Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 22 marzo 2019

22 marzo 2019 - Accordo con la Cina? Difendiamo le nostre tradizioni

21 marzo 2019 - Virginia Raggi a Porta a Porta (INTEGRALE)

Alberto Negri - La Sharia si la cultura millenaria cinese no, ragionare con i piedi degli euroimbecilli

Alberto Negri - L'Europa preoccupata per gli accordi tra Italia e Cina, perché non dice mai nulla sul suo alleato Erdogan



L’Europa è assai preoccupata per gli accordi tra Italia e Cina, percepita - per altro dopo anni di affari a rotta di collo condotti da tedeschi, inglesi e francesi - come un pericolo strategico, una superpotenza in contrasto con i valori occidentali. Essere prudenti con il dragone cinese forse è giusto. E’ assai curioso invece come l’Europa non abbia mai nulla da dire sul suo alleato Erdogan, un Paese membro storico della Nato, che ogni giorno i valori occidentali li calpesta sistematicamente. Questo lassismo è dovuto al fatto che con la Ue paghiamo Erdogan miliardi di euro (sei) per tenersi tre milioni di profughi siriani e che quindi ci ricatta con la possibile riapertura della rotta balcanica verso la Germania e l’Europa centrale. Il presidente turco compra i missili S-400 da Putin, irridendo la Nato e gli Stati Uniti, e dopo il fallito golpe del 2016 tiene migliaia di persone in carcere, senza accuse provate, tra cui centinaia di giornalisti e la dirigenza curda del partito Hdp. Non solo: ha alimentato la guerra in Siria facendo affluire migliaia di jihadisti, per altro con il consenso americano, europeo e i soldi delle monarchie del Golfo, e intende far fuori i curdi del Rojava siriano che a lungo, da soli, si sono opposti al Califfato nero di Al Baghdadi, di cui la Turchia è stata complice.

Erdogan è più pericoloso dei cinesi

Gli Usa e gli stati europei, ben sapendo di avergli colpevolmente concesso libertà d’azione, sono i primi a permettere che Erdogan sbeffeggi ogni principio di libertà e democrazia. Negli ultimi giorni però il leader turco ha passato i limiti e anche stavolta la reazione occidentale e dell’Unione europea è stata nulla. Le sue dichiarazioni dopo il massacro di 50 musulmani nelle moschee di Christchurch in Nuova Zelanda sono demenziali anche se la stampa europea le ha riportate solo parzialmente. Ecco cosa ha detto a Gallipoli, in occasione delle celebrazione delle battaglia del 1915, quando inglesi e francesi furono sconfitti nel tentativo di costringere l’impero Ottomano a riaprire lo stretto dei Dardanelli. A quella lunga battaglia durata mesi parteciparono sul fronte britannico anche soldati australiani e neozelandesi.

“I vostri nonni vennero qui e li abbiamo rimandati indietro nelle bare. Non abbiamo dubbi: rimanderemo a casa nelle bare anche voi nipoti”.

Il fatto che Erdogan la settimana prossima debba affrontare contrastate elezioni amministrative non giustifica un discorso del genere, pronunciato tra l’altro di fronte a numerose delegazioni straniere, neppure a fini di propaganda. Non solo presta il fianco a ogni critica possibile ma infiamma ulteriormente un confronto tra Occidente e Islam che vuole lui, insieme al radicalismo islamico e ai seguaci del suprematismo bianco e razzista. Non si è limitato a questo il presidente turco: ha mostrato in diversi comizi immagini della strage delle moschee in Nuova Zelanda - seppur sgranate - per denunciare “l’islamofobia”.

L'Europa sempre in silenzio

Il governo di Wellington ha chiesto che le immagini non vengano riproposte pubblicamente e ha protestato insieme a quello australiano. Ma dall’Europa non è venuta una parola di condanna e si continua a tollerare per ragioni geopolitiche e di bottega che Erdogan dica che quel che vuole pur essendo un possibile candidato all’ingresso nell’Unione. Insomma lasciamo che Erdogan si presenti come il campione dell’Islam sunnita anche quando ci prende a schiaffi. Ovviamente lui si fa portavoce di quel “doppio standard” con cui l’Occidente ha trattato in questi decenni il mondo musulmano. L’Europa non ha proferito verbo quando gli Usa hanno spostato l’ambasciata a Gerusalemme riconoscendola capitale esclusiva di Israele, contro ogni risoluzione dell’Onu. Non fa nulla quando lo stato ebraico occupa i territori palestinesi e moltiplica gli insediamenti, non ha fatto niente per rimediare la disastro della guerra in Iraq nel 2003 e ha contribuito in maniera criminale alla distruzione della Siria e della Libia. C’è poco da lamentarsi se poi la Turchia, ribadiamo Paese della Nato, stringe accordi con Putin e con l’Iran.

Ma che adesso Erdogan minacci di mettere sotto terra i nipoti di coloro che combatterono a Gallipoli va oltre ogni limite. Tra un po’ passerà alla battaglia di Lepanto del 1571 in cui venne sconfitta la flotta ottomana, alla quale inneggiava il terrorista massacratore di Christchurch. Informiamo Erdogan che comunque l’unico ammiraglio ottomano non sconfitto in quello scontro navale storico fu proprio Occhiali, nato a Capo Rizzuto dove oggi c’è il suo busto: era un calabrese convertito all’Islam, che tra l’altro fece prigioniero Cervantes, al quale sul Bosforo è pure dedicata una bella moschea. Ne tenga conto, se alla prossima occasione ci vuole proprio sotterrare di stupidaggini.

Notizia del: 21/03/2019

L'Occidente ignorante che non sa niente della Cina

Pino Arlacchi - Cina, è via della seta o via dell'ignoranza?


di Pino Arlacchi - Fatto Quotidiano

La visita del presidente cinese per la firma dell’accordo sulla “nuova via della seta” ha dato luogo a un dibattito politico-mediatico inconcludente e povero di contenuti. Anche chi difende le ragioni dell’accordo dimostra una conoscenza a dir poco incerta delle sue premesse e delle sue implicazioni. Ciò si deve a un fondamentale vuoto di conoscenza sulla Cina che viene sostituito da uno schema mentale tanto facile quanto sbagliato: Cina eguale a Stati Uniti. Il Paese di Xi Jinping è – per la quasi totalità dei commentatori italiani di politica estera e per gli sprovveduti leader dell’opposizione e del governo – nient’altro che una replica autoritaria della superpotenza americana.

Pochi di loro, in verità, dubitano che la Cina diventerà entro un decennio la maggiore economia del pianeta, con l’America al secondo posto. Ma ciò avverrebbe grazie al fatto di aver perseguito gli stessi obiettivi, seguito la stessa strategia e usato gli stessi strumenti adoperati dall’Europa negli ultimi secoli, e dagli Usa negli ultimi decenni, per impadronirsi del pianeta. Con la sola differenza della natura antidemocratica del regime di Pechino, guidato dal Partito comunista. Ma una lettura anche sbadata di qualche buon libro di storia della Cina dovrebbe essere sufficiente a smentire questo stereotipo. In materia di pace e di guerra, negli ultimi 2500 anni si è consolidata in Cina una vocazione diametralmente opposta a quella occidentale. Il disprezzo e l’avversione alla guerra sono un filo che corre lungo l’intera storia e cultura del Paese. Mentre nei sette secoli e mezzo che vanno dal 1200 al 1945 l’Europa è stata dilaniata da un massacro ogni pochi anni, la Cina ha goduto nello stesso arco di tempo di periodi di pace lunghi fino a 500 anni. Ed è su questa base non violenta – senza costruire imperi oltremare e senza corsa agli armamenti – che essa ha edificato una supremazia economica globale durata fino al 1820. E terminata a opera delle armi, della droga e dell’espansionismo spoliatorio dell’Occidente.

Tra tutti i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu, la Cina è l’unico a non aver sparato un solo colpo di cannone ai suoi confini negli ultimi 31 anni, dopo un breve scontro armato con il Vietnam nel 1988. L’idea della conquista imperiale, formale o tramite il libero scambio, è estranea alla cultura politica cinese altrettanto di quanto essa sia familiare all’Europa dall’Impero Romano in poi, e agli Stati Uniti dalla loro nascita, 250 anni fa, fino adesso. Consiglio a tutti di riflettere sulla vicenda delle spedizioni oltremare dell’ammiraglio cinese Cheng Ho intraprese 80 anni prima di Cristoforo Colombo.

Spedizioni colossali, richiamate in patria perché non animate dall’auri sacra fames, e che ci aiutano a capire perché oggi non parliamo cinese mentre nel continente americano si parla spagnolo e portoghese. La Cina è una potenza non-espansionista, non-militarista e pacifica sin dalle sue origini, e non c’è alcuna ragione di pensare che lo diventerà solo per imitare gli Stati Uniti. Essa non ha alcuna propensione a trasformare la sua potenza economica in potenza militare.

Prove recenti? Il suo budget militare, modesto e in costante diminuzione come percentuale del Pil, e il suo approccio al sistema internazionale creato dopo il 1945 dall’Occidente “pentito” delle sue ultime carneficine. L’approccio cinese si è basato sull’accettazione delle regole multilaterali e non sul loro sovvertimento. Dalle Nazioni Unite fino al Wto, dalle missioni di pace Onu (delle quali è il maggior contributore in termini di personale) ai grandi accordi su clima, ambiente, energia, mercati e nucleare, la Cina si comporta come uno Stato membro responsabile e pragmatico e non come una potenza aggressiva e minacciosa. Assomiglia a un’Europa priva della subordinazione agli Stati Uniti. Dal punto di vista politico, la principale differenza tra Cina e Stati Uniti consiste nell’adesione da parte della prima al concetto-guida delle Nazioni Unite, divenuto ormai una realtà di fatto delle relazioni internazionali: la multipolarità di un ordine mondiale basato su norme universalmente condivise e sul rispetto delle sovranità nazionali.

Una potenza in ascesa che fosse simile agli Usa avrebbe avuto tutto l’interesse a sposare una concezione unipolare del mondo, dove un singolo Paese giunto ai vertici del potere globale si assume il compito di dispensare a tutti il bene supremo della sicurezza. Le “dimissioni” di Trump dal ruolo degli Usa come governo mondiale sono di sicuro un passo importante verso la multipolarità, e aprono uno spazio verso la coesistenza con una Cina interessata al “vivi e lascia vivere” invece che all’imperium globale. Come l’ Unione europea. Ma è altrettanto certo che non siamo di fronte all’accettazione di un mondo post-americano. Esso comporta uno choc politico e un colpo al cuore militare-industriale di una potenza che è abituata a non avere rivali nel pianeta. E ciò può sconvolgere tutto.


Notizia del: 21/03/2019

Nicola Gratteri ancora deve imparare

Oliverio adesso sfotte Gratteri: “È arrivata la primavera!”
-21 Marzo 2019


“E’ finito un lungo e freddo inverno. È arrivata la primavera. Verità e Onestà non si calpestano”. Poche parole ma pesanti come macigni. Mario Oliverio evoca la primavera tanto cara al suo acerrimo avversario, Nicola Gratteri, e sembra quasi prenderlo per i fondelli nel commentare il successo ottenuto in Cassazione con l’annullamento dell’obbligo di dimora che per tre mesi lo ha costretto a “governare” la Calabria da lontano. Già da stamattina Oliverio riprenderà il suo lavoro nella Cittadella di Germaneto e c’è da giurare che farà di tutto non solo per portare a termine il mandato ma anche per riproporre la sua candidatura. Don Magorno, il suo principale avversario politico all’interno del Pd, ha clamorosamente sbagliato i tempi della sua scadente invettiva e adesso quello che ha dichiarato gli si ritorcerà contro come un boomerang… Detto tra noi se lo merita in pieno!

Ma torniamo all’Oliverio “liberato”. I suoi fedelissimi già dalla tarda serata di ieri stanno inondando i social delle loro festose reazioni. Francesco Dinapoli sottolinea il fatto che la Cassazione non ha neanche chiesto il rinvio ad altro processo per l’annullamento della misura cautelare. “Il Procuratore Generale della Cassazione – scrive – ha definito “assurdo” e “privo di fondamento giuridico” il provvedimento a carico del Presidente Oliverio. Annullamento senza rinvio. Lo stesso procuratore generale (l’accusa) indignato ha chiesto l’annullamento del provvedimento…“. Non mancano le citazioni evangeliche: “Un pugno di farina si fa presto a buttarlo, poi è difficile raccoglierlo”. Granello dopo granello con la coscienza più limpida di prima!

Mentre la compagna di Oliverio, Adriana Toman, ha preferito puntare sulla metafora del lupo della Sila: “Il lupo è tornato libero” e adesso va a caccia… Un “avvertimento” che suona sinistro per un buon gruppo di persone, Magorno in prima fila, of course.

http://www.iacchite.org/oliverio-adesso-sfotte-gratteri-e-arrivata-la-primavera/

giovedì 21 marzo 2019

NoTav - “Prendi un diabetico, promettigli che tra dieci anni gli darai l’insulina per farlo stare bene. Nel frattempo, lo rimpinzi di torte. Per dieci anni. Quando arriverà l’insulina sarà morto”

Gianni Barbacetto e il meteorologo mercalli sulla Tav: ‘Scavare il tunnel inquina più del traffico dei camion’

Silenzi e FalsitàPOSTED ON MARZO 18, 2019


Gianni Barbacetto, scrittore e giornalista, ha pubblicato sul proprio sito una disamina relativa alla Tav.

Barbacetto e il meteorologo Luca Mercalli, si trovano d’accordo nel paragonare il Tav a un diabetico rimpinzato di dolci:

“Prendi un diabetico, promettigli che tra dieci anni gli darai l’insulina per farlo stare bene. Nel frattempo, lo rimpinzi di torte. Per dieci anni. Quando arriverà l’insulina sarà morto”.

Perchè questa similitudine direte voi, che c’entra il diabete con il Tav? Il giornalista del Fatto Quotidiano, convinto dal paragone coniato dall’amico Mercalli, argomenta così:

«Uno dei primi argomenti dei sostenitori della nuova linea Torino-Lione è il beneficio ecologico: sposti le merci trasportate dalla gomma al ferro, dal camion al treno, e ridurrai l’inquinamento. Peccato però che per fare questo cambio (forse) tra 10 o 15 o 20 anni, devi prima scavare un immenso buco nella montagna. La galleria più lunga del mondo. Quindi per 10, 15, 20 anni la supertalpa succhierà megawatt, saranno spostate, lavorate e impiegate tonnellate di cemento, acciaio, rame, saranno smossi migliaia di metri cubi di roccia.
Poi, a opera fatta, continuerà a funzionare giorno e notte l’impianto di raffreddamento, perché il tunnel nel cuore della montagna avrà un clima ostile alla vita e la temperatura sarà attorno ai 50 gradi. Quindi: per diminuire tra 15 anni (forse) le emissioni di Co2 dei camion, per 15 anni innalzeremo a dismisura le emissioni di Co2. Torte al diabetico, con la promessa di dargli prima o poi l’insulina.
Si possono calcolare i costi-benefici delle emissioni? Sì, con quello che viene chiamato il “bilancio del carbonio”: per fare qualunque opera si consuma energia e si provocano emissioni; bisogna fare il confronto tra quanto si inquina subito e quanto (e quando) si migliora la qualità dell’aria dopo. Il “bilancio del carbonio” può essere positivo o negativo.»

“I ricercatori Jonas Westin e Per Kågeson, del Royal Institute of Technology di Stoccolma”, spiega Mercalli, “nel loro studio Can high speed rail offset its embedded emissions? sostengono che perché il bilancio del carbonio sia favorevole al clima, le linee ferroviarie ad alta velocità ‘non possono contemplare l’uso estensivo di tunnel”.

«Il cuore del Tav è il supertunnel. Conviene? Per non sbagliare, conviene affidarsi non ai dati forniti dai pericolosi No Tav, ma a quelli messi a disposizione dai sostenitori dell’opera. Basta andare a spulciare i Quaderni prodotti dall’Osservatorio Torino-Lione, diretto da Mario Virano, che oggi è il direttore generale di Telt, la società italo-francese che si propone di realizzare la linea. Il Quaderno numero 8, uscito nel 2011 con il titolo Analisi costi-benefici, presenta alcune tabelle assai istruttive.

Mostra che durante tutta la costruzione del tunnel le emissioni aumenteranno, a botte di circa 1 milione di tonnellate di Co2 l’anno, accumulando nel tempo oltre 12 milioni di tonnellate. Risultato: l’effetto negativo durerà almeno – ammette l’Osservatorio di Virano – per altri 12 anni dopo la fine dell’opera. Se dunque i lavori inizieranno nel 2020 e dureranno 15 anni (a essere ottimisti), l’apertura del tunnel sarà nel 2035 e poi ci vorranno altri 12 anni prima che si sentano i primi timidi effetti benefici del passaggio (non garantito) dai camion al treno: dunque superinquinamento (garantito) almeno fino al 2047.

Solo da quell’anno il bilancio comincerà a essere positivo, la quantità di Co2 risparmiata sarà maggiore di quella prodotta per realizzare la linea: se davvero il passaggio gomma-ferro avverrà nella misura ipotizzata dai fautori del Tav. Allora il diabetico finirà di essere riempito di torte e avrà finalmente la sua insulina. È un caso evidente di cura peggiore del male.»

Mercalli per sostenere la sua tesi cita l’ultimo rapporto dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni unite, “Il rapporto dell’ipcc dice chiaramente che le emissioni vanno ridotte subito”, spiega Mercalli, “altrimenti nel 2040 avremo già superato la soglia di sicurezza del riscaldamento globale, di 1,5 gradi centigradi”. che come ribadito anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Siamo sull’orlo di una crisi climatica globale per scongiurare la quale occorrono misure concordate”.
Continua Mercalli: “Non possiamo più rimandare: invece della cura del ferro che (forse) darà risultati fra 30 anni, possiamo usare i miliardi di euro destinati al Tav per iniziare subito azioni che riducano le emissioni. Azioni con effetti certi e immediati, come collocare più pannelli solari sui tetti degli italiani, cambiare gli infissi alle case colabrodo, aumentare la coibentazione, installare pompe di calore. Tutte azioni che possono dare lavoro a decine di migliaia di artigiani – in tutta Italia e non solo in Valle di Susa – e non ci fanno aspettare 30 anni per ottenere (forse) effetti positivi sull’ambiente”.
Servirebbe un bilancio del carbonio certificato da un ente terzo, conclude Mercalli: “Come l’Istituto superiore di protezione e ricerca ambientale, che mantiene il catasto nazionale delle emissioni climalteranti e potrebbe verificare i costi e i benefici ambientali della Torino-Lione”.

L’eurodeputato Cinquestelle Dario Tamburrano aggiunge: “Ma quale riduzione dell’inquinamento, la linea Tav aggraverà per decenni le condizioni dell’atmosfera”. Per questo l’eurodeputato ha depositato una interrogazione in cui chiede alla Commissione europea, che finanzia l’opera, se dispone dei calcoli sulle emissioni legate alla realizzazione della linea, e se “non ritenga doveroso abbandonare il progetto per evitare l’aumento delle emissioni, inconciliabile con la necessità di contrastare già nel presente i cambiamenti climatici”.

NoTav - Mentana ha fatto una porcata

"La Tav è un'enorme cazzata". Parla il professor Ponti

Marco Ponti, professore del Politecnico incaricato dell'analisi costi-benefici commissionata dal governo sulla Tav, ha risposto ad alcune domande dell'Agi. E replica in modo molto netto ai cronisti che gli ricordano lo studio che ha realizzato per l'Unione europea 

19 marzo 2019,07:14

TAV

La "Tav è un'enorme cazzata". Lo dice senza mezzi termini, Marco Ponti, professore di Economia applicata al Politecnico di Milano e autore dell'analisi costi-benefici commissionata dal governo sulla Tav per volere del Movimento 5 Stelle. Prima del suo intervento questa sera a Milano in uno studio di architettura per parlare dell'argomento, risponde alle domande dell'AGI e denuncia:

"La Tav è un'opera piccola, appena 5 miliardi, rispetto ai 133 miliardi di opere da completare che non sono mai stati analizzati".

Ponti va all'attacco del predecessore di Danilo Toninelli alle Infrastrutture, cioè di Graziano Delrio: "Preferisco 10 volte l'attuale ministro a Delrio"; quest'ultimo, a suo dire, "ci ha lasciato 133 miliardi di progetti senza nessuna valutazione. Non si sa nemmeno quanto costano e quanto ricavano: non c'è un'analisi di traffico. Sono state approvate per partito preso, quindi, se vogliamo, il progetto della Tav è irrilevante rispetto al complesso dei progetti che vanno valutati. Io ne ho sul tavolo 27 miliardi".

Strade, ferrovie, e altre opere "di trasporto in Italia, di cui alcune costano 5 miliardi come la Tav, altre 2, altre un miliardo", eppure "non si sa quanto traffico ci passa, nè quanto ricaveranno, si sanno solo i costi perché sono soldi nostri". Ponti è critico: "Solo perché si tratta di soldi dei contribuenti, non occorre valutare?".

Le polemiche che l'hanno travolto dopo l'uscita dello studio costi benefici, dunque "sono solo all'inizio". Ci sarebbero margini per modificare il progetto e renderlo dunque approvabile? "Sicuramente, ma è difficile perché si tratta di un tubo". Ponti torna dunque sui tanti altri progetti che secondo lui è il caso di rivedere: "Ce ne sono alcuni più importanti e molto più costosi della Tav, che hanno alternative e di questi parleremo tra meno di un mese", annuncia, prefigurando successive analisi costi-benefici da realizzare.

"Anche quelle opere hanno importanti alternative, meno costose, e su questo è doveroso analizzare le alternative. Sulla Tav è più difficile perché il tubo o si fa o non si fa. In generale non è opportuno scavare metà buco, o lo si fa tutto o non lo si scava". Secondo il docente del Politecnico è da criticare anche "l'assioma" per il quale il trasporto su ferro inquina meno di quello su gomma. "Grazie alla tecnologia abbiamo già risultati strepitosi: un camion di oggi inquina un decimo di uno di 20 anni fa e questa è la strada che sta seguendo tutto il mondo. Tutti stanno investendo decine di miliardi per fare veicoli o ibridi o elettrici".

Si investono miliardi anche per realizzare ferrovie, professor Ponti. "Stupidaggini. Quella è una tecnologia dell'800 e costa allo Stato, mentre per la tecnologia dei veicoli pagano tutti gli utenti". Agli attacchi di stampa che gli ricordano una precedente pubblicazione che valutava positivamente la Tav, la risposta dell'economista è netta:

"Il precedente studio è una balla. Quella precedente pubblicazione è una delle bugie più odiose fatta da quello 'str' di Mentana, io gli voglio bene ma quello che ha fatto è orrendo. Il precedente studio non era un'analisi costi-benefici ma un'analisi di valore aggiunto, che non ha niente a che vedere con l'analisi costi benefici. Col valore aggiunto è fattibile qualsiasi cosa, anche un'autostrada di alluminio tra la Sicilia e la Sardegna. perché non misura il rapporto tra costi e benefici, infatti ai politici piace tantissimo".

Secondo lo studioso, "confrontare quello con l'analisi costi benefici è una porcata indegna di un giornalista serio e tutti l'hanno usata per dire 'ecco Ponti dice sì una volta e sì un'altra voltà e 'Ponti dice sì per quello per cui è pagato'". Quindi lei non è stato pagato per la consulenza al governo? "Ci tengo a dire che non sono pagato per mia scelta. La libertà ha un prezzo, sono ricco e non me ne frega niente. Nessuno deve potermi dire che dico sì o no perché sono pagato. Da 10 anni valuto i progetti sulla base dei costi e dei benefici che riesco a calcolare. Per questo progetto mi dicevano già che era indifendibile".

"Non dicevo 'no' per ragioni ideologiche ma perché, come un medico a cui fanno vedere le radiografie di un paziente non complete, poi la temperatura e altri parametri, deve dire, secondo la sua professionalità, se non sta bene o sta bene. Non puo' dire 'io penso chè se è un professionista serio. Sui progetti tendo a dire quello che emerge dai dati: non solo io, ma una serie di altre persone, quando hanno visto questo progetto già 10 anni fa, hanno detto che non era un buon uso delle risorse pubbliche, perché costa troppo caro rispetto al traffico che ci passa su".

Ponti durante la serata va all'attacco dell'Europa: "La Commissione Europea decide senza seguire le regole, tra le quali che chi inquina paga, perché anche le ferrovie sono altamente inquinanti. I ritorni finanziari sull'investimento per infrastrutture ferroviarie sono sempre zero, me l'ha detto la stessa commissaria ai trasporti Violeta Bulc. La lobby ferroviaria in Europa è intoccabile perché muove voti e soldi". "Un ex amministratore delegato e super ferroviere, ex da poco tempo - conclude Ponti - mi disse che, visto che sulla linea Torino-Lione non ci passerà nessuno, l'ipotesi di potenziare la linea che passa per Nizza e Ventimilgia era assolutamente da prendere in considerazione".

Alberto Negri - Rimettere sui piedi i fatti

Alberto Negri - Curdi e Medio Oriente, il Corsera un giornale inutile, una stampa inutile


di Alberto Negri*

Dopo aver detto che abbiamo lasciato i curdi soli e accennato di sfuggita alla Turchia, il Corsera dimentica di dire 1) che Erdogan ha fatto passare migliaia di jihadisti in Siria con il sostegno Usa, i soldi delle monarchie del Golfo e la complicità di Gran Bretagna Francia e Italia 2) Che a combattere i jihadisti (facendo fuori anche l’opposizione) sono stati Assad, gli iraniani, i russi e gli Hezbollah 3) che se non fosse stato per le milizie sciite l’Isis arrivava anche a Baghdad 4) che il governo di Netanyahu sul Golan ha sostenuto i tagliagole jihadisti contro Damasco.

Ma questo non rientra certo nella retorica anti-iraniana, filo-israeliana e filo- monarchie del Golfo che contraddistingue l’inutile stampa italiana complice di una visione distorta del Medio Oriente.

*post Facebook del 20/03/2019

Notizia del: 20/03/2019

La Fed prudente diventa "paziente"

WDH / US FEDERAL RESERVE: LA CRESCITA È RALLENTATA: LA POLITICA MONETARIA “PAZIENTE”


Posted On: March 20, 2019
Posted By: Andrea Russo

WASHINGTON (YF) – La crescita economica negli Stati Uniti si è raffreddata di recente, secondo la Federal Reserve statunitense. Dato lo sviluppo dell’economia globale e dei mercati finanziari, una politica monetaria “paziente” è appropriata, la Federal Reserve statunitense ha annunciato mercoledì a Washington. Ha confermato la sua attesa e vede la posizione politica.

Il mercato del lavoro è ancora forte. Tuttavia, la solida crescita economica del quarto trimestre si è indebolita di recente.L’aumento della spesa per consumi e degli investimenti è rallentato. Tuttavia, hanno continuato a aspettarsi una crescita economica sostenibile. L’inflazione complessiva è recentemente calata a causa dell’andamento dei prezzi dell’energia. Il tasso principale (escludendo l’energia volatile e i prezzi alimentari) è ancora vicino al 2%.

In precedenza la Fed aveva mantenuto il suo tasso di riferimento in un intervallo dal 2,25 al 2,50%. Tutti i membri del comitato di politica monetaria (FOMC) hanno votato a favore di questa decisione./jsl/bgf/fba

Decadentismo degli Stati Uniti - i debiti privati aumentano, sette milioni di statunitensi che hanno comprato automobili hanno smesso di pagare le rate. 40-50 milioni di poveri ...


Stati Uniti: debito privato in continuo aumentoE i mutuatari sono sempre più in difficoltà a ripagare i loro debiti

DI GIACOMO GABELLINI SU 20 MARZO 2019 16:30

Secondo un recente rapporto, ben sette milioni di statunitensi hanno smesso di pagare le rate dei prestiti contratti per acquistare un’automobile da almeno tre mesi. Si tratta di una cifra abonorme, di gran lunga superiore – di almeno un milione di persone, stando ai dati forniti dalla Federal Reserve – a quella registrata in un anno particolarmente critico sotto il profilo economico come il 2010. La Federal Reserve di New York sostiene che il problema investa soprattutto i mutuatari al di sotto dei 30 anni dotati di bassi punteggi creditizi: esattamente il tipo di persone, in altre parole, che avrebbe potuto riscontrare maggiori difficoltà nel ripagare sia il prestito per l’acquisto di un’auto che il mutuo studentesco.

Anche i dati relativi a quest’ultima voce sono decisamente critici, visto e considerato che i prestiti studenteschi sono cresciuti da 600 a quasi 1.400 miliardi di dollari tra il 2008 e il 2018 (secondo fattore di indebitamento privato dopo i mutui immobiliari) e una quota crescente degli oltre 45 milioni di cittadini statunitensi coinvolti si trova attualmente nell’impossibilità di saldare il conto con regolarità. Le insolvenze sono arrivate a toccare l’11% del totale. Paul Della Guardia, economista presso l’Institute of International Finance, ha ricordato agli intervistatori di ‘Bloomberg’ che «oltre il 90% dei prestiti agli studenti è garantito dal Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti, il che significa che se una recessione dovesse provocare un aumento della disoccupazione giovanile e innescare una catena di inadempienze, il bilancio del governo statunitense ne risentirebbe pesantemente». All’origine del fenomeno vi è anche in questo caso la tipologia strutturale del prestito studentesco, per sua natura scollegato dallo stato del mercato del lavoro su cui si regge la solvibilità dei contraenti. In presenza di una congiuntura economica problematica come quella attuale, i neolaureati si imbattono in notevoli difficoltà a reperire un’occupazione retribuita in misura sufficiente da consentire loro di estinguere i debiti. Inoltre, il prestito studentesco non contempla la possibilità di dichiarare default, e va quindi restituito nella sua interezza a prescindere dalle condizioni di vita del contraente che rischia così di trascinarsi il fardello debitorio per buona parte della propria esistenza sottraendo risorse ai consumi.

Un discorso simile può essere formulato per quanto riguarda i prestiti legati alle carte di credito. I dati indicano infatti che il totale dei debiti contratti dai possessori corrispondono a circa 800 miliardi di dollari, con le insolvenze in costante crescita dal 2011 ad oggi – gli istituti maggiormente coinvolti sono Citigroup, Bank of America, Jp Morgan Chase e Wells Fargo. Si stima che ogni famiglia americana abbia in media un debito legato alle carte di credito pari a 8.284 dollari. Il tutto mentre le sofferenze bancarie connesse ai prestiti alle aziende conoscono una progressiva contrazione. Segno che le famiglie non riescono a trarre benefici adeguati dall’andamento dell’economia, cosa che mette a dura prova la credibilità della teoria reganiana su cui si basa l’architettura della riforma fiscale introdotta dall’amministrazione Trump.

Da ciò si evince che, analogamente a quanto accadeva molto prima dello scoppio della crisi del 2008, i cittadini statunitensi continuano a ricorrere sistematicamente all’indebitamento per mantenere il proprio standard di vita. Secondo l’economista Martin Hellwig, «prese singolarmente, nessuna di queste voci [i prestiti per l’acquisto di auto, il mutui studenteschi e i debiti legati alle carte di credito, nda]può rappresentare un fattore scatenante di una prossima crisi, gli importi non sono paragonabili a quelli dei mutui per la casa e i debitori sono diversi […]. Tuttavia, devo sottolineare che i numeri aggregati del debito per gli Stati Uniti rimangono preoccupanti come per altre aree del mondo. In sostanza, dal 2007 ad oggi, non c’è stata alcuna riduzione del debito, nemmeno in termini relativi». La differenza tra l’attuale stato dell’economia e quello relativo al periodo pre-crisi è data dal fatto che oggi i debiti tendono a minacciare il tenore di vita dei cittadini statunitensi, e in forma minore lo stato patrimoniale delle banche. La situazione potrebbe poi sfuggire di mano nel caso in cui la Federal Reserve dovesse accantonare i recenti tentennamenti per tirare dritto con la sua politica di ‘normalizzazione monetaria‘, cosa che accrescerebbe inesorabilmente il peso reale dei mutui sottraendo risorse ai bilanci domestici.

NoTav - Il Tav «o la Tav che dir si voglia» è un’opera che non sta in piedi e che ha una valenza economica solo per chi beneficerà delle sue lucrose commesse

Tav? Va bocciata «in partenza»

Venosi, esperto di trasporto pubblico, ad un convegno organizzato a Trissino «smonta le ragioni del sì Tav». Ma durante la serata scoppia una polemica col pubblico relativa alla manifestazione contro il riscaldamento globale organizzata il 15 marzo a Valdagno

Redazione21 marzo 2019 10:42





Il Tav «o la Tav che dir si voglia» è un’opera che non sta in piedi e che ha una valenza economica solo per chi beneficerà delle sue lucrose commesse.

Sono queste le conclusioni cui è giunto Ersamo Venosi, tra i massimi esperti italiani di trasporto pubblico, intervenuto ad un incontro dedicato al tema delle infrastrutture ferroviarie organizzato ieri dal Covepa (Coordinamento veneto pedemontana alternativa) nella biblioteca civica di Trissino nel Vicentino. La serata peraltro ha avuto un epilogo effervescente quando il portavoce del Covepa, l’architetto Massimo Follesa, è stato contestato per alcune sue prese di posizione dopo la manifestazione contro il «climate change» organizzata alcuni giorni fa a Valdagno.

UN’OPERA BOCCIATA IN PARTENZA

Per Veneosi, fisico dal lungo cursus professionale nel ramo dello studio dei trasporti e dell’ambiente, dal giudizio sulla Tav non si scappa. Che si parli della Torino Lione o che si parli della Brescia, Verona, Vicenza, Padova non c’è storia. Se le opere si costruissero sarebbero degli scempi ambientali rispetto ai quali i presunti benefici non copriranno mai le perdite in termini economici, ecologici e sociali. E ancora. Non si capisce la protervia con cui gli imprenditori, molti politici e molti giornalisti hanno attaccato «l’analisi costi benefici sulla Tav firmata dal professore Marco Ponti il quale altro non ha fatto che applicare «quanto previsto dalle leggi vigenti e quanto previsto dalla disciplina europea di riferimento». Poi un altro affondo: in un periodo di difficoltà di bilancio «con i vincoli stabiliti dall’Ue e dal fiscal compact, sui quali assai ci sarebbe da discutere, come possiamo permetterci una Tav il cui costo, se si parla di quanto è stato realizzato sulle altre tratte, sfonda ogni paragono con le cugine europee e giapponesi?».

I PARALLELISMI TRA SPV E TORINO-LIONE

Follesa, durante la sua introduzione aveva portato all’attenzione del pubblico, una dozzina di persone, una serie di parallelismi tra l’alta velocità ferroviaria e la Pedemontana veneta, nota anche come Spv, dicendo peste e corna dei criteri adottati da alcuni specialisti per calcolare le previsioni e di flussi di traffico. «Ad ogni modo - rimarca Follesa - mi spiace dovere constatare la mancanza da questa discussione del fronte del sì». L’architetto si riferisce all’invito che era stato rivolto ai vertici della associazione vicentina Forgiareidee , da sempre attiva a favore dell’alta velocità, invito che è stato declinato per la presenza di altri impegni. «Devo constatare - fa sapere ancora il portavoce- che durante la serata organizzata da noi poche ore fa le tesi propugnate da Forgiareidee durante il suo meeting del 15 febbraiosono state smontate una dopo l’altra da Venosi». La cui analisi è stata interamente registrata ed è già a disposizione dei lettori. L’opera, ha spiegato Venosi a margine della serata «va bocciata in partenza».

CODA POLEMICA

Tuttavia ieri la serata ha avuto una chiusa inaspettata. Tra il pubblico c’era anche Alessandro Collareda, uno fra tremila ragazzi i quali cinque giorni fa a Valdagno avevano preso parte ad una manifestazione contro il riscaldamento globale. Collareda in modo molto sentito ha stigmatizzato alcune prese di posizione di Follesa (il quale aveva parlato di strumentalizzazione politica) che erano seguite alla marcia dei tremila di Valdagno, evento al quale aveva dedicato un corsivo, proprio su queste colonne , Marco Milioni. Tanto che anche quest’ultimo, presente in sala per documentare l’intervento del relatore, è stato duramente criticato da Collareda. Il quale ha sostenuto che il giornalista di Vicenzatoday.it abbia ingenerosamente bollato come «fascista» la declinazione valdagnese della manifestazione del 15 marzo, nota nella sua versione internazionale col nome di «Global strike for future», ovvero sciopero globale per il futuro.

Milioni, mentre l’atmosfera diveniva sempre più frizzante, ha respinto al mittente le accuse (cosa che in precedenza aveva fatto anche Follesa): ma quando la discussione stava per entrare nel vivo Collareda se n’é andato sbattendo la porta. «Quando c’è confronto e anche quando c’è scontro, è comunque un buon segnale - ha fatto sapere Follesa a caldo - anche in considerazione del fatto che un ragazzo ha partecipato ad una serata comunque impegnativa, durante la quale sono stati affrontati argomenti complessi che meritano attenzione ed una attenta riflessione da parte di tutti».

Antonino Galloni - «Se avete problemi con il costo della flat tax… dateve da fa’ con la moneta parallela sovrana e non a debito»

GALLONI: «FLAT TAX? DATEVI DA FARE CON LA MONETA ALTERNATIVA»


GALLONI: «FLAT TAX? DATEVI DA FARE CON LA MONETA ALTERNATIVA»
19 Mar 2019

Con il Reddito di Cittadinanza che comincia a insinuare il dubbio sulla sua reale efficacia in termini di benefici sull’economia, torna in primo piano il progetto della Flat Tax. Si tratta del cavallo di battaglia della Lega in contrapposizione più o meno marcata con la ricetta occupazionale proposta dai Cinque Stelle.

Gli osservatori spiegano che dietro all’evidenza che viene data alla Flat Tax ci sia una buona parte di contrasti che ideologicamente separano i due schieramenti politici che fin qui hanno condiviso la gestione politica del governo nazionale. Ma le parti in causa rispondono che tutto era «scritto nel contratto di governo».

Sarà, ma i dubbi restano. Per chiarirci le idee abbiamo chiesto nuovamente aiuto al professor Nino Galloni che in giornata aveva già suggerito, in un suo tweet “ruspante”, al ministro Matteo Salvini la possibile soluzione per far funzionare l’annunciata semplificazione fiscale: «Se avete problemi con il costo della flat tax… dateve da fa’ con la moneta parallela sovrana e non a debito».

Il concetto è chiaro: «Una riduzione delle tasse di questo tipo deve tenere in conto la necessità di non ridurre troppo il gettito tributario. Cioè la Flat Tax funziona se compatibile a un gettito adeguato. Quindi, o si mette mano al disavanzo pubblico mantenendo bassi i tassi d’interesse e magari introducendo un’agenzia di rating nazionale, oppure si ricorre alla moneta alternativa. Perché ridurre la tassazione in questo senso deve essere la premessa per spendere di più».

La Flat Tax, spiega Galloni, deve prevedere importanti deduzioni e detrazioni per salvaguardare il concetto di progressività delle imposte e non uscire dal percorso costituzionale. «Bisognerà poi vedere – aggiunge l’economista – se sviluppare il progetto con una sola aliquota, come proposto da Armando Siri, o con due-tre fasce allentando gradualmente la pressione fiscale. La scommessa sta nella riduzione dell’evasione, perché una tassa minima uguale per tutti, sia chi non paga abitualmente le tasse perché non guadagna e sia chi non paga pur guadagnando. Certamente i lavoratori vessati da troppi balzelli ne ricaverebbero un beneficio. Sarebbe anche l’occasione per introdurre nel sistema una quota minima che corrisponda a servizi effettivi, individuando beni e servizi garantiti al cittadino».

Insomma la Flat Tax potrebbe avere un impatto sull’economia. Galloni analizza i risvolti positivi: «Detto che il Reddito di Cittadinanza non è in realtà un reddito vero e proprio (come invece quello di Dignità promosso dal Pvu di Maurizio Sarlo) ma un buon ammortizzatore sociale, la Flat Tax si ripromette di restituire risorse a una massa di persone finita alle strette per la esagerata tassazione». Sono possibili integrazioni tra un progetto e l’altro, «con le necessarie valutazioni di macro e microeconomia a vantaggio delle imprese».

Ma la chiave di tutto sta nell’indispensabile impulso – non ancora condiviso dal racconto politico mainstream – alla capacità di acquisto dei cittadini, da incentivare grazie alle tecnologie sottoutilizzate in tutti i comparti, con particolare riferimento ai servizi per la cura della persona o per l’ambiente e da abbinare necessariamente alla moneta alternativa. Come suggerisce giustamente Galloni: «Dateve da fa’!».

Banca Etruria - Non hanno difeso i risparmiatori anzi hanno concorso a truffarli, sempre lui il corrotto euroimbecille Pd

LA PROMUOVE IL CODACONS
FIRENZE: CLASS ACTION DEI RISPARMIATORI TRUFFATI CONTRO LA COMMISSIONE UE

DI CAMILLO CIPRIANI - MERCOLEDÌ, 20 MARZO 2019 17:10 - 

Banca Etruria, la protesta dei risparmiatori

FIRENZE – Una class action nei confronti della Commissione europea, per chiedere un’azione risarcitoria in relazione ai gravi errori commessi nella gestione delle crisi bancarie in Italia. La annuncia il Codacons.
L”associazione dei consumatori, spiega una nota, che assiste nei vari processi in corso numerosi risparmiatori italiani danneggiati, sta predisponendo le carte legali per un’azione collettiva contro la Commissione Ue, «colpevole di aver totalmente sbagliato le proprie valutazioni costringendo di fatto il Governo Renzi ad adottare il bail in per Banca Etruria, Banca Marche, Carife e Carichieti, azzerando con un colpo di spugna i risparmi degli obbligazionisti dei quattro istituti di credito».
«Come ha sentenziato il tribunale Ue, l’intervento del Fitd sulle banche in crisi era pienamente legittimo e non poteva essere in alcun modo impedito – spiega il Codacons -. La Commissione Ue si è resa quindi protagonista di un comportamento che ha arrecato danni economici e sociali enormi nel nostro paese, coinvolgendo 12.500 risparmiatori delle quattro banche. Per tale motivo il Codacons ha avviato le pratiche per una maxi causa risarcitoria collettiva contro la Commissione europea alla quale saranno chiamati a partecipare tutti gli investitori di Banca Etruria».

Il nostro padrone ringhia e affonderà le sue unghie sempre più in profondità nella nostra tenera pelle

L’Italia sul ring tra Usa e Cina

di Lucio Caracciolo
20 marzo 2019

Non è da tutti offrirsi contemporaneamente all’ira della superpotenza – che di fatto è il nostro padrone di casa – e della sua unica sfidante

L’Italia è finita senza accorgersene nel mezzo del ring dove Stati Uniti e Cina si sfidano per il titolo mondiale dei supermassimi. Esposta ai colpi degli uni e degli altri, sopra e sotto la cintura.

Non è da tutti offrirsi contemporaneamente all’ira del campione in carica – nostro nominale alleato, di fatto padrone di casa – e del suo sfidante unico, che vorrebbe servirsi dello Stivale per avvicinarsi al centro del quadrato, occupato dal detentore. Il match minaccia di prolungarsi oltre i tempi regolamentari. Resta da stabilire come sia stato possibile ficcarci in tanto guaio. E, se possibile, come uscirne. Per questo occorre capire che cosa vogliono e possono, nell’ordine, Cina, Stati Uniti e Italia.

La Cina usa il brillante marchio delle nuove vie della seta per costruire una controglobalizzazione a 360 gradi. Pechino si è convinta da un decennio che il sistema geopolitico ed economico centrato sugli Stati Uniti sia in decomposizione. Quindi non intende entrarvi come junior partner ma stabilire le regole del nuovo gioco sinocentrico, cui altri potranno aggregarsi. La Belt and Road Initiative (Bri), nome ufficiale della strategia, consta di almeno tre volani.

Primo. Infrastrutturare le rotte marittime e terrestri fra Cina-Asia, Africa ed Europa

Secondo. Penetrare nei sistemi politico-istituzionali dei paesi coinvolti seguendo il principio di minor resistenza: si individuano i “ventri molli”, li si infiltra e di lì ci si espande. A differenza della Russia, che vuole tenere la Nato il più possibile lontano dalle sue frontiere, la Cina cerca di penetrarvi. L’espansione verso est della sfera d’influenza americana in Europa le va benissimo perché non la minaccia mentre tiene sotto pressione Mosca e allunga la catena di controllo di Washington.

Terzo. Costruire basi militari lungo le rotte interessate. La prima è a Gibuti, collo di bottiglia fondamentale lungo la direttrice Pacifico-Indiano-Suez-Mediterraneo, dove infatti sono installate quasi tutte le maggiori potenze, oltre all’Italia. Altre basi seguiranno. O ci sono già, coperte. È probabile che il progetto cinese, accompagnato da una tonalità retorica inutilmente arrogante, superi le risorse a disposizione dell’Impero del Centro. Forse potrebbe accentuarne la crisi, già percepibile. O spingerla verso lo scontro diretto con gli Stati Uniti, ipotesi studiata in ogni dettaglio dalle Forze armate dei due massimi contendenti. Gli Stati Uniti non accetteranno mai di cedere spontaneamente la corona mondiale. Per questo sono in modalità prebellica contro la Cina (e la Russia).

La partita dei dazi ne è solo manifestazione laterale. Il contenimento delle ambizioni di Pechino avviene in tutte le dimensioni, a cominciare dall’intelligence e dalla preparazione della guerra cibernetica. Washington considera la Bri minaccia vitale – dopo averla a lungo sottovalutata – ed è pronta a colpire con rappresaglie sproporzionate chiunque apra troppo la porta a Pechino. Specialmente se alleato, o formalmente tale. Oggi lo Stato profondo a stelle e strisce considera nell’ordine Cina, Russia e Germania quali principali avversari, perché valuta l’allineamento dei loro interessi inconciliabili con la sua primazia planetaria, in evidente affaticamento.

L’Italia è agli occhi di Washington una Germania minore: condividiamo fra l’altro con Berlino un approccio morbido verso Mosca e Pechino, oltre a una notevole parte della catena del valore industriale. La minaccia americana di tagliare la razione abituale di informazioni segrete trasmesse ai tedeschi e parallelamente a noi non può essere retorica, altrimenti la superpotenza vedrebbe intaccata la sua credibilità, che partner e avversari non danno più per scontata.

Nella partita delle vie della seta, ingaggiata dai governi Renzi e Gentiloni e accelerata da Conte, l’Italia era e resta a caccia di soldi. Confitti nel nostro economicismo, che immagina le relazioni di potenza come un mercato (meglio, un suk), non ci siamo resi conto della posta in gioco. Questa investe le decisive dimensioni delle reti, delle nuove tecnologie, dell’intelligenza artificiale, oltre alla sfera militare. Ad esempio, se i cinesi provassero a installare dei centri di raccolta dati a Genova o a Trieste – ascelle italiane delle rotte mediterranee – gli americani lo impedirebbero. E ci darebbero una lezione a futura memoria. Anche attraverso le agenzie di rating (roba loro), che smetterebbero di edulcorare il giudizio sullo stato delle nostre finanze pubbliche.

Da tutto questo, tre indicazioni.

Primo. L’Italia ha urgente necessità di un centro strategico nazionale. Non possiamo più permettere che autorità locali, settoriali o addirittura singoli individui prendano impegni che riguardano la sicurezza dello Stato, spesso non rendendosene conto. Mentre il gioco fra potenze si fa duro, noi discutiamo di devolvere altre funzioni alle Regioni, immaginiamo città Stato (ne discettano persino i sindaci di Milano e Napoli), sogniamo regressioni preunitarie (riedizioni del Lombardo-Veneto e nostalgie borboniche). E chiacchieriamo di Europa come se esistesse. Siamo fuori rotta.

Secondo. Abbiamo tutto il diritto, anzi il dovere, di attrarre investimenti esteri per rinsanguare un’economia in stallo. In particolare, agganciare Genova e Trieste alle nuove vie della seta e alle infrastrutture paneuropee in progetto è un’ovvia priorità. Ma non tutte le provenienze di questi denari sono eguali. Se ad esempio ci leghiamo al principale competitore (Cina) del nostro padrone di casa (Usa), dobbiamo prima concordare con Washington le linee rosse da non superare. Come hanno fatto altri paesi Nato più consapevoli di noi. Meno memorandum, dal valore simbolico irritante per gli Usa, e più investimenti, cinesi e non solo.

Terzo. Ricostruire le tecnostrutture in disarmo delle nostre istituzioni pubbliche. Ovvero i luoghi della continuità strategica, dove si raccolgono e gestiscono informazioni ed esperienze indipendentemente dal colore politico di chi governa. Il tempo dell’improvvisazione è scaduto.




NoTav - Malafede sbandierata scambiare il tunnel geognostico per la galleria del treno

Crolla il tetto del liceo? E’ tutta colpa di chi non vuole l’Alta velocità

di Alessandro Robecchi
19 marzo 2019

Come sempre accade nelle grandi battaglie, è interessante quel che succede nelle retrovie, e le retrovie del caso Tav sono le parole, il linguaggio, l’apparato narrativo del grande dibattito nazionale: farla? Non farla? Rimandare finché si sarà finalmente inventato il teletrasporto? La questione è ormai quasi secondaria rispetto all’intrecciarsi delle narrazioni efficientiste. Ringrazio Tomaso Montanari per aver coniato, su questo giornale, il termine “sipuotismo” per dire di quella corrente di pensiero che considera possibile tutto, purché frutti qualche soldo. Lui parlava di spostare un Caravaggio di qualche chilometro – cosa considerata più remunerativa che far spostare di qualche chilometro chi vuole ammirarlo -ma il concetto è applicabile un po’ a tutto, e in primis alle famigerate grandi opere.

Se si riesce a mettere da parte le scempiaggini di chi si improvvisa ingegnere in tre minuti, magari in camerino prima di entrare in un talk show, o le menzogne dure e pure (tipo far passare il tunnel geognostico per la galleria del treno, un falso abbastanza diffuso), si vedrà che c’è una speciale curvatura negli argomenti dei “sipuotisti” che potremmo sintetizzare così: moderni contro antichi, futuro contro passato, sviluppo contro arretramento. E’ una retorica abbastanza efficace, variamente coniugata a seconda dell’abilità di chi la sostiene, ma insomma, la sintesi è questa.

Se non vuoi il Tav la tua visione del mondo è fatta di carretti a cavalli, scarpe di cocomero e clave per cacciare le fiere dalla grotta, mentre invece se la vuoi sei un europeo moderno che compete con il mondo. A questo punto (è una specie di regola) si tirano fuori mirabolanti cantieri cinesi dove il viadotto viene realizzato in nove minuti, o stupefacenti gesta nipponiche, tipo la strada terremotata ricostruita un’ora dopo il terremoto. Mentre qui – è il sottotesto – c’è ancora chi ferma i lavori perché è un nostalgico della peste del Seicento.

Naturalmente si tratta di uno storytelling (chiedo scusa) un po’ zoppicante, ma risponde al bisogno di dividere in due, con semplicità, una faccenda non semplice, e noi-buoni-contro -loro-cattivi funziona sempre.

Naturalmente le opere bloccate non sono solo la Tav (sono più di seicento, e per i motivi più disparati), ma poi gira e rigira, si finisce lì.

La prova che ciò che succede nelle retrovie, cioè il racconto all’opinione pubblica, è importante per i sipuotisti, ce la fornisce un’iniziativa dell’Associazione Costruttori italiani annunciata ieri dal Corriere. Distribuire al popolo (“davanti ai supermercati e alle stazioni della metropolitana”) dei nastri gialli con cui recintare, e dunque segnalare, le opere ferme, “le scuole fatiscenti, le voragini nell’asfalto delle strade cittadine”. Poi si scopre che tra le molte iniziative delle molte associazioni sipuotiste, il Tav è sempre ben presente come esempio di “paese bloccato”, mettendo nello stesso calderone il Tav e tutto il resto, sommando mele e pere.

In sostanza, dopo aver trasformato il gentile pubblico in due frange estreme – quelli che vogliono il bene e il progresso e i maledetti frenatori che non vogliono farci andare a Lione – ecco l’altro passo: identificare il blocco del Tav con il blocco dei lavori in generale. Si propone cioè un’equazione truccata: non vuoi il Tav, quindi sei per bloccare le opere, quindi non vuoi nemmeno riparare la buca sulla provinciale, o il tetto del liceo. Il giochetto è un po’ sporco, ma, come si dice, à la guerre comme à la guerre. La battaglia di chi non ci sta si giocherà anche nel saper ribaltare questa nuova narrazione: dire chiaro e tondo che si è “moderni” e non “antichi” proprio perché si preferiscono opere utili a quelle inutili, e non viceversa, e che “bloccare” non è una categoria filosofica, ma dipende dal bloccare cosa, e quando, e perché.