Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 19 ottobre 2017

Banca d'Italia . la Commissione Parlamentare al Servizio del Sistema mafioso massonico politico tutti a proteggere Ignazio Visco il controllore che non ha controllato, questi erano gli ordini

IGNAZIO VISCO, IL SUPERMAGISTRATO. Ha pure il “segreto d’ufficio” verso il Parlamento.

Maurizio Blondet 19 ottobre 2017

Non ho alcuna voglia di spendere sforzi d’intelligenza su Ignazio Visco, il governatore di Bankitalia “attaccato da Renzi”. Sarà sicuramente riconfermato. Abbiamo visto quanti difensori ha: da Mattarella a Napolitano, da Padoan a Draghi a Ferruccio De Bortoli, financo Scalfari che di solito sta con Renzi, stavolta ha consigliato Renzi di farsi visitare da uno psichiatra. La Cupola al completo. Ovviamente il Nano che ha insegnato il Bidet agli arabi s’è subito accodato alla Cupola, come ha fatto sempre. “Da Via Nazionale hanno notato che Forza Italia ha smesso di attaccare il governatore e ora lo sostiene”. Notano con soddisfazione: i voti di Nano-Bidet per la riconferma sono sicuri.

E’ solo per rendere noto che adesso l’Italia ha un altro altissimo magistrato: non solo impunibile, non-giudicabile (come il Capo dello Stato), e non chiamato a rispondere in sede civile dei danni che compie come da noi i membri dell’ordine giudiziario, ma superiore al Parlamento.

Il governatore di Bankitalia è infatti “andato in Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche e ha incontrato il presidente, Pier Ferdinando Casini, e i vicepresidenti, Mauro Maria Marino e Renato Brunetta”, esordisce il Corriere.

Il quale sorvola – più precisamente tace – sul fatto che la riunione è stata a porte chiuse, e senza invitare l’opposizione, in questo caso il 5 Stelle.

Riprendiamo il Corriere: “Tonico e determinato» il governatore ha consegnato l’elenco dei documenti, circa 4.200 pagine, che Banca d’Italia metterà a disposizione della commissione, relativi a sette crisi bancarie: le due banche venete, il Monte dei Paschi di Siena e le 4 banche poste in risoluzione due anni fa (Etruria, Ferrara, Chieti e Marche). Documenti che però non sono immediatamente a disposizione dei commissari. Prima, infatti, il servizio legale della banca centrale dovrà indicare tutti quelli coperti da segreto d’ufficio”.

Le banche che Bankitalia controlla sono proprietarie del controllante

Dunque apprendiamo che il governatore di Bankitalia ha, fra le altre prerogative, anche quella del Magistrato del potere giudiziario: possiede il “segreto d’ufficio”. Può negare documenti alla commissione d’inchiesta, ossia al Parlamento. E’ evidente la superiorità del Governatore rispetto non solo al Potere Esecutivo (governo), ma al Potere Legislativo,ossi (in teoria) al popolo italiano, ai suoi rappresentanti.

E non ha fornito i documenti, ma “l’elenco” dei documenti.

Una volta selezionati con comodo tra i 4200 documenti quelli che ritiene a suo insindacabile giudizio da sottrarre alla conoscenza dei rappresentanti del popolo, indegni di conoscere tutta la verità (infatti a che servono le Commissioni d’inchiesta riunite a nome del popolo sovrano?) , “a quel punto i membri della commissione parlamentare riceveranno una chiavetta informatica con tutti i documenti, ma che avrà diversi livelli d’accesso, per proteggere quelli classificati che, se divulgati, comportano responsabilità penali. I vertici della commissione e la Banca d’Italia assicurano che tra pochi giorni la chiavetta sarà disponibile”.

Per la Cupola, tutto ciò è normale. E’ così che la Cupola agisce.

Riporto dal Giornale la protesta del 5 Stelle:

“Ma cosa va a fare Ignazio Visco, in via informale e a porte chiuse, dal presidente della Commissione d’inchiesta sulle banche Casini e alla presenza esclusiva dei due vicepresidenti? Siamo di fronte a comportamenti non solo irrituali, ma istituzionalmente gravissimi. Soprattutto alla luce del momento e considerato il fatto che il governatore di Bankitalia sarà audito a breve dalla bicamerale”, denunciano i 5 Stelle componenti dell’organismo bicamerale. “Perché Visco si consulta con Casini, Marino e Brunetta? Non possiamo nemmeno accettare l’indiscrezione per cui si tratterebbe solo di un colloquio preparatorio in che senso lo sarebbe, eventualmente? Stanno rivedendo il copione dell’audizione? Già abbiamo spiegato perché la commissione è una farsa. Non vorremmo che si trasformasse anche in un teatro delle ombre con testimonianze precotte o pilotate da apparecchiare in favore della pubblica opinione ignara. Siamo di fronte ad abusi che calpestano le istituzioni, una conduzione dei lavori irresponsabile, scandalosa, senza precedenti”.

Il saccheggio degli ultimi risparmi italiani potrà continuare indisturbato.

 .

Solo 110 miliardi?

Xi Jinping proietta la Cina per i prossimi anni

Cina, la «nuova era» secondo Xi

–Rita Fatiguso 
Giovedí 19 Ottobre 2017

pechino

L’udienza della Great Hall of People era ben più ampia di quella di un “semplice” Plenum, di certo inferiore dell’annuale Plenaria del Parlamento. Ma il segretario generale del Partito comunista cinese Xi Jinping, in grande forma, ha parlato per oltre tre ore di fila illustrando al 19esimo Congresso del Partito la rotta della Cina non solo per i prossimi cinque, bensì, in buona sostanza, per i prossimi trenta.

Il discorso è proprio il Work Report del Congresso, un documento lungo 65 pagine, che sarà votato al termine dei lavori dell’Assise e la cui bussola è «la costruzione di una società moderatamente prospera tesa al grande successo del socialismo con caratteristiche cinesi in una Nuova Era».

Grazie a quest’ultima frase, il core leader Xi Jinping ha ipotecato un posto d’onore nell’Olimpo dei Padri della Patria cinesi, molto probabilmente il concetto finirà negli emendamenti della Costituzione in programma, a sintetizzare il pensiero del leader frutto di un laborioso compromesso tra fazioni opposte, cinque anni dopo visibilmente rafforzato, sì, ma di quanto? Sarà il Congresso a dirlo.

Xi si ritrova alle prese con una Cina molto diversa da quella di Deng Xiaoping, l’ultimo grande leader cinese, più sviluppata e potente, tuttavia ancora costretta a sottrarre dalla povertà altri 30 milioni di persone garantendo, al contempo, la felicità che spetta al cinese medio.

Però Xi ha ben chiaro le cose da fare in un’economia che stenta a riprendere quota. Intanto, imprescindibile è l’utilizzo del pugno di ferro contro la corruzione, un suo asset strategico, molte pagine del Work Report sono dedicate alla disciplina di partito, in serbo, su questo fronte, ci sono novità. Oggi il Congresso della provincia dello Shanxi apre le porte ai media per spiegare la bontà di un esperimento pilota varato qualche mese fa per trasferire a livello locale la lotta ai corrotti grazie alla nascita di apposite strutture ispettive territoriali. È così anche a Pechino e nello Zheijiang. Ma lo Shanxi, tre anni fa, è stato l’epicentro di un vero terremoto politico, nella rete cadde perfino Ling Zhengce, fratello del braccio destro di Hu Jintao, Ling Jihua, e fu l’inizio della catastrofe per una cordata potentissima, un evento di cui ancora oggi si avvertono le cicatrici.

Il Report decreta, da un lato, l’abolizione della pratica dello shuanggui, la detenzione dei componenti del partito sospettati di atti illeciti, dall’altro stabilisce la nascita di Commissioni locali per l’anticorruzione, autonome ma tenute a riportare i fatti al National People Congress, e i cui vertici sono pur sempre nominati dal Governo locale.

Anche per questo non ci sono trionfalismi nel discorso di Xi, su questo fronte della moralizzazione c’è molto da fare, ma se si lascia il terreno dell’economia passando a quello della politica, il discorso rivela tracce di nazionalismo, quel senso della Nazione cinese del tutto assente nei Work Report delle Plenarie del Parlamento.

Il capitolo più forte è, infatti, quello relativo al progetto di reunification, di riunificazione della Cina. Per il core leader Xi Jinping «il sangue è più denso dell’acqua» ed è tempo che Hong Kong e Macao ma, soprattutto, Taiwan, si riunifichino con la Cina, fratelli e sorelle è tempo che tornino insieme, ripudiando qualsiasi forma di indipendentismo. La solidità della nazione cinese viene concepita, forse per la prima volta, come cardine dell’azione sul fronte interno. Nei prossimi mesi è certo che bisognerà guardare con attenzione alle mosse di Pechino su questo versante, proprio perché è probabile che la Provincia ribelle dia molto filo da torcere.

Il Work Report è un piano di lavoro a immagine e somiglianza di Xi, che dovrà essere affidato, per la realizzazione, a uomini di sua scelta. La presa d’atto che la Cina di oggi non è più quella di Deng Xiaoping è la base, il fondamento, della leadership di Xi, un leader alle prese con una Cina economicamente afflitta da nuovi problemi, in bilico tra aperture e chiusure rispetto alla globalizzazione. Ma, senza fedelissimi in grado di applicare queste linee guida, il sogno di Xi e quello della Cina avranno un orizzonte limitato.

Siria - i mercenari dell'Isis pagati dagli statunitensi e dai sionisti ebrei sono stati messi a riposo, serviranno per attizzare la Strategia del Caos&della Paura

RAQQA CADUTA? LALLERO!


(di Andrea Cucco)
18/10/17 

La notizia del cambio di gestione di Raqqa fa il giro del mondo e ringagliardisce tutti i media che nell'ultimo anno sono rimasti delusi per la non-sconfitta di un popolo, quello siriano, che per sei anni ha resistito ad un lunghissimo assedio. Assassini senza parvenza di umanità sono stati definiti “ribelli democratici” per anni: l'escamotage quando anche mentire era davvero troppo difficile è stato creare una differenza fra siriani buoni (FSA, SDF...) e cattivi, l'ISIS appunto.

Lo abbiamo sottolineato già molto tempo addietro (v.articolo): il cambio di casacca sul campo serve solo al pubblico disattento, alle pecorelle smarrite accompagnate al pascolo da lupi senza scrupoli.

Di siriani, come abbiamo scoperto e testimoniato nei nostri vari reportage (sul campo!) ce ne sono sempre stati assai pochi.

Il terrore ora si diffonde tra i Paesi che hanno addestrato, finanziato, fornito e rifornito i terroristi più spietati. Quelli che, nei programmi, sarebbero dovuti andare a far danno a casa d'altri...

Già, perché i capi dell'ISIS al corrente della regia dietro le quinte - o “in missione” - o sono stati congedati con (probabilmente) un nuovo passaporto ed una vacanza, in attesa di tempi migliori, o liquidati con una JDAM sulla testa. Il problema, come avviene da anni sono gli allocchi reclutati per la messinscena: quelli che si sono pirandellianamente immedesimati nella parte. Da tempo non ci stanno ad essere stati presi in giro e, di ritorno al Paese di origine, tendono a prendersela con il gregge di appartenenza e non con i mandanti.

Ma cosa accade ora in Siria?

La partita, eliminato il brand “ISIS”, si complica non poco per alcuni attori in campo. Primi fra tutti gli USA che, con truppe a terra al fianco delle Forze Democratiche Siriane (dove avevamo già sentito il termine “democratico”...?) e di quelle curde, si trovano in grave imbarazzo per lo stallo creato dall'appoggio fornito a questi ultimi.

I comandanti militari curdi da anni non nascondono minimamente le velleità indipendentiste. Coerentemente hanno combattuto l'ISIS sapendo bene quale ne fosse l'origine ed ammassando armi per affrontare quello che accadrà a breve: il tutti contro tutti.

La Turchia non accetterà mai uno Stato curdo perché metterebbe a rischio la propria integrità territoriale. L'Iraq sta già inviando da giorni truppe a nord per affrontare quello che da quelle parti non si potrà di certo risolvere “alla catalana”.

Tutti i succitati attori in crisi sono formalmente (o sostanzialmente) alleati degli Stati Uniti.

La speranza risiede ora nel nuovo presidente americano Trump e nella sua politica inversa ed opposta a quella profeticamente degna di premio Nobel (!) del predecessore.

Fortuna che noi italiani non abbiamo uomini nell'area.

(immagine: FOX News)

Immigrazione di Rimpiazzo - Uno stato non può tollerare che sul suo territorio ci siano 500.000 persone che possono girare liberamente senza essere individuati, è un esercito in libertà se si unisse


Centri di accoglienza che diventano hotel: gli immigrati fanno quel che vogliono

-18 ottobre 2017

Milano, 18 ott – Parlano di integrazione e di accoglienza diffusa ma nessuno controlla le porte girevoli dei centri pubblici e privati sparsi in tutta italia da dove gli immigrati entrano ed escono quando vogliono. Mezzo milione di clandestini senza alcun permesso di soggiorno vagano per le strade di città e paesi, sprovvisti di documenti, senza un lavoro, senza una casa. Dormono nei giardini pubblici, occupano edifici dismessi, sopravvivono di elemosine o di espedienti e spesso salgono sui treni alla ricerca di uno sbocco impossibile in Austria o in Francia, dove le frontiere, a differenza delle nostre, sono ermeticamente sbarrate.

I dati sono quelli della fondazione Ismu, un ente indipendente che monitora i flussi immigratori e che stanno per essere acquisiti dalla Commissione parlamentare che si occupa di degrado e periferie. La situazione è allarmante al punto che fa dire al più convinto assertore della libera immigrazione, l’assessore milanese Pierfrancesco Majorino, ideatore ed organizzatore della marcia pro immigrati: “Non vedo interventi su chi non ha un permesso di soggiorno, non vengono rimpatriati e finiscono per strada”.

In effetti a Milano, almeno una volta alla settimana la Questura deve organizzare blitz alla stazione Centrale per allontanare le centinaia di migranti che bivaccano senza meta nei dintorni. Spesso aggrediscono i viaggiatori e persino i poliziotti. Il ministero dell’Interno ha appena varato il Piano Nazionale per l’integrazione che prevede l’accoglienza diffusa su tutto il territorio degli immigrati.

I beneficiari di protezione internazionale sono attualmente 74.853 cui il governo vuole offrire percorsi agevolati di accesso agli alloggi pubblici, corsi obbligatori di lingua, di apprendistato e di socializzazione. Una goccia nel mare del fenomeno immigratorio che ha visto entrare in Italia, dal 2014 ad oggi, quasi settecentomila persone. Tutti immigrati che venivano regolarmente ospitati nei Cara, centri di accoglienza gestiti direttamente dallo Stato o nei Cas, centri di accoglienza temporanea di cooperative o di privati.

Ebbene, la maggior parte di questi, come dimostrano le cifre ministeriali sui migranti effettivamente in carico, hanno abbandonato i centri di prima accoglienza quasi subito infoltendo la massa di disperati senza volto e senza nome che ruota attorno alle principali città come Roma, Milano, Torino.

Molti immigrati clandestini, aiutati dai centri sociali o da gruppi anarchici, hanno occupato interi quartieri come il Villaggio Olimpico di Torino dove è pericoloso avventurarsi all’interno persino per le forze di polizia. A Roma sarebbero un centinaio i palazzi occupati abusivamente, in gran parte da immigrati e da nomadi, mentre a Milano è stato calcolato che gli alloggi in mano agli abusivi sarebbero circa 3500 secondo le ultime rilevazioni del presidente di Aler Angelo Sala.

L’immigrazione, secondo il ministro dell’Interno Minniti, è diminuita negli ultimi due mesi del 25 per cento, grazie alle nuove regolamentazioni per le Ong e grazie all’attività di contrasto della guardia costiera libica. I report ministeriali non tengono però nel conto le migliaia di immigrati tunisini ed algerini che sbarcano indisturbati, quasi quotidianamente, sulle nostre coste con mezzi propri, barche a vela, motoscafi o pescherecci.

Sono gli stessi che poi ingrossano le fila degli “invisibili”, immigrati senza volto né nome che sono fuggiti dai centri di accoglienza dove i controlli sono inesistenti o poco efficaci come a Mineo, dove basta un buco nella recinzione per superare gli sbarramenti dei pochi militari di vigilanza. Al fenomeno ormai senza controllo dell’immigrazione di massa, si aggiunge ora il pericolo dell’arrivo di ex galeotti tunisini liberati da un’amnistia e dei foreign fighters, i combattenti dell’Isis in fuga da Siria ed Iraq dopo l’offensiva degli eserciti regolari appoggiati da americani e russi.

Porcellum ter - lo vuole Salvini, Berlusconi, Renzi, Alfano, una truffa alla democrazia e agli italiani

[La polemica] La legge elettorale è una pericolosissima roulette russa e vi spiego perché

Il premio di maggioranza andrà ad una minoranza e gli effetti sono imprevedibili. Non solo, l'elettore vota il suo candidato senza essere informato che questi potrà essere eletto nel collegio dove ha preso meno voti

Il momento dell'approvazione del Rosatellum, nuova e discussa legge elettorale

17 ottobre 2017

Non è solo una legge tarocca, è anche una legge-roulette, con un non-premio di maggioranza occulto che potrebbe finire a uno qualsiasi dei tre Poli in competizione (più probabilmente al centrodestra, e tra poco vedremo perché). 

Lex verdininiana

È passata quasi una settimana dall’approvazione (solo alla Camera, per ora) della riforma elettorale. Ma sale il numero dei critici e degli scettici che sollevano obiezioni di contenuto su alcuni meccanismi ingannevoli del cosiddetto Rosatellum Bis. Una legge che - mi ha detto un dirigente del centrodestra - “porta il nome del capogruppo del Pd, ma è stata immaginata da Denis Verdini”. Se così fosse, bisogna dire che si vede, perché c’è qualcosa di sulfureo e splendidamente diabolico nel meccanismo illusionistico che è stato immaginato, una sorta di “maggioritario psicologico” per gabolare gli elettori: da un lato finti collegi dove si corre con altri quattro paracadute (che l’elettore non conosce) per far credere ai cittadini che con quel voto si possa eleggere direttamente qualcuno. Dall’altro liste civetta e apparentamenti strategici per raccattare voti, nel proporzionale, rastrellando consensi che non arrivano al quorum. Vero è che il meccanismo delle liste bloccate e sottratte a qualsiasi controllo degli elettori nasce con le legge elettorali regionali toscane di cui Verdini è padre Costituente. Da quei testi, il principio è migrato nel Porcellum e nell’Italicum (bocciati dalla Corte Costituzionale) e nel Tedescum (bocciato prima dell’estate dagli elettori. Imperterriti, e per la terza volta, gli uomini dell’inciucio lo ripropongono, certi che a loro sia più comodo di qualsiasi altro sistem. Come dargli torto? 
Voto camuffato

Gustavo Zagrebelsky su La Repubblica ha posto l’accento su un tema che a me appare decisivo. La legge non va giudicata solo su chi favorisce e come da punto di vista dei partiti, ma (prima di tutto) per per chi sfavorisce dal punto di vista della Costituzione: i cittadini. Il Rosatellum è fatto apposta per sottrarre la sovranità agli elettori. “Una legge deve essere considerata soprattutto dalla parte degli elettori, i cui diritti - scrive Zagrebelsky - sono sottovalutati, per non dire ignorati”. E aggiunge: “I cittadini sono trattati come pedine di un gioco nelle mani di chi sta sopra la loro testa”. Il primo nodo, la chiarezza che l’elettore deve avere nel capire come funziona il gioco è giustamente il punto di partenza: “Si deve sapere - scrive l’ex presidente della Corte - quale è il valore del proprio voto, cioè come verrà utilizzato nel procedimento che parte da lui e che si conclude con l’assegnazione dei seggi”. Spiega, preoccupato, Zagrebelsky: “C' è un limite che sarebbe bene non superare per evitare che i cittadini, quando vanno a votare, non sappiano quello che fanno, che siano marionette mosse da fili che nemmeno riescono a vedere e a comprendere”. Esagerazione? “Si vada - aggiunge Zagrebelsky - agli articoli 77, 83 e 83 bis della legge ora approvata dalla Camera e si dica se si capisce qualcosa circa il computo e la valenza del voto per l' elezione dei candidati nelle due quote previste, la quota uninominale e quella proporzionale.

Studiare prima di votare: al cittadino si chiede troppo

Il legislatore si è reso conto della perversione e ha pensato due cose. La prima - osserva il Costituzionalista - è di affiancare ‘esperti’ agli organi cui spettano lo scrutinio e la proclamazione dei risultati e degli eletti (questa, per la verità, non è cosa nuova, ma una conferma che sul legislatore elettorale le complicazioni esercitano un' irresistibile forza attrattiva). La seconda è di scrivere sulla scheda elettorale le ‘istruzioni per l' uso’. Così l'elettore, ricevuta la scheda, dovrebbe studiare prima di votare. Se ha dei dubbi, forse potrebbe interpellare il presidente del seggio. Il presidente del seggio, eventualmente, potrebbe voler sentire qualche parere, perché si tratta di cose importanti. Basta immaginare che cosa potrebbe accadere per rendersi conto della ridicolaggine o, se si vuole, della presa in giro. Molti - aggiunge sconsolato Zagrebelsky - saranno scoraggiati dall'andare a votare, più di quanti già siano”. 

Un voto per due

Ma c’è un altro tema che per l’ex presidente della Corte appare (giustamente) quasi scandaloso: “Ancora dal punto di vista dei diritti dell' elettore, un punto critico della legge è il voto unico che vale per due fini diversi. Il sistema elettorale - analizza ancora Zagrebelsky - è congegnato in modo tale da sommare una parte di eletti con un sistema uninominale maggioritario (il 36 per cento) con un' altra parte di eletti secondo un sistema proporzionale di lista (il 64 per cento). Per questa seconda parte, le liste dei candidati sono prestabilite dai partiti e sono bloccate, non esistendo il voto di preferenza. Qui s' innesta la polemica sui ‘nominati’, che continueranno a prosperare per i due terzi o, dicono alcuni, per il cento per cento, posto che anche i candidati nei collegi uninominali saranno necessariamente indicati dai partiti”. Ed ecco il problema che si crea: “il meccanismo per cui l'elettore è chiamato a esprimere il suo unico voto per scegliere il candidato nel collegio uninominale - aggiunge il Costituzionalista - e quel suo voto è calcolato anche per eleggere i candidati nelle liste proporzionali a lui collegate. Uninominale e proporzionale sono due sistemi basati su logiche addirittura opposte. Mescolarli significa di per sé fare confusione e adulterare artificiosamente la rappresentanza che può essere concepita o nell' un modo o nell'altro, ma non e nell'uno e nell'altro: le idee di giustizia elettorale sono incompatibili. Come può lo stesso voto -.si chiede Zagrebelsky - valere la prima volta per un sistema e la seconda per il sistema opposto?”. Paolo Mieli a Piazza Pulita ha addirittura definito il Rosatellum “Una legge “Criminale”. Massimo Cacciari “Una legge ignobile fatta solo per fermare i grillini”. E ha detto, caustico: «Sbaglierò io, sono pronto a inchinarmi davanti ai grandi strateghi della politica, ma mi sembra che Renzi stavolta si sia bevuto il cervello...». Eugenio Scalfari, in controtendenza su tutti ha difeso il Rosatellum così, nel suo editoriale della domenica: “È una legge che può essere ampiamente discussa nelle sue modalità ma non è ripugnante, forse potrebbe essere migliore ma nelle circostanze pressanti in cui ha dovuto essere varata non credo - conclude il fondatore di La Repubblica - che ci fossero molte alternative”.
Esercizio muscolare

Peró un altro Costituzionalista di rango, Michele Ainis, su La Repubblica si è soffermato sul cortocircuito tra il contento della legge è il modo in cui è stata approvata: “C'è un esercizio muscolare, c' è un sopruso degli uni verso gli altri, e siamo noi, gli altri. Perché quando viene confiscata la libertà del Parlamento - osserva Ainis - ne soffre la libertà di tutti i cittadini. E perché le forzature nel metodo si riflettono sul merito, sui contenuti della nuova disciplina elettorale, impedendo di correggerne quantomeno le storture più vistose. Il voto disgiunto, per esempio, che il Rosatellum nega agli elettori. O le pluricandidature, che suonano come un pluringanno. Ma l'inganno è già nella parola con cui è stato sottomesso il Parlamento: fiducia. «Sta' attento a chi darai fiducia due volte», diceva García Márquez. Il governo Gentiloni - sentenzia Ainis - l' ha chiesta per tre volte”. 
Il paradosso del (Non) maggioritario

Ma in queste ore hanno iniziato a circolare molte simulazioni su come funziona il meccanismo dei collegi (chiamiamoli così) “uninominali-plurinominali” (è una condizione paradossale, lo so), visto che ogni candidato potrà correre contemporaneamente in altro quattro collegi. L’elettore, dunque, vota il suo candidato senza essere informato che questi potrà essere eletto altrove. In caso di elezione multipla, il multicandidato, paradossalmente, viene costretto (da un meccanismo di funzionamento automatico della legge) ad optare nel collegio dove ha preso meno voti. Ma gli stessi collegi è il modo in cui sono immaginati da questa legge, aprono altri problemi. Nel vecchio sistema misto, il Mattarellum erano previsti due voti, due schede (e quindi la possibilità del cosiddetto voto disgiunto) ed era previsto - soprattutto - un meccanismo di equilibrio, il cosiddetto “scorporo”. Consisteva nella sottrazione dal conteggio dei voti totali di una lista (nella parte proporzionale) dei voti ottenuti dai candidati collegati alla stessa lista che erano eletti nei collegi uninominali. In questo modo - questa l’idea della legge voluta da Mattarella - nessuno poteva stravincere in “maniera irrazionale”, magari perché aveva i voti distribuii in modo disomogeneo. Se vincevi molto collegi prendevi meno eletti nel proporzionale e viceversa. Di questo meccanismo conosce bene gli effetti Giorgio Napolitano, che rimase fuori dal parlamento perché era capolista nel proporzionale in una tornata in cui la sua coalizione aveva fatto piazza pulita dei collegi campani. Spiacevole per lui, certo, ma il futuro presidente non si era lamentato, perché era scattato una sorta di Abs elettorale, che impediva eccessi, squilibri e sbandate: sotto l’effetto di questo ammortizzatore, non veniva mai meno la rappresentanza di una forza importante in un territorio o in una regione. 

Il premio di maggioranza che rientra dalla finestra

Adesso non c’è nessuno congegno di equilibrio, e c’è quella strana dicotomia di maggioritario e proporzionale: “Con l'attribuzione dei resti, cioè dei voti ottenuti da partiti che non hanno superato la soglia di sbarramento sul proporzionale - ha scritto il direttore di La Verità Maurizio Belpietro - la coalizione di Berlusconi, Salvini e Meloni potrebbe salire al 40%. E fin qui siamo al proporzionale puro. Ma poi c' è la parte maggioritaria, con i collegi uninominali. Siccome il voto è uno solo, il 40% consentirebbe ai candidati di centrodestra di vincere con percentuali bulgare, vicine al 75-80%, anche nei collegi”. Possibile? Questo dicono le simulazioni di cui è venuto a conoscenza Belpietro. Ma chiunque godesse di questo effetto (80% dei collegi con il 40% dei voti) non farebbe un buon servizio alla democrazia (cioè alla volontà degli elettori). Si tratta di un meccanismo di roulette russa che non a caso non piace a Giorgia Meloni, che pure di quel centrodestra fa parte: “trovo grave scegliere un sistema, piuttosto che un altro - ha detto la presidente di Fratelli d’Italia - partendo da un criterio di convenienza politica”. Ma soprattutto: con questo escamotage, l’ennesimo del Rosatellum, rientra dalla finestra quelli che la porta aveva buttato fuori dalla porta, cioè il premio di maggioranza a una minoranza. Questo - forse - perché Renzi preferisce il criterio della scommessa e della roulette russa (meglio un meccanismo sbagliato in cui ho almeno una possibilità di vincere) che uno rappresentativo (meglio un meccanismo in cui si può vincere se si raggiunge effettivamente una maggioranza). È bello giocare al Casinò quando si hanno le fiches sul tavolo verde. È molto inopportuno trasformare la democrazia in un azzardo

mercoledì 18 ottobre 2017

Mauro Bottarelli - calma piatta prima della tempesta

SPY FINANZA/ Sui mercati è la calma piatta prima della tempesta

Nonostante una situazione politica globale tutt’altro che tranquilla, sui mercati sembra esserci calma piatta, con gli indici in continua ascesa. Il commento di MAURO BOTTARELLI

18 OTTOBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Il governo spagnolo ha abbassato le stime di crescita economica del Paese per il 2018 dal 2,6% al 2,3% attribuendone la causa all'incertezza politica venutasi a creare in Catalogna. L'obiettivo ridotto appare nel bilancio che il governo conservatore spagnolo ha consegnato ieri alle autorità europee, al quale l'Associated Press ha avuto accesso. Nel piano, le autorità spagnole prevedono anche un deficit del 2,3%, lo 0,1% più alto di quanto stimato in precedenza. Il governo attribuisce le ragioni delle variazioni a un rallentamento del ciclo economico globale e alla diminuzione dei consumi interni dovuti in gran parte alla crisi catalana. 

Il ministro dell'Economia, Luis de Guindos, aveva ventilato la scorsa settimana che il governo stava considerando di abbassare le stime di crescita per il prossimo anno nel caso in cui il conflitto tra Madrid e Barcellona non si fosse risolto. Ora, la crisi catalana è nata formalmente oltre 3 anni fa, ma sfido chiunque ad averne sentito l'eco prima del 1 ottobre scorso: vale un allarme simile sull'economia spagnola, stante che fino a prova contraria ce l'hanno spacciata - fino all'altro giorno - come l'esempio virtuoso delle riforme? Difficile crederlo. Madrid, poi, parla di "rallentamento del ciclo economico globale"? Ma come, non eravamo tutti quanti usciti dal tunnel della crisi, trascinati da Borse che sfondano un record al giorno? A cosa fanno riferimento i conti di Madrid? Non è che, furbescamente, si cerca di anticipare il nuovo corso europeo? Ovvero, una Germania più dura sui conti ma, soprattutto, una Bce meno onnivora sul mercato? Il dubbio è legittimo. 

E che dire del Def italiano? Al netto che al suo interno di realmente strutturale non c'è nulla, come mai tanta quiete da parte di Padoan e del governo? Ieri è stata la giornata di presentazione dei conti reali e tutto pareva ammantato di miele: niente lacrime e sangue, niente conflitto con l'Europa. Di fatto, anche le minacce di sciopero generale della Cgil sono state respinte con un quasi colloquiale e irrituale "ma che manovra ha visto?" rivolto dal ministro delle Finanze a Susanna Camusso. C'è troppa accondiscendenza nell'aria dell'Europa. E c'è un Draghi silente come mai. 

Certo, parlare prima del board del 25-26 ottobre potrebbe essere un azzardo, ma il dato che impressiona è che nessuno dei vertici dell'Eurotower stia fiatando, nemmeno i "falchi" dell'opposizione alla linea di allentamento monetario. Leggi, la Bundesbank. E la famosa cena fra Jean-Claude Juncker e Theresa May di lunedì sera sul Brexit, quali novità ha portato? Nulla. In compenso, fioccano report negativi come saltano fuori funghi in un bosco dopo il temporale. Avete notato: fino a prima dell'estate il Brexit sembrava l'uovo di Colombo, di colpo pare una delle sette piaghe d'Egitto. L'ultimo avviso in tal senso è arrivato proprio ieri. L'economia britannica si è indebolita dopo il voto che ha sancito la decisione di lasciare l'Unione europea: mantenere stretti legami col blocco e implementare politiche per sostenere la produttività sarà cruciale per mantenere in futuro l'attuale tenore di vita. È quanto sostiene il nuovo report sulla situazione economica del Regno Unito realizzato dall'Ocse, che prende in considerazione gli sviluppi della situazione dal giugno 2016 e sottolinea le crescenti incertezze e i rischi legati alla Brexit. 

«Il Regno Unito sta affrontando tempi sfidanti, con la Brexit che crea serie incertezze a livello economico e che potrebbe soffocare la crescita negli anni a venire», ha commentato il segretario dell'organizzazione, Ángel Gurría, presentando la ricerca insieme al cancelliere dello scacchiere, Philip Hammond. «Mantenere relazioni economiche più strette possibili con l'Unione europea sarà assolutamente una chiave, per il commercio di beni e servizi così come per la circolazione dei lavoratori - ha proseguito Gurría -. La politica macroeconomica e fiscale può e dovrebbe continuare a essere usata a supporto dell'economia, sia durante che dopo i negoziati per l'uscita. La prosperità futura dipenderà da nuove riforme mirate a migliorare la qualità del lavoro, sostenere la produttività e assicurare che i benefici siano condivisi da tutti». 

Ed ecco che, ancora una volta, mentre Theresa May sembra tentata da un rimpasto di governo che ha l'odore acre dell'ultimo tentativo prima di cedere al voto anticipato, il ministro degli Esteri e gran sabotatore, Boris Johnson, arriva a lanciare granate nello stagno: «La cifra che ho sentito è 100 miliardi di euro... Penso che sia troppo», ha detto ieri in Parlamento. Quasi una sconfessione dei già magri risultati ottenuti finora durante i negoziati con l'Ue: non esattamente l'atteggiamento che dovrebbe tenere un ministro nei confronti del proprio premier, quantomeno in pubblico. 

È un susseguirsi di strani segnali. E di mercati placidi. Oggi, poi, comincia il Congresso del Partito comunista cinese, quindi per almeno una settimana possiamo contare - formalmente - su volumi ridottissimi nella Borse del Dragone, situazione destinata a placare sul nascere ogni possibile scossone sul fronte asiatico. E gli Usa? L'Iran è sparito di colpo dai monitor e anche la scadenza del 15 ottobre per decidere il da farsi sull'accordo nucleare è scivolata via in modo irrituale: di fatto, venerdì scorso il ministro degli Esteri, Rix Tillerson, aveva detto che Donald Trump lo avrebbe cassato, aprendo ai peggiori scenari. Poi, silenzio fino a lunedì, quando lo stesso Tillerson ha dichiarato che «un accordo con l'Iran è nell'interesse degli Usa», spalancando la porta al dialogo. Trump? Silente, nonostante la sua abitudine a tweets di ogni genere fin dall'alba. 

E dove si sta dialogando con l'Iran? In Medio Oriente, soprattutto in quell'Iraq divenuto di nuovo centro nevralgico e, soprattutto, scacchiera per la mai risolta questione curda, proprio con le milizie di Teheran al fianco di quelle irachene nella presa di Kirkuk, capitale petrolifera: i peshmerga hanno definito l'accaduto un "atto di guerra”, ma, nel frattempo, tutta la stampa del mondo definisce loro e proprio gli Usa i nuovi eroi per la liberazione definitiva della roccaforte dell’Isis in Siria, quella Raqqa caduta ieri. E chi sta tacendo troppo, visto l'intersecarsi del domino in un quadrilatero geopolitico di fondamentale importanza? La Russia. Il tutto, mentre Israele prepara la guerra a Hezbollah, spalleggiata dagli Usa che mentre aprono a Teheran sul nucleare mettono taglie proprio sui capi della milizia sciita controllata e difesa dalla Repubblica islamica. 

Vi pare uno scenario normale? Ma, soprattutto, vi pare uno scenario da calma piatta sui mercati, soprattutto quelli obbligazionario e delle commodities? C'è una spiegazione e ce la offre questo grafico e le parole d Mark Connors, global head risk advisor di Credit Suisse: «Che sia la minaccia di una guerra nucleare, un uragano, le intromissioni politiche russe, pare che ormai nulla possa distrarre o preoccupare gli investitori rispetto alla loro unica priorità: mandare sempre più in alto il mercato azionario Usa. Anche Richard Thaler, vincitore la scorsa settimana del Premio Nobel proprio per aver spiegato l'irrazionalità dei mercati finanziari, ha detto intervistato da Bloomberg Television che non riusciva a capire e spiegarsi cosa continuasse a far salire i titoli». 


Ce lo spiega invece il grafico, un qualcosa che abbiamo già visto nel 2010: la logica del buy the dip e sapete da cosa sono rappresentati i minimi che occorre comprare a ogni costo? Ogni livello di chiusura dell'indice del giorno prima, la regola del trading strategico è non vendere nulla, se non quando strettamente necessario. E sapete perché? Finché ci sono le Banche centrali a coprire le spalle al mercato, come ad esempio farà la Bank of China nei prossimi sette giorni, non occorre aver paura. Guardate questo altro grafico, il quale ci mostra il numero di giorni con almeno uno scostamento del mercato in rialzo o ribasso dell'1%: siamo ai minimi, placido come un lago alpino. Con tutto quello che sta accadendo a livello geopolitico e con i tassi di leverage pubblico e privato che presentano le principali economie avanzate? Con le Banche centrali che comprano di tutto e i titoli ad alto redimento che offrono spread da Bund o da Treasury? Ci credete? 


Il grande reset è in lavorazione e prima porta sempre con sé la calma, solo dopo arriva la tempesta. Che si riferisse a questo Donald Trump nella sua cena con i vertici del Pentagono della scorsa settimana?

Xi Jinping e Putin sono i due statistici di quest'epoca



Cina: la leadership di Xi Jinping Il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese, tra economia, politica interna ed estera. L' intervista a Filippo Fasulo, coordinatore CeSIF e ricercatore ISPI

DI EMANUELE CUDA SU 17 OTTOBRE 2017 18:30

Domani si apre il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese. La Cina, negli ultimi cinque anni guidata da Xi Jinping, ha tagliato molti traguardi, si è affermata come attore internazionale sempre più imprescindibile. Durante il Congresso, vengono rinnovati i vertici del Partito, ossia il Politburo, l’ Ufficio Politico del Comitato Centrale e il Comitato Permanente del Politburo.

Pechino è oramai la seconda economia del mondo: 6,9% la crescita nel primo semestre di quest’anno e ben oltre il 30% della crescita mondiale deriva dalla Repubblica Popolare Cinese. Da “giovane isruito” all’ epoca della Rivoluzione Culturale, a leader di una delle più grandi e potenti nazioni del mondo, Xi Jinping è riuscito a governare la Cina, districandosi tra la politica estera, la dinamica interna e l’ economia.

Filippo Fasulo, coordinatore scientifico del Centro Studi per l’ Impresa della Fondazione Italia-Cina (CeSIF) oltre che ricercatore dell’ Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), illustra la leadership di Xi Jinping in occasione del 19° Congresso del PCC.

E’ stata approvata, pochi giorni fa, dal 7° plenum del Partito Centrale del Partito Comunista Cinese la modifica della Carta del Partito che apre la strada al possibile inserimento in Costituzione del pensiero politico del Segretario Generale, Xi Jinping, con l’esplicito riferimento al suo nome. Precedentemente, questo era avvenuto solo per Mao Zedong e per Deng Xiaoping. Perché è stata approvata questa riforma della Carta del Partito e quale significato ha rispetto alla leadership di Xi Jinping?

Non sappiamo ancora bene quale sia la modifica della Carta del Partito. Avverrà durante il Congresso. E’ stata un’ apertura, ma non è ancora ben chiaro. Occorre però fare un passo indietro: la politica cinese, a partire dal 1949, viene organizzata sulla base di ‘generazioni’ di leadership collettiva. La prima ‘generazione’ era quella di Mao Zedong fino a poco dopo la sua morte, fino al 1976; la seconda inizia nel 1968 quando Deng Xiao Ping lancia la politica di apertura di riforme; la terza ‘generazione’ con Jiang Zemin dal 1992 al 2002; la quarta quella di Hu Jintao dal 2002 al 2012; infine Xi Jinping. Quel che succede è che a ciascuna generazione di leadership collettiva viene attribuito un contributo teorico che, però, ha formulazioni differenti. Quali sono gli elementi inseriti? Innanzitutto il marxismo-leninismo che, in qualche maniera, è alla base di un partito comunista; poi abbiamo il pensiero di Mao Zedong; la teoria di Deng Xiao Ping; le ‘tre rappresentanze’ che sono riferibili a Jiang Zemin, ma non sono indicate con il suo nome; la ‘società armoniosa” riferibile a Hu Jintao, ma non è indicata con il suo nome. Si pensa ora che Xi Jinping potrebbe aver indicato come contributo teorico della sua generazione, la quinta, una formulazione che faccia diretto riferimento a lui, come avvenuto con Mao e con Deng. Non sappiamo però quale sia la sua formulazione: se come “il pensiero di Xi Jinping” o “la teoria di Xi Jinping” oppure un altro elemento più specifico attribuito a Xi Jinping, ad esempio “il sogno cinese di Xi Jinping”. Sarà uno dei risultati del Congresso e ci darà l’ idea di quanta forza abbia lo stesso Xi all’ interno del Partito.

Quali sono le direttrici del pensiero politico di Xi Jinping?
Anche per questo non c’è un’ indicazione precisa. Nel corso degli anni ci sono state varie formulazioni che potrebbero concorrere a definire quale sia il pensiero di Xi Jinping. Innanzitutto c’è il famoso “sogno cinese” (zhongguo meng) che è una campagna politica lanciata nel 2012 quando Xi, appena insediato, insieme agli altri 6 membri del Comitato Permanente del Politburo, va a vedere una mostra sul cosiddetto “ringiovanimento della Nazione” e dice che ritornare alla grandezza che la Cina aveva prima della Guerra dell’ Oppio. Questo proposito viene articolato secondo i due ‘cento’: l’ obiettivo del “Centenario della Formazione del Partito Comunista Cinese”, fondato nel 1921, quindi cadrà nel 2021, anno entro cui la Cina sarà in una condizione di media prosperità e sarà quantificata con il raddoppio del PIL pro-capite rispetto ai livelli del 2010; il “Centenario della Fondazione della Repubblica Popolare Cinese” del 1949, cadrà nel 2049, entro cui la Cina avrà completato la piena modernizzazione e sarà diventata un leader nei vari settori.

Questa è una componente. L’ altra è quella dei cosiddetti “quattro onnicomprensivi” che sono stati lanciati successivamente, nel 2014, che sono degli elementi che indicano parte del pensiero di Xi Jinping e riprendono alcuni dei punti chiave come la campagna anticorruzione, la Rule of Law, il fondo cinese e altri temi di questo ambito. Il pensiero di Xi Jinping potrebbe riprendere questi elementi a cui si potrebbe aggiungere una componente economica che è quella della “Supplized Reform” cioè una politica economica rivolta alla diversificazione del tessuto industriale produttivo volta all’ efficientamento e alla riduzione degli sprechi. Questi sono alcuni degli elementi che potrebbero essere inseriti, ma ancora non abbiamo la piena contezza. Altri spunti che abbiamo e che ci possono portare a capire come ci sia stato un percorso di creazione del pensiero di Xi Jinping, si possono riprendere anche dai suoi discorsi che sono stati pubblicati a più riprese come “Governare la Cina” che è un testo tradotto in tantissime lingue, compresa quella italiana, dove si trovano alcuni elementi chiave di quello che potrebbe essere il pensiero di Xi Jinping.

Venezuela - l'Occidente fa una guerra ideologica

Venezuela, il rumoroso silenzio dei media

17.10.2017 - Geraldina Colotti

(Foto di La Riscossa)

Il socialismo bolivariano non ha buona stampa in Italia, e neanche nel resto d’Europa. Per giorni viene sbattuto in prima pagina, attaccato con le più grossolane menzogne, poi resta consegnato al silenzio quando dimostra nei fatti di essere un “esperimento” vitale, malgrado gli inevitabili errori. Nessun lettore medio verrà informato che, in un paese chiamato Venezuela, a pagare la crisi del capitalismo non sono le classi popolari come invece succede nell’Europa governata dal neoliberismo, dove le destre xenofobe avanzano.

In Spagna, in Francia e in Italia, se non paghi il mutuo alle banche, ti tolgono la casa. Se occupi le case sfitte, uno spazio, un terreno incolto, ti mandano la polizia. Se protesti perché non hai il lavoro e perché la pensione non basta per mangiare, ti possono anche mettere in galera. I servizi – luce, gas, acqua, raccolta della spazzatura, tasse scolastiche – si pagano cari. Non parliamo degli affitti (a Roma, due stanze, l’equivalente di uno stipendio), della benzina (oltre un euro e mezzo al litro) e del pedaggio dell’autostrada. E si potrebbe continuare.

I grandi potentati economici vogliono certamente mettere la mano sulle immense risorse (petrolifere, e non solo) del Venezuela, che per oltre il 70% vengono destinate al benessere del popolo. Ma temono anche il “contagio”, hanno paura dell’esempio che può diffondersi anche in Europa, riscattare la dignità dei popoli che è stata calpestata.

“Il socialismo è fallito”, dicono cercando così di esorcizzare la paura provata nel secolo delle rivoluzioni, a 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre in Russia e a cinquanta dall’assassinio del Che in Bolivia. E a ogni nuova elezione – a cui si recano sempre meno persone – si affannano a ricattare il candidato che presenti un programma anticapitalista affinché prenda le distanze dal “castro-madurismo”. Più parlano di democrazia, più prendono le decisioni per decreto, ignorando il mandato popolare. Più parlano di pace, più preparano le guerre e le chiamano “guerre umanitarie”. Guerre classiche o per procura o di nuovo tipo: guerre economiche, finanziarie, mediatiche.

Contro il Venezuela, le bordate partono dagli Usa, dall’Osa di Almagro e dall’Europa. L’arrivo di Trump ha ringalluzzito la vena golpista delle destre venezuelane, che applaudono alle sanzioni imposte dal presidente Usa e spingono persino per l’intervento armato. Gli Stati Uniti – ha detto Trump con l’ignoranza che lo caratterizza – manterranno le sanzioni contro Cuba e Venezuela finché non verranno ripristinate “le libertà politiche e religiose”.

Il chavismo ha vinto le elezioni regionali portando a sé 18 Stati su 23? “Per noi non cambia niente”, ha dichiarato il ministro degli Esteri spagnolo: i paesi dell’Unione Europea (UE) hanno già raggiunto un accordo unanime per preparare “sanzioni selettive” contro personalità venezuelane considerate responsabili della “repressione”.

Chi sanzionerà Rajoy per la repressione in Spagna, o Renzi per quella in Italia? Qui in Italia, con i soldi dei contribuenti, sono stati invitati i rappresentanti delle destre venezuelane, invitati in Parlamento o accompagnati a conferenze internazionali, premiati e riveriti mentre imponevano violenze e devastazioni al popolo venezuelano. Alcune parrocchie di periferia stanno diventando centri di propaganda per le destre venezuelane, che hanno le porte spalancate nelle accademie e nei luoghi di cultura istituzionali. La grande stampa dà voce a italiani che tornano per dire che “il comunismo sta affamando le persone”.

Nessuno spiega quanto sia scandaloso che quegli italiani, dopo aver fatto fortuna in Venezuela, vorrebbero farsi pagare le pensioni col parametro di Dollar Today. Nessuno racconta il ruolo di molti imprenditori italiani, spagnoli, portoghesi nell’accaparramento e nella guerra economica. Nessuno spiega quanto abbiano speculato le compagnie aeree con il traffico dei finti biglietti che serviva a portare denaro all’estero col pretesto dei viaggi, e che ora vorrebbero essere pagate secondo il mercato del dollaro parallelo.

La menzogna che questi media ci raccontano è quella di uno “stato fallito”, di un narco-stato diretto da dirigenti corrotti e incapaci.

Per questo, amplificano le denunce dell’ex Procuratrice Generale Luisa Ortega, che ha trovato ascolto presso i più impresentabili capi di Stato che hanno fatto della corruzione e della repressione moneta corrente dei loro governi neoliberisti. Per questo, squalificano le istituzioni bolivariane, in pieno stile neocoloniale, essendo l’Italia il paese di Colombo e delle sue Caravelle.

Per questo, una certa sinistra italiana dà credito alle voci stonate di alcuni personaggi che si definiscono “chavisti critici”, per propagandare un miscuglio tra indigenismo e neoliberismo, ignorando le decisioni sovrane delle popolazioni indigene, che hanno votato per l’Assemblea Nazionale Costituente e ora, per esempio, in Amazonas.

Nei giorni che hanno preceduto le elezioni regionali in Venezuela, i media mainstream si sono esercitati a sparare sondaggi, tutti sfavorevoli al chavismo, pronosticandone per l’ennesima volta la fine. “Maduro ha i giorni contati”, titolavano inanellando errori grossolani, dati manomessi e un’ignoranza crassa sulla storia del paese. Forse per questo l’Alto Rappresentante all’Ue Federica Mogherini si è detta “stupita” del successo chavista alle regionali.

Riportiamo qui una delle tante “perle” dell’Ansa-Ap: “Il Venezuela è al voto oggi in un’elezione amministrativa che potrebbe riconsegnare, dopo quasi cent’anni dall’inizio dell’era chavista, la maggioranza dei 23 governatorati del paese all’opposizione, coalizzata nel Tavolo di Unità Democratica (Mud) che ha già la maggioranza dei seggi nel parlamento nazionale. Il voto, che chiama 18 milioni di aventi diritto, è considerato dagli osservatori un banco di prova per la tenuta del potere chavista, che scivola sempre più verso la dittatura. L’opposizione lo considera viziato dalle stesse irregolarità che avrebbero contraddistinto il voto legislativo, anche se i sondaggi indicano che i candidati d’opposizione hanno serie chance di imporsi in 15 Stati su 23, con possibili vittorie in altri 5”. Una sequela di evidenti (e interessate) e grossolane incongruenze. “Cento anni” di chavismo? Chavez era del 1954, ha vinto le elezioni nel 1998 ed è morto nel 2013. Ma se il voto era “viziato” nel 2015, come ha fatto l’opposizione a ottenere la maggioranza in Parlamento? Eccetera eccetera…

Tutto questo per screditare la legittimità delle istituzioni bolivariane e preparare l’entrata in scena di un governo parallelo, avallato dalla grottesca investitura di altri magistrati del Tsj, decisa dall’OSA di Luis Almagro.

L’uruguayano Almagro si comporta da candidato alla presidenza… del Venezuela. Detta la linea ai suoi protetti dell’opposizione venezuelana in base ai desideri del padrone nordamericano: “Non è più tempo di risoluzioni o dichiarazioni – ha dichiarato dopo la vittoria chavista del 15 ottobre – l’opposizione dovrà unirsi alla gente e ai pochi leader che hanno capito che la cittadinanza del Venezuela chiede libertà e non è disposta a seguire le regole della dittatura”. Un invito neanche troppo mascherato al colpo di stato?

Il “ministero delle colonie”, come giustamente lo ha definito a suo tempo Fidel Castro, sta organizzando infatti nuovi attacchi contro il socialismo bolivariano”. Il Tsj – titolano i giornali europei – lavorerà “con l’Oea, con Washington e con la Colombia”. Il Tsj illegittimo, ovviamente, perché quello vero sta continuando a compiere la sua funzione di organo di equilibrio dei cinque poteri costituzionali.

L’Europa – ha denunciato il deputato spagnolo Couso – si prepara a non riconoscere i risultati del 15 ottobre. A quando un referendum secessionista negli stati di frontiera del Venezuela? Di sicuro, a Maduro non sarebbe consentito neanche un grammo della repressione scatenata da Rajoy in Spagna contro gli indipendentisti catalani. La “democrazia” che piace a Washington resta quella del “cagnolino simpatico” che scodinzola nel cortile di casa degli Usa. Vogliamo che sia anche la nostra?

La Germania da tempo si è allineata alla Cina e alla Russia per possedere una riserva in oro molto ma molto importante, parrebbe che anche l'India si avvii su questa scia

Germania accumula oro per proteggersi da crisi economica

17 ottobre 2017, di Daniele Chicca

Nel silenzio generale la Germania è diventata il maggiore acquirente di oro al mondo. E dopo che la Bundesbank lo scorso agosto ha deciso di rimpatriare gran parte delle sue riserve auree, Berlino è diventata la terza più grande importatrice di lingotti d’oro dopo Cina e India.

Nonostante le due potenze asiatiche siano note per il loro interesse nell’oro, è stata la Germania ad aver accumulato la maggiore quantità di oro l’anno scorso. Come riferisce l’ultimo rapporto del World Gold Council (WGC) nel 2016 gli investitori tedeschi hanno comprato $8 miliardi in lingotti e altri titoli associati al metallo bene rifugio per eccellenza. È un record assoluto per un paese europeo.

Al contrario di India e Cina, dove l’oro ha un valore simbolico e di status sociale, in Germania è un mero prodotto di investimento finanziario per coprirsi dai rischi di un’eventuale crisi finanziaria o di inflazione indesiderata. Il messaggio che ha dato il governo ai suoi risparmiatori, solitamente sofisticati e ben istruiti in materie finanziarie, quando ha deciso di rimpatriare la maggior parte dei suoi possedimenti depositati all’estero, è stato molto chiaro.

Da qualche anno le autorità e il popolo di Germania hanno paura che scoppi una nuova crisi e vogliono mettersi al riparo nel caso si verifichi una nuova iperinflazione, vera e propria fobia dei tedeschi. Viste le politiche ultra accomodanti della banca centrale europea in vigore da anni, hanno qualche motivo per temere un rincaro improvviso dei prezzi al consumo.

Come spiega Luigi Grassia nell’edizione di martedì 17 ottobre del quotidiano La Stampa “in Germania sia le famiglie, sia gli investitori istituzionali cercano di collocare i loro capitali in oro per via dei tassi negativi della Bce” e “anche perché, in ricordo degli Anni 20, temono l’iperinflazione” che potrebbe essere provocata dai fiumi di denaro facile in Europa.

Germania terza maggiore importatrice di oro al mondo

Venendo ai dati pubblicati dal WGC, una sorta di autorità internazionale che regola e promuove il mercato dell’oro, e citati anche da Forbes, nel 2016 la bilancia tra importazioni ed esportazioni di oro di Cina e India è in attivo per 296 e 162 tonnellate, ma la Germania non è più tanto distante (111 tonnellate).

“Si tenga presente – sottolinea Grassia – che un paese paragonabile alla Germania, cioè la Francia, nel 2016 ha avuto una bilancia dell’oro negativa di 4 tonnellate. E la stessa Germania nel 2007, cioè prima che esplodesse la crisi finanziaria globale, era stata in attivo di sole 36 tonnellate”.

Oltre ai lingotti di oro fisico va tenuto conto anche degli strumenti finanziari associati al metallo prezioso. I numeri relativi ai flussi di entrata in Germania di oro sono inflazionati dalle politiche di rimpatrio di quelle riserve auree che la Bundesbank detiene all’estero: delle 3.378 tonnellate originarie, per 120 miliardi di euro stimati, la metà sono già state fatte rientrare dal 2013 al 2016 e l’altra metà lo farà da qui al 2020.

A parte la mole dell’oro fatto rimpatriare, a sorprendere i commentatori di mercato è stata la fretta con cui è stata adottata la misura volta a recuperare le riserve di oro depositate a New York e Parigi. Le riserve di oro della Germania vennero depositate nei forzieri stranieri al culmine della Guerra Fredda, nel tentativo di proteggerle dalle grinfie di Mosca. Tale ricchezza è sempre stata un po’ il simbolo della forza e della robustezza dell’economia tedesca.

In dieci anni è cambiato tutto. Quella che prima del 2008 era una società ben poco ‘investita’ in oro fisico, con una domanda annua media di 17 tonnellate metriche, è diventata un enorme deposito di lingotti d’oro e di contratti legati all’asset rifugio. Il primo fondo ETC legato all’oro ha fatto il suo ingresso sui mercati soltanto nel 2007. Ma dopo la crisi finanziaria e la crisi dei debiti sovrani europei, i tedeschi hanno sempre di più dato la caccia a un investimento di fiducia cui affidare di propri risparmi.





Bitcoin - senza intermediazioni e tutto è registrato diverse volte, oggi c'è l'acquisto e vendita di questa moneta un domani lo scambio può essere per qualsiasi merce besta che la domanda e l'offerta si incontrano

La sfida dei Bitcoin

17 ottobre 2017


Via libera alla manovra per il 2018 : tra le novità anche detrazioni per giardini e terrazzi. Resta invece il superticket sulla sanità. Alberto Mingardi ragiona invece sulla sfida dei Bitcoin e in particolare “su chi ne prevede un imminente tracollo”.

La sfida che lanciano i Bitcoin

«Quel che sale deve anche scendere». Ogni volta che Bitcoin raggiunge un nuovo picco, qualcuno ne prevede l’imminente tracollo. Una delle caratteristiche delle bolle finanziarie è che è difficile accorgersi che sono tali. Prima della crisi dei mutui subprime, erano in pochi a pensare che il perenne rialzo dei prezzi degli immobili, negli Stati Uniti, non obbedisse a qualche legge naturale.

Bitcoin invece ha già le sue Cassandre, a cominciare da Jamie Dimon, l’Ad di JP Morgan, che non perde occasione per attaccarlo. D’altronde è difficile non insospettirsi innanzi a qualsiasi cosa che nel giro di dieci mesi passa dal «valere» 1000 dollari a 5600. A inizio settembre, Bitcoin è molto sceso di prezzo, quando la Cina ne ha annunciato una più stretta regolamentazione. Poche settimane dopo, un’analoga iniziativa da parte della Corea del Sud non ha avuto effetti.

Ricordiamoci che non esistono prezzi giusti o sbagliati. Il sistema dei prezzi serve a comunicare informazioni. Le persone che vendono Bitcoin a una certa cifra, oppure ne acquistano a un dato valore, fanno l’una cosa e l’altra sulla base di aspettative maturate con la loro comprensione delle circostanze in cui questi scambi avvengono. E’ difficile avere aspettative salde sulle cose nuove.

La metafora più appropriata per Bitcoin è l’«Internet della moneta» (Giacomo Zucco su VanityFair). Quando avviene un pagamento in Bitcoin, questi si trasferiscono dal portafoglio di chi li cede a quello di chi li acquisisce. Non c’è un «bonifico» né una controparte centralizzata.

Il nostro primo problema, in una compravendita, è accertarci che l’altra persona ci stia cedendo un bene che è effettivamente nelle sue disponibilità. Dopo Totò non sono stati in molti a vendere la Fontana di Trevi, ma per noi tutti è di fondamentale importanza sapere che l’appartamento che stiamo acquistando non è gravato da ipoteca. Nel corso della storia abbiamo sviluppato registri di diverso tipo (a cominciare dalla partita doppia), abbiamo inventato professionalità specifiche come il notaio, e per questo chiediamo allo Stato di essere il garante di ultima istanza dei contratti che sottoscriviamo.

La blockchain di Bitcoin è un «libro mastro» che contiene tutte le transazioni che avvengono in Bitcoin. Queste informazioni non sono archiviate al catasto: non c’è un unico punto d’ingresso, ma sono registrate, replicate e distribuite su tutta la rete. E, ovviamente, crittate per ragioni di sicurezza. Il processo rende inimmaginabili le frodi: non esiste un singolo documento da contraffare, ma un’infinità di copie dello stesso, tutte costantemente aggiornate.

A questa innovazione, che potrebbe avere vaste applicazioni, Bitcoin unisce una logica che è quella dell’oro, per secoli la vera moneta dell’umanità. A differenza della valuta emessa dagli Stati, l’oro è scarso: la sua disponibilità dipende da quanto si riesce a estrarne. Noi sappiamo già ora che le «miniere» di Bitcoin andranno pian piano ad esaurirsi fino a essere vuote nel 2140. Ciò lo rende molto attraente agli occhi di chi teme la deriva «inflazionistica» delle banche centrali.

Bitcoin «capitalizza», ma il termine è improprio, meno di 100 miliardi di dollari. Le dimensioni del fenomeno sono ancora contenute, ma il potenziale d’innovazione è grande. Si capisce che ci siano molti timori, soprattutto se l’esito ultimo può essere davvero la «disintermediazione» dei tradizionali sistemi di pagamento: una sfida a banche e finanza.

Siamo spesso tentati di regolamentare ciò che non capiamo. Oscillazioni di prezzo violente sembrano esigere regole più stringenti. Ma forse prima di deliberare sarebbe meglio darsi l’opportunità di conoscere: e capire le novità richiede tempo e pazienza.

Se Visco se ne deve andare, come è giusto, lo zombi Renzi non deve più fare politica

RENZI VS VISCO: IL BUE CHE DA DEL CORNUTO ALL’ASINO



Vertici del PD all’attacco di Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia. In vista della scadenza del suo mandato il prossimo 31 ottobre ieri il partito di Renzi e Boschi ha presentato e fatto votare una mozione alla Camera in cui si chiede al governo di impegnarsi per trovare una nuova figura sostenendo che “l’efficacia dell’azione di vigilanza della Banca d’Italia e’ stata messa in dubbio dall’emergere di ripetute e rilevanti situazioni di crisi o di dissesto di banche’.

Si tratta di un modo per scaricare su di lui e l’istituto centrale gli scandali delle banche, in particolar modo Banca Etruria, che ha visto coinvolti i parenti di Renzi e Boschi. Mossa che ha creato tensioni con il governo Gentiloni, che però alla fine ha ceduto facendo passare il testo con leggere modifiche: alla fine sono stati 213 si’ e 97 no. Polemiche e tensione fra i partiti, a anche il presidente Mattarella ha criticato la mozione chiedendo di “rispettare l’indipendenza e l’autonomia della banca d’Italia”. Sulle responsabilità della banca d’Italia sui casi nel mirino del PD il commento dell’economista Vladimiro Giacchè. Ascolta o scarica

Quale strategia politica nasconde questo attacco da parte di Renzi, lo abbiamo chiesto al giornalista del Manifesto Andrea Colombo. Ascolta o scarica

Maurizio Blondet - gli euroimbecilli vogliono risolvere il malessere vero degli europei con il brodino "serve più Europa". Tutto purché non stiano lontani dalle casse pubbliche

LA UE CAMBIA “NARRATIVA” . INVECE DI CAMBIARE PROGRAMMA.

Maurizio Blondet 18 ottobre 2017 

L’oligarchia burocratica sente il bisogno di una “nuova narrativa”. Ha cominciato nel 2013 l’allora presidente della Commissione Europea, Barroso: “Dobbiamo continuare il racconto, continuare a [essere noi a] scrivere il libro del presente e dell’avvenire. Ecco perché occorre una nuova narrativa all’Europa”, ed ha esortato “artisti, ricercatori e intellettuali” a pensare a un nuovo racconto. Donald Tusk con la Merkel a fianco, l’agosto 2016, ha fatto appello ai 27 governi: riuniamoci a Bratislava per metterci d’accordo su una nuova narrativa. Anche Macron, nel marzo 2017, ha incitato alla creazione di un “racconto nazionale”, una “storia evocatrice”, da distinguere dalla storia vera e propria: “Ciò che importa, nella storia, è che ci sia sì questa parte di ermeneutica, ma che non giunga a decostruire questo rapporto” con il gran racconto della Francia in Europa.

Persino la CIA si preoccupa per noi. Nel suo “The World in 2035”, rapporto quadriennale di previsioni e scenari, che ha posto sulla scrivania dell’appena eletto presidente Trump (l’avrà sfogliato?), l’Agenzia deplora che “l’Unione non ha saputo creare il senso di comune destino fra i suoi cittadini”, ed auspica l’uso di “racconti evocatori” nell’Unione Europea per mantenere l’unità dei suoi spazi in crisi. Esorta gli eurogarchi: “La capacità di forgiare racconti evocatori, ideologie, di attirare la tensione, di coltivare la fiducia e la credibilità servirà i loro interessi e valori”. Con pronta obbedienza, la UE ha subito convocato “15 Future Leaders [sic: studenti Erasmus] in un seminario intitolato “Visions for the World in 2035”. Nemmeno il titolo hanno cambiato.


“Nessuno crede più a UE=Prosperità“

Il motivo lo ha spiegato la Carnegie Europe, branca con sede a Bruxelles del Carnegie Endowment for Internationale Peace, uno di quei think-tank che diffondono la global vision di Washington (e della Cia): nessuno in Europa crede più alla vecchia narrativa, “La UE è prosperità, la UE è la pace”.

Il livello di vita delle classi medie è crollato, le classi operaie non esistono più, la demografia è zero, attentati “islamici” insanguinano le capitali, la UE eccita il conflitto in Ucraina, ammassa truppe contro la Russia, partecipa alle aggressioni israelo-americane di destabilizzazione della Libia, Siria, Irak, Afghanistan…per la prima volta dal dopoguerra, il suddito europeo “si sente minacciato” anziché sicuro, stando nella UE. C’è il rischio che s’imponga una “nuova narrativa che evidenzia la migrazione, il terrorismo, i mali della globalizzazione”. Anzi, con l’avvento dei “populisti”, gli stessi oligarchi possono adottare questa nuova narrativa. “Una narrativa – si lagna Carnegie – che fa a meno di visione, fa a meno di entusiasmo, fa a meno di slogan. Una narrativa basata sul freddo ragionamento”.

Anzi già sta avvenendo, perché la nuova narrativa ha un vantaggio per l’oligarchia: le permettere di governare le masse europoidi con la paura, invece che con la speranza (che ha tradito). Adesso Macron, tipica creatura del neo-europeismo, proclama che è necessario costruire una difesa comune europea “contro il terrorismo”; che occorre un FBI europeo, un tribunale europeo anti-terrorismo, polizia di frontiera europea – insomma, adesso “serve più Europa” come al solito, ma per prepararsi alla guerra. Macron ha invitato i giovani europei ad arruolarsi volontari nell’esercito francese… Contro i terroristi interni, le minoranze islamiche che di colpo si radicalizzano, passando dalla discoteca e alcol al jihad, si varano leggi speciali molto utili per ridurre le libertà civili; non si deve uscire dall’euro, perché “altrimenti chissà cosa succede ai vostri risparmi”. Adesso ci vuole “più Europa” perché singoli piccoli stati sarebbero piccoli e indifesi nel mondo globalizzato, che adesso è minaccioso e non più dipinto, come fino all’altro ieri, come la fabbrica delle “magnifiche sorti e progressive”.

Si appropriano i programmi altrui

Macron è arrivato perfino ad evocare come pericolo “gli otto figli per ogni donna africana”: l’argomento-tabù, che avrebbe suscitato immensi strilli mediatici e magari condanne della Corte dell’Aia per “razzismo” se l’avesse adottato Marine Le Pen (o, oggi, in Italia Salvini, in Ungheria Orban..) viene dunque sdoganato per far parte della “nuova narrativa”. Qui c’è il rischio che, se non per creare “il senso di destino comune” la cui mancanza deplora la Cia, ma per neutralizzare le volontà di uscita dalla UE, gli oligarchi burocratici facciano addirittura propria la psicosi della “invasione musulmana”. Dopotutto, la stessa parola “europeo” appare nell’ottavo secolo nel quadro delle lotte arabo-musulmane.

La seppellitrice della UE

Non è una ipotesi paradossale. Noi italiani abbiamo visto infinite volte l’oligarchia messa al potere dalla UE, la “sinistra”, il PD, che si appropria – quando occorre – le proposte politiche dell’opposizione, via via che esse conquistano il favore dell’opinione pubblica. La Lega dice che siamo inondati da migranti, e la gente gli dà ragione? Ma Minniti è pronto ad adottare lo stesso atteggiamento e a realizzare il blocco dei negri. Vi lamentate della UE e delle sue austerità? Ma ecco Renzi che “va in Europa” a “battere il pugno sul tavolo”! Il Movimento 5 Stelle critica Visco, il capo della Banca Centrale, per la sua complicità con i banchieri farabutti? Ed ecco Renzi che addirittura ne chiede le dimissioni! Volete il populismo? Ve lo diamo noi! Il sovranismo? La critica a Bruxelles? Ecco, noi siamo meglio! Volete moderatismo? E noi ci alleiamo con Alfano! Anzi Berlusconi! Le Crociate contro l’Islam? Pronti, eccoci!

Tutto quel che volete: basta che al potere restiamo noi, e non votiate Lega o 5 Stelle. Sovranismo, rottamazioni? Crociate, secessioni? Disposti a tutto. Purché non ci allontaniate dalle casse pubbliche.

Pronti a tutto. anche a fare politiche “di destra”.

In pochi anni li abbiamo visti guerrafondai con Obama ed Hillary, austeritari e anti-Putin con la Merkel, i migliori amici di Soros e Goldman Sachs, ora papalini devoti con Bergoglio…

E’ il nuovo tipo di trasformismo, di cui la Sinistra è sovrana produttrice: il nuovo trasformista non cambia partito, cambia idee, proposte politiche, adotta da parassita i programmi dell’avversario. Ovviamente è una finzione, come dimostra il fatto che la Sinistra al potere, mentre “respinge i migranti” dalla Libia, passa comunque lo jus soli. E dovremmo aver ormai imparato che, quando la Sinistra si appropria delle “idee” altrui per realizzarle lei, le rovina. Un po’ facendolo apposta, molto perché non le capisce , essendole quelle idee di un altro universo culturale, alla Sinistra estranee, che le fanno schifo. Ricordiamo quando volle appropriarsi del “federalismo” leghista; ci ha dato la riforma del Titolo 5 della Costituzione, sull’autonomia delle Regioni, un volontario, criminale disastro.


Ciò ci riporta alla “nuova narrativa” che cerca l’oligarchia eurocratica, al mito, al grande racconto che sostituisca quello, scaduto, “UE eguale Prosperità, UE eguale Pace”.

Notiamo che essi si apprestano a “cambiare narrativa” invece di cambiare programmi. Che sono la causa dello scadimento del mito precedente.

Un elenco dei loro errori sarà necessariamente incompleto:
  • Hanno allargato la Comunità Europea freneticamente ad Est, inglobando nazioni con storie e culture troppo diverse per instillarne il “senso del comune destino”.
  • Hanno lasciato che la Germania seguisse il “suo” destino nazionale imponendolo come “destino comune” con metodi burocratici e punitivi agli altri.
  • Hanno creato la UE contro la volontà dei popoli (basti pensare ai referendum con cui gli elettorati hanno detto NO a Maastricht), e per farne poi cosa? Non una “fortezza Europa”, ma uno spazio aperto e vulnerabile a tutti i venti della globalizzazione. Messo i nostri lavoratori in concorrenza coi cinesi. Che scopo aveva fare “l’Europa Unita”, per poi scioglierla senza identità né difese nel governo finanziario globale. Ovviamente hanno rotto con la Russia (che invece doveva integrare) per obbedire alla Nuland, Obama e agli Estoni, mantenendo però furbescamente la dipendenza energetica dei tedeschi dal gas russo.
Noi europei, grandi perdenti della globalizzazione
  • Hanno applicato alla crisi recessiva del 2008 tutte le “cure” sbagliate che dettava la Germania con cecità bottegaia, tagliato lo stato sociale, precarizzato il lavoro, fatti mancare gli investimenti strutturali; non hanno mai concepito una politica industriale ed economica davvero “europea”, ma hanno adottato quella germanica; distrutto con l’euro le industrie italiane, indebolito le francesi, devastato la Grecia. Nel complesso, hanno fatto di un blocco che era una grande potenza industriale, un deserto de-industrializzato che deve importare tablet e cellulari da Cina e Corea. Ci hanno riempito di islamici e neri non qualificati, inutilizzabili per una rinascita economica.
Lungi dalla comunità di destino, nemmeno i due paesi (pretesi) nucleo duro europeista, Francia e Germania, non hanno la minima comunanza di intenti su cosa debba essere l’Europa. Macron voleva forzare la Merkel a mettere in comune i conti; lei ha sempre risposto picche. Si ricordi che quando Macron, allora ministro delle Finanze di Hollande, definì il trattamento tedesco alla Grecia “una versione moderna del Trattato di Versailles”, la Cancelliera volle che Hollande ritirasse il suo giovane ministro dal tavolo delle trattative:


Adesso, dopo le nuove elezioni tedesche, il piano Macron è del tutto fallito.

Il quindicennio Merkel-Mitterrand è stato decadenza ed encefalogramma piatto.

  • Hanno abbassato il livello della cultura europea, bi millenario retaggio. Sono diventati culturalmente subordinati agli Usa. Hanno lasciato estendere le mafie invece di reprimerle, perché servono ai paradisi fiscali che dovevano abolire, e invece lasciano vivere. Il risultato sono gli attentati a azero-kazaki a Malta.
  • Hanno anche de-responsabilizzato le classi politiche nazionali, abituandole al “ci pensa l’Europa”. Il risultato è una crisi di deflazione dal debito da cui non sanno uscire, benché la loro banca centrale riempia le loro banche fallite dei centinaia di miliardi di euro.

Facciamola breve, ecco la conclusione politica: “I popoli d’Europa sono i grandi perdenti della globalizzazione” .


La Cina ne ha tratto vantaggi immensi, l’Asia è cresciuta tanto da rivaleggiare con gli Usa. Gli stessi Stati Uniti, se non dilapidassero centinaia di miliardi per le guerre per Israele, possono considerarsi vincenti in quanto mantengono le centrali di potere finanziarie, quelle delle invenzioni e quelle ideologiche (la”narrativa” mondiale la impongono loro).

Noi, popoli d’Europa, siamo diventati più poveri e meno civili, la nostra economia soltanto non cresce, l’euro è incagliato, la UE è diventata”prigione dei popoli”, la prossima rivoluzione tecnologica ci vedrà dipendenti da Corea e Cina ed Usa.

Lorsignori dovrebbero essere appesi in una piazzale Loreto europea. Invece che fanno? Cercano una “nuova narrativa” da raccontarci – per non cambiare programma. Cambiano le parole e non i fatti.

Bitcoin - la vera rivoluzione è il blocco della catena (BLOCKCHAIN) eliminazione degli intermediari, ma il sistema finanziario bancario, soprattutto statunitense, sta investendo per appropriarsene

BLOCKCHAIN: the new REVOLUTION (e già la si usa non solo per le criptovalute)

Scritto il 18 ottobre 2017 alle 09:50 da Danilo DT


In molti mi hanno chiesto via email se credo nel Bitcoin e nelle criptovalute. Beh, diventa veramente difficile rispondere a questa domanda. Secondo me bisogna NON sottovalutare le criptovalute, Bitcoin in primis. Quanto sta accadendo sarà per forza di cose, nel bene e nel male, rivoluzionario. Nel bene perché ormai queste valute alternative hanno acquistato un ruolo di primaria importanza sui mercati finanziari e sono anche temute (e non poco) dal sistema in quanto sono “fuori dal controllo” del sistema tradizionale. Nel male perché, secondo me, il mercato farà delle selezioni anche molto radicali, facendo sparire alcuni attori del mercato. Senza poi dimenticare un tassello quantomai complesso, ovvero quello delle valutazioni.

Certi intermediari iniziano a vedere il Bitcoin, Ethereum, Ripple come i “nuovi papaveri” del XXI secolo, riprendendo quindi le logiche che scatenarono la grande bolla alla borsa di Amsterdam nel 1637.

Per carità, lungi da me dire che questa è proprio la nuova bolla dei tulipani. Non ne ho l’autorità e tantomeno la competenza, proprio perché non riesco a fare quella che potrebbe essere una valutazione oggettiva delle principali criptomonete.
C’è quindi il rischio che sia tutta fuffa? Nossignore, è difficile tracciare un futuro certo per le criptovalute, ma c’è un altro aspetto di questo mercato che, invece, crescerà a dismisura e rappresenterà il futuro. Infatti è ormai noto a tutti che il vero grande elemento che interessa banche ed industrie non è tanto il Bitcoin, troppo volatile e ancora relativo, ma le piattaforme di BLOCKCHAIN. Ed è proprio qui che il sistema sta investendo fior i quattrini, a partire dalle banche.

Il blockchain è il libro mastro di tutte le transazioni avvenute in bitcoin. È la prova di ogni scambio avvenuto in bitcoin nel network; ogni transazione rappresenta un blocco della catena (in inglese block chain, appunto). Si tratta di un database diffuso che permette di mantenere traccia di ciò che avviene nel mercato del bitcoin e a evitare frodi. (Source


Eccolo qui il business, i protocolli che gestiscono gli scambi di cripto-moneta e i database diffusi come il blockchain che stanno proliferando. Ma ripeto, non legate le blockchain solo al Bitcoin. Vedrete che molto presto si sentirà parlare diffusamente di questi sistemi di scambio anche in ambito industriale, tanto che diventerà un nuovo modello di mercato, un’ipotesi seriamente alternativa e ampiamente riconosciuta di scambio a titolo oneroso. C’è già chi parla, con riferimento alla tecnologia di blockchain, di rivoluzione economica epocale. Altro che Amazon, questa potrebbe essere una rivoluzione ancora più radicale ed epocale!

E difatti, eccovi la prova di quanto vi sto dicendo.

(…) Enel è tra i pionieri in Italia nell’utilizzo della blockchain, la “catena dei blocchi” che consiste in un sistema peer-to-peer in grado di consentire lo scambio e la distribuzione sicura di qualsiasi genere di dati.
Questa settimana la società italiana di energia e E.ON, azienda europea del settore energetico con sede a Düsseldorf, in Germania, hanno scambiato elettricità per la prima volta tramite una nuova piattaforma che utilizza la tecnologia blockchain.
La blockchain, tecnologia “al cuore” dei Bitcoin, permette alle controparti di effettuare direttamente e in pochi secondi operazioni che di solito richiedono un intermediario centrale. Grazie al trading diretto, che non richiede il coinvolgimento di terze parti, anche i costi di acquisto dell’energia elettrica diminuiscono. Una riduzione di cui in futuro potranno beneficiare i clienti. (Source

I due principali vantaggi che Blockchain offre sono l’eliminazione di terzi intermediari e in secondo luogo l’impossibilità di modificare o cancellare le operazioni registrate senza il consenso della maggioranza dei nodi che compongono la rete. La Blockchain può essere sì intesa come un libro pubblico decentrato, all’interno del quale si trovano tutte le transazioni avvenute utilizzando Bitcoin, tuttavia questo è solo uno dei risvolti pratici che può avere.Se quindi pensavate che internet potesse rappresentare la rivoluzione per le vendite, sappiate che il futuro porterà ancora novità più sorprendenti, che avranno come comun denominatore proprio la tecnologia del blockchain, su cui stanno investendo in modo massivo soprattutto le banche USA. Come vedete il mercato non dorme mai e continua ad evolversi in un modo rapidissimo e sempre più complicato. E con queste condizioni, diventa sempre più difficile fare previsioni. Anche per i “nuovi tulipani del XXI secolo”.

STAY TUNED!