L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 17 ottobre 2021

“Niente soldi alla Polonia finché non sarà risolto il contenzioso sullo Stato di diritto” - 13 eurodeputati o ex eurodeputati “burattini di George Soros

Rutte infiamma il caso Polonia: “L’Ue blocchi i fondi”

Il premier olandese Mark Rutte. (ANSA)

BRUXELLES. – “Niente soldi alla Polonia finché non sarà risolto il contenzioso sullo Stato di diritto”. Ad una settimana dal Consiglio europeo, l’Olanda di Mark Rutte infiamma il caso Varsavia mutuando la linea dei cosiddetti “frugali” in un’ottica questa volta totalmente filoeuropea.

Di fronte al suo parlamento, il premier olandese ha annunciato che, in occasione del Consiglio Ue, chiederà formalmente alla Commissione di congelare il Pnrr polacco finché non si risolverà la querelle giuridica (e non solo) tra Bruxelles e Varsavia. E la prossima settimana sarà anche quella dello showdown all’Europarlamento: il premier Mateusz Morawiecki interverrà in Aula e, a rappresentare l’esecutivo Ue, ci sarà direttamente Ursula von der Leyen.

L’impressione è che, in ogni caso, la questione non si risolverà nel breve termine. L’Ue sta ancora facendo le sue valutazioni in merito alla sentenza con cui la Corte Costituzionale polacca ha contestato il primato del diritto europeo. “Vogliamo che la nostra analisi sia incontestabile”, ha spiegato il portavoce della commissione Eric Mamer.

Sullo sfondo c’è la data del 2 dicembre, quando l’avvocato generale della Corte di Giustizia Ue si esprimerà sul ricorso avanzato dall’Ungheria e dalla stessa Polonia proprio sulla condizionalità dello Stato di diritto in merito all’erogazione dei fondi del Pnrr. Ma il tempo stringe e gli schieramenti europei sono in fibrillazione, anche perché, previa proposta della Commissione, i Pnrr nazionali vanno approvati comunque da una maggioranza qualificata di Stati Membri.

“Una procedura di infrazione” nei confronti della Polonia è “probabile”, ha dal canto suo anticipato la vice presidente Ue Vera Jourova alle commissioni Esteri e Politiche Ue di Camera e Senato. Subito dopo Jourova ha visto il sottosegretario agli Affari europei Enzo Amendola. “L’Italia sostiene la Commissione europea nel rispetto del primato dello Stato di diritto nell’Unione”, ha rimarcato il sottosegretario.

Nel frattempo la frattura tra gli europeisti e il fronte dei Paesi euroscettici si allarga. A finire nel mirino è il premier sloveno Janez Jansa (lo stesso che si era congratulato con Donald Trump prima che finisse lo spoglio che avrebbe incoronato Biden) con un tweet in cui rilancia una vecchia infografica in cui sono raffigurati 13 eurodeputati o ex eurodeputati “burattini di George Soros” a Strasburgo. Jansa è celebre per i suoi cinguettii tanto da essere soprannominato dai suoi detrattori “il Maresciallo Twito”.

Ma questa volta è anche presidente di turno dell’Ue. E mezzo Europarlamento insorge, a cominciare dal presidente David Sassoli che chiede al premier sloveno di “smetterla con le provocazioni e rispettare gli europarlamentari”. Insomma, la settimana clou dell’ottobre europeo si aprirà all’insegna della tensione. Anche se, in serata, il premier Morawiecki ha provato a gettare acqua sul fuoco: “Siamo uno Stato sovrano ma siamo a pieno titolo in Ue, la Polexit è una bugia”.

(di Michele Esposito/ANSA).

La Polonia tiene banco

Vertice dei leader, Stato di diritto in Polonia, patto di stabilità e pacchetto allargamento. L'agenda europea (18-22 ottobre)

 @eunewsit17 Ottobre 2021

In Consiglio si riuniscono i leader per cercare soluzioni al caro-energia e al problema dell'immigrazione. Sul tavolo anche il dossier Polonia, che rimette in discussione la supremazia del diritto comunitario. Il Parlamento si riunisce a Strasburgo in sessione plenaria. La questione polacca è al centro del dibattito con la Commissione e il Consiglio. Tempo per fare il punto anche sulla strategia per il cibo sostenibile e votare il bilancio comune per il prossimo anno. La Commissione rilancia il dibattito sulle regole del patto di stabilità con il documento sull'economia dell'UE dopo il Covid-19 e le implicazioni per la governance economica. Ma c'è anche il pacchetto allargamento a ravvivare il dibattito sull'Unione e il suo futuro.

7 ottobre 2021 - Senato, Prof. Giorgio Agamben , passaporto dei vaccini sperimentali

C'è sete e fame di dignità

15 OCTOBER 2021


Oggi 15 ottobre nel giorno di Santa Teresa d'Avila (la santa della statua del Bernini) è stata aperta la porta dell'Inferno alle scuderie del Quirinale. Perfetto tempismo! Ma noi in quell'inferno che ci stanno preparando con ogni mezzo (truce o persuasivo che sia) non ci entreremo. Semmai ci entrerà e si brucerà chi ha escogitato e sostiene questa continua diavoleria dell'epidemia quale politica, tanto per legittimare il persistente e per essi fruttifero, "stato d'eccezione". Oggi gli Italiani si sono svegliati molto presto per presidiare con orgoglio il proprio posto di lavoro. Trieste, Genova, Ancona, La Spezia, Livorno, Verona, Udine Monfalcone, Napoli, Taranto e tante, tante altre città. Anche quelle che un tempo erano le roccaforti "rosse" e che oggi disobbediscono ai sindacati collaborazionisti. C'è sete e fame di dignità. E non sono mancati i gesti solidali. Oggi i lavoratori, traditi dalla Trimurti sindacale, non hanno parlato di aumenti, di migliorie, di buone condizioni di lavoro (che sarebbe pure legittimo) ma di green pass e di come è da rispedire decisamente al mittente. C'era forse scritto nell'art. 1 della Costituzione che il posto di lavoro si ottiene col green pass? Ovvero per il tramite di quella vaccinazione che è la conditio sine qua non per ottenerlo? No davvero! C'era scritto forse nello Statuto dei lavoratori che i vaccinati hanno più diritti dei non vaccinati? Che i cittadini (lavoratori, occupati, disoccupati, pensionati, studenti) si suddividono in chi ha il diritto di vivere, muoversi, viaggiare e a frequentare luoghi pubblici, e chi invece deve stare a casa, o tuttalpiù girellare ai giardinetti perché non ha più accesso da nessuna parte?

Lo ricordo per l'ennesima volta. Siamo gli unici cittadini in tutta questa Ue che avrebbe dovuto garantire la libera circolazione (vedi Trattato di Schengen), ad essere inchiavardati con il pass sanitario dell'apartheid, e di converso, gli unici i cui ministri (Lamorgese in primis) permettono sbarchi incessanti sulle sponde della Sicilia, di stranieri che in Italia possono fare quello che vogliono, mentre vengono respinti dai tutti gli altri paesi comunitari. L'Italia non è più da tempo un paese per Italiani.


Il green pass è il ricatto più infame che potessero inventarsi e pare sia stato architettato addirittura nel 2018 presso la Ue. Nasce prima l'uovo o la gallina? Nasce prima il green pass o la vaccinazione? Nessun dubbio: il primo. Perciò, bene ha fatto il prof. Giorgio Agamben nel suo intervento al Senato, a sottolineare che il certificato verde non è un "mezzo" ma il fine stesso, in quanto erogherà diritti solo agli "schedati"(come la propiska sovietica) trasformandoci in "utenti virtuali". Verrà usato per i fini più disparati (fisco, multe, transazioni) come in Cina e faciliterà l'uso e la circolazione di quella moneta elettronica prossima in arrivo. Ne dà piena conferma in modo assai dettagliato e con dovizia di particolari tecnici Claudio Antonelli nell'ottimo articolo comparso il 12 ottobre su La Verità, articolo davvero imperdibile in cui si dà conto delle multifunzioni del pass sanitario. Leggere qui, per favore:

https://www.renovatio21.com/il-green-pass-e-la-piattaforma-delleuro-digitale-cioe-della-vostra-schiavitu/«La creazione di questa grande piattaforma di sorveglianza del cittadino – addirittura di capillarità più profonda di quella cinese – è il vero grande compito che i padroni del vapore si sono dati in questi anni» scrivevamo. «Con l’euro digitale, come con il green pass, voi dipendete dall’Istituzione: persino per le attività più basilari, perfino per i diritti «prepolitici»: mangiare, bere, muoversi…».

Queste che sono sparse per l'Italia sono nient'altro che umanissime manifestazioni di ribellione a quell'universo disumano, malvagio e punitivo che ci stanno confezionando, del quale l'Italia è il laboratorio.
Purtroppo se stiamo a cuccia supini e proni ai loro diktat, facciamo il loro gioco; se ci ribelliamo e facciamo gli scioperi, invece pure, dato che il blocco merci e delle derrate alimentari dei portuali triestini, genovesi e di altre città marittime, e del trasporto su gomma, può creare quegli effetti desiderati dalla stessa élite che da tempo si prefigge di realizzare, e che sono stati ben descritti in questo vecchio articolo di Database , pezzo che ho più volte linkato. Perciò, tertium non datur.

Portuali a Trieste

Che fare? Penso a che cosa farei io, se mi impedissero di lavorare, obbligandomi a tamponarmi e quindi ad essere torturata ogni due per tre. Esattamente quel che stanno facendo i cittadini per tutte le città d'Italia. Faccio il gioco del nemico? Be', occorre ricordare che "il gioco del nemico" lo facevamo anche quando stavamo infilati in casa "come sorci" con malapena 200 mt a disposizione per camminare e con il solo tragitto in auto per il supermercato, quale unico svago quotidiano. Sempre con la paura di venire fermati dalla polizia appostata a dare megamulte per ogni angolo di strada. Perciò, o la va o la spacca. Quindi, risorgi o Italia e insorgete Italiani!

Oggi ricorre anche la Beata Vergine del Rosario e perciò, per gli osservanti è giornata di preghiera comune che si è svolta in tutta Italia. Con l'aiuto del buon Dio che fermerà le mani assassine di questi tiranni sanguinari (130.000 morti) che ci opprimono, degli ottusi secondini senza cervello e senza cuore, di una classe politica tremebonda, inetta, incapace e collaborazionista che asseconda il governo Draghi il peggior governo di tutta la storia del nostro Paese, ce la possiamo e dobbiamo fare.

Santa Teresa d'Avila
e Beata Vergine del Rosario

Andremo su Marte e poi faremo la guerra alla Terra

Lo stato tedesco consente ai negozi di alimentari di vietare i non vaccinati

Tyler Durden's Photo
DI TYLER DURDEN
SABATO 16 OTTOBRE 2021 - 09:20

Scritto da Steve Watson via Summit News,

Il quotidiano tedesco BILD riferisce che lo stato dell'Assia ha approvato una mozione che consentirà ai negozi di alimentari di decidere se vogliono vietare l'ingresso alle persone non vaccinate.

Tradotto, il rapporto recita:

La pressione sui non vaccinati cresce e cresce!

In Assia, tutti i rivenditori, compreso il supermercato, possono ora decidere da soli se vogliono implementare la regola 3G (vaccinati, testati, recuperati) o la regola 2G – finora non ci sono state restrizioni di accesso nei supermercati per dare a tutti la possibilità di concedere servizi di base.

La Cancelleria di Stato dell'Assia conferma a BILD che il "modello di opzione 2G" si applica anche al settore della vendita al dettaglio di prodotti alimentari.

Un rapporto in lingua inglese sulle note di sviluppo "I regolamenti 2G si riferiscono a luoghi pubblici in cui solo le persone vaccinate hanno la possibilità di entrare. "

Le cosiddette regole 3G richiedono ancora a chiunque voglia entrare in un edificio di dimostrare di essere risultato negativo, ma le regole 2G rimuovono del tutto questa opzione.

Il governo tedesco aveva escluso i supermercati e i negozi che vendevano articoli essenziali dalla maggior parte delle restrizioni, ma il governo dell'Assia ha ora messo questa decisione nelle mani dei negozi.

Lo stato federale ospita più di sei milioni di persone e comprende la principale città di Francoforte.

La mossa significa che un totale di otto stati federali in Germania ora consentono alle aziende e agli organizzatori di eventi di istituire la cosiddetta opzione 2G.

Qual è l'obiettivo di questa mossa? Morire di fame letteralmente le persone che si rifiutano di prendere i vaccini?

Come abbiamo riportato in precedenza,i filmati dalla Francia evidenziano come alcuni negozi stiano tentando di impedire alle persone senza passaporto vaccinale di entrare, nonostante il fatto che la legge sul passaporto COVID del paese affermi che i rivenditori con una superficie inferiore a 20.000 metri quadrati dovrebbero essere esenti.

In Cile all'inizio di quest'anno, è emerso un video di una donna anziana a cui è stato rifiutato l'ingresso in un supermercato perché non ha ottenuto il permesso governativo necessario per acquistare generi alimentari secondo le regole di blocco del paese.

Nel frattempo nel Regno Unito, il personale del supermercato ha minacciato di chiamare la polizia dopo che un uomo che era esente dal punto di vista medico dall'indossare una maschera si è rifiutato di indossare un adesivo giallo che il personale ha tentato di mettergli addosso.



https://www.zerohedge.com/political/german-state-allows-food-stores-ban-unvaccinated?utm_source=&utm_medium=email&utm_campaign=155

Si ripete a Beirut l'opera fatta dai cecchini in Ucraina con l'avallo dello stato profondo statunitense, si uccidono i manifestanti a sangue freddo

mondo
15 ottobre 2021


Un crimine di enorme gravità ha scosso il Libano, dove i manifestanti vicini a Hezbollah e al partito politico cui si riferisce, Amal, sono stati colpiti da cecchini appostati sui palazzi. I colpi hanno ucciso sei militanti di Hezbollah e una donna estranea alla protesta, freddata sul balcone di casa (al Manar).

Un crimine che ricorda nelle modalità quanto avvenuto a piazza Maidan o in Venezuela, ma allora i media occidentali avevano potuto incolpare i governi di quei Paesi, accomunati dall’ostilità di Washington, stavolta i cecchini hanno fatto fuoco su persone vicine a Hezbollah ed è tutto è diverso.

Allora i madia d’Occidente riempirono pagine e pagine, tuonando contro quei governi, interrogandosi sulla tragedia. Ma questi sono morti di Hezbollah, ai quali va aggiunta una vittima collaterale, e non è importato nulla a nessuno.

Ma al di là, se c’è un filo comune in questa strategia della tensione basata sui cecchini è quella di innalzare il livello dello scontro, che a Maidan ebbe come esito una rivoluzione colorata, mentre in Venezuela ebbe solo l’effetto incendiare ancora più le piazze, senza però conseguire il cambio di regime.

Tale destabilizzazione era quanto si ripromettevano i cecchini che ieri hanno fatto strage in Libano (non loro, ovviamente, ma i loro mandanti), che speravano in una risposta subitanea di Hezbollah, che avrebbe dato inizio a una nuova guerra civile nel Paese dei cedri.

Un’ipotesi non troppo remota, tanto che è adombrata in un articolo di L’Orient le Jour, media peraltro avverso a Hezbollah. Ma il partito di Dio ha evitato la trappola e dato prova di saggezza, con un comunicato in cui invitava i suoi militanti alla calma.
L’inchiesta sul porto di Beirut

Così veniamo al motivo della manifestazione, anche se è elemento secondario dopo il sangue versato. La manifestazione era diretta a protestare contro la decisione della Corte Suprema, che aveva respinto una mozione di alcuni parlamentari per togliere al magistrato titolare l’inchiesta sull’esplosione del porto di Beirut, che ad agosto del 2020 devastò un intero quartiere della città, uccidendo oltre trecento persone.

Hezbollah e altri accusano il magistrato, Tarek Bitar, di politicizzazione, cioè di cercare di far ricadere le responsabilità dell’accaduto su Hezbollah, in nome e per conto dei suoi nemici interni e internazionali.

Accusa, quella di Hezbollah, ovviamente ipotetica. Ma per suffragarla Hezbollah ha ricordato come, il tribunale internazionale che aveva indagato sull’omicidio di Rafiq Hariri, il politico libanese fatto saltare in aria nel 2005, abbia indicato per anni in Hezbollah il mandante dell’assassinio, accuse poi risultate del tutto infondate (come da sentenza riconosciuta anche dal figlio dell’assassinato, Saad, leader politico di primo piano del Paese dei Cedri).

Insomma, c’è un precedente in tal senso. Nel caso del porto di Beirut, il magistrato ha accusato alcuni politici libanesi, tra cui alcuni vicini a Hezbollah, di aver chiuso un occhio, anzi due, sul nitrato di ammonio stipato per anni in un silos del porto, causa dell’immane esplosione.

Hezbollah sostiene che Bitar sia manovrato dagli Stati Uniti, sospetto che è stato rafforzato da quando, a difesa del magistrato,, è sceso in campo il Dipartimento di Stato Usa con il suo portavoce de Ned Price che ne ha difeso l’operato, affermando che: “i giudici devono essere liberi da minacce e intimidazioni”, comprese quelle di Hezbollah e che “il terrorismo e le attività illecite di Hezbollah minacciano la sicurezza, la stabilità e la sovranità del Libano” (Houston Chronicle).

Le parole di Price appaiono infelici, soprattutto oggi, dopo che tale organizzazione “terroristica” piange sei morti, uccisi a sangue freddo da cecchini di matrice ancora ignota. Ma anche nella sostanza, in particolare nel punto in cui Price detta al Libano come debba conformarsi la sua sovranità.
il carico di ammonio dei ribelli siriani

Hezbollah non si è limitato a parlare di politicizzazione dell’inchiesta, ha anche accusato gli Stati Uniti di voler coprire qualcosa di indicibile. Il partito di Dio non ha fatto riferimento a nulla di concreto, ma potrebbe riferirsi a quanto portato alla luce, poco dopo la strage, dal suo sito di riferimento, al Manar, che ricordava una vecchia storia, denunciata dal sito siriano Syria Truth, nel 2013.

Su questo sito la rivelazione che un carico di nitrato di ammonio diretto ai cosiddetti ribelli siriani era stato dirottato a Beirut dopo esser stato scoperto dalle autorità siriane. Il nitrato di ammonio, infatti, è stato usato su vasta scala da questi criminali, soprattutto per i camion bomba usati per sfondare le difese erette a protezione di siti sensibili di Damasco, tra i quali gli ospedali (vedi video).


Il carico, spiegava il sito, era diretto alle milizie di al Qaeda o a quelle del Free Syrian Army, queste ultime sostenute apertamente dagli Stati Uniti.

Se fosse provato che il nitrato di ammonio che ha fatto strage a Beirut era diretto ai ribelli siriani, è ovvio che gli Usa, ingaggiati con i cosiddetti ribelli contro il governo Assad, non sarebbero affatto contenti. La narrativa consolidata che vede nei cosiddetti ribelli i buoni e in Assad il cattivo subirebbe un duro colpo.

Un vulnus per il regime-change siriano, che, seppur sospeso per cause di forza maggiore (leggi intervento russo), non è affatto finito, come denotano le stupefacenti dichiarazioni del Segretario di Stato Usa Tony Blinken, il quale non solo si è detto contrario a una normalizzazione dei rapporti con la Siria – monito diretto in particolare alla Giordania, che ha fatto passi in tal senso -, ma ha aggiunto che gli Usa si oppongono anche alla “ricostruzione” del Paese, un niet che impedisce a milioni di persone di tornare a una parvenza di normalità dopo un decennio di guerra.

Eurasia è sempre più una realtà i cui filamenti continuano ad intrecciarsi in maniera irreversibile

14.10.2021 Autore: Petr Konovalov
Il carbone russo e le sue prospettive cinesi


La Cina è il più grande consumatore di carbone al mondo. Circa il 50% di tutto il carbone bruciato sul nostro pianeta viene bruciato in Cina. Sebbene la Cina sia anche il principale produttore mondiale di carbone, deve essere anche il suo principale importatore.

Nel frattempo la Cina è preoccupata per le questioni ambientali. L'industria cinese soddisfa le esigenze non solo del proprio paese, ma anche di tutti quei paesi che, prima per il bene della manodopera a basso costo, e poi per il bene della protezione ambientale, hanno spostato le loro capacità produttive sul territorio cinese. Di conseguenza, mentre questi paesi possono vantare acqua e aria relativamente pulite, alcune regioni cinesi hanno accumulato una tale concentrazione di prodotti di scarico di idrocarburi che rappresentano una vera minaccia per la salute pubblica.

Alcuni anni fa la Cina ha intrapreso importanti riforme nel settore energetico con l'obiettivo di ridurre drasticamente la sua produzione nazionale di carbone, attuare la transizione di massa dal carbone al gas naturale, costruire una grande quantità di centrali nucleari al posto delle centrali a carbone che dovevano essere disattivate.

Nel 2017, tutte le centrali elettriche a carbone e gli impianti di caldaie a Pechino e nella vicina provincia di Hebei sono stati chiusi. Decine di migliaia di strutture sono state chiuse. Questa è, tuttavia, solo una piccola frazione del sistema elettrico cinese.

In alcune parti del paese l'inverno 2017-2018 si è rivelato estremamente freddo, il che ha messo a dura prova le centrali termiche e stimolato il consumo di carbone cinese. Per la maggior parte del 2018, le importazioni di carbone a vapore in Cina erano in aumento: forse ciò era dovuto a una riduzione della produzione di carbone nella stessa Cina. Di conseguenza, alla fine del 2018 la Cina ha aumentato le importazioni di tutti i tipi di carbone di circa lo 0,7% rispetto al 2017 (aumento da 279 a 281 milioni di tonnellate) essendo ancora all'avanguardia in termini di produzione: circa la metà di tutto il carbone prodotto nel mondo rappresentava la Cina.

Nel 2019 la Cina, nonostante le affermazioni ufficiali sulla necessità di ridurre le importazioni di carbone, ha comunque acquistato quasi 300 milioni di tonnellate di questo combustibile fossile, aumentando la sua produzione interna del 4% rispetto al 2018.

Nel 2020 a causa della pandemia di COVID-19 che ha spazzato tutto il mondo, la produzione mondiale complessiva è diminuita. Anche il consumo di carbone in alcuni paesi industrializzati è diminuito. Tuttavia, nel 2020 la Cina è ancora riuscita a produrre l'1,2% di carbone in più rispetto all'anno precedente importando 304 milioni di tonnellate, quasi il 9% (13 milioni di tonnellate) in più rispetto al 2018. Sembra che la Cina avesse bisogno di forniture di carburante per tirare fuori la sua economia dalla crisi del coronavirus.

In un modo o nell'altro, il programma cinese per ridurre la produzione e l'uso del carbone non sembra produrre risultati sostanziali. L'economia leviatano della Cina è troppo dipendente da questo combustibile fossile e Pechino impiegherà molto tempo per ridurre il consumo di carbone. Nel frattempo, sia la produzione di carbone che le importazioni della Cina sono in costante crescita.

Questo di per sé crea buone prospettive per la Russia che ha fornito carbone alla Cina per molto tempo, mentre all'inizio del 2019 Mosca si è classificata al terzo posto in termini di esportazioni di carbone dietro solo all'Australia e alla Mongolia. L'attuale clima internazionale apre ulteriori opportunità per l'industria carboniera russa per aumentare le forniture al mercato cinese.

Per molti anni l'Australia è stata il principale esportatore di carbone in Cina. Tuttavia, nel 2018 ha iniziato a emergere una spaccatura tra le due potenze: l'Australia, una parte del mondo anglosassone, era preoccupata per l'influenza in espansione della Cina nel Pacifico meridionale e ha deciso di stare al fianco di Washington nella sua guerra commerciale con Pechino. Così, si è unita allo stallo innescato dagli Stati Uniti con le grandi società di telecomunicazioni cinesi Huawei e ZTE che vendevano apparecchiature in tutto il mondo esonerati dai suoi concorrenti come Apple con sede negli Stati Uniti. Con il pretesto che le aziende cinesi rubano i dati degli utenti nell'interesse dei servizi di intelligence cinesi, sono stati vietati negli Stati Uniti. L'Australia ha anche vietato l'uso di apparecchiature Huawei e ZTE sul suo territorio. Inoltre, alla fine del 2018 l'Australia e gli Stati Uniti hanno annunciato piani per la modernizzazione congiunta dell'ex base navale australiana di Lombrum in Papua Nuova Guinea, un luogo in cui la Cina intendeva schierare la propria base. Sia le forze navali australiane che statunitensi possono essere di stanza in questa base. Ciò è anche contrario agli interessi cinesi nel Pacifico meridionale.

Di conseguenza, nel febbraio 2019 la Cina ha limitato le importazioni di carbone australiano aumentando il tempo per il suo sdoganamento. Decine di navi cariche di centinaia di migliaia di tonnellate di carbone australiano sono rimaste bloccate nei porti cinesi infliggendo enormi perdite ai proprietari di navi e merci. Allo stesso tempo, tali fornitori di carbone in Cina come Indonesia, Mongolia e Russia non hanno mai affrontato tali difficoltà. Nel 2019 le esportazioni russe verso la Cina sono aumentate del 19%, apparentemente a causa di attriti sino-australiani. Tuttavia, nonostante il disincentivo sotto forma di aumento del tempo per lo sdoganamento e le quote imposte da Pechino, nel 2019 l'Australia ha venduto più di $ 10 miliardi di carbone alla Cina.

Pochi potevano seriamente credere che la Cina avrebbe ridotto le importazioni di questo prodotto australiano strategicamente importante. Prima di tutto, il carbone australiano è di alta qualità, poiché produce molta energia con meno emissioni di inquinanti. In secondo luogo, è più facile consegnare carbone alla Cina dall'Australia che da molte altre regioni (ecco perché la Russia, ad esempio, si è classificata solo al terzo posto fino al 2019 in termini di esportazioni cinesi anche se il suo carbone è della stessa qualità di quello dell'Australia).

Tuttavia, i legami sino-australiani continuarono a deteriorarsi. Alla fine del 2020 a seguito di una serie di controversie, la leadership cinese ha imposto un divieto implicito sulle importazioni di carbone australiano per le aziende cinesi. Il piano era quello di compensare il deficit di carburante aumentando la produzione interna e le spedizioni da Indonesia, Mongolia e Russia che nel 2020 hanno venduto il 6% in più di carbone alla Cina rispetto al 2018.

Nel gennaio-luglio 2021, le forniture di carbone dall'Australia alla Cina sono diminuite di oltre il 98%. Pechino intendeva punire severamente Canberra poiché le esportazioni di carbone sono una delle spine dorsali dell'economia australiana. E in effetti, le aziende australiane hanno subito enormi perdite. Nell'autunno del 2021 la Cina, tuttavia, è stata colpita da una crisi energetica che ha comportato un calo della produzione industriale e interruzioni di corrente nelle aree residenziali. La Cina sta ora utilizzando le sue riserve di carbone e sta forgiando legami con nuovi fornitori, tra cui i paesi africani e latinoamericani.

Per quanto riguarda la Russia, nel 2021 ha drasticamente aumentato le forniture di carbone alla Cina, aumentandole dell'8,4% nel Q1. In teoria la Russia potrebbe prendere la quota di mercato precedentemente detenuta dall'Australia poiché possiede enormi giacimenti di carbone di alta qualità in Yakutia, relativamente vicino alla Cina. Per ora le forniture sono limitate dalla capacità ferroviaria sino-russa. Storicamente, queste due gigantesche potenze sono collegate solo da poche linee ferroviarie con capacità limitata che sono rami della Transiberiana. In parte questo scarso collegamento ferroviario deriva da relazioni tese tra l'Unione Sovietica e la Cina nella seconda metà del 20 ° secolo.

Nel 2019-2021 a causa della bassa capacità delle linee ferroviarie che collegano Cina e Russia, il divario nell'approvvigionamento di carbone in larga misura ha dovuto essere colmato non da merci russe di alta qualità, ma da quelle indonesiane di qualità molto inferiore. Oltre a ciò, come accennato in precedenza, la Cina ha dovuto cercare fornitori in Africa e America Latina. Questo perché la Cina può prendere molto più carico spedito via mare, che via terra dalla Russia.

Nel frattempo la Russia sta preparando una modernizzazione su larga scala del suo sistema di trasporto in Siberia. Nel dicembre 2020 il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato lo stanziamento di circa 800 milioni di dollari per l'ammodernamento ferroviario. E, naturalmente, se la Cina investe anche nelle sue comunicazioni ferroviarie con la Russia, il lavoro procederebbe a un ritmo più veloce. Ma per ora, nonostante tutte le difficoltà, Pechino non sembra avere fretta di revocare il divieto sul carbone australiano. Sembra che sia giunto il momento per la Cina di prendere una brusca svolta logistica in direzione della Russia.

Petr Konovalov, un osservatore politico, in esclusiva per la rivista online "New Eastern Outlook".

Rivendicare la NATO come una sorta di scelta democratica dei diritti umani per le persone alle frontiere della Russia è ridicolo.

14.10.2021 Autore: Phil Butler
Jens Stoltenberg della NATO pensa che siamo tutti idioti


Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg o è un nincompoop, o pensa che il resto di noi lo sia. Una recente dichiarazione sulla Russia preoccupata per la marcia verso est dell'organizzazione militarista dimostra l'altra, o entrambe.

"L'intera idea che sai, è una provocazione alla Russia che piccoli vicini si uniscano alla NATO è assolutamente sbagliata. Questa è la provocazione - che qualcuno lo sta dicendo.

Ora vediamo. Non è la NATO, altrimenti nota come Alleanza del Nord Atlantico, un'alleanza militare intergovernativa tra 28 paesi europei e 2 paesi nordamericani? Hmm. Data la lunga storia della Russia con vicini "amichevoli" a ovest, mi chiedo perché chiunque studi distensione, scienze politiche, geopolitica o storia possa mai immaginare che i russi siano instabili!

Dal loro punto di vista, la NATO proprio accanto è un po' come guardare fuori dalle loro finestre per trovare il Terzo Reich che si muove in ogni altra casa del quartiere. Posso solo immaginare come reagirebbero i miei connazionali se tutta l'America Latina creasse un blocco militare sostenuto da Russia, Cina, Iran e altri amici tradizionali degli Stati Uniti. Forse allora, questo nuovo intergovernativo potrebbe eleggere un capo, che potrebbe anche mettere in discussione le paure della gente a nord del Rio Grande!

Stoltenberg, dacci una pausa. Le tue argomentazioni sono semplicemente stupide. Rivendicare la NATO come una sorta di scelta democratica dei diritti umani per le persone alle frontiere della Russia è ridicolo. La NATO non fornisce scelta, la NATO semina paura e disgusto, e poi incunea una forza di polizia multinazionale in ogni paese che aderisce. La percezione della gente di ciò che la NATO è in realtà, è distorta all'estremo. Non c'è alcuna minaccia esistenziale, al di là della minaccia che i militaristi guidati dall'America creano alla sua periferia.

Il fatto che le dichiarazioni del capo della NATO siano riprese tramite siti web come Breaking Defense,dice a chiunque abbia un senso a mezza età quale sia la sua missione. Guarda questo paragrafo della storia:

"Per la Georgia e l'Ucraina, la situazione è particolarmente terribile, con entrambi in aperto conflitto con la Russia per il territorio. Da un punto di vista geopolitico puro, sembra improbabile che una delle due nazioni si unisca all'alleanza in qualsiasi momento mentre tali conflitti sono in corso. Dopotutto, la NATO è stata formata in modo che se la Russia invadesse un membro, tutti i membri sarebbero stati coinvolti nel conflitto.

Gli Stati Uniti e gli alleati hanno seminato la rivoluzione in entrambi questi paesi in uno sforzo continuo per premere ai confini della Russia. Nel frattempo internamente, i corsari del capitalismo occidentale hanno tentato di rubare l'eredità del popolo russo attraverso la privatizzazione di tutti i suoi beni. Putin è entrato, ha messo fine a tutto questo, e la nuova Guerra Fredda era in atto. Non è scienza missilistica. Non c'è bisogno di una lente d'ingrandimento. Non c'è nemmeno sherlock holmes per capire cosa sta succedendo. Ma, se sei uno zombie senza mente che guarda la CNN o la BBC tutto il giorno e la notte, i servitori del militarismo occidentale ti hanno. E Stoltenberg è il chierichetto della guerra.

Guardare! I legislatori americani sono così caldi da sostenere l'industria degli armamenti che stanno rimuginando sulla donazione di prestiti pagati dai contribuenti americani, ai paesi membri della NATO per acquistare strumenti di uccisione di origine americana. No, non sto scherzando. Il rappresentante degli Stati Uniti Michael McCaul (R-TX) ha presentato questa dichiarazione per presentare il suo disegno di legge:

"In un momento in cui Vladimir Putin continua i suoi sforzi maligni in tutta Europa e nel mondo, dobbiamo sostenere i nostri alleati della NATO per difendersi da questa Risorgente Russia. Questo disegno di legge renderà l'industria americana più competitiva all'estero, allineando contemporaneamente i sistemi di difesa dei nostri alleati con quelli degli Stati Uniti e del resto della NATO".

Come ho detto, "il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg o è un nincompoop, o pensa che il resto di noi lo sia". C'è da meravigliarsi che i russi siano preoccupati? Me lo dici tu, in buona fede.

Phil Butler, è un investigatore e analista politico, uno scienziato politico ed esperto di Europa orientale, è autore del recente bestseller "Putin's Praetorians" e di altri libri. Scrive in esclusiva per la rivista online "New Eastern Outlook".

Stagflazione 36 - L'influenza covid ci ha lasciato con la catena d'approvvigionamento in piena crisi, il Passaporto dei vaccini sperimentali, in Italia, invece di alleviare queste difficoltà le aumenta in maniera esponenziale. Draghi, lo stregone maledetto, è tutto eccetto che un imbecille, viene dalla scuola di Federico Caffè, quindi si suppone che voglia accentuare la crisi economica in atto proprio per far emergere e far rimanere sul mercato quelle aziende più attrezzate, le imprese con un portafoglio ordini arretrato, le cui perdite sono recuperabili e quindi potranno pagare i debiti e ricominciare a macinare profitti. Le masse gestite con qualche mancia, con la creazione di odio tra di loro per dividerle e meglio manovrarle e dove occorre con il bastone quello vero che lascia il segno e non ti fa più rialzare

NON SOLO MATERIE PRIME/ Porti, energia e disoccupazione: la nuova crisi passa da qui

Pubblicazione: 17.10.2021 - Ugo Bertone

Il rialzo dei mercati in questo fine settimana non deve illuderci, l’economia globale si trova alle prese con numerosi problemi

(Pixabay)

Il rialzo dei mercati in questo fine settimana non deve illuderci, l’economia globale si trova alle prese con numerosi problemi emersi negli ultimi mesi che stanno complicando la ripresa che, una volta distribuito il vaccino, sembrava alle porte: la variante delta, l’inflazione persistente, la domanda qua e là zoppicante o in caduta (si pensi alle auto), l’offerta bombardata da problemi di ogni tipo e, soprattutto, visibilmente meno elastica rispetto ai prezzi (basta pensare all’energia e al mercato del lavoro).

In questa cornice barcollano giganti al di sopra di ogni sospetto. Tagliano la produzione i Big dell’auto, compresa Toyota. Ikea confessa che i suoi magazzini si stanno svuotando e ci vorrà un anno per tornare ai livelli di sempre. Apple, infine. Per colpa della penuria di chips, la Mela ridurrà del 10% la produzione di iPhone 13. Insomma, è tangibile il rischio che vada in tilt l’intera catena logistica mondiale. All’improvviso le Borse scoprono così quant’è importante il fronte del porto. Non tanto quello dei camalli di Trieste quanto il blocco degli scali più preziosi per l’economia mondo: da Tianjin, nei pressi di Shenzhen, a Los Angeles passando per Rotterdam, accomunati dal problema della logistica.

Il mondo sta vivendo squilibri inediti che hanno compromesso la catena dell’organizzazione del lavoro: da una parte il Covid-19 ha imposto negli ultimi mesi la chiusura degli impianti di produzione in Asia, dalla Malesia al Vietnam, in pratica fermi da quattro mesi; dall’altra l’Europa e l’America, superato il picco dell’epidemia, avrebbero le carte in regola per riprendere a consumare. Ma non lo fanno, anche perché mancano sugli scaffali o negli showroom dell’auto i beni da acquistare perché mancano le componenti indispensabili per una vasta serie di prodotti, dall’auto alla farmaceutica, ma pure per l’abbigliamento e per l’alimentare.

Tra le conseguenze c’è un forte aumento del traffico sui mari di container, che ha provocato intasamenti e colli di bottiglia a ogni latitudine. È un po’ come se a Ferragosto sulle autostrade si riversassero tutti i Tir del mondo. Si spiega così l’intervento della Casa Bianca su Walmart, Ups e FedEx perché prolunghino l’orario di lavoro a sette giorni su sette, notturno compreso con l’obiettivo di far arrivare le merci sugli scaffali in tempo per il Natale. Una decisione che segue di tre settimane la scelta dei porti di Long Beach e di Los Angeles di lavorare 24 ore al giorno per l’intera settimana nel tentativo di smaltire l’interminabile coda in rada, nell’attesa di sbarcare le merci. Una mossa che stenta a produrre i suoi effetti. Secondo Kuhne & Nagel, colosso mondiale della logistica, da Rotterdam a Los Angeles, ci sono almeno 659 navi in attesa di sbarcare le merci imbarcate per lo più nei porti d’Oriente, a loro volta in estrema difficoltà da mesi.

Le difficoltà che si profilano, causa green pass, negli scali italiani, sono insomma solo un episodio di una crisi globale che si manifesta anche dove i portuali, allettati da paghe più robuste, non lesinano gli sforzi. Insomma, la logistica è il sassolino (o meglio, il macigno) che ha rallentato la ripresa che, solo pochi mesi fa, sembrava ormai sul punto di decollare, in Cina come in Occidente. Al contrario, l’economia di Pechino fa i conti da mesi con una serie di disfunzioni che hanno messo in crisi la fabbrica del mondo: ai nodi delle infrastrutture si deve aggiungere la frenata della produzione di energia elettrica aggravata dalla scarsità di carbone, a causa di inondazioni e altri flagelli che hanno imposto la fermata di 60 miniere. Secondo Goldman Sachs il calo della produzione elettrica sta costando quasi mezzo punto di Pil alla Cina, anche perché si combina con lo stop agli acquisti di carbone dall’Australia, visto il braccio di ferro tra i due Paesi. E non è possibile compensare il gap con le forniture dalla Mongolia o dall’Indonesia, vista la situazione del traffico marittimo. E poi, visto il prezzo toccato dal carbone, chi se la sente di produrre a costi drogati dall’aumento delle materie prime che domani potrebbero rivelarsi un boomerang?

In sintesi siamo di fronte a una crisi diversa da quelle che l’hanno preceduta. Stavolta non basterà azionare la leva dei tassi. Scrive Alessandro Fugnoli: “Se la crisi del 2008 era stata una crisi della finanza e delle sue condutture bloccate (con la banca A che non si fidava a prestare un centesimo alla banca B e viceversa), il mondo dei nostri giorni paga le disfunzioni dell’economia reale, in particolare con le merci bloccate sulle navi o nei porti, nell’energia a rischio di razionamento e nelle persone che restano a casa inoccupate mentre le imprese cercavano in tutti i modi qualcuno da assumere”.

Sono questi i problemi con cui avremo a che fare nei prossimi mesi. Il rischio, per i pessimisti, è che torni a far capolino la “stagflazione” ovvero la combinazione tra prezzi che salgono e crescita che ristagna che segnò la crisi degli anni Settanta. Per ora è una preoccupazione eccessiva visto che, in qualche maniera, le economie (Italia in testa) registrano ancora un segno più. Per i più ottimisti, passata la buriana, il mondo tornerà a crescere per effetto della domanda arretrata di investimenti produttivi pubblici e privati, per la ricostituzione delle scorte nonché per l’impatto degli sforzi per passare dai motori a combustione all’auto elettrica, dalle fonti d’energia più inquinanti alle rinnovabili. Per ora, però, siamo appena entrati nel tunnel del cambiamento. E le sorprese non mancheranno.

Di decreto in decreto la mannaia sulle piccole medio aziende che devono, ANZI L'OBBLIGO, di fallire è sempre li pronta per essere calata sulla loro testa. Le stanno cuocendo a fuoco lento e più che un navigare a vista sembra l'applicazione di una sofisticata strategia per demotivare e prenderle sulla stanchezza dei tempi lunghi

DECRETO FISCALE/ Un nuovo rinvio che non risolve i problemi di chi è in difficoltà

Pubblicazione: 17.10.2021 - Ciro Acampora

Il Decreto fiscale rinvia alcune scadenze, ma restano intatti i problemi dei contribuenti che fanno fatica dopo un periodo di forte crisi

Al centro, il ministro dell'Economia Daniele Franco (LaPresse)

Venerdì è stato approvato un nuovo decreto fiscale e nel leggerlo ho sentito risuonare nella mia testa il ritornello della canzone di Lucio Battitsti “I giardini di marzo” che recita: “Che anno è, che giorno è?”. Il perché è semplice: il nuovo decreto, ancora una volta, ma è così da 18 mesi, interviene a tempo scaduto per rinviare il pagamento delle cartelle e delle rateazioni già più volte rinviato.

La parte fiscale del provvedimento prevede che non si decade dalle rateazioni in corso se non si versano 18 rate e non 10 com’era fissato dal precedente provvedimento. Viene altresì fissato che chi non ha versato le rate sin qui scadute ha tempo fino al 30 novembre prossimo per non decadere dalla dilazione concessa in occasione dell’adesione alla rottamazione. L’unica “innovazione” risiede, dunque, nell’aver previsto che per questi nuovi ruoli, notificati dal 1° settembre 2021, ci sono 150 giorni a disposizione per effettuare i versamenti anziché i 60 “naturali” fissati dalla norma ordinaria. Ancora una volta, quindi, si è agito senza programmazione (ri)creando così un maxi ingorgo fiscale. I mesi di novembre e dicembre, infatti, sono piene di scadenze: rate dei saldi dell’anno precedente, secondo acconto Imu, acconto Iva, ecc.

A ben vedere la realtà potrebbe avere anche una lettura diversa. L’attuale sistema è pieno di scadenze che già normalmente appesantiscono la vita dei cittadini e delle imprese, ma che diventano un ostacolo enorme se contestualizzate nel periodo pandemico. I continui rinvii, dunque, pur utili, si sovrappongono a un sistema della riscossione inefficiente. Gli unici a cui giova il rinvio al 30 novembre sono coloro che avendo un reddito inferiore ai 30mila euro potrebbero beneficiare dello stralcio dei ruoli con carichi fino a 5mila euro affidati dal 2000 al 2010 all’agente della riscossione. Il 31 ottobre, infatti, l’Agenzia delle Entrate – Riscossione dovrà procedere allo stralcio automatico di questi ruoli.

È evidente ancora una volta, dunque, che il Governo continua a navigare a vista (volutamente) di rinvio in rinvio. Anziché, infatti, adottare un provvedimento che individua in un periodo più o meno lungo il tempo entro cui rateizzare lo scaduto “induce”, attraverso i continui rinvii, ad accumulare rate impagate preparando un muro contro il quale molti contribuenti, in difficoltà e/o meno avveduti, rischiano di andare a sbattere. Siamo, dunque, difronte a un deficit di programmazione o all’orizzonte c’è la terra?

Dopo l’approvazione della delega fiscale è calato il silenzio sulla riforma fiscale complice anche l’appuntamento elettorale delle amministrative. In attesa di comprendere se la delega è evanescente o verrà arricchita di contenuti non rimane che ribadire, banalmente, come non sia più procrastinabile la riforma fiscale.

Il Presidente di Confindustria Bonomi ha sottolineato come questo sia il momento in cui “serve il coraggio di una manovra forte sul cuneo” che metta i soldi nelle tasche degli italiani e delle imprese per renderle più competitive, visto che i margini si sono ridotti complice il rialzo del costo delle materie prime e dell’energia. Il grido di Bonomi è implicito nella canzone di Battisti che ha dato il via a questa riflessione. La canzone non è recente e ciò nonostante attuale. Una strofa recita, infatti, “al ventuno del mese (terza settimana, ndr) i nostri soldi erano già finiti”. Il tema della terza settimana, centrale nel dibattito politico fino a inizio pandemia, è stato sostituito dal continuo confronto sul Reddito di cittadinanza anch’esso rifinanziato dall’ultimo decreto senza intervenire sui meccanismi di accesso.

I temi del lavoro, del reddito, delle crisi aziendali vengono solo distrattamente trattati dalla politica. Quando lo sono è per sottolineare la possibilità di conflitti sociali che si possono generare quale conseguenza della crisi. Nelle more che qualche intervento serio venga adottato vale la pena sottolineare che la criminalità ha ripreso, in alcune aree del Paese, a dettare la sua legge.

A Napoli negli ultimi dieci giorni si registra un incremento degli omicidi e delle estorsioni che non lascia presagire nulla di buono qualora questi atti si dovessero estendere ad altre aree del Paese a rischio povertà.

Al nostro manca una visione geostrategica del mondo. Eurasia è una realtà in movimento mentre il connubio tra Russia e Stati Uniti è innaturale, la propaganda contro i russi passa attraverso i telefilm e affini strumenti di bassa cultura in cui si nutre lo statunitense medio e il cittadino del mondo occidentale in cui questi contenuti sono spalmati e consumati in grande quantità

FOCUS INFLAZIONE/ L’accordo Usa-Russia necessario a evitare il caos

Pubblicazione: 17.10.2021 - Giovanni Ricci

La Cina è pronta a sfruttare una scomoda inflazione nei Paesi occidentali. Occorre un accordo tra Russia e Usa favorito dall’Ue

Xi Jinping (Lapresse)

Nel pomeriggio del 13 ottobre 2021 sono stati pubblicati i dati relativi all’inflazione generale e core degli Stati Uniti, e riferentesi a settembre 2021 in tendenziale sull’anno. Abbiamo pertanto 4% per l’inflazione core e 5,4% per quella complessiva del paniere dei beni; il consensus di Wall Sreet aveva come aspettativa il 5,3% per l’inflazione complessiva e il 4,0% per quella core. Invece, chi scrive aveva previsto il 5,7-5,8% con intervallo minimo al 5,5% avendo così un eccesso di sovrastima tra lo 0,3% e lo 0,1%; va rilevato che a livello qualitativo il forecast delle borse era orientato a un sostanziale rientro tendenziale dei valori inflattivi: dal 5,3% di agosto al 5,3% di settembre, mentre chi scrive era restato della convinzione dell’innalzamento dei valori inflattivi, e va detto che a livello tendenziale le borse hanno scommesso da mesi su una transitorietà leggera del fenomeno, cosa che i dati di fatto vanno via via sconfessando. Inoltre, la posizione Fed era di un’aspettativa mediana del dato generale del 5,2%, con valori massimi del 5,4% e minimi del 5%.

Il seppur piccolo bias sovrastimante di questa analisi è dovuto essenzialmente al freno tirato di tante Pmi statunitensi nel ricarico dei prezzi al consumo, anche se qualcosa inizia ad allentarsi nel tenere i prezzi sotto controllo.

Si può con ragionevolezza affermare che la mole ancora enorme delle easing policy money da 120 miliardi di dollari al mese stia ancora contribuendo a dare nel breve periodo quella liquidità essenziale pagata a bassi tassi di interesse per fronteggiare costi industriali crescenti. Ma il meccanismo non solo sta venendo a fine in maniera amministrativa (annuncio tapering da metà novembre quasi certo), ma anche in maniera economica dato che le spinte dei costi a un certo punto devono essere bilanciate dai prezzi e non dai prestiti.

Inoltre, va ribadito ancora che al 14 di ottobre, giorno di redazione di questo intervento, il barile Wti del petrolio quota 81,20 dollari circa, con in più il fatto che da inizi ottobre è oramai costantemente sopra i 75 dollari; in buona sostanza se permane per tutto il mese questa dinamica per range dei valori citati, si può già da ora affermare che il dato inflattivo di ottobre che verrà pubblicato a novembre inizierà a lambire in maniera sostanziale il tasso del 6%, con valori minimi del 5,7% all’incirca.

Personalmente, invece, credo che le dinamiche salariali siano molto più spuntate degli anni ’70 per il loro impatto inflattivo, e ciò a causa di due motivazioni comunque già enucleate in un altro articolo:

1) I sindacati non sono più forti e ideologicizzati come negli anni ’70, e per tale motivo lo schema base della contrattazione salariale tra un monopolista (l’impresa) e un monopsnonista (i sindacati grandi e compatti) non è più valido, e per tale motivo oggigiorno sono comunque le imprese a imporre i prezzi salariali; si possono però ricavare da questa impostazione alcune implicazioni qualitative: incremento buste paghe sensibile per le risorse specializzate e a elevato valore aggiunto, bassa dinamica per i lavoratori ordinari e standard.

2) Negli anni ’70 agli inizi non esistevano gli ammortizzatori sociali nelle dimensioni e nella qualità di quelli presenti oggigiorno nelle moderne economie, e per tale motivo l’incremento dell’occupazione aveva un’incidenza totale sul tasso inflattivo, mentre oggi è derubricabile a circa il 30% del peso originario, dato che un disoccupato percepisce sussidi che vengono comunque spesi in beni di consumo.

Va poi ricordato che veniamo da una ventina di anni circa di bassi tassi inflattivi e per tale motivo gli stessi policy makers hanno scarsa dimestichezza operativa ed emotiva col fenomeno inflattivo oramai incipiente di questi mesi. Purtroppo per tutti, l’esperienza si acquista sul campo e la si acquista facendo anche molti errori come i tanti che si stanno iniziando a marcare: ad esempio, uno al momento che sembra essere il più macroscopico è la scarsa attenzione da parte della Fed ai fenomeni geopolitici mondiali che in questo momento si stanno dipanando; all’istituto americano in oggetto c’è secondo me ancora troppo evidente un atteggiamento di sufficienza nei confronti del mondo intero, come se tutte le leve sostanziali le avessero loro, alla Fed. Se ti sbagli e ti sbagli con un atteggiamento del genere, la paghi in maniera immediata in termini inflattivi, e la qual cosa sta accadendo.

Ribadisco pertanto un’opinione personale molto sentita e cioè che per iniziare a dare una quadra vera a questo mondo post-Covid è necessario un accordo fondamentale sui dossier più scottanti tra Usa e Russia. Solo dopo un nuovo progetto condiviso di medio periodo tra queste due nazioni si ritornerà ad avere situazioni economiche e finanziarie più conosciute e inquadrabili, e quindi gestibili.

Noi dell’Unione europea potremmo avere un grande ruolo nel permettere la fattibilità di questo nuovo accordo, facendo da ponte e da pontieri tra americani e russi. In seguito, date tutte le vicende traumatiche dovute al Covid e non solo, iniziare a ragionare europei, americani e russi sul ruolo effettivo da dare all’economia cinese e ai suoi sviluppi futuri.

Di nuovo, forte convincimento personale: Pechino sta giocando di forza e velocità di fronte a un mondo occidentale diviso, confuso e sbandante; ma sa che deve fare in fretta perché il tempo strategico a sua disposizione è in esaurimento; detto anche con altre parole: oltre al Covid, Pechino ora non esiterà con tutte le sue forze ad approfittare di una scomoda inflazione nei Paesi occidentali.

L'Italia chiama e la Malesia risponde. Eppure sarebbe più facile rendere il vaccino sperimentale obbligatorio piuttosto che creare cittadini di serie A e quelli di serie B. E' evidente che i politici decisori hanno ricevuto l'ordine di mettere i cittadini gli uni contro gli altri per creare dissonanze utili per gestire il potere

“Se non vi vaccinate, vi renderemo vita difficile”/ Ministro Malesia “Dovrete pagare”

Pubblicazione: 16.10.2021 - Alessandro Nidi

Il ministro della Salute della Malesia lancia un avvertimento ai suoi cittadini: “Senza vaccino, sarà molto complicato vivere quotidianamente”

Parata in Malesia (LaPresse, 2019)

Giro di vite in Malesia da parte del governo, che ha apertamente dichiarato che si prospettano tempi duri per coloro che decideranno volontariamente di non sottoporsi all’inoculazione del vaccino anti-Covid. A pronunciare tali affermazioni è stato il Ministro della Salute, Khairy Jamaluddin, il quale ha asserito: “Vi renderemo la vita molto difficile, se non siete vaccinati perché avete scelto di non farlo”.

Il componente della Giunta nazionale ha sottolineato che “questo non si applicherà a coloro che hanno validi motivi medici per non essere vaccinati. Se non potete essere vaccinati, va bene: vi daremo un’esenzione digitale, denominata MySejahtera. Ma se non vi vaccinerete per scelta, continueremo a rendervi la vita difficile“. L’intervento del ministro malese è stato pubblicato sulle colonne della testata giornalistica “The Star” e ha generato discussioni in patria.

MALESIA: SENZA VACCINO IL GOVERNO RENDERÀ AI SUOI CITTADINI LA VITA “MOLTO DIFFICILE”

Dopo avere presenziato all’undicesimo corso nazionale sull’infarto miocardico acuto, tenutosi a Bangsar presso l’ospedale Serdang nella giornata di oggi, sabato 16 ottobre, il ministro della Malesia ha sottolineato che senza vaccino non sarà possibile cenare nei ristoranti, né recarsi a fare shopping e passeggiare nei centri commerciali.

Gli è stato quindi domandato se il Paese si muoverà per rendere obbligatoria la vaccinazione contro il Coronavirus, visto e considerato che le maglie non sembrano essere poi così larghe da parte del governo centrale. A tal proposito, Khairy ha esplicitamente riferito che sarà suo compito rilasciare e rendere nota la strategia nazionale di test nel corso della prossima settimana, aggiungendo che includerà al suo interno un vero e proprio obbligo per le persone non vaccinate di eseguire test settimanali a pagamento, che saranno interamente a carico degli individui: “Se sceglierete di non sottoporvi a vaccinazione, allora probabilmente vi chiederemo di fare dei test regolari, che dovrete pagare. Il messaggio che vogliamo veicolare ancora una volta è soltanto uno: quello di farsi vaccinare”, ha concluso il ministro.

Non ci sono alternative. O lo stregone maledetto è ancora immerso nella bolla creata dall'ideologia dei vaccini sperimentali o usa questa per distruggere le aziende che non riescono a sopravvivere alla crisi dovuta ai colli di bottiglia della catena di approvvigionamento. In questa seconda e probabile ipotesi le aziende più piccole saranno eliminate perché intrinsecamente più deboli

L’errore di Draghi sul green pass rischia di paralizzare l’Italia

La linea estremista del governo italiano sul green pass minaccia le produzioni in vari settori e crea ancora più colli di bottiglia

di Giuseppe Timpone , pubblicato il 16 Ottobre 2021 alle ore 08:12


Da ieri, il green pass è diventato obbligatorio per entrare nei posti di lavoro. Chi ne fosse sprovvisto, subirebbe non già la sospensione dal posto di lavoro, bensì dello stipendio. E se vogliamo, questo è ancora peggio della prima versione della legge: continui a lavorare, ma senza essere pagato. Un’applicazione così estesa di tale obbligo non esiste in nessuna parte nel mondo. Una linea intransigente quella del governo Draghi, che rischia di accendere non solo una miccia sociale, ma anche di paralizzare l’economia.

Ieri, i lavoratori portuali a Trieste hanno incrociato le braccia, proclamando lo sciopero ad oltranza. Il fatto incredibile è che per loro il governo aveva varato un apposito decreto per spostare l’obbligo del green pass dalla fine di quest’anno. Ma i sindacati hanno fatto presente che la loro iniziativa è volta a protestare contro una lesione dei diritti di tutti i lavoratori italiani e che come atto di solidarietà il porto friulano sarà bloccato a tempo indeterminato.

Negli altri porti, il rischio è simile, un po’ meno in quelli di Napoli e Venezia, dove l’alto numero di vaccinati dovrebbe evitare ripercussioni negative in termini di carico e scarico delle merci. A Palermo, i tamponi gratuiti ai non vaccinati non saranno erogati, a differenza di Genova. Il presidente dell’autorità portuale di Trieste, Zeno D’Agostino, ha dichiarato che nel caso in cui lo sciopero dovesse tenersi e andare avanti ad oltranza, si dimetterà.

Green pass obbligatorio minaccia le filiere produttive

L’allarme non riguarda solamente i porti italiani, bensì diverse categorie sensibili, tra cui i trasporti e persino l’agricoltura. Coldiretti ha fatto presente che sarebbero 100.000 i contadini non vaccinati a lavorare nei campi.Se l’obbligo del green pass dovesse essere rispettato, diverse raccolte diverrebbero problematiche. In questa vicenda, esistono due estremismi da biasimare: quello dei “no vax”, che in qualche caso non accettano alcun compromesso con la realtà e sfociano nel complottismo, oltre che nella medicina fai da te; ma anche dello stesso governo, la cui linea oltranzista è stata aizzata da una parte politica – il PD – la quale su un tema così delicato punta a piantare qualche bandierina, più che a confrontarsi con la società.

Le proteste contro il green pass nelle piazze sono inutili per il loro impatto concreto nelle vite di tutti i giorni. Altra cosa gli scioperi, che minacciano la tenuta delle filiere produttive. Anzi, la stessa applicazione della legge rischia di paralizzare l’economia italiana. Se migliaia di lavoratori in un settore e in un’area ristretta dovessero incrociare le braccia o non essere nelle condizioni di svolgere la loro mansione, alcune produzioni si fermerebbero e a cascata rallenterebbero le altre. I porti sono cruciali in tal senso: le merci in ingresso nel nostro Paese resterebbero sulle navi e impedirebbero alle imprese di distribuirle sul mercato o di completare i processi di produzione. Per le esportazioni, stesso ragionamento: le merci non partono, i magazzini si riempiono e le fabbriche dovranno fermarsi.

I rischi per l’economia italiana

L’imposizione così autoritaria e sragionata del green pass rischia di accentuare le due problematiche più diffuse e temute in questa fase nel mondo: la carenza di beni e servizi e i colli di bottiglia. Non solo impatterebbero negativamente sull’economia italiana, rallentandone il tasso di crescita, ma finirebbero per sostenere ulteriormente l’aumento dei prezzi al consumo. E quelle energetici stanno già lievitando al ritmo di oltre il 20% su base annua.

Come ne usciamo? Con il dialogo. L’estremismo dei “no vax” non va confuso con le ragioni dei “no pass”. Al porto di Trieste, ad esempio, molti dei lavoratori in sciopero sono vaccinati, mentre molti non vaccinati non hanno aderito.Fatta questa premessa, il governo deve rifuggire da tentazioni ideologiche sconclusionate e derive autoritarie. Portare avanti la linea oltranzista si rivelerà un boomerang del tutto inutile, dato che oramai più dell’80% della popolazione over 12 è stato completamente vaccinato. L’Italia non ha alcun bisogno di aizzare lo scontro interno, quando gli obiettivi della campagna vaccinale sono stati già raggiunti. Chi lo fa, è mosso da motivazioni politiche e non dal desiderio di contribuire positivamente al dibattito. Il premier non resti ostaggio di qualche partito in cerca di ostentazione del potere.

L'inflazione "transitoria" cambia la politica monetaria della Fed e a cascata di Euroimbecilandia

Ecco come l’inflazione USA entrerà nelle nostre case

L'inflazione negli USA è risalita ai massimi da 13 anni, prospettando conseguenze macroeconomiche pesanti anche per l'Europa

di Giuseppe Timpone , pubblicato il 16 Ottobre 2021 alle ore 12:10


Nessun rallentamento, anzi l’inflazione americana di settembre è risalita ai livelli di giugno e luglio, cioè ai massimi da 13 anni a questa parte. I prezzi al consumo hanno fatto un balzo del 5,4% su base annua e dello 0,4% mensile. Il dato si colloca un po’ sopra le aspettative del mercato e conferma la sensazione che l’inflazione sia tutt’altro che un fenomeno strettamente transitorio. Parola, quest’ultima, bandita dal vocabolario dello staff di Raphael Bostic, governatore della Federal Reserve di Atlanta.

In un video girato in questi giorni, il banchiere centrale si è presentato ironicamente con un salvadanaio, affermando che per ogni volta che uno dei suoi uomini userà il termine “transitoria” per riferirsi all’inflazione, dovrà mettervi un dollaro. E avendo pronunciato tale termine durante la dichiarazione, egli stesso vi ha depositato il suo dollaro. Un modo brillante per segnalare al mercato che parte del board ritiene che l’aumento dei prezzi negli USA sia destinato a durare per un periodo non breve, pur essendo conseguenza del Covid.

Il target d’inflazione della FED è del 2%, lo stesso della BCE. Per quanto il governatore Jerome Powell abbia rassicurato che tollererà livelli superiori all’obiettivo per compensare i periodi d’inflazione sotto di esso, non appare più accettabile che l’istituto ignori a lungo quanto stia succedendo. Di fatto, ormai il target è stato superato del 170%. Troppo per non rischiare di perdere il controllo della stabilità dei prezzi. E così, la principale società di derivati, CME Group, stima che un primo rialzo dei tassi USA avverrà tra luglio e settembre dell’anno prossimo e un secondo nel resto dell’anno.
L’inflazione minaccia il cambio euro-dollaro

Dunque, la FED starebbe per avviare il “tapering”, cioè il taglio degli acquisti di bond, per il momento fissati ancora a 120 miliardi di dollari al mese.Il processo durerebbe sei mesi, al termine del quale il costo del denaro sarebbe ritoccato all’insù. Cambiamenti, che si ripercuoteranno inevitabilmente sulla stessa Eurozona. Il rialzo dei tassi americani rafforzerà il dollaro contro l’euro e per tale via i flussi dei capitali si sposteranno dall’unione monetaria agli USA. Ciò porterebbe alla lievitazione anche dei rendimenti sovrani e corporate europei e all’accelerazione dell’inflazione importata, a causa dell’euro debole.

Per reagire a questa prospettiva, anche la BCE dovrà mutare i suoi piani, anche perché l’inflazione nell’Eurozona stessa si colloca ormai nettamente sopra il target, al 3,4% a settembre. Verosimilmente, l’istituto dovrà avviare un taglio più marcato degli acquisti di bond con il PEPP e potenziare meno di quanto sinora ventilato il “quantitative easing” dopo la cessazione del primo. Per tale via, avremmo un costo del denaro più alto, ma almeno un’inflazione auspicabilmente più bassa.

Ad ogni modo, le famiglie dell’Eurozona percepiranno il cambiamento. Nel primo scenario, subirebbero rincari dei prezzi ancora maggiori e tassi d’interessi più alti per ricevere denaro in prestito dalle banche. Nel secondo, i rincari sarebbero limitati o del tutto neutralizzati, ma il costo del denaro aumenterà in misura più decisa. Ad esserne colpiti sarebbero consumi di beni durevoli e investimenti.

Il medico lo sottopone una cura completamente diversa, con vitamine, un “antivirale non tossico” e una proteina: la “TTC”

“DALLAS BUYERS CLUB”, UN FILM DA RIVEDERE

16 Ottobre 2021

C’è un film che vale la pena andare a rivedere, non solo per i suoi pregi artistici, ma perché potrebbe essere un utile strumento di comprensione per la realtà che viviamo in questa epoca. Il titolo è “Dallas Buyers Club”, è stato prodotto nel 2013 e distribuito nei cinema di tutto il mondo, godendo di un ampio consenso di critica, al punto da essere nominato per sei premi oscar nel 2014 e riuscendo a portarne a casa due.

Il film narra la storia realmente accaduta di Ron Woodroof, un elettricista texano che conduce una vita sregolata tra sesso, sbronze e rodei, al quale viene inaspettatamente diagnosticato di essere positivo all’ HIV e di avere davanti a sé solo trenta giorni di vita. Woodroof cerca così di entrare nel programma di sperimentazione della AZT, condotto nell’ospedale della sua città. Non riuscendo ad entrare nel programma si procura il farmaco corrompendo un portantino, ma le sue condizioni continuano a peggiorare finché, dopo essere rimasto privo di sensi, si ritrova in un ospedale clandestino gestito da un medico radiato dall’albo. Il medico lo sottopone una cura completamente diversa, con vitamine, un “antivirale non tossico” e una proteina: la “TTC”.

Nel giro di alcune settimane le condizioni di Woodroof migliorano visibilmente, e poiché i farmaci che sta assumendo non sono approvati dalla FDA, Woodroof decide di intraprendere un traffico clandestino dal Messico al Texas. Nel giro di pochi mesi la clientela aumenta all’ inverosimile. Nel frattempo, all’interno nell’ospedale in cui è in corso la sperimentazione sull’AZT i medici hanno pareri discordanti. Il messaggio della pellicola non potrebbe essere più esplicito: “Le case farmaceutiche pagano l’FDA per imporre i loro prodotti” urla Woodroof ai vertici delle autorità sanitarie nel momento di maggiore tensione del film ” e voi siete terrorizzati che noi possiamo trovare un’alternativa senza di voi”. Alla fine, però, l’FDA riesce a ottenere una modifica della legge che permette alla polizia di smantellare il sistema di distribuzione organizzato da Woodroof e a imporre definitivamente l’AZT, nonostante i pesanti effetti collaterali che il farmaco provoca sui pazienti.

Pur non essendo mai citato nel film, c’è da notare che in quel momento, una delle massime autorità sanitarie negli Stati Uniti era il virologo Anthony Fauci, che allora ricopriva il ruolo di presidente del National Healt Institute e di supervisore delle ricerche sull’AIDS.
A questo proposito, rimase nella storia la lettera aperta che nel 1988 il drammaturgo e attivista Larry Kramer, candidato anche al Pulitzer, scrisse sul Village Voice, il giornale di riferimento della scena alternativa di New York, ecco come iniziava la lettera indirizzata a Fauci:
“Sei responsabile della supervisione di tutti i programmi di ricerca sul trattamento dell’AIDS finanziati dal governo. In nome del diritto, prendi decisioni che costano la vita ad altri. Io lo chiamo omicidio“.
E’ storia di oltre 30 anni, ma purtroppo sembra proprio richiamare alla mente la celebre massima di Antonio Gramsci: “la storia insegna ma non ha scolari”.