L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 27 settembre 2021

«Il fatto che in una terra ad alta densità mafiosa siate così tanti ad ascoltare le mie parole fa capire che siete stanchi della criminalità organizzata e avete voglia di essere liberi»

L’INTERVISTA | Gratteri: «La vostra terra è stanca della mafia e vuole la libertà»

Tutto esaurito in sala per il Procuratore capo di Catanzaro che ha presentato i suoi ultimi lavori: ‘Ossigeno illegale’ e ‘Non chiamateli eroi’

PUBBLICATO 26 SETTEMBRE 2021 - 12:10 DA GIOVANNI RUBINO


Cineteatro Roma sold-out ieri sera per Nicola Gratteri, uno degli ospiti clou della XII edizione della Fiera del Libro. «Sono qui per spiegare le mafie, la non convenienza a delinquere, quanto sia importante restare lontani dai faccendieri e far capire ai ragazzi che devono studiare per riscattarsi, comprendere il mondo degli adulti e non essere fregati». Gratteri spiega così ai microfoni de lanotiziaweb la sua presenza a Cerignola, una città che presta attenzione ai discorsi del magistrato, che dal palco se ne accorge: «Il fatto che in una terra ad alta densità mafiosa siate così tanti ad ascoltare le mie parole fa capire che siete stanchi della criminalità organizzata e avete voglia di essere liberi». Il Procuratore capo di Catanzaro ha discusso con il giornalista Michele Valentino di mafia e antimafia prendendo le mosse da ‘Non chiamateli eroi’ e ‘Ossigeno illegale’, i suoi ultimi due lavori letterari, entrambi scritti in collaborazione col giornalista Antonio Nicaso e editi da Mondadori.

In ‘Ossigeno Illegale’ spiega come le mafie stanno cercando di trarre vantaggio dalla crisi pandemica e dal PNRR. Cosa rischiano le istituzioni, soprattutto quelle locali? «Più i soldi arriveranno nel dettaglio alle amministrazioni, maggiore sarà la tentazione di poter commettere illeciti, perché ci sono pressioni locali. Ad esempio, quando si è deciso di dare un sostegno alle famiglie bisognose e ai disoccupati, avevo proposto ai sindaci di fornire gli elenchi dei percettori alla Prefettura per capire se questa gente era realmente bisognosa o si tratti di evasori totali e criminali. Il suggerimento è stato ignorato e sono stato anche accusato di ingerenze indebite, ma se fossi stato un amministratore sarei stato ben lieto di avere un aiuto così importante. Nei fatti, in diverse indagini che abbiamo condotto abbiamo trovato persone che godono di contributi senza averne diritto».

‘Non chiamateli eroi’ è una raccolta di storie di uomini delle istituzioni e semplici cittadini che si sono opposti alla mafia. A chi vive una terra di mafia come la nostra quale esempio racconterebbe per primo? «Gli parlerei di Rocco Gatto, un mugnaio di Gioiosa Ionica, che si è ribellato e ha denunciato ogni volta che gli è stata chiesta una mazzetta o gli ha imposto di abbassare la serranda del suo negozio in segno di lutto perché in un conflitto a fuoco il capomafia era stato ucciso».


CROLLO CLIMATICO . L'Australia non riesce a coordinarsi e a rispettare le regole imposte dalla Strategia della Paura per introdurre, dopo il terrorismo, l'influenza covid, il CROLLO CLIMATICO. Ricordiamo che la CO2 è alimento per gli alberi servono la creazione di foreste e foreste e il loro mantenimento e non le politiche di deforestazioni come fanno i decisori politici australiani, il resto e bla bla bla inventandosi crediti, mercato del carbonio e similari


Australia: flop sulle politiche climatiche?

Australia flop sulle azioni di contrasto alla crisi climatica. Particolarmente sotto accusa il mercato del carbonio australiano. A quanto pare, pieno di “spazzatura”.

Il rapporto che mette sotto accusa il governo australiano

Secondo un nuovo rapporto, uno su cinque dei crediti di carbonio emessi dal governo australiano, che costituiscono una parte fondamentale della politica climatica australiana, è risultato essere “spazzatura”. Un rapporto della Australian Conservation Foundation (ACF) ha rilevato che molti dei crediti di carbonio creati dal governo non hanno avuto alcun impatto sulla riduzione della deforestazione. Questo perché molte delle aree presumibilmente protette da questi crediti non sarebbero mai state bonificate. Il governo australiano si è impegnato ad acquistare 26,3 milioni di crediti di carbonio, che l’ACF stima in un costo di 310 milioni di denaro per i  contribuenti.


Autralia flop sul clima ancora una volta

Il governo australiano è stato criticato in passato per i suoi precedenti sul clima. Questo progetto fa parte del Climate Solutions Fund (CSF) del governo, un investimento di 2 miliardi di dollari che paga le aziende agricole e le imprese per non inquinare. Ma il tutto assomiglia molto alla vicenda del Fondo per la riduzione delle emissioni del 2014. Si trattò di un progetto pubblico da 4,5 miliardi di dollari che è stato visto da molti come un enorme spreco di denaro pubblico. Questo fondo prevedeva anche la concessione di crediti di carbonio alle aziende e agli inquinatori.


L’ex primo ministro Malcolm Turnbull ha persino descritto il CSF come “‘una ricetta per l’incoscienza fiscale”. Molti considerano gli attuali obiettivi climatici australiani non abbastanza ambiziosi. Un alto funzionario per il clima degli Stati Uniti ha descritto l’impegno dell’Australia a ridurre le emissioni del 26-28% dei livelli del 2005 come non sufficiente”. Il Climate Change Performance Index ha anche classificato l’Australia all’ultimo posto per la sua politica climatica tra i 57 paesi più responsabili dell’aumento delle emissioni di carbonio. Nonostante ciò, l’attuale primo ministro Scott Morrison ha resistito alle richieste di inasprire la politica climatica, affermando che il paese è sull’obiettivo di raggiungere le emissioni nette zero.


Ma davvero il mercato del carbonio è il modo migliore per affrontare il cambiamento climatico?

Il mercato del carbonio, che include crediti di carbonio, compensazioni e prezzi, fa luce sulla difficoltà di qualsiasi tipo di impegno climatico non legato a conseguenze tangibili. Questi crediti di carbonio sono stati forniti in buona fede, con la speranza che i proprietari terrieri avrebbero effettivamente liberato la loro terra prima di acquistare crediti. Se fatti in modo errato, compensazioni e crediti di carbonio possono significare che i governi pagano chi inquina per continuare a inquinare tanto quanto prima.

Alcuni potrebbero vedere questo rapporto come una buona ragione per il governo australiano di allontanarsi dalla strategia delle compensazioni e dai prezzi del carbonio, ed orientare i propri sforzi verso altre tipologie di azione per il clima. Mentre il mercato del carbonio può sembrare attraente, questo è solo un altro indicatore del fatto che non possiamo semplicemente comprare la nostra via d’uscita dalla crisi climatica.

Parziale traduzione dell’originale presente su Imapkter.com, scritto da Charles Kershaw.

Per far accettare il nuovo ruolo che gli Stati Uniti hanno assegnato all'Australia e accettato dai politici decisori hanno usato l'influenza covid per bastonare-educare le masse alla sottomissione e all'obbedienza. Per questo da diversi mesi il commercio tra l'Australia e la Cina si è disgregato, Canberra ha volutamente provocato Pechino e questo ha risposto con ritorsioni economiche


26 SETTEMBRE 2021

Da isola esotica, estranea alle logiche militari e lontana dalla più scottanti vicende geopolitiche, a nuovo perno di Aukus, la recente alleanza occidentale nata, in fretta e furia, per arginare la Cina di Xi Jinping. Bizzarro il destino dell’Australia, ritrovatasi di colpo ad essere baluardo dell’Indo-Pacifico, fortezza all’interno della quale organizzare la resistenza contro l’avanzata di Pechino, ormai diventata la minaccia principale degli Stati Uniti.

Le origini anglosassoni di Canberra sono riemerse dall’ombra quando Joe Biden e Boris Johnson hanno, di fatto, “battezzato” il premier australiano Scott Morrison come terzo scudiero nel braccio di ferro occidentale contro la Cina. I giornali australiani sono tuttavia rimasti perplessi quando, in occasione della conferenza stampa tenuta per annunciare la nascita di Aukus, Biden si è rivolto a Morrison con una lunga perifrasi (“Voglio ringraziare quel tizio laggiù”), probabilmente per nascondere la dimenticanza del nome del suo omonimo. La Casa Bianca ha in seguito cercato di rimediare alla gaffe, ma le spiegazioni ufficiali non sembrano aver convinto i media di Canberra. Se non altro perché Biden, nella vicenda del ritiro dall’Afghanistan, si era già dimostrato a dir poco approssimativo con il povero Morrison, avvisato con una telefonata ritardataria rispetto agli altri leader.

Tutto questo è utile per analizzare le relazioni politiche tra Stati Uniti e Australia, fino ad oggi abbastanza approssimative. Siamo di fronte ad un’alleanza solida, certo, ma forse usurata dal passare del tempo, tra diffidenza e reciproca indifferenza. Aukus nasce appositamente per invertire la tendenza. La domanda è: sarà davvero così?
Una posizione delicata

L’Australia è situata in Asia ma ha radici che la legano profondamente all’Occidente, a cominciare dalle origini europee di circa il 90% dei suoi abitanti. Canberra fa inoltre parte del Quad, ed è sempre stata una fida alleata di Washington, anche se troppo spesso lasciata al suo destino. Due terzi del suo interscambio si svolge con l’Asia, e la Cina, da sola, è destinataria del 30% dell’interscambio australiano. Morale della favola: il governo australiano è schierato saldamente a favore delle democrazie liberali, ma non può neppure ignorare l’importanza economica di Pechino, partner commerciale prediletto.

L’economia australiana, fatto salvo il rallentamento dovuto al Covid, cresce dal 1991, anche se in questo lasso di tempo ha dimostrato di dipendere troppo dalla Cina, rischiando, come accaduto qualche mese fa, pericolose rappresaglie. Il governo cinese, infatti, in seguito a dichiarazioni considerate offensive, ha più volte “punito” la controparte australiana smettendo di esportare prodotti di vario genere. Risultato? La mossa ha causato ingenti danni economici all’Australia. Insomma, Morrison sa bene quanto sia importante consolidare l’alleanza con Stati Uniti e Regno Unito, ma sa anche che, nel caso in cui Pechino dovesse agitarsi, sarebbe il suo Paese a pagare il prezzo più elevato. Non Washington e neppure Londra.

Il nuovo ruolo di Canberra

Per questo è interessante interrogarci sul ruolo che assumerà Canberra nella Guerra fredda tra Stati Uniti e Cina. Ad esempio, Aukus prevede di fornire all’Australia una flotta di sottomarini a propulsione nucleare (niente a che vedere con le armi nucleari). Una mossa, questa, che ha allertato la Cina, visto che mezzi del genere possono navigare nel Mar Cinese Meridionale, creando non pochi problemi alle autorità cinesi già immersi in acque agitate. Come si comporterà Morrison? Scenderà in prima linea, assumendo il rischio di essere colpito per primo da rappresaglie cinesi tanto economiche quanto politiche?

Difficile rispondere con esattezza, anche se, un anno fa, l’Australia era stata chiara. Dopo aver sopportato in silenzio l’espansione dell’influenza cinese nell’indo-pacifico, Canberra ha pensato bene di rivedere le strategie difensive e aumentare le spese militari. L’obiettivo, sulla carta e da attuare da qui ai prossimi dieci anni, consiste nell’investire la bellezza di 165 miliardi di euro per sfornare nuove armi a lungo raggio (prodotte dagli Usa e dotata di un raggio d’azione di 370 chilometri), nuove piattaforme, come ad esempio i droni, e altri strumenti per la cyber-guerra.

Al netto della citata diffidenza nei confronti degli Stati Uniti, al fine di salvaguardare il proprio “cortile di casa” dalle mire cinesi, l’Australia ha fatto il primo passo in avanti. Adesso è l’America che ha risposto presente, venendo incontro alle esigenze australiane, seppur con una certa indifferenza. Canberra diventerà un avamposto occidentale strategico nello scontro tra Cina e Stati Uniti, nonché uno degli attori più importanti della nuova guerra per la conquista dell’Indo-Pacifico, proprio come per decenni lo è stato l’Italia per la geopolitica del Mar Mediterraneo.

L'Australia ogni giorno scivola sempre di più verso una dittatura di fatto. Tutto è iniziato con l'influenza covid, per domare il popolo non è bastato la paura&terrore ma si sono serviti anche della violenza, sopraffazione e il controllo in casa. Ora si usa l'arma del Politicamente Corretto per abbattere e sottomettere le religioni riottose

26/09/2021 di Luca Volontè
In Australia i diritti Lgbt calpestano quelli religiosi

In questi giorni il Procuratore Generale dello Stato australiano di Victoria ha avvertito che le scuole di ispirazione religiosa non potranno licenziare o rifiutare di assumere personale in base al loro orientamento sessuale o all'identità di genere. Secondo il procuratore generale Jaclyn Symes le riforme in via di approvazione chiuderanno una "lacuna dolorosa" nelle attuali leggi anti-discriminazione dello stato di Victoria, che sinora permettono alle organizzazioni religiose e alle scuole di licenziare o rifiutare di assumere persone sulla base della loro sessualità o genere, se è incompatibile con il loro credo.

Le nuove norme, secondo Jaclyn Symes, vanno verso il giusto equilibrio tra la protezione della comunità LGBTIQ+ dalla discriminazione e il sostegno ai diritti fondamentali degli enti religiosi e delle scuole di praticare la loro fede.

Il giusto equilibrio, dunque sarebbe (ovviamente siamo, purtroppo, ironici) quello di privilegiare insegnanti e propagandisti LGBTI nelle scuole di ispirazione religiosa anche se quegli stessi insegnanti proporranno insegnamenti contrari alle convinzioni religiose della scuola e delle famiglie che vi mandano i figli?

In poche parole, i privilegi LGBTI e Trans devono essere affermati nonostante l’evidente limitazione della libertà di educazione delle scuole e famiglie religiose. Le scuole e le organizzazioni saranno autorizzate a prendere decisioni sull'impiego dei dipendenti basate sulle convinzioni religiose di un dipendente solo quando è fondamentale per un compito specifico, come l'assunzione di un insegnante di studi religiosi, ma non su altre materie di insegnamento. Il professore di religione può essere (per ora) sacerdote, quello di letteratura, scienze, storia può esser anche leader dei movimenti LGBTI locali.

Oltre al compiacimento di movimenti e lobby LGBTI per la decisione preannunciata dal Procuratore generale, il Segretario generale dell'’Independent Education Union Victoria Tasmania’ Deb James ha dichiarato la propria condivisione e denunciato come “leggi obsolete hanno derubato gli studenti di insegnanti qualificati, che rendono le scuole spazi inclusivi e accoglienti anche per gli studenti LGBTIQ+".

Le scuole cristiane hanno reagito a questa palese violazione della libertà educativa e religiosa con un loro comunicato nel quale denunciano l’ennesimo tentativo del Governo di Victoria di discriminare i cittadini e le istituzioni religiose. “Le proposte continuano a indicare che il governo intende rimuovere i diritti delle singole persone di fede di agire in base al loro credo. Questo chiaramente declassa le protezioni per il credo religioso a un diritto di seconda classe", ha detto il dott. Spencer della ‘Christian School Association’. “Tutto ciò – ha ribadito - è fondamentalmente incoerente con la legge internazionale sui diritti umani, le protezioni dell'articolo 18 del Patto internazionale sui diritti civili e politici di cui l'Australia è firmataria". L’ennesima battaglia di libertà ed eguaglianza è iniziata e, ancora una volta, si dovrà combattere contro nuovi privilegi imposti a favore della lobby LGBTI.

CROLLO CLIMATICO - E dopo il terrorismo, l'influenza covid entra in gioco il terzo giocatore. Già in partenza contradditorio, le batterie al litio sono frutto di attività estrattive di enorme impatto ambientale e dai drammatici costi umani (sfruttamento, salute, condizioni di lavoro). La Strategia della Paura si nutre del terrore che quotidianamente proietta, attraverso le televisioni sulle masse

Il climatismo. Ideologia di sottomissione e povertà.

Maurizio Blondet 26 Settembre 2021
Roberto PECCHIOLI

Nella temperie fulminea dei cambiamenti di questi anni frenetici, svolge un ruolo centrale una narrazione ripetuta sino allo sfinimento, creduta per bombardamento mediatico: l’ideologia del cambiamento climatico. Come insegnò Carl Schmitt, le ideologie sono concetti teologici secolarizzati e nel caso del “climatismo” (il termine fu coniato nel 2015 da Mario Giaccio) ciò è assolutamente evidente. E’ un’autentica fede religiosa, con i suoi riti (le conferenze internazionali periodiche), i suoi fedeli e discepoli, i suoi sacerdoti – scienziati e militanti – una Gran Sacerdotessa, Greta Thunberg, dal linguaggio apocalittico, il volto imbronciato e il tono ansiogeno. La divinità a cui prestare culto, femminile come prescrivono i tempi, è Gea, la terra, organismo senziente il cui nemico è l’homo sapiens.

I banditori non sono profeti disarmati o apostoli, ma i livelli alti del potere economico, finanziario e scientifico, che ha imposto la nuova ideologia nell’ambito di piani di dominio a lungo termine (Grande Reset, Agenda 2030) nascosti dietro la doppia cortina del cambiamento climatico e della transizione energetica, che ha già reso carissime le bollette elettriche e del gas.

Rispetto al passato, vi è un cambiamento di non poco conto: prima si parlava di riscaldamento globale, oggi i padroni delle parole hanno ripiegato sul più generico cambio climatico. In ogni caso, non si esce da un’ideologia il cui principale cortocircuito riguarda il ruolo della specie umana. Il dogma indiscusso, infatti, è l’origine antropogenica del cambiamento climatico del pianeta. E’ l’uomo, con la sua volontà di potenza, il predatore responsabile dello squilibrio naturale. Fin qui, nulla da eccepire: tesi proclamate da più parti senza successo.

La contraddizione è chiara: se il clima cambia, la ragione non sta nei cicli della natura, bensì nell’esclusiva opera dell’uomo. E’ un peccato di hybris, la dismisura invisa ai greci. Gea fa i capricci o semplicemente segue il suo cammino epocale? No, il responsabile è l’uomo. Con arroganza e volontà di potenza uguale e contraria, la religione climatica offre la soluzione: sia l’uomo a modificare Gea, a interrompere e ribaltare il cambiamento, attraverso la declinazione ecologica e “sostenibile” della tecnologia. La tecnica e la scienza umana restano i Demiurghi, gli strumenti di un Dio minore ma non troppo, l’Homo sapiens riconfigurato in alleato di Gea.

Il climatismo è volontà di potenza mascherata dalla proclamata bontà dei suoi obiettivi. Sarà l’Uomo a cambiare il corso del clima terrestre attraverso comportamenti, condotte, modelli di sviluppo che placheranno l’ira di Gea. A livello simbolico, è una captatio benevolentiae, il tentativo di farsi amica una potenza superiore, con la quale dialoghiamo da pari e pari. Sempre Prometeo, sempre Titano al potere, con la differenza che adesso non sfida più la collera degli dei, ma se ne fa alleato.

Il primo baco dell’ideologia climatica è l’impossibilità di verificarne – al tempo delle verità scientifiche- la veridicità. E’ infatti impossibile affermare o negare che il pianeta si stia riscaldando o raffreddando a lungo termine. Comincia ad ammetterlo lo stesso IPCC (International Panel for Climate Change, Gruppo Internazionale sul Cambiamento Climatico), foro mondiale creato nel 1998. Nonostante la tesi di fondo resti quella del cambiamento del clima, confortata da decenni di osservazioni e rilevamenti, l’IPCC ha concluso che “nella ricerca e creazione di modelli climatici, dobbiamo riconoscere che ci troviamo di fronte ad un sistema caotico, e quindi la previsione a lungo termine degli stati climatici futuri non è possibile”. La ragione scientifica è che i modelli matematici complessi utilizzati non sono in grado di calcolare le infinite variabili del sistema. Anche il comportamento delle temperature future in riferimento alle emissioni di CO2 non è previsibile se non con approssimazione. Le previsioni meteorologiche restano affidabili entro l’arco temporale di quindici giorni. Per il resto, vale la regola dei nostri nonni: sotto i nostri cieli farà caldo in estate, freddo in inverno e in autunno pioverà.

La metodologia della predizione climatica soffre di un difetto irrimediabile che dimostrò sessant’anni fa Edward Lorenz, le infinite piccole variazioni nelle condizioni iniziali che rendono inaffidabile l’esito finale. L’atmosfera – scoprì – è un sistema deterministico caotico, dando inizio alla Teoria del Caos. Il calcolo determina una strana curva arricciata, a farfalla, di lunghezza infinita, detta attrattore di Lorenz. Di tutte le soluzioni matematiche finali, una sola è vera, ma ignota. E’ popolare la semplificazione detta effetto farfalla, dal celebre l’articolo di Lorenz intitolato Predittività: può il battito d’ali di una farfalla in Brasile determinare un tornado in Texas? Gli scienziati più seri parlano di probabilità, non di certezze. Le fedi come il climatismo, però, non conoscono sfumature. Il cambiamento climatico, per i suoi devoti, è certo, va nella direzione del riscaldamento globale ed è dovuto non a fattori naturali ignoti, ma all’azione umana.

Anni fa si diffuse l’acronimo LOHAS, (Lifestyle of Health and Sustainibility) stile di vita salutare e sostenibile. Oggi il fenomeno è diventato di massa, appoggiato da un gran numero di accademici, attori, politici, giornalisti, manager. Lo stile LOHAS rappresenta le più elevate classi sociali, domina i media e il dibattito politico. Incarna lo spirito dell’epoca e inclina a sinistra. Lontani i tempi in cui i partiti di sinistra volevano dare redditi migliori e opportunità ai più poveri. Oggi, solo l’élite progressista può permettersi viaggi costosi, mentre fa lucrosi affari con le lobby del clima. Per loro, il climatismo genera un doppio vantaggio. Possono elevarsi al di sopra della massa moralmente e materialmente: la folla proletarizzata viaggia in metropolitana, in bicicletta o su affollati treni di prossimità, loro si muovono in eleganti auto elettriche sovvenzionate dalle tasse di tutti. È la nuova morale, incurante che le batterie al litio della nuova mobilità siano frutto di attività estrattive di enorme impatto ambientale e dai drammatici costi umani (sfruttamento, salute, condizioni di lavoro).

Il secondo pilastro su cui si regge la politica climatica, dopo la dogmatica della colpa umana, è il ricatto della mancanza di alternativa, che sfocia nella proclamazione dell’emergenza. Lo stato di eccezione- lo verifichiamo con la dittatura sanitaria epidemica- esige sottomissione, che realizza combinando la paura della catastrofe con il timore di essere espulsi se non si è “fedeli alla linea” e la punizione per chi non si dichiara adepto della nuova fede. Funziona: crea vittimismo, conformismo e indignazione contro un potere “cattivo”, finalmente smascherato dai “buoni”, manipolati dai burattinai con consumato cinismo.

Annunciare la catastrofe non basta: bisogna che il messaggio sia incessante, caricato di urgenza e di paure sempre rilanciate. Ogni dubbio va combattuto costantemente su un ampio fronte. Funziona perché è stato creato un apparato di migliaia di funzionari “climatici” a tempo pieno nelle ONG, in fondazioni, agenzie, istituti di ricerca, autorità pubbliche, imprese, chiese e ovviamente nelle redazioni giornalistiche.

I lobbisti verdi, generosamente finanziati dai governi e dalle fondazioni private, tutte controllate da straricchi, primi responsabili dei guai ambientali, hanno una salda presa su tutto ciò che accade. E’ il potere di Fridays for Future, Amici della Terra, Greenpeace, WWF. Siamo investiti da un’informazione permanente a senso unico nei media pubblici e privati. Gli scettici – detti spregiativamente negazionisti come tutti coloro che dissentono dalle narrazioni imposte – non hanno praticamente alcun sostegno finanziario e diventano invisibili. Lo spirito del tempo verde è sacrosanto e onnipresente.

Nessuno è disposto a impegnarsi in un dibattito sulle incertezze della ricerca e dell’impatto sul clima, sui molti modi per affrontare il cambiamento climatico o sull’equilibrio tra costi e benefici. Nessuno riconosce pubblicamente che l’obiettivo di essere “climaticamente neutri” nel 2045 o nel 2050, è una fissazione arbitraria. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.

Un quotidiano liberal, la Frankfuerter Allegemeine Zeitung, ha scritto: “i bilanci degli Stati sono importanti poiché superarli significa superare la temperatura della terra, che provoca danni irreversibili, cioè cambia il clima per sempre.” Il bilancio in questione riguarda un’altra credenza “per fede” della narrazione verde, la quantità di CO2. L’assurdo è che la Germania per raggiungere zero emissioni e limitare il riscaldamento globale a 1,75 gradi, può emettere in totale a 6,7 gigatonnellate sino al 2029, la metà della quantità annua cinese!

Per il fisico Matthew Crawford “una delle caratteristiche più sorprendenti è che siamo governati da tattiche intimidatorie inventate per ottenere il consenso del pubblico. Alle sfide politiche dei critici, presentate con fatti e argomenti, non si risponde in modo amichevole, ma con la denuncia. Quindi, minacce epistemiche per risolvere l’autorità in un conflitto morale tra buoni e cattivi”. Vale non solo per il clima, ma anche per la dittatura sanitaria e ogni altro punto dell’agenda oligarchica. E’ il meccanismo che permette alla narrativa della “catastrofe climatica da evitare con urgenza” di diventare la base permanente di politiche lontane dalla realtà.

Infatti, dopo quasi 30 anni di politica di protezione del clima, il vento e il sole forniscono in Europa circa il 6,5% dell’energia. Nessuno crede che raggiungeremo il 100 per cento di energia rinnovabile in 25 anni. In compenso spenderemo enormi somme di denaro fingendo che sia così. Il conto, lo attestano le bollette energetiche, è a carico nostro. Circa l’84 per cento dell’energia mondiale continua a provenire da fonti fossili. Venticinque anni fa era l’86. Si prevede che potrebbe scendere al 73 entro il 2040, lontanissimo dallo zero.

Il calo delle emissioni tedesche negli ultimi dieci anni è stato di 200 milioni di tonnellate. Nello stesso periodo, la Cina ha aumentato le sue di 3 miliardi di tonnellate. L’inquinamento è trasferito da un’area all’altra di Gea, l’unico pianeta disponibile, come ripetono le anime belle.

Il cinque per cento dell’umanità ha un livello di ricchezza per il quale un sacrificio in cambio della piacevole sensazione di salvare il pianeta sembra un buon affare. L’altro novantacinque non è convinto che l’energia, gli alloggi, i viaggi, il cibo siano troppo a buon mercato e debbano diventare sempre più costosi. Siamo di fronte a un’egemonia culturale dell’allarmismo climatico senza alternative. I giovani sono educati nella minaccia di una catastrofe incombente. Se un politico affermasse che il cambiamento climatico è sì una sfida, ma che il mondo ha problemi più urgenti, penseremmo che è pazzo. La ricerca sul clima, che produce ogni giorno nuove scoperte e crea un panorama sempre più differenziato, è in gran parte ignorata. Rimane una sola politica: quella della paura.

Scienza significa valutare i dati, cercarne di nuovi ed essere pronti a esaminare ipotesi e prove con salutare scetticismo. L’ evidenza empirica può essere manipolata o utilizzata per mascherare l’ideologia e creare consenso a sostegno di tesi e ipotesi care al potere, lo stesso che finanzia le ricerche, sceglie e paga chi le esegue. Scienziati se supportano la volontà dei potenti, ciarlatani, negazionisti e ignoranti se si oppongono o chiedono chiarimenti.

La tendenza al riscaldamento globale e la sua natura sono messe in dubbio. Non molto tempo fa, esisteva consenso su una tendenza al raffreddamento a lungo termine delle aree terrestri del Nord America. Le affermazioni di consenso scientifico sul riscaldamento antropogenico non sono prive di controversie, ma nell’era dei divieti e delle verità di Stato non è più sorprendente che la versione ufficiale sia imposta punendo per via giudiziaria le opinioni dissenzienti.

Eppure il metodo scientifico prescrive di osservare, formulare ipotesi, prevedere, testare, analizzare e rivedere. La conferma sperimentale non può stabilire verità assolute poiché i test futuri potrebbero invalidare la teoria. In quanto tali, tutte le teorie sono provvisorie e soggette a revisione se appaiono prove migliori o contrarie. Piuttosto che applaudire la versione ufficiale, dovremmo celebrare l’incertezza e l’apertura alla base della scienza. L’ideologia fideistica del climatismo vuole che gli scettici vengano messi a tacere, perseguiti per crimini inseriti ex novo nei codici penali. Nel frattempo, l’insistenza sul “consenso scientifico” circa la natura e le cause dei problemi orienta i finanziamenti e le proposte di ricerca verso coloro che promuovono la visione dominante.

La regola è “follow the money”, segui il denaro. I finanziamenti affluiti a chi indaga sul cambiamento climatico hanno superato nel 2017, nei soli Usa, i 13 miliardi di dollari. La spesa totale per gli studi sul clima tra il 1989 e il 2009 ha raggiunto i 32 miliardi, più altri 79 in ricerca tecnologica e agevolazioni fiscali per energia verde. La perdita di sussidi e posizioni di potere sarebbe enorme se il riscaldamento globale o il cambiamento climatico fossero messi in dubbio, magari per le ragioni esposte riguardo la complessità e le infinite variabili.

Mentre la complessità del clima rende difficile valutare con precisione le tendenze, sembra che esistano meccanismi interni tendenti a stabilizzare, entro certi limiti, temperature e variazioni climatiche. Ad esempio, le nuvole e il vapore acqueo svolgono un ruolo dominante nel determinare le temperature globali medie. Ma non c’è un’idea chiara sulla risposta delle nuvole al riscaldamento attribuito a progressivi aumenti dell’anidride carbonica nell’atmosfera.

Le argomentazioni scientifiche sui cambiamenti climatici sono il fulcro delle imminenti politiche di “azione per il clima” nell’ambito del Grande Reset, la sedicente necessità dello sconvolgimento dell’economia globale. Le restrizioni alla libertà e all’attività privata imposte dai governi per la pandemia di Covid-19 sono probabilmente l’antipasto dell’espansione del controllo politico e tecnologico per affrontare il cambiamento climatico.

L’IPPC annunciò nel 1990 un “codice rosso” basato su vari fattori, tra cui l’aumento “irreversibile” del livello del mare. Sussistono prove dell’innalzamento del mare, ma interpretazioni alternative suggeriscono che l’effetto potrebbe essere di 3 pollici in un secolo, un tempo sufficiente per le contromisure. Il dibattito, invece, tende a enfatizzare il tono allarmistico, la scienza si fa ancella del potere. L’ esito è un neo feudalesimo in cui il dominio diventa assoluto, con la maggioranza ridotta a servi della gleba impoveriti per “buone cause”, narrazioni che si fanno fede: il climatismo, la sanitarizzazione della vita, nemiche della libertà e della prosperità. Leggiamo le nostre bollette e sarà chiaro: nessun concetto astratto o lontano, ma vita – e fregatura – quotidiana.

Tre anni in ostaggio degli Stati Uniti per la guerra che questo ha dichiarato a Huawei

Meng Wanzhou torna in Cina, la CFO di Huawei è libera


Dopo aver ammesso le sue responsabilità, la CFO di Huawei è stata liberata e gli Stati Uniti hanno annullato la richiesta di estradizione al Canada.

Dopo quasi tre anni di arresti domiciliari in Canada, Meng Wanzhou è tornata in Cina. La CFO di Huawei, nonché figlia del fondatore Ren Zhengfei, ha ammesso le sue responsabilità nella frode bancaria commessa dall'azienda cinese tra il 2010 e il 2014. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha quindi annullato la richiesta di estradizione, consentendo la sua liberazione. Nello stesso momento, la Cina ha liberato due cittadini canadesi arrestati per spionaggio.

Meng Wanzhou ritorna in Cina

Tutta la vicenda è nata a causa dell'infrazione da parte di Skycom delle sanzioni stabilite dagli Stati Uniti contro l'Iran. Skycom, azienda con sede ad Hong Kong, ha sottoscritto accordi con gli operatori telefonici iraniani. Durante un incontro con un'istituzione finanziaria, Meng aveva dichiarato che Skycom era un partner commerciale di Huawei. In realtà, Skycom era posseduta da una sussidiaria di Huawei, quindi i dipendenti di Skycom erano di fatto dipendenti di Huawei.

Tra il 2010 e il 2014, Skycom ha effettuato transizioni per circa 100 milioni di dollari attraverso la suddetta istituzione finanziaria che opera negli Stati Uniti, violando quindi la legge sull'embargo. Per questi motivi, Meng era stata arrestata in Canada nel mese di dicembre 2018 ed era in attesa di estradizione verso gli Stati Uniti.

La CFO di Huawei ha ammesso di aver comunicato il falso all'istituzione finanziaria, pertanto il Dipartimento di Giustizia ha lasciato cadere tutte le accuse e annullato la richiesta di estradizione. Meng è tornata in Cina, mentre i due cittadini canadesi Michael Spavor e Michael Kovrig, arrestati in Cina (probabilmente per ritorsione) e accusati di spionaggio, sono tornati in Canada.

L'accordo extragiudiziale riguarda solo Meng. Rimangono in piedi le accuse degli Stati Uniti contro Huawei, tra cui racket e furto di segreti commerciali.

I cinghiali non sono animali domestici, sono pericolosi e mai metterli all'angolo lottano per sopravvivere, le madri difendono ferocemente la loro prole, hanno armi micidiali a disposizione

Perché in alcune città italiane si vedono sempre più frequentemente cinghiali

25 SEP, 2021

Sono triplicati negli ultimi vent'anni e adesso sono avvistati regolarmente in oltre 90 centri urbani della Penisola, secondo i dati dell'Ispra. Un'esplosione che ha una dimensione globale


Al centro della cronaca, protagonisti di avvistamenti in città e video virali. Non solo i cinghiali affollano le campagne italiane ma, insistentemente, da qualche mese anche i centri urbani più grandi: in particolare Genova, Torino e Roma.

L’ultimo avvistamento nell’Urbe è del 22 settembre: una famiglia di cinghiali, con papà, mamma e cuccioli al seguito, è stata vista davanti a un asilo nido nel quartiere di Montemario. E segue quello ripreso dal video diventato virale di una quindicina di cinghiali che si aggira nella capitolina via Trionfale in pieno giorno.

Un problema che è arrivato ad innescare una querelle politica sulle responsabilità del contenimento degli animali selvatici tra Virginia Raggi, sindaca in carica di Roma e candidata alle prossime elezioni, e il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti. Ma cinghiali sono stati avvistati in questi ultimi giorni anche per le strade che lambiscono il centro di Torino, fin quasi alle palazzine della Gran Madre.

I numeri

Perché improvvisamente nelle città italiane si avvistano così frequentemente i cinghiali? Wired lo ha chiesto a Piero Genovesi, responsabile del Servizio per il coordinamento della fauna selvatica di Ispra e uno dei ricercatori ambientali più citati al mondo.

Partiamo dai numeri. Oggi sono oltre un milione i cinghiali in Italia: erano più di 300mila nel 2000 e circa 900mila nel 2010. Se questa stima diverge da altre rilevazioni segnalate in questi giorni (che arrivano a conteggiare oltre due milioni di esemplari), bisogna tenere presente che questi sono i numeri ufficiali dell’Ispra, derivati da censimenti quantitativi e non da stime basate su parametri aleatori (es. fecondità delle femmine, specie introdotte dall’estero, etc.).

A livello mondiale, fino a una decina di anni fa si avvistavano cinghiali o maiali inselvatichiti in 44 città di circa 15 paesi al mondo. Oggi invece sono centinaia le città (in alcuni paesi come Giappone, India, Israele, Spagna) dove questi animali entrano nelle città e causano problemi anche gravi. “È una fortissima variazione a livello mondiale: il fenomeno è esploso”, spiega Genovesi. Attenzione: in altri paesi, oltre i cinghiali, hanno problemi più gravi in termini di avvistamenti urbani di animali selvatici. Basti pensare ai leopardi spesso visti nel cuore delle città in India, agli ingressi degli orsi nelle periferie di Tokyo, a coyote e puma nei centri urbani in America.

Tornando alla stima in Italia, Genovesi specifica che “da una ricerca recente che con Ispra stiamo svolgendo in collaborazione con l’Università La Sapienza abbiamo individuato la presenza di cinghiali, più o meno regolare, in 90 centri urbani della Penisola: numero in fortissimo incremento rispetto al passato. Qualche decennio fa si vedevano solo in pochissime città”. Gli avvistamenti di Roma e Torino non sono casi isolati. I cinghiali sono segnalati regolarmente da qualche anno anche a Genova, Trieste, Firenze, Isernia, Bari. Centri dove spesso sono causa di problemi per la circolazione stradale.

I motivi

Per prima cosa, i cinghiali trovano molto da mangiare nelle città. Scarti alimentari, rifiuti o persino persone che li alimentano occasionalmente. “Per esempio, a Genova c’è quotidianamente un gruppo di cittadini che danno da mangiare le focacce ai cinghiali vicino al Bisagno, probabilmente per scattargli le fotografie”, racconta il ricercatore dell’Ispra. Questo non accade perché ci sia meno disponibilità di cibo nei loro habitat naturali. “In natura gli animali si adattano a quello che offrono le risorse. Quindi quando c’è tanta disponibilità si concentrano dove ne trovano di più. C’è troppo cibo facilmente reperibile nelle città”.

Questo accade anche perché i cassonetti non sono a prova di animali selvatici o non contengono tutti i rifiuti buttati. O ancora perché scarti alimentari di ristoranti o supermercati non sono smaltiti nei cassonetti ma lasciati fuori dagli esercizi. “Oltre ai cinghiali sono questi rifiuti che attirano ratti, gabbiani o altre specie”.

Il secondo motivo della crescente presenza di cinghiali nelle nostre città è strutturale, o meglio urbanistico. “Centri come Genova, Firenze o Roma hanno un’alta prossimità con ambienti naturali. Genova, per esempio, ha le colline intorno che avvicinano i cinghiali alla città. Per cui basta il greto di un fiume e in pochi minuti un cinghiale si trova in un grande centro abitato. Roma è il più grande comune agricolo d’Europa, quindi è circondato da terreni. E ha storicamente dei veri e propri corridoi per gli animali selvatici: Caffarella, Parco Di Veio, sono ‘cunei verdi’ che entrano nel cuore della città”.

Il terzo motivo è il risultato di un naturale incremento del cinghiale in Italia. Come visto sopra, i numeri sono più che triplicati negli ultimi vent’anni. Questo non è successo solo a causa dell’introduzione di specie simili dall’estero o per la carenza di lupi. “Più che altro, l’Italia ha aumentato di oltre il 30% la copertura forestale negli ultimi 30 anni (in Europa nello stesso periodo lo stesso dato è stato solo del 9%). L’aumento delle aree protette, il controllo della caccia, la crescita di foreste e cespugliati ha permesso che molte specie selvatiche si riprendessero negli ultimi decenni”, spiega ancora Genovesi. Non è successo solo per caprioli, istrici, cervi, tassi, ma anche appunto per i cinghiali.

Infine, è un animale molto adattabile. Da un lato il cinghiale si abitua facilmente alla presenza dell’uomo e dall’altro mangia di tutto e sa cambiare i propri ritmi di attività (diurno o notturno) in base alla disponibilità di cibo. Anche queste caratteristiche ne facilitano l’ingresso in città.

Come comportarsi con i cinghiali

Se sono sempre più presenti nei nostri centri urbani, dovremmo imparare ad interagire con i cinghiali. Innanzitutto, secondo Genovesi, bisognerebbe ridurre il contatto con loro. “Le persone dovrebbero rendersi conto che, pur se non particolarmente aggressivi, si tratta di animali selvatici che possono diventare pericolosi. In città il rischio di tale interazione è soprattutto legato agli incidenti stradali e in minor parte alle malattie trasmissibili o all’aggressione di cani e gatti, ma non si può escludere che se ci si avvicina troppo possano aggredire”. Assolutamente non bisogna dar loro da mangiare, non toccarli né avvicinarsi, né tantomeno prendere i piccoli (come a volte è capitato).

In quest’ottica, la prevenzione passa dalla civiltà e da una buona amministrazione urbana. Quindi gestire al meglio i propri rifiuti, soprattutto gli scarti organici. E, come conclude il ricercatore, “capire quali sono le zone più ad alto rischio d’ingresso e quindi adottare un’apposita segnaletica. E poi organizzare una corretta informazione ai cittadini per spiegare come comportarsi di fronte a loro”.

domenica 26 settembre 2021

Tu poliziotta non devi pensare e non devi dar voce ai tuoi pensieri

Bisogna pregare per lei

Maurizio Blondet 26 Settembre 2021
Da Byoblu

Durante la manifestazione “Contro il green pass, per la Libertà e il futuro“, organizzata in piazza San Giovanni, a Roma, da Ancora Italia, Movimento 3V, No paura day, Primum non nocere, FISI e Fronte del dissenso, ove sono confluite oltre 100 mila persone, a sorpresa è salita sul palco anche Nunzia Alessandra Schilirò, vice questore della Polizia di Stato a Roma. Il suo intervento non era infatti previsto nella scaletta .

Di fronte ad una folla commossa, al microfono ha esordito così: “Quando ho detto a una mia amica che oggi sarei venuta qui, mi ha detto di non farlo. Pensa alla tua carriera, tanto il male ha già vinto. Guarda cosa è successo a Falcone e Borsellino. Io le ho risposto che il male nella storia non ha mai vinto. Se il male avesse vinto, noi non saremmo qui oggi“.

E poi, ancora: “Noi poliziotti abbiamo giurato sulla Costituzione, per questo è mio dovere essere qui“. “Il green pass italiano è illegittimo“. “La cosa più importante che voglio dirvi è che serve unità: dobbiamo unire le nostre energie e le nostre forze per indicare a tutti una via migliore“.

Il suo intervento integrale sarà presto disponibile, ma Byoblu l’ha intervistata subito dopo. Ecco che cosa ci ha detto.

INTERVISTA A NUNZIA ALESSANDRA SCHILIRÒ Le prime parole rilasciate a Byoblu dopo il discorso sul palco

Hai fatto un discorso che ha commosso tutta la piazza, per la profondità e per il senso civico delle parole che hai pronunciato, di fronte a Piazza San Giovanni completamente gremita

“Non so neanche io come ho fatto. L’emozione era tantissima. Sentivo il bisogno delle persone di ascoltare delle parole vere, un po’ di sincerità. La cosa che mi ha colpito di più è che la piazza è piena di persone di tutti i tipi. Questa è una cosa che mi tocca in maniera particolare, perché oggi non ho fatto un discorso per il mestiere che faccio, perché è assolutamente irrilevante. Io oggi mi sono sentita medico, professoressa, bidella, camionista… Io oggi mi sono sentita chiunque sia stato discriminato. Mi sono sentita chiunque sia stato mai leso nell’esercizio dei propri diritti. Io oggi ero tutti ed ero nessuno. Nessuno perché io sono una persona qualunque, che ama il proprio Paese. Ama la vita, ama le bellezze del mondo, e quindi lotterò sempre per difenderle!”

È stato anche un atto di coraggio, perché tu sei dirigente della Polizia di Stato, e non hai la libertà che avrebbe qualunque altro cittadini. Quindi la tua scelta è stata doppiamente difficile.

“L’articolo 17 e l’articolo 21 della Costituzione per fortuna mi vengono in soccorso. Io oggi ho parlato come libera cittadina, ma è vero quello che dici, perché sicuramente i miei colleghi non avranno gradito. Ma io ho esercitato i miei diritti, i miei diritti previsti dalla Costituzione. Il mestiere che faccio è pubblico, perché se uno mette il mio nome su Google esce esattamente chi sono, cosa ho fatto, manca solo l’indirizzo di casa… E quindi nessuno mi può accusare di niente. Io sono un libero cittadino che difende la Costituzione, sulla quale ho giurato e vado avanti per la mia strada. Non ho paura di nulla”.

Cosa bisogna fare con il Green Pass?

“Vorrei che ci fosse una linea comune. Io sono per rifiutarlo su tutta la linea. Non si può scendere a questo compromesso, non si può accettare. Mi rendo conto che è impossibile arrivare a una sentenza della magistratura in così poco tempo. Però qualcosa possiamo farlo noi cittadini, perché se è vero che siamo quindici milioni, e quindici milioni di cittadini resteranno a casa, io voglio vedere come farà questo Paese ad andare avanti!”.

Il Corriere fa sapere per primo che contro la vice-questore “è scattata l’azione disciplinare”.

Nunzia Schilirò, vicequestore della polizia no vax parla ai manifestanti di San Giovanni: «Green pass illegittimo». Scatta azione disciplinare

Nunzia Alessandra Schilirò, vice questore della Criminalpol e prima ancora della Squadra mobile romana: «Non ho paura a dirlo, non possono esserci compromessi. Uniamoci e rimaniamo a casa, siamo 15 milioni: come farà il Paese ad andare avanti?»


Lei risponde:

È bello apprendere dai giornali, anziché dalla propria amministrazione, di essere già sotto procedimento disciplinare.

Sono molto serena. Ieri mi è capitata l’occasione di esercitare i miei diritti previsti dalla Costituzione e l’ho fatto. Il mestiere che svolgo è pubblico. Ho ricevuto quattro premi dalla società civile per i miei risultati professionali. Sono stata in moltissime trasmissioni televisive rappresentando l’amministrazione. Google dedica alla professione che svolgo molte pagine. Ieri ero solo una libera cittadina che esercita i propri diritti. Se l’amministrazione non gradisce la mia fedeltà alla Costituzione e al popolo italiano, mi dispiace, andrò avanti lo stesso. Ho scelto il mio mestiere, perché credevo che non ci fosse niente di più nobile del garantire la sicurezza di ogni cittadino, in modo che chiunque fosse libero di esprimere il proprio vero sé. Se questo mi viene negato, il mio mestiere non ha più senso. Andrò avanti sempre, con o senza divisa, per amore del mio Paese”.

Open di Mentana “smaschera” la dottoressa Schilirò nel più consueto stile Pravda anni ’30 e prova ad infangarla.

ByoBlu: Poche ore dopo l’intervento sul palco del vice questore Nandra Schilirò, come ampiamente prevedibile, il manganellatore ufficiale di Mentana parte con l’operazione macchina del fango contro una libera cittadina che esercita i suoi diritti costituzionali.


Godetevi l’articolo di tentata delazione dei Mentana boys. Che sono tutti, non occorre dirlo, Signori del Discorso: sono loro a controllare cosa non deve passare nel discorso pubblico.

25 SETTEMBRE 2021 – 23:56

Sostiene di intervenire come libera cittadina mentre il suo ruolo pubblico viene usato per contestare il Green pass. Il suo canale Telegram condivide contenuti controversi, come quelli di Sara Cunial e David Icke

Evidentemente nella società ideale di Mentana bisognerà chiedere il permesso a loro prima di condividere testi di Sara Cunial – una parlamentare che non godrà più della libertà di espressione per ciò che dice in Parlamento. Certi autori sono vietati in quanto “controversi”. Diffonderne i testi sarà un delitto punibile per legge.

Riprendiamo il testo di Open, tutto da godere.

“Le proteste dei No Green pass di sabato 25 settembre hanno visto la Polizia impegnata nel far rispettare l’ordine pubblico, di fronte a gruppi di manifestanti che violavano le dovute precauzioni contro la diffusione del nuovo Coronavirus. Contrariamente ai colleghi, la vice questore Nunzia Alessandra Schilirò è intervenuta sul palco della manifestazione romana, organizzata anche dal controverso Movimento 3V contrario ai vaccini, alimentando ulteriormente le proteste contro la certificazione verde. Parti del suo intervento vengono riportati nel sito Byoblu, testata che nel corso della pandemia ha ospitato personaggi controversi e seguiti negli ambienti No vax come ad esempio Stefano Montanari, Stefano Scoglio e Sara Cunial. «Noi poliziotti abbiamo giurato sulla Costituzione, per questo è mio dovere essere qui» avrebbe dichiarato la vice questore Schilirò, contestando il Green pass italiano dichiarandolo «illegittimo». Nei suoi confronti il Dipartimento di Pubblica Sicurezza ha avviato un’azione disciplinare.
Il legame con Byoblu

“Intervistata sempre da Byoblu, esprime le sue contrarietà sul Green pass: «Io sono per rifiutarlo su tutta la linea. Non si può scendere a questo compromesso, non si può accettare. Mi rendo conto che è impossibile arrivare a una sentenza della magistratura in così poco tempo. Però qualcosa possiamo farlo noi cittadini, perché se è vero che siamo quindici milioni, e quindici milioni di cittadini resteranno a casa, io voglio vedere come farà questo Paese ad andare avanti!».

La notizia e l’intervento della vice questore Nunzia Alessandra Schilirò vengono riportati in due articoli del sito Byoblu, dove in entrambi compare un messaggio pubblicitario riguardo al libro scritto dalla stessa poliziotta: “La ragazza con la rotella in più“, editore Byoblu.

MB : Eccola finalmente smascherata. Ha “un legame con ByoBlu”, altamente sospetto (pardon, “!cpontroverso”: ha pubblicato un romanzo con loro

Proseguiamo la lettura della accurata delazione : Open informa le autorità che la signora “ha un canale Telegram”, il che è di per sé delittuoso

“Il canale Telegram e le controverse condivisioni

La vice questore possiede anche un canale Telegram nel quale condivide non solo i contenuti di Byoblu, ma anche quelli diffusi sui canali complottisti della Covid come Matrix 2020 con il video di Stefano Montanari sul fantomatico ossido di grafene nei vaccini.

Tra i contenuti condivisi troviamo anche un post del canale Telegram THE STORM-Q17 legato alla teoria del complotto QAnon.

Non è l’unico post condiviso dal canale QAnon. In uno precedente, riguardante le vaccinazioni in Romania, ritroviamo evidenti riferimenti alla teoria complottista: «Q: UNITI SI VINCE» e «THE GREAT AWAKENING».

Troviamo, infine, la condivisione di un video contrario al Green pass della deputata complottista Sara Cunial, la stessa che recentemente ha presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro Speranza su un documento controverso sui vaccini anti Covid che abbiamo trattato nella sezione di Open Fact-checking.

Troviamo, infine, la condivisione di un video contrario al Green pass della deputata complottista Sara Cunial, la stessa che recentemente ha presentato un’interrogazione parlamentare al Ministro Speranza su un documento controverso sui vaccini anti Covid che abbiamo trattato nella sezione di Open Fact-checking.

Nel canale troviamo condivisi diversi contenuti come un articolo di DatabaseItalia (ne parlavamo qui), quello del sito R2020.info (collegato a Sara Cunial e Davide Barillari) e la liberatoria del Movimento Ippocrate (ne parliamo qui), così come i contenuti dei canali come Buffonate di Stato, Io Non Mi Vaccino, il canale del medico sospeso Mariano Amici (noto per lo strano esperimento sui tamponi e il kiwi), il canale 100 Giorni da Leoni (che sostiene il Movimento 3V contrario ai vaccini), il canale complottista chiamato Libera Espressione (ne parliamo qui) e Apri la tua mente … ivi (iveta s.) con un video di David Icke, tra i più noti complottisti del mondo”.

Aggiornamento 26 settembre: dal Dipartimento della pubblica sicurezza si è appreso che nei confronti della funzionaria è stata avviata un’azione disciplinare.

Capito? Sono i PADRONI DEL DISCORSO.

17 settembre 2021 - Il vaccino sperimentale non vaccina ma protegge

Commenti liberi 18 set. 2021

Categoria: Commenti liberi Pubblicato: 18 Settembre 2021 Visite: 72027

Segnalazioni e commenti degli utenti sulle notizie più recenti.

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Hanno bisogno di bastonare bastonare bastonare affinché la situazione non gli sfugga di mano

Dulce et decorum est pro patria mori

di Andrea Zhok
19 settembre 2021

Tra tutte le forme di riflessione sull’attuale strategia pandemica ce n’è una che mi mette particolarmente in imbarazzo. Non è una forma terribilmente diffusa, anzi diremmo che è abbastanza minoritaria, e dunque nel panorama corrente non dovrebbe dare particolare fastidio, ma per ragioni strettamente teoriche e personali non riesco a non provare imbarazzo quando la incontro.

Si tratta di quella riflessione in cui si vede nell'attuale campagna di vaccinazione indiscriminata a tappeto – e sotto ricatto – un’operazione che vedrebbe lo Statalismo patriottico combattere contro l’Individualismo.

Avremmo insomma a che fare con uno scenario in cui lo Stato si imporrebbe, finalmente, nel nome del superiore interesse pubblico, di contro all’individualismo egoista di chi tenta di sottrarsi alla vaccinazione (vigliacco).

Questa prospettiva mi mette particolarmente a disagio perché si appella ad una visione filosofica che riconosco e condivido, cioè la necessità nel mondo moderno di uno Stato democratico forte, capace di intervenire in modo autorevole a protezione delle persone, contro lo strapotere degli interessi economici.

Solo che lo fa in un modo talmente sprovveduto da lasciare storditi.

Quando sento qualcuno che in buona coscienza pensa di vedere nell’attuale strategia di vaccinazione forzosa un’istanza di “Stato sociale che protegge i cittadini dagli interessi del capitale” ho l’impressione di essere in una Candid Camera, qualcosa di troppo incredibile per essere reale, fatto solo per vedere se te ne accorgi.

Invero è davvero difficile capire come persone intelligenti, che magari hanno riflettuto per decenni sull’evoluzione politica occidentale, si trovino a leggere il Green Pass come una “burbera forzatura” fatta per il bene del popolo e condotta con mano paternalisticamente ferma da Mario Vissarionovič Džugašvili Draghi.

Il vaccino come nuovo piano quinquennale.

Ora, a costo di annoiare i più svegli, è utile ricordare come la metamorfosi dello Stato Sociale in Stato Neoliberale che avviene intorno alla metà degli anni ’70 del XX secolo non prende certo la forma di uno “stato debole”. È, come si dice, uno stato debole con i forti, ma fortissimo con i deboli. È uno stato che assume come ideale normativo l’estensione dei meccanismi di mercato e che usa un po’ di carota, e parecchio bastone, per indurre tutta la società a conformarsi.

Margaret Thatcher non promuoveva uno stato minimo e noncurante, ma mandava la polizia a cavallo a bastonare i minatori perché si" opponevano al progresso economico".

Anche Margaret Thatcher diceva di agire nel nome del “bene comune”, e anche lei agiva sulla base delle massime autorità scientifiche (economisti) nazionali, che garantivano come quella fosse l'unica strada possibile ("there is no alternative").

In attesa del costituirsi dei “socialisti per la Thatcher”, bisogna ricordare che lo Stato neoliberale non è affatto uno stato “lasciafarista”. Tutt’altro. È uno stato che interviene con decisione nella politica e nell’economia, ma non per dirigerla, non per controllarla o limitarne gli abusi, ma per togliere di mezzo gli ostacoli che impediscono il prodursi dei meccanismi della competizione di mercato.

Ora, sembra difficile non vedere che le modalità di intervento sanitario che puntano tutto sui vaccini e niente su investimenti strutturali nei sistemi sanitari sono interventi perfettamente allineati con le priorità del produttivismo mercatista. La vaccinazione di massa, con vaccini pre-acquistati a livello europeo presso grandi industrie private, prefinanziate con soldi pubblici, è semplicemente la strategia più rapida, e più privatisticamente orientata, per tenere la gente a lavorare senza contrattempi.

Dare spazio alle cure domiciliari significherebbe mettere soldi e risorse nel SSN, magari assumere personale pubblico, magari riorganizzare le forme di intervento. Pessima idea, roba che rema contro alla richiesta di restrizione del perimetro del “pubblico”.

Consentire l’uso di farmaci già noti e riconvertiti all’uso anti-Covid è di nuovo un’idea fastidiosa, che turba molti amici degli amici, visto che sono farmaci coi brevetti scaduti e insomma, staremo mica qui a fare beneficienza.

E se qualcuno ci lascia le penne, vista la scarsa sperimentazione pregressa di questi farmaci, vabbé, pace, sarà un piccolo sacrificio, giustificabile in un’ottica utilitarista, dove il punto è mantenere l’ottimizzazione produttiva.

E se per tenere il passo dovremo vaccinare tutti quanti due volte l’anno - senza idea degli effetti collaterali - di nuovo pace, tanto chi si vaccina lo fa assumendosene formalmente la responsabilità, i vaccinatori hanno un’apposita esenzione da responsabilità e le case farmaceutiche ne hanno un’altra.

Alla più sporca tra qualche anno lo Stato pagherà con le tasse dei cittadini un po’ di cause per danni.

Vorrà dire che dovremo fare un po’ di austerity in più, perché “la coperta è corta”, e questi ingrati che si lamentano per i danni subiti tolgono il pane ai giovani, agli investimenti…

Ecco, che un liberista al sangue accetti questo tipo di scommesse sulla pelle dei cittadini, questo me lo aspetto. Dopo tutto per lui gli uomini esistono come funzioni dell’autoriproduzione del capitale, e dunque non rompessero le scatole con pretese di rispetto o autodeterminazione.

Ma che un sedicente socialista veda nel Moloch che forza a rischiare la vita propria o dei propri figli a maggior gloria del “Business as usual” un’istanza ‘sociale’ (‘collettivista’?) questo fa semplicemente cadere le braccia.

Dopo tutto, il semplice fatto di vedere la “corrispondenza d’amorosi sensi” che vede muoversi allineati e coperti sulla stessa linea: Ursula von der Leyen e la Commissione Europea, Mario Draghi, Confindustria, le più grandi case farmaceutiche mondiali e tutta la grande editoria giornalistica nel martellare il medesimo messaggio (“extra vaccinum nulla salus”), beh, questo da solo non dovrebbe produrre un qualche sospetto, l’ombra di un dubbio, in persone esercitate a scorgere gli inganni e le distorsioni del potere?

Invece no.

In questo caso l’abominevole egoismo è quello di quella minoranza di popolazione restia ad inoculare sé o i figli. Perché inocularsi è un atto d’amore. Lo hanno detto in TV. E dall’altra parte c’è l’interesse pubblico gestito sapientemente da chi da sempre pensa a noi, e per noi.

I nostri cari Superiori.

Il ritorno della Storia e della Geografia fa paura al potere

Dalle foibe al green pass: il politically correct comincia a sgretolarsi

di Nello Gradirà
18 settembre 2021

Sarzana, 3 settembre: Il professor Alessandro Barbero sale sul palco del Festival della Mente accolto da un’ovazione da stadio. “Dai basta, lasciatemi parlare” scherza visibilmente imbarazzato. Deve tenere una lezione sulla guerra civile inglese del XVII secolo, un argomento che nessuna rete televisiva oserebbe mettere nel palinsesto negli orari di punta. Ma il numeroso pubblico ascolta con attenzione e alla fine c’è un altro lungo applauso. Il video di questa conferenza ha già fatto su YouTube 165.000 visualizzazioni in una settimana. La conferenza su Camillo Benso di Cavour, pubblicata circa un anno fa, ne ha 1 milione e 700mila, quella su Stalingrado 600mila, quella (meravigliosa) sulla rete spionistica sovietica in Giappone negli anni ‘30 quasi mezzo milione.

Tra le persone che lo seguono moltissimi giovani: un segnale importante in una fase in cui si tenta di eliminare dai programmi scolastici la storia e la geografia, cioè le materie fondamentali per orientarsi nel tempo e nello spazio e comprendere la realtà in cui si vive: per dirla con il titolo di un programma di RAI Storia che il nostro professore presentava: “la bussola e la clessidra”.

Barbero è uno straordinario divulgatore, colto, appassionato, ironico, di grande onestà intellettuale. L’obiettività non esiste, naturalmente, ma lui si preoccupa sempre di mettere in luce e di spiegare anche le posizioni che non condivide. Ed è modesto: nonostante il grande seguito che ha (costruito con l’aiuto di un canale YouTube ma senza ricorrere ai malefici social network) non si atteggia a divo e dialoga con tutti gli interlocutori con grande rispetto. E anche di fronte all’intervistatore più banale riesce a non essere mai scontato o noioso1 .

Ma c’è un problema: il professore si definisce “di sinistra, molto di sinistra”, racconta le miserie e i crimini delle classi dirigenti italiane, smonta le calunnie sulla resistenza e respinge i tentativi di equiparare comunismo e nazismo.

È normale quindi che il sistema mediatico e buona parte del ceto politico e “intellettuale” italiano guardino il fenomeno Barbero con insofferenza aspettando di coglierlo in fallo alla minima scivolata.

E l’occasione per i cani da guardia del “politically correct” si è presentata ben due volte nelle scorse settimane: prima per le sue dichiarazioni sulle foibe, poi per la sua firma in calce a un documento in cui 350 docenti universitari esprimevano la loro contrarietà al green pass. Due argomenti su cui la cricca che attualmente a reti unificate sostiene il governo Draghi (e più in generale gli equilibri politici della cosiddetta Seconda Repubblica) è pronta ad abbaiare contro qualsiasi opinione dissonante.

Sulle foibe ovviamente si sono scatenati i fascisti di tutte le risme, forti del fatto che la loro versione, senza alcun riscontro storico concreto, “è diventata la narrazione ufficiale dello Stato italiano”, come scrive Eric Gobetti.

Tutto è partito dalle dichiarazioni del professor Tommaso Montanari, che metteva in evidenza l’uso strumentale della vicenda delle foibe da parte della destra, con l’obiettivo di equiparare antifascismo e fascismo e ridare legittimità a quest’ultimo. Il fine dell’istituzione del giorno del ricordo, dice Montanari, è “quello di costruire una ‘festa’ nazionale da opporre alla Giornata della Memoria e al 25 aprile, costruire un’antinarrazione fascista che contrasti e smonti l’epopea antifascista su cui si fonda la Repubblica”. Sono piovute le accuse di “negazionismo”, che non stanno né in cielo né in terra perché nessuno nega che certi episodi si siano verificati (a differenza di quello che fanno i neonazisti con le camere a gas) ma confermano il tentativo di mettere sullo stesso piano – anche da un punto di vista terminologico – le foibe e i crimini del fascismo. “Il senso del mio articolo” scrive Montanari, è che “il fascismo riesce ad avere ragione solo quando trucca la storia”.

Di fronte alle richieste di dimissioni, Montanari concludeva: “Viviamo tempi in cui non è per nulla superfluo ricordare che l’università italiana è doppiamente antifascista: lo è per la sua natura libera e umana di università, lo è per la sua adesione incondizionata alla Costituzione antifascista della Repubblica”.

Il professor Barbero era intervenuto a sostegno delle tesi di Montanari: “Non ha affatto detto che le foibe sono un’invenzione e che non è vero che migliaia d’italiani sono stati uccisi lì (…) La falsificazione della storia da parte neofascista, di cui l’istituzione della Giornata del ricordo costituisce senza dubbio una tappa, consiste nell’alimentare l’idea che (…) siccome tutti, da una parte e dall’altra, hanno commesso violenze ingiustificate, eccidi e orrori, allora i due schieramenti si equivalevano e oggi è legittimo dichiararsi sentimentalmente legati all’una o all’altra parte senza che questo debba destare scandalo”.

Non si era ancora spenta l’eco di queste polemiche che è arrivato il documento a firma di 350 docenti universitari, tra cui Barbero, contrari al green pass. “Reputiamo ingiusta e illegittima – vi si legge – la discriminazione introdotta ai danni di una minoranza, in quanto in contrasto con i dettami della Costituzione (art. 32: ‘Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana’)”.

Ma attenzione, non si tratta di un appello “no vax”, tutt’altro. Proprio perché la Costituzione stabilisce che un trattamento sanitario può essere obbligatorio solo se viene disposto per legge, i docenti ritengono che al posto del green pass, strumento di dubbia legittimità con cui si cerca di costringere le persone a vaccinarsi, si debba introdurre per legge l’obbligo vaccinale. In effetti, come dice Barbero, a sinistra non può non destare preoccupazioni il fatto che le aziende possano avere anche questo strumento di controllo sui lavoratori. Una posizione che può essere condivisa o meno ma che senz’altro ha delle basi piuttosto solide. E soprattutto non rappresenta il tentativo egoistico di alcuni baroni universitari di sottrarsi a delle restrizioni ma una proposta di discutere come affrontare la pandemia rispettando i diritti di tutti.

Era davvero troppo, e sono partite le scomuniche da parte di quella che Luca Bottura definisce “la polizia politica che agisce sui social, ma ormai anche nei giornali”. Sulle foibe avevano iniziato i fascisti di Cultura e Identità: “Non ne possiamo più di storici come Barbero, invitati negli anni al Festival della Mente per raccontare tutta la storia del mondo, da quella medievale fino a quella contemporanea”. Sono ancora quelli che bruciavano i libri o mettevano in galera Gramsci “per impedire a quel cervello di funzionare”. E poi naturalmente i soldi pubblici devono andare a promuovere porcate di propaganda nazifascista come il film Rosso Istria (un clamoroso flop tra l’altro) o roba del genere2

Ma insieme ai fascisti sono scesi in campo i soliti preti del “politically correct”, come Massimo Gramellini, Pigi Battista, Aldo Grasso… Nessuno di questi ha capito nulla né della discussione sulle foibe né dell’appello dei docenti universitari, o ha deliberatamente cercato di stravolgerne i contenuti: Gramellini parla di una corporazione che si mobilita per difendere i propri privilegi perché il green pass sta per essere introdotto nelle università, Il Riformista (vabbè, non varrebbe neanche la pena di citarlo) parla addirittura della “difesa corporativa di bambocci che frignano”, Pigi Battista inventa il termine psichedelico “no foibex”, Aldo Grasso parla della caduta del mito di Barbero, qualcun altro lo descrive come un tuttologo vanesio…

Era inevitabile. Ma le polemiche stupide dei soliti noti sono particolarmente rabbiose perché stavolta si percepisce qualcosa di nuovo nell’aria. Forse da un ceto intellettuale pavido e servile come pochi comincia a emergere qualcuno che non ha paura di esprimere opinioni dissonanti rispetto a un conformismo generalizzato e soffocante che dura da troppo tempo. Un conformismo che riguarda sia la storia della Repubblica (non solo gli anni della Resistenza ma anche quelli più recenti della strategia della tensione) sia la politica attuale, dove la beatificazione continua degli esponenti dell’attuale governo tocca vertici di assoluta comicità.

Sulle foibe, dopo il grande lavoro storiografico di studiosi come Alessandra Kersevan o Claudia Cernigoi, il libro di Eric Gobetti “E allora le foibe?”, gli articoli di Nicoletta Bourbaki, ora anche intellettuali con un grande seguito di pubblico iniziano a mettere in discussione la versione revanscista degli avvenimenti sul “confine orientale”.

Forse è arrivato il momento in cui a sinistra non ci si rassegnerà più a quell’egemonia ideologica neoliberista e fascioleghista che da decenni ormai condizionano la vita di questo Paese condannandolo al sottosviluppo culturale e al provincialismo.

NOTE
1. “Dopodiché” (come direbbe lui) è anche appassionato di calcio e tifoso del Toro.
2. Su questo filmaccio neonazista si veda l’ottimo articolo di Wu Ming Rosso Istria Archives – Giap (wumingfoundation.com)

Il CAPITALISMO GLOBALE TOTALIZZANTE ha la necessità di usare come metodo di governo la paura e il terrore per mantenere il controllo sulle masse a cui è obbligato a sottrarre sempre più reddito e cultura

Green pass e dintorni: le scelte della politica

di Andrea Zhok16 settembre 2021



La strategia che stiamo adottando nell’affrontare il Covid, fondata sulla “coercizione morbida” del Green Pass, è inaccettabile sul piano etico e irresponsabile su quello politico. Questo giudizio dipende da tre ordini di ragioni. In primo luogo ci troviamo nel mezzo di una campagna aggressivamente moralistica che ha lacerato il paese. Questa campagna è stata adottata come complemento alla “volontarietà” di sottoporsi alla vaccinazione. Il Green Pass è infatti un’operazione di persuasione obliqua, che si finge una misura per ridurre i contagi, ma che in effetti serve a spingere a vaccinarsi. Si tratta naturalmente di un segreto di Pulcinella.

Quando eminenti politici sostengono pubblicamente che i tamponi (di per sé la miglior garanzia di non essere contagiosi) devono essere nasali e onerosi, perché altrimenti la gente non si vaccinerebbe, non c’è molto da aggiungere. Questo carattere finzionale del Green Pass, giustificato con motivazioni diverse da quelle reali, è una sorta di peccato originale.

Da questa doppiezza discende una tendenza alla distorsione e un avvelenamento generale del discorso pubblico, dove esperti e giornalisti si sentono legittimati ad esercitare forme di “terrorismo psicologico”, mentre uomini di scienza si sentono parimenti giustificati a esprimersi come tifosi e moralisti, omettendo o distorcendo tutto ciò che ritengono utile omettere o distorcere. Quest’operazione di manipolazione si ritiene giustificata in quanto sarebbe fatta “a fin di bene”, laddove il “bene” sarebbe il perseguimento di una vaccinazione universale.

La necessità di forzare i comportamenti senza ricorrere all’obbligo formale di legge comporta il ricorso a bacchettate moraleggianti ai più alti livelli: vaccinarsi è diventato così un “dovere morale”, un “atto d’amore”, mentre non vaccinarsi significherebbe “morire e far morire” (cioè: uccidere). Che si tratti di falsità conclamate per mille motivi – a partire dal fatto che i vaccini disponibili, diversamente dal tampone, non escludono che si possa essere contagiosi – è considerato irrilevante. Si sta mentendo, certo, ma “a fin di bene”. E a questo punto, come sempre accade, se legittimi la massa ad esercitare il proprio diritto all’odio nei confronti di una categoria di “nemici pubblici” le conseguenze non tardano a presentarsi. È stata creata dapprima una categoria sociale farlocca (il subumano “No Vax”) dove è stato arruolato d’ufficio chiunque non partecipi con entusiasmo allo “sforzo bellico” centrato sui vaccini.

Dunque sono diventati “No Vax” anche scienziati che formulano critiche, filosofi che sollevano dubbi, semplici cittadini che cercano di pensare con la propria testa. Il “No Vax” (così inclusivamente definito) viene dipinto nel migliore dei casi come un ignorante terminale, ma in alternativa come un pazzo, un demente, un sociopatico, un fascista, qualcuno che sta tradendo la patria nello sforzo santo contro il Nemico, e che perciò merita di essere escluso dal voto, di girare con un cartello al collo, di essere espulso da ogni forma di vita sociale, qualcuno che ci si augura di vedere malato, intubato, qualcuno che infermieri e sanitari possono minacciare e rampognare, che se malato può essere esposto al pubblico ludibrio, e cui si chiede di pentirsi.

Non c’è niente di casuale in questa dinamica. Si tratta di un dispositivo di distruzione morale del “nemico interno” che di solito caratterizza le situazioni di guerra e che qui viene attivato per far funzionare un’iniziativa sanitaria non altrimenti giustificabile. La gravità di questo avvelenamento dall’alto della vita pubblica è difficile da sopravvalutare.

Il secondo punto critico in questo processo è dato dall’avvenuta distorsione del ruolo della “classe medica”, cui viene attribuito di fatto un nuovo ruolo tecnocratico, alternativo alle procedure democratiche. Dopo aver passato anni di studio su volumi di patologia comparata e anatomia generale un selezionato numero di rappresentanti della classe medica avrebbe apparentemente acquisito le qualifiche di maître a penser, e, forte del proprio principio d’autorità, si esprime sui media spiegando che il Green Pass sarebbe una “questione di civiltà”, auspicando che ai refrattari al vaccino vengano fatte pagare le spese ospedaliere, discettando mattina e sera su questioni di sociologia, diritto, etica ed epistemologia su cui hanno le stesse competenze di Fedez. E tutto ciò potrebbe far sorridere, se non fosse l’indice di uno spostamento culturale gravido di conseguenze.

Oggi gli appelli politico-mediatici all’esperto, al tecnico, allo specialista, allo scienziato hanno una funzione essenzialmente antiscientifica, antirazionalista e, soprattutto, antidemocratica. Questi appelli vengono brandeggiati, da una classe dirigente che opera fuori scena, come dei capolinea argomentativi, dove ragioni e dubbi devono avere un termine, dove non si deve procedere oltre. Si tratta di un’operazione di tipo sacrale: il “popolo”, il “laico” che pretendesse di andare più in là è posto come per definizione irragionevole (blasfemo), e il suo atteggiamento è per definizione “populista”. Qui l’appello alla “scienza” è naturalmente l’appello ad un sottoinsieme qualificato e preselezionato del mondo scientifico, e serve a coprire un’operazione essenzialmente antidemocratica: non potendo in un regime democratico richiamarsi ad un principio di autorità politica per dare ordini, si ricorre a quel monstrum che è il “principio di autorità scientifica”. In passato questo tipo di soluzioni è stato adottato spesso chiamando a sostegno la scientificità degli “esperti economici”, ma l’occasione della pandemia ha spinto alla cooptazione di esponenti del mondo medico. Nella fattispecie corrente questi appelli alla “comunità scientifica” sono serviti a sostenere una serie infinita di tesi incredibili e di strategie irresponsabili. Si è ripetuto con la faccia seria che vaccini approvati con procedure emergenziali, svolgendo le fasi sperimentali in simultanea e non in successione, usando tecnologie mai approvate prima per la somministrazione vaccinale, testati solo sopra i 16 anni, privi di analisi di genotossicità e cancerogenicità, senza indagini sull’interferenza con altri farmaci, senza sperimentazione sulle donne in gravidanza, dovevano senz’altro essere utilizzati serenamente su bambini in crescita e donne in gravidanza, magari improvvisando spiritose combinazioni cocktail di vaccini diversi.

Qui tutti i principi di deontologia, ogni principio di precauzione, ogni metodologia sperimentale consolidata sono stati dichiarati d’ufficio orpelli stantii, fastidiose piccinerie che non dovrebbero ostacolare le disposizioni dall’alto. Questo grande gioco d’azzardo, questa roulette russa sulla pelle di soggetti che correvano un rischio da Covid insignificante, è stato promosso nel nome della “scienza”. E chi in ambito scientifico vi si è opposto è stato minacciato, silenziato, denigrato. E queste manganellature morali sono avvenute nel nome della ragione e della scienza. (E dopo aver contemplato queste distorsioni, si chiede alla popolazione di affidarsi fiduciosa ai controlli della farmacovigilanza). Si arriva così al terzo, decisivo, punto. Quale strategia generale è sottesa a questa operazione? Vi è in generale una strategia? O si tratta piuttosto solo della somma di improvvisazione, sciatteria e arroganza? Questo è il punto di più difficile interpretazione, nel senso che più di una spiegazione è aperta, anche se esse sono mutuamente compatibili. La prima possibilità, e la più semplice, è quella dell’analogia fuorviante: si sarebbe diffusa nelle classi dirigenti di molti paesi occidentali l’idea erronea che la meta sia l’eradicazione definitiva del virus attraverso la vaccinazione di massa, sul modello del vaiolo. Questa tesi è in effetti ripetuta frequentemente, e da presunti esperti, nonostante sia del tutto insostenibile sulla base delle migliori conoscenze che abbiamo a disposizione. Il modello del vaiolo era quello di un virus la cui forma letale per l’uomo non era presente in altre specie animali, e in cui sia il vaccino che il contatto con la malattia davano immunità pluridecennale (studi retrospettivi lo hanno confermato). Nel caso del Covid abbiamo a che fare con un virus diffuso globalmente, contagiosissimo, a diffusione aerea, presente come serbatoio in altre specie animali (pipistrelli, mustelidi, ecc.) e il cui vaccino dà immunità incompleta e limitata nel tempo (6-12 mesi?). Come si possa pensare che, stante le condizioni attuali, si sia nelle condizioni per determinarne l’eradicazione rimane misterioso, visto che bisognerebbe vaccinare nell’arco di durata temporale dell’immunizzazione l’intero pianeta, inclusi gli animali serbatoio, e sperando che la copertura (85%?) sia sufficiente per definire una globale ‘immunità di gregge’. Dunque la prima possibilità da considerare è che si tratti semplicemente di un clamoroso errore di strategia: si agisce per perseguire un obiettivo che però così facendo appare destinato a sfuggirci per sempre. Questa possibilità però è almeno in parte insoddisfacente.

Che un congruo numero di persone, anche in posizioni politiche apicali, possa commettere clamorosi errori di valutazione è ben possibile e la storia ce lo ricorda continuamente. Ma sembra improbabile che si tratti soltanto di un grande errore collettivo. Se un travisamento è commesso da numerosi politici e in diverse nazioni, è assai plausibile che ci siano ottime motivazioni a voler credere in quell’errore. Il motto guida della strategia sanitaria in molti paesi occidentali (Italia in particolare) sembra essere extra vaccinum nulla salus. L’intera strategia si è concentrata sull’obiettivo di una vaccinazione a tappeto – sia pure con vaccini scarsamente sperimentati e approvati con procedure emergenziali e inedite – mentre lo sviluppo delle terapie sintomatiche, e soprattutto della tempestività degli interventi, è stato lasciato drammaticamente indietro. Questa concentrazione sulla vaccinazione ha una chiara spiegazione economica e gestionale: mettere in piedi la catena di montaggio per somministrare centinaia di migliaia di vaccini richiede solo uno sforzo organizzativo iniziale, e poi si svolge con tassi di competenza bassissima, alla portata di chiunque. Taylorismo sanitario.

La spesa è significativa, ma è concentrata sull’acquisto del farmaco. Non c’è bisogno di aggiornare protocolli, di assumere personale, di riorganizzare i servizi, non c’è bisogno di impegnarsi in niente che abbia un impatto duraturo sul servizio sanitario nazionale.

Ed in effetti questo è il punto più evidente, nella sanità come altrove: a quasi due anni dall’inizio della pandemia in Italia tutti i comparti strategici, dall’istruzione ai trasporti alla sanità, sono alle prese con gli stessi problemi dell’inizio, se non più gravi. La strategia vaccinale si presenta dunque sì come un gioco d’azzardo sulla pelle dei cittadini, ma è anche una scommessa che, se vinta, permetterebbe il ritorno al business as usual senza aver dovuto metter mano a niente di strutturale: senza investimenti a lungo termine, senza sforzi di miglioramento sistemico. Dunque si può capire come vi sia un grande interesse a credere all’idea che la vaccinazione di massa sia la soluzione, anche senza mettere in campo le “capacità persuasive” delle case farmaceutiche. Nel breve periodo si può far fare il lavoro grosso a un generale dell’Esercito e a neolaureati con contrattini volanti, e se la scommessa si vince si è ottenuta la ripartenza del paese in autunno con poca spesa, poco ingegno e nessun investimento strutturale. Se la scommessa dovesse fallire (e in qualche misura fallirà certamente) ci sarà tempo per trovare capri espiatori, o per lasciare il cerino in mano a governi successivi.

C’è infine un terzo livello esplicativo, più profondo, dove è possibile rintracciare motivazioni di lungo periodo per questo tipo di strategie. Non dobbiamo dare per scontato che la priorità di un governo sia “risolvere i problemi del paese”.

Anche senza eccedere in machiavellica malizia è opportuno ricordare che una priorità di ogni esecutivo, e di ogni classe politica, è innanzitutto la gestione e il mantenimento del potere, in quanto tale. Ora, il caso dell’attuale strategia sanitaria è solo un esempio di una casistica più generale, e crescente da tempo nelle democrazie occidentali. È almeno da quando le conclusioni della Trilateral Commission (1975) stabilivano la difficoltà di gestire un “eccesso di democrazia” che l’Occidente è alle prese con il problema di come limitare le pretese del ‘demos’ e silenziarne le istanze. La soluzione ideale a questo problema, senza dover passare attraverso un abbandono formale della democrazia, si è trovata con il continuo ricorso alle dinamiche dell’emergenza. Di fronte a un’emergenza, che sia una catastrofe naturale, una minaccia terroristica, una crisi finanziaria, una pandemia o altro, il ceto politico al governo acquisisce una legittimazione straordinaria, una legittimazione ad operare in forme arbitrarie e forzate che mai avrebbe in condizioni normali. L’emergenza,

reale o presunta non importa, consente di tagliare corto con gli “orpelli democratici” e di trovare una giustificazione per distorsioni, omissioni, menzogne vere e proprie. Il refrain dell’emergenza è “Non c’è tempo, bisogna fare presto!”; chi si pone troppe domande su cos’è che si starebbe facendo presto è automaticamente una zavorra, un nemico; chi lamenta la gestione tecnocratica, dall’alto, viene liquidato come “populista”.

La gestione della presente pandemia, al di là delle sue specificità, è un caso, l’ennesimo, in cui questo meccanismo di gestione tecnocratica del potere emerge in primo piano. Il ricorso ad un ceto (accuratamente preselezionato) di “esperti”, di “tecnici” viene giustificato con la necessità di fornire una risposta massimamente efficace a un problema riconosciuto come evidente (l’emergenza). Il sottinteso è che gli esperti sceglieranno i “mezzi migliori” per risolvere il problema, e che dunque non siamo più sul piano dove la scelta politica e democratica sarebbe rilevante: un mezzo è il migliore o non lo è, e l’esperto è colui il quale è deputato a dire qual è la via migliore, l’unica via (there is no alternative). La democrazia è perciò quella cosa che si usa nei giorni di festa, mentre per tutto ciò che conta c’è la tecnocrazia. La pluralità politica dei mezzi, delle vie, delle strategie viene rimossa dal tavolo come irrilevante.

Ecco, nel contesto dell’odierna gestione pandemica, questa motivazione profonda non spiega la natura delle specifiche scelte, ma spiega perché strategie sciatte e motivazioni di corto respiro possano imporsi così facilmente. Il vero obiettivo non è affrontare un problema nel modo più adatto al bene comune, ma nel modo più performante per le classi dirigenti.

Una volta compreso questo ordine di priorità, ciò che alla base della piramide sociale può darsi come una soluzione irragionevole e pericolosa, al vertice della piramide può apparire come una scommessa promettente e vantaggiosa. E questo è in ultima istanza il punto di sintesi nelle vicende correnti: siamo di fronte ad una grande scommessa sulla nostra pelle, a qualcosa che ai gruppi di potere consolidati appare come un promettente gioco d’azzardo, le cui eventuali perdite non saranno loro a pagare, mentre per la maggioranza della popolazione rappresenta piuttosto una roulette russa, i cui eventuali esiti sfortunati subiranno senza sconti.