Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 18 dicembre 2018

Nicola Gratteri - i massoni/'ndranghetisti con il colletto bianco hanno la supponenza di essere intoccabile

Gratteri: «La Regione ha ingrassato alcune cosche, a breve altre sorprese»

Il procuratore di Catanzaro ospite del Tg1 sull’inchiesta che vede Oliverio indagato: «Per parte nostra posso dirvi che siamo tranquillissimi delle risultanze investigative»
di Redazione 
martedì 18 dicembre 2018 
10:21

Il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri

Il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, ospite al Tg1 mattina, all’indomani della bufera giudiziaria che ha travolto il presidente Oliverio ha difeso l’inchiesta e ha descritto il profilo dell’imprenditore al centro dell’indagine. «L’impresa Barbieri è organica alla cosca Muto di Cetraro e lo “status” è certificato dell’appalto per piazza Bilotti a Cosenza, dove è stata accertata la presenza delle cosche come si evince da più intercettazioni». Poi affonda, «con 17 milioni di euro la Regione ha contribuito a “ingrassare” alcune cosche grazie a lavori non eseguiti o eseguiti in minima parte». I giornalisti gli hanno poi chiesto un commento sulla reazione del Presidente della Regione dai microfoni di RaiNews: «Ognuno reagisce come vuole, in base al proprio carattere. Per parte nostra posso dirvi che siamo tranquillissimi delle risultanze investigative e che anzi queste miglioreranno. Ci saranno altre novità, ci saranno sorprese».

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Mai più attentati come quello di Maggio 2012 alla scuola di Brindisi


L’asse Italia-Russia si rafforza:
E Mosca adesso sfida le sanzioni

DIC 17, 2018

L’Italia si trova al centro di una sfida molto complicata: quella fra Occidente e Russia. E sul fronte delle sanzioni economiche, così come in quello del gas, è difficile trovare il punto dell’equilibrio. Roma ci sta provando: riuscirci però è un altro discorso, visto che il mondo si sta polarizzando. E Nato, Stati Uniti e Unione europea stanno affilando le armi per bloccare la Federazione russa e le possibilità che essa possa instaurare con i partner europei rapporti economici e commerciali solidi. Specialmente sul fronte energetico.

Ma nonostante le tensioni, la cooperazione tra Russia e Italia non sembra destinata a interrompersi. E questo nonostante il governo italiano, pur con tutte le aperture nei confronti del Cremlino, si trova comunque nel blocco occidentale. E questo significa anche non solo far parte della Nato, ma approvare ciò che l’Europa realizza nei confronti di Mosca: partendo dalle sanzioni.


La conferma del fatto che i rapporti fra Italia e Russia siano più attivi che mai, arriva direttamente dal ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e dal ministro dell’Industria e del Commercio russo, Denis Manturov. I due, in apertura del Consiglio italo-russo per la cooperazione economica, industriale e finanziaria (Circeif), che si è svolto oggi a Roma al ministero degli Esteri, hanno dato un quadro abbastanza positivo. “L’interscambio commerciale tra Italia e Russia ha superato quest’anno i 20 miliardi di euro – ha detto Moavero – le esportazioni italiane verso la Russia hanno raggiunto gli otto miliardi di euro, mentre le importazioni dalla Russia sono intorno ai 12 miliardi”. E nei primi otto mesi del 2018, i dati mostrano anche un incremento del 5%.

Manturov ha tenuto a sottolineare la “dinamica positiva” della cooperazione con fra Italia e Russia, ma ha anche auspicato l’aumento di questo interscambio che, a detta del ministro russo, è “ben lungi dall’aver raggiunto la massima portata possibile”. Un auspicio confermato anche dal fatto che Manturov ha incontrato Moavero già tre volte dall’inizio di settembre. Una cadenza regolare che conferma la volontà del governo italiano e di quello russo di dialogare costantemente, anche al netto delle tensioni geopolitiche e degli interessi non sempre convergenti fra Roma e Mosca. Soprattutto da quando l’amministrazione Usa ha dimostrato che l’Italia è legata a doppio filo all’altra sponda dell’Atlantico.

Manturov si è spinto anche più in là, affermando che tra le parti sono state “esaminate le possibilità di sviluppo strategico della nostra cooperazione”. E i settori su cui verte questo interscambio sono l’agroalimentare, i trasporti, energia e l’aerospazio. “Il governo russo si sta preparando a lanciare 12 importanti progetti nazionali” ha detto Manturov, e in aree che “nei prossimi sei anni saranno i principali motori dello sviluppo industriale ed economico” del Paese. Per questi settori, la Russia vuole che le aziende italiane abbiano un ruolo fondamentale. Ma è chiaro che l’Italia si trova in una posizione estremamente delicata.

Sia l’Italia che la Russia vogliono tutelare questo interscambio, soprattutto perché centinaia di aziende italiane operano nel mercato russo e non hanno alcuna intenzione di uscirne, come ha spiegato lo stesso ministro russo a La Stampa. Ma le sanzioni imposte dall’Unione europea e dagli Stati Uniti sono scese come una mannaia sul tessuto imprenditoriale. E oltre al danno economico, c’è soprattutto un problema di natura politica: l’Italia non può aprirsi alla Russia senza per questo colpire l’asse con gli Stati Uniti la fedeltà all’Europa.

L’impegno del governo giallo-verde, in questo senso, è molto complicato. Da una parte sta consolidando l’asse con l’America, ma dall’altro lato pensa di poter dialogare con la Russia mantenendo una posizione di equilibrio fra i poli opposti del mondo in questa nuova particolare era da Guerra Fredda. “Apprezziamo la posizione del governo italiano in merito alle sanzioni nei confronti delle aziende russe” ha detto il ministro a La Stampa. “In un incontro con i dirigenti di Uc Rusal (azienda leader nella produzione di alluminio, ndr), l’ambasciatore italiano in Russia Terracciano ha dichiarato che il governo italiano si oppone alle sanzioni extraterritoriali e ha sottolineato l’importanza che riveste per l’economia della Ue la revoca delle sanzioni a Uc Rusal”.

Ma questa è solo una parte del grande gioco che coinvolge Italia, Russia e Occidente. Il gas, in particolare, riveste un ruolo fondamentale. E gli Stati Uniti, così come l’Unione europea, puntano proprio sulla diversificazione delle fonti energetiche, anche per l’Italia, per escludere una dipendenza dal gas di Mosca. Il Tap nasce anche per questa esigenza. Ma attenzione a dare per scontato il ruolo anti-russo che può avere questo gasdotto. A ricordarlo, è lo stesso Manturov che ha detto che il Turkish Stream (che lega i giacimenti russi alla Turchia attraverso il Mar Nero) prevede anche la possibilità di usare il Tap per raggiungere i mercati del’Europa centrale e occidentale. Oltre al fatto che Gazprom sta lavorando insieme alla Edison e alla greca Depa per studiare la realizzazione del progetto Poseidon.

Ipotesi che ovviamente dagli Stati Uniti ostacolerebbero, così come stanno facendo con il raddoppio del gasdotto North Stream. Ma la Russia ha con sé un’arma fondamentale: la convenienza. E i Paesi europei non sembrano essere intenzionati a rinunciare facilmente all’oro blu russo per una scelta politica imposta da Washington e Bruxelles. Come ha già dimostrato la Germania di Angela Merkel.

Un governo italiano quasi inutile tollera l'Olanda come Paradiso Fiscale

 

Quel paradiso fiscale in Ue
di cui nessuno osa parlare

DIC 16, 2018
ANDREA MURATORE

Ammonterebbe a 4.500 miliardi di euro la quantità di denaro transitata in Olanda nel 2016 per semplici motivazioni fiscali, frutto delle attività delle multinazionali di tutto il mondo nei singoli Paesi europei, i cui proventi sono in larga parte indirizzati in Olanda dove molte di queste hanno la loro sede fiscale, attratte dalle regole favorevoli stabilite dal governo dell’Aja.

Il governo del primo ministro Mark Rutte ha un bel piglio nel suo atteggiamento da fautore della linea del rigore sui conti pubblici nei confronti dell’Italia, ma di recente è finito sul banco degli imputati in sede europea e ha dovuto procedere a una seria analisi della condizione interna del Paese per il suo regime fiscale. Nonostante un tasso d’imposta corporate pari al 25% degli utili, il regime fiscale olandese prevede un sistema di esenzioni per gli utili di imprese straniere operanti nel Paese che rendono di fatto l’Olanda il centro nevralgico europeo dell’elusione delle imposte.

Il viceministro delle Finanze Menno Snel ha dovuto di recente ammettere ciò che nel mondo economico-finanziario già si sapeva: l’Olanda è di fatto un enorme paradiso fiscale. Dei 4.500 miliardi di euro transitati nel Paese (oltre 5 volte il Pil dell’Olanda), infatti, lo Stato ha potuto esercitare la sua capacità impositiva solo su 200 di essi.

“A descrivere per la prima volta questo scenario è stato lo stesso governo olandese in un documento inviato il 6 novembre di quest’ anno al Parlamento dell’Aja”, hanno scritto sul Sole 24 Ore Angelo Mincuzzi e Roberto Galullo, ripresi da Dagospia. Ma le sorprese non finiscono qui. Per la prima volta il governo olandese rende anche noto che nel paese ci sono circa 15mila società “bucalettere”, vale a dire cassette postali dietro le quali la maggior parte delle volte non esiste una vera e propria struttura organizzata né tantomeno unità produttive. In sostanza, dividendi, royalties e diritti intellettuali – grazie ad un fisco amico delle società e delle multinazionali – vengono “blindati” in Olanda invece che nei singoli Paesi europei.

Lussemburgo, Belgio, Irlanda, Cipro, Malta e Ungheria sono, assieme all’Olanda, i principali osservati speciali della Commissione europea per le politiche di dumping fiscale che causano uno squilibrio di primaria grandezza nel contesto comunitario. Ma nessuno dei primi sei Paesi può permettersi l’azione a lungo raggio dell’Olanda. Per comprenderlo, basti pensare ai nomi di spicco tra i colossi dell’economia che hanno la sede fiscale o la ragione sociale basate in Olanda.

A importanti player nazionali come Philips, Heineken e Randstad, infatti, si possono aggiungere marchi di origine straniera come Adidas, Fiat Chrysler, Ikea, l’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi, Tesla, Panasonic. Queste solo per citare alcune delle multinazionali che dirottano in Olanda la stragrande maggioranza dei profitti conseguiti nel continente europeo. A ciò si aggiunge il sommerso, il “mondo di mezzo” delle società di comodo, dei prestanome, del riciclaggio di denaro divenuto piaga endemica della finanza contemporanea, come testimonia il recente caso Danske Bank. A Prins Bernhardplein 200, circa quattro chilometri dal centro di Amsterdam, si staglia un palazzo moderno in vetro e cemento dove sono ospitate ben 2.812 società di tutto il mondo, Italia compresa. Molte delle quali riconducibili al sistema su cui ora indagano le stesse autorità economiche olandesi.

Autorità che, a ben vedere, in passato hanno con lassismo favorito il gonfiarsi di una vera e propria bolla che ha favorito il rafforzamento della posizione dell’Aja nel contesto comunitario grazie ai tassi di crescita notevoli ostentati da un’Olanda potenza esportatrice e centro di indirizzamento finanziario ma, al tempo stesso, di elusione fiscale. Dall’alto di questa posizione ora il governo Rutte fa le pulci al deficit italiano: sarebbe il caso, piuttosto, di indagare sulle problematiche interne. E di capire quanto contribuisca a traffici illeciti e giri d’affari sospetti l’architettura fiscale di cui l’Olanda ha fatto un fattore di competitività.

La Sharia entra come nel burro in Svizzera

Keystone - foto d'archivio

ULTIME NOTIZIE SVIZZERA

18.12.2018 - 06:00 
Musulmano denuncia la radicalizzazione nelle moschee svizzere

L’uomo ha deciso di raccontare la sua esperienza «perché ama il nostro Paese» e «teme per i giovani»

LOSANNA - Nelle moschee presenti sul territorio svizzero è in corso un clima di radicalizzazione. È quanto emerge dalla testimonianza di un losannese di origini tunisine.

L’uomo, un gerontologo (specialista in geriatria) in pensione, osserva in dettaglio la situazione da cinque anni. Da quando è stato “ripreso” per dei gesti «non conformi» mentre eseguiva le abluzioni (lavaggio rituale a scopo di purificazione) presso la moschea del quartiere ginevrino Petit-Saconnex. «Sono stato trattato come una spia quando ho risposto che è così che si fa in Tunisia» ha spiegato a Le Temps.

L’uomo, padre di famiglia che ha voluto restare anonimo, parla di «un Islam deviato, sotto l’influenza del wahhabismo (movimento di “riforma” che promuove il ritorno alle pratiche degli albori dell’Islam)». E lancia l’allarme: «L’Islam è sempre stato parte integrante della mia vita, una parte di me. Ma inizia a diventare sempre più estraneo. Sta cambiando. Trasformandosi in un’arma contro noi musulmani».

L’uomo ha deciso di raccontare la sua esperienza «perché ama la Svizzera» e «teme per i giovani». Racconta ad esempio che quando lavorava in ospedale un collaboratore sanitario si è rifiutato di servire il pasto ai pazienti perché conteneva carne di maiale. «È inaccettabile. Per alcuni tutto è proibito e chi è diverso rappresenta il diavolo».

Dopo essersi limitato a osservare a lungo, l’uomo ha deciso di smettere di frequentare le moschee svizzere. Quando ascolta le registrazioni dei sermoni, sente spesso «discorsi pronunciati solo in arabo, di un’altra epoca». Ed è convinto che gli effetti saranno evidenti a breve sulla società.

Dalla Svizzera, intanto, si aspetta delle azioni concrete: «Le autorità devono prendere le precauzioni necessarie per prevenire il diffondersi di un’ideologia estremista».

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - i sionisti ebrei privano i palestinesi anche dell'acqua, questo è il popolo eletto

ISRAELE – PALESTINA: LO SCONTRO È ANCHE PER L’ACQUA
18 Dicembre 2018


di Daniele Garofalo –

Il controllo e la gestione delle risorse idriche rimane uno dei punti sensibili in Medio Oriente, ove si verifica il water grabbing, “l’accaparramento dell’acqua”. Esso è presente anche nell’infinito scontro territoriale tra Israele e Palestina.
La lotta per l’acqua è da anni al centro del conflitto tra palestinesi e israeliani, divenuta crisi nell’estate 2016 quando numerosi villaggi e campi profughi palestinesi rimasero senz’acqua per giorni. In base agli accordi di pace ad interim di Oslo II del 1995, la distribuzione delle risorse idriche tra israeliani e palestinesi sarebbe dovuta essere divisa rispettivamente all’80% per Israele e il 20% per i territori palestinesi, in attesa di uno statuto definitivo che avrebbe dovuto dare vita allo Stato palestinese. Oggi queste quote sono ulteriormente ridotte, con i palestinesi che hanno accesso solo al 14% delle risorse dei bacini. Nonostante nella parte centro-settentrionale dei territori palestinesi siano presenti falde acquifere e bacini di raccolta delle piogge, essi dipendono in larga parte da Israele per la fornitura di acqua. La gestione delle risorse e delle infrastrutture idriche, però, è condizionata da numerosi fattori: scarsa manutenzione, bombardamenti, inquinamento, ingerenza militare israeliana, pompaggio eccessivo delle colonie, difficoltà di coordinamento tra i livelli amministrativi e politicizzazione della problematica da entrambe le parti in causa.

Bacini e risorse.
Gli abitanti di Israele e dei territori palestinesi condividono le più importanti fonti di acqua potabile del Medio Oriente. La principale risorsa è il fiume Giordano, i cui maggiori affluenti sono l’Hasbani, che giunge dal Libano, il Dan, che ha origine all’interno dei confini israeliani, il Baniyas, che proviene dalle Alture del Golan e il fiume Yarmuk, tra Siria e Giordania. Israele, inoltre, sfrutta il lago di Galilea come bacino di stoccaggio da cui preleva acqua potabile tramite il National Water Carrier, una rete di canali che rifornisce di acqua le aree costiere e gli insediamenti nel deserto del Negev. Le altre fonti idriche utilizzabili sono costituite dai bacini idrici sotterranei che emergono in superficie sotto forma di sorgenti o mediante il prelievo tramite l’escavazione di pozzi. Essi, sono situati sotto le regioni della Giudea e della Samaria e nella falda sotterranea costiera nell’area di Gaza. In Cisgiordania, la principale risorsa di acque sotterranee è la falda acquifera montuosa, i Mountain Aquifers, contesi da Israele e Palestina, comprendente a sua volta tre bacini idrici. Il primo, è la falda acquifera Yarkon-Taninim, con una capacità annua di 362 milioni di metri3. Essa, si rinnova all’interno della West Bank, ma l’area di stoccaggio si trova per circa l’80% all’interno dei confini di Israele, che la sfrutta per mezzo di 300 pozzi costruiti ad Ovest della Green Line. Il secondo bacino è la falda acquifera “Schechem-Gilboa Aquifer”, con una capacità annuale di 145 m3. Quasi il 90% della sua acqua proviene da precipitazioni che ricadono in Cisgiordania, ma la falda scorre poi sottoterra in direzione nord verso Bet She’an e la Valle di Jezreel in Israele. Il terzo bacino, infine, è la falda orientale, interamente all’interno della West Bank, con una capacità annuale di 172 m3. A Gaza, invece, gli unici bacini idrici disponibili, sono la Wadi Gaza, di cui gran parte viene deviata da Israele per scopi agricoli all’interno del suo territorio o verso le colonie prima di giungere nella Striscia e la falda acquifera costiera, che scorre sottoterra. Israele, negli ultimi anni, ha però installato una serie di pozzi molto profondi lungo il confine di Gaza e in questo modo estrae gran parte delle acque sotterranee, riducendo quelle che giungono nella Striscia.

Difficoltà e problematiche.
Nelle aree palestinesi a essere più colpiti dalla scarsità idrica sono le aree rurali e i campi profughi. In questi ultimi, le infrastrutture sono vecchie e l’UNRWA non ha le autorizzazioni per realizzare nuovi impianti ma può solo monitorare la qualità dell’acqua. La disponibilità pro-capite di acqua si è drasticamente ridotta negli ultimi anni, con l’accesso ad essa che avviene ogni 4 o 5 giorni e spesso di notte e per pochissimo ore. Nelle tubature palestinesi ogni anno vengono persi circa 26 milioni di m3 d’acqua. Nei settori palestinesi serviti dalla Mékorot, la rete nazionale israeliana, lo stato di manutenzione è insufficiente e quindi fino al 40% dell’acqua trasportata in Cisgiordania è persa in rete. A Tulkarem, le perdite idriche ammontano a circa il 60% e a Ramallah superano il 20%. Le infrastrutture sono carenti, i pozzi sono profondi in media oltre 300 metri e quindi difficili da raggiungere, le riserve sono scarse, le tubature sono fatiscenti, molte risalgono agli anni ’50 e ‘ 60, gli impianti di depurazione sono insufficienti e mal gestiti dalle autorità palestinesi. La situazione è ancora più tragica a Gaza, dove le infrastrutture idriche, fognarie e depurative sono quasi completamente state distrutte nel corso delle operazioni militari e dei bombardamenti. Peraltro il bacino acquifero che alimenta Gaza, essendo sfruttato pure da Israele, è insufficiente al fabbisogno della Striscia e, trovandosi al di sotto del livello del mare, è sottoposto a continue infiltrazioni da parte di acqua reflua, fertilizzanti ed acqua salina. La falda acquifera costiera, inoltre, si sta lentamente degradando, a causa dell’infiltrazione di acqua salata causata dal pompaggio eccessivo. Tutto ciò ha comportato che il 96% dell’acqua non è potabile, a causa dell’altissima concentrazione di cloruri e nitrati. Ciò, costringe gran parte dei palestinesi a dover far affidamento su impianti di desalinizzazione privati, spesso anch’essi malfunzionanti. L’inquinamento nella Striscia di Gaza è aumentato perché i tassi di inquinamento dell’acqua marina hanno raggiunto il 73%, causando un effetto negativo sulla salute, in particolare di bambini e donne in gravidanza, arrecando malattie del tratto renale e urinario. È diventato, pertanto inevitabile per molti palestinesi per rifornirsi di acqua, la necessità di rivolgersi alle autocisterne di fornitori privati, con costi elevatissimi e con pochissimi controlli sulla qualità della stessa.


Le decisioni di Tel Aviv e l’attività delle colonie.
La situazione risulta ancora più difficile a causa dei continui scontri tra israeliani e palestinesi, dai bombardamenti, dai divieti, dagli embarghi e dall’occupazione coloniale. Esiste una legislazione specifica per l’accesso all’acqua da parte dei palestinesi. Per ogni pozzo o infrastruttura da costruire, occorre un permesso dall’Autorità civile regionale israeliana (ICA). Ci sono 97 progetti urgenti in Cisgiordania, sostenuti da Stati donatori, che negli ultimi sei anni non sono stati approvati o rallentati dall’ICA. A ciò si aggiungono i blocchi della dogana israeliana di componenti necessari per la manutenzione o la riparazione degli impianti. I palestinesi sono costretti a rifornirsi per più del 50% dei propri fabbisogni idrici dalla Mékorot, che ha il controllo esclusivo del sistema integrato, e che spesso, nei mesi estivi per coprire il fabbisogno crescente delle colonie, riduce anche del 60% la quota idrica destinata ai palestinesi. Nei periodi di stress idrico, inoltre, la pressione dell’acqua per i territori palestinesi, diminuisce fino al 40%. Il 70% dell’Area C della Cisgiordania inoltre è spesso completamente scollegata dalla rete idrica.

Le inadempienze intra-palestinesi e le possibili soluzioni.
In realtà, non sono esclusivamente gli israeliani a limitare la fornitura idrica, ma notevoli colpe ricadono anche sulle Autorità palestinesi. Esse, spesso, non intervengono per migliorare la situazione e per effettuare manutenzioni, impiegando la crisi idrica come leva politica contro l’espansione delle colonie, in costante crescita, contro Israele e per mantenere un forte consenso sulla popolazione. Le Autorità palestinesi, hanno completamente non curato lo sviluppo del sistema idrico e la conservazione e la manutenzione dei sistemi idrici municipalizzati sono trascurati, nonché i progetti di frequente abbandonati.
Il problema della crisi idrica può essere parzialmente risolto interrompendo il pompaggio continuo di acqua dai bacini sotterranei da parte di entrambi le parti in causa. Le Autorità palestinesi, inoltre, dovrebbero cercare alternative o accordi con altri Stati per la fornitura di risorse idriche. L’attuazione di progetti di impianti di desalinizzazione e depurativi e la loro costante manutenzione potrebbero permettere l’utilizzo di una percentuale di acqua contaminata. Un’altra soluzione potrebbe essere l’implementazione di infrastrutture per il riutilizzo delle acque reflue e la raccolta di acqua piovana. Ovviamente senza un sospensione dei bombardamenti e delle operazioni militari, e senza reali accordi di pace, ogni intervento sulla rete idrica e sulle infrastrutture diviene inutile. Una soluzione definitiva, per il futuro Stato palestinese, potrebbe essere l’eventuale sganciamento della rete idrica israeliana, che qualora dovesse verificarsi, sarà di notevole difficoltà, con costi onerosi e di improbabile realizzazione senza il supporto, non solo economico, da parte di importanti partner internazionali con l’appoggio di attori esterni, dell’ONU e di ONG.

L'Euroimbecillità mette in croce il governo italiano, e questo si fa mettere in croce, ma non guarda il collasso della Deutsche Bank. Giornalisti giornaloni Tv complici

MARTEDÌ 18 DICEMBRE 2018, 00:02, IN TERRIS

Come può nascere una nuova crisi

LUCA LIPPI

Deutsche Bank

I gilet gialli, il governo italiano messo in ginocchio sui ceci per i conti in disordine lasciati dai precedenti esecutivi sono poca cosa al confronto dell’ennesimo caso Deutsche Bank. Il gioco della finanza nei destini dei popoli emerge dallo spread francese che non si muove e da quello italiano, in altalena. Tuttavia, la Finanza medesima manipola a vista l’inutile, mentre nell’ombra commette “errori” gravi. 

L’attore principale di questa storia, non a lieto fine per tutta la Ue, è la prima banca tedesca. Con una perdita di oltre il 40% dall’inizio dell’anno, l’occhiuto istituto finanziario teutonico mette in imbarazzo anche il suo governo. La conversione da banca commerciale a banca d'investimento, l'ha trasformata, come osservato dal suo stesso economista capo, David Folkerts-Landau, in un vero e proprio hedge found speculativo di tipo anglosassone. Un'operazione che l'ha intossicata irreversibilmente. A tutti i costi bisognava ottenere un rendimento del 25% sul capitale, ha spiegato Landau, “accettando di correre grossi rischi finanziari ed etici". 

Il quartier generale della Db è stato perquisito per un presunto caso di riciclaggio, riguardante 351 milioni di dollari americani di 900 clienti fatti transitare per le Isole Vergini. Se così fosse si tratterebbe di un scandalo in piena regola. E tutto quello che crea un problema in Europa inevitabilmente arriva anche da noi. Ciò rischia di offrire la stura a qualche effetto normativo che inevitabilmente penalizzerebbe più le banche italiane, francesi o spagnole che quelle tedesche.

La Deutsche Bank è una banca decotta, salvata più volte con i soldi degli istituti europei. E' la stessa che nel 2011 aveva cominciato a vendere i titoli di stato Italiani. Nonostante tutto è riuscita, col favore dell’ingerenza del governo tedesco, a imporre a tutte le altre banche - comprese quelle italiane, che hanno molti investimenti in titoli di stato del proprio Paese - di deprezzarli in bilancio e di ripianare le perdite potenziali non appena questi titoli perdono di valore in Borsa anche se non li vendono. Devono coprire le perdite e mettere le mani nella tasca come se avessero perso realmente soldi (di fatto raddoppiando la perdita), mentre la Deutsche Bank non deve fare nulla. Questa è una asimmetria piuttosto evidente per essere ignorata, ma purtroppo si sorvola sulla questione come per troppe altre situazioni vergognose come quella di ignorare la questione del presunto riciclaggio che rischia di innescare una nuova crisi finanziaria globale.

I media talvolta coprono queste asimmetrie, parlando del nulla assoluto ed elevandolo a problema principale. Il rischio che questa strategia provochi il malcontento è elevatissimo (vedi i gilet gialli). C’è troppa differenza tra i tedeschi e tutti gli altri partner europei. Bisognerebbe discuterne non come è stato fatto fino ad ora dal governo a guida Salvini\Di Maio, soprattutto avendo le carte in regola. Andare a Bruxelles e puntare i piedi si può, sottolineare la correttezza nel rispetto delle regole contro la sostanziale ignoranza delle stesse da parte della Germania.

A questo punto è necessario capire se siamo in regola con la Ue oppure chiediamo flessibilità e sforamenti in cambio di complicità. È importante capire se questo è accaduto prima e se c’è il rischio che accada anche con il governo attuale. Il Rapporto annuale della Deutsche Bank del 2017 ha fornito due dati che misurano la potenza del pericolo. Tra il 2016 e il 2017 il settore dei derivati ha accumulato perdite per 124,1 miliardi di euro, mentre il valore nozionale (capitale su cui sono calcolati gli interessi) totale dei derivati è salito da 42,9 a 48,3 trilioni di euro. Di questi quasi il 90% sarebbero derivati over the counter, quelli negoziati fuori dei mercati regolamentati. E’ una mina pronta a esplodere in qualunque momento, ma se poi il problema deve essere il deficit troppo elevato del governo giallo\verde allora va bene tutto e il contrario di tutto. Per Valdis Dombrovskis sono più pericolosi 7/8 miliardi di spesa per il sociale in Italia dei 48,3 trilioni di derivati della Deutsche Bank, con buona pace dei commentatori specializzati in “pagliuzze” per nascondere “travi”.

Finanza in allarme, i derivati sempre loro

L'Italia pensa a una legge per evitare il caos derivati in caso di hard Brexit

Di Redazione 18 dicembre 2018, ore 08:26


Il ministero dell’Economia, secondo quanto risulta a Morya Longo de Il Sole 24 Ore, ha avviato un tavolo tecnico che coinvolge tutte le autorità del settore finanziario per colmare il “buco” legislativo che si creerebbe sui contratti derivati in caso di divorzio duro tra Gran Bretagna e Unione europea.

Qualora hard Brexit diventasse concreta a marzo, se una normativa ad hoc non arrivasse in tempo con la regolamentazione secondaria di Consob già sul tavolo, alcuni contratti derivati non standardizzati e non regolati attraverso controparti centrali (di fatto quelli realizzati “su misura” dalle banche per le aziende) potrebbero cadere in Italia in una sorta di area grigia legislativa. 

Il problema nasce dal fatto che, se il divorzio tra Gran Bretagna e Unione europea avvenisse senza accordo, le banche inglesi perderebbero il passaporto europeo e dunque non potrebbero più offrire servizi finanziari nell’Unione europea. Questo metterebbe a rischio la continuità contrattuale in tanti ambiti finanziari. A partire dai derivati: le banche inglesi non sarebbero infatti più abilitate ad eseguire determinate operazioni connesse a contratti derivati stipulati con clienti comunitari. 

L’obiettivo deve essere far valere, anche per i derivati non standardizzati, il principio di "equivalenza temporanea": di fatto bisogna consentire alle imprese europee di continuare ad operare con le controparti britanniche, per un periodo transitorio, senza dover forzosamente chiudere i derivati e aprirne di nuovi con altre banche.

NoTav - gli industrialotti, a cui è bene ricordare già diamo 30 miliardi anno tra agevolazioni contributi ed altro, pensano che sviluppo è fare un buco in una montagna, euroimbecilli fino in fondo. Energia pulita dall'eolico offshore si concentrassero lì per essere indipendenti ed autonomi. Significa fare gli Interessi Nazionali


L’editoriale –
Movimento ‘No Tav’, l’ultima frontiera di civiltà
Dic 17, 2018

Un’opera inutile per l’economia e dannosa per l’ambiente piace a destra e a sinistra: gli affari sono bipartisan. Aiutare i ‘No Tav’ significa dare una mano a noi stessi 

VALSUSA – Perché un’opera inutile per l’economia e dannosa per l’ambiente piace tanto a destra e sinistra? La risposta affonda le sue radici indietro nel tempo. E forse, in molti, si sono dimenticati che il primo accordo Italia-Francia per costruire l’Alpetunnel ferroviario è datato 1990. Allora il commercio fra le due nazioni era fiorente e il treno era considerato il mezzo più idoneo per trasportare merci e persone, accorciando i tempi. Sono passati ventotto anni e nel frattempo il commercio Italia-Francia è diminuito di circa dodici volte, oltre a non considerare che le persone, oggi, si spostano in aereo. La convenienza del ‘Tav’, il treno super veloce, è stata spazzata via dalla storia e dal progresso. Eppure qualcuno insiste ancora nel sostenere che bucare una montagna con un cuore di uranio è una buona idea, che la protesta della Valsusa è la solita sceneggiata di chi dice ‘No’ a tutto, che senza costruire quella maledetta ferrovia l’Italia sarà tagliata fuori dal resto dell’Europa. Balle.

Il movimento ‘No Tav’ è forse l’ultima frontiera di civiltà. E rappresenta il modo più intelligente di manifestare il dissenso. I cittadini della Valsusa – ai quali nel corso di un decennio hanno fatto digerire la variante della ferrovia, quella del raccordo autostradale e l’esproprio delle case, pagate con un ventennio di ritardo – si sono prima documentati, hanno formato pool di esperti, hanno redatto studi di tipo ambientale ed economico, hanno incessantemente chiesto il confronto con la politica, venendo sempre ignorati. Alla fine sono scesi in piazza, quando nel 2003 il governo Berlusconi militarizzò la Valsusa, spendendo l’esercito in montagna e cominciando a ipotizzare il reato di terrorismo nei confronti di inermi cittadini, il cui unico torto è quello di difendere un territorio dalla devastazione. A quei tempi, assieme ai manifestanti, c’era la Lega Nord. Che oggi ha cambiato idea, sostiene il ‘Tav’ e non ha mai spiegato perché (Salvini è un falso ideologico e come fanno questi ha tradito, tradisce, tradirà, Tsipras docet).

Ma chi volesse capirci un po’ di più, almeno una cosa, la può fare: leggere i nomi di chi ci guadagna. A cominciare dalle cooperative rosse dell’Emilia Romagna, che si accaparrarono i primi studi sull’impatto ambientale, per proseguire con l’ex ministro ‘berlusconiano’ Pietro Lunardi, titolare delle infrastrutture e, nel contempo, a capo di una delle più grosse società di progettazione. Nell’affare ‘Tav’ entrarono tutti: aziende in orbita Pd, aziende in orbita Pdl e aziende in orbita Forza Mafia, perché nel cantiere di Chiomonte arrivò pure la ‘ndrangheta con una società riconducibile alla cosca Gallace.

Ecco, forse adesso è più facile comprendere perché c’è gente disposta a tutto pur di bucare una montagna e farci correre un treno semi vuoto. Allora, eticamente, tutti dovremmo stare con la Valsusa. Semplici cittadini, giovani e anziani, studenti, imprenditori e liberi professionisti sono quasi riusciti, soli contro tutti, a vincere una battaglia impossibile. Mancano pochi passi per tagliare il traguardo. Diamo loro una mano. La daremo anche a noi stessi.

http://liberastampa.net/leditoriale-movimento-notav-ultima-frontiera-civilta/

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - Mosca ferma il loro scorrazzare nei cieli della Siria per uccidere distruggere, allora si sono precipitati sul fronte nord per molestare provocare il Libano, il popolo eletto non trova pace vuole sempre un nemico alla bisogna per i suoi magheggi interni

Libano: Israele alza filo spinato, sale allerta Unifil
Lo riferisce agenzia libanese Nna

17 DICEMBRE, 13:30


(ANSAmed) - BEIRUT, 17 DIC - L'esercito libanese e il contingente dell'Onu (Unifil), nel sud del Libano, hanno alzato il livello di allerta oggi dopo che nelle ultime ore le forze militari israeliane hanno innalzato una barriera di filo spinato lungo la Linea Blu di demarcazione tra i due Paesi. Lo riferisce l'agenzia libanese di notizie Nna. Secondo i media libanesi, l'azione di Israele farà salire la tensione nella zona del sud del Libano a ridosso della Linea Blu. Da due settimane Israele ha avviato nel proprio territorio, a sud della linea di demarcazione col Libano, l'operazione "Scudo del nord", che mira a portare alla luce una serie di tunnel attribuiti a Hezbollah, il movimento sciita libanese anti-israeliano. Israele ha finora annunciato di aver individuato quattro tunnel. Il governo libanese, di cui Hezbollah è parte integrante, ha finora preso tempo facendo sapere di non essere al corrente della presenza di eventuali gallerie sotterrane che dal Libano corrono verso lo Stato ebraico. Mercoledì è previsto al Consiglio di sicurezza dell'Onu l'inizio di una discussione sulla vicenda e Israele di appresta a portare prove della presenza dei tunnel. L'Unifil, il contingente schierato nel sud e di cui fanno parte circa mille militari italiani, ha chiesto alle autorità libanesi di avviare una inchiesta sul lato del Libano. Nel frattempo, sia i caschi blu che i militari libanesi pattugliano intensamente le zone della Linea Blu corrispondenti alle aree dove i militari israeliani conducono gli scavi. (ANSAmed).

http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/cronaca/2018/12/17/libano-israele-alza-filo-spinato-sale-allerta-unifil_cb777f27-b7f5-4fae-bd04-f85e2773d87d.html

Roma - in attesa del Piano rifiuti del burocrate Zingaretti

Raggi, passo avanti, ma c'è ancora da fare

Raggi, passo avanti,ma molto da fare. Chiesta proroga a Abruzzo


Redazione ANSAROMA
17 dicembre 201816:04NEWS

(ANSA) - ROMA, 17 DIC - E' stato firmato l'accordo tra Rida Ambiente, la società che gestisce il Tmb di Aprilia, e Lazio Ambiente, la partecipata della Regione che gestisce una discarica a Colleferro. "Si è fatto un importante passo in avanti. Io però sono convinta che ci sia ancora molto da lavorare perché, comunque, dobbiamo assicurare assolutamente Roma nella gestione delle tonnellate che venivano lavorate all' impianto Salario andato a fuoco. Ci sarà ancora molto da lavorare", ha detto la sindaca di Roma Virginia Raggi. Il Campidoglio, inoltre, ha scritto alla Regione Abruzzo chiedendo di prorogare l'accordo già in essere e in scadenza a fine anno per accogliere anche da gennaio 2019 i rifiuti di Roma. La richiesta di Roma fa seguito alla situazione critica innescata dall'incendio dell'impianto Tmb Salario e rientra nelle soluzioni ad ampio raggio che il Campidoglio sta cercando per scongiurare l'emergenza.

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - uccidono distruggono, il popolo eletto geni del male

As Simiya, scuola demolita © Foto OCHA

Cisgiordania: Israele demolisce scuole e case palestinesi

L'ultima scuola a cadere nei territori palestinesi della Cisgiordania è stata segnalata il 5 dicembre, ma l'azione di Israele verso edifici considerati illegali prosegue ormai da diverso tempo. A soffrirne sono soprattutto i bambini, per i quali andare a scuola risulta un'impresa sempre più difficile

di Irene Masala 17 Dic 2018

Una scuola elementare è stata demolita dalle forze di difesa israeliane (Idf, Israeli defense force). È accaduto la mattina del 5 dicembre nella comunità beduina di As Simiya, vicino alla città di Al Samou, nella zona a sud di Hebron, in Cisgiordania. La notizia è stata riportata dall’agenzia di stampa palestinese Wafa, da quella turca Anadolue dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, Ocha, con un alert pubblicato sulla pagina Facebook dell’ente internazionale nei territori occupati.

La scuola, denominata “Al Tahaddi 13”, che in arabo significa “scuola della sfida”, sarebbe stata inaugurata dopo qualche giorno la sua demolizione. Destinato a ospitare una cinquantina di bambini, l’istituto è costato circa 40.000 euro e prevedeva sette “classi mobili” con l’obiettivo di evitare il viaggio quotidiano degli alunni di As Simiya verso la città di Al Samou.

Gli studenti, infatti, sono costretti ad affrontare ogni giorno il lungo cammino verso la scuola, subendo spesso violenze da parte israeliana e dovendo attraversare la principale autostrada della zona.
Le tre aree della Cisgiordania negli accordi di Oslo

La scuola demolita rientrava nel programma del ministero della Pubblica istruzione palestinese per costruire “aule mobili”, ossia allestite in container, per i bambiniresidenti in comunità, considerate vulnerabili e a rischio, sparse in tutta l’area C della Cisgiordania meridionale.

In seguito agli accordi di Oslo siglati nel 1995 da Israele e dall’Autorità nazionale palestinese (Anp), la Cisgiordania venne suddivisa in tre aree: A, B e C. L’area A ricade sotto il controllo amministrativo e di sicurezza dell’Anp. L’area Bè controllata a livello amministrativo dall’Anp, mentre la sicurezza è sotto il comando israeliano. Infine l’area C, nella quale vivono circa 300.000 palestinesi, molti dei quali beduini, è sotto il totale controllo, civile e di sicurezza, dello stato di Israele.


Cisgiordania, scuole e case demolite da Israele

Le scuole palestinesi sono da tempo le prime vittime delle demolizioni autorizzate da Israele. Le forze di difesa, infatti, confiscano e buttano giù regolarmente strutture considerate illegali dal governo perché prive dei necessari permessi di edificazione nell’area C. Per i palestinesi è spesso difficile ottenere queste autorizzazioni. Una difficoltà che spinge molti a traferirsi o a innalzare costruzioni senza i via libera necessari.

Il coordinatore dell’Ocha nel territori palestinesi occupati, Roberto Valent, aveva allertato qualche mese fa sulla difficile situazione di alcuni istituti scolastici palestinesi: almeno 45 a rischio demolizione a causa della mancanza di permessi nel mese di febbraio 2018.

In seguito alla demolizione della scuola di Abu Nuwar, comunità beduina nella parte Est di Gerusalemme, anche il governo palestinese con base a Ramallah aveva sollecitato un’azione internazionale urgente per fermare il comportamento israeliano che vìola il diritto dei bambini palestinesi all’istruzione.

Ad Abu Nuwar vivono su base stagionale quasi 700 palestinesi, l’88 per cento dei quali rifugiati. Una realtà che fa parte delle 46 comunità beduine della Cisgiordania, 18 delle quali nella zona E1 tra la parte Est di Gerusalemme e l’insediamento israeliano di Ma’ale Adumim.
Palestina: occupazione nella West Bank e demolizioni

L’Ocha ha pubblicato a fine novembre l’ultimo report sulle demolizioni ed evacuazioni avvenute in Cisgiordania, nel quale si evidenzia un netto aumento delle demolizioni nel mese di ottobre sia rispetto ai mesi precedenti, sia alla media mensile riscontrata nel 2017. Sarebbero infatti circa 51 le strutture demolite o poste sotto sequestro dalle autorità israeliane nel solo mese di ottobre, con 43 persone costrette a cercare nuove abitazioni.

Undici di queste strutture, situate tra la zona Est di Gerusalemme e l’area C, erano destinate all’assistenza umanitaria. Cinque di queste erano ricoveri donati in risposta a una precedente emergenza abitativa causata dalle demolizioni avvenute bella comunità di Halaweh, a sud di Hebron, in quella che viene chiamata “Firing Zone 918” (Zona di fuoco 918), dichiarata zona militare già negli anni ‘70.


© Foto OCHA

Anche il centro israeliano di informazione per i diritti umani nei territori occupati, B’tselem, denuncia sul proprio sito come migliaia di persone si trovino quotidianamente a dover affrontare un imminente espulsione o demolizione da parte delle autorità israeliane sotto vari pretesti. La situazione, secondo l’ente israeliano, va avanti da decenni e farebbe parte di una più ampia strategia mirata a rendere sempre più miserevoli e difficoltose le condizioni di vita in molte comunità dell’Area C.

Sempre in questa prospettiva, le autorità israeliane proibiscono costruzioni di edifici pubblici o privati in questi territori, negando la possibilità di un collegamento idrico o elettrico. Quando i residenti resistono a queste restrizioni e costruiscono ugualmente, senza permessi, le autorità ordinano costanti demolizioni.

Le zone colpite dall’azione israeliana in Cisgiordania

Le zone più colpite da demolizioni e sfollamenti sono tre: le South Hebron Hills, colline a sud di Hebron, dove si trova, appunto, la comunità di As Simiya e dove vivono circa un migliaio di palestinesi, la metà dei quali minori; l’area di Ma’ale Adumim, detta anche E1, dove vivono circa 1.400 residenti a rischio espulsione a causa del piano israeliano che prevede la creazione di un blocco urbano tra Ma’ale Adumin e Gerusalemme; la Valle del Giordano, nella quale vivono 2.700 palestinesi.

Secondo il report pubblicato dall’Ichad, il Comitato israeliano contro la demolizione delle abitazioni, nel mese di novembre sarebbero almeno 63 le strutture palestinesi demolite dalle forze di sicurezza israeliane: 42 persone sfollate, tra cui 19 minori, per un totale di 687 persone colpite, tra cui 196 bambini, dall’inizio dell’anno.

Molte delle strutture demolite sostenevano l’agricoltura, la pastorizia e il commercio locale. Le demolizioni non sono destinate però solo ai territori occupati e le comunità beduine sono prese di mira anche all’interno di Israele. L’Ichad ricorda infatti che il villaggio beduino palestinese di Al-Aragib, nel deserto del Naqab nel sud di Israele, è stato demolito quest’anno per la 136esima volta. E con l’arrivo dell’inverno la situazione di chi si ritrova da un giorno all’altro senza casa diventa drammatica.


Lo stegone maledetto deve stare lontano dall'Italia


Posted: 17 Dec 2018 01:02 PM PST


Mario Draghisi laureò nel 1970, alla Sapienza di Roma, sotto la guida del grande economista Federico Caffè, con una tesi intitolata: “Integrazione economica e variazione dei tassi di cambio”. 

In sostanza Draghi, con Caffè come relatore, sosteneva “che la moneta unica (europea) era una follia, una cosa assolutamente da non fare”.

La cosa deve imbarazzarlo, oggi che è presidente della Banca centrale europea, cioè “Mister Euro”, infatti quando gli viene ricordata la liquida con una battuta. Ma senza spiegare perché ha cambiato idea. Non poteva certo essere una tesi campata per aria quella che fu presentata – nientemeno – da Caffè.

Del resto negli anni successivi, quando la moneta unica europea cominciò davvero a essere realizzata, fior di premi Nobel per l’Economia affermarono che era una follia(come aveva argomentato il giovane Draghi). 

Personalità come Milton Friedman (“la spinta per l’Euro è stata motivata dalla politica, non dall’economia… esacerberà le tensioni”), Paul Krugman (“adottando l’euro, l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera con tutti i danni che ciò implica”), Joseph Stiglitz (“questa crisi, questo disastro è artificiale e in sostanza ha un nome di quattro lettere: euro”).

Poi Amartya Sen: “l’euro è stata un’idea orribile… Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata…Quando tra i diversi Paesi hai differenziali di crescita e di produttività, servono aggiustamenti dei tassi di cambio. Non potendo farli, si è dovuto seguire la via degli aggiustamenti nell’economia, cioè più disoccupazione e taglio dei servizi sociali. Costi molto pesanti che spingono verso un declino progressivo”.

Addirittura James Mirrless, rivolto agli italiani, ha dichiarato: “guardando dal di fuori, dico che non dovreste stare nell’euro, ma uscirne adesso”. E Christopher Pissarides, un tempo sostenitore dell’euro, oggi è passato sul fronte opposto: “La situazione attuale non è sostenibile ancora per molto. E’ necessario abolire l’Euro per creare quella fiducia che i Paesi membri una volta avevano l’uno nell’altro”.

L’euro più che una moneta è un progetto politico e non ha giustificazioni economiche, riflette solo la strategia tedesca di egemonia continentale. Per questo crea divisione e conflitti. 

Non a caso la Gran Bretagna(che non ha mai aderito all’euro, perché secondo la Thatcher era una minaccia per la democrazia) si è tirata fuori pure dalla UE.

A vent’anni dalla nascita dell’euro è toccato proprio a Mario Draghi, l’altroieri, celebrare il funesto evento con una conferenza a Pisa. Ha affermato che “l’unione monetaria è stata un successo sotto molti punti di vista”. Una perifrasi che, tradotta, significa: è stata per metà Europa una sciagura, ma non possiamo dirlo. 

Anche se la gente se n’è già accorta da sola, sulla propria pellee sulle proprie tasche, come dimostra (dopo il disastro della Grecia) la sollevazione popolare in Franciae il voto del 4 marzo in Italia, dove venti anni di moneta unica hanno prodotto milioni di poveri, ci hanno fatto perdere più del 20 per cento di produzione industriale, hanno messo in ginocchio il ceto medioe hanno fatto sprofondare nella disoccupazione o nella sotto occupazione un’intera generazione di giovani.

Per cascare in piedi, Draghi ha pure ammesso che il “successo” dell’euro tuttavia non ha “prodotto i risultati attesi in tutti i Paesi”. L’ennesima perifrasi per dire che la Germania con l’euro ha fatto un affarone, mentre gli altri hanno preso il pacco.

Peraltro proprio Draghi è tornato a parlare di uscita dall’euro (“uscire dall’euro non garantisce più sovranità”). Ma non dicevano che era irreversibile?

Si può considerare il discorso di Draghi come sintomo della disperazionedi una UE che sta esplodendo. Ma è anche vero che il suo è stato un discorso da politico. E c’è chi, nel Palazzo, pensa a lui, presto in uscita dalla Bce, come a un nuovo Monti per “commissariare” il nostro Paese nei prossimi mesi. E’ più di un’ipotesi ed è molto preoccupante.

Il Sistema massonico mafioso politico è ancora vivo e vegeto e questo governo non metterà in Sicurezza l'Italia, il mandato era/è chiaro

UNA MIA INTERVISTA SULLA RAI – e perché è impossibile migliorarla.

Maurizio Blondet 18 dicembre 2018 

(Riporto qui l’intervista che mi ha fatto Polisemantica diverse settimane fa)

Oggi risponde alle nostre 5 domande Maurizio Blondet, giornalista e conferenziere che ha collaborato a Gente, il Giornale, l’Avvenire e La Padania, sia come autore ma anche come inviato. E’ stato inviato speciale de Il Giornale (di Montanelli) , in seguito di Avvenire – occupandosi delle guerre balcaniche e altri teatri di conflitto. ha contribuito al volume “Gli antenati insospettati della rivoluzione”, sulla “fabbricazione” artificiale del movimento della rivoluzione culturale (che ha mirato non tanto alla presa del potere, quanto alla sovversione dei costumi e della morale), “11 Settembre, colpo di stato in Usa”, “Chi comanda in America” e “Cronache dell’Anticristo”. Cura il blog Blondet & Friends.

Cosa promette la Rai che sta nascendo? Si tratta davvero di un cambiamento o stiamo assistendo a una riproposizione, come da gattopardesca memoria, del “che tutto cambi affinché tutto rimanga così com’è” ?

Blondet: La Rai non è un’azienda. E’ una concrezione fossile ripugnante, una stratificazione geologica formicolante di stipendiati di diverse stagioni politiche, strato sopra strato: ci sono comunisti, cattocomunisti, persino democristiani, pidiessini, radicali, berlusconiani di sinistra, sessuomani vari, vecchie amanti di capi delle brigate rosse, proletarie armate per il comnismo, di Lotta Continua… tutta gente che ha costituito conventicole di potere e alleanze interne, potentissime, dure come granito, inamovibili.

Non comandano i direttori, specie se di fresca nomina; comandano questi strati geologici di militanti fossili. Anche perché oltre ad occupare posizioni direttoriali e avere il codazzo di favoriti che dipendono da loro per “lavorare” come “clientes”, percepiscono stipendi così spropositati – sopra i 100 mila quasi tutti, un centinaio anche sopra i 200 mila, come la Botteri e la Berlinguer – che persino mandarli via (posto che ci si riuscisse) costerebbe miliardi allo Stato, di sole liquidazioni. Tenga conto che sono lì da 30-40 anni, con questi mega-stipendi: per la liquidazione calcoli una mensilità loro, 20 mila per 30 o 40, e vedrà che cifre vengono fuori. Da far fallire la Rai e lo Stato.

Ci vorrebbe non Foa, ma una dittatura spietata che li fucilasse senza indennizzo, e li seppellisse in terra sconsacrata. Siccome questo non è ritenuto possibile, la Rai resterà quella che è. Un truogolo stratificato di ex tesserati di partiti scomparsi.

L’intrattenimento e le fiction rischiano di alterare la percezione della realtà nel Pubblico o è sufficiente agire sulla veridicità e il pluralismo dell’Informazione, gestendo in modo obiettivo i telegiornali?

Il pubblico italiano, specie quello che si guarda la tv (spesso lasciandola accesa per 10 ore al giorno) è molto ignorante e anziano – in generale non sa distinguere bene nemmeno fra informazione e fiction; della informazione gli importa poco e capisce poco, appena si tratti di cose un po’ complesse, politica estera, Unione Europea.

Naturalmente gli strati geologici di parassiti grande-stipendiati di cui sopra , che sono poco meno ignoranti del pubblico, sono ben felici di mantenere questa vecchia plebe nel solco del conformismo e del politicamente corretto vigente: che in questi ultimi tempi è ovviamente pro-gay, gender, pro-lgbt, pro-immigrati negri e strappacuore, pro “Francesco” papa…..

In tv non si pratica “giornalismo”, il massimo sforzo sta nel sopprimere informazioni (che sono in gran numero) per darne solo 2 o 3 comode nella lunghissima mezz’ora dei tg. “Notizie” ovviamente che questi parassiti non sono andati a cercare, ma hanno letto dalle agenzie di stampa.

Grande spazio è dato all’ultima produzione del cantante X e dell’ultimo film: si tratta di pubblicità occultamente pagata dai medesimi a qualcuno della cosca, che intasca

L’aspetto culturale, intendendo con questo termine la divulgazione di sapere relativo all’Arte, alla Storia, alla Letteratura, potrebbe incidere sulla percezione della realtà da parte del Pubblico?

Un tempo effettivamente – un tempo risalente alla direzione generale di Bernabei o alla stagione di Sergio Zavoli per le grandi inchieste – la tv di Stato si pose il compito di istruire il popolo ignorante, di elevarlo all’altezza che occorre per vivere nella complessità moderna.

Voi giovani non potete nemmeno immaginarlo. Scuole elementari per adulti (il maestro Manzi) corsi di inglese, francese e tedesco con graziose professoresse (io stesso imparai il francese lì), grandi servizi scientifici e storici.

Sceneggiati come “Delitto e Castigo” di Dostojewski, o “l‘Orlando Furioso”; o “la Gerusalemme Liberata”; racconti di Cekhov letti da un grande attore (Albertazzi), pot-pourri di recitazione che andavano da Omero ad Euripide, da Shakespeare a Beckett (Gasmann ne Il Mattatore) erano appuntamenti serali settimanali – a cui il popolo ignorante si appassionava, come oggi non si appassiona alle cialtronerie sporchellone e le troie che la cosca televisiva gli ammannisce, con la scusa – tipica della sinistra, che odia e disprezza il popolo – che il popolo o non solo è ignorante ma anche volgare, e quindi è questo che vuole.

L’Orlando di Luca Ronconi.

Ciò perché i volgari sono loro, e con la loro potenza hanno espulso ed espunto tutto ciò – persone e programmi – che li superava e, con la sua eccellenza, e metteva in luce la loro bassezza.

Ciò li rende imperdonabili, perché responsabili dell’abbassamento del popolo italiano. Perché il popolo,. come una spugna, accetta il meglio se lo vede. Io stesso posso testimoniare di un “Orlando Furioso” a puntate, in versi di Ariosto, con la regia sofisticatissima di Luca Ronconi, che appassionò mie vecchie zie di Toscana, di nascita contadine.


Basterà rinnovare i contenuti o occorrerà ripensare il “modus agendi” dei conduttori e presentatori? In altri termini, è possibile influenzare i telespettatori, oltre che con fake news anche con tono di voce, mimica facciale, uso di sinonimi con differente connotazione semantica e altri trucchi del genere?

Ovviamente i conduttori (“giornalisti” pagati 5 volte più dei normali giornalisti: è la prova che non appartengono al mondo dell’informazione; è la gente dello spettacolo ad essere pagata tanto) esercitano il tipo di abilità che dice lei, per questo sono “bravi” e pagati: interrompere l’avversario se dice una cosa intelligente, deriderlo con la mimica facciale, parlargli sulla voce, “mandiamo il servizio”, eccetera.

Che impronta darebbe alla Rai se fosse lei a poter decidere in modo autonomo?

Quello che manca a questo governo per migliorare la tv (e non solo) sono: squadre armate ai suoi [paradosso, ndr.], o (in mancanza) magistrati aderenti al progetto di miglioramento e rinnovamento dell’Italia – che facciano letteralmente paura a queste cosche (aggrappte e succhianti non solo in tv, ma in tutti gli apparati pubblici), le convincano a dimettersi (magari con l’ausilio di una bevuta dei regolamentari due litro di olio di ricino), li tolga dal video, l’inquisisca – insomma li tolga dal potere (non solo televisivo) a cui si aggrappano con i denti e gli artigli di sciacalli che sono.

Penso a questo tutte le volte che sento e vedo uno di questi parassiti arroganti in tv dire che questo governo è “fascista”. Fosse fascista, loro sarebbero sul cesso smaltire l’olio di ricino, o tremanti di paura chiusi in casa – o all’estero a rifarsi una vita come imbianchini.

Purtroppo questo governo, ogni giorno più deludente, con Salvini che canta in programmi tv, stappa bottiglie o addenta panini dicendo banalità, non fa paura. Fa solo pena e sempre più rabbia. Mentre gli avversari hanno perfettamente capito come usarlo.


Un governo che sfida l’Europa e non sa prendere il potere dei mezzi di comunicazione, della magistratura e della banca centrale, finirà assai male”.


Scrivo dalla Caporetto del “governo del cambiamento”.

A conferma delle mie previsioni su qusto governo, ieri l’Italia ha approvato il Global Compact for Refugies – non è ancora il Global Compact for Migration, quello che sancisco la migrazione come un diritto “umano” ma è evidentemente lo scivolo per approvare quello.

Ricordo quel che detta il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration:

Dobbiamo consentire ai migranti di diventare membri a pieno titolo delle nostre società evidenziando il loro contributo positivo”

In realtà, a votare per l’Italia è tale Maria Angela Zappia Caillaux, ex consigliere diplomatico di Renzi e spalla di Gentiloni. E’ stata messa a fare la rappresentante dell’ Italia all’ ONU il 31 luglio 2018 – quando il governo Gentiloni era scaduto ma in carica per gli affari correnti – e confermata (ovviamente) da Moavero e Mattarella.

Ad accorgesene è stato Claudio Borghi, che ha protestato presso il governo (apparentemente, il suo) ma non sappiamo con quale esito. Ecco cosa significa “governare” avendo tutto l’apparato dello Stato, “dai fattorini al Quirinale”, composto di strati fossili di partiti che nemmeno esistono più, ma hanno come referente il Quirinale e il PD.

In queste ore il governo “del cambiamento” subisce l’umiliazione estrema di accettare da Moscovici tagli dell’ulteriore 0,4%: una cifra ridicola, che in un bilancio statale entra nell’errore statistico, e che ha il solo scopo di umiliarci e renderci alla loro mercé. In realtà, siamo il paese fondatore e la terza economia dell’euro che accetta di farsi trattare come laGrecia, anzi peggio della Grecia, perché ci facciamo detttare il bilancio fino ai centesimi di decimale : la forma più totale di schiavitù.

Un governo-servo che ha accettato anche la trasformazione dello ESM in Fondo Monetario Europeo, il che significa che ci obblighiamo a contribuire coi soldi nostri al salvataggio di Deutsche Bank-Commezbank che Berlino sta per attuare con un gigantesco bailout, ossia aiuto di Stato:cosa che a noi fu vietata per Montepaschi ed altre banche dalle”normative europee”, per le quali furono chiamati a contribuire i piccoli obbligazionisti e risparmiatori. Allora, aveva accettato questa servitù il governo Renzi. Oggi la accetta il governo “del cambiamento”. Abbiamo due Tsipras, i, quali – invece di dirci la verità e chiamarci all’insurrezione – ci stanno raccontando che avrete il redito di cittadinanza, e avete le pensioni da cancellazione della legge Fornero. Non avrete né l’una né l’altra, ovviamente: non ci sono i soldi nel bilancio che Moscovici ha approvato per voi.

Quello che avrete saranno: il programma ecologista dello Stalin della Rumenta per penalizzare le auto vecchie e farvi acquistare un’auto elettrica – il motivo per cui in Francia si sono ribellati i Gilet Gialli – ma voi non vi ribellate.

Poi avrete i negri. Sembra incredibile, ma Claudio Borghi ha scovato questa tabella. Sono i dati di una “Studio di Fattibilità” elaborato dalla UE per, in cui la Commissione ha valutato la capacità di accoglienza dei vari paesi, nel senso di “densità di popolazione” aggiuntiva che essi possono contenere. All’Italia, oggi 59 milioni di abitanti, viene assegnata una densità di 242 milioni, 131.713 (come Moscovici ai centesimali, così la Kommissione è precisa fino all’unità dei negri che ci vuole affibbiare).


Guardate anche gli altri paesi. Alla Francia vengono assegnati 486 milioni di abitanti, alla Polonia 274 milioni di “densità” potenziale. Io spero che sia un falso, ma temo di no. E’ la Grande Sostituzione dettata e decisa in una tabella.

La sola speranza, è terribile dirlo, è la rivolta civile. Del resto, è il caso di ricordare una frase ben trovata di Alberto Bagnai: “La differenza fra un cambio fisso e una guerra civile non salta all’occhio. Perché non c’è. Un giorno capirete”. Il regime di Macron ha cominciato a capirlo, il tenero culatoncino ha fatto piazzare un elicottero in cortile per fuggire dall’Eliseo. Voi italiani invece no. Vi si attaglia la frase di Churchill, più celebre: “Potevate scegliere fra il disonore e la guerra. Avete scelto il disonore, e avrete la guerra”. Civile.
Leggetevi altri articoli:

Smutandati e beffati

Il governo rivede il deficit per ammansire l’Ue. Ma a Bruxelles non basta: infrazione possibile

di Franco Bechis


Siria - il tempo ha tolto i veli all'ipocrisia dei sionisti ebrei di fare il porco comodo nel cielo siriano

PUTIN AI MENTITORI ISRAELIANI – QUASI UN ULTIMATUM.

Maurizio Blondet 17 dicembre 2018 

Una importante delegazione militare israeliana è andata giorni fa a Mosca e lì, ha ricevuto notifica di un cambiamento completo – nel senso di indurimento – delle regole di ingaggio della Russia verso Israele. Così riporta Elija Magnier, forse il miglior analista sul campo in Medio Oriente, con 35 anni di esperienza e fonti di altissimi livello in Siria, Libano, Iran, Irak.

Sono regole di ingaggio speculari e perfettamente reciproche:

“La Siria non esiterà a colpire un aeroporto israeliano nel caso in cui l’aeroporto di Damasco venisse colpito da Israele e ciò avverrà con il consenso delle forze armate russe che si trovano nel Levante”.

“La Russia, inoltre, ha dato alla Siria il via libera a colpire Israele ogni volta che gli aerei di Tel Aviv lancino attacchi contro obbiettivi militari siriani o anche nel caso in cui lancino missili a lungo raggio senza volare sulla Siria ( per paura dei sistemi S-300 e per evitare l’abbattimento degli aerei nei cieli della Siria e del Libano)”.

La Russia ha reso noto alla delegazione israeliana che le sue forze avrebbero risposto in modo sistematico e diretto contro ogni attacco israeliano conto obbiettivi dove fossero implicati soldati russi – con la precisazione che attualmente la maggior parte dei centri militari siriani e iraniani ospitano effettivamente reparti militari russi.

La nuova durezza è dovuta all’abbattimento da parte di Israele dell’aereo-spia Il-20, con l’uccisione dei 15 tecnici a bordo. I caccia giudaici si erano “riparati” dietro l’Iliuscin, facendo in modo che la contraerea siriana lo colpisse per sbaglio, il 18 settembre scorso.

Il sito DEBKAFiles conferma di fatto, riportando l’irritazione dei militari israeliani. Presenta l’incontro della delegazione come “una concessione”del governo “alla domanda imperative di Putin”.

“Alcuni circoli dell’alto comando israeliano non sono per nulla soddisfatti…

1 – si ricordano come il generale Amikam Nurkin, comandante generale dell’aviazione israeliana ed altri ufficiali sono stati trattati da mentitori quando si sono recati a Mosca la terza settimana di settembre per spiegare come l’aereo spia Il-20 era stato abbattuto in Siria. Mosca non s’è mai scusata di questo affronto.

2 – C’è da temere che i dati forniti dal generale Haliva agli ufficiali russi siano trasmessi all’Iraan e ad Hezbollah.

3 – Perché inviare una delegazione militare a Mosca quando l’ambasciatore di Russia o l’attaché militare a Tel Aviv avrebbe potuto chiedere ed ottenere lo stesso briefing?

Il presidente Putin “ha voluto sapere perché Israele abbia lanciato adesso la sua operazione contro il tunnel Hezbollah” – Quello che “Bibi” ha fatto vedere all’amico Matteo Salvini.

La versione di Netanyahu, che il tifoso del Milan ha creduto ed adottato, non deve essere quella cui crede Putin. Egli “ha chiamato Netanyahu al telefono sabato 8. La conversazione non è stata esattamente amichevole, Netanyahu gli ha detto che avrebbe mandato una delegazione militare a Mosca per spiegare. La delegazione, guidata dal maggior generale Aharon Haliva, capo del Direttorato delle operazioni dell’IDF”, è stata a Mosca l’11 dicembre.

Tutto questo rivela, da parte israeliana, rabbia ma anche paura. Degli S-300 oggi autorizzati a rispondere simmetricamente a nuovi attacchi e menzogne sioniste.



Qui sotto il pezzo di Magnier:

LE REGOLE DI INGAGGIO TRA SIRIA E ISRAELE CAMBIANO CON LA NUOVA PRESA DI POSIZIONE DELLA RUSSIA.

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

La Siria adotterà nuove regole di ingaggio con Israele in seguito alla posizione più risoluta e più chiara assunta dalla Russia nei riguardi del conflitto tra Israele e l’ “Asse della Resistenza”. D’ora in avanti Damasco risponderà ad ogni attacco israeliano. Nel caso venisse danneggiato uno specifico bersaglio militare, la risposta avverrà con un attacco diretto ad un obbiettivo analogo in Israele. I responsabili delle decisioni a Damasco hanno detto : “ la Siria non avrà esitazioni a colpire un aeroporto israeliano nel caso in cui l’aeroporto di Damasco venisse colpito da Israele e ciò avverrà con il consenso delle forze armate russe che si trovano nel Levante”.

Questa decisione politica è basata sulla posizione chiara presa dalla Russia in seguito all’abbattimento di un suo aereo militare avvenuto il 18 settembre scorso. Quando le forze militari russe arrivarono in Siria, nel 2015, informarono le parti coinvolte (ossia Siria, Iran e Israele ) che non si sarebbero intromesse nei loro conflitti interni e che quindi non avrebbero impedito agli aerei di Tel Aviv di bombardare i convogli militari di Hezbollah diretti verso il Libano o i depositi militari iraniani a meno che non fossero destinati alla guerra in Siria. Era un impegno a rimanere spettatori nel caso in cui Israele avesse colpito obbiettivi militari iraniani o convogli per il trasporto di armi a Hezbollah dalla Siria al Libano, all’interno del territorio siriano. Anche Israele veniva informato che (la Russia) non avrebbe tollerato attacchi ai suoi alleati (Siria, Iran, Hezbollah e i loro alleati) impegnati a combattere l’ ISIS, al-Qaeda e i loro sostenitori.

Israele rispettava le richieste di Mosca fino all’inizio del 2018 anno in cui iniziava ad attaccare le basi iraniane e i depositi militari siriani, senza però attaccare le posizioni militari di Hezbollah. Israele giustificava l’attacco alla base iraniana, una struttura militare chiamata T4, sostenendo che l’Iran aveva mandato i suoi droni su Israele. Tel Aviv ha sempre considerato le violazioni del territorio dei paesi vicini come un privilegio esclusivamente suo. Damasco e l’Iran rispondevano con l’abbattimento, confermato, di almeno un F-16 israeliano. A quel punto Israele iniziava a colpire i depositi siriani, dove erano riposti i missili iraniani. L’Iran ha rimpiazzato tutti i depositi distrutti con altri missili di precisione ben più sofisticati e capaci di colpire qualunque obbiettivo in Israele.

In realtà la posizione russa di neutralità nei confronti di Israele nel Levante si è rivelata abbastanza costosa. La Russia ha avuto perdite superiori a quelle dell’Iran, specialmente in seguito all’abbattimento del suo IL-20 e, con esso, di 15 ufficiali addestrati all’uso dei sistemi più avanzati di comunicazione e di spionaggio.

In seguito a ciò, ha deciso di portare in Siria i tanto attesi missili S-300, di consegnarli all’esercito siriano mantenendone il coordinamento elettronico e il comando radar. Gli S-300 costituiscono un pericolo per gli aerei israeliani solo nel momento in cui violano lo spazio aereo siriano. Tel Aviv ha tenuto lontani dalla Siria i suoi aerei fino allo scorso settembre, ma ha lanciato missili a lungo raggio contro un paio di obbiettivi.

Per molti mesi il presidente russo Vladimir Putin si era rifiutato di ricevere il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Dopo un vero e proprio assedio da parte di quest’ultimo, finalmente Putin accettava di incontrarlo di fretta all’ora di pranzo o a tavola, durante un vertice affollato di capi di stato, senza comunque accettare nessun compromesso o riconciliazione. Adesso la Russia ha preso una posizione chiara e non ha intenzione di tendere la mano a Israele o perdonarlo. La Russia ha capito che la sua generosità (ha chiuso un occhio sulle attività di Israele in Siria) non è stata né riconosciuta né sufficientemente apprezzata da Tel Aviv. Questa settimana, Mosca ha accettato di ricevere una delegazione militare israeliana guidata dal generale maggiore Aharon Haliva, in seguito all’insistenza di Israele che cerca di rompere il ghiaccio tra i due paesi. Non c’è da aspettarsi che la posizione russa cambi e quindi i bombardamenti su bersagli siriani e/o iraniani non verranno più tollerati.


GLONASS

Secondo le fonti di informazione, “ la Russia ha messo al corrente Israele che ci sono ufficiali russi in tutte le basi militari siriane e iraniane e in conseguenza ogni attacco contro questi obbiettivi coinvolgerebbe anche le forze russe. Putin non permetterà mai che i suoi soldati e i suoi ufficiali vengano colpiti da un bombardamento diretto o indiretto di Israele”.

La Russia, inoltre, ha dato alla Siria il via libera – ha riferito la fonte – a colpire Israele ogni qual volta gli aerei di Tel Aviv lancino attacchi contro obbiettivi militari siriani o anche nel caso in cui lancino missili a lungo raggio senza volare sulla Siria ( per paura dei sistemi S-300 e per evitare l’abbattimento degli aerei nei cieli della Siria e del Libano).

La fonte ha inoltre confermato che la Siria – contrariamente a quanto dichiarato da Israele – adesso possiede i missili più accurati che hanno la capacità di colpire qualunque obbiettivo all’interno di Israele. Le forze armate siriane hanno ricevuto, senza che si sapesse, missili a medio e lungo raggio dall’Iran. Questi funzionano con il sistema GLONASS, l’abbreviazione di Globalnaya Navigazionnaya Sputnikovaya Sistema ( Sistema Satellitare Globale di Navigazione), alternativa russa al sistema GPS ( Sistema per il Posizionamento Globale) americano. A questo punto, l’avvenuta consegna da parte dell’Iran e la fabbricazione dei missili in Siria ( e in Libano) completano il quadro. Israele, comunque, dichiara di aver distrutto le capacità missilistiche siriane inclusi i missili forniti dall’Iran. Secondo la fonte, a dispetto dei missili di precisione distrutti da Israele, Damasco ne controlla sempre un gran numero. “ In Iran, le cose più facili da trovare a buon mercato sono le Sabzi ( erbe aromatiche) e i missili “ ha detto ancora la fonte.

Le nuove regole di ingaggio siriane – sempre secondo la fonte – sono le seguenti : un aeroporto verrà colpito se Israele colpisce un aeroporto e ogni attacco a caserme o a centri di comando e controllo avrà come conseguenza un attacco a obbiettivi dello stesso tipo in Israele. Sembra che la decisione sia stata presa ai livelli più alti e che sia stato stilato un elenco preciso di obbiettivi .

Le regole di ingaggio cambiano e la situazione sul palcoscenico del Levante diventa via via più pericolosa ; conflitti regionali e internazionali sono ancora possibili. Il Medio Oriente non troverà pace se non con la fine della guerra in Siria, una guerra in cui due superpotenze, l’Europa, Israele, la Giordania, l’Arabia Saudita e il Qatar hanno giocato ruoli fondamentali. Il capitolo finale non è ancora stato scritto.