Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 19 novembre 2018

Antonio Socci - Amare e difendere la propria identità significa dunque amare e difendere anche quelle altrui


Posted: 18 Nov 2018 01:21 PM PST


Alla commemorazione della fine della Prima guerra mondiale, il presidente francese Macron ha esaltato il “patriottismo” (proprio) e ha “bombardato” quello altrui squalificandolo come “nazionalismo”. Ce l’aveva con il sovranismo dei paesi (come l’Italia) che non si vogliono sottomettere al nazionalismo di francesi e tedeschi.

Donald Trump, in un tweet, ha scritto che Macron cerca di parlar d’altro perché ha, in Francia, un livello di consenso troppo basso (il 26%) e un livello di disoccupazione troppo alto (circa il 10%). Poi Trump ha aggiunto: “a proposito, non c’è paese più nazionalista della Francia, gente molto orgogliosa, ed è giusto così”.

Insieme a Macron anche la Merkel ha tuonato contro il nazionalismo: ha detto che porta alla guerra. I due paesi più nazionalisti d’Europa, poco dopo aver dato queste “lezioni” agli altri, hanno realizzato un’intesa a due sul bilancio dell’eurozona, ovviamente penalizzante per l’Italia. L’ennesimo gesto di supremazia ed arroganza.

Chiamano “nazionalismo” il tentativo degli altri paesi di difendere la propria sovranità e i propri interessi dallo strapotere franco-tedesco.

Peraltro, negli ultimi duecento anni, due paesi hanno tentato di soggiogare con le armi tutta l’Europa: prima ci ha provato la Francia napoleonica e poi la Germania del III Reich.

La storia dunque dovrebbe indurre quei due paesi ad evitare di dar lezioni agli altri e piuttosto dare il buon esempio. Invece continua la guerra economica e politica in Europa che è alimentata da una guerra di parole, usate a sproposito.

Per esempio identificare il nazionalismo con la nazione è come identificare la polmonite col polmone. Senza i polmoni non si può vivere e chi se li facesse asportare per evitare la polmonite si suiciderebbe. Egualmente senza sovranità nazionale un paese si suicida.

Il sovranismo è dunque un dovere. Volete il miglior esempio di sovranista mai visto in Italia, un patriota capace di una straordinaria azione di difesa dei nostri interessi nazionali? E’ Enrico Mattei. Il mitico “fondatore” dell’Eni.

Già partigiano cattolico, avendo alle spalle la Dc di De Gasperi, Vanoni e Moro, riuscì a dare al nostro paese quell’indipendenza energetica che lo liberò dalla sudditanza straniera e che fu la precondizione del nostro miracolo economico.

Mattei, difendendo i nostri interessi nazionali, inaugurò anche un rapporto nuovo nei confronti dei paesi sottosviluppati, ma ricchi di petrolio, rispettando e riconoscendo anche i loro giusti interessi. In questo modo mostrò che l’amore alla patria italiana significa anche rispettare la patria e gli interessi altrui. Il miglior campione di sovranismo è dunque Mattei.

Purtroppo oggi si stravolge il linguaggio e “sovranista” (che poi è un’espressione ripresa dall’art. 1 della Costituzione) è diventato un termine deprecabile. Addirittura la parola “nazione” è diventata disdicevole.

Ha stupito per esempio un intervento di Andrea Riccardi pubblicato dal giornale della Cei, “Avvenire”(l’intenzione era quella di attaccare i “movimenti sovranisti e populisti”).

Il concetto principale di Riccardi, leader della Comunità di S. Egidio ed ex ministro del governo Monti, è questo: “La ‘cultura nazionale’ è stata un grande contenitore che ha dato efficienza all’odio, l’ha congelato e conservato negli anni, l’ha diffuso come educazione all’identità. Storia, lingua, geografia, epica letteraria hanno contribuito all’efficienza e alla diffusione dell’odio”.

A dire il vero il Novecento è stato devastato e insanguinato da una cultura dell’odio che proveniva non dalle nazioni, ma dalle ideologie, che erano radicalmente avverse alle diverse identità nazionali: il comunismo e il nazismo.

E’ strano è che una tale demonizzazione dell’idea stessa di nazione appaia sul quotidiano dei vescovi, perché è un concetto totalmente contrapposto al magistero di Giovanni Paolo II, il quale, nel corso del suo pontificato, ha elaborato una vera e propria “teologia delle nazioni”.

Il papa polacco affermò, in uno storico discorso a Varsavia, il 2 giugno 1979, che “non si può comprendere l’uomo fuori da questa comunità che è la nazione”. E lo stesso giorno aggiunse: “la ragion d’essere dello Stato è la sovranità della società, della nazione, della patria”.

In quello storico viaggio incitò i giovani polacchi ad amare la cultura e la storia della propria nazione e concluse: “Restate fedeli a questo patrimonio! Fatene il fondamento della vostra formazione e il motivo del vostro nobile orgoglio! Conservate e accrescete questo patrimonio, trasmettetelo alle generazioni future”.

Altro che la “cultura nazionale” come contenitore di odio. Giovanni Paolo II sottolineò che “la fedeltà all’identità nazionale possiede anche un valore religioso”.

Come si vede da una parte c’è Giovanni Paolo II (a cui si potrebbero aggiungere le parole analoghe di Pio XII, di Benedetto XV, di Leone XIII e di san Tommaso d’Aquino), dalla parte opposta Riccardi e l’“Avvenire” (che su questo concetto sono in consonanza con Emma Bonino).

Fu soprattutto in un discorso all’Onu, il 5 ottobre 1995, che Giovanni Paolo II articolò l’insegnamento della Chiesa sulle nazioni.

Anzitutto dette, del Secondo conflitto mondiale, un’interpretazione opposta a quella oggi dominante: “quel conflitto venne combattuto a causa di violazioni dei diritti delle nazioni. Molte di esse hanno tremendamente sofferto per la sola ragione di essere considerate ‘altre’. Crimini terribili furono commessi in nome di dottrine infauste, che predicavano l’‘inferiorità’ di alcune nazioni e culture”.

E parlava un figlio della nazione polacca che fu la prima ad essere aggredita e annientata da due opposti totalitarismi imperialistici.

Il papa osservò che l’Onu nacque proprio “dalla convinzione che simili dottrine erano incompatibili con la pace”. E nacque assumendo “l’impegno morale di difendere ogni nazione e cultura da aggressioni ingiuste e violente”.

Il papa richiamò, come basi filosofiche, la “notevole riflessione etico-giuridica” che vi fu già al Concilio di Costanza nel XV secolo e “la riflessione” che “nella medesima epoca” a partire dall’Università di Salamanca fece scuola “nei confronti dei popoli del nuovo mondo”.

Ma “purtroppo”, osservò il papa “anche dopo la fine della seconda guerra mondiale i diritti delle nazioni hanno continuato ad essere violati”.

Poi Giovanni Paolo II spiegò, con intuizione profetica, che la globalizzazione, omologando e livellando tutto, avrebbe suscitato nei popoli “un bisogno prorompente di identità e di sopravvivenza” e disse che questo fenomeno “non va sottovalutato, quasi fosse semplice residuo del passato”.

Perché si tratta dei fondamenti dell’umano, infatti il “termine ‘nazione’, evoca il ‘nascere’, mentre, additato col termine ‘patria’ (“fatherland”), richiama la realtà della stessa famiglia” ed è “su questo fondamento antropologico che poggiano anche i ‘diritti delle nazioni’, che altro non sono se non i ‘diritti umani’ colti a questo specifico livello della vita comunitaria”.

Concluse: “Presupposto degli altri diritti di una nazione è certamente il suo diritto all’esistenza: nessuno, dunque – né uno Stato, né un’altra nazione, né un’organizzazione internazionale – è mai legittimato a ritenere che una singola nazione non sia degna di esistere”.

E seppure si possono realizzare forme di aggregazione giuridica tra differenti nazioni è necessario “che ciò avvenga in un clima di vera libertà, garantita dall’esercizio dell’autodeterminazione dei popoli”.

Amare e difendere la propria identità significa dunque amare e difendere anche quelle altrui. Una bellissima poesia di Karol Wojtyla, “Pensando Patria”, dice: “Quando penso ‘patria’, esprimo me stesso, affondo le mie radici, è voce del cuore, frontiera segreta che da me si dirama verso gli altri, per abbracciare tutti, fino al passato più antico di ognuno”.

La Francia profonda mette all'angolo il fanfulla Macron


La Francia profonda contro Macron 
E adesso il presidente trema

NOV 17, 2018 

La Francia scende di nuovo in piazza contro Emmanuel Macron. E per il presidente arriva una nuova dimostrazione che il popolo francese non è più dalla parte del capo dell’Eliseo. Sono 250mila le persone che hanno bloccato le strade del Paese per protestare contro il caro carburanti. E la protesta è sfociata anche in tragedia. Violenti scontri hanno caratterizzato tutto il territorio e si è registrato anche un morto a Pont-de Bueauvoisin, in Savoia. Nel frattempo è salito a 106 il bilancio dei feriti, di cui cinque gravissimi. 

Il ministro dell’Interno, Christophe Castaner, ha disposto per l’intero Paese il massimo livello di l’allerta e ha domandato ai manifestanti “di prendere tutte le misure di prevenzione e sicurezza”. La richiesta di Castaner però non ha sortito gli effetti desiderati. Oltre alla tragedia in Savoia, gli incidenti hanno caratterizzato tutto il Paese. A Grasse, nelle Alpi Marittime, una vettura “ha cercato di forzare un blocco” e ha investito un poliziotto è rimasto leggermente ferito. A Besancon, altri due feriti lievi a causa di un’improvvisa inversione a U di una macchina per evitare un blocco. Mentre in Alsazia, a Selestat, una manifestante di 45 anni ha avuto il piede schiacciato da un’auto. Altri incidenti si sono verificati nel nord della Francia.

La protesta è iniziata spontaneamente per manifestare contro la decisione del governo di aumentare le tasse sul gasolio di 6,5 centesimi al litro e quelle della benzina di 2,9 centesimi. Partita dai social network, ha ricevuto il sostegno trasversale della sinistra radicale di France Insoumise e della destra Rassemblement National, l’ex Front National. Poi è arrivato anche il sostegno dei socialisti e dei Verdi. La Cgt, il principale sindacato francese, si è rifiutata di mobilitarsi per non condividere la protesta con la destra, pur condividendo le ragioni dei manifestanti.

Così, quella che è nata come una protesta contro il caro carburanti, si è trasformata immediatamente in una grande manifestazione della Francia profonda, quella rurale e non delle grandi città, contro il governo. La gente non è più scesa soltanto in piazza per protestare contro il rincaro di benzina e gasolio, ma contro la politica di Macron, considerato nella ree rurale di Paese come il “presidente dei ricchi”. Mal tollerato da larga parte della popolazione e sempre meno apprezzato dalla classe media e medio-bassa, il presidente francese è crollato nei sondaggi. E le migliaia di blocchi stradali in tutto il Paese confermano che esiste una larga parte della Francia che rifiuta le politiche del governo e le decisioni dell’Eliseo.

E come spiega l’Huffington Post, “il rischio per il governo è che questo movimento possa assumere dimensioni più grandi, trascinando dietro di sé una protesta generalizzata contro le riforme attuate fino ad oggi. Secondo l’ultimo sondaggio diffuso nelle ultime ore, il 74% dei francesi si è dichiarato a favore dei ‘gilet gialli’. Il tutto, a soli sei mesi dalle prossime elezioni europee, primo test elettorale per il capo di Stato dall’inizio de suo mandato”.

Difficile capire come la prenderà il presidente. Macron aveva già fatto recentemente mea culpa per non essere stato in grado di aver riavvicinato il Paese ai suoi vertici. E queste manifestazioni sono l’esempio lampante. Il Paese non approva la linea intrapresa dal capo dell’Eliseo.

Roberto Pecchioli - interpretare il mondo, strumento di analisi critica proposta prassi che ha come valori fondanti l'Universalità, la Totalità, l'Irripetibilità

FILOSOFI E STAGNINI

Maurizio Blondet 17 novembre 2018 
di Roberto PECCHIOLI

Si racconta che José Ortega y Gasset, appassionato di corrida, fu presentato a un famoso torero. Questi chiese a quale attività si dedicasse quel distinto signore. E’ un filosofo, gli dissero. Stupefatto, il torero osservò: c’è gente per tutto. Molti si sorprenderanno del fatto che per iniziativa dell’Unesco, il terzo giovedì di novembre di ogni anno si tenga la Giornata Mondiale della Filosofia.

La celebrazione conferma il momento di popolarità che sembra vivere l’ostica disciplina di Aristotele e Tommaso d’Aquino. In Italia esistono festival dedicati alla filosofia frequentati da un vasto pubblico, alla presenza di pensatori o sedicenti tali, alcuni dei quali divenuti vere e proprie attrazioni assai ricercate dai programmi televisivi di intrattenimento. Molti assessorati alla cultura fanno a gara per avere nei propri eventi almeno una serata con la presenza di filosofi, in genere ben remunerati e interessati a promuovere la pubblicazione della loro ultima prestazione intellettuale, proposta come una pietra miliare del pensiero contemporaneo. Meglio così, naturalmente, l’interesse per la filosofia è positivo anche nella forma frivola e consumista prevalente. E’ un bene che si diffonda una certa simpatia sociale per la filosofia, pur se accompagnata da idee molto vaghe sul lavoro degli studiosi o dalla completa ignoranza di quello di cui si occupano.

Qui sorge l’inevitabile domanda che deve affrontare chiunque studi o abbia passione per la materia: a che cosa serve la filosofia? E’ un quesito che nessuno avanza a proposito della pedagogia, delle scienze della comunicazione o della moda. A volte la domanda è posta con genuino interesse, più spesso nasconde un larvato discredito, l’annoiata degnazione che si riserva a una faccenda divertente, ma del tutto estranea alla vita reale. Nulla di nuovo, se ricordiamo il modo in cui Callicle rimprovera Socrate nel Gorgia di Platone: come può giocare, intrattenersi con la filosofia un uomo della sua età, invece di dedicarsi a cose più serie e profittevoli, come guadagnare denaro o fare carriera politica? Socrate farebbe meglio a lasciare simili sottigliezze a giovani oziosi.

Non ci sembra più lusinghiero il giudizio dell’Unesco, che definisce la filosofia utile per formare “buoni cittadini” e “pilastro della pace “. Non è facile essere d’accordo con tesi tanto banali. La Giornata Mondiale sembra addirittura cercare giustificazioni all’esistenza della filosofia. Giustificarsi costringe sulla difensiva, perfino alla ricerca di alibi; normalmente, spiegare la filosofia richiede una certa iniziazione alla sua pratica, la familiarità prodotta dalla conoscenza. Quanto di più distante dalla realtà educativa e culturale contemporanea, che relega la filosofia, insieme con tutte le materie che Dilthey chiamò scienze della spirito, in un ordine inferiore alle scienze della natura, le quali, nell’idea comune, “servono” a qualcosa. Insomma, il problema della filosofia è la sua estraneità al pensiero strumentale, la ricerca della verità anziché dell’esattezza scientifica, la sua natura di indagine sulle cause. La domanda fondamentale, tanto estranea all’uomo contemporaneo, non è “come “, ma “perché”.

Messi in difficoltà per la distanza dei criteri di giudizio, si finisce per trarsi d’impaccio con definizioni pret-a-porter, dozzinali, di scarso spessore che, con il pretesto di raggiungere tutti, eludono le domande fondamentali sulle indagini e le questioni poste dalla filosofia; si danno frettolose risposte buone per tutti che non rivelano nulla della sua centralità. Così la filosofia viene ridotta dall’Unesco a disciplina che esalta la pace e contribuisce a formare “buoni cittadini”, tacendo peraltro sui criteri, sull’autorità di chi li determina e in base a quale scala di valori. Non manca l’inevitabile allusione al “pensiero critico”, altro concetto ambiguo, uno slogan efficace quanto vuoto di contenuto.

Certo non mancano filosofi che hanno collaborato con le peggiori cause. Per restare al nostro tempo e al variegato campo esistenzialista, da decenni assistiamo alla demolizione del pensiero di Martin Heidegger per le sue simpatie naziste, ma è facile ricordare la difesa appassionata del comunismo stalinista di Jean Paul Sartre o Maurice Merleau-Ponty. Del pari, dobbiamo riconoscere l’oscurità magniloquente di troppi pensatori del Novecento, che sembrano ridurre la filosofia a un gioco di parole per iniziati, fitto di neologismi, paradossi, ambiguità. Sarebbe puerile sostenere che le idee filosofiche abbiamo sempre effetti benefici, o negare la patente di filosofi a quelli che non ci piacciono, dai greci ai postmoderni, per quanto sia forte la tentazione dinanzi a brani come il seguente, di Gayatri Chakravorty Spivak, riportato da Roger Scruton in A political philosophy: la rammemorazione del “presente” come spazio è la possibilità dell’imperativo utopico del non- (specifico) luogo, il progetto della madrepatria che può integrare lo sforzo post-coloniale volto all’impossibile cathexis della storia specificamente locale come il tempo perduto dello spettatore .

Conviene segnalare uno dei servizi più importanti che offre la filosofia, menzionato raramente: combattere con gli argomenti la cattiva filosofia e le errate interpretazioni di quella buona. La filosofia è dunque un antidoto contro i veleni che inocula essa stessa? Qualcosa del genere, tenendo conto che le pessime idee filosofiche non nascono solo nelle accademie e circolano largamente nei dibattiti pubblici, sui mezzi di comunicazione e le reti sociali. Non vi è altro mezzo di opporsi alle influenze cattive se non facendo buona filosofia. A tal fine, bisogna imparare a distinguere le buone dalle cattive ragioni in cerca della verità, sia che discutiamo della struttura ultima della realtà, della conoscenza, del giusto ordine sociale o della concezione del bene.

Forse serve ritornare alla funzione del filosofo come moscone fastidioso che viene da Socrate. La missione di chi pensa è revocare in dubbio i luoghi comuni, le formule e i cliché che gli altri accettano senza riflettere. La filosofia rende un servizio non soltanto allorché ne demitizza qualcuno, ma anche quando l’idea analizzata resiste all’esame, poiché sarà stata osservata e riconosciuta valida sotto un nuovo punto di vista.

Questo esercizio sembra più necessario che mai dopo avere preso atto di una ricerca svolta tra gli studenti di liceo e dell’università, convinti in maggioranza che tutte le opinioni siano valide o meritino identico rispetto. Il fatto più interessante è che il loro relativismo obbedisce a un impulso suppostamente morale: adottano la posizione relativista per il timore di apparire intolleranti. La sua forza di attrazione si spiegherebbe così attraverso la tolleranza, celebrata come il grande valore delle società pluraliste. Basta un esame sommario per rendersi conto che dal relativismo non discende la tolleranza, né la tolleranza richiede relativismo. Entrambe le nozioni illustrano bene la necessità di analisi e classificazione concettuale a cui risponde la buona filosofia.

Il relativismo è una specie di bersaglio mobile difficile da inquadrare. Ammettiamo di individuarlo nella tesi secondo cui tutte le opinioni hanno il medesimo valore. E’ una tesi insostenibile in quanto paradossale, poiché, rovesciata, implica che non esistano opinioni veritiere o giustificate meglio di altre. Se asserisco che non ci sono affermazioni veritiere, escludo dal giudizio la mia stessa proposizione? In caso contrario, non ci sarebbe ragione per accettarla o prenderla sul serio. Per sfuggire a tale obiezione, i sostenitori del relativismo sono soliti restringerlo all’ambito delle opinioni in campo morale. Anche così, è difficile vedere come il relativismo sarebbe un aspetto o una conseguenza della tolleranza. In fin dei conti, “la tolleranza è buona” è una proposizione morale. Se accettiamo che tutte hanno identico valore, quest’affermazione vale tanto quanto la contraria e non sussisterebbero più valide ragioni per essere tolleranti che per essere intolleranti.

Il pensatore americano Michael Sandel ha rivelato che l’attrazione che lo ha condotto alla filosofia deriva dalla sua ineludibilità. La filosofa inglese Mary Midgley, scomparsa di recente a quasi cent’anni di età, lo spiegò in forma più prosaica ma non meno efficace quando paragonò la professione filosofica a quella dell’idraulico: l’una e l’altra si interessano di cose necessarie ma non immediatamente visibili. Non ci si fa caso finché le strutture non si ingorgano o non funzionano: allora serve l’intervento dell’esperto. Se alla fine, come ribatte Socrate a Callicle, non c’è questione più seria della domanda su come dobbiamo vivere, tanto vale pensarci bene, con l’aiuto di filosofi e stagnini.

Gli euroimbecilli nostrani, i giornaloni le Tv si nascondono dietro le gonne delle donne la cui presunzione ideologica enorme le fa scoppiare come tanti palloncini


Tav, Mattarella declina invito 'madamine'. E loro: "Andiamo avanti"

Un atto quasi dovuto quello del Presidente che si astiene "da qualunque comportamento che possa apparire come inserimento" in ambiti che non gli competono

di VALENTINA INNOCENTE17 novembre 2018

Lo avevano promesso dal palco di piazza Castello a Torino, davanti a quasi 40mila persone: portare le istanze del popolo Sì Tav alle massime istituzioni della Repubblica a cominciare dal presidente Sergio Mattarella. Le sette donne organizzatrici della manifestazione 'Sì Torino va avanti', le cosiddette 'madamine', hanno ricevuto ora la risposta del Capo dello Stato che, gentilmente, ha declinato la loro richiesta di incontro.

È un atto quasi dovuto, quello di Mattarella, che ammette di "apprezzare in alto grado lo spirito civico che ha animato" l'iniziativa ricordando però come quella dell'alta velocità Torino-Lione sia "una scelta politica di particolare importanza anche sul piano internazionale". Una decisione, dunque, che spetta a governo e Parlamento e per cui il presidente si sente in dovere di "accantonare" le proprie convinzioni e di astenersi "da qualunque comportamento che possa apparire come inserimento" in ambiti che non gli competono.

"Questa era la nostra priorità e il modo con cui volevamo dare seguito alla mobilitazione che si è creata", hanno spiegato le sette donne (Simonetta Carbone, Roberta Castellina, Donatella Cinzano, Roberta Dri, Patrizia Ghiazza, Giovanna Giordano, Adele Olivero), ringraziando a loro volta la considerazione avuta da Mattarella e promettendo di "andare avanti nell'interesse dei cittadini di Torino e di tutta Italia". Ora, infatti, dopo il Quirinale, dovranno venire gli altri attori istituzionali che hanno chiesto un incontro al Comitato. Tra questi, la sindaca di Torino, Chiara Appendino. "La vedremo - hanno assicurato le sette donne, - non rimangiamo di certo la nostra promessa di incontro. Dobbiamo organizzarci, e proseguire passo dopo passo. Vediamo cosa accadrà nei prossimi giorni, intanto noi stiamo continuando a lavorare".

Il Tav, infatti, è solo uno dei sette punti del loro manifesto che va dal lavoro allo studio, dalla cultura alla ricerca, dalla solidarietà alla sicurezza. "Ringraziamo l'amministrazione che ha ascoltato la richiesta della piazza - hanno spiegato - Ora andiamo avanti, come la goccia che scava la pietra, piano piano, passettino per passettino"

L'Euroimbecillità dominante a Bruxelles non ha ancora capito la portata e il successivo governo uscito dalle urne il 4 marzo 2018

Vi spiego i veri motivi (politici) delle bordate fra Italia e Bruxelles sulla manovra

18 novembre 2018


Che cosa succede davvero tra il governo Conte e la Commissione europea sulla manovra? Il commento di Pierluigi Magnaschi, direttore del quotidiano Italia Oggi

Tra la Commissione europea e il governo italiano a guida pentaleghista non è scoppiato un contenzioso su delle cifre percentuali relative all’aumento del pil o che riguardano il rapporto debito pubblico/pil, come i politici e le isteriche prese di posizione mediatiche vorrebbero farci credere. Certo, le cifre contano, non c’è dubbio. Ma non sono così determinantemente mortifere come vengono descritte nella narrazione prevalente. Tant’è che, chi più, chi meno, quasi tutti i paesi dell’area euro non le rispettano, Germania compresa. Per non parlare della Francia. E non solo l’anno prossimo, ma anche in molti anni precedenti. L’implacabile Pierre Moscovici, il commissario francese che oggi è responsabile delle finanze in Europa, e che quando parla dei conti italiani perde il suo aplomb naturale e gli viene la bava alla bocca, quando era ministro dell’Economia in Francia fece passare un bilancio pubblico con il 3,4% di rapporto debito/pil quando adesso il governo italiano viene redarguito perché propone un bilancio con il 2,4%.

Non solo, il glaciale Moscovici che oggi, con aria sacerdotale, invoca lo scrupoloso rispetto delle regole comunitarie, quando era ministro dell’Economia a Parigi, non solo, come si è visto, violava le regole con grande disinvoltura ma aggrediva addirittura a male parole e in pubblico la Commissione europea che tentava di farlo rientrare nei binari della correttezza, dicendo (come se fosse stato un Di Maio o un Salvini qualsiasi) che lui era stato eletto dal popolo e quindi non era disposto a prendere gli ordini da degli euroburocrati.

Se il contenzioso non si basa sulle famose e troppo strombazzate cifre percentuali, allora perché è scoppiata adesso una rissa così fragorosa fra Roma e Bruxelles? Il motivo lo ha spiegato molto bene, ieri, il più diffuso quotidiano francese, le Figaro, che è riuscito anche a sintetizzarlo in un titolo esemplare di sole 42 battute. Il titolo dice: «Bilancio: l’Italia rifiuta di obbedire a Bruxelles». Il confronto quindi non è di tipo ragionieristico ma di tipo politico. L’Italia legastellata infatti non solo non obbedisce ai diktat della Commissione europea ma (questo è il vero punto dolente) ostenta la sua soddisfazione nel disobbedire, con risposte pubbliche polemiche, insolenti e persino brucianti.

Per Bruxelles e per i grandi poteri (politici, economici, finanziari e geostrategici che fanno massa attorno a Bruxelles) questo è, comprensibilmente, un affronto da non lasciar passare perché, ecco l’altro fattore che è emerso solo nell’ultimo anno e, in modo evidente, dopo l’esito elettorale dello scorso 4 marzo in Italia, gli equilibri comunitari, che hanno resistito per mezzo secolo, adesso vengono messi in discussione, quando non si stanno addirittura sgretolando. E quindi è comprensibile che siano allarmati coloro che sono alla guida dell’auto comunitaria che sta perdendo le ruote.

Markus Ferber, 53 anni, europarlamentare della Csu (la Dc bavarese che, su molti punti, non è certo ostile a Salvini) e membro della Commissione Affari economici e monetari a Strasburgo, dice al Corsera che l’Italia non ha mai brillato,nel recente passato, per la sua correttezza nella gestione delle risorse pubbliche. E lo dice in modo molto chiaro, senza arroganza ma anche senza fare sconti: «Mario Monti», dice Ferber, «ha promesso molto e non ha realizzato nulla. Idem Matteo Renzi. Perfino Gentiloni è stato sulla stessa linea». Ferber aggiunge, in modo oggettivo ma senza far sconti a nessun governo italiano, che «il tempo comprato dalla politica espansiva della Bce con il Quantitative easing non è stato usato (ripeto: dai governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, ndr) per fare le riforme strutturali mentre la Bce, adesso e come previsto, si prepara a concludere il suo programma di acquisti di titoli pubblici e questo metterà l’Italia sotto ulteriore pressione».

Quando il governo Renzi presentava il bilancio con un rapporto debito/pil al 3,2% (anziché al 2,4% attuale del governo Conte) non succedeva niente perché Bruxelles, a fronte di obblighi non evidenziati, ma pesantemente concreti, concedeva più flessibilità al governo italiano che si presentava in forma supina. Una parola, flessibilità, che sa di ipocrisia ma che nessuno ha mai messo in discussione. Si diceva flessibilità infatti ma solo gli addetti ai lavori capivano che si trattava di uno sforamento.

Quando l’intelligente ma anche ingenuo Macron chiese al governo legastellato appena eletto e formato, di adempiere immediatamente agli obblighi contratti dai precedenti governi di centro sinistra italiani, attuando gli hotspot, egli si riferiva agli accordi concessi dal governi nostrani e pagati da Bruxelles in flessibilità (cioè in autorizzazione allo sforamento del debito pubblico). Anche qui c’è un imbroglio lessicale per non farsi capire dal popolo. Gli hotspot infatti, tradotti in un italiano comprensibile, sono dei campi di concentramento di immigrati che avrebbero dovuto essere allestiti in Sicilia. Un vergognoso pedaggio. Che Salvini ha respinto all’istante, annunciando altresì che non avrebbe accettato neanche i movimenti secondari. Anche questa è una parola senza senso, usata sempre per non farsi capire, con la quale ci si riferisce al respingimento automatico degli immigrati che, dopo essere sbarcati in Italia, sono passati in altri paesi europei.

Anche questo principio assurdo, che scarica sulla sola Italia la responsabilità e il peso di accogliere i migranti attraverso il Mediterraneo, è stato accettato dai precedenti governi italiani a seguito di regalie varie, tipo la flessibilità, per cui oggi sarà molto difficile opporvisi ma è comunque anche possibile. Sia pure a costo di conflitti non facili da evitare. E che Salvini ha già detto di essere disposto a sostenere.

Lo scontro con l’Italia, reso rovente dalla gestione di questi argomenti, viene reso ancora più pesante dalla circostanza che la maggioranza politica oggi egemone a Bruxelles, Strasburgo e Francoforte, è innervosita (usiamo un eufemismo) dal fatto che non è escluso che nelle elezioni europee della prossima primavera possa essere sostituita da un’altra maggioranza. Salvini e Di Maio danno per scontato che questo cambio di maggioranza avvenga. Ma non è detto. È vero infatti che i sovranisti sono usciti alla scoperto e hanno dimostrato tutta la loro pericolosità, non solo nei paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) ma anche in Baviera, in Italia e hanno ripreso fiato pure in Francia dove il partito della Marine Le Pen ha superato, nei sondaggi, quello di Macron. Il movimento è imponente ma non è certo che vincerà. Ecco perché Salvini e Di Maio sono, per il momento, sotto schiaffo.

(articolo pubblicato su Italia Oggi)

Trump cerca di aggiustare la sua Bilancia Commerciale ma la deriva del Globalismo è in stato di così forte avanzamento che difficile difficilissimo sarà raggiunta in tempi brevi. Dall'altra abbiamo una Unione Europea piena di euroimbecilli che non andranno in nessun luogo a parte il tentativo di massacrare l'Italia

Tutti i veri dossier che dividono Trump e Macron

18 novembre 2018


L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

11 novembre 2018. Le celebrazioni a Parigi del Centenario dell’armistizio che pose fine al conflitto tra Francia e Germania si sono svolte in un clima surreale, nel completo dissolvimento di quelle che furono le alleanze di quel tempo e soprattutto degli equilibri che hanno dominato il secolo scorso.

I RAPPORTI BRUSCHI FRA TRUMP E MACRON

La premier britannica Theresa May era assente, dacché festeggerà a Londra la fine della Guerra. Il Presidente americano Donald Trump è apparso più brusco che mai, dopo il tweet durissimo lanciato mentre stava atterrando nella capitale francese, replicando al Presidente francese Emmanuel Macron che il giorno prima aveva auspicato la creazione di un esercito europeo per difendersi autonomamente dalla aggressività della Russia, dalla della Cina e financo dagli Stati Uniti, che ormai minacciano la pace mondiale ritirandosi dal Trattato sui missili nucleari a medio raggio. Visibilmente urtato, anche il Presidente russo Vladimir Putin: giunto in ritardo alla cerimonia, non ha quasi stretto la mano del padrone di casa, riservando il gesto ad Angela Merkel e, calorosamente ricambiato, a Donald Trump.

IL RUOLO DI MERKEL

Chissà se a malincuore, solo la Cancelliera tedesca, definitivamente azzoppata nella sua carriera politica dai recenti risultati elettorali, ha condiviso il ruolo da protagonista in tutte le manifestazioni, rimanendo schiacciata dalla strategia comunicativa e politica di Macron.

IL PATTO DELL’ELISEO

L’armistizio con la Germania è salvo, e saldo più che mai: è stato rinnovato davanti al mondo intero quel Patto dell’Eliseo che nel 1963 vide l’abbraccio tra Konrad Adenauer e Charles De Gaulle. Fu plateale, fin troppo, e già allora parve andare al di là della riconciliazione tra i due nemici secolari, basato sulla malcelata volontà della Francia di sottrarre la Germania occidentale alla piena subordinazione verso gli Usa, potenza occupante.

LE CARATTERISTICHE DI MACRON

E di gaullismo, atteggiamento sempre assai critico verso gli Usa, sembra impregnata anche la visione politica dell’attuale Presidente francese Emmanuel Macron. Donald Trump, da parte sua, gliene sta offrendo una infinità di occasioni, avendo messo in crisi quel minimo di multilateralismo che negli anni scorsi aveva cercato di moderare l’eccezionalismo statunitense, sancito dal dissolvimento dell’Urss.

I PASSAGGI CRUCIALI DI TRUMP

Ritirarsi dal Trattato di Parigi sul clima, da quello Transpacifico TPP già firmato da Barack Obama, dall’Accordo sul nucleare iraniano e dal Trattato sui missili nucleari a medio raggio, sono i passaggi cruciali che hanno costellato questi primi due anni della Presidenza Trump, impegnata in un conflitto globale per il ribilanciamento della sua bilancia commerciale, il cui passivo sembra peggiorare senza fine.

LA FUNZIONE DEL DOLLARO

La finzione del dollaro, moneta fondamentale per il commercio mondiale ma senza un controvalore intrinseco, che consente agli Usa di indebitarsi senza limiti, fu già denunciata da De Gaulle nel 1965, quando ordinò ad una nave della Flotta di rimpatriare da New York l’oro francese custodito nei caveau della Fed. Aveva capito che, presto o tardi, il credito francese in dollari non sarebbe più stato onorato. Per quanto possa sembrare paradossale, però, oggi è proprio Donald Trump ad essere il più convinto della insostenibilità per gli Usa di un crescente indebitamento verso il resto del mondo.

LO SCENARIO EUROPEO

Per Emmanuel Macron, questa celebrazione ha segnato in modo tangibile l’inizio del nuovo secolo, che ha preconizzato nel suo libro Rèvolution, che unisce autobiografia e visione del mondo. Se Francia e Germania sono perenni alleate, la presenza americana in Europa non si giustifica più, e tanto meno serve quella britannica. E se l’euro ha davvero un significato, è quello di aver portato la sfida definitiva alla tirannia del dollaro.

IL PUNTO CRITICO DELLA STABILITA’ FINANZIARIA

Ma, oggi, sono la moneta europea e le dinamiche sottese alle economia che lo hanno adottato a rappresentare il punto critico della stabilità dell’intero sistema finanziario globale: i derivati denominati in euro rappresentano una componente straordinariamente elevata del mercato del rischio, con un valore nozionale che a giugno scorso era arrivato a 129 triliardi di dollari, rispetto ai 193 triliardi dei contratti denominati in dollari. Con la Bce imbozzolata dai Trattati ed alle prese con i debiti privati e pubblici di tante economie divergenti, la instabilità dell’eurozona rappresenta uno dei fattori più inquietanti nella prospettiva di una futura crisi finanziaria, e del marcato rallentamento in atto dell’economia europea.

IL DOSSIER DIFESA

C’è dell’altro. La replica di Emmanuel Macron al tweet di Donald Trump, che rimproverava aspramente la Francia anche di beneficiare dell’ombrello della Nato senza pagarne i costi, a tutto discapito del contributo statunitense, è stata eloquente: aumentare il contributo europeo alla difesa non significa dover acquistare armamenti dagli Usa. Sono parole che suonano tetre, al di là della competizione in atto per la fornitura agli eserciti europei degli F-35 americani, cui l’industria franco-tedesca vorrebbe lanciare una alternativa che vada al di là dei francesi Rafale già in esercizio.

IL RUOLO DELL’ITALIA

La mancata partecipazione dell’Italia alla iniziativa franco-tedesca in materia di difesa europea, così come la adozione degli F-35, segnano più di un crinale. E la presenza invero discretissima alla cerimonia parigina del nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con il contributo di sangue versato dall’Italia alla vittoria nella Grande Guerra completamente marginalizzato, se non misconosciuto, riflette una tensione che va al di là della questiona libica, che in queste ore vede il governo italiano impegnato a Palermo a mettere insieme le parti.

Per capire com’è il mondo oggi, sono bastate davvero poche ore.

I buffoni dell'Euroimbecillità fanno le previsioni

Ecco tutte le previsioni sballate di Bruxelles sui conti pubblici dell’Italia negli ultimi anni

18 novembre 2018


L’articolo di Antonio Grizzuti del quotidiano La Verità

È guerra di cifre tra la Commissione europea e il governo italiano. La pubblicazione delle consuete previsioni autunnali, caso mai ce ne fosse bisogno, ha segnato in maniera ancora più netta la crescente distanza tra Roma e gli euroburocrati.

«Dopo la solida crescita registrata nel 2017», si legge in apertura, «l’economia italiana ha rallentato a partire dalla prima metà dell’anno per via del calo delle esportazioni e dell’indebolimento della produzione industriale».

Per quanto riguarda l’anno in corso, la crescita del Pil è fissata all’ 1,1%, il debito pubblico al 131,1%, mentre il deficit è previsto attestarsi all’1,9%. Ma il peggio deve ancora venire. Nel 2019 il deficit dovrebbe schizzare al 2,9%, mentre la crescita dovrebbe rimanere stagnante all’ 1,2%. Tutta colpa, scrivono da Bruxelles, delle misure programmate dal governo.

«La spesa pubblica», si legge nel focus dedicato all’Italia, «crescerà significativamente a seguito dell’introduzione del reddito di cittadinanza, di una maggiore flessibilità per i pensionamenti anticipati, e per l’ aumento degli investimenti pubblici». Per effetto di questi provvedimenti, nel 2020 il rapporto deficit/Pil dovrebbe addirittura sforare il parametro previsto dal Patto di stabilità e crescita, attestandosi al 3,1%.

Uno scenario che prende in considerazione «l’incremento dei rendimenti sui titoli sovrani, risparmi più bassi derivanti dalla spending review e l’ aumento della spesa pubblica come conseguenza del rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici». Sul versante del debito pubblico, a causa del combinato disposto tra deterioramento fiscale e scarsa crescita, questo è previsto rimanere costante intorno al 131%. Nella giornata di ieri è intervenuto anche il Fondo monetario internazionale, confermando le stime per la crescita italiana all’ 1,2% per il 2018, all’ 1% per il 2019 e allo 0,9% per il 2020.

Numeri totalmente diversi da quelli dichiarati dall’esecutivo nel Documento programmatico di bilancio (Dpb) inviato a Bruxelles lo scorso 16 ottobre. Secondo il Mef, infatti, la crescita dovrebbe attestarsi all’ 1,5% nel 2019 e all’ 1,6% nel 2020, mentre per l’ anno prossimo il deficit rimarrebbe contenuto al 2,4%.

Ma le previsioni Via XX Settembre risultano ottimistiche anche per ciò che concerne la prospettiva di riduzione del debito. Un calo che, seppur modesto, dovrebbe portare l’ indebitamento al di sotto della soglia del 130% già nel 2020 (128,1%). Non meraviglia, dunque, la reazione del ministro dell’ Economia, Giovanni Tria, che definisce le previsioni della Commissione europea relative al deficit italiano in «netto contrasto con quelle del governo italiano» e frutto di una «analisi non attenta e parziale del Dpb».

Le sciagure profetizzate nelle previsioni autunnali fanno parte della strategia del terrore messa in campo dai burocrati per aumentare la pressione nei confronti del governo. Non si può dire, però, che si tratti di un’arma particolarmente affilata.


Come si legge nella tabella qui sopra, andando a ritroso negli anni, infatti, è facile osservare come nella stragrande maggioranza dei casi le ipotesi della Commissione si siano rivelate infondate. Mettendo a confronto i dati reali con le stime degli ultimi cinque anni relative a deficit, debito pubblico e crescita, si rileva che a Bruxelles hanno azzeccato una sola volta su quindici: eravamo nel 2017, con un deficit previsto, e poi confermato dalla realtà, al 2,4% del Pil.

A volte l’errore è stato per difetto, altre per eccesso, ma si capisce bene che finché ci troviamo nel campo delle possibilità questi numeri lasciano il tempo che trovano. Sarà anche per questo motivo che, nonostante i consueti proclami e le ormai abituali minacce, anche ieri lo spread è rimasto stabile sotto quota 300, chiudendo a 294.


Savona facci sognare - repetita iuvant

Così Paolo Savona sballotta Juncker, Paesi Bassi e Austria

18 novembre 2018


Che cosa ha scritto oggi il ministro degli Affari europei, Paolo Savona

“I Paesi Bassi e l’Austria si sono espressi a favore di una doverosa procedura di infrazione; se i primi avessero accompagnato la richiesta con l’impegno di riassorbire l’inaudito surplus di bilancia corrente che sottrae crescita all’Unione, e se l’Austria avesse svolto in questo frangente con più equilibrio il suo ruolo istituzionale di Presidenza di turno dell’Ue, forse avrebbero favorito il dialogo”.

CHE COSA HA SCRITTO PAOLO SAVONA SUL SOLE 24 ORE

E’ quanto scrive tra l’altro Paolo Savona oggi in un intervento sul Sole 24 Ore a proposito della procedura di infrazione Ue che riguarda l’Italia. Ma il ministro degli Affari europei, nell’intervento pubblicato sul quotidiano confindustriale diretto da Fabio Tamburini, critica direttamente anche il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker.

LA PROPOSTA DEL GOVERNO ITALIANO ALL’UE

“La via del dialogo – ha scritto Savona – è stata già indicata dal Governo italiano fin dall’inizio di settembre nel documento intitolato “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Esso propone di costituire a Bruxelles un Gruppo di lavoro ad alto livello che invii il messaggio ai cittadini europei che l’Unione sta esaminando i modi per completare l’architettura e le politiche europee, con un respiro più ampio dei negoziati oggi in corso sul tema”.

LA STOCCATA DI SAVONA A JUNCKER

Le risposte al documento italiano? Ha chiosato il ministro degli Affari europei: “Il dialogo può essere avviato in forme diverse, utili e razionali, come quello avviato dall’ottima e paziente (nei miei confronti) collega francese Loiseau, che nella sua risposta al documento del Governo mi ha indicato i punti sui quali si poteva discutere. Una pari cortesia, non meno apprezzata, mi è stata usata da altri colleghi europei. Altri, compreso il Presidente Juncker, si sono trincerati in un silenzio che voglio rifiutarmi di considerare mancanza di volontà di dialogo sui veri problemi dell’Unione”.

ECCO DI SEGUITO AMPI STRALCI DELLO SCRITTO DEL MINISTRO PAOLO SAVONA PUBBLICATO OGGI SUL SOLE 24 ORE:

La Commissione dichiara di volere il dialogo con il Governo italiano, ma verba volant, scripta manent. Se dialogo si vuole veramente, e noi lo vogliamo, si deve partire dal nobile discorso pronunciato dal Presidente Mattarella in Svezia, da quello che si può considerare il podio dei Premi Nobel, ivi incluso quello della pace. Il quesito è quale risposta deve dare l’Italia a una nuova caduta della crescita, già insoddisfacente, e a una disoccupazione e una povertà insostenibili?

La via del dialogo è stata già indicata dal Governo italiano fin dall’inizio di settembre nel documento intitolato “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Esso propone di costituire a Bruxelles un Gruppo di lavoro ad alto livello che invii il messaggio ai cittadini europei che l’Unione sta esaminando i modi per completare l’architettura e le politiche europee, con un respiro più ampio dei negoziati oggi in corso sul tema. Chi continua a ripetere che il Governo intende pilotare l’Italia fuori dall’euro e dall’Unione spera che la situazione peggiori per tentare di recuperare la sconfitta del 4 marzo e si appella al mercato affinché crei ulteriori squilibri, senza dare una risposta ai tre problemi indicati.

La soluzione allo scontro, che doveva essere evitato, passa attraverso una decisione che, come suol dirsi, salvi la faccia di tutte le parti in causa: quella del Governo, che ha indicato una strada per affrontare i tre problemi (caduta della crescita, disoccupazione e povertà), offrendo un luogo di discussione, il citato gruppo ad alto livello; quella della Commissione, che avrebbe dovuto aprire un dialogo diverso dal semplice «rispettate i parametri fiscali»; e quella degli altri Stati Membri che ignorano il problema da affrontare.

Un verba volant è che sarebbero alcuni Stati membri a non volere aprire un dialogo e, quindi, non ci sarebbe spazio per la Commissione di dare avvio alla discussione proposta. I Paesi Bassi e l’Austria si sono espressi a favore di una doverosa procedura di infrazione; se i primi avessero accompagnato la richiesta con l’impegno di riassorbire l’inaudito surplus di bilancia corrente che sottrae crescita all’Unione, e se l’Austria avesse svolto in questo frangente con più equilibrio il suo ruolo istituzionale di Presidenza di turno dell’Ue, forse avrebbero favorito il dialogo.

Il dialogo può essere avviato in forme diverse, utili e razionali, come quello avviato dall’ottima e paziente (nei miei confronti) collega francese Loiseau, che nella sua risposta al documento del Governo mi ha indicato i punti sui quali si poteva discutere. Una pari cortesia, non meno apprezzata, mi è stata usata da altri colleghi europei. Altri, compreso il Presidente Juncker, si sono trincerati in un silenzio che voglio rifiutarmi di considerare mancanza di volontà di dialogo sui veri problemi dell’Unione.

Poiché tutti dichiarano di volere l’Europa unita la strada non può essere se non quella indicata dal Presidente Mattarella nel corso della sua visita in Svezia: dialogare e recuperare l’Esprit d’Europe. L’Italia vuole dialogare. Sta agli altri dimostrare che vogliono occuparsi seriamente del futuro dell’Unione Europea

L'esercito è parte fondante dello stato, Di Maio Salvini se ne facciano una ragione

ITALIA: VERSO LA RINUNCIA AD UNA DIFESA NAZIONALE

Maurizio Blondet 16 novembre 2018 
di Paolo Palumbo)
15/11/18

Il 2 settembre 1945, a bordo della corazzata americana USS Missouri l’Impero del Sol Levante siglava la resa incondizionata di fronte ad un compiaciuto generale Douglas MacArthur, comandante dell’esercito in uno dei settori del fronte più complessi e sanguinosi della seconda guerra mondiale. Dopo due bombe atomiche e la conseguente dimostrazione di una potenza letale impressionante, gli americani piegarono la ferrea volontà dei giapponesi i quali si prepararono ad un seppuku nazionale subendo l’occupazione militare e delle imposizioni post-conflitto ancor più vergognose dell’atto di resa.

La volontà del presidente Truman era quella di minare il Sol Levante non solo moralmente, ma soprattutto militarmente costringendolo a rinunciare di fatto ad un esercito combattente. Il coriaceo generale MacArthur fu nominato comandante del Supreme Command of Allied Powers (SCAP) con il quale avviò il progetto per una ricostruzione – secondo gli schemi americani – del Giappone: il comparto della difesa fu inizialmente il più penalizzato poiché alle spese militari fu concesso l’investimento del misero 1% del PIL, il che significava la rinuncia ad una difesa nazionale. A tutti gli ufficiali che servirono l’imperatore fu tassativamente proibita la partecipazione alla politica e dal 1947 le bozze di una nuova costituzione privarono Hirohito di molte delle sue prerogative in campo militare. Solo una decina di anni dopo gli americani cambiarono rotta, soprattutto in funzione anti comunista, iniziando a riequipaggiare nuovamente le cosiddette Forze di Autodifesa giapponesi, accettandone una risalita lenta, ma progressiva.

Riarmo e disarmo

Il disarmo dell’apparato militare di uno stato sovrano è solitamente una delle conseguenze di una guerra perduta: così fu per la Germania degli Hohenzollern nel 1918 e lo stesso toccò al Giappone e alla Germania hitleriana nel 1945. Successivamente al clima di tensione instauratosi con la Guerra Fredda, gli Stati Uniti avviarono un processo economico globale che avrebbe risollevato le sorti degli eserciti sconfitti, Italia compresa. La situazione italiana era una delle peggiori, poiché la distruzione dell’esercito era già iniziata dopo l’8 settembre del 1943: una ferita specialmente morale che paghiamo, senza ragione, ancora oggi. L’onta subita dall’esercito sabaudo, compromesso con il fascismo, fu così grave che dopo il 1945 indossare le stellette diventò sinonimo di vergogna e anche senza i problemi legati alla crisi economica, i soldati stavano lentamente cadendo nell’oblio.


Ad un certo punto la politica di Washington, proiettata verso una strategia globale più lungimirante, capì quanto un eventuale rafforzamento dell’Italia sulla scena internazionale fosse considerevole, data la sua posizione di “baluardo” alle spinte del blocco sovietico. Da quel momento in poi il nostro esercito iniziò una decisiva risalita, che trasformò – grazie ai finanziamenti americani e alla volontà e coraggio espresso da pochi ufficiali italiani – il volto delle Forze Armate sia in patria, sia rispetto gli alleati del nuovo Patto Atlantico.

Superato il trauma del 1945 e digerita la decadenza della monarchia, l’esercito e il neoeletto parlamento italiano convolarono a nozze, istituendo una relazione di lunga durata, devota, ma non scevra di complicazioni. Parte della politica italiana difendeva un ottuso antimilitarismo, arroccata sugli avvenimenti dell’8 settembre e stizzendosi di fronte alla crescita delle Forze Armate. L’Italia ripudia la guerra – recita la costituzione – ciò nondimeno è sempre stato palese come quell’articolo abbia sovente fornito un alibi per una vergognosa incompetenza in materia di politica estera.

Lo sviluppo dell’esercito nato dalle macerie del dopoguerra, poggiava sull’afflusso dei coscritti che costavano all’erario statale un esborso esagerato; ci vollero diversi anni affinché storia, tradizioni e un certo tipo di educazione fossero depennate quando, nel 2002, il governo decretò la sospensione della coscrizione. Giusto o sbagliato che fosse, l’Italia decise di conformarsi ad altri paesi della NATO, dotandosi di un esercito inferiore numericamente, ma agile, moderno e progredito dal punto di vista tecnologico e addestrativo. Dagli anni Ottanta in poi l’Italia aveva iniziato ad assumere un ruolo sempre più sostanzioso nel panorama internazionale, specialmente riguardo le nuove tipologie di missioni alle quali fu chiamata; dal Libano in poi le Forze Armate ampliarono il loro raggio d’azione con missioni all’estero imposte dalle Nazioni Unite o dall’alleato americano.


Con l’uscita dei militari dai confini nazionali, emerse però in tutta la sua vergognosa ipocrisia la vera natura del rapporto tra governo/esercito/opinione pubblica. Con una propaganda mendace, degna del più becero MinCulPop, il parlamento operò sempre per ammansire il ruolo dei militari italiani secondo convenienza, negandone il valore e mistificando il senso delle missioni svolte.

Se la rottura fosse rimasta confinata alla mera comunicazione, forse non sarebbe stato così grave, tuttavia con il trascorrere degli anni il governo (di qualsiasi colore politico) fece di più e ancora oggi si prodiga affinché le Forze Armate vengano gradualmente private di quelle risorse necessarie al loro funzionamento.

Decurtazione, burattini e strette di mano

Se leggiamo i dati di bilancio pubblicati dal Servizio Studi della Camera dei Deputati su quello che è stato il trend d’investimento statale nel comparto militare (v.link), possiamo realmente pensare al Giappone del dopoguerra. Il grafico inerente al rapporto spese per la difesa/PIL, dal 2008 al 2018, evidenzia una linea decrescente che fa oscillare i valori tra l’1,19 e l’1,40 %, una percentuale dunque decisamente punitiva. Quello che desta maggiore stupore, ma anche preoccupazione, è la suddivisione delle spese, ed in particolare quelle relative alla funzione difesa che assomma il settore personale, esercizio e investimento. Il personale assorbe il 73% di questa voce, mentre l’esercizio appena il 10%.


Ma cosa significa esercizio? Nel settore esercizio – e citiamo parzialmente il testo del Servizio Studi – la Formazione e Addestramento è certamente la definizione più importante poiché include “le risorse necessarie a sviluppare e mantenere le specifiche capacità d’intervento del personale della Difesa”. Seguono, non per importanza, la Manutenzione e il Supporto, il Funzionamento di Enti e Unità, le Provvidenze e la Esigenze Interforze. Dal 2008 al 2018 – cita sempre il testo – si è arrivati ad un taglio complessivo nel settore esercizio del 47% con una conseguente riduzione del personale oltre ad accorpamenti di competenze certe volte poco azzeccate.

Ma allora, ci chiediamo, se lo stato impiega la maggior parte delle risorse per pagare il personale (fatto di cui si sono sempre lamentati tutti) e diminuisce le spese per l’esercizio delle sue funzioni, non genera uno strano controsenso? È da queste incertezze che nascono le barzellette e le stupidaggini che spesso partono dalla bocca degli stessi politici i quali scherzano – in modo ignobile – sul presunto tempo buttato via dai militari in caserma.

Alla luce di quanto riportato nella statistica elaborata dal Servizio Studi, ci chiediamo quale sia davvero il futuro delle nostre Forze Armate e se davvero vogliamo continuare ad averle oppure preferiamo metterle in naftalina una volta per tutte. Sarebbe ora di finirla di enfatizzare operazioni come “Strade sicure” o l’impegno dei militari a salvaguardia della zona rossa di Ponte Morandi: la storia – basta leggerla – insegna che l’esercito deve essere solo occasionalmente e in casi davvero eccezionali impiegato in funzioni normalmente svolte da altri enti. Si crea un cortocircuito su quelle che sono i compiti di un soldato i quali possono certamente essere utili alla società, ma non per questo devono causare uno stravolgimento della sua originale essenza di combattente. Non c’è nulla di male nell’assistere a militari che aiutano la popolazione, ciò nondimeno è pericoloso confinarne l’immagine solo a quello. Godiamo e applaudiamo alla parata del 2 giugno (sulla quale ci sarebbe molto da dire), ma forse i nostri ragazzi in uniforme piacciono solo in quella circostanza quando sfilano insieme a chi militare non è.


Assistiamo così, inermi, alla negazione concettuale della funzione statale di Difesa con un’operazione che parte dalla scandalosa messa in scena di filmati edulcorati con protagonisti che rasentano il grottesco, a generali che stringono la mano a manichini fino alla più grave privazione di denaro per uno sviluppo coscienzioso e certamente non guerrafondaio del settore. A Roma le cose sono rimaste cristallizzate dalla seconda guerra mondiale: generali proni e docili al comando, poco lucidi e preoccupati maggiormente delle loro carriere che alla salvaguardia della dignità di soldati.

“I militari non fanno politica”, è un assunto sacrosanto, il loro ruolo istituzionale li condanna ad un silenzio/assenso verso tutte le decisioni prese dall’alto, ma quando viene toccata l’essenza del loro mestiere non possono e non devono continuare a rimanere zitti. Esistono finanche supporti per esprimere le proprie critiche che non per forza conducono al golpe: l’opinione non è un reato, sempreché il tacere non porti qualche vantaggio personale, allora la volontà di dire il vero può opportunamente essere taciuta. Sorprende poi quando molti di questi, una volta pensionati, si trasformino in una fonte di dissenso disordinata che oramai non serve più a nulla.

Tanto poi all’estero non ci vanno gli alti comandi, se non per fugaci visite accompagnati da una schiera di omuncoli in giacca e cravatta e asserviti analisti che dicono ciò che vogliono gli altri.

Ma non è storia di oggi, bene inteso, è storia di sempre, di quel malcostume italiano dal quale non riusciamo a svincolarci, ad esclusione di pochi idioti che scelgono di dire la verità.

(foto: web / Difesa / Presidenza del Consiglio dei Ministri)


Il primo a cadere sotto i piedi della Globalizzazione è stato il tessuto industriali degli Stati Uniti. Da noi gli euroimbecilli di turno, Prodi, Amato, Carli, Draghi stregone maledetto, Ciampi.

ANCORA SULLA DEINDUSTRIALIZZAZIONE AMERICANA . E la nostra.

Maurizio Blondet 17 novembre 2018 

L’unica impresa nazionale fornitrice in uno specifico componente per ali rotanti ha portato i libri in tribunale nel 2016, mettendo a rischio la produzione di ricambi e riparazione di elicotteri Apache AH-64E, Osprey V-22, e CH-53 Heavy Lift”. Sto leggendo il documento del Pentagono


A cui ho già accennato in un precedente articolo – uno studio essenziale per mostrare i danni che il liberismo assoluto ha prodotto nelle base industriale americana, un tempo superpotenza industriale.

Per esempio: come mai una impresa essenziale, unica e insostituibile produttrice di parti di rotore per elicotteri militari, ha potuto fallire? Evidentemente era una ditta privata.

Lo Osprey

Ora, la domanda è: che bisogno c’è che una ditta del genere sia privata? Forse che la concorrenza di mercato è utile a qualcosa in questo campo? Concorrenza poi quale, visto che era la sola? E con un solo cliente, il Pentagono? La forza armata non è forse, in fondo, un “monopolio naturale”?

Quella impresa dunque non andava semplicemente nazionalizzata? Oppure IRIzzata, se vogliamo ricordare quel modello di gestione privatista di aziende strategiche pubbliche che fu un unicum originale con cui l’Italia mantenne la (piccola) base industriale

Il CH-53 Heavy Lifting

e le (rare) competenze professionali e scientifiche che la recessione del 1929 aveva indotto gli industriali privati ad abbandonare.

E quell’azienda non è un caso unico. “Uno studio recente del CSIS (Center for Strategic and International Studies) stima che dal 2001 al 2015, 17 mila ditte hanno cessato di essere fornitori primari per il Ministero. Imprese manifatturiere dedicate, critiche per la produzione di piattaforme militari, sono state colpite e molte non sono in grado di fare gli investimenti di modernizzazione necessari per adeguarsi alle commesse”. Sembra impossibile, vista l’enorme cifra che il Pentagono riceve ogni anno. Il rapporto sembra dare la colpa a una erraticità di finanziamento da parte del Congresso, fra “sequestrations”, “appopriations” e “continuing resolution”, termini su cui non ci dilunghiamo. Può bendarsi che il Pentagono,con questo rapporto, esageri perché sta battendo cassa.

Ma è certo che anche il National Security Strategy, il documento annuale della Casa Bianca che delinea le strategie generali, lamenta “l’erosione della manifattura americana nell'ultimo ventennio […] Oggi dipendiamo da singoli produttori interni per diversi prodotti, da catene di produzione estera per altri, e rischiamo la possibilità di non essere in grado di produrre componenti speciali per uso militare in patria”.

Il punto è che “le radici della base industriale di difesa sono piantate nel più vasto ecosistema industriale” civile, dove si formano molte competenze. Ebbene, “solo fra il 2000 e il 2010, abbiamo perso oltre 66 mila strutture industriali” per la concorrenza estera”.

Inoltre “via via che la base industriale dell’America s’è indebolita, si sono rarefatte le competenze critiche di forza-lavoro, competenze e qualifiche che vanno dalla saldatura industriale fino alle competenze d’altissima tecnologia per la sicurezza cyber e l’aerospazio. Gli occupati nell’industria erano il 30% negli anni ’50, sono meno del 10% oggi . “dal 1979”, che è stato l’apice, “al 2017, gli Usa hanno perduto 7,1 milioni posti di lavoro industriali, il 36% della forza-lavoro nella manifattura” – e non si pensi ad operai semplici, ma qualificati, specializzati, a tecnologi, ingegneri – con una accelerazione inquietante: “più di 5 milioni dal solo 2000. Perdite di lavoro (e competenze) sono state più pronunciate in settori esposti alla competizione delle importazioni: metalli primari, elettronica, chimica, macchine utensili. L’incapacità di assumere e trattenere lavoratori americani con le necessarie abilità, ha portato a vuoti significativi nella forza lavoro specifica”. Il Pentagono parla addirittura di “atrofia delle abilità”, il numero sempre inferiore di operai rende rari gli operai “capaci”. Avendo le grandi imprese USA perso “l’ecosistema dei fornitori nazionali” presso cui fornirsi, spesso ditte piccole e specializzate, hanno “separato la progettazione dalla fabbricazione, sono passate dal progettare e fabbricare prodotti, a progettare e vendere” prodotti da loro progettati, ma fatti all'estero. Ma con l’accrescersi della delocalizzazione del “fare”, molte compagnie hanno tagliato da sé le capacità di processo, ciò che ha finito per ridurre l’innovazione tecnica, e dissuadere investimenti futuri nelle industrie della prossima generazione” – tutto ciò viene lasciato ai cinesi o altri asiatici

La cantieristica: “Dal 2000 ad oggi, sono scomparse 20.500 strutture cantieristiche in USA. In molti casi la competizione è svanita, e la US Navy fa affidamento ad un unico fornitore per componenti-chiave. Queste ditte lottano per sopravvivere e mancano delle risorse necessarie per investire nelle tecnologie innovative”.

Le macchine utensili: “ questi macchinari necessari per conformare e scolpire parti e componenti di metallo, compositi o plastica, servono per creare prototipi come per la produzione in serie. Gli USA una volta erano primi al mondo per innovazione ed alta gamma di macchine utensili, ma il loro livello è molto scaduto dal 2000. Nel 2000, la Cina contava non più del 15% nel consumo mondiale di macchine utensili. Nel 2011, questa percentuale è salita al 40%. Via via che la sua necessità di macchine utensili cresceva, la Cina ha strumentalizzato il suo basso costo di lavoro e capitale per costruire ditte nazionali di macchine utensili attraendo compagnie estere, a cui chiedeva di fare delle joint-ventures. Nel 2015 la produzione cinese di macchine utensili è schizzata in alto a 24,7 miliardi di dollari, pari al 28% della produzione mondiale, mentre gli USA contano solo per 4,6 miliardi, dietro non soltanto alla Cina, ma al Giappone, Germania, Italia e Sud Corea”.

Elettronica: quella importata comporta “vulnerabilità”, mancando del livello di controllo che possiamo usare sui fabbricanti americani, comportando ciò rendimenti più bassi, maggiori guasti e il rischio di “Troian” infiltranti il sistema di difesa americano. “Il 90% della produzione dei circuiti stampati avviene in Asia, metà in Cina. Il settore dei circuiti stampati USA invecchia, e non riesce a mantenere la capacità di produzione allo stato dell’arte – molti fabbricanti nazionali hanno strutture industriali e relazioni commerciali all’estero, con i rischi evidenti della “disseminazione di informazioni segrete di progettazione”.

Viene elencato il quasi monopolio cinese negli specchi solari e nelle terre rare (essenziali nell’elettronica strategica e di consumo), ottenuto sbattendo fuori la concorrenza libera con metodi truffaldini.

E poi ancora: “La Cina è anche produttrice unica o fornitore primario per materiali energetici cruciali per munizioni e missili (!) . In molti casi non esiste altra fonte o materiale prontamente sostitutivo, o quando questa opzione esiste, il tempo e i costi per testare e qualificare il nuovo materiale può essere proibitivo, specie per i più grandi sistemi” ossia, missili da crociera, sistemi antimissile, balistici intercontinentali. A cui si riferiscono le pagine secretate.

Diffuse spiegazioni sulle “pratiche predatorie” usate dal governo cinese: “Vendite sottocosto (dumping) favorite dallo stato, sussidi pubblici, furto di proprietà intellettuale….”, e possiamo aggiungere, la non-convertibilità della moneta, che tiene la valuta cinese svalutata. Ma queste sono tutto cose ben note e denunciate, e nonostante le quali Pechino è stato ammesso (dicembre 2001) nel WTO, Organizzazione Mondiale del Commercio, il sorvegliante supremo del liberismo globale – di cui Pechino platealmente elude o infrange le regole basilari. Proprio gli Stati Uniti hanno voluto l’entrata della Cina nel gran mercato mondiale e accettato i suoi metodi. In base a quale logica? Ovviamente quella di Wall Street, la logica del profitto finanziario a breve, di corto respiro, che impone la sua ideologia sulle ragioni di Stato. Wall Street ben felice che la Cina comprasse a vagoni interi i titoli del debito pubblico Usa: in cui non vedevano altro che una forma di finanziamento al cliente – un prestito con cui comprare prodotti cinesi – come il concessionario che fa credito al compratore dell’auto. Che cosa poteva andar storto? Affari, delocalizzazioni, risparmi sui costi salariali a vantaggio del capitale, ossia “efficienza”

Economicismo de-civilizzatore

Adesso, una frase a proposito della Cina del vicepresidente Mike Pence che dovremo far nostra : “Non accettare debito estero che compromette la tua sovranità. Proteggi i tuoi interessi. Preserva la tua indipendenza” – mostra nell'amministrazione la coscienza e volontà di imporre il primato della politica sul profitto.

Non è detto riesca, e forse ormai è tardi. Il liberismo ha lasciato buchi e smagliature nelle maglie dell’economia produttiva americana, falle di competenze e di know-how così grandi, da essere forse irrimediabili. Centinaia di migliaia di studenti affollano le grandi università private tecnico-scientifiche americane; ma la maggior parte sono stranieri, non impiegabili nella Difesa per ragioni di sicurezza, e che porteranno nelle loro patrie le qualificazioni e le eccellenze che hanno imparato in Usa.

Non ho scritto questo articolo per piangere sugli Usa. Ma pensando alla anche più tragica de-industrializzazione che hanno fatto subire all’Italia i Prodi, gli Amato, i Carli, i Draghi, i Ciampi. Con le loro svendite in perdita , hanno aperto buchi irreversibili nelle industrie di alta tecnologia – quelle che distinguono i paesi industriali avanzati da quelli del secondo mondo. Non piace saperlo agli italioti ignari di cultura industriale, ed è impossibile farlo capire a “pacifisti”, “ecologisti”, grillini anti-tutto: queste sono le “industrie di superiorità” e appartengono ai settori strettamente connessi con la difesa. Senza una presenza nell’aeronautica-spazio, nel nucleare, nella grande elettronica e nei sistemi d’arma complessi, un paese diventa un Venezuela o Argentina: la sopravvivenza di secondo piano anche intellettuale, nel livello di civiltà. Per contro, uno stato con un prodotto lordo inferiore all’Italia, la Federazione Russa, è un gigante internazionale perché ha mantenuto un’industria militare vibrante ed eccellente – che oltretutto è una delle principali voci di esportazione e prestigio.

In cosa queste industrie sono “superiori” alle industrie civili? Anzitutto per la qualità della ricerca. Perché qui la spinta intellettuale (direi spirituale) dei suoi dirigenti non è il guadagno, ma “vincere o morire”. Quasi sempre sono industrie di Stato, se non altro perché ne ricevono le commesse, gli ordinativi, e lo stato ne paga le ricerche e le progettazioni.

“Nel 1987 il complesso delle aziende del settore difesa dava lavoro a poco più di 80 mila addetti. Dimensioni industriali già modeste, perché riguardavano solo l’1,2% del totale degli addetti dell’industria – contro il 4-5% di Francia e Regno Unito”. La Francia ad esempio occupava negli armamenti 280 mila addetti.

Alla fine del 1997, gli addetti erano 47.500. “Nel breve giro di un decennio, questo settore industriale, di gran lunga il più importante per il progresso scientifico e tecnologico, s’è ridotto della metà”. Dal 1992 in poi [gli anni di Amato, Ciampi e Prodi] il crollo è diventato precipizio. Le poche industrie elettroniche e di impiantistica dedicate, sono passate in mani straniere.

E’ da questa profonda smobilitazione – o prolasso – degli spiriti, l’accomodarsi nel secondo mondo, che viene l’opposizione grillina anche ai termovalorizzatori: espressione peggiore di quella “cultura meridionale”, “cultura dell’abusivismo”, che affoga nelle case abusiva che essa stessa ha costruito per ignoranza delle leggi elementari della fisica, e che si crede “ecologica” perché rifiuta inceneritori che invece i viennesi accettano.

I viennesii non tengono all’aria pulita quanto i napoletani.

La presunzione insopportabile dell’ignorante meridionale che si crede intelligente, imperiosamente, presuntuosamente incapace di capire se non sulla propria carne. Lo straccione che tende la mano al sussidio di 780 euro, che però spende centinaia di migliaia di euro al giorno – almeno 130 euro a tonnellata – per spedire la sua spazzatura in Austria o in Cina: gran signore che affoga nelle casette abusive, ovviamente fra i puzzi delle sue deiezioni e delle montagne di gusci di cozze, perché non ha né fogne né raccolta di spazzatura. Il povero viziato del Sud, che vuole “vivere comodo”. In questo passo drammatico del Paese in lotta per la liberazione, il freno che ci farà perdere.

Napoli ecologica. Ha superato il concetto di termovalorizzatore.

Bolzano è indietro.

E siccome vedo già le rabbiose proteste dei meridionali contro questo pezzo addolorato, posto qui l’ultima impresa che forse mi ha fatto perdere la calma:

La bufala della scuola di Napoli che non può andare a una finale a Boston

Non si è qualificata, e la finale comunque non è a Boston: sembra che la scuola abbia diffuso informazioni false, e i giornali non le abbiano verificate

“…È iniziato tutto il 10 novembre quando, durante un evento pubblico, qualcuno dell’Istituto Tecnico Industriale “Augusto Righi” di Napoli ha parlato per la prima volta di problemi economici nel partecipare al concorso e alla sua finale. Secondo Repubblica a parlare sono stati i tre studenti in gara, che hanno detto: «Non è facile per le scuole italiane e del Mezzogiorno in particolare competere con le scuole dei grandi colossi economici mondiali nel settore della ricerca aerospaziale senza strutture adeguate e senza nemmeno i soldi per andare a Boston per la finale internazionale di una competizione».
Ma non ce l’ho con gli studenti, principianti nell’arte del Chiagne e Fotti. Mi interessa più la preside, l’educatrice:

“..ne ha parlato pubblicamente Vittoria Rinaldi, la preside del Righi. Durante un’intervista della trasmissione di Radio Capital condotta da Massimo Giannini, Rinaldi ha risposto così alla domanda: «Però siete già sul podio, professoressa?».

«Si, si, si, sicuramente. Voglio precisare perché non è ancora il ritiro del premio. È lo svolgimento della finalissima».

ed anche l’altro educatore:

“…Durante l’intervista, la preside Rinaldi ha detto anche che servono 6-7mila euro per partecipare alla finale. Intervistato il 13 novembre dal TG5, il professore del Righi Salvatore Pelella ha parlato invece di almeno 15mila euro «per poter stare una settimana a Boston».


Tutta l’Italia produttiva s’era mobilitata per raccogliere i fondi per questi geni incompresi della supermodernità, e i loro educatori in eccellenza che volevano andare a Boston. Una cultura che ormai ha superato anche quella dell’abusivismo, e si avvicina al Cargo Cult . Se non sapete cos’è, cercate su Wikipedia.