Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 23 giugno 2018

Luigi Di Maio d'accordo con Tria, si agli investimenti pubblici che devono obbligatoriamente essere scorporati dal debito pubblico. 100 miliardi annuo d'investimento per 5 anni

Di Maio: debito pubblico cala con flat tax e reddito cittadinanza

"Sono d'accordo con Tria: la strada è investire non tagliare"

Lussemburgo (askanews) – “Il debito pubblico lo si deve ridurre con una ricetta; l’unica ricetta che non funziona è quella degli ultimi anni che lo ha fatto aumentare cioé l’austerity, i tagli ai servizi essenziali dei cittadini. Se veramente vogliamo ridurre il debito pubblico dobbiamo fare gli investimenti, aumentare la domanda interna col reddito di cittadinanza e fare una riforma fiscale con la flat tax”. Lo ha detto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, il vicepremier Luigi Di Maio, a margine del Consiglio europeo dei ministri del Lavoro in Lussemburgo.

“Se riusciremo a fare questo – ha concluso – il debito pubblico calerà, altrimenti continueremo a seguire la ricetta dell’austerity degli ultimi anni. Io sono pienamente d’accordo con quello che ha detto Giovanni Tria e, sia nel Def sia nel nostro contratto di governo, c’è chiaramente indicato che la strada per ridurre il debito pubblico è investire e non tagliare”.

Ebrei bruciano, uccidono, distruggono

VIDEO. Decine di israeliani festeggiano la morte di un bambino palestinese bruciato vivo

Maurizio Blondet 22 giugno 2018 

(L’Antidiplomatico)
Decine di israeliani si sono radunati fuori dal tribunale dove era in corso un’udienza sulla morte del piccolo palestinese Ali Saad Daubasha dove hanno ‘festeggiato’ la sua morte.

Gli estremisti israeliani si sono riuniti martedì scorso davanti a un tribunale nella città di Al-Lod – nei territori palestinesi occupati – dove si è svolto il processo contro gli autori della morte di Ali Saad Daubasha.
“Dov’è Ali? Si è bruciato. Dov’è Ali? È morto È bruciato”, hanno gridato alcuni israeliani mentre altri ridicolizzarono la famiglia Daubasha, secondo quanto riporta il quotidiano israeliano ‘The Time of Israel‘.

In un video girato lo stesso giorno, si vedono diversi israeliani scandire slogan contro la famiglia Daubasha mentre i soldati e i poliziotti schierati non solo non fanno nulla ma sembrano proteggerli.
Parlando al quotidiano israeliano, lo zio del bambino defunto ha criticato le forze militari del regime israeliano e ha assicurato che, in una situazione simile in cui la vittima fosse stato un israeliano, le autorità del regime avrebbero dato una risposta violenta ai palestinesi che avessero osato insultarli.

Uno degli autori della strage

Nel luglio 2015, un bambino di 18 mesi, Ali Saad Daubasha, è stato bruciato vivo(nella foto uno degli autorid ella strage). Nove giorni dopo, il padre del ragazzo, Saad, è morto all’ospedale Soroka, dove era stato curato per le ustioni sull’80 percento del suo corpo. Più tardi, anche la madre del bambino palestinese ha perso la vita a causa della gravità delle sue ustioni. Suo fratello maggiore, di 4 anni, ha riportato gravi ustioni in oltre il 70% del suo corpo ed è attualmente sottoposto a trattamento medico.

Finora, sono ancora in corso processi contro i responsabili dell’attacco, anche se le autorità israeliane si sono finora rifiutate di annunciare un verdetto e, a quanto pare, una sentenza potrebbe essere rinviata, dato che i giudici israeliani sostengono che le confessioni degli accusati sono state estorte “in condizioni di tortura”.

Fonte: The Times of Israel

Lo stop e go degli tassi d'interessi che periodicamente effettua la Fed serve solo alla finanza globalizzata, puntualmente si scarica sui popoli anche quello statunitense

Schroders: premesse per una recessione Usa

di Pieremilio Gadda
22 giugno 2018

Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina – ma anche tra Stati Uniti e Unione Europea, Canada, Messico – hanno tenuto banco nella prima metà del 2018 e sembrano destinate a rimanere protagoniste della scena internazionale anche nei mesi a venire. Probabilmente questa lotta a suon di dazi sulle importazioni non sfocerà in una vera e propria guerra commerciale, ma è probabile che la tensione si ripercuota negativamente sul commercio globale e sulle spese in conto capitale.

Questa riflessione, unita a un inizio d’anno a rilento per le economie di molti Paesi e all’aumento dei prezzi petroliferi, ha indotto Schroders a ritoccare al ribasso le previsioni di crescita globale per il 2018 – dal 3,5% al 3,4% - e per il 2019 – dal 3,3% al 3,2% - con la previsione di un rallentamento del ritmo dell'attività nel corso dell'anno prossimo: è la prima volta che succede da settembre 2016.

Allo stesso tempo, proprio alla luce dell’aumento dei prezzi del petrolio, la casa d’investimento britannica ha anche rivisto al rialzo le stime sull'inflazione per il 2018 al 2,7% (dal precedente 2,4%).

Intanto, sul fronte delle politiche monetarie, le banche centrali dei Paesi sviluppati sembrano destinate a convergere verso un atteggiamento più restrittivo di qui ai prossimi due anni, in scia alle mosse della Federal Reserve. “In base alle nostre previsioni, l’Istituto di Washington dovrebbe procedere con altri due rialzi dei tassi di 25 punti base quest'anno e con due ulteriori in quello successivo, mentre i Fed funds sono attesi intorno al 3% entro la metà del 2019”, spiega Keith Wade, chief economist e strategist di Schroders.

La Banca centrale europea da parte sua ha annunciato che il quantitative easing si concluderà alla fine del 2018. In Giappone la Bank of Japan dovrebbe rivedere i propri obiettivi di controllo della curva dei rendimenti nel quarto trimestre dell’anno: l’aumento dei rendimenti a livello globale mette infatti sotto pressione il target dello 0% per i titoli di Stato giapponesi.

Non tutti però remano nella stessa direzione. In Cina, l'inflazione bassa e le preoccupazioni sulla liquidità spingono la Banca centrale verso una politica monetaria di segno opposto: la BPoC sta infatti allentando il coefficiente di riserva obbligatoria e abbassando i tassi di riferimento. Il costo del denaro dovrebbe infine aumentare in India nel 2018 e in Brasile nel 2019. “In questo contesto, il dollaro statunitense dovrebbe rafforzarsi ulteriormente nel breve periodo, prima di indebolirsi nel 2019 quando le Banche centrali al di fuori degli Stati Uniti inizieranno a restringere la propria politica monetaria”, riflette Wade.

“Una politica monetaria più restrittiva e la fine degli stimoli fiscali lasceranno un buco nella domanda statunitense nel 2020, il che renderà altamente probabile una recessione”, osserva Wade. Una simile dinamica sarebbe coerente tra l’altro con un ulteriore appiattimento e inversione della curva dei rendimenti dei Treasury nel 2019.

Siria - Gli irlandesi nel Golan a difendere gli ebrei e ad impedire che Damasco si riprenda il suo territorio. La difesa della Rivoluzione a Pagamento, terroristi e tagliagole continua da parte del civile occidente


Siria, arrivano gli irlandesi:
saranno schierati nel Golan

GIU 22, 2018 

Le truppe irlandesi tornano dopo quattro anni in territorio siriano, precisamente nel Golan. A darne notizia, il quotidiano irlandese The Journal, che cita fonti della Difesa di Dublino. 

Una notizia che potrebbe apparire secondaria, ma che invece può avere un significato molto preciso per comprendere l’evoluzione del processo di stabilizzazione del Sud della Siria. Lì, dove procede l’avanzata dell’esercito siriano per riconquistare le ultime sacche in mano ai ribelli.

I membri del 57esimo gruppo di fanteria delle Irish Defense Foces rientreranno nella parte siriana delle alture del Golan dopo che, nel 2014, furono trasferiti a Camp Ziouani, nella parte israeliana delle Alture. Si vocifera che il trasferimento possa avvenire già entro la fine dell’anno.

Il ministro della Difesa, Paul Kehoe, non ha ancora dato il suo semaforo verde. Il ministro aveva infatti informato il governo che dovevano ancora essere soddisfatti alcuni requisiti logistici, sanitari e soprattutto per l’accesso alle vie di entrata e di uscita dalla base di Camp Faouar. Ma sembra che sia tutto in dirittura d’arrivo.

Lo scopo della missione sarà quello proprio della missione Undof (United Nations Disengagement Observer Force) delle Nazioni Unite. Il 57esimo gruppo di fanteria irlandese controllerà tutta la zona di disimpegno fra le forze di Israele e quelle della Siria, ma avrà anche compiti di pattugliamento e scorta dei convogli umanitari. 

Perché la notizia è un segnale importante

Il ritorno degli irlandesi a Camp Faouar a fine anno, può indicare due cose. O che entro la fine del 2018 le forze siriane avranno di nuovo preso il controllo dell’area che va da Daraa a Quenitra. Oppure che comunque l’offensiva avrà avuto termine, ma che sia stata bloccata. In ogni caso, sarà un’area sicura. Le forze sono state trasportate in territorio israeliano quando tutto sembrava perduto: l’area era diventata troppo pericolosa.

Ma adesso, con la possibilità di una riconquista da parte delle forze di Bashar al Assad, le forze della missione Onu possono ritornare. Questo potrebbe avere anche un’altra importante declinazione: che esiste un accordo per il ripristino dello status quo ante e per la fine di ogni possibile operazione di guerra nelle Alture del Golan.

Se arrivano le forze internazionali significa che gli scontri potrebbero terminare e che l’Onu si frappone come forza garante.

Altra conseguenza, è che si muovono le pedine per evitare che quell’area di confine torni a essere una possibile zona di conflitto fra Israele e Siria. Gli israeliani non vogliono che le forze di Hezbollah e gli iraniani siano nella regione vicina al confine con lo Stato ebraico. Per ottenere questo risultato, hanno bisogno di forze che si inseriscano come garanti.

Certo, se ci saranno di nuovo le forze Undof, è evidente che Israele non potrà colpire. Ma è anche altrettanto evidente che le forze dell’esercito siriano non potranno intervenire per riconquistare il Golan, obiettivo vociferato da più parti nella Difesa siriana e in quella israeliana. Le Alture, occupate da Israele da decenni, sono ancora una ferita aperta nel cuore siriano. Ma le esercitazioni continue nel Golan da parte delle forze israeliane sono state un segnale importante.

Un maggiore intervento dell’Onu può essere l’unica soluzione per evitare che si torni a combattere per l’area. Probabilmente è una soluzione che piace più all’Occidente che agli alleati della Siria. Damasco non può apprezzare la presenza internazionale all’interno di quello che ritiene essere suo territorio sovrano.

Ma la speranza è che, in qualunque caso, si possa evitare l’evoluzione di una nuova fase di guerra in quella regione. Soprattutto in un periodo di enormi tensioni fra Iran e Israele e con la Russiache sta facendo ogni sforzo per evitare che la sua strategia cada sotto i colpi delle tensioni fra Teheran e Tel Aviv.

La Germania si è mangiata la Grecia e Tsipras è un traditore della patria


La Germania ha guadagnato miliardi
dalla crisi che distrutto la Grecia

GIU 22, 2018 

La Germania ha guadagnato miliardi dalla crisi che ha colpito la Grecia e che ha portato il popolo greco nel baratro dell’indigenza. A rivelarlo non sono movimenti euroscettici, né leader populisti né governi antitedeschi, ma direttamente il governo di Berlino, in risposta a un’interrogazione parlamentare promossa dai Verdi.

Da quanto si è potuto comprendere, le casse della Germania hanno guadagnato circa 2.9 miliardi di euro come conseguenza indiretta della crisi greca. Guadagni scaturiti, in gran parte, come risultato del programma di acquisto di titoli di debito greci da parte della Banca centrale europea.

Il meccanismo funziona così. Dal 2010 la Germania ha acquistato obbligazioni di Atene come parte di un accordo dell’Unione europea per sostenere l’economia greca. Le obbligazioni furono acquistate dalla Bundesbank e poi trasferite al tesoro statale.

L’accordo originale tra Berlino e Atene prevedeva che qualsiasi interesse guadagnato sulle obbligazioni sarebbe stato restituito alla Grecia quando avrebbe adempiuto ai suoi obblighi sulle riforme. Solo che è successo qualcosa che ha cambiato sensibilmente le carte in tavola.

Fino al 2017, la Bundesbank aveva guadagnato utili su quegli interessi pari a 3.4 miliardi di euro. Ma ne ha trasferiti molti di meno alla Grecia. 527 milioni nel 2013 e 387 milioni nel 2014, lasciando un utile di 2 miliardi e mezzo. A questi, si devono poi aggiungere 400 milioni di interessi maturati grazie a un prestito della KfW Bankengruppe (KfW), la Banca per lo sviluppo.

Dati che hanno provocato la rabbia dei Verdi, i quali da sempre chiedono alla Germania di allentare la morsa sul debito greco come gesto per far ripartire l’economia di Atene. “La Germania ha tratto notevoli benefici dalla crisi greca, non è accettabile che il governo consolidi il bilancio tedesco con i benefici della crisi greca”, ha detto il portavoce del gruppo parlamentare verde Sven-Christian Kindler.

Secondo Kindler, i greci hanno mantenuto le loro promesse sulle riforme facendo tagli dolorosissimi, ma “ora è il momento del gruppo euro di mantenere le sue promesse”. Ed è un attacco rivolto soprattutto alla Germania che, insieme ad altri Paesi dell’Europa settentrionale, ha sempre voluto mantenere il pugno duro nei confronti della Grecia. 

Ieri, i ministri dell’eurozona hanno finalmente dato il via libera all’atteso taglio del debito pubblico greco. Il governo ellenico è stato “promosso”. Atene ha fatto quello che doveva fare, con 88 riforme sanguinose che l’Europa ha ritenuto necessarie per completare il piano di aiuto ai creditori. L’Ue sborserà l’ultima tranche di prestiti di circa 15 miliardi ed è stato esteso di 10 anni il termine per la scadenza dei prestiti. 

“Questo è un momento storico per la Grecia e per l’Eurozona”, ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici. Sì, ma a quale prezzo? Come ricordato su questa testata, dal 2010 ad oggi “il potere d’acquisto è crollato del 24%, il 21,2% della popolazione, certifica Eurostat, vive in estrema povertà, il doppio del 2008. Lo scorso anno 130 mila persone, il 333% in più del 2013 hanno rinunciato alle eredità lasciate dai parenti perché non avevano i soldi per pagare le tasse”.

Alexis Tsipras non può certo cantare vittoria. Può solo sommessamente dire grazie ai suoi creditori, così come il popolo greco può provare a pensare di nuovo a un futuro di speranza. Ma i guadagni, cinici, della Germania sul debito greco dimostrano, ancora una volta, di cosa sia fatta questa Unione europea. 

Fare cassa su un popolo affamato, per giunta alleato e partner di un’Unione come quella europea, dimostra che l’Europa germanocentrica non è una realtà del mondo populista, ma uno scoglio per chiunque possa pensare a una Ue diversa. La Grecia, al collasso, che ha bisogno di soldi più di chiunque altro, vede il Paese economicamente più forte lucrare sul suo debito: lo stesso per cui sono morte persone, attività e imprese.

Nicola Gratteri - Il limite del contante è strumento per combattere le mafie

Trame 8, al via ieri a Lamezia Terme
Gratteri: no alla liberalizzazione uso del contante. Tra le altre tematiche anche l'immigrazione e la blackcomedy di Confcommercio
21/06/2018 23:06


Si è aperta ieri a Lamezia Terme l’ottava edizione di Trame, Festival dei libri sulle mafie che proseguirà fino a domenica 24 giugno. Tema dell’edizione di quest’anno, il coraggio di ogni giorno. Ad aprire il programma del Festival, il progetto artistico “La voce di Impastato. Volti e parole contro la mafia” nato dalla collaborazione tra il giornalista Ivan Vadori e il fotografo Elia Falaschi.
Programma seconda giornata

“Se potessi, farei sparire il contante. Più sono tracciabili i flussi di denaro, più si combatte il riciclaggio, il lavoro nero e lo sfruttamento. Meno contante c’è in giro, più c’è la possibilità di costruire una società legale”, così il procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri ha risposto alla domanda del direttore artistico Gaetano Savatteri sulla proposta lanciata dal Ministro dell’Interno Salvini di rimuovere i limiti all’uso del contante. “Qui questa sera siete in tanti ad applaudire. Ma non basta – ha aggiunto Gratteri – Bisogna prendere posizione. Aspetto ancora dietro la mia porta i cittadini di Lamezia che vengano a denunciare racket ed intimidazioni”.

All’inaugurazione, che si è svolta nel pomeriggio nel Chiostro San Domenico, sono intervenuti il direttore artistico Gaetano Savatteri, il presidente della Fondazione Trame Armando Caputo, il commissario straordinario del Comune di Lamezia Terme Francesco Alecci, l’incaricata per la legalità e la sicurezza di Confcommercio Anna Lapini.

Parliamo sì di lotta alla mafia, ma anche di lotta alla mafiosità, che forse è ancora più pericolosa della mafia stessa. Se la mafia è un sistema organizzato con scopi criminali individuabili e perseguibili, l’atteggiamento mafioso è infido, utilizza le stesse metodologie criminali per imporsi sugli altri”, ha affermato in apertura del Festival il commissario straordinario del Comune di Lamezia Terme Francesco Alecci. Lo scioglimento del consiglio comunale della quarta città della Calabria, deciso dal governo a novembre 2017, ritorna nelle parole del presidente della Fondazione Trame Armando Caputo per il quale “non solo è possibile fare Trame in una città commissariata per la terza volta, ma è necessario continuare il lavoro di sensibilizzazione e l’impegno”.

Nella Giornata mondiale del rifugiato a Trame si è parlato anche del tema delle migrazioni con il giornalista di “Repubblica” e scrittore Francesco Viviano e Marco Bertotto di Medici Senza Frontiere, in un dialogo dal titolo “Perduti al di là del mare”. “È cambiato il clima. Come Ong siamo passate da essere considerate angeli che salvano vite ad essere visti da qualcuno come vicescafisti – ha commentato Bertotto sulla criticità attuale riguardante le Organizzazioni Non Governative – questo Paese è passato da un momento di grande generosità come Mare Nostrum alla logica dei “fatti loro”.

A chiudere la prima giornata di incontri, l’anteprima nazionale de “Il Titolare”, la black comedy di Confcommercio sui temi della legalità e della sicurezza. “Il tema di questa edizione di Trame – ha dichiarato Anna Lapini, componente di giunta Confcommercio Imprese per l’Italia – sintetizza perfettamente lo spirito con il quale gli imprenditori affrontano la battaglia quotidiana contro la criminalità”.



Programma seconda giornata



Giulio Sapelli - L'Italia è molto più forte di quello che gli euroimbecilli di tutte le razze la rappresentano

Rischio default Italia? Parla Sapelli: “Occhio asse Merkel-Macron. Trappola da Bce”

L’Italia rischia il default, altro che emergenza migranti. E’ quanto sostiene Stefano Fassina ex viceministro dell’Economia in merito al prossimo vertice europeo. Lo Speciale ha chiesto un commento in merito all’economista Giulio Sapelli, già ordinario di Storia economica ed Economia politica presso l’Università di Milano. per capire quanto questo rischio sia realmente concreto. “Le proposte in agenda – spiega Fassina – sono dettate dalla dichiarazione di Meseberg, firmata da Merkel e Macron il 19 Giugno scorso. Sono esiziali per il nostro Paese. In particolare, con le innovazioni previste per il cosiddetto Fondo Salva Stati, promuovono il default del debito pubblico italiano, con le inevitabili conseguenze sulle banche italiane e, a cascata, su imprese e famiglie”.


Professore, quanto è realmente concreto l’allarme lanciato da Fassina? L’Italia è davvero così a rischio default?

“Questo accordo fra Merkel e Macron è preoccupante, ma da qui a dire che tecnicamente l’Italia rischia il default mi pare un po’ azzardato. E’ chiaro che se Francia e Germania punteranno ad un restringimento dei vincoli già esistenti potrebbero essere guai seri. A questi infatti si andrebbero ad aggiungere i nuovi vincoli derivanti dalla prevista unificazione dei regolamenti bancari che penalizzeranno gli istituti di credito italiani soprattutto per ciò che riguarderà i patrimoni liquidi, incentivando nel contempo l’acquisto di derivati molto pericolosi. Tutto ciò comporterebbe inevitabilmente anche dei restringimenti per ciò che riguarda il debito pubblico. Insomma non c’è da stare allegri”.

C’entra qualcosa in tutto questo anche l’annuncio di Mario Draghi relativamente alla cessazione da parte della Bce dell’acquisto dei titoli di stato dei paesi dell’eurozona a partire dal gennaio 2019?

“Questa in realtà era una decisione già prevista. Il fatto che la Bce non acquisterà più questi titoli di stato sta a significare che ad acquistarli dovrebbero essere le banche centrali che a loro volta però non possono farlo perché vietato dalle regole europee. Siamo di fronte ad una trappola mortale. Su questo Fassina ha ragione”

Questo cosa comporterebbe?

“Altro rigore o in alternativa una totale dipendenza dal mercato finanziario internazionale. La gente avrà davanti agli occhi il grande errore che l’Italia ha commesso nel lontano 1981 quando l’ex ministro Beniamino Andreatta separò il Tesoro dalla Banca d’Italia. Prima le banche centrali compravano i titoli, grazie ad Andreatta che volle seguire i consigli ultra liberisti dell’avvocato Agnelli, i conti della nazione sono ora appesi alle decisione del mercato internazionale. Se va avanti questo accordo Merkel-Macron potrebbero profilarsi guai seri. Dovremo convincere gli investitori internazionali che l’Italia è un Paese sano, che le famiglie non hanno debiti, che tutti hanno una casa, che abbiamo banche più in salute delle altre, vedi la Deutsche Bank. Dovremo fare in pratica quello che sta facendo il ministro Tria e che ha sempre fatto Paolo Savona”.

Ma abbiamo le carte in regola per offrire queste garanzie?

“Certo, e sarà fondamentale anche evitare certi allarmismi eccessivi. Stimo Fassina, ma forse è esagerato parlare di default dell’Italia”.

La Merkel negli ultimi tempi sembra interessata a modificare l’approccio nei confronti dell’Italia soprattutto sul tema migranti. Anche ieri diversamente da Macron si è affrettata a rassicurare il premier Conte dopo le minacce di questo di disertare il vertice di domenica. Che significa?

“Significa che la Merkel comanda sempre meno la Germania che oggi appare sempre più saldamnente nelle mani del ministro dell’Interno Horst Seehofer leader dei bavaresi. E’ lui che muove i fili del Governo”.

E questo è un bene o un male per l’Italia?

“Può esserci molto utile, perché se è vero che la Baviera porta avanti da sempre una politica molto rigorista soprattutto sui migranti, è altrettanto vero che questa è legata economicamente al Nord Italia molto più dell’ex Germania dell’Est da cui proviene la Merkel. Quindi è difficile che la scure tedesca possa abbattersi su di noi se saremo alleati con i nostri amici bavaresi”.

Ci sarà dunque uno spostamento europeo sempre più consistente verso il gruppo di Visegrad?

“Questo è difficile stabilirlo. Dipenderà da cosa farà la Francia che oggi dirige il gioco molto più della Germania. Macron mi sembra però molto fragile e fortemente destabilizzato all’interno del Suo Paese”.

Come si sta muovendo l’Italia?

“Direi molto bene. Conte è stato molto rassicurante nei suoi incontri con francesi e tedeschi.. Ma siamo appesi ad un filo. Dobbiamo attendere i risultati delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Se Trump si rafforzerà andrà avanti con la sua azione di governo e i tedeschi dovranno abbassare le loro pretese: se invece vincerà il vecchio blocco di potere finanziario nord americano, formato da coloro che hanno distrutto l’industria statunitense e appoggiato la Germania, le cose si metterebbero male. Siamo nelle mani di Trump”.

venerdì 22 giugno 2018

21 giugno 2018 - PUTIN CONTRO PUTIN- prima puntata. Presentazione del libro di A.Dugin

Implosione europea - velocemente i nodi vengono al pettine

Il populismo europeo? L'hanno creato Francia e Germania facendo solo i loro interessi

Il populismo continua ad avanzare ovunque. Non è il crollo dell'era liberale, ma semplicemente la fine di Francia e Germania che fanno i loro interessi senza pensare alle conseguenze. Il risultato? L'Europa si disfa. E tra un po' torneremo a regolare i conti in sospeso della seconda guerra mondiale

22 Giugno 2018 - 07:30

Il populismo è come la fortunata pubblicità di una auto della Fiat: piace alla gente che piace. Fa sfracelli in Italia con Salvini, avanza in Germania, dove i sondaggi assegnano all’Afd, partito di estrema destra tedesco, il secondo posto nei sondaggi, trionfa nell’Europa dell’Est, in Polonia, in Ungheria, e in generale lungo un arco della crisi europea che travalica le frontiere ed entra direttamente nella pancia della gente. È una sorta di maggio ’68 alla rovescia, come titolava qualche tempo fa Le Monde Diplomatique.

Da Trump a Orbàn, sulle due coste dell’Atlantico, l’ascesa dei leader conservatori e nazionalisti costringe sulla difensiva i sostenitori del progetto europeo e delle società aperte. La Germania, cuore dell’Unione - il vero motivo per cui è nata la comunità europea, cioè tenere d’occhio la Germania uscita dal Terzo Reich - vede allontanarsi due alleati strategici: l’Europa centrale conquistata dall’autoritarismo e soprattutto gli Stati Uniti di Trump, lanciati verso l’unilateralismo e le politiche dei dazi.

È la fine dell’era liberale? Più semplicemente in Europa è la fine delle politiche utilitaristiche e velleitarie di Germania e Francia che invece di perseguire una politica estera e di difesa comuni hanno fatto i loro interessi nazionali. Berlino e Parigi si erano spartiti le aree di interesse dell’Unione. Alla Germania andava la sfera dall’Europa centrale, all’Est fino ai Balcani; alla Francia il Mediterraneo, l’Europa del Sud e l’antica spinta a fare del Medio Oriente e dell’Africa del Nord una sorta di protettorato.

La Germania per l’Italia è stato in questi anni un Paese inutile: nel 2011 ha dichiarato la sua neutralità sulla Libia, legittima quanto si vuole che però ha lasciato il nostro Paese in balìa della Francia di Sarkozy, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Dal punto di vista della geopolitica la Germania, che negli anni ’90 aveva fomentato la separazione della Croazia dalla Jugoslavia, si è dimostrata in questo decennio una nullità, dall’Ucraina al Medio Oriente. Salvo spingere l’Unione a pagare 6 miliardi di euro la Turchia di Erdogan per trattenere due milioni e mezzo di profughi.

I cari vecchi colonialisti francesi sembravano risorti a nuova vita nel 2011, quando, dopo avere perso la Tunisia dei Ben Alì, si erano lanciati a bombardare la Libia di Gheddafi. Per poi unirsi agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e ai Paesi del Golfo, come Arabia Saudita e Qatar, nell’impresa di abbattere il regime di Bashar al Assad in Siria. Sappiamo come è andata a finire con l’intervento dell’Iran e poi di Putin nel 2015: è stato con un match di calcio tra dilettanti e professionisti.

Dalla Siria, per di più, sono arrivati il terrorismo jihadista e milioni di profughi, quanto alla Libia siamo di fronte a un disastro ancora peggiore della guerra in Iraq degli americani nel 2003, che già sembrava un danno irripetibile.

La Libia post-Gheddafi, abbandonata al suo destino, ha cambiato i dati politici del Mediterraneo e del Sahel: l’ondata dei profughi dall’Africa, di cui il Colonnello era il guardiano, hanno invaso le sponde italiane. L’Italia ha subito la peggiore debàcle della sua storia dalla seconda guerra mondiale. Non solo ha perso 50 miliardi di euro di commesse ma l’afflusso dei migranti ha mutato drasticamente il quadro politico di un Paese che per decenni era stato il fedele cameriere della Nato e un grande contributore dell’Unione europea. Dalle umiliazioni, soprattutto a costi così alti, non nascono buone cose.

In realtà “buoni e cattivi” aprono la via a Trump che intende dividere l’Unione europea e mettere sotto pressione l’euro, un fastidioso concorrente del dollaro sui mercati finanziari. Il risultato è che l’Europa si disfa e tra un po’ torneremo “a regolare i conti in sospeso della seconda guerra mondiale”, come anni fa, durante la disgregazione della Jugoslavia, mi disse a Belgrado Milovan Gilas, il compagno del Maresciallo Tito

Macron e la Merkel si sono dimostrati inadeguati ad affrontare la situazione, La cancelliera tedesca è un leader impaurito, messo sotto pressione dal suo stesso ministro degli Interni, il bavarese Seehofer, mentre Macron è un presidente imbevuto di grandeur. A fine maggio ha convocato un vertice sulla Libia a Parigi - destinato in pratica ad annettere alla Francia la Cirenaica del generale Khalifa Haftar - senza minimamente sollevare la questione delle ondate dei migranti verso le sponde italiane. Parliamo di tre settimane fa, non di un secolo.

Il populismo sta dilagando perché la sua strada è stata spianata dai governi europei.Gli ultimi esecutivi italiani, fatta eccezione per l’ex ministro degli Interni Minniti, hanno continuato a ripetere giorno dopo giorno nobili dichiarazioni di principio lasciando che i populisti facessero leva sui sentimenti profondi della gente, giusti o sbagliati che fossero, che percepiva i migranti come un’invasione.

Così oggi abbiamo due vertici europei: uno dei “buoni”, o che si ritengono tali, e uno dei “cattivi”, del gruppo di Visegrad e dei partiti sovranisti, che esprimono una sorta di contro-modello europeo, per la verità non troppo originale, quello di un’Europa delle nazioni.

In realtà “buoni e cattivi” aprono la via a Trump che intende dividere l’Unione europea e mettere sotto pressione l’euro, un fastidioso concorrente del dollaro sui mercati finanziari. Il risultato è che l’Europa si disfa e tra un po’ torneremo “a regolare i conti in sospeso della seconda guerra mondiale”, come anni fa, durante la disgregazione della Jugoslavia, mi disse a Belgrado Milovan Gilas, il compagno del Maresciallo Tito e l’autore di “Conversazioni con Stalin”. L’Europa unita rischia di tornare dove è nata.

Tpp mandato in soffitto, un'altro colpo alla Globalizzazione


Malaysia: il neoeletto Premier propone una rinegoziazione del TPP

Undici piccole Nazioni dell’area Asia-Pacifico approvano la proposta del Premier malese e la condividono. Le decisioni USA sui dazi hanno reso instabile e volatile il commercio mondiale

DI FRANCESCO TORTORA SU 21 GIUGNO 2018 16:30

Il neoeletto Primo Ministro malese Mahathir Mohamad , da poco insediatosi nel suo ruolo, si è pronunciato nettamente a favore di una “rinegoziazione” della partecipazione della Malaysia al TPP,il Trattato di Partnership Trans-Pacifica ed ha anche invocato al più presto la definizione di un vero e proprio sistema di difesa per le piccole Nazioni nell’ambito del commercio globale. Intervenendo nell’ambito dei lavori del Forum “Futuro d’Asia” tenutosi a Tokyo, il Premier malese ha dato voce alle necessità ed alle istanze di 10 altre Nazioni che hanno confermato la propria presenza e cooperazione al TPP nonostante gli Stati Uniti si siano detti ufficialmente fuori dal più ampio commercio internazionale nella attuale epoca dell’Amministrazione Trump. Mahathir Mohamad, però, ha avanzato anche diversi distinguo, chiarendo di non voler sembrare affatto prono e piatto sull’adesione espressa favorevolmente nei confronti del TPP. «C’è necessità di rinegoziare il TPP -ha affermato il Premier malese- dobbiamo riconoscerlo, così come ci sono industrie appena nate, così ci sono Nazioni appena nate, Nazioni che hanno ancora bisogno di crescere». Poi ha aggiunto: «Queste Nazioni hanno bisogno di veder riconosciuti loro alcuni privilegi, alcuni sistemi di protezione, poiché non sono in una posizione tale per cui possono competere con le Nazioni il cui livello di commercio è di molto superiore, le più grandi Nazioni manifatturiere del Mondo».

Undici Nazioni che sono collocate tutt’intorno al Pacifico hanno siglato una versione ridotta del TPP a Marzo scorso, optando di procedere con un particolare percorso pianificato appunto, dopo la fuoriuscita dal TPP degli USA di Trump. Il nuovo corso del Presidente USA in carica è stato inizialmente ondivago, oggi più chiaramente ostile verso le etnie frontaliere. Com’è noto, al giorno d’oggi -su questo tema- facendo seguito al responso delle urne presidenziali USA, Donald Trump ha designato il senso della progressione economica e sociale degli USA, adottando lo slogan “America First”.

Le decisioni e i proclami di Donald Trump hanno profondamente mutato la scena del commercio globale, soprattutto ha dato l’avvio ad una specie di spirale di timori e dubbi sul commercio internazionale attraverso la sua politica di innalzamento dei dazi, in specie sui prodotti che provengono e sono importati dalla Cina. In buona sintesi, va scatenandosi una guerra commerciale dalle proporzioni ancor oggi difficili da decifrare. In occasione del G7 la rottura è diventata macroscopica, evidente a tutti, scatenando uno tsunami mondiale, collassandosi il tutto intorno alla decisione di Trump di tirarsi fuori dal TPP. La conseguenza è stata la mancata comunicazione ufficiale unitaria, le accuse di pratiche scorrette nei confronti degli USA, il comunicato unitario canonico del G7 che è andato a farsi benedire.

Il Premier malese Mahathir, ha svolto il suo primo viaggio all’estero nel suo ruolo dopo la vittoria un po’ a sorpresa lo scorso mese, nonostante i sondaggi indicassero e anticipassero la svolta in atto nella sulla scena politica malese. Il Premier ha affermato che il suo Paese ha effettivamente bisogno di una mano che sorregga lo sviluppo della Malaysia nell’ambito del commercio internazionale. Facendo un esempio, il Premier malese ha affermato: «Le Nazioni piccole e che hanno minori capacità di competere dovrebbero esser trattate con maggior riguardo. E’ come quando si gioca al golf, le persone più deboli hanno handicap più alti. Da questo punto di vista, la competizione dovrebbe essere più leale».

I firmatari del TPP rappresentano il 13.5 per cento dell’economia mondiale ed un mercato complessivo di circa 500 milioni di persone. Questo tipo di progetto fu inizialmente promulgato dall’ex Presidente USA Barak Obama, la cui Amministrazione considerava una sorta di misura di contrasto allo strapotere cinese ed ai suoi veloci tassi di sviluppo del prodotto lordo e competitor troppo forte sulle piazze internazionali. Quel progetto prevedeva anche punti importanti come il taglio dei dazi doganali e ha bisogno di membri che sappiano giocare -all’unisono- il proprio ruolo nel più generale tentativo di innalzare il livello delle normative standard in alcune aree come le leggi sul lavoro e la protezione dello sviluppo economico e con basso impatto sull’Ambiente.

E’ difficile assimilare il ruolo del Premier malese in carica Mahathir con quello di leader del passato che hanno cercato la propria autonomia o -al contrario- una rete strategica di cooperazione come, tanto per fare un esempio, il Maresciallo Tito nella ex Jugoslavia, quando si concretizzò una confederazione tenuta insieme dalla forza militare e da regolamentazioni omogenee interne. Oggi Mahathir è piuttosto capofila di un progetto di promozione di maggior distanza dalla Cina ma -allo stesso tempo- in modo più pragmatico, suggerisce di non andare a posizioni di aperto contrasto col colosso cinese. Non si tratta quindi, di una guida rivoluzionaria che intende procedere ad una revisione profonda della politica nazionale, delle relazioni diplomatiche e commerciali in tutta l’area prima ancora che a livello globale. Il nuovo Premier malese, uomo attempato e di grande esperienza, un personaggio tutt’altro che improvvisato nel suo ruolo di guida della Nazione, propone non di essere Paese capofila anti-TPP ma proponente una revisione del TPP in chiave meno punitiva per le piccole Nazioni come la Malaysia, appunto, ma anche altre Nazioni dell’area che hanno bisogno di appoggio esterno e di supporto economico e finanziario per implementare le proprie economie e mettersi al passo dei Paesi a maggior tasso di sviluppo, innovazione e produzione.

Dove condurranno le misure americane anti-Cina e le misure cinesi anti-USA è alquanto difficile a dirsi oggi. Permane, però, una certa volatilità nelle Borse, nelle economie mondiali e persino nelle società, visto che entrano in ballo le potenziali revisioni delle relazioni diplomatiche e commerciali con un ampio raggio di Nazioni.

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Riepiloghiamo. La Merkel e Macron stringono un accordo a due che prevede il diritto di rispedire nel Paese di prima accoglienza, ovvero soprattutto l’Italia, i migranti che riescono a raggiungere altri Paese. Il premier Conte e il ministro degli Interni Salvini si arrabbiano, picchiano i pugni sul tavolo e minacciano di disertare il vertice europeo di Bruxelles.

In altri tempo Berlino e Parigi avrebbero fatti spallucce, perché l’Italia smidollata a cui erano abituati avrebbe fatto spallucce. Ma stavolta no. Bastano poche ore e la Merkel compie un gesto inimmaginabile, si rimangia tutto estraccia l’accordo con Parigi.

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Nessuno ha pagato il conto e il titolare della ” Taverna del lupo” di Gubbio, Rodolfo Mencarelli, si è visto costretto a denunciare. Era quattro anni fa quando veniva raggirato. E ora che la procura ha disposto il giudizio, individuando i due responsabili di quella truffa, Laura e Amabile Casamonica, rischia un’ altra beffa. Chiamata prescrizione del reato. Con tutte le conseguenze del caso, ovvero nessun risarcimento per il danno subito.
Il tribunale di Tivoli ha infatti rinviato di nove mesi la prima udienza del processo, dopo che era stata fissata con un decreto di citazione diretta della procura, per il prossimo 16 ottobre. La nuova data è il 9 luglio 2019. E beffa nella beffa, non ha voluto sentire ragioni alle innumerevoli istanze presentate dal difensore della vittima, l’ avvocato Guido Cesarini: «Nessuna corsia preferenziale » , è stata la risposta dei giudici.


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Maurizio Blondet 21 giugno 2018 

Quando un capo di Stato e di governo proclama che nel paese vicino c’è un governo-lebbra, fa dire che è vomitevole, e prima ha detto che “li conosciamo”, esprimendo odio e disgusto intollerabile, non è che la domenica dopo incontra il capo di quel governo a Bruxelles a un pre-vertice UE.

No. Richiama l’ambasciatore e ammassa truppe a ridosso di Ventimiglia. Macron, con quelle parole deliranti, e irreparabili sul piano diplomatico, ha rotto l’Unione Europea e portato lo stato di guerra. Se ne rende conto? O forse ha ragione lo psichiatra forense Adriano Segatori che un anno fa – con una sicurezza diagnostica che colpiva – lo definì “psicopatico con deliri di onnipotenza, reso tale dal grave abuso sessuale che a 15 anni subì dalla sua insegnante Brigitte (di 24 anni più vecchia di lui)”, ed “altamente pericoloso”.

In altre occasioni, anche il vostro cronista l’ha udito usare un eloquio sconnesso e volgare da bassifondi (“foutre le bordel”, “pognon de dingue”), insultante verso lavoratori e poveri, che hanno suscitato – diciamo – disorientamento nel pubblico. Evidentemente quando è contraddetto da gente che disprezza (Salvini, gli italiani), perde il controllo e dice cose irrevocabili – di cui non sa nemmeno scusarsi, ed anche questo è un sintomo.

Ora, di ciò dovrebbero preoccuparsi le autorità francesi che gli stanno attorno, e anche – forse soprattutto, Bruxelles e Berlino. Sarà interessante vedere come Angela Merkel (e Juncker) condurranno il vertice di domenica, come ricuciranno una spaccatura dirompente della UE.

La Cancelliera aveva preparato in combutta con Macron il solito patto prefabbricato a danno dell’Italia sui migranti; Conte ha protestato – non ci sono abituati – e lei ha subito “accantonato” la bozza. Possiamo ammirare nei tedeschi una virtù che non li conoscevamo, un levantinismo da far vergognare qualunque venditore di tappeti falsi nel suk di Qwetta. Il tappeto era bucato? Niente male, lo ritiriamo, eccone un altro…

Ma ne verrà proposto un altro peggio. Il disprezzo e peggio con cui nelle capitali del Nord sono abituati a trattare l’Italia è palpabile e visibile ogni giorno di più, le navi di ONG battenti bandiere piratesche ormai fanno provocazioni come, che so, dei giovani teppisti olandesi ubriachi possono fare a un vecchio mendicante invalido; sicuri dell’impunità internazionale. La bozza di Merkel e Macron che essi ritenevano l’italiano avrebbe accettato, si riferiva ai “movimenti secondari”, ossia a scaricarci in Italia i migranti che sono arrivati in Germania ma sono stati registrati come primo approdo da noi. Serviva a rabbonire il ministro dell’interno Seehofer e a salvare la cancelliera dalla crisi di governo accontentando il “Salvini bavarese” che vuole appunto scaricarci i profughi.

Il rifiuto italiano produrrà un effetto che David Carretta, giornalista presso la UE per radio radicale per Il Foglio, esultante,prevede : “Così l’amico di Salvini, Horst Seehofer, il 10 luglio si attiverà per escludere Italia da Schengen: respingimenti al confine in Germania -> Austria impone controlli alla frontiera e respingimenti al Brennero”.

Esultante, e delirante perché per il godimento di odio e di fazione, egli non si avvede che sta descrivendo, né più né meno, l’esplosione della “Unione Europea” a cui tanto tiene. Un ministro dell’Interno bavarese “esclude l’Italia da Schengen”? Così, di suo arbitrio? E’ una violazione unilaterale dei trattati europei . Ma (come nota un twitter Musso), se “Berlino viola Schengen, ottimo. Ora possiamo violare Maastricht?”.

Allora liberi tutti. Lo sgretolamento dell’Europa nell’ostilità e nel disordine fra insulti e deliri, è tragico: ma non è certo responsabilità solo di “Salvini”, come proclamano i faziosi anti-italiani in Italia: qui il delirio di Macron e la disonestà levantina della Merkel si uniscono all’odio che il governo spagnolo sente il dovere di tributare al nuovo governo di Roma.

Un comunicato congiunto franco-tedesco ha appena raccomandato che le banche della UE riducano la loro massa di crediti andati a male (non performing loans) al 5 per cento di quelli che hanno adesso; ciò che obbligherebbe le banche italianes a svendere in fretta per 10 ciò che può rendere 30. Un’altra misura gratuitamente anti-italiana.

Il governo tedesco ha riconosciuto di aver lucrato 2,9 miliardi dalla crisi della Grecia.

E Weidmann della Bundesbank che si è rifatto vivo, per invocare ancora una volta i mercati ad esigere più alti interessi sul debito pubblico italiano: la misura che precipiterebbe la bancarotta e l’espulsione dell’Italia dall’euro, che sarebbe però, nella catastrofe, una dolorosa liberazione – di cui la Germania avrebbe solo da soffrire, a vendere le sue MErcedes con una moneta rivalutata del 30 per cento.

Uno dei motivi della rabbia delirante e incontenibile di Macron è che il governo italiano vorrebbe stabilire centro di selezione di “Migranti”in Libia, e in quella parte della Libia che la Francia sta prendendosi, appoggiando militarmente il generale Haftar per mettere le mani sulla “mezzaluna petrolifera”.

Haftar infatti avanza ed ha annunciato nelle prime ore del 21 giugno di aver perso il controllo di Ras Januf e Al Sidra, porti petroliferi della mezzaluna.


Ma, mi messaggia un amico, sapete cosa? “Sono dieci giorni che gli Usa bombardano le zone francesi in Libia”. Alleati involontari?

SEGUISEGUI @MASECHI

Mare, petrolio, guerra. La Libia brucia. Danni enormi nella Mezzaluna petrolifera. Aumentano le partenze di immigrati #Libia#21giugno #List newslist.it


La risposta alle prossime puntate. Da un twitterologo Musso, una indicazione che è un enigma.


Le piste degli africani che arrivano

In questa Europa Unita, è terribile scoprire che non abbiamo forze armate per tenere a freno gli altri stati amici.

Del resto Saviano recita ancora una volta l’antica figura del traditore italiota, che in odio al nemico interno chiama lo straniero ad invaderci.


“This new Italian government cannot be allowed to survive”. Queste le accorate parole, dense di schiumante rancura verso le plebaglie populiste, dell’araldo del mondialismo Saviano. Che si rivolge ai potentati stranieri auspicando un rovesciamento del governo italiano.

giovedì 21 giugno 2018

Land Grabbing (accapparramento di terre) - è difficile che la Francescon possa essere nella lista delle multinazionali che rubano terra agli africani

Senegal: meloni per l’Italia
21 giugno 2018


Produrre meloni in Senegal ed esportarli in Italia. Aiutare una regione agricola africana a crescere economicamente e socialmente. E senza fare concorrenza al prodotto italiano

Quella che poteva sembrare un’impresa impossibile è riuscita alla OP Francescon, il maggior produttore italiano di meloni. Dopo alcune verifiche di fattibilità, la Francescon – quartier generale a Rodigo, nel mantovano – ha individuato in una zona a una trentina di chilometri da Thiès (180 da Dakar) un’area ideale per la produzione di meloni. Siamo in pieno Sahel, il clima è arido. A differenza di altre regioni, però, qui c’è una forte escursione termica tra il giorno e la notte (dai 15 ai 20 gradi), che è l’ideale per far maturare il frutto. «Di giorno – spiega Matteo Zucchi, l’agronomo freelance che segue il progetto per conto della Francescon – c’è il caldo giusto per far maturare il melone e di notte il fresco adatto (mai sotto i 15 gradi). Questo permette alla pianta di riposarsi e di rendere al massimo. La qualità del frutto è ottimale. Un melone senegalese è più pesante del 20 per cento di un melone italiano di pari calibro. Se lo sbalzo termico fosse di soli 5-10 gradi, la pianta sarebbe più stressata e produrrebbe un frutto di qualità decisamente inferiore».

Partenariato

Trovate le condizioni ideali, la Francescon ha incontrato anche il partner ideale. «La società italiana – continua Zucchi – ha stretto un accordo di partenariato con una società senegalese a capitale spagnolo. La Francescon mette a disposizione le mie competenze di agronomo, i materiali e le sementi. Si occupa inoltre della vendita in Italia del prodotto. L’azienda partner mette i terreni e le strutture (magazzini, celle frigo, pozzi, sistemi di irrigazione, ecc.). In sostanza, loro mettono la struttura e noi mettiamo il know-how e il capitale circolante dell’annata».

Oggi l’azienda si estende su una superficie di 171 ettari: in 130 vengono coltivati i meloni (se ne producono 3500 tonnellate) e in 36, la zucca (500 tonnellate). L’azienda è quasi “a ciclo chiuso”. Le piante arrivano da un vivaio e, dopo un’accurata preparazione del terreno, vengono messe a dimora e coperte con “tessuto non tessuto”. Al momento giusto, le piantine vengono scoperte e le api (l’azienda ha una quarantina di arnie) possono impollinare. Dopo una quarantina di giorni, viene fatta la raccolta.







Le stagioni non si accavallano

Ma perché coltivare meloni in Senegal? «La produzione in Senegal – osserva Zucchi – è fatta per ampliare il periodo di commercializzazione e non intende in alcun modo sovrapporsi alla produzione italiana. Qui la stagione inizia a febbraio e termina agli inizi di maggio, quando in Italia non si producono meloni. L’esportazione cessa quando sul mercato italiano arrivano i primi meloni siciliani. Non vogliamo accavallare le produzioni italiana e senegalese perché non conviene e non è etico: né nei confronti dei senegalesi né in quelli degli italiani».

Qualcuno potrebbe imputare alla Francescon la pratica di land grabbing. Zucchi rigetta l’accusa: «Non scherziamo. È vero, in Senegal ci sono aziende che possiedono migliaia di ettari e che escludono le popolazioni locali da risorse agricole e idriche. Noi qui però coltiviamo 150 ettari, un’area non enorme, e con i senegalesi lavoriamo gomito a gomito. Con loro abbiamo instaurato ottimi rapporti. Altro che rubargli la terra!».

Lavoro, salute, istruzione

Zucchi mette in evidenza i benefici ottenuti dalla popolazione locale. Anzitutto il lavoro. In piena stagione l’azienda dà occupazione a quasi 300 dipendenti, 120-130 nella stagione “morta”. A loro è poi garantito un buon reddito. Inoltre, prima di essere impiegati nei campi, ricevono una formazione tecnica. Un capitale che può essere speso in azienda ma, qualora il dipendente volesse andarsene, anche essere messo al servizio di un’altra impresa.

«Nei campi dove coltiviamo i meloni – osserva –, nella stagione delle piogge semino dai 30 ai 50 ettari di miglio. La produzione viene poi distribuita ai villaggi intorno all’azienda. La proprietà è d’accordo, perché questa coltivazione viene fatta quando la produzione dei meloni è ferma, i semi costano pochissimo e i terreni sono fertili perché sono stati concimati per produrre meloni. Allo stesso tempo va a beneficio alle comunità locali, cui viene garantita la sicurezza alimentare. Il miglio è alla base della dieta senegalese: con esso ci fanno pane, minestre, ecc.».

Ogni anno, infine, la Francescon devolve una cifra per un progetto sociale nelle zone vicino all’azienda. È stata donata un’ambulanza, è stato costruito un centro medico e, in questi mesi, si sta costruendo una scuola. «Queste opere sociali servono a far crescere ulteriormente il territorio offrendo sicurezza sanitaria e formazione alla gente del posto – conclude l’agronomo –. Possiamo forse parlare di land grabbing?».

(testo di Enrico Casale – foto di Marco Garofalo)

Diego Fusaro&Aleksander Dugin

POLITICA

Giovedì, 21 giugno 2018 - 14:45:00
"Putin entusiasta di Salvini": l'intervista ad Aleksander Dugin
Putin è un fan di Salvini e la Russia tifa per il leader della Lega: parla Aleksander Dugin, consigliere del leader russo

di Claudio Bernieri


Metti una sera in via Padova, tra scantinati trasformati in moschee e centri sociali. Tutti ad ascoltare il consigliere di Putin, lo scrittore e filosofo Aleksander Dugin che presenta il suo libro “Putin contro Putin” (Ed. Aga). Il centro del mondo è in questi giorni Roma, con Di Maio e Salvini e il loro populismo integrale, vittoria metafisica del popolo italiano. Salvini risponde a tutte le sfide, è un successo mondiale: lui è un leader populista positivo. E’ il pensiero di Putin, che è un fan di Salvini. Tutti in Russia tifano per lui. In Italia Soros e i globalisti stanno perdendo la partita… Putin ha una grande simpatia per Salvini. Ora in Europa è un momento decisivo, si prospetta una vittoria radicale del popolo sulla elite ultraliberale”

Dicono che sia la mente di Putin.

Ideatore del nazionalbolscevismo, Dugin esalta i valori tradizionali contrapposti ai valori liberali che stanno andando portando il mondo verso caos e guerra. Alcuni analisti definiscono Putin un patriota, altri un liberale. Rimane la domanda: “Chi è Putin?”. Dugin da via Padova cerca di dare una frisposta:

“Vedo una grande Europa da Lisbona a Vladivostok”, con un asse Mosca-Pechino5. E una forte Unione Eurasiatica”.

"Putin entusiasta di Salvini " Intervista con Aleksander Dugin, consigliere del leader russo. VIDEO DI CLAUDIO BERNIERI


Inventore della “Quarta Teoria Politica“ (dopo liberalismo, fascismo e comunismo ecco la Tradizione), Dugin paragona Putin all’imperatore Augusto. Leader della resistenza alla post modernità e alla turbo- globalizzazione

“Putin somiglia a un funambolo su una corda tesa attraverso un precipizio. Ora è di fronte a un doloroso dilemma: quale dire- zione prendere? Verso il passato o verso il futuro? “ ci dice Dugin in questa intervista.” Per gli USA, una buona Russia è una Russia fragile: una Russia ripiegata su se stessa, debole, divisa, quasi morta, un “buco nero”, come la definì Zbigniew Brzezinsky. Il 71% dei Russi pensa che la Russia appartenga ad una civiltà a sé stante, “eura- siatica” e ortodossa, e che qualunque sviluppo in una direzione filo-occi- dentale non vada bene per il Paese.

Stimolato da Adriano Scianca, il dibattito ha visto duettare Dugin con il filosofo post marxista Diego Fusaro. «I signori della mondializzazione con il loro clero intellettuale giornalistico di accompagnamento stanno disgregando tutti i fondamenti della vita etica». Parla futurista; di turbocapitalismo apolide, di «globalizzazione linguistica», «contronarrazione demofila».

Una neolingua che affascina il foltissimo pubblico di nuovi editori (Maurizio Murelli, Andrea Scarabelli, Marco Battara) ed i politologi presenti in sala. Aldo BraccIo (Rivista geopolitica Eurasia), Pietro Fraccavento (movimento internazionale euroasiatico), Giuseppe Ghilardini ( Europa dei popoli) Roberto Jonghi Lavarini (Fare fronte), Lali Panchlidze (ass. Italia Georgia Eursasia), Gianluca Savoini (ass. Lombardia Russia).