Mondo Multipolare - "un nuovo mondo"

"In ultima istanza, a decidere è sempre la cultura e gli Stati Uniti sono un impero che vuole volare senza le ali: le ali, per l'appunto, della Cultura", Giulio Sapelli

E' impossibile che uno stato con moneta sovrana possa essere costretta al default

E' impossibile che uno stato con moneta sovrana possa essere costretta al default
Il governo di uno Stato con moneta sovrana prima spende la propria moneta e solo dopo la ritira tassandola o prendendola in prestito. Impossibile che siano le tasse o i prestiti dei privati a finanziario lo Stato, perché lo Stato ha l'esclusiva nell'emissione di moneta, NE HA IL MONOPOLIO. Colui che ha il monopolio nell'emissione di qualcosa, non deve prenderla in prestito da altri

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 aprile 2017

Giulio Sapelli sull'Alitalia

La mancata strategia di Alitalia

Aprile 28, 2017 Francesca Parodi

Gli errori del passato, la mala gestione, il disastroso accordo con Etihad, un referendum sbagliato. Intervista all’economista Giulio Sapelli


«La tragedia Alitalia è la tragedia dell’intero sistema di trasporti italiano» dice a tempi.it lo storico ed economista Giulio Sapelli a proposito della situazione di Alitalia. I dipendenti della compagnia hanno infatti respinto con il referendum del 24 aprile il preaccordo, firmato dall’azienda e i sindacati, per la ricapitalizzazione dell’azienda. Il piano prevedeva una nuova liquidità di circa 2 miliardi di euro, un aumento dei ricavi e un taglio dei costi.

TRENI E LOW COST. «Innanzitutto c’è infatti un problema di contesto: non si può parlare del mercato aereo senza metterlo in relazione agli altri sistemi di trasporto. Alitalia ha avuto tradizionalmente il ruolo di compagnia nazionale, ma offre a prezzi elevati tratte di breve percorrenza, perdendo quindi di competitività con il servizio ferroviario (basti pensare alla linea del treno alta velocità Milano-Roma)». In secondo luogo, un grave danno è stato provocato dalla «concorrenza sleale delle compagnie aeree low cost, perché queste vivono di sussidi da parte di enti locali e regioni».

MALA GESTIONE. Infine, «si è trattato di mala gestione da parte della società». La storia di Alitalia si snoda infatti fra scelte strategiche spesso criticate: originariamente azienda pubblica (fino agli anni ’90 era totalmente controllata prima dall’Iri e poi dal ministero del Tesoro), nel 1996 la compagnia venne privatizzata la prima volta sotto il governo Prodi, ma il Tesoro mantenne una partecipazione di maggioranza. Nel 2006, poiché l’azienda era vicina al fallimento, sempre Prodi decise di vendere le quote pubbliche di Alitalia ad Air France-Klm (la compagnia francese, a differenza di quella italiana, era già stata completamente privatizzata).
«L’accordo con la Francia avrebbe potuto salvare Alitalia, aprendola a tratte transoceaniche, ma non fu portato avanti per contrasti politici» spiega Sapelli. Infatti, con la vittoria di Berlusconi alle elezioni del 2008, l’accordo saltò: il nuovo governo, che mirava a «preservare l’italianità della compagnia», creò la Compagnia aerea italiana (Cai), una società composta da diversi imprenditori italiani, che rilevasse la parte sana di Alitalia. «Fu un’operazione sensata, ma troppo limitata nei capitali. Soprattutto, si commise l’errore strategico di non puntare sulle rotte a lungo raggio e mirare solo alla classe business».

REFERENDUM SBAGLIATO. Il successivo accordo con Etihad «è stato disastroso perché ha accentuato tutti gli errori commessi in precedenza: non si è cambiato il piano di trasporto internodale e si è mantenuto un contesto sfavorevole per Alitalia sia in relazione alle compagnie Low cost sia al sistema ferroviario. Etihad non ha fornito né con capitali e investimenti né per la gestione manageriale un supporto per affrontare la grande sfida delle rotte transoceaniche. L’unica cosa che ha fatto, gravissima per il nostro senso d’identità, è stato imporre il velo alle hostess».
Sapelli è convinto che quello rifiutato dai dipendenti di Alitalia fosse «un ottimo accordo. La vicenda conferma la mia teoria per cui non bisogna mai indire referendum con i lavoratori: esistono i sindacati, bisogna contrattare con loro».


7 maggio 2017 - Marine le Pen con estrema lucidità chiama a raccolta intorno al suo nome tutti quelli che veramente vogliono combattere il Globalismo Capitalistico, l'euroimbecillità la sua figlia prediletta e vuole far avamzare il Movimento degli Stati Identitari

Eliseo 2017, Marine Le Pen lancia appello a elettori di Mélenchon

28 APR 2017

Parigi (askanews) - Segnare una svolta epocale nel panorama politico europeo, e non solo. Seppellire per sempre le ideologie del XX secolo per costruire un nuovo fronte sovranista contro il potere dei ceti dominanti finanziari.

Marine Le Pen, candidata al ballottaggio del Front national nella corsa all'Eliseo, ha lanciato un appello con un tweet alla sinistra radicale degli elettori di Jean-Luc Mélenchon per fare un fronte comune contro il candidato centrista Emmanuel Macron al secondo turno delle presidenziali francesi.

Questa sembra essere la scelta strategica del Front National per mettere a frutto il quasi 20% raccolto dalla sinistra antiglobalista di Mélenchon.

"Mi rivolgo a tutti gli elettori della 'France insoumise' per dire loro che oggi bisogna fare fronte comune contro Emmanuel Macron. Il suo progetto è agli antipodi di quanto da loro sostenuto durante la campagna al primo turno. Non rappresenta il cambiamento ma la continuità, l'aggravarsi dei cinque anni di François Hollande" ha detto Le Pen.

"Il signor Macron è un banchiere. Rappresenta quella finanza arrogante che Hollande aveva promesso di combattere ma che invece ha lasciato prosperare. È un sostenitore del libero scambio senza regole, degli accordi commerciali con Stati Uniti e Canada che producono solo danni" ha concluso la candidata del Front national.

Dal canto suo, Mélenchon non ha ancora dato nessuna consegna di voto per il secondo turno del 7 maggio.

Immigrazione di Rimpiazzo - Tutte le Organizzazioni non Governative si innestano nel piano strategico di destabilizzare l'Italia e l'Europa sono l'altra faccia della medaglia dei trafficanti libici

ITALIA - 28 April 2017 - 11:09

Libia e migranti, ONG sotto accusa. Ma il vero problema è un altro

Guardare il dito e non vedere la luna. Il pericolo nel Mediterraneo non sono le organizzazioni non governative ma piuttosto i trafficanti. Colpire loro è l’unica soluzione


di Alfredo Mantici

Nel 2004, di fronte alla crescita esponenziale del numero dei migranti che, caricati su barconi fatiscenti, tentavano di approdare sulle coste italiane provenienti in massima parte dalla Tunisia e dall’Algeria, l’Unione Europea decise di istituire Frontex, un’agenzia ad hoc incaricata di aiutare i paesi dell’Unione «a gestire le loro frontiere esterne […] coordinando l’invio di attrezzatura tecnica (aerei e navi) e di personale di frontiera appositamente formato». Con un budget di 250 milioni di euro l’anno, Frontex ha operato con una certa efficacia fino al 2011, quando l’esplosione delle rivolte in medio oriente e Nord Africa ha fatto saltare gli equilibri politici in tutta l’area e contribuito a far crescere a dismisura il traffico illegale di migranti.

In Libia, in particolare, la caduta del regime del colonnello Gheddafi – che in cambio di consistenti aiuti economici si era impegnato a tenere sotto controllo le masse di migranti provenienti da tutta l’Africa – ha fatto saltare tutti gli equilibri e trasformato il paese nel principale punto di partenza del traffico di esseri umani verso le coste meridionali dell’Europa. Miliziani e capi tribali libici hanno immediatamente approfittato del regime di anarchia nel quale la Libia è precipitata dopo la caduta di Gheddafi e hanno assunto il controllo totale del traffico di clandestini, con guadagni per decine di milioni di dollari l’anno.

Le caratteristiche del traffico hanno subìto mutazioni significative nel corso degli anni. Nel 2011-2012 i barconi provenienti dalle coste libiche affrontavano la difficile traversata del Mediterraneo puntando ad approdare in massima parte sull’isola di Lampedusa. Alcuni naufragi, che causarono centinaia di morti, spinsero Frontex e l’Italia a dispiegare in mare navi prevalentemente militari aventi il compito di individuare i natanti in difficoltà in mare aperto e a raccogliere i migranti, distruggendo di volta in volta i barconi che li trasportavano.

(migranti bloccati in un porto greco)

Le strategie dei trafficanti

Nel corso di questa attività, la “flotta umanitaria” si era spinta, spesso per rispondere a chiamate di soccorso provenienti da barconi in difficoltà, sempre più verso le coste libiche. I trafficanti approfittarono immediatamente della tendenza dei soccorritori a spingersi sempre di più verso le acque territoriali libiche e così, nel 2016, cambiarono strategia: invece di tentare la traversata sempre pericolosa fino alle coste siciliane su natanti fatiscenti destinati ad essere distrutti o sequestrati all’arrivo, iniziarono a caricare i clandestini su semplici gommoni e a chiedere soccorso appena partiti costringendo, in nome del “dovere di soccorso in mare”, le navi di Frontex e delle marine europee addette al controllo del fenomeno migratorio a trasformarsi di fatto in traghetti impiegati nel trasporto dei clandestini.

È così che i trafficanti sono riusciti a far crescere a dismisura i proventi del traffico illegale (solo nei primi tre mesi del 2017 il numero di migranti è cresciuto del 43% rispetto allo stesso periodo del 2016), riuscendo anche a salvaguardare i loro principali “strumenti di produzione” e cioè i gommoni. Che, non venendo più distrutti o sequestrati, oggi possono essere riutilizzati per trasporti successivi.

Di fronte all’aumento del traffico dell’ultimo biennio, molte organizzazioni non governative (ONG), finanziate non solo con fondi “caritatevoli” ma anche con soldi dell’Unione Europea, sono intervenute nel Mediterraneo meridionale con navi appositamente noleggiate che, affiancandosi a quelle delle Guardie Costiere europee, sono diventate parte integrante del sistema di soccorso in mare lungo le coste libiche.

(i gommoni usati dai trafficanti di uomini)

Le accuse di Frontex e le ONG

Nel 2016, Frontex ha percepito che la crescente presenza in mare di navi delle ONG iniziava a creare effetti discorsivi nella dinamica dei soccorsi in mare legati al traffico di clandestini dalla Libia. In un rapporto pubblicato in parte dalFinancial Times nel gennaio 2016, l’Agenzia europea citava almeno tre casi di sospetta collaborazione tra alcune ONG (non specificate) e i trafficanti.

Nel primo episodio, secondo Frontex, i gommoni disponevano al momento della partenza delle coordinate precise sulla localizzazione delle navi di soccorso. Nel secondo caso, si menzionava un «appuntamento sospetto» tra una nave ONG e un barcone, mentre nel terzo caso si riferiva delle dichiarazioni di migranti che sostenevano di aver ricevuto da emissari di una ONG, istruzioni a non collaborare con la Guardia Costiera italiana. Si tratta di episodi poco chiari, che non hanno suscitati eccessivo scalpore dopo lo scoop delFinancial Times.

Ben altre reazioni – seppur tardive – ha suscitato invece la pubblicazione alla fine dello scorso mese di febbraio dell’ultimo rapporto Frontex, nel quale si afferma senza mezzi termini che «l’attività delle ONG a ridosso della costa libica produce conseguenze non volute». Infatti, secondo gli analisti dell’Agenzia europea, la presenza sempre crescente di navi delle ONG al fianco di quelle diFrontex a ridosso della fascia costiera libica, rischia di «attrarre i trafficanti» che fanno partire gommoni stracarichi dotati del minimo di carburante sufficiente a percorrere le poche miglia marine di acque territoriali, per portarle con precisione sospetta nelle vicinanze dei mezzi di soccorso.

(la mappa pubblicata da Luca Dondel)

I 5 Stelle e la Procura di Catania

In questo modo, secondo Frontex, «tutte le parti coinvolte nelle operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale contribuiscono senza volerlo ad aiutare i criminali a raggiungere i loro obiettivi». Queste rivelazioni, invece di stimolare la ricerca razionale di strumenti correttivi, hanno suscitato nel nostro paese reazioni esagitate. Specie quando la politica se ne è impadronita sull’onda dell’intervento di un giovane attivo ne campo della comunicazione – Luca Dondel – che, qualche settimana fa, ha postato su Facebook un messaggio (che ha registrato centinaia di migliaia di visualizzazioni) che ha ripreso stralci del rapporto Frontex e, dopo aver pubblicato una cartina con la “mappa” dello schieramento delle navi delle ONG, ha sostenuto che le ONG aiutando i migranti sostengono di fatto i trafficanti, creando così un business molto redditizio in cui sono coinvolte anche le cooperative.

Immediatamente, forse sull’onda di quel video, l’esponente del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio ha accusato le ONG di essere dei «taxi per migranti» e di svolgere un ruolo che le pone «in combutta con i trafficanti di uomini e gli scafisti». Il post su Facebook non ha soltanto attirato l’attenzione della politica, ma anche quella della Magistratura. Il Capo della procura della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, nell’annunciare nel corso di una recentissima intervista televisiva l’apertura formale di un’inchiesta sulla vicenda, ha formulato un’ipotesi abbastanza surreale. Non solo, ha sostenuto il dottor Zuccaro, alcune delle ONG potrebbero essere finanziate dai trafficanti ma ha aggiunto che «si perseguono da parte delle ONG finalità diverse: destabilizzare l’economia italiana per trarne vantaggi».

(soldato libico minaccia migranti in attesa di partire)

Il vero pericolo sono i trafficanti

Le polemiche sono naturalmente salite di tono, nonostante gli appelli alla cautela dei ministri dell’Interno, Marco Minniti, e della Giustizia, Andrea Orlando. Gli appelli finora sembrano caduti nel vuoto e il clamore del circuito mediatico-politico- giudiziario rendono difficile un’analisi razionale della vicenda.

Al momento, l’unica cosa certa, è che i trafficanti libici, oltre che cinici e spietati, sono molto furbi e si dimostrano ben capaci di infiltrarsi tra le maglie della rete di sicurezza stessa dell’Europa a difesa delle proprie frontiere. Forse, una volta attenuatosi il clamore di un vociare sempre più confuso, strumentale e improduttivo, si capirà che se non si trova il modo di colpire proprio loro, e cioè i trafficanti di uomini attivi nel caos libico, l’Europa e l’Italia continueranno a subire il fenomeno migratorio, invece che tentare di governarlo con misure efficaci contro le sue radici – e cioè ancora i trafficanti – e non contro i suoi effetti finali, e cioè i migranti. Il problema, insomma, non è tanto nelle ONG e nei salvataggi perché esso non si risolve in mare, nel Mediterraneo, ma va risolto sul terreno in Libia.

Immigrazione di Rimpiazzo - ma questi del corrotto Pd sono proprio imbecilli, più si va avanti e più dimostrano di essere incapaci a difendere le comunità italiane, anzi


Politica

E adesso danno la carta d’identità a tutti i clandestini

Il decreto del ministro Minniti impone ai sindaci di iscrivere all’anagrafe gli immigrati che sono ospiti dei centri d’accoglienza. I quali poi possono accedere ai servizi sociali e alle case popolari
Milano 28 Aprile – Nel decreto Minniti, sbandierato come soluzione rapida per l’emergenza immigrazione, in realtà si nasconde una norma che obbliga i Comuni all’iscrizione nelle anagrafi dei richiedenti asilo. Una vera e propria bomba contro i nostri enti locali. Ma il ministro Minniti davvero vuole aumentare le espulsioni di  immigrati? Davvero vuole accelerare i tempi per mandare via dall’Italia chi non ha diritto di restare? Davvero nel suo decreto ci sono gli strumenti per ottenere questo? A parole, si sa, lui dice di sì. Ma nel testo del provvedimento, pubblicato in Migranti, il decreto Minniti è leggeGazzetta Ufficiale il 18 aprile, si annida un dettaglio, finora sfuggito a tutti, che potrebbe svelare intendimenti completamente diversi. O che, per lo meno, contraddice alla base tutte le roboanti dichiarazioni di principio che hanno accompagnato le nuove misure. Un dettaglio che si sta abbattendo come un macigno sui Comuni: questi ultimi, infatti, ora hanno l’obbligo, stabilito proprio dal decreto Minniti, di accettare l’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo paracadutati nel loro territorio. In altre parole, devono dare carta d’identità e accesso ai servizi sociali a tutti gli immigrati ospiti dei centri di accoglienza spuntati come funghi (e a loro insaputa) nel territorio municipale. Ma perché? Cioè: se l’obiettivo del decreto è ridurre il numero dei richiedenti asilo, accelerando le espulsioni di quelli che non hanno diritto a rimanere, perché si dà la possibilità a costoro di avere la carta d’identità? E l’accesso ai servizi sociali? Perché si proclama a gran voce di voler cacciare i clandestini e poi si danno loro gli stessi diritti degli italiani?
Ricorderete che la contestazione della carta d’identità ai richiedenti asilo non è nuova. La polemica era esplosa quest’estate: di fronte alle incertezze di municipi e Prefetture, il 17 agosto, approfittando dell’Italia distratta dal post Ferragosto, l’allora ministro dell’Interno Alfano emise un’apposita circolare (detta la circolare della vergogna) per stabilire l’obbligo: chi sta in un centro di accoglienza, in attesa di avere una risposta alla sua domanda di asilo, diceva la circolare, deve essere iscritto all’anagrafe e avere regolare carta di identità nel Comune dove ha sede il centro di accoglienza. La decisione scatenò la reazione di molti sindaci, ovviamente in testa quelli che si trovano a ospitare nel loro territorio maxi-conglomerati di immigrati: «Già subiamo il danno del disagio, perché ci date pure la beffa Il comma è stato fatto passare sotto silenzio, evitando il dibattito della residenza anagrafica? Perché anziché aiutarci, ci bastonate ancora?». Sia chiaro, infatti, che la residenza anagrafica (con relativo rilascio della carta d’identità) non è una pura formalità. Attraverso essa, come è noto, si ha accesso a tutti i servizi sociali. In teoria, per esempio, il richiedente-asilo-in-attesa-di-avere-una-risposta-alla-sua-richiesta (alias: un clandestino) può partecipare ai bandi pubblici, come quelli per le case popolari. «Ho pensato a una norma per escluderli, ma temo che potrebbe essere giudicata incostituzionale perché discriminatoria» mi ha confessato un sindaco. E un altro mi ha raccontato di essere stato chiamato dalla Francia a rifondere le spese dei funerali di un clandestino che figurava ancora residente nel suo Comune: presa la carta d’identità, era fuggito dal centro ed era andato all’estero. Ma quando è morto e nessuno lo reclamava, dalla Francia, visto il documento che aveva in tasca, hanno chiamato il sindaco della Bergamasca. E gli hanno chiesto 10.000 euro.
 Il Comune che concede la carta d’identità, infatti, si prende in carico la persona, a tutti gli effetti. Se c’è un problema, se c’è un disagio, se c’è da intervenire economicamente. Ora pensate a tutti i richiedenti asilo ospitati nei centri di accoglienza e immaginate l’impatto che questo potrebbe avere sulle casse, già prosciugate, dei municipi d’Italia. Esatto, avete capito bene: è una bomba pronta ad esplodere. E per questo diversi sindaci avevano fatto opposizione alla circolare Alfano, sfruttando anche il suo incipit zoppicante e piuttosto comico: «Dalle disposizioni normative sembra emergere un quadro certo del diritto…», attaccava il documento del ministero. Ma come «sembra emergere»? avevano protestato i sindaci. Se «sembra» vuol dire che non è certo. E se non è certo noi perché adeguarsi? Perché permettere che una simile mostruosità venga introdotta attraverso una circolare? Su norme che «sembrano»? E per di più nell’Italia distratta del 17 agosto?
 Ecco fatto: ci ha pensato Minniti. Il problema è risolto: una simile mostruosità ora è diventata legge. Il «sembra» è trasformato in norma chiara. L’unica costante è l’Italia distratta: il 18 aprile come il 17 agosto, poco cambia. Non se n’è accorto nessuno. Eppure l’articolo 8, comma l, del decreto Minniti recita proprio così: «Il richiedente protezione internazionale ospitato nei centri è iscritto nell’anagrafe della popolazione residente ai sensi etc etc». Ed è vero che i due commi successivi stabiliscono gli obblighi del responsabile dei centri di comunicare se il richiedente asilo si trasferisce o se sparisce, perché il Comune provveda alla cancellazione dall’anagrafe, ma cosa cambia? Intanto è difficile immaginare che ciò avvenga davvero. E poi, in ogni caso, quello che conta è il principio introdotto surrettiziamente, di nascosto, senza dibattito pubblico, nel nostro ordinamento legislativo: dobbiamo dare carta d’identità e accesso ai servizi sociali a persone che non hanno ancora riconosciuto il diritto a restare in Italia, e nella stragrande maggioranza dei casi mai lo avranno. E la domanda si ripete: ma perché mai?
 La contraddizione, in effetti, è evidente: da una parte il decreto Minniti sembra voler tranquillizzare gli italiani, rassicurandoli sulla rapidità delle procedure, sul pugno duro contro i clandestini, sull’accelerazione delle espulsioni. Dall’altra, però, nel silenzio generale, introduce una norma che va nella direzione esattamente opposta, e che provoca infatti la stabilizzazione dei clandestini. Immigrati che non otterranno mai il diritto a restare in Italia, ottengono però subito il diritto di avere la carta d’identità dal Comune dove sono ospitati, con possibilità di accedere a graduatorie e servizi al pari di chi vive, lavora e paga le tasse in Italia da sempre.
Proprio non si capisce quale sia la ragionevolezza di questa norma. Ma intanto si capisce benissimo la sua forza devastante: ancora una volta, infatti, il peso dell’emergenza viene scaricato sui sindaci, cui da tempo sono stati tolti i mezzi e soldi per aiutare i loro concittadini in difficoltà. E che ora si devono pure sobbarcare il peso e i costi degli immigrati. A loro insaputa, per altro. Come al solito. Senza nemmeno un ministro che abbia il coraggio di dirglielo in faccia.
Mario Giordano (La Verità)

Siria - Stati Uniti nel pantano, non è possibile stare con entrambi i piedi nella medesima scarpa

TURCHIA AMMASSA TRUPPE AL CONFINE SIRIANO. PRONTA L’OFFENSIVA DI TERRA CONTRO I CURDI

(di Giampiero Venturi)
28/04/17 
Migliaia di soldati dell’esercito turco appartenenti al 7° Corpo d’armata convergono verso il posto di confine di Akçale nella provincia di Sanliurfa tra Turchia e Siria. La città, sede della 20aBrigata meccanizzata, è posta proprio sulla frontiera, a poche centinaia di metri dalla siriana Tall Abyad, controllata dai miliziani curdi.
Verso Tall Abyad stanno convergendo anche colonne di miliziani filoturchi provenienti da Jarablus. Le milizie passerebbero attraverso il territorio turco, aggirando la curda Kobane che si trova proprio sulla strada parallela al confine con la Turchia tra Jarablus e Tall Abyad. Fonti indipendenti parlano di centinaia di mezzi e uomini armati.
Jarablus si trova immediatamente a ovest dell’Eufrate, a 1 km dalla Turchia, con cui ormai non c’è più soluzione  di continuità territoriale. Attualmente, al valico di frontiera di Karkamis (provincia turca di Gaziantep), al posto della bandiera della Repubblica Araba di Siria, sventolano i tricolori del Free Syrian Army, i ribelli riarmati da Ankara attivi nel nord della Siria.
L’offensiva turca non è ancora partita, ma voci non ufficiali parlano di “preparativi imminenti”. Questione di giorni.
Le truppe turche, dotate di importanti reparti corazzati attaccherebbero in profondità il territorio controllato dai curdi con cui lo scontro è ormai totale.
Secondo Ankara l’eventuale offensiva in territorio siriano (seguito di Scudo dell’Eufrate del 2016, ormai archiviata) sarebbe una risposta ai continui attacchi delle Syrian Democratic Forces che solo negli ultimi due giorni (26 e 27 aprile, nda) avrebbero assaltato 13 posti di confine fra Siria e Turchia, distruggendo ben 5 carri armati turchi tra Derassiye e Senyurt.
I turchi dal canto loro, grazie all’intervento massiccio delle forze aeree (leggi articolo), avrebbero ucciso “decine di miliziani” e distrutto “una serie di veicoli armati”.
L’escalation tra turchi e forze a prevalenza curda (le SDF sono composte anche da arabi, nda) sta creando scompiglio nel fronte nord est della Siria. Centinaia di miliziani curdi impegnati contro l’ISIS sul fronte di Raqqa (distante solo 90 km dal confine turco) sarebbero stati richiamati per proteggere la retroguardia e le postazioni a ridosso della Turchia.
Non a caso in queste ore l’offensiva contro lo Stato Islamico su Tabqa e Raqqa sarebbe stata sospesa, ufficialmente per permettere agli sminatori di bonificare le aree liberate. In realtà i continui attacchi dei caccia turchi avrebbero distolto le forze curde, concedendo indirettamente respiro ai miliziani del Califfato.
L’imbarazzo degli Stati Uniti è palpabile. Sia la Turchia che i curdi sono stretti alleati USA. L’enorme quantitativo di armi controcarro di cui dispongono le SDF è alla base degli importanti successi ottenuti in poche ore contro le truppe corazzate turche; a questo si aggiungono i 6000 soldati americani impegnati sul territorio siriano al fianco delle milizie arabo-curde.
Mentre cresce l’attrito fra Ankara e Washington, Damasco gongola. La guerra tra ISIS, Turchia e forze curde appoggiate dall'America, non può che fare gioco.
(foto: Türk Kara Kuvvetleri)

Alitalia - sapere quello che si vuole fare. Mare Nostrum. Solo degli euroimbecilli possono limitarsi a fare i conti della serva, gli investimenti per uno scopo hanno costi

Alitalia: pubblica, privata o popolare?

di Nino Galloni
EDITORIALE / 28 APRILE 2017 - 7:37


Il sito di Convergenza Cristiana ( CLICCA QUA ) pubblica il seguente articolo di Nino Galloni, che volentieri mettiamo a disposizione dei nostri lettori

Nell’affrontare uno dei temi più scottanti del momento , quasi tutti gli osservatori, i commentatori e gli operatori partono schierandosi per l’assetto proprietario preferito.

Così il Governo si esprime per un mantenimento dell’assetto privato che i mercati sembrano preferire pur penalizzando, paradossalmente, tali soluzioni; il Governo stesso, al limite, appoggerebbe un prestito ponte, così confondendo urgenti problemi di cassa e la profondità di tematiche strutturali.

Per contro, i fautori della nazionalizzazione vanno diretti al sodo, ma ad una soluzione che, senza un progetto preciso, dimentica tutta la storia di quest’azienda.

Un’altra idea sarebbe quella dell’azionariato popolare ovvero della partecipazione diffusa, condivisa anche dalle stesse maestranze.

Nessuna di queste soluzioni raggiunge o impedisce il raggiungimento dell’obiettivo di risanamento e continuità dell’azienda; ma il punto è stato, purtroppo, l’adeguatezza di strategie industriali e lo è tuttora.

Dieci anni fa due errori, gravissimi, ma che insieme, rasentano la criminalità – per lo meno politica – sono stati la concomitanza di: totale assenza di strategie nord-sud, verso l’Africa soprattutto per privilegiare un delirante est-Ovest basato su Malpensa e l’assunzione di 2.100 lavoratori perché incombevano le elezioni.

Per risanare un’azienda senza un ridimensionamento inaccettabile occorrono investimenti; ma, più gli investimenti costano e meno i profitti incidono su di essi. Quindi la logica dev’essere privatistica e non assistenziale ma la soluzione, a lungo andare, non può essere privata. Per una ragione economica, però, non ideologica.

Bisogna partire da progetto e strategie non da disponibilità di risorse: queste ultime derivano dall’esistenza di un progetto e di strategie di aumento delle vendite e ci sono tanti canali di finanziamento, non solo bancari, ma anche da parte di imprese interessate al business in house. Di qui l’osservazione che il coinvolgimento di imprese e delle stesse maestranze sarebbe vincente a fronte di un progetto adeguato.

È inutile partire dagli assetti per concludere che mancano le risorse.

Al contrario, bisogna vedere a quali bisogni interregionali, internazionali e intercontinentali occorre dar risposta, ben avendo chiaro che il trasporto non è fine a se stesso, ma ben legato ad interessi e prospettive commerciali e geopolitiche.

Oggi la crisi dell’Alitalia dovrebbe venir affrontata come la grande opportunità di recuperare strategie commerciali, geopolitiche, tecnologiche e turistiche.

Il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo, ad esempio, può venir rafforzato anche da collegamenti rapidi e facili con le isole tramite un sistema di idrovolanti di facile ed economico approntamento.

È solo uno dei tanti esempi (un’idea di Andrea Signini) che, però, può servire a pensare diversamente: prima che cosa, poi come, infine con chi. Non viceversa. Per favore. Basta scemenze. La situazione è grave.

Lorenzo Bini Smaghi - un plenipotenziario investito dal Sistema massonico mafioso politico

NOTIZIE RADIOCOR - FINANZA

ITALGAS: BINI SMAGHI, 2016 ANNO MOLTO IMPORTANTE, DOPO 13 ANNI TORNATA IN BORSA

Gestiamo oltre 65mila km rete e 7,4 mln punti riconsegna gas (Il Sole 24 Ore RadiocorPlus)

Milano, 28 apr 2017

"Il 2016 e' stato un anno molto importante per Italgas. Il 7 novembre 2016, dopo 13 anni di assenza, Italgas e' tornata sul mercato azionario italiano quotandosi nell'indice Ftse Mib di Borsa italiana". Cosi' il presidente di Italgas, Lorenzo Bini Smaghi, aprendo l'assemblea della societa', la prima dopo lo scorporo da Snam. Bini Smaghi ha indicato che "Snam e Italgas hanno deciso di scindersi per rafforzare entrambe le societa' e creare ulteriore valore per i propri azionisti e stakeholder". Il gruppo Italgas gestisce oggi piu' di 65mila km di rete e oltre 7,4 milioni di punti di riconsegna del gas, serviti in 1.582 concessioni e detiene una quota di mercato della distribuzione gas in termini di riconsegna pari a circa il 34%. Italgas, ha aggiunto Bini Smaghi, "vede nelle gare d'ambito l'opportunita' per crescere e consolidare il mercato, nell'efficienza operativa la chiave per mantenere la leadership in termini di redditivita' negli investimenti significativi la via per continuare l'ammodernamento della rete e introdurre importanti innovazioni tecnologiche, nell'iniezione di nuove risorse e nella riorganizzazione interna delle persone la forza e le competenze per portare avanti l'ambizioso progetto".

I socialisti europei tutti sono diventati traditori, servi del Globalismo Capitalistico e tutti gli strati sociali hanno interiorizzato questa consapevolezza



Note sparse sulle elezioni in Francia

Redazione 25 aprile 2017 Aree geografiche, Europa, Primo Piano, Ristretto

Oltre a tutto quanto già letto e sentito, qualche considerazione/provocazione sparsa di redazione su alcuni aspetti del primo turno delle elezioni presidenziali in Francia (con nessuna pretesa di esaustività)

1) È cambiata un’epoca, vero, e lo si vede anche a questo giro in Francia, alla luce della assenza tanto dei socialisti quanto dei repubblicani dal ballottaggio. Ma non possiamo fare di tutta l’erba un fascio. Parlare genericamente di “fallimento dei partiti tradizionali” conviene molto ad Hamon, dato che Fillon, pesantemente azzoppato dal noto scandalo della moglie, ha sfiorato il 20%rimanendo competitivo per buona parte della campagna elettorale. Un risultato tutt’altro che positivo, ma neanche clamorosamente negativo, anche alla luce del forte vento anti-establishment che soffia in tutta Europa. Al contrario, il socialista Hamon è risultato un fantasma incolore sin dall’inizio, riuscendo nell’impresa di un risultato ancor più imbarazzante (6%) di quanto già prospettavano i già tragici sondaggi. Il vento di cui abbiamo appena parlato soffia forte, ma non così forte da giustificare una sconfitta così ignominiosa per il partito di Governo che aveva trionfato cinque anni fa, che amministra Parigi, e che paga certo la pessima presidenza Hollande, ma che riesce a peggiorare il disastro di Jospin del 2002.

2) Andando oltre il caso francese, il collasso socialista rimanda da un lato a quello olandese del mese scorso, e già pare quasi preannunciare l’analoga sorte del Labour in Gran Bretagna a giugno. Le buone quotazioni di Schulz in Germania (che paiono tra l’altro in ribasso) non bastano a cambiare il quadro: la socialdemocrazia in Europa pare allo sbando e priva di qualsiasi energia vitale. Eppure le diseguaglianze e le ingiustizie che hanno dato vita all’ascesa del socialismo due secoli fa non sono affatto scomparse, anzi. Il problema è l’incapacità di una parte politica di vederle e di occuparsene seriamente, con l’inevitabile risultato che gli elettori si rivolgono altrove. E l’assenza di una sveglia e di un cambiamento di rotta rischia di portare all’estinzione.

3) Rispetto ai vincitori, andiamoci piano con paragoni, esempi e punti di riferimento per la politica italiana: ogni volta siamo stati prontamente disillusi. Solo per stare al caso francese (anche se gli esempi in Europa sono molteplici), stendendo un velo pietoso su Hollande e chi lo vedeva come esempio, nel 2007 Sarkozy veniva esaltato come un messia dal centrodestra italiano, poi affondato – tra le altre cose – proprio da lui, tra una risata con la Merkel e qualche bomba sullaLibia.

(ps. 4) Cercheremo prossimamente di approfondire a livello globale il tema della dicotomia sempre più radicale e decisiva tra aree urbani e aree rurali, troppo spesso sottovaluta ma fondamentale, anche (ma non solo) a livello elettorale, come hanno dimostrato nell’ultimo anno diverse tornate elettorali, tra tutte Brexit e USA prima di questa).

La Redazione

Sardex, Camera di Compensazione, una forma di moneta complementare, perchè no?

LA CAMERA DI COMPENSAZIONE NEL COMMERCIO INTERNAZIONALE

Maurizio Blondet 21 aprile 2017 

di Andrea Cavalleri

Cos’è una camera di compensazione.

Una camera di compensazione (da ora CdC) è un meccanismo contabile che aggrega tutti i movimenti in entrata e uscita tra due o più controparti, al fine di minimizzare le transazioni, siano esse di denaro, titoli o altri beni.

Passando dall’astratto al concreto si comprende meglio: le banche hanno un altissimo numero di transazioni giornaliere dovute ai movimenti sui conti correnti; tuttavia si guardano bene dal pagarle una ad una, ma a fine giornata le portano alla sede di pertinenza della Banca Centrale. Qui vengono computati i totali addebiti e totali accrediti per ogni banca e vengono regolati (cioè pagati) solo i saldi e non i singoli movimenti. L’ufficio competente, che svolge questa operazione, è appunto la CdC della Banca Centrale.



Supponiamo, per semplificare, che vi siano solo quattro banche associate alla CdC. Il giorno x la banca A ha movimenti in entrata dalle banche associate per un totale di 700 e movimenti in uscita verso esse per 710, la banca B ha entrate per 500 e uscite per 522, la banca C ha entrate per 900

e uscite per 883, la banca D ha entrate per 600 e uscite per 585.

I saldi risultano: A -10, B -22, C +17, D +15.

I movimenti finali saranno concepiti così: A darà 10 alla Cdc e B le darà 22; la CdC ripartirà i 32 in sua gestione dandone 17 a C e 15 a D.



Notiamo subito che i movimenti tra gli associati sono a somma zero ed è ovvio: le entrate di uno sono le uscite di un altro.

In secondo luogo il totale delle disposizioni di trasferimento, 2700, si risolvono con una transazione di 32, perché la CdC scala (cioè “compensa”) gli addebiti con gli accrediti, che, per inciso, è esattamente il meccanismo principale che permette alle banche di effettuare i pagamenti con i soldi che non hanno. Quindi la CdC minimizza lo scambio finale, aggregando tutti movimenti di dare e tutti quelli di avere.

Va anche notato che lo scambio è multilaterale, cioè il credito di un soggetto non corrisponde necessariamente al debito di un solo altro, ma può essere pagato da più soggetti.

Ovviamente ogni banca regolerà al suo interno le posizioni dei correntisti.

La CdC come sostituto del denaro.

Visto l’ottimo funzionamento della CdC nel razionalizzare le transazioni monetarie, alcune persone dotate di acume si sono dette: perché non usarla direttamente per lo scambio di beni e servizi?

In fondo ogni acquisto corrisponde a una vendita e, entro un sistema chiuso, il saldo è zero.

Così, ad esempio, la CdC è stata impiegata come moneta complementare di un certo successo in Sardegna, col nome di Sardex. Come funziona?

Le aziende che si associano al circuito Sardex entrano a saldo zero. Se vendono un prodotto a un associato acquisiscono un credito in Sardex pari al prezzo del venduto (cambio uno a uno tra la divisa ufficiale e quella virtuale), che potranno spendere presso qualunque altra azienda associata. Se acquistano un prodotto senza avere crediti, segnano un debito in Sardex pari al prezzo del prodotto, che potranno coprire vendendo le proprie merci agli associati. A fine anno (non a fine giornata come le banche) il saldo deve tornare a zero, se vi sono debiti bisogna liquidarli in denaro, ma questo non succede praticamente mai.

Ogni azienda conosce il suo fatturato, sa quanto può vendere e pertanto sa anche quanto può comprare, dato che i due valori devono pareggiarsi.

Il gestore della CdC Sardex ha anche stabilito delle regole per cui attribuisce a ogni singola azienda, in base alle sue caratteristiche, una soglia di debito entro cui l’azienda stessa può cominciare ad acquistare da subito.

L’uso della CdC senza denaro ha certe caratteristiche: se nel circuito Sardex sono associate 1.000 aziende e l’azienda 1 vende un prodotto alla azienda 2, non è detto che sia l’azienda 2 a dover ripagare la 1, ma può essere qualunque altra delle 998 aziende rimanenti; non solo: non è detto che l’azienda 1 sia ripagata con un unico acquisto pari al valore della sua vendita, ma può essere ripagata con n acquisti presso aziende diverse, il cui valore totale pareggi quello della sua vendita.

Quindi, rispetto al baratto, che è la classica forma di scambio senza denaro e che si svolge tra due contraenti a pareggio di valore, la CdC ha il vantaggio di essere multilaterale e frazionabile, proprio come il denaro.

Ma anche rispetto al denaro la CdC ha dei vantaggi: i debiti sono a interessi zero e non esiste la carenza di moneta, dato che, essendo tale valuta puramente virtuale, si crea all’atto stesso della transazione. Senza contare che un semplice data-base sostituisce la burocrazia elefantiaca che di solito circonda le monete a corso legale.

Perché per una CdC la dimensione grande è quella ottimale.

Al lettore attento non sarà sfuggito che i soggetti che usufruiscono del Sardex sono aziende e non singoli cittadini, qual è il motivo?

In definitiva la CdC, usata contemporaneamente a una moneta ufficiale, facilita lo scambio di beni e servizi. Ma tali beni e servizi, per essere usufruibili, devono essere prodotti finiti. Quindi l’azienda, titolare di una merce vendibile, ha qualcosa da scambiare, ma il lavoratore dipendente no.

Infatti il dipendente non solo non è proprietario di quel che produce, ma normalmente esegue solo una piccola parte molto specializzata del processo di approntamento del prodotto finito.

Perciò, salvo il caso in cui la CdC sostituisca l’intero sistema monetario, ne possono usufruire solo le aziende e i liberi professionisti.

Ma c’è altro. L’efficienza di una CdC dipende anche dalla varietà dei prodotti acquistabili. Maggiore è la completezza dell’offerta rispetto ai bisogni, maggiore è la probabilità di effettuare scambi. In un sistema troppo limitato si potrebbe verificare facilmente il caso di un’azienda ben disposta a vendere i suoi prodotti, ma non interessata ai prodotti altrui, dato che il circuito non offre ciò che le serve.

A causa della specializzazione indotta dalla tecnologia moderna e a causa delle delocalizzazioni prodotte dal processo di globalizzazione, la dimensione più adatta per ottenere una completezza di offerta in un circuito di compensazione, è quella internazionale.

Una ragione ulteriore per cui la CdC risulta vantaggiosa nel commercio internazionale è il superamento dei problemi legali e fiscali. Se usata come moneta complementare la CdC produce o un commercio non dichiarato fiscalmente, e quindi illegale, oppure un aumento del carico fiscale senza il contestuale introito di valuta legale necessario per pagare le tasse. E infatti le aziende che usano Sardex si limitano a scambiare in CdC tra il 10% e il 15% del loro fatturato, proprio per essere sicure di avere il denaro necessario per adempiere ai propri obblighi verso lo Stato.

Questi problemi, in un circuito ove i soggetti sono Stati sovrani, non sussistono: ci sono le merci, c’è la volontà di scambiarle, trovato l’accordo sul prezzo, l’affare è fatto.

Come realizzare una partnership internazionale con una CdC.

Se ci si riferisce a un mercato aperto, cioè quello in cui ogni azienda del circuito può operare in piena libertà e a parità di condizioni in tutti i Paesi membri, non c’è molto da dire: basta creare una CdC e invitare le aziende ad aderire.

Ma è molto più interessante considerare come realizzare un commercio compensatorio tra sistemi chiusi, che attuano il controllo di merci e capitali, che utilizzano una propria moneta non convertibile, o che hanno stati di necessità e qualunque altro motivo per cui la libertà di azione ai soggetti privati nello scambio internazionale non può essere consentita.

In questo secondo caso ogni Stato istituisce un ministero dell’import-export. L’ente organizzativo della CdC, composto da rappresentanti di tutti i Paesi aderenti, realizza una bacheca informatica in cui tutte le aziende espongono i loro prodotti. I prezzi vengono fissati in una valuta di riferimento, che non è necessariamente la divisa di un paese membro, ma magari una moneta usata abitualmente come valuta internazionalmente convertibile (tanto non la si spenderà).

Si stabiliscono i tetti di indebitamento per ogni Paese aderente, in base alle sue potenzialità di esportazione.

A questo punto l’azienda 1 del Paese A vorrà comprare un prodotto che viene fabbricato all’estero. Perciò aprirà il sito del ministero dell’import-export della propria nazione che espone tutti i prodotti del circuito, prenderà tutte le informazioni, se necessario contatterà il produttore per le specifiche, e farà l’acquisto. Pagherà il prezzo in valuta locale al ministero dell’import-export del suo Paese.

Dall’altro lato, l’azienda 2 del Paese B, che ha venduto il prodotto, verrà pagata dal ministero del import-export del suo Paese.

Se in un certo momento il Paese B sta esportando molto al punto che il ministero è in difficoltà con i pagamenti interni, può ricorrere a pagamenti dilazionati e credito di imposta, sapendo comunque che entro l’anno il saldo andrà a zero; cioè, rivendendo i prodotti importati, il ministero acquisirà la liquidità per saldare i conti con le aziende esportatrici, e quindi le entrate pareggeranno le uscite.

Viceversa, se il Paese A raggiunge la soglia di indebitamento, i prodotti esteri risulteranno “esauriti” nella bacheca virtuale, finché le esportazioni non avranno prodotto nuovo credito.

La CdC funzionerà quindi tra i ministeri, cioè compenserà debiti e crediti (con saldo zero annuale) tra i sistemi-Paese. Se a fine anno un Paese si troverà con qualche residuo debitorio, lo pagherà in denaro. Ma i ministeri dell’import-export si adopereranno per agevolare il pareggio del saldo, tramite accordi, comunicazioni e incentivi interni.

E i ministeri regoleranno le posizioni delle aziende nazionali, esattamente come fanno le banche con i correntisti.

I vantaggi di una CdC internazionale.

I vantaggi di questo metodo di scambio sono forti e numerosi.

In primo luogo viene alleggerito l’onere delle scorte di valuta convertibile: tutti gli scambi del circuito ne sono esenti, pertanto i Paesi membri utilizzeranno la moneta internazionale solo per gli acquisti fuori circuito.

In secondo luogo una CdC favorisce la stabilità della cooperazione economica tra i Paesi membri, dato che il commercio si svolge senza squilibri della bilancia dei pagamenti esteri. In questo modo la fiducia degli operatori si consolida e si promuove l’autosufficienza del circuito, che ha tutto il vantaggio di non andare a indebitarsi altrove, potendo scambiare in pareggio.

In terzo luogo, lo scambio in CdC è immune da interferenze esterne. Ad esempio la concorrenza esterna al sistema viene depotenziata, in quanto tra un prezzo lievemente inferiore da pagarsi in valuta internazionale e un prezzo un poco più alto gestibile in compensazione, generalmente si preferirà il secondo, perché oltre all’acquisto del prodotto garantirà l’esportazione di merci per un valore corrispondente; mentre nel primo caso si sa che si spende ma non si sa se si guadagnerà.

Le sanzioni economiche resteranno del tutto ininfluenti sul circuito in CdC, dato che si basano quasi sempre su limitazioni e blocchi bancari, che non hanno nulla a che vedere con lo scambio senza denaro.

Un vantaggio interessante è anche quello della possibilità del riequilibrio interno dei prezzi.

Se ad esempio il Paese A importa un farmaco salva vita a costo 8 e delle playstation a costo 2, il ministero dell’import-export può decidere di metterli in vendita all’interno al prezzo di 7 e 3. Di solito queste cose vengono fatte con la politica fiscale, qui si farebbero direttamente sul mercato.

Per finire la CdC sarebbe un toccasana per la privacy.

Infatti, tutto il commercio internazionale consueto utilizza pagamenti bancari. Ma le banche, per i pagamenti internazionali, utilizzano il circuito SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) che emette dei codici identificativi per ogni banca e ogni operazione.

La SWIFT ha sede in Belgio, ma gli azionisti sono società di capitale multinazionali e non hanno molto a cuore la tutela del cittadino. Infatti questo provider permette l’accesso illimitato ai codici da parte della CIA, del NSA e simili agenzie di intelligence, con la scusa della lotta al terrorismo e alla criminalità.

Il risultato è che tutte le transazioni internazionali sono tracciate e questa mole di dati viene usata in modo molto spregiudicato per lo spionaggio industriale, personale e politico.

Invece il sistema informatico della CdC internazionale sarebbe prodotto e gestito dai ministeri dei Paesi membri, che potrebbero criptare i dati e renderli inaccessibili all’esterno.

A chi servirebbe particolarmente una CdC internazionale.

Esistono alcune situazioni che si avvantaggerebbero particolarmente di un commercio estero in compensazione.

Ad esempio un gruppo di Paesi in via di sviluppo potrebbe trovare delle sinergie e un sostegno reciproco, senza il timore che una nazione ne cannibalizzi economicamente un’altra.

Dei gruppi di Stati che abbiano avviato una cooperazione preferenziale, magari osteggiata dal movimento globalista, tramite una CdC internazionale costituirebbero una sorta di area privata e leggermente protetta dalle ingerenze esterne, che permetterebbe loro di sviluppare lo scambio in tutta tranquillità.

E’ impossibile non accorgersi di quanto i BRICS rientrerebbero in questo caso. Infatti non solo la CdC li proteggerebbe dalle interferenze dei globalisti, ma le conseguenze delle sanzioni alla Russia sarebbero nulle e i comprensibili timori degli Stati meno produttivi di fronte all’aggressività delle esportazioni cinesi verrebbero placati.

Ma oltre al presente, si possono scorgere in un vicino futuro altri candidati all’uso della CdC che troverebbero questo metodo perfetto.

Ad esempio, dato che la zona euro è claudicante e prossima alla rottura, (secondo Ted Malloch, probabile ambasciatore USA alla UE, non ha più di 18 mesi), ci sono dei Paesi che per affinità, tradizione e vicinanza economica potrebbero trarre vantaggio da un simile metodo di scambio.

Penso al gruppo di Visegrad, ad esempio, ma ancor di più a un altro gruppo.

La situazione post euro (e si spera anche post UE) sarà comunque caratterizzata da una grande incertezza: prima che la fluttuazione dei cambi produca un riequilibrio delle bilance commerciali molti rapporti internazionali si giocheranno sulla fiducia, il che significa, dopo il crollo di un progetto utopistico protratto forzosamente nonostante i danni evidenti, che saranno condizionati soprattutto dalla sfiducia reciproca.

Parecchi Stati, indeboliti dall’egemonia tedesca, avranno comunque bisogno di cooperare; e un sistema che garantisca il pareggio degli scambi esteri, garantendo al contempo il controllo dell’economia interna, è l’ideale per indurre alla collaborazione quei Paesi resi scettici dalla recente delusione.

Penso a una possibile Alleanza Mediterranea, che coinvolgerebbe Croazia, Grecia, Italia, Spagna e Portogallo. In caso di vittoria della Le Pen, anche la Francia.

Certamente queste nazioni avrebbero bisogno di collaborare e hanno le caratteristiche di affinità sufficienti a farlo abbastanza bene.

Una CdC internazionale sarebbe il metodo perfetto per ripartire su base paritetica e non egemonica, immune dalle ingerenze dell’alta finanza, e atto a sviluppare l’amicizia tra i membri.

venerdì 28 aprile 2017

25 aprile 2017 - Diego Fusaro - Riverticalizzare il conflitto. Servo contro signore.

Immigrazione di Rimpiazzo per destabilizzare l'economia, il tessuto sociale italiano

Migranti. Calderoli (Lega). Ong pagate dagli scafisti? Italia avalla traffico di essere umani


Agenpress – “Il pm Zuccaro denuncia che alcune di queste Ong potrebbero essere finanziate dalle organizzazioni di trafficanti di esseri umani, come da tempo peraltro ipotizziamo, ma soprattutto denuncia che quello degli immigrati clandestini è diventato il nuovo business del Mediterraneo, un business addirittura superiore a quello della droga, e infine denuncia un possibile piano per destabilizzare l’economia italiana attraverso l’immigrazione”.

E’ quanto afferma in una nota il senatore della Lega Roberto Calderoli. “Sono molto interessanti, ed estremamente gravi, le parole pronunciate questa mattina dal procuratore di Catania, Zuccaro, che da tempo ha aperto un fascicolo di indagine sulle attività delle navi Ong spuntate come funghi nelle acque del Mediterraneo”.

“A questo punto il ministro degli Interni, quello della Difesa e anche quello degli Esteri devono intervenire, con urgenza, bloccando tutti gli arrivi di immigrati, senza se e senza ma, perché altrimenti significherebbe che l’Italia avalla il traffico di esseri umani, oltre all’invasione in corso, un’invasione da oltre mezzo milioni di immigrati nel triennio 2014-2016, cui vanno aggiunti gli oltre 42.000 arrivati in questo 2017, un’invasione costata alle casse statali già oltre 10 miliardi cui andranno aggiunti i 4,6 miliardi previsti nel Def per il 2017, per un business da 15 miliardi in quattro anni”. “Basta fermiamo l’invasione, prima che sia troppo tardi, fermiamo il traffico di esseri umani e fermiamo queste navi Ong di cui sappiamo pochissimo”.

7 maggio 2017 - il fantoccio Macron è impossibilitato a vincere, è un burrattino senza anima contrariamente alla le Pen che rappresenta, l'identità, la patria dei francesi

Macron perde colpi. E la Le Pen ci crede

LEGGI IL COMMENTO DI MARCELLO FOA


Di certo Macron ha un problema "à gauche" ce l'ha davvero, considerando anche le analisi del voto ben riassunte dal settimanale Marianne.
© Keystone

27 aprile 2017 09:02

Marcello Foa

di MARCELLO FOA - Oh, oh, campanelli di allarme per Emmanuel Macron che non poteva iniziare peggio la campagna elettorale per il secondo turno. Tre giorni, tre flop. Vediamoli.

Il primo la notte elettorale: quelle immagini del candidato di "En marche" che festeggia in una brasserie del centro assieme a tanti Vip (come il suo pigmalione Jacques Attali) non è affatto piaciuta al popolo di sinistra, a cui è sembrato di rivedere Nicolas Sarkozy. Una scivolata, certo, ma da non trascurare per un candidato che, per vincere, ha bisogno anche del voto della sinistra, la quale, invece, ieri gli ha riservato la prima sconfessione pubblica.

Gran dritta Marine Le Pen. Avendo saputo che Macron si apprestava a visitare ad Amiens una fabbrica della Whirpool a rischio chiusura per delocalizzazione (detto fra noi: scelta folle quella del candidato di En marche), lo ha anticipato di qualche ora, recandosi di fronte ai cancelli dove ha arringato gli operai che lottano in difesa dei propri posti di lavoro. Poi se n'è andata e quando Macron è arrivato, i lavoratori anziché applaudirlo lo hanno fischiato, rimproverandogli di essere un paladino della globalizzazione. Un disastro in termini di immagini perché quei fischi "di sinistra" ne incrinano l'immagine di leader che sa unire i francesi e perché rafforza il frame su cui punta il brillante stratega di Marine, Florian Philippot, per indebolirlo, quello secondo cui in realtà è il candidato delle élite e non del popolo.

Di certo Macron ha un problema "à gauche" ce l'ha davvero, considerando anche le analisi del voto ben riassunte dal settimanale Marianne.

Oggi il leader più votato dalle classi operaie è Marine Le Pen, con il 34% dei consensi e, in sè non è una sorpresa; la quale però è seguita da Jean-Luc Mélenchon che raccoglie il 24% dei consensi, staccando di ben 10 punti Macron fermo al 14%. I politologi sostengono che il travaso dei voti dall'estrema sinistra alla Le Pen è inverosimile. E in teoria hanno ragione ma anche gli elettori francesi sono "liquidi": non votano più secondo schemi rigidi di appartenenza politica ma si lasciano guidare dall'empatia, dagli interessi, anche personali, dalla tendenza ad anteporre un aspetto rispetto ad altri. Esiste una fascia elettorale che può passare con disinvoltura dalla destra alla sinistra e viceversa. Marine Le Pen lo ha capito e tenta di sedurre l'altra metà dell'elettorato disilluso, quello ai suoi antipodi. Ieri ha parlato come un leader progressista d'altro tempi e se i temi economici dovessero caratterizzare l'ultima fase della campagna elettorale, potrebbe raccogliere consensi anche tra i fan di Mélenchon più di quanto si immagini, sapendo, peraltro, che sarebbe un successo anche indurli ad astenersi.

A determinare l'esito del voto sarà, infatti, anche la partecipazione elettorale. Più gente alle urne, più chances per Macron. Meno folla ai seggi più possibilità per Marine, che in queste ore può muoversi con la libertà di chi non ha nulla da perdere. E che per questo diventa sempre più pericolosa.

"Aux urnes mes citoyens", dovrebbe urlare Macron, suscitando la passione delle folle. Ma non ha la tempra. Non è carismatico, non è un vero capo. Pensate che quando si emoziona "il zozotte" come dicono i francesi ovvero è blaso, la sua lingua inciampa sulle s. Capita, per carità, ma quando si deve apparire autorevoli e presidenziali un difetto di pronuncia, che ti aspetti più in un adolescente che in un adulto, non aiuta. No, non è un trascinatore e in tv non va affatto bene, come si è visto l'altra sera su France2. Certo, è telegenico, ha il volto rassicurante del bravo ragazzo ma è noioso, prevedibile, senza guizzi. Quell'intervista in prime time sarebbe dovuta servire a piazzare la zampata per cancellare le polemiche sulla festa alla brasserie e invece è risultata insipida.

Sia chiaro: è ancora in testa, secondo i sondaggi. Ma l'inerzia della campagna è cambiata. Macron sulla difensiva, Le Pen arrembante e pronta a giocarsela su più tavoli: a sinistra come paladina di chi denuncia gli effetti distruttivi della globalizzazione e rivendica una società più equa, a destra sempre più come erede del gollismo in difesa dell'identità francese, della patria, contro l'immigrazione incontrollata. Un po' Mélenchon e un po' Fillon. E sempre più convinta che la rimonta è possibile.

Di che innervosire Macron, il quale ora deve inventarsi qualcosa per riappropriarsi della dinamica elettorale. Un Macron che inizia ad avere paura.

Gerusalemme est - gli ebrei cacciano dalle case i palestinesi per costruirci le loro, senza casa li costringono ad andare via dalla loro terra, un piano spietato cinico e volto al genocidio di questo popolo

Israele annuncia un piano per 15mila nuove case a Gerusalemme Est

Israele intende costruire 15.000 nuove case a Gerusalemme est. Lo ha detto alla radio israeliana il ministro dell'edilizia Yoav Galant (del partito centrista 'Kulanù) spiegando che il suo dicastero e il Comune di Gerusalemme stanno lavorando al piano da due anni con l'obiettivo di mettere in cantiere 25mila nuove abitazioni e di queste 15mila nella parte est della città.

«Costruiremo - ha detto alla radio il ministro, riferito dai media - 10mila unità a Gerusalemme e circa 15mila nei confini municipali della città». L'annuncio - è stato ipotizzato - potrebbe essere diffuso nel Giorno di Gerusalemme, il 24 maggio, due giorni dopo il possibile arrivo di Donald Trump in Israele. Il presidente Usa - che si appresta ad incontrare il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas) a Washington nel loro primo appuntamento - ha più volte chiesto ad Israele di «contenersi» sugli insediamenti, sottolineando che «questi non aiutano la pace».

Obiettivo del presidente Usa è quello di far ripartire i negoziati come ha ribadito oggi in un'intervista alla Reuters: «Non c'è alcuna ragione - ha spiegato - perchè non ci sia anche oggi». L'intenzione annunciata dal ministro Galant - che però non è stata commentata dai livelli politici più alti di Israele - è stata subito condannata dal segretario generale dell'Olp Saeb Erekat: «un deliberato sabotaggio - ha detto citato dai media - degli sforzi di riavviare i negoziati». «Tutti gli insediamenti nella Palestina occupata sono illegali per la legge internazionale. La Palestina continuerà a ricorrere alle organizzazioni internazionali per far ritenere Israele, la potenza occupante, colpevole per le sue gravi violazioni della legge internazionale».
Venerdì 28 Aprile 2017

No Comment 27.4.17 - Corea del Sud, proteste contro il THAAD americano

28 aprile 2017 - Giulietto Chiesa: Le massacre de Rashiddin.