Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 22 febbraio 2019

La Sharia in Europa viaggia su due piedi da una parte la jihad dell'Arabia Saudita e dall'altra la Fratellanza Musulmana del Qatar e della Turchia con l'arte della dissimulazione e della graduazione

ERDOGAN-FRATELLI MUSULMANI EGIZIANI, DIVORZIO IN VISTA?

21 febbraio 2019


Si rincorrono le voci circa la possibile rottura del matrimonio tra Recep Tayyip Erdogan e gli affiliati della Fratellanza Musulmana egiziana che hanno trovato un porto sicuro in Turchia per sfuggire alla campagna anti-terrorismo portava avanti dal Cairo.

Secondo fonti dell’opposizione basate ad Ankara e Istanbul, la recente estradizione in Egitto del terrorista Mohamed Abdel Hafiz, il Fratello Musulmano coinvolto nell’assassinio di un magistrato egiziano nel 2015 con un’auto-bomba, sarebbe indicativa della volontà di Erdogan di sbarazzarsi dei membri dell’organizzazione islamista, divenuti una presenza particolarmente ingombrante alla corte del presidente turco.

Erdogan comincerebbe a soffrire della sua immagine negativa agli occhi della comunità internazionale, comunemente associata alle purghe e alle liste di proscrizione di cui sono state vittima finora centinaia migliaia di dissidenti o presunti tali, e al supporto fornito ai gruppi estremisti e terroristici, nonché ai movimenti e ai partiti politici legati alla Fratellanza in Medio Oriente e Nord Africa, soprattutto in Siria, Libia, Tunisia ed Egitto.

Erdogan intenderebbe quindi avviare un’operazione di ripulitura della propria immagine e, non potendo allentare la repressione interna, avrebbe deciso di sacrificare i Fratelli Musulmani anche per riaprire canali di dialogo con l’Egitto e gli altri paesi che compongo il quartetto arabo anti-terrorismo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein).

In reazione, gli “Ikhwanis” basati in territorio turco, a conferma della natura sovversiva dell’organizzazione, avrebbero tramato per provocare la deposizione di Erdogan sia dalla leadership del partito Akp (Giustizia e Sviluppo, nome tipico dei partiti espressione della Fratellanza), che dal trono di sultano neo-ottomano dell’odierna Turchia, favorendo l’ascesa di un candidato islamista alternativo alle prossime elezioni presidenziali.

Una sfida aperta a Erdogan, dunque, che ne avrebbe scatenato la controffensiva, di cui l’estradizione di Hafiz è al momento il segnale più evidente. A sua volta, tale controffensiva sembra aver scompaginato il campo dei Fratelli Musulmani, sempre più divisi internamente sulle strategie da adottare. La principale linea di frattura riguarda i fautori della riconciliazione con il Cairo e l’accomodamento con Ankara, con alla testa Ibrahim Munir, e gli oltranzisti anti-al Sisi e dello scontro con Erdogan guidati da Mohammad Kamal, promotore in Egitto di gruppi terroristici “tafkiri” che predicano la morte per apostati e infedeli.

D’altro canto, ammesso che la luna di miele sia davvero finita, esperti di sicurezza turchi affermano che per Erdogan sarà molto difficile rescindere definitivamente il matrimonio con i Fratelli Musulmani. L’intreccio tra il sistema islamista che ruota attorno al presidente turco e gli affiliati egiziani all’organizzazione è troppo profondo per porvi termine senza ripercussioni per lo stesso Erdogan, il quale non avrebbe forza sufficiente per muovere la guerra totale che oggi sarebbe necessaria per sbarazzarsi dei Fratelli Musulmani.

Questi vantano legami molto stretti con alti esponenti del regime erdoganiano, che possono manovrare sulla base dei propri interessi grazie alle ingenti disponibilità economiche di cui dispongono. In materia finanziaria, inoltre, hanno effettuato svariati investimenti che se colpiti potrebbero danneggiare il popolo turco, già vittima della crisi monetaria e della recessione generate dalle politiche di spesa insostenibili attuate da Erdogan nell’ultimo decennio. Il fatto che a molti degli affiliati sia stata concessa la cittadinanza turca sarebbe poi un ulteriore ostacolo per il sultano neo-ottomano sulla via della resa dei conti con i Fratelli Musulmani egiziani.

Un esito realistico della tensione sarà probabilmente la riconfigurazione dei rapporti tra Erdogan e la Fratellanza egiziana, in modo da consentire al primo di avviare una campagna d’immagine mediatico-diplomatica anche sacrificando affiliati all’organizzazione islamista se necessario, come già accaduto con Hafiz, e ai secondi di continuare a servirsi del territorio turco come base operativa senza però destabilizzare il trono del sultano neo-ottomano e ostacolare i suoi interessi.

Il mediatore di questa possibile rinegoziazione non potrà che essere il Qatar, il grande banchiere e sostenitore dei Fratelli Musulmani, nonché alleato strategico della Turchia di Erdogan. Il regime di Doha ha tutto l’interesse a far sì che la linea rossa del jihad che lo unisce a Istanbul attraverso la Fratellanza non si spezzi. Su di essa è infatti basata la sopravvivenza delle ambizioni di conquista nel mondo arabo degli emiri del clan Al Thani, sempre più isolati a livello regionale e malvisti dalla comunità internazionale per il finanziamento del terrorismo e le violazioni dei diritti umani, proprio come Erdogan.

Nel complesso, l’alleanza islamista, allargata al regime khomeinista iraniano, sembra solo attraversata da fibrillazioni interne destinate a scemare. Erdogan, pertanto, non abbandonerà la “rabia”, le quattro dita di saluto alzate al cielo dai Fratelli Musulmani di tutto il mondo.

Auschwitz in Palestina - gli ebrei nelle terre dei palestinesi sono un cancro da estirpare - Gaza la prigione a cielo aperto - 365 chilometri quadrati -

Gaza, dove muore la vita e il tempo...


Quanto è spaventoso contemplare i dettagli del tempo e della vita da un piccolo spazio che non supera i 365 chilometri quadrati! Sei a Gaza. Situazione durissima, dove i sogni dei giovani nascono morti, fame e disoccupazione, povertà e code di mendicanti, in tutti i luoghi, superano ogni percezione. Commercianti in carcere, altri in stato di fermo per questioni finanziarie, oltre ai suicidi a ripetizione. Lo spettro dell’ingiustizia verso i parenti è più doloroso di altri. I valichi affollati di fuggiaschi dalla fame e dalla morte, abbandonati al loro destino di morte per annegamento sulle sponde del Mediterraneo.

Storie: le loro storie di immigrazione e di morte hanno bisogno di scrittori e narratori da tutto il mondo, per raccontare le tragedie, le storie di una disumanità inverosimile.

Il tunnel è buio, e non si vede nessuna luce alla fine. Slogan distribuiti per dare speranza, incontri per una riconciliazione che vagabonda in tutto il mondo, in tutte le città e gli alberghi di lusso, e non porta nessun beneficio agli abitanti di Gaza. Gli antidolorifici quotidiani non arricchiscono e non diffamano nessuno, specialmente quando ci si accorda affinché i risultati degli incontri portino a ... non accordarsi.

E la ferita di Gaza continua a sanguinare ancora. I fanciulli continuano ad andare a scuola a stomaci vuoti, e altri vengono spinti al confine per le marce di non ritorno, per tornare indietro cadaveri.

È una contemplazione a freddo, che potrebbe portare all'esplosione; come ha detto Darwish: "Il tempo a Gaza non è un elemento neutro, non guida la gente alla meditazione più fredda, ma la spinge all'esplosione e al crash con la verità."


Se stai in questo luogo, ti chiedo solo di guardare te stesso ogni mattina, per notare la differenza, e di guardare il tuo cuore, che ti scioccherà per quello che ha dentro; indossa la tua vista ed esci di casa per ascoltare i dolori dei passanti dai piccoli fori dei marciapiedi, e i sussurri di frustrazione nascosti nei crepacci dei negozi.

Così saprai per davvero che siamo un popolo in lotta con la vita, abbiamo bambini senza infanzia, anziani senza vecchiaia, giovani senza gioventù, abbiamo il nostro calendario che è legato al numero degli anni di assedio e alla successione delle guerre.

Qui la strada verso la morte dura pochi secondi, ma noi ci siamo impegnati alla vita. Tutto quello che succede non ti fa prevedere né il tempo né gli eventi. E non scommettere sulla sopravvivenza: improvvisamente scoppia una guerra, a volte una tregua; qui c’è l’embargo!

Gli eventi ti cambiano in un lampo; subire un lutto e ricevere le condoglianze per la perdita di un amico, di un fratello, di un marito, di una moglie, di una sorella o di un parente: in pochi secondi cambia la vita, si rischia di perdere l'ultima persona cara perché né la fortuna né il diritto le stavano concedendo il permesso di trasferimento per curarsi. Non sorprenderti molto, potresti seppellire da vivo parti del tuo corpo per amputazione, coinvolto nell'accusa di terrorismo per aver partecipato a una marcia pacifica.

Fermati in qualche angolo e segui la bussola del tempo, in differenti orari: file di ore rubate davanti alle banche, in cambio di pochi Sheqel, di aiuti e doni; anni persi negli elenchi dei disoccupati e di attesa di un lavoro, giovani che hanno superato i trenta senza lavoro né matrimonio, bambini che vendono i loro sogni sulle strade. Donne che lottano, invano, per una vita che restituisca il favore, come le bolle di sapone restituiscono l’aria all'aria.

Mucchi di inutili certificati di lauree ed esperienze sono come certificati di morte accumulati nei registri.

Vite che non sono soggette ai calcoli del sole e della luna o al numero di ore della notte o del giorno; non ci si preoccupa per lo scorrere del tempo o per il fuso orario. Noi abbiamo le nostre coordinate, che differiscono dal resto della terra e coincidono con il calendario delle quote di energia elettrica e la data degli stipendi, le quote di coupon e aiuti alimentari, e quanto spetta ai feriti di guerra e agli altri.

Qui invecchiamo prima rispetto alla nostra età, oltrepassiamo la vecchiaia senza aver assaporato il gusto della gioventù. Cosi passa il tempo, la vita non è più una vita, e rimane la domanda: quando potremo vivere, nella Striscia di Gaza, un vita che sia una vita? Questi conflitti hanno prodotto sofferenze, perdita della patria e perdita dell’identità nazionale.

Testo di Sameera Hiles, elaborato e tradotto da Bassam Saleh

Notizia del: 20/02/2019

giovedì 21 febbraio 2019

Di Maio studia da statista il fanfulla Salvini ne fa una dopo l'altra e il Tav ne è la dimostrazione

21 febbraio 2019
Cinque buoni motivi per evitare funerali prematuri al Movimento Cinque Stelle

C’è chi li da per spacciati, in caduta libera, alla mercé di Salvini, dilaniati al loro interno. Speranze, più che certezze. Perché tutto dice che i Cinque Stelle sono ben lontani dall’implosione. E che anzi, hanno un bel po’ di frecce al loro arco

Alberto PIZZOLI / AFP

Forse è un po’ presto per fare il funerale al Movimento Cinque Stelle. Ve lo diciamo, nel caso steste già mettendo in frigorifero la bottiglia migliore: non spariranno dopo le europee, non saranno fagocitati da Salvini, non evaporeranno in una nuvola di fumo quando mai sarà finita l’esperienza del governo gialloverde, non saranno abbandonati in massa dai loro elettori. Può dispiacervi, la cosa, ma è ancora più spiacevole è farsi cullare dalle finte illusioni: il Movimento è in una fase di rinculo, e stando a quel che dicono i sondaggi ha perso un quarto del suo consenso in meno di un anno di governo, oltre che la verginità politica e un bel po' di argomenti che avevano concorso a costituirne l’identità. Ma no, non sta morendo. Anzi, rispetto ad altri sodalizi, Lega compresa, ha molte armi per risollevarsi e per consolidarsi nello scacchiere politico italiano.

Primo: ha ancora (almeno) un quarto del consenso degli italiani. Dal boom del 2013, quando prese il 25,5% il Movimento non è mai sceso sotto il 20% dei consensi. Il suo minimo storico, il 21,1% delle europee 2014 - e già allora fu celebrato un mezzo funerale - non gli ha impedito di eleggere il sindaco di Livorno, Roma e Torino solo pochi mesi dopo e di salire fino al 32% alle elezioni politiche di marzo 2018 e di finire al governo del Paese, esprimendone il presidente del Consiglio. Il consenso dei Cinque Stelle, insomma, è una specie di fisarmonica, che si contrae durante i periodi di massima popolarità di leader carismatici a cui il Paese affida le sue sorti, da Renzi a Salvini. E che torna a crescere appena l’aura di questi leader smette di brillare. Di fatto, il Movimento è la seconda scelta della politica italiana.

Secondo: è al governo per rimanerci. Una delle novità della versione 2.0 del Movimento, quella targata Davide Casaleggio - Luigi Di Maio, è la sua ferrea determinazione a governare. I Cinque Stelle di Grillo erano il grande partito d’opposizione, il Pci di Berlinguer, in grado di far proprie tutte le istanze anti-governative. I Cinque Stelle di oggi l’opposizione non vogliono vederla nemmeno col binoccolo. Vogliono far durare il governo gialloverde più che si può, anche a costo di ingoiare un rospo dietro l’altro. Vogliono arrivare alla fine della legislatura per eleggere il presidente della repubblica. E vogliono fare lo stesso in Europa, in cui con ogni probabilità saranno l’ago della bilancia tra una maggioranza “classica” formata da popolari, socialisti e liberali e una maggioranza “sovranista” formata da popolari e nazionalisti. Politicamente, il posto più monetizzabile del mondo. Però sono quelli scemi.

Possono fare schifo, ma occupano uno spettro semantico enorme, in grado di adattarsi a ogni scenario politico, mentre la Lega ha Salvini e basta, così come il Pd aveva Renzi e basta e Forza Italia Berlusconi e basta. È il partito del capo il vero gigante d’argilla della politica italiana, e il Movimento è l’unica forza politica che pare averlo capito

Terzo: è una forza corale, senza leader. La reale modernità del Movimento, la sua peculiarità nello scacchiere politico italiano, è il suo essere una realtà che non esprime una leadership monocratica. C’è Di Maio, il capo politico, certo. Ma c’è pure la sua nemesi movimentista, Alessandro Di Battista. E poi c’è Fico, “quello di sinistra”, ci sono Raggi e Appendino, ci sono i volti più telegenici come Gianluigi Paragone. E poi ci sono Davide Casaleggio e Beppe Grillo, alle loro spalle, burattinai o silenziosi garanti a seconda dei momenti. Possono fare schifo, ma occupano uno spettro semantico enorme, in grado di adattarsi a ogni scenario politico, mentre la Lega ha Salvini e basta, così come il Pd aveva Renzi e basta e Forza Italia Berlusconi e basta. Se cade il leader, crolla tutto. È il partito del capo il vero gigante d’argilla della politica italiana, e il Movimento è l’unica forza politica che pare averlo capito.

Quarto: il tempo gioca a suo vantaggio. Nel 2013 erano una banda di scappati di casa, inadeguati persino a sedersi in Parlamento. Oggi, sei anni dopo, esprimono una classe dirigente - naif, eterodiretta, incapace, tutto quello che volete - che governa il Paese e alcune tra le più grandi città d’Italia. Tutta esperienza che affinerà fisiologicamente le abilità politiche del Movimento. Ne sbagliano una al giorno? Certo, e non mancheremo mai di segnalarlo. Ma siamo consapevoli del fatto che per Di Maio & co è tutto apprendimento che gli sarà molto utile, domani. Ricordate la prima Lega? Ricordate Forza Italia? Sembravano orde di barbari e di parvenu, sono diventati classe dirigente. Toccherà anche ai Cinque Stelle. Così è, se vi pare.

Quinto: gli avversari del Movimento non ci stanno capendo nulla. Al pari di quanto (non) fecero con Forza Italia e con la Lega - bollati sbrigativamente come partito di plastica e dei valligiani con l’anello al naso - la classe politica italiana di oggi, soprattutto a sinistra, è troppo impegnata a combattere e a delegittimare il Movimento Cinque Stelle, rinunciando a comprenderne la forza. Facciamo un esercizio, uno solo: perché il Pd ha fatto il Rei e a malapena lo sanno i suoi parlamentari, mentre da due anni si parla solo di reddito di cittadinanza? È la Rete? È Rousseau? È l’efficacia comunicativa di Di Maio e soci? Magari, dopo sei anni a prendere schiaffi, sarebbe l’ora di cominciare a chiederselo, anziché mangiare pop corn.

Keynes avanza e il neoliberismo arretra. Finalmente

Pasquale Tridico, ecco idee e teorie del prossimo presidente dell’Inps al posto di Tito Boeri

21 febbraio 2019


Che cosa pensa l’economista Pasquale Tridico di lavoro, welfare, articolo 18, legge Fornero, Keynes e non solo. Pensieri e parole del prossimo presidente dell’Inps

“La crisi è il risultato finale di un declino economico che ha avuto origine molto prima, con il tentativo di introdurre, all’inizio degli anni Novanta, un nuovo modello economico e sociale cambiando le relazioni industriali, riducendo i meccanismi di redistribuzione del reddito, comprimendo i salari, aumentando la flessibilità e incoraggiando le imprese a risparmiare ad accumulare extra profitti e rendite piuttosto che investire in innovazione”.

E’ una delle tesi espresse in passato dall’economista Pasquale Tridico, attuale consigliere del vicepremier Luigi Di Maio e prossimo presidente dell’Inps al posto di Tito Boeri.

Una frase in linea con il credo keynesiano e anti liberista professato da anni da Tridico. Il pensiero del consigliere economico di Di Maio? Un ritorno al keynesismo, elogi all’economista Paolo Sylos Labini, critiche alla flessibilità, superamento del Jobs Act e ripristino da mettere in cantiere dell’articolo 18. Così lo ha sintetizzato a febbraio Start Magazine dopo che il capo politico del Movimento 5 Stelle in campagna elettorale aveva indicato Tridico come candidato ministro del Lavoro.

Ma prima di approfondire idee e proposte di Tridico ecco quello che sta succedendo nel governo in vista delle nomine all’Inps

Il nome dell’economista – ritenuto il “papà del reddito di cittadinanza” – era stato uno dei primi a spuntare per il post Boeri e ora Lega e M5S hanno raggiunto l’accordo sul consigliere economico di Luigi Di Maio, che dovrebbe essere formalizzato da un decretone a firma MeF-Ministero Lavoro. Ma c’è di più, perché lo stesso Tridico sarà nominato commissario forse già giovedì 21, per diventare dopo 45 giorni tecnici nuovo numero uno ufficiale.

Il vicepresidente sarà Francesco Verbaro, dopo un periodo da ‘subcommissario’. Mauro Nori, su cui la Lega aveva puntato per la presidenza, scompare dalla lista. Già aveva prima delle indiscrezioni aveva fatto sapere di non essere interessato alla poltrona di vice e per lui è sfumato anche il ruolo di direttore generale.

Confermata infatti come dg Gabriella Di Michele, molto apprezzata anche dalla Lega. “Io commissario? Mi sento di escluderlo assolutamente, per quanto mi riguarda ho molto da fare in questo periodo come direttore generale, non si possono fare troppe cose”, erano state le sue parole profetiche a margine di un convegno Cgil. Il tempo intanto stringe e l’operatività dell’Inps è centrale: dal 6 marzo sarà possibile richiedere il reddito di cittadinanza e dal primo aprile saranno liquidate le prime pensioni di quota 100.

LE PREMESSE TEORICHE

L’impostazione teorica di Tridico si rintraccia in un suo saggio di 4 anni fa. Il nostro Paese, ha scritto l’economista, è “afflitto da una triplice combinazione negativa: 1) una bassa produttività, 2) bassi livelli di occupazione, e 3) bassa dinamica del PIL”. Per Tridico, “a flessibilità del lavoro non è il modo giusto per aumentare la produttività e il reddito. Ciò è stato annunciato più volte da molti economisti keynesiani e non solo”. “Oggi – per Tridico – vi è un più ampio consenso in particolare tra gli economisti del lavoro, che ritengono che nel corso degli ultimi quindici anni le politiche del lavoro e le politiche dello sviluppo siano state più trascurate, non erano integrate e non miravano agli stessi obiettivi”. “Ciò ha portato ad un aumento dei profitti delle imprese che hanno per lo più sfruttato la manodopera a basso costo per rimanere competitivi, piuttosto che effettuare investimenti e creare innovazione per aumentare la produttività del lavoro”.

CRITICHE ALLE IMPRESE

E le imprese? “Con la crisi attuale, hanno perso anche il vantaggio della manodopera a basso costo poiché sono ancora gravate da una relativamente elevata imposizione fiscale, e da un continuo calo delle vendite”. Risultato: “Nella situazione attuale si assiste a dinamiche di salario netto basso (il più basso nell’UE-15) e alla mancanza di innovazione e di investimenti in tecnologia: si tratta di una delle peggiori combinazioni secondo uno dei maggiori economisti italiani recentemente scomparsi, Sylos Labini, il cui approccio Keynesiano sarebbe molto utile per l’Italia di oggi”.

LE PRIORITA’

Nell’intervista dello scorso febbraio al quotidiano La Stampa Tridico entrò nello specifico: “È urgente invertire le politiche di estrema flessibilizzazione del mercato del lavoro approfondite di recente dal decreto Poletti sui contratti a tempo determinato e dal Jobs Act. Le evidenze empiriche mostrano che sono i Paesi con mercati meno flessibili a presentare le migliori performance in termini di produttività del lavoro in Europa».E poi indica la priorità: “La revisione del decreto Poletti sui contratti a tempo determinato che oggi permette alle imprese di rinnovare quelli a termini fino a 5 volte per un massimo di 36 mesi senza indicarne la ragione. Inoltre la deroga del 20% dei contratti a tempo determinato è aggirata grazie alle troppe deroghe. Dobbiamo ridurre questa discrezionalità esagerata”.

REDDITO DI INCLUSIONE O DI CITTADINANZA?

Critiche al reddito di inclusione approvato dal governo Gentiloni, avanti tutta verso il reddito di cittadinanza, marchio di fabbrica del Movimento 5 Stelle: «Il reddito di inclusione è una misura insufficiente. 187 euro a persona! Un altro bonus occasionale. La nostra misura di fatto è un reddito minimo condizionato, rivolta a circa 10 milioni di persone a cui permetterà anche di formarsi e di trovare un nuovo lavoro, nel caso non ce l’abbiano. Le coperture del reddito di cittadinanza sono state illustrate dal M5S e sono state anche dichiarate ammissibili nelle commissioni Bilancio. Inoltre, farà aumentare anche il Pil potenziale e quindi i margini di flessibilità in deficit concessi automaticamente in rispetto alle clausole europee».

DOSSIER ARTICOLO 18

«Valuteremo se tornare alla disciplina precedente per le imprese sopra i 15 dipendenti, per quelle sotto non c’era prima e non crediamo sia utile». Così Tridico aggiunse al quotidiano La Stampa: «Il nostro intervento sul cuneo fiscale sarà selettivo, perché in linea teorica abbassare eccessivamente il costo del lavoro spinge le imprese a investire in produzioni labour intensive, ostacolando crescita della produttività e innovazione tecnologica. Ci vuole equilibrio. Stiamo pensando a riduzioni in determinati settori economici e soprattutto sui lavoratori più giovani, a patto che la riduzione si accompagni all’aumento degli investimenti in innovazione».

COME RIFORMARE LA FORNERO

Riformare la Fornero è un altro degli obiettivi espressi dall’economista: «Stiamo pensando a un superamento graduale, che costerà 11 miliardi annui. Con la nostra riforma si potrà andare in pensioni o dopo 41 anni di contributi versati, qualunque sia l’età, o quando la somma tra età contributiva ed età anagrafica fa 100. In sintesi quota 41 e quota 100. Inoltre bloccheremo per 5 anni l’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita e istituiremo un Osservatorio per i lavori usuranti al fine di estendere il perimetro di questa particolare categoria”.

L’ANALISI DEL MERCATO DEL LAVORO IN ITALIA

In un saggio del 2014, Tridico ha delineato le caratteristiche del mercato del lavoro in Italia: “Nello specifico, in Italia, fino al 2007-08, cioè prima della crisi, si è registrato un incremento dell’occupazione nel settore terziario, frammentata e disorganizzata, poco motivata e a bassa retribuzione”. Il risultato secondo il documento vicino al Movimento 5 Stelle? “Una minore produttività dell’economia italiana”. “L’unico fattore parzialmente positivo, cioè la modesta crescita dell’occupazione tra il 2003 e il 2007 – ha aggiunto – è stato “spiazzato” dalla performance negativa della produttività del lavoro, e dalla riduzione della quota dei salari sul PIL. Questo ha portato alla riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori e alla mancanza di una dinamica positiva della domanda aggregata e quindi del PIL”.

CHI HA PRODOTTO OCCUPAZIONE (PRECARIA)

“Fino al 2007-08 – ha scritto Tridico – la maggior parte dei nuovi posti di lavoro ha riguardato lavori scarsamente retribuiti, con salari reali più bassi di quelli necessari per mantenere un potere d’acquisto adeguato al livello dei prezzi. Tale “semi-occupazione” ha contribuito in qualche modo all’aumento dell’occupazione. Tuttavia, dato che gli investimenti non sono cresciuti l’occupazione non si è stabilizzata, e questo è successo in un periodo in cui i profitti sono cresciuti”.

ABBASSO GLI ANNI NOVANTA

Le tesi di Tridico sono una critica alle politiche seguite negli ultimi 20 anni e passa in Italia: “La crisi attuale – ha scritto – ha solo peggiorato la situazione del mercato del lavoro ed è il risultato finale di un declino economico che ha avuto origine molto prima, con il tentativo di introdurre, all’inizio degli anni Novanta, un nuovo modello economico e sociale cambiando le relazioni industriali, riducendo i meccanismi di redistribuzione del reddito, comprimendo i salari, aumentando la flessibilità e incoraggiando le imprese a risparmiare ad accumulare extra profitti e rendite piuttosto che investire in innovazione”.

Cosenza - rubare in sanità è prassi, attraverso appalti dati o con gare o senza gare, la politica, le mafie, le massonerie succhiano soldi come latte dal seno e il Sistema creato ad arte da metà degli anni '80 ancora si mantiene e frutta, anche le pietre lo sanno escluse le procure. Gli appalti si sono moltiplicati e quindi le ruberie, grazie al Sistema delle esternalizzazione dei servizi arrivando all'estremo di utilizzare cooperative per utilizzare medici ed infermieri

Cosenza, sanità “sequestrata”: ma la Finanza ha preso le carte del “buco” della spedalità?

-21 Febbraio 2019

Raffaele Mauro

La “non notizia” è che anche ieri la Guardia di Finanza si è presentata alla sede dell’Asp di Cosenza in via Alimena per sequestrare atti. Dal 2012 in poi ne avrà sequestrati una tonnellata. Che fine hanno fatto? E le denunce presentate con richiesta di essere informati in caso eventuale richiesta di archiviazione? E questa volta cosa ha sequestrato la Guardia di Finanza? Forse le carte del buco milionario della spedalità? Quella spedalità che è sempre stata sotto il controllo di Raffaele Mauro alias Faccia di Plastica prima come dirigente del settore e poi come direttore generale?

Quello stesso Faccia di Plastica, perdente posto, “nominato” direttore di struttura complessa in modo palesemente illegittimo calpestando la norma? “Dura minga, non può durare” era la pubblicità che davano su Carosello tanti anni fa. Ed in effetti e nonostante tutto e tutti, non poteva durare, la corda si è spezzata e per “i furbetti della sanità” cosentina, lentamente, ma inesorabilmente, si sta scoperchiando la pentola. E siamo ancora solo agli inizi, visto che prima o poi dovrà essere affrontato il problema dei lavori milionari affidati senza gare di appalto, così come le transazioni, la distrazione di fondi, la clientela e compagnia cantante.

La domanda che nasce spontanea è questa: perché la magistratura non si è mossa prima permettendo che il buco dei conti della sanità diventasse un vero e proprio incubo? Perché i dipendenti che si sono messi di mezzo per evitare che i mostri realizzassero tutto ciò nessuno li ha tutelati? Perché non si da priorità ai reati contro la pubblica amministrazione? Si lavora per le prescrizioni? Qual è il programma del commissario Cotticelli per i controlli che non sono mai stati attuati? E la Corte dei Conti? E’ giusto che a pagare siano sempre i cittadini? Come mai nel bando per i direttori generali delle Asp e delle Aziende Ospedaliere non hanno richiesto i meriti oggettivi dei candidati? Tutte domande che attendono una risposta, che probabilmente e come al solito non arriverà mai.

NoTav - sono disposti a tutto per fare il buco alla montagna che serve solo a prebende e clientelismo

News — 19 Febbraio 2019 at 10:30


Siamo ormai ai saldi di fine stagione, quel momento in cui si scrive sulla vetrina a caratteri cubitali FUORI TUTTO per far abboccare qualche gonzo disposto comprare merce scadente e invenduta: in fondo, si sa, non è importante il prezzo, è importante lo sconto. Da ieri Sergio Chiamparino, passato ormai ufficialmente dal ruolo di governatore a quello di addetto stampa TELT, va ripetendo che: “L’Ue ha confermato la disponibilità a finanziare al 50% non solo il tunnel di base della Torino-Lione, ma anche le tratte nazionali di avvicinamento”. La notizia è stata ovviamente ripresa da tutte le testate e battuta dalle agenzie come un prezioso ferro ancora caldo. Siamo quindi andati a cercare le dichiarazioni della Commissione UE. Nulla. Dichiarazione della commissione trasporti. Nulla. E in effetti una tale clamorosa notizia non arriva dall’UE ma da Étienne Blanc, vice-presidente della provincia Rhone-Alpes che avrebbe dato la soffiata al Chiampa. Insomma, andando oltre i titoli si passa da “L’ue conferma…” a “un amico mi ha detto che…”. Eppure, tanto basta alla stampa per strillare che “il costo del TAV si è dimezzato”.

Andando a scavare un pò più a fondo si scopre che la “notizia” di ieri è in realtà l’ennesima bolla di sapone soffiata dalla macchina di propaganda del TAV che non dura neanche fino alla mattina successiva. Ieri non c’è stata nessuna novità se non una chiacchierata tra due politici amici. Il 50% del co-finanziamento a cui si riferisce Blanc è un provvedimento della commissione UE già adottato mesi fa che prevedere l’EVENTUALE POSSIBILITÀ di aumentare il tasso di co-finanziamento di una qualsiasi delle opere incluse nel piano CEF (Connecting Europe Facility) ma, come attesta a La Stampa un portavoce della Commissione stessa in reazione alle sparate del Chiampa, “non si tratta di una proposta specifica per la Torino-Lione ed è comunque legata all’esito delle trattative sul prossimo bilancio”. Insomma… parole, parole, parole.

D’altronde, poche settimane fa, a ulteriore conferma che non ci sono né l’impegno né i soldi e che Chiamparino ha l’inveterata abitudine di fare i conti non solo senza l’oste ma anche senza il portafogli sono arrivate le parole di Karima Delli, presidente della commissione trasporti del parlamento europeo (che riproduciamo sotto). Delli ha bacchettato la coordinatrice del (fu) corridoio mediterraneo Iveta Radičová che a metà novembre aveva ipotizzato un co-finanziamento al 50% per la seconda linea Torino-Lione dichiarando che “in nessun caso la coordinatrice può incoraggiare o condizionare il sostegno dell’UE”.

Ci viene in ultimo da chiedere. Come mai arriverebbe ora questo ulteriore aumento del finanziamento? Il progetto TAV non era già conveniente anzi indispensabile per l’Italia così com’è? Certamente, come erano perfetti e indispensabili il progetto del 2005, poi quello del 2011 e quello del 2016 ossia quelli che gli stessi promotori hanno poi riconosciuto essere troppo dispendiosi e impattanti ma che sarebbero già stati costruiti senza la lotta dei notav. Come direbbe Mina: non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai…

EDIT: come volevasi dimostrare, è arrivata anche la smentita ufficiale del Ministero dei trasporti francesi:

++ Tav:Parigi,no confusione,nessuna novità Commissione Ue ++

19 Febbraio , 13:23
(ANSA) – PARIGI, 19 FEB – Il ministero dei Trasporti francese ha invitato la regione Auvergne-Rhone-Alpes a “non fare confusione” sul collegamento ferroviario Lione-Torino, dopo l’annuncio fatto ieri di un accordo con Bruxelles su uno dei capitoli del finanziamento. “Il ministero – si legge in un comunicato – smentisce formalmente che ci sia qualsiasi decisione nuova della Commissione europea riguardante il finanziamento del progetto”.(ANSA)



NoTav - incapaci di saturare la linea ferroviaria già esistente la Frejus corrono in avanti per fare un buco nella montagna dicendo che è sviluppo ma sottintendendo incapacità&prebende

Tav, analisi costi-benefici. Sul trasporto merci la parola chiave è pianificazione

Pubblicato il 20 FEB 2019 di 

Più che un'analisi costi-benefici servirebbe una seria pianificazione dei trasporti. Cosa che si potrebbe fare a partire dalla linea storica già esistente.

Il 12 febbraio 2019 è stata pubblicata la analisi costi-benefici sul progetto di realizzazione della linea alta velocità Torino-Lione. L’analisi, condotta da un team di economisti ed esperti di trasporti guidati da Marco Ponti, professore ordinario di economia applicata presso il Politecnico di Milano, e accompagnata da una relazione tecnico-giuridica, ha bocciato l’opera dal momento che, secondo i calcoli effettuati, i costi per realizzarla superano i benefici di almeno sette miliardi di euro. Questo secondo l’ipotesi, come si legge nell’analisi, più “realistica”: gli altri due scenari disegnati dal documento parlano di cifre che oscillano tra un minimo di 5,7 e un massimo di 8 miliardi.

Al di là delle polemiche, delle prese di posizione e delle controdeduzioni, ciò che sembra mancare al dibattito è il contesto nel quale la linea Torino-Lione si inserirebbe. E non parliamo delle proteste sfociate in scontri aperti tra manifestanti e polizia, tra oppositori e “madamine”. Il contesto che manca è quello della pianificazione. Perché è su questa che andrebbe misurata l’utilità e l’efficienza di un mezzo di trasporto, che sia strada o – come si augurano sempre più le persone attente ai discorsi ambientali – su ferro.

Al momento sono stati scavati il 15% (?!?!) delle gallerie previste per l’opera © PHILIPPE DESMAZES/AFP/Getty Images

Benefici (troppo) ottimistici

L’analisi presentata si è sostanzialmente concentrata sulle due analisi che l’hanno preceduta, una pubblicata nel 2001 (dalla Cig ovvero la Conferenza intergovernativa tra Francia e Italia) e l’ultima nel 2012 (e prodotta dall’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione) ed è partita dal calcolo del livello attuale di merci spostate sul valico alpino. Tale flusso è molto basso (3 milioni di tonnellate annue contro le 15 attestate nel 2000) e sbilanciato a favore della gomma (che rappresentata il 93 per cento del traffico merci). A partire da questi dati, l’analisi del 2011 si basa sull’assunto che il traffico merci complessivo aumenti del 2,5 per cento nei prossimi trent’anni e che la nuova ferrovia assorba il 18 per cento del traffico che oggi interessa la Svizzera, il 30 per cento del traffico stradale al confine con Ventimiglia, il 55 per cento del traforo del Frejus e il 40 per cento del Monte Bianco. Questo solo per le merci: per quanto riguarda i passaggeri, essi dovrebbero passare dagli 700 mila attuali a 5,5 milioni al 2053 (percentuale che deriverebbe da un 66 per cento di passaggio modale, ovvero da auto a treno, e un 34 per cento di domanda aggiuntiva).

Seguendo tale ipotesi, il traffico merci su rotaia dovrebbe passare da 2,7 milioni di tonnellate all’anno nel 2017 a 51,8 milioni di tonnellate nel 2059: una crescita di circa venti volte. Inoltre, il traffico di passeggeri su “lunga distanza” passerebbe da 700 mila a 4,6 milioni di persone, e quello regionale raddoppierebbe da 4 a 8 milioni. Per Marco Ponti questa previsione è troppo ottimistica, se non addirittura irreale. La nuova analisi boccia questa lettura e produce dati, secondo gli autori, più aderenti alla realtà: la loro stima prevede che il traffico merci complessivo cresca solo di una volta e mezzo all’anno, raggiungendo i 25 milioni di tonnellate all’anno nel 2059, e che quello dei passeggeri si limiti a raddoppiare sulla lunga distanza e a crescere del 25 per cento sulle tratte regionali. Ma nonostante questi calcoli, i benifici sarebbero minori dei costi.

Analisi costi benefici su #Tav è stata decisa da un governo sovrano che vuole spendere al meglio i fondi pubblici. Ue stia tranquilla, tra pochi giorni avrà, come da accordi, tutta la documentazione

— Danilo Toninelli (@DaniloToninelli) 4 febbraio 2019

Per saturare la linea serve pianificazione

Qualche settimana prima della pubblicazione dell’analisi costi-benefici, Anna Donati, esperta di mobilità sostenibile e coordinatrice del gruppo mobilità all’interno del Kyoto Club, e Maria Rosa Vittadini, docente di pianificazione urbanistica e membro di Legambiente, hanno firmato una nota sul sito Sbilanciamoci.info, partendo da uno studio pubblicato nel 2000 dalle due compagnie ferroviarie pubbliche (Snfc per la Francia, Ferrovie dello Stato per l’Italia). Nello studio tecnico in questione si parla di “modernizzazione” della linea già esistente al confine tra Italia e Francia, la cosiddetta “linea storica” e attraverso il quale si dimostrava che attraverso l’adozione di misure tecniche e organizzative fattibili la linea sarebbe stata in grado di trasportare 150 treni merci al giorno, pari a 20-21 milioni di tonnellate all’anno. Non ad alta velocità, ma come sostenuto dagli stessi proponenti dell’opera per risultare concorrenziale verso la strada, il traffico ferroviario merci non richiede velocità superiori a quelle ordinarie, ma maggiori capacità di trasporto.

Consideriamo che all’epoca della pubblicazione dello studio, le tonnellate erano 10 milioni l’anno. Ciò serve a capire quanto il traffico sia sensibilmente sceso da allora. Oggi infatti, come detto, si attesta intorno alle 3 milioni di tonnellate. Questo elemento è sfruttato dai sostenitori dell’opera per dimostrare come il traffico sia calato a causa della mancanza di un’infrastruttura moderna. Donati e Vittadini ci descrivono l’esempio della Svizzera, a dimostrazione che l’approccio deve essere diametralmente opposto: lo stato elvetico non ha aspettato la realizzazione di nuove infrastrutture per applicare politiche di trasferimento del trasporto merci dalla strada alla ferrovia, “ma al contrario ha messo in atto efficaci politiche di trasferimento che hanno giustificato nel tempo il potenziamento delle infrastrutture ferroviarie”. Per la Torino-Lione è una indicazione importante: “non è l’infrastruttura che genera il trasferimento, ma sono le politiche per il trasferimento che rendono necessaria l’infrastruttura“.


Nata come linea per il trasporto merci, in futuro la linea potrebbe trasportare anche passeggeri © Wikimedia Commons
L’annunciato piano di pianificazione è ancora assente

Per spiegare meglio il concetto, dopo il caso Svizzera, le studiose invitano a riflettere sull’uso della linea storica, quella già esistente tra Torino e Lione. Dopo quello studio “ufficiale” del 2000 presentato dalle società ferroviarie, il governo italiano scelse una linea più “slow”, del tipo che la nuova linea si sarebbe fatta, nessun arretramento quindi, ma solo “quando la linea esistente mostrerà segni di saturazione”. All’annuncio ne è seguito un altro: per recepire le indicazioni del Cipe e dell’Antitrust, l’allora governo Gentiloni assicurò lo sviluppo di un Piano Generale dei trasporti e della logistica (PGTL), con orizzonte almeno decennale, e il Documento Poliennale di Pianificazione (DPP). Annuncio completamente disatteso.

Nemmeno è stata approntata un’analisi costi-benefici sulla linea storica, sebbene secondo il regolamento CE 1315/2013, che da seguito, tra l’altro, al Libro bianco denominato “Tabella di marcia verso uno spazio unico europeo dei trasporti – Per una politica dei trasporti competitiva e sostenibile”, vi sia tra i compiti assunti quello per cui “la rete transeuropea dei trasporti dovrebbe essere sviluppata attraverso la creazione di nuove infrastrutture di trasporto, il ripristino e l’ammodernamento delle infrastrutture esistenti” subordinando espressamente “la concessione di benefici europei allo svolgimento di un’analisi costi benefici” e quindi “della verifica circa l’impatto dell’eventuale produzione di gas serra derivanti dalla realizzazione o dall’ampliamento delle infrastrutture, tenendo comunque conto tra l’altro degli interessi delle comunità locali”.


Mentre nessuna strategia veniva messa in pratica per il trasferimento modale delle merci dalla strada alla ferrovia, l’aumento della capacità autostradale proseguiva con terze corsie e nuove tratte, spesso sovvenzionate con risorse pubbliche. Scrivono Donati e Vittadini: “gli investimenti sulla ferrovia, concentrati esclusivamente sull’alta velocità per i passeggeri, confinavano le merci sulle linee storiche, in una difficile convivenza con i servizi per i pendolari e con i problemi ambientali degli attraversamenti urbani”. Ne è un esempio l’autostrada del Frejus e del suo pontenziamento: “La galleria di servizio realizzata per aumentare la sicurezza in caso di incidente si è poi trasformata in corsia dedicata al transito di veicoli, aumentando la capacità di trasporto su gomma senza contingentamento per i tir e senza che alcuna tassazione di transito modello svizzero sia stata applicata per contenere tale flusso su strada”, come d’altronde richiederebbe la Convenzione di Protezione delle Alpi recepita anche nel nostro Paese. La stessa convenzione richiede l’introduzione di disincentivi al trasporto su gomma (es. ecotassa) mai nessuno ha protestato perché venissero introdotti.

L’ammodernamento della linea storica potrebbe ospitare 20-21 milioni di tonnellate di merci all’anno © MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images

Quale strategia?

Ora che l’attuale progetto Torino-Lione, così come presentato ovvero suddiviso in “fasi”, è obbligato ad appoggiarsi alla linea storica. Il ministero dei Trasporti ha ridotto i tratti di nuova linea da 82 a 32 chilometri, cancellando quindi 50 chilometri di nuova linea grazie alla scelta di utilizzare in gran parte la linea storica. La prima fase prevede la realizzazione del tunnel di base tra Italia e Francia mentre altre opere sono rimandate al 2035 e comunque solo dopo l’eventuale saturazione delle linee esistenti. 

Eppure oggi la ferrovia copre meno dell’8 per cento nei valichi tra Francia e Italia, mentre copre quasi il 30 per cento nei valichi tra Austria e Italia che servono i traffici scambiati con la Germania e il nord Europa. In Svizzera la quota ferroviaria del traffico di attraversamento alpino oscilla intorno al 70 per cento. Quale strategia vorrà seguire l’Italia? Perché al momento quella annunciata, ovvero la realizzazione a tutti i costi una linea nuova e moderna, pare non porti a una saturazione delle ferrovie ma piuttosto, considerati i numeri, a quella stradale.

Energia pulita - immagazzinamento dell'idrogeno


Energia rinnovabile, l’idrogeno come vettore energetico. Progetto HyCARE all’Università di Torino

DI INSALUTENEWS.IT · 20 FEBBRAIO 2019



Torino, 20 febbraio 2019 – Le energie rinnovabili, per esempio di tipo fotovoltaico ed eolico, sono caratterizzate da una intermittenza nella produzione. Non sempre c’è vento ed il sole di notte non c’è. Ma la richiesta di energia elettrica si concentra in alcune ore del giorno, che non sempre corrispondono ai momenti in cui questa viene prodotta. Per questo, per lo sviluppo delle energie rinnovabili, occorre risolvere il problema dell’immagazzinamento di energia.

Fra le molte soluzioni proposte, da tempo si sta studiando l’uso dell’idrogeno come vettore energetico. Rispetto alle batterie, l’idrogeno permette di immagazzinare grandi quantità di energia in poco spazio. Il percorso è tortuoso, ma è a basso impatto ambientale.
L’energia prodotta viene mandata ad un elettrolizzatore, che scinde l’acqua in idrogeno ed ossigeno. L’idrogeno prodotto viene immagazzinato, per essere poi riconvertito in energia elettrica mediante una cella a combustibile. L’unico ingrediente è l’acqua.

L’immagazzinamento dell’idrogeno rimane un problema aperto e a questo vuole rispondere il progetto HyCARE, partito al Dipartimento di Chimica dell’Università di Torino. L’idrogeno infatti è un gas, che deve essere contenuto in bombole ad alta pressione, con elevati costi di compressione e con l’utilizzo di grandi spazi. Alternativamente, l’idrogeno può essere assorbito all’interno di una polvere metallica in condizioni molto più blande, cioè a temperature e pressioni prossime all’ambiente.

Questa soluzione riduce il volume richiesto per l’immagazzinamento anche di elevate quantità di idrogeno. È proprio questa soluzione che ha convinto la Comunità Europea a finanziare con circa 2 milioni di euro il progetto HyCARE, attraverso la Piattaforma “Fuel Cells and Hydrogen Joint Undertaking” – FCH JU.

Il progetto prevede la produzione di quasi 5 tonnellate di polvere metallica, che verranno inserite in appositi contenitori. La gestione termica dell’impianto avverrà mediante un approccio innovativo, facendo uso di materiali a cambiamento di fase, incrementando di molto l’efficienza del processo. La quantità di idrogeno immagazzinata sarà pari a 50 kg, che rappresenteranno la massima quantità mai immagazzinata in Europa con questa tecnica.

Il consorzio è guidato dall’Università di Torino, insieme all’Environment Park, e vede la presenza di una grossa azienda di produzione di polveri metalliche (GKN Sintermetal) e della multinazionale francese dell’energia Engie, che metterà a disposizione i suoi laboratori a Parigi per l’impianto dimostratore.

La costruzione dell’impianto sarà realizzata da due piccole-medie aziende, una tedesca (Sthüff) ed una italiana (Tecnodelta). Nutrita la compagine di ricerca, con la Fondazione Bruno Kessler di Trento, il CNRS francese, l’Helmholtz Zentrum di Geesthacht in Germania e l’Istituto per l’Energia norvegese di Kjeller.

“È per noi una grande sfida – dice il prof. Marcello Baricco, dell’Università di Torino e coordinatore del progetto – che ci permetterà di dimostrare in una applicazione reale l’uso dell’idrogeno come vettore energetico. Sarà l’occasione per mettere in pratica ciò che studiamo a livello teorico da molti anni”.

L’ing. Carlo Luetto, amministratore delegato dell’azienda Tecnodelta di Chivasso, afferma: “Per una piccola-media azienda come la nostra, il progetto HyCARE rappresenta una splendida opportunità per valorizzare le tecnologie per l’idrogeno che stiamo sviluppando, anche in collaborazione con altre aziende del territorio piemontese”.

Il dott. Davide Canavesio, amministratore delegato dell’Environment Park di Torino, dichiara che “la nostra presenza nel progetto HyCARE permetterà di mettere a disposizione il nostro laboratorio di Advanced Energy, leader in Italia per lo sviluppo delle tecnologie basate sull’idrogeno e le celle a combustibile”.

La Sharia non entra in Indonesia, nonostante la religione dominante islamica lo stato vuole continuare ad essere laico

20/02/2019, 11.14
INDONESIA

Jakarta, la Corte suprema respinge il ricorso di Hti: il gruppo islamista resta sciolto

di Mathias Hariyadi

L’organizzazione era coinvolta in attività clandestine per l’istituzione della sharia e di un califfato. L’amministrazione del presidente Widodo ha bandito il movimento integralista nel maggio 2017. Il Tribunale amministrativo aveva già dichiarato inammissibile l'appello contro il provvedimento governativo.


Jakarta (AsiaNews) – Dopo una battaglia legale durata quasi due anni, la Corte suprema indonesiana (Mahkamah Agung, Ma) ha respinto il ricorso degli islamisti di Hizbut Tahrir Indonesia (Hti) contro le disposizioni del governo sullo scioglimento dell'organizzazione.

Nel maggio 2017, l'amministrazione del presidente Joko "Jokowi" Widodo ha bandito il movimento integralista, in quanto la sua ideologia contraddice i valori della Pancasila [dottrina politica, fondamento dello Stato indonesiano], che valorizza la diversità e il pluralismo. Il 24 ottobre dello stesso anno, il parlamento di Jakarta ha approvato la cosiddetta Perppu n. 2/2017, misura che disciplina le organizzazioni di massa che minacciano la natura laica del Paese. La legge ora permette al governo di evitare un lungo processo per dichiararle illegali.

Hti ha presentato ricorso presso la Corte suprema dopo che, nel maggio dell'anno scorso, il Tribunale amministrativo statale di Jakarta (Ptun) ha dichiarato inammissibile l'appello contro il provvedimento governativo. Ismail Yusanto, portavoce del gruppo islamista, dichiara ai media indonesiani di non aver ancora preso visione della sentenza emessa dall'Ma. Tuttavia, Yusanto accusa la Corte di "atteggiamento discriminatorio" e annuncia "nuove prove" per opporsi al verdetto.

L'Hti analizzerà la sentenza con l'avv. Yusril Ihza Mahendra, ex ministro indonesiano per gli Affari legali ei diritti umani durante il mandato del presidente Yudhoyono. Lo scorso mese, il legale si è fatto promotore della scarcerazione "per motivi umanitari" del leader islamico radicale Abu Bakar Baasyir, prima approvata e poi annullata dal governo in seguito alle critiche.

L'esistenza di Hizbut Tahrir risale al 1953 in Palestina e la sua natura è di partito politico islamico. In Indonesia, Hizbut Tahrir ha cambiato il nome in Hizbut Tahrir Indonesia ed è attivo dal 1980. Sotto il regime autoritario del presidente Suharto, generale mosso da un forte sentimento anti-comunista e anti-islamista, l'Hti è stato costretto a soccombere sia dal punto di vista legale che politico. Negli ultimi anni, l'Hti è stato coinvolto in attività clandestine con un unico programma: l'istituzione della sharia e di un califfato in Indonesia.

http://www.asianews.it/notizie-it/Jakarta,-la-Corte-suprema-respinge-il-ricorso-di-Hti:-il-gruppo-islamista-resta-sciolto-46301.html

Energia pulita - gli industrialotti italiani, si rimbocchino le maniche e comincino a lavorare

[La polemica] L’Italia litiga sulle trivelle, il Nord Europa investe su parchi eolici giganteschi

Nel Regno Unito è stato appena completato Hornsea One, il più grande impianto eolico del mondo con una superficie doppia rispetto a quella di Milano



In tema di energia il dibattito pubblico italiano fino a poche settimane fa è stato dominato dallo scontro sulle trivelle che ha portato anche a più di una tensione all’interno dell’esecutivo. Nel frattempo, senza nessun clamore mediatico, il Regno Unito ha portato a compimento la costruzione del più grande parco eolico offshore, ovvero sul mare, del mondo. L’impianto, che si chiama , è localizzato a 120 miglia dal porto di Hull, nel Mare del Nord, ed ha una estensione di 400 chilometri quadrati, il doppio della superficie di una città come Milano. A regime avrà una potenza di 1,2 gigawatt, più di una centrale nucleare, e potrà fornire energia ad oltre un milione di famiglie.


L'ambizioso obiettivo di Londra 

Il completamento di Hornsea One è solo il primo passo. Il Regno Unito nei prossimi anni costruirà altri quattro parchi eolici contigui che a regime avranno una potenza complessiva di 8 gigawatt, ovvero quanto 8 centrali nucleari. Per i britannici non si tratta del primo investimento di questo tipo. Pochi mesi fa nel Mare di Irlanda è stato completato il parco eolico di Walney, solo di poco inferire ad Hornsea One come dimensioni. L’obiettivo di Londra è ambizioso: arrivare a coprire da fonti eoliche offshore un terzo della domanda elettrica inglese entro pochi anni. E i britannici non sono i soli a puntare sull’eolico. L’Olanda sta già costruendo i primi suoi due parchi offshore con l’obiettivo di completarli entro il 2022. Ancora meglio sta facendo la Germania che entro il 2024 ne costruirà tre.

Investimenti senza incentivi statali 

Come mai si sta registrando il boom dell’eolico offshore. Il motivo è puramente economico: il crollo dei prezzi della tecnologia. La possibilità di installare a costi più bassi rispetto al passato turbine giganti (con altezza di oltre 200 metri) sta rendendo questa fonte energetica competitiva con le fonti fossili. E il risultato è che i parchi in costruzione in Olanda e Germania non beneficeranno di incentivi pubblici. Lo Stato si farà cario solo del collegamento degli impianti con la terraferma. E l’Italia? Per il momento l’unica notizia che ci riguarda è che i cavi sottomarini di Hornsea One sono stati forniti dalla nostra Prysmian. Per il momento (e chissà ancora per quanto tempo) da noi si continuerà a parlare di trivelle e di idrocarburi. Per gli investimenti nelle rinnovabili c’è tempo.

20 febbraio 2019

Energia pulita - gli industrialotti italiani sono pregati di investire e sviluppare l'eolico offshore e non solo. Non fare un buco in una montagna solo per ricevere prebende

Aperto nel Mare del Nord il parco eolico offshore grande due volte Milano

Hornsea One è composto da 174 turbine con pale di 154 metri. È il primo di 4 parchi eolici congiunti

Francesca Bernasconi - Mer, 20/02/2019 - 16:24

Il vento è l'unica cosa che serve per produrre energia. Funziona così l'enorme centrale elettrica attivata nel mare del Nord, munita di 174 turbine con pale di 154 metri, che compongono il più grande parco eolico del mondo.


La centrale, che ha iniziato a produrre energia la scorsa settimana, per il momento fornisce solo 7 megawatt, ma quando sarà a pieno regime, sarà in grado di fornire fino a 1,2 gigawatt. L'Hornsea One, del colosso danese Ørsted, è solo il primo di quattro campi eolici contigui, che sono già stati appaltati e arriveranno a una potenza finale di almeno 8 gigawatt, equivalente a 8 centrali nucleari, secondo quanto riporta il Sole24ore.

Hornsea One prende energia dal cento della costa dello Yorkshire, nel Regno Unito: lì le raffiche raggiungono fino i 120 chilometri orari. Il parco eolico è grande il doppio di Milano e, quando sarà completato, nel 2020, sarà il più grande del mondo.

"La capacità di generare elettricità pulita in mare aperto a questi livelli di potenza è un traguardo significativo a livello mondiale, in un momento decisivo per affrontare i cambiamenti climatici", ha commentato Matthew Wright, Ceo di Ørsted Uk.

Vivere per le idee, amore, amicizia. Non bisogna avere paura della dignità rispetto onestà

LA GRANDE ANESTESIA

Maurizio Blondet 20 Febbraio 2019 

Cinque milioni di poveri in più. Gioventù disoccupata in proporzioni mai viste, e senza alcuna prospettiva di trovar lavoro. Precarizzazione. Pensionati in miseria. Imprenditori che si tolgono la vita. Perdite di lavoro e salari in età matura. Erosione dei risparmi, degrado sociale e dell’istruzione, immigrazione di massa di esseri da culture radicalmente estranee . Disuguaglianze e iniquità fra ricchi e poveri senza precedenti. E questo, da anni.

Per di più, le soluzioni a questa tragedia sono note e confermate storicamente, ma la UE – con la sua dottrina economica bancaria radicalmente errata – ci vieta di applicarle. Ché poi, la celebrata UE, le regole severe che ci impediscono di crescere le impone a noi con rigore estremo, meno ad altri:

“In quasi 20 anni di euro il PIL italiano è cresciuto del 3% e quello della Francia del 20%. Sapete quanto è il maggior deficit fatto dalla Francia rispetto all’ITALIA? Il 18% del PIL”, nota Claudio Borghi. L’Europa è una prigione dei popoli dove vige l’ingiustizia del più forte, lo stato di diritto non esiste più.

E allora: come mai la maggioranza degli italiani vuol restare nell’euro e nella UE? Come mai non è ancora avvenuta una rivoluzione, o almeno una insurrezione? Come mai da noi non ci sono Gilet Gialli che scendono in piazza a chiedere cambiamenti radicali, a bruciare le bandiere azzurre con le stelle?

Dove sono “le masse”? Se uno si domanda dove sono le masse, trova che esse esistono. E sono capacissime di radunarsi a decine di migliaia, di affrontarsi e picchiarsi fino ad uccidersi nella lotta. Capaci di morire: purché in discoteca, negli stadi, nelle feste rave o trap, per andare in 250 mila a vedere un cantante, accalcarsi nella notteper Sfera Ebbasta, o calpestarsi in trentamila in una piazza per assistere ad una partita sui megaschermi.

Insomma le masse sono pronte e disposte a “fare massa”, ad unirsi spontaneamente e pagando di persona – purché lo scopo sia insignificante. Purché consista nella prospettiva di un “divertimento”, dello “svago”, dello spettacolo. Aggiungiamo il 10 per cento di italiani che si danno all’uso (moderato o pesante) di droghe, e agli infiniti adepti della pornografia web. Ed ecco “le masse”.

Cosa è successo loro? Lo ha spiegato nel suo saggio “L’ossessione del benessere” (Laffont 2019) o Benoit Heilbrunn, che è insieme filosofo e professore di marketing (sic) allo ESCP Europe.

Il filosofo Heilbrunn

Tutto comincia con la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti che, il 4 luglio 1776, proclama il “diritto” di ogni uomo alla “felicità”. Una nozione del tutto ignota al diritto romano , che avrebbe fatto ridere Giulio Cesare (“Navigare necesse est, vivere non necesse”) come Bartolomeu Dias e le ciurme di naviganti portoghesi e ispanici che in condizioni terribili di fatica, malnutrizione e sacrificio conquistarono il mondo; ignota anche all’ammiraglio Nelson che senza un occhio e senza un braccio, invece di chiedere la pensione d’invalidità, andò a vincere e morire nella battaglia di Trafalgar.
La botte di rum in cui volle essere seppellito. Per tornare col corpo non putrefatto in patria. 

“La felicità è un’idea nuova in Europa”, riconobbe infatti Saint-Just (il giovane angelo della ghigliottina a fianco di Robespierre) quando introdusse quel “diritto” nel codice rivoluzionario, chiedendo alla Convenzione di votarlo: “Che l’Europa sappia che non volete più un infelice, né un oppressore sul territorio francese; che questo esempio propaghi l’amore delle virtù e della felicità! La felicità è un’idea nuova in Europa!”. Saint-Just pronunciò questa nobile esortazione il 3 marzo 1794, poche settimane dopo aver fatto approvare la “legge dei sospetti”, che consegnò alla ghigliottina centinaia di persone senza bisogno di provarne la colpa, sancendo l’indissolubile unione fra Felicità e Terrore delle successive rivoluzioni rosse.

Il fatto è, dice Heilbrunn, che per quegli uomini del XVIII secolo “esisteva un legame intimo ed evidente fra libertà e felicità”. Il guaio è che la promessa di creare una società di uomini liberi e perciò felici, non si è realizzata. Il “contratto sociale” fondato sulla democrazia, restava deludente e mancante.

“E’ uno dei fallimenti evidenti dell’Illuminismo”, dice. “Ma cosa promettere agli individui se la felicità non è più un orizzonte plausibile? Il capitalismo ha trovato una risposta: agli individui nel complesso di essere felici, ha proposto un surrogato: il benessere.

Il marketing ha strutturato la società dei consumi in modo che ciò che la legittima come “regno della libertà” (e democrazia) è il perseguimento (e l’ottenimento) del benessere. “E’ per questo che i liberisti, assimilando la società al mercato, fanno della libera scelta fra le merci la stessa cosa che la democrazia”.

Il punto è che mentre la ricerca della felicità voleva essere un “progetto politico legittimatore”, il perseguimento del benessere sentimentale e psico-fisico, anestetizza. Lo vide già Alexis De Tocqueville nel suo “La democrazia in America”, in cui viaggiò nel 1830. Lui, che veniva da un’Europa dove anche la nobiltà viveva scomoda (i mobili imbottiti furono introdotti, per esempio, solo nel Biedermeier, 1850), vide nel “dio confort” uno dei rischi per la democrazia americana – insieme al fatto che è un carattere indelebile delle democrazie. E’ la passione dell’uguaglianza, avverte Tocqueville, che mette nel cuore di ciascuno l’amore per il confort. Ma se e quando il perseguimento del benessere diviene l’orizzonte ultimo del vivere insieme, la vita si accentra sugli interessi egoistici, e spegne la disposizione “alla rivolta e alla lotta”. Anestetizza. La volontà di vivere “bene” senza essere disturbati porterà l’individuo ad abdicare alla libertà politica, previde il grande Alexis.

Robinson Crusoe di Daniel De Foe è, per Heilbrunn, il libro di fondazione del “nuovo rapporto dell’europeo con la materia considerata sotto il segno della necessità: e un catalogo di quali sono i beni assolutamente necessari a Robinson perché possa vivere in maniera confortevole: un fucile, polvere, utensili in metallo, vestiti, tabacco, alcol…”.

Robinson col minimo necessario

Il peggio è stato, rincara Heilbrunn, nel 1948, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nella sua carta fondatrice, ha esteso il diritto al benessere alla buona salute fisica e psicologica, ponendolo come orizzonte di ogni politica pubblica. Da qui la medicalizzazione, da qui anche gli “interventi umanitari” al grido americano di “I care” (io mi prendo cura”). Di qui in fondo la religiosità New Age, con il culto di Gea, l’ecologismo, l’animalismo e il veganismo, con la medicalizzazione-materializzazione delle dottrine orientali. Lo Yoga, ricorda Heilbrunn, in India è uno dei “darshan”, una dottrina e pratica ascetica di liberazione spirituale; qui è diventata una ginnastica per il benessere, preventivamente svuotata della sua dimensione spirituale, che si pratica in palestra insieme al body building e all’aerobica. “Respirazione e meditazione sono prese come tecniche di distensione e decelerazione in una società ansiogena dove tutto si accelera”.


“Il trucco della società dei consumi è quello di porre come fine dell’esistenza le cose che dovrebbero essere i mezzi. La funzionalità, la rapidità, la sicurezza, la buona forma fisica sono mezzi, mentre l’amore, l’amicizia, la libertà politica sono fini; dagli anni ‘60 il confort è diventato definitivamente un fine in sé, ed è esattamente per questo che la società dei consumi ha potuto trasformare il benessere in mercanzia, facendo passare per felicità quello che è soltanto piacere”.

L’esito finale di un totalitarismo del benessere è “un mondo senza l’altro, in cui conta solo l’esperienza sensoriale e solipsista. Il benessere come fine ultimo e totalitario comporta l’apologia di un mondo senza confini nel quale tutto è indifferenziato perché, alla fine, tutto si equivale.

“E’ un mondo dove si esalta l’individualismo mentre si sfalda l’individuo in ciò che lo definisce: l’autonomia di giudizio, il pensiero critico, la resistenza all’oppressione – qui si fa passare per individualismo ciò che è puro e semplice egoismo …. Il benessere come orizzonte ultimo gioca il riposo del corpo e dell’anima contro l’esplorazione, la vita grande e il futuro… alla fine, il benessere come orizzonte insuperabile sacrifica persino l’impulso vitale alla conservazione di sé”.

Se vi chiedete come mai in Italia le masse non si ribellano, e vi chiedete dove sono in Italia “le masse”, ecco la risposta.

Post Scriptum

E’ per questo che i russi che hanno vissuto sotto Stalin, perduto parenti nel Gulag e figli o genitori nella guerra patriottica, che sono stati feriti nell’avanzata o internati, che hanno avuto “vite spianate sotto un rullo compressore”, ed hanno applaudito la libertà, oggi vivono questa libertà come “un tempo di seconda mano”: “Invece della Patria un grande supermercato”. Lo scrive Svetlana Aleksievic nel suo grande libro corale, appunto intitolato “Tempo di seconda mano”. E parla anche di sé: “Credevamo che le parole potessero scuotere il mondo …Eccola, la libertà! Eravamo pronti a dare la vita per i nostri ideali, a lottare strenuamente. E invece era cominciata un’esistenza cechoviana. Senza storia ….i nuovi sogni: costruirsi la casa, comprarsi una buona automobile, …. Nessuno parla più di idee, ma di crediti, tratte e assegni, non si lavora più per vivere ma per “fare soldi” …Ho domandato:”Cos’è la libertà?” Padri e figli hanno risposto in modo diverso. Quelli che sono nati in URSS e quellui che sono nati dopo l’URSS provengono da pianeti diversi.



mercoledì 20 febbraio 2019

Gli industrialotti incapaci di fare impresa vogliono solo pagare salari per un minimo di sopravvivenza della forza lavoro perchè solo dai lavoratori sanno cavare profitto e non dalle capacità competenze intuizioni creare costruire aziende

Il lavoro manca ma De Bortoli (purtroppo) c’è: se sei disoccupato la colpa è tua

di coniarerivolta
18 febbraio 2019


Tornano a squillare, se mai se ne fosse sentita la mancanza, le trombe del padronato. Il tema è sempre lo stesso: il lavoro c’è ma i lavoratori, in particolare i giovani, lo scanserebbero mossi da inspiegabile snobismo. Non la drammatica carenza di domanda di lavoro da parte delle imprese, non la più che decennale stagnazione, ma i giovani choosy, ve li ricorderete, che viziati e pigri preferiscono poltrire o dedicarsi agli studi più effimeri, invece che guadagnarsi da vivere. Sul Corriere della Sera, la scorsa settimana, è apparso un articolo di Ferruccio De Bortoli (personaggio ha già fatto capolino sulle nostre onde, e non certo per prendersi applausi) con l’eloquente titolo “Il lavoro c’è. Ma ci interessa?” L’articolo è particolarmente interessante perché condensa in modo sintetico e significativo la visione dominante sul funzionamento del mercato del lavoro e sulle cause della disoccupazione. L’argomentazione è chiara: di lavoro non ne manca, sono i lavoratori che non hanno voglia di lavorare.

Da anni, decine di economisti di ispirazione liberista cercano di convincerci che la cronica disoccupazione europea, che in molti Paesi eccede abbondantemente il 10%, sarebbe da attribuire proprio ai disoccupati che, o non hanno le competenze adeguate a rivestire ruoli e mansioni fortemente richiesti dalle imprese, o mostrano una vera e propria inettitudine, pigrizia e mancanza di volontà ad adeguarsi al salario corrente e alla tipologia di lavori richiesti. La crisi? Il crollo degli investimenti pubblici e privati? Anni di austerità che, facendo sprofondare la domanda aggregata, hanno distrutto la capacità produttiva del Paese? Dettagli! La disoccupazione è, in buona sostanza, colpa di chi per scarsa intraprendenza, non adeguata preparazione o incomprensibile scelta, non lavora.

L’articolo di De Bortoli, nel portare avanti queste tesi, sciorina tutte le convinzioni del pensiero ortodosso in termini di occupazione. Se i lavoratori sono pigri, sarà necessario disincentivare questo loro comportamento: De Bortoli fa riferimento proprio a questa visione richiamando la ormai nota retorica contro le cosiddette politiche passive del lavoro, vale a dire, i sussidi di disoccupazione, gli ammortizzatori sociali e qualsiasi altra forma di trasferimento ai disoccupati.

Il tema, per altro, è più che attuale. Nonostante la smania del Governo nel sottolineare quanto di buono sia stato fatto per collegare il Reddito di Cittadinanza alla ricerca attiva di un impiego, pena la perdita del diritto a riceverlo, il pezzo di De Bortoli sul fondo del Corriere si apre proprio con una riflessione critica sui rischi di questa misura, colpevole di deprimere la già misera voglia di darsi da fare dei lavoratori italiani e incrementare lassismo individuale e paternalismo statale. Tuttavia, ad essere precisi, De Bortoli si mostra consapevole che quella approntata dal Governo è in realtà una misura del tutto compatibile con le esigenze delle imprese proprio perché dotata di quelle clausole di condizionalità che limitano la capacità contrattuale del lavoratore e che risultano pienamente coerenti con l’impostazione restrittiva richiesta da istituzioni europee e internazionali in termini di sussidi e trasferimenti ai lavoratori. L’attacco alla misura giallo-verde infatti è piuttosto blando, quasi pigro.

A seguire emerge invece il cuore dell’argomentazione. L’autore si addentra sulle vere, a suo dire, cause della disoccupazione in Italia, sciorinando fiumi di numeri.

Per prima cosa, si occupa dei lavoratori altamente qualificati che, seppur richiesti insistentemente dalle imprese, sarebbero difficilmente reperibili nel mercato del lavoro italiano. Scrive De Bortoli:

Confindustria ha stimato che saranno poco meno di 200 mila le posizioni più qualificate a disposizione, nel triennio 2019-21, nei settori della meccanica, ICT, alimentare, tessile, chimica, legno-arredo, ovvero le sei produzioni trainanti del Made in Italy. Ma una su tre rischia di restare vuota. Perché mancano i talenti. Sono scarse le competenze tecnico-scientifiche. Le aziende si rivolgono agli stranieri.

Colpa di scarsa formazione e mancata professionalizzazione specifica. Sono anni, infatti, che Confindustria reclama una trasformazione del sistema di istruzione pubblico verso un orientamento professionalizzante, a discapito di una formazione universalistica e di ampio respiro. Questa richiesta, naturalmente, è animata dalla volontà di risparmiare sui costi per la formazione del lavoratore funzionale al ruolo che svolge nel processo produttivo, al solo scopo di aumentare i profitti.

Ora, non vi è dubbio che lo Stato, tramite spesa pubblica, debba promuovere percorsi di formazione di alto livello accessibili a tutti, favorendo così pari opportunità in termini di competenze a chi si affaccia sul mercato del lavoro. Tuttavia, quello che l’associazione padronale sta proponendo, e che De Bortoli entusiasticamente rilancia, non è certo una estensione e un miglioramento, in termini di offerta formativa e di accessibilità, del sistema di formazione pubblico. A ben vedere, quello che le imprese reclamano è un diverso modello del sistema d’istruzione secondario, in cui ai classici percorsi formativi scolastici, liceali e tecnici, si affianchino, in maniera sempre più articolata e massiccia, forme di alternanza scuola-lavoro e di avviamento professionale, seguiti da percorsi di formazione professionale, altamente specialistici e alternativi ai troppo teorici studi universitari. Ci stiamo riferendo ai cosiddetti programmi VET (Vocational Educational and Training) su cui, da sempre, tra gli altri, la stessa UnionCamere chiede uno sforzo specifico e volto non a formare giovani studenti ma a fornire sempre nuova manodopera alle imprese. Emerge quindi la volontà di non farsi carico di quella parte della formazione, più specifica, e funzionale all’esclusivo svolgimento dell’attività lavorativa, nonostante siano le stesse imprese ad avvantaggiarsi di queste competenze.

Il secondo passaggio rilevante dell’articolo di De Bortoli concerne i lavoratori a bassa qualifica:

Le statistiche rivelano una realtà amara. (…) Gli ultimi dati Excelsior Unioncamere rivelano l’esistenza di migliaia di posti di lavoro che non richiedono elevate qualificazioni. Con un po’ di buona volontà (quella che il reddito di cittadinanza non stimola) sono posizioni aperte a chiunque. I ristoranti richiedono, in questo mese di gennaio, 11 mila camerieri. In 23 casi su 100 non si trovano. Se i locali fossero a Londra avrebbero la fila di ragazzi, anche laureati, italiani. E così per gli aiuti cuoco: il 42 per cento non c’è. Per i venditori rappresentanti la difficoltà di reperimento è al 61 per cento. Per gli assistenti alla vendita siamo al 38. Le imprese milanesi, spiega ancora Seghezzi, segnalano 73 mila posizioni aperte. Introvabile al 97 per cento il cuoco pizzaiolo. E così gli addetti alle pulizie negli edifici. Ma anche agenti immobiliari, promotori commerciali, che non sono lavori così umili e disagevoli. La Campania sarà tra le regioni maggiormente beneficiarie del reddito di cittadinanza. A Napoli ci sono 18.840 posizioni aperte. Tra i conducenti di furgoni (basta la patente) la metà non si trova.

Nessun riferimento, per ora, ai salari offerti: sembrerebbe proprio che gli italiani siano degli emeriti scansafatiche. Non solo, sembrerebbe che il problema rilevante del mercato del lavoro italiano, l’alta disoccupazione, sarebbe dovuta proprio ai lavoratori – anche se non qualificati – che per pigrizia e disinteresse non accetterebbero le migliaia di offerte di lavoro disponibili.

Tuttavia, dando uno sguardo ai dati Istat, ci renderemmo conto di almeno due questioni: da un lato il tasso di posti vacanti più marcato – per quanto esiguo – si riscontra nei settori dell’istruzione e delle attività professionali scientifiche e tecniche (come ad esempio impiegati in studi legali o di commercialisti). Dall’altro, la domanda di lavoro insoddisfatta è ben poca cosa se paragonata alla quota dei disoccupati che, per definizione, sono tutt’altro che pigroni essendo soggetti in cerca di lavoro. Ad esempio, come indicato nella Figura 1, mentre i disoccupati nel terzo trimestre del 2018 erano ben 2 milioni e 400 mila, i posti vacanti, quindi le posizioni aperte presso le imprese dell’industria e dei servizi con dieci o più dipendenti erano circa 236 mila: una goccia in mezzo al mare della disoccupazione.

Figura 1. Disoccupati e posti vacanti. Settori industria e servizi (Classificazione Ateco 2007). Valori assoluti in migliaia. Fonte: elaborazioni su dati Istat.


Ma questo, chiaramente, De Bortoli non lo dice. Anzi, la sua argomentazione verte subito sul vero nocciolo della questione: i salari. E la introduce riferendosi ad una categoria specifica di lavoratori: quella dei lavoratori stranieri. Ed è qui che tutto si chiarisce!

Citando l’ultimo rapporto del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’editoriale del Corsera ci informa che la maggior parte dei lavoratori stranieri è impiegata nell’agricoltura. Nel 2017, afferma, “I braccianti erano 286.832. Il 15,7% degli addetti complessivi, ma il 40,1 in Liguria; il 31,9 nel Lazio. La retribuzione media annua – si legge nel rapporto – è di 7.502 euro, quella media del settore più bassa, 7.095 euro”. Non solo, “897mila stranieri svolgono un lavoro che richiede un livello di istruzione inferiore a quello posseduto. È sovra istruito il 34,7% degli occupati stranieri contro il 23% degli italiani”.

La digressione sul lavoro straniero che segue i dati ad effetto sui posti di lavoro vacanti, non è certo casuale, anzi, segnala il compimento della traccia argomentativa che l’autore ha seguito: gli italiani sarebbero schizzinosi e pigri proprio perché non disposti ad accettare lavori mal pagati e non in linea con le proprie competenze. Gli stranieri, invece, sono già disposti a ricevere salari da fame per mansioni usuranti. Nella riproposizione del conflitto tra lavoratori indigeni e lavoratori stranieri, si cela la soluzione prospettata da De Bortoli e non solo: basterà che gli italiani modifichino le abitudini sociali e culturali convincendosi che in fondo è congruo ciò che ad oggi appare evidentemente ancora incongruo. Basterà dunque, che essi riducano, in maniera più repentina possibile, le proprie richieste salariali schiacciandole il più possibile verso un mero livello di sussistenza; così facendo, avrebbero di fronte numerose opportunità di lavoro. Che basti solo un po’ di buona volontà, ce lo aveva già detto in apertura.

Questa tuttavia, non è certo una novità. Se la lotta di classe tra capitale e lavoro si gioca sulla spartizione del prodotto sociale, l’esito che il capitale si aspetta è la riduzione della quota parte che va ai lavoratori. Una parte consistente di questa battaglia passa per un ribilanciamento del livello di sussistenza ritenuta socialmente accettabile. Se ad oggi, malgrado anni di riforme neo-liberiste, precarizzazione, riduzione delle tutele contrattuali e dei redditi da lavoro, un reddito di 7.000 euro annui è ritenuto incongruo dalla maggioranza dei lavoratori italiani, bisognerà allora operare affinché una simile miseria venga introiettata come livello tutto sommato accettabile.

E così, sulla scia dei due tasselli descritti, la teoria di De Bortoli e dei liberisti sulla disoccupazione di massa trova il suo compimento logico in una descrizione binaria del fenomeno: una relativa al lavoro qualificato, l’altra a quello non qualificato. I due aspetti sono tenuti insieme dalla questione salariale, citata esplicitamente quando si tratta di accettare bassi salari in Italia, e celata quando il paragone viene rivolto ai lavoratori che preferiscono fare la fila per un posto da cameriere a Londra. La soluzione che logicamente ne deriva è quindi duplice:
garantire una maggior formazione specialistica a carico del lavoratore o dello Stato per fornire alle imprese la manodopera che desiderano, senza che si facciano carico dei costi di formazione;
abituare i lavoratori italiani a svolgere lavori a bassa qualifica mal pagati ed eventualmente inferiori alle competenze acquisite, seguendo il fulgido esempio degli schiavi stranieri.

Insomma, la ricetta è la solita: abbassare (ancora) i salari e dirottare la spesa pubblica a vantaggio delle imprese. Ancora una volta, abbassare il costo del lavoro, spostandone l’onere in parte sulle spalle dello Stato, in parte sulle spalle dei lavoratori. Ad uscirne avvantaggiati devono essere solo ed esclusivamente i padroni e i propri profitti.

In piena retorica ottocentesca, l’intera argomentazione è incentrata sul lato dell’offerta di lavoro e si fonda sulla colpevolizzazione del lavoratore, ritenuto inidoneo nel migliore dei casi o lassista nel peggiore. Del resto, se «il lavoro si cerca, non si aspetta» è chiaro che i disoccupati siano tali perché questa ricerca non la svolgono come dovrebbero. Poco contano i 2 milioni e passa di persone, di cui 440 mila giovani, alla ricerca di un lavoro dignitoso. E cosa importa se, come abbiamo sottolineato, i posti vacanti sono circa la metà dei soli giovani disoccupati: per il nostro, se non lavori sei un mero pantofolaio. Inoltre, se anche si riuscisse a ‘riempire’ tutti questi fantomatici posti vacanti, la disoccupazione non si ridurrebbe che di un misero punto percentuale. La favola del lavoro che c’è, dati alla mano, è presto smentita.

Dietro a questa retorica classista, intellettualmente disonesta e lesiva della dignità di milioni di disoccupati o di occupati precari che sbarcano il lunario con livelli salariali da fame, emerge la volontà dell’interpretazione liberista di non chiamare in causa la vera responsabile della disoccupazione di massa: la carenza di domanda aggregata stroncata da anni di austerità e riduzione degli investimenti pubblici e privati. Come possiamo notare dalla Figura 2, fatto 100 il 2007, né la stagnante dinamica dei consumi pro-capite, né la depressa evoluzione degli investimenti, hanno raggiunto i livelli pre-crisi. D’altro canto, il numero dei disoccupati è drammaticamente esploso e risulta anch’esso ben lontano dai numeri del 2007. Secondo l’Istat, in Italia, l’esercito degli individui in cerca di occupazione si è gonfiato di circa un milione di teste: i disoccupati, che nel 2007 erano 1.478.000, hanno raggiunto, nel terzo trimestre del 2018 quota 2.393.000.

Figura 2. Investimenti, consumi privati, consumi pubblici e disoccupati. Anno base 2007. Fonte: elaborazioni su dati Ameco.


E’ allora evidente che, dietro l’ossessiva enfasi sulla necessità di implementare le politiche attive del lavoro, dietro la retorica della formazione continua, ammantata di bei propositi, l’unico vero obiettivo della ricetta liberista è continuare sulla deregolamentazione del mercato del lavoro al fine di favorire il vasto processo di redistribuzione del reddito dai salari ai profitti in corso da decenni sulla pelle dei lavoratori, e non nel favoloso mondo di Ferruccio.