Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 23 maggio 2018

Prossimo presente governo verde-oro - mette a soqquadro il pensiero unico politicamente corretto e sono completamenti spiazzati, sbarellano mentalmente

Il nuovo Governo italiano una rivoluzione come la vittoria di Trump

L’establishment europeo si è messo in moto per tentare di fermare l’alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle


E’ impressionante il fuoco di sbarramento contro la formazione del nuovo Governo italiano. In campo sono scesi Commissione europea, ministri, autorevoli giornali internazionali, la maggioranza della stampa italiana e mercati finanziari. A complicare ulteriormente la vicenda vi sono alcune incongruenze (e forse falsità) del curriculum vitae presentato da Giuseppe Conte, che è il Presidente del Consiglio indicato dopo lunghe trattative da Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Quindi, gli ostacoli da superare sembrano ancora molti e probabilmente il finora remissivo Sergio Mattarella rinvierà oppure impedirà addirittura la formazione di questo Governo formato da due partiti anti-sistema Ma perché questo agitarsi?

La posta in palio è enorme. Sia il Movimento 5 Stelle sia soprattutto la Lega e sia il contratto di Governo concluso negli scorsi giorni sono destinati a mettere sotto scacco le fondamenta su cui è stato costruito l’euro e quindi l’intera impalcatura dell’Unione europea. Infatti se Luigi Di Maio e Matteo Salvini non si piegheranno ai diktat di Bruxelles e quindi se rispetteranno i propositi sottoscritti nel Contratto del Governo del cambiamento, l’Italia non solo non rispetterà gli impegni di risanamento dei conti pubblici presi con Bruxelles mandando in crisi l’Unione monetaria europea, ma anche assi portanti della politica estera del Vecchio Continente come le sanzioni contro la Russia di Putin.

La paura dell’establishment è comprensibile, poiché il Governo tra Lega e Movimento 5 Stelle ha connotati “eversivi” rispetto al pensiero unico dominante paragonabili (pur con tutte le dovute differenze) a quelli della Presidenza di Donald Trump. Insomma, rimette in discussione l’ordine fondato sulla globalizzazione, sul predominio dei mercati finanziari, sulla società multiculturale e sulla distruzione dei diritti dei lavoratori.

Come è stato giustamente sottolineato dal filosofo italiano Diego Fusaro, il successo elettorale di Lega e 5 Stelle non puo’ essere letta in base ai criteri della contrapposizione tra destra e sinistra, ma deve essere interpretata come la vittoria del basso rispetto all’alto, ossia la riscossa dei ceti medi e bassi rispetto ai ceti agiati.

E i risultati elettorali italiani sono chiarissimi in merito. Infatti, il Paese con una disoccupazione giovanile a livelli stratosferici, con una disoccupazione elevata e con una prospettiva di lavora basata su lavori precari e a tempo determinato si è ribellato ad una politica economica voluta da Bruxelles che non solo non ha curato le ferite sociali, ma che non è nemmeno ridotto (come era invece nei propositi degli eurocrati) l’enorme debito pubblico, che invece negli ultimi 5 anni è aumentato di ben 300 miliardi di euro.

La terapia che intendono seguire i vincitori delle ultime elezioni è infatti completamente diversa. Per risollevare un’economia italiana, il cui PIL è ancora inferiore a quello di dieci anni fa, propongono interventi che mirano a dare nuovo vigore ad un popolo che è afflitto anche da una profonda crisi di fiducia.

In quest’ottica si muove la riforma fiscale, che è molto discutibile dal punto di vista dell’equità, il reddito di cittadinanza, che corrisponde all’assicurazione contro la disoccupazione in vigore nel nostro Paese, la riforma della legge Fornero, ossia del sistema pensionistico, e altre misure piu’ specifiche. Il tutto dovrebbe costare circa 100 miliardi di euro, che pero’ verrebbe spalmati su cinque anni e quindi aggraverebbero il disavanzo annuo di 20/30 miliardi di euro.

E’ indiscutibile che questo programma di spesa non è compatibile con il piano di risanamento dei conti pubblici stabilito con Bruxelles. Ed è anche chiaro che la violazione di questi vincoli genera una crisi di primaria grandezza per un’Unione monetaria europea ed un’Unione europea già in enormi difficoltà. A tutto questo si aggiunge una politica sull’immigrazione, destinata a mettere in luce tutte le contraddizioni della politica europea, e una politica estera contraria alle sanzioni contro Mosca e quindi non allineata alla russofobia prevalente in Occidente.

Insomma, il nuovo Governo italiano (se vedrà la luce) trasgredirà i cardini di politica economica e di politica internazionale che avrebbero dovuto essere difesi da un’Unione europea chiamata dai perdenti delle elezioni americane a difendere i principi’ del pensiero che ha dominato negli ultimi decenni.

Cosa succederà ora? Impossibile dirlo. Prima di tutto bisognerà vedere se verrà consentita la formazione di questo nuovo Governo. Il fuoco di sbarramento messo in campo non permette di escludere colpi di scena dell’ultima ora. In secondo luogo, bisognerà vedere se Salvini e Di Maio manterranno fede alle loro promesse.

In tal caso ci sarà da capire se Bruxelles e la Banca centrale europea apriranno subito le ostilità o le rimanderanno in attesa di tempi propizi. Lo scontro comunque è destinato ad esserci e dall’esito di questo scontro dipenderà non solo la sopravvivenza della moneta unica europea, ma anche quello dello stesso processo di integrazione europea.

Alfonso Tuor
Redazione | 23 mag 2018 05:26

E' guerra vera ma gli euroimbecilli nascondono la testa nella sabbia, solo il prossimo presente governo verde-oro, grazie Savona, è in grado del Salvataggio Nazionale


Gli Stati Uniti ci stanno facendo a pezzi, ma in Italia non se n’è accorto nessuno 

Le sanzioni contro l'Iran potrebbero costarci 30 miliardi. E chissà quanti ne potremmo perdere con un accordo commerciale tra Cina e Usa. Ma l'italietta bon ton ha deciso che Trump è un cretino, e preferisce svagarsi con Salvini e Di Maio 

23 maggio 2018

SAUL LOEB / AFP 

Mentre l’Italietta bon ton se la spassa discettando di populismo e sovranismo, l’Impero colpisce ancora. Mike Pompeo, il segretario di Stato venuto dalla Cia (dove lascia, come nuovo capo, tale Gina Haspel, ai tempi neocon molto attiva nelle torture e ora infatti confermata in carica con i voti decisivi dei Democratici), annuncia contro l’Iran “le sanzioni più dure della storia”, che potrebbero essere annullate solo se gli ayatollah prendessero gli opportuni provvedimenti. Tipo sparire dalla faccia della terra o convertirsi al buddismo. Alla base del dissidio con l’Iran c’è, com’è noto, l’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015 da Usa, Ue, Russia e Onu. Per quasi tutto il mondo l’accordo funziona e, come minimo, ha sbarrato all’Iran la strada verso il nucleare militare per 15-20 anni. Per tre Paesi è invece un pericoloso disastro. Tre contro tutti, ma nei tre, accanto a Israele e Arabia Saudita, c’è l’Impero, quindi il tavolo salta. Brutto ma gli imperi fanno così.

Nello stesso discorso, però, Pompeo a nome dell’amministrazione americana ha spiegato con chiarezza la sorte che attende noi: “Capiamo le difficoltà finanziarie ed economiche che ciò impone ai nostri amici, ma dovete sapere che riterremo responsabile chi farà affari proibiti con l’Iran. So che gli europei vogliono conservare l’accordo nucleare ma ora sanno qual è la nostra posizione”.

È bellissimo. Perché Pompeo, quando parla di “affari proibiti”, intende gli affari proibiti dagli Usa e dalle sanzioni da loro decise, non affari illeciti o criminali in assoluto. 5 miliardi di effettivo interscambio commerciale, altri 25 tra protocolli e intese già firmati e da implementare. Per dare un’idea: 30 miliardi era il valore della Legge di stabilità italiana del 2018.

È l’Impero, insomma, che decide che cosa possiamo fare e con chi. All’Italia, che con la Germania è il primo partner commerciale europeo dell’Iran, lo scherzetto delle sanzioni potrebbe costare 30 miliardi

L’Unione Europea sta affannosamente cercando di trovare il sistema per annullare l’effetto delle sanzioni Usa sulle imprese europee. Per esempio, autorizzando pagamenti diretti alla Banca centrale dell’Iran per le forniture di petrolio. Ma una grande azienda europea che opera anche negli Usa potrebbe accettare di sacrificare il mercato americano per conservare quello iraniano? E ci sono politicanti come il presidente francese Emmanuel Macron che hanno già detto di non volere una guerra commerciale con gli Usa. Quindi…

L’Italietta bon ton, comunque, non ama occuparsi di queste cose. Ha deciso che Trump è un idiota ed è contenta così. Non si domanda se, in presenza dell’idiota, qualcuno governi comunque gli Usa, ed eventualmente chi sia. Perché questo Qualcuno ci fa ingoiare palate di m… a getto continuo.

Solo qualche esempio. Novembre 2017: Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato e quindi funzionario della politica Usa visto che gli Usa pagano il 75% delle spese Nato, convoca a Bruxelles i ministri degli Esteri dell’Unione e dice loro: cari signori, i vostri Paesi dovranno rimodernare ponti, strade, ferrovie, autostrade e aeroporti per adattarli alle necessità belliche e al traffico di carri armati e mezzi pesanti quando ci sarà la guerra. Che sarà ovviamente, aggiungiamo noi, contro la Russia. E nessuno dei presenti che l’abbia mandato a quel paese.

L’Italietta bon ton, però, ha altro a cui pensare. C’è il populismo, c’è il sovranismo, mamma li turchi. E dopo Trump l’idiota ha trovato Salvini il bruto e Di Maio il pezzente con cui svagarsi

Primi di marzo 2018: Trump (o chi per esso) annuncia dazi sulle importazioni americane di acciaio e alluminio dall’Europa, generate soprattutto da Francia e Germania. Panico a Berlino e Parigi. Merkel e Macron si precipitano a Washington ma nel frattempo, per tener buono l’Impero, acconsentono a tutto: “caso Skripal” e vai con nuove sanzioni contro la Russia; bombardamenti (forse chimici, forse no) a Douma e corrono a colpire la Siria. L’Italia, così disciplinata da aprire i propri aeroporti al trasporto delle bombe che servono ai sauditi per massacrare civili nello Yemen, fa la parte sua: quella del servo, mandando gli aerei a scortare quelli americani che attaccano la Siria.

L’altro giorno. Dopo aver polemizzato sulle relazioni economiche (fortemente sbilanciate a favore della Cina, in attivo di 375 miliardi) ed essersi imposti dazi a vicenda, Usa e Cina sembrano avviati sulla strada dell’accordo commerciale. Perché picchiarsi tra colossi quando ci si può rifare sui medi e sui piccoli? Il capro espiatorio sarebbe di nuovo l’Unione Europea, perché la Cina potrebbe comprare di più negli Usa (e quindi meno in Europa) e gli Usa completare il riassestamento della bilancia imponendo dazi sulle importazioni europee. Senza contare i vantaggi politici (vedi per esempio Corea del Nord) che il patto tra giganti comporterebbe in un’area cruciale del mondo come l’Asia e nel Mar cinese meridionale dove transita un terzo del traffico commerciale marittimo del mondo. L’Italietta bon ton, però, ha altro a cui pensare. C’è il populismo, c’è il sovranismo, mamma li turchi. E dopo Trump l’idiota ha trovato Salvini il bruto e Di Maio il pezzente con cui svagarsi. A fronte di questo suicidio politico e morale, condito di un’arroganza intellettuale da record, la vera domanda è: come mai, da noi, sovranisti e populisti non sono già al 90% dei voti?

Gaza la prigione a cielo aperto - e ora dopo la strage un pò di riposo per ricominciare a uccidere come prima più di prima

Pubblicato Mercoledì, 23 Maggio 2018 07:00


Gaza, la frontiera dei popoli
Gaza: la polveriera pronta ad esplodere

di Diego Grazioli

C'e' chi l'ha definita una prigione a cielo aperto, come l'ex Primo Ministro inglese David Cameron, c'è chi la chiama Hamastan, "la terra di Hamas", come buona parte dell'opinione pubblica israeliana, c'e' chi la rivendica nella propria sfera d'influenza, come l'Egitto. Fatto sta che la cosiddetta Striscia di Gaza, dalla fine del mandato britannico nel 1948, e' un territorio a se' stante, incuneato tra la penisola del Sinai ed Israele e bagnato per un centinaio di chilometri dal Mar Mediterraneo.

I problemi della Striscia pero' non sono di carattere geografico ma di ordine politico e soprattutto demografico. Questa importante entità dello Stato di Palestina e' governata dal 2007 da Hamas, il gruppo irredentista palestinese da sempre costola della "famiglia della Fratellanza Musulmana" avversario della leadership dell'ANP con sede a Ramallah, in Cisgiordania.

Uno status che di fatto la rende una polveriera pronta ad esplodere, come e' recentemente successo in occasione del trasferimento della sede della rappresentanza diplomatica statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme lo scorso 14 maggio. In quel giorno di fuoco infatti, migliaia di persone, per la maggior parte ragazzi, visto che meta' dei quasi due milioni di abitanti della Striscia ha meno di 30 anni, si e' scagliata contro le reti di protezione che la dividono da Israele, determinando la reazione dei militari della Stella di Davide che hanno sparato ad altezza d'uomo lasciando sul terreno oltre 60 manifestanti, tra i quali anche una bambina di 8 mesi intossicata dai gas lacrimogeni. Una provocazione per il governo Netanyhau, che per giustificare la reazione del suo esercito, ha parlato di grave violazione alla sicurezza dei propri confini nazionali, visto peraltro che Hamas e' considerato un gruppo terroristico dalla comunità internazionale.

La strage di Gaza e l'inaugurazione dell'ambasciata USA a Gerusalemme sta determinando un vero sconquasso diplomatico nella regione. Come c'era da aspettarsi, in questo contesto geopolitico, la reazione più veemente e' arrivata dal Presidente turco Recep Tayyp Erdoganche ha sospeso le relazioni diplomatiche con lo Stato sionista, richiamando in patria il proprio ambasciatore e chiedendo che Israele venga portato davanti alla Corte Penale Internazionale per i diritti umani per rispondere del proprio comportamento. Una linea non condivisa pero' dalla Lega Araba che per ora si e' limitata a condannare le violenze del 14 maggio auspicando che venga istituita una commissione d'inchiesta indipendente che indaghi sui recenti fatti di Gaza. Una posizione condivisa anche dalle Nazioni Unite, il cui Consiglio per i Diritti Umani ha votato a maggioranza una risoluzione che auspica che si faccia luce al più presto sulla vicenda.

Più sfumata, ma forse destinata ad essere maggiormente efficace, la "diplomazia sotterranea" intrapresa dal Presidente egiziano Nabil Fattah al-Sisi. Il leader del Cairo ha proposto una tregua, in arabo hudna, con il consenso dei capi di Hamas che controllano la Striscia e l'aiuto economico di alcuni paesi arabi, a cominciare dal Qatar, che possano mettere a disposizioni fondi che migliorino le condizioni di vita degli abitanti di Gaza, stemperando così anche le tensioni politiche. Per mettere a punto questa strategia il Generale ha invitato al Cairo, nei giorni immediatamente successivi alla strage del 14 maggio, il capo di Hamas Yahya Sinwar ammonendolo della capacita' di Israele di intraprende azioni mirate contro i leader del movimento islamico e dandogli garanzie riguardo al ricovero dei feriti più gravi negli ospedali egiziani. Al contempo al-Sisi si sarebbe impegnato anche nel potenziare gli indispensabili rifornimenti di beni di prima necessità attraverso i tunnel che collegano Gaza all'Egitto in corrispondenza del valico di Rafah, da sempre indispensabile linea di approvvigionamento per gli abitanti della Striscia.

Una soluzione che avrebbe avuto anche il via libera di Tel Aviv, consapevole del fatto che se la leadership di Hamas dovesse saltare, il suo posto verrebbe preso non dall'ala moderata e pragmatica dei politici di Gaza ma dai gruppi salafiti vicini all'ISIS, con l'inevitabile peggioramento di una situazione già degradata.

Il Sistema politico mafioso massonico è ben saldo e detta legge, ramificato in tutta l'Italia

Mafia, politica, massoneria e servizi segreti: ecco l’inchiesta che svela lo Stato parallelo

La “superassociazione”, scoperta dal pm Giuseppe Lombardo, raccontata in un'esplosiva informativa della Dia. Gestione di latitanti, depistaggi, appalti e nomine ad altissimi livelli. Trame oscure che lambiscono pure il Vaticano

di Consolato Minniti 
mercoledì 23 maggio 2018 
09:00


Una superassociazione con all’interno un ruolo fondamentale della ‘ndrangheta che, però, ne rappresenta solo una componente. Un sistema economico-finanziario-criminale di livello internazionale che vede pezzi di imprenditoria di prim’ordine, uomini politici, esponenti dei servizi deviati e massoni inglobati in un unico grumo di potere in grado di mettere su quello che gli investigatori hanno denominato “Lo Stato parallelo”. È questo il titolo della mastodontica informativa depositata nei giorni scorsi dal procuratore aggiunto della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, al processo “Breakfast” e che è già in possesso del collegio difensivo da diversi giorni. Il procedimento vede sul banco degli imputati, fra gli altri, l’ex ministro dell’Interno, Claudio Scajola e la moglie di Amedeo Matacena junior, Chiara Rizzo, con l’accusa di aver agevolato la latitanza dell’ex parlamentare che, ancora oggi, si trova latitante a Dubai. Matacena, infatti, deve scontare una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Ed è proprio grazie a questa sofisticatissima rete di contatti che l’uomo politico di Forza Italia è riuscito a garantirsi – almeno per il momento – l’impunità.

Questa “superassociazione”, scrivono gli investigatori, è un «sistema associativo che ha indubbi caratteri di originalità, idonei a differenziarlo significativamente dalle cosiddette “organizzazioni criminali tradizionali”, trattandosi di una struttura sostanzialmente occultae correlata da un rapporto di corrispondenza biunivoca sotteso ad estendere le potenzialità del sodalizio di tipo mafioso in campo interno e internazionale».

Le indagini sono ancora in corso e l’informativa non fa cenno a persone iscritte per i fatti specifici cui si riferisce il documento depositato. Emergono, invece, contatti, cointeressenze, amicizie, relazioni, affari che hanno una loro intrinseca rilevanza al di là dell’aspetto della rilevanza penale.

Il ruolo di Vincenzo Speziali

Perno di questo sistema relazionale è sicuramente Vincenzo Speziali, imprenditore che ha patteggiato la condanna, per il reato di procurata inosservanza di pena. Emissario libanese che, nei progetti di Scajola, avrebbe dovuto provvedere al trasferimento di Matacena da Dubai verso il Libano, stante il suo rapporti di parentela con Amin Gemayel, l’ex presidente libanese, zio dell’imprenditore.

Ma il sistema su cui sta ancora indagando la Dda di Reggio Calabria ha una parte ancora sconosciuta che ha permesso, fra le altre cose, la latitanza e la schermatura dei beni di Matacena. Ed è proprio da questo evento così come dalla rete che ha gestito la latitanza di Dell’Utri che viene fuori l’impronta di questa superassociazione. Che, però, ha allungato i suoi tentacoli anche su appalti delle imprese italiane all’estero, con particolare riferimento al Libano.

Massoneria vincolo indissolubile

Ma cosa riesce a tenere insieme grandi consigli d’amministrazione, servizi segreti, politici, ‘ndrangheta e aderenze persino in ordini cavallereschi vicini al Vaticano? Quel vincolo massonico che, nella prospettazione degli inquirenti, si connota come una loggia in grado di rappresentare la continuazione della P2. A parlarne diffusamente è il pentito Cosimo Virgilio (profondo conoscitore del mondo interno massonico per averne fatto parte, nonché di quello ‘ndranghetistico) che, nelle sue dichiarazioni, fa riferimento al passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. «Cioè quando si andò a disfare il vecchio sistema cosiddetto della vecchia Repubblica, e… ognuno si cercò di muovere (…) il vecchio potere cambiò l’etichetta, cambiò le vesti ma alla fine era sempre lo stesso concetto». E fra i nomi che emergono dalle dichiarazioni del pentito, spunta anche quello di una famiglia che, con la vicenda Matacena e Scajola, ha già avuto diversi punti di contatto: i Pizza. Soprattutto i fratelli Giuseppe e Massimo.

Pizza, Gemayel, Dell'Utri e le cene romane

Il primo è personaggio molto noto nell’ambito politico. Giuseppe Salvatore Pizza, detto “Pino”, infatti, è colui che detiene ancora oggi il diritto all’utilizzo del simbolo storico della Democrazia cristiana. Ed è proprio in quel partito che ha costruito le sue fortune politiche. Lui, reggino d’origine, infatti, è stato anche sottosegretario del Governo Berlusconi. Ed è in casa della sua compagna che, fra il 2013 ed il 2014, avvengono diverse cene alla presenza di importanti personaggi come Marcello Dell’Utri, Emo Danesi, ex democristiano e piduista, ma anche pezzi di rilievo dei settori diplomatici, italiani ed esteri, immobiliaristi e faccendieri. Oltre a capi di Stato. Uno su tutti: Amin Gemayel. Proprio colui il quale avrebbe dovuto occuparsi della latitanza di Dell’Utri e che, come confermato tanto da Danesi quanto da Pizza, l’ex senatore incontrò nel corso di una cena. Pizza, infatti, riferisce agli investigatori che in una prima occasione «Gemayel e Dell’Utri durante le loro conversazioni in lingua francese si davano del tu», mentre in un secondo caso, ben più probante dal punto di vista investigativo, disse di avere sicurezza che «Gemayel e Dell’Utri si sono appartati per parlare». Ma perché Gemayel si sarebbe interessato così tanto alle vicende Dell’Utri e Matacena? La sua popolarità in Libano era in discesa e per lui era fondamentale ottenere appoggi internazionali che potessero dargli maggiore credibilità. In tutto ciò, non sfuggono anche alcuni appalti assai appetibili da parte di imprenditori italiani con occhi e orecchie verso il Libano. Come confermato anche da Danesi in sede d’esame al processo, il progetto di costruire un’autostrada rappresentava una ghiotta opportunità d’affari. Ma a quelle cene emergono anche altri nomi di un certo rilievo come quello dell’ex ministro Sergio Billè. Fu lui a rivolgersi, per il tramite di Speziali, ad uno dei presenti, il banchiere Robert Sursock della Gazprombank, chiedendo di poter permettere all’amico immobiliarista Stefano Ricucci, di poter avere delle linee di credito all’estero. Operazione che non andò a buon fine, nonostante delle lettere di “patronage” di particolare rilievo.

Pazienza e la cena dal boss Araniti

Ma tornando a Pino Pizza, sembra proprio che questi se ne intenda non poco di cene di un certo rilievo. A parlare di un evento che lo vide protagonista è niente meno che il noto Francesco Pazienza, personaggio al centro delle più oscure trame d’Italia e condannato per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna. Ebbene, Pazienza riferisce agli investigatori che intorno al 1980 o 81, quando lui era già collaboratore del Sismi, Pizza lo invitò in Calabria e «siccome non ero mai stato in Calabria, da Roma andammo in Calabria e vidi che lui era amico dei De Stefano all’epoca e soprattutto di Domenico detto Mimmo Araniti di Sambatello. Domenico Araniti l’ho conosciuto perché fecero una grande cena quando sono stato giù… sono stato 36 ore e fecero una grande cena in onore di Pino Pizza… Sambatello mi ricordo era un paesino». Pazienza fa riferimento anche ad altre persone da lui conosciute: «Mi presentò anche Don Stilo, era a Africo Nuovo, mi ricordo che andammo a pranzo da Don Stilo e la cosa che mi meravigliò moltissimo e che la racconto anche come aneddoto di quello che può succedere in questi posti». Pazienza narra, in sintesi, che l’aereo che lui doveva prendere da Reggio, partiva alle cinque del pomeriggio. Alle 3 erano ancora a tavola dal sacerdote. «Lui ha preso il telefono… l’aereo mi ha aspettato. L’aereo dell’Alitalia mi ha aspettato… io sono arrivato con due ore di ritardo e c’era l’aereo fermo che mi aspettava, come un jet privato».

Ai funerali di Gambino

Il racconto di Pazienza tocca anche gli Stati Uniti ed un singolare episodio. Il funerale di Tommasino Gambino a New York. A portarlo, afferma Pazienza, fu proprio Pizza. «Lui era un tramite, un… questo personaggio calabrese di cui non conosco… non mi ricordo il nome, e tramite questo e… imprenditore Gigi Vazzana era in buon… questi signori erano in buona relazione con Don Saro di Mario, era lo zio di Nino Inzerillo, parente dei Gambino negli Stati Uniti. Quando andammo a fare quel viaggio c’era Tommasino Gambino, il padre di Joe Gambuno che era morto, allora lui mi disse devo andare a questo funerale e compagnia cantante… allora io comprai un cappello grosso così… gli occhiali neri… perché io sapevo che saremmo stati fotografati tutti da… dall’Fbi… almeno io … ah… ah… non mi faccio riconoscere!».

Massimo Pizza e la struttura “Gladio”

E se Pazienza è persona che afferma di aver collaborato con i servizi di sicurezza ed è dimostrato che abbia avuto rapporti con Pino Pizza, l’altro fratello di questi, Massimo, rappresenta sicuramente un elemento sul quale la Dia si è soffermata parecchio. Lui stesso, infatti, ha dichiarato al pm Lombardo di aver collaborato con la VII divisione del Servizio di sicurezza Sismi, ossia quella struttura segreta “Gladio”, poi coinvolta in una serie di fatti di particolare rilevanza. Massimo Pizza, fra l’altro, risulta essere stato coinvolto anche nell’inchiesta “Sistemi criminali” che aveva fra gli indagati pure Licio Gelli, assieme ad esponenti di Cosa nostra siciliana e della ‘ndrangheta calabrese. Proprio in tale contesto, Pizza fu definito come agente “Polifemo” a capo della sezione K dell’ex Sismi. Di professione mediatore finanziario, titolare della Morris srl, Pizza è «soggetto poliedrico coinvolto in diverse e complesse indagini che lo hanno sempre accostato ad ambienti massonici o dei servizi segreti deviati». Ex carabiniere ausiliario, «ha pregiudizi di polizia», annotano gli uomini della Dia, per diversi reati. Secondo quanto documentato questi conduce una “vita parallela”. Tuttavia, egli stesso, proprio nell’inchiesta “Sistemi criminali” ha spiegato di non aver mai fatto parte dei servizi di sicurezza. Dall’indagine della Procura di Potenza, in cui lo stesso Pizza è finito, emerge il suo stretto rapporto con Fausto Del Vecchio, sottufficiale dell’Arma, già in servizio al Sisde, ma soprattutto – come da lui stesso riferito – “braccio destro di Bruno Contrada”, fino al momento del suo arresto.

Chi è davvero Massimo Pizza?

La sintesi di tutto ciò si può avere nelle considerazioni che la Dia fa, al termine di una lunghissima analisi dedicata proprio a Massimo Pizza. Di lui scrivono: «Soggetto di straordinaria pericolosità, è alla continua ricerca di strumenti di promozione dei suoi prodotti pseudo finanziari, che da anni propina alle sue vittime, alcune sempre le stesse, risultando attento fruitore di notizie ed informazioni che scaturiscono dalla conoscenza e soprattutto dalla frequentazione decennale sia di soggetti che ricoprono ovvero hanno ricoperto incarichi istituzionali nell’apparato statale, e in particolare nei Servizi Segreti, sia di uomini di affari, soggetti finanziari ed imprenditori di altre nazioni». L’interrogativo di fondo è dunque il medesimo: Pizza è solo un soggetto che si occupa di questi affari o rappresenta qualcosa di più all’interno di quella superassociazione di cui si è parlato?

1. continua

La Salvezza Nazionale costringerà l'euroimbecille Mattarella ad avere Paolo Savona al Ministero dell'Economia nel prossimo presente governo verde-oro

"L'euro è una gabbia tedesca". Il Colle è inquietato da Savona

L'economista, teorico dell'Italexit, tuona contro la Ue e l'euro. A Mattarella non piace. Ma Salvini: "Non temiamo i suoi veti" 

Andrea Indini - Mar, 22/05/2018 - 10:31



In queste ore Sergio Mattarella sta seguendo da vicino la formazione del futuro governo gialloverde. E i nome che stanno girando tra i corridoi della politica non lo convincono affatto. A partire da Paolo Savona che, stando ai desiderata di Matteo Salvini, dovrebbe andare al ministero dell'Economia. Una scelta che darebbe al nuovo esecutivo una marcata impronta anti europea. La filosofia dell'economista, già ministro dell'Industria con Carlo Azeglio Ciampi, è racchiusa in un libro che sarà nelle librerie nei prossimi giorni. "L'euro è una gabbia tedesca, adesso serve un piano B", si legge in uno degli stralci pubblicati oggi dalla Stampa a sostegno dei dubbi avanzati da Mattarella.

Gli anni Novanta, quando Ciampi era a Palazzo Chigi, sono lontani. Era un tempo in cui anche Savona, che al tempo sedeva al dicastero dell'Economia, aveva dato credito all'Unione europea. Adesso è tutto cambiato. La sua posizione si è fatta sempre più critica e l'avversione per i tedeschi è diventata via via sempre pià radicata. "La Germania non ha cambiato la visione del suo ruolo in Europa dopo la fine del nazismo, pur avendo abbandonato l'idea di imporla militarmente - si legge in uno stralcio della sua autobiografia - per tre volte l'Italia ha subito il fascino della cultura tedesca che ha condizionato la sua storia, non solo economica, con la Triplice alleanza del 1882, il Patto d'acciaio del 1939 e l'Unione europea del 1992. È pur vero che ogni volta fu una nostra scelta. Possibile che non impariamo mai dagli errori?".

A preoccupare il Colle non sono le competenze di Savona ma, come fa notare anche l'Huffington Post, le sue posizioni sulla monetica unica, "una creatura biogiuridica costruita male". A suo dire l'euro avrebbe creato fragilità strutturali che sarebbero state aggravate, durante gli anni Novanta, dalla scelta di entrare nella "gabbia europea" dove "le élite illudono i popoli". Pur sapendo che l'Italia non era ancora pronta, l'allora premier Ciampi avrebbe preferito andare fino in fondo per non rimanere fuori dal tavolo europeo. "Invece (la situazione, ndr) è peggiorata - si legge ancora - e (l'Italia, ndr) è scivolata in una nuova condizione coloniale, la stessa sperimentata dalla Grecia". "L'euro - continua - ha dimezzato il potere d'acquisto degli italiani, anche se le autorità lo negano".

Nell'autobiografia Savona arriva anche a teorizzare l'Italexit, la fuoriuscita dell'Italia dalla moneta unica. "Il divieto costituzionale di referendum sull'Unione europea e sull'euro - fa notare - è la più chiara violazione dei principi democratici". "Dietro il paravento della liberaldemocrazia, c'è una concezione sovietica. La conseguenza è un fascismo senza dittatura e, in economia, un nazismo senza militarismo", continua Savona secondo cui "battere i pugni sul tavolo non serve a niente". "Bisogna preparare un piano B per uscire dall'euro se fossimo costretti, volenti o nolenti, a farlo". Una posizione che a Mattarella, appunto, non piace. Da qui l'idea di mettere un veto sul suo nome. Anche se Salvini è già stato sin troppo chiaro: "Non temiamo i veti del Quirinale".

Mass media, cani che schiumano rabbia, rancorosi rabbiosi per anni si sono dimenticati di quello che Renzi ha fatto, erano tutti ad osannarlo. Servi erano servi sono

Processo Renzi-Maiorano: domani nuova udienza

martedì 22 maggio 2018 ore 08:24 | Cronaca


L'accusa è diffamazione ai danni dell'ex sindaco

Il giorno 23 maggio 2018 alle ore 10:00 al tribunale di Firenze riprende il processo intentato su querela di Matteo Renzi al dipendente pubblico Maiorano.

"La nostra speranza che Renzi non avendo oggi più impegni istituzionali venga a farsi interrogare dal giudice e dal mio avvocato Taormina" dichiara Alessandro Maiorano, che ha visto rinviare diverse udienze precedenti a causa dell'impossibilità dell'ex sindaco di essere presente a Firenze.

L'ex segretario del Partito democratico aveva dato mandato all'avvocato Bagattini di Firenze di sporgere querela contro l'ex dipendente del Comune, che contro di lui lancia accuse sull'uso discrezionale di soldi pubblici e la presenza di escort a Palazzo Vecchio

Prossimo presente governo verde-oro - L'euroimbecille Mattarella sapeva che i branchi dei cani schiumanti rabbiosi, ringhiosi rancorosi livorosi dei mass media si sarebbero scatenati e il la l'avrebbero dato gli statunitensi che non possono sopportare un'Italia libera, autonoma ed indipendente, per questo ha consumato/consuma tempo



L’imbarazzante sciacallaggio mediatico su Giuseppe Conte
Giuliano Ciapparelli
May 22, 2018

Da quando é stato reso pubblico il nome di Giuseppe Conte quale possibile nuovo Presidente del Consiglio si é avviato un vero e proprio sciacallaggio mediatico che non ha risparmiato nemmeno una riga della vita professionale del candidato M5S e Lega.
In Italia non abbiamo mai mosso un dito per verificare nemmeno uno dei pregiudicati che lo hanno preceduto sulla stessa poltrona e oggi vogliamo gridare allo scandalo per una “facile” e leggera interpretazione del suo cv?
E’ stato insabbiato di tutto in questi decenni di Repubblica Italiana e oggi gli stessi occultatori di cattive abitudini si mettono seduti in disparte a giudicare chiunque passi davanti.
Lo capiamo, se così non fosse nessuno più li ascolterebbe e nessuno più leggerebbe i loro giornali.
Ma così non fanno che confermare la loro stessa natura di “voci di partito”, questa volta tutti insieme dallo stesso pulpito, a dichiarare un giudizio universale che aveva il compito di distogliere l’attenzione da tutto il resto e attirarla solo su ciò che loro dicono che deve avere importanza.
Sono anni che controllano la nostra stessa informazione, e per farlo si prendono i soldi dalle tasche degli italiani attraverso un contributo che nessuno vuole più dar loro, a parte i loro stessi padroni che senza i nostri contributi forzati chiuderebbero domani mattina.
Perché l’Italia non aveva bisogno di una politica corrotta, figuriamoci se nell’era del web sente il bisogno di una stampa manipolata e controllata.
All’estero sono tutti preoccupati per le scelte politiche in Italia? Ma dove lo state rilevando questo dato?
Da un sondaggio presso una casa di cura di Arcore? O magari in Mediaset o nelle redazioni di Cairo Editore o in quelle di RCS, dove sempre Cairo decide…
No, non rispondetemi dal giornale finanziario straniero della famiglia Agnelli…
Insomma, l’informazione italiana che ha ritenuto poco rilevante parlare di Banca Etruria e famiglia coinvolti al governo, l’informazione che non vuole dare valore alcuno ai carichi pendenti, considerandoli spesso un optional indispensabile per andare a governo e non per non poterci andare, la stessa informazione oggi controlla il cv del Sig Conte???
Si capisce che tutti quanti della vecchia “maniera” sono terrorizzati dal cambiamento.
Ma anche senza questo cambiamento Mondadori (fam. Berlusconi) venderebbe ad un editore dei Paesi dell’Est (senza alcun credito e senza ragione) due testate storiche. Il Corriere parlerebbe di esuberi e non pochi, nonostante la cura Cairo che riporta in attivo qualsiasi “cosa” editoriale tocchi e l’Unità sarebbe sempre venduta all’asta tra una confezione di salami e un’affettatrice; esatto la stessa Unità che il governo Renzi ha fatto fallire per far ripartire e far fallire nuovamente infilando i soldi dei contributi governativi rubati negli anni di nuovo dentro agli italiani, ma non proprio passando dalle tasche.
Ma perché i soli a non avere tanta paura di questo cambiamento sono la stragrande maggioranza degli italiani?

http://www.editorialeitaliano.it/limbarazzante-sciacallaggio-mediatico-su-giuseppe-conte/

martedì 22 maggio 2018

Alceste il poeta - Il vuoto avanza e inghiotte il nulla che stiamo vivendo

Il mondo che abbiamo perduto

Giochi a Trastevere. Dall'album "Roma sparita"

Roma, 22 maggio 2018

Ivan Karamazov. "Io, vedi, sono un appassionato e un collezionista di certi fatterelli, e me li appunto e ne faccio raccolta di sui giornali e dalla viva voce, comunque me ne venga il destro, cosicché d'un certo genere di piccoli aneddoti posseggo ormai una buona collezione".

Fatterelli. Sì, ormai vivo per i fatterelli. Le inscrivo, tali pinzellacchere, nel cerchio fetido d‘una basilare interpretazione: il mondo attuale è il mondo di appena ieri, ma al contrario. Il mondo al contrario. E tutto va a posto. È così. Fatti, aneddoti, rivendicazioni, slogan. Non si ha da essere cristiani per capire che la croce al rovescio è il simbolo dei tempi a venire, insomma. La croce del sabba è solo uno dei simboli dell'inversione universale. Ogni sincero ateo dovrebbe convenirne.

Sutter Cane. I fatti e gli aneddoti in sé sono ridicoli. Degni delle nostre risa. Eppure, nella loro evidente, violenta, sopraffazione, assolutamente spaventevoli. Come nell’ultima scena de Il seme della follia in cui il protagonista, a rivedersi sullo schermo mentre cerca di impedire la dissoluzione del mondo a opera di Sutter Cane, prima trasecola, poi ghigna incredulo, quindi ride, con fare sempre più liberatorio, irresistibilmente, sino alle plaghe in cui si cede alla disperazione estrema.

Nuovi tempi. Basilica di San Giovanni in Laterano come discoteca per migranti. La cattedrale della Diocesi di Roma, retta direttamente dal Papa. La Festa dei Popoli: ma quali popoli? “Earth Day Italia sarà presente alla XXVII edizione della tradizionale Festa die Popoli, organizzata dall’Ufficio Migrantes della Diocesi di Roma e dalla Caritas di Roma in collaborazione con le comunità cattoliche etniche, con impresa Sant’Annibale Onlus e con numerose realtà impegnate sul tema delle migrazioni“. Ecco, forse ora ci siamo. Balli etnici e tribali all’interno della Basilica. I Trinca Bongo fanno baldoria. Una festa. Più una balera che una chiesa, via. Nessuno ha da ridire, per carità. Un fatterello, un aneddoto.

Cosa ne vogliamo inferire? Che Bergoglio, il gesuita col nome da francescano, è un imbecille? No, non lo è. Bergoglio, in nome del Potere, ha stretto un nuovo Patto, epocale, con le forze del non essere e dell’autodistruzione (sono le parole, esatte, del Grande Inquisitore di Dostoevskij). Anche di potere si tratta. Egli liquida la propria tradizione come una carabattola usata per servire il Costantino di un nuovo Impero, l'Impero del Nulla. Entrare in una nuova era con le stimmate dei dominatori liberandosi del Cristianesimo! Un vero atto gesuitico! Eppure è così.

Nuovi tempi/2. Nella Cappella di San Giorgio, il Principe Harry sposa Meghan Markle, di madre africana, già divorziata, attricetta di Hollywood. Il sangue dell’aristocrazia s’ha da rinnovare. Qualche opinionista insinua: Elisabetta è stata umiliata. Tale considerazione rivela la poca comprensione dei tempi attuali. Elisabetta II, come Bergoglio, in nome del Potere, non fa altro che acconciarsi al Patto con l'Imperatore del Nulla. Nella Cappella di San Giorgio irrompono cori gospel e scemenze da Blues Brothers; individui spietati come Carlo d’Inghilterra e Filippo di Edimburgo chinano benignamente il capo. Per la pagliacciata ecumenica si recluta anche Michael Curry, vescovo di Chicago: un ciarlatano alla James Brown, più bravo a dirigere le Supremes che a estrarre sillogismi; eppure, lì dentro, era il reale trionfatore. Lui, il cavallo di Troia del Nulla, assoldato dall’Imperatore stesso, felice come può esserlo un belinone usato per uno scopo ben preciso; tanto più felice quanto più ignaro del contesto. Presto verrà gettato nell’immondizia come tutti gli agenti provocatori, ma intanto se la ride. C’era anche un tizio bianco alla funzione; ignoro se fosse vescovo, o un sacerdote lì di passaggio per pulire le piastrelle. L’ho intravisto un attimo: pareva un reietto, uno di troppo; qualcuno che intuisce che il proprio tempo è scaduto.
In uno dei mirabili raccontini de Il Novellino un giovane interroga due individui:
Ecco il primo: "Uno, che aveva il cuore più ardito e la faccia più tranquilla, si fece avanti".
Il secondo: “Una persona d’aspetto nobile che aveva una faccia timorosa e stava più indietro che l’altro. Non così arditamente disse ...“
Il primo è un mercante, molto ricco; il secondo un re. Il Novellino, raccolta nostalgica di favole, vuol dirci che il tempo dell’aristocrazia è, di fatto, finito; s’avanza il borghese, iattante e sfrontato. I re si tirano indietro. Qualcuno d‘essi, pur di resistere, si farà mercante o banchiere. Il tempo della bontà degli "antiqui huomini", però, era già chiuso.
Dante, col suo Carlo Martello, ne fu nostalgico cantore, al pari di Ariosto, Tasso e Cervantes.

Cannes. Altro giro, altro aneddoto. A Cannes trionfano i diversi. Tanto per cambiare. Asia Argento mostra il dito medio: basta, mai più Weinstein. Anche Besson è nei guai. Pure Alceste potrebbe finirci, se continua così.
Vince la Alice Rohrwacher, con la storia di uno scemotto; poi c’è il canaro poveraccio, interpretato da un altro poveraccio che viveva in una discarica; rileva, quindi, inevitabile, la solita famiglia giapponese scoppiata, col segreto inconfessabile; indi un negro infiltrato nel Ku Klux Klan. Mai una cosa dritta, una luce benigna, una estate di Kikujiro a sfondo lieto. Oppure un’opera che ragioni de le superne cose de l’etternal gloria. E per fortuna non c’era quel gatto nero di von Trier. Il desolato, lo slavato, il vuoto, l’informe, il piccolo, il disarmonico piantano continuamente i loro vessilli su tutti i cocuzzoli disponibili. Ciò che è pieno, positivo, ricco, debordante, gioioso, nella disperazione e nelle impennate di felicità che proprio la disperazione riesce a dispensare – tutto questo è rifiutato, visto con sospetto: tutto questo è razzista. La minoranza dei diversi governa esteticamente sulla maggioranza; per colpevolizzare la maggioranza; chi non pensa che uno storpio sia artistico, insomma, è filonazista. O pazzo. A me andrebbe pure bene; se non che tale nuova arte è di una povertà raggelante. Esaurisce sé stessa nel messaggio corretto. O nel compiacimento del brutto e del disagio. Al di là dell‘arroganza dei buoni non c’è nulla. 

Il Grande Inquisitore. Il fascino del non essere e dell’autodistruzione, ecco cosa si cela dietro all’inversione dei poli naturali dell’umanità. Bergoglio, Elisabetta II, Cannes rendono onore a tale precessione degli equinozi morali. Ci attende l’inorganico come ideologia; il feudalesimo come politica. Il non essere attende a fauci spalancate da sempre. Una nuova definizione del "bello": trincea contro l’informe. La civiltà come reazione al Nulla protozoico che ci reclama biologicamente da quattro miliardi di anni. Ora è qui.

Chartres. Cosa significa tanto spreco? Capitelli, volute, fondi pittorici, levigature, colonnine a fascio, meticolosi appiombi, nervature, volte monumentali, sbalzi, ornamenti, graniti, ori, marmi lungamente ricercati. Perché un artigiano sprecava giorni per scolpire una foglia e della frutta su una singola forchetta? Cosa abbiamo qui? Perché l’utilitarismo era disdegnato, al pari del commercio? Perché tali insorgenze, filtrate lungamente da decine di migliaia di anni di artigianato, costituivano il Vallo di Adriano a protezione dell’umanità stessa. Son bastati trent’anni di sfrenato Jeremy Bentham e compagnia per ridurci ai negozi cinesi che puzzano di diossina.
Perché la cattedrale di Chartres? Perché è bella? Lo è, e tutti, istintivamente, debbono riconoscerlo poiché sta come una maschera apotropaica contro il mostro primordiale che ci rivorrebbe a sé: il Nulla.
Ogni scrittore definitivo ripete tale favola. Il dionisiaco reclama il Nulla, ma l’apollinea potenza dorica lo neutralizza componendolo nella suprema forma d’arte antica: il teatro greco. I Grandi Antichi di Lovecraft dormono per milioni di anni: il loro risveglio coincide con la dissoluzione del mondo: solo qualche studioso, pio e apollineo, può sconfiggerli; il Maëlstrom di Poe; l’istinto di morte di Freud; la Bestia dell‘Apocalisse. Di cosa abbiamo paura? Della morte? Non della morte fisica, la Sorella Morte, dolce e naturale amica che fa schioccare le ossa come un breve richiamo, ma dell’entropia interiore in cui cessa l’alto e il basso, e in cui l’indeterminato annulla ogni gerarchia sino a degradarci nel fango.

Destouches. Non ho avuto maestri. Per tale motivo ho perso troppo tempo dietro false piste, allettanti sentieri che davano su dirupi, vicoli ciechi. Per tale motivo mi ritrovo a dare ragione a quel porco di Destouches dopo aver passato metà della vita a dargli addosso. Sì, aveva ragione Destouches. L’Europa del tam tam è alle porte. L’Europa tamtamizzata. Aveva ragione lui.

Il Re del Mondo. Le guerre, le pestilenze, i massacri: non era quello l'inferno. È la piccineria, la mediocrità, il contrario, l'insensato, il brutto a costituire i caratteri primari del diabolico. I migliori scrittori ci avevano avvertito. Rileggiamo Enoch Soames, un delizioso raccontino di Max Beerbohm: un mediocrissimo artista vende l'anima al diavolo per viaggiare nel futuro e scoprire se i posteri lo ricorderanno. Ma egli non viene annotato da nessun diario, storia letteraria, biografia. La mediocrità gli si attaglia sino all'inosservanza. Ritorna dal futuro dannato e gonfio di una malinconia immedicabile. Il diavolo, un mediocre imbonitore, mal vestito, astuto, kitsch, se la ride, ovviamente. Sì, sono tempi per uomini da poco, perduti, senza direzione, per cui il giallo e l'azzurro son indifferenti. Le stragi, i roghi, la paura donavano senso alla vita, ora la melma invade ogni cuore. Ci si rassegna a scavallare un giorno dopo l'altro, come cucchiaini da caffè o come i giorni d‘un calendario privi di date in rosso. Alcuni miei conoscenti non sanno mai di che giorno stia parlando: oggi è martedì? Ma quale martedì? O mercoledì ... è il 23? Martedì 24? O mercoledì 24? Già siamo al 26 del mese? ... Sono costretti a mettere sveglie, avvertimenti sonori, post it ... la vacuità dello ieri assomiglia troppo al domani e l'oggi assume contorni vaporosi, indistinti, simili allo ieri e all'oggi. Mia figlia ... l'ho portata al nido oppure no? Mia figlia ... mia figlia ...

L’inferno. Ne ho la certezza: questo è l'inferno. Quelle noterelle di cui parlavo affastellano i pensieri, caotiche, stupide, pletoriche ... il cicaleccio pare l'impronta genetica della postmodernità. Un vero silenzio è impossibile. La creatività ne è soffocata, al pari della meditazione, dell’accortezza, della libertà. Della preghiera. Un Pater Noster, come mi confessava un ex seminarista qualche mese fa ... compitare un Pater Noster ha i contorni dell'impresa ... "Io lo recito mentalmente ... ma già dopo poche parole i pensieri mi invadono ... devo riacchiappare il filo con uno sforzo tremendo ... impormi quelle parole ... e poi, alla fine, cosa ho recitato? Neanche in chiesa trovo il modo di concentrarmi ….". Lo diceva Elémire Zolla: la disciplina si fa impossibile, vige la fantasticheria più superficiale, il palo in frasca, il mucchio di immagini frante. I nostri pensieri più riposti sono uno sgabuzzino di cianfrusaglie inservibili dove rottami e soprammobili inutili convivono con le affievolite speranze e con ciò che costituiva il nostro orizzonte più sacro. La prosa d'una semplice preghiera, la disciplina mentale, un'arte qualsivoglia, l’accorto rimuginare, persino la mnemonica delle tabelline: tutto questo sta divenendo esercizio per uomini sceltissimi. I più naufragano nell'indifferenziato dove le minuzie digitali, incessanti e innecessarie, valgono il pianto d'una neonata.

Il mondo perduto. A cosa si rinuncia veramente? Proviamo a spegnere il cellulare prima di arrivare al lavoro. Fra mezzi pubblici, passeggiate e caffé, a Roma, il solo tragitto sino all'occupazione da reddito può arrivare a diverse ore.
Lo smartphone, la connessione a tutti i costi, divora tali momenti; si è sempre sul chi vive, le note acustiche squassano il marchingengno senza requie: dobbiamo guardare, rispondere, partecipare, condividere. E se fosse una cosa importante? Allora si subisce il pattume. Ma a cosa rinunciamo? Ve lo dico io: a quell’otium, un’indfinibile stimmung fra noia e pigrizia, che costituiva il punto di ristoro dell'essere. Guardare fuori da un finestrino, leggere qualcosa, collezionare visi e movenze e posture oppure chiudere lentamente le palpebre e amplificare la vastità delle percezioni auditive: tutto questo arricchiva la personalità e dilavava la personalità dell'innecessario. Oserei dire: in quei momenti la personalità sceglieva il meglio per sé, arricchendosi inconsapevolmente di carattere e intelligenza. La meditazione donava salute, respingeva i punti morti dell‘esistenza. Si vedeva meglio. Il quotidiano, perciò, era affrontato con gaia leggerezza. Ora, alle nove del mattino, si è già sfiancati. Alla sera svuotati, inservibili. Nemmeno si ragiona più poiché il ragionamento è sostituito dalla coazione a gesti e parole dannosi. Il peggio chiama il peggio, irresistibilmente. Alla fine si ha paura fisica della spontaneità o d’un trasporto affettivo sincero. La socialità, quindi, vive necessariamente di frasi fatte, d’aborti di dialogo, d’un linguaggio fàtico, vuoto e generico, che dispensa un’umanità malata dalla possibilità, terribile, d'un moto amicale e creativo. "OK", un emoticon come il pollice sollevato sono le scorciatoie benedette per farla finita con il cuore e liberarci da una pur breve pulsione di vita.
La vita, il sangue, l’amore, la ricchezza, la definizione concettuale ci atterriscono.

L’inferno/2. Siamo all'inferno, il dado è tratto. Anch'io faccio, ormai, fatica a ritagliarmi uno spazio: per leggere, amare, ascoltare musica, pensare. Non si ha mai tempo. Solo a prezzo dell'asocialità e del disprezzo riesco a permettermi un territorio personale da cui dire: fuori tutti. E però il quotidiano più triviale rifluisce sempre in noi, si stipa nella coscienza, insinuandosi nelle fibre più delicate, ci assorda anche nel sonno. L'attualità idiota, il parlottio insulso, le cretinerie da serial hollywoodiano, le voci, i volti, sempre gli stessi, con le identiche movenze, dall'Artide all'Antartide, i giri di parole, le rodomontate ... non c'è modo di sfuggire completamente. Assediano la veglia e l’apparente riposo. Dormo ormai poco; le poche ore in cui mi prende il torpore sono a volte spezzate da un’ansia insondabile: allora mi sveglio in preda a una costrizione intellettuale e fisica, devo precipitosamente accendere le luci, lavarmi con acqua fredda oppure aprire la finestra e aspirare con voluttà l'aria della notte, meglio se questa rabbrividisce per le fulminee ionizzazioni di un cielo tempestoso. Sì, è dolce aspirare a pieni polmoni per contrastare la mano possente dell’imbecillità che grava sulla respirazione o, forse, per scuotersi dal petto l’incubo della sconfitta. L'inferno della mediocrità, la certezza indubitabile che un’epoca è conclusa, lo sfacelo di ciò che si ama, l’arroganza dei cretini col tam tam, la sicumera degli usurai vanno a comporsi in un essere ultraterreno, teratomorfo, reale, che, come la creatura di Füssli, risucchia ogni flebile speranza o volontà di proseguire. La sensazione, passeggera, ma intensa, è orribile ... Persino il buio che, una volta, mi avvolgeva amico, come un mantello pacificatore, ora lo avverto come un gravame insopportabile.
Lo spirito è prigioniero di una melassa ignobile; impossibile dilavare tali oscene fantasticherie; la stupidità attacca i centri nobili del pensiero, li spegne e si sostituisce a essi quale fonte di realtà; si allarga in metastasi invincibili sin alle cose, agli oggetti: le mura della casa, i volti, la notte, i suoni si fanno latori di questa invasione.

Into the wild. Inutile opporre l'escapismo a tali incubi. L'escapismo dell'occidentale attuale rischia la beffa e il ridicolo. O si finisce come anacoreti da cartolina oppure si va al massacro. Georges Simenon ha dedicato a questo tema alcuni romanzi: Turista da banane,Hôtel del Ritorno alla Natura. La parabola di Jon Krakauer in Into the wild, Nelle terre selvagge, è la versione americana di tali fallimenti.

Il mondo perduto/2. Finita la scuola, ci si recava ai muretti dei lotti popolari per scambiare libri e giornalini. Jules Verne, Salgari, Topolino, raccolte di favole, volgarizzamenti scolastici di chansons de geste. Le estati duravano millenni. Sdraiati al fresco, sui balconi, la mattina si leggeva. Quelle parole, lente, penetravano nella coscienza. L’ozio e il silenzio le maceravano in nostra vece, noi incoscienti, tramutandole nella prima sapienza. L’Olifante del Paladino, raffigurato nello sforzo estremo, riposava nella cera molle della nostra inesperienza e lì germogliava fantasticamente, irradiando una luce ingenua e ricca che predisponeva l’animo alle avventure del coraggio.
Dalle ringhiere interne dei palazzi si dava voce a tutti. Elisabetta, Stefano, Enrico, Mariagrazia, Davide, Alberto. Il pomeriggio si giocava. All’infinito. Le estati duravano millenni. Nel cuore quelle letture fuggevoli: Michele Strogoff oppure Orlando o Phileas Fogg. Esse ingigantivano, come una concrezione benigna: chi avrebbe mai sospettato che quelle umili parole avrebbero costituito le fondamenta della conoscenza e della rettitudine?
Le nostre grida, gioiose, fra le lenzuole profumate stese nei cortili, si univano ai richiami delle rondini; l’azzurro fresco della sera veniva pian piano punteggiato dalle lampade nelle case, accese, con quieta parsimonia, dalle madri indaffarate.
Poi il buio a recare le stelle; la contemplazione non temeva il futuro: c’era tempo.
Eravamo giusti? Felici?

Ormai la Tv è scatenata parlano di proposte come se fossero già fatti. L'immaginario entra nella realtà soppiantandola

Improvvisamente, sul blog di Repubblica, Clericetti dà ragione ai “sovranisti”

Maurizio Blondet 21 maggio 2018 

Draghi spiega la finanza ai tedeschi

di Carlo Clericetti,
21 maggio 2018

entre l’Italia è assorta nel seguire le evoluzioni del quadro politico, in Europa si continua a discutere di una questione ancora più importante per il nostro futuro, ossia la riforma delle strutture dell’Unione. Merkel e Macron hanno annunciato un loro progetto congiunto entro giugno, e si sa che – al di là di qualsiasi aspetto formale – quella su cui ci sia l’accordo di Germania e Francia è in pratica “una proposta che non si può rifiutare” (l’assonanza con altre situazioni è voluta).

Le riforme di cui si parla si stanno evolvendo in un modo che provocherebbe al nostro paese una crisi forse peggiore di quella del 2011-12, che si potrebbe persino propagare all’intera eurozona. Il fatto è che i politici, ma anche i loro economisti di riferimento, sia tedeschi che francesi, nonostante la loro adorazione per il “dio mercato” stanno dimostrando di non aver capito come il mercato funziona, specialmente quello della finanza. Ci ha dovuto pensare Mario Draghi, qualche giorno fa, a spiegarglielo, come suo solito con un discorso in cui il livello di diplomazia è persino più raffinato di quello tecnico. Quattro giorni dopo ancora più chiaramente si è espresso Peter Bofinger, uno dei “cinque saggi” tedeschi; anzi, dovremmo dire l’unico saggio dei cinque, visto che le posizioni degli altri sono del tutto consonanti con l’impostazione non si sa se più sbagliata o più criminale che ha seguito finora la politica europea.

Un altro dei “saggi”, per dire, se n’è uscito in questo modo, come ha rilanciato su Twitter l’economista Massimo D’Antoni riprendendo un articolo di Ambrose Evans-Pritchard:


Questo Fuest, insomma, ha affermato che se i “neo-anarchici” 5S e la “nazionalista e anti-Ue Lega” andassero al governo e non rispettassero le regole di bilancio, la Bce dovrebbe bloccare il sistema di pagamenti dell’Italia, a cui non rimarrebbe che “introdurre controlli sui capitali” e “sarebbe costretta a uscire dall’euro”. Non c’è bisogno di sottolineare la gravità di una simile affermazione, platealmente sovversiva: nessun trattato prevede una misura del genere. Se il governo, che è pur sempre in carica, avesse un minimo di dignità, dovrebbe chiedere al governo tedesco (di cui Fuest è uno dei consiglieri) di sconfessare recisamente queste parole e di invitare il signor Fuest a dimettersi. Naturalmente non accadrà nulla del genere.

Ma torniamo a Draghi. Che, in un discorso all’Istituto universitario europeo di Firenze, ha ripercorso la storia della crisi e ha posto alcuni punti fermi di grande importanza. Il primo: la crisi dei debiti pubblici è esplosa quando la crisi greca ha “distrutto l’impressione” dei mercati che i debiti pubblici fossero “risk-free”, cioè garantiti.

Bofinger lo spiega più in dettaglio: “L’unione monetaria espone i suoi stati membri al rischio di insolvenza che è assente per paesi simili che abbiano la loro valuta nazionale. Quando un paese adotta l’euro, il suo debito viene ridenominato dalla valuta nazionale all’euro. Di conseguenza, gli Stati membri si trovano in una situazione simile a quella delle economie dei mercati emergenti che possono fare prestiti solo in valuta estera (“peccato originale”). In caso di crisi, non possono più fare affidamento sul sostegno della loro banca centrale nazionale”. Per di più, prosegue Bofinger, nell’eurozona non c’è rischio di cambio, quindi gli investitori possono passare facilmente a un altro titolo di Stato di un paese considerato più “sicuro”: e infatti c’è stato un massiccio afflusso sui Bund tedeschi. Tutto questo, prosegue l’economista tedesco, ha generato il “rischio ridenominazione”, ossia che i paesi sotto attacco uscissero dall’euro e le nuove monete svalutassero.

Finalmente qualcuno che chiama le cose con il loro nome: la “crisi dei debiti pubblici” altro non era che una “crisi da rischio di ridenominazione”, provocata dalle regole e dalle scelte politiche europee. Che infatti è di colpo finita con il “whatever it takes“ di Draghi. Il problema dunque non sono i debiti pubblici, o per lo meno non è quello il problema prioritario. Ma è su quello che invece si concentra tutta l’attenzione europea, tanto da arrivare alle minacce sovversive di Fuest, che, oltretutto, se fossero valutate come credibili dai mercati provocherebbero un riacutizzarsi della crisi.

Ma il punto davvero fondamentale che è presente sia nell’intervento di Draghi che in quello di Bofinger è un altro. E’ noto che sia la posizione tedesca, sia – guarda caso – quella della Commissione, sia infine il documento dei 14 economisti tedeschi e francesi, sostengono che per arrivare ad una condivisione dei rischi finanziari, ossia a quella assicurazione comune dei depositi che era prevista dall’unione bancaria e non è mai stata realizzata per l’opposizione tedesca, è necessario che prima i rischi siano ridotti, e in particolare il rischio che pesa sulle banche che detengono una quantità rilevante dei titoli pubblici del proprio paese. Di qui le varie proposte che, al netto delle varianti, puntano tutte allo stesso scopo: far vendere alle banche i titoli pubblici oltre una certa quota.

Per l’Italia sarebbe una catastrofe, che ci farebbe precipitare nella bufera e ci provocherebbe danni incalcolabili. Anche perché questa è una classica previsione che si auto-avvera: basterà che la regola sia approvata per scatenare i mercati contro di noi e contro gli altri paesi in condizioni simili, essenzialmente – come al solito – quelli mediterranei. Questo Bofinger lo dice chiaramente: “Andando nel senso di richiedere una maggiore disciplina finanziaria, il rischio di insolvenza potrebbe addirittura essere aumentato”.

Ancora più importante è che lo dica Draghi. Il cui discorso è lungo e complesso, ma proviamo a darne il succo in poche righe. Il presidente della Bce fa l’esempio dell’americana Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), che, oltre ai fondi propri, ha una linea di credito aperta con il Tesoro Usa. L’ha usata una sola volta, nel corso della crisi delle Saving e Loans del 1990, restituendo pienamente il prestito dopo pochi anni. In questa ultima crisi non ce n’è stato bisogno, nonostante che negli Usa siano state “risolte” ben 500 banche (mentre in Europa appena una cinquantina). Questo perché la possibilità di avere un “prestatore di ultima istanza” è bastata di per sé a rassicurare il mercato, aspetto che Draghi definisce “fondamentale” . Continua Draghi: “Questo esempio sottolinea che la dicotomia tra “riduzione del rischio” e “condivisione del rischio” che caratterizza il dibattito attuale è, per molti versi, artificiosa. Con una giusta cornice politica, questi due obiettivi si rafforzano vicendevolmente”. In altre parole Draghi fa strame elegantemente – e, come si diceva, diplomaticamente –dei cervellotici progetti dei tedeschi, della Commissione e degli economisti franco-tedeschi che non capiscono i mercati. E’ la stessa logica del “whatever it takes“, una logica che questi illustri studiosi non riescono proprio a capire, nemmeno dopo che è stato platealmente dimostrato dai fatti che è la sola che funziona. Se si attua la condivisione del rischio, il rischio scompare, o comunque si riduce fortemente. Se si pretende che ogni singolo paese riduca rapidamente il rischio da solo, il peggio si concretizza.

Tra i “magnifici 7 + 7” pullulavano i consiglieri economici dei rispettivi governi (a proposito, c’era anche Fuest). Se questi sono “gli esperti”, dateci, vi preghiamo, degli assoluti dilettanti.

Lo dicono esplicitamente e non se ne rendono conto. Lo spread dipende dagli acquisti o meno dei titoli di stato italiani da parte della Bce

BTP: soglia di pericolo, ma Bce non interviene

22 maggio 2018, di Daniele Chicca

Dopo che lo Spread con i Bund decennali tedeschi si è ampliato di 40 punti base nelle ultime tre settimane, i Btp italiani potrebbero offrire un’opportunità di guadagno non esente da rischi, tuttavia. La domanda non dovrebbe mancare nonostante i dubbi sulla traiettoria del deficit pubblico e del secondo debito più grande d’Eurozona.

Il MoVimento 5 Stelle e la Lega hanno stretto un accordo di coalizione che apre la strada a un governo euro scettico e nazionalista nella terza economia dell’area euro. Il contratto programmatico non presenta più proposte esplosive come la richiesta di cancellazione di 250 miliardi di debito alla Bce oppure un meccanismo per l’addio all’euro, ma è ricco di misure di spese allegre in deficit destinate e misure fiscali espansive che sono destinate a incrinare i rapporti con le autorità europee.

Una delle idee per stimolare la crescita e le attività creditizie è che allo Stato italiano venga permesso di emettere dei mini-BOT – una sorta di moneta parallela all’euro da usare per ripagare i debiti – è tra le ragioni principali dietro alla debolezza dell’euro vista di recente e alla pioggia di vendite che si è abbattuta fino a ieri nel mercato dei BTP, secondo quanto riferito dall’head of G-10 currency research presso Credit Agricole Valentin Marinov.
Investimento in Btp è rischioso?

I tassi sui bond governativi italiani hanno raggiunto i massimi da giugno 2017 e anche i differenziali con Germania e Spagna hanno raggiunto picchi che non si vedevano da mesi (a 196 punti base). Detto questo gli Spread e i rendimenti dei BTP non sono paragonabili a quelli visti all’apice della crisi del debito sovrano. Pertanto secondo Ostwald rappresentano al momento “un premio di rischio modesto“. Questo rende relativamente rischioso un investimento in Btp.

Anche perché i rendimenti sono su livelli che dovrebbero far suonare un campanello d’allarme. Marcus Ashworth, che professionalmente ha alle spalle 30 anni nel settore bancario, scrive sulle pagine di Bloomberg che la Bce dovrebbe operarsi per evitare che i rendimenti dei Btp raggiungono una soglia di pericolo. Mario Draghi non sembra altrettanto preoccupato, almeno a giudicare da quanto riportato da Live Squawk, secondo cui la Bce sta comprando un ammontare di titoli di Stato italiani nella norma.

Il valore percentuale spartiacque indicato da Ashworth, ex chief markets strategist di Haitong Securities, è del 2,4%, un livello per la verità già oltrepassato lunedì 21 maggio, all’apice dell’incertezza politica sul futuro governo e dopo l’allarme lanciato dall’agenzia di rating Fitch. Era da marzo dell’anno scorso, prima delle elezioni presidenziali francesi, che i tassi sui BTP di riferimento non superavano il 2,4%. Stamattina, prima di perdere quota, i rendimenti si sono spinti fino al 2,505% e lo Spread si è portato a ridosso dei 200 punti base.
Dubbi sulle prospettive economiche e del debito

Soltanto in aprile, dopo il risultato elettorale quindi, lo Spread scambiava a 114 punti base. La formazione del nuovo governo genera dubbi sull’outlook del debito sovrano e sulla traiettoria delle riforme in Eurozona, secondo Scope Ratings, la prima agenzia di rating in Europa. “Gli ultimi passi verso un nuovo governo anti-establishment in Italia presentano delle sfide per le prospettive economiche e del debito sovrano nel paese“, scrivono gli analisti Dennis Sheen e Giacomo Barisone.

“Insieme alla congestione istituzionale, la debolezza strutturale dell’economia italiana è dovuta alla scarsa crescita e al debito pubblico al 132% del Pil“, sottolineano i due strategist in una nota, aggiungendo che “la composizione e l’inesperienza del nuovo governo getta dei dubbi sull’impegno futuro del paese e sulla capacità di risolvere i problemi citati sopra”.

“Molte delle politiche concordate imporranno alle casse statali costi annuali extra pluri miliardari. Tuttavia molte delle proposte difficilmente vedranno la luce nella loro forma attuale e saranno ridimensionate se non bloccate” dal parlamento. Il contratto di governo prevede una flat tax con due aliquote del 15 e 20% su aziende e cittadini, lo stop alla riforma Fornero e il reddito minimo garantito del M5S. Tutte le misure espansive hanno un costo superiore ai 100 miliardi e nell’ordine dei 125 miliardi secondo le stime di Carlo Cottarelli.

Arrivano gli ordini dagli Stati Uniti e l'euroimbecille Mattarella si allinea, gli Interessi Nazionali venduti allo straniero

Krugman: situazione Italia preoccupante, minaccia per l’ordine liberale

22 maggio 2018, di Daniele Chicca

Il premio Nobel per l’Economia Paul Krugman teme la nascita di un governo protezionista, sovranista ed euro scettico, sottolineando che la gente non è abbastanza preoccupata per la situazione italiana.

Secondo Krugman, le politiche del governo M5S-Lega rappresentano una “minaccia per l’ordine liberale”. Le sue parole fanno eco a quelle spese dall’illustre editorialista del Financial Times Wolfgang Munchau, secondo cui potremmo essere a un punto di svolta con l’arrivo della “fine della democrazia liberale“.

Con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che si appresta a dare l’incarico a Giuseppe Conte per la formazione del governo giallo-verde, ribattezzato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini l’esecutivo “del cambiamento”, si moltiplicano gli allarmi da parte delle élite finanziarie e degli economisti liberali.

Sul suo account Twitter Krugman, opinionista del New York Times, rimanda all’articlo di Munchau sottolineando che “a suo modo è una minaccia per l’ordine liberale paragonabile al trumpismo“, aggiunge anche che “la gente non è abbastanza preoccupata per la situazione italiana”.

Munchau aveva scritto che “la compiacenza sulla popolarità crescente dei partiti populisti è tipica di un sistema politico fallimentare“.

Paragonare i nazionalisti e i populisti di oggi ai nazisti e fascisti degli Anni 80 e 90 non ha senso, ma si può tracciare “un parallelo tra la caduta della Repubblica di Weimar in Germania e la vulnerabilità delle élite libeali europee“.

“Alcuni dei difensori dell’ordine liberale stanno compiendo gli stessi errori fatti, per esempio, dal partito tedesco centrista all’inizio degli Anni 30″. Entrambe le fazioni, osserva Munchau, stanno colpevolmente “sottovalutando la portata della minaccia cui devono fare fronte”.
Anche Draghi è impotente davanti a minaccia politica

A quel punto Munchau inizia a fare riferimenti diretti a M5S e Lega, puntualizzando che per qualcuno come Salvini, una crisi finanziaria non è una minaccia ma una promessa, che gli consente di staccare la spina all’appartenza all’area euro“.

Anche alcuni membri del MoVimento 5 Stelle preconizzano la fine dell’area euro come la conosciamo ora. I fautori dell’ordine liberale sostengono che i mercati finanziari si opporranno a una ribellione, ma una crisi potrebbe essere proprio l’occasione per offrire ai partiti al governo una scusa per riconquistare piena sovranità, secondo Munchau.

Sebbene al contrario della prima bozza nella versione definitiva del contratto di governo firmato dalle due forze politiche non compare più un meccanismo di uscita dall’euro, che in Italia peraltro richiederebbe una revisione della costituzione per poter modificare i trattati, è risaputo che la Lega vorrebbe porre le basi per un addio all’Eurozona.

L’editorialista si chiede allora se Mario Draghi e il capo del Quirinale Sergio Mattarella saranno in grado di scongiurare un simile scenario. Il presidente della Bce ha salvato l’euro nel luglio del 2012, ma “riuscirà a salvare anche la democrazia liberale?”.

Il suo scudo principale anti crisi, il programma Outright Monetary Transactions, in questo caso è impotente. “L’OMT è disegnato per aiutare i governi che si trovano sotto l’attacco degli speculatori”, ma non per quelle strutture statali liberali che si trovano sotto la minaccia delle sue stesse forze politiche elette dal popolo.

Ma a parte le ambizioni di indipendenza monetaria, a preoccupare Munchau è anche la possibilità che con le misure di stimolo fiscale allo studio, pur provocando un aumento del deficit pubblico, Lega e M5S riusciranno ad alimentare la ripresa economica. Potranno così trarne enorme vantaggio politico, rafforzando la propria credibilità.

Deutsche Bank - in pancia ha 75.000 miliardi di derivati. Savona facci sognare. Aspettiamo che Mattarella, l'euroimbecille, si accorga che la maggioranza degli italiani ha votato per il cambiamento e la Sovranità gli appartiene

DEUTSCHE BANK E’ IN TRAPPOLA!

Scritto il 22 maggio 2018 alle 08:06 da icebergfinanza


Nulla di nuovo per i lettori di Icebergfinanza, ma visto e considerato che la stampa mainstream italiana è tutta intenta esclusivamente ad attaccare il nuovo Governo italiano e non si accorge di quello che accade in Germania, come sempre ci pensiamo noi che da tempo evidenziamo la criticità estrema di una voragine con la banca intorno come Deustche Bank…


Quasi un segno del destino quella misteriosa candela sul grafico di Investing che porta a zero il valore di Deutsche Bank, quasi fosse il solito flash-crash di algoritmica memoria che ogni tanto scuote i mercati finanziari…

In sintesi ci sono almeno 50 miliardi di asset che non danno alcuna redditività alla banca tedesca, non solo, centinaia di miliardi occultati al terzo livello contabile, prodotti derivati e strutturati che in un contesto di mercato difficile o pessimo perderebbe subito il loro valore.

Dimenticavo! Nel nostro modellino Deutsche Bank e Commerzbank sono sempre nei primi posti come rischio, ovviamente non abbiamo riferimenti per le altre banche tedesche che come ben sapete sono in gran parte protette dal sistema pubblico tedesco e sottratte alla supervisione della BCE.

Manfred Weber, capogruppo del Ppe al Parlamento europeo e membro della Csu bavarese, mette in guardia Lega e Movimento 5 Stelle: “Das ist ein Spiel mit dem Feuer” (state giocando col fuoco).



Il politico tedesco va avanti: “L’Italia è pesantemente indebitata”, e avverte che “azioni irrazionali o populiste potrebbero provocare una nuova crisi dell’euro”. Fa appello, dunque, a rimanere “nei confini della ragione”. Weber riconosce tuttavia che bisogna “dare una possibilità” alla nuova coalizione di governo italiana “perché rispettiamo i risultati elettorali”.

Consiglio ai tedeschi di occuparsi seriamente dei loro problemi, ho sempre più la convinzione che la vera esplosione arriverà dalla Germania!

Ovviamente Fitch, l’agenzia del senno di poi in buona parte di proprietà francese, invece di fare i conti con le banche francesi e soprattutto il demenziale modello di Credit Agricole, si occupa di spread e Italia …

Ogni cosa a suo tempo sotto il cielo!

http://icebergfinanza.finanza.com/2018/05/22/deutsche-bank-e-in-trappola/

L'euroimbecille Mattarella è quello che ha aderito alla trasformazione della Nato da strumento difensivo a quello offensivo, bombardando umanamente in Kossovo, 1999

I DUBBI DEL QUIRINALE

Governo M5S-Lega, spread e debito frenano Mattarella su Conte


22 maggio 2018

(Reuters

Al Quirinale la chiamano pausa di riflessione. E dunque chi si aspettava che ieri, dopo i colloqui con Di Maio e Salvini, spalancasse le porte a Giuseppe Conte per l’incarico si sbagliava. È lui il nome che i due leader hanno fatto a Sergio Mattarella ma la “frenata” del Colle non dipende dai dubbi sul suo profilo. I dubbi - anzi - i timori riguardano il contesto di questi giorni che è quello del rialzo dello spread, i segnali nervosi della Borsa, l’allarme sui conti e il “messaggio” di Fitch che vede un rischio Italia.


Un quadro che il capo dello Stato discute e monitora costantemente sentendo Mario Draghi con cui i contatti sono frequenti. È dunque anche per vedere quale piega e quali sviluppi avranno queste prime fibrillazioni che Mattarella si prende una pausa anche per incanalare nei giusti binari il confronto che avrà con Conte quando, probabilmente mercoledì, gli darà l’incarico di formare il Governo.

Oggi, anche per una forma di riguardo istituzionale, incontrerà i presidenti di Camera e Senato – Roberto Fico ed Elisabetta Casellati – poi nel pomeriggio sarà a Civitavecchia per un impegno e nel frattempo verificherà se le tensioni sui mercati vanno calando o si accentuano. Sembra che il colloquio sia con Salvini che con Di Maio sia stato principalmente di questa natura. Gli ha chiesto, cioè, di non sottovalutare le tensioni che si avvertono e che non riguardano solo il mondo lontano della finanza ma quello vicinissimo dei risparmi degli italiani. E nel faccia a faccia sia il leader leghista che il capo politico dei 5 Stelle hanno annuito e concordato, impegnandosi a non suscitare con dichiarazioni estemporanee ulteriori allarmi.


Per la verità, Salvini appena uscito dal Colle ha rassicurato ma dopo poco ha rialzato la mira e sparato a zero contro «tagli, austerità e vincoli Ue». Un doppio registro che nel mondo grillino viene guardato con molto sospetto, come se lui cercasse quasi il pretesto da Mattarella per far saltare tutto e compromettere la nascita del Governo creando – ad arte – ostacoli al patto grillo-leghista. Di tono e sostanza diversa sono, infatti, le dichiarazioni dei 5 Stelle che finora non hanno acceso fuochi o sparso benzina sulla situazione di Borsa e spread di questi ultimi giorni.

Non solo per Sergio Mattarella ma per i due futuri azionisti dell’Esecutivo, anche la prova di oggi all’apertura dei mercati è un segnale. Forse non tanto sul nome di Conte ma sull’altro profilo di spicco, quello che con più attenzione guardano all’esterno visto che il premier in pectore non ha competenze specifiche in materia economico-finanziaria. Si tratta di Paolo Savona, scelto soprattutto dai leghisti per la guida di via XX Settembre, che sarà sotto “esame” per le sue idee no-euro. Ecco, visto che il capo dello Stato discuterà dei ministri con il premier incaricato, è facile immaginare che su di lui ci sarà il confronto più profondo e dettagliato.


Del resto, Mattarella ha fin qui molto insistito sul tema dell’aderenza all’Europa, del rispetto degli accordi, vincoli e Trattati come da Costituzione e dunque servirà un chiarimento su quale sarà l’impostazione sul ministero dell’Economia. Sembra escluso che il capo dello Stato possa fare una lettera, come pure fece il suo predecessore Scalfaro con Berlusconi, ma un passaggio esplicito sulla nostra collocazione in Europa sono in molti a pensare che vi sarà. O da parte sua, o da parte dei principali protagonisti della futura squadra di Governo.

Ecco, in attesa di completare tutte le verifiche e i chiarimenti che dovranno esserci per l’atto di nascita del neo Esecutivo - il primo in Europa guidato da due forze euroscettiche pur se con accenti piuttosto diversi - è stato scelto di rallentare di 48 ore il percorso verso l’incarico a Conte. E dar modo anche ai due leader e ai rispettivi partiti di riflettere sull’effetto che fa all’esterno vederli a un passo dal governare.