. Ma almeno, ha accelerato in qualche modo la crescita della zona euro?

Macché. La più scoperta è che l’euro ha agito non da “motore” ma da freno, per i paesi che l’hanno adottato. Per tutti, anche quelli “favoriti” come la Germania.

Sapir mette a confronto i risultati della zona euro con quelli di altri paesi che l’euro non hanno adottato, pur essendo europei: Svezia e Gran Bretagna, più Stati Uniti per confronto.
Differenza di crescita coi paesi che non usano l’euro: Svezia, Gran Bretagna, Stati Uniti.

Nei tre periodi – l’introduzione della moneta unica (1994-2000) segnata da euforia e ottimismo; il periodo prima della crisi fino al 2008; il periodo post crisi – l’euro è stato invariabilmente una palla al piede.

“La zona euro ha cominciato ad accusare un ritardo della crescita importante, sia i rapporto a paesi europei non-euro, sia in confronto agli Stati Uniti”, che per gli euro fanatici sarebbero il fine ultimo cui giungere, gli Stati Uniti d’Europa”. Dopo lo scoppio della crisi del 2008 fino al 2017, “ha reso i paesi che la condividono più inerti” nella ripresa. Sicché in quel periodo, “la zona euro ha accumulato un ritardo del 7,1 del Pil rispetto al Regno Unito, del 10,1% rispetto agli USA, e del 13,1% rispetto alla Svezia”!L’effetto freno è ancora più evidente se si considera il Pil pro-capite.

“L’euro funziona in realtà come una macchina per distruggere le economie” che l’hanno adottato.

A parte la Germania, che gode di una moneta per lei svalutata rispetto al marco (E quindi esporta), “per gli altri paesi il freno alla crescita è evidente, andando dal 10% del tasso di crescita perduto per il Belgio al 58% per l’Italia”. Ma anche la Francia subisce un freno del 30% e anche la Germania cresce meno di quel che potrebbe, per la sua politica di austerità e di rigore di bilancio del tutto inutile, anzi dannosa in recessione.

La Francia essendo entrata nell’euro con un tasso di cambio relativamente basso (al contrario di noi), l’effetto rovinoso è stato per qualche tempo mascherato. Il tutto aggravato dalla politica della Germania che ha fatto il passeggero clandestino, abbassando il costo dei suoi salari perché i dirigenti tedeschi conoscevano che le grandi economie della zona euro (Francia, Italia e Spagna) mantenevano da parte loro una politica relativamente espansiva – da cui per giunta abbiamo ricevuto dai tedeschi l’accusa di cicale “che vivono sopra i propri mezzi”. In realtà, “se questi paesi avessero la strategia della Germania (ossia la restrizione dei salari) fin dall’inizio degli anni 2000, una crisi economica molto grave sarebbe esplosa nella zona euro già nel 2002-2004”.

E’ proprio grazie ai deficit dei paesi del Sud, di cui virtuosamente Berlino ci fa’ colpa, il collasso è stato scongiurato: anche a favore della Germania. Basti pensare che avrebbe venduto molte centinaia di migliaia di auto in meno a noi cicale, se avessimo seguito il suo esempio.

“L’euro, benché come strumento che avrebbe permesso l’armonizzazione delle politiche economiche in seno alla zona monetaria, invece fin dall’inizio ha accelerato le divergenze. L’euro appare avere un ruolo distruttore nella costruzione dell’Unione europea”.

Il testo prosegue. E’ molto lungo, e chi vuole può leggere il seguito qui:


Vi rimandiamo gli europeisti sinceri, soprattutto. Svegliatevi, in nome dell’Europa: l’euro la sta distruggendo. E dovete far presto, perché la UE (sotto guida tedesca) vuole imporre all’Italia , e agli europei, l’austerità di spesa pubblica che proprio adesso, che si profila una nuova grande recessione, è suicida.
Baviera: Quei socialisti che hanno votato CSU

A proposito di elezioni in Baviera – esse stesse testimonianza di come i paesi che hannoa dottato l’euro si riducono nell’impotenza e nel caos – Jacques Sapir nota un dettaglio istruttivo. La CSU ha perso sì 570 mila elettori, ma ne ha guadagnato 310 mila, quindi la perdita netta è di 260 mila. E quei 310 mila, li ha guadagnati da settori insospettabili: 200 mila dall’astensionismo, e 100 mila dalla SPD, ossia dalla “sinistra”. Elettori “di sinistra” che hanno votato “a destra” perché? Convinti dal discorso securitario e anti-immigrati di Seehofer?

I Verdi hanno di fatto sostituito la SPD come nuova sinistra “moderata”. Il loro successo è notevole. Nelle otto città bavaresi sopra i 100 mila abitanti, hanno preso non il 18, ma il 30%. Tuttavia, nonostante la batosta della CSU, resta che i 2 terzi dei voti bavaresi sono andati a destra e centro-destra.


Immigrazione di Rimpiazzo - uno stop chiaro e forte agli imbroglioni, non destra non sinistra ma rispetto dell'Identità Nazionale

TANTE BALLE ROSSE ATTORNO AL CASO RIACE

Maurizio Blondet 15 ottobre 2018 
di Francesco Storace

Bisogna smontare la propaganda e non solo scovare e denunciare le tante, troppe irregolarità amministrative: l’imbroglio di Riace è conclamato ogni giorno e gli attacchi della sinistra a Salvini in difesa del sindaco demagogo agli arresti domiciliari ne rappresentano prova.

Il Tg3 intervista una signora di colore, è addolorata per la partenza, “qui ci siamo integrati e abbiamo tutto”. Talmente integrati che non pronuncia una sola parola in lingua italiana.

Si scopre, con una superficialità tutta politichese, che a Riace si usava persino una moneta locale. Ma è Calabria e non Svizzera.

È normale che si debba mantenere un cosiddetto progetto che mira a sostituire gli italiani con gli immigrati? La sostituzione etnica in quale articolo della Costituzione è stabilita?

La balla della deportazione: la circolare del Viminale non impone proprio nulla. Lo Sprar a Riace è servito – secondo i magistrati – a frodare la legge. Gli immigrati che vogliono continuare ad essere assistiti da quel tipo di progetto possono andare in altri comuni. Nessuno è obbligato a lasciare il paese: la differenza è che se resta a Riace non lo fa più a spese nostre. E nemmeno rendicontate.

Sono sparite le femministe: strillano, strillano, ma non contro l’unica vergogna che dovrebbe motivare la loro indignazione. Niente, nemmeno una parola contro i matrimoni combinati per ottenere “la legalità”. È Medioevo, ma non se ne sono accorte.

Pare di vivere su un altro pianeta. In tutta Italia i sindaci sono “costretti” ad applicare la legge, perché in uno stato di diritto va rispettata da tutti sempre e comunque. Mimmo Lucano invece no. Secondo i suoi tifosi estremisti lui vale più di chiunque altro, per il sindaco di Riace le norme non si applicano.

Parlano di umanità per nascondere le illegalità, ecco che cosa succede.

Ma poi, di che stiamo parlando. Un paesino di duemila anime, ma con centinaia di immigrati. Zero prospettive di lavoro per gli italiani, si sopravvive solo grazie ai contributi pubblici. Si fa così l’integrazione? “Siamo alle comiche d’avanspettacolo”, ho letto su Twitter in risposta agli strepiti dei compagni modello Capalbio che a casa loro non vogliono migranti.

Se su Riace si indaga; se il Viminale revoca progetti evidentente illegali; non è perché in questi quattro mesi Salvini si è alzato ed è andato a scoprire tutte le magagne. Semmai le ha messe a nudo. Perché il via libera a verificare che cosa succedeva nel comune calabrese era stato dato da un altro ministro dell’Interno, Marco Minniti.

Ma nessuno brucia in piazza un manichino che lo raffigura; anzi, lo vogliono portare – i renziani – alla segreteria del Pd. Più facile attaccare Matteo Salvini; che per costoro è il bersaglio più facile, il nemico da colpire. È la solita doppiezza comunista che li caratterizza.

E non è certo casuale che se ne sia fatto portatore ieri Zingaretti, che attacca Salvini per ragioni congressuali interne al Pd e non contesta ancora Minniti se non quando si candiderà formalmente. Su questa brutta storia di Riace a vergognarsi devono essere invece proprio i ballisti in maglietta rossa.

Al Viminale – ieri come oggi – stanno facendo la cosa giusta.

Francesco Storace

Avanza l'opposizione dei popoli all'Euroimbecillità, ormai diventato pastone per maiali

ALTRI SOVRANISTI. VOX, LA SPAGNA VIVA.

Maurizio Blondet 15 ottobre 2018
di Roberto PECCHIOLI

La contestazione contro le oligarchie transnazionali e i loro terminali politici avanza. Le elezioni bavaresi sono un ulteriore segnale forte. Socialdemocrazia sotto il 10 per cento, i cristiano sociali dominatori a Monaco per settant’anni al minimo storico, avanzata imponente degli ambientalisti, consolidamento della destra anti immigrazione di Afd e un inaspettato 10 per cento a un nuovo gruppo, i Liberi Elettori, di centrodestra. Tra le grandi nazioni, manca all’appello la Spagna.

La lacuna sta per essere colmata, poiché sulla scena politica iberica irrompe Vox, un movimento sovranista e patriottico a cui tutti i sondaggi attribuiscono la conquista di seggi alle elezioni europee dell’aprile prossimo e l’ingresso alle Cortes, il parlamento spagnolo, nel caso probabile di elezioni legislative anticipate. La Spagna viva è lo slogan che si è imposto all’attenzione degli elettori. Due imponenti manifestazioni popolari, una a Madrid con oltre diecimila partecipanti, l’altra a Barcellona, hanno consacrato l’ascesa di Vox e del suo fondatore, un basco poco più che quarantenne, Santiago Abascal, figlio di un esponente politico per anni nel mirino dell’Eta, l’organizzazione terrorista assassina attiva per decenni.

In Spagna l’opposizione al sistema politico uscito dal dopo Franco con la costituzione del 1978, dominato dall’alternanza tra un partito socialdemocratico in economia ma innanzitutto ultraradicale e progressista nei principi etici (il PSOE) e un centrodestra liberale (il PP), si era finora costituita a sinistra. Figlio del movimento degli Indignados è Podemos, un movimento bolivarista e paleomarxista in grado di conquistare la poltrona di sindaco nelle due principali città, Barcellona e Madrid, fresco alleato con i socialisti in un governo di minoranza, in carica da pochi mesi, frutto di una congiura di palazzo ordita con l’ausilio dei separatisti baschi e catalani. E’ stato cacciato senza rimpianti il grigio, imbelle Mariano Rajoy, opaca pedina in mano per anni alle élite finanziarie europee, incapace di opporsi con energia alla drammatica sfida indipendentista catalana.

In questo scenario confuso e difficile, con la crisi economica iniziata nel 2008 che investì in pieno la Spagna di un folle boom edilizio, indebolita dalla disoccupazione di lungo periodo e dalla tenace opera di demolizione nazionale dei separatisti, Vox si è inserita con la forza dei suoi programmi e la capacità di brandire la bandiera e l’idea di una Spagna unita di fronte a un panorama di desolante conformismo anti nazionale e di sottomissione alle direttive del Fondo Monetario e alle oligarchie dell’Unione Europea. Vox rappresenta il pensiero sovranista popolare e la rivolta anti oligarchica in Spagna, insieme con la difesa intransigente della continuità dello Stato spagnolo.

La preoccupazione monta nei circoli di potere e nella stampa asservita. Vox ha spezzato la congiura del silenzio e la consegna, adesso, è quella dell’attacco, della denigrazione, delle urla scomposte contro il risorgente fascismo, l’etichettatura del movimento come estremista, di ultradestra. Nulla di più sciocco. L’estrema destra spagnola è una galassia rissosa di movimenti capace di mobilitare molti giovani in appuntamenti simbolici, come l’anniversario della morte di Franco o la festa nazionale del 12 ottobre, giorno dell’ispanità, ma del tutto inesistente a livello elettorale, con parole d’ ordine e programmi assai diversi da Vox.

Interessante è notare lo stupore e la difficoltà dei critici del movimento di Abascal allorché devono prendere atto che i partecipanti alle manifestazioni di Vox in tutto il paese sono tutt’altro che anziani nostalgici e teste rasate con bomber, borchie e cinturoni. Si tratta di una Spagna dignitosa, interclassista, orgogliosa, generazioni unite dal rifiuto della distruzione della patria, dal servilismo nei confronti di Bruxelles, decisa a rivendicare unità e sovranità nazionale.

Il partito non ha alcun finanziamento pubblico, tra i suoi dirigenti nessun reduce del trapassato remoto o esponenti dell’estrema destra tradizionale, ma una piacevole madre di famiglia, architetto di professione, Rocìo Monasterio, vittime del terrorismo basco come il funzionario penitenziario Josè Antonio Ortega Lara che l’Eta tenne prigioniero in una buca per circa un anno, diversi intellettuali, un gruppo di avvocati che stanno partecipando come accusa popolare ai processi contro i responsabili del tentato golpe indipendentista catalano, dirigenti in uscita dal Partito Popolare , corrotto, incapace di garantire l’unità nazionale, sempre pronto a concessioni ai separatisti, obbediente esecutore dei diktat europei che hanno impoverito la Spagna e determinato l’ascesa neocomunista di Podemos.

Ciò che sconcerta gli osservatori è la capacità di Vox di contrastare l’apparato concettuale e programmatico del progressismo, la sua battaglia contro i veleni del politicamente corretto tesa ad abbattere tutti gli stereotipi del conformismo senza cadere nell’estremismo sovreccitato dell’ultradestra, avversario di comodo assai gradito al potere. Vox ha il merito di essere il movimento che infastidisce, incalza, manda in bestia la sinistra almeno quanto inquieta il rancido quietismo dei moderati. Fa saltare il tacito patto di alternanza senza alternativa vigente da quarant’anni. Un accordo nel quale i conservatori, per portare avanti la loro fallimentare agenda neoliberale, hanno accettato, come e più che in Italia, che le questioni etiche, i principi culturali, educativi, l’intera antropologia sociale fosse sempre in mano alla sinistra, con il risultato di sfigurare in pochi anni il volto della nazione spagnola.

La nuova formazione, che si appella alla Spagna viva in un contesto nel quale pronunciare la parola Spagna è politicamente scorretto – si deve dire Stato spagnolo – è la prima dopo quarant’anni di silenzio decisa a condurre a viso aperto una battaglia di principi e di cultura politica, dicendo pane al pane e vino al vino. E’ sovranista, identitaria e senza complessi, irrompe sul terreno monopolizzato dalla sinistra per cedimento, fuga, tornaconto di chi aveva il dovere e il mandato di imporre una diversa agenda politica, culturale, civile. I suoi avversari vedono sconvolti i pregiudizi e le etichette di comodo su cui ha prosperato un’egemonia finalmente messa in discussione.

Vox invoca più democrazia, non meno democrazia, chiede meno tasse per le famiglie, le piccole imprese e il ceto medio, ma insieme pretende impieghi più stabili, una reindustrializzazione della nazione e smaschera il patto scellerato tra le varie sinistre, ferocemente antinazionali, e i separatismi, che in Spagna si chiamano nazionalismi e coprono un arco ideologico che va dall’estrema destra, al centro cattolico e liberale sino alle sinistre marxiste. Il suo successo è un aspetto dell’onda lunga del risorto patriottismo suscitato dall’indignazione popolare per il tentativo di distruggere l’unità nazionale, un terremoto il cui epicentro è a Barcellona, ma che attraversa sinistramente varie parti della nazione.

Naturalmente, Vox non sfugge all’accusa di populismo, lanciata con uguale accanimento da destra e da sinistra a scopo di denigrazione preventiva, segno che Abascal e i suoi hanno colpito nel segno. Il suo programma è in un documento di cento proposte. Alcune riguardano la particolare situazione della Spagna, come la difesa della lingua nazionale, un’amplissima revisione delle autonomie locali, l’assurdo sistema in cui le regioni controllano la pubblica istruzione, la sanità, la giustizia e persino la polizia. Altre riguardano la protezione della famiglia naturale e della vita, la lotta contro l’immigrazione clandestina, la difesa delle frontiere, un programma di espulsioni esteso agli stranieri regolari che delinquono.

Molto interessanti sono alcuni spunti di politica istituzionale, economica, fiscale e sociale. Vox si impegna a realizzare un grande piano idrologico nazionale, abbattere la burocrazia che rende difficile fare impresa, intende abolire ben 65.000 figure di funzionari e consulenti della politica, eliminare il finanziamento pubblico di partiti, fondazioni politiche e sindacati, promulgare una severa legge sul conflitto di interesse, modificare profondamente l’accesso a organismi come il Tribunale Supremo e il Consiglio del Potere Giudiziario ( il CSM spagnolo) per restituire indipendenza alla magistratura.

Forte è la volontà di abolire le quote di genere imposte in vari ambiti della vita nazionale, nonché di sostituire le norme sulla violenza maschilista, il nome spagnolo del nostro femminicidio, istituendo la figura giuridica della violenza intrafamiliare, senza riguardo al sesso di vittime e responsabili. Autentiche bombe in una nazione il cui capo del governo, in un recente tweet, si è detto considera paladino “dell’uguaglianza, del femminismo e della diversità.”

La dissipazione di fondi pubblici è uno dei maggiori problemi spagnoli: Vox intende istituire un nuovo titolo di reato, lo sperpero di denaro pubblico. Si impegna a un vasto programma di rilancio della natalità attraverso un’ampia detassazione delle famiglie, fino a esenzioni totali per le famiglie numerose. L’aborto volontario e il cambio di sesso non dovranno più essere a carico del sistema sanitario, nessuna legalizzazione di pratiche come l’utero in affitto e simili. E’ previsto anche un sostegno di cittadinanza per i minori, nella forma di una sorta di carta fiscale da utilizzare per fini non consumistici. Specifiche misure andranno a colpire l’usura, mentre le vittime dei reati dovranno essere ascoltate in ogni fase dei procedimenti penali, sentenza compresa.

Molto sentita è la battaglia di Vox per un sistema elettorale proporzionale. Pochi sembrano farci caso, ma le tronfie democrazie europee sono rette da metodi di elezione che negano di fatto il principio di maggioranza e l’uguale valore di ogni voto espresso. Sbarramenti, sistemi maggioritari, doppio turno, altri meccanismi di ingegneria elettorale fanno sì che i governi siano espressione di minoranze popolari e i movimenti dissidenti restino sotto rappresentati o esclusi. Anche in Spagna nessun governo dal 1978 ha mai goduto della maggioranza dei votanti, ma solo di quella dei seggi, ottenuta con un sistema di ripartizione che privilegia i partiti più grandi e le forze locali. L’Italia dell’ultimo quarto di secolo vive la stessa condizione antidemocratica nel silenzio generale.

Sul piano della sovranità e della tutela delle frontiere, Vox si ispira alle idee del gruppo di Visegrad, prevede di mantenere la superiorità del diritto nazionale rispetto a quello europeo e l’autonomia nelle relazioni internazionali. Nessun estremismo, un sano sovranismo, il rispetto per la storia, l’unità e l’indipendenza nazionale dell’antica nazione iberica. Vox irrompe nella politica spagnola con la forza delle idee, del buon senso, dell’amore per la propria terra, del desiderio di rafforzare il benessere economico, la sicurezza e la tenuta morale del popolo spagnolo.

Per il sistema politico e di potere che ha tolto potere e democrazia agli europei, ci ha reso più poveri, meno liberi, in balia di poteri non eletti, il successo dei populisti, dei sovranisti, dei nemici delle oligarchie di ogni orientamento è una pessima notizia. Per noi, è una speranza di libertà di cui fa parte anche Vox, la Spagna viva in un’Europa che non vuole morire di debito, finanza, politicamente corretto, oligarchia, immigrazione incontrollata.

Non è colpa nostra se l'Euroimbecillità è sconfitta dalla nostra intelligenza (Savona, Fazio, l'elenco è lungo).

L'analisi. Fazio: «Il deficit a 1,6% non riduce il debito, serve politica espansiva»

Eugenio Fatigante sabato 13 ottobre 2018

L’ex governatore: livello sostenibile, agire sulla produttività. Non c'è una politica economica Ue. Occorre un piano di investimenti, la strategia vincente è quella di Savona


Premette di non entrare (per ora) nel merito della qualità della composizione della manovra. Ma sulle linee di macro-economia che la ispirano Antonio Fazio ne ha di cose da dire. Il già governatore della Banca d’Italia (dal ’93 e fino a dicembre 2005), keynesiano nel dna, parte da un assioma: è «un errore logico» pensare che con un deficit italiano ridotto all’1,6% si possa ridurre il debito pubblico. Il problema, insomma, non sta nel 2,4%. Come sempre Fazio, il governatore 'euroscettico' (pur essendo stato lui, per «spirito di servizio », a lavorare per l’ingresso dell’Italia nell’euro), contesta la linea di Bruxelles e ribalta la teoria economica dominante, quella basata sull’'ortodossia' dell’austerità. 

Il banchiere di Alvito ha concesso una lunga intervista alla rivista dell’associazione delle banche popolari per commemorare Ezio Tarantelli, l’economista del lavoro ucciso nel 1985 dalle Br con cui collaborò per un periodo in Bankitalia. E proprio su occupazione e povertà, temi al centro del dibattito in queste settimane, Fazio eleva un forte richiamo: «La povertà non dipende dalle fasi lunari, ma dalle politiche economiche. Ma, a parte ciò che attiene l’inflazione, per il resto dov’è la politica economica dell’area dell’euro?».

Una domanda retorica che correda con i dati di un «impressionante» confronto: «L’economia Usa, già nel 2017, era 12/13 punti percentuali sopra il livello del 2008. La Germania, nello stesso tempo, è cresciuta dell’8-9%. I Paesi Piigs, fra cui l’Italia, sono invece ancora 5 punti sotto il livello del 2008». Per Fazio è la prova che qualcosa non va, in questa Europa. La dottrina europea non ha dato giovamenti all’Italia: «È una lezione che non vogliono capire, mi sembra che in troppi facciano 'orecchie da mercante'. È bene ricordare che negli ultimi 10-15 anni – è la sua analisi – i governi hanno sempre osservato le indicazioni della Commissione. Malgrado questo, il rapporto debito pubblico/Pil è salito notevolmente. Se il disavanzo si riduce dal 2,4 all’1,6%, il debito cala solo di uno 0,6% (meno 0,8 diviso 1,3 che è il rapporto tra debito e Pil). Nel contempo, però, il reddito nazionale cresce di meno, ricevendo un impatto negativo dello 0,8% dal disavanzo che viene ridotto. In definitiva, quando il rapporto debito/Pil è elevato, il tentativo di ridurre tale rapporto attraverso la riduzione del disavanzo non solo non è efficace, ma addirittura controproducente». Tant’è che la crescita è rimasta bassa. 

Ancora una volta, poi, l’ex 'nr. 1' di Via Nazionale ripercorre gli errori commessi nella costruzione, incompleta, dell’euro: «Quando, avendo ceduto sovranità sulla politica monetaria, si perde lo strumento del cambio, bisognerebbe conservare un adeguato spazio di manovra sugli altri due strumenti di politica economica: bilancio pubblico e costo del lavoro. Se siamo legati anche sul bilancio pubblico – prosegue nel ragionamento – e non si agisce sul costo del lavoro, resta ben poco da fare». Quanto al debito pubblico, il suo profilo va certamente seguito con attenzione, ma non deve diventare un’ossessione perché «all’elevato debito si affianca un indebitamento delle famiglie relativamente basso rispetto agli altri Stati europei. È allora naturale che convenga investire, più che altrove, il risparmio nel debito pubblico. Ho provato a spiegarlo più volte in sede internazionale, ma sono stato poco ascoltato».

Ecco che, allora, Fazio torna a ripetere ancora una volta che bisogna «agire sui fattori della produttività», da noi «troppo bassa» in presenza di un costo del lavoro troppo alto. Dopo aver assicurato nell’eurozona la stabilità dei prezzi - «obiettivo di primaria importanza» - grazie alle politiche adottate dalla Bce, adesso «c’è un altro obiettivo, ancora più importante: l’occupazione. Bisogna puntare alla piena occupazione che generalmente – prosegue – significa disoccupazione intorno al 4%, come negli Stati Uniti ». Da qui ne deriva un giudizio secco sull’euro: «È, e resta, un obiettivo intermedio la cui stabilità deve servire a garantire, strumentalmente, gli altri obiettivi», invece «lo stato dell’occupazione giovanile in Italia rimane 'pietoso'». 

Dopo aver ricordato che l’euro era stato impostato confidando in una crescita dell’area vicina al 3% annuo, Fazio sottolinea che «aumenti del Pil tra l’1 e l’1,5% sono del tutto insoddisfacenti, allorché si viene da uno stato di profonda depressione», come oggi. «Bisognerebbe osare e percorrere strade che, senza mettere in discussione la moneta unica, rimettano al centro la politica economica », puntualizza l’ex governatore. Che ricorda, riguardo ai salari, la sua preferenza di sempre per un sistema di 'gabbie salariali', per favorire la ripresa del lavoro al Sud, e insiste in particolare sull’esigenza di agire sugli investimenti. L’ideale, a suo avviso «economicamente giustirficato», sarebbe «non includerli nel disavanzo», come si è tentato invano di fare già dal 2000. Anche perché, evidenzia per spegnere i timori del ritorno a una 'spesa facile', «investimento infrastrutturale non significa, per forza di cose, ricorso al finanziamento pubblico: c’è, oggi nel mondo, grande abbondanza di potenziali finanziamenti (anche privati, ndr) che potrebbero essere attivati per progetti di pubblica utilità», ma in ogni caso «occorre una forte iniziativa pubblica».

E, al riguardo, Fazio dà un sostegno al progetto elaborato dal ministro degli Affari europei, che permetterebbe all’Italia di mettere in campo una cifra attorno ai 50 miliardi: «La strategia vincente deve essere quella delineata dal professor Paolo Savona». L’ultimo capitolo Fazio lo dedica alla vigilanza bancaria: «In Europa così come è non funziona, ridotta a continue immissioni di regole e richieste di ricapitalizzazioni. Per questo potrebbe e dovrebbe tornare a essere attività degli stati nazionali, a livello europeo dovrebbe restare il coordinamento». E conclude con un paragone efficace: la vigilanza alla Bce è «come se la salute delle persone fosse affidata, invece che ai medici di base, ai ministri della Sanità che decidono loro, con regole e leggi, medicina e dose per ogni patologia. E, in caso di malattia, obbligano il paziente a curarsi con la medicina stabilita».

Bce - lo stregone maledetto è avvisato questa vigilanza ‘è fuori del Trattato, probabilmente è contro il Trattato’

BANCHE E POLITICA/ Fazio vince (in partenza) il duello letterario fra Governatori

Antonio Fazio ha rilasciato un’intervista proprio mentre Ignazio Visco ha pubblicato un nuovo libro. Una sorta di duello a distanza tra i due Governatori. NICOLA BERTI

15 OTTOBRE 2018 NICOLA BERTI

Ignazio Visco (Lapresse)

Le 16 pagine dell’intervista rilasciata a “Credito Popolare” dall’ex Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e le 232 pagine del nuovo libro del Governatore in carica Ignazio Visco (“Anni difficili”, per Il Mulino) meriteranno letture e recensioni approfondite. Ma l’effetto-duello, sul piano mediatico-letterario, c’è già tutto, a maggior ragione quando i temi in gioco in entrambi i “saggi” - il ciclo economico italiano, l’euro e la crisi bancaria - sono di decisiva attualità. 

È un duello che Fazio vince in fondo “a prescindere”: rilasciando poche affermazioni asciutte e pacate dal suo “retiro”, dopo la cacciata del 2005 e i processi subiti per (presunta) cattiva vigilanza. Visco, simmetricamente, perde in partenza: costretto a pubblicare un’opera letteraria estesa (la seconda in pochi anni) per difendere il proprio ruolo di responsabile della maggiore authority indipendente nazionale. Obbligato a rimettere faticosamente “in bella” le analisi proposte e le azioni intraprese dalla Banca d’Italia soprattutto nel campo della vigilanza bancaria. 

È - Visco - lo stesso banchiere centrale (in via Nazionale e in Bce) ritrovatosi pochi giorni fa sotto il fuoco della nuova maggioranza di governo per l’ennesimo warning tecno-europeista sul Def italiano. Ed è anche il capo della vigilanza nazionale in predicato di affrontare una nuova commissione parlamentare d’inchiesta sui crac bancari: maturati - da Etruria a Mps, da Vicenza a Genova - mentre in via Nazionale c’era lui. Non sono stati, non sono temi da ufficio studi: erano - sono - temi di decisioni da prendere, di decisioni (o “indecisioni”) prese negli ultimi anni.

Fazio ha comunque buon gioco nel rinunciare a fare nomi e cognomi: soprattutto quelli della guerra bancaria italo-europea che ne decretarono la brusca uscita da via Nazionale dopo 12 anni. Il più importante nome a mancare è naturalmente quello di Mario Draghi: il cui arrivo a palazzo Koch dopo Fazio segnò l’espugnazione dell’ultimo baluardo euroscettico nell’eurozona e anti-globalista sui mercati finanziari. È senz’altro il Presidente Bce il convitato di pietra al duello Fazio-Visco. È a Draghi che Fazio indirizza una critica serrata e sostanziale all’Unione bancaria: uno “statement” che per la sua brevità consente e merita qui di seguito una lettura integrale. In attesa di confronti e battaglie che Fazio potrà godersi da spettatore-commentatore, mentre Visco non potrà permetterselo.

“La vigilanza è regolata da un accordo intergovernativo, neanche passato per il Parlamento. Questa vigilanza, è stato detto, ‘è fuori del Trattato, probabilmente è contro il Trattato’. Per questo potrebbe e dovrebbe tornare ad essere attività degli Stati nazionali. A livello europeo dovrebbe restare il coordinamento. Il problema c’è ed è evidente. Se alla Banca centrale viene tolto il controllo sulle maggiori banche, viene tolto lo strumento per intervenire quando è necessario. In tutti i casi di crisi che si sono verificate dal 1995 e con tutte le riforme che si sono susseguite, nessuno ha perso una lira (o, dopo, un euro). Si interveniva. Anche chi assorbiva sportelli di banche in crisi, alla fine, faceva un affare. Abbandonare questo sistema e poi introdurre il bail in è stato un errore. Non funziona. Riduce la vigilanza a continue immissioni di regole e richieste di ricapitalizzazioni. Compito della vigilanza invece è quello di seguire il singolo caso in ogni passaggio. Immaginiamo la salute delle persone affidata, invece che ai medici, ai Ministri della Sanità che intervengono con regole e leggi, che decidono, in maniera generalizzata e astratta, medicina e dose per ogni patologia e, in caso di malattia, obbligano il paziente a curarsi con la medicina stabilita. La vigilanza è cosa diversa. È il medico che si deve prendere cura del paziente prevenendo la malattia, che deve studiare il suo caso specifico, seguirne il decorso e adeguare la terapia al malato. Quando la Vigilanza era tra le competenze delle singole Banche centrali, nel momento in cui i dati cominciavano a mostrare anche minime criticità, si interveniva immediatamente, spesso anche soltanto informalmente, per evitare preventivamente situazioni di crisi. Negli Stati Uniti funziona ancora così. Occorre tornare a rimettere seriamente su questo problema, senza restare ancorati a un sistema che, alla prova dei fatti, si è visto non essere efficiente”.

Alcesta il poeta - Baviera tutto cambia per non cambiare

Katharina l’Eroina ovvero: dal Michigan la salvezza (dell'Europa)


Roma, 15 ottobre 2018

E così in Gemania c’è stata la rivoluzione. Più precisamente: in Baviera, terra dell’Ispettore Derrick. La CSU, una gamba del governo Merkel, ha perso le elezioni. Le buccine giornalistiche, quando manco v’era la certezza di un exit poll conclusivo, avevano già deciso su quale tonalità strepitare: il cambiamento. Strepitare da subito, prima che il volgo capisca cosa è successo, rimane un classico della propaganda. Una sorta di imprinting: lo spetezzo più veloce, meglio se all’unisono con altri culi da trombetta, decide il profumo definitivo da annusare nelle settimane a venire. In attesa di altre ventilationes. E stavolta è difficile liberarsi dal profumo del cambiamento, annunciato con tale fragore da Milano Finanza, blog e giornaloni conniventi.
Questo accadeva ieri, 14 ottobre. Oggi, 15 ottobre, il giorno dopo, assolto l’imprinting, i toni si sono raffreddati un pochino. Ecco l’incipit de “Il Post”: “L’Unione Cristiano Sociale (CSU), il partito bavarese fratello dell’Unione Cristiano-Democratica di Germania della Cancelliera Angela Merkel, ha vinto le elezioni in Baviera …”
Ha perso, ma ha vinto. Cioè: ha perso, però, col 37%, in fondo, giuridicamente, ha quasi vinto. La destra, AfD, che avrebbe dovuto sfondare (la destra terribile e xenofoba che fa tanto paura ai corrieristi della sera), è al 10% (tanto di guadagnato dirà qualcuno, prima nemmeno c'era! E però, sempre da “Il Post”: “Diversi analisti parlano di un rallentamento dell’AfD che si potrebbe rilfettere a livello nazionale”: la rivoluzione, insomma, si farà aspettare). Il Partito Socialista è ai box: i traditori del socialismo pagano dimezzando i voti: tutto come previsto, in tutta Europa va così, nil novum. La LINKE, supersinistra, è al palo, anche se un 3,2, in salita rispetto al 2,1, non è poi malaccio. Ci son poi altri partiti paccottiglia di cui non c’interessiamo.

Molto più rilevanti sono tre dati. Decisivi, direi.
Il dato dell’affluenza: in salita vertiginosa, dal 63,6 al 72,5. Anche il cruccame, insomma,continua a credere al superenalotto democratico. Il Sistema non solo tiene, nella propaggine più ricca e influente d’Europa, ma rilancia la propria credibilità.
Poi c’è la vittoria della Merkel. Quando il vento dello spetezzo mediatico annuncia tempesta questo significa, irrefutabilmente, che ci sarà sereno a lungo termine. La Merkel sconfitta! Il governo Merkel in bilico! In realtà proprio la sconfitta di Seehofer, critico verso le politiche immigrazioniste di Dorothea Kasner, rilancia (pure qui!) le quotazioni di Angelina (o di chi per lei: tali figuri sono intercambiabili. L’importante è l’Idea, la Sinfonia, non gli interpreti; e nemmeno il direttore d’orchestra). La sberla elettorale rifilata a Markus Söder, governatore bavarese, e a Horst Seehofer, capoccia dei cristianosociali, mi ricordano una macchietta di Corrado Guzzanti. Guzzanti interpreta l’ex sindaco di Roma, Francesco Rutelli, che, invece di congiurare per la sconfitta del nemico Berlusconi, ricaccia nella polvere ogni possibile antagonista del Silvio nazionale, foss’anche un suo collega di partito. Così è avvenuto in Germania. L’amico Seehofer eccede? E io lo ricaccio sotto la sabbia, avrà detto la Merkel-Guzzanti … perché Angela Merkel, come tutti, non serve il popolo tedesco, come detto, ma un’Idea. E quell’Idea non è di Grande Germania, ma di grande Monarchia Europea, la stessa, che, attraverso la distruzione dell’Europa storica, si unirà alla Monarchia Universalis. Seehofer e compagnia hanno compreso tutto ciò? Credo di sì. Si acconcino quindi a bassi profili. Raus.

“È un segnale che i bavaresi non ci stanno con la politica dell’esclusione …” proclama, bel bello, Robert Habeck, leader nazionale del Partito Ecologista, autentico vincitore, morale e materiale, della tenzone elettorale: leader di Grüne-G/EFA, The Greens; i Verdi, insomma, dileggiati trent’anni fa da Giulio Andreotti con un profetico: “Sono come i cocomeri: verdi fuori, rossi dentro”.

La battuta di Andreotti ci porta al terzo punto, cruciale.
Se questi sono i vincitori, dov’è il rivolgimento epocale?
Da “Il Post” (lo cito per comodità): “In Baviera i Verdi sono guidati da Ludwig Hartmann, 40 anni, e da Katharina Schulze, 33 anni”. “Il Post” coglie il segno senza fallire: fra i due si indirizza subito verso Katharina, simbolo da sottoporre alla nostra ghiotta interpretazione; il maschio, infatti, come sempre nell’e(ste)tica PolCor, conta come il due di coppe quando la briscola è denari (o spade; bastoni no: son troppo allusivi). L’articolo prosegue: “Lei ha attirato in particolare l’attenzione dei media: è giovane, carismatica, fa cose divertenti per farsi notare (lo scorso febbraio durante il Carnevale si è vestita da Daenerys Targaryen di Game of thrones dicendo che a ottobre avrebbe conquistato la politica bavarese per mettere fine alla maggioranza CSU), sta portando avanti una campagna elettorale molto vivace ed è esplicitamente antifascista: ‘Mai più in guerra, mai più fascismi’, ripete spesso. ‘Essere antifascista non significa essere un’estremista di sinistra’ ha anche spiegato”.
Giusto, essere antifascista non significa essere di sinistra, per carità, altrimenti gli elettori non ti votano: meglio diportarsi come gli ingannevoli e innocenti cocomeri.

Katharina: giovane, rassicurante, bionda, sorridente, caruccia senza essere gnocca (disturberebbe il gaglioffo medio), dopo la laurea a Monaco in politologia e psicologia e comunicazioni (le gambe del gioco delle tre carte), se ne va all’Università di San Diego, California e poi si fa le ossa affinando le tecniche nel Partito Democratico. Nel Michigan.

Katharina, dall’alto di tali benemerenze apolidi, ha parlato anche a “La Stampa”, quella di Torino: “[non dobbiamo] gestire [bensì] costruire l’integrazione … la CSU ha reso sempre più difficile la concessione di permessi di lavoro, e quindi è cresciuto il mumero di coloro che stanno qui, ma sono disoccupati”.
“La Stampa” sarà andata in sollucchero (i prossimi giorni “Repubblica” e “Corsera” ospiteranno cunnilingus giornalistici di sicuro spessore). Capito Seehofer, capito Salvini? Angela e Katharina sono mano nella mano e la seconda, trentatré anni come nostro Signore, è pure una supereroina: si veste come Daenerys Targaryen.

Il potere ha un’utopia, noi no. Lo ripeto. E lo realizzerà per un semplice fatto statistico: il Banco vince sempre. Alberto Sordi ne Lo scopone scientifico vince … vince … vince … Bette Davis, però, che addirittura anticipa le fiches ai poveracci, dispone di risorse illimitate … può permettersi mille sconfitte … quelle che fanno ringalluzzire gli scemotti … a Bettina basta solo aggiudicarsi una battaglia per vincere la guerra. E la vince. L’unica nostra speranziella è che si trovi qualcuno, per mero caso psicostorico, disposto ad avvelenarla, la Bette Davis.

Accanto alle notiziole germaniche ne compare un’altra: c’è una speranziella. E qual è? Non certo la nostra, di speranziella. Un’altra: opposta: l’exit dalla Brexit. Il Potere non molla l’osso, giammai. Forse anche stavolta perderà, ma quanto potranno durare le sue sconfitte se nelle retrovie dispone di forzieri e soldati inesauribili? La Brexit … Teresa May … cacciata dalla porta a prezzo di mille fatiche forse l’Inghilterra rientrerà dal caminetto, magari con renne e slitta, sotto Natale. Di quale anno non si sa.

Il Banco vince sempre. Eppure il ludopatico non intende ragioni: gioca. Inutile fargli i predicozzi, tentare le buone, tentare le cattive, spiegargli, con dovizia di particolari, che non può vincere. O meglio: magari potrà vincere ogni tanto cinquecento euro, come si evince dai maliziosi cartelli appesi al bar, ma, a lungo termine, l’individuo medio perde, inevitabilmente. Non c’è bisogno di Biagio De Finetti per arrivare a tale verità. Inutile anche dimostrare che il Banco vince in automatico poiché ha già inserito nella scheda interna l’algoritmo dell’inevitabile sconfitta. E però il ludopatico non intende ragioni. Perché? Perché ha visto il vicino di casa esultare per cento euro grattando all’ipermercato! E così gioca, incurante delle pezze al culo, dei soldi che escono dalle tasche … e continua … gioca … gioca … all’infinito … gratta … mette una “X” … e pensa … gioca vota e pensa …

Ma chi è Daenerys Targaryen, il personaggio de Il trono di spade interpretato da Emilia Clarke, un’altra beniamina degli inserti mondial-femministi dei nostri giornaloni residui? Da Wikipedia: “Daenerys presenta un carattere in principio fragile e insicuro, ma a causa delle avversità che le si presentano, tra cui le vessazioni a cui è sottoposta dal fratello, cambia radicalmente, diventando forte, risoluta e spietata quando necessario, rivelando spesso il tipico temperamento ostinato dei Targaryen”.

Salvini è avvertito. La Schulze ricorda la mia, di beniamina, Natalie Portman, anch’essa supereroina (di Guerre stellari: interpreta Padmé Amidala) e personale candidata alle elezioni politiche di Israele in un prossimo futuro. Perché pure Israele, per entrare nella Monarchia Universale, dovrà un pochino cambiare, eh … il nasone saccente, rabbinico, tirchio e usuraio deve darsi una ripulita, come detto. Nella Monarchia futura tutto sarà amore e il lupo conviverà con l’agnello (il lupo sarà preventivamente evirato).

Aspettando quei tempi, chissà se li vedrò!, consoliamoci con l’amore che spira dalla Baviera, terra di rivoluzioni al contrario, e una volta rassicurante fondale dei telefilm di Horst Tappert. Il vecchio Horst, un crucco d’acciaio, già granatiere delle Waffen-SS: 3^ divisione corazzata Totenkopf.

Nonostante i venti di guerra e d’instabilità, tutto lascia presagire un felice accouchement: un parto bigemellare Katharina-Angela. Colpire divise per sostenere l’Unica Idea. Il tedesco, intanto, nonostante i nostri controinformati predichino fuoco e fiamme, si fa sonni tranquilli: va a votare … addirittura … e crede, pure lui, che il voto decida del proprio destino … perché questo è il vero succo delle elezioni locali in Baviera: l’europeo vota e crede, e crede sempre più … il suo scontento, eventuale, lo sfoga con la “X” di Bertoldo.

La minutaglia della cronaca presente è davvero spossante.
Rovistare tra queste miserie: stomachevole, nonostante i guanti.
Dopo aver toccato tali rifiuti sento il bisogno di un bagno caldo.
In mia assenza vi lascio, a meditare idealmente, con l’Inno alla gioia.

lunedì 15 ottobre 2018

11 ottobre 2018 - Incontro con Paolo Savona

2018 crisi economica - è inutile che i giornaloni ci girino intorno la crisi prossima presente nasce dagli aumenti dei tassi d'interessi della Fed, l'ha sempre fatto ciclicamente, a prescindere dall'andamento dell'economia reale, in questo modo scarica sul mondo le sue contraddizioni ricomincia a esportare e il dollaro continua ad ingrassarsi. In più c'è il Trump con i suoi dazi ...

Perché dobbiamo temere una nuova recessione

Per difendersi ci sono gli strumenti, ma, spiega "The Economist", serve un intervento politico forte perché i tempi e lo spazio di manovra sono limitati

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Recessione - 13 ottobre 2018 – Credits: iStock - Nastco
Stefania Medetti - 15 ottobre 2018

Fino a un anno fa, il mondo viveva un periodo di accelerazione economica sincronizzata. Nel 2017, ricorda The Economist che dedica la copertina del settimanale alle ombre di una nuova recessione, la crescita è stata il denominatore comune di tutte le grandi economie avanzate e della maggior parte di quelle emergenti.

Lo scorso anno, il commercio globale continuava a crescere, gli Stati Uniti erano in piena espansione, la Cina era riuscita a tenere sotto controllo la deflazione e anche la zona euro, con l’unica eccezione della Gran Bretagna, era fiorente. 
Alla radice della paura

Nel 2018, lo scenario è completamente diverso. Questa settimana, i mercati azionari sono crollati in tutto il mondo per la seconda volta: gli investitori, infatti, sono preoccupati per il rallentamento della crescita e per gli effetti delle scelte della Fed sulla politica monetaria americana.

Le paure sono fondate: il problema dell'economia mondiale nel 2018 è il suo andamento irregolare.

Negli Stati Uniti, il taglio delle tasse promosso dal presidente Trump ha contribuito a una crescita trimestrale annualizzata superiore al 4% e la disoccupazione è al minimo dal 1969.

Eppure, il Fondo Monetario Internazionale ritiene che la crescita rallenterà quest'anno in ogni altra grande economia avanzata. E anche i mercati emergenti sono nei guai.

Politiche monetarie divergenti

Dal dicembre 2015 a oggi, la Federal Reserve ha aumentato i tassi di interesse otto volte. La Bce è ancora lontana dal suo primo aumento, mentre in Giappone i tassi sono negativi. 

Questa settimana, la Cina ha allentato la politica monetaria in risposta a un'economia in declino.

Quando i tassi di interesse aumentano soltanto negli Stati Uniti, il dollaro si rafforza e questo rende più difficile per i mercati emergenti rimborsare i loro debiti in dollari. Un dollaro in rialzo ha già contribuito a spingere l'Argentina e la Turchia nei guai e il Pakistan ha chiesto aiuto al Fondo Monetario Internazionale.

Il ruolo dei mercati emergenti

Rispetto a vent’anni fa, quando i mercati emergenti rappresentavano il 43% della produzione mondiale (misurata dal potere d'acquisto), oggi sono al 59%. I loro problemi, dunque, potrebbero rimbalzare sugli Stati Uniti, proprio mentre il boom domestico inizia a spegnersi.

A quel punto, il resto del mondo potrebbe trovarsi in condizioni peggiori se le difficoltà di bilancio dell'Italia non diminuiranno o la Cina subirà un forte rallentamento. I mercati emergenti stanno causando perdite agli investitori, ma nel complesso le loro economie sembrano tenere.

Alcune note positive

La buona notizia è che i sistemi bancari sono più resistenti di quando la crisi ha colpito dieci fa e la possibilità di una recessione grave come quella del 2008 è bassa. Inoltre, la guerra commerciale di Donald Trump non ha ancora causato gravi danni.

Se il boom dell'America cede il passo a una recessione poco profonda, mentre lo stimolo fiscale diminuisce e i tassi aumentano, non sarebbe uno scenario inusuale dopo un decennio di crescita. Eppure, è qui che potrebbero arrivare i problemi.
La variabile dei tassi

Il punto è che il mondo ricco è mal preparato per affrontare anche una lieve recessione. In parte perché le misure politiche a disposizione si sono ridotte nel combattere l'ultima recessione. Nell'ultimo mezzo secolo, infatti, la Fed ha tagliato i tassi di interesse di cinque punti percentuali in una recessione.

Oggi ha meno della metà di quella possibilità di manovra e la Zona Euro e il Giappone non hanno spazio. La politica, è vero, ha altre opzioni, come il quantitative easing, ma se ciò non dovesse bastare, potrebbero essere necessari approcci più radicali e non testati, come dare soldi direttamente ai cittadini oppure aumentare la spesa statale. 

La sperimentazione politico-economica 

A questo punto, però, bisogna chiedersi se l'uso di queste armi sia politicamente accettabile. Le banche centrali, infatti, dovranno affrontare la prossima recessione con i bilanci già gonfiati: la Fed, per esempio, vale il 20% del Pil.

Chi si oppone al quantitive easing sostiene che distorce i mercati e gonfia le bolle. Per quanto fuorvianti, queste opinioni attirerebbero un esame ancora più approfondito sul QE e i vincoli sono particolarmente stringenti nella Zona Euro, dove la Bce si limita ad acquistare il 33% del debito pubblico di qualsiasi paese.

L’ostacolo del populismo

Indipendentemente dagli argomenti economici, lo stimolo fiscale attirerebbe anche l'opposizione politica. L'Ue è di nuovo il caso più preoccupante, se non altro perché i tedeschi e gli altri nordeuropei temono di ritrovarsi con debiti insoluti nel caso di inadempienza di un paese.

Le restrizioni sui prestiti sono studiate proprio per contenere le inadempienze, ma il rovescio della medaglia è che limitano il potenziale di stimolo.

L’America, che è più disposta a spendere, ha recentemente aumentato il deficit a oltre il 4%, ma proseguire su questa strada potrebbe avere conseguenze politiche. A livello internazionale, la politica è un ostacolo ancora più grande, perché l’ascesa dei populisticomplicherà il compito di lavorare insieme proprio quando servono sinergie.
Perché è il momento di agire

Giocare d’anticipo potrebbe evitare alcuni di questi pericoli. Le banche centrali potrebbero avere nuovi obiettivi che rendono più difficile intervenire durante e dopo una crisi.

Se hanno stabilito un impegno per recuperare terreno quando l'inflazione è bassa o la crescita delude, le aspettative di una ripresa potrebbero fornire uno stimolo automatico. In alternativa, alzare l'obiettivo di inflazione potrebbe far aumentare i tassi di interesse, dando più spazio ai tagli quando sarà necessario.

Il limite di un'azione preventiva

Il futuro stimolo fiscale, dunque, potrebbe essere messo in cantiere in questo momento per aumentare la potenza degli "stabilizzatori automatici", come la spesa per la disoccupazione che aumenta quando l’economia rallenta. La zona euro, inoltre, potrebbe allentare le regole fiscali per consentire ulteriori stimoli.

Il problema, però, è che l’azione preventiva richiede iniziativa politica che in questo periodo è vistosamente assente. 
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