Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 19 giugno 2019

La guerra si avvicina velocemente - Gli statunitensi ci spieghino quali sono i loro interessi nel Medio oriente che sono minacciati dall'Iran

STATI UNITI
Altre truppe per affrontare la minaccia iraniana

Mille soldati americani saranno inviati in Medio Oriente a scopo difensivo - L’annuncio del segretario alla Difesa Shanahan: «L’intelligence ci riferisce di minacce agli interessi statunitensi nell’area»

di ats 18 giugno 2019 , 07:47 Politica

(Foto Keystone)

NEW YORK - «Ho autorizzato ulteriori 1.000 truppe per scopo difensivo per affrontare le minacce in Medio Oriente» su richiesta del Central Command. Lo afferma il segretario alla Difesa pro tempore americano Patrick Shanahan. «I recenti attacchi iraniani validano l’intelligence che abbiamo ricevuto sul comportamento ostile delle forze iraniane, che minacciano il personale e gli interessi americani nell’area», aggiunge Shanahan. L’annuncio arriva dopo gli attacchi alle petroliere nel golfo dell’Oman, la cui responsabilità l’amministrazione americana ha subito addossato a Teheran, e nel giorno in cui il regime degli ayatollah ha annunciato che entro dieci giorni l’Iran supererà il limite delle riserve di uranio a basso arricchimento consentito dall’accordo sul nucleare del 2015. Lo ha riferito il portavoce della Agenzia iraniana per l’energia atomica, Behrouz Kamalvandi, durante una visita di giornalisti locali al reattore ad acqua pesante di Arak, mostrata in diretta dalla tv di Stato.

Usa e Iran? «Si va verso uno scontro»

Gli Stati Uniti e l’Iran stanno andando verso uno scontro. Lo afferma un alto funzionario iraniano parlando con la Cnn. «Ci si sta avviando verso un confronto e questa è una cosa seria per tutta la regione. Mi auguro che a Washington si proceda con cautela e non si sottovaluti la determinazione dell’Iran» ha detto l’ambasciatore iraniano in Gran Bretagna, Hamid Baeidinejad, in un’intervista alla Cnn, negando che ci sia l’Iran dietro all’attacco delle petroliere nel Golfo dell’Oman.

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - la bilancia commerciale negativa, da sempre, significa che gli Stati Uniti consumano più di quello che producono

Trump Vs Cina: i dazi USA sono un trionfo di autolesionismo

FMI: il costo della guerra commerciale lo pagano i consumatori statunitensi. Il Made in China costa di più, il deficit non scende.



Abbattere il deficit con la Cina è un'idea folle. Ma Trump, almeno a parole, non può rinunciare alla retorica protezionista. Ecco perché

L’allarme dell’FMI

A chiarirlo ci ha pensato un rapporto del Fondo Monetario Internazionale. La guerra commerciale tra USA e Cina ha già penalizzato entrambe le parti, sia sul fronte della domanda che su quello dell’offerta. Un gioco a somma negativa in cui nessuno vince e qualcuno potrebbe perdere più degli altri. È il caso dei consumatori costretti a pagare un prezzo più alto per i beni soggetti ai dazi.

In principio furono lavatrici e pannelli solari. Poi la lista si è allungata e le tariffe sono arrivate a colpire scambi complessivi per 360 miliardi di dollari: 250 soggetti ai dazi USA, 110 colpiti dalle contromosse cinesi. Trump ha minacciato futuri interventi su altri 325 miliardi di transazioni.

Pannelli solari a Hong Kong. Foto: WiNG Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

Il conto? Lo pagano anche i consumatori USA

«Sono senza dubbio i consumatori americani e cinesi a uscire perdenti dalle tensioni commerciali», scrive l’FMI. Lo confermano i numeri di una recente ricerca dell’Università di Harvard. Secondo l’indagine, condotta utilizzando i dati sui prezzi del Bureau of Labor Statistics USA sulle importazioni dalla Cina, «il peso dei dazi sarebbe caduto in larga parte sulle spalle degli Stati Uniti».

A subirlo le aziende che importano da Pechino e i consumatori, vittime designate, secondo la ricerca, di un’ulteriore escalation del conflitto. Un’ipotesi che confermerebbe, tra le altre, la vecchia profezia del presidente cinese Xi Jinping sulla guerra «che nessuno può vincere». Ma gli USA, è noto, hanno scelto fin da subito la via dell’isolamento.

Approfondimento

Trump tira dritto sulla strada della guerra commerciale. Al G7, fronte comune contro di lui. E sullo sfondo cresce la tensione tra Ue e Berlino

I dazi premiano il Messico

E non è tutto. Dall’introduzione dei dazi, osservano i ricercatori, le importazioni americane dalla Cina si sono ovviamente ridotte. Dopo l’intervento di agosto che ha riguardato operazioni stimate per 16 miliardi di dollari, gli acquisti USA dai produttori cinesi sono diminuiti di 850 milioni. Peccato però, si fa per dire, che il calo delle importazioni Made in China sia stata compensato pressoché per intero da una crescita degli approvvigionamenti in Messico.

Il tutto in un contesto di cosiddetta trade diversion, che in economia consiste nella sostituzione di una fonte di scambio commerciale efficiente (Pechino and friends) con una meno conveniente (il vicino centroamericano, i cui prodotti sono più costosi degli omologhi cinesi). Morale: il deficit commerciale è rimasto relativamente stabile; gli americani, in compenso, hanno pagato di più.

La battaglia della soia premia il Brasile

Nel 2018 il deficit statunitense con la Cina ha raggiunto la quota record di 419 miliardi di dollari. Nei primi tre mesi del 2019, osserva il FMI, «si osserva una lieve diminuzione», ma ciò non toglie che anche le esportazioni USA verso la seconda economia del mondo siano calate. Danneggiando così gli stessi produttori a stelle e strisce. Emblematico l’esempio offerto dal mercato della soia. In risposta alla sfida americana, già nel 2018 Pechino aveva imposto i suoi dazi su quella proveniente dagli USA. Da allora, le spedizioni americane nel Paese si sarebbero praticamente azzerate lasciando campo libero all’altro leader di mercato: il Brasile, ormai primo fornitore.

Fonte: Statista

In seguito gli Stati Uniti si sono ripresi a fatica parte della quota di mercato originaria. «Ma i coltivatori americani – si legge nel rapporto – hanno sofferto mentre i loro colleghi in Brasile hanno beneficiato della segmentazione (leggi “apertura”, per lo meno dal loro punto di vista, ndr) del mercato».

Paghiamo tutti

Infine, repetita iuvant, c’è il problema delle conseguenze ad ampio raggio. Perché gli effetti distorsivi della guerra commerciale, non ci si stancherebbe mai di ricordarlo, interessano tutti. Europa e Italiacomprese. I dazi più recenti, sostiene il FMI, potrebbero bruciare da soli lo 0,3% del Pil mondiale. Ma il peggio sarebbe dietro l’angolo. Un’ulteriore accelerazione del processo, infatti, potrebbe interessare altri settori chiave come l’industria dell’auto finendo poi per intaccare i mercati finanziari e avere un impatto negativo «sugli spread delle obbligazioni e sulle valute dei mercati emergenti, rallentando gli investimenti e gli scambi commerciali».

Approfondimento
Il mercato cinese è in recessione, l’Europa piange, Detroit non ride, la mobilità condivisa cresce. Il settore auto trema. Con lui, il 2,5% del Pil mondiale

Inoltre, conclude l’analisi, «l’aumento delle barriere commerciali colpirebbe le catene di approvvigionamento globali e rallenterebbe la diffusione di nuove tecnologie, riducendo in ultima analisi la produttività e il welfare a livello mondiale». Tecnicamente una tempesta perfetta.

19 giugno 2019 - Claudio Borghi Aquilini Fornero MiniBot Ricordo Grecia Garanzia ...

Gli ebrei non vogliono accettare l'idea che sono degli invasori e che hanno rubato terra ai palestinesi

L’ex capo dei servizi segreti rivela: “Netanyahu ha vinto, Israele perso”

POLITICA /Fulvio Scaglione
2 MAGGIO 2019

L’eroe di tutte le vittorie storiche di Israele, il commando pluridecorato, l’ex ammiraglio, l’ex capo dei servizi segreti interni (Shin Beth), la voce fuori dal coro della politica dello Stato ebraico, insomma Amichai Ami Ayalon, 72 anni, adesso lo si trova qui, alla Beit Akim, la Casa di Akim, l’organizzazione che in tutto il Paese assiste circa 135mila bambini con disabilità mentali. Ayalon fa il volontario e se dopo una vita passata a combattere è diventato buono, certo non è diventato buonista.

Quando borbotta per la telecamera e gli dico “ma come, una spia dovrebbe essere anche un bravo attore”, lui replica: “No, come spia sono un bravo bugiardo”. Non risparmia nulla a nessuno, Ayalon. Neanche a se stesso. Neanche al proprio popolo.

Così, quando dico che a un osservatore esterno sembra che Israele, in particolare l’Israele di Bibi Netanyahu, abbia ormai vinto su tutta la linea il lunghissimo confronto con i palestinesi, lui replica: “Netanyahu forse ha vinto ma noi israeliani abbiamo perso”. E spiega: “I miei genitori venivano dalla Transilvania ed emigrarono in Palestina negli anni Trenta. In un certo senso, con quel viaggio, cancellarono duemila anni di storia del popolo ebraico e crearono una nuova narrazione. Presero a esaltare eroi nuovi, campioni della potenza fisica e militare come Sansone e Bar Kochva (il capo dell’ultima rivolta ebraica contro l’impero romano, n.d.r). Tornarono a lavorare la terra, cosa che avevano disimparato a fare perché in Europa era loro proibito possederne. Si prepararono a combattere per sé e per i propri simboli, mentre per secoli avevano combattuto solo negli eserciti altrui. L’idea era di creare una nuova società ebraica dentro uno Stato i cui confini sarebbero stati determinati dall’ampiezza degli insediamenti e dalle esigenze della sicurezza. Le faccio un esempio. La mia famiglia viveva in un kibbutz nella Valle del Giordano. Tra il 1947 e il 1948, quando gli inglesi se ne andarono, il kibbutz fu subito spostato a ridosso della Siria, per essere sicuri che saremmo stati noi, e non altri, a stabilire i confini dello Stato ebraico. E parlando di insediamenti, sarà bene notare che non furono un’idea della destra politica o religiosa ma dei laburisti. Perché quello era il sionismo di allora”.
 


E lei? Che cosa fece?

“Alla fine delle scuole superiori mi arruolai nei commando di marina. In omaggio appunto a quella nuova narrazione: dovevo essere in prima linea nella difesa dello Stato ebraico. Ma se non fossi diventato un soldato, e non avessi fatto la carriera militare, sarei diventato anch’io un colono, come molti miei amici finiti poi sul Golan, nel Sinai, in Cisgiordania, a Gaza”.

Ma di nuovo le chiedo: perché parla di sconfitta? I palestinesi sono allo stremo, la soluzione dei due Stati cancellata, la soluzione di uno Stato solo quasi inconcepibile…

“Mi lasci raccontare, perché a me sono occorsi vent’anni per capire. Dunque… All’inizio ci consideravamo dei liberatori: c’erano gli egiziani, c’erano i giordani, e noi avevamo liberato questi luoghi. Proprio non capivamo che, mentre ‘liberavamo’ i territori, occupavamo e colonizzavamo le persone. Poi, in una seconda fase, abbiamo cominciato a sentirci degli occupanti, ma degli occupanti illuminati. È vero, ci prendiamo le terre ma gli portiamo la cultura, la tecnologia, i servizi, il progresso. Era un’idea insensata, perché intanto gli toglievamo la libertà, ma proprio non lo capivamo”.

Possiamo dire che ragionavate come gli inglesi in India nell’Ottocento?

“È così. Ma con una mentalità che, dopo la seconda guerra mondiale, era diventata assurda. Ci dicevamo: questo non è colonialismo, questa non è l’Algeria, non è l’India. Ma invece proprio colonialismo era. E purtroppo per rendercene conto abbiamo dovuto aspettare che la protesta, e poi la violenza e il terrorismo dei palestinesi ci colpissero. Certo, in Cisgiordania originano tutti i miti, i simboli le tradizioni, i fondamenti dell’ebraismo. C’è grande differenza con altre situazioni. Ma non c’è differenza nei sentimenti del popolo, nel nostro caso i palestinesi, che in queste terre ha vissuto per secoli. Le racconto una storia sul mio grande amico palestinese, Sari Nusseibeh”.

L’ex rettore dell’università araba Al Quds?

“Proprio lui. Quando ci siamo conosciuti, lui mi ha detto: raccontami qualcosa della tua famiglia. E io gli ho dovuto dire che tutto quel che so arriva al massimo ai miei nonni, di cui so qualcosa grazie ai miei genitori. I nonni erano tutti rimasti in Europa e furono tutti sterminati durante l’Olocausto. Non ho la più pallida idea di chi fosse il padre di mio nonno, per esempio. Il nostro albero genealogico è stato tagliato di netto. Gli antenati di Sari, invece, possono essere rintracciati fino al Cinquecento, la sua famiglia per secoli ha custodito le chiavi del Santo Sepolcro. E secondo lei uno come me è nella posizione di dire a uno come Sari che Gerusalemme è roba mia, questa terra è mia?”.

Diceva che le occorsero quasi vent’anni per capirlo…
“Sì, e ricordo bene come avvenne. Ero già contrammiraglio e andai a Gaza. Dovevamo attraversare un campo profughi, era l’epoca della prima intifada, e fummo attaccati. Donne che urlavano, pietre, ragazzi coi bastoni. Guardavo i loro occhi e mi resi conto, finalmente, che non eravamo né liberatori né conquistatori illuminati. Capii, insieme con tanti altri, che la prima intifada non era partita come un’operazione terroristica ma come un’insurrezione popolare contro l’occupazione, l’umiliazione, la mancanza di prospettive. E arrivai alla conclusione che la narrazione sionista che dice ‘tutto questo è nostro perché ci fu dato cinquemila anni fa’ va cambiata perché, altrimenti, porterà alla distruzione dell’idea stessa di Israele come focolare ebraico democratico e sicuro. Idea che è poi l’unica cosa di cui mi importi davvero, la mia preoccupazione principale”.

In che modo si arriverebbe a tale distruzione?

“Quando milioni di persone sentono di dipendere dalla tua volontà e dal tuo arbitrio per tutte le esigenze quotidiane, quando si sentono umiliate non solo come nazione ma come singole persone, è sicuro che prima o poi reagiranno. Che succederà quando a Gaza si comincerà a soffrire la fame e la sete? Ci saranno ondate di violenza, non bisogna essere profeti per capirlo, e come in passato i morti tra i palestinesi saranno quattro-cinque volte più numerosi dei nostri. Nel frattempo, le filiali di Al Qaeda e Isis si infiltrano sempre più profondamente a Gaza e nel Sinai e ormai anche in Cisgiordania. Se non cambiamo politica, da qui a 5-10-20 anni, non so quando ma so che avverrà, avremo gli stessi fenomeni anche tra gli arabi di Israele, che si considerano israeliani ma hanno a cuore la loro gente. A quel punto, Israele potrà solo trasformarsi in uno Stato razzista come il Sudafrica di una volta o in qualcosa come la Siria attuale, con ebrei e musulmani impegnati ad ammazzarsi l’un l’altro”.

Qual è la soluzione?

“Capire che difendere Israele dall’attacco di eserciti nemici, come nel 1948 e nel 1967, è giusto. Ma ciò che facciamo a Gaza o in Cisgiordania, con l’espansione continua delle frontiere verso Est attraverso gli insediamenti, è ingiusto, perché mira a negare ai palestinesi ciò per cui noi stessi abbiamo combattuto, ovvero il diritto all’autodefinizione e all’autodeterminazione”.

Lei sa bene che molti, in Israele, addirittura rifiutano l’idea che i palestinesi siano un “popolo”.

“Non me ne potrebbe importare meno. I palestinesi si vedono, e tutto il mondo li vede, come un popolo e una nazione. E meritano uno Stato”.

Quindi la soluzione a due Stati, esclusa da Netanyahu e prima ancora invisa a Sharon, resta l’unica strada non solo per la pace ma anche per la sopravvivenza di Israele.

“La traccia per futuri accordi dovrà essere molto simile a quella che qualche anno fa tracciai appunto con il professor Nusseibeh. Israele e uno Stato di Palestina lungo le linee di confine tracciate nel 1967, con eventuali aggiustamenti realizzati sulla base di scambi di territorio alla pari con rispetto alla demografia, le esigenze di sicurezza e di continuità territoriale tra la Cisgiordania e Gaza. Il che significa che circa il 20% dei settler dovrà essere ri-trasferito nell’Israele vero e proprio. Oppure dovrà prendere la cittadinanza palestinese, cosa che però dipenderà dai palestinesi. Gerusalemme Ovest sarà sotto la sovranità di Israele, Gerusalemme Est sotto quella dei palestinesi. Il Muro del Pianto sarà sotto il controllo di Israele, Haram al-Sharif sotto quello dei palestinesi. I luoghi santi cristiani manterranno lo status quo”.

Che cosa pensa della decisione di Donald Trump di considerare Gerusalemme la capitale riunificata dello Stato di Israele?

“Un grosso errore. Cancellando la discussione su Gerusalemme, Trump ha cancellato l’ipotesi dei due Stati, e non è stata una mossa molto furba. Però Trump a un certo punto aveva detto: uno Stato, due Stati, per me è lo stesso, vedano loro. Dichiarazione poco politica, certo, ma aveva ragione, perché sta a noi decidere. E se vogliamo davvero trovare una soluzione, dobbiamo abituarci a pensare in modo diverso”.

La “questione palestinese” è tuttora alla radice di molte delle tensioni che agitano il Medio Oriente e lo precipitano in un ricorrente stato di guerra. Anche il latente conflitto tra Iran e Israele rientra in questa considerazione. Ma la domanda è: davvero l’Iran è una minaccia mortale per Israele? O Israele esagera perché, come dicono molti, ha sempre bisogno di un nemico?

“Israele non esagera. L’Iran è una minaccia molto grande perché non riconosce Israele come un’entità legittima. Non possiamo in alcun modo permettere che gli iraniani sviluppino un nucleare militare, sarebbe una minaccia esistenziale per lo Stato ebraico. Quindi la vera domanda è: come possiamo impedirlo? Non credo in una soluzione militare. Penso invece che dovremmo fare due cose. La prima è rispettare l’accordo raggiunto da Obama nel 2015, che non è un buon accordo ma se non altro ci dà 10-15 anni di tempo in più. La seconda è formare una coalizione con i Paesi del Medio Oriente che, come noi, vedono una minaccia nel nucleare iraniano, e chiedere per questa coalizione l’appoggio della comunità internazionale. Penso a Paesi come la Giordania, l’Egitto e altri, relativamente moderati, che sono spaventati dal nucleare militare degli ayatollah ma anche dall’ondata di radicalismo islamico e terrorismo che negli ultimi trent’anni l’Iran ha promosso per espandere la propria influenza politica”.
 

Il fanfulla servo vuole mandare via Huawei per fare gli interessi degli Stati Uniti a discapito di quelli italiani

L’Italia si allontana dalla Cina per riabbracciare gli Stati Uniti

POLITICA /Federico Giuliani
18 GIUGNO 2019

Matteo Salvini è volato oltreoceano per rafforzare l’alleanza tra Italia e Stati Uniti. Il ministro dell’Interno si è dovuto accontentare, si fa per dire, di incontrare il vicepresidente Mike Pence e il Segretario di Stato Mike Pompeo. Porte chiuse, invece, per un faccia a faccia con il Presidentissimo Donald Trump, sia per ragioni di gerarchia che di protocollo: fin qui Salvini resta pur sempre un ministro e non un Presidente del Consiglio. Il viaggio di Stato del Segretario della Lega apre un nuovo capitolo nella politica estera italiana, ma soprattutto potrebbe ridimensionare il rapporto stretto solo pochi mesi fa con la Cina. Gli sforzi fatti da Di Maio per firmare il Memorandum d’intesa con Pechino rischiano di finire in fumo, bruciati da possibili nuovi accordi tra Roma e Washington.
La Cina si allontana, gli Stati Uniti si avvicinano

La trasferta statunitense di Salvini aveva uno scopo ben preciso: dare uno schiaffo all’Unione Europea sposando le idee di Trump, autentico spauracchio di Bruxelles, e allo stesso tempo legittimare il proprio sovranismo, simile a quello americano. Gli Stati Unitisono stati ben felici di accogliere il ministro dell’Interno italiano ma in cambio hanno chiesto spiegazioni su diversi dossier: dal Venezuela alla Cina passando per la Russia. Salvini, che vuole abbassare le tasse imitando il modello economico trumpiano, è pronto a chiarire punto per punto tutti i dubbi della Casa Bianca, così da riaprire un forte canale comunicativo con Washington. “Sono qui per aprire un canale di comunicazione che può interessare moltissimo entrambi – ha detto Salvini poco dopo essere arrivato negli Usa – Noi a differenza di altri Paesi europei ci siamo”.
Le politiche di Salvini passano da Washington?

Il piano di Salvini è ambizioso ma richiede risorse che l’Italia in questo momento non ha a disposizione. Tuttavia gli Stati Uniti, nella speranza del ministro e come ipotizzato da La Stampa, potrebbero offrire quegli investimenti necessari per attuare la tanto discussa flat tax. In tal caso Roma dovrà abbandonare per sempre ogni tentazione offerta da Mosca e Pechino. Già, la Cina, un altro tema scottante sul quale Washington vuole massima chiarezza. Matteo Salvini ha fatto capire agli interlocutori di essere pronto a limitare l’adesione dell’Italia alla Nuova Via della Seta e, se necessario, a stracciare completamente l’intesa di massima raggiunta dal governo italiano con il Presidente cinese Xi Jinping. Il ministro ha inoltre parlato di Huawei, assicurando di raccogliere informazioni sull’azienda cinese per capire se potranno esserci gli estremi per escluderla dalla corsa allo sviluppo del 5G sul suolo italiano. Le parole usate da Salvini per riferirsi alla Cina non sono state lusinghiere, visto che il segretario della Lega ha parlato di “prepotenza cinese in Europa” e ha aggiunto che “il business viene dopo la sicurezza nazionale”. Se, come ha confermato Salvini, la fedeltà euro-atlantica dell’Italia non è mai stata in discussione neppure dopo la firma del Memorandum con la Cina, perché il governo italiano si è esposto così tanto facendosi vedere al fianco di Xi Jinping? Roma non può più prendere tempo e deve scegliere: Washington o Pechino.
 

Fulvio Grimaldi - Lo si dice a Fico per far capire a Di Maio che non si può cedere al Sistema massonico mafioso politico come se niente fosse e sperare che le persone indaffarate nella propria vita quotidiane non se ne accorgono. I voti dimostrano il contrario, l'avvertimento è chiaro e forte, certo si può sempre nascondere la testa nella sabbia...


Lettera aperta a Roberto Fico, presidente della Camera dei Deputati

Davide 18 Giugno 2019 , 9:00

DI FULVIO GRIMALDI

fulviogrimaldi.blogspot.com

“Se libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non desidera sentire”(George Orwell)

Caro Presidente Roberto Fico,

Ti scrivo da elettore e sostenitore dei 5 Stelle, sperando nel grado di credibilità che mi potrebbero conferire sessant’anni di professione giornalistica, con oltre 150 processi per reati di stampa in regime democristo-pidino, e che Alessandro Di Battista ha avuto la generosità di accreditare inserendomi in un elenco di “giornalisti liberi”.

Molti, nell’attuale temperie di neolingue e di capovolgimento di molti termini lessicali, ti definiscono “il Cinque Stelle rosso”, quello di sinistra. Credo che, provenendo da fonti che di sinistra sanno quanto un Aglianico del Cilento sa di patata irlandese, o da altre che il rosso hanno iniziato, ere or sono, a confonderlo con l’arcobaleno a stelle e strisce, anche tu nutra qualche riserva sul cappello messoti in capo.

Tanto più che tue parole e tuoi fatti all’origine di quell’abbaglio nei tanti che campano la vita affetti da compulsione ossessiva di sbattere fuori dall’universo mondo il Movimento a cui appartieni, ma salvando te, di sinistro o rosso nel senso incontaminato, museale, del termine, a me pare non abbiano niente. A dispetto del pugno chiuso, oggi spesso simbolo dei golpe striscianti Usa (vedi Otpor).

Rottura tra Camera italiana e Camera egiziana

Paradosso? Forse che sì, forse che no. Vediamo. Il tuo gesto di maggiore risonanza, accanto alla cauta discrezione osservata dai tuoi amici e colleghi, è stata la rottura dei rapporti tra la Camera che presiedi e il parlamento egiziano. Non so se un tale gesto di portata geopolitica spettasse alle tue competenze. Forse, prevaricava opinioni difformi di qualche eletto. In ogni caso spostava da una Camera di eletti, la tua, su un’altra camera di eletti materia di esclusiva attinenza giudiziaria. Cosa c’entrano i deputati egiziani con il caso Regeni, se non in termini puramente pubblicitari e demagogici? Poi, caro Roberto Fico, in base a quali certezze hai adottato un provvedimento di così drastica portata retorica? Avevi approfondito i termini della vicenda nei suoi aspetti personali, politici, giuridici, economici? O ti sei fatto trascinare dalla corrente? Da una corrente che si sa da dove viene e dove va a finire?

GIULIO REGENI

Avevi studiato il percome e il perchè di Giulio Regeni? Che negli Usa si era formato presso specialisti dell’intelligence. Che a Londra, dal 2013, aveva lavorato, con rapporti periodici di intelligence, per una delle maggiori società angloamericane di spionaggio internazionale, industriale e non, la Oxford Analytica. Che i dirigenti di questa impresa sono personaggi dal passato opaco, a dir poco, come il fondatore David Young, processato perché implicato nello scandalo Watergate che travolse Nixon; John Negroponte, ex-direttore della United States Intelligence Community, ambasciatore e inventore degli squadroni della morte in Centroamerica e Iraq; Colin McColl, ex-direttore del MI6, il Servizio segreto del Regno Unito per l’estero? Che, collateralmente Regeni faceva il ricercatore all’università di Cambridge avendo come tutor Anne Alexandre e Maha Abdelrahman, entrambe docenti legate alla Fratellanza Musulmana (FM), nemica mortale del governo Al Sisi, ma in ottimi rapporti storici con il Regno Unito?

La Fratellanza Musulmana arriva al potere con il Presidente Mohamed Morsi (2012-2013) che con il 17% vince un’elezione-burletta, boicottata da tutti i partiti egiziani tranne la FM. Nel 2013, dopo aver forzato l’introduzione della sharìa in un paese da sempre largamente laico, proibito gli scioperi e perseguitato i copti cristiani, Morsi venne spazzato via da una rivolta che aveva visto partecipare 22 milioni di egiziani su quasi 99 e in cui si inserirono i militari, poi confermati al potere con un plebiscito, nella persona del generale Abdel Fattah Al Sisi. Forse gli egiziani si sono ricordati che la FM nasce negli anni 20 del secolo scorso, sotto ispirazione britannica, per contrastare l’emergente movimento nazionale, laico, socialisteggiante panarabo e che, da allora e fino all’Isis, è sempre stata la quinta colonna del colonialismo.

Nel giorno in cui Al Sisi incontrava la ministra italiana dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, il 3 febbraio 2016, per chiudere una serie di accordi commerciali e industriali per miliardi di euro, compresa la gestione di Zhor, il più grande giacimento di idrocarburi del Mediterraneo da parte dell’ENI, veniva ritrovato sul lato di una strada il cadavere martoriato di Giulio Regeni. La Guidi venne immediatamente richiamata a Roma e i negoziati si interruppero. Con grande soddisfazione dei concorrenti anglo-franco-americani dell’ENI che già erano riusciti a liquidare il primato italiano nei rapporti con la Libia.

Fin dai tempi del re Faruk, prima delle rivoluzioni nazionaliste e socialiste arabe in Egitto, Iraq, Siria, Libia, Algeria, Yemen, i servizi di sicurezza egiziani erano considerati i più efficienti della regione. E, a detta degli esperti, lo sono rimasti. E’ concepibile, Roberto Fico, che un intelligence di tale forza ed esperienza non faccia scomparire una sua vittima, ma la faccia ritrovare, con tanto di segni di tortura, nel giorno preciso in cui il governo della stessa vittima conclude un gigantesco affare con il Cairo? Tanto da mettere in crisi i rapporti, fino alla rottura diplomatica, eliminare dalla scena il partner privilegiato dell’Egitto, provocare quella che tutti noi conosciamo come l’ininterrotta campagna politica e mediatica contro il regime cairota, giudicato a priori e a prescindere responsabile più diretto che indiretto dell’uccisione, chissà perché, del giovane italiano?

Dirai che non è concepibile che in tre anni gli inquirenti egiziani abbiano sbagliato pista dopo pista e sostanzialmente ostacolato, anche nei rapporti con la magistratura italiana, l’emergere della verità. E sei partito lancia in resta contro il parlamento egiziano che, poco o nulla c’entra dal punto di vista istituzionale. Ne sono rimaste soddisfatte tutte le forze politiche e mediatiche, domestiche ed internazionali, che vedono di malocchio i rapporti tra un grande Stato europeo e il più importante Stato arabo-africano. Hai mai sospettato che l’operazione potesse celare qualche interesse non confessabile? Forse gli egiziani sanno benissimo chi ha ucciso, manomesso e fatto ritrovare Regeni. Forse denunciarlo apertamente metterebbe a repentaglio un delicatissimo equilibrio geopolitico e geo-economico in cui l’Egitto, ora anche amico della detestata Russia e protagonista anti-occidentale sulla scena libica, è costretto a muoversi. Ci hai pensato?

Ti sei guardato bene quel filmato di un’evidenza solare, ma che molti hanno interpretato in senso opposto a quanto risulta. Video in cui Regeni parla con il suo confidente, ritenuto un oppositore sindacale, ma in effetti informatore della polizia messo al controllo di uno straniero con riferimento centrale nella American University del Cairo, perenne covo di spie occidentali, con antecedenti come quelli sopra descritti e quindi decisamente sospetto. A Regeni Mohammed Abdallah aveva provocatoriamente chiesto un aiuto per curare la madre ammalata di cancro. La conversazione è lunga (vedi Google), ma il succo è che Regeni rifiuta e dice di essere stato incaricato di stanziare 10milla dollari, ma per un progetto – “portami un progetto” –, non per la malattia della mamma. E il “progetto” lo chiede a chi pensa essere un oppositore del governo. Come se qui arrivasse un ragazzotto americano con retroterra spionistico e chiedesse a un Landini qualsiasi di preparagli un progetto contro Di Maio. Legale?

Caro Roberto Fico, ci sarebbe molto da aggiungere, di elementi sia materiali che logici fondati su un presupposto solitamente eloquente, il “cui prodest?”. Ma puoi provvedere tu stesso. Gli elementi materiali a disposizione per i bene intenzionati sono numerosi. Penso che a uno attento alle sorti del paese e, più, a quelle della verità, contro ogni pre-giudizio, basti già quanto ho scritto per fare qualche riflessione. Tardiva, ahinoi. Del resto non ci vuole molto: questi sono ripetitivi come una novena.

Ricorda Regeni trovato mentre l’Italia concludeva al Cairo grossi accordi a spese di altri concorrenti; poi pensa al Golfo Persico e a quella successione di petroliere incendiate, compresa una giapponese, proprio mentre il premier giapponese stava concordando a Tehran, sotto attacco e sanzioni Usa, come dribblare l’embargo petrolifero di Trump. Non credo che condividerai l’astuta analisi di dotti esperti che attribuiscono ai governanti di Tehran, con un popolo in pessime acque a causa di sanzioni genocide, la sindrome tafazziana del cretino che, per fare dispetto a Xantippe, si recide le gonadi.

Chiesa copta fatta saltare dai FM

Mi obietterai che, comunque, quello di Al Sisi è un regime dispotico, che maltratta e incarcera gli oppositori. Da giornalista che frequenta quei posti da tanto e ne conosce storia, tradizioni, limiti e virtù, direi: lascialo dire a un egiziano. Il tuo giudizio è alimentato dai media occidentali, gli stessi che ci hanno trascinato a distruggere il più prospero paese del Medio Oriente perché “aveva e minacciava armi di distruzione di massa”. Ciò che non ti dicono è che, da quando i FM sono stati estromessi dal potere (e Al Sisi si fa sentire a Mosca e a Tripoli), il loro braccio armato, che tu sai inventato, finanziato, armato dagli Usa via alleati come Arabia Saudita, Turchia e Qatar, ha messo in piedi una campagna terroristica che non ha nulla da invidiare a quella con cui si è assaltata la Siria. Non passa giorno che non vengano trucidati poliziotti, soldati, magistrati, laici, o che vengano fatte saltare chiese copte con tutta la gente dentro.. Difficile, in queste condizioni, a non essere grilli parlanti, pretendere che si tenga in piedi un governo come lo vorrebbe Platone.

MIGRANTI


Un’altra cosa che non ti dicono i nostri media e, con particolare disponibilità all’occultamento il giornale di cui dici di essere fervente lettore, “il manifesto”. Il quotidiano tanto “comunista” quanto antipopolare e, conseguentemente, il più livoroso di tutti contro il M5S.La virulenza con qui questo giornale, che si finge comunista, si lancia contro ogni provvedimento dei 5 Stelle a sostegno dei deboli e sfruttati, non ha uguali neanche nella stampa ufficialmente dell’élite. E mi chiedo se ne apprezzi anche l’appassionato sostegno a un’eroina di guerra (Serbia, Libia) e di colpi di Stato (Honduras) come Hillary Clinton e al suo corrottissimo entourage, oppure tutte, ma proprie tutte, le campagne, colorate o meno, che partono dai bassifondi di Washington e dai forzieri del patriarca di tutte le speculazioni, George Soros. Non ti dicono che del “fenomeno epocale, incontrollabile, inarrestabile, emigrazione”, oltre a una linea di arrivo – il gommone in mare, i campi di pomodoro – esiste anche una linea di partenza. Sotto controllo dello stesso circuito coloniale. Perché epocale, incontrollabile e inarrestabile è il colonialismo. La linea di arrivo è quello che riunisce il papa, le Chiese, gli imprenditori agricoli (possidenti, Grande Distribuzione), industriali, logistici, commerciali (Amazon, riders, altiforni, industria del turismo) e la smisurata armata dei buoni e solidali sotto il segno dell’accoglienza senza se e senza ma. Quella di partenza è gestita da agenti in loco dello stesso circuito, sempre Ong, spesso missionari.

Non so se il tuo capo politico, incline a troppe mediazioni a perdere, come dimostrano i recenti esiti elettorali, tenga ancora botta sulla definizione di “taxi del mare” applicata alle Ong dette non governative, private, ma con forti ed evidenti collegamenti a governi e centri finanziari (quelle con Soros, uomo di Belgrado, Maidan, crollo della Lira, sono documentati). O credi davvero che tutti questi precisi appuntamenti tra gommoni, immancabilmente in difficoltà a un tiro di schioppo dalla Libia, e navi Ong sono il risultato di fortuite coincidenze? E, dato che la giaculatoria che i migranti “fuggono da guerre, dittature e fame” perlomeno in Africa ha perso un po’ di credibilità, ora tocca trovare un altro pretesto che impedisca assolutamente il blocco dei migranti e la loro riconsegna ai libici. Ed ecco che non c’è anima accogliente che non si stracci le vesti sugli orrori dei lager libici, stupri, torture, assassinii.

Altro che Auschwitz. Di cui non si vedono né i segni sulle vittime, se non di qualche rissa, né centinaia di corpi in cura e riabilitazione nelle cliniche. E neppure qualche immagine rubata da cellulari che pure ogni migrante ha. Solo grandi spazi tipo hangar con gente ammassata, indubbiamente non Sharm el Sheik. Ma neppure Auschwitz. Anche perché in tutti questi campi, dello pseudogoverno di Tripoli o delle milizie, ci stanno i rappresentanti dell’UNHCR o dell’OIM, le due agenzie Onu addette a favorire gli sradicamenti. Oggi si fanno passare per attuali foto viste 8 anni fa, quando i nostri amici di Misurata (oggi rafforzati da 500 soldati italiani) catturavano libici neri e li frustavano a morte.

Già, caro Roberto Fico, perché di sradicamentp si tratta. E qui siamo alla linea di partenza. Dalla quale se ne va, magari grazie a qualcuno che gli prospetta il Bengodi in Europa, chi ha subito il furto delle terre da parte della Monsanto, o ha visto la sua valle inondata per colpa della Diga di Impregilo, o la sua foresta abbattuta, o la sua terra devastata e la sua acqua inquinata dall’industria estrattiva, sempre per mano di multinazionali straniere; o la legione francese in tutto il Sahel e oltre occupare militarmente il suo paese, radere al suolo villaggi e comunità che non ci stanno, depredare l’economia a forza di furti di risorse e manomettendo ogni sovranità con la moneta coloniale FCA e le riserve auree nelle banche parigine; ha visto disintegrare la sua pace grazie alla semina del solito terrorismo di cui si conoscono da sempre i padrini, o il suo futuro azzerato dalla riduzione al sottosviluppo operato là dove il futuro si prospettava in termini diversi e contrari a quello pianificato dalla globalizzazione neoliberista in armi. E pensiamo a Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, America Latina.
Di Battista denuncia la moneta predatrice FCA

Hai visto, come noi che li abbiamo incontrati spiaggiati a Lampedusa o nei ghetti foggiani, che chi lascia il paese lascia la comunità, recide le sua radici, la sua storia, le sue creazioni ambientali e monumentali, la sua civiltà, il suo nome, il suo futuro. E non ne acquista altre: finisce nelle banlieu, nei ghetti urbani del Nord, si raccoglie intorno a disseccati residui di comunità espatriata. E’ esattamente ciò che vuole il colonialismo e ciò che facilitano i “buoni”. E’ calcolato che solo il 3% sfugge a un destino di schiavismo, sfruttamento abietto, emarginazione, alienazione. E diventa altro. Altro da se.

Gli immigrati, non superando l’8% della popolazione, risultano tra il 35 e il 50 % degli autori di reati contro la persona e la proprietà. La mafia nigeriana, che ormai controlla spaccio e prostituzione su mandato delle altre mafie, è il frutto dello sradicamento. Chi non mangia con la Caritas, chi non ce la fa a campare con due dollari all’ora, va lì. Ma non ne troverai mai menzione in qualche Angelus, o in qualche trafiletto del “manifesto”. Eppure anche queste sono vittime. Qualcuno si integra e viene esibito per ogni dove. Buon per lui. Ma cosa ha perso la secolare, millenaria, vicenda costruita dal suo popolo, in cambio di aver mandato le generazioni produttive e riproduttive tra noi, al dumping e alla destabilizzazione sociale. Una conflittualità indotta, dagli accoglitori al pari di Salvini, che distoglie gente come te, come tutti i Cinque stelle, come tutti i vivi,dal combattere i padroni di tutto questo.

Roberto Fico, ci danno del razzista, perché non seguiamo i Bergoglio, gli Zanotelli, i Ciotti, il manifesto, il buonismo degli ipocriti, nel semplicismo irresponsabile e disumano dell’accoglienza senza se e senza ma. La chiamavano tratta fin dal ‘600. E tratta rimane. Il capitalismo non cambia. E’ l’accoglienza dei nuovi colonialisti. Ci danno del complottista perché proviamo a guardare dietro le quinte dell’operazione migranti, alle vite prima del presunto naufragio, perché non ci siamo dimenticati, a dispetto di un’operazione di chirurgia genetica che punta al transumano, al passaggio dal già acquisito “uomo senza qualità” a quello senza identità. Replicanti tutti indistinti e uguali, ideali per l’élite della globalizzazione.

Anni fa, quando altri si erano arresi e intruppati, contro tutto questo era nato un MoVimento. Oggi è in grave difficoltà sotto la controffensiva degli governanti di sempre, e per errori e cedimenti. Un modo per farla finita è quella di mettergli sopra un lestofante che sbraita, che urla, ma con più volume, le stesse cose su migranti o UE e quindi fa apparire timidi e rinunciatari voi. Oppure la butta in caciara xenofobica e razzista antislamista, screditando i motivi sacrosanti per non far partire più nessuno da casa sua con la promessa dello jus soli dell’esilio in cambio della vendita ai colonialisti di quello suo. Un altro è quello di dare del “rosso” a uno e del “giallo” all’altro. Serve solo a spaccarvi. Non ti ci prestare.

Alla Festa della Repubblica, il 2 giugno, hai voluto usare proprio quel palco e quella ricorrenza, tu che occasioni per esternare al popolo ne hai infinite, per sollecitarci a prenderci cura di migranti e rom e chissà di quali altri bisognosi qui capitati. I plausi che ti si sono rivolti hanno un sapore più fetido delle minacce rivolte dai decerebrati di Forza Nuova alla famiglia rom di Casal Bruciato. Sono venuti da chi sulla mala sorte di migranti e rom ha costruito una falsa reputazione e una società di falsi. Occhio, quando ti danno del “rosso”. Intendono il contrario.

E la prossima volta che decidi di rompere i rapporti tra la tua Camera e quella di un altro paese, prova con quella statunitense. Ventuno anni fa il Cermis. Lì qualcuno, ben più noto di chi ha ucciso Regeni, di nostri concittadini ne ha uccisi non uno, venti. Neanche per bloccare un accordo inviso. Per gioco. Per divertimento. Sono ventun’anni che quegli assassini girano liberi e indisturbati. Vogliamo rompere col Congresso o no? E quanto alle centinaia di italiani che sono stati mandati a morire da Usa, Nato e loro servi, con chi vogliamo rompere i rapporti, Roberto Fico?

Un saluto e un auspicio,

Fulvio Grimaldi

Fonte: https://fulviogrimaldi.blogspot.com

Link: https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/06/lettera-aperta-roberto-fico-presidente.html

17.06.2019
 

Il Parlamento non ha paura dei MiniBot gli euroimbecilli e il governo italiano si

Mini-bot, analisti iniziano a temere Italexit 

18 Giugno 2019, di Alessandra Caparello

Continuano a destare forti preoccupazione i mini-BOT, titoli di Stato di piccolo taglio che potrebbero essere qualificati come “valuta”. A fine maggio la Camera ha approvato all’unanimità una mozione che impegna il governo a varare un provvedimento per il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese in mini-bot, destando un mare di polemiche.

Una mossa controversa quella del governo giallo-verde approvata subito dopo le elezioni europee. Il capo della Banca Centrale Europea Mario Draghi ha rigettato la proposta avvertendo che sarebbe illegale per l’Italia introdurre una moneta parallela o in alternativa sono ulteriore debito. Anche il ministro dell’economia Giovani Tria, qualche giorno fa dopo la riunione dell’Eurogruppo che raccoglie tutti i ministri delle Finanze, aveva definito quella dei mini-BOT una cattiva idea.

Alessandro Tentori, esperto del reddito fisso di AXA Investment Managers, ha sottolineato che l’idea dei mini-BOT non è nuova – visto che sono inseriti anche nel programma della Lega – ma i titoli hanno maggiori possibilità di essere implementati ora, dopo le elezioni parlamentari europee, che hanno visto proprio la Lega di Matteo Salvini diventare il più grande partito italiano. Tuttavia l’esperto avverte:

“A nostro avviso, l’introduzione dei mini-BOT farebbe più male che bene. Penso che il governo potrebbe procedere solo in uno scenario di contingenza, se l’economia si dovesse evolvere molto peggio del previsto (…) D’altra parte, questo strumento è soggetto ad abusi, nel senso che sarebbe interamente nelle mani del governo decidere quanto e quando emettere i mini-BOT.

Italexit si o no? Esperti divisi

In ogni caso per alcuni esperti con i mini-Bot lo scenario Italexit non è così lontano. Secondo Hilton di Columbia Threadneedle il governo italiano sta “seminando i semi di un’eventuale uscita dalla zona euro… introducendo una moneta nazionale” il loro “obiettivo potrebbe certamente essere raggiunto”.

Phil Milburn, global fixed income manager della Liontrust, ha sottolineato che se si andasse avanti sulla strada dei mini-BOT, sarebbe il primo passo di un lungo viaggio dell’Italia con una propria moneta.

Ma c’è anche chi conferma che l’Italexit è l’obiettivo dei mini BOT, ma che raggiungerlo nel breve termine è improbabile. Craig Inches, gestore di fondi del RLAM, ha confermato che se i mini-BOT andassero avanti “il mercato probabilmente vedrebbe questo strumento come un potenziale percorso verso un’eventuale uscita dall’Italia”.

Tutto ciò porterebbe i rendimenti italiani raggiungere nuovi massimi, con gli investitori riallocati fuori dall’Italia in mercati rifugio più sicuri, in genere i bund tedeschi e l’intera sopravvivenza dell’euro, nella sua forma attuale, sarebbe minacciata. Tuttavia, la probabilità che ciò accada nel breve e medio termine è bassa.

Secondo l’esperto infatti la popolarità dell’euro tra la popolazione italiana rimane elevata.

Anche se la Lega non acconsente volentieri a tutte le richieste della Commissione Europea, è improbabile che in questo momento l‘uscita dall’euro sia nell’interesse del paese”.

Il dato e che i MiniBot spaventano gli euroimbecilli di tutte le razze MA anche chi li dovrebbe creare e metterli in circolazione

La verità (che li spaventa) sui minibot
 
di Piemme
16 giugno 2019

 
 
Martedì 28 maggio il Parlamento ha approvato all'unanimità una mozione che impegna il governo a rendere possibile il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese creditrici con titoli di Stato di piccolo taglio, altrimenti denominati MiniBoT.

Contro i MiniBoT è giunta fulminea la scomunica di Draghi — «O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito e quindi lo stock sale. Non vedo altra possibilità» — si sono scatenati contro, oltre a Moody's, non solo i suoi mastini di guerra — a cominciare dal ministro Tria con piddini, berluscones e giornalisti al seguito — ma pure comunisti presunti, gli improbabili economisti di Coniare Rivolta, e neofascisti in pectore come l'avvocato (del diavolo) Marco Mori.

Ma andiamo con ordine

Cosa sono infatti i Buoni ordinari del Tesoro (BoT)? Spiega il Mef:
«Sono titoli a breve termine, ovvero con durata non superiore a un anno, privi di cedole; il rendimento infatti è dato tutto dallo scarto d'emissione».

Detto in parole semplici: chi compra un BoT presta i suoi euro allo Stato in cambio di un titolo, ma non incasserà alla scadenza alcun interesse, otterrà un guadagno solo ove il valore d'emissione sia inferiore a quello nominale — può evidentemente accadere il contrario. Ogni anno lo Stato lancia dei BoT e li mette all'asta. Per la cronaca: l'ultima asta, che c'è stata proprio ieri (BoT con scadenza al 12 giugno 2020) ha avuto una domanda per quasi 10 miliardi di euro.

Un "MiniBoT" (salvo "sorprese", che più avanti vedremo) è un BoT come gli altri, niente di più niente di meno. Il suffisso "mini" sta ad indicare, così recita la mozione parlamentare, che con la liquidità ottenuta lo Stato non va a finanziare il debito pubblico (in essere o futuro) ma ci rimborsa le aziende che per lo Stato hanno prestato dei servizi. Come mai una misura tanto modesta, del tutto lecita e tutt'altro che eversiva (non a caso votata, salvo patetici mea culpa successivi in modo bypartisan) sta suscitando tutto questo grande casino?

Perché la posta è tutta politica, simbolico-politica: si tratta di stabilire se lo Stato italiano, privato da tempo della sua sovranità in merito alla politica monetaria ed economica, possa o no aggirare le stringenti norme che derivano dal "vincolo esterno" e dall'appartenenza all'eurozona. Lassù, ovvero dalle parti di Francoforte e Bruxelles temono che questo "aggiramento" posa diventare "raggiramento", "imbroglio"; ovvero che questi MiniBoT possano diventare una moneta nazionale complementare all'euro.

Torniamo dunque al monito di Draghi: «O sono moneta, e allora sono illegali, oppure sono debito e quindi lo stock sale. Non vedo altra possibilità».

Draghi ha formalmente ragione, ma...

Sul piano formale non c' alcun dubbio che Draghi ha ragione. Dalla sua ha il Trattato di Lisbona — Articolo 105 A che tratta della politica monetaria — che stabilisce in modo inequivocabile che soltanto la "BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l'emissione di banconote all'interno della Comunità".

E, sempre sul piano formale, non ha torto nemmeno sul fatto che l'emissione di MiniBoT per rimborsare aziende creditrici della Pubblica amministrazione — quindi non solo lo Stato, ma regioni, comuni, ecc — sia ulteriore debito —secondo i calcoli più recenti sono circa 53 i miliardi che le amministrazioni pubbliche debbono al settore privato. Anche qui Draghi si appoggia alle regole ed ai criteri europei, precisamente aiCriteri di convergenza di Maastricht che stabiliscono una distinzione tra il "debito pubblico allargato" ed il "debito pubblico". In base a questi criteri il "debito della pubblica amministrazione" è da considerarsi un aggregato più ampio rispetto al "debito pubblico", ovvero del settore statale. Per "debito pubblico" si intende infatti solo l'ammontare dei mezzi finanziari per ogni periodo che il settore pubblico destina alla copertura del proprio fabbisogno. "Mezzi finanziari" sono appunto i titoli di stato. Mele e pere, dice Draghi, non si sommano: un conto sono i debiti verso il mercato finanziario, un altro quelli verso privati che hanno fornito servizi per la pubblica amministrazione. Per fare un esempio: com'è noto il Comune di Roma ha un debito monstre di circa 12 miliardi. Nel "Decreto crescita" il governo se lo è caricato sulle spalle, ricorrendo quindi all'emissioni di titoli di stato. Va da sé che se invece avesse lasciato andare il Comune in default (come alcuni liberisti han chiesto), quei 12 miliardi non sarebbero diventati "debito pubblico".

Quindi sì, se io trasformo crediti del settore privato verso la pubblica amministrazione in titoli, formalmente essi costituiscono "debito aggiuntivo". Ed è anche vero, come spiega causticamente Massimo Famularo su Il Sole 24 Ore dell'altro ieri, che non si tratta di una procedimento di mera cartolarizzazione,che in effetti è un diverso dispositivo rispetto alla trasformazione di debito in obbligazioni di stato.

... occorre badare al nocciolo della questione

Ma andiamo al nocciolo, evitando di restare impigliati in formalismi e/o diavolerie finanziarie — come già affermato dal Comitato centrale di P101, i debiti dell'amministrazione pubblica restano pur sempre debiti, anche ove non siano trasformati in titoli. La guerra dichiarata ai MiniBoT non è per questioni formali ma sostanziali. Il fatto è che tra le pieghe della mozione parlamentare c'è una frase sibillina che allude a quello che lorsignori temono potrebbe accadere, ovvero che i MiniBoT diventino una moneta parallela all'euro. Recita testualmente la mozione approvata (segnaliamo la frase che mette in allarma lorsignori):
«Premesso che la legge di bilancio 2019 ha previsto un meccanismo di anticipazione di tesoreria per gli enti locali e le regioni, con il coinvolgimento di banche, intermediari finanziari, Cassa depositi e prestiti S.p.a. e le istituzioni finanziarie dell’Unione europea, volto proprio all’ulteriore smaltimento dei debiti maturati alla data del 31 dicembre 2018,impegna il Governo:a dare ulteriore seguito al processo di accelerazione del pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni, come evidenziato in premessa, anche valutando di assumere iniziative per l’ampliamento delle fattispecie ammesse alla compensazione tra crediti e debiti della pubblica amministrazione, oltre che la cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio, implementando l’applicazione di tutte le misure adottate nella legge di bilancio 2019, relative anche alle anticipazioni di tesoreria, per garantire il rispetto dei tempi di pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni ed uscire, così, dalla procedura d’infrazione che la Commissione europea ha avviato contro l’Italia sull’attuazione della direttiva sui ritardi di pagamento».

Qui si dice dunque che "oltre alla cartolarizzazione", per saldare i debiti della pubblica amministrazione potranno essere utilizzati ed emessi anche "titoli di Stato di piccolo taglio", i MiniboT appunto.

Lorsignori ritengono dunque che questa mossa dei MiniboT sia uno stratagemma per prepararsi all'uscita dall'euro, una tessera quindi di un disegno eversivo, altrimenti detto "Piano B". Ecco quel ha scrittoAndrea Boda su IL SOLE 24 ORE del 31 maggio subito dopo l'approvazione della mozione parlamentare (consigliamo di leggere per intero il suo allarmato articolo):
«Negli ultimi giorni, probabilmente corroborata dal successo elettorale alle europee, la Lega sembra aver fatto uno scatto nel progetto mai troppo nascosto di uscita dell’Italia dall’euro (o quantomeno di minaccia dell’uscita) attraverso un “piano B” che spesso sembra essere a tutti gli effetti un “piano A” che prevede una serie di mosse che finiscono per creare le condizioni per un irreversibile sentiero di uscita dal sistema monetario unico, visto da alcuni come una gabbia che non consente al paese di crescere».

Quindi, andando al succo che preoccupa gli euristi, aggiunge:
«Si tratta, in sostanza, dell’autorizzazione a procedere all’emissione di “MiniBOT”: di fatto banconote del Tesoro di piccolo taglio (in euro) sotto forma di titoli al portatore che sarebbero garantiti dalle entrate fiscali. “BoT” è l’abbreviazione di un buono del tesoro italiano, e la piccola denominazione li rende mini. I BoT convenzionali sono titoli elettronici di libri contabili, ma i mini-BoT verrebbero stampati, secondo quanto riferito, utilizzando le presse dei biglietti della lotteria statale, e i progetti sarebbero già stati selezionati».

Ciò che li spaventa non è tanto il fatto che il governo metta in circolazione dei MiniBoT per saldare i debiti della pubblica amministrazione, quanto invece che essi possano diventare una moneta parallela (quindi adoperata accanto all'euro come mezzo di scambio e di pagamento) in vista di un "piano B" di uscita dall'euro.

Il nostro, dopo aver segnalato che "il voto unanime della mozione renderà più complicato anche per il Quirinale opporsi ai prossimi passi del governo", citando quanto ha dichiarato recentemente da Salvini, fa uno più uno, e teme che il governo abbia in effetti un "piano B" che tra le altre misure preveda:
«...di trasformare parte dei saldi di conti correnti privati in MiniBoT a pari importo *nominale* (per poter asserire di non aver fatto alcuna “patrimoniale”, che è un provvedimento a costo politico molto elevato) cercando, con la più ampia diffusione possibile, di rendere “liquido” il MiniBoT riducendo al massimo la possibilità che si svaluti rispetto al nominale e generando quindi una mossa descrivibile (populisticamente) come “a impatto zero”».

Ciò che lorsignori scongiurano, noi auspichiamo

E' fin troppo noto che c'è nel Paese una massa enorme di liquidità che giace intrappolata e ristagna nella sfera bancaria, sarebbe non solo lecito ma necessario che il governo adotti ogni necessaria misura per mobilitarla. Il problema, delle due l'una, è che questa mobilitazione può avere due scopi diversi e opposti: può essere utilizzata per andare incontro all'eurocrazia, ovvero ridurre debito e deficit, oppure messa in circolazione per spezzare la spirale austeritaria, creare lavoro per dare una scossa potante al ciclo economico. E' la seconda via che l'Unione europea non può tollerare in quanto aumenterebbe debito e deficit, ed è per impedirlo che ha preventivamente lanciato il siluro della "procedura d'infrazione".

Vedremo nei prossimi mesi, in vista della legge di bilancio 2020, se il governo, come ci auguriamo, vorrà fare il bene del Paese, o se invece, tenterà di barcamenarsi dando una botta al cerchio e una alla botte. Se vorrà fare il bene del Paese, forte del consenso di cui gode ed anche della mozione parlamentare, tra le altre cose, emetterà i MiniBoT e aumenterà la spesa pubblica in deficit.

Per concludere: ciò che gli euristi scongiurano noi invece auspichiamo. Come ha dichiarato il Comitato centrale di P101:
«Se i Minibot funzionassero, e noi siamo convinti che funzionerebbero, essi potrebbero infatti trasformarsi all'occorrenza (ad esempio di fronte ad una restrizione di liquidità della Bce per piegare il governo italiano) in una vera e propria moneta parallela, normale mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali. Uno strumento dunque utilissimo per far uscire l'Italia dalla prigione della moneta unica. Proprio per questo, come Programma 101, vediamo con grande favore l'emissione dei Minibot: un primo passo verso la liberazione dalla gabbia eurista».

Non siamo sicuri che i "tuttosubisti" che frignano e sbraitano da ogni lato che questa dei MiniBoT sarebbe poco più di una pagliacciata si chiederanno a questo punto come mai l'eurocrazia ed i suoi vessilliferi contro i MiniBoT stanno sparando a palle incatenate. Sparano non solo perché temono questo atto sovrano di disobbedienza, lo fanno perché sanno che non sarà facile, né sul piano politico né su quello giuridico, impedire l'eventuale atto sovrano del governo giallo-verde.

NB

Marx diceva della merce che era "cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezze metafisiche e di capricci teologici". Ciò vale a maggior ragione per la moneta. Non è questa la sede per addentrarci nella stratosfera metafisca del denaro e delle sue variopinte forme e metamorfosi. Basti dire che anche a Francoforte sanno bene, parlando di moneta, cosa siano gli "aggregati monetari"; che cioè possono valere, come mezzi di intermediazione e di scambio, non solo le banconote che essi monopolisticamente creano dal nulla (M1 o liquidità primaria), ma pure gli strumenti finanziari della cosiddetta "liquidità secondaria" (M2 ed M3), e tra questi anche i Buoni ordinari del Tesoro, così come tutte le obbligazione statali emesse con una durata inferiore ai due anni. Leggere per credere la definizioni di moneta del SEBC (Sistema Europeo della Banche Centrali).
 

Un governo che non riesce neanche a decretare i minibot con in tasca già il via libero all'unanimità del Parlamento non ha nessuna progettualità ed è capace solo a campicchiare

Di Maio e la giravolta liberista del M5S
 
di Carlo Formenti
17 giugno 2019

Sulle pagine di Economia del Corriere dell’8 Giugno, leggo la seguente dichiarazione di Luigi Di Maio in merito al fallimento della trattativa fra Fca e Renault, a seguito dell’intervento dello Stato francese che detiene il 15% del pacchetto azionario di Renault: “è l’interventismo di Stato che ha provocato il fallimento dell’operazione. La Francia non ha fatto bella figura, noi anche se in contatto con Fca, abbiamo rispettato un’operazione di mercato. Se si fa mercato non è che interferiscono ministri e presidenti della Repubblica”.

Caro Di Maio qui, a fare brutta figura (per non dire di peggio), non è lo Stato francese, siete tu e lo Stato italiano che tu dovresti rappresentare (che a sua volta dovrebbe rappresentare gli interessi del Paese). Da quando ti hanno consegnato le chiavi dell’M5S, questo movimento, che inizialmente aveva assunto – almeno a parole – posizioni antiliberiste ed antieuropeiste, e aveva manifestato l’intenzione di tutelare gli interessi delle classi subalterne, ha compiuto una svolta di centottanta gradi, cercando di ottenere il consenso di Confindustria e delle grandi imprese, adottando senza riserve il punto di vista liberista in economia e mostrandosi sempre più acquiescente ai diktat della Ue.

Così la Francia – che assieme alla Germania può permettersi sia di dettare le regole agli altri Paesi dell’Unione, sia di prevedere per sé le opportune eccezioni alle stesse regole – fa pesare i propri rapporti di forza per tutelare i livelli di occupazione dei lavoratori francesi.

Viceversa l’Italia, per bocca di Luigi Di Maio – che si inscrive nel lungo elenco di politici nostrani che hanno svenduto il nostro sistema industriale alle imprese multinazionali spalleggiate dai rispettivi Stati di origine – si scaglia contro il peccato di “leso mercato” e resta con il cerino in mano.

D’altro canto non basta dire che lo Stato italiano avrebbe dovuto a sua volta “interferire” nella trattativa fra le due imprese: il fatto è che ciò è reso difficile, se non impossibile, da una lunga tradizione (iniziata negli anni Ottanta con lo smantellamento delle imprese a partecipazione statale e con la rinuncia a qualsiasi velleità di politica industriale) “antistatalista” di tutte le forze politiche (di centro, destra e sinistra) del nostro Paese. Questo atteggiamento non è cambiato nemmeno quando, dopo la crisi del 2008, si sono cominciati ad avvertire sempre più chiari segnali di inversione di tendenza rispetto al processo di globalizzazione, con gli Stati sempre più impegnati a sviluppare politiche neo protezioniste e ad assumere in prima persona la difesa degli interessi delle proprie maggiori imprese, “accompagnandole” nella lotta sempre più feroce per accaparrarsi fette di un bottino in contrazione.

Questo è il senso di eventi come il recente trattato fra Francia e Germania, l’intervento a gamba tesa degli Stati Uniti nel processo della Brexit, l’alleanza fra Russia e Cina in funzione anti americana. Mentre si torna a livelli di competizione interimperialistica che ricordano il primo Novecento (sia pure in forme e in un contesto geopolitico profondamente diversi), le mezze tacche che si contendono il governo dell’Italia, siano essi membri dei vecchi partiti socialdemocratici e liberali, siano essi i nuovi rampolli del populismo di destra (Salvini) o di centro (l’M5S) non sembrano concepire alternative fra la più abietta resa alle direttive della Ue (cioè all’alleanza franco-tedesca) e le velleitarie dichiarazioni di guerra a un avversario superiore in forza e intelligenza strategica.

Un avversario che potrebbe essere sfidato esclusivamente rivoluzionando profondamente il nostro modello produttivo con robuste iniezioni di politica industriale ed economia mista, recuperando la nostra sovranità monetaria e chiamando le classi subalterne alla lotta per democratizzare le nostre istituzioni. Ma questo non è quanto possiamo aspettarci da nani politici come i vari Di Maio, Salvini, Zingaretti, Berlusconi (per tacere di una agonizzante sinistra radicale).
 

martedì 18 giugno 2019

Alberto Negri - Fanfulla servo ufficiale, niente più fiducia va contro gli Interessi Nazionali pur di assecondare i suoi padroni: statunitensi, ebrei, whabiti cioè i padrini dell'Isis/al Qaeda

venti di guerra 18 giugno 2019
L’Iran, gli Usa e il nucleare: Trump vuole la guerra (e Salvini è il suo cameriere)
 
L’annuncio di Teheran dell’imminente superamento dei limiti delle riserve di uranio a basso arricchimento è un grido di aiuto contro lo strangolamento economico di Trump al Paese. Ma l’Europa non risponderà (e a Washington l’Italia ha mandato il peggior rappresentante possibile, Matteo Salvini)
 
di Alberto Negri
 
Brendan Smialowski / AFP

Che cos’è una politica estera dissennata e criminale? Nel caso dell’Iran ne abbiamo un esempio lampante. Qui la maggior parte dei commentatori, che in genere non hanno mai visto una guerra e tanto meno in Medio Oriente, ritiene che non ci sarà un conflitto contro gli ayatollah. Trump si avvia in campagna elettorale - è uno degli argomenti principali - e non gli conviene ritentare la conferma alla Casa Bianca con una guerra in corso. Sono ottimisti e forse sono anche già stati superati dalla realtà.

Quando Trump l’anno scorso si è ritirato dall’accordo sul nucleare firmato nel 2015 dal suo predecessore Obama - decisione presa su spinta di Israele e delle monarchie del Golfo come l’Arabia Saudita - aveva già fatto il primo passo verso un conflitto.

Non solo l’Iran non aveva violato l’accordo ma gli Usa mettevano continuamente sanzioni secondarie verso banche, aziende e Paesi che facevano affari con Teheran: sabotavano l’intesa e impedivano agli altri di attuarla. Se Teheran continua ad avere difficoltà a diventare un Paese “normale” come chiede il segretario di Stato Pompeo è proprio perché gli Usa non vogliono. E lo vogliono ancora meno i loro alleati nella regione perché l’Iran, secondo Paese al mondo per riserve di gas e quarto per quelle petrolifere, può diventare una potenza economica concorrente e attirare capitali e investimenti più di qualunque altro Paese della regione.

L’Italia, per esempio, aveva già firmato un memorandum di intesa con il presidente Hassan Rohani da 30 miliardi di dollari per commesse, grandi lavori e commercio. E pur in mezzo a mille difficoltà resta il primo partner europeo di Teheran.

Così gli americani hanno iniziato la fase preparatoria della guerra: lo strangolamento economico della repubblica islamica, soltanto mascherato dall’esenzione per sei mesi di potere acquistare greggio iraniano. Poi sarebbe cominciato quello che vediamo adesso: una sequela di provocazioni nel Golfo per fermare non tanto l’apparato militare iraniano ma soprattutto l’export di petrolio. A bombardare gli iraniani per il momento ci pensano in Siria caccia e missili di Israele.

Gli iraniani non potranno mai avere l’atomica e lo sanno perfettamente: altrimenti sarebbero già stati bombardati

Gli americani hanno messo il cappio al collo dell’Iran e ora intendono stringere la morsa. Potrebbe caderne vittima proprio il governo moderato del presidente Rohani ormai incalzato dai Pasdaran e dell’ala dura che non volevano firmare l’intesa sul nucleare del 2015. Se l’Iran si ribella al soffocamento economico e vanno al governo i duri, si procede verso la guerra. E in alternativa soltanto “i duri e puri” del regime possono davvero negoziare un’intesa per evitarla.

A Teheran hanno capito quello che già sapevano da molto tempo, e cioè che senza un’atomica nell’arsenale sarebbero stati sempre un bersaglio degli Stati Uniti e dei loro alleati. La conferma è venuta dall’iniziativa di Trump di aprire negoziati con la Corea del Nord: solo sei ha l’atomica vieni considerato degno di essere preso in considerazione dalla Casa Bianca.

Gli iraniani non potranno mai avere l’atomica e lo sanno perfettamente: altrimenti sarebbero già stati bombardati. Basti pensare che per le false accuse di possedere armi distruzione di massa gli americani hanno fatto fuori Saddam Hussein.
Gli Stati Uniti hanno già dimostrato di attuare guerre prive di qualunque giustificazione perché non ne hanno bisogno: se la inventano e quindi la vendono al mondo intero.

Gli iraniani possono soltanto possedere una bomba “virtuale”, cioè i mezzi per farla ma senza avvicinarsi troppo e quindi tenere sulla corda gli Usa e le monarchie del Golfo che sono le prime al mondo per spesa militare in armi americane e occidentali.

L’Iran corre su un filo sottile, non soltanto nel Golfo ma anche in Siria, in Iraq e in Yemen. Le altre poste in gioco di un eventuale conflitto contro gli ayatollah. Gli Usa sono affascinati come sempre dalla teoria del domino: se cade Teheran, pensano, ci prendiamo anche tutto il resto e poi passiamo a regolare i conti con la Russia e la Turchia, un membro della Nato che è ormai è più vicino a Putin che agli Usa e all’Occidente.

Non sorprende quindi che Teheran abbia annunciato che entro dieci giorni supererà i limiti delle riserve di uranio a basso arricchimento consentiti dall’accordo del 2015

Gli Stati Uniti quindi hanno mandato il premier giapponese Shinto Abe a provare una finta mediazione con la Guida Suprema Ali Khamenei ben sapendo che questa missione suonava come una sorta di ultimatum. E anche abbastanza comico: i giapponesi pur essendo una potenza più che rispettabile non sono la Russia, la Cina, Francia, la Gran Bretagna, Stati che fanno parte del consiglio di sicurezza Onu, che hanno l’atomica e sono garanti dell’accordo sul nucleare insieme all’Onu. Il tentativo di Abe è stato preceduto da un altro della Germania. Ma si è trattato di manovre dilatorie, fumo negli occhi: Germania e Giappone sono insieme all’Italia le potenze sconfitte dalla seconda guerra mondiale e messe sotto protettorato americano. Cosa volete che contino?

Se uno manda a Teheran giapponesi e tedeschi significa che vuole dal regime iraniano una resa senza condizioni. Non una trattativa. Tanto è vero che gli Usa hanno montato l’operazione contro le petroliere nel Golfo per potere accusare l’Iran proprio mentre Abe si trovava a Teheran: il premier nipponico deve essersi sentito preso in giro e ha fatto la figura dello sprovveduto.

Non sorprende quindi che Teheran abbia annunciato che entro dieci giorni supererà i limiti delle riserve di uranio a basso arricchimento consentiti dall’accordo del 2015. Non è una minaccia ma una richiesta di aiuto. Rohani aveva dato 60 giorni ai Paesi firmatari dell’accordo per rendere concrete le promesse di aggirare le sanzioni petrolifere e bancarie americane. Una richiesta rivolta in particolare agli europei.

Cosa farà l’Europa in caso di crisi prolungata e forse di guerra? La Gran Bretagna si è già schierata con Washington, la Francia fa finta di mediare ma in realtà tiene più alle sue commesse militari nel Golfo che alla pace in Medio Oriente, la Germania resterà neutrale, dimostrando ancora una volta di essere una potenza inutile in caso di conflitto, mentre l’Italia darà le basi agli Usa, come sempre. Salvini non lascia dubbi: è filo-israeliano, quindi filo-tutto. È d’accordo con Trump su tutto, dalla guerra all’Iran alla Cina, e afferma che l’Italia deve tornare a essere il primo partner europeo degli Usa, anche se non lo è mai stata. In poche parole abbiamo mandato un altro cameriere, per di più disinformato, a Washington, il quale non vede l’ora di rifilarci gli F-35 non venduti alla Turchia. Forse lo assumono. Sovranisti su Marte. 
 

Il fanfulla diventa ufficialmente servo statunitense ed è pure contento. Prima gli italiani diventa prima gli Stati Uniti

18 giugno 2019
Vedi alla voce sovranismo: Salvini regala l’Italia a Trump per fare un dispetto all’Europa
 
Offrirsi come sudditi a Washington per far paura a Bruxelles ed evitarsi la procedura d’infrazione: questa la mossa di Salvini contro l’Europa in vista della contro-lettera alla Commissione. Una strategia suicida: i patti coi giganti non sono mai un affare, per le formiche
 
  
NICHOLAS KAMM / AFP

Sì alla guerra all’Iran, nonostante l’Italia ne sia tra i primi partner commerciali. Sì alla guerra dei dazi alla Cina nonostante il memorandum d’intesa sulla nuova via della seta firmato dal governo solo pochi mesi fa. Sì agli F35 che costano tanto e non servono a nulla. Sì a Guaidò in Venezuela, nonostante la dichiarata equidistanza del premier Conte. Sì a fare tutti gli interessi americani contro l’asse franco-tedesco, dentro l’Unione Europea. Sì tutto quel che chiede la Casa Bianca, senza condizioni.

Se le elezioni europee del 28 di maggio - col trionfo della Lega, il crollo dei Cinque Stelle e il ribaltamento dei rapporti di forza nella maggioranza - ci hanno consegnato un nuovo governo in pectore guidato da Matteo Salvini, la visita del leader leghista negli Usa, dove ha incontrato il vicepresidente Pence e il segretario di stato Pompeo, non è che il suo primo atto programmatico: l’Italia in guerra con l’Europa, con una procedura d’infrazione in arrivo, lo spread al limite dei 300 punti base e i mercati che affilano i coltelli si consegna mani e piedi a Trump, offrendogli fedeltà assoluta in cambio di protezione.

Insomma, pare di capire che l’unica strategia dei nazionalisti di casa nostra è fare dell’Italia un protettorato americano, diventando uno strumento per devastare i processi di ulteriore integrazione ed emancipazione europea - esercito europeo vuol dire fuori dalla Nato? - che The Donald vede come fumo negli occhi. Il tutto, peraltro, non per ragioni di fini strategie geopolitiche e geoeconomiche: dai dazi al commercio estero sino alle sanzioni all’Iran non c’è decisione di Trump che ci abbia favorito. Anzi, se c’è un nemico dell’Italia è proprio il rosso presidente americano. No, dietro c’è solo una blanda motivazione tattica: far desistere l’Unione Europea dal comminarci una procedura d’infrazione, e permetterci di fare un’ulteriore manovra espansiva, sperando che la Casa Bianca tenga buoni i mercati.

Finirà con l’Italia in ginocchio tre volte: in Europa, dove dovremo accettare se rispettare i patti o uscire. Sui mercati, dove gli investitori internazionali continueranno a fuggire più lontano possibile dai Btp. E a Washington, che si è guadagnata fedeltà assoluta alle follie trumpiane in cambio di nulla

La prima cattiva notizia è che la Casa Bianca non tiene a bada un bel nulla, soprattutto in presenza di fondamentali economici devastanti come quelli italiani, col PIl che cresce meno d’Europa e il debito pubblico che cresce a livelli record, mese dopo mese. La seconda cattiva notizia è l’America non ha il potere di cambiare la matematica e i soldi per fare la flat tax non ci sono comunque. La terza cattiva notizia è che quando sei una formica e negozi con un gigante, è molto probabile che il gigante possa non rispettare la sua parte di patto, qualunque essa sia, ogni volta raggiunto lo scopo. E Trump ha più interesse a spaventare Merkel e Macron che a distruggerli: sia mai che firmino intese con la Cina o con Mosca, per ritorsione.

Fossimo in Salvini, insomma, dormiremmo sonni molto poco tranquilli. La grande sfida ai mercati finanziari della manovra 2020 - così dovrebbe addirittura titolare la risposta italiana alla lettera di Bruxelles, secondo alcune indiscrezioni giornalistiche - potrà godere di uno o due tweet di Trump in sostegno, ma finirà come deve finire. Con l’Italia in ginocchio tre volte: in Europa, dove dovremo accettare se rispettare i patti o uscire. Sui mercati, dove gli investitori internazionali continueranno a fuggire più lontano possibile dai Btp. E a Washington, che si è guadagnata fedeltà assoluta alle follie trumpiane in cambio di nulla, o quasi. Se questo è sovranismo. 
 

La guerra si avvicina velocemente - altri soldati statunitensi molto ma molto lontani dalle terre natie

Stati Uniti invieranno altri 1.000 militari in Medio Oriente: “Scopi difensivi”. Ma il timore è per le tensioni con l’Iran



Inizia il nuovo rafforzamento della presenza americana nella regione, come annunciato da membri dell'amministrazione Trump dopo i due attacchi alle petroliere saudite e a quelle nel Golfo dell'Oman. È l'ultimo capitolo dello scontro nell'area con la Repubblica Islamica

di F. Q. | 18 Giugno 2019

Altri mille soldati in Medio Oriente. Inizia il nuovo rafforzamento della presenza americana nella regione, come annunciato da membri dell’amministrazione Trump dopo i due attacchi alle petroliere saudite e a quelle nel Golfo dell’Oman che Stati Uniti e alleati regionali ritengono essere responsabilità dell’Iran. Ad annunciarlo è stato il segretario della Difesa di Washington, Patrick Shanahan, spiegando che il contingente sarà inviato a “scopi difensivi per fare fronte alle minacce aeree, navali e di terra in Medio Oriente”. Inoltre, il contingente contribuirà a garantire la sicurezza del personale militare che opera nella regione e a proteggere gli interessi nazionali degli Stati Uniti. 



La decisione, ha poi continuato il segretario della Difesa, è stata presa dopo una richiesta del Comando centrale Usa (Centcom) e in seguito a “consultazioni con la Casa Bianca“. Nonostante Washington ribadisca di voler evitare un conflitto con la Repubblica Islamicacontinuando “a monitorare la situazione e a modificare i livelli delle forze in funzione delle informazioni di intelligence riguardanti minacce credibili”, quello pensato dall’amministrazione Trump sembra l’ultimo capitolo di un pericoloso gioco al rialzo tra i due grandi avversari in Medio Oriente, la cosiddetta Mezzaluna sciita con a capo l’Iran e sostenuta dalla Russia e il blocco sunnita legato all’Arabia Saudita, con il supporto di Stati Uniti e Israele, che ha riportato d’attualità il rischio della proliferazione nucleare di Teheran. 



Anche la Cina, soggetto coinvolto nell’accordo sul nucleare, è intervenuta nel dibattito, dopo la Russia, e ha invitato “tutte le parti a restare razionali e misurate, evitando ogni azione che possa provocare l’escalation delle tensioni in Medio Oriente”, con il rischio “di scoperchiare il vaso di Pandora”, come ha dichiarato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. Wang, nella conferenza stampa con l’omologo siriano Walid Muallem, ha inoltre chiesto a Teheran di non abbandonare l’accordo sul nucleare.

Solo lunedì, il portavoce della Agenzia iraniana per l’energia atomica, Behrouz Kamalvandi, ha lanciato un altro ultimatum, dopo quello dell’8 maggio, in cui ha dato dieci giorni di tempo all’Europa per “rispettare i propri impegni” nell’ambito dell’accordo tra Iran e 5+1 (Jcpoa), dopo il ritiro degli Stati Uniti, altrimenti il Paese supererà il limite delle riserve di uranio a basso arricchimento consentiti dall’accordo sul nucleare entro il 27 giugno. “L’Ue ha un tempo limitato per adempiere ai suoi obblighi nel quadro dell’accordo sul nucleare ed è meglio che si assuma le sue responsabilità nel poco tempo rimanente, altrimenti l’intesa crollerà”, ha detto il presidente iraniano, Hassan Rohani, incontrando a Teheran il nuovo ambasciatore francese Philippe Thiébaud. “La situazione attuale è molto critica – ha poi aggiunto -e la Francia e gli altri firmatari dell’accordo hanno possibilità molto limitate di svolgere un ruolo storico nel salvare l’accordo. Imporre sanzioni su beni come le medicine e il cibo è disumano e mostra che la guerra economica degli Usa è contro ogni singolo iraniano”.

di F. Q. | 18 Giugno 2019 
 

Roma - Casa Pound prende prebende mentre fa politica del moralismo e il fanfulla servo chiude gli occhi


Politica / Esquilino / Via Napoleone III

Occupazione CasaPound, Raggi: "Basta privilegi, ora mi aspetto un segnale forte"

Il commento della sindaca dopo l'inchiesta della Corte dei Conti che ha stabilito un danno erariale da 4,6 milioni di euro

Redazione
18 giugno 2019 11:57


Occupazione CasaPound, Raggi: "Basta privilegi, ora mi aspetto un
“No ai privilegi e all’illegalità. No agli scrocconi”. La sindaca Virginia Raggi entra a gamba tesa sulla questione dell’immobile di via Napoleone III, occupato da CasaPound, per il quale la Corte dei Conti ha conteggiato un danno erariale da 4,6 milioni di euro. “Dopo tanto silenzio, finalmente si è mosso qualcosa”, ha scritto la prima cittadina su Facebook. “La Corte dei Conti oggi ci ha dato ragione, condannando alcuni dirigenti dell’Agenzia del Demanio e del Miur, che è proprietario dell’immobile, a
risarcire i danni per la mancata riscossione dei canoni di affitto e per omessa disponibilità del bene stesso”.
Per Raggi, “l’occupazione di quell’immobile è una ingiustizia nei confronti di tante famiglie che a Roma attendono l’assegnazione regolare di un appartamento. Nel corso di questi tre anni ho sollevato la questione in tutte le sedi competenti e a tutti gli organi competenti:
al Ministero dell’Interno di intervenire sgomberando il palazzo perché il Comune di Roma Capitale non può farlo in quanto non è nelle proprie competenze.
Lo scorso gennaio ho scritto al Ministero delle Finanze che, attraverso l’Agenzia del Demanio, è proprietario del palazzo. Ho fatto di tutto. Non mi sono arresa di fronte a questa ingiustizia ai danni di tutti i romani. Ora finalmente qualcosa si muove”. Poi conclude. “Ora mi aspetto un segnale forte. Un segnale di legalità e di rispetto delle regole che noi romani attendiamo con forza. Che l’immobile ritorni finalmente alla collettività”.
La notizia ha suscitato una serie di reazioni da parte di altri rappresentanti politici del M5S e del Pd, raggiungendo anche i vertici della politica nazionale pentastellata. Il sottosegretario di Stato Stefano Buffagni si è augurato su Facebook “che finalmente le autorità competenti possano procedere con lo sgombero di questo stabile che è una risorsa che deve essere messa a disposizione della collettività e valorizzata a dovere, togliendola dalle mani di chi dello Stato e dei cittadini, evidentemente, se ne frega". La vice ministra dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli, ha commentato: “Attendere oltre è offensivo per lo Stato e per i cittadini onesti. Quel bene deve tornare alla collettività, per essere inserito, come già detto nelle settimane scorse, o in un piano di riqualificazione o in un piano di dismissioni del patrimonio pubblico, entrambi obiettivi prioritari di questo Governo".
Dall’Aula Giulio Cesare, a parlare, è il capogruppo Giuliano Pacetti, che attacca direttamente l’alleato leghista del governo gialloverde:
“Cosa aspetta Salvini a procedere allo sgombero? La città ha bisogno di un segnale forte di legalità da parte del Governo, adesso. Salvini invece sembra non avere a cuore l'interesse dei romani: ha ostacolato in tutti i modi la chiusura della gestione del debito commissariale e sulla sentenza della Corte dei Conti non ha ancora speso nemmeno una parola. Lo sa che lo sgombero tocca a lui o dobbiamo fare un video per spiegarglielo?".
Reazioni anche da parte del Pd: "C'à una responsabilità amministrativa e una pesantissima politica. Salvini per tutelare gli amichetti fascisti di Casapound fa pagare i conti allo Stato. Liberare lo stabile di Roma non è rinviabile", scrive in un comunicato il segretario del Pd Lazio, Bruno Astorre. Aggiunge il segretario romano del Pd Andrea Casu: “Da oggi abbiamo altre 4.643.363 buone ragioni in più per convincere il ministro Salvini ad aprire finalmente gli occhi sull'occupazione illegale di CasaPound all'Esquilino nel cuore di Roma: una per ciascun euro del danno erariale calcolato dalla Corte dei Conti dal 2003 a oggi".
Dalla pagina Facebook della sindaca Virginia Raggi

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