L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 4 dicembre 2020

Lo vuole l'Europa e giu i tagli alla sanità alle pensioni alla distruzione nei fatti della scuola pubblica. Privatizziamo la sanità per poi accorgersi che è l'unico baluardo per le malattie

Trent'anni di cazzate liberiste. Capitolo Fazio-Giannini

di Thomas Fazi
26 novembre 2020

"Eh no, caro Giannini, troppo facile ricorrere alla prima persona plurale"

La seconda puntata della nostra nuova rubrica "Trent'anni di cazzate" (qui la prima) è dedicata a un uomo che sulla ripetizione ossessiva di una singola cazzata - "le coperture!" - ci ha praticamente costruito tutta la sua carriera: sto parlando ovviamente di Massimo Giannini, per anni vicedirettore e nota firma di "Repubblica" e da qualche mese direttore de "La Stampa".

L'altro giorno da "Che tempo che fa", il programma di Fabio Fazio, Giannini ha raccontato la sua battaglia contro il COVID-19, per il quale è stato ricoverato tre settimane in terapia intensiva all'ospedale (pubblico) Gemelli di Roma.

Da quell'esperienza, Giannini - che oggi per fortuna sta bene - ha detto di aver imparato molte cose, tra cui «l'importanza di una delle più grandi conquiste del Novecento: il welfare state».

«Mi sono reso conto - ha continuato Giannini - di quanti errori abbiamo fatto, in questi ultimi dieci anni soprattutto, nello smantellare il welfare, che andava riformato ma non certo liquidato, come noi e altri paesi europei abbiamo fatto all'insegna del mantra dell'austerity».

Eh no, caro Giannini, troppo facile ricorrere alla prima persona plurale. E visto che con le parole ci lavori, ci viene il dubbio che la scelta non sia casuale. Detta così, infatti, sembrerebbe quasi che l'austerità sia imputabile a una forma di impazzimento collettivo, un "errore" di cui saremmo tutti, in un modo o nell'altro, responsabili. Ma se siamo tutti responsabili allora nessuno è responsabile.

E invece lo smantellamento del welfare e nella fattispecie della sanità pubblica - della cui importanza Giannini si accorge solo oggi, dopo che il "pubblico" gli ha letteralmente salvato la vita - ha delle responsabilità precise. Ha innanzitutto delle precise responsabilità politiche, che fanno capo ai governi e alle maggioranze parlamentari che hanno materialmente scelto di sottrarre risorse al welfare e alla sanità, in particolare negli ultimi dieci anni, cioè da Monti in poi.

Che dal 2010 ad oggi, secondo la Fondazione GIMBE, hanno privato il Servizio sanitario nazionale (SSN) di 37 miliardi nella forma di finanziamenti promessi e mai realizzati o ridotti. Che hanno tagliato i posti letto negli ospedali pubblici del 30 per cento – circa 25.000 posti letto in meno – e ridotto il personale sanitario di più di 40.000 unità. E che così facendo «ha[nno] lasciato la popolazione senza protezioni adeguate» di fronte all’emergenza COVID-19, come ha denunciato la Corte dei Conti.

Parliamo di persone che hanno nomi e cognomi. Sono coloro che hanno apposto la loro firma sulle nostre leggi di bilancio. Sono coloro che, perfettamente consci delle conseguenze, hanno portato il nostro paese all'interno di un sistema - quello di Maastricht - in cui «disoccupazione e taglio dello Stato sociale sono inerenti al contenuto del trattato», come disse Lucio Magri spiegando l'opposizione dei comunisti a quel trattato.

Queste persone sono responsabili di decisioni che hanno direttamente contribuito (come dimostrato da innumerevoli studi) ad aumentare i tassi di disoccupazione (soprattutto tra i giovani), di suicidio, di povertà (compresa la povertà infantile), di deprivazione materiale, di esclusione sociale. Che hanno, direttamente o indirettamente, provocato la morte di innumerevoli persone, soprattutto nel corso della pandemia.

Sono persone che si sono macchiate di quello che Engels definì «assassinio sociale»: se si condannano moltitudini di persone a una situazione in cui queste sono destinate a soccombere «questo è assassinio, esattamente come l'azione di un singolo, ma un assassinio mascherato e perfido, un assassinio contro il quale nessuno può difendersi, che non sembra un assassinio, perché non si vede l'assassino».

Ma la responsabilità di questo "assassinio sociale" non è solo dei politici. È anche - e forse soprattutto, poiché sono loro che "fabbricano il consenso" di cui hanno bisogno i politici - di tutti quei giornalisti, economisti ed intellettuali che in questi anni ci hanno raccontato che tutto questo era inevitabile perché "non c'erano i soldi". Che non c'era alternativa.

E nessuno ha assolto questo compito con maggiore solerzia e impegno di Massimo Giannini, che per anni dagli scranni di uno dei principali quotidiani del paese ha tuonato contro qualunque proposta che prevedesse un aumento della spesa pubblica al grido di «E le copertureeeeee?!!».

Che ha cioè avallato l'idea che il bilancio dello Stato debba necessariamente essere in pareggio e che dunque ad ogni euro di spesa pubblica in più debba necessariamente corrispondere - a "copertura" - un euro di tasse in più (falso). E che, per contro, per abbassare le tasse sia necessario tagliare la spesa pubblica (falso).

È colui che da anni invoca la necessità di tagliare la spesa pubblica (e dunque il welfare e dunque la sanità). Che ha applaudito tutte le misure di austerità implementate in questi anni. Che definì «una cura indispensabile» i tagli di Monti, inclusi i pesanti tagli alla sanità.

Caro Massimo, ci fa piacere che l'esperienza del ricovero ti abbia fatto rinsavire (anche se, a pensar male, ci viene il dubbio che tu, come tanti altri, abbia fiutato che il vento sta cambiando e ti stai semplicemente riposizionando di conseguenza). Ma non basterà certo qualche elogio del welfare e della sanità pubblica e qualche vago riferimento agli "errori" dell'austerità per assolverti dalle tue responsabilità.

Anche se non sei tra gli autori materiali dell'assassinio sociale perpetrato in questi anni, ne sei comunque complice. Noi non ti assolviamo. E la storia non ti assolverà.

3 dicembre 2020 - LA DICHIARAZIONE DI VOTO CHE MI È STATO IMPEDITO DI FARE IN AULA – Sara ...


Questa è la dichiarazione di voto che l’onorevole del gruppo misto Sara Cunial avrebbe voluto fare alla Camera dei Deputati il giorno 2 dicembre 2020. Ma dopo la sollevazione dell’Aula, le è stato impedito di parlare. “Le parole che sono riuscita a pronunciare sono però già molto chiare, troppo chiare per chi nella menzogna, senza pudore, continua vilmente a nascondere la faccia” ha affermato la Cunial. Byoblu ha sentito ai suoi microfoni l’onorevole il giorno dopo l’accaduto: “Avevo iniziato con la mia dichiarazione di voto rispetto alle risoluzioni alle comunicazioni del ministro Speranza e sono stata fermata immediatamente dal vice Presidente della Camera Rosato d’Italia Viva che ha parlato di parole irrispettose in quelle stanze, ma io ho riportato le parole precedenti del ministro Speranza che aveva fatto un elenco di tutte la aziende farmaceutiche per cui ha firmato le commesse per i vaccini a noi rivolti”. Questo il testo integrale dell’intervento di Sara Cunial: “Ringrazio il Ministro Speranza che finalmente qui oggi ci ha fatto i nomi dei suoi datori di lavoro elencando le aziende farmaceutiche chiamate a compiere quella che è, a tutti gli effetti, una sperimentazione di massa. Dopo aver distrutto la nostra economia, i nostri beni e i nostri sogni, obbedienti al grande Reset, oggi siete qui a sostituirli con il “bene comune vaccino”. State usando gli italiani come cavie, sacrificati all’altare di un manipolo di lobby, sostenute da una scienza venduta e da una mandria di politici corrotti e collusi che si fanno pagare anche le campagne elettorali dalle lobby della morte come Irbm e Philip Morris. Le parole del Ministro di oggi sono una grave minaccia alla salute degli italiani e al futuro di tutti noi. Quello che si sta predisponendo è un criminale piano di sterminino di massa, in primis, proprio di quegli anziani che avete lasciato morire da soli per la vostra disciplina al Nuovo Ordine Mondiale. Ed ancora le forze dell’ordine, operatori sanitari e sociosanitari, residenti e personale delle Rsa: le cavie preferite del vostro sciagurato piano. Tutto questo avviene proprio nei giorni in cui la Cassazione, supportata da centinaia di studi, analisi e dati, stabilisce (interruzione del vice presidente Rosato) il “nesso tra malattia e gli 11 vaccini somministrati in 8 mesi” ad un militare leccese stroncato a 21 anni dalla leucemia ed avviene mentre migliaia di famiglie – ogni sano giorno – accudiscono bambini danneggiati da vaccino. Per fortuna gli italiani non si vogliono vaccinare a partire dai politici presenti in quest’aula fino ad arrivare ai medici, agli scienziati e agli intellettuali, italiani e stranieri. Giù le mani dai nostri corpi e dalle nostre anime!”

Energia pulita - Gli interessi strategici della Germania e dell'Australia convergono e l'idrogeno verde vola

Un ponte di idrogeno verde tra Germania ed Australia

Dicembre 2, 2020

Al via lo studio di fattibilità per una filiera tedesco-australiana dedicata al vettore. Il progetto, finanziato da entrambi i governi, rafforza le aspettative nazionali sul fronte idrogeno


Il progetto HySupply studierà la fattibilità di un ponte di idrogeno tra Berlino e Canberra

(Rinnovabili.it) – Dalle prime promesse ai fatti. Germania e Australia continuano a lavorare al sogno di un ponte di idrogeno verde tra i rispettivi Paesi, una filiera condivisa in grado di dominare il mercato che verrà. E dopo la firma, a settembre 2020, della lettera di intenti, i partner passano oggi alla pratica. Lo fa sapere il Ministero dell’Istruzione della Ricerca tedesco, annunciando l’avvio dello studio di fattibilità “HySupply“. L’obiettivo è valutare da un lato le potenzialità delle tecnologie Made in Germany nel mercato australiano, dall’altro studiare il percorso del vettore da un emisfero all’altro, identificando le barriere esistenti per la creazione di una catena del valore globale. E fornendo opzioni tangibili per l’attuazione. 

Distanti eppure vicini. I due Paesi sono convinti di avere tutte le carte in regola per creare il loro ponte di idrogeno. Le più favorevoli condizioni locali garantiscono, infatti, all’Australia una produzione del combustibile più economica di quella tedesca. Al contrario, la Germania ha un vantaggio tecnologico, capace di portare nuove opportunità al di fuori dei propri confini.

“L’Australia – spiega la ministra federale Anja Karliczek – si è già posizionata come un paese di esportazione chiave per l’idrogeno verde ed è anche un importante mercato per le tecnologie tedesche. Nello studio di fattibilità congiunto esamineremo ora come sfruttare questo potenziale e quali soluzioni tecniche, economiche e normative sono disponibili. Prenderemo in considerazione l’intera catena di approvvigionamento: dall’elettrolisi in Australia al trasporto via nave fino all’impiego in Germania. Il progetto sarà un generatore di impulsi per la realizzazione di un ‘ponte di idrogeno’ tedesco-australiano”. Lo studio si propone anche di sviluppare modelli di business che favoriscano una partnership a lungo termine in questo campo. 

“Oltre a eccellenti istituti di ricerca, nello studio sono coinvolte anche note aziende dell’economia tedesca”, ha aggiunto Karliczek. “Sono lieta che siamo stati in grado di coinvolgere partner qualificati e di alto livello: da parte tedesca, acatech, l’Accademia tedesca delle scienze ingegneristiche, e la Federazione delle industrie tedesche (BDI); sul fronte australiano, l’Università del New South Wales. Auguro a tutte le persone coinvolte un buon lavoro e il successo”.

2 dicembre 2020 - Trump: questo è il discorso più importante della mia vita

Forze centripete in atto. Resta il fatto che aspirare ad entrare in Euroimbecilandia annulla e arretra la posizione di autonomia ricerca d'identità e di appartenenza

Nazionalismo sterile | Perché la Bulgaria non vuole fare entrare la Macedonia del Nord nell’Unione europea

3 dicembre 2020

Sofia non riconosce l’esistenza di una nazione macedone distinta da quella bulgara e considera lo Stato confinante semplicemente come un proprio territorio sottrattole ingiustamente. Ecco perché vuole negare ai vicini qualunque forma di unicità

LaPresse

«Se oggi nessuno contesta pubblicamente la legittimità dell’identità macedone, c’è ancora qualcuno che realmente non crede che i Macedoni, come popolo, possano farcela come nazione slava separata. Questo punto di vista è forte specialmente in Bulgaria, dove molti ritengono in buona fede che i loro vicini sono bulgari nel profondo. Questa convinzione è radicata nella storia tortuosa dei Balcani, sia in quella medievale che in quella moderna, che ha condotto a varie interpretazioni (..)

A livello politico, la Bulgaria ha predisposto piani formali per aiutare il lavoro della sua vicina per l’adesione all’Unione Europea (..) In questo nuovo contesto, la visione bulgara della Macedonia appare fondata su valori civili e liberali. L’ambasciatore Yordanov ha sottolineato l’importanza delle questioni riguardanti l’Unione Europea e ha minimizzato quelle come la disputa riguardante la lingua Macedone/Bulgara». 

Il lettore più affrettato potrebbe non rendersi conto subito che questa citazione è tratta da un articolo del 2005. Tolti alcuni nomi propri, l’analisi potrebbe essere riproposta intonsa oggi. 

Il 17 novembre scorso, quindici anni dopo l’uscita di quel pezzo, la Bulgaria ha infatti bloccato l’apertura ufficiale dei negoziati di adesione con la Macedonia del Nord, adducendo come motivazioni la persistenza di controversie storico-identitarie non ancora sanate. 

Come già riassunto da Linkiesta, le ragioni reali attengono molto di più alla politica interna che alla storiografia. Da mesi il governo guidato da Boyko Borissov è contestato da imponenti proteste di piazza. Alcuni suoi membri, su tutti il ministro della Difesa Krasimir Karakachanov, stanno cercando di salvare le proprie fortune politiche rinfocolando istanze scioviniste utili a distrarre l’attenzione di una fetta dell’opinione pubblica. 

Queste grette esigenze di consenso interno minano la politica dell’Unione europea nei Balcani occidentali, soprattutto perché colpiscono un governo, come quello macedone, che si è già dimostrato, unicum nella regione, aperto al compromesso diplomatico, come nel caso dell’intesa sul nome finalizzata con la Grecia tra 2018 e 2019. 

E in realtà anche nel caso della Bulgaria, con cui il governo guidato – allora come oggi – dal socialdemocratico Zoran Zaev siglò un Trattato di amicizia il primo agosto 2017, pochi mesi dopo essersi insediato. 

Come previsto da questo trattato, firmato simbolicamente il giorno prima dell’anniversario della rivolta di Ilinden (1903), l’insurrezione anti-ottomana che entrambe le popolazioni celebrano come caposaldo della propria identità nazionale, Sofia e Skopje hanno istituito una commissione accademica congiunta per valutare collaborativamente eventi storici comuni e confrontarsi sulle questioni identitarie più controverse. Questo conciliabolo non è però finora riuscito a elaborare una soluzione condivisa. Dopo aver già vissuto una lunga pausa, i colloqui erano stati nuovamente sospesi lo scorso ottobre, con l’ennesima fumata nera. 

Pur ribadendo la finalità politica del veto imposto dalla Bulgaria, è lecito chiedersi quali siano esattamente le questioni che dividono bulgari e “macedoni”. Intendendo con questo termine non l’intera popolazione che abita l’attuale Macedonia del Nord, composta da minoranze anche cospicue di albanesi, serbi, turchi e rom, ma solo la sua componente maggioritaria, più correttamente definiti “slavo-macedoni”. 

In breve: la Bulgaria non riconosce l’esistenza di una nazione macedone distinta da quella bulgara. Tutte le sue rimostranze vanno nella direzione di negare ai vicini qualunque forma di unicità, cancellando in ogni sfera semantica la possibilità di utilizzare il concetto di “macedone”. 

Sofia non ammette l’esistenza di una lingua macedone: la ritiene un mero dialetto bulgaro che sarebbe stato artificialmente codificato come lingua dalla Jugoslavia socialista, quando la Macedonia era una delle sei repubbliche della Federazione, per instillare nella popolazione un sentimento anti-bulgaro. 

Allo stesso modo, la Bulgaria non ammette né l’esistenza di una minoranza macedone sul proprio territorio, né quella di una minoranza bulgara in Macedonia del Nord, sostenendo che si tratti della medesima popolazione. 

Così come non ammette che sia mai esistita un’identità macedone nemmeno in passato, rivendicando come bulgari tutti gli eroi nazionali, in primis il rivoluzionario nazionalista anti-ottomano Goce Delčev protagonista della rivolta di Ilinden, che si coprirono di gloria nei secoli passati. 

Incidentalmente, considerando il territorio dello Stato vicino semplicemente come un proprio territorio sottrattole ingiustamente, Sofia tende a rifiutare la definizione di “invasione” per classificare i fatti del maggio 1941. L’allora Bulgaria monarchica – alleata dell’Asse – occupò militarmente l’attuale territorio della Macedonia del Nord, parte fin dalla seconda guerra balcanica (1913) del Regno dei Serbi – divenuto dopo la fine della Grande guerra nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni). Territorio che non era sacra terra bulgara da tempo immemore, ma era stato acquisito dal neonato regno di Bulgaria meno di mezzo secolo prima, con il trattato di Santo Stefano, stipulato dopo la guerra russo-turca (1877-78). 

La scorsa settimana il premier macedone Zaev, apparentemente disposto a qualunque compromesso pur di rilanciare l’adesione del suo paese all’Ue, ha sollevato un polverone in patria affermando di non voler più considerare i bulgari come «una forza di occupazione fascista» e vantandosi di aver fatto rimuovere alcune targhe commemorative che adottavano tale denominazione. Uno scenario distopico, da ministero della Verità orwelliano, criticato da alcuni come il segnale che l’esecutivo sia pronto a immolare le rivendicazioni tradizionali della Macedonia del Nord sull’altare della prospettiva europea. 

Skopje ha infatti sempre rivendicato l’esistenza di una peculiarità macedone, nonostante le somiglianze con i vicini. Tesi fondata soprattutto sul fatto che una regione storica denominata “Macedonia”, comprendente territori oggi appartenenti a Macedonia del Nord, Bulgaria e Grecia, sia effettivamente sempre esistita. 

Se è sempre esistita la Macedonia, come potrebbero non esistere i macedoni?, si chiede la repubblica post-jugoslava, dimenticando – o fingendo di dimenticare – che lo stesso significante (“macedoni”) ha assunto significati differenti nei secoli. 

Un’ambiguità spinta fino alle estreme conseguenze dalle politiche identitarie delll’autocrate macedone Nikola Gruevski, al potere tra 2006 e 2016. Dopo aver incassato il veto all’entrata nella Nato da parte della Grecia al vertice di Bucarest (2008) per l’annosa vicenda del nome, Gruevski decise di puntare sul nazionalismo. Lanciò una campagna pseudo-storica (antikvizacija, antichizzazione) volta a rivendicare una continuità storica tra gli slavo-macedoni del presente e il regno di Macedonia del IV secolo a.C., abitato da un popolo di cultura e Weltanschauung elleniche e guidato da condottieri come Filippo II e Alessandro Magno. 

Il frutto più tangibile di questa iniziativa propagandistica è stato il progetto Skopje 2014, concretizzatosi soprattutto nell’edificazione nel centro delle capitale di decine di statue neoclassiche e grecizzanti, tra cui un guerriero a cavallo alto quasi 15 metri che ricorda molto l’iconografia di Alessandro Magno, eroi nazionali come Goce Delčev e figure cardinali della fede ortodossa. 

Questa operazione dal dubbio valore estetico non fu nefasta solo per la skyline di Skopje, ribattezzata «nuova capitale del kitsch», ma anche per le casse macedoni. Ii lavori furono appaltati ad accoliti di Gruevski e le spese lievitarono come per magia. 

Vista in prospettiva, la trovata di Gruevski e del suo clan ha minato anzichè consolidarle le fondamenta della supposta identità nazionale macedone. Ha dimostrato come, consci di essere una popolazione sostanzialmente bulgara relegata oltreconfine da episodi bellici e accordi a tavolino, i macedoni siano pronti ad aggrapparsi a teorie grottesche e storiograficamente fatue come quella che li vorrebbe discendenti di Alessandro Mago pur di affermare una propria unicità. 

Sarebbe come se i galiziani iberici rivendicassero l’annessione dei territori della Galizia storica, oggi in Ucraina, in virtù del nome comune, o se i gli inglesi accampassero (ancora) diritti sugli Usa negando che abbiano – ormai – una loro identità nazionale, pur composita. 

Le quattordici modifiche ai testi scolastici macedoni suggerite dai membri bulgari della commissione potrebbero quindi essere anche accurate sotto il profilo dell’interpretazione storica. 

Tuttavia, gli studiosi che si occupano di nazionalismo tendono a vedere tutte le nazioni, e non solo alcune, come costrutti sociali: comunità immaginate fondate su tradizioni inventate: gruppi sociali demarcati tramite forzature artificiali, conformi a criteri fintamente oggettivi come confini, affinità linguistiche, culti comuni. 

In questo senso la dannazione della Macedonia deriva esclusivamente dall’esser arrivata troppo tardi al festival del nazionalismo, ancora più tardi del resto delle popolazioni balcaniche, impegnate anche oggi a spacciar diversità quasi impercettibili come pilastri di identità nazionali irriducibilmente diverse da quelle dei vicini. Esempio classico: la lingua serbo-croata che, dopo le guerre di dissoluzione dell’ex Jugoslavia negli anni ’90, è stata spacchettata (finora) in serbo, croato, montenegrino, bosniaco, pur rimanendo sostanzialmente identica. 

Come l’Italia accetta l’esistenza dei ticinesi svizzeri, la Francia quella dei valdostani italiani, l’Irlanda quella dei nordirlandesi britannici, pare giunto il tempo anche per la Bulgaria di accantonare pretese anacronistiche e far seguire i fatti a intenzioni più volte sbandierate – supportare l’integrazione Ue dei Balcani occidentali. 

Continuando a sfruttare il diritto di veto garantitole in sede comunitaria per ricattare lo Stato vicino e ricavare briciole di popolarità effimera in patria, la sua classe dirigente ricade nel più deteriore stereotipo balcanista, l’immaginario denigratorio che dipinge le popolazione della penisola come ossessionate dalle vertenze storiche e incapaci di accogliere la modernità.

La malaria uccide il covid-19 è utilizzato per uccidere, le terapie idonee non si devono usare neanche a casa

In Africa la malaria ucciderà più del coronavirus

Il bilancio delle vittime della malaria probabilmente supererà quello della Covid-19 nell'Africa subsahariana. A lanciare l'allarme oggi è l'Oms, nel suo ultimo rapporto globale sulla malattia infettiva trasmessa dalle zanzare

3 dicembre 2020

(foto: Егор Камелев/Unsplash)

In Africa si morirà più di malaria che di coronavirus. Il numero di decessi per la malattia infettiva trasmessa dalle zanzare nell’Africa subsahariana, infatti, sarà probabilmente di gran lunga superiore a quello della Covid-19. A lanciare l’allarme è stata l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che nel suo ultimo rapporto World malaria report riporta l’attenzione su questa malattia tanto pericolosa quanto prevenibile e curabile, sottolineando che se continueranno le interruzioni ai servizi sanitari e ai programmi nazionali mirati ad affrontarla a causa della pandemia del coronavirus, la mortalità per la malaria sarà maggiore di quella direttamente causata dalla Covid-19.

Dal nuovo rapporto è emerso che solamente lo scorso anno oltre 409mila persone in tutto il mondo, per la maggior parte dei casi bambini di età inferiore ai 5 anni delle aree più povere dell’Africa (il 67% dei decessi), sono morte a causa della malaria. Questa malattia, ricordano dall’Oms, è causata dal parassita Plasmodium (P. falciparum e P. vivax) e trasmessa con la puntura di zanzare Anopheles infette. I primi sintomi, che compaiono solitamente circa 10-15 giorni dopo la puntura, sono febbre, mal di testa, brividi e se non trattati con estrema tempestività (soprattutto per la malattia da P. falciparum), possono progredire in una malattia grave e portare fino alla morte.

Come evidenzia il rapporto, inoltre, solamente lo scorso anno si sono registrati 229 milioni casi di malaria nel mondo e circa la metà della popolazione mondiale continua ad essere a rischio di contrarre la malattia, che uccide ancora oggi un bambino ogni due minuti. La maggior parte dei casi e dei decessi si verificano nell’Africa subsahariana, dove, nel 2019, si sono registrati il 94% di tutti i casi e morti per questa malattia. In 6 Paesi c’è stata circa la metà di tutti i decessi nel mondo: Nigeria (23%), Repubblica Democratica del Congo (11%), Tanzania (5%), Burkina Faso (4%), Mozambico ( 4%) e Niger (4% ciascuno).

Numeri, spiegano dall’Oms, destinati ad aumentare quasi certamente con il coronavirus. “Le nostre stime dimostrano che, a seconda del livello di interruzione dei servizi a causa della Covid-19, potrebbe esserci un eccesso di morti per malaria tra le 20mila e le 100mila persone, soprattutto bambini piccoli, solo nell’Africa subsahariana”, spiega a Reuters Pedro Luis Alonso, direttore del programma contro la malaria dell’Oms. “È molto probabile che la mortalità in eccesso per malaria sarà maggiore della mortalità diretta da Covid-19”. Molti Paesi, spiegano gli esperti dell’Oms, hanno continuato a lottare contro la malattia, nonostante le sfide senza precedenti imposte dalla pandemia del coronavirus.

Ma “il successo a lungo termine nel raggiungere un mondo libero dalla malaria entro una generazione è tutt’altro che assicurato”, avverte Alonso. Ciò nonostante, l’attenzione e i finanziamenti globali si sono incentrati unicamente sulla pandemia da Covid-19. “Il mondo della salute globale, i media e la politica sono tutti pi dalla Covid-19, e prestiamo pochissima attenzione a una malattia che sta ancora uccidendo oltre 400mila persone ogni anno, principalmente bambini”, ha riferito Peter Sands, direttore esecutivo del Fondo globale per la lotta all’aids, alla tubercolosi e alla malaria. “Questa è una malattia di cui possiamo sbarazzarci, quindi è una nostra scelta non farlo”.

Governo, politici, politica, istituzioni ciarlatane come possono pensare di utilizzare i risparmi degli italiani per Bot e Btp se non rendono interessanti e affidabili questi prodotti abbassando anche le commissioni bancarie che si mangiano gli investimenti per questi titoli?

RISPARMI IN CRESCITA/ Ma gli italiani non cambiano idea sugli investimenti

Pubblicazione: 03.12.2020 - Stefano Masa

Particolarmente interessante, dopo lo scoppio della pandemia, l’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani di Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi

Image by Steve Buissinne from Pixabay

Puntuale e sempre esaustiva la consueta Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani a cura della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo e il Centro Einaudi. Inoltre, quella di quest’anno, grazie a un supplemento in collaborazione con Doxa, coglie l’inevitabile impatto della pandemia sulle decisioni in ambito finanziario da parte degli italiani. Nella pubblicazione emerge chiaramente, e fin da subito, lo stato di necessità in cui naviga il nostro Paese: infatti, obtorto collo, il 10,2 per cento delle famiglie ha dichiarato di «avere intaccato significativamente la ricchezza accumulata in pregresso, con punte del 15,3 per cento degli imprenditori e liberi professionisti e del 15,6 per cento della generazione dei 55enni-65enni. Il 47,1 per cento degli intervistati ha fatto ricorso ai risparmi, anche se per due terzi in misura lieve».

Ad affiancare tutti coloro che hanno attinto al salvadanaio di famiglia, ma in posizione decisamente privilegiata poiché contrapposta, c’è il 45% dei risparmiatori che ha visto come “attuale” il ricorso al cosiddetto risparmio precauzionale («destinato a emergenze che non si possono identificare a priori»). Viene infatti rilevato come «l’incertezza ha fatto sì che nei tre mesi peggiori per il coronavirus (febbraio, marzo e aprile) i depositi bancari siano cresciuti nel complesso di 54 miliardi di euro, dei quali 19,9 miliardi di pertinenza delle imprese e 34,4 miliardi di pertinenza delle famiglie».


Nonostante queste somme prendano in considerazione le quote di accumulo involontario («a causa dei vincoli a spendere la liquidità, data la chiusura delle attività commerciali non essenziali e date le restrizioni alla mobilità, che hanno sospeso la spesa turistica»), l’entità dei risparmiatori si è incrementata arrivando al 55% rispetto al 52% del precedente anno «tornando ai livelli che aveva prima che iniziasse la crisi della globalizzazione».

Analizzando la composizione del patrimonio mobiliare con particolare riferimento alla liquidità in conto corrente, quest’ultima risulta in media pari al 36,2%. A sua volta, la stessa componente cash, presenta un diversificato impiego tra il campione oggetto di indagine: solo il 16,5% preferisce detenere interamente il proprio capitale sul proprio conto mentre il 31,3% ne destina una percentuale compresa tra il 10% e il 30% della propria ricchezza finanziaria e infine un 29,5% che si limita ad un “impiego” per meno di un decimo.


Prescindendo dalla tipicità della quota destinata, l’osservatorio evidenzia come l’ammontare complessivo accumulato (dalle famiglie) sui conti correnti sia pari a «1.073 miliardi (agosto 2020), ossia 44 miliardi in più rispetto a un anno prima, che diventano 53 se si considera l’accumulo sui conti delle famiglie produttrici». Inoltre, parallelamente, anche le imprese (società non finanziarie) hanno incrementato la loro componente liquida precauzionale portandola a 64 miliardi.

A una crescita del risparmio e della liquidità appare invece immutato l’intento degli intervistati («neppure il virus cambia la struttura comportamentale della famiglie italiane di fronte al reddito e al risparmio) nel voler mitigare o quanto meno ridurre il fattore rischio negli investimenti attraverso un mero «No, grazie». A commento di questo perentorio volere viene sottolineato come sia «da lungo tempo che i risparmiatori interpellati affermano che il loro approccio negli investimenti è sempre lo stesso: al primo o al secondo posto degli obiettivi di investimento c’è la sicurezza di non perdere il capitale (79 per cento) e a seguire la liquidità (47 per cento), intesa come possibilità di tornare in possesso della somma investita in qualsiasi momento (ed è sottinteso… senza perdite). Solo il 31 per cento degli investitori andrebbe a caccia di rendimenti immediati (annuali) o di lungo termine (24 per cento)».

Sebbene l’indagine condotta sia molto più ampia (ben 172 pagine), questo nostro intervento si è volutamente soffermato sui principali dati riconducibili al risparmio, alla liquidità e alla prudenza ovvero temi che, voi lettori, con il trascorre del tempo, avete potuto riscontrare in alcuni nostri periodici appuntamenti settimanali. Oggi, l’aver appreso che le nostre argomentazioni trovano puntuale riscontro in “elaborati istituzionali”, conferma la strada finora intrapresa: riportare alla luce ciò che si cela dietro i numeri (talvolta troppo nascosti). Consapevoli di essere come diceva Bernardo di Chartres («noi siamo nani sulle spalle di giganti») continuiamo nel lungo viaggio.

Siamo colonia francese e il corrotto euroimbecille Pd ci ha venduto

FINCANTIERI-STX/ Il flop che ricorda i veri rapporti Italia-Francia

Pubblicazione: 03.12.2020 - Paolo Annoni

Secondo quanto riportato da Repubblica, ormai il progetto di acquisizione di Stx da parte di Fincantieri sarebbe destinato a fallire

Lapresse

L’acquisizione della francese Stx da parte di Fincantieri, annunciata nel 2017 con Gentiloni presidente del Consiglio, dopo tre anni travagliati con ogni probabilità non verrà mai finalizzata. A dare la notizia è stata ieri La Repubblica che cita un documento della commissione affari economici del Senato francese secondo cui l’acquisizione sarebbe un errore strategico per i rischi per l’occupazione e la sovranità francesi; il documento cita come motivazione anche l’accordo tra Fincantieri e la cinese “Cssc” e il rischio di perdita di know-how ma dopo tre anni sinceramente la “scusa” sembra un po’ tirata. La realtà è che l’acquisizione di Stx da parte degli “italiani” di Fincantieri rientrava in una partita più ampia i cui contorni e dettagli non sono mai stati chiariti e che hanno incluso strani cambi geografici.

Questo però non è il cuore della questione. La “notizia” è che gli italiani non possono comprare aziende minimamente strategiche in Francia a nessuna condizione e se ci provano, ci ricordiamo ancora la fallita operazione di Enel, vengono con pazienza e costanza lasciati fuori. Negli stessi anni i francesi hanno comprato in Italia aziende strategiche di ogni ordine e grado e pezzi di industria italiana, pensiamo al lusso, senza alcuna opposizione.

Non vorremmo però continuare la lamentela su un “trend” che è sotto gli occhi di tutti da un paio di decenni. Quello che ci importa è che meno di un mese fa, il 4 novembre, un’inchiesta di Federico Fubini pubblicata sul Corriere della Sera ci avvisava dell’alleanza tra Francia e Italia che “si stanno fondendo sul piano produttivo”. A sostegno della tesi si citavano FCA-PSA, Luxottica-Essilor, le banche e la moda. In questo elenco non troviamo una singola operazione che non sia classificabile come un’acquisizione “francese” nella forma o nella sostanza. Basterebbe, d’altronde, fare un rapido controllo sulla proprietà o sulla sede della società risultanti dalla fusione.

La questione vera è la narrazione su un processo di “integrazione europea” che non è affatto tra pari, almeno e sicuramente nel caso italiano. Si “narrano” alleanze e fusioni che in realtà sono un lungo elenco di operazioni a senso unico e che si descrivono come segno di una vera integrazione europea. La sostanza però non sfugge più a nessuno e il fallimento dell’unica operazione di segno opposto è solo l’elemento più evidente. Questa narrazione riflette il particolarissimo approccio italiano all’Europa, unico nel panorama dei Paesi membri, ed è probabilmente la causa principale del crollo dei sentimenti “europeisti” in Italia. Se l’Europa non è quello che ci hanno narrato e continua a non esserlo il problema, allora, non siamo noi italiani ma l’Europa stessa condannata da una narrazione ormai inspiegabile a essere strutturalmente deludente. Per tutti gli altri l’Europa e le sue istituzioni sono solo uno strumento per portare avanti interessi nazionali, certo in partnership con gli altri, per noi è il sol dell’avvenire che non viene mai e per cui nel frattempo si è sacrificato e si continua a sacrificare tutto; incluse le aziende strategiche che i francesi, giustamente, non sacrificheranno mai. Il tutto, tra l’altro, innaffiato da legioni d’onore e simili.

NoTav - si blocchi l’inutile e devastante spreco di denaro pubblico verso un’opera inutile, economicamente insostenibile ed ambientalmente devastante

NoTAV: per un 8 dicembre di lotta e di futuro

02.12.2020 - Redazione Torino

(Foto di Fabrizio Maffioletti)

E’ passato un anno e molte cose sono successe. La pandemia ancora in corso di covid-19, gli insulsi e falliti tentativi di allargamento del cantiere di Chiomonte, gli splendenti e ritrovati mulini della val Clarea ed un’intensa estate di lotta.
Abbiamo capito ancora di più quanto i territori che viviamo non siano solo risorse da consumare, ma come essi siano la nostra possibilità di vivere una vita dignitosa.

La pandemia globale ha svelato un sistema sanitario demolito da anni di tagli in favore di opere inutili e dannose come il Tav e le speculazioni, che ha retto e sta reggendo solo grazie all'impegno di chi lavora nel comparto sanitario, con immani sforzi.
Il sistema del malaffare non è in grado di gestire questa situazione complessa e mette davanti a tutto il profitto e l’economia capitalista. Ad avere la priorità dovrebbe essere la nostra salute e la possibilità di uscire il più in fretta possibile dalla pandemia, costruendo la possibilità che questa non si ripeta.

Appena passata la prima ondata la priorità del governo Conte è stata quella di riprendere i lavori nel cantiere di Chiomonte, ora in piena seconda ondata e con la sanità al collasso vorrebbero riprendere i lavori (lo scavo delle nicchie del tunnel geognostico, e l’allargamento del cantiere) e aprire un nuovo sito a San Didero.

Inoltre, nonostante questa fase più che in passato dimostri la legittimità delle nostre ragioni, è continuato l’accanimento giudiziario contro il movimento, incarcerando Dana con una sentenza assurda e mettendo molti altri ai domiciliari e con altre restrizioni.
Nonostante sia sul lato italiano che su quello francese i maggiori comuni interessati dall'opera siano contrari, sono stati addirittura destinati al Tav parti del Recovery Fund.
Si minaccia di far transitare migliaia di tonnellate di smarino pieno d’amianto sulle statali della valle e della provincia di Torino, e di trasformare il territorio di Susa in un deposito di scarti mortiferi del tunnel di Chiomonte.
Come movimento No Tav non abbiamo intenzione di rimanere immobili a guardare questo ennesimo scempio ai danni della Val Susa e dell’Italia intera.
Perché nulla sia più come prima vogliamo manifestare a San Didero per un 8 dicembre di lotta e di futuro. 

Perché immediatamente si blocchi l’inutile e devastante spreco di denaro pubblico verso un’opera inutile, economicamente insostenibile ed ambientalmente devastante. 

A San Didero in vista del futuro cantiere per lo spostamento dell’autoporto da Susa dove vorrebbero costruire una faraonica stazione “internazionale” che pochi probabilmente useranno

Chiediamo a tutte e tutti di mobilitarsi nonostante la difficile situazione della pandemia.
Avanti Notav! A sarà dura!

IL PROGRAMMA :
Giovedì 3 dicembre, ore 17.30, Torino, Casa Circondariale Lorusso e Cutugno. Sosteniamo Dana partecipando al presidio organizzato dalle Mamme in Piazza per la Libertà di Dissenso.
Venerdì 4 dicembre ore 18 Apericena ai cancelli della centrale di Chiomonte
Sabato 5 dicembre, ore 11, Torino, Piazza Castello, presidio contro gli sprechi delle grandi opere inutili,più risorse per la sanità pubblica.
Domenica 6 dicembre, ore 14, Manifestazione al campo sportivo di Giaglione
Martedì 8 dicembre, ore 11, Manifestazione al Presidio di San Didero e a seguire polentata (La polenta sarà garantita fino ad esaurimento scorte, si invita quindi a portare il cibo da condividere)

Tutte le iniziative si svolgeranno nel rispetto delle norme anti-covid, delle persone più fragili e del buon senso. Ricordiamo l’utilizzo della mascherina!

Covid/lockdown/coprifuoco - Un dato è certo lo Sputinik V non è basato su modificatori genetici, è economico e quindi è anche nella disponibilità privata di tutti, non ha bisogno di particolari accorgimenti per essere conservato

La Russia presenta il vaccino Sputnik V all’ONU e mezzo mondo lo ha già richiesto

La Federazione Russa è pronta ad iniziare la vaccinazione di massa settimana prossima e chiede alle Nazioni Unite di curare la distribuzione del farmaco

02 Dic 2020

Un giorno prima dell’inizio della sessione speciale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dedicata a Covid-19 e i progressi sul vaccino, la Federazione Russa ha organizzato una conferenza, tenuta dai suoi delegati all’ONU Dimitry Chumakov e Vassily Nebenzia, con la partecipazione anche del Ministro della Salute, Mikhail Murashko.

La conferenza era dedicata alla presentazione del vaccino russo, chiamato Sputnik V, sviluppato dal Gamaleya National Center of Epidemiology and Microbiology di Mosca.

Corsa al Vaccino (pixabay)

L’ambasciatore Nebenzia ha spiegato che tre principi hanno guidato il governo russo nello sviluppo di questo farmaco: in primis la solidarietà tra Paesi, in secondo luogo la ricerca di un portfolio di vaccini, basati su un ventaglio di possibili tecnologie, per ottenere più risultati nel minor tempo possibile, ed infine l’uguale accesso per tutti i Paesi del mondo.

Date queste premesse, tuttavia, i russi hanno tenuto a rimarcare ripetutamente che la loro proposta vaccinale è la prima del mondo, approvata per l’uso emergenziale in Russia già l’11 Agosto 2020, e soprattutto che è migliore di quelle occidentali, in quanto più sicura.

L’ambasciatore russo all’ONU Vassily Nebenzia (Foto ONU)

La tecnologia su cui si fonda il vaccino russo è il vettore adenovirale, già utilizzata per altri vaccini umani. Non contenendo materiale genetico, il vaccino basato su vettori virali derivanti da adenovirus (nel caso di Sputnik V sarebbero due diversi vettori) sicuramente non rischia di introdurre COVID-19 che potrebbe replicarsi all’interno di un corpo sano. Le compagnie Pfizer e Moderna non sono mai state direttamente citate, tuttavia la tecnologia mRNA è stata più volte menzionata come “non certa” e “non testata a lungo termine”.

Secondo i dati presentati oggi, basati su un campione di 45’000 persone in tutto il mondo, Sputnik V sarebbe efficace al 91.4% con una sola dose e al 95% con due. I risultati completi della Fase 2 di trial saranno resi noti a dicembre. Inoltre, avrebbe un costo contenuto di 10$ a dose, e potrebbe essere conservato a temperature tra 2 e 8 gradi Celsius, certamente più agevoli da mantenere rispetto alla refrigerazione estrema richiesta per i vaccini mRNA.

Il delegato russo all’ONU, Dimitry Chumakov (YouTube)

Secondo quanto riportato da Nebenzia, la Russia è pronta a iniziare la vaccinazione di massa la prossima settimana, e potrà distribuire il suo vaccino ad altri Paesi che intendessero comprarlo sin da gennaio, grazie alla collaborazione nella produzione con una lista di Nazioni, tra cui Brasile e Argentina.

Finora, comunicano i russi, 40 diversi Stati hanno già ordinato oltre 1.2 miliardi di dosi. Per concludere, la delegazione russa ha caldamente invitato l’ONU a sovrintendere alla coordinazione del lavoro tra diversi Stati, affinchè sia prodotto e distribuito il farmaco il più velocemente possibile.

Non è chiaro quali siano i 40 Stati che avrebbero ordinato dosi del vaccino russo, e se includano anche ordini da paesi occidentali. Per ora gli Stati che hanno pubblicamente annunciato l’uso di Sputnik V sono Bielorussia, Ungheria, India ed Emirati Arabi. L’unico dettaglio fornito per ora è che la popolazione dei 40 Paesi che hanno richiesto l’aiuto della Federazione Russa ammonterebbe a oltre la metà di quella mondiale.

Una bambina di 3 anni riceve un vaccino in un centro sanitario a Pechino – Cina – 26 marzo 2020 (UNICEF / Zhang Yuwei)

L’unico membro dell’UE ad avere già richiesto dosi di Sputnik V è, appunto, l’Ungheria, dove tuttavia il valore propagandistico della decisione non è passato inosservato. Ha commentato Gabriella Lantos, responsabile della sanità del partito Nuovo Mondo, all’opposizione: “forse è sicuro ed efficace, ma è soprattutto un modo per il Governo di fare la sua propaganda (…). Se abbiamo problemi, i russi sono nostri amici, e sono loro che verranno a salvarci: è questo il messaggio veicolato”.

Certo che, se i russi non avessero voluto dare l’idea di una competizione per il primato scientifico mondiale bensì di una cooperazione internazionale, avrebbero potuto non chiamare questo vaccino proprio Sputnik.

giovedì 3 dicembre 2020

Il Grande Reset Occidentale

The Post Covid World, il progetto del WEF: “Resetting the Future of Work Agenda” – After “The Great Reset”. Un futuro diabolico ed orribile

Maurizio Blondet 3 Dicembre 2020 

traduzione automatica

di Peter Koenig

Il World Economic Forum (WEF) ha appena pubblicato (ottobre 2020) un cosiddetto White Paper, intitolato “ Resetting the Future of Work Agenda – in a Post-Covid World ”.

Questo documento di 31 pagine si legge come un progetto su come “eseguire” – perché un’esecuzione (o implementazione) sarebbe – “Covid-19 – The Great Reset” (luglio 2020), di Klaus Schwab , fondatore e CEO (dal fondazione del WEF nel 1974) e il suo socio Thierry Malleret .

Chiamano “Resetting the Future” un Libro bianco, il che significa che non è proprio una versione finale. È una specie di bozza, un pallone di prova, per misurare le reazioni delle persone. Sembra davvero il racconto di un boia. Molte persone potrebbero non leggerlo – non hanno consapevolezza della sua esistenza. Se lo facessero, andrebbero in armi e combatterebbero questo ultimo progetto totalitario, offerto al mondo dal WEF.

E promette un futuro terrificante per alcune -plus l’80% della popolazione (sopravvissuto). “1984” di George Orwell si legge come una fantasia benigna, rispetto a ciò che il WEF ha in mente per l’umanità.

Il lasso di tempo è di dieci anni – entro il 2030 – l’agenda delle Nazioni Unite 2021-2030 dovrebbe essere implementata.

Misure aziendali pianificate in risposta a COVID-19:
Un’accelerazione dei processi di lavoro digitalizzati, che porta all’84% di tutti i processi di lavoro come conferenze digitali o virtuali / video.
Circa l’83% delle persone è programmato per lavorare a distanza – cioè non più interazione tra colleghi – allontanamento sociale assoluto, separazione dell’umanità dal contatto umano.
Si prevede che circa il 50% di tutte le attività saranno automatizzate: in altre parole, l’input umano sarà drasticamente ridotto, anche durante il lavoro a distanza.
Accelerare la digitalizzazione dell’upskilling / reskilling (ad es. Fornitori di tecnologie per l’istruzione): il 42% dell’aggiornamento delle competenze o della formazione per nuove competenze sarà digitalizzato, in altre parole, nessun contatto umano – tutto su computer, intelligenza artificiale (AI), algoritmi.


Accelerare l’implementazione dei programmi di riqualificazione / riqualificazione – il 35% delle competenze è pianificato per essere “riqualificato” – cioè le competenze esistenti sono pianificate per essere abbandonate – dichiarato defunto.
Accelerare le trasformazioni organizzative in corso (es. Ristrutturazioni) – si prevede di “ristrutturare” il 34% degli attuali assetti organizzativi – o, in altre parole, le strutture organizzative esistenti saranno dichiarate obsolete – per fare spazio a nuovi set di quadri organizzativi strutture che garantiscono il massimo controllo su tutte le attività.
Riassegnare temporaneamente i lavoratori a compiti diversi: si prevede che toccherà il 30% della forza lavoro. Ciò significa anche scale retributive completamente diverse – molto probabilmente salari invivibili, che renderebbero anche il previsto “stipendio base universale” o “reddito di base” – un salario che ti consente a malapena di sopravvivere, un bisogno evidente. – Ma ti renderebbe totalmente dipendente dal sistema – un sistema digitale, dove non hai alcun controllo.
Ridurre temporaneamente la forza lavoro: si prevede che questo interesserà il 28% della popolazione. Si tratta di una cifra aggiuntiva sulla disoccupazione, sotto mentite spoglie, poiché il “temporaneo” non tornerà mai a tempo pieno.
Riduzione permanente della forza lavoro – 13% della forza lavoro ridotta in modo permanente.
Aumentare temporaneamente la forza lavoro – 5% – non c’è alcun riferimento a che tipo di forza lavoro – probabilmente manodopera non qualificata che prima o poi verrà sostituita anche dall’automazione, dall’intelligenza artificiale e dalla robotizzazione del posto di lavoro.
Nessuna misura specifica implementata – 4% – significa che solo il 4% rimarrà intatto? Dall’algoritmo e dai nuovi posti di lavoro diretti dall’IA? – per quanto piccola e insignificante sia la figura, suona come un “pio desiderio”, da non realizzare mai.
Aumentare permanentemente la forza lavoro – solo l’1% è proiettato come “forza lavoro in aumento permanente”. Questo ovviamente non è nemmeno cosmetici. È uno scherzo.

Questo è ciò che viene proposto, ovvero il processo concreto di implementazione di The Great Reset.

Il Great Reset prevede anche che uno schema di credito, in base al quale un debito personale sarà “condonato” – contro la consegna di tutti i beni personali a un ente o agenzia amministrativa – potrebbe essere il FMI.

Quindi, non possederesti nulla e sarai felice. Perché tutte le tue necessità saranno soddisfatte.

Inoltre, non dovrebbe venirti in mente di non essere d’accordo con il sistema, perché – ormai ognuno di voi è stato vaccinato con covid e nano-chip – in modo che con il 5G e presto il 6G, la vostra mente possa essere letta e influenzata.

Per favore, non chiamatela teoria della cospirazione. È un Libro bianco, un “rapporto autorevole” del WEF.

La DARPA – Defense Advanced Research Projects Agency, fa parte del Pentagono – e anni fa ha sviluppato la tecnologia. È solo questione di tempo per implementarlo. E verrà implementato, se noi, il popolo, non protestiamo – la disobbedienza civile di massa è nell’ordine – e questo piuttosto prima che poi.

Più aspettiamo con l’azione, più dormiamo in questo disastro umano assoluto.

*

Le relazioni sociali e umane vengono sviscerate.

Ciò ha diversi vantaggi per questo nuovo approccio “totalitario” del WEF all’umanità: il controllo dell’umanità.
Noi, il popolo, non possiamo ribellarci, non abbiamo più coesione tra di noi,
“We, The People”, sarà giocato l’uno contro l’altro – e c’è un controllo digitale assoluto sull’umanità – eseguito da una piccola super élite.
Non abbiamo accesso a questo controllo digitale: è ben oltre la nostra portata. L’idea è che ci cresceremo gradualmente dentro – quelli di noi che potrebbero sopravvivere. Entro una generazione o giù di lì, dovrebbe diventare la Nuova Normale .

L'”angolo di sopravvivenza” è un aspetto non menzionato direttamente né in The Great Reset, né nella “Guida all’implementazione” – ovvero nel Libro bianco “Resetting the Future of Work Agenda – in a Post-Covid World”.

Bill Gates, i Rockefeller, Kissinger e altri , non hanno mai nascosto la loro ferma opinione che il mondo sia sovrappopolato e che il numero di persone debba essere letteralmente ridotto. Abbiamo a che fare con eugenetisti.

Un metodo perfetto per ridurre la popolazione mondiale sono i programmi di vaccinazione avviati da Bill Gates e supportati dall’OMS. Scandali di tali disastrosi programmi di vaccinazione con conseguente morte di bambini sono stati registrati in India (negli anni ’90), Kenya (2014 e successivi) e in altre parti del mondo.

Vedi anche un TedTalk molto rivelatore di Bill Gates del febbraio 2010, ” Innovating to Zero “, proprio nel momento in cui è stato pubblicato il “Rapporto Rockefeller 2010” – lo stesso rapporto che ci ha fornito finora, il “Lock Step Scenario” – e lo stiamo vivendo adesso. Difficilmente protestando – il mondo intero – 193 paesi membri delle Nazioni Unite – è stato cooptato o costretto a seguire questo abietto abuso dei diritti umani su scala globale.

Ciò che entrambi i rapporti, The Great Reset e “Resetting the Future of Work Agenda” non menzionano è chi imporrà queste nuove regole draconiane? – Si suppone che siano le stesse forze che ora vengono addestrate per la guerra urbana e per reprimere rivolte e disordini sociali – sono la polizia e l’esercito.

Parte della nostra Organizzazione popolare per la disobbedienza civile, sarà su come concentrarsi e parlare con, educare, informare la polizia e l’esercito di ciò per cui saranno usati da questa piccola élite e che alla fine sono anche solo esseri umani , come tutti noi, quindi è meglio che si alzino in difesa del popolo, dell’umanità. Lo stesso deve essere fatto agli insegnanti e al personale medico: l’informazione, la verità senza restrizioni.

Questa è la sfida. Se ci riusciamo, il gioco finisce. Ma è una lunga strada.

La disinformazione dei media è brutale e potente e difficile da contraddire per “noi”, senza un budget considerevole per la contro-propaganda, e come gruppo di persone, che è sempre più diviso dagli stessi media. L’obbligo di indossare maschere e l’allontanamento sociale – ha già fatto nemici di ciò che eravamo, colleghi, amici, anche all’interno delle famiglie.

Questo stesso diktat è riuscito a creare spaccature, divisioni e discordie all’interno delle nostre società

Nessuna paura – ma distruggere letteralmente “Resetting the Future of Work Agenda” e “The Great Reset” – con un’alternativa umana che eliminerebbe organizzazioni come il WEF e le agenzie delle Nazioni Unite cooptate, come WHO, UNICEF, WTO, Banca mondiale, FMI e forse anche l’intero sistema delle Nazioni Unite. I leader politici e aziendali dietro questo progetto devono essere confrontati. Devono essere applicati i principi fondamentali del diritto internazionale, compresa Norimberga.

*

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Peter Koenig è un economista e analista geopolitico. È anche uno specialista in risorse idriche e ambientale. Ha lavorato per oltre 30 anni con la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità in tutto il mondo nei settori dell’ambiente e dell’acqua. Insegna presso università negli Stati Uniti, in Europa e in Sud America. Scrive regolarmente per riviste online come Global Research; ICH; New Eastern Outlook (NEO) e altro ancora. È autore di Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed – fiction basata su fatti e su 30 anni di esperienza della Banca Mondiale in tutto il mondo. È anche coautore di The World Order and Revolution! – Saggi dalla Resistenza . È ricercatore associato del Center for Research on Globalization.

La fonte originale di questo articolo è Global Research
Copyright © Peter Koenig , Global Research, 2020

Siamo alle comiche finali, questi ci fanno o ci sono?

Ecco (finalmente) le linee guida per curare i pazienti Covid a casa

3 dicembre 2020


Il ministero della Salute ha pubblicato la circolare “Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2”, con le indicazioni operative da mettere in atto tenuto conto dell’attuale evoluzione della situazione epidemiologica sul territorio nazionale

PREMESSA

L’infezione da SARS-CoV-2 è una condizione estremamente complessa per i meccanismi fisiopatogenetici connessi, per la molteplicità delle manifestazioni cliniche e per il ruolo giocato dalla risposta immunitaria dei soggetti.
Va, inoltre, ricordato che SARS-CoV-2 ha rappresentato, a tutti gli effetti, un patogeno sconosciuto alla comunità scientifica internazionale fino alla fine del mese di dicembre 2019 e la gestione clinica dei pazienti affetti da sintomi attribuibili al nuovo coronavirus (malati con COVID-19) è progressivamente evoluta nel tempo, riflettendo il progressivo accumularsi di informazioni relative al determinismo patogenetico della condizione morbosa, ai sintomi presentati dai pazienti e alle conoscenze che si sono andate via via accumulando nell’ambito dell’efficacia e delle tossicità correlate alle differenti terapie. In particolare, il trattamento si è articolato su approcci differenziati
che sono andati a coinvolgere:

• farmaci a potenziale attività antivirale contro SARS-CoV-2;
• farmaci ad attività profilattica / terapeutica contro le manifestazioni trombotiche;
• farmaci in grado di modulare la risposta immunitaria;
• infusioni di plasma mirate a un trasferimento di anticorpi neutralizzanti il legame tra il nuovo
coronavirus e il suo recettore espresso sulle cellule umane (ACE2).

Va anche opportunamente sottolineato che, ancora oggi, esistono larghi margini d’incertezza rispetto all’efficacia di alcuni degli approcci terapeutici sopramenzionati e l’uso delle differenti terapie piuttosto che l’assenza d’impiego delle stesse dipendono dalla severità delle manifestazioni cliniche presentate dai malati. Non casualmente, vi è forte raccomandazione che soprattutto i malati che presentano la sintomatologia più grave (pazienti ospedalizzati) vengano inclusi in clinical trials la cui conduzione è mirata a definire in maniera conclusiva il ruolo delle diverse opzioni di trattamento.

Formulate queste doverose premesse, il decorso clinico dell’infezione può essere riassumibile in tre fasi:
• una fase iniziale durante la quale SARS-CoV-2, dopo essersi legato ad ACE2 ed essere penetrato all’interno delle cellule dell’ospite, inizia la replicazione. Questa fase di solito si caratterizza clinicamente per la presenza di malessere generale, febbre e tosse secca. I casi in cui il sistema immunitario dell’ospite riesce a bloccare l’infezione in questo stadio (la maggior parte) hanno un decorso assolutamente benigno;

• la malattia può poi evolvere verso una seconda fase, caratterizzata da alterazioni morfofunzionali a livello polmonare causate sia dagli effetti citopatici del virus sia dalla risposta immunitaria dell’ospite. Tale fase si caratterizza per un quadro di polmonite interstiziale, molto spesso bilaterale, associata ad una sintomatologia respiratoria che nella fase precoce è generalmente limitata, ma che può, successivamente, sfociare verso una progressiva instabilità clinica con insufficienza respiratoria. Il fenomeno della cosiddetta “ipossiemia silente”, caratterizzato da bassi valori di ossigenazione ematica in assenza di sensazione di dispnea soggettiva, è caratteristico di questa fase di malattia;

• questo scenario, in un numero limitato di persone, può evolvere verso un quadro clinico ingravescente dominato dalla tempesta citochinica e dal conseguente stato iperinfiammatorio, che determina conseguenze locali e sistemiche e rappresenta un fattore prognostico negativo
producendo, a livello polmonare, quadri di vasculopatia arteriosa e venosa con trombizzazione dei piccoli vasi ed evoluzione verso lesioni polmonari gravi e, talvolta, permanenti (fibrosi polmonare). Le fasi finali di questo gravissimo quadro clinico portano ad una ARDS (Acute Respiratory Distress Syndrome) grave e in alcuni casi all’innesco di fenomeni di coagulazione intravascolare disseminata. In questa fase, si è osservata un’alterazione progressiva di alcuni parametri infiammatori quali PCR, ferritina, e citochine pro-infiammatorie (IL2, IL6, IL7,
IL10, GSCF, IP10, MCP1, MIP1A e TNFα) e coagulativi quali aumentati livelli dei prodotti di degradazione della fibrina come il D-dimero, consumo di fattori della coagulazione, trombocitopenia.

Sulla base di queste tre fasi patogenetiche, i National Institutes of Health (NIH) statunitensi hanno formulato una classificazione, fondata anche su criteri radiologici con i limiti e le difficoltà legate alla realizzazione di queste indagini in una situazione pandemica, in cui si individuano 5 stadi clinici della malattia COVID-19, riassunti nella Tabella 1.

Tabella 1: stadi clinici della malattia COVID-19 in base alla classificazione NIH.

Le conoscenze maturate a oggi sull’infezione da SARS-CoV-2 e sul suo decorso evolutivo hanno permesso di porre le basi per una stratificazione dei pazienti in base al rischio di ospedalizzazione.

I dati di letteratura attualmente disponibili hanno evidenziato un’associazione significativa tra l’incidenza di forme clinicamente severe d’infezione da SARS-Cov2 e l’età avanzata (soprattutto oltre i 70 anni d’età), il numero e la tipologia di patologie associate, il sesso maschile e la latenza tra l’inizio dei sintomi e la prima valutazione medica.

I pazienti affetti da patologie quali ipertensione arteriosa, fibrillazione atriale, insufficienza cardiaca, diabete mellito, insufficienza renale e malattia coronarica sono più a rischio di sviluppare manifestazioni severe dell’infezione da SARS-CoV-2. Questi pazienti, così come quelli affetti da patologie respiratorie croniche e da insufficienza renale cronica preesistente, hanno, inoltre, una prognosi più sfavorevole.

La Cleveland Clinic ha condotto uno studio con lo scopo di sviluppare un modello statistico che possa stimare il rischio di ospedalizzazione di un paziente affetto da SARS-CoV-2. Lo studio ha portato alla realizzazione di un algoritmo di calcolo (https://riskcalc.org/COVID19Hospitalization/) che, sulla base di dati anagrafici, clinici e anamnestici, permette di quantificare questo rischio. Pur con i limiti intrinsecamente legati agli schematismi tipici degli algoritmi e sottolineando la necessità d’integrare le informazioni presenti nell’algoritmo con le connotazioni cliniche e socioassistenziali peculiari del paziente e non presenti nell’algoritmo, lo strumento può fornire utili indicazioni sul potenziale profilo di rischio del soggetto che ha sviluppato infezione da SARS-CoV-2.

SCENARI DI GESTIONE DOMICILIARE

Anche in occasione di questa seconda ondata pandemica, esiste la necessità di razionalizzare le risorse al fine di poter garantire la giusta assistenza a ogni singolo cittadino in maniera commisurata alla gravità del quadro clinico.

Una corretta gestione del caso fin dalla diagnosi consente di attuare un flusso che abbia il duplice scopo di mettere in sicurezza il paziente e di non affollare in maniera non giustificata gli ospedali e soprattutto le strutture di pronto soccorso.

I Medici di Medicina Generale (MMG) e i Pediatri di Libera Scelta (PLS), grazie alla presenza capillare nel territorio e alla conoscenza diretta della propria popolazione di assistiti, sia in termini sanitari che in termini sociali, devono giocare, in stretta collaborazione con il personale delle USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) e con eventuali unità di assistenza presenti sul territorio, un ruolo cruciale nell’ambito della gestione assistenziale dei malati COVID-19 rispetto ai seguenti aspetti:

• identificazione dei soggetti a rischio di contagio da SARS-CoV-2;
• segnalazione ai dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie locali (ASL) / aziende territoriali sanitarie (ATS), dei casi sospetti nei quali è richiesta l’esecuzione di testdiagnostico. La circolare del 3 novembre 2020 “Indirizzi operativi per l’effettuazione dei test antigenici rapidi da parte dei medici di medicina generale (MMG) e i pediatri di libera scelta (PLS)” dispone l’esecuzione di test diagnostici da parte del MMG o PLS per i propri assistiti. I MMG e PLS, utilizzando le funzionalità del Sistema Tessera Sanitaria, anche attraverso sistemi di interoperabilità, predispongono il referto elettronico relativo al tampone eseguito per ciascun assistito, con l’indicazione dei relativi esiti nonché, nel caso di esito positivo e in via opzionale, dei dati di contatto dell’assistito;
• identificazione delle condizioni abitative e familiari che possono rendere non applicabile l’isolamento domiciliare;
• monitoraggio e gestione domiciliare dei pazienti che non richiedono ospedalizzazione;
• istruzione dei pazienti sull’utilizzo di presidi di monitoraggio a domicilio;
• prescrizione di norme di comportamento e terapie di supporto;
• istituzione di un’alleanza terapeutica con il paziente e con il caregiver;
• identificazione precoce di parametri e/o condizioni cliniche a rischio di evoluzione della malattia con conseguente necessità di ospedalizzazione;
• realizzazione di test diagnostici rapidi per screening di contatto stretto di caso o per riammissione in comunità di contatto stretto di caso e asintomatico secondo le indicazioni della circolare n. 35324 del 30 ottobre 2020 “Test di laboratorio per SARS-CoV-2 e loro uso
in sanità pubblica”;
• identificazione degli assistiti >70 anni e portatori di 3 o più patologie a rischio;
• identificazione degli assistiti portatori di patologia a rischio (ad esempio neoplasia, obesità morbigena, condizioni psichiatriche gravi).

Si ribadisce che, nella gestione di tutte le problematiche soprariportate per ridurre la pressione sulle strutture di pronto soccorso e poter mantenere negli ospedali tutte le attività ordinarie, è opportuno che il personale delle USCA operi in stretta collaborazione fornendo supporto ai MMG e PLS.

Rispetto alle attività sopramenzionate e al ruolo giocato dalle USCA, è opportuno richiamare il Decreto Legge del 9 Marzo 2020 numero 14/20, e più specificatamente l’articolo 8, comma 1, prevede che: “Al fine di consentire al Medico di medicina generale o al Pediatra di libera scelta o al Medico di continuità assistenziale di garantire l’attività assistenziale e ordinaria, le Regioni e le province autonome di Trento e Bolzano istituiscono, entro 10 giorni dall’entrata in vigore del presente decreto presso una sede di continuità assistenziale già esistente, un’unità speciale ogni 50.000 abitanti per la gestione domiciliare dei pazienti affetti da COVID-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero”.

Per i pazienti con malattia lieve, è indicata la sorveglianza domiciliare da parte del MMG, coadiuvato da un membro della famiglia. Una valutazione del contesto sociale (condizioni domiciliari generali, presenza di caregiver) deve, pertanto, essere parte essenziale dell’iniziale valutazione. I pazienti e i membri della famiglia dovranno essere educati in merito all’igiene personale, alle misure di
prevenzione e controllo delle infezioni, e a come correttamente approcciare una persona con infezione da SARS-CoV2 in modo da evitare la diffusione dell’infezione ai contatti. Il MMG o PLS deve anche rilevare la presenza di eventuali fattori che possano rendere il paziente più a rischio di deterioramento e, in particolare, è fondamentale considerare e documentare la presenza di comorbosità.

I pazienti a basso rischio sono definiti dall’assenza di fattori di rischio aumentato (ad esempio patologie neoplastiche o immunodepressione) e sulla base delle seguenti caratteristiche:
• sintomatologia simil-influenzale (ad esempio rinite, tosse senza difficoltà respiratoria, mialgie, cefalea);
• assenza di dispnea e tachipnea (documentando ogni qualvolta possibile la presenza di una SpO2 > 92%);
• febbre £38 °C o >38°C da meno di 72 ore;
• sintomi gastro-enterici (in assenza di disidratazione e/o plurime scariche diarroiche);
• astenia, ageusia / disgeusia / anosmia.

Per rendere omogenea e confrontabile la valutazione iniziale del paziente è, quindi, importante utilizzare uno score che tenga conto della valutazione di diversi parametri vitali. Uno degli score utilizzabili, anche al fine di adottare un comune linguaggio a livello nazionale è il Modified Early Warning Score (MEWS, Tabella 2), il quale ha il pregio di quantificare la gravità del quadro clinico osservato e la sua evoluzione, pur dovendosi tenere in conto eventuali limiti legati, per esempio, alla valutazione dello stato di coscienza in soggetti con preesistente deterioramento neurologico. Il MEWS, in associazione al dato pulsossimetrico a riposo o sotto sforzo, può essere utilizzato oltre che nella valutazione iniziale anche durante il periodo di follow-up.

Tabella 2: Modified Early Warning Score

L’instabilità clinica è correlata all’alterazione dei parametri fisiologici (pressione arteriosa, frequenza cardiaca, frequenza respiratoria, temperatura corporea, livello di coscienza, saturazione di ossigeno) e permette di identificare il rischio di un rapido peggioramento clinico o di morte. Attraverso la scala MEWS, i pazienti vengono stratificati nei seguenti gruppi di rischio:

• rischio basso / stabile (score 0-2);
• rischio medio / instabile (score 3-4);
• rischio alto / critico (score 5).

La valutazione dei parametri al momento della diagnosi di infezione e il monitoraggio quotidiano, anche attraverso approccio telefonico, soprattutto nei pazienti sintomatici lievi è fondamentale poiché circa il 10-15% dei casi lievi progredisce verso forme severe.

MONITORAGGIO DELLA SATURAZIONE DELL’OSSIGENO A DOMICILIO ATTRAVERSO IL PULSOSSIMETRO

L’utilizzo clinico del pulsossimetro è validato da decenni di uso diffuso nelle strutture ospedaliere.In pazienti sani adulti, non fumatori, è considerata normale una saturazione superiore a 95%. Con l’aumentare dell’età, in particolare dopo i 70 anni, la capacità di saturazione ossiemoglobinica si può ridurre e presentare valori al di sotto di 94%, in particolare se concomitano patologie polmonari e/o cardiovascolari. I pazienti affetti da COVID-19 a maggior rischio di mortalità sono quelli che si presentano con livelli più bassi di ossigenazione ematica. La pulsossimetria domiciliare, eventualmente complementata da una valutazione sotto sforzo in casi selezionati (ad esempio con il “test della sedia” o con il “test del cammino”, vedi sotto), fornisce un’informazione medica di cruciale importanza per identificare la cosiddetta “ipossiemia silente”, cioè la condizione clinica caratterizzata da bassi livelli ematici di ossigeno in assenza di significativa sensazione soggettiva di dispnea e di rilevazione di segni di iniziale impegno respiratorio (tachipnea, alitamento delle pinne nasali, utilizzo di muscoli accessori per la respirazione, rientramenti al giugolo, rientramenti intercostali e sottocostali) tipica di COVID-19 e il conseguente rapido peggioramento clinico del paziente. Per converso, valori normali della pulsossimetria forniscono un’informazione affidabile e quantitativa in grado di rendere più sicura la gestione domiciliare. L’utilizzo diffuso del pulsossimetro potrebbe ridurre gli accessi potenzialmente inappropriati ai servizi di pronto soccorso degli ospedali, identificando nel contempo prontamente i pazienti che necessitano di una rapida presa in carico da parte dei servizi sanitari. Rimandando a documenti specifici presenti nella bibliografia riportata al termine di questo documento, si sottolinea la relativamente facile realizzabilità del “test del cammino” (che si effettua facendo camminare l’assistito per un massimo di 6 minuti lungo un percorso senza interruzione di continuità di 30 metri monitorando la saturazione dell’ossigeno) o del “test della sedia” (che consiste nell’utilizzo di una sedia senza braccioli, alta circa 45 cm, appoggiata alla parete: il paziente, senza l’aiuto delle mani e delle braccia, con le gambe aperte all’altezza dei fianchi, deve eseguire in un minuto il maggior numero di ripetizioni alzandosi e sedendosi con gambe piegate a 90 gradi, monitorando la saturazione dell’ossigeno e la frequenza cardiaca mediante un pulsossimetro)
per documentare la presenza di desaturazione sotto sforzo.

Sulla base dell’analisi della letteratura scientifica disponibile ad oggi e sulla base delle caratteristiche tecniche dei saturimetri disponibili in commercio per uso extra-ospedaliero, si ritiene di considerare come valore soglia di sicurezza per un paziente COVID-19 domiciliato il 92% di saturazione dell’ossigeno (SpO2) in aria ambiente. Infatti, valori di saturazione superiori a questo limite hanno una assai bassa probabilità di associarsi a un quadro di polmonite interstiziale grave. Inoltre, il margine medio di accuratezza dei saturimetri commerciali è stimabile nell’ordine di ± 4%. L’insieme di queste considerazioni giustifica la raccomandazione dell’adozione della soglia del 92%, invece del valore del 94% riportato nella classificazione NIH. Nel contesto di valutazione del paziente, si valorizzeranno anche i parametri relativi ad alterazioni marcate della frequenza respiratoria e cardiaca (vedi MEWS riportato sopra).

Le caratteristiche minime richieste per un pulsossimetro da utilizzare in modo affidabile in ambiente extra-ospedaliero sono le seguenti:
• tipologia di dispositivo portatile, con peso e dimensioni contenute;
• adeguato grado di protezione da urti ed infiltrazione di fluidi (classe IPX);
• rilevazione e monitoraggio di frequenza cardiaca saturazione (SpO2);
• idoneo per uso adulto e pediatrico;
• display integrato per la visualizzazione dei parametri rilevati, chiaramente distinguibili;
• funzionamento a batteria (preferibilmente ricaricabile) con elevata autonomia;
• auspicabili algoritmi specifici per una accurata rilevazione del segnale anche in condizioni
difficili (ad esempio interferenze elettriche, movimento, luce, bassa perfusione);
• funzionamento senza materiale di consumo (sensori) dedicato;
• facilmente sanificabile e resistente agli urti;
• preferibile la predisposizione per interfacciamento con dispositivi esterni per trasferimento dati acquisiti tramite protocollo bluetooth o equivalente (utilizzo in protocolli di teleassistenza sulla base dei modelli organizzativi regionali e aziendali);
• marcatura CE come Dispositivo Medico ai sensi della normativa vigente, con classe di rischio non inferiore a IIA.

Il monitoraggio delle condizioni cliniche e della saturazione dell’ossigeno andrà proseguito nel soggetto infettato da SARS-CoV-2 per tutta la durata dell’isolamento domiciliare, in rapporto alle condizioni cliniche e all’organizzazione territoriale. Il paziente dovrà essere istruito sulla necessità di comunicare una variazione dei parametri rispetto al baseline e, in particolare, dovrà comunicare valori di saturazione di ossigeno inferiori al 92%. Qualora venga esclusa la necessità di ospedalizzazione, potrà essere attivata, con tutte le valutazioni prudenziali di fattibilità del caso, la fornitura di ossigenoterapia domiciliare.

Nel caso di aggravamento delle condizioni cliniche, durante la fase di monitoraggio domiciliare, andrà eseguita una rapida e puntuale rivalutazione generale per verificare la necessità di una ospedalizzazione o valutazione specialistica, onde evitare il rischio di ospedalizzazioni tardive. È largamente raccomandabile che, in presenza di adeguata fornitura di dispositivi di protezione individuale (mascherine, tute con cappuccio, guanti, calzari, visiera), i MMG e i PLS, anche integrati nelle USCA, possano garantire una diretta valutazione dell’assistito attraverso l’esecuzione di visite domiciliari.

Una rappresentazione schematica del monitoraggio del soggetto infettato da SARS-CoV-2 e della dinamica possibilità di transizione da paziente a basso rischio a paziente con un quadro in evoluzione peggiorativa tale da richiedere o una modifica della terapia o un riferimento a strutture di pronto soccorso è delineato nello schema sotto-riportato.


PRINCIPI DI GESTIONE DELLA TERAPIA FARMACOLOGICA

Le presenti raccomandazioni si riferiscono alla gestione farmacologica in ambito domiciliare dei casi
lievi di COVID-19 e si applicano sia ai casi confermati, sia a quelli probabili, secondo la definizione
WHO sotto riportata (7/08/2020):
• caso confermato: un caso con una conferma di laboratorio per infezione da SARS-CoV-2, indipendentemente dai segni e dai sintomi clinici;
• caso probabile: un caso che presenta criteri clinici compatibili con COVID-19 e abbia avuto un contatto probabile o confermato con un caso certo; un caso sospetto con imaging del torace suggestivo per COVID-19 (da realizzarsi al meglio in hotspot territoriali dedicati o già esistenti o da crearsi allo scopo ove inviare i pazienti per accertamenti radiologici ed esami di primo livello per evitare per quanto possibile il ricorso a strutture sanitarie di pronto soccorso); un caso con recente insorgenza di anosmia o ageusia non altrimenti spiegabile.

Per caso lieve si intende: presenza di sintomi come febbre (>37.5°C), malessere, tosse, faringodinia, congestione nasale, cefalea, mialgie, diarrea, anosmia, disgeusia, in assenza di dispnea, disidratazione, alterazione dello stato di coscienza. Occorre sottolineare che i soggetti anziani e quelli immunodepressi possono presentare sintomi atipici e quindi vanno valutati con particolare attenzione e cautela. Inoltre, come già ribadito, i soggetti ad alto rischio di progressione, necessitano di una valutazione specifica sulla base dei rispettivi fattori di rischio individuali.

In linea generale, per soggetti con queste caratteristiche cliniche non è indicata alcuna terapia al di fuori di una eventuale terapia sintomatica di supporto.

In particolare, nei soggetti a domicilio asintomatici o paucisintomatici, sulla base delle informazioni e dei dati attualmente disponibili, si forniscono le seguenti indicazioni di gestione clinica:

• vigile attesa;
• misurazione periodica della saturazione dell’ossigeno tramite pulsossimetria;
• trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo);
• appropriate idratazione e nutrizione;
• non modificare terapie croniche in atto per altre patologie (es. terapie antiipertensive, ipolipemizzanti, anticoagulanti o antiaggreganti), in quanto si rischierebbe di provocare aggravamenti di condizioni preesistenti;
• i soggetti in trattamento immunosoppressivo cronico in ragione di un precedente trapianto di organo solido piuttosto che per malattie a patogenesi immunomediata, potranno proseguire il trattamento farmacologico in corso a meno di diversa indicazione da parte dello specialista curante;
• non utilizzare routinariamente corticosteroidi;
• l’uso dei corticosteroidi è raccomandato nei soggetti con malattia COVID-19 grave che necessitano di supplementazione di ossigeno. L’impiego di tali farmaci a domicilio può essere considerato solo in quei pazienti il cui quadro clinico non migliora entro le 72 ore, in presenza di un peggioramento dei parametri pulsossimetrici che richieda l’ossigenoterapia;
non utilizzare eparina. L’uso di tale farmaco è indicato solo nei soggetti immobilizzati per l’infezione in atto;
non utilizzare antibiotici. Il loro eventuale uso è da riservare solo in presenza di sintomatologia febbrile persistente per oltre 72 ore o ogni qualvolta in cui il quadro clinico ponga il fondato sospetto di una sovrapposizione batterica, o, infine, quando l’infezione batterica è dimostrata da un esame microbiologico;
non utilizzare idrossiclorochina la cui efficacia non è stata confermata in nessuno degli studi clinici controllati fino ad ora condotti;
non somministrare farmaci mediante aerosol se in isolamento con altri conviventi per il rischio di diffusione del virus nell’ambiente.

Non esistono, ad oggi, evidenze solide e incontrovertibili (ovvero derivanti da studi clinici controllati) di efficacia di supplementi vitaminici e integratori alimentari (ad esempio vitamine, inclusa vitamina D, lattoferrina, quercitina), il cui utilizzo per questa indicazione non è, quindi,
raccomandato.

Per una più completa valutazione delle diverse categorie di farmaci da utilizzare nelle diverse fasi della malattia in relazione alle prove di efficacia disponibili, si fornisce di seguito una panoramica generale delle linee di indirizzo AIFA sulle principali categorie di farmaci. Le raccomandazioni fornite riflettono la letteratura e le indicazioni esistenti. Si basano anche sulle Schede Informative AIFA che sono aggiornate in relazione alla rapida evoluzione delle evidenze scientifiche