L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 18 luglio 2019

Consiglio Superiore della Magistratura un verminaio le procure un covo di vipere ma anche i carabinieri non stanno bene

Il disagio nelle forze dell’Ordine: il caso del Carabiniere Salvatore Scardigno.

“CASADEGLITALIANI” E’VICINA E APPOGGERA’ COLORO CHE SI SENTONO IN DIFFICOLTA’ NELLE FORZE DELL’ORDINE

di Giuseppe Criseo
17 luglio 2019


La delusione e l’amarezza oltre lo sconforto che avviene quando all’interno delle forze dell’Ordine ci sono fraintendimenti ( nel migliore dei casi) se non veri e propri reati ( in tanti casi) dovuti a interpretazioni particolari e personali della legge da parte di chi ha alte cariche ed in virtù di esse si sente così in alto da essere “intoccabile” ( un esempio per tutti quello che abbiamo seguito di Stefano Calabrò in Liguria.

I casi crescono e sono parecchi senza che ci siano ispezioni e allontanamenti dai vertici ( se non dietro articoli pesanti su casi eclatanti) segno che ci sono delle dinamiche interne di natura politica oppure di centri di potere locali se non vera e propria commistione tra imprenditori, politici e mala politica, come emerge anche da quanto sta succedendo nella Magistratura che scriviamo con la m maiuscola per il grande rispetto e la stessa cosa per le forze dell’Ordine sane.

Nessuno mette in discussione le Istituzioni perno della democrazia, ma essere devono essere al servizio del cittadino e per il cittadino non di oligarchie locali che hanno condizionato la storia del Paese portando alla morte tanti grandi personaggi grandi esempi di coraggio,e professionalità, da Dalla Chiesa a Falcone oppure Borsellino, come giornalisti e sindacalisti che hanno denunciato e tuttora lo fanno, pensiamo a Nicola Gratteri.

Così però non si può andare avanti, facendo pulizia partendo dall’interno dei corpi principali dello Stato: forze dell’Ordine e Magistratura che assieme ai pochi sani corpi intermedi come sindacato e politica ( quando non sono asserviti a boss locali e poteri forti dal punto di vista economico).

Un percorso lungo e tortuoso, nonchè pericoloso per chi come noi nel nostro piccolo e pochi coraggiosi, cerchiamo di portare avanti.

Chi non ha il coraggio di farlo personalmente perlomeno faccia circolare quanto scritto, prodotto e denunciato da altri.

Veniamo però al caso concreto quello di Salvatore Scardigno, di cui non conosciamo i particolari, ma quanto scrive e che riportiamo in forma integrale, emerge un disagio tale che potrebbe portarlo a un gesto estremo che scongiuriamo con tutte le forze, ma che in questo come in tanti casi, sarebbe opportuno monitorare.

Chiediamo pertanto, visto l’alto tasso di suicidi e stress nelle forze del’Ordine, che il Ministero di Grazia e Giustizia e il Ministero dell’Interno, costituiscano un organismo tecnico ed indipendente che assista con psicologi ma anche con professionisti esterni e indipendenti, per verificare quanto sta accadendo pena il decadimento dell’immagine, della forza di volontà e della motivazione a lavorare per lo Stato e con lo Stato.

Dio perdonami non c’è la faccio più sono stanco di vivere in questo modo.
Maledico il giorno che ho denunciato la verità maledico me stesso per aver creduto nella giustizia maledico il giorno che ho fatto il Carabiniere.
Oggi mi hanno contestato un altro reato gravissimo mai commesso da me, sono certo di poterlo dimostrare anche nelle sedi giudiziarie ma mi chiedo perché rovinare un Brigadiere onesto che ha sempre lavorato con onestà e professionalità. Sono stanco di sopportare tutto ciò sono stanco di causare problemi non dovuti da me alla mia famiglia, sono veramente stanco stanco stanco.
Io ho denunciato la verità ho fatto varie denunce per fatti gravissimi successi in servizio ma nulla da 6 anni a questa parte esce a galla questo perché sono coinvolti Ufficiali dell’arma dei Carabinieri e loro non si toccano nascondono tutto è ti infangano con i poteri a loro conferiti di accuse false e prive di prove. Le indagini le fanno loro e poi chiedono di far archiviare tutto al p.m sono loro i delinquenti non io, ma purtroppo io sono solo e la mia parola non vale nulla perché la casta degli ufficiali non si tocca ne va di mezzo L’arma dei Carabinieri.
Forse è meglio che mi suicidio ma lascio scritto tutto ciò proprio per farvi capire a voi tutti amici e non di Facebook i veri motivi di questo gesto inconsulto.
Chiedo perdono a tutti chiedo perdono alla mia famiglia .
A mio figlio Nicholas dico solo sii sempre fiero di tuo papà perché non ha mai rubato non ha mai fatto male a nessuno a solo avuto la sfortuna di avere a che fare con ufficiali dell’arma disonesti omertosi e falsi.
Condividete il più possibile non so se ci sarà un’altra occasione per postare altri articoli ma vi prego voi tutti di aiutare la mia famiglia perché io non sono più in grado di farlo non ho più la forza di andare avanti.
Non sono pazzo sono solo stanco di essere definito un delinquente mai lo sono stato
Addio presto sentirete parlare di me”

Siamo vicini a lui e a quanti nel mondo del lavoro, si sentono soli, sottovalutati e sottopagati.

Giuseppe Criseo
Presidente 
CASADEGLITALIANI

La Lega è parte integrante del Sistema massonico mafioso politico e il fanfulla ha svolto il suo ruolo riportandola in auge ora deve essere accantonato ridimensionato



16 Luglio 2019 - Storia Maestra di Vita

“Massonofobo illiberale” sono stato definito poco dopo aver proposto, durante una conferenza stampa a Montecitorio, che i dipendenti pubblici avessero l’obbligo di rivelare la loro appartenenza alla libera muratoria, specificando rango e loggia. Malgrado la svolta verso la trasparenza degli ultimi anni, che vorrebbe le consorterie italiane ansiose di far conoscere a chicchessia l’elenco dei propri iscritti, di fatto un alone di mistero le circonda tuttora, con particolare riguardo a quegli iscritti la cui identità è all’orecchio del solo Grande 33. Leggendo i quotidiani di oggi emerge che dietro lo sgambetto moscovita subito da Salvini c’è lo zampino della massoneria francese, mentre una loggia italiana si affretta a farci sapere che il principale sospettato fu da essa espulso tempo fa’. Excusatio non petita accusatio manifesta dicevano i romani ed io oramai mi sono convinto che Salvini ha commesso la stessa leggerezza dell’uomo cui più sembrano ispirarsi le sue mosse, Benito Mussolini. Quale? Non essersi mai iscritto ad una loggia massonica. Ma lo vieta lo statuto della Lega, direte voi. Se è per questo, vi rispondo io, la Chiesa Cattolica commina l’automatica scomunica per tutti i massoni, eppure grandi cardinali lo furono e lo sono tutt’ora. Anni orsono ricordo la liaison fra il cardinal Ravasi, allora convinto di diventare Papa, e Stefano Bisi, all’epoca gran maestro del Grande Oriente d’Italia, tutto incentrata sui comuni nobili ideali .
Mino Pecorelli il 12 settembre 1978 pubblicò, vuolsi indotto dal suo amico Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’elenco dei prelati cattolici iscritti alla massoneria. Fra le ipotesi che si fanno del vero movente che vide Cosa Nostra solo esecutrice di un omicidio deciso altrove, quella che prediligo io è proprio che Chiesa Cattolica e Massoneria abbiano voluto sbarazzarsi del generale che consideravano acerrimo ed irriducibile nemico. L’articolo di Pecorelli si intitolava “La gran loggia vaticana”, e ne indicava i massimi esponenti nei cardinali Sebastiano Baggio, Salvatore Pappalardo, Ugo Poletti e Jean Villot. Vi trascrivo qui il giuramento di ogni massone italiano, introdotto nel 1976 dal Gran Maestro Livio Salvini (parente? non credo):

“Al fine di impedire che le nostre arti segrete e i nostri misteri nascosti possano essere impropriamente conosciuti per colpa della mia imprudenza, io solennemente giuro di non palesare giammai i segreti della Libera Massoneria, pena, violando anche uno solo di essi, di avere la mia gola tagliata di tondo, la lingua strappata dalla sua radice, con seppellimento del mio corpo sotto la riva del mare, a livello della bassa marea, a distanza di una gomena dalla riva, dove il flusso ed il riflusso della marea arriva regolarmente due volte ogni 24 ore.”

Esattamente ciò che accadde al banchiere cattolico piduista Roberto Calvi, strozzato per impiccagione (gola tagliata di tondo e lingua strappata dalla sua radice) e ritrovato a distanza di una gomena dalla riva del fiume, dove il deflusso del Tamigi si incrocia due volte al giorno con il flusso delle maree. E vengo alla domanda che pongo nel titolo dell’articolo.

Io ho prestato servizio a Treviso per molti anni, ed ho assistito alla nascita ed al progredire della carriera di Luca Zaia. Se Treviso fosse stata in Sicilia, quando ci arrivai per la prima volta, il 31 luglio 1994, e subito si presentò da me un appuntato in pensione ansioso di conoscere quali fossero i miei problemi pratici, avrei avuto la stessa diffidenza che di fatto egli mi ispirò, a partire dalle sue origini pugliesi.

Gli offrii comunque un caffè, lo ringraziai della visita, ed appena uscì dal mio ufficio presi informazioni su di lui. Mi fu spiegato che era un impiegato dei fratelli Venerandi, proprietari di tutte le discoteche della provincia. Aveva un solo compito a giustificare il suo stipendio: ogni mattina faceva una visita in Questura, e poi altre due, la prima al comando provinciale della Guardia di Finanza e la seconda da noi carabinieri. I funzionari di polizia, gli ufficiali della GdF e quelli dei carabinieri dovevano vederlo, prendere dimestichezza con lui e confidargli i loro problemi pratici, in modo che i fratelli Venerandi potessero risolverli. Io, per esempio, avevo un incarico, comandante del Reparto Operativo, per cui non era previsto l’alloggio di servizio, e quindi cercavo casa.

Dopo il primo mese all’albergo Le Beccherie, dove la mia Land Rover pick up corse il rischio di essere sfrattata dal parcheggio perché rozza ed inelegante com’era turbava il senso estetico del sostituto procuratore De Lorenzi, ospite dello stesso parcheggio, avendo un appartamento in locazione per una cifra irrisoria nella vicina Ca Dei Ricchi, affittai una mansarda arredata limitrofa alla caserma per un milione al mese il primo anno, ed un milione e 50 mila lire l’anno successivo, prezzo di mercato (e salato per allora).

Quando pochi mesi dopo arrivò il nuovo comandante della compagnia carabinieri, Michele Sarno, e dovette aspettare più di un anno prima che il suo predecessore gli liberasse l’alloggio, fu ospite per 18 mesi gratuitamente di una villetta messa a sua disposizione dai fratelli Venerandi.

Durante la stagione della caccia, poi, tutti i funzionari di polizia , gli ufficiali dei carabinieri e della finanza che sapevano imbracciare un fucile erano ogni domenica ospiti della riserva di caccia dei fratelli, dove facevano strage di selvaggina. Seguiva un pranzo conviviale presieduto dal più grande dei Venerandi, che aveva atteggiamenti degni di un patriarca (scrivo border line la querela, per cui altro sostantivo con la p avrei voluto usare). Io ci andai una sola volta, partecipando solo al pranzo e, simulando una idiosincrasia per la caccia, mi astenni sempre, nei cinque anni successivi.

Avevo allora un tenente, già maresciallo, grande ed onestissimo sbirro di origini siciliane, che mi comandava il nucleo investigativo. Il tenente Giordano aveva una teoria, e cioè che tutti i proventi delle discoteche, sto parlando di centinaia di milioni in contanti ogni mese, venissero custoditi nella camera blindata della più grande di esse, e che periodicamente, quando superavano il miliardo di lire, tutti quei soldi venissero movimentati verso banche compiacenti, non necessariamente ubicate in Italia.

Cercava un superiore gerarchico disponibile ad avallare sue perquisizioni senza mandato, e sperava di averlo trovato in me. Non fu così, e so che vi deludo confessandovelo. Ero reduce da tre anni di esilio comminatomi da Bettino Craxi per la Duomo Connection, avevo avviato Mani Pulite interessandomi per primo di Mario Chiesa, ed avevo visto il mio collega Roberto Zuliani trasferito a Lamezia Terme dopo che il Chiesa aveva osato addirittura arrestarlo.

Quanto propostomi da Giordano non mi sembrava un granché, rispetto allo sfregio che avrei dovuto infliggere al Procuratore Stitz che ammiravo incondizionatamente. Feci con lui timide avances, e capii che stimava il patriarca come un buon compagno di caccia della cui onesta’ non aveva mai dubitato. In quegli stessi anni i massoni italiani erano oggetto di indagini da parte di due magistrati molto rinomati, Mastelloni a Venezia, ed Agostino Cordova prima in Calabria e poi a Napoli.

A Treviso il massone più autorevole era il vecchio procuratore della repubblica Cesare Palminteri, ed il prefetto Torda, l’unico non laureato in tutta Italia, cenava ogni venerdì con lui e con gli altri maggiorenti della loggia locale.

Ebbi una parziale conferma che Giordano non aveva torto quando a Maserada il maresciallo Marini che comandava la stazione (oggi sindaco), si beccò un proiettile di Kalasnikov per sventare una rapina in banca, apparentemente priva di senso, visto che quell’agenzia di Cassamarca movimentava ufficialmente poche centinaia di migliaia di lire.

Quando Marini uscì dalla sala operatoria mi confidò che secondo lui il direttore aveva taciuto di un sacco contenente 80 milioni in contanti provento delle discoteche. Chi era stato fino a poco prima quello che teneva i conti dei fratelli Venerandi? Luca Zaia, che dopo il diploma dell’istituto tecnico (non dubito che oggi sia una laurea magistrale) era stato assunto da loro e con loro era rimasto fino al suo debutto in politica.

Quando due anni dopo diventai comandante provinciale ed ebbi con lui una dura polemica perché da presidente della provincia di Treviso non voleva vendere, se non a prezzo di mercato, l’immobile limitrofo alla caserma che ci avrebbe consentito di incrementare un organico asfittico perché non avevamo dove far dormire i carabinieri, chiamai il patriarca Venerandi e lo pregai di intercedere per noi.

Feci una sceneggiata a suo favore: chiesi in archivio il fascicolo più alto che avessimo e mi portarono quello di Adriano Udorovich, pregiudicato per una antica e sempre rinnovata quantità di reati. Io ci misi sopra una copertina nuova, sulla quale scrissi Luca Zaia, e dissi al padrino che se il Presidente non cambiava idea, avrei sfogliato il fascicolo pagina per pagina, imparandolo a memoria, alla ricerca di quei segreti che ogni uomo nasconde e che solo i carabinieri sono capaci di scoprire.

La mattina dopo mi telefonò la segretaria di Zaia, chiedendomi di fissare un appuntamento, ma io mi dissi tanto onorato che mi sarei precipitato subito ad ossequiarlo nel suo ufficio. Un quarto d’ora dopo, entrambi seduti sulle poltrone del suo salotto sorseggiando un caffè, mi propose di far realizzare direttamente alla provincia l’allargamento della caserma e, vedendomi entusiasta, mi disse che lui dava del tu al maggiore Forte (oggi mitico presidente del Forte Group), mio collega elicotterista, e che ambiva ad analogo privilegio per i nostri futuri rapporti.

Io gli risposi che l’onore era tutto mio, Da allora nel corso degli anni l’ho visto solo durante le feste in Prefettura, dove si studia di evitarmi con grande determinazione. Forse teme che gli dia del tu, ed in questo senso lo rassicuro che non sarà così: mi comporterò da suddito ossequiente per amore di mia moglie.

L’allargamento della caserma poi non c’è stato perché il mio ottuso successore eccepì che il progetto non era in linea con quello standard diffuso dall’Ufficio Infrastrutture del Comando Generale. Ma io allora, era il 1999, mi chiesi subito cosa Zaia temesse da me, tanto da fargli mutar parere nell’arco di una notte.

E finalmente trovai la risposta in una sua misteriosa vacanza in Transilvania, nel corso della quale sarebbe diventato fratello muratore, onore che prima di lui ebbero Mazzini e Garibaldi, ma evidentemente non Salvini. Se l’inciampo moscovita sarà fatale a quest’ultimo, vedrete che il suo posto sarà preso da Luca Zaia e così ogni tessera del putzle andrà al suo posto. Scommettiamo?

Maggiori docenti maschi nelle scuole

Necessaria una maggiore presenza di docenti maschi. Lettera

July 17, 2019

Inviato da Mario Bocola – Assodato sulla base delle ricerche scientifiche che le donne sono più istruite degli uomini, resta comunque da risolvere il gap esistente all’interno del mondo della scuola della presenza maggioritaria di insegnanti donne rispetto ai docenti maschi che rappresentano un’esigua minoranza.

Ci si pone d’obbligo una domanda.

Dov’è la parità dei sessi nella scuola italiana? Perché c’è un’eccessiva presenza delle donne nella scuola italiana? La professione docente non è adatta agli uomini per gli stipendi bassi? Nelle altre professioni, nella politica si sono inserite le quote blu e le quote rosa al 50%, nella scuola questo ancora non è ancora avvenuto? C’è bisogno per ragioni pedagogiche di una maggiore presenza degli uomini nel settore istruzione e favorire quella “benedetta” parità di genere, altrimenti c’è solo uno sbilanciamento. La presenza maschile nelle classi favorisce un più giusto equilibrio tra insegnamento e apprendimento mentre la figura dell’uomo è vista dagli occhi dell’alunno con più autorevolezza.

A sua volta la figura della donna nella scuola è fondamentale ma occorre privilegiare un certo equilibrio all’interno delle aule delle docenti e dei docenti. La donna con la sua personalità materna svolge un ruolo protettivo nei confronti degli alunni e gli stessi sembrano quasi vivere all’interno delle mura scolastiche in maniera ovattata e materna. A sollevare la problematica è stata, alcuni anni fa l’antropologa Ida Magli, che ha lanciato l’allarme sull’eccessiva femminilizzazione del mondo della scuola con una percentuale media di donne tra le aule scolastiche che si aggira sull’85%: un dato altissimo nella scuola dell’infanzia dove oltre il 90% del personale è donna, per proseguire nella scuola primaria e secondaria di I grado dove la percentuale di donne è superiore all’80% e di poco inferiore nella scuola secondaria di II grado, in cui la presenza maschile è un poco più alta rispetto agli altri cicli di istruzione.

Dall’età neonatale a tutta la prima infanzia i bambini vengono lasciati nei nidi e negli asili per la maggior parte del giorno dove il personale che li assiste è tutto femminile. Per tutto il ciclo scolastico poi il predominio del personale insegnante femminile impedisce ai maschi il contatto con una personalità maschile con la quale identificarsi, nella quale credere; ma soprattutto impedisce lo sviluppo del tipo di pensiero maschile, rivolto alla profondità e all’analisi in modo molto diverso da quello femminile. Abbiamo assistito ad una battaglia politica e culturale che ha determinato la parità di genere tra uomo e donna che nella società vantano gli stessi diritti e allora questi uguali diritti di fronte alla legge dove sono nel mondo della scuola? Non esistono affatto a causa della predominanza del genere femminile in quasi tutti i cicli d’istruzione.

Non si vuole fare una discriminazione, ma definire bene il pari ruolo dei docenti di ambedue i sessi, perché i bambini, gli adolescenti, i giovani devono apprendere sia dalla donna che dall’uomo, perché i due generi hanno idee, sentimenti, sensazioni, emozioni, saperi diversi uno dall’altro e gli studenti devono apprendere dall’uno e dall’altro sesso. Le donne, dunque più istruite, ma compensate da una significativa presenza maschile nelle aule. Sarebbe giusto pedagogicamente? Che ne pensate?

La Turchia ha insegnato come escludere generali, militari che perseguono più gli interessi della Nato cioè degli Stati Uniti piuttosto che gli interessi della propria Nazione

NATO: “prove” di putsch contro Orban

Maurizio Blondet 16 Luglio 2019 

“L’Ungheria, un tempo all’avanguardia nell’adottare i valori occidentali quando crollò il blocco sovietico, oggi ha preso una diversa rotta da quando Orban è diventato premier nel 2010. Benché membro della NATO, Orban ha messo sotto pressione le organizzazioni non-governative. [Quanto a] Trump, ha dato a Viktor Orban l’autoritario premier d’Ungheria, un caloroso benvenuto a maggio, a dispetto degli allarmi per le istituzioni democratiche che sta riducendo, e il ristabilimento di cordiali relazioni con la Russia. [Del resto] anche Trump ha cordialmente scherzato con Putin durante l’ultimo vertice in Giappone”.

Con queste parole il New York Times, organo del Deep State liberal , ha descritto – con compiacimento sinistro – esercitazioni “segrete per missioni da compiere dietro le linee” russe che 1400 truppe speciali americane (Green Berets e Navy Seals), e commandos ungheresi (oltre che “alleati”) hanno condotto per due settimane “in Ungheria, Bulgaria e Romania”. Si sono simulate “operazioni di supporto a forze di resistenza locali” nell’Europa orientale, destinate ad affrontare “i commandos russi senza insegne come i piccoli uomini verdi che hanno aiutato Mosca a conquistare la Crimea nel 2014”.


“Commando ungheresi armati di fucili M4 provano un’ incursione in un edificio abbandonato dove le autorità sospettavano che i separatisti ungheresi sostenuti dalla Russia stessero fabbricando una bomba al cloro”. 

In pratica si formano ed addestrano truppe partigiane e irregolari: “una finestra sulle operazioni da attuare nell’ombra, nella “zona grigia”, al disotto dell’innesco del conflitto aperto armato”, una Gladio e Stay Behind in Ungheria per la sovversione, sabotaggio – e putsch, perché no?

Il New York Times lo fa intendere fin troppo chiaramente. Posti di fronte a domande sulle “contraddizioni” (sic) dei loro capo politici (Trump e Orban), colpevoli di avere buone relazioni con la “aggressiva” Mosca che “ha invaso la Crimea”, gli alti gradi che hanno comandati l’esercitazione, sia americani sia magiari, “cercavano di evitare le domande sulla politica interna dei rispettivi paesi e sugli stretti legami con Mosca che i loro comandanti in capo hanno abbracciato”. Insomma loro, i generali, sono contrari alla politica filorussa sia di Trump sia di Orban.

E lo hanno fatto capire, “i migliori alti ufficiali ungheresi ed americani”, “dopo essersi scambiati occhiate sorvegliando attentamente le parole”.

“Sentiamo la musica di fondo, non siamo sordi”, si lascia sfuggire il capitano Mark Schaefer, 47 anni, un Navy Seals, che guida l’esercitazione sia in Ungheria che in Romania e Bulgaria. “I nostri rapporti da soldato a soldato sono molto resistenti rispetto a quelche fanno i politici”, rincara il generale di brigata Tamas Sandor, che comanda mille commandos magiari: 57 anni, è stato formato a Fort Leavenworth (Canada) Fort Bragg e alla Università della Difesa di Washington, ed ha coperto tre dispiegamenti in Afghanistan insieme alle truppe USA: come capita a questo tipo umano, è più americano degli americani.

L’esercitazione delle truppe speciali che simulano la sovversione “dietro le linee”, è avvenuta nel quadro della più vasta esercitazione militare a guida Usa “da quando la Russia ha invaso la Crimea”. Ha impegnato “migliaia” di soldati USA e europei e una cinquantina di navi che hanno simulato uno sbarco sulla costa baltica vicino alla Russia. Nello stesso quadro, forze speciali svedesi e norvegesi “hanno distribuito insegnamenti” per sopravvivere e combattere “nella regione artica sempre più contestata”

“Le potenze autoritarie come la Russia” hanno un vantaggio nelle guerre ibride perché “costruite su inganni e falsità”, giura il quotidiano che ha detto la verità sull’11 Settembre…. Tra queste falsità viene nominata una notizia diffusa dal sito Novorossia il 5 marzo, che rendeva noto che Kiev aveva fornito di passaporti ucraini (con cui si può entrare in Russia) soldati americani di discendenza ucraina alcuni parlanti russo senza accento, e quindi in grado di infiltrarsi in territorio russo.


Sempre a marzo, molte guardie confinarie ucraine e cittadini civili hanno ricevuto SMS che annunciavano l’arrivo in segreto di truppe speciali Usa a Kiev, per scatenarvi una “Maidan 3.0”


“I russi stanno tentando di infiltrarsi nei nostri punti deboli”, dicono gli ufficiali Usa. Sia in Ungheria che in Romania e Bulgaria i commandos hanno fatto pratica di una simulazione in cui le loro apparecchiature a guida satellitare venivano neutralizzate da un attacco informatico russo. “Si è tornati a bussola e mappe e nient’altro, vecchia scuola”, ha detto il genera Sandor.

“Piccole squadre di commando di 10 paesi hanno provato missioni di ricognizione clandestina, insinuandosi su potenziali obiettivi e trasmettendo informazioni alle forze locali”.

Più interessante l’insieme di esercitazioni in cui “piccole squadre di commandos hanno provato missioni clandestine di ricognizioni, che prevedevano l’infiltrazione dietro le linee nemiche per localizzare obiettivi, e la seguente esfiltrazione senza essere scoperti, “dopo aver trasmesso informazioni alle forze locali” partigiane. Inoltre, in un allenamento all’alba, “una ventina di commandos ungheresi armati con fucili M4 e maschere antigas hanno condotto una finta incursione in un edificio abbandonato dove si riteneva che “separatisti ungheresi sostenuti dalla Russia fabbricassero una bomba sporca al cloro e tenessero altre sostanze pericolosa”.

Insomma, da parte NATO, è in corso la formazione di gruppi di militari “fedeli agli USA” nell’Est europeo, in Ungheria in primo luogo, disponibili a rettificare le deviazioni filo-russe di Orban. Rivelatore e istruttiva l’ostilità che gli addestratori in uniforme Usa dimostrano verso il loro presidente in carica, echeggiato con piacere dal New York Times. Il Deep State Dem palesemente alle corde per l’esplosione dello scandalo Epstein, accelera attraverso il suo organo, la NATO, le ostilità contro Mosca. Valuta che ha bisogno di una guerra per salvarsi. L’intensificazione della propaganda anti-Putin ormai a livelli parossistici sui media anche italiani, suggerisce che dalla stessa dierzione viene l’attacco a Salvini, bollato come “leader dell’estrema destra filo-russa, il vero pericolo per l’Europa”

Oggi lo prescrive il Financial Times:
L’asse dell’ illiberalismo che minaccia l’Europa

con questa foto di Salvini:


L‘UE può e deve fare di più per contrastare la Russia e l’estrema destra

lo prescrive un articolo firmato “il Comitato Editoriale”

che conclude:
“..l’asse dell’illiberalismo che unisce la Russia, l’estrema destra dell’Europa, il presidente Donald Trump e l’alt-destra americana rappresenta una minaccia perniciosa per l’ordine politico europeo moderato e per il benessere delle società europee. I governi, le istituzioni e i sistemi giudiziari dell’UE possono e devono fare di più per respingere questi assalti .
In primo luogo, non dovrebbero esitare affidare alla giustizia politici e partiti di estrema destra se scoprissero che hanno infranto la legge, in questioni finanziarie o altro. Secondo, dovrebbero compiere uno sforzo più forte e più sistematico per contrastare la disinformazione dalla Russia e l’estrema destra domestica, e per educare i cittadini in modo che riconoscano le notizie false quando vengono lanciate contro di loro. Infine, le sanzioni dell’UE sulla Russia dovrebbero rimanere in vigore fino a quando Mosca non smetterà di destabilizzare l’Ucraina. La protezione della libertà, della prosperità e del modo di vita in Europa richiede un fermo respingimento contro l’interferenza di estrema destra e russa”.

E' un bene per gli Interessi Nazionali che il fanfulla uomo di paglia, sia sempre più smascherato

SALVARE SALVINI – Da se stesso.

Maurizio Blondet 17 Luglio 2019 

Un tweet annuncia:
DA DOMANI AVRA’ ULTERIORI PREOCCUPAZIONI
23 gigabyte di materiale scaricato un anno e mezzo fa da Anonymous”
Il soggetto è Salvini.
Chi ha sparato sul web la corrispondenza elettronica di Matteo Salvini?


Un articolo di StartMag – firmato da Umberto Rapetto, generale della Guardia di Finanza, per oltre dieci anni comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico – rende noto che:

“A febbraio dell’anno scorso una incursione informatica aveva dato luogo ad una “rapina” virtuale che ha consentito di svaligiare i caveau digitali di un partito politico. La refurtiva – dopo una minima dimostrazione di aver effettivamente acquisito il “bottino” (o nella fattispecie la copia dei relativi file) – è stata tenuta pazientemente nascosta per oltre un anno.

“Solitamente su Twitter cose di questo genere trovano una rapida propagazione e invece in questa circostanza gli account ufficiali dei briganti telematici non hanno strillato alcunché ai quattro venti. ..sbalordisce il fatto che nessuno ne parli. O lo scambio di mail è di una gravità inaudita, oppure manca la pistola fumante”.

Apprezzate la tempistica, la sapiente scansione di con cui vengono alimentati i media di “notizie compromettenti”. Lo “scandalo Savoini” cominciava a non essere più plausibile per occupare le prime pagine per altre settimane, ed ecco che Anonimous dà materiale per altre settimane di “scandali” riguardanti Salvini, per diritto e per traverso – con qualunque pretesto, come è stato un pretesto l’indignazione per quel che ha detto Savoini a Mosca.

Del resto, l’aveva detto mesi fa; l’Espresso aveva fatto le “rivelazioni” a febbraio; poi è arrivato Buzzfeed con l’audio, e il materiale de L’Espresso è diventato attuale, anzi (per dirla coi media) “scottante”.

Fulvio Scaglione ha sottolineato la stessa cadenza e sapienza nel caso Strache: il ministro e vice-cancelliere austriaco costretto alle dimissioni per il video in cui lo si vedeva promettere favori a una sedicente figlia di oligarca russo.

“Il video era stato girato nel 2017, mesi prima delle elezioni politiche che avrebbero proiettato Strache ai vertici del Governo austriaco. In altre parole: quando Strache prometteva tutto ciò che voleva ma non aveva alcun potere per mantenere le promesse. Mentre il video è stato pubblicato nel 2019, in una situazione completamente diversa, al chiaro scopo di fregarlo. Chi ha organizzato il tutto? Chi ha tenuto in frigo per due anni il video assassino, e con esso anche lo sdegno per la scarsa moralità di Strache? A quale scopo? E’ ancora giornalismo, questo?”.


Naturalmente si chiama in altro modo. Sapienza tempistica e politica da servizi – coadiuvati dai media.

Adesso aspettiamo la nuova marea di fango per Salvini – con un stanco disgusto. Non è solo che le tv e i giornali avranno un’altra scusa, che faranno durare per settimane , per non parlare dello scandalo magistratura (senza virgolette) e dell’orrore totalitario del progressismo LGBT che è stato instaurato in Emilia.

E’ che Salvini sarà subissato di accuse ingigantite, vere o false, messo alle corde, e distrutto.

“Datemi sei righe del più onesto degli uomini e troverò abbastanza da farlo impiccare”, figurarsi in 23 gygabites.


Il dramma è aver assistito, settimane dopo settimane, dalla Carola ad oggi, all’assoluta sprovvedutezza e incapacità di Salvini di fronte agli attacchi pre-ordinati e sincronizzati, incredibilmente stupidi quindi smascherabili: ha sempre e solo subito le iniziative del Nemico – che è il Nemico che ci ha dato la Mafia nigeriana e il totalitarismo dei figli strappati alle famiglie povere per darli alle lesbiche, il Nemico che ci riempirà di centinaia di migliaia di “immigrati” secondo le volontà di Bergoglio e Soros – insomma il Nemico che sta distruggendo la comunità nazionale.

Sottoscrivo qui la nota di Roberto Buffagni:

“Il vero crimine dello scandalo Savoini è non sapersi difendere. Chi sta intorno a Salvini si faccia una domanda e si dia una risposta”.

Precisamente. La pochezza di Salvini – mentale, culturale, anche morale non mi era ignota. Come si ricorderà, io mi feci convincere dal fatto che Salvini “aveva candidato persone migliori di sé”: feci l’esempio del professor Bagnai, della Buongiorno.

Di solito i politici scelgono i peggiori di sé, i mediocri e gli yes men, che non teme gli facciano ombra. Quando invece uno sceglie “migliori di sé”, vuol dire che non ha quel vile timore, e che vuole realizzare qualcosa e non solo campare.

MA non serve a nulla far eleggere persone migliori di sé, se poi non le se ascolta, e si fa tutto da soli la sola cosa che si sa fare, fare propaganda su Facebook. Ora, io prego le persone “Migliori di sé”, se possono, di farsi ascoltare dal segretario; che so, anche a insegnargli i rudimenti della finezza politica che evidentemente ignora, l’uso dei poteri quasi incredibili che gli possono venire da un ministero come quello dell’Interno, e che lui nemmeno conosce. Obbligarlo a imparare, a prendere l’abitudine, che so, a un briefing quotidiano fattogli da gente capace di informarlo. Alla formazione almeno di un germe di servizio interno di intelligence.

Lo mettano sotto controllo per il suo bene. Gli impediscano di esibire una forza “vocale” tonitruante di un carattere che poi invece ha dimostrato – ormai ripetutamente – di non avere, subendo le iniziative di Carola, delle ONG scafiste, dai “magistrati”, della UE – di tutti i marpioni (a Parigi, Bruxelles, Berlino) che ormai l’hanno soppesato, valutato i suoi limiti e le sue debolezze, e lo faranno a pezzi perché hanno in mano tutti i mezzi.

La velocità con cui ha abbandonato alle jene Savoini ,”mica lo conosco”, è stata doppiamente rovinosa perché immediatamente smentite, e per la mancanza di slealtà lealtà che ha dimostrato. 
Una rovina per la stessa Lega, i cui membri in vista hanno sicuramente tratto le lezioni dovute. Non ci si può fidare del “capitano”, né il “capitano” si fida di noi ma poi esiste, la Lega? Esiste, voglio dire, come organizzazione reattiva e macchina compatta di “rivoluzionari di professione” uniti dallo scopo condiviso e dalla reciproca lealtà? Non è mai stata altro che un insieme di aspiranti alla cadrega o al cadreghino, ciascuno per sé. Come l’ha fatta Bossi. Per questo il compito spetta adesso ai migliori di sé, che non sono nati lì, che Salvini, in un momento di lucidità, ha scelto e candidato. Fra i migliori forse si può chiamare il genearle Rapetto, se accetta, è quel che ci vuole prima che arrivi la inondazione di m. elettronica.

POST SCRIPTUM
Salvini aveva contattato Rapetto, ma poi…

Ulteriori informazioni mi consentono di precisare che Salvini aveva contattato il generale Rapetto, facendogli balenare un incarico nel suo governo: nell’ultimo comizio pre-elettorale, al Tratro Atlantico, l’aveva anzi chiamato sul palco, quasi una investitura pubblica. Poi – alla Salvini – non ha dato seguito alla cosa. Chissà perché…


Il generale Rapetto era desideroso di mettere al servizio della patria (e del goevrno che prometteva “il cambiamento”) le sue note competenze professionali. Fin troppo note per certuni: il generale è stato costretto a congedarsi nel giugno 2012, aa 53 anni, perché aveva fatto esplodere la questione delle slot machines e dei 96 miliardi di danno all’Erario

Qui sotto due articoli che rievocano l’evento:

Slot machine, l’ex generale Gdf Rapetto: “Mi chiesero di non indagare”

Dopo lo sconto di 500 milioni al gruppo Bplus, della famiglia Corallo, da parte della Corte dei Conti, l’ex comandante del Nucleo Speciale Frodi Telematiche mostra ai pm una lettera in cui il generale Cicciò gli chiedeva di “comunicare la nostra incompetenza in materia”

Umberto Rapetto, cacciato senza un perché dalla Guardia di finanza, diventa consulente Telecom
26 giugno 2012


Una storia molto italiana, di “giustizia” italiana, dove i “migliori da sé” possono venire chiamati, ma entro certi limiti.

Arezzo Coingas - Consulenze d'oro si scontrano con chi ha rubato i risparmiatori in Banca Etruria

Lucia Tanti alla carica: "Boschi che parla di consulenze? Credibile come Dracula all'Avis" 

L'assessore al sociale e alla sanità del Comune di Arezzo risponde alle considerazioni esternate dalla parlamentare sui social in merito alla vicenda Coingas 

17 luglio 2019 08:15

Lucia Tanti, assessore Comune di Arezzo

"L'onorevole Boschi quando parla di consulenze è credibile politicamente come Dracula alla presidenza dell'Avis".

Al contrattacco, dopo le recenti prese di posizione espresse dalla parlamentare Pd di Laterina, Maria Elena Boschi, va l'assessore del Comune di Arezzo, Lucia Tanti.

Anche l'amministratrice aretina, così come la deputata, affida ai social il suo commento sostenendo che "se proprio Maria Elena Boschi vuol parlare di consulenze attenzionate dalla Procura di Arezzo inizi con il citare quelle che sarebbero parte del filone di inchiesta che si apprende dalla stampa coinvolgerebbe Pierluigi Boschi e altre 17 persone. Consulenze forse inutili di cui può chiedere conto a papà prima che ad altri".

Già perché in seguito all'indagine che la magistratura ha aperto nei confronti di Alessandro Ghinelli e altre otto persone sulla vicenda Coingas, la parlamentare ha voluto esprimere il proprio punto di vista rispondendo "agli attacchi scomposti e beceri che Ghinelli mi rivolse per la vicenda Banca Etruria per la quale non sono nemmeno mai stata indagata".

Stesso spunto, ma diverso destinatario, quello trovato dall'assessore Tanti.

"Se l'onorevole altoatesina per miracolo ha proprio voglia di interessarsi di Arezzo - tra gli scongiuri di tutta la città - perché non ci racconta come mai tra tanti proprio il suo babbo è finito nel cda della fu Banca Etruria ai tempi del Governo Renzi di cui era ministro e come mai lo stesso governo ha politicamente assassinato la banca di Arezzo sopravvissuta a due guerre mondiali ma non al governo del Pd?

E poi conclude:

Parli, parli pure onorevole Boschi parlamentare "fuggiasca", ma cominci da "casa sua" perché Arezzo aspetta parole di verità da lei, e non su Coingas, che lei forse a mala pena saprà cos'è, ma sulla morte di una banca che era la nostra, non la sua o la mia". “

mercoledì 17 luglio 2019

Aleksander Dugin - “Gli eurasiatisti di oggi si riferiscono a un’idea che è esattamente il contrario di quella che sottende il globalismo. Essi sostengono la pluralità dei valori e la libertà dei popoli di scegliere e forgiare il loro destino indipendentemente da chicchessia.”

Dugin e le Civiltà nel nuovo eurasiatismo

17 luglio 2019

Nel pensiero del nuovo eurasiatismo di Aleksander Dugin la grande differenza fra la civiltà Occidentale e il resto del mondo è l’esclusività.

L’Occidente moderno, capitalista e materialista, crede di essere l’unica sola civiltà. L’unica degna, l’unica ragionevole e depositaria della vita umana. La cultura occidentale fondata sulla tecnica e sull’economia crede di essere la risposta univoca e unica sensata al senso della vita. Questa, ereditando e storpiando l’universalismo di tradizione romana, punta ad uniformare il mondo ad essa

Ma non è così.

Diverse civiltà in un mondo multipolare

“L’idea principale e fondamentale dell’eurasiatismo in quanto visione del mondo è la pluralità delle civiltà.” Come diceva il filosofo Herder “I popoli sono altrettanti pensieri di Dio”; esistono diverse e numerose civiltà, ognuna ha seguito uno sviluppo diverso ma ognuna affonda le proprie radici nella Tradizione universale.

La globalizzazione, al contrario del pensiero multipolarista ed eurasiatista, vuole invece uniformare tutte le civiltà, tutti i paesi, tutti i continenti. Ma alla sua radice non esiste un’idea, un valore o una visione del mondo: essa contiene solo materia. Il suo fondamento è il consumo, il capitale e quindi l’economia.

Aleksander Dugin a fianco di una bandiera del Donbass indipendente

“Gli eurasiatisti di oggi si riferiscono a un’idea che è esattamente il contrario di quella che sottende il globalismo. Essi sostengono la pluralità dei valori e la libertà dei popoli di scegliere e forgiare il loro destino indipendentemente da chicchessia.”

Ed è per ritrovare le sue radici che secondo Aleksander Dugin l’Europa deve allontanarsi dagli USA. Non, come penseranno i maliziosi, per gettarsi nelle mani dei Russi e di Putin; ma per ritrovare sé stessa. Per rievocare il suo fondamento ideale e tradizionale. L’Europa non è né atlantica né asiatica: essa è Europa. Un continente unico, con una storia eccezionale e una potenza inarrivabile.

Per dirla alla Leontev, “bisogna difendere la molteplicità fiorente“.

(di Fausto Andrea Marconi)

Paolo Borsellino sapeva del Sistema massonico mafioso politico che imperava e che a tutt'oggi impera

Paolo Borsellino, dagli audio desecretati riferimenti a mafia e massoneria 


Paolo Borsellino, dagli audio desecretati riferimenti a mafia e massoneria
Il giudice rendeva noto che la scorta con l'auto c'era solo di mattina, e chi lo voleva uccidere avrebbe potuto tranquillamente operare di sera.
di Federico Sanapo (articolo) e Simona Ruffini (video)
17 luglio 2019 12:12


Sono oltre 1.600 i documenti riordinati in un'unico sito: si tratta di materiali vari e atti raccolti dalla Commissione Antimafia. Adesso tutto questo è stato desecretato, e presto diverrà accessibile a tutti. Un vero e proprio passo in avanti per scoprire la verità sul terribile attentato di via D'Amelio a Palermo, che si verificò il 19 luglio del 1992. Nello stesso, come si ricorderà, rimasero uccisi lo stesso giudice e cinque agenti della sua scorta.

L'attentato avvenne poco più di un mese dopo quello che uccise un altro giudice, Giovanni Falcone, anche lui come il collega Borsellino, impegnato a contrastare la criminalità organizzata. Si trattò, all'epoca, di due stragi, consecutive una all'altra, che fecero scalpore nell'opinione pubblica. Dagli archivi emerge un Borsellino arrabbiato per quanto stava succedendo: lo stesso infatti, negli audio delle chiamate rese pubbliche, riferisce che all'epoca la scorta c'era solo di mattina, mentre di pomeriggio vi era soltanto una macchina. Questo, secondo quanto si apprende dalle sue parole, avrebbe consentito, a chi volesse ucciderlo, di operare tranquillamente di sera.

Vi erano molti processi in corso

Il giudice denunciava anche che in quel periodo i processi da portare avanti erano davvero tanti, e per questo erano state ordinate presso il tribunale nuove strumentazioni tecnologiche, come appunto un computer, che però non era ancora stato usato. Infatti il giudice usava sempre scriversi i suoi appuntamenti su un'agenda di colore rosso, la stessa che poi venne ritrovata all'interno dell'auto esplosa e poi misteriosamente scomparsa.

"Non bastano più le rubriche artigianali" - diceva il magistrato. Paolo Borsellino, il pomeriggio, quando doveva recarsi a lavoro, lo faceva sempre con la sua macchina, proprio perché molti degli autisti giudiziari erano assenti. Ma dai rapporti resi pubblici emerge anche tanto altro: a quanto pare il giudice aveva intuito anche la presenza della massoneria nella stessa Mazara del Vallo, nonché rapporti contigui politica-mafia che riguardavano il solo scambio di favori.

La 'Stella d'Oriente'

Secondo quanto emerge dagli audio resi pubblici, pare che a Mazara, all'epoca, operasse una società dal nome tipicamente massonico, denominata "Stella d'Oriente". Un certo Pino Mandalari sarebbe stato il factotum della loggia che, presumibilmente, sempre secondo quanto si apprende dalle parole di Borsellino, avrebbe amministrato addirittura i beni del boss Totò Riina, ma anche di Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella.

Lo stesso Violante chiese a Borsellino se mai ci fossero magistrati appartenenti a tale loggia massonica, ma il giudice, in quell'occasione, disse di non avere prove che qualche magistrato fosse massone, ma di certo alcuni di loro frequentavano lo stesso circolo.
Il presidente Antimafia Nicola Morra: 'Segno di democratizzazione'

Sulla vicenda della pubblicazione degli audio è intervenuto anche l'attuale presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra, che parla di un evidente segno di democratizzazione del Paese.

Tutto il materiale, come detto in apertura, sarà disponibile in nuovo sito: qui, grazie ad un motore di ricerca interno, si potranno ascoltare tutti i file. La desecretazione è accompagnata anche da un'opera di digitalizzazione dei materiali che fino ad ora erano solo su cartaceo. Morra sottolinea poi che questo è un lavoro importante per tutti coloro che tengono alla giustizia.

Diritto internazionale fottiti - Sempre loro gli ebrei che hanno invaso la Palestina sono fomentatori di odio, fucina di guerre, alimentatori di morte

Medio Oriente: stampa britannica, Israele blocca la restituzione della petroliera Grace 1

Londra, 16 lug 11:40 - (Agenzia Nova) - L'organizzazione israeliana Shurat HaDin, privata ma ritenuta vicina al Mossad, i servizi segreti esterni di Israele, starebbero tentando di bloccare la restituzione della petroliera Grace 1, sequestrata a Gibilterra all'inizio di luglio, mentre trasportava un carico di petrolio iraniano verso la Siria in violazione delle sanzioni contro il governo di Damasco. In questo modo, scrive il quotidiano britannico "The Times", vengono minacciati i piani del Regno Unito volti a ridurre la tensione con l'Iran. Nella giornata di ieri 15 luglio, Shurat HaDin ha annunciato un ricorso alla Corte suprema di Gibilterra in cui chiede la confisca del carico della Grace 1 e della stessa nave, abbordata e dirottata dai Fanti di marina britannici mentre attraversava lo Stretto di Gibilterra. L'obiettivo di Shurat HaDin è ottenere una compensazione "per le vittime del terrorismo sponsorizzato dall'Iran". In tale richiesta, l'organizzazione israeliana si è già vista dare ragione da diversi tribunali negli Stati Uniti in vari casi che hanno provocato la morte di cittadini israelo-statunitensi nel corso di azioni terroristiche di gruppi islamisti filoiraniani come i palestinesi di Hamas e i libanesi di Hezbollah. Il sequestro della Grace 1 è in ottemperanza alle sanzioni dell'Ue contro la Siria, ma è stato effettuato su richiesta delle autorità degli Stati Uniti. Il caso, annota il "Times", sta complicando gli sforzi del ministro degli Esteri del Regno Unito, Jeremy Hunt, di salvare l'accordo sul programma nucleare iraniano (Jcpoa) insieme alle altre parti europee dell'intesa, Germania e Francia. In questo modo, Londra, Berlino e Parigi si oppongono al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha deciso il ritiro unilaterale dal Jcpoa a maggio del 2018. Inoltre, Hunt intende evitare che la crisi si allarghi e coinvolga il traffico marittimo nel Golfo Persico, come già avvenuto la scorsa settimana con il tentato blocco della petroliera British Heritage in transito nello Stretto di Hormuz da parte di tre motovedette dei Guardiani della rivoluzione iraniana, noti come Pasdaran. (Res)

La Nato scoppiata grazie alla Turchia

Alberto Negri- Dal fallito golpe al colpo al cuore della Nato


di Alberto Negri - Il Manifesto

Turchia/Usa. Ankara è membro dell’Alleanza dal 1952 e la Dottrina Truman ne aveva fatto l’avamposto sud orientale contro l’Urss. Ma la recente consegna dei missili russi a Erdogan cambia tutto. Ecco come ci si è arrivati

Dal fallito golpe al colpo al cuore della Nato. Così si potrebbero sintetizzare gli ultimi tre anni della Turchia di Erdogan, dalla sera del 15 luglio 2016, quella del fallito colpo di stato, fino alla consegna ad Ankara, venerdì scorso, dei missili russi S-400. È la prima volta che accade una cosa del genere: la Turchia è membro dell’Alleanza dal 1952 e la Dottrina Truman ne aveva fatto l’avamposto sud orientale contro l’Urss.

Ma dalla notte del colpo di stato la Turchia ha cambiato campo con un rapido slittamento verso oriente. Ankara fa parte del sistema di sicurezza occidentale con 24 basi, armi nucleari comprese, e doveva ricevere i nuovi caccia F-35 – ora congelati – ma con l’epurazione nelle Forze armate Erdogan ha fatto fuori i generali laici e kemalisti, più fedeli alla Nato che a lui: sono stati esautorati 17mila militari di ogni grado e 7.300 sono sotto processo.

La mattina seguente il fallito golpe ero a Istanbul con Ahmet Altan, lo scrittore condannato all’ergastolo, accusato di avere fatto parte della cospirazione. Passammo davanti a una caserma della Nato, sigillata dai militanti dell’Akp mentre su uno dei ponti sul Bosforo c’era ancora il sangue del suo vice comandante turco, ucciso mentre era alla testa dei ribelli. Incirlik, la base aerea americana, decisiva per i raid contro l’Isis, era stata chiusa: per una settimana mancò la luce.

«Questo è un tornante della nostra storia», disse Altan che alle vicende di questo Paese ha dedicato saggi e romanzi. Non poteva immaginare che quell’evento lo avrebbe portato dietro le sbarre senza che l’Europa alzasse un dito, mentre in carcere finivano a migliaia, politici, militari, giudici, giornalisti, insegnanti, la leadership curda del partito Hdp, insieme agli affiliati della rete islamica Feto guidata dall’imam Fethullah Gulen, in esilio negli Usa.

Ma l’Europa è quello che è, ricattata da Erdogan che si tiene in casa 3 milioni di profughi siriani mentre lui sfida Bruxelles con le prospezioni offshore al largo di Cipro. Prima o poi anche l’Unione sarà chiamata a reagire: un’altra grana che si profila all’orizzonte.

Ci sarà però un giorno in cui, riscrivendo le cronache di questi anni, qualcuno si domanderà come mai finora gli stati dell’Unione non abbiano detto o fatto nulla nei confronti di Erdogan. E quando vorranno trovarne le ragioni sarà per constatare che i Paesi trainanti dell’Unione, insieme agli Stati uniti, sono stati suoi complici e allo stesso tempo l’hanno preso in giro con la chimera dell’ingresso in Europa.

Erdogan ha gioco facile a presentarsi come un leader perché l’Europa non si oppone davvero mai a nulla, dal riconoscimento americano di Gerusalemme capitale dello stato ebraico all’annessione del Golan, agli insediamenti dei coloni contro ogni risoluzione dell’Onu. Pur avendo perso il sindaco di Istanbul, il leader turco ha buon gioco nel fare leva sul nazionalismo, oltre che sull’identità musulmana dell’elettorato tradizionalista.

La sfida a Washington nasce da una escalation di incidenti tra Usa e Turchia culminati quando, dopo il colpo di stato fallito, esponenti del partito di maggioranza Akp accusarono gli americani di essere convolti. Non solo. Gli Usa ospitano da 20 anni l’imam Fethullah Gulen ritenuto dai turchi il vero capo della rete golpista. E gli americani, Trump compreso, hanno sempre negato la sua estradizione.
Ma tra le questioni critiche ce ne sono diverse. Erdogan ha spesso accusato le istituzioni finanziarie Usa di fare parte della «lobby del tassi di interesse» che ha messo sotto pressione la lira turca. Non a caso ha appena fatto fuori il capo della banca centrale: in Turchia non accadeva dal golpe del generale Evren dell’80.

Poi c’è il problema della Siria. Nel 2011 gli Usa e la Turchia, con le monarchie del Golfo, erano allineati nel tentativo di abbattere Assad al punto che Erdogan ospitava, con l’assenso del segretario di Stato Hillary Clinton, jihadisti di ogni genere e provenienza. Poi le cose si sono complicate. La Turchia è arrivata a uno scontro con la Russia – intervenuta a fianco di Assad – per l’abbattimento di un caccia Sukhoi ma Putin è stato abile a sfruttare l’episodio convincendo Erdogan che la Russia in Siria gli era più utile degli Usa che stavano tramando per una Nato “araba” capeggiata da Israele. Non solo. Gli Stati uniti hanno sostenuto i curdi siriani nella lotta al Califfato mentre Erdogan ritiene che siano tutti «terroristi» e ha persino occupato una parte della regione curda siriana. Trump è stato quindi costretto a tenere le truppe sul campo per evitare uno scontro diretto tra forze armate turche e curdi siriani.

Ecco perché la Turchia si è avvicinata così fortemente a Mosca, con cui ha anche in progetto il gasdotto Turkish Stream, osteggiato da Washington, e una mega commessa per la costruzione di una centrale nucleare. Così Erdogan ha fatto nascere una «Nato a due teste», un ibrido da laboratorio che deve abbaiare al mondo le sue rivendicazioni e forse non mordere.

Notizia del: 16/07/2019

NoTav - comportamenti adeguati per un'opera inutile dannosa costosa

Tav:giudici, arbitraria condotta polizia

Sentenza su scontri avvenuti nel 2015, No Tav assolti


Redazione ANSATORINO
16 luglio 201917:31NEWS

(ANSA) - TORINO, 16 LUG - Fu "illegittima" la condotta tenuta dalla polizia durante gli scontri avvenuti il 3 ottobre 2015 in Valle di Susa durante un'iniziativa No Tav. Lo scrive il tribunale di Torino nel motivare le assoluzioni di due attivisti accusati di resistenza e oltraggio: nel loro caso è stata applicata la causa di non punibilità per reazione a "un atto arbitrario".
Il movimento No Tav organizzò una "passeggiata" con 5 europarlamentari verso l'area presidiata dalla polizia. Dopo una trattativa si decise che i deputati (in "visita ispettiva") potevano proseguire il cammino insieme a 10/15 persone. Ma a quel punto, "verosimilmente per un difetto di comprensione tra i poliziotti", le forze dell'ordine tentarono ugualmente di bloccare i No Tav. "Nonostante non si fosse verificata alcuna situazione di pericolo per l'ordine pubblico - scrivono i giudici - la polizia attuò un'azione di pressione, di spinta e di respingimento anche con scudi che, al contrario, mise a repentaglio la sicurezza dei presenti".

17 luglio 2019 - DIEGO FUSARO: Ursula von der Leyen, colei che voleva ipotecare le riserv...

16 luglio 2019 - Transizione energetica e idrogeno rinnovabile

Diritto internazionale fottiti - Rimorchiata una petroliera in panne in un porto iraniano

Iran, petroliera EAU scortata in porto

'In panne', ma Usa sospettano un sequestro


Redazione ANSADUBAI
17 luglio 201906:23NEWS

(ANSA) - DUBAI, 17 LUG - L' Iran ha rimorchiato in un suo porto una petroliera degli Emirati Arabi Uniti che transitava per lo Stretto di Hormuz. L'agenzia Irna, citando il ministro degli Esteri e portavoce del governo iraniano Abbas Moussavi riferisce che la nave, senza nome, era in panne. Tuttavia, sia gli Stati Uniti che gli Emirati hanno precisato che la nave aveva perso il contatto con l'armatore da sabato notte. Una fonte della Difesa statunitense ha detto all'Associated Press che l'America "sospetta" che l'Iran abbia sequestrato la nave.
La piccola petroliera Riah, battente bandiera panamense ma con base negli Emirati Arabi Uniti, ha spento il suo trasponder sabato notte e non risulta - dicono le autorità emiratine - che abbia lanciato alcuna richiesta di soccorso. Successivamente una fonte della Difesa statunitense ha fatto sapere che la petroliera si trovava, al momento in cui ha perso il contatto, in acque iraniane, vicino all'isola di Qeshm, dove ha sede una base dei pasdaran.

http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2019/07/17/iran-petroliera-eau-scortata-in-porto_931b6f48-7d7b-4855-80b6-ca2a11951b87.html

martedì 16 luglio 2019

Alceste il poeta - per curare l'anima bisogna curare amare le piante

Kill Pill


Roma, 12 luglio 2019

Ho recentemente letto, nel breve spiraglio di luce della follia digitale che, ogni tanto, mi concedo, lasciando filtrare la parte d’irrealtà che mi circonda, dell’introduzione di una nuova pillola della “buona morte”, riservata agli over seventies, sani o insani che siano: in Olanda.
In Olanda, par di capire, un settantenne, o su di lì, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, pur non affetto da particolari infermità, e nemmeno agonizzante quindi, anzi, forse anche in buona salute, se non arzillo, vanta ora la piena capacità giuridica di recare a sé stesso la morte: previo, languido, accertamento (par sempre di capire) dello Stato (olandese, in tal caso).
Tali notizie non le approfondisco mai. Leggo due o tre righe, velocemente. Mi ci soffermo un poco, poi le elimino dal cerchio della coscienza per non rimanere invischiato da tale brago di meschinità, dal pantano asettico a cui hanno ridotto una civiltà.
La prima domanda che l’ingenuo si pone a fronte di tanta devastazione è quella più inutile: “Questa notizia è vera o è falsa? È una suggestione spettacolare, una provocazione o davvero l’ennesima catabasi nella piena Libertà Nichilista, paludata da riforma liberaldemocratica?”.
Chi ha ben compreso l’essenza dell’informe, del pensiero debole e dell’aleatorio che dominano incontrastati i cieli dell’Occidente e, quindi, del mondo tutto, sa, con indefettibile certezza, che il vero e il falso sono ormai categorie inservibili per giudicare il Potere.
Il Potere, la Cultura Dominante intendo, ha confuso deliberatamente da tempo, i concetti base del vivere ordinario. Il suo campo d’azione è il pantano, la pozza protozoica; in essa non v’è alto e basso, male o bene, bensì la libertà, infinita, di disciogliersi. In tale pozza, volenti o nolenti, nuotano già tutti. Gli avannotti hanno un bel guizzare qua e là alla ricerca della verità: in queste acque sterili e apparentemente limpide, senza vita, fitodepurate, è impossibile trovare un verso, una direzione.

Questa notizia può essere vera. Bene. Ma può essere falsa: in tal caso servirà per inverare meglio il fenomeno più tardi. Il Potere, disponendo di un’utopia, non ha fretta: ha già deciso il suo porto. La Kill Pill può essere anche una provocazione, un ballon d’essai per saggiare le ultime resistenze. Nessuno può saperlo con certezza. L’unica cosa certa è che si nuota costantemente in uno stato di disperazione quieta e senza scampo: il suicidio, quindi, verrà legalizzato, prima o poi, dapprima con cautela, poi, officianti i sacerdoti del bene, sancito dal crisma della libertà assoluta e progressiva, l’unica rimasta. È indifferente, perciò, conoscere il vero o il falso. La catastrofe, solo quella importa: e la catastrofe, ultimo atto della farsa, è una sola: la dissoluzione.

Tale ultima dissacrazione, la dissacrazione della vita stessa, ormai ridotta a uno sbuffo d’aria, deprivata com’è da qualsiasi profondità e coloritura, dalle ombre di proiezione dei sentimenti più vivi, dalle circonvoluzioni della complessità, dagli anfratti e dai rifugi della coscienza - una vita incapace di organizzare anche il più debole idolo a protezione di sé stessa - tale dissacrazione introduce alla fasi ultime del vassallaggio universale.

Essere uno schiavo, un vero schiavo, perso nelle campagne romane dell’Impero o nelle piantagioni della Virginia, nelle fabbriche inglesi del primo Ottocento o nel folto dell’Africa, where is the blank, tra i cafoni o nelle terre della Malora, diverrà ben presto uno stato invidiabile della coscienza. La fatica, il dolore, le percosse, l’odio e la vera speranza saranno considerate vette irraggiungibili di pienezza per chi giace inanimato, svuotato, eviscerato della propria umanità o si aggira, come uno spettro disincarnato, nelle città irreali assieme a Stetson o Fleba il Fenicio. Agognare l’anima dolente di uno schiavo! Tanto detestabile apparirà l’esistenza a ognuno, simile a uno stato soporoso, drogato, privo di gioia e di dolore, che, pur di liberarsi dal fagotto di carne (tale è l’intrico di budella a cui si è ridotto l’omiciattolo postmoderno), si preferirà lo stato affine a questa catalessi: la nuova morte.

La Morte, la santa Morte, sorella Morte, che donava senso alla Vita, coi suoi spifferi freddi, ma, in fondo, benigni, la Morte che frugava con occhiaie buie il nostro cuore, più non esiste. Annullare la Vita equivale ad annullare la Morte e determinare due stati che si differenziano solo per qualche fioritura biochimica. Vivo in morte o morto in vita. Con-fusione. In-differenza. 

Ho diciassette anni. Voglio morire. No, tu non vuoi morire. Chi odia e ama può voler morire in nome di una bella menzogna o di una santa utopia. Tu, cara Noa, sei niente. Aneli quindi il Nulla.

Credere a qualcosa tiene in vita. Non credere a niente dilava le interiora spirituali come acido. La strage delle illusioni. Si dice: noi cerchiamo la verità! Ma i postmoderni cercatori della verità, sedicenti scienziati dell’anima, irrisori e scettici da supermercato, non hanno compreso un briciolo di verità. Ciò che chiamano menzogna è l’uomo stesso. L’uomo è una menzogna, splendida e rilucente, ricca di sfumature e saliscendi corruschi: negare questo è negare l’umanità stessa. La verità, cos’è la verità? In interiore homine habitat veritas. Giusto. La si è costruita la verità, dentro di noi, da sempre, dalla condanna della coscienza in poi: e la verità è solo una: siamo circondati dal buio e dal nulla. Per sfuggire al buio e dal nulla, e dalla cruda verità delle nostre origini, la pozza protozoica, “l’uomo nella notte accende una luce a sé stesso” e questa luce è verità e menzogna allo stesso tempo: la civiltà che ci ha permesso di permanere in vita. Abolire in nome della Bontà tale costruzione, quale grottesca barzelletta! Sbriciolare il monumentum aere perennius che ci faceva dimenticare l’origine fangosa dei nostri giorni, questo il peccato, ecco perché Noa vuole morire.

La bella verità consiste nella dimenticanza: una bella menzogna, in ultima analisi.

Unreal city. Completiamo la citazione di Eraclito: “L’uomo nella notte accende una luce a sé stesso, spento nello sguardo, e vivente è a contatto con il morto, e desto è a contatto con il dormiente”. Ecco come la Classicità abbelliva la Vita con la Morte, e viceversa. Qui i due concetti sono cristallini, di egual misura e luce. Solo in tali contesti si può parlare di “bella morte” o pienezza di vita.
In altro luogo Egli afferma: “Immortali mortali, mortali immortali, vivendo la morte di questi, morendo la vita di quelli”. Ancora i due poli sorpresi nell’eterna dialettica. E come sorge la voglia di vivere da qui! Qualcuno, un ottimo conoscitore della vita e della morte suppongo, adombra, in tale passo, una metafora: il sacrificio dell’oplita. Ecco avanzare la muraglia compatta dell’esercito, le file serrate di cuoio, legno e bronzo, irte di lance, uomini uniti gli uni agli altri in un destino comune; qui non hanno campo gli eroi bensì la comunità. Si avanza con la consapevolezza che i profumi del campo mattutino potranno essere gli ultimi a inebriare le coscienze; si presagisce l’urto, la crudeltà, le grida bestiali, il sangue e il sudore di sangue; non abbiamo Aiace o Patroclo a inseguire nemici sulle rive dello Scamandro, né interventi divini a rabberciare le sorti. A destra e a sinistra c’è chi veglia su di me, i compagni, nelle loro mani si ripongono le volontà. Il clangore delle armi sovrasta la piana; a un oplita, uno qualunque, senza nome, nel folto della battaglia, ecco, sfugge il respiro dal petto, cade, muore; la fila è scompaginata per un attimo; all’istante, però, subentra il compagno, da dietro, senza nome anch’egli, a vivere la morte di quello che, col suo sacrificio, ha reso possibile tale nuova vita in prima fila. Impossibile, per noi, ricreare il sentimento di quegli attimi, la violenta, febbrile, esaltante creazione d’una ricchezza interiore che donava senso al futuro: un vento di libertà così puro e debordante da ricolmare arte spiriti e preghiere per secoli, con vigore inesausto.

La preghiera, il dolore, l’ansia di sacrificio, l’altruismo, il pianto.

L’uomo era così ricco, in eccesso, di fantasia, esaltazione, odio e amore da dover sacrificare questi doni, le meravigliose sintesi del divino; l’eccesso di senso si scaricava, santificandosi, in forme e simboli amorevoli e paurosi che, appena creati, entravano a loro volta in una dialettica continua con i creatori e i loro posteri secondo un gioco di rimandi e apparenze vertiginoso e apparentemente inesauribile. La polisemia, l’equivoco, l’innocente fede o il fanatismo moltiplicavano questi grumi di bassa entropia, scambiati per superstizione dai meschini, in altri affini, simili o addirittura eguali, a ogni latitudine, ancora e ancora: una civiltà, nei secoli, veniva ad assomigliare a una lorica catafratta, ricca di inganni e di conforto.

Solo nella Prima Guerra si ebbe una pallida eco di questo universo multiforme e fantasmagorico. Ungaretti li concentrò in memorie funebri di composta classicità; la sua lirica più famosa, alberi e foglie, procede da Mimnermo.
Il capitano Gadda, invece, li fissa in immagini umane oggi impensabili e impossibili da traslitterare in parole acconce. Questo misantropo, dalle accensioni atrabiliari, capace di scherzare sulla guerra nelle lettere al fratello Enrico, aviatore e medaglia d’argento, caduto nel 1918, rilascerà versi in prosa di forza tacitiana al ricordo del tenente Calvi (Imagine di Calvi):

“A Celle, nell’Hannover … conobbi, venuto fuori dai regni baraondeschi della pluralità e della miseria, un tenente del genio: portava gli occhiali, altissimo della persona e curvo, con il polmone trapassato da una pallottola e appena rimarginato, non guarito. Era studente di matematica, e divenimmo amici: un’amicizia fragile e secca, nel gelo morale della disperazione, come quei fiori … vitrea piuma, che un soffio dissolve ... Egli, pallidissimo e scarno, con esangui occhiaie dietro le lenti, con tumefatte labbra sulla magrezza scheletrita del viso, per brevi commenti della sua voce (che pareva insorgere da una caverna disperata, profonda), egli con la povera e tremante mano rapidamente dedusse eguale da eguale, un lapis sopra lo strapazzato foglietto che avevo potuto trovare ... Non aveva soccorso da casa.
Non la sua tunica logora, né la sua voce distrutta, non il pallore alto sopra la statura comune degli uomini, né il chiaro commento circa l'eleganza rapida delle cose deducibili, né la curva sua schiena di malato e di ferito, né la sua dignità d’uomo intatta e ferma alle soglie della sua notte, nulla mi mosse a regalargli neppure un pezzo di pane.
Egli non mi chiese mai nulla, non mi parlò più mai del suo polmone trafitto, mi continuò a visitare amichevolmente, altissimo, curvo; malato dalla voce di tomba, talora con un sorriso nel volto e dentro le occhiaie pallide, esangui, al di là delle lenti ... Dopo un mese seppi, non vedendolo, ch'era entrato di nuovo alla baracca-infermeria; poi, non ricordo bene, poi discese sotto la coltre della terra tedesca, nel cimitero che l'abetaia contornava.
Qualche soldato della stazione radio, sotto il cielo germanico, forse usciva la domenica verso le croci solitarie: dalla brughiera il tratturo accedeva alla selva; forse, presso il giardino della morte, la ragazza, con un fiore, aspettava. Al di là d'ogni sentiero, al di là d'ogni male, nella opaca sua luce riposa, e non è coronata di cipressi, la immutabile morte”.

Nemmeno qui è l’eroismo, solo il fondo umano. La malattia, l’amicizia fuggente, la cultura (Calvi era studente di matematica); il rifiuto del pane, troppo importante durante la prigionia, il pentimento, la celebrazione funebre. Dirà Goethe: “Oh, uomo!”, accennando a quella fiamma che, se non ravvivata dalle vestali millenarie, può venir “coperta dalle ceneri della necessità e dell’indifferenza quotidiana”.

Chiedersi quanta vita occorre per vergare questa sentenza di Tirteo: “Giacere morto è bello quando un prode lotta per la sua patria e muore in prima fila”. Chiedersi, al contempo, perché il Potere ha ossessivamente deriso queste parole.

Silvana De Mari afferma: “Questa è una cultura di morte!”. Ma non è vero. La Morte è ancella della Vita, o dell’Amore, come intuì uno degli ultimi esponenti integrali della Classicità. Questa, invece, è negazione sia della Morte che della Vita. È un brodo asettico.

Non senza un brivido osserviamo la tomba degli Àuguri di Monterozzi: esauriti gli stupori per gli affreschi ionici alle pareti, dobbiamo arrestarci a quella porta chiusa, sul fondo. Ciò che fummo non è più; domina la Morte, ora padrona. Rasenna, Francisco de Quevedo, Marco Aurelio, Beowulf convergono, qui, tasselli policromi d’una concezione davvero tragica.

La tragedia, come intuizione, immediata e lancinante, del rapporto tra l’infinito volversi del tempo universale e la particola umana. Un lampo; la porta, quindi, si richiude. Nel breve aprirsi del miracolo sta ciò che fa gioire o grondare mestizia: “Life’s but a walking shadow”.

Perché fu abbandonata dapprima la poesia e poi la tragedia, considerati vertici sommi dell’arte? Perché vennero rese impossibili dalla preterizione della dialettica estrema, Amore e Morte. L’amor che move, la porta che si richiude. Nella Tomba dei Giocolieri, avverte Giuseppe Semerano, “il defunto si attarda sul limitare a godersi l’ultimo tripudio dei giochi funebri”: stinge la Vita, in un tripudio, però. Ciò che si rinviene in queste notazioni è sempre la dicotomia, il limite, la definizione dei ruoli. La definizione, apollinea, rende auspicabile l’indefinita morte, e viceversa. Uccidere Apollo equivale a distruggere la radice attiva dell’esistenza, la Morte. I due poli collassano l’uno nell’altro, subentra l’Indifferenza, il suicidio, l’anomia. Cede la poesia, poi la tragedia per far posto alla cronaca nera, al romanzo; il diporto squallido, il ghiribizzo, il bozzetto la goliardata e la freddura idiota allagano il gazzettame.


Perché il romanzo sorge col capitalismo? Il candidato esamini questo minuscolo busillis.

Amore e Morte. Male e Bene. Si est Deus unde malum? Domanda oziosa. È Dio, inevitabilmente, a permettere il male. Il demonio opera su licenza di Dio. Dio sa che l’anima umana non può che essere raffinata nel fuoco delle passioni dirompenti, nell’odio, nel sangue, per divenire aurea. La guerra serve all’uomo? Inevitabilmente. La pace perpetua è l’invenzione di un simpatico mattacchione le cui fisime ci sono servite su un piatto (di rame) dal servitore Lampe. La guerra illumina la pace, la pace rende gradevole la guerra. Tali considerazioni sono vere, al di là del giudizio contingente e isterico.

Solo chi ha vissuto davvero anela la pace. Chiunque abbia assistito da vicino all’agonia d’una persona cara (una donna o un uomo dell’Antico Ordine) presagisce tale verità. I padri sapevano ancora come ricusare la feccia del calice: basta. Si moriva senza rimpianti. Una morale più alta, definita, pensava in vece loro consentendogli la vita. Ho fatto tutto quello che era in mio potere: ho camminato secondo i comandamenti: Father, in Thy hands commend my spirit. Le eredità si componevano nobilmente in umili item.

Padre, apeiron, Madre: ognuno scelga la Patria acconcia.

La s-pensieratezza che emerge dalle fotografie in bianco e nero: Qualcosa pensava in vece loro. Permettendo la libertà.

I saliscendi della vita, le vette e le cadute: solo qui i sentimenti possono vantare una loro pregnanza semantica: tristezza, malinconia, crudeltà, gioia, speranza, sublimazione, ascesa, forza, cupezza, rassegnazione.
Chi, oggi, in tempi di pace forzata, può dirsi felice?
Si è depressi, euforici. Forzatamente. Sono parodie, tuttavia, di moti dell’animo una volta spontanei. L’assenza di un vuoto e di un pieno, di una responsabilità in ultima analisi, annienta la voglia di vivere. L’encefalogramma piatto dell’esistenza ne reclama uno simile:la linea di Noa.

Tempi di povertà, li chiama Friedrich Hölderlin. La convivenza fra uomini e dei. Irriducibili gli uni agli altri. Presenze. Hölderlin, che si appellerà scheidender, colui che dice addio. A Diotima dirà addio: “Chi passa sulla sua disperazione, sta più in alto. Ed è stupendo come noi solo nel dolore dell’anima sentiamo libertà. Libertà! Chi intende questa parola? È una parola profonda, Diotima …”.
Il dolore genuino entusiasma.
L’elevazione si compone di questi dislivelli, non della linea di Noa.

Si avverano le profezie involontarie della fantascienza americana degli anni Cinquanta e Sessanta: Il villaggio dei dannati, L’invasione degli ultracorpi dove entità disincarnate e psicopatiche guardano all’umano con ribrezzo. Body snatchers, altro che comunisti!
E poi distopie sistematiche come Soylent Green. “Guarda a cosa abbiamo rinunciato!”, dice, con un vezzo cinematografico hollywoodiano - il patetico piace molto - Edward G. Robinson disteso sul lettino dell’eutanasia. Il suo giovane interlocutore, Heston, nemmeno più capisce a cosa ha rinunciato. Nemmeno sa cos’è un pomodoro o un filetto di carne o un libro. Piange. Per il suo amico. Ma le sue sono lacrime di chi non ha più memoria, quelle di unNexus 6 postmoderno, immemore e pronto per le catene di montaggio cannibaliche.

Ogni tanto, senza alzare gli occhi, mi tocca fare questi annunci: “Oggi mi faccio un giretto da solo. Tre ore. Torno per le cinque”. Dalle bocche aperte di qualche anno fa, si è passati alla rassegnazione. Ma sì, devo abbandonare la baracca; per respirare.
In alcuni luoghi respiro a pieni polmoni. Un respiro che quasi tutti voi avete disimparato. Chi respira più come i bambini? In tali rifugi l’aria d’intorno entra naturalmente nel petto. Si è s-pensierati. I pensieri, infatti, qui non hanno campo. I pensieri inutili, intendo: le sterili fantasticherie, i dubbi stolidi, le persecuzioni quotidiane della minima burocrazia, il clamore minuto e continuo del digitale.

Nel suburbio di Roma, fra rivi millenari (l’Arrone, toponimo etrusco, il Galeria, che diede nome a una tribù rustica romana), si elevano dozzine di poggetti, poche decine di metri, dai nomi fantastici. Dopo la stagione del fieno, essi appaiono per quel che sembrano, monterozzi spelacchiati e stopposi, eguali gli uni agli altri.
Sterrate disagevoli li uniscono; qualche casale qua e là, un agriturismo, un laghetto artificiale. Campagna romana pura. Anche i proprietari hanno nomi desueti: Eustachio, Alburno. Su alcuni, che ne sanno più di certi giovani archeologi, tanto da fargli da guida, ci si potrebbe scrivere un libro. Uno d’essi, con mani larghe come pale, una volta si mise a tessere le lodi del suo conterraneo, Dionisio di Siracusa, intimo di Platone. Gli Etruschi? Globalisti mollaccioni. Romani? Una masnada di burini. I Punici, bottegai organizzati. I Siciliani, invece, quelli sì …
Alle due del pomeriggio ci si cuoce con gradevolezza.
Passato un ponticello provvisorio della Seconda Guerra, ci si inerpica, a piedi, per una salita lastricata da basoli moderni, incassata fra due spallette; a sinistra s’intravedono, nel folto, le cavità d’alcune tombe; a destra, uno sfiatatoio. Gallerie ipogee e cunicoli abbondano in tale zona: Veio è a un passo.
Lascio, sulla destra, una chiesina secentesca, compresa in una tenuta nobiliare; il capofamiglia ha recentemente legato il nome di famiglia a quello d’un altissimo dignitario FIAT: accortezza dei matrimoni patrizi.

Oltre, le piagge assolate. Un crocicchio è dominato da un’ara funeraria, anonima.
Ecco il poggio, rasato e sconvolto dalle mietiture.
Salgo ancora. Sosto all’ombra di un ulivo la cui fioritura è stata bruciata dalla stagione inclemente: troppa umidità, troppo sole.
Già al limitare dello sterrato intravedo i primi tasselli policromi. Qui era una villa suburbana, sicuramente; mosaici sbriciolati giacciono sotto, ridonati al caso e all’indeterminatezza, come una vena aurifera che, da millenni, fa affiorare le sue pepite più umili. A volte, se si è fortunati, si rinvengono pezzi di marmo: fior di pesco, serpentino, porfido, giallo antico, porta santa. Centinaia di qualità, estratte da cave forse oggi estinte, convennero in tali luoghi da ogni parte dell’Europa, dell’Africa, dell’Asia: solo per comporre unità di senso a bassa entropia: un delfino, un’anatra, una circonvoluzione vegetale, tigri e antilopi; e poi erme, colonnette, bassorilievi.

Nonostante la devastazione, nella frantumaglia, s’intuisce una resistenza.
Il male qui non ha campo. Si respira.
Menzogna, verità e bellezza formano una lorica inscalfibile. Suonano - per lo spirito - arie senza suono.