Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 agosto 2018

18 agosto 2018 - Vox populi, vox Dei

18 agosto 2018 - La lezione che arriva da Genova

18 agosto 2018 - Crollo ponte Genova, ai funerali lunghi applausi per i ministri Luigi Di...

L'euroimbecillità di tutte le razze, quella italiana e straniera non vogliono che questo governo risani l'Italia vogliono solo depredarla

Urge un Piano Marshall per le infrastrutture: 50 miliardi sono già stanziati ma Tria ne vuole di più

17/8/2018 6:00:21 AM 

24/07/2018 Roma, conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri n 11; nella foto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro dell'Economia Giovanni Tria

“Nessuno si dovrà trincerare dietro l’alibi della mancanza di fondi o di vincoli di bilancio. E’ l’intero sistema di competenze e responsabilità in tema di investimenti pubblici infrastrutturali che deve essere chiamato in causa e che è alla base del degrado infrastrutturale dell’Italia, dei ritardi e dell’incapacità di spesa“.

Il messaggio del ministro dell’Economia, Giovanni Tria è chiaro: dopo la tragedia del ponte Morandi crollato a Genova, l’esecutivo accelererà sugli investimenti infrastrutturali. Tria, però, è uomo del dialogo: sa bene che non può permettersi di sfidare a viso aperto le regole europee, ma è altrettanto consapevole di non poter sconfessare la linea dei vice premier Di Maio e Salvini.

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Il piano del ministero è chiaro: attivare il prima possibile gli 82 miliardi di euro messi a disposizione dall’esecutivo Gentiloni con le leggi Bilancio del 2017 e del 2018. Ai 46 miliardi del 2017, sono stati aggiunti altri 36 miliardi di euro, spalmati fino al 2032. Dimostrare, in sostanza, di essere capaci a spendere le risorse a disposizione.

Quel che resta del Ponte Morandi dopo il crollo

Il problema di Tria – e dei ministri competenti, a cominciare da Danilo Toninelli, responsabile del ministero dei Trasporti – è che sulla carta le risorse sono già state assegnate a diversi capitoli di spesa:
  • trasporti, viabilità, mobilità sostenibile, sicurezza stradale, riqualificazione e accessibilità delle stazioni ferroviarie;
  • infrastrutture, anche relative alla rete idrica e alle opere di collettamento, fognatura e depurazione;
  • ricerca;
  • difesa del suolo, dissesto idrogeologico, risanamento ambientale e bonifiche;
  • edilizia pubblica, compresa quella scolastica;
  • attività industriali ad alta tecnologia e sostegno alle esportazioni;
  • informatizzazione dell’amministrazione giudiziaria;
  • prevenzione del rischio sismico;
  • investimenti per la riqualificazione urbana e per la sicurezza delle periferie delle città metropolitane e dei comuni capoluogo di provincia;
  • eliminazione delle barriere architettoniche
Il piano Marshall di cui hanno parlato Toninelli, ma anche Di Maio e Salvini, prevede un rapido riordino delle voci di spesa per mettere a fuoco quelle che sono le priorità del paese, a cominciare dalle infrastrutture al dissesto idrogeologico: lavori che da soli drenerebbero 50 miliardi di euro. Ma di fatto si tratta di soldi già accantonati negli anni: come a dire che il governo ha a disposizione le munizioni per intervenire da subito senza dover chiedere nulla a Bruxelles. Insomma, l’esecutivo dovrà dimostrare di essere più efficiente e capace di quanti lo hanno preceduto.

Genova, prefettura – conferenza stampa nel giorno dopo il crollo di ponte Morandi con Toninelli, Di Maio, Conte e Salvini

Il richiamo all’Unione europea è quindi rivolto a Tria a cui si chiede di negoziare l’applicazione delle golden rule, ovvero lo scorporo degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit e dall’obiettivo di medio termine imposto dal fiscal compact. Una misura del genere, tuttavia, garantirebbe margini di manovra più ampi al governo in carica, ma lascerebbe in eredità un aumento sensibile del debito pubblico: una scommessa pericolosa, soprattutto, se alla crescita della spesa non corrispondesse una ripresa sostanziosa dell’economia.

Anche per questo da Bruxelles, la Commissione Ue si è affrettata a ricordare che l’Italia ha “già avuto molta flessibilità”, circa 30 miliardi di maggiori spese tra il 2015 e il 2018. Inoltre i tecnici Ue non hanno mai digerito la gestione “allegra” delle concessioni ottenute. D’altra parte, l’Europa ha concesso all’Italia tutto il credito necessario per mettere in sesto i conti, ma le politiche economiche che avrebbero dovuto rilanciare il Paese hanno fallito: il taglio delle imposte alle imprese, insieme al Jobs Act non sono bastati a rilanciare l’occupazione; il congelamento dell’aumento Iva, insieme agli 80 euro non hanno spinto i consumi.


E nel 2016, in particolare, il governo Renzi ottenne ampi margini di flessibilità con lo scorporo dal deficit delle spese per l’emergenza migranti e con il terremoto di Amatrice: dei 4,5 miliardi ottenuti per la ricostruzione, nella legge di bilancio ne figuravano appena 1,6. Abbastanza perché l’anno dopo, la Ue imponesse una manovra aggiuntiva da 3,4 miliardi all’Italia.

Niente è un caso, sono partiti gli avvertimenti dal Sistema mafioso massonico politico di non toccare i lucrosi loro affari, il Partito dei Giudici è una loro emanazione e quello di Genova gioca su tavoli diversi per intorpidire le acque. Per loro far morire un uomo è un gioco da ragazzi

Consigli non richiesti al ministro Salvini

Maurizio Blondet 18 agosto 2018 

Furto in casa dei genitori del ministro Salvini, al Giambellino. Scheletrici i particolari forniti dalla stampa: i ladri hanno “rubato argenteria” e si sono portati via la cassaforte, “smurandola”.


Ovviamente si tratta di una operazione di servizi. Quali, impossibile dire – almeno senza rischiare una denuncia per calunnia, che non ci si può permettere non disponendo di collegi di avvocati. Anche perché a parte i servizi esteri che agiscono indisturbati da noi, ce ne sono molti in Italia. Pubblici, privati, di azienda, di partito. Più quelli noleggiabili.

Cosa potesse tenere Salvini a casa dei genitori per sicurezza, lo sa Salvini. Quindi potrà ipotizzare che tipo di cose cercavano i “ladri”, se per esempio documenti relativi alla “caccia ai 46 milioni” o altro.

Poi c’è stato l’attentato alla sede Lega di Treviso. Fatto per uccidere, prima una bomba carta per attirare gente, poi innescare la pentola a pressione piena di chiodi. E’ stata rivendicata da un gruppo anarchico autodenominatosi “Cellula Haris Hatzimichelakis – Internazionale nera”.


Il testo della rivendicazione, più che delirante, è sconnesso e pieno di inconseguenze logiche e sintattiche: pare scritto da uno che per la fretta ha affastellato un po’ di luoghi comuni del terrorismo rosso e rosso-nero a casaccio.


Questa, lo diciamo per i più giovani, è strategia della tensione. 

E’ stato notato che Villorba di Treviso, dove ha avuto luogo l’attentato alla Lega, è la sede originaria e centrale dei Benetton, i concessionari di Autostrade. Naturalmente ciò non significa un indizio quanto a colpevoli, anzi il contrario; ma comporta un “messaggio” che i leghisti sapranno, spero, interpretare.


Piuttosto, è stato notato il silenzio mediatico su questo atto di terrorismo vero, in paragone al clamore per il lancio di un uovo per giorni attribuito al “razzismo”, dunque a Salvini e alla Lega (il solo partito nella storia che abbia candidato e votato al senato un africano, Iwobi). Come ironizza Capezzone: “Cronaca fredda, unemotionally factual. Far intendere che se la sono cercata”.

Questo appunto è un ingrediente della vecchia strategia della tensione, quando le Brigate Rosse che uccidevano poliziotti erano per la stampa “sedicenti” , i due fratelli Mattei, missini carbonizzati nel rogo di Primavalle, erano per i media vittime di una faida interna tra “fascisti”, e quando gli intellettuali si fregiavano del motto “Né con lo Stato né con le BR”.

Il significato di questo parteggiare totalitario dei media è inequivocabile: i media sentono con istinto infallibile, e un fiuto primordiale da cani da muta, che il governo attuale, e la coalizione di governo, non ha il potere in mano. Anzitutto non ha il potere di far paura a loro. Non ha le leve vere per imporre la sua politica, non ha fatto le nomine giuste, le dovute sostituzioni, ha che fare con rifiuti di obbedienza fra gli stipendiati dei ministeri-chiave, e persino la Guardia Costiera, sfida impunemente Salvini, fino ad emulare lo scafismo di Open Arms, in collusione coi poteri stranieri più odiosi. Cosa che il carrierista in capo non oserebbe fare, se il governo gli facesse paura.

Questo governo si appresta a rovesciare il tavolo in Europa, affrontando la crisi che essa sicuramente le scatenerà contro (pardon,”I mercati” “lo spread”) avendo per giunta contro il Quirinale, Bankitalia, Consob, la “giustizia”, ministeriali, grandissime concessionarie:. E non parlo solo di Benetton.

Qui si parla di grand commis che hanno svenduto le partecipazioni statali per poi subito essere assunti dal concessionario con stipendi milionari


Si parla di “capitani coraggiosi” che hanno preso Alitalia per svuotarla degli slot di valore, vendendone 5 ad Etihad al prezzo di uno, con la complicità dei sindacati.


Qui sono in pericolo i lucrosi “risultati” delle privatizzazioni seguite e provocate da Tangentopoli

Si tratta insomma di gente che ha miliardi, presi durante trent’anni di saccheggio indisturbato della ricchezza italiana, e che non vuole perderli.

Come ha spiegato ai lettori inglesi Ambrose Evans Pritchard del Telegraph a proposito del precedente colpo di Stato del 2011, quando “un ex commissario UE fu insediato come primo ministro dell’Italia, Mario Monti” e la “defenestrazione del precedente governo fu fatta con il consenso e l’appoggio del presidente della repubblica di allora, uno Stalinista che poi s’è convertito all’ideologia UE con lo stesso fanatismo” (Qui Ambrose sbaglia: non sa che Napolitano fu fin dall’inizio il referente della massoneria internazionale inserito nel PCI. Ma continua):

Gli eventi di Italia e Grecia mostrano che l’apparato UE opera attraverso le potenti elites che stanno in ogni stato membro e per imporre la sua volontà quando trova resistenza, e come usa la paura e la coercizione economica per effettuare regime change”.

Di fronte a questo formidabile apparato di potere del nemico esterno e di traditori interni, l’Italia non ha altra forza che la sua dimensione, e paradossalmente, di usare la sua debolezza come arma, un po’ come quelli della Folgore che si gettavano sotto i carri armati con le bottiglie molotov. Per la UE, scrive Evans Pritchard, “non è utile per niente minacciare una espulsione del paese dall’unione monetaria, alla greca. Ciò precipiterebbe una reazione a catena di bancarotte sovrane e imprenditoriali, e trascinerebbe nel crollo il sistema bancario europeo. La Germania può aspettarsi – se espelle l’Italia – una perdita di 2 trilioni”; ossia 2 mila miliardi di euro.

Ora, questi poteri capiscono che tutto in fondo si riduce alla volontà politica, soprattutto di Salvini (a torto o ragione considerano i 5Stelle recuperabili). Che parla molto, forse troppo, situazione in cui è facile farlo apparire inefficace, un “baùscia milanés”, o peggio.

Da qui un consiglio non richiesta: faccia la telefonata a Minniti per farsi insegnare qualcosa, se ancora in tempo. Minniti è brava persona, in rotta col suo pd, sui servizi sa cose che lei ignora.

Altro consiglio: le vacanze a Milano Marittima tra i bagnanti che si fanno i selfie, è bello e popolare. Ma espone a qualunque solitary assassin, immigrante negro e terrorista islamico prefabbricato. Per il breve soggiorno al mare, un ministro dell’Interno può usare le spiagge delle tenute presidenziali tipo San Rossore o Castelporziano. Il presidente non gliele ha offerte, ovvio. Ma lui può pretenderle.

(Lei ci andò. Su invito di Napolitano)

Lì potrà assaggiare i lussi delle oligarchie principesche al potere (che non lo sedurranno) ma anche silenzio e sicurezza per sé e i suoi. Sarebbe impossibile lì un solitary assassin, proprio come è impossibile che l’attentato di Villorba sia stato commissionato dai Benetton.

Immigrazione di Rimpiazzo - nuovo braccio di ferro con l'infida Malta e con le corbellerie della Diciotti

Rifilare altri 170 migranti all’Italia, ecco l’ultima furbata di Malta. I profughi spinti nelle nostre acque dalle navi maltesi. Ma Salvini li rispedisce indietro: abbiamo già dato

16 agosto 2018 dalla Redazione


A soccorrerli è stata la nave Diciotti della Guardia Costiera italiana. Ma il ministero dell’Interno ha chiestocomunque che i 170 migranti tratti in salvo siano accolti da Malta. Ossia, dal porto sicuro più vicino alla zona di recupero.

Braccio di ferro – Insomma, a poche ore dall’accordo raggiunto sulla gestione dei 141 migranti raccolti in mare della nave Aquarius (l’Italia ha accettato di accoglierne 20), Matteo Salvini apreiapre un nuovo fronte di scontro con il Governo de La Valletta. “In Europa non cambiano mai”, ha tuonato su Facebook il vicepremier. Che ha aggiunto: “È mio dovere informarvi che un barcone con 170 immigrati a bordo, ora in acque maltesi e in difficoltà, viene bellamente ignorato, anzi viene accompagnato verso le acque italiane, dalle autorità maltesi. Se questa è l’Europa non è la mia Europa. L’Italia ha già accolto, e speso, abbastanza. Sia chiaro a tutti, a Bruxelles e dintorni. Punto”. Secondo indiscrezioni raccolte dall’agenzia di stampa Ansa, qualora i 170 migranti soccorsi dalla Diciotti fossero dirottati in Italia, così come d’altra parte annunciato da Malta nelle ultime ore, il Viminale sarebbe pronto a rimettere in discussione l’intesa raggiunta sulla redistribuzione delle persone recuperate dall’Aquarius. Ma non è tutto. L’affondo di Salvini contro l’Unione europea non finisce qui. “Cronache dall’Europa che non esiste. I maltesi ieri (mercoledì, ndr) avevano assunto la responsabilità di un intervento in aiuto di un barcone con 170 immigrati a bordo, come giusto, all’interno delle loro acque, e una loro imbarcazione (la P52) era giunta in zona, ma senza prestare alcun soccorso. I maltesi hanno quindi ‘accompagnato’ il barcone verso le acque italiane, e una nave della Capitaneria di Porto italiana, senza che al Viminale ne fossimo informati, ha imbarcato gli immigrati mentre ancora si trovavano in acque maltesi, per dirigersi verso l’Italia. Ho chiesto che la nave italiana contatti le autorità maltesi, nelle cui acque è avvenuto il soccorso, perché mettano a disposizione un porto per lo sbarco. Dopo aver accolto via mare 700mila immigrati in pochi anni, penso che l’Italia abbia già fatto il dovere suo e anche di altri”, ha tagliato corto il ministro dell’Interno.

Scafisti in manette – Intanto, sempre ieri, tre persone – due creci e un georgiano – sono finite in manette. L’accusa mossa dalla Guardia di Finanza che le ha arrestate è di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Secondo i militari del Reparto Operativo Aeronavale delle Fiamme Gialle, i tre uomini sarebbero gli skipper e lo scafista di un veliero e di una imbarcazione che trasportava migranti clandestini. I due mezzi sono stati intercettati a largo di Santa Maria di Leuca, a Lecce, e stavano trasportando 24 persone – tra cui cinque minori e una donna incinta – di nazionalità irachena, iraniana e di etnia curda. I mezzi sono stati sequestrati mentre i passeggeri sono stati accompagnati nel centro di accoglienza “don Tonino Bello” di Otranto.

http://www.lanotiziagiornale.it/rifilare-altri-170-migranti-allitalia-ecco-lultima-furbata-di-malta-i-profughi-spinti-nelle-nostre-acque-dalle-navi-maltesi-ma-salvini-li-rispedisce-indietro-abbiamo-gia-dato/

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Poliscriba razza in estinzione - Il calcestruzzo non dura, dopo cinquant'anni conviene disfare e rifare, mettere nel conteggio di nuovi opere

Crolla il Ponte Morandi sotto il peso delle statistiche [Il Poliscriba]


Il Poliscriba

Il Pontifex era l’artefice di ponti, colui che sa costruire ponti, per cui i costruttori di ponti, presso Etruschi e Romani, furono riveriti e collegati con il divino.

È crollato un ponte!
È crollata la fiducia.
Il cittadino, il pagatore di tasse, l’utente finale … noi … piange, non crede all’impossibile, all’inesattezza della scienza che sbuca proprio quando la vittoria sul Fato e il Caos sembra a un passo.
Noi ci fidiamo che la cosa pubblica funzioni.
Non possiamo farne a meno ... della fiducia quanto della Res Publica.
Convinti di sentirci immuni dalla fede, miscredenti teologici, conduciamo o meglio siamo condotti in una vita di sonnambulismo, e ci offriamo nudi, senza difesa, alla tecnica, esaltando la scienza in mancanza di dei, la frenesia in mancanza di pace, l’obbrobrio in vece della bellezza, la stupidità in assenza di intelligenza, le vuote parole incapaci di ascoltare in silenzio e provare vera angoscia per il vuoto dentro e fuori di noi.
Come esseri totalmente irrazionali, paludati dalle pieghe dei nostri vestiti carnali, ci picchiamo di essere gli uomini nuovi, gli androidi pronti per innesti high-tech e godiamo all’idea di un’immediata integrazione che supererà l’estensione tra corpo e macchina.
Per adesso, ci tocca sentire ancora la manfrina che tragedie come quella di Genova non possono e non devono ripetersi, che si tratta di errori umani che non erano inevitabili ma sicuramente prevedibili.

Prendere il posto di Dio dopo la morte di Dio ha un prezzo.
I tecnici e gli scienziati non l’hanno ancora afferrato e quando ne saranno pienamente consapevoli abbandoneranno la Terra degli uomini come il Creatore ci abbandonò al destino miserrimo della nostra valle di lacrime.
La responsabilità infinita è un’idiozia, così come la prevenzione infinita.
Questi infiniti posti a suggello di qualità divine incarnate negli ingegneri, nei medici, nei ricercatori, puzza di idolatria.
Con la tecnica non si scende a patti, non si usa la preghiera sperando in un miracolo anche se a volta il miracolo avviene ma non è quantificabile: il camionista che si arresta a pochi metri dal baratro, l’autista che cade con la sua auto e non si fa un graffio… 
Se non si fosse spaccata la valvola di contenimento della vasca di raffreddamento di uno dei reattori nucleari della centrale di Fukushima, oggi Tokyo sarebbe deserta.

È crollato un ponte, ne crollano tanti, ne crolleranno ancora.
Se ne farà un altro o più verosimilmente si recupererà, per mancanza di fondi, ciò che resta del vecchio ancora in piedi … sperando vivamente che ciò non avvenga perché sarebbe una porcata tecnica pericolosissima.
Genova per noi … cantava il Conte… Genova che esplodeva di fabbriche ed esigeva nel ventennio 50-70 la cementificazione della Liguria, con i rischi idrogeologici paventati e rimasti inascoltati.
L’Opinione Pubblica è in lutto e a mascelle aperte si rintrona di TG per aspettare la minima variazione news sul conteggio dei morti sotto le macerie, attende in ansia i fremiti, i sussulti, si commuove, al contrario dei cinici dominanti che contabilizzano il danno, mentre i dominati stramazzano soffocati dalla caduta del progresso sotto il peso delle sue statistiche mai messe in discussione.
Osservo sgomento dal monitor ciò che più volte ho visto transitando su quella strada sospesa a 45 metri da terra; quei casermoni “popolari” costruiti proprio sotto il mostro dilaniato, davanti al pilone ancora in piedi che chiude alla vista dei condomini disgraziati ogni possibilità di orizzonte.
La creatività architettonica al potere … si diceva ...
Cittadini di serie B: ieri operai genovesi sfollati dalla ricchezza per pochi generata dal capitalismo dell’acciaio e della chimica; oggi ispanici, albanesi, nordafricani, sfollati sociali che hanno occupato gli avanzi edili lasciati loro da una popolazione invecchiata, che aveva a lungo convissuto con la forsennata viabilità genovese pensando che un ponte del genere, già problematico dopo tre anni dall’inaugurazione, non sarebbe mai potuto cadere… così gli ingegneri e i comitati di quartiere gliel’hanno venduta, come nel Vajont vendettero la sicurezza di una diga.

Le macerie sono lì a testimoniare l’imponenza del dramma e l’impotenza della previsione a lungo termine sui manufatti tecnologici dell’uomo. L’assalto al cielo finisce con l’inesorabile combustione delle ali di cera.
Il progresso non si arresta mai, è insito nella sua eziologia.
Il ponte svetterà nuovamente, Ground Zero, la Torre di Babele, tutto ritornerà alla normalità del successo della ragione su ogni evento irrazionale, inspiegabile ... apparentemente inspiegabile.
E la GRONDA incombe come non mai, con gli espropri, i movimenti del NO, le mafie, gli studi commissionati per forzare gli investimenti... ma Genova invecchia … è un’idea come un’altra ... perde giovani e lavoro e la si infinocchia prospettando un futuro di ripresa che non ci sarà mai … un colpo di timone mal recitato … direbbe Govi.

Ma la Scienza Ausiliatrice, Soccorritrice degli Infermi (non ancora Immacolata) è pronta, risponde sempre a queste sfide, compatisce i morti, li quantifica rischi calcolati, prevedibili, accidenti sul sentiero luminoso che tracciò Prometeo e che nessuno oserà mettere in dubbio.
Certo, una minima caccia ai responsabili avverrà, con gran latrare di mute di politicanti, caccia che non porterà nomi e persone dietro le sbarre, ma illazioni, depistaggi, torsioni e ritorsioni sulla scala infinita che sale verso i gradi più alti di giudizio che si concluderanno con un non luogo a procedere... oltre.
Sabbie mobili sono e saranno sempre queste indagini su: disastri che si potevano evitare? Qualcuno sapeva ma ha taciuto? Incompetenze? Mal gestione delle manutenzioni ordinarie e straordinarie?

Mio padre, di cui senza fronzoli ho accennato in un post dedicato alle spire purgatoriali dei nostri ospedali, ha svolto per quarant’anni l’onorata professione di ingegnere civile.
Ho un ricordo vivido di giorni trascorsi nel suo studio e in particolare, quando ero ancora un moccioso ricco di curiosità, del mio trastullarmi con dei cubi di cemento posti qua e là negli angoli dell’ufficio.
Erano provini in cls, calcestruzzo, che mio padre regolarmente spediva al Politecnico per essere sottoposti alle prove di carico.
Tali prove erano compiute da macchine che comprimevano, trazionavano e torcevano i cubi, fino al punto di rottura, verificandone la resistenza alle varie forze e alla direzione con le quali le medesime venivano applicate.
I risultati venivano diligentemente trascritti a mano, su moduli prestampati, con numeri e delta statistici ad uso del professionista, che decideva, in un secondo tempo, come e dove utilizzare quel tipo di materiale scrutinato dall’intellighenzia ingegneristica.

Un ingegnere strutturista, che si occupa delle impalcature, della statica e della dinamica delle civili costruzioni, non agisce in piena libertà. I suoi progetti non sono ex tempore scolastiche, quelle che in maniera più “artistica” può permettersi un architetto, ma griglie rigorosamente inquadrate dalla statistica e dalle verifiche. La libertà di scegliere resta, per così dire, intrappolata tra i minimi e i massimi consentiti per legge, la quale, a sua volta, non può che sottostare alle ferree regole delle equazioni differenziali e alla manualistica di settore che oggi si impone sui professionisti con software costosi che bloccano qualunque tentativo di forzare i calcoli strutturali.
Questo è un discorso tedioso, me ne rendo conto, ma è di vitale importanza per comprendere quali sono, a fronte di disastri come quello del crollo del Ponte Morandi, le responsabilità dei costruttori, o dei manutentori.
Se i tecnici riportano diligentemente i dati di verifica, li firmano e li passano verso l’alto e gli amministratori informati dei rischi o degli interventi da fare al più presto, nicchiano o ritardano per documentabili motivi di bilancio, la questione diventa di lana caprina o di scaricabarile.

Detto cìò, vi riporto un botta e risposta tra mio padre e il sottoscritto avvezzo a questioni tecniche, sulla durata teorica del calcestruzzo armato rispetto ai manufatti di pietra, avvenuto nel 2010: 
- Secondo te quanti anni può reggere una struttura in cemento armato?
- Le curve statistiche di carico non superano l’arco temporale di 80 anni da quando si è iniziato a studiare razionalmente il cemento armato in tutte le sue forme e applicazioni speciali (incluse travi precompresse come quelle utilizzate sul Ponte Morandi). Sappiamo che la pietra è monolitica, il calcestruzzo armato, in fondo, è pietra sbriciolata tenuta insieme da cemento e barre di ferro ed è quindi un materiale per sua natura composito ed eterogeneo. Abbiamo garantito maggiore plasticità alle costruzioni, possibilità infinita di disegni progettuali a scapito della resistenza nel tempo.
- Quindi, quanto tempo in meno resisterà rispetto alla pietra?
- Non oltre i 200 anni, ma ce ne renderemo conto solo ai primi grossi cedimenti che potrebbero verificarsi subito dopo i 50 anni di sollecitazioni che oltremodo possono variare in intensità, durata e frequenza, negli anni, per cambiamenti di ordine economico e sociale.

Il Ponte Morandi è stato inaugurato 51 anni fa e le condizioni economiche e sociali erano diverse, i volumi di traffico sono cresciuti notevolmente imponendo anche l’uso dell’A10 come tangenziale ai residenti di Genova.
Oggi, molti ponti strallati (sospesi con ausilio di cavi d’acciaio incernierati su piloni) superano normalmente il chilometro di estensione, e quelli su piloni semplici, anche in mezzo al mare, uniscono terre a distanze ben superiori.
La chimica del cemento ha sviluppato additivi di ogni genere per rispondere ai problemi che possono insorgere nella stabilità e integrità strutturale delle grandi costruzioni, quando sottoposte ad agenti corrosivi come la salsedine, le temperature estreme di esercizio, le piogge acide, l’acqua corrente, i maremoti, i tifoni, gli uragani, i terremoti, la sabbia del deserto, le radiazioni nucleari … con tutti i limiti del caso.
Ma la durata del calcestruzzo resta immutabile; oltre quei due secoli, nessuno può prevedere cosa accadrà.
I costi di manutenzione del cemento armato diventano onerosi e poi proibitivi a partire dal cinquantesimo anno dalla messa in opera.
Per il Ponte Morandi si trattava di 1 miliardo di euro l’anno, forse gonfiati per speculazione, ma non oltre un fisiologico 25% di corruzione … comunque troppi, visto l’andazzo delle casse italiche e la schiavitù mafiosa e bancaria europoide alla quale i nostri dominatori si sono genuflessi dopo il 1992 e che impone il quanto, il come e il dove intervenire sulle nostre infrastrutture via via sempre più fatiscenti.
Poi c’è la questione del dissesto idrogeologico, concausa probabile del cedimento del pilone.
Cosa dobbiamo attenderci per il futuro dell’intera rete viaria italiana, una volta considerata fiore all’occhiello del nostro paese?
Statistica, soltanto fredda statistica … 
Sarà guerra legale pluridecennale tra Atlantia, la sua controllata Autostrade per l’Italia e il Governo e credetemi, non sarà facile vincere una causa quando ci sono di mezzo società per azioni e partecipate, assicurazioni, finanziatori/creditori o potenti privati di ascendenze ebraiche.
Con quello che paghiamo ai caselli sarebbe ovvio attendersi la perfezione nella gestione delle autostrade, ma sul ponte temo sventoli bandiera bianca … finché il ponte resta in piedi.

Di Pietro è parte integrante di quell'Apparato che volle distruggere l'industria italiana per favorire i Mercati che hanno regole solo per i gonzi ed è la foglia di fico con cui i ricchi continuano a perpetuare, solo a loro tornaconto, potere&soldi

IL CASO/ Benetton, quei 12 mld di utile e il fantasma delle privatizzazioni regalate

Per capire l'affare che i Benetton, "capitani coraggiosi", fecero accaparrandosi Autostrade occorre riandare alle privatizzazioni orchestrate sull'onda di Tangentopoli. GIANLUIGI DA ROLD

18 AGOSTO 2018 GIANLUIGI DA ROLD

Alessandro e Luciano Benetton (LaPresse)

Lo Stato ha certamente commesso molti peccati, forse a partire dall'unità d'Italia del 1861, ma è difficile affermare che di fronte alle inadeguatezze della pubblica amministrazione e della burocrazia italiana si siano contrapposti e tuttora si contrappongano, in questo Paese, una grande industria privata condotta da "capitani coraggiosi", come diceva alla fine del secolo scorso Massimo D'Alema, quando guidava il governo e lodava alcune privatizzazioni come quella di Telecom, che, fatta a debito, avrebbe dovuto far venire i brividi nella schiena anche ai più incalliti neoliberisti.

La tragedia di Genova, un lungo ponte che crolla, afflosciandosi come carta, provocando morte, distruzione e dolore, non è questa volta l'espressione solo dell'inefficienza dello Stato. Su quel ponte confluivano quattro autostrade e la struttura attraversava una parte della città. Il ponte "scomparso", come altri 3mila chilometri di autostrade italiane, fanno parte di un autentico impero privato, quello dei Benetton, e portano inevitabilmente a ripensare alla "corsa alle privatizzazioni" che ha caratterizzato un'intera stagione politica, quella degli anni Novanta in concomitanza con Tangentopoli. 

L'impresa pubblica era allora considerata, per antonomasia, inefficiente e corruttrice per conto dei partiti, anche se era costituita dall'Iri, che aveva salvato l'Italia nella crisi del 1929 e aveva promosso lo sviluppo italiano nel secondo dopoguerra. Poi arrivò anche l'Eni (anche questa impresa pubblica molto "discussa") un colosso che assicurò energia, il combustibile della produzione, il servizio fondamentale per l'industria e per le case degli italiani. Il controllo energetico e l'erogazione capillare non erano nei programmi dei grandi proprietari italiani, che avevano già stipulato patti, forse anche bozze di contratti, con le famose "Sette sorelle".

Quella stagione politica del 1992 è stata caratterizzata da una strana "voglia assoluta di giustizia e onestà", limitatamente però dagli anni 1989 al 1992, perché tutto quello che era capitato prima era stato, "nottetempo", con un voto discutibile in commissione, legato a una sanatoria, amnistiato. Nessuno prima si era lamentato. I "fiumi" di denaro che erano arrivati dal nemico sovietico venivano dimenticati e non si giustificarono nemmeno i più giustificabili soldi che erano arrivati dagli alleati americani.

L'altro aspetto di quegli anni, oppure la conseguenza della voglia di onestà, sono appunto le privatizzazioni, teorizzate in alcune stanze del potere (soprattutto estero) e pubblicizzate in seguito a Davos e in una doppia assemblea sul panfilo reale "Britannia" proprio nel 1992. 

La prima assemblea del "Britannia" fu pubblica e stabilì relazioni nazionali e internazionali; la seconda assemblea fu riservata e, con la "benedizione" di Beniamino Andreatta e del suo "amico di pendolino" Romano Prodi, venne stabilito che le privatizzazioni dovevano essere seguite, messe a punto e organizzate da banche estere, preferibilmente banche d'affari americane. 

Mediobanca, la nostra grande banca d'affari, non fu invitata sul "Britannia" e non partecipò né alla prima né, tanto meno, alla seconda assemblea. Polemicamente in una relazione il delfino di Enrico Cuccia, Vincenzo Maranghi, disse: "Non porto scarpe da yacht".

In fondo le privatizzazioni furono la rivincita di alcuni analisti e teorici stravaganti dell'economia italiana.

La parte laica della finanza e dell'economia italiana privilegiò sempre la piccola e media impresa diffusa, difendendo con i denti solo un nocciolo di grande impresa purtroppo inefficiente. Cuccia, che fece compilare dal suo ufficio studi la mappa delle piccole e medie imprese italiane, quando si riferiva alla grandi imprese (lanciò un attacco incredibile alla grande impresa nel 1978, nella relazione annuale di Mediobanca) sentenziò che aveva dovuto sempre fare "le nozze con i fichi secchi". Era inevitabile, ma doveroso secondo il "dottore".

Seguiva in questo la visione di Alberto Beneduce, che era rimasto sgomento di fronte all'ignavia dei grandi industriali italiani per non volersi assumere la responsabilità di riprivatizzare la telefonia italiana; seguiva Raffaele Mattioli, il quale si chiedeva dove investivano "tutti quei soldi" che guadagnavano gli industriali italiani privati. Lo ha ripetuto fino all'allontanamento dalla sua Banca Commerciale per una manovra di Emilio Colombo e Giulio Andreotti, che imposero il piduista Gaetano Stammati alla presidenza della Comit. Lo stesso Cuccia era entrato nel mirino dopo essersi rifiutato di salvare finanziariamente Michele Sindona.

Sono ricordi del passato, ma che affiorano nella memoria della corsa alle privatizzazioni. 

Un grande giornalista economico del Corriere della Sera, Marco Borsa, scrisse un grande libro sui grandi industriali italiani, definendoli "Capitani di sventura". Un uomo di sinistra, riformista ed eretico del Pci, come Giorgio Amendola, definiva seccamente questi imprenditori "borghesia stracciona" e organizzava, per primo in Italia, un convegno sul ruolo della piccola e media impresa italiana (Monza 1970).

Con questo retroterra, noto e stranoto, nessuno ha affatto voglia di partecipare all'attuale guerra di sciacallaggio che si sta consumando in questi giorni intorno al ponte di Genova e nessuno vuole il linciaggio della famiglia Benetton, fatto inaudito per come è condotto da ambienti dentro e fuori dal governo. Ma ci vorrebbe un accertamento preciso delle responsabilità e il ripensamento di scelte industriali fatte in grande fretta per "abbracciare il nuovismo" del libero mercato. Si diceva così!

Non si può improvvisare una politica industriale secondo i canoni di moda, abbandonando tutto il retroterra culturale e manageriale di quelli che sono stati i grandi "imprenditori" di Stato dell'Italia del dopoguerra e anche di prima della guerra. E forse sarebbe bene andare a comprendere come sono stati impiegati, anche dai manager solerti della Benetton, i soldi derivati dalla privatizzazione della concessione sulle autostrade e dall'aumento vertiginoso dei pedaggi.

Quando si gestisce, anche privatamente, un settore di pubblica utilità, occorre una doppia attenzione e forse i guadagni vanno misurati e calibrati con criterio. Perché, di fronte a una simile tragedia, che colpisce anche l'economia italiana, non si fa una commissione d'inchiesta (stiano tranquilli i magistrati, non si propone per Tangentopoli) sulle privatizzazioni? Si dice ad esempio che oggi gli utili dell'impero Benetton siano di 12 miliardi di euro. Quanto è destinato al monitoraggio per la sicurezza delle infrastrutture autostradali?

In fondo, il tutto chiarirebbe la storia della privatizzazione delle autostrade. Si dice che, tra le privatizzazioni, almeno due assicurarono plusvalenze incredibili. Con Infostrada, il benemerito Carlo De Benedetti comprò per meno di 700 miliardi di lire un settore chiave della telefonia e vendette a Mannesmann, dopo tre anni, per oltre 14mila miliardi di lire. Qualcuno aprì gli occhi sbalordito? Non ci risulta.

Si dice che la famiglia Benetton si assicurò la concessione delle Autostrade per meno di 900 miliardi di lire, ma dopo incassò 4mila miliardi di lire per la vendita degli autogrill. Vero, falso, montato? Ci si spieghi bene e non si dica che "questo è il mercato", perché la risposta diventerebbe imbarazzante. Così come il silenzio di quegli anni e la gran cassa di sciacallaggio selvaggio di questi anni.

Ma infine, c'è qualcuno che vuole mettere in discussione questa politica economica "nuovista", che ha portato nel giro di venti anni a una crisi catastrofica e a una sciagura come quella del ponte di Genova?

Benetton è difeso dallo zombi Renzi e dal corrotto euroimbecille Pd insieme allo zombi Berlusconi con le sue Tv. Chiaramente ai branchi di cani schiumanti rabbia dei giornalisti dei mass media, i loro padroni gli hanno dato via libera per attaccare con livore e rancore

REVOCA CONCESSIONE AUTOSTRADE/ Ecco perché non è una follia da statalisti

Revocare la concessione ad Autostrade per l'Italia come paventato dal Governo è stata indicata come un'ipotesi dannosa e statalista. Per PAOLO ANNONI non è così

18 AGOSTO 2018 PAOLO ANNONI


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La stampa che conta ha già emesso la sentenza secondo cui togliere la concessione ad Autostrade per l'Italia sarebbe un crimine contro l'umanità e sicuramente indegna di uno Stato serio. Noi crediamo che l'unica cosa indegna di uno Stato serio (e che confermerebbe giustamente l'idea che l'Italia sia una repubblica delle banane) sarebbe soprassedere sul crollo del ponte Morandi. Non riusciamo a familiarizzare con l'idea che un concessionario che ha moltiplicato per N volte l'investimento fatto sostanzialmente beneficiando di un monopolio pubblico, in costante ritardo sugli investimenti e mai sui dividendi, e che ha aveva un tale problema di generazione di cassa e sotto indebitamento da potersi/doversi lanciare in una mega opa per cassa sul principale operatore europeo, non abbia una responsabilità oggettiva del crollo dei ponti della rete che gestisce. Negli stessi giorni in cui leggiamo degli spagnoli che ci bagnano il naso e con i francesi che hanno il bond a due anni in territorio negativo dovremmo accettare l'idea che per una serie di ragioni incomprensibili il concessionario pubblico italiano abbia talmente tanti soldi da comprare pronta cassa la maggiore rete autostradale spagnola e una delle principali francesi (come noto la maggior parte del valore di Abertis sta nelle autostrade francesi) a un tale prezzo che nessun fondo infrastrutturale o sovrano si fa vivo per rilanciare. Possiamo dire che qualcosa è andato storto nelle privatizzazioni italiane? Oppure dobbiamo tacere se no il mercato si arrabbia?

Si è riusciti nell'impresa di usare come scudo umano i "risparmiatori italiani" contro qualsiasi danno ai concessionari. Nel caso di Atlantia si confrontano 5 miliardi scarsi di capitalizzazione in mano italiana contro gli oltre 3 miliardi di euro di pedaggi all'anno (3,3 miliardi per essere precisi nel 2017) al 70% di margine operativo. Nell'arco della concessione i ricavi pagati ad Autostrade supereranno tranquillamente i 100 miliardi di euro con un free cash cumulato che sull'arco della concessione (passato e presente) supera i 50 miliardi di euro. Se vogliamo fare i confronti confrontiamo elementi equiparabili, altrimenti o è malafede o è ignoranza colossale. L'interesse di tutti gli italiani che in quasi tre generazioni pagheranno questi importi varrà di più dei 5 miliardi dei cassettisti italiani… o no?

Ci domandiamo a fronte di quale rischio di impresa si garantiscano a un privato i rendimenti che sono stati garantiti negli ultimi anni e in futuro il 7% reale post tasse sui nuovi investimenti come nel caso della Gronda; il 7% reale post tasse su un'attività che a questo punto è a zero rischio è palesemente una follia e non serve essere statalisti per dirlo; per dirlo bisogna essere contro il mercato. Questi rendimenti sono chiaramente fuori scala per un business che a questo punto non ha rischi. Ha bassissimi rischi di traffico, essendo un monopolio, e nessun rischio operativo se si ammette il principio che non esista una responsabilità oggettiva nemmeno di fronte a crolli di ponte.

Teniamo presente che per molti anni Atlantia ha emesso bond sotto il costo del debito sovrano italiano. Ragioni? Qualsiasi cosa succeda all'economia italiana Atlantia continua a fare soldi e in più c'è una garanzia diretta e reale che sui bond statali italiani non c'è. Ci chiediamo: qual è il rischio di Atlantia se il rischio traffico è bassissimo, un monopolio naturale, e se non c'è responsabilità? Se il rischio è nullo, come si spiega un rendimento del 10% pre-tasse reale garantito per due decenni? Chi non si fa queste domande è contro il mercato.

Il ricatto assurdo di questi giorni è che chiunque si azzardi a sollevare evidenti problemi di remunerazione a fronte di rischi inesistenti è un pericoloso statalista che vuole ritornare all'età della pietra del rapporto Stato/privato. Si crea una bolla intorno ai concessionari privati che marca come "populista" chiunque provi a evidenziare la palese contraddizione tra rischio e rendimento nel caso delle concessioni autostradali italiane; neanche i cattolici riservano al Papa una tale devozione. Se il rendimento negli anni passati è stato quello che è stato, se un monopolio pubblico di un Paese in declino ha permesso ad Atlantia di diventare il maggior concessionario europeo, allora ci deve essere un rischio commisurato.

Quale società chimica, o quale acciaieria o quale fabbrica può difendersi da un rischio ambientale dicendo di aver svolto tutti i controlli? Ci sono quotidiani italiani, la Repubblica del 15 agosto per esempio, che sono riusciti a scrivere 14 pagine sul crollo del ponte senza mai nominare né Atlantia, né Benetton. Questa sarebbe informazione? Sarebbero questi i commenti "terzi" sulla vicenda? Questo sarebbe il servizio che si rende ai "piccoli risparmiatori"? Su quale base demonizziamo lo Stato imprenditore se il privato imprenditore è sollevato di qualsiasi responsabilità o rischio quando gestisce un monopolio naturale a rendimento garantito?

Citiamo le dichiarazioni rilasciate al Secolo XIX da Enrico Sterpi, attuale segretario dell'Ordine degli ingegneri liguri a riguardo del bando per i tiranti del ponte Morandi pubblicato da Autostrade per l'Italia il 3 maggio: "Questo bando significa due cose: Autostrade aveva focalizzato la criticità ed era disposta a prendersi una bella responsabilità, con una gara ristretta per un importo tanto elevato. È chiaro insomma che a un certo punto ci fosse necessità di accelerare la procedura". Citiamo sempre dal Secolo XIX: "Poiché il viadotto è stato realizzato nel 1967, il gestore non deve fornire un piano di manutenzione (il diktat vige per chi ha in carico le strutture nate dal '99 in poi). Non solo. Autostrade esegue per legge due tipi d'ispezione, certificate una volta compiute: trimestrale con personale proprio (controlli sostanzialmente visivi) e biennale con strumenti più approfonditi. In quest'ultimo frangente, al massimo, la ricognizione viene affidata a ingegneri esterni, ma alla fine sempre pagati da Autostrade. Né gli enti locali, né il ministero delle Infrastrutture intervengono con loro specialisti. E di fatto non esistono certificazioni di sicurezza recenti che non siano state redatte da tecnici retribuiti da Autostrade per l'Italia". Questo parrebbe dire che non c'era un piano specifico su cui eventualmente fare una diffida ad Autostrade per un suo eventuale non rispetto. In questo scenario, se confermato, la revoca della concessione diventerebbe una opzione dello Stato prevista dallo stesso schema unico.

Quale sarebbe lo scandalo di revocare la concessione se si provasse che per negligenza del concessionario o per una manutenzione insufficiente la rete autostradale è spezzata in due e 40 persone sono morte in una figura di palta mondiale senza precedenti? Sarebbe una repubblica delle banane lo Stato che eventualmente chiude due occhi o quello che riaffida la concessione a qualcuno, privato, più bravo? Se gli azionisti o i bond crollano pazienza. Investire in borsa è un rischio e il cigno nero fa parte del mestiere. Gli stessi che si lamentano di questa eventualità sono gli stessi che da anni rimproverano alla Fed di aver falsato per sempre il gioco dei mercati impedendo la "price discovery", ma i cigni neri ci sono e si pagano, altrimenti i soldi si mettono sotto il materasso ma almeno si dorme sereni.

Ma nel nuovo scenario in cui si corre al capezzale del concessionario si invoca il mercato contro lo Stato. Ma un concessionario che non risponde mai sarebbe mercato? Il mercato è rimettere, eventualmente, la concessione a un altro privato, non allungarla sine die e senza concorrenza a rendimenti da capogiro. Allungare la concessione al 2042 con un rendimento del 7% reale post tasse per 20 anni senza gara, ripetiamo senza gara, non è mercato e non è concorrenza. È lo Stato che abdica a qualsiasi ruolo di arbitro e di controllo e lascia le praterie sul controllo di monopoli naturali. Ridateci l'Unione Sovietica per favore.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2018/8/18/REVOCA-CONCESSIONE-AUTOSTRADE-Ecco-perche-non-e-una-follia-da-statalisti/835069/

Mauro Bottarelli - Svezia il 9 settembre 2018 al voto. Non è nichilismo in cui in due città nella medesima notte si incendiano decine e decine di macchine, è terrorismo organizzato da una unica mente

SPY FINANZA/ 9 settembre, la data chiave per il futuro dell'Ue

Il prossimo 9 settembre si terranno le elezioni in Svezia. Sarà un appuntamento molto importante anche per il futuro dell'Europa, spiega MAURO BOTTARELLI

18 AGOSTO 2018 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Ora che la Turchia è sparita dai radar della grande informazione (tranquilli, come vi ho detto, appena il real brasiliano romperà quota 4 sul dollaro Usa, l'allarme per l'indebitamento dei mercati emergenti in biglietti verdi tornerà prepotentemente alla ribalta e allora anche i grandi analisti torneranno a vergare verità ex post), meglio spostarsi subito sul prossimo focus geopolitico. In molti pensano che saranno due i momenti cardine per il futuro dell'Ue: le elezioni in Baviera di metà ottobre e il 26 maggio del prossimo anno, data nella quale - alle ore 23 - tutti i Paesi interessati dalle elezioni europee cominceranno in contemporanea lo spoglio delle schede. Ebbene, cari amici, un test molto sottovalutato ma decisamente interessante ci offrirà invece un proxy molto prima, esattamente il 9 settembre, quando la Svezia si recherà alle urne. Un test che, con le debite differenze socio-culturali e di dimensioni geo-demografiche del Paese, sembra la fotocopia in chiave scandinava della situazione italiana. 

Al potere, attualmente, c'è una coalizione guidata da Socialdemocratici e Verdi, apertamente filo-europeista e impegnata in una piattaforma di netto aumento della spesa pubblica, soprattutto le pensioni minime, per cercare di tamponare l'emorragia di voti sia a sinistra che a destra, stante i risultati quantomeno discutibili che il governo del premier Stefan Löfven sta ottenendo nei confronti delle vere priorità della gente, in primis la sicurezza e la criminalità dilagante e legata (inutile negarlo ipocritamente) sia al flusso di immigrati giunti con lo status di profugo negli ultimi anni, sia a una terza generazione di svedesi figli e nipoti di stranieri particolarmente aggressiva e nichilista (le idiozie sul jihad che cova in Scandinavia lasciamole alle dotte analisi di Libero, per pietà, perché stando alla narrativa dei mitologici foreign fighters di ritorno da Siria e Iraq dovremmo ormai parlare di Califfato di Stoccolma e Goteborg). 

Altre priorità del governo sono, ironia della tragica cronaca di questi giorni nel nostro Paese, un piano infrastrutturale di prima grandezza e l'aumento del salario minimo orario. Insomma, un misto di populismo per riempire le tasche con qualche mancetta e, invece, visione strategica per il futuro, questa sì tutta nordica. Ma non basta. Perché se l'opposizione moderata di centrodestra (Partito moderato di unità, Partito di centro, Liberali e Cristiani Democratici), esattamente come in Italia, gode dello stato di salute di una salma a livello di attivismo e campa di rendita sulla disillusione, a rappresentare un pericolo reale per i Socialdemocratici di guadagnare la maggioranza al Riksdag (349 seggi da assegnare con il metodo proporzionale in 29 circoscrizioni di differente grandezza e con la soglia di sbarramento al 4%), sono le cosiddette "ali estreme". In primis, il Partito della sinistra, attualmente accreditato di circa un 9,5% dei consensi, grazie a una campagna elettorale e sociale dichiaratamente "contro", ovvero contro il vero outsider della tornata, l'estrema destra dei Democratici Svedesi.

Se infatti quello che possiamo definire il corrispettivo scandinavo di LeU in Italia, Linke in Germania e Partito di Melanchon in Francia sta erodendo consenso ai Socialdemocratici (attualmente accreditati al 25% dei consensi, mentre gli alleati Verdi flirtano pericolosamente con la quota del 4%, pagando politiche definite troppo "filo-governative" dalla base storica) è perché sta combattendo una battaglia tutta incentrata sulla lotta al pericolo fascista e razzista in quella che è stata la società-pilota in Europa per il concetto di welfare universalistico e inclusivo sotto la guida di Olof Palme e di accoglienza diffusa e di massa. Peccato che, però, quel modello abbia fallito, almeno negli ultimi dieci anni. E il risultato è stato palese, se ancora ce ne fosse stato bisogno, la notte precedente a Ferragosto, quando in molte periferie delle principali città, gruppi di giovani immigrati di seconda e terza generazione hanno dato vita a incidenti e devastazioni, con decine e decine di auto date alle fiamme. 

Il motivo? Nichilismo delinquenziale, finora ampiamente tollerato dalla politica svedese (meno dalla società), la quale pare terrorizzata dal concetto stesso di messa in discussione della tolleranza aprioristica, un riflesso paranoico pari a quello dei tedeschi per l'inflazione. Queste immagini 



MASSIVE UNREST ALL OVER SWEDEN TONIGHT
60 cars have been set on fire in Gothenburg, rocks thrown at police in Trollhättan
Reported places of unrest:

- Frölunda

- Hjälbo

- Eriksberg

- Malmö

- Trollhättan

- Falkenberg

- Helsingborg

Sweden is resembling a warzone - Please SHARE!

parlano da sole e, infatti, il primo ministro - forse spinto anche dal clima elettorale e dai consensi sempre crescenti della destra - è letteralmente sbottato: «Cosa diavolo stanno facendo quei ragazzi? La società svedese si farà sentire molto duramente al riguardo, anche perché quanto accaduto non è solamente una questione di mero teppismo o vandalismo, siamo di fronte ad azioni coordinate quasi di stampo militare», ha dichiarato Stefan Löfven parlando alla Radio pubblica. Insomma, anche la sinistra svedese sta cominciando a fare i conti con una realtà che ha negato a se stessa e al Paese per troppo tempo, addirittura arrivando a minacciare querele versi quei media che parlassero di no-go zones nelle periferie delle principali città del Paese, ovvero aree dove la polizia non entrava nemmeno e la legge era gestita da gang locali. 

Ora, quella miopia sta arrivando a presentare il conto, un po' come accaduto in Italia il 4 marzo scorso: i Democratici Svedesi, infatti, sono attualmente accreditati dai sondaggi al 19,6% dei consensi. Per capire in prospettiva come sia stato proprio l'atteggiamento miope e giustificazionista dei governi succedutisi negli ultimi quindi anni a Stoccolma a favorirne l'ascesa senza sforzo, basti pensare che nel 2002, quando si presentarono per la prima volta, raccolsero solo l'1,4% dei consensi, passando poi al 5,7% del 2010 e al 12,9% del 2014. Ora, flirtano con quota 20%, pari di fatto ai Cristiano Democratici, principale partito del centrodestra. Il programma? Blocco delle frontiere, rimpatri forzati, interventi diretti di polizia ed esercito nelle no-go zones per "bonificarle" e, soprattutto, un durissimo euroscetticismo, declinato senza troppi giri di parole nella volontà - in caso di arrivo al governo - dell'indizione di un referendum per quello che già viene chiamato Swexit, l'uscita dall'eE di Stoccolma, la quale - giova ricordarlo - non fa parte dell'eurozona ed è ancora dotata di moneta sovrana, la corona. 

Ma attenzione, perché la Svezia - fomentata dalla miopia del governo di centrosinistra - non solo è alle prese con una situazione interna esplosiva, ma anche impegnata a in una parossistica corsa all'escalation militare per il timore di un attacco o addirittura un'invasione russa della Scandinavia, tanto che non solo le esercitazioni militari si susseguono senza soluzione di continuità e ai cittadini è stato distribuito un opuscolo di sopravvivenza post-atomico in auge durante la Guerra Fredda, ma, addirittura, è stato re-instituito il servizio militare obbligatorio per i nati dopo il 1999. Pur di chiudere i conti con Bruxelles, ritenuta responsabile delle politiche aperturiste verso l'immigrazione, i Democratici Svedesi potrebbero forzare la mano, in caso di successo elettorale che li porti a una possibile partecipazione a un governo di coalizione di centrodestra in stile austriaco e andare oltre il referendum per lo Swexit, dando ciò forma a quanto si sta dibattendo con sempre maggiore interesse a foga nella società svedese: l'ingresso del Paese nella Nato. 

Qualcuno, Oltreoceano, necessitante di fomentare maccartiani sentimenti anti-russi in vista del voto di mid-term (tanto per sviare l'attenzione dello stato reale dell'economia, visto che il venerdì prima del voto verrà pubblicato il dato del Pil del terzo trimestre e scordatevi fin da ora un altro +4,1%, a meno che proprio il warfarenon arrivi come un cavaliere bianco a fare da moltiplicatore) e ancora più interessato a squassare dall'interno l'Ue, potrebbe essere molto interessato a influenzare quel voto e ottenere un altro clamoroso trionfo del fronte sovranista e populista in Europa. False flag in arrivo? 

Anche perché, non più tardi dello scorso 7 giugno, il governo svedese ha dato via libera alle autorizzazioni per la costruzione e il transito nelle aree di sua competenza della pipeline Nord Stream 2, quella che porterà direttamente in Europa il gas russo, come ci mostra la cartina: ora manca solo l'ok della Danimarca e i lavori per l'infrastruttura potranno entrare in fase operativa. 


Qualcuno, sempre da quelle parti Oltreoceano, potrebbe voler ripagare lo sgarbo. E vedere seduto nella futura maggioranza parlamentare svedese qualcuno che, in nome della lotta all'immigrazione e all'Unione europea, sarebbe pronto a rimangiarsi firme e accordi. Attenzione, il 9 settembre è data di snodo fondamentale. Paradossalmente, più che il voto bavarese di ottobre.