Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 16 agosto 2018

Macron, il fanfulla, è scomparso. E non è ancora finita

FRANCIA

La pericolosa solitudine
di Emmanuel Macron
Cultura, visione,, competenze tecniche ed economiche, spirito di sacrificio e onestà riconosciuta non risparmiano evidentemente nemmeno a lui la sindrome del potere, l’idea che il successo e il consenso siano sufficienti a scansare incidenti di percorso


Un assordante silenzio accompagna le brevi vacanze di Emmanuel Macron. Il presidente francese e la moglie Brigitte non parlano e appaiono raramente in pubblico, mentre l’opinione pubblica e il mondo politico, fra gossip e rivelazioni più o meno attendibili, s’interrogano sulle conseguenze dello scandalo Benalla (la guardia del corpo di Macron, un po’ troppo vicina al presidente, troppo disinvolta e poi troppo protetta) e guardano con apprensione alla ripresa di settembre. La Francia non ha certo bisogno di un presidente arroccato e bersagliato da sospetti umilianti, in calo nei sondaggi, costretto a rinviare un’ambiziosa riforma costituzionale concepita per semplificare le istituzioni, assediato dalle opposizioni che rialzano la testa e da sindacati che vorrebbero cogliere l’opportunità di bloccare o almeno addolcire la pillola delle riforme strutturali messe in cantiere nel primo anno di presidenza. Non ne ha bisogno nemmeno l’Europa alla vigilia di elezioni cruciali per la sussistenza (o l’implosione) di un progetto ideale di cui Emmanuel Macron e Angela Merkel sono ancora i promotori indispensabili, benchè non sufficienti. Nel primo anno di presidenza, Macron ha incarnato un’ambizione e una volontà di rilancio del progetto, per spegnere nel Vecchio Continente il riemergere di « passioni tristi», populismo, xenofobia, sovranismo, e trovare contromisure all’unilateralismo di Trump.

Ma oggi? Certo è che Macron si è fatto male da solo, facendo affidamento in modo eccessivo su una pattuglia di fedelissimi consiglieri all’Eliseo, su una straordinaria ma inesperta e variegata maggioranza parlamentare, sui poteri che il sistema francese conferisce al presidente come in nessun’altra democrazia e soprattutto su sé stesso, al punto da commettere incredibilmente alcuni degli errori che hanno accompagnato il declino dei predecessori. Il risultato è che crescita economica, fiducia delle imprese, euforia per la vittoria ai mondiali di calcio sono punti a favore improvvisamente annebbiati nel tritatutto mediatico. Cultura, visione della Francia e del mondo, competenze tecniche ed economiche, spirito di sacrificio e onestà riconosciuta non risparmiano evidentemente nemmeno a Macron la sindrome del potere, l’idea che il successo e il consenso siano sufficienti a scansare incidenti di percorso, agguati e ricatti nei corridoi delle istituzioni e dei ministeri, insofferenze in molti ambienti — funzionari, militari, diplomatici, intellettuali — che hanno avvertito un atteggiamento decisionista e accentratore, in Francia frequentemente definito, anche a sproposito, come «deriva bonapartista ».

Per questo si sente dire che l’affare Benalla non è affatto chiuso. Molti ne vogliono approfittare. La conservazione è in agguato. I nemici dell’Europa non si augurano di meglio. E’ la classica fessura in cui s’infilano ogni genere di veleni, calcoli, aspettative.

14 agosto 2018 (modifica il 14 agosto 2018 | 19:44)

L'Africa si emancipa con la guida ideologica del Sud America e con la praticità della Cina e gli occidentali (Francia in primis) sono furiosi

Africa: intellettuali rivoluzionari 'ispirati dall'America Latina'



A volte, la situazione in Africa può sembrare disperata. Il saccheggio e il genocidio nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) continuano; le politiche neocolonialiste francesi nell'Africa centrale e occidentale stanno gettando intere nazioni in tumulto e disperazione. I quadri jihadisti per lo più impiantati (spesso dagli alleati occidentali) sono attivi in dozzine di paesi, tra cui Nigeria, Kenya e Mali.

L'imperialismo occidentale ha distrutto il continente da secoli. Lo spietato e brutale saccheggio non si è mai veramente fermato fino ad oggi. Non c'è nessun altro continente sul nostro pianeta che sia stato così profondamente brutalizzato, umiliato e torturato.

Ma tutto è davvero perso?

Ho passato sei anni in Africa. Ho scritto del continente, dal Sudafrica alle Mauritius, Capo Verde, al Congo e al Ruanda. Ho realizzato film documentari, tra cui "Ruwanda Gambit" e "One Flew Over Dadaab", oltre a film per teleSUR. E alla fine sono dovuto fuggire, quattro anni fa, perché la mia sicurezza era a rischio.

Per un po' non ho nemmeno osato venire in Kenya, la mia ex base. Le cose sono cambiate all'inizio di quest'anno, quando sono stato invitato a parlare ai leader dell'opposizione rivoluzionaria africana presso l'Ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Nairobi, e ho deciso di correre un rischio e di andarci.

Il Kenya è cambiato?

Sì e no.

Le baraccopoli in cui ho girato il mio documentario erano le stesse. I graffiti orribili continuavano a "decorare" i luoghi in cui la violenza elettorale ha provocato diverse morti, in due occasioni. La miseria era ovunque. Le gang avevano ancora il controllo delle principali baraccopoli. Nei quartieri più ricchi, i disperatamente poveri passavano davanti ai complessi e alberghi di lusso.

Tuttavia, c'era qualcosa di completamente nuovo nell'aria. Era una speranza.

La Cina è entrata, a tutta forza, e ha ha iniziato a costruire infrastrutture, a basso costo ed efficienti. Nairobi ha ora una nuova e meravigliosa stazione ferroviaria; ha un treno espresso che la collega alla città portuale costiera di Mombasa. Presto, gli ingegneri cinesi estenderanno nuove linee ferroviarie in Uganda, e se tutto andrà bene, per l'Etiopia senza sbocco sul mare. La Cina sta costruendo scuole e ospedali, ma anche strade, marciapiedi e edifici governativi.

L’Occidente è furioso e continua a diffamare la Cina. Per secoli, ha solo preso; senza mai restituire nulla. La Cina dà e prende e spesso dà più di quello che prende. Tutti i sondaggi indicano che le nazioni africane hanno una visione estremamente positiva della Cina (solo il 13% considera la Cina negativamente nel paese più popoloso dell'Africa, la Nigeria, secondo un rapporto del Centro ricerche PEW).

Quando si parla della sinistra rivoluzionaria in Africa, quasi nessuno ha dubbi sul fatto che sarà l'America Latina (ideologicamente) e la Cina (praticamente) a contribuire a far uscire paesi come il Kenya dalla dipendenza neo-colonialista e neoliberista e dall'incubo.

"Le cose stanno cambiando anche sotto questo governo di Uhuru, che difficilmente può essere descritto come socialista", spiega il mio amico e leader dell'opposizione di sinistra del Kenya, l'ex deputato Mwandawiro Mghanga. È un fedele amico di Cuba e Venezuela. "Cose che sarebbero state inimmaginabili solo pochi anni fa sono ora in atto: il Kenya sta introducendo cure mediche di base e gratuite per tutti, la Cina sta collegando l'Africa orientale con strade e ferrovie. Incoraggiato, il governo si sta avvicinando alla Cina e allontanando dall’Occidente”. 

Potrebbe essere pericoloso, perché l'Occidente è noto per rovesciare interi governi e sostenere l'opposizione in molte nazioni che osano lavorare a stretto contatto con Cina e Russia. Ma l'Africa non ha scelta: per secoli ha sofferto, è stata derubata di tutto. Deve cambiare rotta.

Il Segretario Nazionale Organizzativo dell’SDP-Kenya (socialista) Booker Ngesa Omole non ha dubbi sul ruolo che la Cina svolge in Africa:

"Il rapporto tra Cina e Kenya in particolare, e in generale l'Africa, ha portato non solo a uno straordinario sviluppo delle infrastrutture, ma anche a un autentico scambio culturale tra la popolazione cinese e africana

"Ha anche fatto capire agli africani il popolo cinese in prima persona, lontano dalle mezze verità quotidiane e dalle bugie generate contro la Cina e il popolo cinese e trasmesse a livello globale attraverso le fabbriche di menzogne come la CNN.

"Ha anche dimostrato che esiste un modo diverso di relazionarsi con i cosiddetti partner di sviluppo e il capitale internazionale: i cinesi hanno sviluppato una politica di non ingerenza negli affari interni di un paese sovrano, al contrario degli Stati Uniti e i paesi occidentali, che attraverso il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, hanno imposto politiche distruttive al continente che hanno portato alla sofferenza e alla morte di molti africani, come quel famigerato piano di adeguamento strutturale, un piano killer, la cui attuazione ha fatto salire alle stelle il tasso di disoccupazione keniano, con il nostro paese finito in bancarotta.

"Un altro termine di paragone è la velocità con cui i progetti vengono eseguiti: in passato abbiamo avuto un processo burocratico, raccapricciante e costoso, che poteva richiedere diversi anni prima che qualsiasi lavoro potesse avere inizio.

“Questo è cambiato con l’attivo dei capitali cinesi: vediamo che i progetti vengono eseguiti in tempo, vediamo un lavoro di altissima qualità al contrario di quanto affermano i media occidentali”.

Durante la mia visita, ho compreso chiaramente quale grande ispirazione sia il Venezuela che Cuba stanno fornendo ai rivoluzionari africani.

"Questa è casa tua, vieni in qualsiasi momento", ha dichiarato José Avila Torrez, incaricato d'affari dell'ambasciata venezuelana a Nairobi, in Kenya.

Ho tenuto un discorso e abbiamo avuto una lunga discussione sulla situazione attuale in Medio Oriente, Cina e Russia. I presenti erano leader dell'opposizione di sinistra africana, la maggior parte giovani.

Era ovvio che la sinistra africana si aggrappava intuitivamente alla sinistra in America Latina. C'era un "linguaggio comune", per così dire. La Cina è qualcosa che gli africani stanno cercando di imparare e capire. Migliaia di generose borse di studio per le università cinesi aiuteranno sicuramente, ma ci vorrà del tempo per superare le barriere culturali.

Ho parlato con molte persone e lasciato l'Africa convinto che le cose si stanno lentamente spostando nella giusta direzione. I cambiamenti richiederanno del tempo. La rivoluzione sta arrivando, ma non è ancora dietro l'angolo. La vera decolonializzazione è possibile, ma deve esserci un aiuto esterno; il continente è troppo ferito per fare tutto da solo.

La Cina aiuterà, logisticamente, economicamente e socialmente. L'America Latina sta aiutando, ideologicamente. La Russia dovrebbe aderire (sfortunatamente, la sua presenza in Africa è nominale al momento).

Per ora, l’Africa sanguina, ma lentamente si sveglia, cercando di andare avanti. Non c'è dubbio che lo slancio sia in fase di costruzione. 

*Andre Vltchek is a philosopher, novelist, filmmaker and investigative journalist. He has covered wars and conflicts in dozens of countries. Three of his latest books are his tribute to “The Great October Socialist Revolution” a revolutionary novel “Aurora” and a bestselling work of political non-fiction: “Exposing Lies Of The Empire”. View his other books here. Watch Rwanda Gambit, his groundbreaking documentary about Rwanda and DRCongo and his film/dialogue with Noam Chomsky “On Western Terrorism”. Vltchek presently resides in East Asia and the Middle East, and continues to work around the world. He can be reached through his website and his Twitter.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

Notizia del: 14/08/2018

mercoledì 15 agosto 2018

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - uccidono e sequestrano i bambini

World Affairs / L’impunità di uno Stato canaglia

L’impunità di uno Stato canaglia


35 bambini palestinesi uccisi dall’esercito israeliano di occupazione

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ucciso almeno 35 bambini palestinesi, di cui 30 a Gaza e cinque nella Cisgiordania occupata, rendendo il 2018 un anno da record per i bambini uccisi in Palestina in quasi quattro mesi, e ancora l’anno non è finito. La ONG Defense for Children International Palestine (DCIP) ha determinato il numero totale di vittime in un rapporto pubblicato lunedì. Da quando sono state rilasciate le ultime cifre delle vittime, i raid aerei israeliani a Gaza hanno ucciso una bambina di 18 mesi insieme a sua madre che era incinta di nove mesi, il che significa che le cifre delle vittime continuano a crescere anche dopo dalla pubblicazione del rapporto. Secondo il DCIP, quest'anno il numero di bambini palestinesi uccisi dalle forze israeliane ha superato il numero di ogni singolo anno nell'ultimo decennio, al di fuori delle offensive militari israeliane su larga scala.

Il precedente record è stato stabilito nel 2016, quando l'IDF ha ucciso 32 bambini palestinesi, per lo più nella Cisgiordania occupata. Non sorprende che queste cifre siano piccole rispetto al numero di bambini palestinesi che sono stati uccisi in precedenti offensive IDF contro Gaza, come il conflitto del 2014 che ha causato la morte di circa 504 bambini, comprendente quasi un quarto del totale del bilancio di vittime palestinesi. Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma Accountability al DCIP, ha dichiarato in una nota: “Le forze israeliane hanno operato con impunità pressoché completa per così tanto tempo che le uccisioni illegali e altre flagranti violazioni del diritto internazionale sono diventate la norma. L'impunità unita all'aumento dell'uso di munizioni vere da parte di Israele come metodo per reprimere i dimostranti dal 2014 significa che non esiste un meccanismo legale che fermerà questo spargimento di sangue ".

In effetti, come suggerisce Eqtaish, l'uso di munizioni vere da parte di Israele come mezzo per affrontare disordini è un fattore chiave del bilancio record di vittime tra i bambini palestinesi, dato che la maggior parte delle vittime infantili di quest'anno sono state conteggiate nella Striscia di Gaza durante le proteste lungo Gaza - Recinzione del confine israeliano. La risposta dell'IDF alla protesta ha visto anche un alto numero di bambini ricoverati per ferite, di recente l'ONU ha riferito che, tra il 30 marzo e il 2 agosto, sono stati ricoverati in ospedale 1.467 bambini, principalmente per ferite da proiettile o inalazione di gas lacrimogeno. In totale, le proteste a Gaza - iniziate della "grande marcia del ritorno" - hanno visto l'IDF uccidere oltre 164 palestinesi e ferire oltre 17.000. Tutti, feriti e uccisi durante le proteste erano disarmati.

Nonostante questo, e nonostante la protesta internazionale, la Corte Suprema israeliana ha stabilito che le regole di ingaggio dell'IDF sono in linea con i "parametri internazionali". Oltre alle uccisioni, lo stato israeliano mantiene anche un numero incredibilmente alto di prigionieri palestinesi bambini. L'unico paese al mondo dove i bambini vengono processati dai tribunali militari, Israele ha arrestato e processato almeno 8.000 bambini palestinesi dal 2000 e detiene ogni anno da 500 a 700 bambini palestinesi. Tre prigionieri palestinesi su quattro subiscono violenza fisica durante l'arresto, il trasferimento o l'interrogatorio. Tuttavia, nessun bambino israeliano è mai stato processato attraverso il sistema giudiziario militare, questo sottolinea la triste realtà che i bambini palestinesi nascono bersagli di un crudele sistema di apartheid.

Traduzione a cura di Bassam Saleh

Notizia del: 14/08/2018

Tria va in Cina mentre Savona fa il giro delle sette chiese dell'euroimbecillità europea. Moavero ogni tanto lancia qualche fumogeno

POLITICA

Lunedì, 13 agosto 2018 - 16:19:00
Mercati, Italia sotto attacco? Usa e Russia a sostegno dell'Italia. Il piano
Mercati, Italia sotto attacco? Ecco la strategia del governo che vede protagonisti Usa e Russia



di Alberto Maggi (@AlbertoMaggi74)



A lanciare l'allarme è stato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, poi rilanciato e corretto dal vicepremier Luigi Di Maio. Italia sotto attacco dei mercati finanziari, considerando il governo Lega-M5S 'non friendly' con il timore che l'esperimento sovranista possa ripetersi in altri Paesi del Vecchio Continente. Attenzione, però, perché - come spiegano ad Affaritaliani.it fonti qualificate della maggioranza - a Palazzo Chigi stanno già prendendo le contromisure. Anzi, le hanno già prese. Il viaggio del premier Giuseppe Conte a Washington, accolto calorosamente da Donald Trump, e quello di Matteo Salvini in Russia in occasione della finale dei Mondiali di calcio tra Francia e Croazia sono serviti per costruire una rete di alleanze (e di salvataggio) con le due grandi super-potenze mondiali.

In pratica, già nel mese di agosto (quando a causa dei volumi ridotti, la speculazione potrebbe attaccare l'Italia come sta già avvenendo con il pretesto del crollo della lira turca) o tra qualche settimana, quando finirà il QE della Bce, investitori americani e russi sarebbero pronti a intervenire sul mercato secondario per acquistare titoli di Stato italiani ed evitare così che lo spread con il Bund tedesco salga a quotazioni preoccupanti. In cambio il governo italiano si sarebbe impegnato sia con Trump sia con Putin a lavorare nell'Unione europea per mantenere buoni rapporti sia con gli Stati Uniti sia con la Federazione russa.

In sostanza Conte punta ad essere il governo cavallo di Troia dell'Unione europea qualora Bruxelles decidesse di andare allo scontro con la Casa Bianca, ad esempio sui dazi. Con il Cremlino, invece, l'esecutivo Lega-M5S lavora prima di tutto sul fronte delle sanzioni, per ridurle e in prospettiva abolirle, ma anche per migliorare le relazioni diplomatiche. Ecco perché Salvini qualche giorno ha espresso il suo sogno, ovvero che il prossimo vertice Trump-Putin possa tenersi in Italia.

Gli euroimbecilli di tutte le razze sono avvertiti anche Tria si è convinto che gli investimenti pubblici devono essere scorporati dal bilancio

Infrastrutture, la Ue attacca Salvini: "L'Italia ha già avuto molta flessibilità"

Il governo annuncia un piano Marshall per le opere pubbliche. Tria: "Non ci saranno vincoli di bilancio". Ma la Commissione Ue frena 

Sergio Rame - Mer, 15/08/2018 - 17:50

Nessun vincolo di bilancio. Matteo Salvini, ieri pomeriggio, lo ha detto subito. E adesso anche dal Tesoro Giovanni Tria ha confermato che per mettere in sicurezza le infrastutture il governo non lesinerà sulla spesa pubblica.


"Nessuno si dovrà trincerare dietro l'alibi della mancanza di fondi o di vincoli di bilancio", mette in chiaro il ministro dell'Economia confermando la volontà di fare "un grande piano di investimenti pubblici in infrastrutture" che dovrebbe partire dallo "sblocco degli investimenti e degli interventi di manutenzione che hanno già finanziamenti a disposizione". Ma la Commissione europea, por sottolineando che non intende entrare in "uno scambio politico di accuse", ha subito chiuso la porta in faccia al governo italiano facendo sapere che in passato "l'Italia ha già avuto molta flessibilità".

Il piano Marshall per le infrastrutture

L'idea del governo Conte è di mettere in atto una sorta di piano Marshall per le infrastrutture. L'operazione era già nell'aria, ma dopo il drammatico crollo del ponte Morandi sulla A10, il dossier si è fatto a dir poco scottante. Ora non resta che capire quale direzione prenderano gli investimenti vidimati dal Tesoro. In tema di opere pubbliche, infatti, l'esecutivo non è poi così compatto: da una parte Salvini vorrebbe premere l'acceleratore su quei progetti, come l'Alta Velocità, la Gronda di Ponente o il Terzo Valico, necessari ad ammodernizzare il Paese, dall'altra i Cinque Stelle insistono con i "no" alle grandi opere. Su Facebook il ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli si è scagliato contro chi ha ricordato al Movimento 5 Stelle le sue crociate per continuare a percorrere il Ponte Morandi. "Starà su per altri cent'anni", garantivano anni fa i grillini. "È impensabile, oltre che ignobile, collegare il crollo del ponte Morandi alla messa in discussione della realizzazione della Gronda di Genova, su cui è in corso un’analisi costi-benefici - replica, seccato, Toninelli - pensiamo a rendere sicura questa nostra malridotta Italia".

I vincoli imposti da Bruxelles

Su un punto, però, le due anime del governo sembrano essere d'accordo: qualsiasi spesa non potrà essere fatta sulla base dei vincoli economici imposti dall'Unione europea. "Di fronte all'immane tragedia di Genova è il momento del cordoglio e dello sforzo di tutti per prestare i primi soccorsi e affrontare l'emergenza della città - ha spiegato Tria - ma non potrà mancare l'esame attento e rigoroso delle cause e e delle responsabilità. Nessuno si dovrà trincerare dietro l'alibi della mancanza di fondi o di vincoli di bilancio". Arrivati a questo punto, per il ministro dell'Economia, è l'intero sistema di competenze e responsabilità in tema di investimenti pubblici infrastrutturali a dover essere chiamato in causa perché, a suo dire, è "alla base del degrado infrastrutturale dell'Italia, dei ritardi e dell'incapacità di spesa". Lo stesso matteo Salvini ha confermato che tutti gli investimenti saranno inseriti nella prossima manovra economica. "Tutti i soldi che serviranno per mettere in sicurezza strade, ferrovie, scuole e ospedali dovranno poter essere investiti dai Comuni e dallo Stato a prescindere dai vincoli o dalle regole poste da altri- ha scandito il vice premier - i soldi nelle casse di molti comuni ci sono, l'assurdo è che nelle casse dei comuni ci sono un sacco di soldi che non possono essere spesi per vincoli esterni che paiono assurdi".

Lo stop della Commssione europea

In una nota diffusa dopo le dichiarazioni di Salvini contro i vincoli europei sulla spesa per le infrastrutture, la Commissione europea ha detto non voler entrare in "uno scambio politico di accuse" con l'Italia. Eppure, mentre i soccorritori stavano ancora scavanto tra le macerie del ponte Morandi, ci ha tenuto a sottolineare che "l'Italia è uno dei principali beneficiari della flessibilità all'interno del patto di stabilità e crescita". Questo, si legge nel documento, "ha permesso all'Italia di investire e spendere negli ultimi anni molto di più". "Secondo le regole fiscali concordate - si legge ancora nella nota - gli Stati membri sono liberi di stabilire priorità politiche specifiche, ad esempio lo sviluppo e la manutenzione delle infrastrutture e l'Unione europea ha incoraggiato gli investimenti in infrastrutture in Italia". Da Bruxelles hanno, poi, fatto notare che nelle raccomandazioni adottate dal Consiglio europeo le autorità italiane sono state sollecitate a "indirizzare meglio gli investimenti per promuovere lo sviluppo infrastrutturale". "Per l'Italia sono stati stanziati 2,5 miliardi di euro nel periodo 2014-2020 in fondi strutturali e di investimento europei per infrastrutture di rete, come strade o ferrovie", conclude il documento spiegando che lo scorso aprile la Commissione europea ha approvato un piano di investimenti per le autostrade italiane che "consentirà di portare avanti circa 8,5 miliardi di euro di investimenti, anche nella Liguria".

Brasile - i corrotti al governo gli onesti in carcere così ha deciso il Partito dei Giudici di questo paese

La marcia per Lula paralizza Brasilia. “La candidatura non ha alternative” 

14/08/2018 


Molte migliaia di militanti del Movimento dei Senza Terra (Mst) partecipano alla Marcia Nazionale “Lula Libero”, che ha fatto ingresso a Brasilia, dove sosterà davanti al Tribunale superiore elettorale (Tse) per richiedere la registrazione della candidatura alle elezioni presidenziali dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva.

A Brasilia i manifestanti hanno già provocato ingorghi e rallentamenti in tre delle vie di accesso alla capitale brasiliana. L’arrivo della carovana del Movimento di Contadini Senza Terra (Mst) ha causato un maxi ingorgo di più di 10 chilometri in una delle autostrade federali che porta alla città.

“Questo è solo l’inizio della nostra mobilitazione, vogliamo che ci siano più di 100 mila compagni mercoledì prossimo davanti al Tribunale Superiore Elettorale (Tse), quando presenteremo ufficialmente la candidatura di Lula”, annuncia Wadih Damous, deputato del Pt. “La candidatura di Lula va avanti, fino alla fine. Non abbiamo un piano B, solo un piano L, che vuol dire Lula”, ha sottolineato Damous.

“La Marcia Nazionale Lula Libero è un modo per dimostrare che le persone hanno la loro forza, la loro organizzazione e il loro progetto”, afferma Antônia Ivoneide, della leadership nazionale del Mst, “E questo progetto vede Lula nella reale possibilità di invertire le malefatte che il colpo di stato nel 2016 ha provocato contro i poveri: come fame, disoccupazione, sanità e istruzione, aumento della violenza e svendita delle ricchezze nazionali”.

La marcia ha ricevuto l’incoraggiamento del premio Nobel per la letteratura, l’argentino Adolfo Pérez Esquivel, che ha voluto accompagnare per un tratto la colonna che ha lasciato Taguatinga. Lo stesso ha fatto anche la deputata spagnola del partito Podemos, Maria Spinoza.

Mauro Bottarelli - un mercato malato, anzi grave se si muove solo su annunci e non su cose concrete.

SPY FINANZA/ Trump sta perdendo la guerra commerciale, ecco le prove

Trump sta perdendo la guerra commerciale. E la sta perdendo male. Lo prova anche quello che è successo con la crisi della Turchia, spiega MAURO BOTTARELLI

15 AGOSTO 2018 MAURO BOTTARELLI

Donald Trump (Lapresse)

Cosa vi avevo detto nel mio articolo di lunedì che i mercati, con ogni probabilità, si sarebbero calmati dopo la sfuriata dello scorso fine settimana, innescata dal precipitare della situazione della lira turca? E non perché io sia dotato di poteri divinatori, ma perché chiunque conosca un minimo i mercati sa come reagiscono di fronte alle crisi: se sono reali, non c'è rassicurazione che tenga. Occorre intervenire strutturalmente e sistemicamente, come ci insegna la lezione del 2008. Se invece sono crisi "controllate", come le demolizioni dei palazzi, allora basta poco. Basta il segnale. E le perdite contenute registrate lunedì dalle Borse, addirittura tornate in positivo ieri mattina, ci dicono che la cosiddetta "crisi turca" - attenzione, basata su criticità macro reali che torneranno presto a farsi sentire - è stata la rappresentazione plastica di questo combinato congiunto. 

Il segnale è arrivato domenica sera, quando tutti guardavano con terrore all'apertura delle Borse asiatiche e le agenzie battevano le dichiarazioni di Erdogan in un discorso alla nazione, dove invitava cittadini e imprese a resistere e a non ritirare i soldi dai conti correnti. Lontano dall'epicentro della crisi, qualcosa sbloccava infatti l'impasse. A Wellington, in Nuova Zelanda, aprivano infatti per motivi di fuso orario le prime contrattazioni del lunedì mattina e la colazione servita ai traders è stata di quelle poco digeribili: lira turca a 7,2 sul dollaro, minimo storico record e, soprattutto, sopra quota 7,1 che a detta di Goldman Sachs rappresentava la linea del Piave per la resistenza dei cuscinetti di capitale delle banche turche. Il messaggio americano al sultano di Ankara era fin troppo esplicito: se vuoi che continuiamo, non c'è problema. Immediatamente, la Banca centrale turca rendeva noto che erano pronti 10 miliardi di lire da iniettare nel sistema e che Andrew Brunson, il pastore evangelico americano ai domiciliari ad Ankara, avrebbe potuto essere liberato a breve. Et voilà, la grande paura è passata nell'arco di mezza giornata di contrattazioni: ieri mattina, la lira turca era al di sotto della soglia di sicurezza di 7 nel cambio sul dollaro. 

Tutto risolto? Nemmeno per nulla, il debito estero turco è eccessivo e qualsiasi ritocco ulteriore all'insù dei tassi Usa è destinato a scatenare tremori (ora l'epicentro del contagio è il Brasile, attenzione se il real arriva a 4 sul dollaro, nel quale caso si potrebbe cominciare a ballare la samba in Sud America, non a caso lunedì la Banca centrale argentina ha stupito tutti operando un sobrio rialzo dei tassi di interesse al 45%, tanto per cautelarsi dal contagio diretto), ma parliamoci chiaro: si è trattato di un attacco speculativo con finalità politiche belle e buone, visto che la lira turca è sotto i riflettori della speculazione almeno dal 2016. 

Certo, martellarla per settimane e poi applicare addirittura sanzioni sui metalli, accelera un pochino la crisi (su cui, ricordatevi, c'è qualcuno che ha scommesso. E guadagnato). Ma i mercati sono tornati in fretta al sereno quando hanno capito che dietro a questa ennesima fiammata lungo la mappa a pelle di leopardo degli hotspot del debito mondiale post-2008 c'è una strategia, la stessa che vi illustro da mesi e mesi: innescare prima un sgonfiamento parziale della bolla del leverage mondiale e poi una crisi controllata che garantisca alle Banche centrali, leggi Fede e Bce, di poter restare in modalità ampiamente espansiva. Leggi, stop all'aumento dei tassi di interesse e prolungamento - ancorché sotto altra forma - del Qe, proprio per evitare che le deliranti contraddizioni e gli squilibri generati da anni di costo del denaro a zero esplodano da un giorno con l'altro, come accadde con Lehman Brothers. E, per ora, l'operazione sta funzionando. Certo, non è indolore. Qualcuno sul mercato si fa male, quando partono fiammate come quella turca, ma sono danni collaterali necessari per evitare che l'incendio di un cestino dell'immondizia si propaghi all'intero palazzo. 

L'epicentro, nemmeno a dirlo, sono gli Usa. E a confermarlo ieri è arrivato il dato del Pil tedesco del secondo trimestre, il quale nonostante le sanzioni - smaccatamente designate per colpire l'export teutonico - è cresciuto dello 0,5% e del 2% su base annua, trascinando quello dell'intera eurozona (2,2%): quando vi dicevo che, alla prova dei fatti, gli unici che stanno già pagando un prezzo alla suicida politica di Trump sono i produttori Usa che pagano maggiormente le materie prime non era per pregiudiziale ideologica, ma solo per realismo. Non a caso, dopo anni in cui il glisofato della Monsanto era quasi ritenuto benefico per le vie respiratorie, di colpo una Corte Usa dà vita a una sentenza degna del film Philadelphia (l'aspetto mediatico-emotivo è fondamentale in questo tipo di battaglie) e ne scopre la pericolosità sanitaria, facendo schiantare la nuova proprietaria, la tedesca Bayer, del 12% al Dax di Francoforte, peggior calo di sempre e livello più basso di valutazione dall'ottobre 2013, come ci mostra il grafico.




Guerra signori, con altri mezzi ma guerra. E spietata. Non a caso, sabato sera a Berlino sbarcherà Vladimir Putin per un incontro con Angela Merkel. La quale, oltretutto, fiutando l'aria, ha immediatamente stretto un patto di mutua collaborazione con il nuovo premier spagnolo, Pedro Sanchez, basato ufficialmente sul ricollocamento dei migranti, ma, di fatto, necessario a un fronte comune europeo per reagire all'offensiva d'autunno. L'Italia? Chiedete ai fenomeni al Governo, ora tutti in infradito impegnati a fare selfie, da che parte stiamo, perché c'è della vaghissima confusione sulla linea di politica estera. Come, d'altronde, c'è in seno all'Unione. Ma anche qui, saranno le mosse strategiche a dare un senso e un ordine alle pedine sulla scacchiera. 

Ricordate che, per rimandare i possibili dazi sulle importazioni Usa di automobili statunitensi, Jean-Claude Juncker acconsentì durante la sua visita alla Casa Bianca all'acquisto di maggior quantitativo di gas naturale liquefatto (Lng) statunitense, nonostante i 175 dollari per mille metri cubi di costo rispetto al 120 di quello russo. L'altro giorno, mentre tutti guardavano ad Ankara, si è capito perché. Il gigante cinese PetroChina ha infatti reso noto che potrebbe sospendere temporaneamente per il periodo invernale i suoi acquisti di Lng, proprio per evitare l'impatto del nuovo regime tariffario. E, come ci mostra il grafico, non si tratta di volumi da poco. Primo, perché la Cina è il terzo importatore al mondo di Lng statunitense. Secondo, perché in contemporanea con la minaccia di Pechino, destinata a far mettere le mani nei capelli a produttori americani come Cheniere Energy, titolare dallo scorso febbraio di un contratto per 25 anni di fornitura di gas liquefatto a PetroChina, dall'Iran - altro fronte caldo, sia geopolitico che sanzionatorio - arrivava la notizia che la China National Petroleum Corp. (Cnpc) aveva acquisito la quota della francese Total nel progetto di sviluppo del giacimento petrolifero di South Pars, divenendo ora socio di maggioranza con l'80,1% delle quote.


A fronte di investimenti strategici simili nel campo dell'energia, pensate che Pechino permetterà il tanto agognato dal Dipartimento di Stato Usa regime change in Iran, lasciando che Teheran venga strozzata dalle sanzioni? No. E gli Usa hanno già avuto una dura lezione al riguardo la scorsa settimana, quando Pechino ha staccato senza battere ciglio un assegno miliardario al Pakistan, affinché potesse evitare l'abbraccio mortale del Fmi (quindi, di Washington) dopo i risultati del voto. Signori, l'offensiva sin troppo gridata e rivendicata di Washington contro la Turchia ha paradossalmente rappresentato la debolezza della politica americana e confermato un dato di fatto che i media ignorano o fingono di ignorare: Trump sta perdendo la guerra commerciale. E la sta perdendo male. Il tutto, alla luce di una realtà incontrovertibile che è il motore immobile di tutto quanto sta accadendo a livello finanziario, economico, politico e geopolitico al mondo: il deficit di budget Usa nei primi dieci mesi fiscali ha superato i 684 miliardi di dollari a causa proprio delle politiche e delle promesse di Donald Trump, un bel +28% su base annua. 

Di conseguenza, anche le spese per il servizio di quel debito sono salite, toccando nel secondo trimestre di quest'anno, quello del Pil record al 4,1% grazie al boom anticipatorio dell'export in vista proprio dei dazi, quota 538 miliardi di dollari. Questo cosa significa? Semplicemente che, per mantenere vivo il sogno e le promesse dell'America great again, la Fed deve emettere molto più debito. Ma se la situazione debitoria è già questa, con i tassi attorno a un modesto 2%, cosa potrebbe accadere se si arrivasse, entro fine anno, in area 3,25%, come promesso dallo scadenziario della Federal Reserve, in ossequio alla narrativa dell'economia Usa che scoppia di salute? 

Per quanto fletta i muscoli e digrigni i denti minacciosa, l'America di Trump è debole, debolissima economicamente e dipende da due fattori. Prima, bloccare il rialzo dei tassi. E a questo si sta lavorando, con la collaborazione di tutti, europei in testa che non intendono fare a meno della Bce. Secondo, questo: l'impulso creditizio globale cinese, il vero bancomat del mondo, il sostituto assoluto di ogni Qe che finisce, è ai minimi da due anni, il tutto a causa della volontà di Pechino di far sgonfiare la bolla di liquidità del sistema bancario ombra interno. 



Insomma, siamo in piena crisi di liquidità. Scarseggiano dollari nel sistema, un bel guaio per chi, come la Fed, fra ritiro del programma di stimolo e aumento obbligato delle emissioni, paradossalmente peggiorerà con il passare dei mesi quella scarsità di biglietti verdi. Serve la stamperia cinese, relativamente in fretta. E le crisi come quella turca servono a questo, a stimolare emergenze. Sperando che a Pechino si decidano. L'America great again dipende mani e piedi dal nemico rosso, dalla Cina. Piaccia o meno ai cantori sia del sovranismo che della presunta primazia della patria del "libero" mercato.

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - Gaza la prigione a cielo aperto, continuano ad uccidere nel silenzio dei media

Gaza. Terrorismo ebraico di nuovo in azione

14.08.2018 - Patrizia Cecconi

(Foto di A. Abuhagag)

Mentre dolore e indignazione per la tragedia EVITABILE di Genova occupano giustamente le prime pagine, arrivano notizie da Gaza che i nostri media mainstram non darebbero comunque anche senza la tragedia di Genova.

IL TERRORISMO EBRAICO E’ DI NUOVO IN AZIONE e altre tragedie si vanno preparando lungo la Striscia di Gaza. Tragedie anche queste EVITABILI se il Diritto internazionale potesse imporsi sull’arroganza criminale dello Stato Ebraico. Ma così non è.

Israele sta di nuovo cercando la scusa per attaccare Gaza e provoca una risposta da parte della resistenza gazawa con raid aerei e sparatorie gratuite .

Provoca nel silenzio dei media i quali, come risaputo, accenderanno i loro microfoni solo nel momento dell’eventuale risposta di Hamas o della Jihad.

Oggi i soldati dell’IOF hanno sparato senza alcuna ragione all’interno della rete di separazione ferendo un bambino a Malaqa ed un giovane ad Abu Safia. Hanno sparato anche contro un gruppo di ragazzi ad al Bureji, per fortuna senza causare vittime. I loro aerei hanno ripreso a seminare terrore effettuando raid e causando esplosioni in vari punti della Striscia. Terrore di cui i media non daranno conto perché non ci sono rifugi in cui correre a ripararsi nella Striscia e quindi il terrore vissuto nelle mura domestiche, senza sirene né rifugi, non fa notizia. Quelli, i rifugi e le sirene, stanno oltre la linea dell’assedio, stanno in Israele, dove il terrore dei missili che probabilmente arriveranno in risposta alle ultime provocazioni, verrà registrato nei dettagli, con tanto di primi piani di bambini ebrei terrorizzati dando, come da antica abitudine, la convinzione che Israele è sotto attacco e Gaza è l’attaccante. Dove hanno maggior diritto di cronaca i bambini israeliani morti di paura che i bambini palestinesi morti per davvero.

Al momento la resistenza gazawa tace. Intanto l’inviato Onu si dà da fare per avvicinare le parti, ma nel frattempo anche le elezioni in Israele si avvicinano e Netanyahu sa bene che per essere rieletto e far dimenticare le accuse di frode che hanno minato la sua immagine ha sempre una una buona carta da giocare: la carta di Gaza. Riaprirà Kerem Shalom per il passaggio merci che portano introiti nelle aziende israeliane e i media lo passeranno per generosità verso gli assediati. Frattanto rinforza l’assedio anche con il fantascientico criminale muro sottomarino e mostra i muscoli che piacciono tanto ai suoi elettori. Li mostra bombardando Gaza qua e là in attesa di risposte che riaccendano il sempre utile ricorso alle azioni inseribili nella categoria “sicurezza per Israele”. 

Non c’è pace in Medio Oriente e il Diritto internazionale è calpestato più del prato di un parco giochi, ma i grandi media tacciono e il loro silenzio, che sembra un silenzio a comando, finisce per essere un silenzio mortale.

14 agosto 2018 - Genova sarà la nostra più grande vergogna

Roberto Pecchioli - Ponte Morandi - è il segno concreto di un'amministrazione politica insipida che si è mangiata Genova. Togliere le concessioni e ritorni la gestione dello stato sull'autostrade

PONTE MORANDI

Maurizio Blondet 14 agosto 2018 
di Roberto PECCHIOLI

Non volevamo crederci. Il crollo del Ponte Morandi, che noi genovesi, con una punta di provincialismo da colonizzati chiamavamo ponte di Brooklyn, è una tragedia sconvolgente, per il suo carico di vittime, dolore, distruzione e per le conseguenze terribili che si trascineranno per anni. Non è il tempo degli sciacalli, ma dei soccorsi, del cordoglio, dell’aiuto, della collaborazione. Tuttavia, non si può tacere, tenere a freno la collera per un’altra tragedia sinistramente italiana: un’opera di quell’importanza non può crollare dopo soli 50 anni. Per chi scrive c’è un che di personale, quasi di intimo nel dolore di queste ore. Bambini, partecipammo nel 1967 all’inaugurazione del ponte con tutte le scolaresche di Genova. Muniti di bandierina tricolore, appostati di fronte al palco, seguimmo la cerimonia, vedemmo con la meraviglia dell’età il presidente della repubblica Giuseppe Saragat attorniato da uomini in alta uniforme e dall’imponente figura del grande cardinale Siri, storico arcivescovo della città.

Abbiamo percorso migliaia di volte quel ponte lunghissimo, settanta metri sopra la vallata del torrente Polcevera piena di case popolari e capannoni industriali della ex Superba, ogni giorno per decenni lo abbiamo visto e sfiorato andando al lavoro. Non c’è più ed è colpa di qualcuno. Parlano di fulmini, di un intenso nubifragio e di cedimento strutturale. Aspettiamo a tranciare giudizi, ma nel mattino della vigilia di ferragosto pioveva e basta. Nessuna alluvione, dagli anni 70 ne ricordiamo almeno sei, devastanti, nella città di Genova. Non sappiamo quanti fulmini si siano abbattuti in mezzo secolo sul manufatto dell’ingegner Morandi (pochi sapevano che a lui fosse intitolata l’opera), né quanta pioggia abbia bagnato da allora le imponenti strutture. Non accettiamo, non riconosceremo mai come valida la sbrigativa giustificazione di queste ore. Sarà qualunquismo da Bar Sport, ma ci risulta che ponti romani siano in piedi da due millenni, e non crediamo nell’incapacità dei progettisti. Però, negli ultimi decenni i crolli sono stati tantissimi, come le tragedie dovute all’incuria, all’insipienza, alla corruzione diffusa.

Il ponte, con la strada sopraelevata che corre a mare nella zona centrale della città, è l’ultima grande opera di una ex grande città. Nel 1967, Genova era un polo industriale con centinaia di fabbriche, importanti compagnie navali (l’armatore Angelo Costa fu per decenni presidente di Confindustria) la sede europea di multinazionali come Shell, Mobil, Esso, i cantieri navali, il gruppo Ansaldo, il porto più importante del Mediterraneo. Dopo la strada “camionale” del 1935 verso l’appennino, per realizzare la quale con sbocco sul porto fu spianata la montagna di San Benigno che divideva Genova dal suo ponente, il ponte rappresentava l’infrastruttura base per collegare finalmente la Liguria e l’Italia con la Francia. Mezzo secolo dopo, non abbiamo quasi più industrie, Genova ha perso un quarto dei suoi abitanti, è unita al Norditalia, pardon divisa dall’area più produttiva del paese dalla stessa strada degli anni 30, mentre la ferrovia per la Francia ha ancora un lungo tratto a binario unico. Identica sorte per i collegamenti tra i porti di Savona e La Spezia e l’entroterra.

Da oggi, dobbiamo sopportare anche la tragedia del crollo della più importante infrastruttura in esercizio, piangere decine di morti e accettare la spiegazione che trattasi di tragica fatalità, pioggia, fulmini e saette. Non ci crediamo perché abbiamo visto all’opera la classe dirigente che ha trasformato in una quarantina d’anni una metropoli in un cimitero. Clientelismo sfacciato, una politica da curatori fallimentari o da necrofori, la grande bruttezza che ha sfigurato il mare e la collina, interi quartieri indegni di una nazione civile, il Diamante, le Lavatrici, il Cep, lo stesso Biscione, parte di Begato, palazzi costruiti esattamente sull’alveo di torrenti pericolosi, con le ricorrenti tragedie di cui siamo stati testimoni.

I genovesi, o quel che ne resta, hanno affidato per decenni città, provincia e regione a una classe politica di livello infimo, che ha trascinato in basso il ceto economico e finanziario. E’ crollata l’industria pubblica, la vecchia Cassa di Risparmio, ora Carige, tanto importante da detenere il 4 per cento di Bankitalia, è nella bufera da anni per affari vergognosi, deficit mostruosi e dirigenti condannati in sede penale. La vecchia Italsider, ora Ilva, in gran parte è stata smantellata e quel che resta è sotto minaccia di chiusura. Al suo posto abbiamo una strada a scorrimento (relativamente) veloce, un piccolo sollievo ora che non c’è più il ponte. Il cosiddetto Terzo Valico, ovvero la linea veloce per Milano, in ritardo di almeno 30 anni, va avanti piano, tra polemiche e denari che vanno e vengono. La multinazionale Ericsson ha suonato la ritirata, distruggendo le speranze di un’ “industria pensante” che a Nizza, 190 chilometri da qui, è realtà da decenni ( Sophie Antipolis).

Madamina, il catalogo è questo. Su tutto ciò si abbatte un evento funesto e terribile come il crollo del nostro ponte di Brooklyn. L’autostrada che porta alle luci di Sanremo e all’inferno migrante di Ventimiglia era considerata la più cara d’Italia. Un dubbio privilegio. Ma dov’erano i politici liguri il cui compito era imporre la manutenzione, sorvegliare le infrastrutture di una terra che vive essenzialmente di due attività, il turismo e i trasporti? Abbiamo quattro porti mercantili, raggiungere i quali sino a oggi era difficile, adesso è un’impresa da premio Nobel; alcune delle nostre località sono mete turistiche internazionali, Portofino, le Cinqueterre, Alassio, la Riviera dei Fiori. Ma, dicono le autorità preposte, è bastato un fulmine durante un temporale estivo ad abbattere per duecento metri, esattamente al centro, un ponte costruito decenni dopo il vero ponte di Brooklyn e molti secoli dopo la Lanterna, che guarda dall’alto, illumina le vergogne e ne ha viste tante.

Una tragedia italiana, metafora e paradigma di una decadenza iniziata giusto pochi anni dopo la trionfale inaugurazione del ponte. Una città, Genova, che ha anticipato storicamente eventi di portata nazionale. I primi a volere l’unificazione della Patria, i primi nell’industria e nel commercio, ma poi i pionieri della denatalità, del degrado dei centri storici (con Genova, Ventimiglia), della deindustrializzazione, i settentrionali assistiti quasi quanto certe aree del Sud, l’arretratezza delle infrastrutture, i giovani che scappano. Fummo anche tra i primi ad affidarci politicamente alla sinistra, quando ancora le cose andavano bene. Si trattava di una sinistra in gran parte comunista, astiosa, dogmatica, chiusa, testarda. Nessun paragone con le classi dirigenti delle tradizionali regioni rosse, più pragmatiche dei plumbei apparatchik liguri.

Hanno regnato su un giardino e lo hanno trasformato in cimitero. Non diciamo e non pensiamo che buttino giù i ponti, ma sta di fatto che le pochissime opere realizzate nell’ultimo mezzo secolo sono le bonifiche delle aree industriali dismesse, al posto delle quali sono sorti poli commerciali legati ai soliti noti (Coop e affini) e varie colate di cemento per erigere imponenti centri direzionali in buona parte deserti, poiché c’è davvero poco da dirigere, da queste parti. Le opere del passato sono obsolete, come l’invecchiata camionale e la ferrovia, l’autostrada che sbocca in porto è un budello pericoloso con code quotidiane di mezzi pesanti, accedere all’aeroporto è impresa acrobatica, nonostante la vicinanza alla città e la possibilità di costruire una bretella ferroviaria di un chilometro o poco più. Della metropolitana genovese il tacere è bello, poiché non solo è tra le più corte dell’universo, ma le sue stazioni sono soggette a frequenti allagamenti. Il ponte che univa le due parti della Liguria da oggi non c’è più.

Viene il magone al pensiero di ciò che era, visto e vissuto con i nostri occhi, e ciò che è, ma ancor più fa tremare la certezza che da molte parti d’Italia altri possano descrivere situazioni analoghe o peggiori. Per questo fa tanto soffrire la tragedia del Ponte Morandi, orgoglioso simbolo caduto della nostra infanzia. Oltre il lutto di tante famiglie, è il segnale, un altro, di una nazione che, lei sì, è ormai preda del cedimento strutturale. Se anche fosse vero che un manufatto di migliaia di tonnellate è crollato per un fulmine e un po’ d’acqua, disgraziato davvero il paese dove accadono, giorno dopo giorno, da Nord a Sud, eventi di questo tipo.

La tragedia è del 14 agosto. Mezza Italia è chiusa per ferie, l’altra metà implode, si accartoccia su se stessa: cedimento strutturale. Insieme, dichiarano fallimento; bancarotta fraudolenta.

ROBERTO PECCHIOLI

QUELLO CHE NON LEGGERETE SUI GIORNALI/1 – IL CAPITOLO DEL LIBRO DI MARIO GIORDANO, ‘AVVOLTOI’, SULLE AUTOSTRADE, LA GALLINA DELLE UOVA D’ORO CHE DALLO STATO È FINITA A UNA MANCIATA DI PRIVATI: BENETTON E GAVIO (E I LORO SOCI) AMMASSANO MILIARDI SULLE SPALLE DEGLI AUTOMOBILISTI, INVESTENDO MENO DI QUANTO PROMESSO E RINNOVANDO CONCESSIONI ANCHE FINO AL 2050

Per loro una cuccagna, per noi una tassa occulta

L’ex ministro Di Pietro la definì «una cuccagna». Che c’è di meglio che gestire l’autostrada? Stai lì al casello, aspetti che passino le auto e fai i soldi. A ogni Capodanno, cascasse il mondo, arriva l’aumento delle tariffe. Ormai fa parte della tradizione: ci sono il veglione, il panettone, zampone, lenticchie, il conto alla rovescia a Times Square. E i rincari al casello. Dal 1999 a oggi le tariffe autostradali sono aumentate del 75 per cento, a fronte di un aumento dell’inflazione solo del 37 per cento. Non basta? Macché.

Infatti nel gennaio 2018, puntuale come il botto dello spumante, è arrivato il botto di un ulteriore aumento: in media 2,7 per cento in tutta Italia, ma con punte del 12,89 per cento sulla appena citata Strada dei Parchi, del 13,91 per cento sulla Milano-Genova nel tratto Milano-Serravalle e del 52,69 per cento sull’Aosta-Morgex. Ci sono state proteste, rivolte di pendolari, sindaci in piazza con tanto di fascia tricolore, il magistrato anticorruzione Cantone ha aperto un’inchiesta, Milena Gabanelli si è indignata sul «Corriere» («perché tutti parlano dei sacchetti di plastica e nessuno interviene sui pedaggi?»). Ma nessuno è riuscito a rispondere alla domanda fondamentale: perché le tariffe dell’autostrada aumentano anche quando gli altri prezzi restano fermi? E soprattutto: dove finiscono quei soldi?

Ogni anno gli italiani hanno pagato pedaggi per quasi 6 miliardi di euro, molto più di quanto pagavano con la tassa sulla prima casa, il triplo di quello che pagano con il canone Rai. Di questi soldi, solo una minima parte va allo Stato: 842 milioni. Il resto rimane nelle tasche delle 24 società che gestiscono le 25 concessioni in cui è divisa la nostra rete autostradale. E voi direte: come li spendono questi soldi? Per pagare il personale (circa 1 miliardo). Per gli investimenti (circa 1 miliardo). Per la manutenzione (646 milioni). Per le altre spese. Ma poi alla fine una bella fetta (1,1 miliardi) viene distribuita sotto forma di moneta sonante ai soci, per lo più privati. Ai quali, per l’appunto, non sembra vero di aver trovato l’albero della cuccagna.

principio è semplice: il concessionario costruisce, l’automobilista paga. Casello dopo casello, esodo dopo esodo, vengono così rimborsate tutte le spese sostenute per realizzare l’opera. Il punto è questo: che succede quando tutte le spese sono state recuperate fino all’ultimo centesimo? Si continua a pagare il pedaggio? E perché? È un po’ come se uno che ha fatto un mutuo con la banca, arrivato allo scadere dell’ultima rata, si sentisse dire: abbia pazienza, ma deve pagare ancora per i prossimi vent’anni. Ma per quale motivo? Per arricchire la banca? Come se non avesse abbastanza soldi?

I concessionari delle autostrade di soldi ne hanno molti. Ma proprio molti. Non è un caso se, oltre a spartirsi dividendi, vanno a fare shopping in giro per il mondo. Spendono e spandono, tanto a loro che importa? C’è sempre un pedaggio che li fa ricchi. Secondo il professor Giorgio Ragazzi, uno dei massimi esperti del settore e uno dei pochi che ha cercato di far luce sull’intricato mondo dei signori del casello, tutti gli investimenti effettuati per costruire le autostrade erano già ampiamente ricompensati alla fine degli anni Novanta.

Eppure, da allora si è continuato a rinnovare le concessioni, fino al 2038, fino al 2046, fino al 2050, sempre in via diretta, sempre senza gare, anche rischiando sanzioni dall’Ue. Ci si è sobbarcati qualsiasi rischio e onere pur di riempire di denaro le tasche di questi fortunati. Ancora nel luglio 2017 il governo è andato a Bruxelles per ottenere il prolungamento delle proroghe e l’ha presentato come un suo successo. Ma siamo sicuri che sia un successo? Il prolungamento delle proroghe? Davvero gli italiani non desideravano altro?

Macché. Il fatto è che gli italiani sono stati tenuti all’oscuro. Vietato parlarne. Mi è capitato una volta, in una popolare trasmissione tv di Raiuno dedicata al tema della concorrenza, di citare le autostrade, sono stato sommerso di messaggi stupiti: davvero? Hai parlato di autostrade? Ci sei riuscito? Come hai fatto? Eppure il pedaggio al casello lo paghiamo tutti, e ogni anno più caro. Fra il 2011 e il 2016 l’aumento medio delle tariffe è stato del 14 per cento. Nello stesso periodo gli investimenti si sono dimezzati. E ciò dimostra che quel pedaggio non è il prezzo per un servizio reso né la ricompensa per un investimento fatto: è semplicemente, come spiega ancora il professor Ragazzi, «un’imposta tout court».

iL RESTO QUI:


Italia prossimo presente - un'onesta analisi, proposta per fare investimenti pubblici per creare lavoro, vera ricchezza di ogni Nazione, ora Moneta Complementare

Angelo Deiana Presidente di Confassociazioni

Il ritorno della tempesta perfetta: dieci riflessioni

WHYFRAMESTUDIO VIA GETTY IMAGES

Sta ritornando la tempesta perfetta, quella della speculazione sui nostri titoli di Stato così come nel 2011? Leggo titoli importanti sui giornali, così come agenzie che, alle 9 di mattina, aprono sullo spread in rialzo di x, oppure che raccontano di capitali che fuggono all'estero in ragione del rischio Paese. Bisogna fare chiarezza e dare qualche dato che renda tutti più consapevoli.

Prima riflessione. Lo sappiamo bene: il debito pubblico italiano è il convitato di pietra di qualsiasi riflessione sulla riqualificazione del sistema fiscale e della spesa pubblica. E sulla minor spesa per interessi da finanziare annualmente (solo 64 miliardi nel 2017 grazie al Qe della Bce).

Seconda riflessione. È vero: l'Italia ha un debito pubblico elevato (circa il 132% del Pil) ma, se gli aggiungiamo quello privato (119% del Pil), non siamo messi così male. Nella classifica del debito complessivo siamo meno virtuosi della solita Germania (75% debito pubblico, 110% debito privato) e della Francia (95% debito pubblico, 145% debito privato), ma più virtuosi di Belgio, Regno Unito, Olanda, Spagna, Grecia, Portogallo, Giappone. Se fossi il Cfo dell'Italia, valuterei anche questo.

Terza riflessione. Quello precedente, pur non essendo un dato consolante, deve però essere messo a confronto con la straordinaria quantità di patrimonio che gli italiani detengono tra asset finanziari e immobiliari. Circa 10mila miliardi di euro, di cui il 40% in attivi liquidi e il restante 60% in immobili (dati Bankitalia). La grande Germania ne ha circa la metà.

Quarta riflessione. A fronte di un debito pubblico elevato, l'azienda Italia ha al suo attivo una serie importante di asset patrimoniali. Le cifre sono incerte e anche qui verrebbe da chiedersi perché non esiste un rapporto aggiornato dei dati anno su anno. Tutte le aziende valutano o svalutano ogni anno il proprio patrimonio. Perché lo Stato non lo fa? Nell'ultima valutazione del Mef (2015), si va dalle partecipazioni in società quotate (circa 20 miliardi), a quelle in società non quotate (10 miliardi), agli immobili dello Stato (8-10 miliardi), a quelli detenuti dagli enti locali (300 miliardi), dai crediti verso Equitalia (30 miliardi), a quelli verso stati esteri (70 miliardi), dall'oro della Banca d'Italia (60 miliardi) alle concessioni governative (20 miliardi), fino alla cassa Depositi e prestiti (35 miliardi).

Quinta riflessione. Per esperienza, capisco bene quelli che si preoccupano dello spread e del rating. Capisco meno bene quelli che li usano per agitare spettri come quello del 2011. Facciamo qualche differenza. La crisi del debito sovrano è iniziata nel 2010 in Portogallo, Irlanda e Grecia per poi estendersi nel corso del 2011 a Spagna e Italia. Nel corso del 2010, Ue e Fmi salvano la Grecia con un prestito di 110 miliardi di euro, poi il sistema bancario irlandese con 85 miliardi di euro, poi il Portogallo con 78 miliardi di euro anche al Governo portoghese. Nello stesso periodo le principali agenzie di rating abbassano il merito di credito di diversi paesi Ue e del relativo sistema bancario. A questo punto la domanda è: siamo nello stesso processo di interdipendenza globale della crisi? Oppure le condizioni del presente e del futuro sono decisamente diverse?

Sesta riflessione. Una delle principali differenze tra adesso e il 2011 è che il nostro debito pubblico ha una scadenza residua media più lunga e una grande quota di esso è posseduta da residenti e banche italiane (75%). Questo rende il paese più resistente a shock finanziari, classificandosi molto meglio, ad esempio, di Francia e Belgio. Un possibile lato oscuro di questo ragionamento è nella tenuta del nostro sistema bancario che appare ancora fragile perché, pur avendo semestrali in grande crescita, possiede ancora volumi importanti di titoli di stato italiani (anche se molte banche fanno ancora una parte del conto economico con i Btp 2021 al 7%).

Settima riflessione. Bisogna essere concreti e pragmatici. A prescindere dallo stato dei conti pubblici e delle possibili future manovre del Governo, comunque l'allentamento e la fine del Qe, avrebbe comunque portato a un rialzo dello spread italiano, drogato in basso dal 2014 in poi dalla Bce.

Ottava riflessione. Ma la fine del Qe, come tutti gli esperti sanno, genererà il rischio maggiore non sui titoli di stato dell'Eurozona (perché la Bce, pur non procedendo a nuovi acquisti, comunque rinnoverà lo stock esistente), ma sul settore del debito corporate. La Bce, infatti, dal marzo 2015 ha cominciato ad acquistare anche bond corporate e con rating sempre più bassi, in modo da calmierare i rendimenti, con le imprese francesi e tedesche come maggiori beneficiarie. Quello potrebbe essere uno shock importante sulla ripresa (in rallentamento) dell'Eurozona.

Nona riflessione. Quando tutti corriamo "quotidianamente" dietro allo spread, spesso dimentichiamo che questo indicatore si attiva solamente quando ci sono aste di titoli pubblici. Per cui è sicuramente utile per monitorare il trend, ma se aumenta di 100 punti in 3 giorni e non ci sono aste, l'effetto negativo è inesistente.

Decima riflessione. C'è una parte dell'establishment che vuole un "accenno" di tempesta perfetta per mettere in difficoltà il Governo? Non lo so anche perché i "famosi" mercati per scommettere pro o contro devono comunque intravedere un rendimento significativo. In ogni caso, ricordiamo sempre cosa dice Warren Buffet: "Predire il diluvio è solo fuffa. L'unica cosa importante è costruire l'arca".

Salvini stana lo zombi Berlusconi o con il centrodestra o con lo zombi Renzi

POLITICA
Lunedì, 13 agosto 2018 - 12:23:00
Rai, sì a Foa e insieme alle elezioni. La verità sullo strappo della Lega

Il legame tra Rai e Abruzzo-Trentino Alto Adigedi Alberto Maggi


SCHIAFFO 1 - Silvio Berlusconi. Era meglio quando ad Arcore si circondava delle cosiddette Olgettine. Certe consigliere che ha ora gli fanno solo male...

C'è un nesso tra la presidenza della Rai e le prossime elezioni regionali e provinciali. Perché la Lega ha annunciato la propria corsa solitaria in Abruzzo è per le province autonome di Trento e Bolzano? Semplice, spiegano fonti del Carroccio. Se Forza Italia conferma l'"incomprensbile" no a Marcello Foa e quindi l'asse con il Partito Democratico niente alleanza alle prossime elezioni locali. Tanto a L'aquila quanto a Trento e a Bolzano.

Non a caso Giancarlo Giorgetti ha lasciato aperta la porta ("deciderà Salvini") e ora spetta a Forza Italia e a Silvio Berlusconi, terrorizzati dagli ultimi sondaggi evitare che quella porta si chiuda del tutto. Il modo per non far naufragare del tutto il Centrodestra nelle urne è semplice, basta annunciare il sì a Foa presidente della Rai in Commissione di Vigilanza. Berlusconi e Tajani sono avvisati. A loro la scelta.

Energia pulita - eolico offshore - la terza gamba, dopo l'industria e l'agricoltura per l'Italia prossimo presente


Rinnovabili pronte a entrare nella corsa energetica globale 

14 AGOSTO 2018 


L’energia solare ed eolica potrebbe presto competere con il petrolio e il gas in termini di dimensioni e costi, ridisegnando il volto dell’industria di settore

Entro il 2030 il costo dell’energia solare sarà così basso da essere quasi vicino allo zero. Ne è convinta Ubs in un’analisi presentata dal proprio team di ricerca che ha messo in evidenza il taglio dei costi di produzione di elettricità dal fotovoltaico nel corso dell’ultimo decennio.

LE RINNOVABILI CONTRIBUIRANNO A RIDISEGNARE IL VOLTO DEL SETTORE ENERGETICO


Pur rappresentando un’ottima notizia per il pianeta e per l’economia “la stessa semplice verità che le rinnovabili potrebbero molto presto essere più economiche di tutte le alternative, sta contribuendo a smuovere il settore dell’energia da un punto di vista azionario – sottolinea sul Financial Times Sam Arie, analista per Ubs -. Attualmente contiamo una dozzina di importanti utility europee (circa la metà dei nomi nell’indice di settore) che ha recentemente annunciato – o è stata oggetto di indiscrezioni di stampa – acquisizioni, dismissioni o acquisizioni che potrebbero ridisegnare sostanzialmente il loro business. L’ultima mossa è stata quella di Orsted, lo specialista dell’energia eolica offshore, che la settimana scorsa ha annunciato che acquisirà Lincoln Clean Energy, espandendo la propria attività nel settore eolico onshore negli Stati Uniti”.

RINNOVABILI ORMAI SLEGATE DAI SUSSIDI GOVERNATIVI

La domanda da porsi è se tutta questa attività aziendale abbia un senso oppure no. “Riteniamo che ce l’abbia poiché l’economia fondamentale dell’industria sta effettivamente cambiando – ha ammesso Arie -. Fino a poco tempo fa, l’energia eolica e solare nella maggior parte del mondo si basava su generosi sussidi, il che significava che le energie rinnovabili potevano crescere solo alla velocità con cui i governi erano disposti a pagarle. Ma nell’ultimo anno sono apparsi grandi progetti eolici e solari che sono fattibili senza alcun sussidio o agevolazione fiscale. Ciò significa che le rinnovabili possono iniziare a crescere più rapidamente di quanto lo sviluppo tecnologico lo consenta, piuttosto che al ritmo stabilito dai ministri dell’Energia di tutto il mondo”.


IL MODELLO DELLE ASTE STA GUIDANDO L’INNOVAZIONE E L’EFFICIENZA A UN LIVELLO CHE NESSUNO SI ASPETTAVA

Il secondo fattore è che i governi hanno avviato un giro di vite sui costi. Nei casi in cui sono disponibili sovvenzioni, le imprese devono ora partecipare ad aste competitive, e quando le sovvenzioni si esauriscono le imprese possono ancora presentare offerte l’una contro l’altra per assicurarsi i siti migliori per i progetti. Questo modello di asta sta guidando l’innovazione e l’efficienza a un livello che nessuno si aspettava. Nel Regno Unito, le gare d’appalto hanno dimezzato il costo dell’energia eolica offshore in soli tre anni. In Germania hanno contribuito a dimezzare il “premio” per le energie rinnovabili dal 2015. Tutta questa pressione sui costi ha un altro effetto importante, secondo l’analista di Ubs: “Sta spingendo gli sviluppatori verso una nuova corsa globale verso le economie di scala. In primo luogo, i parchi eolici e solari stanno diventando sempre più grandi. Alcuni progetti solari contano oggi più di un milione di pannelli singoli e le turbine eoliche offshore possono essere più alte di un grattacielo, con eliche lunghe quasi 100 metri. In secondo luogo, le aziende stesse stanno diventando sempre più grandi mentre cercano di esercitare un maggiore potere d’acquisto sulle loro catene di approvvigionamento e di spremere più sinergie, dati e competenze operative dai loro portafogli di rinnovabili. In un modello di asta globale, il vincitore deve portare tutti questi potenziali vantaggi sul tavolo”.

IL FUTURO DEI BIG DELLE RINNOVABILI NON LONTANO DAI MODELLI DELL’INDUSTRIA DI GAS E PETROLIO


Per questo motivo, ne è convinto Arie “la struttura dell’industria dovrà cambiare. Storicamente, i servizi pubblici sono stati attori regionali, spesso limitati a un mercato nazionale in cui la padronanza del contesto politico e normativo locale era fondamentale. Non sempre hanno avuto successo: ne sono un esempio i servizi pubblici britannici (che si trovano ad affrontare tagli tariffari e rischi di nazionalizzazione). Anche se, nonostante ciò, la mappa dell’Europa mostra ancora un mosaico di attori nazionali”. In futuro, invece, la mappa potrebbe essere molto diversa, forse più simile a quella dell’industria petrolifera e del gas, con un numero minore di grandi imprese che competono per conquistare quote di mercato a livello mondiale. “Se così fosse, potremmo vedere una nuova classe di aziende – chiamiamole le ‘major dell’eolico e del solare‘ – con portafogli rinnovabili che coprono tutto il mondo e che potrebbero essere 10-20 volte più grandi di oggi”. Tuttavia, conclude l’analista di Ubs “è troppo presto per sapere chi saranno i vincitori e ci sono ancora domande a cui rispondere – come integrare, ad esempio, lo storage delle batterie. Ma una cosa è chiara: il settore dei servizi di pubblica utilità è alla fine di una transizione e tra non molto i manager dovranno avere un piano”.

martedì 14 agosto 2018

L'euroimbecillità all'ennesima potenza diventa insopportabile e un lezzo si leva da questo marciume, da quest'accozzaglia che vuole solo dominare ed essere servita

Sovranista è la Merkel, mica Salvini. E del tipo più tribale, corto ed ottuso.

Maurizio Blondet 14 agosto 2018 

M’è capitato di ascoltare su Radio Radicale un intervento di Maurizio Molinari, il neocon direttore de La Stampa, sulla “rivolta del ceto medio” che è diventato anti-europeista e vota per i “sovranisti”. Apodittico come suo solito, Molinari dichiarava che “sovranismo” è “una versione del nazionalismo”, ma meno bella di quello ottocentesco: quello esprimeva una “volontà di unirsi”, di “aggiungere”, questo di oggi è un voler “togliere”. Ciò perché il nostro ceto medio, aggredito dal “fenomeno dei migranti e dalla diminuzione della sua prosperità, rimasto senza corpi intermedi (non solo non c’è più il partito, non c’è nemmeno la parrocchia) solo, bisognoso di protezione e sicurezza, nella sua solitudine dovuta alla sparizione dei corpi intermedi, si lascia sedurre da leader che gli dicono: “sai qual è la soluzione? Noi rappresentiamo la tua identità tribale e la chiudo sempre di più contro il nemico…”. Insomma la riduzione del sovranismo a un “tribalismo” (proiezione ebraica?), come fenomeno regressivo, riconducibile a cause psico-sociologiche, bisogno di protezione e così via.

Ho trovato questa interpretazione specialmente offensiva, perché non solo equivoca, ma sminuisce le motivazioni delle istanze di riconquista della sovranità nazionale. Motivazioni non solo legittime, ma niente affatto “tribali”; al contrario: si tratta di appelli alla sfera giuridica e politica, nel senso più alto universali.

Nella UE non esiste lo stato di diritto

Sfera giuridica: chi aderisce a ciò che loro chiamano “sovranismo”, ossia la riconquista della sovranità nazionale espropriata dalla macchina eurocratica, lo ha fatto per la più alta e grave presa di coscienza giuridica: s’è accorto che nella UE non vige lo stato di diritto. La cosiddetta Europa non è più (se mai lo è stata) una unione di liberi e uguali, ma un sistema dove il forte si impone sul debole, il creditore saccheggia il debitore, il concorrente si avvantaggia con mezzi sleali, imposizioni e manovre dietro le quinte, sull’europeista in buona fede. Ne abbiamo avuto troppo esempi recenti, dalla Grecia alla gestione impari della banca centrale , dalla decisione unilaterale e senza consultazioni di farci accettare milioni di profughi e clandestini con minaccia di togliere, altrimenti, fondi europei ; dal surplus mostruoso che non viene rimproverato a Berlino benché sia contrario alle normative almeno quanto il deficit sotto il tre per cento. Abbiamo visto i due pesi e due misure, ai francesi viene consentito un deficit largo, mentre a noi esso viene occhiutamente controllato dalla Bundesbank; abbiamo visto giorni fa la Merkel accorrere e soccorrere lo spagnolo Sanchez sotto l’alluvione dei “migranti”, mentre dell’invasione che ha inondato l’Italia non si è accorta, fino a quando gli italiani non hanno votato “populista”.

Insomma in Europa non esiste l’uguaglianza, né le sedi per farne valere il diritto.

Con il trattamento dei Greci, abbiamo visto adottare la “punizione collettiva” di un intero popolo per le (eventuali) colpe dei suoi governi (che andavano se mai spartite coi banchieri tedeschi e francesi), e il ritorno della schiavitù per debiti, abolita già dal diritto romano: notevoli “progressi” della civiltà, non c’è che dire. I tipi alla Molinari lo trovano “normale”, perché sono nella casta che ne gode.

La faccenda degli immigrati ha confermato anche ai ciechi l’Europa come dispotismo: un progetto lanciato dalla Merkel unilateralmente, d’arbitrio, e senza consultare gli altri paesi, senza discussione in una qualunque sede legale identificabile; imposto ai paesi rivieraschi d’imperio, senza partecipare ai costi; che la Merkel ha corretto solo quando questo ha messo in pericolo il suo potere personale nella sua Germania – facendo pagare anche a noi, con un miliardo di debito, la parte dell’accordo in denaro che lei ha stretto con Erdogan pagandolo per fermare il flusso.

L’Ingiustizia risale al 1993

Uno può anche non capire molto di giure, codici e pandette. Ma quando ha visto che milioni di nostri pensionati devono contentarsi di 500 euro mensili, mentre l’Europa ci impone di spenderne per ogni immigrato 900 al mese; quando deve accettare mezzo milione di negri all’anno e vedere 250 mila giovani italiani qualificati emigrare all’estero perché qui non c’è lavoro, non gli ci vuole molto a capire il concetto di “Ingiustizia”. Ossia dell’inesistenza della UE come “stato di diritto”.

Da qui la richiesta di “sovranità”. Richiesta che nulla ha di tribale, ma al contrario è la più alta istanza della politica.

E’ la consapevolezza che – piaccia o no – solo entro i confini dello Stato nazionale si possono rappresentare e far valere le istanze – per esempio – di uguaglianza e di giustizia sociale, le ragioni della coesione sociale di fronte ad una comunità di destino. Abbiamo visto sulla nostra carne che l’immiserimento e la disoccupazione crescente e di lunga durata dei paesi “periferici” sotto il tallone di un euro sopravvalutato e di regole assurde di austerità, non vengono prese nella minima considerazione né a Bruxelles né a Francoforte, sede della BCE, e ciò perché Berlino di questa situazione profitta e gode. Abbiamo visto che non c’è limite alla disumanità con cui il forte schiaccia il debole. Autisticamente, costoro non sentono le grida dell’oppresso. E non c’è una sede reale, nella UE, dove l’oppresso possa far valere le sue ragioni, insomma “ottenere giustizia”.

Le masse se ne sono accorte solo oggi. Ma i dirigenti e i giuristi “europeisti” che adesso ci fanno la lezione, lo sapevano: la fine dell’unione europea come stato del diritto eguale ha avuto termine nel 1993. Allora, la corte costituzionale tedesca di Karlsruhe, investita da un cittadino per pronunciarsi se un trattato europeo violava la sovranità germanica, sancì che essa, la corte tedesca costituzionale, era quella che decideva se una normativa comunitaria fosse incostituzionale o no, e dunque i limiti in cui qualunque trattato europeo obbligasse la Germania.


Dopo quella sentenza, doveva essere chiaro: mentre tutti gli stati membri dell’Unione sono soggetti ugualmente alle normative europee (trattato di Maastricht), solo la Germania dichiarava che la sua propria costituzione aveva in ultima istanza la supremazia. Dunque, in questo mostro giuridico, la Germania è il solo paese che ha mantenuto la propria sovranità. E non solo sul suo territorio, ma su quello altrui.

Allora, i giuristi e i governanti avrebbero dovuto dire: fermi tutti! Qui il principio dell’uguaglianza fondamentale non esiste più; avrebbero dovuto fermare il “progetto europeo” finché le stesse prerogative che la Corte di Karlsruhe aveva dichiarato per la Germania, fossero estese a tutti gli altri stati. Allora, allora avrebbero potuto – e dovuto – accusare la Germania di “sovranismo”, e ripristinare le regole basilari del gioco.

Non lo fecero i politici e governanti, cedendo sovranità senza contropartite non alla UE, ma alla Germania – e che a buon diritto giudichiamo traditori della patria. Non lo fecero i giuristi internazionali più stimati, come Sabino Cassese, che avrebbe dovuto e potuto porre la questione, avendone i mezzi professionali e intellettuali per farlo.

Cassese, ovvero la barbarie giuridica

Invece abbiamo dovuto leggere sul Corriere, il 13 agosto, Sabino Cassese “il giurista” famoso, ex della Corte Costituzionale nostrana, spiegare che gli stati non sono sovrani, perché devono rispondere ai mercati, e agli stati più forti. Con il tono di degnazione saccente con cui ritiene di spiegarlo ai barbari sedotti dal “mito sovranista”.


invece il barbaro giuridico è lui, e lo dimostra: identificando la sovranità nella forza e la potenza, aderisce a un’idea che Hitler avrebbe potuto sottoscrivere. La sovranità infatti è – all’insaputa di Cassese – un concetto giuridico. E’ l’equivalente della “personalità legale” nell’individuo: un individuo libero può stipulare contratti con terzi perché ha personalità legale, indipendentemente dalla sua condizione economica e sociale, sia ricco o povero. Uno Stato sovrano può stabilire alleanze, sia debole o forte; il suo parlamento (a nome dei cittadini) può pur sempre decidere cosa fare in una data situazione, prendendo in conto la propria debolezza: ciò si chiama, informiamone il giurista, “Libertà”.

Libertà personale nel cittadino con personalità legale, libertà politica dello stato sovrano.

Se davvero fosse un europeista, Cassese dovrebbe reclamare l’uguaglianza nella UE della Grecia, del Portogallo e dell’Italia con la Germania. Invece il “giurista” confonde il diritto con la forza. Sostiene che gli stati nazionali, essendo deboli, non sono sovrani. Con il corollario che gli Stati forti (come la Germania) sono “più sovrani” degli altri.

Il che significa “oscurare la funzione centrale del diritto, che è di porre su un piano di eguaglianza il debole e il forte”.

Il diritto infatti pone il povero uguale al ricco, il debole con gli stessi diritti del forte, all’interno dello Stato sovrano, e dovrebbe porre la stessa uguaglianza in Europa: i greci, portoghesi, italiani, sul piano di parità coi tedeschi. Abbiamo constatato sulla nostra carne che non è così. Che tutte le relazioni fra stati sono ridotte a rapporti di forza e di potere. Perché infatti, ripetere che la “sovranità” è un mito tribale o un concetto accademico, significa sradicare la distinzione fra comportamenti illegali e legali, non solo fra individui, ma fra stati.

Forse non sapete che di questi tempi in Germania, visto il pericolo che l’Italia venga cacciata dall’euro, giuristi, economisti e politici stanno discutendo come impadronirsi delle riserve auree della Banca d’Italia per ripagarsi del “debito” che gli acquirenti italiani avrebbero (secondo loro) contratto comprando auto tedesche, ed è registrato nella BCE come Target 2.



E adesso nella stampa tedesca, sapete di cosa allarma i cittadini tedeschi? Sul Kindergeld.

Sul fatto che pagano “troppo” di assegni familiari di stranieri che lavorano in Germania, ma “hanno l’incentivo di lasciare le loro famiglie” in Polonia, Romania, Grecia e Italia. si tratta di 343 milioni di euro pagati “all’estero”: “ma è aumentato di 10 volte dal 2010”, si indigna Handelsblatt (il principale giornale economico). Ovviamente, se è aumentato di 10 volte, è perché è aumentata l’emorragia di emigrati dai paesi della UE immiseriti dall’austerità “alla tedesca” per lavorare in Germania; i tedeschi hanno ottenuto così buone infermiere, buoni artigiani, buoni dottori a basso prezzo – ma gli fa rabbia questo esborso che devono dirigere all’estero. Sono pieni di bile e non si danno pace all’idea che un bambino romeno in Romania abbia un cappottino invernale pagato coi soldi loro, che spendano là quei soldi che dovrebbero spendere qua. Si noti: quel che ogni contribuente tedesco spende per questi assegni familiari a lavoratori esteri, ammonta alla fantastica cifra di 35 centesimi al mese a testa. Stanno pensando di tagliarlo, sospettando che gli stranieri frodino sul numero dei figli. Leggere per credere:



Bambini romeni si divertono, “e paghiamo noi” con gli assegni familiari, si arrovellano i tedeschi.

Se volete accusare qualcuno di “sovranismo” tribale, di particolarismo ottuso, corto ed esoso, accusate i tedeschi, la Merkel, la sua classe politica. Chi vuole divincolarsi da questa prigione dell’avarizia patologica, lo fa in nome della civiltà, della libertà e del diritto, non del “tribalismo”. Se Molinari vuole criticare il tribalismo di uno stato, non ha che rimproverarne la sua Israele.

Un esempio di Germania avanzata

Non solo, c’è di peggio. L’egemonia tedesca esercitata dal particolarismo degli interessi tedeschi, dalla sua “competitività”, sta rendendo l’Europa, da avanguardia che era, a retroterra arretrato sul piano tecnologico e scientifico. Considerate solo questo: gli Usa hanno il GPS essendo stati i primi a installare la straordinaria infrastruttura satellitare necessaria; la Russia, che economicamente è nemmeno un decimo dell’Europa, ha il suo sistema Glonass. La UE non riesce a installare il suo sistema di geolocalizzazione Galileo, e sapete perché? Perché la Germania ha puntato tutto sulla sua competitività nell’export di auto, ha deformato l’Europa e l’ha legata ad un settore industriale maturo, ed ora prossimo all’obsolescenza.

Sulla “competitività, eccellenza ” e sparagnosità della Germania concludo con questa foto. Sapete cosa è?


E’ il nuovo aeroporto di Berlino, che la Germania non può usare come aeroporto causa i sistemi di sicurezza sbagliati e fallimentari (forse lo apriranno nel 2021, ci stanno lavorando…), ed a cui ha trovato temporaneamente un nuovo impiego: ne fa il magazzino di migliaia di Volkswagen che non possono essere registrate per l’uso su strada perché non hanno superato i test di emissione. Questa è la Germania che ci fa la lezione sui nostri “sprechi”, sulla nostra corruzione, sulle nostre inefficienze.



(Idea di Mario D’Amelio su twitter) https://twitter.com/Ingestibile79