Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 18 dicembre 2017

16 dicembre 2017 - DIEGO FUSARO: I giornalisti oggi, mandarini al servizio dell'élite finan...

Ma come si fa a dare fiducia a degli euroimbecilli che in Europa non difendono gli Interessi Nazionali

FINANZA/ Italia, la nuova fregatura accettata col silenzio

L’ultimo Consiglio europeo si è chiuso con una doppia sconfitta per l’Italia. Nel silenzio generale arriveranno novità negative, spiega GIUSEPPE PENNISI

18 DICEMBRE 2017 GIUSEPPE PENNISI

Lapresse

Il Consiglio europeo del 14-15 dicembre - occorre dirlo francamente - è stato una grave sconfitta per l’Italia. E non promette nulla di buono per il trattamento futuro da attendersi dalle autorità europee nei nostri confronti. L’Italia aveva due obiettivi: a) giungere a un accordo sulla ripartizione dei migranti sul territorio degli Stati dell’Unione europea; b) porre le premesse per la revisione del Fiscal compact del 2012 che, nella sua forma e nelle sue specifiche attuali, giunge a scadenza alla fine dell’anno, ossia tra meno di due settimane. Aveva anche interesse al completamento dell’unione bancaria, ma poca voce in capitolo poiché sino a quando non ci sono segni concreti che il nostro debito pubblico in rapporto al Pil si sta abbassando - e sino a quando il resto del mondo vedrà il modo, per così dire, “familiare”, con cui vengono trattati i nostri problemi bancari - è oggettivamente difficile far sì che altri garantiscano i nostri conti correnti per noi.

Andiamo al primo punto, che è stato già trattato da Giulio Sapelli su questa testata il 16 dicembre. Il nodo non è solo l’impossibilità di tenere insieme virtuosamente il principio funzionale e quello di rappresentanza territoriale, ma la capacità di tener fede agli accordi sottoscritti. Siamo stati tra i primi firmatari della Convenzione di Dublino del 1990 e il relativo Regolamento. In base al trattato (tale è la Convenzione) e al Regolamento “lo Stato membro competente all’esame della domanda d’asilo sarà lo Stato in cui il richiedente asilo ha fatto il proprio ingresso nell’Unione europea“. In tutti questi anni, man mano che il tema delle immigrazioni si estendeva e si approfondiva, avremmo potuto chiedere una modifica, una rettifica o anche solamente un protocollo interpretativo che avrebbe reso meno pesante l’onere sull’Italia di costi chiaramente crescenti sui Paesi come il nostro più vicini ai porti di imbarco dei migranti.

Non solamente non lo abbiamo mai fatto, ma nessuno ha smentito le dichiarazioni di autorevoli politici europei secondo cui un ex-Presidente del Consiglio avrebbe offerto alle autorità europee l’accoglienza di tutti i migranti sbarcati e sbarcanti sulle nostre coste in cambio della flessibilità di bilancio per attuare alcune manovre particolaristiche dal chiaro sapore elettoral-clientelare. In questa materia, quindi, l’Italia non può chiedere altro che la clemenza del resto dell’Ue, una clemenza che numerosi Stati non hanno nessuna intenzione di dare. Inutile cercare di sbrogliare la matassa in altri modi. Anzi, quanto più chiediamo interpretazioni benevole tale da rendere flessibili le regole da noi firmate, tanto più perdiamo credibilità e veniamo considerati poco affidabili.

Differente il problema del Fiscal compact. Entro il 2018 i paesi dell’Unione dovranno decidere se inserirlo nei trattati Ue. In Italia la discussione su questo passaggio è quasi totalmente assente e si rischia, come in altre occasioni, che le decisioni vengano prese senza alcun dibattito. Tuttavia, le proposte presentate, una decina di giorni fa, dalla Commissione europea in materia di futuro dell’Unione ci avrebbero dato modo di porre il problema sul tavolo del Consiglio; secondo queste proposte, il Compact diventerebbe una Direttiva, mantenendo aspetti discutibili e diventando fonte continua di contenziosi.

Prima del Consiglio europeo, una trentina di economisti italiani si sono rivolti al Governo con un appello in cui si sottolinea: a) l’esigenza, di scorporare gli investimenti pubblici dal computo del disavanzo: una correzione che, rispetto alla finalità di assicurare la stabilità economica e la crescita dell’Unione, è assai più rilevante di quelle derivanti dal possibile allargamento del margine di deficit previsto dal Patto di stabilità e crescita; b) la necessità di riesaminare l’obbligo di equilibrio strutturale dei conti pubblici, difficilmente computabile e tale da aggravare le fasi recessive: c) l’urgenza di rivedere l’obbligo per i Paesi con un debito sopra il 60% del Pil di ridurre l’eccedenza di un ventesimo ogni anno. A questi punti essenziali, se ne aggiungono altri.

In materia, nonostante le proposte Juncker ce ne dessero adito, siamo rimasti silenti. Un silenzio davvero assordante.

La politica degli euroimbecilli del corrotto Pd è chiara, svendere i risparmi e il patrimonio degli italiani agli stranieri

ITALIA A PEZZI
Roberta Pinotti e la tentata svendita del palazzo di Stato al Qatar

18 Dicembre 2017


Lo Stato voleva vendere un prestigioso palazzo del centro di Roma al Qatar, uno Stato "opaco" sospettato di avere legami con il terrorismo islamico. Siamo, come detto, nel centro della Capitale, 5.400 metri quadrati tra il ministero del Tesoro e il Quirinale. Per quale cifra? Solo 50 milioni di euro. A riferire la notizia è Il Fatto Quotidiano. Il Qatar, però, come scritto dal New York Times "ha sponsorizzato e ospitato troppi jihadisti perché chiunque possa sostenere il contrario", ma, come spiega il Fatto, "è anche un partner commerciale importante per le imprese controllate dallo Stato italiano: ad agosto la Fincantieridi Giuseppe Bono, a controllo pubblico, alla presenza del ministro della Difesa Roberta Pinotti ha chiuso un accordo di fornitura da 4 miliardi di euro per 7 navi alla marina del Qatar.

E il 10 dicembre il Qatar ha ordinato anche 24 caccia Typhoon al consorzio Eurofighter di cui Leonardo-Finmeccanica, altra società controllata dal Tesoro, ha il 27 per cento. E sabato il governo ha presentato l'emendamento alla legge di Bilancio che autorizza la vendita di immobili del demanio a Stati esteri: la norma serviva a cedere palazzo Caprara, fino a febbraio scorso sede del capo di stato maggiore della Difesa, all'emirato del Qatar. Come ovvio l'operazione ha fatto scoppiare notevoli polemiche ai tavoli ministeriali tanto da chiedere al premier Paolo Gentiloni di assumersene la responsabilità. "Sia della vendita a un partner discutibile come il Qatar" continua il Fatto, "sia di quella stima - 50 milioni di euro, equivalenti a 9mila euro al mq - che ha sollevato parecchie perplessità al ministero del Tesoro, controparte della Difesa in questo negoziato. Anche perché la Pinotti voleva vendere con una trattativa diretta, senza gara, e senza alcuna trasparenza".

I sionisti ebrei compatti e determinati nel genocidio del popolo palestinese, ogni occasione diventa un prestesto per sparare ed uccidere

GLI ISRAELIANI SPARANO ANCHE AGLI INVALIDI. PER UCCIDERE.

Ibrahim Abou Thuraya, aveva perduto le due gambe nel 2008;  mitragliato da un elicottero mentre, sul muro di confine di Gaza, avendo ammainato una bandiera israeliana, stava issando una bandiera palestinese.   Aveva 20 anni. Da allora la sua figura sulla sedia a rotelle spinta da amici era una presenza fissa in tutte le manifestazioni alla frontiera fra Gaza e Israele. Anche il 15 dicembre era  lì a protestare  contro la decisione di Trump di riconoscere  Gerusalemme come capitale ebraica;  insieme a migliaia di palestinesi   sul confine di Gaza. Ha alzato le braccia mostrando la bandiera palestinese e facendo  il segno di vittoria ai soldati israeliani. Poi, dicono, sarebbe riuscito ad arrampicarsi su un palo per alzarvi la bandiera. Un soldato gli ha sparato alla testa. Ibrahim è uno dei quattro  uccisi  il 15 dicembre, primo giorno di una intifada che  Israele sta stroncando con una nuova e definitiva crudeltà.


Ormai i gloriosi soldati sparano sugli inermi; sparano per ucciderne più che possono; sparano sotto gli occhi delle telecamere, indifferenti sapendo che possono contare sulla complicità dei media occidentali.
Qui, durante la ripresa in diretta della tv giordana  Al-HAyatt, gli operatori hanno assistito all’omicidio di un giovane  che si avvicinava al posto di blocco di Bet El, nord della cittadina di Al Bireh, Cisgiordania. Il giovane aveva un coltello. Ma molto prima che potesse avvicinarsi, l’hanno falciato a  distanza, con 20 colpi. Dicono avesse una cintura esplosiva.


E’ la  versione terminale del  metodo “spaccare le ossa ai ragazzini”, messo a punto nelle precedenti manifestazioni, ma stavolta con la massima fredda smisurata violenza.
“Israele deve agire come un cane arrabbiato, troppo pericoloso da disturbare” (Moshe Dayan).

https://www.maurizioblondet.it/gli-israeliani-sparano-anche-agli-invalidi-uccidere/

Giulio Sapelli - gli euroimbecilli sanno solo galleggiare e non affronteranno mai i veri problemi

DIETRO LE QUINTE/ Migranti & finanza, i problemi censurati dai tecnocrati Ue

Si è tenuto l'ultimo Consiglio europeo dell'anno, dove è emersa ancora la forza della tecnocrazia rispetto ai temi importanti per il destino dell'Ue. GIULIO SAPELLI

16 DICEMBRE 2017 GIULIO SAPELLI

Donald Tusk (Lapresse)

Il Consiglio europeo del 14-15 dicembre 2017 rimarrà nella storia delle istituzioni continentali come la conferma dell'impossibilità di tenere insieme virtuosamente il principio funzionale e quello di rappresentanza territoriale. Beninteso, quest'ultimo di fatto l'Europa lo ha abolito, perché ha tolto al Parlamento europeo ogni potere legislativo di fatto, ossia di produrre leggi compulsive per la sola qualità di essere votate. Com'è noto, infatti, è il Consiglio che può produrre deliberazioni compulsive e non il Parlamento. E infatti le cosiddette leggi europee si chiamano direttive che vengono poi implementate dalla Commissione creando così quell'incredibile struttura burocratica, o tecnocrazia mista, che costituisce il primum mobile dell'Unione europea. 

Come ho già detto, definisco quella tecnostruttura come "mista", perché essa è di nomina sia meritocratica, sia direttamente clientelar-diadica, tra padrone e servo, attraversata da una matrice organizzativa che tiene conto, nel soppesare l'allocazione dei suoi componenti, della dimensione demografica di ciascuna nazione e rispetto a ciascuna nazione si decide di volta a volta, tenendo conto del peso delle forze politiche. 

La sorpresa di questo Consiglio risiede nella pacatezza rassegnata del nostro primo ministro Gentiloni, che ha dichiarato che l'Italia preferisce che, rispetto al principio della rappresentanza territoriale, che si fa valere solo in Parlamento e che ha nel Consiglio una debole similitudine - dove a esser rappresentato non è il principio della volontà popolare, ma solo quello dell'esistere come nazione -, valga la via del consenso totale, ossia dell'unanimità. Chiunque conosca un po' di teoria politica sa che il principio di unanimità è tipico della rappresentanza funzionale, dove non si vota, ma si decide sempre all'unanimità perché le rappresentanze, funzionali appunto, non si aggregano in base a scelte politiche. 

Tutto è esploso perché sulla questione delle immigrazioni i paesi mitteleuropei e la Polonia continuano a non accettare nessuna ripartizione delle quote dei migranti medesimi. Non c'è da stupirsi. Chi conosca il capolavoro di uno dei più grandi storici ungheresi Istvan Bibò, che ha il significativo titolo "La miseria dei piccoli Stati dell'Europa orientale" sa benissimo che le questioni delle identità etnico-nazionali sono sempre state decisive in quel crogiuolo di nazioni a confini variabili e a trasmigrazioni continue di interi popoli, dai sudeti ai magiari del sud, alle minoranze romene in Bulgaria e viceversa, con conseguenti esplicitazioni politiche di tutto ciò sotto le bandiere del fascismo, del nazionalismo, dell'antisemitismo, dell'odio razziale e chi più ne ha più ne metta. 

Tutto echeggia le tragedie degli anni Trenta e quelle della fine della Seconda guerra mondiale, dove in quelle terre la battaglia tra comunismo e capitalismo si combatté anche deportando intere popolazioni e non rispettando diritti di minoranze, così tante e numerose che se n'è perso il ricordo. È di questo che bisogna discutere. Ma queste discussioni, nella storia della civiltà occidentale, le hanno fatte sempre i parlamenti e sono sempre state più importanti delle discussioni sulle banche, sul corso delle monete, e di tutte quelle astruserie tecnocratiche ordoliberiste di cui Consiglio dopo Consiglio continuano ad ammorbarci. Adesso sono arrivati anche i conti della serva della Brexit.

domenica 17 dicembre 2017

NoMuos - Il Partito dei Giudici e il ministero degli Interni, al servizio di uno stato straniero, gli Stati Uniti


Muos USA: lo Stato italiano contro gli Italiani?

Di Salvo Barbagallo


Sulla delicata e ignorata (principalmente dai mass media) questione del Muos statunitense di Niscemi, lo Stato italiano è contro gli Italiani?

Parrebbe proprio così, vista l’insistenza (o accanimento?) che si registra contro i 124 attivisti “No Muos” finiti a giudizio. Lo dimostra la prima udienza tenuta nei giorni scorsi al Tribunale di Gela (e, come rilevato, “ignorata” dalla grande stampa nazionale), durata appena tre ore, il tempo indispensabile per procedere all’appello degli imputati, dove il ministero dell’Interno italiano, per voce del legale Giuseppe Laspina, dell’Avvocatura dello Stato ha ribadito che i 124 accusati “hanno leso l’immagine e il decoro delle istituzioni italiane” e quindi lo Stato italiano nel processo è parte civile.

Purtroppo non abbiamo avuto la possibilità di seguire direttamente queste prime tre ore di questo particolare e paradossale “maxiprocesso”, che vede alla sbarra non mafiosi o criminali, ma nella maggior parte giovani che hanno protestato in manifestazioni del 2013 e del 2015 il loro dissenso per la costruzione e l’attivazione dell’impianto bellico satellitare. Le notizie le abbiamo attinte grazie al rendiconto del giornale MeridioNews, fra i pochi (pochissimi, per il vero) online e carta stampata che hanno seguito e seguono la “pericolosa” vicenda. Per tutti i 124 imputati l’accusa e di violazione dell’articolo 682 del codice penale, a seguito dell’ingresso arbitrario in luoghi, ove l’accesso è vietato nell’interesse militare dello Stato; per alcuni attivisti “No Muos” ci sono anche altri capi di imputazione (resistenza e violenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, eccetera). La nuova udienza si terrà il 18 giugno del prossimo anno.


Scrivevamo il 29 novembre scorso su La Voce dell’Isola: Sui mass media nazionali e internazionali non sperate di trovare informazioni sull’apparato bellico statunitense installato a Niscemi, il Muos, e non sperate pertanto di conoscere quale sia l’effettiva operatività della struttura satellitare made in USA che ormai va avanti a pieno ritmo da lungo tempo. Altresì non sperate che qualche “politico” (deputato regionale o parlamentare nazionale) sollevi non solo la questione del Muos, ma anche di tutte le ignote attività che prosegue da anni la macchina da guerra americana presente in Sicilia – da Sigonella ad Augusta a Trapani, eccetera – per il controllo dell’area del Mediterraneo. Così come non chiedetevi perché sfuggano all’attenzione le peripezie giudiziarie dei militanti antiMuos cui sono sottoposti quanti sono finiti nelle maglie della Giustizia Italiana perché hanno osato manifestare contro l’anacronistica presenza militare straniera in terra Siciliana. È questa una realtà difficile da contestare, e ancor più paradossale appare la costituzione di parte civile del ministero dell’Interno italiano che si pone di certo in una posizione discutibile dal momento che, sempre al Tribunale di Gela, fra tre giorni (20 dicembre) si tiene un altro processo con tematica “Muos”: questa volta sotto i riflettori della Giustizia, però, sono sette imputati, accusati di reati ambientali per la realizzazione dell’impianto bellico, e tra questi figura il

 

dirigente della Regione Siciliana Giovanni Arnone, che ha firmato le due autorizzazioni del giugno del 2011 che hanno dato il via alla realizzazione del Muos “made in USA” all’interno della Sughereta di Niscemi, riserva che già in quella data risultava essere Sito di Interesse Comunitario (Sic). Contro i sette imputati questa volta è la Procura di Caltagirone, che sostiene l’accusa e come richiesta di parte civile, oltre il Coordinamento dei Comitati No Muos risultano anche quelle di Legambiente, Comune di Niscemi, Mamme No Muos Caltagirone, Mamme No Muos Niscemi, Circoli Legambiente Caltagirone e Piazza Armerina, Codacons, Arci Sicilia, Wwf Italia, Associazione Codici Sicilia, Cea Niscemi, Astra Caltagirone, Associazione Antimafie Rita Atria, Prociv Niscemi, Associazione No Muos Sicilia.

Di tutta questa perversa storia ora c’è da chiedersi quale posizione assumerà il nuovo Governo della Regione Siciliana e, in prima persona, come si esprimeranno il nuovo governatore Nello Musumeci e il neopresidente dell’ARS Miccichè.

9 dicembre 2017 - Global Communication – Lectio_2-3 Come l'Occidente conquistò la Cina

1 dicembre 2017 - Global Communication - Lectio_2-2 Le Norme e le Istituzioni

25 novembre 2017 - Global Communication - Lectio_ 2-1 L'organizzazione degli stili di vita

Lenin - niente dogmi, capacità di ammettere e correggere gli errori, praticare ritirate strategiche, scendere a patti con forze avverse

Lenin per l’oggi: la centralità della politica contro i piloti automatici

Vladimiro Giacché ci parla della raccolta da lui curata degli scritti di Lenin sull'economia della Russia dopo la rivoluzione di Ottobre.

di Ascanio Bernardeschi 16/12/2017 

Credits: Vladimiro Giacché

Vladimiro Giacché ha recentemente curato una raccolta di scritti di Lenin (Economia della rivoluzione, edito da Il Saggiatore) aventi come tema centrale i problemi della realizzazione del sistema economico di transizione verso il socialismo nella drammatica realtà della Russia post rivoluzionaria. La scelta degli articoli e le parti introduttive, sia quella iniziale che quelle ai singoli capitoli, rendono un grande servizio, nel centenario dell'Ottobre russo, agevolando la comprensione delle difficoltà incontrate lungo un quanto mai impervio percorso. Ne viene fuori chiaramente l'approccio leniniano a quelle problematiche, all'interno di un quadro completamente inedito e in cui predominavano arretratezza economica, guerra civile, accerchiamento da parte delle maggiori potenze imperialistiche, carestia e via dicendo. Un approccio fatto di assoluto antidogmatismo, di capacità di ammettere e correggere gli errori, di praticare “ritirate strategiche”, di scendere a patti con forze avverse, per salvare la rivoluzione dalla sconfitta.

D. Intanto, Vladimiro, ti ringraziamo per la disponibilità a ragionare con noi di una storia che ci fornisce insegnamenti preziosi anche per l'oggi. Ti chiediamo preliminarmente le ragioni che ti hanno indotto a pubblicare questa antologia e se questo lavoro rientra in un programma più esteso di ricerca sull'economia dei paesi socialisti.

R. Da diversi anni desideravo pubblicare un’antologia di scritti economici di Lenin. Per due motivi.

Il primo: Lenin è noto come pensatore politico, in un passato ormai abbastanza lontano è stato anche apprezzato come filosofo, ma - in Italia e non solo - la conoscenza del suo pensiero economico è molto lacunosa e imprecisa. Questo è abbastanza strano se si pensa che il giovane Lenin guadagnò notorietà e rispetto nella socialdemocrazia internazionale proprio grazie ai suoi scritti economici. Ma sono soprattutto i suoi scritti di argomento economico del periodo successivo alla rivoluzione che sono stati come oscurati dal suo pensiero politico. Non a caso l’unica altra antologia degli scritti economici di Lenin pubblicata in Italia, quella edita da Umberto Cerroni nel 1977 per gli Editori Riuniti, dà un risalto molto maggiore alle prime opere che a quelle del periodo successivo alla rivoluzione d’ottobre. Viceversa, l’intreccio di economia e politica nella Russia postrivoluzionaria è così stretto che è letteralmente impossibile giudicare le decisioni politiche del Lenin capo di Stato se si ignorano i suoi obiettivi e la sua strategia in materia economica.

Il secondo motivo è legato alla rilevanza del pensiero di Lenin nella costruzione dell’esperienza sovietica e delle società socialiste novecentesche. Questa storia è oggi oggetto di una gigantesca rimozione, che ovviamente si accompagna a una feroce demonizzazione promossa da chi utilizza anche la riscrittura della storia per legittimare gli assetti di potere attuali. A chi questi assetti appaiono insostenibili dovrebbe per contro interessare una ricostruzione il più possibile esatta di questa storia, perché la conoscenza della configurazione economica di quelle società, dei loro successi ed errori è indispensabile per chi voglia porsi il problema del superamento del modo di produzione capitalistico. I primi anni della rivoluzione, ripercorsi attraverso gli scritti del suo principale artefice, offrono ricchissimi materiali per iniziare questa ricostruzione. E in effetti per quanto mi riguarda questa edizione delle opere di Lenin rientra in un progetto più generale di studio/approfondimento degli snodi fondamentali del comunismo novecentesco – letto attraverso i rapporti tra piano e mercato nelle società post rivoluzionarie.

D. Le prime misure del potere comunista, uscita dalla guerra, espropriazione dei latifondi e concessione in uso ai contadini delle terre, nazionalizzazione delle banche, furono assolutamente in linea con le aspirazioni del blocco sociale che aveva fatto la rivoluzione: operai, contadini e soldati. Quali furono esattamente le misure economiche, i problemi incontrati e quali difficoltà incontrò, nel corso della guerra civile, il “comunismo di guerra”?

R. La storia della prima fase della rivoluzione è anche la storia di un programma realizzato in pochi mesi. È il programma che si legge nelle poche righe dell’Appello ai cittadini di Russia, scritto dallo stesso Lenin e diffuso il giorno stesso della rivoluzione. In esso troviamo «l’immediata proposta di una pace democratica, l’abolizione della grande proprietà fondiaria, il controllo operaio della produzione, la creazione di un governo sovietico». Non si trattava di un programma estemporaneo. Al contrario, i suoi punti erano stati esposti in dettaglio dallo stesso Lenin in diversi scritti precedenti la Rivoluzione.

In ogni caso, l’effetto di queste misure è enorme. Il decreto sulla pace pone la Russia al di fuori della prima guerra mondiale, rispondendo alle aspirazioni più profonde di un popolo spossato da una guerra sanguinaria alla cui logica il governo di Kerenskij non aveva voluto sottrarsi. Sotto il profilo economico il decreto cruciale è però il secondo, il Decreto sulla terra, approvato dal Congresso dei soviet nella notte tra l’8 e il 9 novembre. Esso prevedeva l’abolizione immediata e senza alcun indennizzo della grande proprietà fondiaria e metteva a disposizione dei comitati contadini e dei soviet distrettuali tutti i possedimenti dei grandi proprietari fondiari e le terre dei conventi, delle chiese e della corona, con il compito di distribuirle ai contadini. Passarono ai contadini 150 milioni di ettari di terra in tutta la Russia. In media, in tutto il paese, la terra concessa in uso ai contadini passò dal 70 per cento al 96 per cento di tutta l’area coltivata. E questo in un paese in cui sino a pochi decenni prima vigeva la servitù della gleba. Con il decreto sulla terra la Rivoluzione si conquistò l’appoggio dei contadini e accentuò la spaccatura all’interno dei socialisti-rivoluzionari tra la destra (ostile all’esperimento rivoluzionario), e la sinistra, che infatti nel mese di dicembre entrò a far parte del Consiglio dei commissari del popolo vedendosi attribuito tra l’altro proprio il Commissariato all’agricoltura. Negli stessi giorni in cui venivano emanati i primi decreti del governo sovietico Lenin stese anche il Progetto di regolamento del controllo operaio, sulla cui base fu approntato il Regolamento approvato il 27 novembre 1917 il quale stabilì che gli operai potessero accedere a qualsiasi documento riguardante la vita dell’impresa e loro (o i loro rappresentanti) potessero prendere decisioni vincolanti per l’amministrazione, pur senza trasferire nelle loro mani la proprietà delle fabbriche.

Un anno dopo, nel novembre 1918, Lenin avrebbe commentato così quella misura (cito testualmente): «all’inizio, la nostra parola d’ordine è stata quella del controllo operaio. Noi dicevamo: […] il capitale continua a sabotare la produzione del paese, mandandola sempre più in rovina. È oggi evidente che ci si avviava verso la catastrofe, e quindi il primo atto fondamentale, obbligatorio per ogni governo operaio e socialista, deve essere quello del controllo operaio. Noi non abbiamo decretato di colpo il socialismo in tutta la nostra industria, perché il socialismo può organizzarsi e consolidarsi solo quando la classe operaia abbia imparato a dirigere, solo quando le masse operaie abbiano rafforzato la loro autorità. Senza di questo il socialismo è soltanto un pio desiderio. Pertanto abbiamo introdotto il controllo operaio, ben sapendo che si trattava di una misura contraddittoria e incompleta».

Perché contraddittoria e incompleta? La contraddittorietà risiedeva nel fatto che il diritto di proprietà non era intaccato, e in effetti le stesse Istruzioni generali allegate al decreto riservavano al proprietario il diritto di dare ordini esecutivi per quanto riguardava la direzione dell’impresa e facevano divieto ai comitati di fabbrica di interferire nella loro esecuzione o impartirne altri in contrasto con essi; era inoltre esplicitamente vietato ai comitati «prendere possesso dell’impresa o di dirigerla», se non a seguito di espressa deliberazione delle autorità statali. L’incompletezza consisteva nel fatto che, non esistendo alcuna forma generale di coordinamento tra le imprese, l’attività dei comitati rischiava di avere carattere aziendalistico e di perdere di vista gli interessi più generali dell’economia. A quest’ultimo problema si cominciò a porre rimedio con la creazione, nel mese di dicembre 1917, del Consiglio superiore dell’economia nazionale, ma soltanto anni dopo sarebbe stato possibile realizzare un vero e proprio piano dell’economia nazionale. Quanto all’altro problema, quello della contraddittorietà (e dei conflitti) tra controllo operaio e proprietà dell’impresa, in casi di sabotaggio conclamato e di conflitto insanabile esso fu risolto nazionalizzando le imprese. Ma è degno di nota che nei primi mesi del potere sovietico ci si mosse con molta cautela su questo terreno: Lenin era ben consapevole del fatto che «è necessario un lungo periodo di tempo perché gli operai imparino a gestire l’industria». Il primo settore nazionalizzato fu quello bancario, ritenuto a ragione un ganglio vitale dell’economia e tale da consentire una sorta di controllo dall’alto delle imprese, che andava ad aggiungersi al controllo operaio dal basso.

Se i primi mesi della rivoluzione furono una sorta di marcia trionfale (senza dimenticare però che eserciti controrivoluzionari iniziarono da subito ad operare nel paese), il panorama cambiò radicalmente con l’esplodere della guerra civile, che insanguinò il paese dalla tarda primavera del 1918 al 1921. Al posto della costruzione economica, la priorità dovette essere attribuita alla lotta per la sopravvivenza del potere sovietico. Questo significò la costruzione dal nulla dell’Armata Rossa, il cui entusiasmo riuscì a battere eserciti armati, finanziati e sostenuti apertamente dalle principali potenze capitalistiche dell’epoca. Essenziale in questo contesto fu l’approvvigionamento di cibo per gli abitanti delle città e per l’esercito. Gli approvvigionamenti furono ottenuti attraverso una dura politica di requisizione delle eccedenze agricole («e a volte» – come riconobbe Lenin più tardi – «non solo di quelle»); si tentò inoltre (con minore successo) di organizzare scambi in natura tra prodotti dell’industria e prodotti agricoli.

Si trattava di una politica in gran parte imposta dalle circostanze, ma in cui non pochi bolscevichi videro un avvicinamento al socialismo. Così, Preobraženskij vide nell’iperinflazione del periodo un fenomeno salutare in quanto avvicinava la fine dell’economia monetaria, mentre Bucharin salutò con favore il “crollo del sistema monetario” e vide nel sostanziale ritorno al baratto la “lacerazione del feticismo della merce”. Non soltanto l’illusione di molti bolscevichi che vedevano in questi fenomeni un passo avanti verso il comunismo si rivelò errata, ma le politiche seguite – pur necessarie nel contesto della guerra civile – alienarono al partito comunista le simpatie di larga parte dei contadini. I problemi esplosero, sotto forma di rivolte nelle campagne, proprio mentre la guerra civile contro i Bianchi stava finendo vittoriosamente. Questo fu il motivo fondamentale che spinse Lenin a denunciare gli errori compiuti durante il “comunismo di guerra” e a compiere una svolta radicale nella politica economica.

D. Il passaggio dal comunismo di guerra alla Nuova Politica Economica (NEP) suscitò forti perplessità e divisioni nello stesso partito comunista russo. Lo stesso Lenin ammise che si introducevano elementi borghesi nel sistema economico che egli stesso qualificò onestamente come capitalismo di stato. Quali furono le maggiori “concessioni” all'economia borghese e come vennero giustificate?

R. Innanzitutto fu reintrodotto il commercio nella forma dello scambio monetario. Fu in altre parole consentito ai contadini di vendere contro denaro la parte sostanziale della produzione agricola (quella rimanente dopo l’applicazione di un’imposta in natura che era comunque di entità molto inferiore a quanto prima veniva prelevato forzosamente). In realtà i bolscevichi tentarono in un primo tempo di organizzare lo scambio di prodotti agricoli e prodotti industriali, ma lo stesso Lenin pochi mesi dopo dichiarò che il mercato aveva preso il sopravvento su questo tentativo (cosa non difficile da spiegare, se si considera che le drammatiche condizioni dell’industria non rendevano praticamente possibile quello scambio) e che al potere sovietico restava il compito di sovrintendere all’organizzazione del commercio, anzi quello di stabilizzare la moneta per agevolare il commercio stesso. L’idea comunque è quella di ripristinare l’alleanza tra classe operaia e contadini e su questa base procedere alla ricostruzione della base produttiva, che era crollata rispetto alle condizioni d’anteguerra. La cosa funzionò. Domenico Mario Nuti ha detto molto efficacemente che, se il “comunismo di guerra” aveva garantito la sopravvivenza, la nuova politica economica garantì la ricostruzione.

Ulteriori concessioni furono ancora più clamorose, e suscitarono discussioni e polemiche molto accese all’interno del partito comunista. Penso alle ipotesi di concessioni di risorse minerarie e impianti industriali a capitalisti stranieri contro il pagamento allo Stato sovietico di una parte dei profitti. In tal modo Lenin intendeva cogliere due obiettivi: da un lato raccogliere i capitali necessari per effettuare gli investimenti necessari a far ripartire la grande industria, dall’altro spostare la competizione con le potenze imperialistiche dal piano bellico a quello della guerra e della competizione economica. In realtà le concessioni all’atto pratico furono ben poche. Più importante, almeno in termini di prospettiva, il piano di elettrificazione del paese lanciato da Lenin tra il 1920 e il 1921, con l’obiettivo di dotare l’industria di una base tecnica più moderna.

Dal punto di vista teorico, infine, il concetto chiave di questi anni è senz’altro quello del “capitalismo di Stato”. Già nel 1918 Lenin aveva risposto alle accuse di reintrodurre il capitalismo di Stato, provenienti dall’opposizione interna (i “comunisti di sinistra”), osservando che il capitalismo di Stato in un’economia come quella russa, frammentata in una miriade di piccole e piccolissime imprese contadine, sarebbe stato un passo avanti. Negli anni della NEP questo concetto diventa cruciale, ma è ora formulato sottolineando la differenza sostanziale tra un capitalismo di Stato in uno Stato in cui il potere è in mano alla classe operaia, e in cui lo Stato detiene la gran parte dei mezzi di produzione industriali, rispetto al capitalismo di Stato tradizionale, che aveva caratterizzato l’economia di guerra tedesca e che comunque era funzionale agli interessi della grande borghesia capitalistica; inoltre in quest’ultima fase delle riflessioni di Lenin il capitalismo di Stato è visto non in opposizione, ma come complementare all’economia dei piccoli produttori delle campagne, che potranno semmai associarsi in cooperative.

D. L'enorme crescita dell'economia cinese si è basata anch'essa su un compromesso con il capitale privato. Ritieni che essa, pur avendo basi specifiche, abbia fatto tesoro dell'esperienza sovietica o si tratta di una scelta indipendente da tale esperienza?

R. Ovviamente il contesto storico è molto diverso, e questo richiede cautela a chiunque provi a confrontare le politiche del Lenin della NEP a quelle seguite nella Cina da Deng Xiaoping in poi (la cosiddetta “politica di riforme e apertura”). Non mancano ricostruzioni che esplicitano i legami tra le due esperienze, e quindi il ruolo di ispiratore che Lenin avrebbe avuto nei confronti dei comunisti cinesi. Mi sembra che in effetti, fatte salve le ovvie differenze tra il potere sovietico ancora in consolidamento in un paese come la Russia, appena uscito da una sanguinosa guerra civile, e un partito comunista al potere già da quasi 30 anni in un’economia centralizzata, le due esperienze siano accomunate da un aspetto simile in termini strutturali: in entrambi i casi il tentativo è quello di sviluppare un settore privato nel contesto di un’economia in cui le leve essenziali sono in mano allo Stato. Del resto, non è un caso che negli ultimi anni una delle pochissime apparizioni di Lenin sulle copertine di un settimanale internazionale si sia avuta nel 2012 su un numero dell’ Economist dedicato a “The rise of State capitalism” [l'ascesa del capitalismo di stato], definito dal periodico britannico come “The emerging world’s new model” [il nuovo modello dei paesi emergenti], con particolare – anche se non esclusivo – riferimento proprio alla Cina e ai suoi successi economici. Più di recente Martin Wolf, del Financial Times, ha scritto un articolo cui nella traduzione italiana da parte del Sole 24 Ore (1° novembre 2017) è stato dato questo titolo: “Perché il sistema Lenin fallito in URSS ha ancora successo in Cina”. Nell’articolo il motivo di questo successo è attribuito precisamente alle “scelte intelligenti compiute da Deng Xiaoping”. Anche se poi Wolf riporta il tutto sul terreno politico, parlando del “connubio di politica leninista (intesa come autocrazia) ed economia di mercato”, mentre è chiaro che quello che si è affermato in Cina è un modello economico di economia mista, che vede la compresenza di un ruolo di orientamento delle scelte economiche ancora in mano allo Stato (direttamente e attraverso le imprese di Stato) e un forte sviluppo di un settore privato dell’economia. Si tratta di una situazione aperta, di un equilibrio mutevole e instabile. Ma comunque diversa dal “capitalismo di Stato” dei paesi occidentali, in cui il ruolo dello Stato, anziché nell’orientare le scelte economiche (totalmente lasciate in mano alle grandi corporations finanziarie e industriali), si è espresso dopo la crisi del 2008 nella più imponente socializzazione delle perdite che la storia ricordi.

D. Veniamo a noi. Cosa ci insegna in Occidente l'esperienza leniniana? Inoltre, dato l'enorme sviluppo delle forze produttive in queste realtà è possibile che l'edificazione del socialismo possa incontrare minori ostacoli?

R. Ci insegna la centralità della politica e ci invita a riconquistarla contro la presunta centralità dell’amministrazione - che altro non è che la politica a favore delle classi dominanti affidata a tecnocrazie falsamente presentate come neutrali - e contro i suoi “piloti automatici”.

Quanto alla difficoltà nell’edificazione del socialismo in Occidente, Lenin in effetti pensava qualcosa del genere: nei paesi dell’Europa occidentale e negli Stati Uniti la rivoluzione sarebbe stata più difficile a farsi, ma poi l’edificazione del socialismo sarebbe stata più rapida. Un grande sviluppo delle forze produttive è oggi obiettivamente presente. Ma ho qualche difficoltà a condividere quella speranza parlando del presente, in particolare in un momento storico come l’attuale, in cui la classe lavoratrice è divisa e disarticolata.

D. Paul Cockshott e Allin Cottrell, in diversi loro lavori, sostengono che le tecnologie informatiche disponibili rendono non necessaria, in un sistema socialista, l'economia di mercato e anzi asseriscono che l'economia pianificata supererebbe il mercato anche in efficienza. Si tratta di uno studio teorico basato sul calcolo della quantità di flussi informativi richiesti nei due opposti contesti, che non si pone quindi il problema della motivazione dei lavoratori in assenza di incentivi economici. Mi pare cioè che la cosa possa funzionare solo in seguito a un intenso lavoro per formare “l'uomo nuovo”. Ritieni comunque che nei paesi a capitalismo avanzato il passaggio dal socialismo di mercato a un'economia interamente pianificata possa essere possibile in tempi più brevi di quanto è avvenuto in economie arretrate?

R. I lavori di Cockshott e Cottrell sono sicuramente di grande interesse. Su questi temi però il dibattito è proseguito, e ci sono elaborazioni più recenti non meno interessanti (penso ad esempio al Dynamic Model of Interbranch-Intersectoral Balance elaborato da Roman Kravchenko a partire dalle intuizioni del cibernetico sovietico N. Veduta). In ogni caso, hai perfettamente ragione sull’importanza dell’impegno per formare “l’uomo nuovo”. Il Lenin della NEP ha acquisito la consapevolezza della necessità di contemperare entusiasmo e interesse personale, almeno per una lunga fase di transizione; ma negli ultimi scritti insiste sul socialismo come prodotto di un livello superiore di “civiltà”, per cui devono essere costruiti i presupposti materiali (un adeguato sviluppo delle forze produttive), ma anche culturali. Quanto alla praticabilità del passaggio a un’economia interamente pianificata, in verità, personalmente nutro qualche dubbio. Ma direi che comunque, in ogni caso, prima si dovrebbe arrivare al socialismo di mercato, ossia a un’economia mista in cui uno Stato sotto il controllo dei lavoratori effettua le scelte strategiche fondamentali, ma sussiste un mercato in cui produttori indipendenti offrono merci contro denaro. Oggi siamo molto lontani anche da questo.

Note:

[1] Lenin, Economia della Rivoluzione, a cura di Vladimiro Giacché, ed. Il Saggiatore, Milano, 2017, pp. 521, € 29,00.

15 dicembre 2017 - Noi insegnanti produciamo servi (Pietro Ratto sulla scuola di oggi)

Ilva - l'Azienda è strategica e deve essere nazionalizzata dopo processo di sanificazione della produzione

Ilva, i Comuni fanno fronte compatto in vista dell’incontro al MISE

16 dicembre 2017 


I Comuni fanno fronte compatto e si preparano all’incontro con Calenda. Lo afferma una nota municipale. Il sindaco Rinaldo Melucci ed il vicesindaco Rocco De Franchi, recita il comunicato, giovedì scorso hanno incontrato a Palazzo di Città i colleghi sindaci e rappresentanti dei Comuni dell’area di crisi di Taranto (Massafra, Statte, Crispiano e Montemesola), il presidente della Provincia di Taranto, oltre ad alcuni funzionari tecnici dei relativi enti locali.
L’invito ad un confronto franco e cordiale sui temi della vicenda Ilva, afferma la nota, a Martino Tamburrano, Fabrizio Quarto, Franco Andrioli, Mario Volpe, Vito Punzi, è sorto dal desiderio di fare sintesi tra le esigenze di ciascuna delle comunità coinvolte, oltre che naturalmente di condividere un approccio costruttivo al primo ordine del giorno assicurato dal ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, nell’ottica del superamento delle procedure giudiziali. Inoltre, il tutto al riparo da ogni influenza delle rispettive appartenenze politiche, con l’unico obiettivo della tutela degli interessi sanitari-ambientali e socio-economici del territorio ionico.
Gli amministratori ionici hanno sottolineato la propria soddisfazione per metodo e ordine del giorno della prima convocazione specifica per Taranto, fatti salvi i migliori approfondimenti tecnici che affideranno ad un proprio portavoce all’interno della seduta presso il Mise.
Tutti gli Enti hanno, dunque, confermato la propria responsabile presenza al tavolo istituzionale del prossimo 20 dicembre a Roma, sicuri che governo e investitori sapranno fornire le opportune garanzie ed evidenze rispetto agli obiettivi ormai ritenuti imprescindibili dai cittadini dell’area di crisi, su tutti ovviamente le tempistiche di attuazione dell’Aia.
Si è, infine, convenuto che questa riunione dei comuni dell’area di crisi di Taranto verrà ripetuta in occasione dei futuri passaggi istituzionali connessi al negoziato Ilva.

Venezuela 10 dicembre 2017 elezioni amministrative vittoria di Maduro nonostante le fake news dei Media occidentali

Voci dal Venezuela al voto: Testimone di un’enorme forza tranquilla

Una grande vittoria elettorale e un esempio per i popoli latinoamericani ed europei oppressi.

di Fabio Marcelli 16/12/2017 Esteri


Mi sono recato a Caracas su invito del governo bolivariano e del partito PSUV per assistere alle elezioni comunali. L'esito di tale elezioni che si sono svolte domenica scorsa 10 dicembre su tutto il territorio venezuelano, assegnando al partito di governo PSUV 300 sindaci su 335, fra i quali tutti quelli dei centri più importanti, dimostra che il popolo venezuelano è più che mai deciso a conquistare definitivamente pace, democrazia, libertà e socialismo.

L'impressione avuta visitando durante le operazioni di voto vari seggi a Caracas e dintorni e assistendo in serata alla proclamazione dei risultati presso la sede del Consiglio nazionale elettorale, è quella di un'enorme forza tranquilla, perfettamente organizzata e pienamente consapevole dei suoi obiettivi e delle sue aspirazioni. Da una rapida visita risulta pure il carattere fraudolento e diffamatorio delle fake news diffuse a piene mani sul "Paese in ginocchio", "la gente alla fame", "la feroce repressione dell'infame dittatura" e via baggianando.

Si tratta del terzo colpo vincente dopo l'elezione della Assemblea Costituente il 30 luglio e le elezioni regionali del 15 ottobre. Ora il PSUV è un treno lanciato a grande velocità verso le elezioni presidenziali che si terranno nel 2018 e che vedranno con ogni probabilità la riconferma a larga maggioranza del presidente Maduro. Lo spauracchio della guerra civile fomentata da poteri esterni appare ormai alle spalle, mentre si lavora duramente per superare le difficoltà e le ristrettezze economiche, in buona parte determinate dall'azione di sabotaggio di quegli stessi poteri che tuttora dominano l'economia mondiale persistendo nella volontà proterva di imporre ovunque le proprie ricette fallimentari. Stati Uniti, Unione Europea e stampa mainstream continuano a ripetere macchinalmente la colossale bufala della dittatura totalitaria e si ostinano a non riconoscere una realtà per loro dolorosa. Fine insidioso di questa campagna propagandistica senza vergogna è quello di preparare il terreno a un intervento militare esterno, isolando il Venezuela dal resto del mondo mediante un sistematico quanto infondato discredito. Alle prese con nemici così agguerriti e potenti, Maduro e il PSUV hanno saputo costruire, in circostanze di estrema difficoltà e durezza, la propria egemonia sull'insieme della società venezuelana, mettendo sempre al primo posto gli interessi e il potere del popolo, attuando così in modo originale e brillante gli insegnamenti di Antonio Gramsci.

Con quelle di ieri sono ben 24 le consultazioni popolari svoltesi in Venezuela a partire dall'elezione di Chavez nel 1998. Strano genere di dittatura davvero! Il popolo venezuelano ha dimostrato che è possibile coniugare pratica della democrazia partecipata, costruzione del socialismo e opposizione al tuttora dominante indirizzo neoliberista dell'economia mondiale e non si è fatto piegare dalla violenza, dalle minacce e dal boicottaggio economico e finanziario.

Il chavismo ha mostrato di saper combattere la corruzione all'interno delle istituzioni pubbliche, con il sacrosanto repulisti attuato poco tempo fa nell'impresa statale addetta alla produzione petrolifera PDVSA. Una strada da percorrere fino in fondo con intransigenza e senza guardare in faccia a nessuno. Fondamentale, in questa vera e propria rivoluzione, appare il ruolo delle donne, in prima fila nella lotta per pace e diritti.

L'opposizione si è presentata divisa all'appuntamento. Lo storico partito COPEI ed altri minori hanno partecipato alle elezioni, mentre altri hanno seguito la linea del boicottaggio senza peraltro ottenere risultati significativi da tale punto di vista, mostrando così di non aver tratto alcun insegnamento dal precedente del 2005 (mancata partecipazione alle elezioni politiche, scelta poco saggia della quale pure ebbero all'epoca a pentirsi facendo pubbliche autocritiche) e perpetuando così un atteggiamento distruttivo e autodistruttivo che non li porterà da nessuna parte. Privi dell'appoggio del popolo venezuelano possono però consolarsi con quello di Renzi, Casini, Tajani, Berlusconi, ecc, tutte, come ben sappiamo, luminose figure di democratici e sostenitori del popolo.

L'esempio del popolo venezuelano, che conferma con grande dignità di voler salvaguardare la propria sovranità e indipendenza come beni preziosi, appare oggi di estrema importanza e attualità per tutto il pianeta. Innanzitutto per i popoli latinoamericani, come quello honduregno, defraudato della vittoria del candidato di sinistra Nasralla e assassinato nelle piazze dai golpisti ispirati direttamente da Washington.

Ma anche per i popoli dell'Occidente capitalistico e dell'Europa, primi fra tutti quello italiano, che soffrono le politiche neoliberiste e una sfera politica totalmente inadeguata e subalterna al potere economico, e sempre più annegano nella frustrazione e nella disperazione. Dal Venezuela bolivariano emerge oggi con forza la possibilità di un'alternativa basata su di una società effettivamente egualitaria, che pratica partecipazione democratica e solidarietà sociale.

Sarebbe ora di prenderne atto.

17 dicembre 2017 - Zibordi spara a zero sul Debito Pubblico!

PTV News 15.12.17 - Nikki Haley come Colin Powell, "Iran nuova minaccia ...