Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 23 ottobre 2017

Xi Jinping - un socialismo che diventa Interesse Nazionale con una specifica individualità che raccoglie a piene mani nella tradizione che da una sistematicità a valori spirituali bilanciando la materialità del capitalismo in versione cinese

Il "Xi pensiero" che rivoluzionerà la Cina (e il mondo)

Modernizzarsi senza occidentalizzarsi, Anzi, diventare un modello al quale ispirarsi. Questa la sfida lanciata dal presidente cinese dal congresso del Pcc

di ALESSANDRA SPALLETTA 
22 ottobre 2017, 14:56


A guidare la Cina nei prossimi anni non sarà una “teoria” o una “visione”, ma un nuovo “pensiero”: il Pensiero di Xi Jinping (“Xi Jinping Sixiang”). Un onore riservato fino a oggi solo a Mao, l’unico leader cinese titolare di un proprio autonomo pensiero con il quale rivoluzionò il marxismo per adattarlo alla Cina.

Anche quello che andrà ad arricchire il pantheon ideologico del Partito comunista cinese (PCC) al termine del diciannovesimo congresso - che si concluderà il 24 ottobre con la nomina (attesa il 25) della nuova classe dirigente - sarà a suo modo un pensiero rivoluzionario. In che modo?

"Modernizzarsi senza occidentalizzarsi"

Sarà la strada maestra per il più ambizioso esperimento di governance mai tentato nella storia umana, che vuole portare il PCC a guidare tutte le espressioni rilevanti della vita sociale ed economica in Cina, per risolvere le nuove contraddizioni fondamentali della nuova epoca: quelle tra uno sviluppo economico poderoso ma sbilanciato, e le nuove istanze di giustizia, partecipazione e benessere che si fanno largo nella popolazione”.

A parlare è Giovanni Andornino, docente all’Università di Torino e vice presidente del Torino World Affairs InstituteTwai. “Se saprà vincere questa sfida – sottolinea il professore - il Partito potrà rivendicare di aver realizzato il ‘grande sogno di rinascimento della nazione cinese’: la Cina si sarà modernizzata senza occidentalizzarsi”. Un distacco dal socialismo? “Se alla fondazione del PCC l’esercizio del potere attraverso le istituzioni dello stato, e il perseguimento dello sviluppo economico, erano considerati parte del cosiddetto stadio primario del socialismo, necessario a raggiungere il paradiso comunista teorizzato da Marx, il discorso pronunciato da Xi Jinping ci ricorda che la finalità ultima del partito è da tempo cambiata: l’obiettivo dichiarato è portare la Cina a una posizione di primato globale entro il 2049”.

Xi e Mao

Un onore finora riservato solo a Mao

Il contributo ideologico di Xi Jinping (segretario generale del PCC, presidente della RPC e della commissione militare) non è ancora stato iscritto nello Statuto del partito - un passaggio che dovrebbe avvenire nei prossimi giorni, a meno di clamorosi colpi di scena.

Ma dal Partito già trapela in modo evidente la futura centralità del “pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, illustrato nel discorso di tre ore e mezza che il segretario generale ha pronunciato davanti ai 2.280 delegati in apertura del congresso. Gli ultimi a citarlo sono stati tre membri del comitato permanente del Politburo uscente (l’organo al cuore del potere cinese), destinati a essere sostituiti per raggiunti limiti d’età: Zhang Dejiang, Yu Zhengsheng e Liu Yunshan. Ufficialissimo, dunque. 

Si fa sempre meno peregrina l’ipotesi che il pensiero di Xi sia inserito nella carta del partito con l’espressa menzione del nome del leader, come accaduto soltanto per il pensiero di Mao Zedong e per la teoria (che teoria fu, e non pensiero, per non istituire paragoni con il “grande timoniere”) di Deng Xiaoping e Jiang Zemin, i primi due leader della Repubblica Popolare Cinese. Il pensiero di Xi – riferisce l’agenzia Xinhua - è strutturato intorno a 14 punti principali, che vanno dalla leadership del Partito Comunista Cinese, all’approfondimento delle riforme, alla promozione di una comunità di destino condiviso con il resto del mondo.

Un nuovo pensiero per una nuova era 

Ma occorre fare una precisazione: il discorso non rappresenta la visione unica di Xi ma “la sintesi del consenso politico intorno a cui si ritrova l’intera leadership del Partito”, sottolinea Andornino. “Il Rapporto politico del Segretario generale non è mai un discorso di insediamento”, spiega il professore torinese, “bensì la relazione presentata a nome del comitato centrale uscente in cui si illustra al nuovo congresso quello che è stato fatto nei cinque anni precedenti, e la visione per il futuro”. Un testo la cui elaborazione richiede un anno di lavoro e centinaia di revisioni, coinvolgendo migliaia di funzionari del partito su tutti i punti cruciali dell’agenda politica, per arrivare infine a quella che Andornino definisce il “consolidato”. Cioè? “Il documento di indirizzo politico più autorevole che ogni cinque anni viene redatto in Cina. Ispira tutte le azioni di governo da intraprendersi nel quinquennio successivo, e talvolta oltre".


Fatta questa premessa, entriamo nel vivo della questione. Partendo dal linguaggio, da sempre importantissimo nella plurimillenaria cultura politica cinese. Pur senza citare il proprio stesso nome, Xi ha parlato espressamente di un “pensiero” elaborato per la “nuova era” in cui sta entrando il “socialismo con caratteristiche cinesi”. Si parla dunque di “pensiero” (“sixiang”), come fu per Mao, diversamente dal modo in cui sono stati presentati i contributi di Deng Xiaoping (“teoria del socialismo con caratteristiche cinesi”), Jiang Zemin (“teoria delle tre rappresentatività”) e Hu Jintao (“visione per lo sviluppo scientifico”). Tutto ciò farebbe pensare che “ben presto il contributo ideologico di Xi sarà abbreviato in “Xi Jinping sixiang”, dice Andornino. “Sarebbe clamoroso, metterebbe Xi su un piano pari a quello di Mao”.

Dell’introduzione di questo nuovo pensiero Xi ha parlato poi di fronte ai delegati della provincia del Guizhou, nel sud della Cina, la provincia che lo ha eletto tra i delegati al Congresso nella primavera scorsa. “L’evoluzione della principale contraddizione che attraversa la società cinese rappresenta un cambiamento storico”, ha dichiarato Xi, secondo il resoconto dell’agenzia Xinhua. Il riferimento alla “principale contraddizione” riprende il discorso di mercoledì scorso, in cui Xi aveva fatto riferimento a uno sviluppo “non equilibrato e inadeguato” della Cina e agli sforzi che il partito deve fare per migliorare le condizioni di vita della popolazione.


Pechino vuole essere un modello per il mondo

Quali implicazioni ha il congresso per la macchina di potere in sostanza leninista che governa il Paese? “Il Rapporto politico mostra la lucidità con cui il Partito continua a leggere le condizioni in cui versa la Cina, che governa dal 1949”, continua Andornino. “Non è un caso che tra i 14 punti che stanno alla base del Xi-pensiero, ben 10 siano dedicati al tema del miglioramento delle capacità di governance, nelle sue varie declinazioni”. Il partito si rafforza a tutti i livelli. Come? “A mio avviso, ci troviamo di fronte a una agenda di rinnovamento e potenziamento del PCC ancora più ambiziosa che in passato – spiega Andornino - al servizio di un orizzonte di grandezza nazionale che, per quanto legittimo, è ontologicamente diverso rispetto alla missione originaria del partito”. Nel socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era, l’enfasi è sempre di più sulle “caratteristiche cinesi” e sempre di meno sul socialismo. 

Si nota molto bene nel punto del Rapporto dedicato ai valori socialisti”, spiega il professore. “Nel titolo si menzionano i valori socialisti, ma nel testo si parla della necessità di coltivare lo ‘spirito cinese’, promuovere ‘valori cinesi’ e far leva sulla ‘saggezza cinese’ per offrire agli altri paesi strumenti per risolvere i propri problemi.” Il messaggio per le classi dirigenti e le opinioni pubbliche globali è chiarissimo, secondo Andornino: “L’egemonia occidentale nel campo delle idee e delle visioni del mondo, finora data per scontata, deve ora confrontarsi con una Cina che fa della propria strategia di sviluppo e del proprio assetto politico-istituzionale un modello cui altri possono ispirarsi. La narrazione patriottica della rinascita nazionale cinese, contrapposta alle crisi che investono le democrazie liberali occidentali – dagli USA di Trump, alle vicende europee con la Brexit, la Grecia e ora la Catalogna – esercita un’attrazione che è sempre più irragionevole sottovalutare”, ha concluso Andornino.

Per approfondire:









Bitcoin - le regole servono per legittimare l'anarchia della realtà


Incredibile corsa del Bitcoin: vale più di 6.000 dollari

Roma - I divieti e gli allarmi servono solo a provocare qualche estemporanea frenata (dopo lo stop della Cina, ad esempio, era “crollato” fino a sotto i 3.000 dollari), ma l’appetito degli investitori non sembra conoscere tregua.

OTTOBRE 21, 2017


Roma - Solo nel mese scorso la Cina ha iniziato a chiudere le piattaforme che li trattano. Il numero uno di JpMorgan Chase, Jamie Dimon, li ha definiti una «frode», minacciando di licenziare chiunque nella banca li usasse per fare trading. E il fondo Usa Bridgewater li vede come la prossima bolla in formazione. Ma, nonostante tutto questo, la corsa dei Bitcoin prosegue incessante. I divieti e gli allarmi servono solo a provocare qualche estemporanea frenata (dopo lo stop della Cina, ad esempio, era “crollato” fino a sotto i 3.000 dollari), ma l’appetito degli investitori non sembra conoscere tregua.

Da inizio anno la moneta virtuale ha guadagnato oltre il 500%, arrivando a superare i 6.000 dollari, con una capitalizzazione di mercato di oltre 100 miliardi di dollari. Un’industria che ora vale più di colossi bancari e industriale come Goldman Sachs ed eBay, solo per fare qualche nome. Ancora una volta il mercato si interroga sui reali motivi del nuovo boom della valuta elettronica. Fra chi scommette su un’improvvisa e imprevista crisi di liquidità in Zimbabwe e chi invece su un aumento delle commissioni per chi fa trading, di certo c’è un grosso movimento speculativo che continua a fare la parte del leone sulla corsa senza freni del Bitcoin. Non a caso il recente balzo, non previsto dopo un’inizio di seduta all’insegna della quiete, arriva solo tre giorni dopo il peggior calo giornaliero della criptovaluta (che ha perso l’8,4% in un’unica seduta), seguito ai timori che le autorità dei paesi occidentali potessero alzare il livello dei controlli sull’industria.

La realtà è che ormai l’industria non può più voltare le spalle al fenomeno, tanto che secondo il Wall Street Journal la stessa Goldman Sachs starebbe valutando l’apertura di una divisione ad hoc per il trading sulle valute virtuali. E sono in molti, inoltre, a ritenere che i divieti imposti dalla Cina alle contrattazioni siano destinati ad avere vita breve. Allo stesso tempo, anche per mitigare i problemi collegati all’estrema volatilità dell’investimento (gli analisti calcolano che sia almeno sette volte superiore a quella dell’oro), sono nati i primi strumenti derivati proprio sul bitcoin. E iniziano già a riscuotere un certo successo: nella prima settimana di contrattazioni regolamentate, sulla piattaforma LedgerX che ha ottenuto a luglio il via libera dalle autorità, sono stati trattati 176 contratti fra swap e opzioni, per un valore nominale che supera il milione di dollari. «È stato fissato un nuovo standard per la trasparenza e l’assicurazione fra le parti», sottolinea con orgoglio il Ceo di LedgerX, Paul Chou: «Gli investitori istituzionali ed i trader ora possono usare un processo di clearing garantito».

Bitcoin - i privati si sostituiscono agli Stati nella creazione di moneta, elemento fondante di qualsiasi Stato

La Russia, il criptorublo e le incognite dei blockchain


L'analisi dell'economista Paolo Savona

Vladimir Putin ha annunciato che la Russia intende introdurre il criptorublo, la moneta elettronica statale. Il Ministro delle comunicazioni Nikolay Nikiforov ha affermato “lo introdurremo per una semplice ragione: se non lo facessimo ora, tra un paio di mesi ci anticiperebbero i vicini della Comunità economica euroasiatica”. Ha anche aggiunto che la creazione non avverrà con le tecniche consuete delle criptovalute, quella delle così dette “miniere” che hanno quantità prefissate, ma si deve presumere che faranno ricorso alla tecnologia blockchain che offre trasparenza e sicurezza per il creatore e il possessore di moneta. Hanno anche deciso che il criptorublo è uno strumento per ripulire il danaro sporco pagando una tassa del 13%; al termine della trasformazione dalle forme tradizionali a quelle telematiche, la moneta russa non potrà più servire per traffici illeciti. Se Stati e banche centrali del mondo decidessero di raggiungere un accordo per passare alle criptomonete nazionali, la lotta alla criminalità organizzata, che come ben noto opera a livello globale, sarebbe più efficace; l’attività illecita non potrebbe più svolgersi nei circuiti ufficiali della moneta tradizionale e si dovrebbe rivolgere ai circuiti alternativi, i paradisi fiscali, o usare i beni preziosi, strumenti meno gestibili di quelli di possedere moneta nazionale. Se gli Stati muovessero questo passo, sarebbe saggio se, approfittando dell’occasione, creassero una sola moneta telematica, i criptoSDR, i diritti speciali di prelievo, evitando i costi di transazione da una criptovaluta nazionale all’altra e le manipolazioni dei rapporti di cambio a fini competitivi; questo però è un altro problema, piuttosto importante ma storicamente irrisolto nelle relazioni economiche internazionali, che forse è meglio non far gravare sulle deboli ed egoistiche spalle degli attuali leader mondiali.

Nonostante non si conoscano i dettagli dell’iniziativa russa, dove come noto si nasconde il diavolo, la logica che muove la scelta è una risposta ai problemi sollevati da questo giornale sulla diffusione delle criptovalute. È chiaro che si delinea uno scontro storico tra settore privato e pubblico su chi gestirà la sovranità monetaria, simbolo della sovranità dello Stato (dove esso esiste). Il processo di appropriazione privata del potere monetario è già andato molto oltre; sarebbe stata la gioia di Friedrich Hayek, che l’aveva auspicato, anche se in nome delle libertà individuali, che allora non poteva contare su uno strumento adatto come la telematica. Non solo le criptovalute si vanno moltiplicando a centinaia, ma i privati hanno anche organizzato centri di loro scambio e compensazione per aumentarne l’accettabilità, creando reti informatiche simili alle clearing house ben note al mercato (il Target 2 dell’eurosistema è una di queste). Gli esperti di informatica si sono impossessati del meccanismo di creazione delle criptovalute, le “miniere” gestite con la tecnologia blockchain, e poiché l’inventore dei bitcoin Nakamoto ha saggiamente fissato un limite massimo alla circolazione della sua creatura, ma non ha potuto prevenire che il mercato ne inventasse numerose altre (l’ethereum è la principale), nasce l’esigenza di renderle intercambiabili; per le monete tradizionali esistono il mercato dei cambi e le stanze di compensazione, che già fanno ampio uso di mezzi informatici, e per quelle telematiche si è dato vita a un mercato criptovalutario alternativo. Esistono infatti siti web che offrono convertitori istantanei delle principali valute nazionali in criptovalute, ma in funzione prevalentemente informativa, e stanze di compensazione telematiche; tra queste vi è la COMIT, acronimo di Cryptographically-secure Off-chain Multi-asset Instant Transaction network, che offre servizi di compensazione con lo slogan “rendere i pagamenti globali a buon mercato, veloci e facili come inviare un messaggio”; usa un crosschain network che collega tutti i blockchain che gestiscono criptovalute e aderiscono al nuovo meccanismo.

Credo di essere stato finora troppo cauto nell’affermare che gli Stati dovessero prevenire che il mercato espropriasse la loro sovranità a seguito della diffusione delle criptovalute e mi sono lamentato della trascuratezza delle banche centrali nell’affrontare questi sviluppi: già oggi la creazione di moneta è decisa dal mercato, come dicono gli economisti è endogena, ossia la sua quantità è uscita dal controllo delle autorità sul piano tecnico; richiede solo di diffondersi, trovando gli unici ostacoli nella comprensione di come si accede a esso – ma esistono siti che lo spiegano in dettaglio e intermediari che offrono il servizio – e nell’acquisire fiducia nel nuovo strumento, attualmente riposta nell’autonomia e preparazione delle banche centrali, nonché in un più claudicante sistema bancario. Il ritardo con cui le autorità stanno affrontando il problema e la mancata messa in sicurezza dei depositi bancari minano l’attuale fiducia, agevolando l’uso delle criptovalute, con il rischio che la frattura si realizzi improvvisamente, come la storia finanziaria insegna.

Gli Stati possono proibire l’uso delle criptovalute, come ha fatto la Cina, ma non impedirlo. Sta accadendo come per gli eurodollari e i derivati, la cui sottovalutazione degli effetti, che denunciai presentando argomenti scientifici, portò rispettivamente alla fine del regime valutario di Bretton Woods e alla Grande Recessione dalla quale non siamo ancora completamente usciti. Dobbiamo infatti ancora rientrare, soprattutto in Europa, dagli effetti dell’accondiscendenza monetaria del Quantitative Easing. Continuiamo ad adagiarci in ciò che si conosce, a sottovalutare le conseguenze di ciò che sta accadendo, a non pensare al futuro, a provare fastidio verso i grilli parlanti e a rivolgerci a chi vende illusioni che le cose si risolvano da sé. È auspicabile che qualcuno dotato di poteri convochi una riunione internazionale per affrontare il problema, la cui preparazione non può essere affidata ai retrotopici, come li ha chiamati Bauman prima della sua scomparsa, ossia coloro che vogliono tornare ai fasti veri o presunti del passato monetario. Gli sviluppi della telematica lo rendono impossibile.

Pubblicato su MF/Milano Finanza, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi

21 ottobre 2017 - Giulietto Chiesa : “La questione delle armi nucleari in Italia deve torn...

21 ottobre 2017 - Mario Albanesi: Parlo di me



Mi viene chiesto perché i miei commenti non sono ripresi sulle reti nazionali pubbliche. Risposta: aveva cominciato il regista Pino Roggero di Blog a farlo ma subito scattò la censura Rai. Rimasero solo sporadici inviti che rifiutai.

22 ottobre 2017 - Marco Zanni: #interessenazionale

Xi Jinping punta sulla tradizione, su valori spirituali, sul sogno cinese, ripristinare la grandezza della Cina

Vi racconto il Sogno cinese di Xi Jinping



Conversazione con il senatore Alessandro Maran, membro delle commissioni Affari Costituzionali e Politiche europee di Palazzo Madama, nonché presidente dell'Istituto di cultura cinese di Roma

A Pechino si sta celebrando il 19mo congresso del Partito Comunista Cinese (Pcc), che incoronerà Xi Jinping per la seconda volta segretario generale e presidente della Repubblica, cariche che potrebbe conservare anche per un inedito terzo mandato, che proietterebbe il potere di Xi fino al 2027. Ma chi è Xi, che molti definiscono il “nuovo Mao”, e che idea ha della Cina, seconda potenza economica del pianeta, autocrazia socialista in salsa orientale e potenziale guida alternativa del mondo rispetto agli Stati Uniti sempre più defilati, dopo l’era dell’Obama riluttante e con un Donald Trump schiacciato su posizioni nazionaliste?

L’Economist della settimana scorsa ha definito Xi “l’uomo più potente del mondo”. Lo è certamente nella rigida gerarchia cinese, nella quale Xi ha imposto il suo controllo accumulando svariate posizioni apicali e purgando, nella sua feroce campagna anti-corruzione, migliaia di dirigenti. Ma alla leadership di Xi guardano anche svariati Paesi, preoccupati per la deriva isolazionista degli Usa di Trump e desiderosi di entrare nelle grazie dell’Impero di mezzo, che elargisce somme colossali destinate a ambiziosi progetti infrastrutturali come la “One Belt, One Road Initiative”, le nuove vie della seta che collegheranno Asia, Medio Oriente ed Europa. Ma rimanere impigliati nelle trame globali di un regime a partito unico, che all’interno controlla ogni cosa e all’esterno proietta le sue mire revisioniste, può rappresentare una trappola, e certamente costituisce una sfida per l’ordine internazionale liberale cesellato dall’Occidente dopo la seconda guerra mondiale. È un dilemma di cui deve tenere conto anche il nostro Paese, che è uno dei terminali della nuova via della Seta e che coltiva relazioni quanto mai cordiali con la Cina, come dimostrato dalla lunga visita alcuni mesi fa del presidente Mattarella.

Di queste ed altre cose abbiamo parlato con il senatore Alessandro Maran, membro delle commissioni Affari Costituzionali e Politiche europee di Palazzo Madama, nonché presidente dell’Istituto di cultura cinese di Roma. Nella lunga conversazione con Formiche.net, Maran entra nei dettagli di una parabola di potere, quella di Xi Jinping, che coincide con quella di un Paese sempre più influente negli affari globali, dei quali è ormai un attivo “stakeholder”, ma anche un fattore destabilizzante, almeno nell’ottica di chi, in Occidente, ha a cuore i valori della democrazia e del liberalismo e guarda con preoccupazione all’accrescimento della potenza militare della Cina, che quest’anno ha aperto la sua prima base militare all’estero, a Gibuti.

Senatore Maran, il 19mo Congresso del Pcc incoronerà il presidente Xi per i prossimi cinque anni, ma già si parla di una deroga alle convenzioni che limitano a dieci anni il mandato del segretario, con una proiezione di potere al 2027. Xi, il cui pensiero sarà probabilmente iscritto nella Costituzione cinese, si impone come il nuovo Mao. Chi è Xi e cosa rappresenta per la seconda potenza mondiale?

Dai tempi di Deng Xiaoping (e forse dai tempi di Mao Zedong), nessun leader cinese ha mai inaugurato un Congresso nazionale con un così grande potere. Al punto che il diciannovesimo Congresso del Partito comunista cinese è più una incoronazione che una transizione istituzionale verso il secondo mandato. Potrebbe essere definito il Congresso di Xi. Da quando ha preso le redini del partito, Xi Jinping ha infatti accumulato un considerevole potere (è già stato soprannominato “il presidente di tutto”) e ci si aspetta che all’appuntamento congressuale, consolidi ulteriormente il proprio ruolo. L’idea che il sessantaquattrenne Xi si ritiri tranquillamente tra cinque anni mi sembra molto remota. Se otterrà dal Congresso la “canonizzazione ideologica” che lo pone allo stesso livello di Mao, sarà un chiaro segno che Xi vestirà i panni di Vladimir Putin e cercherà il prolungare il suo mandato oltre i limite del 2022. Specie se nessuno dei membri under 55 del Politburo emergerà come un suo possibile successore. Ma la concentrazione del potere nelle sue mani ha consentito a Xi di prendere decisioni impensabili per i suoi predecessori. Come Xi, anche altri leader, ad esempio, hanno riconosciuto che l’acerbo capitalismo cinese ha lasciato molte persone alle prese con un vuoto spirituale; e anche loro, hanno riconosciuto che la cultura e le credenze tradizionali hanno un ruolo nei fornire alla gente un sistema di valori. Ma Xi ha abbracciato la tradizione come nessun altro leader da quando l’ultimo imperatore ha abdicato nel 1912. La sua amministrazione ha sostenuto quasi tutte le forme della tradizione cinese, naturalmente nella misura in cui è utile al partito.

Uno degli slogan preferiti di Xi è “sogno cinese”, che non coincide affatto con quello americano. Come lo si potrebbe caratterizzare?

Come ha detto il segretario del partito aprendo il Congresso, la Cina progetta di diventare una società “moderatamente prospera” per il 2020, un paese socialista moderno per il 2035 ed un paese potente per il 2050. Molte delle realizzazioni di Xi e dei suoi piani per il futuro sono puntellati da una visione ideale: il declino della Cina che dura da 200 anni sta per finire, e la sua missione è quella di guidare una Cina severamente disciplinata di nuovo al centro della scena mondiale. Insomma, mentre Mao ha promosso la lotta di classe e Deng Xiaoping ha abbracciato un capitalismo pragmatico, la visione di Xi del ruolo del partito è centrata sul ripristino della grandezza della Cina, quella che chiama il “sogno cinese”, e attinge sia alla fervente dedizione dell’era di Mao, sia alle glorie della cultura tradizionale cinese che Mao ha cercato di distruggere. In pratica, si è tradotto in una campagna per imporre una più stretta disciplina nei ranghi del partito e repressione politica al di fuori del partito, compresa una più rigida censura sui media, inclusa Internet. Per gli stranieri, questo significa abituarsi ad una Cina più forte e più assertiva (ed anche più fragile) del passato. Se Xi avrà successo, la sua Cina potrebbe diventare un modello per i regimi autoritari “digitali” in giro per il mondo. Il suo fallimento potrebbe portare a riconsiderare se sia saggio cercare di condurre, a tappe forzate, un paese verso la modernità.

Nel suo discorso al congresso del Pcc, Xi ha parlato della Cina come di una “potenza mondiale”, che deve comportarsi come tale. Che ruolo nello specifico può ritagliarsi la Cina nel sistema internazionale, tenendo soprattutto conto del presunto ritiro dell’America di Trump dall’agone? Si consideri in questo senso che il mondo sembra guardare con speranza al ruolo di Pechino come campione della globalizzazione, come dimostra l’attenzione riservata al discorso di Xi a Davos lo scorso gennaio.

Il nuovo ruolo della Cina nella politica estera è difficile da eludere. Per decenni, Washington ha sollecitato la Cina a partecipare di più alle cose del mondo. Di solito, questo voleva dire chiedere alla Cina di aiutare a risolvere le crisi internazionali, e diventare uno “stakeholder”, nel gergo della politica estera. Una nozione che in molti in Cina vedevano come la richiesta di unirsi all’ordine disegnato dagli Usa. Ma ora, dopo anni in cui ha giocato un ruolo passivo negli affari mondiali, la Cina ha assunto un approccio più energico. Nello spazio vicino si è mossa aggressivamente per rafforzare le proprie rivendicazioni (storicamente dubbie) sulle acque internazionali e su isole lontane dalle sue coste ed ha cominciato ad attrarre nella sua orbita i piccoli paesi della sua periferia attraverso un ambizioso piano infrastrutturale denominato “One Belt, One Road Initiative”, puntellando i regimi che si stanno allontanando dalla democrazia in Thailandia, Birmania, Cambogia. In questo modo, la Cina sta diventando rapidamente l’impero commerciale più esteso al mondo. Per capirci, il piano Marshall, dopo la seconda guerra mondiale, ha fornito l’equivalente di 800 miliardi di dollari (attuali) in fondi per la ricostruzione dell’Europa. Ora la portata della “Belt and Road Initiative” è sbalorditiva. Le stime variano, ma più di 300 miliardi di dollari sono già stati spesi e la Cina programma di spendere altri 1.000 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Un esempio: la città pakistana di Gwadar non era che uno sperduto villaggio di pescatori. Ora è uno dei pezzi forti della “Belt and Road Initiative” e Cina e Pakistan vogliono farla diventare una nuova Dubai in grado di ospitare 2 milioni di persone. Inoltre, già nel 2015 la Cina è diventata il più importante partner commerciale di 92 paesi (gli Stati Uniti lo sono di 52). E quel che più impressiona è la velocità con la quale ha raggiunto questi risultati. Negli anni ‘80 e ‘90 la Cina era il principale destinatario dei prestiti della Word Bank e della Asia Development Bank. Ora la Cina presta da sola ai paesi in via di sviluppo più di quanto riesca a fare la World Bank. Se la spinta geopolitica della Cina dovesse continuare, avrà un profondo impatto sul mondo, e non necessariamente negativo. Visto che l’Occidente non ha 1.000 miliardi da dedicare alle infrastrutture dei paesi in via di sviluppo in un nuovo “grande gioco”, la scelta più sensata potrebbe essere proprio quella di “cooptare” e “modellare” questo gigante. Se la “One Road, One Belt Initiative” avrà successo, la logistica correrà più veloce e paesi che erano tagliati fuori dai mercati mondiali saranno capaci di commerciare di più. Il che potrebbe ridurre i conflitti tra Stati. Il presidente Xi ha infatti ripetuto, nel corso delle sue visite negli Stati Uniti nel 2015 e nel 2017, e anche a Davos, che la Cina vuole un sistema internazionale più equo, ma non vuole distruggere l’ordine internazionale. E il mondo avrà solo da guadagnare se incoraggerà la Cina ad accrescere la tutela del lavoro, dei diritti umani e gli standard ambientali dei loro progetti.

Secondo le stime di Bloomberg, la Cina quest’anno crescerà del 6,4%, il livello più basso dell’ultimo quarto di secolo, e le proiezioni dei prossimi due anni sono ancora più basse. Come reagirà il Partito, considerando che la crescita economica è l’ingrediente essenziale del suo patto coi cittadini perché rimanga in piedi il Moloch dello stato autoritario?

Senza dubbio il futuro sarà caratterizzato da una crescita economica più modesta. I leader della Cina vogliono i benefici di una economia moderna, ma non sono disposti a creare uno dei prerequisiti: una società più aperta. Certo, una più aggressiva politica estera potrebbe fornire loro una nuova sorgente di legittimazione politica, mettendo però a rischio le opportunità di commercio e di investimento. Il modo in cui i leader cinesi gestiranno questo dilemma sarà la cosa più importante per la Cina e per il mondo dei prossimi anni. Nel suo discorso Xi si è ripetutamente riferito alle tensioni sociali che originano dalla disuguaglianza economica, dall’inquinamento, dall’inadeguato accesso alla sanità, alla scuola e alle abitazioni. I leader del partito sono consapevoli del pericolo, e Xi in modo particolare, ma per lui questa linea dura, questo stile centralizzato di governo è la soluzione al problema e deve essere consolidato. Lo scenario trionfante del Congresso non deve trarre in inganno: Xi resta guidato dalla paura che il governo comunista possa collassare in Cina così come è accaduto in Unione Sovietica, a meno che il partito non riesca a mantenere un saldo controllo su una società sempre più ricca e più diversa, che ora comprende più di un terzo dei miliardari del mondo. Per fare questo, Xi ha stretto il controllo sui possibili centri alternativi di potere, compresi quelli dei miliardari e dei loro affari, Internet, le forze armate, e le altre articolazioni del potere statale e gli altri 89 milioni di iscritti al partito. Infatti, il discorso di apertura di mercoledì mattina è suonato come un severo monito rivolto al partito: non si può abbassare la guardia. Trattare lo sviluppo e la sicurezza insieme, restando vigili in tempo di pace, resta un punto fermo. E quando Xi si riferisce alla necessità di riforme, queste non hanno niente a che vedere con le precedenti liberalizzazioni economiche che Deng e gli altri leader hanno approvato negli anni ‘80 e ‘90. Allora il partito aveva abbracciato le forze di mercato e il capitalismo, ritirandosi da molti settori dell’economia. La “riforma” di Xi va nella direzione opposta: accrescere il controllo del partito.

Parafrasando Graham Allison, Cina e Stati Uniti sono destinati allo scontro militare? Come evitare la trappola di Tucidide?

Per dirla con Shakespeare, “non è nelle stelle che è conservato il nostro destino, ma in noi stessi”. Pochissimo nella storia è inevitabile. E a fare la differenza (e la storia) sono le scelte dei governi, delle organizzazioni e della gente. Lo stesso Allison, nel suo libro, sostiene che i leader americani dovrebbero concentrarsi su quattro idee centrali: chiarire i loro interessi vitali, comprendere che cosa la Cina sta cercando di fare, darsi una strategia e fare delle sfide interne il punto centrale. Anche la Cina, infatti, ha un sacco di problemi interni. La tecnologia sta rendendo il suo sistema di governo obsoleto. E non c’è modo per burocrati di Pechino di “governare” i giovani con gli smartphone delle metropoli. C’è chi, ad esempio, identifica un insieme di handicap che la Cina non riuscirà a superare facilmente: l’assenza dello stato di diritto, il controllo eccessivo dal centro, abitudini culturali che limitano l’immaginazione e la creatività, un linguaggio che forma il pensiero attraverso epigrammi e 4.000 anni di testi che suggeriscono che ogni cosa che vale la pena dire è stata già detta e, ovviamente, detta meglio, dagli scrittori precedenti (ne sappiamo qualcosa), e l’incapacità di attrarre ed assimilare i talenti che provengono da altre società del mondo. E forse, un leader forte e il nazionalismo centrato sul recupero dei valori (e delle virtù) tradizionali di Xi, potrebbe aiutare a restaurare l’integrità del “sistema operativo” cinese sfiancato dal materialismo. E per estendere la metafora digitale, entrambi i rivali dovrebbero riconsiderare l’idoneità delle loro app per il 21º secolo.

Il mondo guarda con speranza e preoccupazione al ruolo cinese nella crisi nucleare coreana. La Cina eserciterà la massima pressione su Pyongyang? O manterrà una posizione ambigua e riluttante, considerata anche l’indesiderabilità ai suoi occhi dello scenario di una caduta del regime di Kim e di una possibile riunificazione della penisola coreana?

Il governo della Corea del Nord è certamente un vassallo di Pechino, ma è un vassallo scomodo per i cinesi, che spesso esce dal seminato e assume posizioni difficili da gestire. Ma Pechino ha ancora interessi a mantenerlo in piedi. Come spiega proprio su Formiche.net il generale Camporini, uno dei timori che i cinesi hanno è un collasso incontrollato del regime, che metterebbe 26 milioni di disperati nella posizione di chiedere rifugio appena oltre confine, creando una destabilizzazione all’interno della regione meridionale cinese. Ma rispetto al passato qualcosa è cambiato. Vedremo.

Come sono oggi i rapporti tra Italia e Cina? Quale il ruolo del nostro paese nella proiezione economica di Pechino, anche in funzione della One Belt, One Road Initiative?

Gli investimenti cinesi sul territorio italiano sono aumentati considerevolmente negli ultimi anni, in concomitanza con il lancio della nuova Via della Seta. L’Italia resta, infatti, uno dei terminali più significativi della proiezione cinese verso la regione euro-mediterranea, un orizzonte strategico per Pechino sia in chiave politica, sia in termini economico-commerciali e di sicurezza (anzitutto energetica), anche alla luce possibili aggiustamenti della politica commerciale americana in senso protezionista. E sarebbe il caso di approfittarne. Anche perché, come sostiene Parag Khanna, stiamo costruendo un nuovo ordine mondiale che muove da una struttura territoriale ad una relazionale caratterizzata dalla connettività. E, appunto, “la competizione per la connettività sarà la corsa agli armamenti del XXI secolo”.

domenica 22 ottobre 2017

Bitcoin sempre più protagonisti di un mercato non regolamentato

Bitcoin, partono i primi derivati


22 ottobre 2017

La piattaforma di trading americana LedgerX ha avviato il trading di derivati di Bitcoin

Il bitcoin continua la sua corsa: nelle scorse ore, infatti, la moneta virtuale ha rotto la soglia psicologica dei 6.000 dollari, facendo registrare un rialzo di ben oltre il 50% solo nell’ultimo mese. Un volo che l’ha portata a superare la soglia dei 100 miliardi di dollari di capitalizzazione totale.

Se i numeri sono da capogiro, però, anche gli scivoloni non sono da meno. Caratteristica della valuta digitale è la forte volatilità e a grandi rialzi fanno spesso seguito crolli repentini. A settembre, infatti, dopo aver superato la soglia dei 5.000 dollari è crollato a 3.907,26 dollari. A pesare sulle spalle del Bitcoin erano, in quell’occasione, le dichiarazioni del ceo di JP Morgan che oha definito la moneta una “frode”, destinata a “fare una brutta fine” e i divieti messi in atto in Cina.


La volatilità, però, non basta a fermare chi nel Bitcoin e nel suo futuro ci crede realmente. Secondo un sondaggio Forex, infatti, quasi un terzo degli investitori retail nel mercato valutario ha investito o avrebbe intenzione di investire sulle Ico, le Initial Coin Offering (raccolta fondi tramite criptovalute per finanziare nuovi progetti aziendali. Si tratta, ovviamente, di un processo non regolamentato). Non è da sottovalutare nemmeno la percentuale degli intervistati che hanno già scelto di investire nelle criptomonete: il 19% ha ammesso di avere investito in una Ico. Circa l’8,5% d si è detto, invece, interessato al mercato Ico. Il sondaggio rivela anche delle ombre: quasi la metà del campione (49%) dice di non avere fiducia nelle Ico.

E ancora. La piattaforma di trading americana LedgerX avrebbe confermato di aver avviato il trading di derivati limitatamente a operatori istituzionali. Le cifre fornite dalla società parlano, relativamente alla prima settimana, dello scambio di 176 swap e opzioni, per un valore nozionale di oltre un milione di dollari.

Ilva - un paese senza l'acciaio è morto, questa azienda deve essere nazionalizzata

Ilva, ancora nessuna convocazione. La Fiom genovese: “Con quelle precondizioni impossibile avviare tavolo”

Si lavora tra le parti perché la lettera di avvio della procedura venga 'congelata', ma al momento resta sul tavolo

di Katia Bonchi - 22 ottobre 2017 - 12:00


Genova. Che il governo e i commissari siano al lavoro per tentare di riaprire la trattativa mai partita con AncelorMittal sul futuro dell’Ilva è certamente vero, così come è vero che al momento per Mise e Commissari non esiste un’alternativa al gruppo franco-indiano-Marcegaglia. Tanto che due giorni fa il ministro Carlo Calenda ha fatto scrivere una nota in cui in cui spiega di “essere stato informato dai Commissari Straordinari dell’Ilva, che sono stati sempre in costante contatto con i vertici di AMInvestCo, della disponibilità della società ad affrontare, conformemente agli impegni presi, i temi essenziali della negoziazione con le rappresentanze sindacali, quali i livelli occupazionali, le garanzie normative e i livelli retributivi, in un confronto aperto e costruttivo che tenga conto della sostenibilità economica e finanziaria del piano industriale”.

Nella nota viene spiegato che “il Ministro riconvocherà il tavolo in tempi brevi”. Ma la data ancora non c’è così come i ‘ritocchi sui numeri comparsi sul alcuni quotidiani nazionali, con esuberi scesi a 3300, solo al momento solo chiacchiere” dice il segretario della Fiom genovese Bruno Manganaro.
Così come non è chiaro come Am InvestCo intenda uscire dal nodo del JobsAct che ha fatto infuriare i sindacati. Come scrive il Sole 24ore, a soluzione sulla quale stanno lavorando le parti in causa riguarda il “congelamento” della lettera di avvio della procedura, che al momento è ancora sul tavolo in modo da fare ripartire il tavolo a prescindere dai contenuti del documento.

La Fiom genovese, confermando che nessuno ha al momento ricevuto una convocazione, fa sapere che ad oggi le “precondizioni rendono irricevibile l’avvio della trattativa”.

Diego Fusaro - Di Pietro si accorge di essere una pedina e la consapevolezza lo fa star male

 20 ottobre 2017
Perché sono contro Antonio Di Pietro

Fu protagonista di un colpo di Stato che consegnò l'Italia alla speculazione internazionale, alla logica cieca della privatizzazione integrale e alla rapida desovranizzazione sul piano monetario e costituzionale.

DIEGO FUSAROTwitter

L'ho detto e l'ho ridetto. Senza tema di smentita. L'ho pure scritto, nel mio libro Il futuro è nostro (2014). Mani Pulite fu il colpo di Stato giudiziario ed extraparlamentare con cui, in coerenza con la nuova politica globale, si era precocemente iniziato a distruggere il lascito di uno Stato sociale di stampo keynesiano, sia pure in preda alla corruzione. Mani Pulite fu il colpo di Stato che aprì il ciclo catastrofico delle privatizzazioni neoliberiste, in coerenza con il mondo post-1989 e con la catastrofica esperienza dell'Unione Europea. Anche Maastricht fu - non a caso - nel 1992.

LA DISTRUZIONE DELLA PRIMA REPUBBLICA. L'obiettivo era duplice, con la longa manus della monarchia leviatanica del dollaro: a) distruggere una forma Stato che, con Craxi, ancora aveva un barlume di sovranità economica, politica e militare (cfr. Sigonella); b) distruggere una "prima Repubblica" che ancora aveva il senso dello Stato e dei diritti sociali (dal Pci, all'Msi e alla Dc). Mani Pulite, lo sappiamo, avvenne con piena convergenza della destra (Antonio Di Pietro), del centro (Francesco Saverio Borrelli) e della sinistra (Gerardo D’Ambrosio): l’esito fu la messa in congedo della Prima Repubblica, che ancora conservava un fondo di sovranità nazionale e di politica estera autonoma (Sigonella, 1985) e di diritti sociali a base keynesiana.

Mani Pulite, lo sappiamo, avvenne con piena convergenza della destra (Antonio Di Pietro), del centro (Francesco Saverio Borrelli) e della sinistra (Gerardo D’Ambrosio)

Da quel momento, lo Stato italiano venne irresponsabilmente consegnato alla speculazione internazionale, alla logica cieca della privatizzazione integrale (con diffamazione del pubblico e dello Stato come “comunisti”, secondo le maniacali retoriche del cavaliere Berlusconi) e alla rapida desovranizzazione sul piano monetario e costituzionale. Il secondo colpo di Stato - non più giudiziario ma direttamente economico - sarebbe arrivato nel 2011, per volere diretto della Bce (giunta militare-economica di Mario Monti, "l'uomo dei mercati").

DI PIETRO MI HA INSULTATO ANCHE A TELECAMERE SPENTE. L'ho detto l'altra mattina a L'aria che tira, su La7, al cospetto di Di Pietro, che di quella stagione fu protagonista. La reazione è stata scomposta e, direi, delirante: insulti, turpiloquio e urla. Uno spettacolo indecoroso, non v'è altro da aggiungere. Ma il peggio è arrivato dopo: fuori onda, il signor Di Pietro ha continuato a inveire, avvicinandosi minacciosamente. E, dopo urla incontenibili, s'è accasciato al suolo, finché non l'hanno soccorso. Così è andata. Gli auguro ogni bene e gli mando un caro saluto. Nulla di personale, per parte mia. Una canzone di qualche anno fa diceva: «La verità ti fa male, lo sai!».
http://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2017/10/20/perche-sono-contro-antonio-di-pietro/214858/

20 ottobre 2017 - DIEGO FUSARO: Fuori dal coro. Quelle della globalizzazione non sono chan...

20 ottobre 2017 - DIEGO FUSARO a "La Zanzara": Dico Nuova York e ananasso per oppormi al p...





DIEGO FUSARO, filosofo, scrittore saggista, https://www.ibs.it/search/?ts=gs&quer... commentatore politico, giornalista, contro il sistema capitalistico, contro l’Europa delle banche e del pensiero unico globalizzato. Mi impegno nello studio del pensiero dei filosofi nei secoli, soprattutto Marx e Gramsci, per dar vita a un progetto sociale con cui attirare l’attenzione dei politici verso programmi che abbiano come priorità di governo l’attenzione agli offesi della Terra e alla tutela delle diverse culture, possibilmente dove esse si sono sviluppate.

6 ottobre 2017 - Prof. Claudio Borghi e Diego Fusaro a "L'aria che tira" su La7

4 ottobre 2017 - Il Jolly: Bitcoi e le altre criptovalute creano un'economia reale di cui...

sabato 21 ottobre 2017

Mauro Bottarelli - la Bundesbank detta l'agenda alla Banca Centrale Europea, respingere gli attacchi della finanza rapace al residuo Italia sospendendo le aziende dal mercato, difendere gli Interessi Nazionali ora adesso subito fregandocene degli euroimbecilli

SPY FINANZA/ Germania e mercati pronti ad attaccarci

Dopo la fine del Quantitative easing le cose non saranno facili per l’Italia, conto cui sono già cominciate le scommesse di alcuni speculatori. MAURO BOTTARELLI

21 OTTOBRE 2017 MAURO BOTTARELLI

Angela Merkel (Lapresse)

Oggi, formalmente, Madrid potrebbe sospendere l'autonomia della Catalogna: non mi pare che nessuno al Consiglio europeo di ieri si sia stracciato le vesti. Piuttosto è il Brexit a fare sempre più paura. A confermarlo ci ha pensato la mossa disperata di Theresa May, la quale, prima ancora che l'assise cominciasse, ha avanzato una disperata richiesta di aiuto agli ormai ex partner europei: aiutatemi, in patria sono sotto assedio. Strano comportamento, chiedere all'entità che si sta lasciando tra mille polemiche e intoppi di farsi carico dei problemi di politica interna, di fatto paventando il ricatto di un indebolimento politico che rischierebbe di portare su un binario ulteriormente morto le già anemiche trattative in corso. Ma tant'è, come vi dico da giorni il Brexit è il detonatore di una crisi più grande e, d'ora in poi, qualsiasi cosa accada nel Regno Unito sarà paradossalmente di vitale importanza per la tenuta dell'Ue, più di quando il Regno Unito ne faceva ancora ufficialmente parte. E dell’eurozona, anche. La quale, ora, si prepara a un nuovo assetto a guida tedesca, non a caso a gelare le speranze di Theresa May è stata proprio Angela Merkel. Durissima nei toni. 

Questa tabella ci mostra il risultato del voto postale per le elezioni politiche austriache, il cui scrutinio è avvenuto giovedì: i socialisti della Spo confermano come il loro sostegno sia forte tra chi abita fuori dall'Austria, voto puramente ideologico, ma, al netto dell'ottimo risultato dei "fascisti" dell'Fpo, è altro che fa riflettere. Anche tra gli austriaci espatriati, i più cosmopoliti e politicamente progressisti, è confermato il crollo dei Verdi, i quali speravano proprio nel voto postale per evitare lo smacco di non essere presenti in Parlamento per la prima volta dal 1986, questo nonostante esprimano formalmente addirittura il presidente della Repubblica, Alexander Van der Bellen. Così non è stato: dopo il magro bottino in patria, anche all'estero la fatidica soglia del 4% non è stata superata. 


Insomma, il partito che maggiormente ha beneficiato della crisi dell'Spo, la sinistra di governo, ora paga uno scotto enorme, una slavina di voti in libera uscita. I quali, però, visti i numeri totali, solo in minima parte sono tornati alla casa madre socialista: tutti astenuti? O l'elettorato austriaco ha compiuto il grande varco del Rubicone, passando dai Verdi ai popolari dell'Ovp o, addirittura, alla destra-destra dell'Fpo? Sarà interessante, quando saranno pubblicati, leggere i report sui flussi elettorali. Molto interessante. Una cosa, però, è chiara fin da oggi: in Austria, i popolari hanno fatto il lavoro sporco per la Merkel, operando da proxy. 

Tutti sanno, infatti, che l'Ovp ha vinto essenzialmente grazie alla posizione molto dura assunta riguardo la tematica dell'immigrazione, di fatto operando un quasi copia-incolla del programma dell'Fpo negli ultimi sei mesi: il disorientato e disincantato elettorato di sinistra sente forse l'emergenza più dei vertici di Spo e Verdi e ha mandato un segnale chiaro, scegliendo la copia "moderata" dell'Fpo? Probabile. Ma dopo la batosta in Bassa Sassonia, dove la Cdu è stata battuta dall'Spd di Martin Schulz, Angela Merkel ha rotto gli indugi e ha sposato la linea dura: in casa, dove avanzano le trattative con i Liberali e i cugini conservatori bavaresi della Csu hanno sempre maggior titolarità a dire la loro, come in Europa, vedi la chiusura netta sul Brexit. 

E pensate forse che il "testamento" politico lasciato da Wolfgang Schaeuble all'ultimo vertice Ecofin sia stato un qualcosa di personale e spontaneo? Ovvero, il consiglio di spostare la sede di valutazione delle manovre economiche degli Stati membri dalla Commissione Ue, organo politico, al Fondo salva-Stati, organo meramente tecnico, credete sia stato solo un vezzo accademico del grande vecchio? Ovviamente no, era un avvertimento. Anzi, un trailer di quanto ci aspetta nel film intitolato "L'Ue dopo il Qe", presto sui nostri schermi. E ci sarà poco da sgranocchiare pop-corn e godersi lo spettacolo: non a caso, come vi dicevo nell'articolo di ieri, è stato il membro del board Bce ma soprattutto capo della Banca centrale austriaca, Ewald Nowotny, a suggerire in un'intervista con Der Standard che la Bce potrebbe alzare i tassi di interesse anche prima di aver raggiunto l'obiettivo del 2% di inflazione. Ovvero, l'agenda della Bundesbank per tutelare banche, investitori e correntisti tedeschi colpiti dai tassi negativi. 

Minaccia reale? No, solo un altro segnale. Ciò che veramente deve far paura è la normativa Bce sugli accantonamenti per i non-performing loans a bilancio: stranamente, criticità che non sfiora - se non residualmente - gli istituti di credito dell'area Nord, i falchi del rigore. Ora, guardate il grafico qui sotto: nel mio articolo di lunedì vi facevo notare come i grandi fondi si stessero posizionando short sul nostro sistema bancario, proprio a causa dei timori che la normativa europea sulle sofferenze stava scatenando. Ciò che vedete nel grafico sono le cinque principali scommesse ribassiste del mega-fondo Bridgewater, tutte contro il nostro Paese, un controvalore totale di circa 1,3 miliardi di dollari. 


Come vedete, ci sono le cinque pedine che ci tengono in piedi: Eni, Enel, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Generali. Un attacco in piena regola al cuore dell'economia italiana. Anzi, il famoso "vedo" al bluff di Draghi che vi dicevo sarebbe arrivato, con l'approssimarsi almeno formale della fine del Qe. Perché senza più i soldi della Bce, come si farà a tamponare l'attacco all'Italia? Con i soldi di Cassa depositi e prestiti, forse, sotto attacco essa stessa attraverso la sua partecipazione di maggioranza a Eni? Provate poi ad andare a vedere di quanta liquidità ha beneficiato finora Enel attraverso l'acquisto di bond corporate dell'Eurotower: senza quel canale di finanziamento a costo zero, quanta pressione ricadrà sul nostro gestore energetico? E dove finiranno prezzi e rendimenti dei suoi bond, emessi come fossero francobolli, al netto del ruolo di acquirente di prima e ultima istanza della Bce? 

Pensate che la Germania, la quale si appresta a varare un governo con alle Finanze un falco liberale, ci verrà incontro? Pensate che la Bundesbank garantirà ossigeno e spazio di manovra ulteriormente espansiva a Mario Draghi? Scordatevelo. E deve far paura, al netto dell'affaire Bankitalia, il silenzio di governo e mercati sul Def, trionfalmente definito "leggero" dall'esecutivo, quasi a voler rassicurare sul fatto che Bruxelles non avrà nulla da ridire. Proprio sicuri? Io no. Il commissariamento si avvicina, prendiamo atto e speriamo che non sia in stile greco. Sta nascendo una nuova Europa che ci priverà di qualsiasi residuo di sovranità: ma qui parliamo di Asia Argento