L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 20 giugno 2021

La mascherata serve solo a far ammalare bambini e uomini, è il raccogliticcio di germi patogeni che superano una certa soglia e sono dannosissimi per la salute umana

Bambini con lo zoo sulla faccia



Se messa alla prova la “scienza” dei mentitori si rivela per quello che é, niente più che un inganno e per giunta banale. A un gruppo di genitori della Florida non ci è voluto molto per scoprire l’inutilità delle mascherine, anzi la loro pericolosità e dunque loro ruolo precipuo di segnale di sottomissione alla narrativa pandemica e ai suoi comadamenti. E’ bastato semplicemente non buttarle via dopo una giornata di scuola di 6 oppure 8 ore ( si tratta di bambini dagli 8 agli 11 anni), ma anzi raccoglierle e mandarle in un laboratorio professionale per fale analizzare a fondo. Così il Mass Spectrometry Research and Education Center dell’ università della Florida -ha potuto constatare che le museruole non sono per nulla quegli strumenti salvavita come che vengono propagandati, ma anzi strumenti di attentato alla vita. Il risultato degli esami è stato allarmante e impietoso per la favola che ci hanno venduto per un anno e mezzo:

Infatti sulle mascherine non è stato trovato nessun virus, ma in compenso in alcune sono stati trovate quantità variabili di:
  • Streptococcus pneumoniae (… polmonite)
  • Mycobacterium tuberculosis (… tubercolosi)
  • Neisseria meningitidis (…meningite, avvelenamento del sangue)
  • Acanthamoeba polyphaga (…congiuntivite cornea, malattia del sistema nervoso centrale)
  • Acinetobacter baumanni (… polmonite e meningite)
  • Escherichia coli (…intossicazione alimentare)
  • Borrelia burgdorferi (… Borreliosi, come dopo una puntura di zecca)
  • Corynebacterium diphtheriae (…difterite)
  • Legionella pneumophila (… malattia del legionario)
  • Staphylococcus pyogenes sierotipo M3 (…compresa la scarlattina)
  • Staphylococcus aureus (…meningite, avvelenamento del sangue)
Per giunta l’ostacolo che le mascherine rappresentano per la respirazione non solo costituisce un fattore di per sé negativo riducendo l’ossigenazione, ma costringe a respirare più intensamente in modo che i potenziali agenti patogeni che si trovano nel tessuto possano essere aspirati più in profondità nei polmoni e dunque possano costituire un pericolo maggiore. E non apriamo nemmeno il capitolo dei danni psicologici e cognitivi che saranno enormi e alla fine segneranno il declino definitivo dell’ocidente. Certo di fronte a questi dati di laboratorio i politici, gli attori, i giornalisti e gli pseudo-esperti che appaiono con questi filtri da caffè sulla faccia, ci fanno la figura degli ipocriti bugiardi o degli idioti, come parassiti di una narrazione assurda. Ma diciamo che ci fa una figura barbina proprio il teatrino della pseudoscienza con la sua battaglia di sedicenti esperti e le tesi che si alternano senza fine e senza costrutto: bastava un buon laboratorio per scoprire come stanno le cose invece di tenerle sempre sepolte sotto uno staro di auliche chiacchiere.. Ma proprio il fatto che si sia evitato di fare le cose più ovvie denuncia la volontà di mistificazione.

Ebrahim Raeissi ha vinto le elezioni presidenziali in Iran. Raeissi è un convinto sostenitore di un’alleanza iraniano-cinese e della Nuova Via della Seta. Vede le sanzioni statunitensi contro l’Iran “come un’opportunità di rafforzamento economico”

Iran: ha vinto il filo-cinese

Ebrahim Raeissi ha vinto le elezioni presidenziali in Iran. Raeissi è un convinto sostenitore di un’alleanza iraniano-cinese e della Nuova Via della Seta. Vede le sanzioni statunitensi contro l’Iran “come un’opportunità di rafforzamento economico”. Un’analisi geopolitica

 Raeissi ha vinto le elezioni presidenziali in Iran. Il primo candidato della linea dura ha ricevuto almeno 17,8 milioni di voti, ha annunciato sabato mattina un portavoce del ministero dell’Interno. Sono stati espressi un totale di 28,6 milioni di voti. Raeissi succederà ad Hassan Rouhani, a cui non   era più permesso di candidarsi  dopo due mandati. Il giuramento del nuovo presidente è previsto per agosto.

Raeissi è a capo della più grande organizzazione di  beneficenza sciita del mondo, secondo il quotidiano The Diplomat . Il quotidiano aveva riportato in vista delle elezioni iraniane: “Se Raeissi vince venerdì, l’Iran indirizzerà la sua politica estera verso la resistenza e il confronto, dove gli spoiler interni riacquisterebbero slancio, al fine di invertire l'”atteggiamento di impegno” dell’Iran nei confronti del mondo. Tuttavia, una vittoria di Rouhani manterrebbe una politica di impegno e moderazione in patria e all’estero (…) Molti di coloro che hanno servito nel gabinetto conservatore dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad sono stati reclutati da Raeissi. Questo apparato, se eletto, ha lo scopo di annullare gran parte degli sforzi di impegno degli ultimi quattro anni sotto il governo Rouhani”.

In relazione all’Arabia Saudita, “The Diplomat” riporta: “Non c’è dubbio che la politica iraniana nei confronti dell’Arabia Saudita sotto la presidenza Raeissi sarà più conflittuale e caratterizzata da una retorica settaria ostile che dominerà l’agenda del Leader Supremo in Yemen e intensificarsi ulteriormente in Siria. Tutto ciò rischia di aggravare i conflitti in corso con i sauditi in Siria, Yemen, Iraq e Libano».

Raeissi vede le sanzioni Usa contro l’Iran “come un’opportunità di rafforzamento economico”. Insiste sulla “indipendenza economica” e sull’instaurazione di una “economia di resistenza” (autarchia), riporta ” Aftab News “. “Vedo l’attivazione di un’economia di resistenza come l’unico modo per porre fine alla povertà e alle privazioni nel Paese”, ha citato ” Radio Free Europe/Radio Liberty ” (RFE/RL) Raeissi.

Pechino investirà in Iran 400 miliardi di dollari in 25 anni

Negli ultimi anni ci sono stati ripetuti risentimenti tra il presidente Hassan Rouhani e la Guida spirituale suprema dell’Iran, Ali Khamenei. Queste differenze sono principalmente legate alla politica estera. Khamenei appartiene al campo iraniano che sostiene stretti legami con la Cina e la Nuova Via della Seta, mentre Rouhani tende all’Occidente. Il 28 marzo 2021, ” Iran International“:“ Un ex legislatore iraniano ha affermato che il leader supremo dell’Iran, Ali Khamenei, è l’iniziatore del controverso “accordo strategico” di 25 anni con la Cina, firmato sabato a Teheran. Mansoor Haghighatpour, ex vicepresidente del Comitato per la sicurezza nazionale del Parlamento, ha dichiarato su un sito web locale che Khamenei aveva assunto l’ex presidente del parlamento Ali Larijani per perseguire un accordo a lungo termine con la Cina. I legislatori hanno anche affermato che il motivo per non rendere pubblico il documento firmato è perché la parte cinese insiste per non attirare l’attenzione degli Stati Uniti poiché l’accordo ha un “aspetto difensivo”. I cinesi hanno esortato la parte iraniana a “Non divulgare l’accordo”, ha detto, aggiungendo che “la Cina e altri paesi hanno sfide nelle loro relazioni con l’America” ​​e l’Iran non può essere trasparente. Dopo la firma dell’accordo, ci sono state proteste pubbliche sulla riservatezza del suo contenuto e l’accusa che la Repubblica islamica avesse “svenduto” gli interessi nazionali dell’Iran.Secondo il New York Times, “la Cina prevede di investire 400 miliardi di dollari in Iran in 25 anni.

Raeissi appartiene a questo campo filo-cinese che sostiene la Nuova Via della Seta. Nel 2018, il presidente iraniano Hasan Rouhani ha ordinato alla Guardia rivoluzionaria iraniana (IRGC) e all’esercito iraniano di vendere i loro beni che detengono nel settore petrolifero e del gas. Questo passo è necessario per salvare l’economia iraniana, cita Bloomberg Rouhani.

“Non solo l’Agenzia per la sicurezza sociale, ma tutti i settori governativi, comprese le banche, sono costretti a vendere le proprie attività. Questo è l’unico modo per salvare l’economia del paese. Funzionari del governo, ONG, forze armate e altri: tutti devono sbarazzarsi delle proprie attività commerciali “, ha affermato Rouhani. Oilierter riferisce: “Il presidente iraniano teme una reazione dei conservatori. Il suo rapporto con Khamenei – probabilmente il vero sovrano dell’Iran – si è raffreddato. Le discussioni in corso su un possibile successore dell’anziano e malato Khamenei sono diventate un conflitto diretto tra il governo Rouhani e i leader del Velayat-e Faqih, i duri ayatollah”.

La privatizzazione dei beni del governo nel settore del petrolio e del gas potrebbe comportare un afflusso di capitali. L’Iran ha le più grandi riserve accertate di gas naturale al mondo. Total SA, con sede a Parigi, ha firmato un contratto nel luglio 2017 per sviluppare parte dell’enorme giacimento di gas di South Pars. È stato promesso un investimento da un miliardo di dollari.

https://www.maurizioblondet.it/iran-ha-vinto-il-filo-cinese/

Hanno sdoganato l'uso di medicinali sperimentali diversi per vaccinare, questa decisione presa in corsa potrebbe rivelarsi ancora più pericolosa

“Eterologa” – Italia cavia delle sperimentazioni

Maurizio Blondet 18 Giugno 2021
di Paolo Gulisano, medico

vocabolario della Pandemia si arricchisce di un nuovo termine: vaccinazione eterologa. Proprio così: come la fecondazione artificiale fatta con ovuli di una donatrice fecondati con spermatozoi di un donatore. Nel caso della vaccinazione – invece – il termine “eterologa” starebbe a significare più banalmente che, fatto un determinato vaccino, alla seconda dose se ne usa un altro. Insomma, la parolona “eterologa” sta solo a dare una parvenza di scientificità ad uno stato di confusione caotica. Il ciclo vaccinale misto, che alcuni esponenti governativi ora si affrettano a giustificare dichiarando, senza che ci sia alcuno studio e alcuna validazione scientifica di questo mix, come addirittura più efficace, è semplicemente la pezza che si è voluta mettere su una situazione della campagna vaccinale sempre più critica.

Perché non si possono concludere i cicli iniziati con AstraZeneca? Perché qualche ricerca ha dimostrato che funziona meglio il mix? Assolutamente no. Non si può concludere con AstraZeneca perché l’evidenza degli eventi avversi – anche gravi – è tale che questo vaccino è stato definitivamente esclusivamente riservato alle persone over 60 anni, nelle quali si stima che i danni collaterali siano inferiori. Una decisione che mostra chiaramente che il ritornello del “non c’è correlazione”, tra i danni e le vaccinazioni, è finito. I vaccini sperimentali presentano delle criticità che non si possono più occultare, anche in virtù delle cifre che vedono i morti vaccino-correlati arrivati, in Europa, a 15.000.

Una strage troppo a lungo negata.

Ma la risposta governativa, anziché essere quella di una doverosa moratoria, è quella di eseguire un vero gioco di prestigio inventando la vaccinazione eterologa.

Nel campo della vaccinologia, quando si inizia un ciclo con un determinato vaccino, dall’Esavalente dei bambini all’Epatite B degli adulti, si prosegue con lo stesso prodotto. Le stesse aziende farmaceutiche produttrici dei vaccini anti-Covid scrivono espressamente nelle schede tecniche che non si può fare una seconda dose con un prodotto diverso.

L’indicazione governativa dell’Aifa per coloro che hanno utilizzato AstraZeneca e ora devono ricevere una differente seconda dose, è quella di utilizzare un vaccino mRna, e quindi Pfizer o Moderna. A questo punto appare evidente che in Italia regna la massima confusione sulla questione vaccini con una comunicazione da parte delle istituzioni lacunosa su ogni fronte.

E una volta di più emerge la totale condizione di sperimentazione di questa campagna vaccinale. Anzitutto: perché somministrare necessariamente una seconda dose? Cavie per cavie, si potrebbe anche non dare seguito alla prima dose di AstraZeneca, che potrebbe anche rivelarsi sufficiente a garantire l’immunità. Basterebbe controllare la titolazione anticorpale dei vaccinati.

In secondo luogo, perché passare da un vaccino a vettore virale come il farmaco anglo-svedese a quelli a mRNA? Sarebbe più logico ricorrere ad un vaccino estremamente simile ad AstraZeneca: il russo Sputnik. Il quale stranamente non è mai rientrato nelle previsioni di acquisto da parte dello Stato italiano. Si potrebbe iniziare ad usarlo proprio come adeguato sostituto dell’omologo messo fuori legge nei giovani. Il mix vaccino a vettore virale/ vaccino a mRNA non è mai stato studiato.

Il Comitato Tecnico Scientifico ha parlato di “studi clinici pubblicati nelle ultime settimane” che mostrerebbero che la vaccinazione eterologa funziona bene. Peccato che non ha portato le prove. Si parla di studi, ma in realtà sono solo i casi di un centinaio di persone in varie parti d’Europa a cui sono state inoculate due dosi diverse. Sarà l’Italia a fornire un numero più consistente di cavie? La realtà è che oggi non ci sono dati che possano validare la tesi dell’efficacia (e magari anche della sicurezza) dell’eterologa. Ma il Governo procede imperterrito con le operazioni.

Il CTS ha ritenuto che la seconda somministrazione con vaccino a mRNA possa avvenire a distanza di 8-12 settimane dalla somministrazione di Vaxzevria (il nome che AstraZeneca aveva assunto dopo il primo stop dell’EMA di due mesi fa).

C’è un altro aspetto su cui porre molta attenzione: posto che ormai AstraZeneca è in una posizione molto difficile, confinata agli ultrasessantenni, posto che il secondo vaccino a vettori virali, Johnson & Johnson, a causa degli effetti collaterali già rilevati negli Stai Uniti, è stato riservato ai soli over 50, posto che il terzo vaccino di questa classe di farmaci, lo Sputnik, non viene neppure preso in considerazione per motivi misteriosi, la scelta di Aifa sembra avviare, attraverso l‘eterologa, l’abbandono definitivo dei vaccini a vettori adenovirali per arrivare al monopolio degli mRNA. Una fuga in avanti anche rispetto alle indicazioni dell’EMA. Ma l’Italia – ormai è evidente – è la capofila delle sperimentazioni vaccinali. Anche le più ardite.

La narrazione dell'influenza covid si è basata tutta sui tamponi farlocchi e vedere la sequenza temporale degli avvenimenti sorgono dubbi e perplessità

Covid , che la mela di Newton sia con voi



Non so se qualcuno abbia avuto modo di leggere quei versi di Alexander Pope in onore di Isaac Newton: “La Natura e le sue leggi erano avvolte dall’oscurità/ Dio disse: sia Newton. E tutto fu luce”. Essi spiegano bene la meraviglia di fronte a una improvvisa comprensione di cose che prima non si riusciva a legare insieme e che si uniscono in un lampo come se fosse la precipitazione dei cristalli in una soluzione. Spero che la stessa cosa possa accadere a qualcuno di fronte a una sistemazione dei dati pandemici in una sequenza temporale che disvela una insospettata capacità di stimolo cognitivo. Non occorre alcuna spiegazione di fronte all’intuizione avuta da un geniale utente di Twitter che io cercherò di tradurre in un elenco:
  • 30 dicembre 2019. Viene segnalata in un paziente un forma atipica di polmonite
  • 5 gennaio 2020. L’Oms annuncia 44 casi a Wuhan di polmonite dovuta a cause sconosciute
  • 7 gennaio 2020. L’Oms dichiara che la causa della polmonite è un virus simile al Sars
  • 10 gennaio 2020. Viene pubblicata la prima sequenza genica del virus e lo stesso giorno Tib Molbiol, un’azienda tedesca che ha una sede anche Italia, annuncia il primo kit Pcr
  • 12 gennaio 2020. Vengono pubblicate altre 4 sequenze geniche del virus
  • 13 gennaio 2020. L’Oms accetta come standard il protocollo pcr messo a punto da Christian Drosten dell’Istituto Charité di Berlino
  • 21 gennaio 2020. Il protocollo Drosten viene esaminato da Eurosurveillance
  • 22 gennaio 2020. Il protocollo Drostem viene accettato da Eurosurveillance
  • 24 gennaio 2020. Esce su New England journal of medicine uno studio sui sintomi specifici della malattia
  • 30 gennaio 2020. Sempre sulla stessa rivista esce addirittura uno “studio” sulla trasmissione del virus e gli asintomatici
Qualcuno riesce a vedere cosa non funziona in questa cronologia ? Ciò che era difficile scorgere senza avere sotto gli occhi una precisa sequenza temporale degli eventi: la sostanziale impossibilità che tutto questo sia avvenuto in un solo mese e con questa specifica scansione. In particolare, il riconoscimento di un virus, il suo isolamento, il suo sequenziamento, il fatto che la diffusione di notizie su piccole parti del genoma virale sia stata seguita praticamente ad ore di distanza dalla messa a punto dei test pcr ( tutti comunque basati su pochissime seguenze) e che questi test siano stati approvati senza nemmeno il tempo di fare qualsiasi prova sul campo, cosa che si può giustificare solo con il retro pensiero di agire in emergenza prima ancora che essa fosse immaginabile. Di fatto sono passati appena 13 giorni dalla prima incerta segnalazione della malattia alla messa a punto di test assolutamente inaffidabili che poi sono stati la colonna portante della successiva mistificazione. A questo punto se proprio si vuole attribuire alla sequenza temporale una verosimiglianza e una qualche plausibilità, se proprio non si riesce a vedere alcun problema, allora tanto varrebbe chiedere per fine luglio una soluzione definitiva per l’Hiv sulla cui natura peraltro si discute ancora, oppure che ad agosto venga trovata la cura definitiva per il cancro e che per novembre sia eliminata la fame nel mondo: dopotutto non dovrebbe essere troppo difficile andando a velocità covid.

A me pare evidente che alcune cose era già conosciute, che su altre -le autorizzazioni per esempio – si sia forzata la mano, che insomma si stesse preparando la narrazione pandemica a prescindere dall’esistenza e dalle caratteristiche del virus, nonché della capacità di effettuare diagnosi realistiche che peraltro avrebbero sgonfiato la mongolfiera pandemica . E mi colpisce anche la rilevantissima parte che in tutto questo questo hanno avuto istituti, aziende e ricercatori tedeschi in concomitanza col fatto che in Germania c’è tuttora la più severa applicazione delle misure anticovid e che sempre lassù sia stato ideato e prodotto dalla BioNtech il vaccino di maggiore smercio poi distribuito anche con marchio Pfizer. Ma forse verrà un giorno in cui il covid e le sue leggi non saranno più avvolte dal mistero, che si farà un po’ di luce: magari non c’è proprio bisogno di Newton e di aspettare sotto un albero che cada la famosa mela, basta semplicemente non avere occhi e orecchie foderati di paura.

Tra Putin e Biden ci sono di mezzo settecento miliardi di dollari l'anno dell'industria militare statunitense che non ha nessuna intenzione di rinunciare ad un dollaro delle sue prebende


C’incontrammo per fatal combinazion…


Anna Pulizzi per il Simplicissimus

La prima cosa che viene da chiedersi dopo l’incontro andato in scena a Ginevra è perché mai Biden e Putin abbiano deciso di incontrarsi. O per meglio dire, per quale motivo il presidente americano ha proposto l’abboccamento, ottenendo subito la disponibilità della controparte. Sulla base della lista degli accordi raggiunti o della concretezza degli impegni presi, l’evento può essere considerato tra i più infruttuosi e l’illustre coppia inesorabilmente sterile, anche se nella storia s’è visto di peggio: esattamente sessant’anni prima, nel giugno del ‘61, il fallimentare incontro a Vienna tra Kennedy e Krushev non impedì a pochi mesi di distanza la costruzione del muro di Berlino e l’anno successivo la crisi dei missili a Cuba. Forse gli auspici che accompagnavano questi due incontri erano identici, mentre si spera non lo siano oggi le ripercussioni nel breve periodo.

Anche l’incontro nell’85, sempre a Ginevra, tra Reagan e Gorbacëv, fu assai avaro di risultati e in questi come in altri casi occorre tenere ogni rosea aspettativa a rispettosa distanza dalla logica, perché nella migliore delle ipotesi vi può essere armistizio, non vera pace. Tuttavia quando si è ai ferri corti e le rispettive forze armate si fronteggiano in una quantità di teatri, il semplice fatto che si vogliano anteporre un sorriso ed una stretta di mano al prossimo sgambetto o pugnalata permette di sperare che da nessuna delle parti vi sia la volontà di spingere la contesa geopolitica oltre il limite del controllabile.

Questo almeno in apparenza.

Intanto però è sempre utile precisare che il faccia a faccia tra i due presidenti costituisce solo l’aspetto scenografico, mentre i passi importanti vengono fatti preventivamente attraverso il contatto tra i ministri degli esteri – nella fattispecie quello tra Lavrov e Blinken a Reykjavik il 20 maggio scorso – insieme alle rispettive squadre di tecnici. E’ in tale occasione che si decidono quali questioni possono essere affrontate senza provocare ulteriori attriti e sulla base di ciò se abbia senso o meno procedere verso il summit che il mondo si attende. Se poi vogliamo sapere di che cosa hanno parlato Putin e Biden non è il caso di prendere per oro colato le risposte fornite nelle successive conferenze stampa. Difficile ad esempio che i due si siano intrattenuti anche solo di sfuggita sulle sorti di Navalny, un figuro pagato dagli Usa per violare le leggi russe e farsi arrestare così da essere utilizzato come vittima dei cattivoni del Cremlino. Vicende come questa sono utili agli imbrattacarte della propaganda occidentale ma non ha alcun senso tirarle fuori in assenza di un pubblico da abbindolare. Analogamente quello dei presunti e vicendevoli attacchi informatici potrebbe essere tuttalpiù un argomento di facciata, dato che entrambe le parti se ne dicono vittime, nessuna delle due ha prove concrete per incastrare l’altro e tutto si gioca sul duello eterno tra capacità di penetrazione e sistemi di difesa, ben più che sulla minaccia di ritorsioni.

Invece l’Ucraina è un argomento scottante, anche se Putin ha dichiarato di averne discusso solo ‘marginalmente’. Può darsi che ne abbiano parlato i ministri degli esteri il mese scorso, ma di sicuro quello è un macigno bello grosso sulla via di qualsiasi progetto distensivo. Mosca ha già avvertito che se venissero assecondati i disegni ucraini di un ingresso nella Nato ciò produrrebbe una risposta pesante e d’altra parte nessuno vuole porre la facoltà di scatenare un casus belli con la Russia nelle mani imprevedibili della banda di nazistoidi al potere a Kiev. Per parte sua l’Ucraina, come conseguenza dell’approdo ai favolosi lidi della democrazia euroatlantista, è ormai un paese economicamente al collasso in cui il 50% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il cui regime si regge su chimerici propositi espansionistici verso il Donbass e la Crimea.

A ben vedere anche la Turchia sarebbe un argomento di tutto rispetto. Le smaniose iniziative di Erdogan ovunque sia possibile ritagliarsi un ruolo geopolitico, dalla Libia al Sahel al Kazakistan, l’hanno reso una presenza fastidiosa per tutti e che merita da parte delle grandi potenze un’attenzione ben più che marginale. Per non parlare dell’accordo sul nucleare iraniano, o dell’Artico, del rinnovo del trattato NewStart circa il limite al numero di testate nucleari, oppure delle sanzioni commerciali che si abbattono su chiunque non si pieghi alla rapina dei poteri finanziari. Di questioni rilevanti ce ne sono in abbondanza ma di sicuro è troppo presto (o troppo tardi?) perché si possano affrontare. Alcuni opinionisti hanno scritto che l’evento si inserisce nel tentativo americano di provocare crepe nell’alleanza obbligata tra Russia e Cina, cosa logica in teoria ma che potrebbe realizzarsi solo se per pura fantapolitica gli Usa rinunciassero alle proprie ambizioni di egemonia planetaria.

Biden non si è recato all’appuntamento con l’intento di porre la prima pietra sulla strada del disgelo. Non poteva aver ricevuto un tale incarico dagli ambienti notoriamente guerrafondai del suo partito e, come è ovvio, nemmeno dall’industria militare di casa, che da sola ingoia settecento miliardi di dollari l’anno e di certo non intende mettersi a dieta. Ma nemmeno ci è andato soltanto per accordarsi con Putin sulla riammissione dei reciproci ambasciatori, obiettivo minimo da fornire alla stampa affinché non si parli di fallimento totale del vertice. A giudicare infine dal personaggio e dalla sua capacità di muoversi anche senza fili, c’è da dubitare soprattutto che vi si sia recato motu proprio.

E’ possibile che con Putin siano stati toccati temi decisivi nei rapporti futuri, sia pure rimandando ogni dettaglio; se così fosse, non vedo perché avrebbero dovuto renderlo noto. Se invece si è danzato al ritmo delle buone intenzioni tenendosi a distanza dagli spigoli, allora l’incontro ha avuto comunque una sua valenza simbolica, anche se non possiamo dire se sia nato davvero per volontà di Biden o non piuttosto come corollario al G7 su esortazione di Germania e Francia, che nella truppa euroatlantica sono le più attente ad evitare un eccessivo inasprimento dei rapporti con Mosca. Si è trattato probabilmente di un incontro assai più obbligato che importante, che forse lascia le cose come stavano prima, che non è preludio ad un contenimento degli investimenti militari, che non corregge di una virgola le strategie preesistenti, né indica prospettive diverse da quelle dettate da una guerra che non si può fare e nemmeno si può evitare.

Siamo "solo" 2,8 milioni di ultrasessantenni che abbiamo rifiutato il vaccino, ora ci verranno a stanare uno per uno questo è l'ordine del generale Figliuolo

Banditi dai banditi


Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da venerdì, da irresponsabile no vax, da ignorante avversatrice del progresso e del sapere al servizio del processo di civilizzazione, da zotica sostenitrice di corporazioni che alternano evasione fiscale e parassitismo a ricasco della collettività, da venerdì sono salita di grado, sono diventata ufficialmente un disertore, un traditore, un fuorilegge, insomma un malvivente.

Adesso aspetto l’imperioso suono del campanello e una voce al citofono e non sarà di Salvini, ma dei rappresentati della salute pubblica sguinzagliati nelle città e nelle campagne dove si annidano i nemici del popolo, quei 2,8 milioni di ultrasessantenni che si sono sottratti al diritto-dovere, al contratto sociale sottoscritto con BigPharma per il tramite di un generale che appunto venerdì, in spettacolare coincidenza con il punto stampa del Presidente ha messo per iscritto in una lettera ai presidenti delle regioni gli intenti della sua campagna di mare e di terra per stanare gli infedeli, farli uscire dalla loro sleale e disonorevole clandestinità, per smascherarli condannandoli alla pubblica gogna e probabilmente a una somministrazione rituale.

Sarà buio a mezzogiorno, immagino verrà richiesta una pubblica abiura di quel comportamento eretico, di quella disobbedienza che puzza lontano un miglio di egoismo e misoneismo, incompatibili con l’appartenenza al consorzio civile che richiede fede nel progresso, nella scienza e nelle autorità che provvedono generosamente a offrirci il meglio della ricerca e della sperimentazione.

Eh si, mica basta il Tso invocato da fior di filosofi e curatori delle menti e delle anime ribelli, per riconciliare i marginali con la bellezza pacificatrice dell’omologazione e del rispetto di regole, apparentemente confuse e irragionevoli ma che aspirano invece a rassicurarci che c’è qualcuno che pensa e agisce per il nostro bene, esemplarmente: il presidente si accinge a prestarsi allegoricamente all’eterologa, magnanimamente, anche se purtroppo esistono ancora frange sparse di scellerati scriteriati che è doveroso e caritatevole convincere con tutti i mezzi, anche la dolce violenza, per condurli alla salvezza.

Per farlo era necessario, ma non c’erano dubbi, mantenere lo stato di emergenza e le conseguenti misure eccezionali, gli inevitabili corpi speciali, l’anatema e la derisione indirizzati verso i dubbiosi e i critici, la censura e l’ostracismo da esercitare anche in rete da parte di sanificatori virtuali impegnati a purificare anche l’ambiente semantico dal contagio delle opinioni eretiche, cui hanno dato una mano gli algoritmi stupidi e inflessibili come certe autorità di polizia nelle barzellette, al fianco degli apparati dello Stato che devono riportare nell’ovile dell’isteria collettiva le pecorelle smarrite, alcune delle quali fuorviate da una certa confusione alla quale con benigna lungimiranza verrà posto riparo. Perché, parola del grande demiurgo, “Vaccinarsi è fondamentale. La confusione non è sul farlo o meno ma su quale vaccino usare. La cosa peggiore che si può fare è non vaccinarsi o farlo con una dose sola”.

Così non basta che entrino nei nostri conti correnti, che ci sorveglino a ogni angolo di strada, che eseguano un costante monitoraggio di abitudini, desideri, consumi, inclinazioni, non basta che ci mostrino come auspicabili nuove forme di controllo finalizzate alla nostra “sicurezza” e all’ordine pubblico, con lo sviluppo del tracciamento virtuale e delle perverse telecamere di sorveglianza a riconoscimento facciale, la vulnerabilità e l’esposizione della salute a rischi perpetui sono un’opportunità da non perdere per fornire la motivazione perenne per l’emergenza, l’eccezionalità, la sospensione di diritti e garanzie, ma pure dei doveri in capo al potere decisionale e esecutivo, dispensato dal rispetto della Costituzione e delle regole democratiche.

Da venerdì non ancora braccati, ma fuori dalle leggi “morali” e dalle regole della civilizzazione pandemica, che hanno dichiarato il deperimento progressivo del senso di responsabilità personale e collettiva, delegati a poteri superiori e sovrani e il cedimento di ogni esercizio di libero arbitrio, quei 2,8 milioni, consapevolmente o no, sono entrati in clandestinità, alla “macchia” per non farsi macchiare dal disonore di chi cede all’ingiusta e irragionevole prepotenza dei soldi che stanno dietro a ogni guerra di religione e a ogni dogma.

Le mani rapaci sulle risorse dell'Africa non demordono, litigano solo su il come e su chi


20 GIUGNO 2021

La Francia cerca in ogni modo di uscire dal Sahel. Emmanuel Macron ha compreso, soprattutto dopo il golpe in Mali e prima ancora con quello in Ciad, che le cose in Africa non vanno per il verso giusto. La strategia di Parigi della guerra al terrore insieme alle forze locali non ha sortito gli effetti desiderati. E per le truppe francesi, che hanno subito una costante perdita di uomini, si rischia uno scenario non troppo diverso da quello di un clamoroso Vietnam.

Macron è perfettamente consapevole di questi problemi. La Francia ha perso da tempo il controllo della situazione e lo dimostra il fatto che nonostante migliaia di uomini e una rete di intelligence e diplomatica estremamente radicata non sia riuscita a evitare colpi di Stato tra i suoi partner. Segnali inquietanti cui si aggiunge l’arrivo di altri attori internazionali che sembrano in grado, se non di gestire la regione, quantomeno di penetrare in conflitti e aree di crisi.

Per evitare che il Sahel diventi un inferno ancora peggiore di quello che rischiano di lasciare le truppe francesi, Macron sta puntando a una doppia strategia. Da una parte, iniziando a coinvolgere sempre di più le forze europee in una missione internazionale, quella che è appunto Task Force Takuba e in cui sono impiegati anche i militari italiani. Dall’altra parte, l’obiettivo dell’Eliseo è anche quello di chiedere supporto alle Nazioni Unite, specialmente dopo il golpe in Mali su cui proprio la Francia ha chiesto subito una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza.

Su questo punto, come spiega Foreign Policy, c’è però un problema: l’opposizione degli Stati Uniti. A detta infatti della rivista americana, il coinvolgimento delle Nazioni Unite con il possibile impiego dei caschi blu rischierebbe di essere controproducente. Gli Usa hanno anche respinto l’ipotesi fatta in Consiglio di sicurezza dalla Francia sull’invio di un contingente di duemila uomini dell’Onu, dimostrando in particolare riserve su quali forze inviare, sulle regole di ingaggio di un’eventuale missione, e soprattutto su come riuscire a far coincidere la presenza di forza Onu con lo stop alla penetrazione di altre potenze, a cominciare dalla Cina. Il Pentagono ammette l’ipotesi che altri Paesi supportino la Francia, ma la sostituzione di un partner Nato e dalla vocazione africana con una missione Onu in cui sarebbero presenti anche nazioni non sotto ombrello atlantico ed europeo è un elemento che di certo non passa inosservato. Soprattutto perché le notizie che da tempo circolando nel Sahel è non solo di una recrudescenza dello scontro tra Turchia ed Emirati Arabi Uniti, ma anche della penetrazione cinese e russa.

Il Daily Beast ha recentemente scritto in un’inchiesta che dietro il golpe in Mali vi sarebbero consiglieri militari russi, che avrebbero addestrato i miliziani che hanno compiuto il colpo di Stato. Mentre per quanto riguarda la Cina, oltre a un serio interesse verso le missioni di peace-keeping dell’Onu, vi sarebbe anche una primordiale volontà di Pechino di costruire basi sulla costa atlantica dell’Africa. Il generale Stephen J. Townsend, comandante di Africom, ha confermato in audizione al Senato che i militari Usa stanno seriamente vagliando questa ipotesi che, a detta di Townsend, “è la minaccia più significativa” per la strategia americana. Il capo di Africom parlava in particolare di un porto utilizzabile anche come base navale. E per gli Stati Uniti è evidente che il rischio dell’inserimento della Cina nel grande gioco africano (in tandem eventualmente con la Federazione Russa) sarebbe un pericolo difficilmente derubricabile a secondario.

In base a queste premesse, è chiaro che la volontà francese di ritirarsi dal proprio Afghanistan (o Vietnam) africano sposando una linea di europeizzazione o internazionalizzazione dei vari conflitti del Sahel si scontri con l’ostilità americana. Joe Biden ha già fatto capire che dell’Africa si interessa eccome, confermando ad esempio la missione in Somalia. E se Parigi vuole ritirarsi, l’idea è che questo avvenga con certezza sia per quanto riguarda le forze locali sia per quanto riguarda l’impegno dei partner europei o Nato. In assenza di certezze, Macron potrebbe ritardare le mosse del grande ritiro. Ipotesi che rischia inoltre di essere un clamoroso boomerang in vista delle presidenziali.

Ci prendono in giro, diminuiscono l'Irpef e poi aumentano l'Iva e l'Imu. Vaffanc.o

Pensioni: troppe tasse, taglio in arrivo

19/06/2021 - 10:27

Troppe tasse sulle pensioni, lo dice la Corte dei Conti. Il Governo Draghi è d’accordo e procederà al più presto con il taglio (ma ci sono ancora dei nodi da sciogliere).


Da anni si parla della possibilità di tagliare le tasse che si pagano sulla pensione. Diversi i progetti a riguardo, ma mai è stato deciso di procedere in tal senso: anzi, con l’ultima riforma del cuneo fiscale, con la quale è stato riconosciuto il bonus 100 euro in busta paga, ha escluso i pensionati con la promessa che questi avrebbero comunque tratto benefici dalla prossima riforma fiscale in programma, quella dell’Irpef.

Al momento non ci sono novità importanti in tal senso, con le tasse sulle pensioni che continuano a essere le solite. Ma c’è un monito importante che potrebbe accelerare qualsiasi idea di riforma fiscale: è la Corte dei Conti ad avvertire il Governo, spiegando che le tasse sulle pensioni, così come sui lavoratori dipendenti, sono troppe.

Serve, quindi, un taglio per rendere le pensioni più “leggere” dall’imposizione fiscale.

Pensioni, troppe tasse: cosa dice la Corte dei Conti

Delle tasse sulle pensioni la Corte dei Conti ne parla nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica 2021. Qui, infatti, si legge che il prelievo fiscale è “concentrato sui redditi da lavoro dipendente e pensione” e che questo è “sbilanciato sui redditi medi e con andamenti irregolari e distorsivi delle aliquote marginali effettive”.

Il problema, quindi, è che il prelievo fiscale si concentra sui redditi medi. Ma non è il solo: ci sono delle situazioni, infatti, che secondo la Corte dei Conti fanno sì che non si possa più parlare di “prelievo generale dei redditi”, quali:
  1. declino del peso dei redditi da lavoro sul PIL;
  2. persistente e significativa evasione;
  3. proliferare dei trattamenti tributari differenziati.
Per questo motivo, osserva la Corte dei Conti, sarà necessario ripensare il sistema tributario nell’intero complesso. Nel dettaglio, si dovranno “ipotizzare varie forme di ricomposizione del contributo dei prelievi diretti e indiretti alla copertura del bilancio, tra le quali adeguata attenzione potrebbe essere riservata a un parziale spostamento del prelievo dall’Irpef all’Iva”.

Diversi i suggerimenti quindi, ma l’obiettivo della Corte dei Conti è chiaro: alleggerire il carico fiscale sui redditi medi, comprese le pensioni. Una riduzione della pressione fiscale che potrà essere raggiunta, ad esempio, attraverso un consistente impulso alla lotta contro l’evasione fiscale, ma anche tagliando l’Irpef e rimodulando l’IVA.

Taglio tasse sulle pensioni: cosa ha intenzione di fare il Governo

Per il momento quello che sappiamo è che effettivamente il Governo Draghi ha in mente di attuare una riforma fiscale che avrebbe vantaggi anche sulle pensioni (a differenza di quanto fatto per il cuneo fiscale che invece ha escluso i pensionati).

Di concreto, però, c’è ancora troppo poco, tant’è che possiamo parlare più di proposte che di progetto vero e proprio. L’obiettivo è chiaro: ridurre la pressione fiscale sui contribuenti di ceto medio-basso. Il come raggiungerlo ancora no: in particolare, il dubbio riguarda le modalità di finanziamento della prossima riforma fiscale.

Si parla, appunto, di aumento dell’IVA e dell’IMU, come pure dell’incremento di altre imposte come quella di successione.

Ovviamente la riforma si muoverà in direzione di un taglio dell’Irpef, con vantaggi anche per i pensionati; il taglio dovrebbe riguardare le aliquote per le fasce di reddito più basse, ma il progetto sembra essere ancora in alto mare nonostante l’intenzione del Governo sia quello si arrivare alla stesura di un primo documento già entro il mese corrente.

La lotta intercapitalistica tra il Progetto Criminale dell'Euro e l'evoluzione di Euroimbecilandia continua

Vi racconto le fissazioni teutoniche di Laschet e Weidmann

18 giugno 2021


Che cosa dicono e fanno capire il leader della Cdu, Armin Laschet, e il componente del comitato esecutivo della Bce, Jens Weidmann.

Armin Laschet e Jens Weidmann. Segnatevi questi due nomi. No, non fanno parte della Mannschaft (così i tedeschi chiamano la loro squadra di calcio) che sta giocando gli Europei, ma promettono di dare adeguate soddisfazioni al loro Paese. Ed anche al nostro.


Tra ieri ed oggi, il primo ha partecipato ad un webinar su Bloomberg ed il secondo ha rilasciato una lunga intervista al quotidiano Handelsblatt.

Laschet è il leader della Cdu, candidato in pectore a succedere ad Angela Merkel. Weidmann è componente del comitato esecutivo della Bce ed entrambi non hanno fatto ricorso a giri di parole per farci sapere ciò che l’opinione pubblica tedesca vuole sentirsi dire: gli Stati devono tornare a fare politica di bilancio tendente verso il pareggio, e la Bce deve cominciare a dosare prudentemente gli acquisti di titoli pubblici in vista del termine della fase di emergenza e del conseguente termine del programma PEPP, strumento straordinario varato a marzo 2020 per fronteggiare l’instabilità finanziaria per la crisi innescata dal Covid.

Si sono divisi i compiti: il primo si è occupato di politica di bilancio, il secondo di politica monetaria. Le leve essenziali della politica economica di un Paese.

Laschet, in modo imperturbabile, ha affermato che, non appena la crisi sarà terminata, bisognerà tornare ad applicare i criteri di Maastricht e, sul fronte interno, tornare a conseguire il famoso “schwarze null”, il pareggio di bilancio. Il debito comune emesso per il NGEU resterà un’esperienza temporanea che non avrà seguito. Con buona pace di Enrico Letta, Romano Prodi ed altri eurosognatori vari e assortiti.

Nessun cenno alla eventualità di rivedere quelle regole, che ormai quasi tutti definiscono come un errore che, incidentalmente, ha causato quasi tre anni di recessione al nostro Paese tra 2012 e 2014. Nessun cenno al recente intervento del Fiscal Board che ha vivamente raccomandato di riformare con urgenza quelle regole, prima di reintrodurre alcunché.

In netto contrasto anche con quanto dichiarato da Mario Draghi a Barcellona, favorevole ad un sostegno alla domanda con politiche di bilancio espansive. Rimandando al medio termine i propositi di contenimento del deficit.

Anche Weidmann non si è risparmiato. Pur ribadendo la necessità di evitare un prematuro ritiro degli stimoli, ha affermato chiaramente la temporaneità dello strumento di acquisti PEPP. È temporaneo come la crisi da Covid. Finita quella, finito quello. Anzi, man mano che si manifesteranno segnali di ripresa, anche gli acquisti subiranno un dosaggio adeguato.

Sono tutte affermazioni paradossalmente positive per il nostro Paese. Pur tenendo in considerazione il clima elettorale, i due esponenti tedeschi mettono in questo modo perfettamente a nudo le contraddizioni strutturali della UE e dell’eurozona. Per stare in piedi, entrambe le istituzioni richiedono scelte di politica economica vietate dai Trattati ed invise all’opinione pubblica tedesca.

Allora non resta che fare il tifo per Armin e Jens ed augurarsi che perseguano fino in fondo gli obiettivi dichiarati. Sarà il modo per far implodere Ue ed UEM sotto il peso delle loro insanabili contraddizioni.

Forza Mannschaft!

Dopo il terrorismo, l'attuale influenza covid, l'Occidente sta preparando la terza gamba per Strategia della Paura: il CROLLO CLIMATICO

Ecco le mosse green della Banca del Giappone (e di Fed, Bce e BoE)

18 giugno 2021


La Banca centrale del Giappone lega la propria politica monetaria all’azione climatica nel solco di Fed, Bce e non solo

La Banca centrale del Giappone (BoJ) ha presentato oggi un piano per l’aumento dei finanziamenti alle attività di contrasto dei cambiamenti climatici.

L’istituzione ha inoltre fatto sapere che manterrà il suo corposo stimolo monetario per sostenere la ripresa del paese dalla crisi del coronavirus – con tassi di interesse nel breve termine del -01, per cento – e che ha posticipato di sei mesi la scadenza dei programmi di prestito e di acquisto di attività che erano stati introdotti l’anno scorso per convogliare fondi verso le aziende maggiormente danneggiate dalla pandemia.

COSA HA DETTO LA BANCA DEL GIAPPONE

La Banca del Giappone ha detto che conta di lanciare il programma di “finanziamenti climatici” entro la fine dell’anno. Il mese prossimo, però, ne pubblicherà uno schema preliminare.

In un comunicato, la BOJ ha dichiarato che “le questioni legate al cambiamento climatico possono esercitare un impatto estremamente grande sull’attività economica, sui prezzi e sulle condizioni finanziare in una prospettiva di medio e lungo periodo. Dalla prospettiva di una banca centrale, sostenere gli sforzi del settore privato contribuirà a stabilizzare l’economia nel lungo termine”.

COME FUNZIONERÀ IL PIANO

I dettagli del piano per i finanziamenti climatici non sono ancora stati annunciati. La BOJ ha detto soltanto che fornirà dei fondi alle istituzioni finanziarie che aumentano i prestiti e finanziamenti alle attività per il contrasto dei cambiamenti climatici.

Il programma sarà insomma modellato, nel suo funzionamento, su uno schema della BOJ già esistente e relativo alla concessione di prestiti agevolati alle istituzioni finanziarie che erogano molti prestiti nei settori industriali ritenuti in espansione.

COSA FA IL GIAPPONE PER PROMUOVERE LA DECARBONIZZAZIONE

Naomi Muguruma, economista presso la società di servizi finanziari Mitsubishi UFJ Morgan Stanley Securities, ha detto a Reuters che la BOJ si sta allineando all’agenda climatica del governo giapponese, che lo scorso ottobre ha annunciato l’impegno al raggiungimento della neutralità carbonica (ovvero l’azzeramento netto delle emissioni di gas serra) entro il 2050.

Lo sforzo climatico-finanziario del Giappone non si limita alla sfera domestica, ma si rivolge anche all’estero. Il governo sta infatti lavorando a un meccanismo di prestiti e di investimenti pubblico-privati da 10 miliardi di dollari per sostenere il processo di decarbonizzazione nei dieci paesi dell’ASEAN, l’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico

COSA FA LA BCE SUL CLIMA

La BOJ non è l’unica banca centrale ad aver collegato la propria politica monetaria all’azione climatica. La Banca centrale europea (BCE) è forse quella più attiva su questo fronte: l’Unione europea, d’altra parte, vuole intestarsi la lotta internazionale al riscaldamento globale.

La presidente della BCE, Christine Lagarde, ha fatto della questione climatica una priorità, e a tal proposito ha dichiarato recentemente che “i costi di breve termine della transizione [energetica, ndr] impallidiscono in confronto ai costi nel medio e lungo periodo del mancato contenimento del cambiamento climatico”.

La BCE ha investito in obbligazioni verdi (green bonds) e incluso il rischio climatico tra i fattori utilizzati nella propria revisione annuale sulla condizione delle banche, che serve a valutare se questi istituti possiedano riserve finanziarie sufficienti per far fronte a eventuali perdite.

Lo scorso novembre la BCE ha istituito un comitato di vigilanza per monitorare l’esposizione al rischio climatico (inondazioni, incendi, siccità) degli asset degli enti finanziari. Su questo punto, a fine aprile Bloomberg ha scritto che la BCE stava esaminando la situazione di 112 big lenders – cioè grandi soggetti che prestano denaro – e che potrebbe imporre il rispetto di requisiti minimi ai più esposti.

LA MOSSA DELLA FED NEGLI STATI UNITI

Similmente, la banca centrale degli Stati Uniti – la Federal Reserve (Fed) – ha richiesto agli enti di credito di iniziare a fornire informazioni sulle misure intraprese per mitigare i rischi climatici dei propri portafogli. Anche in questo caso, sembrerebbe che la Fed si stia allineando all’agenda climatica del presidente Joe Biden.

LO “STRESS TEST” DELLA BANK OF ENGLAND

Dieci giorni fa la banca centrale del Regno Unito, la Bank of England, ha avviato un grande stress test per le banche e le compagnie assicurative più grandi del paese per valutarne il grado di resilienza ai cambiamenti climatici: tra i soggetti coinvolti ci sono i gruppi bancari HSBC e Barclays e le società assicurative Aviva e Phoenix Group.

Senza l'acciaio non c'è industria e senza di questa non c'è sviluppo

Aumento dei prezzi di materie prime, rottame e coils: ecco perché il tubo d’acciaio italiano è fragile

di Laura Magna ♦︎ 
16 giugno 2021

Il nostro Paese ha perso il 13,5% dei volumi lo scorso anno. Questo perché si tratta di un prodotto usato da settori utilizzatori a loro volta che arrancano a riprendere quota: oil&gas, automotive, energia, costruzioni, meccanica. I signori italiani del comparto? Da Tenaris a Marcegaglia, da Padana tubi a Ast fino a Sideralba. La visione di Pipex Italia, Ata, Morandi Steel


Il tubo d’acciaio italiano è fragile. È il comparto che ha più sofferto nei mesi di lockdown e anche in questo periodo di lenta ripresa, perché è largamente usato da settori utilizzatori a loro volta che arrancano a riprendere quota: oil&gas in particolare, ma anche automotive, energia, costruzioni, industria meccanica. La produzione di tubi è dunque diminuita a doppia cifra anno su anno a livello globale e in maniera ancora più drastica per l’Italia.

Il nostro Paese, esportatore netto del prodotto, ha perso circa il 13,5% dei volumi lo scorso anno, con cali più pesanti della media mondiale soprattutto per i tubi saldati di grande diametro (-19,5%). Per tornare alla normalità dei livelli del 2018/2019 si dovrà attendere il 2023. E non è finita: pesanti contraccolpi sull’intero comparto sono dipesi in particolare dagli aumenti delle quotazioni delle materie prime, del rottame e, soprattutto, dei coils. Aumenti che non accennano a fare marcia indietro, gettando un’ombra scura sul futuro di quello che è uno dei comparti di eccellenza della siderurgia italiana. Che, lo ricordiamo, è un’industria da 60 miliardi di euro di fatturato ed è seconda in Europa, dopo la Germania.


La produzione di tubi è dunque diminuita a doppia cifra anno su anno a livello globale e in maniera ancora più drastica per l’Italia. Il nostro Paese, esportatore netto del prodotto, ha perso circa il 13,5% dei volumi lo scorso anno, con cali più pesanti della media mondiale soprattutto per i tubi saldati di grande diametro (-19,5%). Per tornare alla normalità dei livelli del 2018/2019 si dovrà attendere il 2023

I signori italiani dei tubi: da Tenaris a Marcegaglia, a Padana tubi a Ast e Sideralba

Gianfranco Tosini, dell’Ufficio Studi di siderweb

Da Marcegaglia al gruppo Arvedi, alla Tenaris del gruppo Rocca a Padana tubi a Sideralba, fino allo storico Acciai Speciali Terni: i maggiori produttori italiani di tubi hanno nomi altisonanti e dimensione da colossi. L’Italia è patria di produzioni altamente avanzate e tecnologiche nell’ambito dei tubi, ed è anche terra di record. Nel nostro Paese ha sede, per esempio, il più grande stabilimento al mondo dedicato ai tubi saldati inossidabili: si tratta di Marcegaglia Forlì, che ospita 33 tubifici. E che fa capo all’omonimo colosso siderurgico, che ha fatturato di 5,5 miliardi di euro e 6.600 dipendenti, 28 stabilimenti in cui vengono lavorati 6,2 milioni di tonnellate ogni anno tra cui i tubi. Quello in acciaio inossidabili per l’industria alimentare, meccanica e automotive, escono da 4 stabilimenti produttivi, che hanno una capacità annua totale di 400.000 tonnellate: oltre alla già citata fabbrica di Forlì, quelle russa, turca e brasiliana. E non solo: l’azienda produce una vasta gamma di tubi in acciaio al carbonio: a partire da quelli saldati formati a freddo per impieghi strutturali (la sua offerta di tubi per micropali – che si usano nelle fondazioni – è in particolare la più ampia del mondo). E ancora, tubi per impieghi a pressione, tubi in acciaio per condotte di fluidi combustibili, tubi per il trasporto di acqua e altri liquidi acquosi, tubi adatti per saldatura e filettatura, tubi per trafori petroliferi.

Marcegaglia Ravenna

Nel settore dell’esplorazione e della produzione di petrolio e gas, spicca il produttore di tubi che fa capo alla famiglia Rocca, Tenaris Dalmine. Anche in questo caso parliamo di un leader globale, parte di una conglomerata: il gruppo Techint, insieme a Ternium, Techint Engineering & Construction, Tenova, Tecpetrol e Istituto Clinico Humanitas. Tenaris ha subito i contraccolpi del calo di mercato del 2020: con il fatturato che si è contratto del 29%, fermandosi a 5,147 miliardi di dollari dai 7,294 miliardi dell’anno precedente. La società, quotata a Wall Street e a Milano, è l’eredità di quell’Agostino Rocca, classe 1895, cresciuto come ingegnere nelle acciaierie Dalmine e considerato uno dei pionieri della siderurgia pubblica italiana. Un altro leader del mercato dei tubi è il gruppo Arvedi con Arvedi Tubi Acciaio (Ata), che ha una capacità di 650mila tonnellate all’anno. Ata è stata tra le prime società del gruppo fondate dal signore dell’acciaio Giovanni Arvedi, nel 1973. Dalla prima produzione di tubi saldati di acciaio al carbonio, l’azienda è cresciuta – anche grazie all’acquisizione nel 2008 di Metalfer SpA, il più importante trafilatore di tubi in Italia e tra i principali in Europa e oggi fornitore diretto dell’automotive. Oggi Ata presenta una gamma completa che comprende tubi di grosso diametro (fino a 14″) e di sagomati (quadri e rettangoli). La produzione dell’Arvedi Tubi Acciaio è suddivisa in due grandi famiglie, i tubi laminati a caldo ed i tubi elettrosaldati. A valle delle linee di produzione una zincatura a caldo, forni di normalizzazione, linee di finitura, prova idraulica, controlli non distruttivi e tagli a misura, permettono di aggiungere lavorazioni ulteriori.

Interno dell’Acciaieria Arvedi

Tra i leader dei tubi compare Padana Tubi, fondata nel 1970 a Guastalla dalla famiglia Alfieri con l’obiettivo di produrre tubi saldati per carpenteria in acciaio al carbonio oggi comprende nella gamma anche tubi in acciaio inossidabile, per una capacità complessiva di 800mila tonnellate di tubi in acciaio prodotti e venduti ogni anno. Ancora, Sideralba, del gruppo Rapullino, nella gamma comprende tubi saldati e zincati a caldo, ha la sua sede principale ad Acerra, nel napoletano, e produce e commercializza 600.000 tonnellate all’anno di coils, tubi, nastri, lamiere da coils e profili aperti. Con la recente acquisizione degli impianti del gruppo Ilva in Tunisia e di Tunisacier, Sideralba ha esteso la propria produzione con l’intero ciclo siderurgico per la produzione dei coils a freddo e rivestiti. La produzione di tubi è una delle eccellenze di Acciai Speciali Terni, che è specializzata nell’inox. In un unico stabilimento di produzione integrato dà vita a piani in acciaio inossidabile e tubi in acciaio inox elettrosaldati. In particolare la produzione di tubi si estende per oltre 45–000 metri quadrati (di cui 26.000 mq sono coperti). Acciai Speciali Terni è ancora proprietà di thyssenKrupp, che da qualche settimana avrebbe aperto la procedura di vendita. All’acquisto sarebbero interessati almeno una decina di gruppi, tra cui, secondo le indiscrezioni del mercato anche le già citate Marcegaglia e Arvedi. Questo nonostante un bilancio in profondo rosso nell’anno fiscale 2019-2020 (chiuso al 30 settembre), con una perdita di quasi 157 milioni di euro e ricavi in calo da 1,685 a 1,472 miliardi di euro.

Il mercato globale dell’acciaio: a che punto siamo

I numeri delle eccellenze italiane riflettono e amplificano la debolezza di un mercato globale ferito. E dunque iniziamo l’analisi proprio a partire dai numeri generali, che mostrano un calo importante innanzitutto in termini di produzione. Lo illustra Gianfranco Tosini, dell’Ufficio Studi di siderweb, nel corso di un evento online: «La produzione globale è diminuita a due cifre per effetto dei lockdown, che ovviamente hanno influenzato anche la domanda, con l’unica eccezione della Cina, che più rapidamente si è ripresa rispetto al resto del mondo: cosa che le ha consentito di guadagnare nuove fette di mercato». Complessivamente nel 2020, «la domanda mondiale di acciaio è salita dello 0,3% rispetto al 2019 solo per effetto della domanda cinese». La Cina è l’unico Paese in cui l’industria siderurgica ha ripreso forza rapidamente dopo le batoste che sono arrivate dai lockdown. Soprattutto perché le chiusure sono durate meno (due mesi contro i cinque medi del resto del mondo): le chiusure più durature e il recupero più lento del resto del mondo ha ridotto l’offerta complessiva mentre la domanda cinese riprendeva quota e dunque questa dinamica ha spinto in alto i prezzi delle materie prime. Che in un circolo vizioso ora pesano sulla ripresa globale dei settori che da quelle materie prime dipendono.

La produzione globale è diminuita a due cifre per effetto dei lockdown, che ovviamente hanno influenzato anche la domanda, con l’unica eccezione della Cina, che più rapidamente si è ripresa rispetto al resto del mondo: cosa che le ha consentito di guadagnare nuove fette di mercato

«La Cina invece – continua Tosini – è riuscita a calmierare i rincari in due modi: riducendo le importazioni e rafforzando la produzione interna. Per ottenere questo risultato è stata varata una riforma di taglio dei benefici fiscali all’export per le materie prime e i semilavorati». Il più tempestivo recupero cinese porterà Pechino a recuperare i livelli pre Covid nel corso di quest’anno.

I numeri dei tubi

Se c’è un settore siderurgico che in questo panorama già sconfortante ha sofferto in particolare, è quello dei tubi. «La produzione globale dei tubi – dice Tosini – è scesa dell’11,55% rispetto all’anno precedente, ma se anche in questo caso escludiamo la Cina che pesa per un 58% a livello mondiale, il calo percentuale sale ad un -16%. La tipologia più colpita è stata quella dei tubi senza saldatura (-20%) a fronte del calo degli investimenti nel continente americano». Anche i tubi di diametro superiore ai 406,4 mm hanno perso il 15,3% mentre quelli più piccoli hanno registrato solo -7,4%.

La produzione globale dei tubi è scesa dell’11,55% rispetto all’anno precedente, ma se anche in questo caso escludiamo la Cina che pesa per un 58% a livello mondiale, il calo percentuale sale ad un -16%

I tubi hanno subito forte l’impatto della materia prima, rappresentata da coils in acciaio al carbonio che hanno raggiunto quotazioni da record. Le lavorazioni sono complesse e le siderurgie italiane hanno una tradizione importante nella produzione di tubi di elevata qualità. I coils tipicamente vengono dapprima tagliati longitudinalmente su apposite linee per ottenere nastri, la cui larghezza corrisponde allo sviluppo del diametro del tubo che si vuole ottenere. I nastri, caricati sulle linee di formatura e saldatura, vengono svolti e curvati progressivamente in continuo attraverso una serie di passi a rulli, fino ad assumere un profilo a “C” rovesciata. I bordi del nastro vengono riscaldati attraverso un sistema ad induzione ad alta frequenza, e pressati fino a compenetrarsi realizzando una saldatura senza apporto di materiale.

I tubi hanno subito forte l’impatto della materia prima, rappresentata da coils in acciaio al carbonio che hanno raggiunto quotazioni da record. Le lavorazioni sono complesse e le siderurgie italiane hanno una tradizione importante nella produzione di tubi di elevata qualità

La produzione italiana ha subìto un crollo molto più pesante rispetto alla media mondiale. I tubi senza saldatura sono crollati del -18,3%, quelli di grande dimensione del 19,5% e quelli di piccola dimensione del -10,3%. Il calo medio è quindi del 13,5% per 3,647 milioni di tonnellate di tubi prodotti in Italia, per cui siamo esportatori netti. Le prospettive non sono rosee almeno nel breve: «Il settore Oil & Gas con gli Octg (Oil Country Tubular Goods, aste di perforazione, rivestimento e tubi utilizzati sia onshore sia offshore nell’industria petrolifera, ndr), che valgono circa il 50% del consumo di tubi nel mondo sarà determinante – dice Tosini – La crisi ha ridotto i prezzi e le entrate delle compagnie petrolifere provocando una riduzione del 34% degli investimenti nel 2020 rispetto al 2019. Un minimo storico da quale si risalirà a partire dal prossimo anno, con una crescita attesa del 25% annuo. Ma il ritorno alla situazione pre-crisi pandemica avverrà non prima del 2023. Negli anni successivi la crescita degli investimenti sarà rallentata dalla maggiore efficienza energetica e dalla transizione ecologica. Una prospettiva che probabilmente penalizzerà soprattutto i tubi senza saldatura».


Il settore Oil & Gas con gli Octg (Oil Country Tubular Goods, aste di perforazione, rivestimento e tubi utilizzati sia onshore sia offshore nell’industria petrolifera, ndr), che valgono circa il 50% del consumo di tubi nel mondo sarà determinante. La crisi ha ridotto i prezzi e le entrate delle compagnie petrolifere provocando una riduzione del 34% degli investimenti nel 2020 rispetto al 2019


Il mondo ha scoperto l’acciaio: la visione di Pipex Italia

Luigi Cuzzolin, amministratore delegato di Pipex Italia

Le turbolenze nel settore hanno avuto la conseguenza «positiva, che il mondo ha scoperto che esiste l’acciaio»: questo è il pensiero di Luigi Cuzzolin, amministratore delegato di Pipex Italia, azienda fondata nel 1993 come organizzazione commerciale di uno dei maggiori produttori europei di tubi in acciaio senza saldatura, la slovacca Zeleziarne Podbrezova, la cui necessità era quella di accedere a nuovi mercati oltre l’Europa dell’est. Nel corso degli anni, Pipex Italia, la cui sede legale è a Milano, è stata in grado di costruire un rapporto consolidato con i propri clienti andando incontro alle loro esigenze con un’offerta che va oltre la gamma dimensionale prodotta dalla casa madre e con altri tipi di prodotti e servizi che porta in tutto il mondo. La produzione contempla un’ampia gamma di tubi e condotte in acciaio al carbonio e legati, tubi e condotte laminati a caldo in acciaio al carbonio, tubi laminati a caldo o trafilati a freddo senza saldatura, tubi saldati in acciaio al carbonio, tubi in acciaio inossidabile, tubi in rame e leghe di rame senza saldatura. Ma, al di là del faro acceso su un settore strategico, le conseguenze per produttori e distributori sono drammatiche.

A pesare sono soprattutto i prezzi record dei coils «Abbiamo subito un pesante contraccolpo dovendo acquistare materie prime ai prezzi che, di fatto, vengono stabiliti sulla base dell’elevata marginalità dei produttori: che impattano in maniera negativa sul resto della filiera», spiega Cuzzolin. Ma anche sul settore delle infrastrutture «che fa già registrare un rallentamento progettuale e che potrebbe frenare ancora». Quanto ai prodotti a valle, nel tubo senza saldatura, «in Italia non c’è un player di riferimento ed il mercato è molto frammentato, con settori utilizzatori come l’Oil & Gas che registrano una fisiologica contrazione dei volumi, compensata solo in minima parte dal travaso che si è registrati dal settore dei saldati». Un altro tema è quello della normativa di Salvaguardia (che fissa dazi all’import da parte dell’Ue, ndr), che secondo Cuzzolin verrà prorogata a luglio. «Esportiamo il rottame in Paesi che poi ci rivendono tubi a prezzi competitivi rispetto ai nostri. È un tema generale, anche senza considerare casi estremi come quello di un tubificio cinese (Hubei Xinyegang con sede a Huangshi; ndr) che, avendo vinto un ricorso proprio contro l’imposizione, può vendere i propri prodotti senza alcun aggravio».

I prezzi della materia prima: in continua ascesa, secondo Morandi Steel

Giorgio Maschietto, general & sales manager di Morandi Steel

Secondo Giorgio Maschietto, general & sales manager di Morandi Steel, «il trend di aumento dei prezzi proseguirà, anche se in modo più lieve rispetto al recente passato», e «nelle costruzioni – settore nel quale, insieme a quelli dei prodotti per le acciaierie e della carpenteria meccanica Morandi Steel è particolarmente attiva – c’è un rallentamento dei progetti». Morandi Steel, azienda di Flero, nel bresciano, tradizionalmente posizionata a livello della distribuzione di tubi in acciaio al carbonio, dispone di un’ampia gamma di tubi in carbonio e ha un forte focus su prodotti strutturali, formati a caldo e a freddo, largamente utilizzate dai tre settori utilizzatori citati da Maschietto. Le lance termiche sono invece utilizzate dalle acciaierie in diverse fasi del processo di produzione dell’acciaio. Morandi Steel integra la fornitura di un’ampia gamma di prodotti in acciaio al carbonio con lavorazioni le più svariate, dalla filettatura, alla manicottatura, alla sbavatura e conificatura fino alla lavorazione laser. Insomma, un tubo in acciaio su misura.

Un tubo di qualità che, spiega il manager, «ha un prezzo alto e potrebbe perdere quote di mercato. Ma è anche vero che la domanda dei clienti tuttavia va sempre più verso il prodotto finito: per adeguarci abbiamo inaugurato un impianto per il taglio laser e con la digitalizzazione, miriamo a offrire sempre più servizi personalizzati». Grazie a cui nel primo semestre la marginalità del gruppo è stata buona anche a fronte di «volumi non particolarmente elevati, mentre per il secondo abbiamo in portafoglio ordini importanti che ci fanno pensare positivo». Ciononostante, secondo Maschietto, «per avere un’idea più precisa di cosa ci attende nel futuro sarà decisivo valutare la ricaduta del Recovery Plan sulle iniziative che vedranno la luce». Il riferimento è in particolare «ai miliardi destinati dal piano per infrastrutture e mobilità. Molto, però – ha detto il general & sales manager di Morandi Steel – dipenderà da come saranno gestiti e va anche ricordato che le iniziative che li riguardano dovranno essere definite entro il 2022».

Il 2021: un anno di transizione, secondo Ata

Pierluigi Pegorari, amministratore delegato di Arvedi Tubi Acciaio (Ata)

Il 2021 sarà un anno di transizione. Lo afferma Pierluigi Pegorari, amministratore delegato di Arvedi Tubi Acciaio (Ata). Il mercato dei tubi ha tempi di risposta molto brevi e lo stallo attuale, secondo Pergorari «è dovuto al timore che le acciaierie europee possano avere maggiori volumi da riversare sul mercato. E che questo avvenga in concomitanza con il rallentamento produttivo dell’auto in cui c’è carenza di microchip. Al momento gli ordinativi e le consegne dei produttori sono già orientati a fine anno: per cui non credo si possano fare acquisti importanti con un orizzonte temporale inferiore ai 5/6 mesi». Mentre sul fronte delle costruzioni, che finora ha dato le maggiori soddisfazioni agli operatori nazionali di acciaio «si osserva l’esaurimento dei portafogli ordini e c’è timore sull’impossibilità di reintegrarli a causa dei prezzi alle stelle». Quanti ai diversi mercati nazionali, secondo Ata, c’è da attendersi una buona risposta di acquisti da Europa e Sudamerica, mentre non ci sono grandi prospettive di cambio di scenario per gli Stati Uniti, ancora protetti dai dazi della Section 232.

Rapullino: la nuova terra promessa per l’acciaio italiano è il Nord Africa

Anche per Sideralba «il 2021 sarà un anno di transizione, e lo sarà trasversalmente su tutti i prodotti. Noi serviamo praticamente tutti i settori utilizzatori e l’andamento di base è lo stesso per tutti. Al di là dei prezzi alle stelle, che continueranno a nostro avviso a salire il consumo è a livelli normali, ancora al di sotto dai livelli pre-crisi». A dirlo è Luigi Rapullino, ad dell’intero gruppo Rapullino, oltre che di Sideralba, secondo cui le quotazioni dei tubi potrebbero aumentare sensibilmente, stante il delta con i coils. Resta da capire «a quale livello si porteranno i prezzi, vista la dinamica in corso, se nel 2022 ci sarà anche un incremento di consumo di acciaio», secondo Rapullino.

Luigi Rapullino, ad dell’intero gruppo Rapullino, oltre che di Sideralba

Ma quando a Rapullino, aver acquistato il 50% del proprio fabbisogno di coils dai propri stabilimenti tunisini ha consentito di ottenere un calmiere sul fronte dei costi migliorando la flessibilità. «Uno dei problemi italiani è lo stallo dello stabilimento di Taranto, ancora lontano dai livelli di fornitura a cui aveva abituato la filiera tradizionalmente. Questo ci fa guardare all’estero sempre più e aumenta il lead time a 5/6 mesi». Quanti ai mercati di sbocco, Rapullino guarda al Nord Africa, a partire dalla Tunisia la cui produzione industriale ha segnato un aumento del +3,5% nell’ultimo trimestre. Ottime prospettive potrebbero arrivare dalla «Libia, un paese completamente da ricostruire. E così come è stato per l’Algeria alcuni anni fa i Paesi africani tendono a privilegiare le forniture da Paesi limitrofi, e questo ci offre un posizionamento ideale».