L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 13 novembre 2019

13 novembre 2019 - Diego Fusaro - Putin sostiene il socialista Evo Morales, il Pd va dai pa...


Guaidò in salsa boliviana - Militari traditori, venduti agli stranieri

Bolivia: la senatrice golpista Jeanine Áñez si autoproclama presidente ad interim


Un Guaidò in salsa boliviana per portare a compimento il golpe contro il legittimo presidente Evo Morales, costretto alle dimissioni e riparare in Messico perché i fascisti che parlano di democrazia da restaurare in Bolivia volevano ammazzarlo. 

La senatrice dell'opposizione di destra, Jeanine Áñez, si autoproclamata presidente provvisoria di della Bolivia, dopo l'apertura dell'Assemblea Legislativa al Senato e dopo la sospensione della sessione della Camera dei Deputati a causa della mancanza di quorum.

"Assumo immediatamente la presidenza dello Stato e prometto di prendere tutte le misure necessarie per pacificare il paese", ha affermato Añez

La Camera dei Deputati ha tentato di installare una sessione; tuttavia, non esiste alcun quorum per portarlo avanti perché i membri dell'Assemblea del Movimento per il Socialismo non hanno partecipato. 

Il gruppo del MAS non ha partecipato al Parlamento, dopo aver richiesto "garanzie" affinché i deputati potessero arrivare in sicurezza a La Paz.

Il Parlamento si trova circondato dalle barricate e dai militari golpisti. Insomma, mancano i requisiti minimi per l’agibilità politica dei legislatori del Movimento al Socialismo. 

Qualcuno ancora non riesce a definirlo golpe. Da non credere. Cos’altro sarebbe, vien da chiedersi a questo punto? 

Fonte: teleSUR - RT
Notizia del: 13/11/2019

Forza Italia e Lega si sono pappati Venezia con il Mose, sempre stati l'altra faccia della medaglia del corrotto euroimbecille Pd

Mose Venezia: costi e quando sarà pronto

13 Novembre 2019 - 13:26 

Venezia aspetta da anni che il Mose possa entrare in funzione: i costi del progetto e quando è prevista la fine dei lavori di questo sistema che dovrebbe proteggere la città lagunare dall’alta marea.


L’obiettivo del Mose è più che ambizioso: isolare in caso di necessità la laguna di Venezia dal mare aperto, evitando così l’allagamento della città durante i fenomeni di alta marea come quello che si è appena verificato e che al momento ha provocato due vittime e ingenti danni anche al patrimonio artistico della Serenissima.

Peccato che i lavori iniziati nel lontano 2003 non siano ancora stati terminati nonostante l’iniziale fine dei lavori prevista per il 2016. Se tutto dovesse procedere secondo i piani, il Mose adesso potrebbe essere inaugurato nel 2022 con ben sei anni di ritardo.

Ad aumentare però oltre ai tempi per la realizzazione sono stati negli anni anche i costi, con tanto di immancabile scandalo giudiziario che nel 2014 ha portato a oltre 30 arresti rendendo necessaria la gestione straordinaria da parte dello Stato per poter portare a termine i lavori.

I costi del Mose di Venezia

Anche se il nome può apparire come un riferimento biblico in questo caso più che a tema, il termine MO.S.E. sta per Modulo Sperimentale Elettromeccanico, poi semplificato nell’uso comune in Mose.

Lo scopo del progetto è quello di installare una serie di paratoie mobili nei tre varchi (Lido, Malamocco e Chioggia) che collegano la laguna di Venezia al mare aperto, detti anche “bocche di porto”.


Queste dighe mobili dovrebbero entrare in funzione in presenza di maree superiori ai 110 cm, proteggendo così Venezia fino ai 300 cm di acqua alta. Un sistema che se in funzione avrebbe evitato il recente allagamento della città, visto che la marea ha toccato i 160 cm.

Dopo l’alluvione del 1966, l’idea del Mose ha preso piede negli anni ‘80 con il progetto iniziale che prevedeva costi pari a 3.200 miliardi di lire. Con i lavori iniziati nel 2013, al momento però sono stati spesi 5,493 miliardi di euro per la realizzazione del 90% dell’opera.

In totale però nel bilancio del Consorzio Venezia Nuova (concessionario dell’opera) sono stati iscritti lavori per un costo di quasi 7 miliardi di euro. Quando entrerà in funzione, si stima poi che la manutenzione del Mose costerà 100 milioni di euro l’anno.
Quando sarà pronto

Nel 2013 quando sono iniziati i lavori per il Mose, si era indicato come termine per le installazioni delle complessive 78 paratoie quello del 2016. L’opera però sedici anni dopo risulta completata per il 90% e quindi non ancora in funzione.

A dilatare i tempi sono state tutta una serie di criticità emerse durante i lavori e anche lo scandalo giudiziario del 2014, con l’arresto di 35 persone accusate a vario titolo di corruzione e finanziamento illecito ai partiti.

Tra le persone coinvolte anche Giancarlo Galan, esponente all’epoca di Forza Italia detto anche Il Doge per essere stato dal 1995 al 2010 il governatore del Veneto, che poi ha patteggiato una condanna a 2 anni e 10 mesi con la restituzione di 2,5 milioni.

Una vicenda questa che ha coinvolto parte dei vertici del Consorzio, tanto che si è reso necessario l’intervento dello Stato con la gestione passata poi a dei commissari straordinari per permettere il prosieguo del progetto.

Al momento non c’è una data certa per la fine dei lavori, visto che l’ultima scadenza del 31 dicembre 2021 quasi certamente non sarà rispettata, con l’inaugurazione che di conseguenza non dovrebbe avvenire prima del 2022.

Bolivia - I militari venduti agli stranieri hanno cacciato Morales

LAMPI DEL PENSIERO

Mercoledì, 13 novembre 2019 - 08:29:00
Bolivia, Putin si schiera con Morales.La Russia non sbaglia mai in geopolitica

LAMPI DEL PENSIERO DI DIEGO FUSARO/ È alla Russia che dobbiamo guardare con ammirazione. È la sola possibilità per un mondo multipolare

di Diego Fusaro


Bisogna riconoscerlo apertamente. È nei fatti, è incontrovertibile. La Russia di Putin non ne sbaglia una in geopolitica. Appoggia il Venezuela di Maduro. E ora si schiera con la Bolivia di Morales. A differenza dei barbari di Washington, che sempre veicolano imperialismo e guerra. Il modello Usa è il Cile di Pinochet, un exemplum di barbarie. Ma con la Russia non è così. Ex oriente lux.

È alla Russia che dobbiamo guardare con ammirazione. È la sola possibilità per un mondo multipolare, sottratto all'imperialismo barbaro degli Usa, ciò che viene chiamato globalizzazione. E intanto l’arcobalenico Zingaretti incontra il liberista imperialista Clinton, mica il socialista patriottico Evo Morales. Eccole, le sinistre fucsia, sempre dalla parte del padrone a stelle e strisce, mai coi popoli oppressi e con i governi socialisti.

L'economia non sta bene - la crescita degli Stati Uniti è basata dai debiti dei privati che vivono sopra le proprie possibilità

«L’indebitamento mondiale ha raggiunto livelli d’allarme»

L’INTERVISTA 

Secondo Maurizio Novelli, portfolio manager della Lemanik di Lugano, si sta ricreando la situazione che ha portato alla crisi dei subprime

© CdT/Zocchetti

Di Roberto Giannetti13 novembre 2019 , 06:00

I listini sono ai massimi, ma l’economia sta dando segnali di rallentamento. Inoltre c’è un altro problema all’orizzone, l’alto indebitamento. Un tema che nell’ultima crisi era stato centrale, e che potrebbe riproporsi fra breve. Ne abbiamo parlato con Maurizio Novelli, porfolio manager della Lemanik Global Strategy Fund di Lugano.

Come sta evolvendo il livello di indebitamento negli Stati Uniti e in Europa?
«Occorre distinguere tra debito pubblico (sostenuto dalle banche centrali) e debito privato (sostenuto solo dal reddito). 
Gli Stati Uniti hanno spinto decisamente sull’indebitamento privato per sostenere la crescita (+ 65% rispetto al 2007) dei consumi interni, che ora sono oltre il 75% del PIL. 
Il debito non è di per sé un elemento negativo se viene fatto per fare investimenti produttivi. 
Diventa invece fonte di futuri problemi per l’economia se ci si indebita per consumare beni che non ci si può permettere con il solo reddito che si percepisce lavorando. In questo caso è ovvio che una crescita dell’economia basata su questo modello non è sostenibile e oggi abbiamo raggiunto un probabile picco del ciclo di indebitamento in America. 
L’Europa da questo punto di vista non ha seguito il modello USA. L’economia è cresciuta certamente meno di quella americana ma oggi è in una posizione migliore per reggere una eventuale recessione».

Secondo Maurizio Novelli la politica monetaria è sempre meno efficace. © CdT/Putzu

A suo avviso il livello di debiti raggiunto rappresenta un pericolo per la crescita economica e la stabilità finanziaria?
«Oltre al livello del debito di un sistema è importante quantificare la percentuale di credito speculativo che circola sui mercati finanziari e quindi nei portafogli delle istituzioni e dei privati investitori. Sono stati i subprime che hanno innescato la crisi del 2008, sono stati i bond High Yield del settore tecnologico che hanno innescato quella del 2001. In tutti e due i casi la percentuale di credito speculativo concentrata sul settore leader dell’economia del momento (tecnologia e real estate) aveva raggiunto circa il 25% del totale. 
Oggi il credito speculativo nel segmento del credito al consumo, prestiti auto e carte di credito negli Stati Uniti è al 30% e la crescita americana dipende solo dai consumi interni».

Lei afferma che un livello di indebitamento così ingente limita molto l’efficacia della politica espansiva delle banche centrali. Come mai?
«Se le banche centrali avviano una politica espansiva quando il sistema economico e finanziario avvia una fase di deleverage (riduzione del debito), la politica monetaria non sarà efficace perché, anche se i tassi scendono, il sistema desidera comunque ridurre l’indebitamento e quindi l’economia rallenta o si contrae inevitabilmente. Se le Banche Centrali riducono i tassi d’interesse al picco di indebitamento del sistema (come ora), questo non necessariamente indurrà il sistema a fare nuovo debito, al limite cercherà di mantenere quello che ha. Le aziende non espandono gli investimenti perché hanno già troppo debito e i consumatori non possono fare ulteriore debito perché ne hanno già troppo. Il risultato è che l’economia rallenta inesorabilmente anche se i tassi scendono».

Si dice spesso che i mercati beneficiano di una sorta di “put”, ossia di assicurazione contro i crolli, fornita dalle banche centrali. Lei condivide questa opinione?
«Se veramente ci fosse questa ‘fantomatica’ put non avremmo mai avuto nessuna crisi finanziaria da almeno trent’anni».

martedì 12 novembre 2019

11 novembre 2019 - Bolivia: manifestanti bruciano la "bara" di Morales

6 novembre 2019 - BANCHE FRANCESI SALVATE CON I SOLDI DEGLI ITALIANI.ORA VOGLIONO GLI INTE...

Vox Italia - La presentazione di Vox Italia in Liguria, prevista per il 3 dicembre, dovrà trovare un'altra location.

Vox Italia
La presentazione di Vox Italia in Liguria, prevista per il 3 dicembre, dovrà trovare un'altra location.
Il circolo portuali nega la sala...


Ilva - anni fa, 2015, si doveva nazionalizzare e sanare il processo di produzione investendo dai 3-4 miliardi di euro. Abbiamo speso tempo e siamo ancora qui. Questo è accaduto per le scelte scellerate del corrotto euroimbecilli Pd e da ultimo si è affiancato quel falso ideologico del M5S che non ha saputo ne voluto rompere con ArcelorMittal. Euroimbecilandia ha decretato che non si deve investire, non si deve nazionalizzare

Il ricatto dell’Ilva
 
di coniarerivolta
11 novembre 2919

Torna tragicamente agli onori della cronaca l’annosa vicenda dell’Ilva di Taranto. Gli attuali proprietari del sito pugliese – il gruppo franco-indiano ArcelorMittal, un colosso del settore siderurgico che fattura oltre 70 miliardi di dollari l’anno – hanno annunciato di lasciare gli stabilimenti. Si tratta, per ora, dell’ultimo capitolo di una storia lunga e travagliata. Proviamo a fare un po’ di luce sulla vicenda e sugli interessi che girano attorno ad uno degli stabilimenti metallurgici più grandi d’Europa.

L’Ilva è essenzialmente due cose. 
  1. È un sito industriale strategico che garantisce una produzione siderurgica di livello, favorendo in questo modo il tessuto produttivo locale e nazionale e occupando oltre 10 mila lavoratori. 
  2. Ed è anche, ad oggi, una sorgente inesauribile di veleno, un veleno mortale, per i suoi lavoratori e per il territorio e la popolazione locale. 
La storia recente dell’Ilva vive di questa perenne tensione: 
  • da un lato l’opportunità di tenere in attività i forni continuando a garantire produzione e quindi occupazione, e 
  • dall’altro la necessità di contenere le emissioni tossiche che proprio quella produzione genera.
Ma non stiamo tutti sulla stessa barca, e il problema assume diverse connotazioni a seconda del punto di vista che adottiamo.

I lavoratori e la popolazione di Taranto e dintorni sono stretti nella morsa di questa contraddizione: lo spegnimento dei forni sarebbe una tragedia sociale, per i posti di lavoro che si perderebbero e per l’impatto economico sul territorio, ma il loro continuo funzionamento allo stato attuale è una calamità sanitaria e ambientale che miete oltre 200 vittime ogni anno. I lavoratori dell’Ilva e la popolazione di Taranto si trovano quindi davanti due alternative devastanti: proseguire la produzione inquinante, o chiudere l’impianto. Un mortale aut-aut in cui la scelta è tra salute e ambiente da un lato e lavoro dall’altro. Si tratta, tuttavia, di una falsa scelta viziata all’origine che parte da variabili e scelte economiche date e immodificabili, che tuttavia immodificabili non sono affatto. Naturalmente l’unica ipotesi favorevole ai lavoratori e la comunità locale sarebbe quella di una totale riconversione del sito industriale, una trasformazione tecnologica capace di mantenere inalterata la capacità produttiva modificando i metodi di produzione, in modo da ridurre sensibilmente l’inquinamento. Si tratta di un’ipotesi perfettamente credibile dal mero punto di vista tecnologico e, in astratto (in un contesto economico diverso da quello vigente), pienamente percorribile dal punto di vista delle opzioni di politica industriale adottabili da uno Stato.

Il problema, come al solito, sono i soldi. Già, perché una simile operazione richiede ingenti investimenti iniziali (il Ministero dell’Ambiente ha parlato di 3 miliardi e mezzo di euro), costi tali da scoraggiare qualsiasi impresa privata dall’intraprendere la lunga strada della riconversione. Ecco chiarito come l’unica via percorribile per favorire la classe lavoratrice sarebbe la nazionalizzazione dell’Ilva accompagnata ad uno sforzo di politica industriale considerevole in termini di investimenti pubblici.

Conviene a questo punto fermarsi un attimo a riflettere. Se questo fosse l’unico piano del problema, l’unica dimensione entro cui inquadrare le vicende dell’Ilva di Taranto, staremmo qui a discutere di nazionalizzazioni, piani industriali, vincoli di spesa, investimenti, tecnologie green ed altre interessantissime questioni. Invece no: il dibattito sull’Ilva, che ci piaccia o no, è un altro. Da poche ore, ArcelorMittal ha dichiarato che intende rescindere il contratto che la lega all’impianto di Taranto. Le ragioni di questa scelta sono limpidamente enunciate dalla multinazionale stessa: le attuali condizioni impediscono di realizzare il progetto industriale che ArcelorMittal aveva in mente quando, con la benedizione dell’ex Ministro Calenda, ha prima ‘affittato’ e poi progressivamente acquistato lo stabilimento.

Per chiarire quali siano questi ostacoli alla realizzazione del piano aziendale della multinazionale dobbiamo fare un passo indietro e ricordare brevemente come un gigante del settore si sia potuto avvicinare ad una situazione intricata come quella dell’Ilva di Taranto. Nel fare questo passo indietro, abbandoniamo il punto di vista dei lavoratori e del territorio, e proviamo ad adottare l’angolo visuale del capitale, il punto di vista del profitto. Riconsideriamo la nostra ipotesi di partenza: l’Ilva non si risolve solo in un’industria strategica per il Paese e in una centrale di morte per il territorio. L’impianto di Taranto è anche una terza cosa: è una straordinaria opportunità di profitto, ed è per questa terza ragione che la storia drammatica dell’Ilva non finisce mai, ma sopravvive in un perenne stato di eccezione che continua a sfornare acciaio e morte senza soluzione di continuità.

Quando ha deciso di rilevare l’Ilva, ArcelorMittal ha visto nell’impianto siderurgico pugliese un’occasione unica. Le travagliate vicende legislative e giudiziarie che hanno scandito la vita del sito di Taranto portando al commissariamento del sito nel gennaio del 2015, avevano lasciato in eredità un piccolo tesoro: in sostanza, chi si accaparrava lo stabilimento – tramite gara pubblica – avrebbe goduto, in cambio di un vaghissimo ‘piano ambientale’ che non prevede alcun sensibile miglioramento dell’inquinamento prima del 2021 e nessun impegno concreto in termini di investimenti, di una particolare immunità penale. Si tratta di un vero e proprio ‘scudo’, introdotto con decreto legge nel 2015, che ha permesso prima ai commissari e poi agli acquirenti dell’azienda di non essere perseguiti legalmente durante la gestione del sito, e quindi evitare di essere accusati di reati quali quelli contestati ai vertici dell’Ilva 2012 (tra gli altri, disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, sversamento di sostanze pericolose, e inquinamento atmosferico). Ecco l’opportunità di profitto: trovarsi a gestire uno dei maggiori siti siderurgici d’Europa senza oneri immediati per la riconversione tecnologica e, di fatto, al di fuori di ogni regola sull’inquinamento e sulla sicurezza. Questo era il ‘piano aziendale’ del colosso mondiale ArcelorMittal che nel giugno del 2017 si aggiudicava il sito di Taranto: macinare acciaio in condizioni di assoluto vantaggio rispetto alla concorrenza, perché grazie allo scudo penale avrebbero portato avanti la produzione in uno stato di eccezione permanente capace di generare profitti sulla pelle dei lavoratori e dei tarantini senza, per questo, sostenere alcun costo di riconversione ambientale.

Ma nella primavera del 2019 accade qualcosa: i Cinque Stelle si svegliano dal letargo ed iniziano a spingere per l’abrogazione dello scudo penale. La vicenda approda quindi, nell’ottobre del 2019, alla Corte Costituzionale, che dichiara lo scudo incostituzionale. Non appena lo scudo penale viene messo in discussione, i vertici di ArcelorMittal vedono evaporare l’opportunità di profitto. Senza protezione, avrebbero dovuto portare avanti senza ritardi il piano ambientale, in modo da avviare una qualche riconversione tecnologica del sito, e avrebbero soprattutto dovuto rispondere di eventuali ulteriori danni alla salute e al territorio prodotti sotto la loro gestione. Con la rimozione dello scudo penale, viene meno lo stato di eccezione che rende l’Ilva un boccone appetitoso per la fame di profitto dei grandi attori del settore siderurgico a livello mondiale. L’Ilva, insomma, è un affare solo mentre avvelena lavoratori e ambiente – perché produce fuori dalle regole.

È così che il dilemma dell’Ilva resta tale, un rompicapo che non si può risolvere facendo contenti tutti. Lo può risolvere il capitale privato, se gli consentiamo di macinare profitti sui tumori e sulla distruzione di un territorio. E lo può risolvere lo Stato, se gli consentiamo di nazionalizzare un impianto industriale strategico per il Paese, e gli permettiamo di realizzare quegli investimenti necessari a trasformare una centrale di veleni in una moderna industria rispettosa dei lavoratori e dell’ambiente. Investimenti massicci che, naturalmente, ci porterebbero fuori da qualsiasi parametro fiscale previsto dall’Unione Europea. Il dilemma dell’Ilva, quel mortale aut-aut tra lavoro e ambiente appare irrisolvibile, allora, solo rimanendo all’interno della struttura istituzionale europea fatta di vincoli soffocanti che determinano la forzata dismissione del ruolo dello Stato nell’economia. Lo stesso dilemma svanisce e, fuori da quelle catene, l’antonimia lavoro-ambiente si dilegua.
 

La distruzione economica sociale culturale della Germania dell'est

Anschluss. L’annessione
intervista a Vladimiro Giacché
11 novembre 2019

Vladimiro Giacchè: Anschluss. L'annessione. L'unificazione della Germania e il futuro dell'Europa, DIARKOS 2019, € 18.00

 
 
Dott. Vladimiro Giacché, Lei è autore del libro Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa edito da Diarkos: a trent’anni dal crollo del Muro di Berlino, la riunificazione tra le due parti della Germania può dirsi compiuta?

No. Sussistono tuttora marcate differenze sotto il profilo economico e sociale: basti pensare che un lavoratore dell’Est riceve uno stipendio pari a poco più dell’80 per cento di un lavoratore dell’Ovest e che la disoccupazione è tuttora superiore del 50 per cento a quella dell’Ovest, nonostante un’emigrazione che ha interessato milioni di cittadini della ex Germania Est. Molte città e paesi, soprattutto nelle aree rurali, si sono spopolati. Una ricerca dell’istituto di ricerca tedesco Ifo uscita nel luglio scorso ha reso noto che, mentre la parte occidentale della Germania ha oggi più abitanti di quanti ne abbia mai avuti, la parte orientale è tornata ad avere gli abitanti che aveva nel 1905. Queste differenze si riflettono anche in un voto molto differente da quello espresso nei Länder dell’Ovest, e che penalizza in particolare i partiti di governo.

Ancora di recente un sondaggio ha evidenziato che i cittadini dell’Est si sentono cittadini di serie B. È difficile dar loro torto. Ma soprattutto, col passare del tempo, è sempre più difficile addebitare quelle differenze a “quello che c’era prima”. Non soltanto perché dalla caduta del Muro sono ormai passati 30 anni, e perché Kohl aveva promesso “paesaggi fiorenti” all’Est in due-tre anni. Ma per un motivo più sostanziale: perché gran parte del fossato che non si chiude tra Est e Ovest è stato scavato con l’unificazione, per il modo in cui essa è stata realizzata. L’unificazione politica è del 3 ottobre 1990.

Essa era stata preceduta, il primo luglio 1990, da un’unione monetaria affrettata e mal congegnata. Affrettata, perché avveniva in assenza di una convergenza economica (per questo motivo gli stessi esperti economici del governo di Bonn l’avevano sconsigliata); all’obiettivo politico di “fare presto”, di giungere quanto prima possibile all’unità politica tra le due Germanie, veniva di fatto sacrificata la possibilità di un’unione economica più equilibrata e meno traumatica per le regioni dell’Est. Ad aggravare le cose, l’unione monetaria è stata anche mal congegnata: infatti essa stabiliva un cambio alla pari tra due monete tra le quali i rapporti di cambio a fine 1989 erano regolati secondo un rapporto di 1 a 4,44 (ossia, 1 marco ovest equivaleva a 4,44 marchi dell’est). Apparentemente, si trattava di un regalo ai consumatori dell’Est. In realtà rappresentò la rovina per le imprese dell’Est, in cui prezzi conobbero automaticamente un aumento del 350 per cento circa. Il risultato fu l’immediato crollo della produzione industriale dell’Est (-35 per cento nel solo mese di luglio 1990), licenziamenti di massa e il fallimento di fatto di gran parte delle imprese della Germania Est. Queste imprese furono poi tutte privatizzate nel giro di pochi anni a prezzi irrisori, o semplicemente liquidate, da un organismo, la Treuhandanstalt, che operò in modo a dir poco discutibile. Queste vicende sono raccontate con qualche dettaglio nel mio libro, e sorprenderanno chi sia abituato ad associare la Germania all’etica degli affari e all’assenza di corruzione e di pratiche commerciali scorrette. Il risultato fu in ogni caso un processo di deindustrializzazione senza precedenti in Europa, le cui conseguenze si continuano a pagare oggi. Anche in termini politici.

Cosa ha significato per la Germania e per l’Europa intera la riunificazione dei due paesi?

L’unificazione tedesca è stata un elemento fondamentale del crollo dei regimi comunisti dell’Est europeo e quindi del ridisegno dell’assetto geopolitico in Europa rispetto all’ordine postbellico. In un certo senso, è l’evento che chiude simbolicamente il Novecento, e comunque uno spartiacque decisivo al suo interno. La stessa nascita dell’Unione Europea col trattato di Maastricht, come pure il suo allargamento a Est, sarebbero assolutamente inconcepibili senza questo evento. Lo stesso si può dire dell’espansione della Nato a Est nel continente europeo. In un certo senso, è stata la vittoria dell’Europa Occidentale e del suo sistema sociale sul suo antagonista storico, il comunismo sovietico, che si era imposto a Est. Al tempo stesso, paradossalmente, proprio questa vittoria ha alterato profondamente gli equilibri all’interno della stessa Europa Occidentale, trasformandola in qualcosa di molto diverso da quello che era in precedenza.

Quali conseguenze ha prodotto la riunificazione tedesca in Europa?


Per quanto riguarda l’Europa Occidentale, l’unificazione della Germania ha significato in primis una sostanziale alterazione dei rapporti di forza. La Germania si è ritrovata con 16 milioni di abitanti in più ed è diventata il paese europeo con la popolazione di gran lunga più numerosa. Dal punto di vista economico, ha potuto realizzare quello che non era mai riuscito alla sola Germania Ovest: assumere una centralità nel continente e riprendere l’espansione economica verso Est delle proprie imprese e dei propri capitali che si era interrotta nel 1945. In effetti, in pochissimi anni l’export della Germania Est verso gli altri paesi del Patto di Varsavia è stato pressoché interamente sostituito dall’export da parte di aziende dell’Ovest. Ma – cosa ancora più importante – la Germania ha potuto acquisire all’Est non soltanto clienti, ma anche subfornitori per i suoi prodotti. Questa riconfigurazione delle filiere produttive nell’Europa Centro-Orientale attorno alla Germania ha dato senz’altro un contributo significativo ai successi della Germania come paese esportatore, ma ha anche spostato verso Est il baricentro economico e della produzione manifatturiera in Europa. Questo ha tra l’altro accresciuto le difficoltà dell’Italia, da sempre subfornitore privilegiato della Germania. Dal punto di vista geopolitico, l’alterazione dei rapporti di forza in Europa, in particolare rispetto alla Francia, ha indotto quest’ultima a tentare di “ingabbiare” la Germania attraverso la moneta unica europea. Questa operazione ha condotto al trattato di Maastricht, in cui però la Germania ha ottenuto che le regole della banca centrale europea fossero esemplificate su quelle della Bundesbank. Il risultato è stato il contrario di quanto i francesi si ripromettevano dall’operazione: anziché una “Germania europeizzata”, un’“Europa germanizzata”, ossia un’Europa egemonizzata dal modello economico e istituzionale tedesco.

In che modo la storia della riunificazione tedesca parla direttamente al nostro presente?

Credo che purtroppo la riunificazione tedesca parli al nostro presente soprattutto per quanto riguarda la sua parte meno riuscita, ossia l’unione monetaria. In effetti anche l’unione monetaria europea, così come quella tedesca, è stata un’unione mossa da un obiettivo politico (incorporare per così dire la Germania e al tempo stesso accelerare e rendere irreversibile l’integrazione europea); e anche in questo caso è stato compiuto l’errore di osare tale passo in assenza di una sufficiente convergenza delle economie. Il risultato è che la convergenza delle economie non si è prodotta neppure dopo. Si è avuta per un certo periodo l’impressione che essa stesse verificandosi. Ma si trattava di un’illusione. Alcuni paesi periferici effettivamente crescevano, ma indebitandosi nei confronti di altri paesi dell’eurozona, e in particolare di Germania e Francia: questi flussi di capitale in entrata occultarono di fatto gli squilibri che si stavano creando. Poi con la crisi del 2008/2009 tutto il meccanismo è saltato.

Quale ruolo ha svolto la moneta unica europea nella crisi dell’ultimo decennio?

La moneta unica non è stata la causa della crisi europea. Però in sua assenza gli squilibri commerciali tra i paesi membri – una delle cause principali della crisi – sarebbero stati corretti attraverso aggiustamenti del cambio prima di diventare esplosivi. Inoltre, dopo lo scoppio della crisi, l’impossibilità per i paesi membri di effettuare politiche monetarie autonome hanno reso l’uscita dalla crisi più lunga e dolorosa in termini sociali, in particolare per i più deboli tra essi. In effetti c’è uno studio dell’economista De Grauwe che, confrontando le reazioni alla crisi da parte di Spagna e Regno Unito (in entrambi i paesi la crisi fu legata allo scoppio di una bolla immobiliare, quindi si tratta di un confronto sensato), evidenzia come la possibilità di effettuare una politica monetaria autonoma da parte del Regno Unito, che non fa parte della moneta unica, abbia contribuito a una sua uscita più rapida dalla crisi.

La rigidità rappresentata dalla moneta unica costituisce tuttora uno dei principali fattori di vulnerabilità dell’eurozona nel suo complesso. Essa va posta in relazione con l’insufficiente convergenza delle economie dell’eurozona: se le economie vanno a velocità diverse, se alcune sono in espansione mentre altre annaspano intorno alla crescita zero o sono addirittura in recessione, è evidente che il tasso d’interesse stabilito dalla BCE (che ovviamente è unico) non potrà essere adatto alle condizioni dell’economia di tutti i paesi che fanno parte dell’area monetaria.

Quale futuro a Suo avviso per la Germania e l’Unione Europea?

La Germania appare sempre più chiaramente come vittima della sua stessa strategia. È il grande beneficiario della moneta unica. L’ha utilizzata per fare una politica mercantilistica aggressiva, che le ha consentito di espandere in misura notevole le esportazioni nell’eurozona a scapito dei competitori. A questo fine ha tenuto bassi i salari e quindi compresso la domanda interna; non ha fatto sufficienti investimenti. In una parola: ha puntato tutto sulle esportazioni. Ha imposto politiche di austerity ai paesi europei in crisi verso i quali esportava, e al conseguente indebolimento della loro domanda di prodotti tedeschi ha reagito spostando le proprie esportazioni verso altri paesi (Cina e Stati Uniti). Adesso però il primo di questi mercati è interessato da una guerra commerciale con gli Stati Uniti, e questi ultimi stanno cominciando a rispondere al surplus della bilancia commerciale tedesca nei loro confronti con dazi alle importazioni. La Germania così si trova in un vicolo cieco e vede profilarsi ormai chiaramente lo spettro di una recessione. Ci vorrebbe un cambiamento di politiche, ma non è scontato che ci sarà.

Lo stesso, in fondo, vale per l’Unione Europea. I segnali che indicano la necessità di un cambiamento delle politiche sono molteplici: dalla Brexit a un voto europeo che non ha davvero premiato i partiti “tradizionali”, da una crescente ostilità di larghe fette dell’opinione pubblica nei confronti delle istituzioni europee all’approssimarsi di una recessione alla quale con gli strumenti di cui l’Unione si è dotata appare impossibile reagire efficacemente. Ma non si avverte una reazione all’altezza dei problemi. Neppure sugli strumenti più sbagliati messi in campo durante la crisi, e in particolare il cosiddetto fiscal compact, si registra alcun ripensamento. È un grave errore. Il maggior problema per l’Unione europea è il fatto che essa non è stata in grado di mantenere la promessa di una maggiore prosperità per i suoi cittadini. Al contrario, in particolare l’eurozona, ha evidenziato una crescita deludente rispetto al resto del mondo. Se non si saprà invertire questa tendenza, non vi sono troppi motivi per essere ottimisti sul futuro dell’Unione.
 
Vladimiro Giacché è nato a La Spezia nel 1963. È stato allievo della Scuola Normale di Pisa, dove si è laureato e perfezionato in Filosofia. Da venticinque anni nel settore finanziario, è presidente del Centro Europa Ricerche e consigliere di amministrazione di Banca Profilo. Negli ultimi anni ha pubblicato Titanic Europa (2012; ed. tedesca 2013), Costituzione italiana contro trattati europei (2015), La fabbrica del falso (2016). Ha curato edizioni degli scritti economici di Karl Marx (Il capitalismo e la crisi, 2009) e Lenin (Economia della rivoluzione, 2017).

Bolivia - colpo di stato riuscito i militari si sono venduti agli Stati Uniti

Golpe in Bolivia. Forza e debolezze delle alternative sociali al neoliberismo
 
di Redazione Contropiano - Luciano Vasapollo
11 novembre 2019

 
 
Il golpe in Bolivia ha rovesciato una democrazia che era stata appena confermata il libere elezioni, in cui nemmeno gli osservatori stranieri meno benevoli erano riusciti a vedere irregolarità nel voto.

E’ assolutamente evidente che gli Stati Uniti, in ritirata in altre zone del mondo, stanno cercando di riprendersi il “cortile di casa” eliminando le esperienze alternative, dal Venezuela al Nicaragua, dal Brasile all’Ecuador e ora in Bolivia.

Un tentativo prepotente, che ottiene risultati alterni (le elezioni in Argentina hanno certo “deluso” Washington, e la liberazione di Lula può diventare la premessa per la caduta di Bolsonaro), ma va avanti perché non vede altre possibilità di mantenere l’egemonia almeno sul continente americano.

A noi sembra evidente, che questo attacco a tutto campo, condotto senza rispettare nessuno dei “valori” strombazzati tramite media, coglie i punti di debolezza dei vari tentativi di sottrarsi alla morsa yankee con metodi democratici.

La reazione imperialista organizza in modo militare quei settori sociali che sono stati democraticamente espulsi dalla gestione del potere politico ma hanno mantenuto pressoché intatto il proprio ruolo economico.E mobilita tutte le funzioni chiave che aveva provveduto a “istruire” ai tempi del dominio assoluto (dalle forze militari ai “giudici” catechizzati al ritmo di “mani pulite”, come l’attuale ministro di Bolsonaro, Sergio Moro).

E’ questa la conseguenza di un errore abbastanza comune, quello di credere che la conquista del governo politico coincida con la conquista del potere reale. Ma se non si mette mano alla modifica sostanziale del sistema economico, ossia se non si fa prevalere l’autodeterminazione sul come e cosa produrre e ci si limita soltanto alle politiche di redistribuzione sociale, non si modificano le modalità di riproduzione delle parti reazionarie e benestanti della società.

La trasformazione sociale, ci mostra anche l’esperienza drammatica della Bolivia, è una questione di rapporti di forza in cui si usa tutto. Non è un caso, per esempio, che laddove la forza militare e le strutture dell’autogoverno popolare sono più forti (come in Venezuela, ma non solo), la reazione faccia molta più fatica a cercare di risalire la china. Mentre dove le strutture del potere popolare sono più deboli, e la filiera di comando militare resta politicamente “affine” con gli interessi imperialistici, il rischio di golpe è perenne. E attende solo un momento di incertezza, una protesta popolare – non importa se spontanea o sobillata strumentalmente -, per mettersi in moto, spargere sangue, riportare gli antichi sfruttatori (la borghesia compradora) ai posti di comando.



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Qui di seguito il contributo di Luciano Vasapollo, responsabile italiano della Rete di Intellettuali in Difesa dell’Umanità e delegato del rettore della Sapienza per le relazioni internazionali con l’America Latina e il Caribe, grande conoscitore della realtà LatinoAmericana.

* * * *

Far prevalere la politica dell’autodeterminazione sull’economia solo redistributiva, con forme diverse di democrazia da quelle borghesi.

La Bolivia sotto l’attacco dell’imperialismo e delle multinazionali come il Venezuela.

Una crisi da leggere nel conflitto di classe a livello mondiale: mondo unipolare versus dedollarizzazione delle economie e mondo pluricentrico.

La crisi gravissima nella quale la Bolivia è precipitata in queste ultime ore, sotto l’attacco delle oligarchie locali, delle multinazionali, della Cia, dell’imperialismo e dei narcos, è una vera e propria guerra per il controllo delle ingenti risorse minerarie locali”.

Gli Stati Uniti hanno enormi difficoltà a continuare ad imporre la loro egemonia e lo si vede chiaramente nelle difficoltà di controllo internazionale anche per il ruolo svolto da Cina, Russia, Iran, Venezuela, Bolivia e Cuba.

In particolare gli USA non riescono a piegare la resistenza eroica del popolo bolivariano e cubano e a controllare l’economia internazionale e questo li mette davanti alla realtà di un mondo che non ha più un’unica dimensione imposta da Washington in vari modi, ad esempio l’America Latina come cortile di casa, ma è multipolare superando cioè la caratterizzazione unipolare a guida Stati Uniti; oggi le potenze emergenti stanno cercando una politica unica, quella di un sistema che sta insieme sul tema della de-dollarizzazione del mondo, nel tentativo, che oggi sembra poter riuscire, di un’alternativa al dollaro e all’euro, cioè di un sistema produttivo, commerciale e monetario alternativo che ad esempio possa trovare cripto monete che basino il loro valore sul ruolo dell’oro come riserva internazionale.

E la Bolivia ha una potenzialità mineraria rilevante, tale da poter rappresentare un’alternativa di sistema economico, tra l’altro, come si è visto in questi anni con una crescita irrefrenabile del Pil. E con le cospicue riserve auree e del litio (un minerale fondamentale per lo sviluppo della cosiddetta “green economy”, dunque strategico per mantenere o conquistare l’egemonia economica futura).

Secondo Vasapollo, “il tema di porre all’ordine del giorno del dibattito per l’alternativa quello di percorrere nuove forme di potere politico socialista che superino la visione di una democrazia borghese che si è dimostrata inadeguata ad poter essere adattata anche in chiave progressista alla rivoluzione chavista, e ad accompagnare anche il cambiamento socio-economico del governo di Evo Morales, che pure sul piano degli indicatori economici ha dato buoni risultati.

In Bolivia si è giocata una partita con due tipi di “opposizione”, quella fascista della Mezza Luna di Santa Cruz, che nel tentativo di deporre con un golpe Evo ha ottenuto l’appoggio dei settori corrotti della polizia e l’oligarchia; e l’altra opposizione, quella capeggiata da Carlos Mesa, che raccoglie forze più moderate di quelle di Camacho, ma che comunque si muovo agli ordini degli USA e delle multinazionali anche europee.

I poteri forti presenti in America Latina – così come la destra boliviana – capiscono che si vanno riducendo i loro margini di manovra a causa della minaccia forte della Russia e della Cina al loro alleato Nord Americano. Mentre godono dell’appoggio delle multinazionali anche europee che vogliono vogliono limitare il più possibile l’espansionismo verso un mondo pluripolare.

Resta da considerare che qualsiasi processo umano commette errori e un paese di alternativa non si deve accontentare di forme di economia partecipativa ma gli elementi di politica per il potere di classe devono dominare sul governo dell’economia, cioè anche sul campo del controllo politico; si devono esprimere forme di democrazia di base dominate da elementi immediati di socialismo sul piano della politica, ma in forme originali e non accettando le regole della democrazia capitalista che rischia di vanificare il progetto della transizione anticapitalista.

Su questo si misurano i paesi che tentano la strada del socialismo: non ci si può permettere la democrazia venga espressa solo su base parlamentare in senso lato.

Non si possono accettare fino in fondo le regole della democrazia capitalista se si vuole tentare un cambiamento politico e socio-economico in chiave anticapitalismo.

Non ci si può riuscire – e lo stiamo vedendo – se non si forza sul terreno delle forme di democrazia politica che indirizzino e dirigano quelle sul piano economico: se la politica non domina sull’economia viene risucchiata, e si vanifica la costruzione centrale di forme della democrazia di base, democrazia socialista in chiave politica, e si scatena invece una rincorsa tra capitalismo cattivo e capitalismo moderato o di tipo sociale, che buono non è, e viene fatto fuori da chi tenta la strada utopica di una autoriforma del capitalismo, che non si è mai realizzata.

La situazione critica della Bolivia – sottolinea inoltre Vasapollo – coincide con importanti fatti nuovi e positivi in due grandi paesi latinoamericani come Argentina e Brasile, dove nel primo si è registrata la vittoria elettorale di Fernandez e della Kirkner che apre a un possibile rafforzamento del progetto dell’ALBA, e nel secondo la liberazione di Lula dalla carcerazione ingiusta che gli era stata inflitta rende assai precaria la situazione del governo neo fascista di Bolsonaro.

Mentre i sommovimenti sociali in Cile, dove la risposta del governo alla piazza è stata violenta e ha riportato alla mente la sanguinaria repressione di Pinochet, del quale il presidente è un ‘allievo’, e in Ecuador, un paese dollarizzato e in cui le risorse passano per un mercato d’importazione determinato dagli USA, hanno fatto suonare i campanelli d’allarme alla Casa Bianca.

Possiamo aspettarci qualunque strategia violenta di reazione per fermare questi processi di transizione anticapitalista in Nuestra América.

Per questo occorre evitare che si ripetano, da parte dei nostri compagni, errori che hanno creato situazioni di instabilità fino a oggi. Per esempio, non si può pensare solo di governare senza immettere nel processo organismi per la presa diretta del potere. O meglio, lo si può fare, ma sul medio e lungo periodo si finisce per avere il fiato corto. Prima o poi il problema della rottura rivoluzionaria si pone. Forse, allora, alcuni processi andavano accelerati approfittando della fase che ha ottenuto forti conquiste sul piano economico e sociale.

Per esempio, in Venezuela – spiega Vasapollo – si sarebbe dovuto puntare per tempo sulla diversificazione produttiva. Mi era capitato di parlarne in un’intervista al Correo del Orinoco già nel 2007-2008. Dicevo: bisogna nazionalizzare l’intero settore bancario. Bisogna nazionalizzare i settori strategici.

In Venezuela, oltre al settore petrolifero ed energetico, ai trasporti e alle telecomunicazioni, è strategico anche il settore della distribuzione di beni soprattutto di prima necessità. E infatti le reti di distribuzione alternativa gestite dal Governo, come Mercal, non sono bastate per far fronte alla guerra economica, e all’accaparramento dei prodotti basici sussidiati. Se la grande distribuzione resta in mano del settore privato, a scomparire non sono solo i cellulari, ma i beni di prima necessità. E se devi fare la fila per comprarli o devi pagarli a caro prezzo al mercato nero, il terrorismo mediatico fa presa anche nelle tue stesse fila.

Un altro errore – elenca Vasapollo – è spesso quello di puntare eccessivamente su alcuni fattori di innegabile leadership, come ad esempio la continuità anche personale di uno stesso gruppo dirigente, pensando che sarebbero durati per sempre. Invece, quando intervengono incidenti di percorso sono le strutture del potere popolare che il processo rivoluzionario è riuscito a costruire quelle che contano realmente.

Nella vicenda della Bolivia, come per il Venezuela, il quadro internazionale rappresenta inoltre un dato di cui non si può non tenere conto. Il ruolo sempre più incisivo nell’economia internazionale della Cina ha avuto risposta dagli Stati Uniti con quella che è stata denominata guerra commerciale. Il paese nordamericano ha reagito con aumenti delle tariffe dei prodotti provenienti dal paese asiatico il quale, a sua volta, ha risposto con sue misure protezioniste. Si tratta di un confronto di potenze economiche a cui si uniscono ad esempio Russia e Iran, India, Venezuela e tutti i paesi che lavorano per l’autodeterminazione e per sottrarsi al dominio imperialista.

La dollarizzazione del mercato del petrolio ha permesso e ancora permette agli Stati Uniti di usare una delle principali armi imperiali nel contesto di una guerra non convenzionale, attaccando le valute, piegando i governi e i popoli per posizionare il dollaro come moneta unica ed egemonica.

Contemporaneamente all’iniziativa, da un lato, della Cina di spostarsi verso un nuovo ordine commerciale, monetario e finanziario e dall’altro, l’insistenza dei settori statunitensi a mantenere il dollaro come moneta egemone, è emersa un’area di paesi che si muove verso alternative pluripolari e multicentriche anche con l’ipotesi di un nuovo sistema monetario basato su criptovalute. Attenzione, in questo caso le nuove criptomonete per l’alternativa si riferiscono all’assenza di gerarchia nell’emissione della moneta.

In questo ambito – conclude Vasapollo – ci poniamo l’obiettivo di analizzare l’iniziativa di muoverci verso un nuovo ordine economico pluripolare e multicentrico per l’autodeterminazione dei popoli. Così come la sua fattibilità e garanzia di un equilibrio universale che minimizzi la supremazia delle potenze e ci permetta di procedere verso modelli di giustizia sociale ed uguaglianza.

Anche se la presente evoluzione mondiale non traccia alcun “nuovo ordine”, ma solo nuove forme di scontro mondiale tra l’ordine dell’impero (occidente) e la volontà di indipendenza di quello che possiamo chiamare Sud.

Quello che è successo – in effetti – è che la volontà di indipendenza nazionale degli stati periferici si rivela con nuovi parametri ideologici di democrazia socialista che continuano ad avere come elemento principale l’antimperialismo e anticapitalismo. E’ per questo che oggi difendere i governi di Evo Morales e di Maduro, Cuba socialista e l’autodeterminazione dei popoli contro gli attacchi imperialisti significa dare un contributo effettivo e militante all’Inter nazionalismo di classe anche qui ed ora in Europa e in Italia.
 

Euroimbecilandia con a capo la Germania si sta preparando ad inghiottire l'Italia con l'avallo degli euroimbecilli politici nostrani

Economia
Ecco come e chi in Germania vuole distruggere banche e titoli di Stato italiani

di Giuseppe Liturri
12 novembre 2019



Dopo che sono stati necessari 14 anni per capire che l’eurozona non poteva reggere senza un’unione bancaria, ora dalla Germania si dettano le condizioni per completarla con un attacco distruttivo al nostro debito pubblico ed alle nostre banche. L’analisi di Giuseppe Liturri



Settimana interessante, quella appena trascorsa sul fronte delle novità relative all’(eterno) cantiere delle riforme per la definitiva (vaste programme!) eliminazione delle cause di vulnerabilità dell’eurozona.

È stato un crescendo. Il ‘la’ è stato dato martedì 5 dal ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz che, sul Financial Times, ha presentato con grande enfasi la necessità di sbloccare lo stallo riguardante il completamento dell’unione bancaria. In particolare, la sua terza gamba (dove la prima è la vigilanza sulle banche e la seconda è il meccanismo unico di risoluzione delle crisi bancarie) e cioè lo schema unico di garanzia dei depositi bancari.

In sintesi, la proposta di Scholz si articola in 4 parti:
  1. la definizione di norme comuni per la gestione dell’insolvenza delle banche, anche di quelle meno rilevanti, oggi soggette alle regole nazionali.
  2. la riduzione dei rischi nei bilanci delle banche, partendo dalla riduzione dei prestiti in sofferenza per giungere alla riduzione del rischio connesso ai titoli pubblici in portafoglio, che non devono essere considerati privi di rischio e generare quindi adeguati accantonamenti ed assorbimenti di capitale.
  3. Solo a questo punto, la Germania potrà reggere il non facile sacrificio di consentire che i depositi delle banche dell’eurozona siano garantiti attraverso un meccanismo basato su 3 livelli: in caso di insolvenza i depositi sono garantiti dapprima dal fondo di garanzia nazionale; se questo si rivelasse incapiente, soccorrerebbe il fondo di garanzia dell’eurozona con dei prestiti; un eventuale ulteriore fabbisogno sarebbe infine soddisfatto dai governi nazionali. Sarebbe inoltre prevista la possibilità di limitate perdite anche da parte del fondo europeo di garanzia.
  4. Come ciliegina finale, Scholz aggiunge pure l’armonizzazione della tassazione societaria all’interno dell’eurozona.
Le reazioni non si sono fatte attendere. E sorprende il fatto che caute prese di distanza siano arrivate anche dal suo stesso Paese. È stato fatto notare che tale piano era una sua personale iniziativa non coordinata con la cancelleria Merkel e che non è ancora dato sapere se quest’ultima appoggerà tale piano. In Germania si sono levate numerose voci ispirate alla cautela, se non all’aperto scetticismo, verso la proposta. È infatti noto ed atavico il timore tedesco per la condivisione, a carico del contribuente tedesco, di rischi finanziari di altri sistemi bancari. “È materia esplosiva” è stato il commento di un alto funzionario UE.

Non sono state necessarie accurate analisi per capire che il principale Paese danneggiato dalle condizioni poste da Scholz sarebbe proprio l’Italia, come prontamente fatto notare da un successivo articolo del Financial Times. L’imposizione di pesanti condizioni su Paesi potenziali portatori di rischi finanziari come l’Italia costituisce la ‘libbra di carne’ data in pasto da Scholz all’opposizione interna che vede come fumo negli occhi la condivisione dei rischi non preceduta da una loro riduzione e, più specificamente, non vede di buon occhio la messa in discussione dell’autonomia delle potenti Sparkassen, dotate di un proprio autonomo fondo di garanzia.

Non ha mancato di far sentire la propria voce anche il ministro Gualtieri che ha sottolineato l’impatto distruttivo per l’Italia delle condizioni poste da Scholz in tema di riduzione dei rischi.

Ma allora, se quanto proposto da Scholz non si discosta molto da quanto da sempre sostenuto dal suo predecessore Wolfgang Schauble a proposito della necessità di una preventiva riduzione dei rischi dei sistemi bancari più vulnerabili, e le condizioni poste dallo stesso ministro sono state giudicate pericolose ed al limite della provocazione da numerosi commentatori, qual è il motivo di tale proposta e, soprattutto, perché ora?

La risposta è giunta a stretto giro, con un editoriale sempre sul FT che, senza tanti giri di parole, ipotizzava che esiste un motivo non confessabile per il quale Scholz ha deciso di avanzare la sua proposta: il Paese che avrebbe più vantaggi dal completamento dell’unione bancaria sarebbe proprio la Germania ed il suo debole sistema bancario. In particolare, la cruda verità, che i tedeschi non ammetteranno mai per non incrinare l’immagine di apparente solidità delle loro banche, è che i due giganti dai piedi d’argilla Deutsche Bank e Commerz Bank hanno bisogno di sistemare i loro problemi attraverso fusioni transfrontaliere che, per avere piena efficacia, richiedono una unione bancaria completa.

A completare, il quadro è arrivato anche l’editoriale di Munchau che invita a diffidare della proposta di Scholz, ne rivela la sostanziale conformità rispetto a quanto sempre sostenuto da Schauble, e la giustifica alla luce della corsa alla leadership della SPD. Scholz sta cercando di conquistare posizioni in vista della scelta, prevista per fine mese, del leader del partito. Ma, secondo Munchau, c’è poco da attendersi nel breve termine, è sola tattica a fini interni. Anzi, è più probabile che, per vedere alcuni passi avanti dei tedeschi verso l’espansione fiscale e il completamento dell’unione bancaria, si debba attendere la sua sconfitta nella corsa al vertice del SPD e l’avvento al governo dei Verdi.

Allora? Tanto rumore per nulla? Non proprio.

L’uscita di Scholz dovrebbe avere il significato di un’apertura di trattativa e quindi la presentazione della posizione negoziale tedesca, offerta come una gentile concessione rispetto ad una precedente totale chiusura sul tema. E questo, visti i precedenti come la sciagurata negoziazione di fine 2013 sul bail-in, ci deve preoccupare. Ricordiamo ancora la testimonianza resa a dicembre 2017 dall’ex ministro Saccomanni davanti alla commissione d’inchiesta sulle banche, e la descrizione del clima di sostanziale ricatto nei confronti dell’Italia. Bisognava fare presto nell’approvare il bail-in e, se l’Italia si fosse opposta, quella opposizione sarebbe stata interpretata dai mercati come segno di vulnerabilità e debolezza (rectius: sarebbe stata suggerita ai mercati tale interpretazione).

Ricordando tale infausto precedente, l’apertura di una negoziazione con condizioni per noi semplicemente irricevibili e non negoziabili, significa preludere a un cedimento su quei punti o su altri punti (vedi il fondo salva Stati, ESM, per il quale il prof. Giampaolo Galli ha egregiamente illustrato una situazione molto pericolosa per noi) in una logica di pacchetto.

A questo punto, dopo che sono stati necessari 14 anni per capire che l’eurozona non poteva reggere senza un’unione bancaria (correndo a mettere in piedi in fretta e furia una vigilanza comune e regole comuni di risoluzione delle crisi bancarie) apprendiamo che le condizioni per completarla messe sul tavolo dai tedeschi prevedono un attacco distruttivo al nostro debito pubblico ed alle nostre banche.

Ma, poiché ‘ad impossibilia nemo tenetur’, non è forse il caso di prendere atto che quest’unione monetaria può reggere solo con il sostanziale annichilimento del contraente più debole (quasi sempre il nostro Paese), non avventurarsi nemmeno in negoziati senza via d’uscita ed invitare gli altri contraenti ad uno smantellamento coordinato e controllato di un progetto che per completarsi richiederebbe il rispetto di condizioni impossibili?

Dopo l’approvazione del bail-in ed il conseguente affondamento di una decina di banche, cos’altro dobbiamo sentirci dire per prendere coscienza che il sogno è in realtà un incubo e che negare il problema crea ancora più danni?
 

Siria - presi a sassate gli invasori turchi

Siria, convoglio militare turco preso a sassate
La rabbia della gente: «Non lasceremo mai che dominino questa terra» | Ansa - CorriereTv

Una pattuglia militare turca è stata presa a sassate dagli abitanti della zona nord-orientale della Siria. «Trasformeremo questa terra nel loro cimitero», dice una donna riferendosi ai militari di Ankara. Accese le proteste anche nei giorni scorsi, quando un giovane manifestante è stato ucciso da un veicolo militare turco.