L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 21 ottobre 2020

Warren Buffett

L'Impero Warren Buffett in una carta gigante

Pubblicato 2 anni fa 
su 1 maggio 2018

La maggior parte delle persone conosce Berkshire Hathaway come l'enorme conglomerato che funge da veicolo di investimento per la fortuna di $ 83 miliardi di Warren Buffett. Tuttavia, molte meno persone sanno cosa fa questo gigante e come fa effettivamente i suoi soldi!

La serie di Warren Buffett
Parte 3: L'Impero di Warren Buffett

L'infografica di oggi suddivide le numerose società e investimenti di proprietà di Berkshire Hathaway.

È la terza parte della serie Warren Buffett, che abbiamo realizzato in collaborazione con finder.com , un sito di finanza personale che aiuta le persone a prendere decisioni migliori, sia che vogliano saltare sulla mania delle criptovalute o seguire il percorso più tradizionale di Buffett verso la finanza successo.

Esplora la versione a schermo intero di questa immagine


L'Impero Warren Buffett in una carta gigante

Questa infografica gigante può essere visualizzata al meglio utilizzando la versione a grandezza naturale . Inoltre, non dimenticare di dare un'occhiata alla Parte 1 e alla Parte 2 della nostra serie di Warren Buffett.

Se guardi una classifica delle persone più ricche del mondo, noterai che la maggior parte dei nomi trae la loro ricchezza dalla costruzione di singole aziende di successo.

In cima alla ricca lista di oggi c'è Jeff Bezos , che ha fondato Amazon nel 1994. Più in basso, vedi nomi familiari come Bill Gates (Microsoft), Amancio Ortega (Zara), Mark Zuckerberg (Facebook), Larry Ellison (Oracle) e così via.

Warren Buffett, che appare terzo in tale lista, è completamente unico in questo senso. Attraverso la sua holding Berkshire Hathaway, ha acquistato, venduto o investito in centinaia di società nel corso degli anni e le loro industrie sono ovunque. Questi investimenti includono società di beni di consumo come Coca-Cola, quotidiani nazionali come The Washington Post e compagnie assicurative come GEICO.

Buffett possiede attualmente il 36,8% del Berkshire e, al momento della pubblicazione, Berkshire Hathaway vale ben 480 miliardi di dollari, impiegando 377.000 persone in molti settori diversi.
Storia di origine

Sebbene Berkshire Hathaway sia oggi associato a Buffett e al suo partner di lunga data Charlie Munger, le origini dell'azienda risalgono in realtà al 1839.

L'azienda originaria era un'industria tessile nel Rhode Island, e nel 1948 Berkshire impiegava 11.000 persone e guadagnava 29,5 milioni di dollari (circa 300 milioni di dollari di oggi).

Dopo che le azioni della Berkshire iniziarono a diminuire alla fine degli anni '50, Buffett vide valore nella società e iniziò ad accumulare azioni. Nel 1964, Buffett voleva andarsene e il CEO della società Seabury Stanton fece un'offerta per acquistare le azioni di Buffett per $ 11,37, che era $ 0,13 in meno di quanto aveva promesso.

Questo ha fatto arrabbiare Buffett, e invece di accettare l'offerta, ha deciso di acquistare più azioni. Alla fine ha preso il controllo della compagnia e ha licenziato Stanton.

L'azienda era sua, e il resto è storia.
Il quadro di valutazione

Nella lunga gara di Warren Buffett contro il mercato, il quadro di valutazione non è nemmeno vicino:

Berkshire HathawayS&P 500Guadagno totale (1964-2017) 2.404.748% 15.508%
Guadagno annualizzato composto 20,9% 9,9%

Fonte: Rapporto annuale BH. Il valore di mercato di BH è al netto delle tasse e l'S & P 500 è al lordo delle tasse, compresi i dividendi.

Se ti stai chiedendo come Warren Buffett abbia sviluppato un record di investimenti così impressionante, vale la pena vedere la Parte 2 di questa serie: Inside Buffett's Brain .

Ricavi per segmenti di business

L'Impero Warren Buffett è vario e composto da centinaia di aziende in diversi settori.

Tuttavia, la segmentazione per entrate dà un'idea di come Berkshire guadagna:
Entrate (miliardi, 2017)% del totaleAssicurazione $ 65,5 27%
BNSF $ 21,4 9%
Berkshire Hathaway Energy $ 18,9 8%
Produzione $ 50,4 21%
McLane Company $ 49,8 21%
Servizio e vendita al dettaglio $ 26,3 11%
Finanza $ 8,4 3%Totale$ 240,7100%

Il portafoglio del Berkshire

Il portafoglio di Berkshire Hathaway può essere suddiviso in due categorie: le società che possiede a titolo definitivo (o le partecipazioni di maggioranza) e le società in cui detiene investimenti significativi.

Società di proprietà di Berkshire
Berkshire Hathaway possiede marchi ben noti che vanno da Dairy Queen a Duracell. Ecco tutte quelle aziende elencate per numero di dipendenti:
IndustriaAziendaDipendentiFinanza Clayton Homes 16.362
Assicurazione GEICO 38.690
Produzione Parti fuse di precisione 31.984
Produzione Fruit of the Loom 26,219
Produzione Shaw Industries 21.867
Produzione Il gruppo Marmon 12.763
Produzione Forest River 12.185
Produzione Duracell 2.875
Produzione Benjamin Moore 1.772
Produzione Russell Athletic 1.020
Produzione Brooks Sports 638
Ferrovia e servizi pubblici Ferrovie BNSF 41.000
Ferrovia e servizi pubblici Berkshire Hathaway Energy 22.773
Servizio e vendita al dettaglio McLane Company 23.859
Servizio e vendita al dettaglio NetJets 6.314
Servizio e vendita al dettaglio BH Media Group 3.719
Servizio e vendita al dettaglio Vedi le caramelle 2.439
Servizio e vendita al dettaglio Helzberg Diamonds 2.252
Servizio e vendita al dettaglio The Buffalo News 618
Servizio e vendita al dettaglio Business Wire 486
Servizio e vendita al dettaglio Dairy Queen 464
n / A Berkshire Hathaway Corporate Office 26
n / A Altro 106.966Totale377.291

È importante sottolineare che noterai che ci sono solo 26 dipendenti nell'ufficio aziendale di Berkshire Hathaway, questo perché Buffett è fermamente convinto che le società in portafoglio devono essere ben gestite di per sé e pensa che questa decentralizzazione sia una chiave del suo successo.

Investimenti
Ecco le società in cui Berkshire Hathaway ha investimenti significativi: l'intero portafoglio vale quasi $ 200 miliardi:
AziendaValore (miliardi)% del portafoglioMela 28.0 14,6%
Wells Fargo 27.8 14,5%
Kraft Heinz 25.3 13,2%
Banca d'America 20.0 10,5%
Coca Cola 18.4 9.6%
American Express 15.1 7,9%
Phillips 66 8.2 4,3%
Bancorp statunitense 4.7 2,5%
Moody's 3.6 1,9%
Bank of NY Mellon 3.3 1,7%
Compagnie aeree del Sud-ovest 3.1 1,6%
Delta Airlines 3.0 1,6%
Comunicazioni sulla Carta 2.9 1.5%
Goldman Sachs 2.8 1.5%
American Airlines 2.4 1.3%
GM 2.0 1.0%
Monsanto 1.4 0,7%
Visa 1.2 0.6%
Altro 18.0 9,4%Totale191.2100,0%

Il portafoglio è praticamente un microcosmo dell'economia americana: comprende banche, compagnie aeree, società di beni di consumo e persino colossi della tecnologia come Apple.

Altri marchi
Infine, vale la pena notare che Buffett non si ferma qui: la sua azienda possiede anche 80 concessionarie di auto, il secondo più grande agente immobiliare del paese (HomeServices of America) e persino 32 quotidiani.

Offerte che hanno fatto l'Impero

L'Impero Warren Buffett non esisterebbe senza Buffett coinvolto in alcuni dei più famosi affari della storia degli affari. Di seguito sono riportati alcuni dei grandi nomi con cui Buffett è stato coinvolto.

ABC
Buffett ha contribuito a finanziare l'acquisizione di ABC nelle capitali, all'epoca la più grande fusione non petrolifera della storia. Alla fine, CapCities / ABC è stata venduta alla Disney.

ESPN
Prima che ESPN fosse il nome familiare che è oggi, Buffett ne possedeva una grossa fetta come marchio sportivo emergente nel 1985, come parte dell'accordo CapCities / ABC.

Heinz
Berkshire Hathaway e 3G Capital hanno guidato l'acquisizione di Heinz nel 2013. Ciò ha dato a Buffett il controllo di marchi di fiducia come HP Sauce, Lea & Perrins, nonché del marchio omonimo.

Il Washington Post
Buffett ha consegnato il giornale da bambino , ma più tardi nella sua vita sarebbe stato il maggiore azionista esterno del famoso giornale.

Salomon Brothers
Buffett ha contribuito a condurre una scossa disperata in una delle banche di investimento più famose di Wall Street.

USAir
Dopo aver quasi perso tutti i 358 milioni di dollari che aveva investito, Buffett ha definito l'acquisto di azioni privilegiate della compagnia aerea uno dei suoi più grandi errori.

Gillette
Buffett ha iniziato ad acquistare azioni negli ultimi anni '80 ed è diventata il principale azionista di Gillette. Buffett ha guadagnato 4,4 miliardi di dollari di utili cartacei quando ha venduto la società a Proctor & Gamble.

L'Occidente ha scelto lo strumento covid/lokdown/coprifuoco per distruggere uomini, merci, capitali, mezzi di produzione e in Euroimbecilandia cominciano a scricchiolare le certezze e appare la paura di non farcela dopo a ricominciare il ciclo di accumulo capitalistico lasciando ad altri il bastone di comando



21 OTTOBRE 2020

Sin dalle prime misure di lockdown introdotte sul finire dello scorso inverno per limitare il numero dei contagi, era parso chiaro come la “cura” per non diffondere il patogeno rischiasse di avere pesante ritorsioni sull’economia mondiale. Benché infatti i governi e le banche centrali abbiano messo sul piatto importanti misure volte a sostenere le persone entrate in difficoltà economica, i danni causati dalla pandemia di coronavirus sono stati più ingenti delle attese. E in questa situazione, dunque, si è improvvisamente manifestata la recessione economica, destinata purtroppo a segnare le nostre vite ancora per molti mesi e della quale ancora non abbiamo conosciuto la fase più acuta.
Adesso si teme per la salute dell’economia

Come riportato dalla testata giornalistica tedesca Der Spiegel, la possibilità che la Germania torni nuovamente in lockdown apre a scenari incerti per la tenuta stessa dell’economia del Paese. In modo particolare, poiché andrebbe a colpire le piccole-medie imprese che non sarebbero in grado di far fronte alle spese in un momento in cui le entrate verrebbero sostanzialmente azzerate. E in questo scenario, dunque, la sensazione è che il sostrato economico stesso della Germania rischierebbe di uscirne distrutto, cambiando per sempre il volto del Paese.

Inoltre, a questa tornata la paura è insita anche nelle minori disponibilità dei governi di foraggiare l’economia in un lockdown che potenzialmente potrebbe durare molto più a lungo di quello vissuto all’inizio del 2020. Con le attività costrette a chiudere o comunque a limitare il proprio lavoro e senza un aiuto importante da parte delle istituzioni, il destino di molte famiglie rischierebbe a questo punto di essere segnato. E come in Germania, lo stesso potrebbe accadere anche nel resto d’Europa, dove – come nel caso della Francia e della Spagna – i contagi hanno raggiunto livelli già ben più preoccupanti.
L’Europa non può reggere un nuovo lockdown

Come sottolineato da un numero sempre maggiori di voci, l’economia europea non ha gli strumenti per reggere ad una nuova stagione di serrata. Ciò, principalmente, sarebbe dovuto al non aver ancora attutito i danni del passato lockdown e soprattutto all’incertezza che ogni attività si trova di fronte ancora nei prossimi mesi. E con il potere d’acquisto delle famiglie in continua contrazione, anche la speranza di una ripresa repentina dei consumi pare allontanarsi sempre di più. Tutto ciò considerato, dunque, apre a degli scenari davvero oscuri per l’economia del Vecchio continente, riscopertasi l’ombra di se stessa a seguito del passaggio della pandemia di coronavirus.

L’indecisione che sembra prevalere negli alti palazzi di Bruxelles non ha inoltre aiutato sicuramente a dare slancio di fiducia agli investimenti diretti sull’economia, che con il Recovery Fund ancora in stallo e con i governi indecisi sul da farsi in tema di contenimento della pandemia si è ritrovata ulteriormente rallentata. Purtroppo, però, questo “dilungarsi” del momento decisionale non ha fatto altro che aggravare le problematiche dei settori colpiti dalla crisi, sprecando tempo prezioso che si sarebbe potuto dedicare sia al contenimento della pandemia sia allo studio di manovre volte alla ripresa economica. E soprattutto, in questo modo i governi hanno contribuito alla scenario contradditorio che stiamo vivendo in modo generalizzato in questi giorni, accrescendo forse delle conseguenze che, con operazioni più mirate, si sarebbero potute contenere.

Il covid/lokdown/coprifuoco è lo strumento scelto dall'Occidente per distruggere uomini, merci, capitali e mezzi di produzione. La Cina ha scelto la Strategia della doppia circolazione

Il morbo infuria, il pan ci manca.

Maurizio Blondet 21 Ottobre 2020 
di Roberto PECCHIOLI

Nella scuola di oggi, progressista e distanziata, in cui si studiano le meraviglie dei più svariati “orientamenti sessuali” e si pensa a rendere obbligatorio il canto di Bella Ciao, probabilmente non si legge più Arnaldo Fusinato, il poeta patriota veneto autore dell’Ultima ora di Venezia. Per diverse generazioni di italiani, era cultura comune la strofa, più volte ripetuta, “il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca. “Così si sente qualche italiano, in una delle ore più buie della Patria. Non è solo il Coronavirus a seminare paura e pessimismo, ma una condizione complessiva che a noi sembra peggiore di quella cantata dal poeta vicentino. Fusinato scriveva da esule nel ricordo della nobile ribellione di Venezia- l’ultima ora di gloria di una potenza in declino- contro gli austriaci nel 1848. Vinse il maresciallo Radetzky e finì il sogno di indipendenza della Serenissima, già calpestata da Napoleone nel 1797. Una delle cause fu il colera – il morbo – che si diffuse nell’umida estate lagunare.

Si moltiplicano i segni del crollo anche nel fatidico 2020, anno I dell’era virale. Non è un dramma solo italiano: nell’Europa intera si parla di coprifuoco, chiusura, serrata generale della vita economica e sociale. E’ il tempo del “distanziamento”, ossia di un enorme esperimento psico sociale diretto dall’alto che il virus sta accelerando. Suonano sinistre le previsioni del “partito di Davos”, l’adunata dei ricchi e potenti del mondo tra le montagne svizzere, che aveva prefigurato gli scenari ai quali stiamo assistendo. No, non andrà tutto bene, come recitava mesi fa il farsesco slogan governativo. Le cronache dal coprifuoco narrano il contrario sotto ogni punto di vista: sanitario, economico, sociale, comportamentale.

Le dittature nascono nella paura e si nutrono di delazione, ossessione del controllo, osceno disprezzo per le libertà più elementari. Ognuna ha la sua giustificazione. Quella odierna si fonda sulla protezione della vita dei cittadini: è quindi apparentemente invincibile, inattaccabile. Eppure, sembra vicina la resa. Quella morale e spirituale è cosa fatta. In altre emergenze, nel pieno di tragedie di ogni tipo, non mancò la voce delle autorità religiose. In questa occasione, il silenzio della chiesa è sconcertante: templi chiusi, celebrazioni e feste rinviate sine die, soprattutto nessun tentativo di fornire una risposta in termini esistenziali e spirituali, di trarre una morale dalle sofferenze e dalle paure. Se ne sono lavati le mani, e non solo in senso metaforico. Quanto ai poteri pubblici, oscillano tra le smanie da sceriffo di personaggi alla Vincenzo De Luca, un certo fatalismo rassegnato il cui simbolo è il volto e l’espressione intristita del ministro della Sanità, di cognome Speranza (vana) e le pose da statista del primo ministro Conte.

Intanto, mentre il morbo infuria – o almeno non smette di agire- il pan ci manca. Centinaia di migliaia di disoccupati, il crollo di interi comparti commerciali e industriali, statistiche economiche ovunque drammatiche che in Italia assumono il carattere della tragedia. Il PIL cala di dodici punti- in soldoni si tratta di duecentomila miliardi di reddito perduto- ma il ministro Gualtieri, come Nerone all’incendio di Roma, si rallegra perché il calo è lievemente inferiore alle previsioni più pessimistiche. Per il 2021- virus permettendo- i magliari governativi prevedono un rimbalzo di circa sei punti. Se anche fosse vero, saremmo sotto di centomila miliardi rispetto ai dati, tutt’altro che incoraggianti, del 2019, anno ultimo ante Covid 19.

Si diffonde la paura del contagio, con lo strascico di egoismi, delazioni assortite e incoraggiate, le forze dell’ordine e l’esercito dispiegati non contro nemici esterni o malviventi, ma a controllo della gente comune, io, voi. Con forza crescente, prende piede la paura sottile che nulla sarà come prima. E’ così: per quanto “prima” non fosse granché, non solo adesso, ma anche “dopo” sarà peggio. Il pane non manca ancora, ma sono sempre più numerosi i poveri e milioni temono di diventarlo. Sul ponte sventola bandiera bianca, ma non è la resa a discrezione a un nemico in armi, bensì il cedimento, lo scoramento generalizzato di popoli vecchi, impauriti. La vecchia Europa sembra una balena spiaggiata dal corpaccione rugoso, arenata per sfuggire non solo al virus, ma al destino, alla storia, a se stessa. La capitolazione è morale, il crollo è spirituale.

L’Europa istituzionale, dal nome bugiardo di Unione Europea, non sa reagire che attraverso direttive economiche, piani finanziari usurai. Il pan ci manca, ma chi dovrebbe fornircelo lo rivuole indietro a strozzo e impone regole e condizioni che non fanno perdere solo la sovranità, ma l’onore di chi le accetta. Onore: parola già dimenticata che diventa ridicola davanti a masse che invocano solo la nuda vita, la sopravvivenza individuale. Non si leva da nessun lato la voce di una dissidenza che si fa opposizione. Nel pericolo, ci si attacca al potere; per questo l’opposizione non si oppone. Tuttavia, chi non combatte è perdente in ogni caso. Difficile, certo, nel tempo in cui chi eccepisce è visto come nemico della vita del vicino.

Vietato non solo manifestare, ma anche dialogare, riunirsi e discutere. Nella rieducazione antropologica di massa, la distanza è il nuovo principio guida. I più accesi sostenitori del distanziamento sociale sono gli stessi che sino a ieri – l’evo lontano terminato a febbraio del corrente anno- proclamavano abbracci, solidarietà fraterna e abolizione di ogni frontiera. Viene un amaro sorriso al ricordo di una vecchia canzone di Sergio Endrigo che tanto commuoveva le anime belle. “Se tutti i ragazzi, i ragazzi del mondo si dessero la mano, allora ci sarebbe un girotondo intorno al mondo.” Impossibile, dobbiamo stare a distanza, parlarci da sconosciuti attraverso la maschera e attenerci alle disposizioni governative diramate a reti unificate.

In un bar di periferia abbiamo letto un cartello di grande saggezza, l’esortazione agli avventori a non parlare solo di virus e contagi. La vita, in qualche modo, va avanti e con lei i problemi quotidiani. E’ tornato d’attualità il Meccanismo Europeo di Stabilità, il fondo monetario a cui abbiamo regalato decine e decine di miliardi affinché possa prestarceli a usura con pesanti condizioni politiche ed economiche. I maggiori sostenitori del suo utilizzo sono il Partito Democratico, filiale italiana dell’internazionale finanziaria, e Matteo Renzi. Se facciamo chiarezza, ci accorgiamo che davvero il morbo infuria e il pan ci manca. I soldi del Mes sono prestiti, non possono finanziare spese aggiuntive: si possono coprire spese già fatte e vanno a incrementare il debito pubblico. Opinioni di un arcigno sovranista? No, sono le parole testuali pronunciate qualche sera fa, davanti alle telecamere, dal primo ministro Conte.

“Se richiederà i finanziamenti del Mes, l’Italia entrerà nel mirino degli speculatori. E’ il rischio che gli analisti chiamano stigma, ed è difficilmente quantificabile. Decine di paesi hanno richiesto il Sure, lo strumento europeo di emergenza contro la disoccupazione, il Mes nessuno. “Ancora, è il resoconto stenografico di dichiarazioni pubbliche del capo del governo. Si è dimenticato di citare la natura di credito privilegiato dei prestiti Mes. Argomenti assai solidi, a cui si aggiunge lo scarso interesse per il fondo di salvataggio europeo (Recovery Fund) mostrato da Spagna, Portogallo e Francia. I tre paesi latini si limiteranno a richiedere i finanziamenti a fondo perduto, ma si tengono alla larga dai prestiti europei: troppe condizioni, tempi lunghi, pesanti ingerenze nella sovranità economica e finanziaria. Il mitizzato Recovery Fund è autorizzato a fronte di progetti approvati dall’UE, le somme concretamente erogate solo dopo ulteriori esami degli oligarchi. Lo dice chiaramente il “considerando” numero 29, lo ribadisce l’articolo 12 della norma istitutiva. Il termine “sorveglianza” attraversa sinistramente l’intero articolato. Rischio scongiurato, dunque? Per niente, poiché Conte, dopo aver espresso con inusitata chiarezza il suo pensiero, ha dovuto rimangiarselo per le pressioni del partito democratico, longa manus dei poteri forti. Sul ponte sventola bandiera bianca.

Pur nella tristezza dei tempi, non possiamo non paragonare il buon Giuseppe, espressione di un partito che pensa seriamente che “uno vale uno” e voleva aprire le istituzioni come un scatoletta di tonno, a Napoleone, non Bonaparte, il protagonista della Fattoria degli animali di George Orwell, un delle favole politiche più celebri del secolo XX. Nella fattoria mal gestita dal violento ed alcolizzato Jones, una notte gli animali, capitanati dai maiali, i più intelligenti e risoluti tra loro, si ribellarono e riuscirono a cacciare dalla proprietà il vecchio padrone. Instaurarono una specie di fraternità egalitaria basata su sette comandamenti. Primo: chiunque cammini sui due piedi è un nemico. Due: qualunque essere cammini su quattro zampe o abbia le ali è un amico. Terzo comandamento, nessun animale indosserà vestiti, né- quarto comandamento- dormirà in un letto. Nessuno berrà alcolici e- sesto- non ucciderà nessun altro animale. Il settimo e decisivo comandamento stabiliva l’uguaglianza di tutti gli animali.

Napoleone, il capo, fece fuori un altro maiale, Palladineve, fino a un attimo prima suo compagno e fratello. Inoltre, per essere più efficace nel comando e sopportare meglio il peso delle sue nuove e ardue responsabilità, e ritenne necessario trasferirsi nella vecchia casa del signor Jones. E già che ci si trovava, dal momento che aveva lavorato tanto, iniziò a dormire nel letto del signor Jones e a bere un paio di whisky nel pomeriggio, come era solito fare l’ex proprietario. Scelse anche di utilizzare il suo guardaroba e mettere un vestito, sotto lo sguardo attonito del resto gli animali, che ricordavano i comandamenti da lui stesso formulati. Napoleone spiegò che nessuno li aveva letti bene. Nessun animale dormirà in un letto doveva essere interpretato così: in un letto con lenzuola. Anche gli altri comandamenti dovevano essere rivisti: gli animali non devono bere alcolici, ma solo “in eccesso “. Non uccidere animali “senza ragione”. L’ultimo comandamento, poi, fu il capolavoro di Napoleone: tutti gli animali sono uguali, ma alcuni “sono più uguali di altri “.

Intanto lo Stato d’emergenza di Napoleone Conte, che viola un numero esorbitante di articoli della costituzione “più bella del mondo “, continua e genera nuova paura, diffonde l’egoismo occhiuto di massa e impedisce ogni dibattito. Se ne esce solo con il coraggio, ma il prodotto non è in vendita, né lo distribuisce l’ineffabile Unione Europea. Non parliamo più di libertà, argomento privo di senso nel dilagare delle paure, tuttavia, in ogni tempo e situazione alcuni uomini e donne mostrarono coraggio. Vivere richiede più forza d’animo che sopravvivere, ma questo è il tempo di Don Abbondio, per il quale il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare. Dilagano i nuovi poveri e diventa un esercito chi lavora per quattro euro l’ora. Meglio tacere: solo il virus è l’emergenza.

Lascia interdetti che la Cina chiuderà l’anno con il segno più nel PIL. Eppure il virus è nato proprio lì, tra pipistrelli, pangolini e misteriosi laboratori. Abbiamo il diritto di porci qualche domanda o possiamo solo rinserrarci in noi stessi, a sventolare la nostra personale bandiera bianca? I veneziani del 1848 lottarono, noi, nel fortunato secolo smart, digitale e progressista, alziamo la mascherina oltre il naso e sbarriamo le porte. Invano, a quanto pare. Al tempo del virus, fa sorridere il deserto dei tartari, la fortezza Bastiani in cui il tenente Drogo sarebbe oggi a guardia dell’invisibile. Presto, la fortezza cadrà da sola, nessuno avrà bisogno di espugnarla, perché la vita è fuggita, al di là del respiro impaurito dei superstiti.

Nessun coraggio, fisico, morale e spirituale viene invocato: solo il nascondimento. In Francia c’è chi decapita un uomo per leso Maometto. Nessun progressista si inginocchia alla sua memoria: era francese, bianco e probabilmente eterosessuale. Tuttavia, qual era il concetto di libertà del poveretto, se non la derisione, lo scherno dei sentimenti religiosi tipico di chi sente superiore, il nichilismo diffuso da giornali come Charlie Hebdo, proprietà della galassia Rothschild? Non tutti alzano bandiera bianca, per qualcuno offendere il profeta è peggio del contagio. Nessuna giustificazione per gli assassini, mai, ma il segno- uno dei tanti – di una fine incombente e meritata.

Il morbo infuria ed è obbligatorio pensare solo a quello, vivere in un’intercapedine per paura di abbattere il muro. Molti medici, inascoltati, avvertono del crollo di accertamenti e terapie relativi a tutte le altre malattie, comprese quelle oncologiche. La paura – fondata- di affrontare l’ospedale, la promiscuità, l’attesa che consuma. La bandiera bianca preventiva di una popolazione già vinta, interiormente stremata. I pochi dissidenti – chi vorrebbe restare in piedi in mezzo alle rovine- sono alle prese con la domanda fondamentale: vale la pena lottare, pensare altrimenti nel deserto?

Ogni ribellione è sì un atto di volontà individuale, ma ha bisogno, per non ridursi a “beau geste” o autodistruzione, di essere e sentirsi esempio, avanguardia, speranza per gli altri. Il dramma più grande non è il morbo che infuria, né il pan che manca, è il disarmo unilaterale, la bandiera bianca esibita in milioni di esemplari. Il distanziamento sociale agisce come uno sciame di termiti: erode, logora e distrugge dal basso. Chi scrive prova un lancinante, inusitato distanziamento interiore dal mondo, dagli altri, dal tempo.

Per non alzare bandiera bianca, forse non resta che diventare stoici, come certi filosofi dell’antichità, o mistici. Sustine et abstine, sopporta, astieniti: per mantenere la dignità e resistere nell’assedio, il rifugio è il castello interiore, la convinzione che ciò che accade è necessario e provvidenziale.

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Per avere persone asservite hanno bisogno di continuare a distruggere la scuola iniziata da Giovanni Berlinguer

La distruzione della cultura attraverso la distruzione della scuola

Maurizio Blondet 21 Ottobre 2020 

Qui dovrebbe esserci il magistrale intervento della giurista e massima studiosa di crisi scolastica Elisabetta Frezza, al convegno di a/simmetrie tenutosi a Montesilvano il 20 ottobre scorso.
La Scuola – E. Frezza / EMD 2020
•20 ott 2020

NON LO POSSO FARE PERCHÉ A/SIMMETRIE PONE QUESTO AVVERTIMENTO:

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A/simmetrie non vuole amici, ma solo nemici.

Scopri a/simmetrie su http://bit.ly/asimmetrie

Andatevelo a cercare, vale la pena.

Qui invece l’intervista a Elisabetta Frezza da Byoblu, che è libera.


“Secondo il filosofo Gunther Anders, noi contemporanei siamo stati a tal punto privati della libertà da non avere più nemmeno bisogno di ricevere ordini. Il nostro è auto-asservimento nei confronti di un sistema che ci ha reso schiavi con l’illusione della libertà. […] Il potere non ha più bisogno di alzar la voce. “Quanto più totale è il potere, tanto più muto il suo comando. Quanto più muto un comando, tanto più naturale la nostra obbedienza. Quanto più naturale la nostra obbedienza,tanto più assicurata la nostra illusione di libertà. Quanto più assicurata la nostra illusione di libertà, tanto più totale il potere”.

Aldo Maria Valli, Virus e il Leviatano, liberi libri, 94 pagine, 11 euro (Un saggio capitale)

Mentre l'Occidente ha bisogno del covid/lokdown per distruggere la Sovrapproduzione la Cina punta sul mercato interno riconvertendo la sua economia attivando processi di forte innovazioni. Quanto, cosa produrre è veicolato dall'alto, il come è subordinato all'economia di stato

La fabbrica del mondo
La svolta epocale della Cina che ridisegna la sua economia puntando sul mercato interno

21 ottobre 2020

Dopo decenni da leader nella manifattura a basso costo, Pechino vuole ridurre il peso dell’export e produrre prodotti ad alto valore aggiunto spendibili nel commercio interno. Per farlo però deve attivare un processo di forte innovazione e dimostrarsi in grado di assorbire la nuova produzione. Un progetto che avrebbe delle conseguenze a livello globale

NICOLAS ASFOURI / AFP

La fabbrica del mondo si prepara a chiudere i battenti. Negli ultimi 40 anni la Cina ha costruito il suo successo economico sulla capacità di attirare capitali e costruire la più grande struttura manifatturiera a basso costo del mondo votata all’export. Oggi però quel meccanismo si è inceppato. Anzi, Pechino è pronta a mandarlo in soffitta per ridisegnare la sua economia.

Nell’anno della pandemia il presidente Xi Jinping ha ripetuto più volte che il mondo è un posto sempre più turbolento e che la Cina deve mettersi al riparo dagli scossoni. Non è un caso che sia tornato sul tema a metà ottobre durante la visita a Shenzhen. Proprio nella culla della rivoluzione economica voluta da Deng Xiaoping, il presidente cinese ha auspicato che la città diventi ancora una volta il volano del nuovo sviluppo cinese.

«I modelli economici, tecnologici, culturali, di sicurezza e politici – ha detto Xi nel suo intervento – stanno tutti attraversando profondi aggiustamenti e il mondo è entrato in un periodo di turbolenze e trasformazioni». La Cina, ha continuato, si trova in una fase critica del suo sviluppo e per questo è necessario un nuovo modello di crescita.

La vera incognita per tutti è quale sia questo modello. La visita è avvenuta a ridosso di un momento molto importante, il plenum del Comitato centrale del Partito comunista, il diciannovesimo, che tra il 26 e 29 ottobre lavorerà al nuovo piano quinquennale, ma non solo. Sul tavolo ci saranno le riforme economiche da attuare in vista del 2035.

La direzione dell’economia cinese
I progetti del Pcc e soprattutto di Xi Jinping, partono da alcuni temi di fondo: 
  • autosufficienza, 
  • mercato interno, 
  • disaccoppiamento e ridefinizione della manifattura. 
Per capire prospettive e rischi di questo modello è utile partire proprio dall’ultimo aspetto.

«È corretto dire che ci potrebbe essere una fine relativa della Cina come fabbrica del mondo, ma non una fine della fabbrica Cina e questo è un punto fondamentale», ha spiegato a Linkiesta Filippo Fasulo direttore del Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina. «Quello che cambia è che cosa produce la Cina e sostanzialmente a chi lo vende. Questa è la grossa differenza. L’idea sarebbe quella di produrre prodotti ad alto valore aggiunto e far sì che il mercato interno possa assorbire questa produzione».

Questo cambiamento è contenuto in un principio che Xi sta portando avanti da qualche mese e che è stato ribattezzato come doppia circolazione, «una modalità di immaginare la struttura economica cinese come orientata attraverso due dimensioni, una esterna votata all’interscambio e una interna basata su consumi e innovazione», dice Fasulo.

Dalle riforme di Deng in poi la Cina ha fatto leva soprattutto su quella esterna, grazie a una produzione a basso costo che spingeva le esportazioni. Ora invece l’acceleratore deve andare sul comparto interno. «Oggi l’attenzione cinese punta a ricostituire, ridefinire e riorientare l’economia riducendo il peso della circolazione esterna in favore di quella interna. Per farlo devono aumentare i consumi e in qualche modo deve migliorare anche la qualità della produzione attraverso forte innovazione».

A maggio durante un discorso ad alcuni consiglieri il presidente cinese aveva sottolineato tutte le potenzialità del mercato interno parlando di un possibile bacino di 400 milioni di consumatori. La grande incognita del cambiamento cinese è infatti se il mercato sia pronto.

Per Fasulo i tempi sono maturi: «Ad oggi il mercato interno cinese non assorbe quanto potrebbe e lo si vede dal peso dei consumi rispetto al Pil che in Cina sono attorno al 39-40 per cento mentre nelle economie avanzate è superiore al 66 per cento».

L’eventuale successo della doppia circolazione passa da un grosso cambio di paradigma: «Nella struttura economica attuale c’è ancora un peso molto forte degli investimenti che sono più facilmente controllabili e sono il meccanismo attraverso il quale la Cina è riuscita ad ottenere alti valori di crescita del Pil e questo perché sostanzialmente bastava aumentare la spesa pubblica. Però si tratta di un sistema che non funziona e che era già stato ritenuto non più funzionante almeno dal 2015».

La questione tecnologica
Le potenzialità del mercato interno da sole non bastano per la svolta, servono correttivi e incentivi. È il caso ad esempio del rapporto con le aziende. Come ha sottolineato Simone Pieranni sul Manifesto, il Consiglio di Stato ha pubblicato delle linee guida per aiutare le grosse aziende che esportavano a dirigere i propri flussi verso il mercato interno.

Parallelamente il governo ha varato le prime limitazioni all’export. Nei giorni scorsi è stato approvato un provvedimento per regolare l’esportazione di alcuni beni specifici in base a una serie di criteri ancorati agli interessi cinesi. Una prima mossa che potrebbe essere ampliata nei prossimi mesi in particolare come risposta alle restrizioni statunitensi sul mercato dei chip.

Questo ci porta infatti a parlare di un altro pilastro della doppia circolazione, il miglioramento tecnologico. Come spiegava a Linkiesta l’analista del Merics, Rebecca Arcesati, la battaglia principale riguarda il controllo dei semiconduttori. La Cina ha fame di questa tecnologia e ancora non riesce a soddisfarla internamente. Ogni anno importa circa 300 miliardi di dollari di semiconduttori, una cifra che supera persino il comparto petrolifero.

Per questo gli investimenti nel prossimo quinquennio saranno sempre di più. Secondo la società di consulenza Qichach nel 2020 ben 13 mila imprese cinesi si sono registrate come compagnie di semiconduttori attirate soprattutto dai possibili fondi che Pechino metterà sul piatto probabilmente con il 14esimo piano quinquennale.

L’appoggio sul mercato interno e la ricerca di un predominio tecnologico richiamano altri due temi, quello dell’autonomia e del disaccoppiamento rispetto alle altre economie. Per quanto riguarda il primo, già un anno fa Neil Thomas metteva in luce nelle linee di azione di Xi e del Pcc la centralità del concetto maoista di zili gengsheng, in inglese «self-reliance» e che in italiano potremmo tradurre come «autosufficienza».

Nel 2018 lo stesso presidente cinese sosteneva che l’aumento globale del protezionismo aveva reso più difficile l’accesso alle tecnologie chiave costringendo la Cina a prendere la strada dell’autosufficienza.

Figlio di questa self-reliance è “China Standard 2035“, una sorta di prosecuzione ideale di Made in “China 2025”, il piano che il governo cinese aveva varato nel 2015 per migliorare l’eccellenza tecnologica e nel corso del tempo passato in secondo piano alla luce delle tensioni tecnologiche globali. Con China Standard 2035 Pechino vuole ora provare a dettare la linea sul fronte degli standard, mettendosi in competizione con Stati Uniti ed Europa.

La proiezione verso il 2035 ha a che fare con il complesso tema del disaccoppiamento dell’economia cinese, il cosiddetto decoupling. Complesso perché riguarda soprattutto le reazioni globali nei confronti della Cina. Come ha spiegato al South China Morning Post George Magnus del China Centre dell’Università di Oxford, si andrà verso un allentamento della dipendenza più che con un disaccoppiamento netto.

Verso una regionalizzazione dell’economia
Per Fasulo la questione del decoupling è lunga e delicata e riguarda il complesso rapporto tra interdipendenza e dipendenza che colpisce tutti i partner della Cina. Su questo, spiega, aleggia la «questione della trasformazione della globalizzazione verso la regionalizzazione, un processo che ha all’interno diverse dinamiche non più collegate solo al valore economico ma anche a motivazioni di tipo strategico e ideologico».

La virata economica cinese non avviene infatti nel vuoto ma è inserita all’interno di processi globali iniziati da tempo. Secondo l’analista della Fondazione Italia Cina la data cardine è quella del 2008, anno dello scoppio della crisi economica, il primo momento in cui la Cina prese coscienza di come potesse essere esposta a shock esterni: «Questo elemento si è ulteriormente rafforzato negli ultimi due anni e in tempo di pandemia anche perché gli shock esterni possono derivare non più soltanto da circostanze economiche».

Negli ultimi anni molti Paesi hanno avviato questo distaccamento. Una serie di numeri messi in fila dal Financial Times mostrano il progressivo raffreddamento delle imprese a investire e produrre in Cina. Un aspetto legato alla volontà di molti Paesi di ridisegnare le catene di approvvigionamento.

Le mosse cinesi e il cambiamento della catena del valore riporta al centro l’industria globale e la sua progressiva regionalizzazione. E questo fa gioco alla stessa Cina: «Sicuramente – continua l’analista – c’è l’intenzione cinese di aumentare la manifattura nel proprio Paese anche perché hanno bisogno di dare sfogo all’occupazione interna che poi può favorire il miglioramento delle condizioni e quindi alimentare i consumi».

Effetti e limiti delle mosse cinesi
La decisione di Pechino di concentrarsi sulla circolazione interna ha conseguenze anche per l’Europa. Da un lato ha favorito la spinta della Commissione a lavorare sull’autonomia, dall’altro comporterà una ridefinizione delle catena manifatturiera. Queste prospettive, conclude Fasulo, «potrebbero cambiare il modo in cui interagiamo con la Cina, cioè potrebbe venire meno l’idea di produrre qua e di esportare là, quanto piuttosto andare a produrre per il mercato cinese direttamente in Cina». Una prospettiva che molte compagnie stanno considerando.

Pur potendo contare su molti capitali da investire e su un mercato interno maturo, i limiti di questa ridefinizione economica non mancano. Qualche settimana fa, sul Nikkei Asian Review, Yukon Huang e Joshua Levy del Carnegie Endowment for International Peace hanno messo in luce alcuni limiti strutturali che potrebbero limitare la portata delle riforme in vista del 2035.

Uno degli aspetti che la Cina dovrà considerare riguarda la produttività, cioè produrre di più e meglio a parità di fondi spesi. Il problema è che negli ultimi anni l’efficienza degli investimenti non è migliorata. Secondo i calcoli di diversi economisti il rapporto tra capitale e prodotto (cioè il numero di unità di investimento per generale una singola unità di Pil) è andato aumentando passando dai 3,3 punti del 2005
al 6 del 2017.

Per Huang e Levy questo numero andrebbe abbassato ma la battaglia per l’autosufficienza tecnologica rischia di complicare le cose dato che gli investimenti in questi settori non avrebbero rendimenti considerevoli nel breve periodo.

L’altra grande questione su cui il governo cinese dovrà lavorare riguarda le limitate performance delle imprese statali. Dopo il 2008 queste aziende hanno avuto produttività inferiori a quelle private e oggi il tasso di rendimento delle attività per le società private viaggia intorno al 9 per cento contro il 4 di quelle statali.

La creatività uccisa dall'Utile ripetitivo e mediocre del Capitale

Costanzo Preve e la metafora dell'ostrica

di Salvatore Bravo
15 ottobre 2020

Utile senza creatività

Il capitalismo assoluto non conosce creatività, ma solo risultati. L’utile imperante è capace di riprodurre lo stesso modello in forme avanzate e sofisticate, ma non di deviare il percorso per nuove visuali. In ogni ambito del sapere si assiste alla riproduzione secondo lo stilema del frattale, si riproduce in scala sempre più grande lo stesso sistema, il medesimo meccanismo, estendendo le stesse capacità tecniche, ma restando all'interno dello stesso paradigma. Tale condizione è peculiare del capitalismo assoluto, in cui non si crea, ma si produce. La ragione dell’assottigliamento della creatività è nell’utile, quale orizzonte unico e monodimensionale verso il quale la collettività senza comunità si muove. Ogni atto e comportamento che non abbiano finalità immediate sono socialmente esposte all’irrisione. L’omologazione avviene in nome dell’utile. L’evidente decadenza e sterilità di questo modello, è occultato sapientemente dall’esaltazione delle differenze, dalla moda arcobaleno, che cela dietro gli strepiti delle differenze ostentate lo stesso modello. Si corre verso l’inclusione, ad ognuno dev'essere dato il diritto di esporsi e vendersi nel mercato. Si potrebbe affermare che la collettività sia schiacciata nel segno della stessa lingua e della stessa temporalità.

La lingua ha il lessico del mercato che si coniuga con la temporalità disposta sul solo presente. L’utile ha le sue prescrizioni, per essere realizzato devo veicolare l’attenzione solo sul risultato immediato isolandolo da ogni estensione temporale radicata nel passato e nel futuro. Il dato è, in tal modo, filtrato attraverso il linguaggio dell’efficienza economica.

La creatività non conosce l’utile, ma si congeda da esso. La sua disposizione temporale opera su segmenti temporali estesi: il creatore non si autopercepisce come proveniente dal nulla, in egli vive la tradizione con i suoi concetti e con le sue storie, è al servizio dell’umanità, perché sente di essere parte di essa, di conseguenza si eleva dal tempo coevo per allargare lo sguardo ed il messaggio al futuro. Trascendere l’attimo, orientarsi verso segmenti temporali estesi implica il rischio del fraintendimento e dell’isolamento. La creazione mette in gioco le energie culturali e caratteriali della persona. L’utile è rassicurante, poiché il riconoscimento è automatico, non esige particolari doti di resistenza e motivazione, ma solo impegno e la mediocre costanza con la quale arpionare il risultato. Le competenze e le conoscenze dell’utile possono essere altissime, ma sono al servizio dell’utile personale e non della storia. Se i grandi geni, le immense creazioni sembrano scomparse dall’ordine dell’occidente globalizzato, non è una casualità, l’utile nella forma anglofona divora la creatività per la produzione, esalta la mediocrità per guardare con occhio bilioso il creatore, in quanto minaccia al plusvalore. L’utile è performativo e senza il consenso degli intellettuali non potrebbe essere legittimato.

Ovunque scompare la formazione per la passione, per il sapere sostituita dalla didattica breve che garantisce mediocri risultati subito spendibili, ma che sostiene la decadenza creativa, anzi, a tale parola è associata il rinforzo dell’utile ed il gioco libero e breve, che deve garantire il ritorno all’utile. Nelle scuole è ora di moda, la giornata o le giornate della creatività, ovvero, per alcuni giorni si suona e si dipinge, per poi tornare all’utile quotidiano. Si apre una parentesi di libertà, si concede al prigioniero un’illusione di libertà nella forma della regressione infantile. La creatività è calunniata nel suo significato. Naturalmente la creatività è costanza, impegno, disciplina, passione, tutto questo è sostituito con lo spettacolo che offre a chiunque “la sensazione” di essere liberi creatori.

La metafora della perla

In La quarta guerra mondiale Costanzo Preve distingue l’intellettuale dal creatore critico, il primo è organico al potere, lo riproduce fedelmente, il secondo crea concetti. Gli intellettuali di regime non hanno la funzione di creare, di deviare dal cammino prestabilito dalla finanza, ma devono riprodurre il sistema, lo esaltano come “il migliore dei mondi possibili”. Dinanzi alle contraddizioni che, malgrado loro, non possono essere rimosse, constatano che non c’è alternativa. Gli oratores si spingono fino al limite, criticano il sistema, ma ne constatano che non è trascendibile, per cui dinanzi ad una pericolosa deriva fascista e comunista sempre alle porte e mai trascorsa, invitano a tollerare l’insopportabile. L’intellettuale organico non crea, ma lavora contro la creatività, inocula nel tessuto sociale il disprezzo per la creatività fine a se stesa, in tal modo neutralizza l’alternativa, riproduce il sistema diventandone il gendarme. E’ parte del sistema di controllo, dissuade dal seguire le proprie passioni se sono disfunzionale al sistema. Il creatore critico, invece, elabora alternative, scegli se stesso per donarsi spontaneamente agli altri. Realizzare la propria indole è già creatività, è testimoniare che un altro modo di vivere è possibile. La libera elaborazione di concetti e prospettive è un dono alla comunità, significa donare uno sguardo divergente con cui rivivere la storia, ripensarla e divenirne partecipe. Costanzo Preve con la metafora dell’ostrica e della perla, mediante un’immagine vuole rappresentare la bellezza dell’atto creativo: l’ostrica produce la perla spontaneamente, da se stessa, nel rispetto dei suoi tempi, la perla non è il risultato, ma “movimento spontaneo interiore”. Intorno alla perla si sviluppa la comunità e la politica, perché senza fondamento non vi è che il pulviscolo dell’utile che conosce solo la violenza dello sguardo acquisitivo. Alla libera estorsione del plusvalore si giunge non solo con lo sfruttamento del lavoro, ma specialmente privando i dominati della possibilità di produrre perle. Il capitalismo assoluto o totalitario si adopera per inibire ogni forma di creatività e sostituirla con la violenza degli automatismi, con l’omologazione dei gusti, con l’eliminazione della coscienza infelice1:

Il capitalismo senza classi è anzi molto più vergognosamente diseguale e barbarico di quello tradizionale, prima da me definito “dialettico” in linguaggio hegeliano. Il fatto che la forma di merce, assolutizzata e totalitaria, si impadronisca di tutti gli ambiti della riproduzione sociale, infrangendo persino i vecchi confini mobili delle identità storiche delle due classi fondamentali, porta ad una nuova polarità fra l’oligarchizzazione, da un lato, e la plebeizzazione dall’altro. Ma l’oligarchia non è più borghesia, e la plebe non è più proletariato, così come i ceti medi declassati e resi “flessibili”, la cui fidelizzazione al sistema è soltanto più passiva ed ideologica, non sono più “piccola borghesia”.

Ma questo richiede alcune osservazioni supplementari.

25. Il concetto di capitalismo senza classi (ed insieme con differenziali crescenti di disuguaglianza in tutti gli ambiti della vita associata) è dunque solo una derivazione concettuale secondaria del concetto primario di capitalismo speculativo. Il concetto di capitalismo speculativo ci dice soltanto (ma è già moltissimo!) che la traiettoria storico-temporale del modo di produzione capitalistico non è caratterizzata dalla permanenza illimitata della dicotomia Borghesia/Proletariato (a meno che vogliamo limitarla alla pura definizione economica di proprietari privati o meno dei mezzi di produzione fondamentali), ma è caratterizzata da una dinamica illimitata di produzione di merci, il che comporta di conseguenza l’intrusione della forma di merce in tutti gli ambiti della vita quotidiana, salvati in vario modo dalle precedenti classi sfruttatrici, dispotico-comunitaria, asiatica, schiavistica, feudale, signorile e borghese-capitalistica”.

Si può scegliere se essere parte del circo mediatico, se diventare funzione dell’immenso apparato di riproduzione, oppure alzarsi dal banchetto ed intraprendere un nuovo percorso. La creatività implica partorire una nuova anima, ogni parto è doloroso e rischioso, ma è l’unico modo per dare un significato alla propria esistenza comunitaria, per scoprirla interna al passato, al futuro ed al presente.

Note
1 Costanzo Preve Eugenio Orso Nuovi signori e nuovi sudditi. Ipotesi sulla struttura di classe del capitalismo contemporaneo. Petite Plaisance Pistoia 2010 pag. 35

Natale, salta la messa di mezzanotte del Papa. Adesione all'impostura globale dell'Occidente da parte del vertice della gerarchia.

Un pomeriggio fra le Rane Bollite

Maurizio Blondet 20 Ottobre 2020 
di Massimo

Oggi sono stato a Roma per un impegno. Appena finito mi sono recato alla Grotta dell’Apparizione della Vergine della Rivelazione alle Tre Fontane. Visto che la cappella era piena di persone tutte con la mascherina ho fatto un giro dietro dove ci sono tutte le iscrizioni dei Santi devoti a Maria Santissima pensando di tornare alla Grotta dopo quando si sarebbe svuotata.

Mentre stavo pregando davanti alla statua di Padre Pio è arrivato un tizio con la mascherina che mi ha aggredito dicendo che dovevo indossarla.

“Non sa che è obbligatorio anche all’aperto”? No, ho risposto. “Non vede la TV? Tutti ne parlano”! Non ho la TV, ho ribadito. “Ma che persona è lei che non ha nemmeno la TV! Ma dove vive”?

Allora l’ho affrontato citandogli i vari articoli che mettono in discussione la mascherina e per ultimo il TULPS legge 85 che vieta di girare a volto coperto per la legge antiterrorismo.

Lui si è arrabbiato ed ha incominciato ad inveire contro di me dicendo: “Eccoli questi qua! Schifosi! Adesso ci penso io! Vado a chiamare la polizia”!

È andato verso la cappella. Io sono rimasto lì a pregare davanti alle statue dei santi.

Mentre si allontanava intimava alle persone di non avvicinarsi a me perché ero senza mascherina. 4 donne che venivano verso di me mi hanno scansato, guardandomi come fossi un appestato.

Dopo un po’ il tizio è tornato con un funzionario di pubblica sicurezza in borghese che si occupa di vigilare il santuario. Il funzionario di PS mi ha invitato gentilmente a mettere la mascherina ho ribadito che all’aperto non è necessario.

Ne è nata una discussione e lui mi ha letto l’ordinanza regionale che impone l’uso obbligatorio della mascherina anche all’aperto. Mi ha detto che questo è anche quello che ha stabilito Conte col nuovo DPCM.

Un avvocato che era lì con loro, anche lui con fare bonario, mi invitava a mettere la mascherina: ” Vede io sono d’accordo con lei ma questa è la legge”.

Quando ho fatto notare che i decreti sono inferiori alla legge costituzionale il poliziotto è intervenuto dicendo che questo che dice il governo lo dice anche la CEI.

Siccome io sono una capa tosta non ho mollato di un millimetro. La discussione è andata avanti per una mezz’ora. Colui che aveva acceso la miccia se ne è andato sconsolato.

Il poliziotto ha minacciato ripetutamente di farmi la multa di 400 euro ma si capiva che lo faceva solo perché me ne andassi.

Mi hanno offerto anche le loro mascherine ma le ho rifiutate e alla fine me ne sono andato sapendo che non avrei cavato un ragno dal buco. Poi ho pensato che se andassimo uniti in questi luoghi forse l’effetto sarebbe diverso”.

Non credo…

Dal Messaggero:
Natale, salta la messa di mezzanotte del Papa, limitazioni per le celebrazioni di Ognissanti: i vescovi impongono rigore

“Il Covid si abbatte inesorabilmente sul Natale in Vaticano. Nell’agenda del Papa, al momento, non è stata inserita alcuna messa di mezzanotte, solitamente celebrata il 24 dicembre, ma solo l’urbi et orbi del giorno di Natale, così come l’Angelus del giorno di Santo Stefano, regolarmente contemplati nel piano degli impegni papali per il mese di dicembre. […] Non è potuto scendere e avvicinare la gente al termine della udienza generale del mercoledì. Lui si è scusato con i fedeli raccomandandosi di mantenere le distanze e seguire le disposizioni delle autorità per fare finire prima la pandemia”. 

No, non è “il covid”. E’ l’adesione all’impostura globale da parte del vertice della gerarchia. La sua obbedienza alla più ripugnante dittatura e menzogna anti-umana, intesa al genocidio di popoli divenuti superflui per i ricchi.

E’ la conferma della loro voglia ardente – sotto il più debole pretesto – di far cessare il Sacrificio, di spegnere le luci della grazia e della speranza. L’hanno giàfatto a Pasqua.

Ma forse è meglio così. Quello che ha scelto di vivere in un albergo invece che nella stanze pontificie, che aveva un conto riservato da 20 milioni di sterline, che ha preferito Becciu a Pell in una losca complicità, non ha più niente dire e da fare per chi crede.

Ho da poco saputo che l’Otto per Mille ha reso nel 2019, un miliardo e 330 milioni. Madre Teresa aveva una regola, tutto il denaro che veniva offerto alle sue suore – e a tratti poteva essere moltissimo – andava speso nella giornata, nulla doveva restare la sera; nessuna suora doveva occuparsi di contabilità, il mattino dopo ricominciava in povertà, affidate alla Provvidenza. La quale mai mancò di assistere, a volte con fantasiosa ingegnosità. Nel Vaticano di Bergoglio, l’immane ricchezza da “gestire “ “far fruttare” spiega gli investimenti in immobili di lusso a Londra, il desiderio di non avere d’attorno il cardinale Pell e i vizietti di cui è bene tacere..

La nessuna voglia di celebrare la Messa di mezzanotte – non è una novità, anche dal 2017 il rito viene anticipato alle 21.30 e striminzito – ci conferma che quelli non credono, e sono lì per i soldi. Che del Papato sono occupanti, e ci stanno da parassiti, in albergo.


Con magistrati malati e corrotti come potrebbe la Calabria aspirare al rispetto delle regole che in qualsiasi società sono poste per difendere le masse dalla prepotenze dei forti?

Magistratura, rinviato a giudizio l'ex procuratore Facciolla

Sarà processato a Salerno per corruzione e falso. A gennaio in aula anche il poliziotto Tignanelli e il carabiniere Greco

MARCO CRIBARI | 20 OTT. 2020 09:11 

Eugenio Facciolla

COSENZA – L’ex procuratore di Castrovillari, Eugenio Facciolla, è stato rinviato a giudizio ieri con l’accusa di corruzione in atti d’ufficio e falsità ideologica. Il processo che lo riguarda avrà inizio il prossimo 19 gennaio davanti al Tribunale di Salerno in composizione collegiale e vedrà imputati anche il poliziotto Vito Tignanelli, sua moglie Marisa Aquino, il maresciallo dei carabinieri forestali Carmine Greco e il suo collega Alessandro Vincenzo Nota.

Si conclude così il primo round di una vicenda giudiziaria che si è trascinata per mesi, con l’udienza preliminare, lunghissima, che ha regalato anche un anticipo di dibattimento con le dichiarazioni fiume rese in aula dal principale imputato, il magistrato cosentino oggi retrocesso a giudice civile e trasferito a Potenza per volontà del Csm.

Durante la sua arringa, Facciolla si è dichiarato vittima «di un omicidio professionale», non lesinando frecciate all’indirizzo di Nicola Gratteri del suo ufficio che, in questa vicenda, hanno giocato un ruolo per certi versi seminale.

La Procura di Salerno gli contesta una serie di incarichi per attività di intercettazioni telefoniche e ambientali assegnati dal suo ex ufficio del Pollino alla “Stm srl”, un’azienda del settore che, a sua volta, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe ricambiato la cortesia mettendogli a disposizione due sim card e un sistema di videosorveglianza sotto la sua abitazione.

Con Facciolla sono indagati anche i titolari della ditta, i coniugi Tignanelli-Aquino, già noti per il loro coinvolgimento nell’affaire Exodus, il sofware spia – commercializzato proprio da Stm – che per via di un difetto di fabbrica potrebbe aver messo a rischio i segreti delle Procure di mezz’Italia. È un’altra storia sulla quale indagano le Procure di Benevento e Napoli, impegnate a far luce su una vicenda ancora oscura e dalle conseguenze a tutt’oggi imprevedibili.

Ormai privo di veli, invece, è il capitolo salernitano della saga, la cui genesi risale al 2018. In quei giorni, infatti, la Procura di Catanzaro indaga sui rapporti pericolosi tra la ’ndrangheta e il maresciallo Greco, un tempo stretto collaboratore di Facciolla, ma oggi sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Gli accertamenti disposti sul conto del sottufficiale fanno emergere anche dubbi di irregolarità a carico dell’allora procuratore di Castrovillari, tra cui una serie di presunte falsificazioni di atti d’indagini oggi contestate ai due in un altro capo d’imputazione.

Tali circostanze inducono l’ufficio di Gratteri a inviare la documentazione del caso a Salerno, competente per indagini a carico di magistrati del distretto di Cosenza e Catanzaro, e sono anche all’origine del deterioramento dei rapporti tra lo stesso Gratteri e il già procuratore generale della Corte d’Appello, Otello Lupacchini. Quest’ultimo, in seguito, contesterà al dominus dei pm catanzaresi di essersi spogliato in ritardo della competenza sull’inchiesta che coinvolgeva anche Facciolla, continuando così a indagare in modo da lui ritenuto illegittimo.

Lo scontro tra i due, acuitosi fino a sfiorare profili di incompatibilità ambientale, approderà poi all’attenzione di un Csm non ancora travolto dagli scandali, per concludersi con un’archiviazione (degna di Pilato). La resa dei conti, però, è solo rimandata di qualche mese. Lupacchini, infatti, critica apertamente Gratteri durante una trasmissione televisiva e, stavolta, il Csm interviene anche nei suoi confronti, trasferendolo in quel di Torino dopo aver retrocesso anche lui al ruolo di viceprocuratore.

L'Occidente imbarca l'India e mostra i muscoli alla Cina

Martedì 20 ottobre 2020 - 09:20
Australia s’unisce a manovre navali anti-Cina di Usa-Giappone-India
Le quattro democrazie contro le ambizioni di Pechino


Roma, 20 ott. (askanews) – L’Australia si unirà a Stati uniti, India e Giappone nelle prossime esercitazioni navali previste nell'Oceano Pacifico. Lo scrive la CNN, segnalando che si tratta di una mossa destinata a rafforzare l’interoperabilità militare tra i tre alleati a fronte di una sempre più assertiva politica marittima della Cina.

Le manovre si terranno al largo del Malabar il prossimo mese. Vengono messe in campo ogni anno dal 1992, ma negli ultimi anni sono state accresciute in termini dimensionali alla luce delle “minacce condivise alla sicurezza nel Pacifico indo-asiatico”, ha scritto la Marina Usa.

Con la partecipazione dell’Australia, per la prima volta dal 2007, tutti i componenti del cosiddetto Quadrilateral Security Dialogue (Quad) prendono parte all'esercitazione. Questo contesto informale tra paesi, che non è diventato un’alleanza formale come la NATO, si pone come argine alle ambizioni cinesi nel Pacifico.

Linda Reynolds, la ministra della Difesa australiana, ha sottolineato come le esercitazioni Malabar sono cruciali per Canberra, che vuole rafforzare la “profonda fiducia tra quattro grandi democrazie indo-pacifiche e la loro condivisa volontà di lavorare assieme su comuni interessi di sicurezza”.

Se la precedente partecipazione australiana del 2007 provocò proteste della Cina, oggi le relazioni tra Pechino e Canberra sono già profondamente deteriorate. Dispute commerciali e le vicende che hanno visto come protagonisti giornalisti delle due parti, hanno portato la tensione tra i due paesi a livelli molto elevati.

Anche i rapporti sino-indiani, solitamente tesi, ultimamente hanno avuto un ulteriore peggioramento per il confronto armato tra i soldati delle due potenze asiatiche sull’Himalaya.

Il Giappone, dal canto suo, ha contese territoriali con la Cina: le isole Senkaku (in cinese Diaoyu), rivendicate da entrambi i paesi. Inoltre, Pechino e Tokyo vivono una rivalità regionale storicamente consolidata (da sempre il Giappone ha invaso le terre cinesi,MAI viceversa), accompagnata però anche da una una certa intensità di rapporti economico-commerciali.

Infine, le relazioni tra Cina e Stati uniti, durante la presidenza Trump, si sono deteriorate fortemente sul terreno commerciale e politico. La crisi pandemica, iniziata proprio in Cina, ha peggiorato ulteriormente la situazione, con Donald Trump che accusa Pechino di averla provocata e usa questa affermazione in una campagna elettorale per la rielezione che lo vede sfavorito.

Euroimbecilandia lo vuole! è il mantra del Vincolo Esterno che prima hanno cercato ottenuto e poi ci si nascondono dietro. Questa è l'élite italiana, traditori è dir poco, la Germania può avere banche pubbliche il nostro paese no. Con soldi pubblici saniamo il Monte dei Paschi di Siena e poi l'affidiamo di nuovo ai privati magari dandogli un'altra montagna di soldi

La nomina di Padoan a presidente di Unicredit è un problema per MPS e politica

L'ex ministro dell'Economia gestirà per Unicredit l'affaire MPS, prospettando un enorme conflitto di interessi.

di Giuseppe Timpone , pubblicato il 20 Ottobre 2020 alle ore 07:50


Pier Carlo Padoan è stato cooptato nel consiglio di amministrazione di Unicredit, di cui sarà presidente. La notizia è dei giorni scorsi e ha subito acceso i fari sulla possibile commistione tra politica e sistema bancario. L’uomo è stato ministro dell’Economia sotto i governi Renzi e Gentiloni, cioè tra il febbraio 2014 e l’1 giugno 2018. E ad oggi è deputato del Partito Democratico, carica da cui ha annunciato che si dimetterà. Il caso avrà riflessi sul dibattito attorno a Banca MPS. L’istituto senese dovrà con ogni probabilità fondersi con un altro italiano o straniero, anche perché entro 1-2 anni il Tesoro dovrà uscire dal capitale e ri-privatizzare la banca.

Unicredit è indiziato, pur tra secche smentite, di essere interessata alle nozze. Per farlo, probabilmente pretenderà una dote dallo stato che le consenta di mantenere invariati i ratios patrimoniali, così come nel 2017 avvenne a favore di Intesa Sanpaolo, quando Carlo Messina decise di prendersi le attività in bonis di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. E chi c’era allora come ministro dell’Economia? Proprio Padoan.

Il conflitto di interessi di Padoan

Che vi sia un conflitto di interessi in questa nomina appare evidente. Padoan ha gestito il salvataggio di MPS tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017, tra l’altro facendo entrare il Tesoro nel capitale con un quota di oltre il 68%. Da ministro è forse entrato a conoscenza di informazioni ad oggi ignote, almeno nell’immediato, al mercato. Questo crea i presupposti per una disparità di condizioni tra le banche nell’affrontare il dossier Siena (non si mette in discussione il fatto che il Monte dei Paschi di Siena potrebbe rimanere una banca pubblica). Il solo fatto che il responsabile del salvataggio pubblico di MPS si occupi del caso nelle vesti di presidente di Unicredit non sarà neutrale ai fini delle valutazioni che i dirigenti della banca salvata si troveranno ad effettuare.

Poniamo il caso che Unicredit e una seconda banca avanzino due offerte concorrenti per rilevare MPS. Pensate davvero che Rocca Salimbeni le giudicherà senza alcun timore reverenziale nei confronti dell’uomo che ne ha salvato il destino e che probabilmente è a conoscenza più di ogni altro delle sue magagne legali e finanziarie? Questo significa, però, che ci sarebbe un’alterazione delle regole del mercato e che la nomina di Padoan potrebbe servire a Unicredit per spuntare condizioni migliori di quelle che altrimenti otterrebbe, mettendo fuori gioco la concorrenza.

La stessa figura di Padoan è stata caratterizzata mediaticamente sull’accostamento con il salvataggio di MPS. Lo dimostra il fatto che l’allora segretario del PD, Matteo Renzi, nel 2018 lo volle candidare proprio nel collegio di Siena contro l’economista della Lega e iper-critico verso il salvataggio, Claudio Borghi Aquilini. E’ appropriato approfittare delle porte girevoli non formalmente vietate da alcuna legge per uscire dalla politica ed entrare in banca? Il problema è che in Italia discutiamo da oltre 25 anni sul conflitto di interessi, ma legandolo quasi esclusivamente alla figura di Silvio Berlusconi, che da premier controllava il primo gruppo televisivo privato. In realtà, di conflitti ve ne sono tantissimi e, pur meno evidenti, capaci di distorcere il mercato e di creare occasioni di pericolosa commistione tra politica e affari privati.

Credibilità politica a rischio

Padoan è un economista di tutto rispetto e vanta un curriculum straordinario. E’ stato esperto del Fondo Monetario Internazionale e vice-segretario dell’OCSE, due organismi preminenti nel panorama finanziario mondiale. La sua nomina a presidente di Unicredit potrebbe anche non c’entrare alcunché con il suo ruolo di ministro svolto per oltre 4 anni, ma il solo dubbio che così possa essere getta discredito sulla già debolissima percezione che gli italiani hanno della politica.
E forse crea più problemi che opportunità per MPS, perché ogni mossa che Piazza Gae Aulenti farebbe per avvicinarvisi si presterebbe a fraintendimenti.

Vi ricordate quando il governo di cui Padoan fece parte salvò Banca Etruria, il cui vice-presidente prima del commissariamento era stato il padre di Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme e braccio destro del premier Renzi? Ne seguì un triennio di polemiche velenose, forse l’ingrediente principale del successo riscosso dal Movimento 5 Stelle alle elezioni del 2018. Banca Etruria sarebbe stata salvata con ogni probabilità ugualmente con soldi pubblici, anche se la famiglia Boschi non vi avesse mai lavorato un solo giorno. Eppure, non poté passare inosservato che il governo salvasse con i quattrini dei contribuenti una banca mal gestita, tra i cui dirigenti vi erano stati il padre e il fratello di un importante ministro.

Siena si presta a una lettura ancora più politicizzata, perché fino al crac si presentava nei fatti controllata dalla Fondazione, a sua volta controllata da Regione Toscana, Provincia e Comune di Siena, tutti in mano al PD. Nell’opinione pubblica, è passata per la banca “della sinistra” e questa nomina di Padoan, volenti o nolenti, non fa che corroborare il sospetto di larghi strati della popolazione che la politica sia fin troppo intrecciata con il sistema bancario. Certo, non che all’estero vi sia sempre il buon esempio. Nel 2016, José Manuel Barroso veniva nominato presidente non esecutivo e advisor di Goldman Sachs, banca d’affari americana. Erano trascorsi meno di due anni dalla fine della sua presidenza alla Commissione europea, retta per ben dieci anni. L’imbarazzo a Bruxelles fu enorme, perché tutto le già poco amate istituzioni comunitarie possono permettersi, tranne che apparire in mano a questa o quella lobby.