L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 giugno 2020

6 maggio 2020 - Contro.tv: News della settimana (30 mag. - 5 giu. 2020)

Una classe politica da rottamare, l'unica cosa che è capace a fare è darci una dose giornaliera di terrore puro attraverso le televisioni

Cosa è veramente successo in Lombardia? Interessa, governatore?

Maurizio Blondet 6 Giugno 2020

Esimio governatore della Lombardia, qualche settimana fa avevo scritto un articolo sul suo modo di gestire la crisi “pandemia”, che naturalmente è stato inteso come un attacco, mentre era qualche modesto suggerimento per difendersi dagli attacchi che riceve, e magari contrattaccare. Perché è strano che lei e la sanità lombarda siano sotto inchiesta,e non la gestione della Protezione Civile da Roma.

mi domando se lei abbia visto il video della dottoressa Balanzoni:

E’ la conferma che dietro l’esplosione del coronavirus nella regione c’è qualcosa di indicibilmente losco, turpe, e penalmente rilevante. Una conferma, perché si aggiunge e rafforza ad altre circostanze, di cui – anche se non medico – dovrebbe essere interessato e curioso.

Il fatto che l’Unione Europea ha lavorato fin dal 2018 a un “certificato di immunità”, ossia di avvenuta vaccinazione a qualche virus (non importa quale), come documento obbligatorio per chi vuol visitare gli altri paesi della UE, salire su treni e aerei, partecipare alla vita in società, ed attualmente proposto come mezzo burocratico- per liberare dalle restrizioni attuate dalla pandemia; una imposizione a cui pazienti tedeschi, e loro parenti e familiari, si stanno opponendo.


Le interessa o no?

Ai primi di maggio è stato fatto filtrare un rapporto del Ministero degli Interni tedesco, dipartimento per la Protezione delle Infrastrutture, che dichiarava falsa ed esagerata la narrativa sulla pericolosità del coronavirus, un falso allarme globale. L’impiegato che aveva fatto uscire il documento, Stephen Kohn, è stato licenziato. Però il gruppo di scienziati, medici ed esperti, nominato dal Ministero Interni, che ha stilato il rapporto di 93 pagine dal titolo “Analisi della gestione della crisi”, sono scesi apertamente a difesa del “coraggioso dipendente” con una lettera aperta al Ministero: noi, dicono, “abbiamo dimostrato gli effetti indesiderati vari delle misure di protezione dal Covid in campo medico, e questi sono gravi. Per noi, l’intero processo dà l’impressione che dopo una fase iniziale certamente difficile dell’epidemia, i rischi non siano stati considerati nella misura” sensata. Ritengono pretestuose le misure di restrizione delle libertà messe in atto in Germania – che sono molto più lievi e meno arbitrarie ed offensive di queste mess in atto dal governo Conte.


Non le interessa sapere come mai la versione ufficiale è contestata da gente seria, come gli scienziati tedeschi, e difesa dall’altraparte con la repressione, la gogna mediatica e la forza pubblica?

Il 25 maggio, Repubblica, non Byoblu, ha dato la notizia che i contagi stavano calando troppo presto, “l’epidemia svanisce” e questo non dava tempo agli “scienziati” di preparare l vaccino. “Siamo nella paradossale situazione di sperare che il virus resti ancora per un po’”,m diceva il dottor Adrian Hill di Oxford. Qui l’articolo, nel caso si incuriosisse di un simile paradosso:


Il 5 giugno, la rivista medica Lancet ha definitivamente ritrattato un articolo, che aveva pubblicato poco più di una settimana prima, nel quale si asseriva la pericolosità letale di un farmaco, la idrossiclorochina, largamente usato in tutto il mondo dai medici per la sua comprovata efficacia come precoce terapia contro il Covid.


Uno studio che si è dimostrato platealmente falso.

Eppure, aveva dato il destro all’Organizzazione Mondiale della Sanità – e al nostro ministro della Salute – di vietare ai medici l’uso del farmaco contro il COvid19: goffo e tardivo tentativo, perché personale ospedaliero esposto al contagio già si è autosomministrato da mesi il farmaco a scopo preventivo, in tutto il mondo; in India addirittura il ministero della Sanità lo ha consigliato al personale. I medici lombardi l’hanno usato così massicciamente da svuotare le emergenze, cosa di cui lei non sembra essere curioso.


Ma tuttavia il nostro governo, anche dopo la ritrattazione di Lancet, non ha tolto l’assurdo divieto, e continua a escogitare misure sempre più incredibili, a presunta protezione dalla “pandemia” che è clinicamente scomparsa. Divisori di plexiglass nelle scuole, mascherine sulla spiaggia, eccetera.

Tutto sembra dipingere l’affresco di una sinistra messinscena, a direzione internazionale, a cui il governo (da cui lei sta all’opposizione, vero?) sta obbedendo secondo istruzioni ricevute, per farci arrivare alla vaccinazione obbligatoria e alla sua certificazione, quel certificato d’immunità liberatorio delle restrizioni.

Perché a lei non interessa indagare sul motivo per cui in Lombardia il virus si è manifestato in forma tremendamente più grave e letale che altrove?

A gennaio, centinaia di persone a Bergamo e Brescia si misero in fila, addirittura nella notte gelida, per farsi vaccinare contro il meningococco, che aveva colpito cinque persone nella zona

Il fenomeno fu così imponente, che ne parlarono i media.


Centinaia in coda per ricevere i vaccini nel Bresciano e nel Bergamasco, titolava SkyTg24

Meningite, all’ATS di Sarnico lunghe code per il vaccino, titolò Bergamo News

Le file di gennaio. Il Covid serpeggiava già. 

Meningite, in centinaia in coda per accedere ai vaccini Meningococco C: centinaia di persone in coda per le vaccinazioni,

diceva PrimaBrescia, che insisteva:

“..Centinaia di persone in coda da ore, fin dalla prima mattina. E il centro per le vaccinazioni ha aperto solo alle 9. ….. nei paesi indicati da Ats è stata avviata una campagna di vaccinazioni gratuite rivolte, per ora, solo alla popolazione dagli 11 ai 60 anni residente nei Comuni di Iseo, Paratico, Capriolo e in quelli di Castelli Calepio, Credaro, Gandosso, Predore, Sarnico, Tavernola Bergamasca, Viadanica e Villongo.

Inoltre, c’era stata la vaccinazione anti-influenzale a tappeto degli ultrasessantenni, che la Regione vanta a suo merito, e che non è colpa sua se ha prodotto esiti fatali, perché il rischio de4ll’interferenza immunitaria non era noto,, ed ancor oggi viene contestato e censurato.

Ora, però, l’ipotesi che le vaccinazioni abbiano potuto aggravare gli effetti del Covid, per una interferenza sul sistema immunitario impegnato a formare gli anticorpi per le due affezioni da cui il vaccino intendeva proteggere, merita di essere considerata. Non dico “accettata”, ma almeno studiata e indagata per tempo, vista la minaccia da parte del governo di vaccinare tutti, anche i neonati di 6 mesi, il prossimo autunno.

Invece, questa ipotesi ragionevole non deve essere nemmeno formulata, se n’è accorto? Perché essa viene aggredita pregiudizialmente come fake di fanatici no-vax, da far tacere ad ogni costo, e ciò da organizzazioni di giornalisti appositamente createsi per difendere la narrativa ufficiale sul Covid e la “pandemia”, schedando i siti che raccontano l’altra versione? cosa che mai ho visto nella mia lunga carriera? Come questo:

Coronavirus: i siti italiani di cui non fidarsi


Cosa che mi inquieta perché ho visto in passato che si comincia con le schedature dei dissidenti, e si finisce col colpo alla nuca.

Se lei indagasse su questa ipotesi, che viene così furiosamente attaccata; se prendesse atto che in Lombardia la malattia ha colpito duro , però qui si sono fatte anche le autopsie che hanno consentito di capire la causa delle morti, e ai nostri medici hanno dato il merito di correggere la terapia in modo che la malattia è diventata curabile e il virus meno virulento –

Prenderebbe lei l’iniziativa, e non la subirebbe dagli avversari che la accusano di incompetente gestione della crisi, e colpevole delle troppe morti.

Il rischio è che quando il virus “ritorna” in autunno – la narrativa assicura che ritorna, niente di più facile dunque che ce lo riportino – le inutili vaccinazioni anti-influenzali che saranno ordinate per noi ultra-settantenni, e che il governo vuole rendere obbligatorie, ma anche la Gelmini – la vedano complice involontario di un vero eccidio nuovo.

Perché il governo – di cui lei è all’opposizione, non è vero? – ha già pronto il programma di vaccinazioni a tappeto che i media annunciano giulivi:
Per l’influenza del prossimo autunno vaccino gratis per bimbi fino a 6 anni e pazienti over 60

La decisione del Ministero della Salute

Ai bambini “fra i 6 mesi ei 6 anni” per i quali il virus notoriamente non rappresenta alcun pericolo, verrà iniettato «al fine di facilitare la diagnosi differenziale nelle fasce d’età di maggiore rischio di malattia grave”, pretesto non si sa se più risibile o delinquenziale.

E attenzione, ai bambini verrà inflitto un vaccino che non è stato testato, perché il Ministero rileva che «stante l’attuale situazione pandemica, non esistono le condizioni per condurre uno studio pilota che valuti fattibilità ed efficacia in pratica della vaccinazione influenzale fra i sei mesi e i sei anni». Quindi saranno loro, i bambini, le cavie del governo che sta regalanado centinaia di milioni al Progetto di Bill Gates.


Le interessa, governatore? Perché no? E’ cortezza di mente, oppure paura?

La narrazione sapiente delle televisioni a cui si è accodata la pubblicità è basata su fake news, ci hanno immerso in un mondo di paura con le loro dosi massicce di terrore

COVID-19: LA VERITA’ 

di Marcello Teti
GIU 02, 2020 by SOLLEVAZIONEin INCHIESTE


Premessa

L’uso sistematico della disinformazione strategica, nei riguardi dell’epidemia da coronavirus, è stato lo strumento più importante per riuscire a creare l’attuale clima di paura e di micidiale insicurezza nella popolazione. Una vera e propria epidemia di informazioni artatamente subdole, ambigue, spesso appositamente gonfiate, altre volte false, surrettizie, subliminali. Quasi sempre prive di ogni fondamento razionale, prima ancora che scientifico. Una campagna martellante di notizie date con lo scopo di pompare dosi sempre più massicce di paura e di angoscia in una opinione pubblica atterrita, incapace di distinguere e fare un minimo di scelte critiche. Che accetta ormai supinamente ogni imposizione, ogni sopraffazione dei suoi diritti, quando non è essa stessa addirittura a chiedere ancora più restrizioni. Una sorta di “infodemia” ben più grave della modesta epidemia in atto, la cui sorgente di infezione è proprio il Governo e la sua vasta corte di tecno-scientisti a caccia di fama, potere e lauti guadagni. In verità, senza questi mestatori, millantatori di pseudo verità scientifiche, difficilmente si sarebbero potute creare le condizioni per ingenerare una psicosi collettiva così irrazionale. Va aggiunto subito anche il ruolo decisivo che hanno svolto i grandi mass-media (giornali, tv nazionali e locali, radio, ect) nel creare la situazione surreale che stiamo vivendo da quattro mesi a questa parte. Con grande compiacenza, essi hanno amplificato a dismisura la pletora di informazioni distorte e tendenziose, quando non le hanno inventate direttamente essi stessi. Insomma, una sorta di Min-Cul-Pop (Governo-tecno-scientisti-mass-media) che sta svolgendo egregiamente il compito di soggiogare con il terrore sanitario la maggior parte della popolazione. Ma per quanti sforzi facciano gli strateghi della disinformazione, è pressoché impossibile oscurare i fatti, i dati oggettivi. I numeri hanno la testa dura, si dice. Per quanto possano essere abilmente manipolati, stanno lì e possono essere colti da chiunque, a patto di non avere il cervello obnubilato dalla paura e dal terrore circolante.

Il Rapporto ISTAT-ISS

E’ il caso del recente (è del 7 maggio u.s.) rapporto dell’ Istat-Istituto Superiore di Sanità (ISS) [1] in cui sono stati pubblicati i primi dati post Covid-19. Uno studio sufficientemente asettico che fornisce però (probabilmente al di la delle stesse intenzioni di chi lo ha compilato) elementi molto interessanti per confutare la sciagurata narrazione di questa epidemia. Leggendo attentamente il rapporto Istat-ISS emerge come la tanto “mortale” epidemia Covid, sia invece una malattia a bassissima mortalità. Se in Lombardia c’è stata una discreta letalità, lo è stato non tanto in forza della virulenza del virus (che non va confusa con la contagiosità, che invero per il Sars-Cov-2 è accentuata) quanto, in massima parte, per gli incredibili errori commessi da chi ha gestito l’emergenza: amministratori locali, Governo, tecnocrati di regime.

1.1 epidemia mortale o semplice epidemia influenzale

Il rapporto conferma, numeri alla mano, quanto era apparso chiaro fin dall’inizio. L’attuale epidemia non è sostenuta da un agente patogeno particolarmente letale, perlomeno non lo è in misura maggiore degli altri virus influenzali con i quali conviviamo a decenni. Al pari di una banale influenza, su 100 persone che contraggono il coronavirus, 80 guariscono spontaneamente dai lievissimi sintomi dell’affezione, anzi la maggior parte di questi neanche si accorgono di aver avuto l’infezione; 15 hanno problemi del tutto risolvibili; infine da 2 a 5 (ma come vedremo, analizzando il rapporto, la percentuale è molto minore) hanno sintomi gravi e generalmente decedono, in larghissima parte anziani, ultraottantenni. Come per altri virus influenzali, anche nel caso del Covid-19, spesso la causa di morte non è direttamente il virus, ma le malattie di cui il paziente era già portatore. Quindi non è corretto, anzi è fuorviante, attribuire, sic simpliciter, la causa di morte al coronavirus a soggetti a cui è stato fatto un tampone in vita o addirittura post-mortem ed è stato trovato positivo al Covid-19. Invece il conteggio dei morti è stato fatto così fin dall’inizio. E’ noto che nei malati cronici con pluri-patologie, una qualsiasi noxa ambientale (termine usato per indicare un agente patogeno o una situazione nociva) compreso il Covid-19, può far precipitare un equilibrio di per se già molto precario. In questi casi, il Coronavirus al massimo potrebbe essersi comportato come una sorta di “anticipatore” di decessi nei confronti di una coorte di soggetti “fragili” (ultraottantenni/novantenni con pluri-patologie) destinati fatalmente all’exitus in tempi più o meno brevi, anche a causa di affezioni molto banali, con o senza il coronavirus. Non vi era dunque alcun motivo razionale, anche solo da un punto di vista sanitario, che suggerisse la follia di bloccare una intera nazione agitando lo spettro di un pericolo che non è mai stato realmente grave, men che meno nel Centro e nel Meridione del Paese, Isole comprese. Come afferma il recente studio Meleam[2] sembrerebbe infatti che “il 30% della popolazione italiana è già entrata in contatto con il virus, fin dalla fine del 2019 e si sia già contagiata e immunizzata”. I casi di Ortisei (45% di positivi) e di Vò Euganeo (75%) confortano tale tesi, che probabilmente il virus si è già diffuso (forse già dal mese di ottobre) molto più di quanto pensiamo e che le misure restrittive poste in essere non erano affatto necessarie. Anzi decisamente inutili. Il succitato studio Meleam rileva inoltre che “il 90% degli infetti non ha manifestato alcun sintomo riconducibile al Covid-19”. Alla faccia, dunque, della terrificante letalità con cui la “scienza di regime” vuole accreditare il Covid-19. Quasi il 30% della popolazione italiana:18 milioni di individui, lo hanno già avuto e neanche se ne sono accorti (sic!).

1.2 I numeri del Rapporto ISTAT-ISS

Ma vediamo i dettagli dello studio curato da Istat e ISS, per valutare gli effetti dell’impatto della diffusione del Covid-19 sulla mortalità. Esso è stato elaborato sulla base di dati dell’86% della popolazione italiana e riguarda i decessi (per tutte le cause) avvenuti a partire dal 20 febbraio, data del primo decesso Covid-19 riportato dal Sistema di Sorveglianza Integrato, fino la fine del mese di marzo, quando si è avuta la rapida diffusione del contagio. Questi decessi sono stati confrontati con la media di decessi (sempre per tutte le cause) avvenuti nel periodo 2015-2019. Orbene i decessi passano da 65.592 media del periodo 2015-2019 a 90.946 del 2020. Sembrerebbe dunque che i 25.354 morti in più si possano ascrivere al Covid-19 [3]. In realtà non è affatto così. Intanto, lo stesso studio precisa che dei 25.354 morti in più solo 13.710 sono stati sottoposti a tampone, conseguentemente solo per questi è possibile prospettare una qualche correlazione con il Covid-19. Per i rimanenti 11.600 deceduti senza aver fatto il tampone si possono ipotizzare alcune possibili cause.

a) Una ulteriore mortalità associata al Covid-19 (decessi a cui non è stato eseguito il tampone). Detto per inciso, sono anche questi i famosi “morti non conteggiati” a cui si riferiscono i fautori, anzi, i pasdaran dell’estrema pericolosità del Covid-19, che arrivano persino a giustificare, pur se obtorto collo, la necessità del lockdown duro e ad oltranza decretato dal Governo. Ma anche se così fosse, i numeri, come vedremo, sarebbero lo stesso talmente esigui e non cambierebbero di una virgola il carattere sostanzialmente benigno della dell’influenza Covid-19.

b) Un’altra ipotesi è quella di una mortalità indiretta correlata al Covid-19. Ad esempio potrebbe essere il caso di uno scompensato cardiaco grave che può soccombere per una semplice febbre provocata dal coronavirus. Ma la stessa febbre può essere sostenuta da tantissimi e svariati altri agenti eziologici. In questo caso non ci sarebbe una specificità del Covid-19 nel determinismo del decesso. Va aggiunto inoltre che l’equilibrio di uno scompensato grave è talmente precario che anche un lieve rialzo pressorio, finanche una emozione intensa potrebbe provocarne il decesso. Come diceva saggiamente un mio vecchio professore di clinica medica: “sono cosi fragili che anche un alito di vento potrebbe abbatterli”

c) Infine l’altra ipotesi per giustificare gli 11.600 morti è quella di una mortalità indiretta non correlata al virus ma causata dalla crisi del sistema ospedaliero nelle aree maggiormente affette. Al riguardo c’è il recentissimo grido di allarme lanciato dall'Associazione dei cardiologi italiani, preoccupati dall'impennata delle morti nei soggetti cardiopatici, da imputare ai mancati controlli in ospedale a causa della chiusura di interi reparti e ambulatori provocato dall'allarme coronavirus e dal dirottamento in massa di medici e infermieri verso le aree Covid negli ospedali del nostro Paese. Ma anche la paura dei malati di contagiarsi andando in ospedale a fare i controlli, potrebbe aver influito su questa impennata di morti nei cardiopatici. Vedremo in futuro se l’ ipotesi sostenuta dai cardiologi è vera. Se così fosse il numero di questi morti “trascurati” lasciati colpevolmente nell’incuria (11.600) eguaglierebbe quasi il numero di morti (13.710) positivi al Covid-19. Questo per dire in che situazione pazzesca, irrazionale, paranoica siamo precipitati. Ma si sa, al Min-Cul-Pop interessano solo i morti Covid per continuare a tenere alti i livelli di preoccupazione e di allarme sociale.

1.3 Il Report del Gruppo di Sorveglianza Covid-19

Ma veniamo alla parte più interessante della relazione Istat-ISS: il Report [4] curato dai membri del Gruppo della Sorveglianza Covid-19. In questo report si descrivono le caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione Sars-Cov-2 in Italia, con dati aggiornati fino al 7 maggio. Conseguentemente il numero dei decessi è un pò più alto di quello visto innanzi. L’analisi si basa, infatti, su un campione (i dati pervenuti riguardano l’86% della popolazione italiana) di 27.955 pazienti deceduti positivi all’infezione da Sars-Cov-2 in Italia.

a-distribuzione dei decessi

Studiando la distribuzione dei decessi si nota che la maggior parte di questi, il 73,5% sono avvenuti in solo 3 regioni: la Lombardia, l’Emilia Romagna (più precisamente la parte nord di questa regione) e il Piemonte. Di queste nella sola Lombardia il numero dei decessi è stato il 52,3% del totale dei decessi in Italia. Il che la dice lunga sul fatto che in quella regione si siano commessi errori gravissimi, al limite dell’incredibile, forse troppo, per non considerare l’ipotesi che sotto ci sia dell’altro. Si pensi solo alle migliaia di morti nelle RSA, su cui ora stanno indagando molte procure della Repubblica. I dati ci consentono di sfatare la narrazione di un Nord immerso in toto nella pandemia. In realtà, in molte regioni del Norditalia i numeri sono esigui, come quelli della maggior parte del resto del Paese: Friuli 1.1% di decessi, Valle d’Aosta 0.5%, Province di Trento e Bolzano rispettivamente 1.6% e 1.0%, Liguria 3.8%. Nello stesso Veneto, di cui tanto si è parlato in questi mesi, in realtà il numero dei decessi si attesta al 5.7%. Nel resto dell’Italia, al centro e al sud i numeri sono decisamente bassi. In molte regioni come il Molise, l’Umbria, la Basilicata, Val d’Aosta la Calabria, Sicilia, Sardegna addirittura da prefisso telefonico 0,1, 0,3 e così via. Dunque anche i numeri dei decessi e la loro dislocazione geografica, a distanza di mesi dall'inizio dell’epidemia, testimoniano che non vi era alcuna necessità sanitaria di procedere al blocco totale del Paese, con tutte le drammatiche conseguenze economiche e sociali che ciò ha comportato e in cui ora stiamo affogando. Che, nello stesso Nord, si sarebbe potuto e dovuto procedere meglio e più efficacemente con isolamenti selettivi dei focolai di infezione e identificazione dei portatori asintomatici, che sono le misure più corrette da adottare quando c’è la minaccia di una epidemia, per impedirne il diffondersi. Invece che chiudere tout court, prima lo stesso Nord e subito dopo tutta l’Italia, mettendo agli arresti domiciliari i suoi 60 e passa milioni di abitanti.

b-dati demografici

Analizzando i dati demografici si vede che l’età media dei pazienti deceduti e positivi al SARS-CoV-2 è di 80 anni, per le donne addirittura di 85. L’età media dei pazienti deceduti è più alta di circa 20 anni dall’età media dei pazienti che hanno contratto l’infezione (età mediana dei pazienti deceduti 81 anni- pazienti contagiati 62 anni). Anche questi dati ci permettono di fare alcune considerazioni. Intanto smascherare l’ambiguità di fondo dei mestatori professionisti che creano apposta la confusione dei termini morbosità (contagio) e mortalità per lasciar trapelare surrettiziamente l’idea che l’epidemia non risparmia nessuno e che tutti indiscriminatamente: bambini, giovani, adulti, anziani siamo esposti al rischio di morire se veniamo contagiati, indipendentemente dall'età. Onde appare del tutto legittimo nonché salvifico, l’ordine che essi, assieme al Governo, hanno impartito di restare tappati in casa. Già lo studio Meleam ha evidenziato che “il Covid-19 non ha alcuna possibilità di uccidere un soggetto in buona salute e di età inferiore ai 55 anni”. In realtà, la stessa relazione Istat-ISS, ci dice che nelle fasce di età comprese tra 0-39 anni, sono decedute solo 66 persone a fronte dei 27.955 pazienti Covid-19 positivi morti nello stesso periodo. Inoltre di questi 66 giovani pazienti deceduti, 40 presentavano gravi patologie preesistenti (patologie cardiovascolari, renali, psichiatriche, diabete, obesità) dedotte dall'esame delle cartelle cliniche visionate dal Gruppo di Sorveglianza Covid-19. Di 14 soggetti non era disponibile alcuna documentazione sanitaria per analizzare correttamente le cause di morte. Solo 12 pazienti, infine, non presentavano patologie preesistenti degne di nota. Il che potrebbe fare supporre una azione diretta del SARS-CoV-2 nel determinare la morte di questi soggetti. Ma parliamo di 12 su 27.955 decessi positivi al Covid-19, ovvero un numero irrisorio. Per non parlare poi della mortalità assente completamente fra le fasce di età 0-19 anni (in cui sono ricomprese le fasce in età scolastica dalle elementari alle medie superiori, nonché i bambini che frequentano gli asili nido). Infatti il Report non evidenzia decessi in tale range di classi di età. Anche in questo caso non si capiscono le cervellotiche scelte del Governo e della sua “corte dei miracoli” di chiudere tutto, scuole, università fabbriche, uffici, ristoranti, bar, financo le chiese. Da una parte, questi sciagurati hanno sostenuto ipocritamente di voler salvaguardare la salute e la sacralità della vita, anche di chi teoricamente sarebbe al termine del suo ciclo naturale di esistenza, come gli ultraottuagenari, gli ultra novantenni. Ricordiamo tutti le loro declamazioni al riguardo: “noi teniamo alla salute e alla vita dei nostri anziani e vogliamo proteggerli….” In realtà, li hanno lasciati morire a migliaia, non proteggendoli all’inizio della epidemia come si sarebbe dovuto e potuto, riducendo i contatti e il rischio infettivo alle persone anziane, specie quelle più a rischio. Dopo fornendo sconsideratamente l’occasione del contagio, mettendo i malati Covid in decine di RSA e Case di Cura per anziani (come mettere un fiammifero in una polveriera). Ma evidentemente ciò non bastava. Con lo scellerato lockdown stanno ora distruggendo anche la parte più vitale e produttiva della popolazione che è ridotta allo stremo, non ha più un lavoro o rischia di perderlo e sta morendo letteralmente di fame, a causa della spaventosa crisi economica e sociale in cui si è fatto precipitare, senza alcun valido motivo, il nostro sfortunato Paese. Sfortunato perché non merita una siffatta classe politica.

Ma al peggio non c’è fine. Sfruttando il clima di terrore psicologico creato ad arte nella gente con dosi massicce di ingiustificabile allarmismo, hanno pensato bene anche di sigillare tutte le scuole di ogni ordine e grado, università comprese. Milioni di individui, tra alunni delle scuole materne, elementari, medie, superiori, insegnanti, bidelli, studenti universitari, ect, repressi e confinati a casa, senza alcun serio motivo. Si sarebbero potute prendere decine di altre scelte più realistiche e intelligenti come è avvenuto in altri paesi europei che non hanno chiuso le scuole. Lasciare le scuole aperte, con alcune semplici cautele, non avrebbe, infatti, rappresentato alcun rischio concreto. E non ci si venga a raccontare la barzelletta dei bambini e dei giovani che avrebbero potuto contagiare i loro nonni. Nell’epoca del neoliberismo, la famiglia patriarcale che tiene gli anziani in casa è ormai rara, almeno quanto le tigri del Bengala. E poi abbiamo già visto con che riguardo sono stati cautelati i nostri anziani. La verità è che anche la chiusura delle scuole rientra nel novero delle follie di questo surreale periodo. Non solo in Italia, ma anche livello mondiale i casi di decessi di bambini e giovani adulti sono rarissimi ed è ormai un fatto assodato la pauci-asintomaticità (la scarsità di sintomi) nei bambini e nei giovani. In un pamphlet [5] il Prof. Gian Vincenzo Zuccotti, pediatra dell’Ospedale dei bambini V. Buzzi di Milano intervistato a proposito dell’incidenza del Coronavirus sulla popolazione pediatrica, fra le altre cose, riferisce come: “…nell’ultimo lavoro di Wu Zunyou, Responsabile del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, su 72.314 casi, si riportano 549 casi di infezione da Coronavirus tra i 10 e 19 anni, 416 casi tra 0-9 anni e si ribadisce che nessun decesso si è verificato al di sotto dei 9 anni di età”. Sempre lo stesso Prof. Zuccotti dice: “….un studio, pubblicato sul China CDC Weekly, il 17 febbraio, su un totale di 72.314 pazienti, 965 sono pazienti di età inferiore ai 19 anni e, tra questi si è registrato un caso di decesso nel cluster (raggruppamento) di età tra i 10-19 anni”. Insomma i bambini e i giovani sono colpiti in maniera irrisoria dal coronavirus, analogamente a quanto accadde nella precedente epidemia di SARS. Anche in Italia, nelle fasce di età 0-19 non si è verificato alcun caso mortale, come evidenziato nel Report ISTAT-ISS. Anzi, è presumibile che in Italia i giovani contagiati, grazie al loro sistema immunitario (immunità innata) integro, siano rapidamente guariti e altrettanto rapidamente si siano immunizzati. Non è dunque azzardato ritenere che in Italia, nelle fasce di età più giovanili, (a ragione della maggiore mobilità dei giovani rispetto agli anziani) si sia già creata una sorta di immunità di gregge. A tal proposito, il citato studio Meleam ritiene dannoso il lockdown perché “impedisce il crearsi di una forma di immunità di gregge, specie in un periodo in cui il clima più caldo ha indebolito il virus” Insomma niente indicava la drastica scelta di fermare sine die il mondo scolastico. Se si fosse utilizzata la stessa sciagurata logica di chiudere tutte le scuole, usata in questo frangente, allora in passato avremmo dovuto farlo ogni anno a causa dell’influenza stagionale. Anche questa, infatti, causa mediamente in Italia dai 4 a 10 mila morti indirette all’anno e dai 4 a 7 milioni di malati. Seguendo questo assurdo sillogismo, in futuro sarà giocoforza chiudere, non solo le scuole, ma l’intero il Paese ed esodare tutti i 60.317.000 Italiani, dal momento che ci troveremo alle prese sia con il Covid-19 che con gli altri virus influenzali stagionali che, pur variando come tutti sanno, permangono endemici. Ma continuiamo con l’analisi del Report.

c-patologie preesistenti

I dati più interessanti sono quelli che vengono fuori dall’analisi delle patologie preesistenti dei soggetti deceduti Covid positivi. I dati sono stati ottenuti da 2.682 pazienti deceduti su 27.955 per i quali è stato possibile esaminare le cartelle cliniche. Rappresentano comunque un campione abbastanza significativo e i risultati possono essere estesi con sufficiente sicurezza al totale dei decessi: i 27.955 pazienti deceduti e positivi al Covid-19. Dall’analisi delle cartelle cliniche (2.682) si evince che 101 pazienti (3,9) del campione presentavano 0 patologie preesistenti. Anche qui, come nel caso dei decessi nei pazienti giovani (i 12 casi che abbiamo già esaminato), si può ipotizzare una azione diretta del Covid-19 nel determinare la morte. Ma ribadiamo, essi rappresentano solo il 3,9% del totale. Invece la maggior parte dei deceduti 1.569 (59,9%) aveva 3 o più patologie; 558 pazienti deceduti (21,3) 2 patologie; infine 393 pazienti morti (15,0%) aveva 1 patologia. Basta estendere queste percentuali al totale dei morti positivi al Covid-19 (27.955 alla data dello studio in questione) per rendersi conto che a determinare la morte di questi soggetti anziani e “fragili” siano state le patologie preesistenti e non l’azione diretta del coronavirus. Che questi malati con patologie gravi sono morti presumibilmente con il coronavirus e non per il coronavirus, per usare una espressione magari abusata ma lo stesso efficace. Invece la grancassa mediatica continua a sfornare con esasperante regolarità false cifre di morti da coronavirus, al punto da essere arrivati ormai al ridicolo. Ovvero che in Italia non si muore più di altro che non sia il famigerato Covid-19. A sentire i soloni del Min-Cul-Pop, il rapporto, invece, confermerebbe la pericolosità dell’epidemia, più simile alla peste che non ad una normale influenza. In questa corsa al sensazionalismo allarmistico si sono distinti particolarmente i massa media. Ecco alcuni titoli monstre : “boom di morti a causa del Covid”; Bergamo shock: decessi + 598%, Cremona + 391%, Lodi 371% e giù con l’elenco delle citta più colpite; “il Nord paga all’epidemia un prezzo altissimo in vite umane”. Insomma, invece che un analisi seria e ragionata dei dati contenuti nella relazione, si sono preoccupati solo di estrapolarli e costruirci sopra il solito bollettino di guerra per continuare a terrorizzare l’opinione pubblica. Allo scopo hanno anche utilizzato delle grandezze di calcolo come la percentuale di incremento dei morti che, come avremo modo di vedere, è del tutto ingannevole: uno specchietto per le allodole, buono per farci un titolone sui giornali, ma che non aiuta certamente a capire quello che realmente sta succedendo. Non a caso le misure più correttamente in uso in epidemiologia sono quelle di mortalità, letalità, morbosità, e questo vale per una qualsiasi malattia infettiva e non. In realtà le cifre che ci stanno sfornando da quattro mesi a questa parte sono fasulle come una moneta bucata. Per comprendere meglio, prima però va fatta una necessaria premessa sui termini di mortalità e letalità. La distinzione tra i due termini non è, infatti, semantica ma sostanziale. Il Tasso di mortalità è il rapporto tra il numero di morti sul totale della popolazione media presente nello stesso periodo di osservazione (e non sul numero di malati). Il Tasso di letalità è il rapporto tra morti per una malattia e il numero totale (sintomatici e non) di soggetti affetti dalla stessa malattia, entro il periodo di osservazione specificato. Quindi parlare mortalità del 2 o 3% (addirittura il 5% per alcuni) per il Covid-19 senza dire che cosa è il 100, è un errore macroscopico, anche se voluto, e non può che generare disorientamento, confusione, paura: si pensi che la mortalità per tutte le cause nel Nostro Paese è in genere poco più dell’ 1%. che corrisponde ai 647.000 morti che, ad esempio, si sono avuti nel 2019.

1.4 Mortalità del Covid-19: un artefatto

Rivediamo prima le cifre, dunque, applicando poi ad esse i vari tassi. Alla luce di quanto afferma il rapporto ISTAT-ISS, abbiamo visto che il numero dei morti che presumibilmente si possono ascrivere direttamente al Covid-19 sono solo il 3,9 dei 27.955 deceduti Covid positivi analizzati nel Rapporto (quelli con 0 patologie preesistenti). Quindi 1090 morti. Ne consegue che la mortalità (n° morti/ popolazione tot) da Covid-19 è dello 0,0018 (1090/60 milioni di italiani). Ma ammettiamo pure per assurdo che i 27.955 morti trovati positivi al Covid nel periodo in esame, siano effettivamente deceduti tutti a causa del Covid-19, (che è poi quello che vogliono lasciarci intendere gli “scienziati di regime”) avremmo sempre numeri decisamente irrisori. Infatti in questo caso il tasso di mortalità sarebbe dello 0,046 (27.955/60 milioni). Siamo dunque ben lontani dal 2-5% di mortalità con cui è stato accreditato il Coronavirus per spargere il terrore sanitario e procedere senza intoppi alla chiusura del Paese. La stessa manovra di propaganda alla Joseph Goebbels (dite una menzogna, pur se grande, continuate a ripeterla, alla fine vi crederanno) è stata fatta, sempre in occasione dell’uscita del rapporto ISTAT-ISS. Anche questa volta, a commento dei decessi avvenuti nel nord del Paese, si sono sparate cifre impressionanti, da shock (ad es. + 598% di decessi a Bergamo, +391% a Cremona, +371 a Lodi” e cosi via, senza però rapportarli a niente che facesse capire minimamente l’entità del problema. Anzi ad una grandezza si sono rifatti: l’ineffabile incremento della mortalità, nel 2020, rapportato ai morti dello stesso periodo (gennaio-aprile) del 2019. Ma anche qui la furbata è presto svelata. Facciamo un esempio per capirci meglio. Mettiamo che in un piccolo paese, nel 2019 sia morta 1 persona nel periodo gennaio-aprile, nello stesso periodo nel 2020 ne muore 1 in più (quindi 1+1). Se volessimo fare i giochi di prestigio come fanno i nostri “tecno-scientisti”, potremmo dire che la mortalità è aumentata del 100%, specie se in maniera accorta omettiamo di dire cosa è il 100, ovvero il numero di abitanti di quel paese. Con questo ragionamento, se nel nostro immaginario paesino fossero morte 2 persone in più, diremmo che l’incremento della mortalità è stata del 200%, per 3 morti in più, del 300% e così via. Chiunque capirebbe, anche un bimbo di 3 anni con un pò di dimestichezza con l’abaco, che non si può ragionare in siffatta maniera. A meno che non si intenda terrorizzare la gente, mandarla fuori di testa e non fargli capire più niente. Ed è quello infatti che sta avvenendo. Se invece analizziamo correttamente i dati di mortalità, (morti/abitanti X 100) vedremo che l’incremento della mortalità ad esempio a Bergamo [6], che è stato uno dei centri più colpiti, è dello 0,5%; a Brescia dello 0.27%; a Genova dello 0,1%; a Milano dello 0,07; a Codogno e ad Alzano Lombardo, che sono i paesi simbolo di questa epidemia, l’incremento è stato rispettivamente dello 0,64% e dello 0,78%. Nel resto dell’Italia non vi è stato alcuno incremento, anzi i morti, nello stesso periodo, sono addirittura diminuiti. Certamente una cosa è dire che nelle zone più colpite la mortalità è aumentata di qualche decimale: fa meno impressione anche se corretto. Un’altra invece è scioccare volutamente le persone, parlando di incrementi di mortalità del 400-500% e via dicendo. Sta proprio qui il maleficio o se si vuole, l’anima della propaganda! Nessuno disconosce (men che meno chi scrive) che nelle zone più colpite del Nord i morti ci siano stati, vuoi per la contagiosità del Covid-19 e per il fatto che esso è circolato per la prima volta, ma innanzitutto, come vedremo, per l’insipienza con cui si è affrontata l’epidemia. Ciò non toglie che l’immagine drammatica che hanno voluto dare, del Nord, oltre che dell’intero Paese sia falsa. Come falsa è l’idea (come si è dimostrato) che fa risalire al Covid-19 tutti i morti che ci sono stati in Italia e in maggior misura al Nord. Insomma non è avvenuto niente che potesse giustificare il durissimo lockdown imposto a tutto il Nord prima e poi anche al resto del Paese. Men che meno, il fatto inammissibile che esso stia di fatto ancora perdurando, a causa delle strette restrizioni a cui siamo tuttora sottoposti. Già al momento di dare l’avvio alla cosiddetta fase 2, il Premier Conte ha ribadito che siamo ancora tutti a rischio, che la morte a causa del famigerato coronavirus, ci può cogliere in ogni momento. E quindi non solo è stato giusto lo sciagurato lockdown imposto al Paese, ma che esso deve sostanzialmente continuare. Che non sarà tollerata alcuna intemperanza alle norme, dove per intemperanza si deve leggere la legittima aspirazione di milioni di cittadini ad uscire fuori da questo delirante incubo. Queste se dovessero verificarsi saranno punite, anche attraverso azioni repressive locali dei sindaci-sceriffi. Quel minimo allentamento della quarantena che è stato concesso, potrà in ogni momento essere annullato, qualora le condizioni epidemiologiche dovessero peggiorare….. o mutatis mutandi. le “intemperanze” degli scriteriati cittadini dovessero aumentare.

1.5 Letalità del Covid-19: un artefatto ancora peggiore

Intanto la gang dei tecno-scientisti continua a giocare abilmente, oltre che sul conteggio fasullo dei morti che si sono avuti, anche sull’ambiguità con cui presenta i dati e utilizza alcuni termini. E’ il caso della famigerata letalità del Covid-19. Se dovessimo prendere per buone le grandezze date, la letalità del Covid-19 calcolata al 7 maggio 2020, ovvero alla data del rapporto ISTAT-ISS, arriverebbe in Italia a quasi il 14% (13,9). In Lombardia al 18,4% (14.745:80.081=18,4). Una letalità molto alta e preoccupante. Basti pensare che la temibile SARS aveva il 10% di letalità. Questa percentuale si ricava ponendo al numeratore gli ormai famosi 29.958 decessi e al denominatore 215.858 il numero dei casi totali Covid, forniti dal ministero della Salute, sempre alla stessa data. In effetti, se il numeratore e il denominatore fossero veritieri avemmo certamente la percentuale del 13,9%, (infatti 25.354:215.858 x100 = 13,9). Ma anche qui c’è l’inganno. Intanto il numeratore va fortemente corretto. Lo stesso studio ISTAT-ISS, come abbiamo più volte affermato, ammette che va sottratta una quota di 11.600 decessi a cui non è stato fatto il tampone e che quindi non possono essere definiti correttamente come morti da Covid-19. Scendiamo quindi a 18.358. Ma anche qui dobbiamo porci la solita domanda: Questi soggetti (generalmente anziani, malati cronici) sono deceduti per il Covid? O le cause del decesso vanno ricercate nelle pluri-patologie preesistenti che ne hanno determinato l’exitus. Ovvero sono deceduti con il Covid, ma non per forza per il Covid. Abbiamo visto nello Rapporto del Gruppo di Sorveglianza Covid-19, come solo il 3,9 dei soggetti non avesse patologie preesistenti e solo per questi soggetti si potesse affermare con certezza il ruolo fondamentale del virus nel determinarne il decesso. Se rapportiamo, quindi, questa percentuale ai 18.358 morti positivi al Covid, ne deduciamo che solo 716 decessi possono catalogarsi come morti per Covid-19 e possono essere messi con sicurezza al numeratore per calcolare la letalità del virus. Ma anche il denominatore è furbescamente artefatto. Infatti i 215.858 malati (il denominatore) sono solo i malati contati negli ospedali e in isolamento domiciliare a casa. Ma questo calcolo non tiene conto di tutti gli altri ammalati: quelli hanno avuto sintomi lievissimi a cui neanche hanno badato e gli asintomatici. Orbene tutta questa pletora di persone (lo studio Meleam parla del 30 % della popolazione italiana) va inserita al denominatore, per poter determinare, con correttezza, l’effettiva letalità del Covid-19. Certo è difficile dire con sicurezza quanti siano questi soggetti, ma è probabile che siano milioni di individui. Per dare un generico riferimento si pensi che nell’ultima influenza stagionale 2019-2020 sono stati oltre 5milioni e mezzo i contagiati. Non è azzardato ritenere che anche nel caso del Covid-19 ci possa essere lo stesso numero di contagiati. Ora se rimettiamo sia al numeratore che al denominatore i numeri reali e non artefatti, anche la letalità del Covid-19 su scala nazionale si riduce a percentuali molto basse. Si ribadisce insomma il fatto che sia la mortalità, sia la letalità del Covid-19 su scala nazionale, sono veramente basse, quasi trascurabili. Con buona pace del terrorismo sanitario dei tecno-scientisti e di tutti i pasdaran della “fine del mondo” targata Covid-19. Anche da questo punto di vista, dunque, il lockdown si è dimostrato per quello che è: una inutile pazzia. Se ci fosse una giustizia vera, dovrebbero incriminare Conte e il suo Governo per attentato contro la Nazione, per aver voluto proditoriamente fare precipitare l’Italia nel baratro economico e sociale in cui ora ci troviamo, alla mercé dei pescecani della UE che, a dispetto delle illusioni che nutre questo Governo per la UE, non tarderanno a presentarci il salatissimo conto di questa scelta folle. Infine ma non ultimo, per aver gettato sul lastrico, con criminale disinvoltura, milioni di lavoratori.

1.6 Il caso della Lombardia: una Regione fuori controllo

E’ evidente che in Lombardia la situazione sia sfuggita al controllo. E’ la Regione con l’epicentro del contagio, dove si concentrano più di un terzo dei casi confermati (oltre 80 mila, al 7 maggio 2020) e quasi la metà delle vittime italiane (14.745 su un totale di 29.958 alla stessa data). I dati sono quelli forniti dal Ministero della Salute. Una situazione disastrosa. Tanto disastrosa rispetto anche alle realtà regionali limitrofe, da non poter essere spiegata con la sola epidemia da Coronavirus, men che meno dal concorso di sfortunate circostanze, ma solo con l’inammissibile inettitudine del ceto politico locale (amministratori, assessori, presidente di regione, direttori generali, manager della sanità) del Governo centrale e della sua vasta corte di consulenti. Con i loro incredibili errori sono riusciti a provocare una ondata tale di decessi, malati, contagiati che il virus da solo non avrebbe in alcun modo potuto provocare. Un autentico capolavoro di scelte sbagliate, di decisioni improvvide prese sulla scorta di dati fasulli e sbagliati, di totale confusione sulle cosa da fare e quelle da non fare. Al punto che, il correo Conte, in assenza di qualsiasi strategia, ha pensato solo a sigillare l’immane vaso di pandora lombardo con un inutile lockdown esteso a tutto il Nord. Ma vediamo in dettaglio questi errori che, effettivamente, in Lombardia hanno causato un consistente numero di decessi, considerando la brevità del tempo in cui sono avvenuti.

a) Il ritardo, nelle prime fasi dell’epidemia, nella chiusura delle aree più colpite che ha impedito di circoscrivere i focolai e consentire la tracciatura dei contagi. Questo ha avuto esiti tragici. Tant’è che ben presto in quelle aree è divampato l’incendio. A quel punto, sigillare per decreto la Lombardia e altre 14 province del nord Italia, imponendo restrizioni a circa 16 milioni di persone, è stato inutile . Ormai era troppo tardi. E’ stato come voler “chiudere la stalla quando i buoi erano già scappati”. Nel Veneto, ad esempio, la reazione più rapida nel contenimento dei primi focolai – basata sull’immediata chiusura selettiva delle zone infette e su un maggior numero di tamponi per tracciare la catena del contagio (eseguiti anche sugli asintomatici, contravvenendo alle indicazioni fornite dagli esperti del governo centrale) – ha permesso di tenere sotto controllo l’epidemia.

b) La pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica (isolamenti dei contatti, tamponi sul territorio a malati e contatti, identificazione dei focolai di infezione) determinata a monte dalla carenza in Lombardia di una vera e propria medicina di territorio. Il taglio delle spese sanitarie e l’accentuata privatizzazione della sanità lombarda, hanno, infatti, particolarmente pauperizzato questo fondamentale settore della sanità pubblica. Questa assenza di strategie nella gestione del territorio ha contribuito non poco a causare le gravi disfunzioni che si sono verificate in questa Regione. L’omesso coinvolgimento dei medici di base; la limitatezza nell’applicazione dei tamponi, fatti, in pratica, solo a coloro che giungevano in ospedale, (seguendo pedessiquamente le indicazioni sbagliate del Governo centrale di riservare i tamponi solo a chi presentava i sintomi della malattia in atto); la mancata predisposizione di luoghi in cui porre in isolamento le persone risultate positive che ha determinato ben presto la saturazione dei posti letto ospedalieri con la necessità di trattenere in un territorio poco attrezzato dal punto di vista sanitario, pazienti anche gravi per altre patologie che, in altre circostanze, avrebbero dovuto essere messi in sicurezza mediante ricovero. Tutto ciò ha determinato una pressione pressoché insostenibile sull’intera struttura ospedaliera lombarda e contribuito a determinare il dramma vissuto in molti ospedali della Regione, dove gli operatori sanitari sono stati costretti a operare senza protezioni adeguate, i pazienti più anziani sono morti soli senza ricevere neppure cure palliative e il conforto dei propri familiari. Per non dire delle tante persone che non hanno potuto essere ricoverate per mancanza di posti letto.

c) altro errore veramente inconcepibile, per non dire criminale è stato il trasferimento nelle RSA e nei centri diurni per anziani, dei malati accertati Covid provenienti dagli ospedali della Regione che hanno contagiato gli ospiti particolarmente fragili di queste strutture e prodotto il triste bilancio in termini di vite umane che tutti conosciamo e sul quale ora sta indagando la Magistratura. Parliamo di quasi 7 mila morti a livello nazionale, la maggior parte dei quali, nelle zone più colpite del Nord. Più precisamente di 773 [7] che si riferiscono però solo a un terzo (1.082 su 3.420) delle strutture contattate. Nel 40,2 per cento dei casi (2.724 su 6.773) le morti sono avvenute con infezioni da Covid-19 o con manifestazioni simil-influenzali: più di 1.600 solo in Lombardia (su 3.045 decessi totali). Sono numeri enormi perché, lo ripetiamo, stiamo parlando di un campione pari a un terzo delle strutture contattate. Una strage silenziosa di anziani resa ancora più ripugnante dal modo come le famiglie sono state tenute all’oscuro per mesi della sorte dei loro cari a cui non hanno potuto dare neanche l’estremo saluto, visto che qualcuno ha pensato bene di spettacolarizzare la tristissima vicenda, affidando ai camion militari il trasporto delle salme. Così come un altro errore tragico è stato quello di non aver separato da subito in queste strutture ma anche negli ospedali della Regione i percorsi Covid da quelli degli altri anziani residenti e, nel caso degli ospedali, da quello dei malati ordinari. Come ad esempio si è fatto negli ospedali veneti, fin dalle prime fasi dell’epidemia

d) Il mancato reperimento di strumenti di protezione individuale (DPI) soprattutto per i medici e per il personale sanitario negli ospedali ma anche ai medici del territorio (medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, continuità assistenziale e medici delle Rsa, al personale sanitario di queste strutture). Questo ha determinato la morte di numerosi medici e la malattia di numerosissimi di essi, ma principalmente ha favorito di molto la diffusione del contagio, specie nelle prime fasi dell’epidemia, dal momento che gli stessi sanitari hanno operato come veri e propri “diffusori” inconsapevoli di contagio. La inspiegabile mancata esecuzione dei tamponi agli stessi operatori sanitari poi ha stimolato vieppiù la diffusione del contagio, in quanto non si è potuto individuare con certezza questi inconsapevoli “diffusori” e metterli in quarantena. Tant’è che essi hanno continuato ad operare negli ospedali, (pubblici, privati, nelle case di Cura, nelle RSA) in un contesto di assoluta promiscuità fra malati, sani, infetti asintomatici e quant’altro. Cosicché gli stessi ospedali sono diventati un notevole focolaio di contagio. Al riguardo la vicenda dell’ospedale di Codogno, anch’essa sotto la lente di ingrandimento della Magistratura, è emblematica.

e) la mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia che, nella migliore delle ipotesi, possiamo definire imperfetti e fuorvianti (come del resto quelli nazionali che ci vengono forniti con emetica costanza dalla protezione civile) che, realisticamente, non sono in grado di descrivere la realtà epidemiologica nella Regione, come del resto in Italia. Con la conseguenza che nessuno intervento può essere orientato correttamente ed essere efficace. Si naviga a vista e nella più totale confusione. E quando è così si fanno danni enormi, come sta succedendo. Ciò accade quando la raccolta dei dati è impostata male dall’inizio e poi si perservera diabolicamente nell’errore. Nella fattispecie, nel caso del Coronavirus, esso è legato all’esecuzione di tamponi, fatta fin dall’inizio, solo ai pazienti sintomatici ricoverati e non anche alla moltitudine (si può fare rapidamente con i test sierologici) dei soggetti asintomatici (che nella della diffusione del virus sono quelli più pericolosi) o con lievi sintomi. Oppure alla diagnosi di morte attribuita solo alla positività Covid-19 dei deceduti in ospedale. Insomma i dati presentati meramente come “numero degli infetti” e come “numero dei “deceduti” (quelli della “liturgia” delle 18.00 di Borrelli), nonché la letalità calcolata sui decessi dei pazienti ricoverati, non servono a niente. Se non a fuorviare chi si chiede le ragioni dell’alta mortalità registrata in Italia, senza rendersi conto che si tratta solo dell’errata impostazione della raccolta dati. Che essa in Italia, in realtà è bassissima.

*Dott. Teti Marcello
Coordinatore del Cpt di Perugia
30 Maggio 2020
Fonte: Liberiamo l’Italia

NOTE:

[1] Rapporto ISTAT-ISS “Impatto dell’epidemia COVID-19 sulla mortalità totale della popolazione residente primo trimestre 2020”
[2] Meleam SPA Studio COVID19 dal 25 febbraio al 24 aprile a cura del Prof. P. Bacco
[3] Nei primi otto mesi del 2015 in Italia vi fu un’impennata epidemica di influenza stagionale con 45.172 morti in più rispetto a quelli osservati nello stesso periodo nel 2014. A nessuno venne in mente allora di chiudere l’Italia con il lockdown. Anzi, quasi non se ne parlò
[4] Caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione da SARS-Cov-2 in Italia. Dati al 7 Maggio 2020
[5] 50 domande sul Coronavirus; “gli esperti rispondono” del 6 marzo 2020, a cura di Simona Ravizza
[6] Bergamo: n° abitanti 121.639. morti periodo 1 genn-15 aprile 2019 n° 441, morti periodo 1 genn-15 aprile 2020 n° 1079. Saldo positivo decessi 638. Mortalità 638:121.639 x 100=0,524. Tutti i dati illustrati sui decessi nei vari comuni sono stati ricavati da: ISTAT per il Paese: Grafici interattivi sui decessi. Quelli demografici su Comuniverso: il motore di ricerca dei comuni italiani
[7] Dati Istituto Superiore di Sanità (ISS): Terzo rapporto sul contagio da Covid-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie in Italia dal 1 febbraio al 14 aprile 2020

Il Mes, il Recovery Fund possono prestare i soldi agli stati la Bce NO gli elementi basilari dell'economia sono scardinati dal Progetto Criminale dell'Euro

ALLARME BANKITALIA/ “Non possiamo aspettare 6 mesi per i soldi del Recovery fund”

Pubblicazione: 06.06.2020 - Paolo Annoni

Secondo la Banca d’Italia le misure del Governo per stimolare la ripresa valgono il 2% del Pil, un quinto di quello che servirebbe


La sede di Banca d'Italia (Lapresse)

Ieri Banca d’Italia ha diffuso le “proiezioni macroeconomiche per l’economia italiana”. Lo scenario di base indica un calo del Pil del 9,2% per il 2020 con una graduale “ripresa” del 4,8% nel 2021 e poi del 2,5% nel 2022. Significa che recupereremo il Pil perso nel 2020 non prima del 2023 e più probabilmente nel 2024. In questo scenario le ore lavorate scenderebbero di circa il 10% del 2020; vuol dire un impatto sul “privato” molto superiore. Sarebbero numeri drammatici che diventano peggiori in un secondo scenario, più severo, in cui si incorpora un protrarsi dell’epidemia o l’esplosione di nuovi focolai. In questo secondo scenario il calo del Pil arriverebbe al 13,1% nel 2020 con una “ripresa” più lenta nel 2021, +3,5%, e nel 2022, +2,7%. Questo secondo scenario sembra molto più simile alle proiezioni delle principali banche d’affari e dei maggiori istituti di ricerca internazionali.

Da notare che “neanche in questo scenario, peraltro, si considerano eventuali effetti, non lineari e difficilmente quantificabili, che potrebbero derivare da episodi diffusi di insolvenza tra le imprese che incidano in misura marcata sulla capacità produttiva dell’economia, o da nuove ondate epidemiche globali.” Questo purtroppo è lo scenario che si sta producendo nel nostro Paese in questi giorni. Una crisi di liquidità impressionante che minaccia l’esistenza stessa e la continuità aziendale di moltissime imprese e attività commerciali.

Banca d’Italia calcola che i decreti legge “Cura italia” e “Rilancio” contribuirebbero a mitigare la contrazione del Pil per un importo pari a due punti percentuali. Siamo lontani anni luce non solo dagli interventi messi in atto negli altri Stati d’Europa, ma soprattutto dalle cifre dichiarate in conferenza stampa nelle ultime settimane e che pure hanno campeggiato per giorni sui principali organi di informazione senza che nessuno si preoccupasse di fare qualche conto. Diversi economisti hanno stimato che l’economia italiana, che non cresce da 20 anni, avrebbe bisogno per uscire da questa crisi di stimoli pari al 10-15% del Pil e cioè almeno cinque volte tanto quanto messo in campo sino ad oggi. Sono ordini di grandezza da 150-200 miliardi di euro. Aspettare sei mesi i soldi del Recovery fund farebbe avverare proprio la principale preoccupazione di Banca d’Italia e cioè gli “episodi diffusi di insolvenza”.

Ci chiediamo sinceramente, come domanda aperta, se questo possa essere il Governo in grado di gestire questa emergenza sia nell’importo degli interventi, sia nella loro qualità. Leggiamo ancora di piani discutibili per l’apertura delle scuole e di attacchi al mondo delle imprese che incomprensibili in uno scenario come quello descritto da Banca d’Italia. Come se le imprese e la voglia di fare impresa fossero un dato che prescinde dalle politiche del Governo. Come se l’opposizione a qualsiasi sburocratizzazione, che toglie potere alle figure apicali della Pubblica amministrazione, inclusa l’amministrazione della giustizia, potesse ancora avere senso in uno scenario da recessione profonda in cui bisognerebbe stendere tappeti rossi alle imprese e a chi ha ancora voglia di rischiare. Questo è quello che avviene in Europa, in Germania, nell’Est d’Europa dove evidentemente hanno capito perfettamente cosa sta succedendo. Stiamo parlando in questo caso di interventi senza costi per il bilancio statale.

Forse è il caso di girare lo scenario al ministro dell’Economia che un mese fa in un’audizione spiegava che si trattava solo di qualche punto di pil. E poi su fino al presidente della Repubblica. Perché lo scenario di Banca d’Italia e soprattutto il suo avvertimento sulla continuità aziendale sommato ai due punti di Pil messi in campo dal Governo significano, molto probabilmente, tensioni sociali come mai si sono viste negli ultimi 70 anni. Ci vogliono le migliori, e ultime, intelligenze del Paese altrimenti la situazione sfugge di mano.

La crisi è dovuta alla sovrabbondanza di offerta (SOVRAPRODUZIONE) e le mosse delle banche centrali sono obbligate dalla diversificazione delle aziende che per mantenere un minimo di profitto sono state costrette a fare finanza che inevitabilmente ha portato alla divaricazione tra il mercato azionario e la produzione di merci. L'economia sta veramente male se la Bce abbandona il Progetto Criminale dell'Euro e inizia a fare quello che tutte le banche centrali del mondo stanno facendo prestatore di ultima istanza. Difficile molto difficile che l'economia capitalistica per come la conosciamo riesca a sopravvivere, lo sconquasso sarà tremendo ed inevitabile. Anche la Germania sarà coinvolta nel caos

SPY FINANZA/ Dal rialzo del Dax un brutto segnale per l’Italia

Pubblicazione: 06.06.2020 - Mauro Bottarelli

Il forte rialzo del Dax delle ultime settimane non è un segnale positivo. Significa che l’Europa si sta americanizzando con i rischi che ciò comporta

Lapresse

Ultimo articolo di una settimana densa di avvenimenti, quindi mi consentirete di tirare un po’ il fiato dalla cronaca stringente. Spero non vi dispiaccia se oggi focalizziamo il discorso su una constatazione più politica che meramente economico-finanziaria, anche se quest’ultima rimane la base di partenza del ragionamento. Occorre ringraziare la Corte costituzionale tedesca, ammettiamolo. E non perché si è permessa di ricordare alla Bce quale sia il suo mandato, bellamente disatteso da almeno quattro anni. No, occorre ringraziare Karlsruhe perché la sua sentenza è stata una messa in guardia, un ultimo appello: quei giudici in rosso, apparentemente così rigidi e rigorosi, al limite del marziale nella loro interpretazione dei mandati, stanno cercando di ricordarci che siamo europei. E, soprattutto, stanno cercando di evitare la totale americanizzazione delle nostre società, di fatto grandemente in atto proprio grazie ai processi di Qe sempre più strutturali.

Provo a spiegarmi. Il Dax è l’indice benchmark della Borsa tedesca e rappresenta il classico esempio di export-driven index, ovvero un indice mosso principalmente dal comparto delle esportazioni. Di fatto, rispetto ad altre piazze espressione di una mera finanziarizzazione di massa, il Dax offre un proxy ancora relativamente credibile dello stato di salute dell’economia reale tedesca e delle aziende leader che la compongono, dalle big alle mid-cap più innovative o di eccellenza. Bene, oggi possiamo dire che il Dax offriva una cartina di tornasole affidabile. Guardate questi due grafici relativi al momento spartiacque vissuto da quell’indice lo scorso weekend: frantumata per la prima volta in assoluto quota 12mila punti e, soprattutto, una performance da +43% soltanto dai minimi di metà marzo. Roba che il Nasdaq in confronto appare un indice per dilettanti, materia per investitori retail con il conto titoli su Robinhood.



La ragione di quel rally, però, è inquietante, soprattutto se ricordiamo bene quale sia la natura dell’indice benchmark tedesco, ovvero riflettere la natura produttiva e di export dell’economia. In piena fase di lockdown globale, quando quindi l’attività economica e i flussi commerciali di merci sono praticamente a zero, si frantumano tutti i record. Ma come? Con un andamento che vede il corso azionario in perfetta simbiosi di movimento con l’aumento del bilancio della Bce e, soprattutto, con un’espansione del regime di multipli per azione degna di Wall Street nei suoi momenti più estremi: quasi 20x. Ovvero, nel pieno di una delle tante bolle, da quella dot.com a quella subprime. Guardate questo altro grafico al riguardo, tanto per capire di cosa sto parlando: stessa dinamica per lo Standard&Poors’ 500 rispetto al bilancio della Fed, stesso arco temporale che muove i suoi passi dai minimi di marzo.


Quando, di fatto, i tonfi di mercato innescati dal diffondersi a macchia d’olio della pandemia da Covid-19 hanno spinto sia la Fed che la Bce a entrare in azione con modalità all-in. La prima acquistando debito corporate in tutte le sue forme, in particolare commercial papers e poi aprendo clamorosamente la platea del collaterale alla carta con rating “spazzatura”, la seconda lanciando il suo bazooka e – a sua volta – ampliando di settimana in settimana la platea di collaterale eligibile all’acquisto. Insomma, movimento quasi sincronizzato, in tandem. E medesimo risultato riflesso nei movimenti degli indici benchmark della Borsa.

A cosa porta però questa dinamica, se applicata a un’economia saldamente produttiva e poco finanziarizzata come quella tedesca, di fatto subfornitore esiziale per la nostra componentistica e il nostro comparto dei macchinari di precisione? Un crollo della produttività. Perché se il concetto che le Banche centrali fanno passare è quello di un salvataggio a tempo indeterminato per tutti i soggetti che presentino i requisiti minimi per goderne, viene meno il principio stesso del doversi migliorare continuamente per restare soggetti attivi sul mercato: è il trionfo delle zombie firms. E, di fatto, la negazione stessa del concetto di libero mercato. Non serve produrre bene, serve soltanto avere i requisiti per presentare collaterale allo sportello della Banca centrale di turno e finanziarsi come a un bancomat illimitato.

Debito su debito, la vera chiave del successo, il new normal. E quelle dinamiche che negli ultimi due mesi e mezzo hanno consentito al Dax quella performance senza precedenti devono farci paura, prima che riflettere: perché se passasse quel concetto di economia, il livellamento al ribasso non farebbe sconti alle economie più deboli e incapaci al tempo di imporsi attraverso i mezzucci della finanza espansiva e di supportare in una logica sussidiaria di sistema i propri comparti industriali e produttivi. Insomma, la nostra industria verrebbe facilmente schiacciata sul medio-lungo termine da competitor meno di qualità ma più in grado di venire incontro alle produzioni massificate e “cinesizzate” di un mondo che non conosce più il rischio di impresa e l’ipotesi stessa di fallimento. Se la produttività cala e passa il concetto della produzione centralizzata, il cui fine è unicamente garantire sufficiente quantità di merci a una società onnivora come quella statunitense (o, di converso, permettere continua iper-produzione come quella cinese, il cui Pil da record viene pagato dal mondo attraverso la continua esportazione di deflazione), addio subfornitura italiana di qualità per le automobili tedesche: subentreranno i turchi o chissà chi altro, perché la concorrenza si compirà su altri piani che non siano quelli dell’eccellenza e del merito di mercato.

E attenzione, perché a evidenziare in modo ancora più eclatante il trend in atto, ci pensa questo ultimo grafico, estremizzazione ulteriore del sentiment. Quella che vedete rappresentata è la ratio fra quotazione del Nasdaq e del Bloomberg Commodity Index: siamo alla follia di viaggiare su multipli di 152x! L’ultima volta che si è registrato un picco di divaricazione di una certa importanza è stato nel pieno della bolla dot-com, ma, come potete vedere in maniera plastica, nulla in confronto allo stato attuale. E, tanto per mettere la questione in prospettiva, pensate che dalla fine del 2001 a oggi la media di quella ratio era stata 37x, quasi quattro volte di meno.


Cosa ci dice quest’ultima fotografia dello status quo di mercato? Semplicemente che la divaricazione fra finanziarizzazione pura rappresentata da un indice tech che in realtà è mantenuto sui massimi da buybacks strutturali ed economia reale, letta attraverso il proxy delle materie prime per uso industriale, non è mai stata così estrema e conclamata. E non importa che i giganti tech del Nasdaq non siano grandi consumatori di materiali a uso industriale e di petrolio, resta il fatto che il de-couple fra prezzo dei titoli ed economia reale sia ormai insostenibile. A un punto tale da rendere le due voci totalmente scollegate e assenti da correlazione diretta fra loro: di fatto, una follia che solo Fed e soci hanno potuto rendere possibile.

Insomma, ricordando alla Bce quale sia il suo mandato statutario di controllo dei prezzi, la Corte di Karlsruhe vuole in prima istanza ricordare alla stessa Germania quale sia la sua natura di economia, un monito estremo di fronte a un processo di americanizzazione già ampiamente in atto e che l’ampliamento costante e strutturale del Qe – di cui abbiamo appena vissuto l’ultimo, pesante step – non potrà che far incancrenire e rendere irreversibile. In tal senso, occorrerebbe paradossalmente fare un monumento ai quegli austeri giudici in rosso, perché il loro monito è finalizzato in primis a ricordarci quale sia la nostra storia, la nostra natura, il nostro approccio al mercato e all’economia.

Purtroppo, non si tratta di disquisizioni meramente accademiche, il corso del Dax da marzo in poi parla chiaro: e quell’espansione dei multipli, in pieno periodo di pandemia e con le prospettive di una V-shaped recovery tutte da valutare nella loro effettiva credibilità (basti pensare alla variabile della seconda ondata di Covid, ad esempio), deve far paura. Certo, il piano da 130 miliardi messo in campo da Berlino per la sua ripartenza dopo il lockdown potrebbe giustificare in parte quelle attese di valutazioni roboanti per i prossimi mesi, ma il trend del Dax è cominciato quando ancora si navigava a vista nella crisi, sospinto unicamente dall’operatività della Bce e, di riflesso, da quella della Fed. Insomma, dall’idea che sia la Banca centrale a “gestire” le economie e non gli imprenditori o gli Stati, in regime di concorrenza e produttività.

La Corte di Karlsruhe, di fatto, ci ha messo in guardia su quale deriva sia in atto. A noi avere l’intelligenza e l’umiltà di capirlo.

5 giugno 2020 - PETIZIONE PER LA NAZIONALIZZAZIONE DEL DEBITO PUBBLICO - Micalizzi, Scar...


Quattro tra i migliori economisti e giuristi che abbiamo, Alberto Micalizzi, Mauro Scardovelli, Antonino Galloni e Guido Grossi, insieme a Claudio Messora, editore di Byoblu, firmano una petizione che chiede al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, al Ministro dell'Economia e delle Finanze e al Presidente della Corte dei Conti, in qualità di cittadini italiani, di nazionalizzare il debito pubblico tramite l'emissione di BTP Italia, ovvero di buoni del Tesoro destinati ai soli residenti italiani, con vantaggi sia per lo Stato che per i cittadini, per scongiurare di affidarsi sconsideratamente alla volontà di organismi finanziari internazionali che in cambio privatizzeranno l'Italia. Abbiamo le risorse per rilanciare la nostra economia senza bisogno di chiedere niente a nessuno. Perché questa soluzione non è stata valutata? Chiediamo di saperlo, e con noi tutti i cittadini che firmeranno la petizione su Byoblu.

I vaccini sovvenzionati a forza di miliardi, l'idrossiclorichina costa poco per questo viene snobbata MA i fatti si impongono e diventa terapia vera per il covid-19

Sono 287,5 i milioni che Conte regala a Bill Gates

Maurizio Blondet 5 Giugno 2020

Vaccino COVID-19, Conte dà 287,5 milioni alla GAVI di Bill Gates (e ai Vaccine Bond)

Sale a 287,5 milioni la cifra che il contribuente italiano fornirà a Global Alliance for Vaccine Initative, ente transnazionale di vaccinazione voluto e cofinanziato dalla Bill&Melinda Gates Foundation.

Ieri, dopo un meeting internazionale guidato dal premier britannico Boris Johnson sul tema vaccino coronavirus, Conte ha annunciato che l’Italia darà circa 80 milioni di euro per la nuova COVID Facility GAVI, struttura che dovrebbe accelerare lo sviluppo del vaccino contro il Coronavirus.

Conte ha quindi puntualizzato che l’Italia erogherà altri 120 milioni a sostegno dell’impegno per i vaccini GAVI nel quinquennio 2021-2025 e poi ancora altri 150 milioni fino al 2030 per l’IFFIm, che si sommano ai 137,5 già previsti.

Era un vertice per il rifinanziamento di GAVI. Grazie anche a Conte, ha portato in cassa quasi 9 miliardi di euro

Non tutto questo danaro, ottenuto in clima di emergenza, sarà utilizzato per l’emergenza: grazie al Coronavirus, anche tutti gli altri programmi vaccinali saranno rinforzati ad ogni latitudine a suon di miliardi di dollari

L’«approccio Gates» è in contrasto con l’approccio della Dichiarazione di Alma Ata (1978), che si concentra sugli effetti dei sistemi politici, sociali e culturali sulla salute

Ci chiediamo se in Italia vi sia un’opposizione in grado di chiedere conto al governo di queste aberrazioni

Ci chiediamo, cioè, quanti anche nei partiti non al potere abbiamo timore del dio Vaccino, e quanti ancora ne sono devoti


E ciò mentre persino Repubblica ammette:

Idrossiclorochina, 140 medici contro l’AIFA.
E Lancet ritira lo studio

e deve scrivere del falso studio di cui prima non ha mai parlato:


avviate sulla scorta di un articolo (autore Mandeep Mehra)
che, pubblicato sulla prestigiosa rivista britannica The Lancet,
sottolinea la pericolosità del farmaco….

I dietrofront Un alt dunque generale a cui però seguono vari dietrofront. In primis quello di Lancet che ritratta con un audit alcune discrepanze colte nel lavoro pubblicato in precedenza. Una marcia indietro, persino degli stessi autori dello studio che hanno chiesto nelle ultime ore di ritirarlo. Li segue a ruota l'Oms che riammette le sperimentazioni intraprese, mentre non recede dal suo veto l'Aifa. Un'intransigenza che fa esplodere la rabbia dei medici. Così scrivono nell'istanza: "Atteso il rilevante impatto che tale sospensione ha e potrebbe avere nella gestione dell'epidemia da Covid-19, alla luce dell'assenza di valide alternative terapeutiche, contestiamo la decisione adottata superficialmente e in contrasto con le preliminari evidenze scientifiche, tra cui i rilevanti dati provenienti dal territorio (Novara, Piacenza, Alessandria, Milano e Treviso)".

L’uso precoce è utile….


Complottista è colui che nasconde la verità

Byoblu, la “controinformazione” che fa paura

By Giancarlo Pacelli
-4 Giugno 2020



Task forces, patti trasversali per la scienza, censura in rete. In questi ultimi tre mesi ne abbiamo viste di cotte e di crude. Con questi strumenti l’informazione cosiddetta “mainstream” ha visto traballare il suo ruolo di fronte a blog o canali Youtube, una volta destinati solo ad una nicchia di ascoltatori ma oggi carro armati pronti a combattere. E questo dovrebbe far solo che bene ad una società che si autoconsidera democratica.

Ma purtroppo la realtà è ben diversa dalle utopie insegnate a scuola. È ben diversa perché dopo una pandemia, non solo sanitaria ma anche mediatica, dobbiamo ancora vedere termini roboanti come complotto, cospirazione o poteri forti oscurati o bollati come strampalati. Tutti termini ormai che invece fanno parte quantomeno della realtà; o meglio della realtà di chi si apre davvero al mondo e legge ciò che ha attorno senza affidarsi a paraocchi editoriali.


La malapianta è la 'ndrangheta e le sue ramificazioni nel Sistema massonico mafioso politico istituzionalizzato

Esclusivo - Rinascita Scott, ecco i video inediti di boss e picciotti acquisiti agli atti dell'inchiesta

Summit e strette di mano. I filmati che documentano la straordinaria attività investigativa del Ros di Catanzaro e del Nucleo investigativo di Vibo Valentia con il coordinamento della Dda diretta da Nicola Gratteri


di Redazione 
5 giugno 2020 20:33


Due giovani uomini camminano. Entrambi hanno vecchi conti che le rispettive famiglie hanno lasciato in sospeso e che, in un modo o nell’altro, intendono saldare. Chi precede è Bartolomeo Arena, figlio di Antonio, boss emergente che negli anni ’80 fu fatto sparire dai mammasantissima della provincia. L’altro è Francesco Antonio Pardea, erede dei “Ranisi”.

Nicola Gratteri, a Catanzaro, ha creato un pool di magistrati che indaga su di loro e gli ha messo addosso l’élite dell’Arma dei carabinieri, che con un teleobiettivo monitora quello che accadde in un locale di via Sant’Aloe, a Vibo Valentia. Ci sarà un summit. Ecco che arriva Domenico Camillò, vecchio uomo d’onore e capo di una nuova ‘ndrina. Di lui parlerà proprio Bartolomeo Arena, che diverrà collaboratore di giustizia. Lo chiamerà «mio zio Mimmo». Arena svelerà i segreti del suo clan e, raccontando i piani di vendetta dell’amico Francesco Antonio Pardea scongiurerà una guerra di mafia che gli arresti dello scorso dicembre hanno consentito di scongiurare.

L’altro racconto di Rinascita Scott, l’epocale indagine della Procura antimafia di Catanzaro e dei carabinieri è nelle immagini. Un lavoro d’intelligence di quelli che solo nelle fiction di ammira. Non esiste luogo chiave che il Ros e il Nucleo investigativo di Vibo Valentia non siano riusciti a monitorare.

In questo VIDEO ESCLUSIVO mostriamo le immagini acquisite agli atti dell’inchiesta. I boss vibonesi e i loro colonnelli, filmati in città e provincia, filmati anche a Roma. Filmati anche in carcere, come Domenico Bonavota, padrino giovane ma potente, che gode di legami e considerazione dalle Alpi allo Stretto. Oggi latitante, fu lui, addirittura, a coprire la latitanza di Peppe De Stefano, il figlio di don Paolino. Sa che può essere intercettato perfettamente anche nella sala colloqui del carcere, tra decine di persone che affollano quel luogo. E parla da boss: si professa innocente, vittima di ingiustizie e falsità. Uno dei suoi ultimi colloqui registrati, poi l’uscita di galera e l’inizio di una nuova latitanza.

San Luca è il cuore della 'ndrangheta?

San Luca, il testimone di giustizia Benedetto Zoccola entra in Consiglio comunale al posto di Carlo Tansi

5 Giugno 2020 Biagio La Rizza 



Il testimone di giustizia Benedetto Zoccola, imprenditore casertano attivista contro il racket delle mafie, è il nuovo consigliere comunale di San Luca. Lo annuncia sulla propria pagina facebook Klaus Davi, che coglie l’occasione per dargli il benvenuto. Zoccola subentra in Consiglio comunale a seguito delle dimissioni per motivi di salute di Carlo Tansi, già candidato presidente alla Regione Calabria.

La donna ha l’impegno di mantenere le tradizioni, i costumi. Le donne hanno il ruolo di raccogliere cose e persone. «Vogliamo che i cittadini ritrovino la propria identità attraverso l’arte»

RUBRICHE UN LIBRO SUL COMODINO
DONNE TESTARDE: DALL’AUSTRALIA AL PERÙ

SCRITTO DA VALENTINA BARILE IN DATA GIUGNO 5, 2020

Dal libro di Amy Witting, La lettrice testarda, al collettivo femminista peruviano Trenzando fuerzas. Pagine, epoche e luoghi fatti di tessuti, colori e storie femminili, spesso con il rischio di essere soffocate da società che ancora credono nel patriarcato. Valentina Barile ne parla su Radio Bullets.

Chi è La lettrice testarda?

Isobel Callaghan è la protagonista del romanzo di Amy Witting pubblicato in Italia da Garzanti e uscito lo scorso 28 maggio.

La lettrice testarda è un romanzo femminista, racconta la storia di Isobel, una ragazza che deve fingere di essere più gentile, più stupida, insipida perché la sua realtà di ragazza intellettualmente dotata e con una grande sete di conoscenza, rappresenta una minaccia non solo per la sua famiglia, ma per la collettività stessa.

Sidney, Australia. L’autrice Amy Witting termina di scrivere il suo romanzo nel 1979, agli albori del movimento femminista nella sua terra. Witting in inglese vuol dire consapevole e Joan Austral Fraser – il vero nome della scrittrice – decide il nuovo cognome per lanciare un messaggio alla società australiana che preferisce alle donne vere, le giovinette sprovvedute. Il romanzo di Amy sarà rifiutato tante volte, ma lei farà sempre della sua scrittura una forma di resistenza.


Charlotte Wood – romanziera australiana –, nella prefazione de La lettrice testarda, dice che gli scrittori più bravi sono quelli che sfidano i cliché, dimostrando che l’esperienza umana non rimane dentro gli stretti confini dei luoghi comuni. Isobel Callaghan è la fragorosa e irrevocabile affermazione di sé dopo un lungo percorso di vittorie e fallimenti. “Siamo noi Isobel Callaghan”.

Le figure femminili che vivono nel romanzo, hanno delle caratteristiche chiare, ma nessuna corrisponde a uno stereotipo. Isobel Callaghan è questa: «Non ha idea di com’era. Come essere una mosca bianca. Qualunque cosa dicessi, era come se parlassi al vento. Non ci si può credere» – le parole di Amy Witting che si intrecciano con il personaggio del suo romanzo.
Dall’Australia al Perù…

Trenzando fuerzas è un collettivo femminista peruviano – formato da circa venti donne –, nato nell’aprile 2017 dalla morte dell’antropologo César Ramos Aldana.

«César cercava donne di diverse discipline, come disegnatrici, artiste, di diversi territori perché voleva realizzare una unione tra professionalità differenti» – Jesucita Carpio Aliaga, cofondatrice del collettivo e direttrice creativa di Libertaria Taller.

Il collettivo organizza un festival artistico Crea, mujer, crea nel mese di marzo di ogni anno, dedicandolo alla donna; è un momento in cui si alternano laboratori, sfilate, mostre, rassegne cinematografiche.

Le artiste di Trenzando fuerzas hanno una età compresa tra i trenta e i settanta anni, ci sono le maestre e le più giovani, ognuna con il proprio corredo artistico. Le donne della Selva (Amazzonia) e le donne della Sierra (le Ande), insieme alle compagne che arrivano dalla costa. Unite da colori e tessuti diversi per raggiungere un sogno comune.


Trenzando fuerzas
… alla ricerca di donne testarde!

«Non è semplice collaborare tra donne; è complicato perché abbiamo diversi punti di vista. Noi donne siamo prima di tutto competitive con noi stesse, per cui pretendiamo da noi stesse e dagli altri, e tutto ciò si ripercuote nei progetti. Ognuna di noi si porta dietro una storia, ciononostante, raggiungiamo i nostri obiettivi. Collaborare è costruttivo: è un modo per aiutarci a vicenda e per fare squadra. Ci sono donne nel collettivo che, inizialmente, avevano una mentalità individualista, ma poi l’hanno cambiata», le parole di Jesucita lasciano intendere che la cooperazione è possibile, anche tra donne, ma solo se si è testarde nello stesso obiettivo.

E chissà perché le donne hanno la necessità di unirsi, riunirsi, di sentirsi un gruppo. «Lo facciamo perché vogliamo sottolineare il lavoro delle donne, la complicità che c’è tra di loro. La donna ha l’impegno di mantenere le tradizioni, i costumi. L’uomo ha, invece, un ruolo diverso; l’uomo, con il passare del tempo, va avanti, viaggia, va via dal suo territorio. La donna fa sì che una identità, una lingua, persistano, resistano. Le donne hanno il ruolo di raccogliere cose e persone».

Le stoffe, i materiali e i colori attraverso i quali le donne del collettivo Trenzando fuerzas comunicano, arrivano dalla terra. Il cotone, il cuoio, la lana di alpaca, le tecniche della tradizione preispanica, gli elementi naturali e artificiali (l’acrilico) uniscono venti donne dal Nord al Sud del Perù.

Si definiscono un collettivo orizzontale perché hanno tutte una caratteristica funzionale all’esistenza del gruppo. Ogni donna è una forza che si intreccia all’altra, lo dicono nel proprio nome Trenzando fuerzas.

«Vogliamo che i cittadini ritrovino la propria identità attraverso l’arte».