Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 22 luglio 2018

Gaza la prigione a cielo aperto - gli ebrei belve in cerca di sangue, sempre piu affamate mai sazie

Nuova escalation a Gaza


di Paola Di Lullo

"In questo momento, aerei da guerra dell'esercito stanno attaccando obiettivi di Hamas in tutta la Striscia di Gaza. È iniziato un attacco massiccio, dovuto al deterioramento della situazione della sicurezza e ed Hamas pagherà le conseguenze delle proprie azioni. Gli eventi di oggi hanno superato ogni limite, è il giorno più difficile dalla fine di Protective Edge nel 2014." Gen. Ronen Manelis, portavoce dell'IDF.

Ma cosa è accaduto oggi?

Come al solito, come ogni venerdì, i palestinesi di Gaza si sono riuniti nei cinque punti di raccolta per prendere parte alla Great Return March.

I campi, situati a 500/700 metri dal border che separa la Striscia di Gaza dai territori del '48 sono:

  1. An-Nadha, est di Rafah, sud della Striscia;
  2. Al-Najar, esti di Khuza'a, Khan Younis, sud della Striscia;
  3. Al Bureij, centro della Striscia;
  4. Malaka, est di Gaza City;
  5. Abu Safiya, Jabaliya, nord della Striscia.
Come ogni venerdì, le marce, nate da un'istanza popolare, che ha raccolto persone di tutte le fazioni, sono state guidate dal Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno). Come al solito, i gazawi rivendicavano il diritto, sancito dalla risoluzione ONU 194, di tornare nelle loro case.

Come al solito erano disarmati ed hanno incendiato dei copertoni, al solo scopo di offuscare la mira precisissima dei cecchini israeliani.

Intorno alle 18,00, ora di Gaza, arriva notizia dei primi due martiri, e poco dopo del terzo.

Sono Hamad Farhan, 27 anni, e Sha'ban Abu Khater, 28 anni, uccisi a Khan Younis, e Mahmoud Khalil Kashta,28 anni, ucciso a Rafah, tutti membri delle Brigate Qassam, braccio armato di Hamas.

Sono stati colpiti mentre, disarmati, si trovavano su dei siti di osservazione di Hamas.


L'artiglieria israeliana aveva colpito non solo i posti di osservazione di Khan Younis, ma anche quelli di al-Awda, a est di Jabalya e quello ad est del campo profughi di al-Bureij, nel centro Striscia di Gaza.
A Khan Younis risulta ancora ferito alla testa, ma i fin di vita, un ragazzo di 14 anni.

Tra la folla compare Ismail Hanyeh, il volto segnato.

Le Brigate Qassam giurano vendetta e poco dopo, giunge notizia di un feroce scontro a fuoco tra gli uomini della resistenza e le forze di occupazione, vicino al border di Gaza, che porta al ferimento di uno dei soldati dell'IOF.

Poche ore dopo giunge la notizia della morte del soldato israeliano ed è l'unica che i TG nostrani hanno riportato. Conta poco che lo scontro a fuoco avviene solo il 17° venerdì di marce, sempre pacifiche. Conta poco che le Brigate Qassam sono una formica, se paragonate all'esercito israeliano. Conta poco se lo scontro, seguito dalla morte del soldato israeliano, è una risposta all'uccisione fredda e mirata di tre uomini, disarmati, delle Brigate Qassam

E contano poco le Ris.

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ONU 3246 e 3070 che riconoscono la resistenza, anche armata, di un popolo sotto occupazione, come diritto inslienabile. I palestinesi non hanno diritti. Sono terroristi per definizione, guidati da una organizzazione terroristica, Hamas, e questo è quanto. Peccato sia falso

Intanto, il quarto martire, Mohammad Sharif Badwan, 27 anni, freddato con un colpo dal vivo al petto, a est di Gaza City.

Il portavoce del ministero della Sanità in Gaza, Dr. Ashraf al Qudra conferma che ci sono anche 120 feriti, di cui 50 ricoverati.

Nel frattempo, parla Avigdor Lieberman, il mastino : "Stiamo facendo sforzi per valutare le cose ed essere responsabili, ma i capi di Hamas ci stanno conducendo con forza verso una situazione di non scelta, una situazione in cui dovremo imbarcarci in un'operazione militare vasta e dolorosa su larga scala".

Poco dopo, l'esercito israeliano dichiara che l'attacco con aerei e carri armati su "obiettivi militari in tutta la Striscia di Gaza è iniziato." Quindici missili solo su Khan Younis in soli 10 minuti. Tre su un sito delle rigate Qassam al centro della Striscia. Bombardata anche Zaytoun, dove si segnalano feriti. Non si sa per quanto andranno avanti.
Sarebbe la risposta al su citato scontro avvenuto tra la Resistenza e l'esercito israeliano vicino al confine tra i territori palestinesi del '48 ed il sud della Striscia.

Non solo droni, non solo F16 e missili, ma anche carri armati, cannoni ed artiglieria.

La resistenza ha risposto con tre razzi, due dei quali intercettati dall'Iron Dome. 

Il tutto per mettere a tacere una protesta fino ad oggi pacifica che vede, da una parte, circa 150 morti ed oltre 16.000 feriti, dall'altra cecchini pronti a tutto per una bella birra fresca a Tel Aviv.

Il tutto nell'assordante silenzio dei media, nell'indifferenza totale non solo dell'Occidente ma, soprattutto, dei paesi arabi con esso alleati. O meglio, collusi. Il che li rende ancor più schifosamente spregevoli.

I palestinesi sono stati lasciati soli e soli sono intenzionati a lottare contro il gigante del male. 

Quello stesso gigante che, da due giorni, stato ebraico, ha reso Gaza uguale, se non peggio, di Auschwitz e di tutti gli altri campi di sterminio nazisti. I tedeschi pagarono un alto prezzo per le loro azioni, quando pagherà lo stato ebraico? Stato che è vergogna e disonore di quei caduti che usa e sfrutta per ottenere consensi.

Notizia del: 21/07/2018

20 luglio 2018 - Fulvio Scaglione: Israele vira verso lo Stato religioso

Mauro Bottarelli - gli Stati Uniti, una nazione di zombi. Tria è il punto debole del governo, non ha coraggio, Savona pensaci tu

SPY FINANZA/ La crisi nascosta dietro gli attacchi di Trump alla Fed

Donald Trump ha attaccato apertamente l'operato della Federal Reserve. Una mossa che non ha precedenti e che cela una drammatica realtà. MAURO BOTTARELLI

21 LUGLIO 2018 MAURO BOTTARELLI

Lapresse

Se c'è qualcosa di sacro, di sottolineato con la matita rossa nel prontuario del perfetto presidente degli Usa è il non mettere becco nella politica della Fed. L'indipendenza della Banca centrale è sacra e l'ultima cosa che l'inquilino di Pennsylvania Avenue (qualsiasi sia la sua appartenenza politica) può permettersi è commentare o, peggio, criticare le decisioni prese dal Comitato monetario, il Fomc. Ora, siamo tutti uomini di mondo, quindi sappiamo che di pressioni il governatore della Fed ne subisce e tante dalla politica, ma sono tutte o indirette o fatte giungere in sede privata: pubblicamente, non una parola. 

Bene, per non far mancare proprio nulla al suo curriculum di estrosità, Donald Trump giovedì ha infranto anche questo tabù, dicendo durante un'intervista di non essere affatto contento per il rialzo dei tassi. Apriti cielo, debitamente ignorato dalla stampa autorevole, quella troppo impegnata a dare conto dell'ennesima puntata di Tangentopoli 2.0 che, con timing perfetto, questo splendido ma disgraziato Paese sta vivendo in uno dei suoi momenti più politicamente e istituzionalmente delicati. A stretto giro di posta, la portavoce della Casa Bianca ha cercato di mettere una pezza, ribadendo l'assoluto rispetto della Casa Bianca per l'indipendenza della Fed, ma il vaso di Pandora ormai era scoperchiato. E, statene certi, stavolta non è stata affatto farina del sacco un po' originale e variopinto del tycoon newyorchese. 

Quella precisazione è stato un assoluto pro forma, ma tutti sanno che le parole di Donald Trump avevano uno scopo preciso: preparare il campo alla grande inversione. E, di conseguenza, all'ondata di crisi che la renderà necessaria. Da perfetto capro espiatorio, il Presidente Usa sta procedendo come un diligente scolaro al completamento del compito che gli è stato affidato, oltretutto alternando sapientemente e scientificamente parole che pesano come pietre, come quelle sulla politica monetaria della Fed, ad altre assolutamente inutili e quasi frutto di una personalità disturbata, vedi le capriole sull'intervento della Russia nelle presidenziali del 2016. Così facendo, tutto va nel frullatore e si mischia: ma l'importante è che quanto riferito alla Fed sia stato detto, non quanta credibilità gli viene attribuita dai media, anch'essi parte in commedia. 

Sapete quanto interessa all'americano medio della questione Russia e Russiagate? Ce lo mostra questa tabella, relativa all'ultimo sondaggio della Gallup: niente. Ma la cosa più importante non è nemmeno questa evidenza, nota di fatto a chiunque conosca un po' gli Usa, anche senza bisogno di studi statistici su base scientifica. La cosa importante sta tutta nelle due voci principali del Recent trend: problemi economici 14, problemi non economici 81. Quest'ultima voce, in continuo aumento. 


E quale sottocategoria svetta nella seconda voce: l'immigrazione illegale, tallonata dalla delusione per la poco leadership politica. Quindi, se non stupisce e pare anzi segno di maturità il fatto che l'americano medio non si beve la propaganda dei media sull'influenza russa, inquieta come l'allarme di distrazione di massa sia uguale negli Usa come in Europa, Italia in testa. La gente vede l'immigrazione come la minaccia principale e quasi ignora il rischio economico incombente, addirittura le emergenze già presenti. Guardate questo grafico, il quale ci mostra un cambio di paradigma storico: il debito scolastico, croce della società americana al pari del credito al consumo e dell'uso maniacale delle carte di credito, ha raggiunto livelli talmente ingestibili da vedere i genitori, spesso negli ultimi anni di lavoro, intenti a ripagare il debito dei figli, i quali escono di casa sempre più tardi, quando l'America è sempre stata la terra dell'indipendenza personale una volta finito il liceo e andati al college (o a lavorare).


Ma è anche in altro che la società americana è cambiata, tanto da garantire al potere spazi di manovra e propaganda molto assimilabili a quelli della tanto vituperata Russia di Putin. Una ricerca della Cdc appena pubblicata sul suo Mortality and Morbidity Weekly Report mostra i risultati di uno studio condotto in 10 Stati degli Usa fra luglio 2016 e giugno 2017: si tratta di Kentucky, Maine, Massachusetts, New Hampshire, New Mexico, Ohio, Oklahoma, Rhode Island, West Virginia e Wisconsin. Bene, i casi di overdose da Fentanyl e altri derivati degli oppiacei sono raddoppiati, addirittura facendo parlare le autorità sanitarie di una terza ondata di crisi che sarà epidemica, poiché i nuovi derivati sintetizzati arrivano a essere fino a 10mila volte più potenti della morfina normalmente usata per sedare i dolori. 

Una nazione di zombie, insomma. L'ideale per porre in essere decisioni politiche estreme: soprattutto, se in contemporanea città come Chicago o Cleveland di fatto sono già oggi laboratori viventi di controllo sociale, essendo sottoposte a regime emergenziali, compreso il coprifuoco notturno nelle aree più a rischio, a causa del numero di omicidi e violenze record, in un'altissima percentuale di casi legata proprio alla nuova esplosione del traffico e dello spaccio di droga. Lo so, di questa America nessuno parla. Ma è l'America profonda, quella lontana dalle luci di New York e Los Angeles che fra pochi mesi, stando ai risultati dello studio Gallup, si troverà ad affrontare - nello stupore generale - una crisi simile a quella del 2008: e come allora, tutto sembrerà uscito dal nulla. 

Invece, è nascosto da trimestri e trimestri proprio nei portafogli di investimenti di quegli americani medi che convivono con vicini di casa dipendenti da oppiacei e che pensano che i loro risparmi, oltre che a coprire le spese per mandare al college un figlio, siano al sicuro dentro il Fondo pensione statale o aziendale. Il quale, invece, vista l'euforia da Trumpnomics, si è spinto un po' oltre, ingolosito dalla nuova corsa all'oro, la ricerca di rendimento in un mondo a tasso zero: insomma, i portafogli di placidi fondi per accantonamenti previdenziali, in America, sono pieni di immondizia peggio di un hedge fund. E, prima o poi, salteranno. Per primi, oltretutto, perché gestiti non da specialisti, ma, di fatto, da ragionieri e consulenti del lavoro che solitamente preparano statini degli stipendi e piani ferie. Il sogno americano, vendere illusioni a prezzo di mercato. 

Signori, la rottura del protocollo presidenziale compiuta giovedì da Donald Trump meritava le prime pagine dei giornali ieri e non per la sua irritualità, ma perché il primo disvelamento pubblico, ancorché ovviamente dissimulato, del piano che vi illustro dal novembre 2016, quando il tycoon fu spedito alla Casa Bianca con la missione dell'America great again: creare le condizioni per un Qe perenne, stile giapponese. E finora, stando anche alle risultanze della rilevazione Gallup, il piano è stato portato avanti a meraviglia, un lavoro da maestro. Ora, però, qualcosa deve essere andato fuori giri: «Lo yuan sta crollando come un sasso», ha twittato Trump, prima di lanciare il suo siluro contro la Fed. Come stia la questione cinese e il suo peso negli equilibri finanziari del mondo, l'ho spiegato nel mio articolo di ieri, quindi non sto a ripetermi. 

E il tutto è condensabile efficacemente in questi due ultimi grafici, i quali ci domandano una cosa: se tutto è così perfetto, come ci direbbe la percezione di rischio degli americani interpellati da Gallup e come confermano i resoconti economici dei media e i tweets di Trump, come mai il costo per proteggersi da rischio di crollo degli assets continua a salire? Perché c'è la fila a cercare protezione dai tonfi di mercato? Solo eccessiva cautela? O chi opera veramente e non gestendo fondi pensione sa come stanno le cose, tanto che Trump è uscito allo scoperto, attaccando la politica di rialzo dei tassi della Fed, perché ormai i tempi sono maturi e l'allarme ormai rosso? 



La correlazione Vix/Skew e il volume di Cds su cui si è operato da inizio anno, parlano chiaro: il mercato non è quello che vede Wall Street rompere un record al giorno grazie a buybacks e irrazionali rialzi delle mitiche Faang in bolla storica e senza precedenti, è quello di chi specula sul breve ma nel frattempo si copre. E si copre per il diluvio, non per un acquazzone. Ci siamo, Trump ha scoperchiato il vaso di Pandora, nonostante i media abbiano ovviamente derubricato il tutto come l'ennesimo sgarbo protocollare dell'incorreggibile inquilino della Casa Bianca. Non è così, quella sparata era un segnale in codice. Che, unito a quello inviato negli ultimi due giorni da Pechino, parla chiaro: tutti sotto coperta, la tempesta perfetta è davanti a noi. Ogni giorno, sempre più vicina. 

E attenti, perché l'America ignara della crisi, indebitata fino al collo e drogata di civilissimi antidolorifici su prescrizione, in autunno andrà a votare per le elezioni di mid-term. Poi ditemi voi se tutto questo può essere solo una coincidenza.

Giulio Sapelli - Amato, Ciampi, Prodi volevano distruggere il tessuto industriale italiano ma la piccola media industria ci ha mantenuto a galla e ora con questo governo, forse riusciamo a superare la tempesta in arrivo, ha competenze, strumenti per superarla. Tria forse sarà all'altezza della situazione se la politica gli infonderà il coraggio che non ha

SAVONA, ILVA E NOMINE/ L'attacco al Governo di chi vuole svendere l'Italia

Con la nomina di Fabrizio Palermo si disinnesca un fronte caldo per il Governo, che continua a essere sotto attacco. Al momento invece è l'unico che può difendere i paese. GIULIO SAPELLI

21 LUGLIO 2018 GIULIO SAPELLI

Lapresse

La nomina di Fabrizio Palermo come amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti è stata annunciata proprio mentre pensavamo di scrivere queste righe. Vi era stata la grandine dei giornali mainstream che avevano preconizzato crisi insanabili e lotte intestine. Nulla di irreparabile è successo. La natura privatistica della Cassa è stata rispettata, ottemperando a uno statuto che intelligentemente, seguendo la lucida idea di Giulio Tremonti, le consentirebbe di divenire quello che negli ultimi anni non era più stata. Ossia non una nuova Iri che si comporta come scialuppa di salvataggio di qualsivoglia impresa sotto la spinta della rendita finanziaria piuttosto che del profitto generato dall'imprenditore politico sul modello della grande Eni, con il disegno di fornire servizi alle piccole e medie imprese. Così come a quelle grandi e medie.

L'imprenditore politico ha scritto la storia della rinascita italiana del secondo dopoguerra. Certo avevamo imprenditori pubblici coraggiosi e servitori dello Stato come il grandissimo Enrico Mattei. È a questi modelli che occorre ispirarsi, ma per farlo bisogna possedere la virtù dell'antropologia positiva. E pensare all'agire economico e politico con la concezione dell'uomo naturalmente buono e non canagliesco come scriveva Lombroso quando ci descriveva il tipo ideale di colui che chiamava l'epifenomeno del pazzo morale. Che appunto agiva pensando che qualsivoglia essere umano fosse un delinquente.

Il Governo italiano deve assolutamente sventare gli attacchi che da ogni parte si addensano contro il suo miracoloso esistere! Si denunciano i ministri e le Authority vogliono decidere la politica industriale a iniziare dalla gloriosa siderurgia tarantina. Certo, un impianto a gas invece che a carbone sarebbe stata la scelta giusta, ma di essa non può imputarsi questo Governo. Esso deve stringere le fila attorno ai ministeri istituzionali: Esteri, rapporti con l'Europa ed Economia. Non c'è altra via.

La borghesia vendidora estero-dipendente può e deve essere sconfitta operando per rinegoziare la presenza nell'euro e promuovere gli investimenti dall'industria digitale a quella pesante e alle infrastrutture. Le piccole medie imprese sono il riferimento privilegiato di un governo che può essere il primo dopo tanti anni a difendere il cuore produttivo della nostra Patria.

Stati Uniti decadentismo - La comunità statunitense ha smarrito il senso della vita

FENOMENI NATURALI NELLE CITTA’ AMERICANE

Maurizio Blondet 22 luglio 2018 

Un increscioso fenomeno naturale sta bruttando San Francisco, compromettendo la sua bella la vibrante cultura progressiva e la felicità della capitale di tutti i terzi sessi, libertà, creatività e dinamismo. “Feci. Feci. Più feci sui marciapiedi di quanti ne ho mai visti, e sì che io qui ci sono nata”, ha lamentato la nuova sindaca, London Breed, in una intervista alla NBC Bay Area: “E non sto parlando di cani, ma di feci umane”. E non solo feci, ma siringhe, “prodotti usati per l’igiene femminile; e secchi di urina”.

Il fenomeno è dovuto all’aumento a razzo dei californiani che non hanno più casa – si calcola 135 mila nel Golden State, il 25% di tutti i senzatetto dell’America. Nella sola San Francisco si parla di oltre 7500 “vagrants” senza dimora, di cui il 39 per cento disturbati mentali o dipendenti da oppiacei; il Comune ha ricevuto 16 mila lamentele di cittadini, proprietari di appartamenti nelle zone più prestigiose, solo nella prima settimana di luglio: spesso accompagnate da foto dimostrative. “Un attendamento di senza-casa sta bloccando il marciapiede e crea un rischio sanitario con feci e spazzatura”, scrive uno. “Mandate gli addetti alla nettezza urbana,i pedoni sono costretti a camminare nella strada essendo i marciapiedi impraticabili”; dice un altro. “Osservati senzatetto che si iniettano alle cinque del pomeriggi odi lunedì 2 luglio”, avverte un terzo:” feci dappertutto, mandate gli spazzini”. Un turista australiano chiede: “E’ normale, o sono nella “parte brutta” della città? Sono appena passato a fianco di una folla di senzatetto completamente “fatti”, urlanti e correnti, e ad una scena di omicidio. Mia moglie adesso ha paura di uscire dall’albergo. Ha visto un tizio che veniva caricato su un’ambulanza, morto. Proprio davanti alla sede centrale di Twitter”, uno dei gioielli della creatività californiana.

Effettivamente il fenomeno sta intaccando una delle fonti di reddito della città, il turismo: un congresso medico che si aspettava avrebbe portato 15 mila visitatori paganti e fruttato 40 milioni di dollari in una settimana, è stato cancellato. “E’ la prima volta che abbiamo una cancellazione total, e questo era un gruppo che si riuniva a congresso qui dal 1980”, dice al San Francisco Chronicle Joe D’Alessandro, direttore dell’ufficio per il turismo congressuale del Municipio.

La tv NBC Bay Area ha sguinzagliato una “unità investigativa” che è stata in grado di offrire al pubblico una mappa accurata della densità di feci umane nelle principali vie del centro. Una mappa dove il colore più carico indica la quantità più densa di escrementi in “153 blocchi dell’area. Spazzatura, siringhe, e più di 300 mucchietti di feci” ha contato l’unità “nelle 20 miglia di vie e marciapiedi”. Ciò, nonostante che il Municipio spenda oltre 30 milioni di dollari l’anno in pulizia ddegli escrementi.

Mappa delle densità escrementizie

Il che è tanto più sgradevole in quanto San Francisco si ritiene in pieno boom economico, e i prezzi delle case sono alle stelle.

C’è da sospettare che il fenomeno si produca in modo endemico in altre città americane, visto che viene segnalato da Los Angeles a Portland, altra “vibrante” città 600 chilometri a Nord (“Ridotta ad un cesso”, secondo il capo della polizia) e persino a Seattle, già Emerald City, dove prospera oltre ogni dire la multinazionale Amazon , che è anche il massimo datore di lavoro della città, e vive il suo fondatore Jeff Bezos, che si illustra per una ricchezza personale di 143 miliardi (attenti: miliardi, non milioni) di dollari che ne fa non solo l’uomo più ricco della storia Usa, ma anche quello che ha accumulato tanta ricchezza con più rapidità.

Jeff Bezos, 143 miliardi $

Il che dimostra, ce ne fosse bisogno, che l’eccesso di escrementi umani nei marciapiedi americani è un fenomeno del tutto naturale e non sociale, essendo l’America ancora la terra delle grandi opportunità, dove ciascuno se lavora sodo può diventare miliardario. Sarebbe un errore attribuire gli escrementi ad un qualche errore nel capitalismo finanziario terminale, e soprattutto nella mentalità che ne ha reso possibile il trionfo finale: quello speciale individualismo americano, per cui vengono riconosciuti solo i diritti individuali, ma non esiste alcun diritto sociale, perché questo è un costo per il business. Sicché, come ha scritto in un recente saggio Dimitri Orlov, “i diritti individuali sono tutto ciò di cui l’individuo dispone – tutti sono soli, ciascuno è solo contro il sistema intero” e se gli va male e perde casa e lavoro, è semplicemente colpa sua e il sistema se ne infischia.

Difatti è interessante constatare come i comuni sopra nominati trattino il problema delle feci sui marciapiedi: non come problema sociale – non esistono problemi sociali – ma come un problema di nettezza urbana. Com’è giusto: i cittadini che si lamentano chiedono l’intervento degli spazzini, non che ai senzatetto venga trovata una casa. Il comune di San Francisco in realtà ha fatto un passo avanti: affronta il problema come un problema sanitario. Distribuisce 400 mila siringhe al mese per ridurre ai senza fissa dimora che si drogano, il rischio di HIV. Ha anche sparso nella città tredici “siti di smaltimento” dove i drogati sono invitati a deporre i loro aghi usati per averne uno nuovo; nonostante ciò, solo 264 mila siringhe usate vengon così recuperate pulitamente. Il resto finisce nelle strade e parchi pubblici insieme alle feci e agli assorbenti femminili usati. Adesso la nuova sindaca ha promesso di creare “chioschi per le iniezioni sicure”, dove i senzatetto possano iniettarsi l’oppiaceo, e “camere di raffreddamento”; dove possano smaltire i loro sballi fuori vista.

A Seattle si progetta di diminuire gli attendamenti, ormai troppi, aprendo “tiny house villages”, gruppi di baracche minime dove i senzatetto possano stare. Per il momento ce n’è uno nella zona di Willingofr, una decina di baracche sorte in un angolo di un parcheggio, e riparate alla vista da una recinzione in metalli. Il Comune fornisce l’elettricità, e forse d’inverno il riscaldamento. Ma vi abitano solo 22 senzatetto residenti, un minima goccia nelle necessità.

L‘esperimento di Seattle.

A Los Angeles, dove le tende e teloni incerati si stendono “per miglia e miglia”, il comune ha allestito dei cessi chimici lungo i marciapiedi. Un’inchiesta ha mostrato che anche in questo mondo dei disperati vigono le classi e prospera, diciamo, il libero mercato. “Chi ha uno status superiore ha la tenda sotto gli alberi. Le caste più basse dormono sui cartoni o sull’asfalto. Alcun affittano le tende per qualche dollaro a notte. Siccome non ci sono nelle vicinanze botteghe di liquori, qualcuno dotato di senso degli affari li ha comprati a un negozio distante diverse miglia, e adesso li vende con un forte sovrapprezzo, a credito. I pescecani recuperano i debiti facendosi consegnare le carte di debito date dalle agenzie statali ai senzatetto”. L’economia di mercato si applica anche lì, con il noto successo.

Raddoppiate in sei mesi le morti per oppioidi

Un altro fenomeno del tutto incorrelato col capitalismo è il fatto che, negli ultimi sei mesi, sono raddoppiate le morti per overdose d oppioidi, specie un fentanyl sintetico, diecimila volta più potente della morfina; i soccorritori medici parlano di una “terza ondata” in arrivo: “La nazione non è preparata al prossimo aumento parabolico delle overdosi che possono gravemente danneggiare l’economia” : anche qui il problema è oindividiuale e medico, non sociale. Quando una persona viene vista stramazzare, o morente nella sua auto o sotto la tenda, i paramedici delle ambulanze sono forniti di naloxone, una sostanza che se iniettata in tempo scongiura l’esito mortale dell’overdose. Ma con i nuovi oppioidi sintetici come il carfentanil, l’iniezione di naloxone non basta. Il CDC (Center for Disease Control) ha calcolato che nel 2017 i morti per overdose da oppioidi sintetici siano stati 49 mila (in totale, sono 66 mila); l’anno prima, erano stati 20 mila. Per lo più, le vittime sono uomini bianchi in età lavorativa – determinando un declino netto della “partecipazione al lavoro” dei maschi bianchi, che Goldman Sachs (sic) attribuisce insieme alla “crisi degli oppiacei e il tasso di incarcerazioni”; che infatti come sappiamo è il più alto del mondo: 2 milioni e 223 mila, senza contare i 4,7 milioni (uno su 51 americani) che sono in libertà provvisoria.


Si aggiunga l’altro fenomeno individuale sgradevole, e – ancorché naturale – specialmente imbarazzante in un paese la cui aurea Costituzione riconosce i diritti “alla Vita, la Libertà, il Perseguimento della Felicità”. Lungi dal perseguire la felicità, nota Orlov, un gran numero di americani sono pronti ad abbandonare il loro diritto alla vita, suicidandosi. I media, si suicida un cittadino americano ogni 13 minuti. Nel 2016, si sono avuti circa 45 mila suicidi, il doppio del numero di assassini (che anche quelli non scherzano). Il suicidio è la seconda causa di morte fra gli americani tra i 15 e i 34 anni, l’età giovanile e produttiva migliore.

“Il tasso di suicidi negli Usa è 16 su 100 mila, il più elevato dopo le punte della Grande Depressione (1929-39). Secondo il CDC, è cresciuto del 30% nel corso del secolo, e del 58% in certi Stati. Il gruppo più a rischio è quello dei maschi bianchi tra i 45 e i 64 anni. il loro tasso di suicidi è cresciuto del 63% dall’inizio del secolo, che è insolito per questa classe d’età: negli altri paesi, sono in testa vgli adolescenti e i vecchi. Il solo gruppo che fa peggio dei madchi bianchi d’età produttiva èè sono le donne pellerossa, il cui tasso di suicidi è aumentato del’89%. Maaltri gruppi possono raggiungerli in futuro: le ragazzine da 10 a 145 anni e i militari: per entrambi i gruppi il tasso di suicidi è triplicato. Ma in generale, la pandemia di suicidi in Usa colpisce ricche e poveri, disoccupati e chi ha un impiego”.
Finalmente un po’ di uguaglianza.

Individualismo come fattore di rischio

Molto significativamente, né stato né la cultura corrente ritiene che qui, l’America sia di fronte ad una immane, atroce crisi sociale.Dimitri Orlov, che è russo di origine, dà la sua spiegazione: mentre un russo o un cinese o un indiano hanno ”il senso di sé profondamente impregnato dall’incredibile potenza metafisica accumulata nel corso dei millenni della collettività culturale e storica di cui fa parte”, per un americano “non c’è altro valore che i diritti individuali”. Ma nella crisi attuale, “l’esercizio di questi diritti individuali è diventato un esercizio futile al raggiungimento di risultati decenti: un po’ di dignità e di sicurezza, una vita familiare stabile, la capacità di sovvenire ai bisogni dei propri figli e di prepararsi la vecchiaia. L’ideologia individualista, associata ad una totale disperazione, è un mandato di morte”.

Con Tria e con chi ha la medesima opinione, non si va da nessuna parte, non è lui il ministro che ha/avrà il coraggio politico di implementare la Moneta Complementare, unico strumento per farci uscire dalla crisi economica perché strumento efficace per un'investimento pubblico che investirebbe le istituzioni tutte e i cittadini

«Il ministro Tria e i conti che vengono al pettine»

di Antonino Mazza Laboccetta*
21 luglio 2018, 9:11


Si sta giocando, nel governo, una partita estremamente importante: quella delle nomine ai vertici degli apparati statali. Particolarmente delicate le nomine che riguardano la Cassa depositi e prestiti, società per azioni controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze, e la Direzione generale del Tesoro.
Quanto alla Cassa depositi e prestiti, il risiko si gioca sui nomi dell’amministratore delegato, del direttore generale e, più in generale, sulla distribuzione delle deleghe. A parte gli appetiti politici che si vi addensano a motivo del carattere strategico della holding, a complicare il quadro si aggiungono questioni giuridiche legate alle norme statutarie.
Sulla struttura del ministero dell’Economia pesano le parole – per non dire altro – lapidarie di Di Maio: «fare pulizia». Il capo pentastellato non ha affatto gradito che nelle stanze del ministero dell’Economia sia circolata una tabella che del c.d. «decreto dignità» evidenziava criticità relative alle ricadute occupazionali. Invisa l’ossatura del ministero: Daniele Franco alla Ragioneria generale dello Stato, uomo Bankitalia, nominato da Letta e sin qui sempre confermato. Nel mirino Roberto Garofoli, il consigliere di Stato capo di gabinetto di Padoan, che al ministero svolge un ruolo (considerato “troppo”) nevralgico.
Ma il gioco delle nomine sottende la partita più importante, che si gioca intorno a Tria. Persona seria, autorevole. Un accademico chiamato ad occupare la poltrona più importante del governo, dopo il deciso «no» di Mattarella alla nomina di Savona, intorno a cui i pentaleghisti stavano consumando un pericoloso strappo politico-istituzionale. Fortunatamente rientrato.
Un ministro, il prof. Tria, che mantiene un profilo moderato e istituzionale. E che intende soprattutto marcare la propria autonomia di giudizio e di azione rispetto agli azionisti di controllo del governo. Ha un filo diretto e forte – ma molto discreto – con il Quirinale. E all’interno dell’esecutivo coltiva i canali di dialogo istituzionali, che preferisce nettamente a quelli politici. Tant’è che passa come l’«autority indipendente» all’interno del governo Conte. La conseguenza è che il «contratto di governo» dovrà fare i conti con la prossima legge di bilancio. I cui cordoni sono in mano a Tria. Di qui l’interesse dei pentaleghisti a giocare il risiko delle nomine al fine di “imbrigliare” l’azione del ministro dell’Economia e garantire al «contratto di governo» una buona “imbracatura”.
Nel momento in cui scriviamo pare essersi raggiunto, pur tra non poche frizioni, un “accordo” tra Tria e le forze pentaleghiste: l’attuale Direttore finanziario di Cassa depositi e prestiti promosso ad Amministratore delegato e gradito ai 5Stelle e alla Lega; alla Direzione generale del Tesoro un nome gradito a Tria. L’accordo, per molti versi, rappresenta un “cedimento” del ministro dell’Economia, che della Cassa depositi e prestiti immaginava un diverso assetto.

Allarme sul «decreto dignità»
A parte la politica muscolare del vicepremier-ministro dell’Interno-segretario leghista, che sostanzialmente è neutra sul piano economico-finanziario (a meno di non voler considerare i riflessi negativi che la chiusura agli immigrati avrebbe alla lunga sul nostro sistema pensionistico e, più in generale, sulle politiche di welfare), la prima misura adottata dal governo – il c.d. decreto dignità -, ha certamente un impatto sui conti pubblici, che si è cercato di limitare il più possibile nelle ovattate stanze del ministero dell’Economia. E ha prodotto una serie di allarmi, che non vengono solo dal mondo di Confindustria, ma addirittura anche dal mondo della ricerca. È di ieri (Corriere della Sera, 19 luglio 2018) l’allarme lanciato dall’immunologo prof. Alberto Mantovani, Direttore scientifico dell’Humanitas di Milano. L’immunologo, noto in tutto il mondo, ha fatto sue le preoccupazioni che serpeggiano in modo forte nel mondo della ricerca scientifica: «[…] un mondo diverso dagli altri, […] che va capito, che ha le sue esigenze […]». Il prof. Mantovani ha ottenuto per la seconda volta il premio European Research Council per la ricerca, che comporta finanziamenti per 2,5 milioni di euro. Si tratta di risorse – spiega l’immunologo – che «servono per il mio lavoro e per quello di decine di ragazzi che fanno ricerca con me: […] la rigidità sui contratti a termine li danneggerebbe, e con loro tutta la ricerca e quindi tutta l’Italia che resterebbe indietro in un settore dove già siamo figli di un dio minore». La vita di un ricercatore, secondo il prof. Mantovani, «è per una lunga fase basata su contratti non stabili, il mondo della ricerca funziona così, con meccanismi diversi dagli altri: se si crea un problema su questo, perderemmo competitività e danneggeremmo il Paese […]».
L’allarme viene – molto forte e chiaro – anche dal presidente dell’Inps, prof. Boeri, che, analizzando il «decreto dignità», ha stimato che nei prossimi dieci anni la stretta sui contratti a termine potrebbe produrre, secondo previsioni definite «ottimistiche», una caduta notevole dei livelli occupazionali. Boeri è uno che sostiene, tra l’altro, che, senza gli immigrati, il sistema previdenziale crollerebbe. Comprensibile, ma, a mio avviso, non condivisibile, la levata di scudi dei duumviri Di Maio e Salvini. Anche di lui vorrebbero, chiaramente, fare «pulizia».
Non voglio qui esprimere giudizi di merito sul «decreto dignità». Molti gli aspetti su cui si può discutere in un senso e nell’altro. È certo, però, che una misura di questa portata non va imposta d’autorità nel breve lasso di qualche seduta di governo, ma ne va studiato attentamente l’impatto socio-economico. Ancor più grave se utilizzata in chiave di propaganda al solo fine di piantare all’interno dell’esecutivo bandiere politico-elettoralistiche da contrapporre a quelle dell’esuberante «contraente» Salvini. Aggiungo che il sistema dello spoils system non legittima le forze politiche giunte al potere ad assoldare biecamente gregari da utilizzare ai livelli apicali delle amministrazioni come mera cinghia di trasmissione. Tant’è vero che la Corte costituzionale si è espressa più volte affermando il principio che gli incarichi apicali non cessano «automaticamente», ma solo in presenza di determinati presupposti e all’esito di responsabilità accertate secondo procedure di garanzia (Corte cost., n. 161/2008; n. 103/2007). Un chiaro ossequio, questo, ai criteri di imparzialità dell’amministrazione, nonché di buon andamento («continuità» dell’azione amministrativa).

La legge di bilancio
Se il «decreto dignità» ha suscitato un vespaio di polemiche in diverse direzioni e, all’interno dello stesso ministero dell’Economia, preoccupazioni sulla tenuta dei conti pubblici, c’è da immaginare quanto alta possa essere la tensione nella compagine governativa in vista della legge di bilancio. Perché è in vista di questo snodo decisivo che si gioca la partita delle nomine tra gli azionisti di controllo del governo. Sanno bene, Salvini e Di Maio, che le promesse elettorali – in parte di destra e in parte di sinistra ma comunque ben contrattualizzate – possono contare su risorse scarse. Per di più in mano ad un ministro che, tenendo molto alla propria autorevolezza, è considerato fin troppo “autonomo”. Donde l’esigenza dei duumviri di giocare in modo cauto ed intelligente la partita delle nomine. È nella legge di bilancio che i nodi verranno al pettine, e non sarà facile ed indolore, in termini di “prezzo elettorale”, scioglierli per le forze che hanno lanciato a destra ed a sinistra mirabolanti promesse. Vergandole, per di più, nero su bianco davanti ad un Notaio.

Il debito pubblico
La montagna del debito pubblico condiziona la politica del governo. E ha sin qui condizionato la politica di tutti i governi a partire dal 1992, quando il debito ha superato la soglia del 100 per cento rispetto al pil. Si usciva dagli anni ’80: l’epoca della Milano da bere. Dopo alterne vicende, la crisi del 2007/2008 ha fatto esplodere il debito in corrispondenza, e anche per effetto, del forte rallentamento della crescita e della contrazione del pil.
Oggi il debito si aggira intorno al 130 per cento in rapporto al pil (prodotto nazionale lordo), cioè il “reddito annuo” del nostro Paese. Per essere più chiari – e mi scuso per l’eccessiva semplificazione -, è come se una famiglia avesse un reddito annuo di 100 e un debito pari al 130 per cento del suo reddito. I modi per ridurre il debito sono sostanzialmente tre: abbattere le spese, aumentare le entrate, vendere i gioielli di famiglia. In uno Stato le cose vanno più o meno così, ma sono enormemente più complesse e difficili. Ridurre le spese? Ci hanno provato autorevolissimi personaggi. Aumentare le entrate? Non lo si dica neppure: la tassazione ha superato il limite dello strangolamento. Vendere i gioielli di famiglia? In gran parte lo si è fatto: ora con buoni risultati ora con risultati deludenti. C’è poi un limite oltre il quale uno Stato non può andare, senza perdere asset strategici.
In una situazione di bilancio in pareggio, le entrate fiscali finanziano la spesa pubblica (quella con cui si pagano, tra l’altro, i nostri stipendi, le nostre pensioni, i c.d. diritti sociali ecc. ecc.). In caso contrario, lo Stato la finanzia emettendo titoli e obbligazioni. Se nessuno è disposto a comprare quei titoli, perché teme la c.d. insolvenza sovrana, ovvero, se gli investitori, temendo l’insolvenza sovrana, pretendono tassi di interesse più alti, il rischio-Paese aumenta, e la prospettiva finale e più drammatica è l’esplosione. Ed è un rischio che non si può correre. Negli ultimi anni, alla scarsa fiducia nel nostro debito da parte degli investitori ha sopperito il quantitative easing di Mario Draghi. Ma il mandato di Draghi alla BCE scadrà molto presto. E non da ora si fa sentire forte e chiaro il malumore dei falchi, tra i quali il numero uno della Bundesbank, Jens Weidmann: è tempo di normalizzare la politica monetaria. E il primo passo è quello di terminare gli acquisti di obbligazioni da parte della BCE.

Di austerity si può morire?
Si eviti di dire con troppa disinvoltura che manine oscure e anti-democratiche manovrano il nostro debito pubblico. Sono proprio quelle manine che, comprando i nostri titoli, consentono al nostro Stato di finanziare la spesa pubblica (e, quindi, ripeto, i nostri stipendi, le nostre pensioni, i nostri diritti sociali, ecc. ecc.). E le manine non sono solo quelle delle banche, dei grandi investitori istituzionali. Sono anche le nostre manine: quanti di noi (privati) hanno investito in titoli di Stato?
Con questo non mi ascrivo affatto tra i corifei dell’austerity. Anzi, sono tra quelli che considerano necessario un ripensamento dell’architettura dell’eurozona. Un obiettivo che, però, va perseguito non urlando in modo sgangherato nelle piazze, ma lavorando nelle stanze ovattate delle istituzioni europee. Con i passi felpati della diplomazia economica. Attraverso l’individuazione sapiente di percorsi sostenibili, di programmi di riforme strutturali, di meccanismi di aggiustamento. È all’esito di un tale processo che può restituirsi ai popoli d’Europa una “visione”. Da discutere poi – questa sì – nelle piazze!
Ma, per carità, non si può mettere in discussione nelle pubbliche arene l’ingranaggio mentre questo gira. L’effetto è di spaventare i mercati. Con le conseguenze che abbiamo detto per la tenuta dei nostri conti pubblici. E, quindi, per il finanziamento della spesa pubblica. Quando si governa, occorre realismo. E, con questo, responsabilità.
A mio avviso, quando Mattarella ha scandito il suo «no» a Savona, non l’ha fatto tanto per quello che pensa, ma perché ha detto quello che pensa “ad alta voce”. Sia pure dall’alto della sua riconosciuta autorevolezza scientifica e politica.

*docente dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria

Marcello Foa - i giornalisti sono usciti allo scoperto sono palesemente servi urlanti di padroni, con pochissime eccezioni. Hanno perso la testa, i loro punti di riferimento sono saltati, e allora alzano sempre di più istericamente la voce, insultando ogni giorno

Quando Montanelli mi disse: “Caro Foa…” E gliene sono ancora grato

Marcello Foa
21 luglio 2018

Il 22 luglio 2001 Montanelli ci lasciava e mi perdonerete se questa volta mi permetto un post personale e non di analisi politica. Indro fu l’idolo della mia adolescenza. C’era chi sognava il Che Guevara e chi solo calciatori, io divoravo i suoi libri, leggevo i suoi articoli su il Giornale, che egli fondò quando ero bambino e se sono diventato giornalista lo devo, verosimilmente, a lui, perché fu Montanelli a far nascere in me la passione per quella che resta la più bella professione del mondo.

Iniziai a Lugano, da studente lavoratore, alla Gazzetta Ticinese e poi al Giornale del Popolo. Non avevo tempo di andare all’università: studiavo a casa al mattino e al pomeriggio andavo in redazione, fino a tarda sera. Poi, quando avevo 26 anni, accadde il miracolo: fui assunto proprio al Giornale dal mio idolo e da subito con la carica di vice responsabile degli Esteri. Il primo giorno di lavoro bussai alla sua porta, per ringraziarlo, ancora una volta, per quella straordinaria opportunità. Indro usciva da una delle sue ricorrenti depressioni, era cordiale ma malinconico, mi guardò con i suoi occhi azzurri ancora velati dal male oscuro, fu cortese e alla fine mi disse: “Mi raccomando, non deludere”. Quegli occhi che con il passare delle settimane tornarono ad essere scintillanti.

Da subito, poco più che pivello, partecipavo alle riunioni di redazione e fu lui a Presto fui messo alla prova sul campo. Mi mandò a Mosca poco prima del crollo dell’Unione sovietica e a Berlino a seguire la riunificazione economica delle due Germanie. Quando rientravo mi riceveva nella sua stanza, pregandomi di raccontare gli aneddoti, gli imprevisti, le emozioni che avevo provato in quei viaggi. Lo faceva con tutti noi, soprattutto con i piu giovani, che erano i più entusiasti e per i quali dimostrava un’ affettuosa simpatia, come se volesse rivivere, tramite i nostri palpitanti racconti, quei momenti, lui che divenne direttore suo malgrado e che nell’animo continuò a sentirsi innanzitutto un inviato speciale, forse il più grande di tutti i tempi.

Poi, nel dicembre 1992, una sera pensai di scrivergli una lettera. Erano i tempi di Mani Pulite e l’Italia era attraversata da tensioni e trasformismi che mi turbavano e finita la lunga, nel cuore della notte, la vergai. Il giorno dopo gliela portai nel suo ufficio, che varcavo sempre in punta di piedi, in giovanile e ineludibile rispetto per il mio mito. Indro la prese e, senza leggerla, la ripose sulla scrivania, congedandomi. Non mi aspettavo nulla e nulla mi fece sapere. Dopo due giorni la pubblicò nella rubrica più letta, quella in cui dialogava con i lettori, titolandola “Sul carro degli onesti” e aggiungendo una sola riga di commento:

” Questa lettera, caro Foa, potrei averla scritta io”

La frase scritta da Montanelli

Il giorno dopo scesi in tipografia e recuperai l’originale con la frase scritta a penna di suo pugno. Sono passati quasi 25 anni da quel giorno e questo resta il ricoscimento più bello e fino ad oggi più intimo, non avendone mai parlato pubblicamente.

Talvolta mi sorprendo a pensare cosa scriverebbe Montanelli di questa Italia se fosse ancora tra noi. Domanda sciocca: la storia non si fa con le ipotesi e Indro apparteneva al suo tempo. Però di una cosa sono certo: mai avrebbe approvato la violenza verbale di certa stampa e avrebbe denunciato con forza il conformismo intimidatorio, che ben conosceva avendolo subito per lunghi anni della sua carriera. Era un anarchico conservatore, ma soprattutto un uomo libero che riteneva doveroso per un giornalista pensare con la propria testa, soprattutto quando è scomodo e rischioso uscire dal coro, perché solo così si onora davvero la professione.

Questo insegnava a noi, suoi giovani allievi, e non l’ho mai dimenticato


La lettera pubblicata il 21 12 1992

Fincantieri un'eccellenza, residuo delle comparticipazioni statali che Amato, Prodi, Ciampi hanno regalato agli stranieri, cominciando la distruzione del tessuto industriale italiano

FINCANTIERI MARINETTE MARINE: IL GOVERNO USA ASSEGNA CONTRATTO NELL’AMBITO DEL PROGRAMMA MMSC PER L’ARABIA SAUDITA


(di Fincantieri)
20/07/18 

Il Governo degli Stati Uniti ha assegnato al consorzio guidato da Lockheed Martin, del quale fa parte Fincantieri Marinette Marine (FMM), un ordine con lo strumento della Undefinitized Contract Action, come anticipo sul contratto di Foreign Military Sales per la costruzione di quattro unità Multi-Mission Surface Combatants (MMSC) destinate all’Arabia Saudita. Le navi verranno costruite nello stabilimento Fincantieri di Marinette, nel Wisconsin.

L’anticipo finanzierà, per un ammontare fino a 450 milioni di dollari, l’avvio della progettazione di dettaglio e la pianificazione per la costruzione delle quattro unità e verrà ripartito principalmente tra Lockeed Martin e Fincantieri Marinette Marine. L'MMSC si distinguerà per essere altamente manovrabile, caratterizzata dalla flessibilità derivata dal mono-scafo delle Littoral Combat Ship (LCS), classe Freedom, realizzate dallo stesso consorzio per la U.S. Navy, con un’autonomia incrementata a 5.000 miglia nautiche e una velocità superiore a 30 nodi, rendendola capace di operazioni di pattugliamento sia costiero che in mare aperto, e in grado di affrontare tutte le moderne minacce alla sicurezza marittima ed economica.

Giuseppe Bono, Amministratore delegato di Fincantieri, ha commentato: “Questo contratto rappresenta un prestigiosissimo riconoscimento della lungimiranza della nostra scelta di entrare nel mercato statunitense. Da allora, in dieci anni abbiamo consolidato la nostra presenza come costruttore di riferimento non soltanto per la U.S. Navy, ma anche per numerose Marine estere, contribuendo nel contempo allo sviluppo dell’industria e del tessuto economico del Midwest”.

Lockheed Martin e FMM, insieme allo studio di architettura navale Gibbs & Cox e oltre 800 fornitori in 42 stati, collaborano già per il programma LCS della U.S. Navy, uno dei più ambiziosi al mondo in ambito di navi di superficie.

Fincantieri Marine Group (FMG), che controlla Fincantieri Marinette Marine e altri due siti sempre nella regione dei Grandi Laghi, Fincantieri Bay Shipbuilding e Fincantieri Ace Marine, dal 2008 ha investito più di 130 milioni di dollari per modernizzare i cantieri in Wisconsin, assumendo e formando più di 1.000 persone.

(foto: Lockheed Martin)

Niente più veleno, per il momento, sulla tavola degli italiani, via il glifosato

Grano, crollo import dal Canada e boom della pasta 100% made in Italy
I dati presentati a San Nicandro Garganico alla Festa di Capocanale, organizzata dalla Asp Zaccagnino per fare il punto sulla filiera del grano duro in Puglia

20 luglio 2018


“Il crollo delle importazioni di grano canadese e la nostra azione di valorizzazione del grano italiano ha portato al boom delle paste 100 made in Italy che fino a pochi anni non esistevano”. E’ quanto ha affermato il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo, intervenuto a San Nicandro Garganico alla Festa di Capocanale, organizzata dalla Asp Zaccagnino per fare il punto sulla filiera del grano duro in Puglia.

La Puglia che è il principale produttore italiano di grano duro, con 343.300 ettari coltivati e 9.430.000 quintali prodotto ed è paradossalmente – denuncia Coldiretti Puglia – anche quello che ne importa di più, tanto da rappresentare un quarto del totale del valore degli arrivi di prodotti agroalimentari nella regione.

“Si sono letteralmente azzerate le importazioni di grano canadese nel primo trimestre del 2018, appena 200mila chili rispetto ai 181 milioni di chili arrivati nei nostri porti nello stesso periodo dell’anno precedente – ha continuato Moncalvo – grazie al generale riposizionamento dell’industria pastaia in una situazione in cui il Canada è stato a lungo il principale fornitore di grano duro dell’Italia per un quantitativo che nel 2017 è stato pari a 720milioni di chili a fronte di 4,3 miliardi di chili prodotti sul territorio nazionale. In altre parole un pacco di pasta su sei prodotto nel nostro Paese era ottenuto con grano canadese”.

A determinare il drastico cambiamento è stato il fatto che in Canada il grano duro viene trattato con l’erbicida glifosato in preraccolta, secondo modalità vietate in Italia, come denunciato più volte dalla Coldiretti.

Intanto, è boom in Italia per la coltivazione di grani antichi, come il Senatore Cappelli, che nella campagna 2017-2018 ha quintuplicato le superfici coltivate, passando dai 1000 ettari del 2017 ai 5000 attuali, trainato dal crescente interesse per la pasta 100% italiana e di qualità.

“Grazie all’ottimo lavoro del Crea – ha spiegato Mauro Tonello, presidente SIS– abbiamo potuto contare su importanti partite del seme originale di Grano Cappelli che, ricordiamo, è stato il grano più seminato in Italia fino agli anni Sessanta, in pratica è stato il grano della rivoluzione alimentare. Noi contiamo, in linea con la sua tradizione e il suo valore, di ridare al Cappelli lo spazio che merita. Per fare questo possiamo già contare sulla collaborazione dei produttori e di tutta la filiera. Come società sementiera degli agricoltori – sottolinea il presidente di Sis – il nostro obiettivo è assicurare il reddito alle aziende agricole, evitando che il valore aggiunto vada solo a beneficio di altri. La collaborazione di tutta la filiera nel valorizzare il grano Cappelli è testimoniato – informa Tonello – anche dall’impegno congiunto di produttori e trasformatori a finanziare una ricerca della Fondazione del Policlinico Gemelli per realizzare uno studio che certifichi le proprietà organolettiche e nutrizionali di questo grano e dare così maggiori garanzie al consumatore”.

In linea con tale studio, Coldiretti Puglia, S.I.S. e Divella hanno aderito al progetto di Apulian Life Style della Regione Puglia che, partendo dal segmento pilota della filiera cerealicola, si propone di tracciare, attraverso la tecnologia blockchain, dati utili a imprese della produzione e della distribuzione, alle Istituzioni e soprattutto ai consumatori. Grazie alla creazione della piattaforma digitale e al data entry di tracciabilità delle produzioni agroalimentari dal campo alla tavola – spiega Coldiretti Puglia – i benefici dal lato utente saranno legati alla possibilità di promuovere i prodotti locali dopo aver compreso gli stili di vita e le scelte alimentari dei consumatori, diffondere la potenzialità della soluzione sviluppata ad un vasto pubblico di stakeholder e la sua applicabilità in campi con problematiche affini.

Secondo un primo monitoraggio di Coldiretti e Consorzi Agrari d’Italia, si stima un calo della produzione di grano duro in Puglia nelle aree dove si è abbattuto il maltempo tra il 20% e il 70% e in Italia sui circa 1,3 milioni di ettari coltivati del 5-10% per cento rispetto allo scorso anno, per un totale nazionale di poco superiore alle 4 milioni di tonnellate. Ma la produzione di grano duro arretra anche in Europa dove, secondo un’elaborazione Coldiretti su dati Copa Cogeca, si avrà un calo del 4% rispetto allo scorso anno.

Un trend che non ferma comunque – rileva Coldiretti – la rapida proliferazione di marchi e linee che garantiscono l’origine nazionale al 100% del grano impiegato, da Ghigi a De Sortis, da Jolly Sgambaro a Granoro, da Armando a Felicetti, da Alce Nero a Rummo, da FdAI – Firmato dagli agricoltori italiani fino a “Voiello” che fa capo al Gruppo Barilla, e a Divella che in questi anni ha avviato un percorso di filiera in Puglia con grano 100% italiano frutto della ricerca Sis.

Il protocollo d’intesa firmato da Casillo, ASP Zaccagnino, Coldiretti e Regione Puglia rientra nella piena operatività del più grande accordo di filiera sul grano mai realizzato al mondo per quantitativi e superfici coinvolte, siglato da Coldiretti, Consorzi agrari d’Italia, Fdai (Firmato dagli agricoltori italiani) e Gruppo Casillo che prevede la fornitura 300 milioni di chili di grano duro biologico destinato alla pasta e 300 milioni di chili di grano tenero all’anno per la panificazione. L’intesa ha una durata di tre anni con la possibilità di una proroga per altri due, per un totale di 5 anni.

sabato 21 luglio 2018

gli ebrei lavorano notte e giorno per il genocidio del popolo palestinese

Israele: addio farsa, addio Stato binazionale. Sì all'ufficializzazione di apartheid, colonizzazione e discriminazioni


di Paola Di Lullo

Non sono bastati i bombardamenti della settimana scorsa che, in al Khatiba Square, hanno causato la morte di due ragazzini, Amir Alnimra, 15 anni, e Luoay Khail, 16 anni.

Non sono bastati i bombardamenti contro siti che producevano palloncini ed aquiloni.

Non sono bastate le condizioni, poste da Israele, per un cessate il fuoco, mediato dall'Egitto :
- niente più razzi dalla Striscia ( ma missili sulla stessa, sì)
- niente più manifestazioni al border.

Non è bastato chiudere il valico di Kerem Shalom, adibito al transito delle merci, impedendo l'entrata di gasolio e carburante il che ha avuto ripercussioni sulle già poche ore di energia elettrica di cui dispone la Striscia e nemmeno la chiusura del valico di Rafah, ordinata dal fedele servo al Sisi. Nemmeno ridurre il limite per la pesca da sei a tre miglia, pur sapendo che a tre miglia è impossibile pescare anche solo per la sopravvivenza.

Non sono bastati, perché oggi, Israele ha ucciso ancora, a Rafah. A cadere sotto i colpi degli Apache, Abdel Karim Radwan, 22 anni, membro delle Brigate Qassam. Altre tre persone risultano ferite, una in modo grave. I quattro sarebbero stati colti sul fatto : stavano lanciando palloncini nei Territori del '48.


La Resistenza ha risposto con tre colpi di mortaio che, atterrati ad Eshkol, hanno causao qualche incendio, ma nessun danno a persone.

Quando da Gaza mi erano arrivate le mail con la dichiarazione del Coordinating Committee of the March of Return (Comitato di Coordinamento della Marcia di Ritorno) che affermava l'intento del popolo gazawi, per l'80% formato da profughi, di intraprendere marce pacifiche per tornare alle loro case in conformità con la risoluzione ONU 194, l'avevo previsto che Israele, preparato a difendersi da attacchi militari di ogni genere, non sarebbe stato in grado di contenere ed arginare una simile iniziativa.


Insomma, Israele ha paura di palloncini ed aquiloni o di ciò che rappresentano? Ha paura che i media si sveglino? Che qualcuno si decida a raccontare che non puoi uccidere 140 persone disarmate e ferirne oltre 16.000 perché lanciano palloncini con le foto dei martiri ed aquiloni con due fiammelle incendiarie. Perché se davvero qualcuno lo facesse, che figura farebbe Israele? Droni, F15 e cecchini contro palloncini, aquiloni ed un popolo disarmato?

E giusto per non farsi mancare niente, ieri la Knesset, il parlamento illegale dell'illegale stato israeliano ha approvato la "Patriot Act" - legge che per la prima volta consacra Israele come "la casa nazionale del popolo ebraico". La legge diventa una delle cosiddette leggi fondamentali, che, come una costituzione, guida il sistema legale di Israele .

I punti salienti :
  • Israele è la patria storica del popolo ebraico ;
  • l diritto di esercitare l'autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è unico per il popolo ebraico;
  • la bandiera di stato è bianca con due strisce blu vicino ai bordi e una stella blu di David al centro;
  • la capitale dello stato è Gerusalemme, unica ed indivisibile;
  • la lingua dello stato è l'ebraico;
  1. la lingua araba è declassata da lingua ufficiale a lingua a statuto speciale nello stato;
  2. lo Stato agirà all'interno della diaspora per rafforzare l'affinità tra lo stato e i membri del popolo ebraico;
  3. lo Stato agirà per preservare il patrimonio culturale, storico e religioso del popolo ebraico tra gli ebrei nella diaspora;
  4. lo Stato favorirà lo sviluppo degli insediamenti ebraici ed agirà per incoraggiare e promuovere la loro creazione e consolidamento;
  5. l'Independence Day è la festa nazionale ufficiale dello stato;
  6. il Memorial Day per i Caduti nelle Guerre di Israele e la Giornata della Memoria per l'Olocausto e l'Eroismo sono giorni commemorativi ufficiali dello Stato.;
  7. la presente Legge fondamentale non può essere modificata, a meno che non venga sostituita da un'altra Legge fondamentale approvata dalla maggioranza dei membri della Knesset.
Insomma, addio farsa, addio stato binazionale ( per chi ancora ci credeva), addio stato unico con diritti uguali per tutti. Sì all'ufficializzazione di apartheid, colonizzazione, discriminazioni.

Signori, benvenuti nell'unica democrazia del Medio Oriente

Notizia del: 19/07/2018

Le alture del Golan occupate illegalmente possono rientrare nella disposizione dei siriani e gli ebrei hanno paura

I "ribelli" si arrendono e l'esercito siriano si avvicina alla frontiera con Israele


Dopo aver avviato, circa un mese fa, le operazioni militari contro i gruppi "ribelli" e jihadisti, l'esercito siriano è vicino a prendere il controllo del Sud Ovest della Siria e si ritrova a pochi passi dalla frontiera con Israele.

Il portale di notizie 'al Masdar News' ha pubblicato le immagini di ieri (visibili aprendo il link) dell'avanzata e del posizionamento delle forze speciali siriane sulle colline di Al-Harra dopo aver messo fine alla presenza dei terroristici e "ribelli" a sud, al confine con la Giordania da un lato e le alture del Golan, occupate da Israele.

Il recupero delle alture di Al-Harra, secondo il portale facilita per la prima volta, dallo scorso giugno (data di inizio delle operazioni nel sud), l'esercito siriano in quanto potrà monitorare la provincia di Quneitra, e le aree occupate del Golan siriano.

Secondo i media israeliani, il controllo di Al-Harra da parte delle forze siriane rappresenta una minaccia diretta per la sicurezza del regime di minaccia Tel Aviv, perché da lì, l'esercito siriano non solo potrebbe semplicemente bombardare ovunque nel Golan, ma anche attaccare il a nord della Galilea come la città di Al-Yalil e quella della costa mediterranea come Nahariya.

Dopo aver liberato il 90% della provincia di Daraa, e preso il controllodel capoluogo omonimo, le forze siriane si preparano a continuare le sue operazioni militari in altre regioni del sud del paese.

Attualmente, hanno iniziato una serie di operazioni militari nella provincia Quneitra, che confina con la Giordania, il Libano e le alture del Golan occupate.

L'offensiva siriana Quneitra ha preoccupato il regime di Tel Aviv in misura estrema. Perché Israele teme che se le truppe siriane recupereranno il sud del paese potranno avanzare nella parte occupata del Golan, l'altopiano siriano che il regime di Israele controlla dal 1967 illegalmente.

Riguardo agli ultimi risultati di Damasco sul campo di battaglia della Siria meridionale, i media israeliani hanno riconosciuto che i soldati siriani sono tornati ufficialmente al confine delle alture del Golan occupate.

Fonte: Al Masdar News - Haaretz

Notizia del: 20/07/2018

Roberto Pecchioli - Savona ci fa sognare, gli euroimbecilli messi all'angolo dalle competenze e volontà ferrea di difendere gli Interessi Nazionali

SAVONA, IL “PIANO A”, IL DEBITO IMPLICITO

Maurizio Blondet 21 luglio 2018 

Roberto PECCHIOLI

Il ministro per gli Affari Europei Paolo Savona, accusato da più parti di avere un “piano B” per uscire dall’euro, ha invece un piano A. Lo ha espresso in un’intervista al quotidiano La Verità, presto rimbalzata sulla stampa internazionale, compreso il New York Times. Vale la pena citarne alcuni brani, nella speranza che alle parole il governo giallo blu (noi preferiremmo poterlo definire sovranista) faccia seguire i fatti.

La prima grande novità è la constatazione che “l’Italia vive al di sotto delle proprie risorse, come testimonia un avanzo di parte corrente della bilancia estera”. Colpiti e affondati, la menzogna che inquina la vita italiana è smontata, poiché da ben 27 anni realizziamo ingenti avanzi primari, usati esclusivamente per pagare interessi. L’economista sardo va oltre e pronuncia finalmente frasi che avremmo voluto ascoltare da molto tempo. “Tale avanzo non può essere attivato, cioè non possiamo spendere per l’incontro tra i vincoli di bilancio. L’avanzo di quest’anno è al 2,7 per cento del PIL, per un valore di 50 miliardi: esattamente ciò che manca alla domanda interna”. Repetita iuvant: i vincoli del cosiddetto fiscal compact, l’imposizione costituzionale del pareggio di bilancio sono costruzioni ideologiche del neo liberismo dogmatico dell’Unione Europea. Inoltre, finalmente qualcuno parla di domanda…

La zavorra è una politica di lungo periodo tutta dal lato dell’offerta, perdente per la schiacciante maggioranza della popolazione. Ne è una prova l’obbligo del rapporto del 3 per cento tra il Prodotto Interno Lordo (PIL) e il deficit pubblico. Un limite cervellotico, per alcuni versi astratto, un rapporto tra uno stock (il debito) e un flusso (il PIL), due unità di misura diverse, porre in rapporto le quali è un esercizio da cui non si possono trarre conclusioni vincolanti.

“Se la l’UE accetta (il piano)”, continua il ministro, “la crescita del PIL nominale che ne risulterebbe può consentire un gettito fiscale capace di coprire la quota parte delle spese correnti implicite nelle proposte di flat tax, salario di cittadinanza e riforma della legge Fornero”. Lasciamo agli esperti i calcoli aritmetici, concentrandoci sulla difficile premessa, ovvero sull’accettazione da parte degli organi comunitari della proposta italiana. La prima constatazione riguarda il fatto che se l’Italia avesse conservato la sovranità economica, potrebbe svolgere qualunque politica decisa dal governo, cioè dal legittimo rappresentante del popolo italiano. Così non è, le probabilità di accoglienza del ragionevole piano Savona di sapore keynesiano non sono molte, tanto da affermare, a proposito dell’asse franco tedesco, custode dell’immobilismo burocratico e del dogmatismo rigorista dell’Unione, che esso si è trasformato in un organo repressivo interno all’Europa, interessato unicamente a contrastare il vituperato “populismo”, ovvero le tendenze sovraniste dei paesi subalterni, il più importante dei quali è l’Italia.

Il fallimento dell’ultimo vertice europeo dimostra quanto il frusto direttorio Parigi-Berlino sia inadeguato ad affrontare la drammatica questione dei flussi migratori, ma anche la crisi del sistema bancario, le ulteriori difficoltà economiche determinate dalla svolta protezionistica impressa dagli Usa, la sostenibilità del debito degli Stati, l’insufficienza della BCE, chiusa nel ruolo anacronistico di guardiana della “stabilità” prescritta per l’eternità dal Trattato di Maastricht. La debolezza europea è strutturale, ma l’attuale quadro internazionale, sfavorevole agli interessi mercantilistici della Germania, può consentire qualche spazio alle legittime richieste italiane. La politica del rigore fine a se stesso ha impoverito tutti, fuorché i piani alti del potere finanziario e i colossi industriali e tecnologici. Va dunque cambiata.

Le resistenze saranno enormi, ma fa benissimo Paolo Savona ad agitare le acque con una proposta sostenibile e concreta, in grado di risollevare l’Italia, ma nel contempo restituire protagonismo ad un’UE liberata dai fantasmi neo liberisti, in grado di definire un futuro proprio, autonomo dall’ormai obsoleta, ambigua categoria di Occidente, che gli stessi Usa stanno abbandonando. Trump ha recentemente affermato che l’Europa è un nemico degli Stati Uniti, dunque dobbiamo prendere atto della realtà e imboccare strade nuove. L’ Occidente, del resto, non ha mai realizzato alcuna politica che fosse insieme sovrana- l’Europa “deve” rimanere un nano politico e un verme militare- e solidale.

Tuttavia, le idee avanzano soltanto se, oltre alla volontà, si liberano le risorse. L’arma letale contro i popoli resta il debito. Rimandando ad altra occasione una riflessione sulla natura e la stessa verità del debito, resta l’evidenza di una sua crescita incontrollata. Problema che, come vedremo, è globale e non italiano. Secondo l’Institute of International Finance il debito mondiale ha raggiunto nel 2017 l’incredibile cifra di 233.000 miliardi di dollari, ovvero il 325% del Pil mondiale. Ciò significa che non esistono le risorse per estinguerlo e, a fortiori, che il creditore – il sistema finanziario globale – ha prestato a strozzo promesse, impulsi elettronici, ma non denaro vero. La maggior parte di questo debito è stato contratto da istituzioni non finanziarie: principalmente le imprese (68.000 miliardi di Dollari), seguite dai governi (58.000 miliardi), dalle istituzioni finanziarie (53.000 miliardi) e infine dalle famiglie (44.000 miliardi). Considerando l’intera popolazione mondiale il debito pro capite è di 30.000 dollari per ciascun abitante del pianeta, inclusi i neonati e centinaia di milioni di poverissimi il cui reddito è di uno, due dollari al giorno. L’incremento annuo è superiore a quello del PIL dal 2007, anno di inizio della crisi economico finanziaria mondiale.

L’UE ha un problema ulteriore, la prossima fine del cosiddetto quantitative easing, l’acquisto dei buoni del tesoro degli Stati dell’Eurozona da parte della Banca Centrale Europea con fondi creati dal nulla. Da marzo 2015 la BCE ha pompato denaro virtuale per 80 miliardi di euro mensili, ora ridotti a 60, al fine di evitare la deflazione, in controtendenza rispetto al verbo monetarista che domina l’economia dagli anni 80, incontrastato dopo la caduta del comunismo. Basta denaro facile a breve, dunque, anche se la festa ha riguardato soprattutto il sistema bancario, e fine dei bassi interessi sul debito pubblico. Verso la metà del 2019, l’aria si farà pesante, specie in Italia. Va dunque ripensato integralmente il sistema, a partire dal calcolo stesso del debito. L’Italia ha un elevato debito pubblico, pari a oltre il 130 per cento del PIL.

Tuttavia, nel vasto mondo ciò che davvero preoccupa è l’incremento esponenziale del debito delle imprese, che ha raggiunto il 96 per cento del PIL mondiale, nonché quello delle famiglie. Il rischio è un crollo della sostenibilità. Il sistema finanziario si è gettato in massa sul mercato obbligazionario, con i fondi d’investimento che ne detengono il 30 per cento in America e il 20 in Europa, quattro volte la percentuale d’inizio crisi. I titoli spazzatura, secondo l’OCSE, sarebbero circa il 40 per cento. Il debito delle famiglie, piuttosto limitato da noi, è schizzato al 150 per cento del reddito in Olanda, Canada, Australia. In assenza di meccanismi di redistribuzione del reddito, la tanto invocata crescita, cioè la necessità vitale di svuotare i magazzini e alimentare il consumo, si sostiene solo con nuovi debiti.

L’Italia, se venissero utilizzati meccanismi statistici diversi da quelli correnti, starebbe assai meglio di molti altri. Esiste infatti un indice di debito aggregato, che unisce il debito pubblico a quello privato e a quello delle imprese. In questa classifica, assai più indicativa, la Francia è in testa con debito pari a quattro volte il PIL. L’Italia si ferma al 350 e la virtuosa Germania assomma un consistente 270 per cento. Siamo dunque noi i cattivi, i pigri, quelli che vivono alle spalle altrui? Un altro interessante indicatore è il debito implicito, il cui uso a fini di politica internazionale è stato invocato a gran voce da Boeri, presidente dell’INPS, sostenuto dal giornale della Confindustria. Si chiama debito implicito l’insieme degli impegni futuri, in valore attuale e a legislazione vigente, presi dallo Stato nei confronti dei cittadini in termini di prestazioni pensionistiche, sociali e sanitarie al netto dei contributi.

In questa classifica, il valore medio del debito nell’eurozona è 266 per cento, con punte del 592 per la Spagna e del 291 per la Francia. La Germania è al 149 per cento, mentre, udite udite, la reietta Italia è la meglio piazzata con il 57 per cento. Ciò significa che la sostenibilità dell’economia e della finanza italiana è maggiore di quanto ci viene fatto credere. Certifica anche, invero, che la devastazione dello Stato sociale in Italia è stata superiore rispetto al resto d’Europa. Aggregando i vari dati, perveniamo alla conclusione sorprendente che il nostro debito, in prospettiva, è più sostenibile di quello altrui. Lo possono compromettere due fattori che finora hanno soffocato l’Italia: il rigorismo esagitato e restrittivo praticato dai governi, da Monti sino a Gentiloni; gli effetti sciagurati del MES, il fondo cosiddetto salva stati, il Fondo Monetario in salsa europea che ha consegnato risorse per decine di miliardi a un soggetto il cui scopo è prestarci a interesse, in cambio di politiche obbligate, antipopolari e antisociali, i nostri stessi soldi.

Dunque, senza enfatizzare le mosse di Savona, accogliamo con favore il suo tentativo di picconare le regole ferree di un sistema che ha mostrato disfunzionalità, rigidità, prodotto povertà, diseguaglianze intollerabili e azzerato i margini di manovra dei governi, ridotti ad amministratori delegati di un potere oligarchico sovraordinato ai popoli. E’ questo, infine, il significato di governance, la parola magica per descrivere la politica prefissata dal pilota automatico globale.

Il piano A è una speranza, un segnale di vita, una ripresa dell’iniziativa politica abbandonata a favore dei meccanismi impersonali della tecnocrazia economica e finanziaria sostenuta dall’apparato tecnologico controllato dai soliti noti, in Europa e dappertutto. Per una bizzarra eterogenesi dei fini, la società del neo liberismo globalizzato, mecca della distruzione creatrice e del mutamento continuo, si è trasformata in una civiltà fredda, secondo le categorie di Claude Lévi Strauss, destinata esclusivamente a riprodurre se stessa senza rinnovamento e circolazione di idee, una società a somma zero. Interessante, al riguardo, è la conclusione di un intellettuale non certo vicino all’universo sovranista, tanto meno di destra, Luca Ricolfi. “Una società a somma zero è una società competitiva nella quale (…) a fronte di qualcuno che vince c’è sempre qualcuno che perde perché la posta, la torta da spartirsi, è limitata e non aumenta nel tempo”. L’inganno della crescita.

La trappola del debito ne è la prova, con la conseguenza che cresce la percentuale della torta in mano alle cupole industriali, finanziarie, multinazionali, agli azionisti e ai loro alti funzionari (CEO economy), crolla la fetta di tutti gli altri, ceto medio proletarizzato e working class, schiacciati dal debito, dalla precarietà e dai lavoretti (gig economy). Non coltiviamo illusioni, ma ci sorregge una piccola speranza: se passa, il piano d’investimento di Paolo Savona può essere il primo passo della lunga marcia verso il riscatto della politica, fatta di scelte, progetti, idee, bene comune. Noi la chiamiamo sovranità.

Una volta bisognava fare la fila a pane &pasta oggi la si deve fare in farmacia. Basta guardare la pubblicità


Altro che Walgreens o Amazon. Sul business delle farmacie italiane si butta a capofitto un rampollo di casa Agnelli 

19 luglio 2018 di Stefano Sansonetti



di Stefano Sansonetti

Il settore sembrava destinato a essere una riserva di business per colossi americani come Walgreens o Amazon. Invece a buttarsi a capofitto nell’affare delle farmacie italiane è un rampollo di casa Agnelli, Sebastien Egon von Fürstenberg, figlio del principe Tassilo von Fürstenberg e di Clara Agnelli, sorella dell’avvocato Agnelli. Von Fürstenberg è presidente e azionista di maggioranza di Banca Ifis. E la stessa Banca Ifis, dopo aver acquisito il controllo di Credifarma, adesso ammette candidamente di seguire con attenzione il dossier Farbanca. Le due prede, una già fagocitata e l’altra entrata nel mirino, rappresentano le banche di riferimento delle 17mila farmacie italiane, oggi non sempre in grandi condizioni di salute.

I passaggi – Nel gennaio di quest’anno Banca Ifis ha rilevato dai precedenti azionisti (Unicredit, Bnl e Federfarma) il 70% di Credifarma, specializzata nell’anticipo crediti e nei prestiti a breve, medio e lungo termine alle farmacie. La stessa Federfarma, l’associazione di categoria, è però rimasta nel capitale con il 30%. Già nel 2017 la banca di von Fürstenberg aveva messo gli occhi sull’altro istituto di credito del settore, ovvero Farbanca, che fa capo a quella che un tempo era la galassia di Banca Popolare di Vicenza. Con la liquidazione di quest’ultima, Farbanca è finita sul mercato. E a un certo punto i liquidatori hanno anche individuato nella conglomerata cinese Cefc il compratore. Peccato che successivamente, in Cina, Cefc sia finita sotto indagine per presunti reati economici, una vicenda dai contorni ancora avvolti nel mistero. La conclusione è stata il naufragio della vendita. E così, come ha confermato nei giorni scorsi il suo Ad, Giovanni Bossi, adesso Banca Ifis è tornata a esplorare il dossier. Le due realtà hanno numeri diversi. Credifarma, per citare qualche dato, ha 139 milioni di margine di intermediazione e 1,4 miliardi di patrimonio netto. Farbanca, dal canto suo, vanta impieghi per 543 milioni, un margine di intermediazione di 16,4 milioni e un patrimonio netto di 63,1.

Possibili sviluppi – Se l’interesse di Banca Ifis si concretizzasse potrebbe nascere una sorta di maxi polo bancario per le farmacie, in grado di assistere molto più incisivamente un settore in grande difficoltà (circa 4 mila esercizi traballanti). Tutto questo, tra l’altro, non può che essere analizzato anche in relazione all’apertura del mercato contenuta in una norma della recente legge sulla concorrenza, approvata nel corso della precedente legislatura, che sotto forti pressioni lobbistiche ha previsto l’ingresso nelle farmacie delle società di capitali nel limite del 20% dei punti vendita regionali. Uno “squarcio” dietro al quale c’era soprattutto il colosso Walgreens, guidato dagli italiani Stefano Pessina e Ornella Barra, ancora oggi in attesa dei prezzi più bassi per rilevare migliaia di farmacie. Nel frattempo, però, c’è chi si è già mosso per dotare gli esercizi di maggiore struttura patrimoniale, avendo in mente una super banca di settore.