Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 19 aprile 2019

Gli ebrei hanno creato tanti Auschwitz nelle terre di Palestina

Il Muro del pianto - Foto: Irene Masala

L’Onu accusa Israele: sfrutta illegalmente i Territori palestinesi

Un nuovo report delle Nazioni Unite accusa Israele di stare violando i diritti umani in Palestina sfruttando illegalmente le risorse naturali presenti. A preoccupare è innanzitutto la situazione nella Striscia di Gaza, ma vari rilievi interessano anche la Cisgiordania e Gerusalemme Est

di Irene Masala 19 Aprile 2019

In campagna elettorale “King Bibi”, come viene chiamato Benjamin Netanyahu dai suoi sostenitori, aveva promesso di estendere la sovranità israeliana sulla Cisgiordania. Aggiungendo di non essere intenzionato a fare differenze tra l’annessione di grandi aree e insediamenti isolati. Parole che, se realizzate davvero, spazzerebbero via definitivamente ogni possibilità di istituire uno Stato palestinese autonomo in Cisgiordania. E che oggi preoccupano ancora di più, perché Netanyahu, alla fine, ha vinto le elezioni parlamentari del 9 aprile e ha già ottenuto l’appoggio della maggioranza dei parlamentari per la formazione di un nuovo esecutivo.

A questo punto sembra prospettarsi un nuovo braccio di ferro con le Nazioni Unite, che giusto qualche settimana fa ha chiarito che lo Stato d’Israele non è autorizzato a fare ciò che vuole nei Territori palestinesi. A partire dall’uso delle risorse naturali, materia in cui esistono regole ben precise che Tel Aviv sta violando. «Lo sfruttamento israeliano delle risorse palestinesi è una violazione dei diritti umani», ha detto un esperto dell’Onu.


Susya, Cisgiordania – Foto: Irene Masala

Onu denuncia lo sfruttamento di risorse in Palestina

Il relatore speciale delle Nazioni Unite, Michael Lynk, ha affermato in un report pubblicato il 18 marzo dall’Ohchr, l’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu, che lo sfruttamento da parte dello Stato di Israele delle risorse naturali presenti nei Territori palestinesi occupati rappresenta una diretta violazione delle responsabilità legali che derivano dall’essere una potenza occupante.

Durante la presentazione del report a Ginevra, davanti al Consiglio per i diritti umani, Lynk ha sottolineato le difficoltà quotidiane di quasi 5 milioni di palestinesi nell’accesso all’approvvigionamento idrico e allo sfruttamento delle risorse naturali presenti in quei territori.

Per quanto riguarda, nello specifico, le ricchezze naturali del territorio occupato – che comprendono risorse idriche, risorse naturali finite e rinnovabili, oltre al suolo e all’ambiente– la potenza occupante deve assumere una serie di responsabilità legali specifiche. Tra queste, nei punti 29 e 31 del documento si evidenzia come Israele abbia diritto a un uso limitato delle risorse pubbliche palestinesi e solo come “amministratore e usufruttuario” provvisorio, secondo quanto stabilito dall’articolo 55 del Regolamento dell’Aia del 1907. La potenza occupante perciò non ha alcuna autorità legale per lo sfruttamento di risorse e proprietà presenti nel territorio occupato a vantaggio della propria economia.



Israele, una storia di occupazione: i punti critici oggi

Tra le principali criticità evidenziate da Lynk c’è la situazione di Gerusalemme Est, con quasi 200 famiglie palestinesi a rischio sfratto, e lo status del Mar Morto, zona ricchissima dal punto di vista naturale e minerale, da cui Israele ricava profittovietandone lo sfruttamento delle risorse ai palestinesi.

La Striscia di Gaza è quella che desta le maggiori preoccupazioni: con oltre il 96 per cento delle falde acquifere inadatte al consumo umano, l’acqua è ormai il simbolo della sistematica violazione dei diritti umani dei palestinesi. Diversi milioni di persone soffrono infatti di carenza d’acqua causata da contaminazione o mancanza di accesso alle fonti idriche, poste sotto il controllo israeliano dal 1967. Nel 1982, inoltre, la proprietà di tutti i sistemi di approvvigionamento idrico della Cisgiordania fu assunta dalla Mekorot, la compagnia idrica nazionale israeliana.

Infine la questione delle cosiddette “zone di sacrificio” interne alla Cisgiordania, dove il governo israeliano smaltisce parte dei propri rifiuti pericolosi. Nel punto 61 del report si specifica come Israele abbia creato almeno 15 impianti di trattamento rifiuti in Cisgiordania, zona estranea al regolamento ambientale israeliano, per trattare rifiuti pericolosi come fanghi di depurazione, oli solventi, batterie e rifiuti elettronici.

Nella relazione pubblicata nel 2017 dal centro israeliano B’teselm, si sottolineava inoltre l’impatto di queste “zone di sacrificio” sull’accesso alle risorse idriche e sulla salute degli abitanti della zona.

Il report conclude affermando che durante questi cinque decenni di occupazione, Israele si è indebitamente appropriato di risorse pubbliche e proprietà private senza averne l’autorità legale, violando leggi umanitarie internazionali e i principi alla base del diritto all’acqua. Questo atteggiamento mina, secondo Lynk, ogni percorso verso l’autodeterminazione dei palestinesi e qualunque percorso verso la pace per entrambi i popoli.


Susya, Cisgiordania – Foto: Irene Masala

Israele tra insediamenti e Convenzione di Ginevra

Ai sensi di quanto sancito dall’articolo 49 della IV Convenzione di Ginevra, alla potenza occupante è inoltre vietato trasferire una parte della propria popolazione civile all’interno del territorio da essa occupato. Atto che, secondo lo Statuto di Roma, viene considerato come un crimine di guerra.

Il trasferimento della popolazione israeliana si concretizza oggi nell’esistenza di 131 insediamenti ufficialmente riconosciuti dal governo israeliano e di altri 110 insediamenti costruiti senza ufficiale autorizzazione ma con il sostegno del governo.

Secondo B’Tselem, sarebbero più di 620 mila i cittadini israeliani che vivono all’interno dei territori palestinesi occupati: circa 400 mila in Cisgiordania e circa 200 mila nella parte Est di Gerusalemme. E stando ai dati forniti dal centro di statistica israeliano(Israel’s Central Bureau of Statistics), il tasso annuale di crescita della popolazione israeliana all’interno degli insediamenti è di 1,75 volte maggiore rispetto a quello interno a Israele: una crescita del 3,5% rispetto a quella del 2% nel territorio israeliano.

Amnesty accusa i giganti delle prenotazioni online

Amnesty International ha accusato quattro tra le principali agenzie di prenotazione online mondiali di favorire l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e di trarre guadagno dai crimini di guerra. Nel report “Destinazione: occupazione”, pubblicato lo scorso 30 gennaio, si accusano Airbnb, Booking.com, Expedia e TripAdvisor di promuovere il turismo all’interno degli insediamenti israeliani e di contribuire in modo significativo alla loro esistenza ed espansione.

Airbnb era già finita nel mirino delle proteste lo scorso novembre, tanto da decidere di rimuovere dalle proprie destinazioni gli insediamenti in Cisgiordania. La decisione del colosso online aveva provocato forti reazioni da parte israeliana e statunitense, tante da far ritrattare la presa di posizione da parte di Airbnb.

Airbnb ha infatti annunciato lo scorso 9 aprile la volontà di non procedere con la rimozione dalla piattaforma delle oltre 200 case israeliane in Cisgiordania, ma di voler donare il ricavato delle future prenotazioni in quei territori a organizzazioni umanitarie internazionali.


Cartina: la mappa di Israele e Palestina

San Luca Kaus Davi si presenta alle elezioni


KLAUS DAVI: CON ME SAN LUCA SVOLTERÀ 

Apr 18, 2019, 17:22 Pm 

‘Paura di essere ucciso? Sì, ma a Milano’ 

«Negare quello che ha significato San Luca per la storia di Duisburg sarebbe un atto idiota. Ma quelle persone non ci rappresentano. Non hanno nulla a che fare con la gente di San Luca. Quello che dice il grande magistrato Nicola Gratteri è sacrosanto. Qui la ‘ndrangheta c’è, non lo possiamo negare. Ma bisogna tentare di dare una prospettiva alle nuove generazioni. Per questo sono sceso in campo. Quello che mi dispiace è che il futuro della Calabria non sembra più interessare neanche ai Calabresi stessi. Qui la società civile quasi non esiste. A parole molti dicono di volersi impegnare ma poi si sentono troppo ‘chi’ per fare un’esperienza del genere». Lo ha dichiarato il mass mediologo Klaus Davi, candidato sindaco a San Luca (RC), intervistato dalla Radio Web di Duisburg in Germania. «Ma per fortuna ora la squadra c’è e si andrà a votare. Non ha idea di quanto affetto e ospitalità ho trovato in Calabria e a San Luca. Paura di essere ucciso? – ha detto Klaus Davi rispondendo a una domanda del network tedesco – Sì, ma a Milano. Ogni volta che esco di casa nel pieno centro penso ‘cosa mi potrà succedere?’. Solo qualche giorno fa hanno fatto un agguato a pochi metri da casa mia, in corso Italia, e poi mi parlano di San Luca! I milanesi sono i principali finanziatori della mafia perché è una città piena di drogati, ma nessuno ne parla». 

La Sharia entra come nel burro in Svezia

MONA WALTER: L’ISLAM CONQUISTERÀ LA SVEZIA IN 50 ANNI 

di MELISSA ROTHSCHILD 

Mona Walter (foto) è una donna somala che è venuta in Svezia negli anni ’90. In Somalia non è mai stata religiosa, ma in Svezia è stata più o meno costretta ad andare in moschea e ad indossare un hijab. Dopo un paio d’anni, si ribellò, abbandonò l’Islam e divenne atea. Alla ne ha iniziato a credere in Gesù e si è convertita al cristianesimo. “Per molti anni ho cercato di far capire agli svedesi qual è l’obiettivo musulmano: impadronirsi del loro paese. La prima cosa che faranno è chiedere ai tribunali l’applicazione della Sharia, proprio come nel Regno Unito”, ha detto Mona. Ma i media mainstream non vogliono ascoltarla. La deniscono polemica e la maggior parte degli svedesi riuta il suo messaggio, che, secondo il blog Ingrid e Maria, li spaventa troppo. Di seguito, alcune delle sue esortazioni in pubblico: “Gli svedesi sono così convinti che le leggi svedesi saranno sempre applicabili nel loro paese. Ma chiedete a qualsiasi inglese se...

Il fanfulla Salvini si candita per finta

Salvini prestigiatore?

18.04.2019 - Rocco Artifoni

(Foto di Il fogliettone)

Quando ci sono le elezioni è doveroso informarsi. Di conseguenza, in vista della votazione per il rinnovo del Parlamento Europeo, ho iniziato a guardare le liste e a leggere i candidati di tutti i partiti o movimenti politici. Sono partito dalla Lega e subito mi sono fermato, assai perplesso. Nel simbolo c’è scritto “Lega Salvini premier”.

Non ho mai condiviso la scelta di alcuni partiti di indicare nel logo il nome del proprio candidato alla presidenza del consiglio dei ministri (che non capisco perché viene impropriamente chiamato “premier”, in particolare da chi dichiara “prima gli italiani”), poiché questa in Italia è una prerogativa costituzionale del Presidente della Repubblica.

A maggior ragione mi sembra del tutto inappropriata la scritta “Salvini premier” sul logo della lista per le elezioni del Parlamento Europeo. Che cosa significa? Che Salvini si candida a fare il “premier” europeo, che in realtà sarebbe il Presidente della Commissione Europea?

A proposito: il capolista della Lega alle elezioni europee è proprio Matteo Salvini. Sembra un fatto normale, ma in realtà se Salvini venisse eletto parlamentare europeo (e a maggior ragione se diventasse Presidente della Commissione Europea), sarebbe incompatibile sia come senatore sia come Ministro del governo italiano. Dato che è molto probabile che Salvini venga eletto al Parlamento Europeo, dobbiamo attenderci a breve le sue dimissioni dalle cariche nazionali. Quindi, inevitabilmente si pone già la domanda: chi sostituirà Salvini al Ministero degli Interni?

A meno che Matteo Salvini si sia candidato soltanto per finta, sapendo già che dopo le elezioni rinuncerà al seggio europeo e che la scritta “premier” è soltanto uno scherzo. Ma questo sarebbe un trucco da prestigiatore tipico della peggior partitocrazia, gigantesco specchietto per le allodole (gli elettori…), che escludiamo possa essere stato messo in atto da un leader innovatore e leale come Matteo Salvini…

L'Umbria ha scoperchiato il vaso e ora la magistratura indaghi su tutta la sanità nazionale dove i partiti da almeno trent'anni si sono annidati e succhiano senza soluzioni di continuità energie e linfa, calcolando che all'incirca 80% dei bilanci di ogni regione è riversato nella sanità

Curia, massoneria e sindacati: la “concorsopoli” non si fermi alle colpe della politica

“Tutti si muovono”, diceva al telefono l’ex dg dell’ospedale di Perugia Emilio Duca. E allora l’inchiesta accenda i suoi fari sul sistema che baratta il merito con la convenienza


Christian Cinti18 aprile 2019 12:51

Lo scandalo che sta travolgendo la sanità e la politica umbra è gravissimo. L’indagine della procura della Repubblica di Perugia ha scoperchiato un sistema ignobile di spintarelle e raccomandazioni, suscitando un clamore e un terremoto che questa regione difficilmente dimenticherà.

Le conseguenze dell’inchiesta sono sotto gli occhi di tutti. Quello che fino a qualche anno fa era il principale partito politico della regione è stato decapitato nelle sue articolazioni di vertice. L’istituzione principale dell’Umbria è senza guida, la sanità – voce principale del bilancio regionale e, stando almeno alle statistiche, fiore all’occhiello dei servizi pubblici – ne esce malconcia e sicuramente inquinata da più di un’ombra.

Tutto questo è diretta conseguenza delle indagini che si sono appuntate su quello che viene in qualche modo ritenuto lo snodo principale di questo sistema: Emilio Duca. L’ormai ex direttore generale dell’azienda ospedaliera di Perugia secondo l’accusa faceva da collettore agli interessi della politica – in modo particolare di Catiuscia Marini, Luca Barberini e Gianpiero Bocci – e poi si attivava per fare in modo che i desiderata della maggioranza venissero accolti. Lo faceva, così come Maurizio Valorosi, per un tornaconto personale. Ossia, per mantenere la sua posizione ai vertici della sanità umbra.

Se però le parole di Duca sono ritenute vere e assumono un ruolo determinante nelle contestazioni che vengono rivolte agli indagati, allora quelle sue stesse parole sono vere anche in altri passaggi determinanti che emergono scorrendo le quasi cinquecento pagine con cui il procuratore De Ficchy e i sostituti Abbritti e Formisano ricostruiscono la “cricca” della concorsopoli umbra.

Duca, che prima di essere stato dg del Santa Maria della Misericordia, è stato direttore regionale della Salute e quindi i meccanismi del settore li conosce nelle sue sfaccettature tecniche, politiche e ammnistrative, non parla soltanto delle “indicazioni” della politica. Ma dice anche: “Voi non ve rendete conto di queste cose quel che c’è…”. Fino ad essere ancora più chiaro: “I sindacati si muovono, tutto il mondo… tutti, tutti, tutti…”. E poi, sibillino ma circoscritto, in un’altra conversazione intercettata dalla Finanza, spiegherà: “Non riesco a togliermi le sollecitazioni dei massimi vertici di questa regione a tutti i livelli... ecclesiastici (omissis) ecumenici, politici, tecnici (…) Tra la massoneria, la curia e la giunta (omissis) non me danno tregua. E la Calabria Unita (omissis)...”.

Si tratta di affermazioni pesanti. Ma piuttosto chiare. Qualche giorno fa, sulle colonne di perugiatoday si faceva riferimento ai “sogni infranti” di quei quasi ventimila giovani – ma non solo – che hanno negli anni partecipato ai concorsi sanitari dell’Umbria, ignorando che, probabilmente, i posti al sole erano già stati assegnati a tavolino.

Quei sogni non vengono sicuramente ricostruiti dall’inchiesta che in queste ore si sta sviluppando. Né, tantomeno, vengono restituiti a chi li ha persi se, in questa storia, non si ricapitolano i bandoli di tutte le matasse. Il rischio che si corre ora è quello di inseguire una “morale sulla questione morale”, così come è stato detto nella difficilissima riunione della direzione regionale del Pd di lunedì pomeriggio. Il rischio che si corre in questi giorni è di sintetizzare, sbagliando, che le raccomandazioni venivano soltanto da una parte. Il rischio che si corre è di pensare che i provvedimenti sacrosanti di queste ore chiudano una pagina scandalosa della nostra storia regionale.

La magistratura si muove su prove, fatti, denunce “qualificate”. La politica ha il compito di lavorare ad un livello superiore e se vuole recuperare la fiducia dei cittadini e il suo ruolo naturale, ha il dovere – questo sì, morale – di fare in modo che tutto questo non accada più. Avendo però l’onestà di fuggire da rancori, vendette e guerre fra bande e di ammettere che il sistema che ora si condanna, non si esaurisce qui. Perché se le parole, fondamentali per l’inchiesta, di Duca e degli altri stanno inchiodando alcuni responsabili alle loro colpe, di nomi da fare ancora ce ne sono molti.

Lorenzo Vita - Libia - Gli Stati Uniti forse si riposizionano


Conte chiama Trump: in Libia rinasce l’asse Italia-Usa

APR 18, 2019 

In Libia l’asse tra Italia e Stati Uniti comincia a prendere forma. Dopo le notizie sul possibile ritorno delle forze speciali statunitensi a Misurata, lì dove sono presenti anche le nostre truppe, e con i continui contatti fra Roma e Washington, nella serata di ieri è arrivata anche la telefonata di Giuseppe Conte con Donald Trump con cui i due leader hanno parlato soprattutto della crisi libica e delle possibili soluzioni condivise da intraprendere.

Come spiega una nota della presidenza del Consiglio, il premier italiano e il presidente degli Stati Uniti hanno condiviso “la preoccupazione per l’escalation sul terreno e per i rischi di una crisi umanitaria” e i due leader hanno “concordato circa l’opportunità di mantenere un filo diretto per individuare una soluzione sostenibile, attraverso nuovi contatti sin dai prossimi giorni”. Un annuncio che indica la nascita di una sorta di cabina di regia Italia-Usa che possa mettere a punto una definizione della crisi in Libia scaturita dalla repentina avanzata di Khalifa Haftar su Tripoli.

Secondo fonti del governo, quello che è trapelato dalla conversazione è che entrambi i Paesi, Italia e Stati Uniti, siano concordi sul trovare “una soluzione politica” alla crisi che sta sconvolgendo la Libia, evitando dunque qualsiasi opzione militare. Le stesse fonti hanno fatto sapere ad Agi che durante la conversazione telefonica, Trump ha voluto esprimere piena fiducia nei confronti dell’Italia, lodando il ruolo del Paese e soprattutto il metodo di gestione del dossier libico. Insomma, a Washington la “pax italica” sulla Libia continua a piacere. E adesso sembra di nuovo disposta a dare credito al governo italiano nell’escalation di Tripoli per fermare l’avanzata di Haftar che, con il suo tentativo di conquista, ha messo a repentaglio lo stesso piano dell’amministrazione americana.

Gli Stati Uniti hanno da sempre ritenuto di applicare in Libia il piano delle Nazioni Unite per una transizione pacifica. E in questo, l’agenda italiana combaciava perfettamente con le idee Usa e del Palazzo di Vetro. Ma il patto con Haftar, che doveva evitare qualsiasi tipo di escalation, sembra essere definitivamente saltato. E ora la telefonata fra Conte e Trump potrebbe essere l’indizio che da Washington hanno iniziato a riprendere in mano il dossier Libia in maniera più approfondita. Come ha da tempo richiesto l’Italia.

Il problema è che Palazzo Chigi qualcosa avrà dovuto garantire. Perché è chiaro che la superpotenza non è certo l’Italia e quindi, a fronte dell’impegno di Trump e della sua “benedizione” sull’affaire-Libia, Roma avrà certamente dovuto assicurare il sostegno all’agenda americana almeno su altre questioni. In particolare su quelli che hanno condotto alle frizioni maggiori fra l’Italia e gli Stati Uniti. Già il fatto che durante la conversazione sulla Libia si sia parlato di Venezuela – uno dei problemi più importanti per l’amministrazione Usa e su cui il governo italiano ha mostrato tentennamenti rispetto alle volontà di Washington – è un indizio di quanto sia stato importante il negoziato diplomatico dietro l’asse fra Italia e Stati Uniti sulla Libia. Il do ut des, in ogni caso, sembra esserci stato.

Adesso bisognerà capire come quest’asse si tradurrà sul campo. Intanto, le prime avvisaglie sembrano esserci state. Le forze di Africom potrebbero tornare in Libia in queste ore (c’è chi parla di Misurata), la flotta Usa ha rafforzato la sua presenza nel Mediterraneo, l’Onu ha alzato la voce contro Haftar e chiesto l’immediata interruzione dell’assedio di Tripoli. Ma il peso americano, in questa fase dell’escalation, può farsi sentire soprattutto sui partner arabi (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto) che continuano a finanziare e sostenere l’avanzata dell’uomo forte della Cirenaica. Trump ha le possibilità di telefonare a Il Cairo, Riad e Abu Dhabi per chiedere di frenare il generale. E i legami di Washington con Qatar e Turchia possono essere un’utile leva contrattuale. Il tutto con la Francia sullo sfondo, il cui presidente, Emmanuel Macron, si è ritagliato la figura di anti Trump europeo: e forse la Casa Bianca potrebbe inviare il primo avvertimento partendo dalla Libia.

http://www.occhidellaguerra.it/conte-chiama-trump-libia/

Gaetano Pedullà - Il fanfulla Salvini avanza non consolida le sue posizioni e il retroterra diventa sempre più incontrollabile. Non è una strategia per risolvere i problemi dell'Italia è una tattica che serve solo alla propaganda elettorale continua


La pubblicità è l’anima della Lega. La febbre da elezioni sta spingendo Salvini a spararla ogni giorno più grossa 

18 aprile 2019 di Gaetano Pedullà


Dopo essersi preso l’esercito, con una direttiva sui migranti che non compete al Viminale, Matteo Salvini fa sue anche le città, affidando ai prefetti il contrasto al degrado che è compito dei sindaci. Ci manca solo che commissari gli arbitri per far vincere il suo Milan, e magari mentre ci siamo il Parlamento e il Quirinale, così è sicuro che l’Italia funzionerà benissimo, o male che vada i treni torneranno ad arrivare in orario.

Siamo troppo vicini al 25 Aprile per fare altra ironia sulla mostruosità dei regimi, ma non c’è dubbio che la febbre da elezioni sta spingendo il leader della Lega a spararla ogni giorno più grossa, col risultato di far delirare i suoi tifosi e molti nuovi, tutti affascinati dalla figura di questo indomito risolutore di problemi. Dietro lo spot elettorale però non c’è affatto quello che appare, e le continue invasioni di campo in ambiti che non gli appartengono, oltre a illuderci su chi sia il più bravo anche tra gli alleati di Governo, alla fine non servono a niente.

Chiudere i porti a chi fugge dalle guerre – che piaccia o no – non si può fare a meno di commettere quello che la nostra Costituzione e la comunità internazionale considera un crimine contro l’umanità, i militari non sono comandati dal ministero degli Interni, e ordinare ai prefetti di far rispettare l’ordine senza la polizia che lo stesso Salvini non può fornire ricorda la supercazzola degli aerei spostati dal Duce da un aeroporto all’altro, per far vedere che l’Italia ne aveva a volontà quando invece volava solo l’ambizione di un gerarca in cerca del posto al sole. E poi abbiamo visto com’è andata a finire.

Siri indagato nasce con Craxi...

DIA

Tangenti in Sicilia, bufera sul sottosegretario Siri: indagati anche alla Regione, in carcere il re dell'eolico

18 Aprile 2019

Il sottosegretario ai Trasporti Armando Siri

L'accusa è di aver intascato una tangente da 30mila euro, per questo Armando Siri, sottosegretario ai Trasporti, è indagato per corruzione in un'inchiesta che coinvolge altre otto persone.

La proroga di indagine firmata dal gip di Roma gli è stata notificata in mattinata. Tutto per una mazzetta in cambio della modifica di un norma che faceva capo al Def sugli incentivi connessi al mini-eolico.

Il nome di Siri spunta da un'intercettazione disposta dalla Procura di Palermo che, da mesi, indagava su un giro di mazzette che vede coinvolti il "re dell'eolico" Vito Nicastri, imprenditore mafioso che avrebbe finanziato la latitanza del boss Matteo Messina Denaro, e Paolo Arata, ex deputato di Forza Italia, tra i professori scelti da Salvini per la stesura del programma della Lega. Arata, a Palermo indagato per corruzione, ritenuto socio occulto di Nicastri in diverse attività legate alle energie alternative, parla col figlio Franco. Anche Franco Arata è indagato. I due discutono chiaramente di una mazzetta di 30mila euro.

Il dialogo è intercettato e non è chiaro (la conversazione è disturbata) se i soldi siano stati consegnati o debbano essere ancora dati. Il luogo dello scambio sarebbe comunque Roma. E di certo c'è che il destinatario della tangente, almeno nel colloquio, è Siri. Gli inquirenti captano poi una serie di appuntamenti, conversazioni e incontri tra il leghista e Arata. Il sottosegretario finisce per essere intercettato indirettamente: l'uso delle conversazioni che lo riguardano dovrà essere autorizzato da Palazzo Madama.

Per i magistrati di Palermo ce n'è abbastanza per mandare il fascicolo ai colleghi di Roma. Nella sua "duplice veste di senatore della Repubblica e sottosegretario alle Infrastrutture" nella "qualità di pubblico ufficiale" avrebbe asservito "le sue funzioni e i suoi poteri ad interessi privati", scrivono i pm.

In cambio dei soldi, il politico avrebbe dovuto caldeggiare l'inserimento di una norma, in realtà mai presentata, che avrebbe fatto retroagire alla costituzione di una delle società di Arata e Nicastri la data utile per godere di contributi economici nel settore delle energie alternative. Ma Siri non sarebbe stato al corrente dei rapporti tra Arata e l'imprenditore alcamese, che in questi mesi ha continuato a essere intercettato dai pm.

Nicastri, da un anno agli arresti domiciliari, nonostante sia stato raggiunto da una maxiconfisca da un miliardo di euro, avrebbe continuato, tramite un familiare, a manovrare per fare affari. Per questo gli è stata aggravata la misura cautelare ed è stato riportato in carcere.



IL RE DELL'EOLICO. L'inchiesta è coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dal procuratore aggiunto Paolo Guido e dal pm Gianluca De Leo. Nicastri, dai domiciliari, violando le prescrizioni dei giudici, avrebbe continuato a comunicare con l'esterno e fare affari. Video girati dalla Dia lo ritraggono mentre parla al balcone dei progetti sull'eolico fermi alla Regione. La Procura, che lo teneva sotto controllo, ha chiesto e così ottenuto l'aggravamento della misura cautelare.

Indagando su Nicastri e anche grazie alle dichiarazioni di diversi pentiti, i magistrati hanno ricostruito un giro di corruzioni di funzionari regionali siciliani finalizzati a ottenere permessi per progetti legati al mini eolico e alla realizzazione di due impianti di biometano. Perquisizioni sono state disposte sia a Palermo, che negli uffici dell’assessorato regionale all’Energia, e a Roma, oltre che nell’abitazione e nelle pertinenze dello stesso Nicastri, ritenuto un prestanome del superlatitante Matteo Messina Denaro.

Al centro delle verifiche disposte dai pool coordinati, a Palermo, dal procuratore aggiunto Paolo Guido e, nella Capitale, dall’aggiunto Paolo Ielo, una serie di permessi gestiti dalla Regione Sicilia, con l’assessorato all’Energia. Il fine ultimo di Nicastri sarebbe stato quello di fare approvare una normativa che avrebbe previsto ulteriori incentivi e finanziamenti negli investimenti nel campo delle energie alternative. Un progetto che poi andò in fumo.



GLI INDAGATI. Nella lista degli indagati il personaggio chiave è Paolo Arata, genovese come Siri, 68 anni, ex deputato nazionale di Forza Italia e, nel 1994, presidente del Comitato interparlamentare per lo sviluppo sostenibile: negli anni scorsi è stato uno dei sette professori a cui Matteo Salvini ha affidato la stesura del programma di governo della Lega. Anche Armando Siri fu uno dei professori che, per «Noi con Salvini», si occupò di economia, riforma fiscale e flat tax.

Per i pm Arata, indagato insieme al figlio, a Nicastri e ad altre 5 persone per corruzione e intestazione fittizia di beni, sarebbe un socio occulto dell'imprenditore.
I pm, che hanno disposto l'esecuzione di una serie di perquisizioni alla Regione, parlano di un gruppo imprenditoriale "Arata-Nicastri sviluppatosi in un a serie di operazioni finanziarie, sia ufficiali che non tracciabili" nel settore dell'eolico.

Arata ha una serie di relazioni con ambienti politici regionali e nazionali e - scrivono i pm "ha trovato interlocutori all'interno dell'assessorato all'energia, tra tutti l'assessore Pierobon, grazie all'intervento di Gianfranco Miccichè, a sua volta contattato da Alberto Dell'Utri, fratello di Marcello".

Secondo i magistrati Arata sarebbe riuscito "ad interloquire direttamente con l'assessore regionale al territorio Cordaro e tramite questi con gli uffici amministrativi dell'assessorato, dopo avere chiesto un'intercessione a Calogero Mannino".

Sotto inchiesta oltre a Paolo Arata, 69 anni, anche il figlio Francesco, 39 anni che si era trasferito da Roma ad Alcamo; Vito Nicastri e il figlio Manlio per intestazione fittizia; per corruzione l'ex dirigente dell'assessorato Energia Alberto Tinnirello, 61 anni, (nominato recentemente capo del genio civile di Palermo) e il suo collega Giacomo Causarano, 70 anni; sempre per tangenti è indagato Angelo Giuseppe Mistretta, funzionario del Comune di Calatafimi in provincia di Trapani impegnato nelle istruttorie per il via libero agli impianti eolici; l'imprenditore Francesco Isca, 59 anni, che risponde di associazione mafiosa. Indagando su quest'ultimo, anche lui socio di Nicastri, sarebbe partita la tranche dell'inchiesta inviata a Roma per la presunta tangente incassata nella Capitale dal sottosegretario Siri.

Tinnirello avrebbe incassato una tangente, non quantificata dai pm, per dare gli informazioni sullo stato delle pratiche amministrative inerenti la richiesta di autorizzazione integrata ambientale per la costruzione e l'esercizio degli impianti di bio-metano di Franconfonte e Calatafimi-Segesta della Solgesta s.r.l., di proprietà di Arata e Nicastri. Causarano avrebbe avuto 11mila euro, mazzetta mascherata da pagamento di una prestazione professionale resa dal figlio, pure lui indagato. In cambio avrebbe passato informazioni sullo stato delle pratiche amministrative inerenti le istanze relative agli impianti di produzione di energia rinnovabile. Mistretta avrebbe ricevuto 115mila euro per rilasciare una autorizzazione alla costruzioni di impianti di produzione di energia alternativa riferibili alle società di Arata e Nicastri.

IL SOTTOSEGRETARIO. "Respingo categoricamente le accuse che mi vengono rivolte. Non ho mai piegato il mio ruolo istituzionale a richieste non corrette". Lo afferma in una nota il sottosegretario Armando Siri. "Chiederò di essere ascoltato immediatamente dai magistrati e se qualcuno mi ha accusato di queste condotte ignobili non esiterò a denunziarlo", aggiunge. E dice anche che non è sua intenzione dimettersi.

Bad25
SIRI parlamentare della Lega e consigliere economico del "patriota" Salvini???? Ma chi mi rici??? Un mi riri nienti!!!

Bad9
Le energie rinnovabili salveranno il clima, ma con le speculazioni, si rovina questo futuro.Se in tanti si fanno i soldi, illecitamente con le rinnovabili, vuol dire che i guai giudiziari eventuali sono rischi palliativi, compensati con tanti illeciti proventi. Gaspare Barraco (ing) Marsala.

max vs max 18-04-2019 - 16:41:25
Invece ti dico io qualcosa.
Pochi anni fa patteggio per bancarotta fraudolenta per la società MediaItalia di cui era socio e lasciata con un milione di euro di debiti avendoli dirottati, lui e soci, in un paradiso fiscale americano così come scrivono i giudici che hanno accolto l’accordo con la difesa e ancora, casa pignorata per 40 mila euro nei confronti dell’Inpgi e poi altre “piccole” amenità che tralascio, in ogni caso tutto torna perché avendo usato come trampolino di lancio per la sua carriera da socialista affiancando Craxi proseguì nella beneamata Mediaset perciò si può immaginare il know-how posseduto da Armando Siri in fatto di moralità, etica e legalità.

15 aprile 2019 - DIEGO FUSARO: Interventi a "L'aria che tira" (La7)

giovedì 18 aprile 2019

Il fanfulla Salvini è cresciuto troppo velocemente imbarcando potentati e capibastone, questo gli si ritorcerà inevitabilmente contro. Siri è solo la prima avvisaglia

18 aprile 2019
La Lega “torna a casa” nella Calabria di clientele e ‘ndrangheta


Salvatore Mazzei, il suocero, imprenditore e titolare di una cava, è in carcere. E la magistratura calabrese gli ha confiscato società e beni per 200 milioni di euro. Scrivono i giudici che la confisca rientra in una precisa strategia «finalizzata alla sottrazione di beni riconducibili a soggetti collegati o contigui ad organizzazioni di ‘ndrangheta».
In particolare, «una attenta analisi del patrimonio illecitamente acquisito ha permesso di accertare una rilevante sproporzione tra i redditi dichiarati e il flusso di denaro realmente introitato da parte del Mazzei e del nucleo familiare».

Il genero di Mazzei, Domenico Furgiuele, amministratore unico delle società del suocero, ė deputato della Lega, coordinatore regionale del partito di Matteo Salvini. Anche se si parla di un imminente commissariamento del partito calabrese. C’è un pentito, un killer macedone, che racconta che dopo un omicidio, a Lamezia, gli esecutori dell’agguato furono ospitati nell’albergo di Mazzei e che a prenotare il pernottamento fu lo stesso Furgiuele. Lui, nel dicembre scorso, intervistato da “Report”, si difese dicendo di aver fatto una prenotazione per fare un favore a un capocantiere: «L’unica mia colpa è essermi innamorato a 15 anni di una ragazza che ora è mia moglie. La mia condotta è trasparente».


Non è il primo che si difende negando di dover pagare per colpe altrui. Ma è una corsa contro il tempo. Qualcuno cadrà nelle prossime settimane. Per altri ci vorranno ancora mesi. Da mesi si vive come in tempi di guerra, in Calabria, pronti con la valigia sotto il letto. Ci sono inchieste tra Catanzaro e Reggio Calabria che si annunciano devastanti per «le classi dirigenti, politiche, amministrative, imprenditoriali» della Calabria. È davvero una corsa contro il tempo e una guerra di nervi. Maledetti i tempi della giustizia. Sempre lenti, sempre quando imprevedibili e quando meno te l’aspetti ecco arrivare gli arresti eccellenti o anche i mancati arresti eccellenti. Anche in questa Calabria infelice e condannata a essere un cattivo esempio di Regione mal amministrata, con decine di “incompiute”, migliaia di clientele, e naturalmente tanta criminalità mafiosa che qui si chiama ‘ndrangheta. Chissà poi perché dovrebbe essere cambiato qualcosa in meglio, anche con l’arrivo dei nuovi potenti, la Lega di Matteo Salvini (i Cinque Stelle sembrano non avere avuto il tempo neppure di assaporare il potere che già sono in disgrazia) che sgomitano per farsi largo, per scalzare i vecchi referenti del centrodestra e quella sinistra di governo e di potere che ė già in ritirata.


Il deputato di Lamezia Terme Domenico Furgiuele è chiacchierato anche se ufficialmente non è coinvolto nei guai giudiziari del suocero. Poi ci sono consiglieri comunali leghisti già indagati e per alcuni si sussurra che potrebbero finire in carcere. Da un consenso pari a un prefisso telefonico del 2013, la Lega in Calabria nel 2018 ha superato il 5%. E adesso naviga a gonfie vele. A Reggio Calabria cinquemila elettori del Pdl che fu sono passati armi e bagagli alla Lega. E questo grazie al fu governatore della Calabria, all’ex sindaco reggino Giuseppe Scopelliti. Scopelliti quando era da poco maggiorenne iniziò a scalare i vertici del Fronte della Gioventù di una Reggio Calabria che ancora respirava l’aria di quei Moti che negli anni Settanta avrebbero dovuto destabilizzare il Paese che stava pericolosamente virando a sinistra. Destra estrema e ‘ndrangheta unite per stabilizzare l’Italia. E oggi l’area di riferimento dell’ex sindaco ed ex governatore caduto in disgrazia e recluso in carcere per falso in bilancio, ha traslocato votando per il Carroccio. E come potrebbe non essere altrimenti visto che Salvini non fa mistero di aver intrapreso un dialogo costruttivo con le varie Casapound e aorta Nuova italiane ed europee.


Domenico Furgiuele è un impresentabile per colpa di un suocero, Salvatore Mazzei, in galera per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso? Per Matteo Salvini sembrerebbe proprio di no, essendo convinto che neppure lui possa dover rispondere di quello che fa il suocero». Ma poi dei calabresi leghisti perché mai dovremmo stupirci dal momento che le famiglie emigrate in Lombardia e in Piemonte dalla Locride, dalla piana di Gioia Tauro, del vibonese o del crotonese sono saldamente radicate in quei territori.

Dieci anni fa a San Vittore Olona fu ucciso il boss Nunzio Novella. Voleva rendere autonoma la ‘ndrangheta del Nord rispetto all’organizzazione madre. Oggi siamo nel pieno di un processo di trasformazione nei rapporti tra ‘ndrangheta e politica. Dobbiamo solo aspettare.

Gli ebrei in Palestina sono un cancro da estirpare - altre case palestinesi distrutte a Gerusalemme

Israele inizia la demolizione di 500 case ed edifici palestinesi a Gerusalemme Est

Evidenza - 18/4/2019


Gerusalemme-WAFA e IMEMC. Mercoledì mattina, bulldozer israeliani hanno demolito una casa palestinese e diversi magazzini nel quartiere di Silwan, Gerusalemme Est.

Decine di poliziotti israeliani hanno recintato l’area di Wadi Yasul, a Silwan, e sono stati dispiegati nei vicoli, mentre i bulldozer municipali hanno proceduto a demolire la casa ed i magazzini con il pretesto che erano stati costruiti senza una licenza israeliana, raramente rilasciata.

I palestinesi locali si sono scontrati con la polizia e hanno tentato di impedire la demolizione, ma sono stati aggrediti da agenti di polizia. Diversi palestinesi hanno riportato lesioni a seguito degli scontri.

La demolizione è avvenuta tre giorni dopo che un tribunale israeliano ha respinto un ricorso presentato dai proprietari della casa.

I tribunali israeliani, visti come l’ultimo ricorso giudiziario contro le demolizioni, in realtà sono complici nel perpetuare la politica israeliana di trasferimento forzato dei palestinesi.

Usando il pretesto dell’edilizia illegale, Israele demolisce regolarmente le case per limitare l’espansione palestinese nella Gerusalemme occupata.

Allo stesso tempo, il comune ed il governo costruiscono decine di migliaia di unità abitative nelle colonie per soli ebrei a Gerusalemme Est, con l’obiettivo di bilanciare l’equilibrio demografico nella città occupata a favore degli israeliani.

All’inizio di questa settimana, la Corte Suprema israeliana ha respinto un appello da parte di famiglie palestinesi di Silwan, dando il via libera per la demolizione di 500 case ed edifici commerciali, che sono stati costruiti senza un permesso rilasciato da Israele.

I residenti hanno costruito queste case ed edifici commerciali circa 30 anni fa, senza riuscire ad ottenere il quasi impossibile permesso israeliano.

La decisione della Corte Suprema influenzerà molto probabilmente il destino di centinaia di famiglie palestinesi, che resteranno senza casa dopo le demolizioni.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

http://www.infopal.it/israele-inizia-la-demolizione-di-500-case-ed-edifici-palestinesi-a-gerusalemme-est/

La strategia della paura e del Caos, tratta degli schiavi, il libero mercato che è palesemente non libero, l'Euroimbecillità sventolata sotto il naso tutti i giorni, alla sovrapposizione tra destra e sinistra progressisti e conservatori che uguali sono, eliminazione dei diritti sociali acquistati in centinaia di anni di lotte e che fanno parte della coscienza collettiva dei popoli europei, questa Europa incapace e ferma verrà viene spazzata via sempre e ogni occasione sarà buona per dimostrarlo. Si è dimenticata il benessere escluso per i ricchi che continuano ad ammassare fortune che non potranno mai spendere nella loro vita terrena

18 aprile 2019
Farage al 27% è la prova che non abbiamo capito nulla

Al primo sondaggio - e dopo tre anni di guai - il Brexit Party di Nigel Farage ha già il 27% dei consensi. Segnale più che eloquente che, ancora una volta, non abbiamo capito cosa cova sotto la pelle delle società europee: la voglia di cambiare la strada vecchia per la nuova, qualunque essa sia

OLI SCARFF / AFP

Sono solo sondaggi, e lasciano il tempo che trovano. Certo, fa impressione vedere il neonato Brexit Party stimato dalle prime rilevazioni al 27%, il doppio dei voti che prenderebbero i Tories guidati da Theresa May, cinque punti in più rispetto al Labour di Jeremy Corbyn. Fa impressione, e non solo perché il bipartitismo inglese era una delle poche certezze che la politica ci aveva lasciato. Ma anche perché confidavamo che il rapido eclisse di Farage dopo il referendum sulla Brexit e il tonfo dell’Ukip alle successive elezioni fossero la prova di un popolo redento dall’errore, inconsapevole del proprio incauto voto, desideroso di tornare all’ovile di Bruxelles.

E forse è stata propria questa miope convinzione, corroborata dalle piazze piene di europeisti giovani e belli che chiedevano a gran voce un nuovo referendum, ad aver convinto Bruxelles a concedere una proroga a Theresa May e alla politica britannica, incapace di trovare un accordo al suo interno, dopo aver bocciato quello negoziato dal primo ministro con l’Unione Europea. Forse, sotto sotto, c’era la speranza di riportare indietro le lancette della Storia al 2015, prima che l’onda di tutto ciò che definiamo a giorni alterni sovranismo o populismo sommergesse la politica del mondo occidentale.

Speranza vana. Che dimostra quanto poco abbiamo capito della natura strutturale, e non transitoria, di quanto accaduto negli ultimi tre anni. E, allargando lo sguardo, di quanto gli eventi degli ultimi vent’anni - dall’ingresso della Cina nel Wto alla crisi finanziaria del 2008, dal terrorismo di matrice islamica alle migrazioni di massa - abbiano mutato nel profondo la natura di un continente in profondo declino economico, sociale e culturale. Ogni riferimento novecentesco è saltato, dal cieco fideismo nel mercato e nelle istituzioni sovranazionali che dovevano sostituire gli Stati nazione - dall’Onu all’Unione Europea, dal Fondo Monetario al Wto, non ce n’è uno che non si sia dimostrato inadeguato alle aspettative generate -, alle tradizionali dialettiche politiche tra destra e sinistra, progressisti e conservatori.

Altro che impaurito: l’elettorato reclama l’ignoto, parole e strade nuove che offrano risposte a problemi nuovi. Di fronte al rassicurante ritorno nell’ovile europeo reclama l’hard Brexit, nel caso dei sudditi di Sua Maestà. E lo fa dopo quasi tre anni di ponderazione, non nell’eccitazione di una campagna elettorale che promette mirabolanti e irrealistici aumenti della spesa sanitaria. Qualunque alternativa tesa a battere strade antiche è rigettata a priori, nella convinzione - corretta o erronea: lasciamo a voi - che non sia che una pallida terapia del dolore di fronte all’inarrestabile declino europeo.

Ecco perché facciamo fatica a leggere i sondaggi delle prossime elezioni europee del 26 maggio come una sostanziale tenuta dell’establishment e dello status quo. Perché se così fosse, se davvero le forze politiche tradizionali decidessero di continuare con la loro politica al cloroformio, convinte di poter anestetizzare ogni conflitto sociale con l’inazione, staremmo solamente rimandando l’avvento di Orbàn, LePen o Salvini sullo scranno più alto della Commissione Europea. E se crediamo che i terremoti politici in Austria e Italia siano episodi slegati dal resto e che non siano l’anticipazione di ciò che presto rischia di succedere in una Spagna dilaniata dai conflitti regionali, in una Francia messa a ferro e fuoco dal ceto medio impoverito, persino in una Germania che non cresce più, siamo ancora una volta destinati a sorprenderci della nostra incapacità di capire.

Per evitare tutto questo, c’è solo una strada, a ben vedere. Quella di generare un cambiamento uguale e contrario, altrettanto radicale. Al sovranismo si può rispondere solo con una nuova e radicale riforma dell’idea di statualità. Ai porti chiusi e alla Fortezza Europa - l’ha scritto perfettamente Giulio Cavalli qualche giorno fa - con una proposta uguale e contraria di società aperta che generi benessere per i cittadini europei, cosa che oggi - e lo diciamo fermamente convinti nel dovere dell’accoglienza - non avviene. Alla voglia di dazi e di protezionismo, con una nuova idea di mercato. Alla tecnofobia e alla paura di perdere benessere e posti di lavoro a causa dell’innovazione, con un nuovo modello di sviluppo, tanto sostenibile quanto inclusivo.

Servono soldi, per tutto questo? Sì, ma soprattutto idee, progetti e visioni che oggi sono del tutto assenti dalla testa e dalle parole di chi ci governa. Finché sarà così, pur con tutte le loro contraddizioni e la loro palese inadeguatezza, i Farage di tutto il mondo avranno vita facile, facilissima.

Libia - un governo inconcludente e inutile, avere i soldati e non usarli e come non averli


Italia scommette su Misurata e spera negli Usa ma ha probabilmente frainteso la situazione

11:15 18.04.2019URL abbreviato

Il maresciallo Haftar non è riuscito per il momento a piegare la resistenza che oppongono alle sue truppe le milizie ancora leali al premier del Governo di Accordo Nazionale, Fayez al Serraj. Ma la battaglia è lungi dal potersi considerare finita.

Il blocco cirenaico, che ora può contare anche sul controllo delle retrovie nel Fezzan, è sostenuto da un importante raggruppamento di paesi, tra i quali spiccano la Francia, l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che verosimilmente riforniscono Haftar non solo di soldi, ma anche di armi. Lo prova anche la circostanza che la Tunisia abbia recentemente intercettato un’auto diplomatica francese carica di armi, che pare fosse utilizzata da esponenti del Reinsegnement militare transalpino.

© AP PHOTO / EVAN VUCCI

Libia, conversazoine telefonica tra Conte e Trump Non stupisce quindi che le forze del maresciallo abbiano ripreso l’iniziativa. Possono essere rigenerate più facilmente di quelle avversarie. Continueranno quindi a reiterare le offensive finché potranno, anche perché a questo punto per Haftar tornare indietro equivarrebbe ad una grave sconfitta.

Il tema operativo sembra chiaro. I cirenaici puntano ad isolare Tripoli da Misurata, interrompendo la via litoranea che le congiunge con un’avanzata diretta al mare, che si sviluppa ad est della capitale libica. Reparti fedeli al maresciallo stanno tentando una manovra aggirante anche ad ovest, mentre i combattimenti dentro la periferia della città paiono servire soprattutto a bloccare i difensori del Governo di Accordo Nazionale, riducendone la reattività sui fianchi. Vedremo se la situazione evolverà, tutto è ancora possibile.

In questo scenario, in cui Parigi e il Cairo sono saldamente al fianco di Haftar, Roma ha scelto di schierarsi a difesa dello status quo, facendo leva sulla città-stato di Misurata, sui suoi leaders più autorevoli e sui loro alleati, che sono Turchia e Qatar.

In sostanza, sperando che l’amministrazione Trump non tradisca le scelte fatte da quella diretta dal predecessore Obama, l’Italia starebbe audacemente scommettendo sulla conservazione del quadro politico uscito dagli accordi di Skhirat, cioè puntando apertamente sulle forze espressione dell’Islam Politico.

Per quanto possa sembrare paradossale, è proprio il leader della Lega, Matteo Salvini, a credere maggiormente nei grandi sponsor della Fratellanza Musulmana: una circostanza che potrà sorprendere solo coloro che non hanno ancora metabolizzato l’entrata italiana nelle Vie della Seta cinesi e faticano a capire quanto pesi il condizionamento economico esterno sull’attuale politica estera di Roma.

© SPUTNIK . ALEKSEI VITVITSKY

Conte: se ci sarà una crisi umanitaria in Libia l’Italia saprà affrontarla Nella capitale del Bel Paese sono in effetti in molti, specialmente a Palazzo Chigi, a guardare con speranza mista ad inquietudine l’ingresso dei commandos americani a Misurata e l’entrata di una squadra navale statunitense guidata dalla portaerei Lincoln. I più sono inclini a credere che Washington si accinga a puntellare Misurata, facendone un polo di resistenza ad Haftar.

Ma la circostanza non appare del tutto credibile. Misurata è lontana dal fronte. Avrebbe più senso se l’idea fosse invece quella di indurre i misuratini a mollare Serraj, al tempo stesso in qualche modo garantendone l’autonomia. Gli Usa rimangono ambigui: sembrano intenzionati a lasciar cuocere il Governo italiano nel proprio brodo. Il premier Giuseppe Conte doveva avere un colloquio telefonico con Donald Trump, che tuttavia al momento in cui viene scritta questa nota non aveva ancora avuto luogo. I tempi dei sorrisi e delle pacche sulle spalle sono lontani.

Il problema è che i dirigenti italiani paiono in grave ritardo nel comprendere il mondo in cui stanno entrando. La politica mediorientale di Trump non è quella di Obama, che era favorevole all’agenda dell’Islam Politico, ma è il suo esatto contrario. Ed obbligare l’America ad una scelta di campo tra Roma e Parigi nel momento in cui si aderisce alla Belt and Road Initiative non sembra particolarmente saggio per l’Italia.

Nella capitale italiana sono giunti simultaneamente uomini politici misuratini, alte autorità del Qatar ed una delegazione del Congresso americano guidata dal deputato neoconservatore Lindsey Graham. Questi ha lasciato filtrare il messaggio secondo cui gli Stati Uniti potrebbero tutelare gli interessi italiani in Libia, se gli italiani offrissero un contributo militare alla stabilizzazione della Siria, teatro dal quale il Presidente Usa vuol ritirare quanti più soldati è possibile. È stato quindi fissato un prezzo.

Ma mentre si parla, si moltiplicano comunque i segnali di una crescente insoddisfazione americana per qualsiasi ipotesi di soluzione della crisi libica che non abbia qualche ragionevole prospettiva di durata. Va ricordato, dopotutto, che Trump è un restauratore. Nel 2017, ha posato le sue mani insieme a quelle di re Salman e del presidente Sisi su un globo luminoso che rappresentava l’ordine e la conoscenza: un messaggio davvero esplicito, dal quale però non pare che in Italia si traggano le conseguenze necessarie.

© AP PHOTO / MOHAMED BEN KHALIFA

Forze di Haftar accusano Tripoli di bombardamenti tra i civili La strada che Roma dovrebbe abbracciare verosimilmente non è quella del rilancio delle azioni di una Fratellanza Musulmana che è alle corde su tutta la sponda sud del Mediterraneo. Ma piuttosto quella della propria progressiva omologazione, adeguatamente negoziata, al nuovo contesto politico. Non sarà né la prima né l’ultima volta che l’Italia è chiamata a riposizionarsi. Dopotutto, prima di abbracciare la causa di Serraj, l’Italia non sosteneva per caso Tobruk? E sono passati solo tre anni e mezzo.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Decadentismo degli statunitensi vanno avanti con i ricatti. Mai mettere l'avversario all'angolo, lotterà fino alla morte per la sopravvivenza

Gli Usa lavorano all’isolamento del Venezuela, Bolton avvisa la Russia

18 aprile 2019


Il consigliere di Trump ha annunciato che gli Usa stanno attaccando i servizi militari e di intelligence de La Habana limitando i viaggi e le operazioni commerciali. Annunciate nuove sanzioni contro la Banca Centrale del Venezuela

Il governo degli Stati Uniti non cede nell’impegno di fermare il regime di Nicolás Maduro. Dopo la richiesta presentata a Bruxelles per bloccare i voli militari russi diretti in Venezuela, il presidente Donald Trump sembra avere chiesto esplicitamente al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, di chiarire la posizione dell’Italia nei confronti del governo di transizione di Juan Guaidó. In ballo ci sarebbe l’aiuto politico per risolvere la crisi in Libia (qui l’articolo di Formiche.net).

Sul fronte operativo, invece, si va avanti: ieri sono state annunciate nuove sanzioni contro Cuba, Nicaragua e Venezuela, per aumentare la pressione e porre fine alla dittatura venezuelana.

A seguito di una serie di colloqui con rappresentanti dell’esilio cubano a Miami, il Consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, John Bolton, ha detto che gli Usa stanno attaccando i servizi militari e di intelligence de La Habana – inclusa un’aerolinea di proprietà dello Stato cubano, Aerogaviota -, limitando i viaggi e le operazioni commerciali. Con l’obiettivo di colpire il regime socialista venezuelano.

Le dichiarazioni di Bolton sono arrivate dopo l’annuncio del Dipartimento di Stato sulla revoca del divieto di presentare denuncia contro le imprese straniere che usano proprietà confiscate dal governo cubano dalla rivoluzione di Fidel Castro nel 1959.

Il consigliere di Trump ha anche confermato che il governo americano utilizzerà “la massima capacità per fare pressione contro Maduro e garantire che i suoi amici non rubino quello che legittimamente appartiene al popolo venezuelano”. Ha spiegato che queste misure sono un “forte avvertimento per tutti gli attori esterni, inclusa la Russia, per evitare l’uso di risorse militare in Venezuela a favore del regime di Maduro”. “Gli Usa – ha aggiunto – considerano queste alleanze come una minaccia per la pace e la sicurezza della regione”.

Bolton ha riferito di nuove sanzioni che saranno imposte contro la Banca Centrale del Venezuela. Le autorità degli Usa restringeranno le transazioni dell’entità finanziaria sul territorio americano e vieterà il loro acquisto di dollari.

Infine, Bolton ha annunciato sanzioni contro la Banca Corporativa del Nicaragua (Bancorp) e contro Laureano Ortega Murillo, figlio del presidente, Daniel Ortega, e il vicepresidente Rosario Murillo. L’accusa contro il figlio della coppia presidenziale, nonché rappresentante dell’agenzia ufficiale di investimenti ed esportazioni ProNicaragua, è di “grande corruzione sotto la faccia dell’agenzia leader di investimenti in Nicaragua”. “Vogliamo attaccare le tasche della famiglia di Ortega – ha dichiarato Bolton – che continua a vivere della miseria del popolo nicaraguense”. Un piano regionale contro “la troika della tirannia latinoamericana”, come viene definita dagli Usa l’alleanza tra Cuba, Nicaragua e Venezuela.

Ogni giorno il Tg2 fa un articolo contro l'amministrazione di Roma

Direttiva antidegrado: da Salvini la sveglia ai “sindaci distratti”

LUCA MARTINO 18 APRILE 2019


Il ministro dell’interno Matteo Salvini ha firmato una nuova direttiva sulle cosiddette zone rosse delle città italiane nella quale è previsto l’allontanamento di spacciatori, balordi, abusivi dai centri urbani, dalle zone frequentate dai turisti e vicine a scuole ed università.

La direttiva legittima poteri straordinari, analoghi a quelli già adottati a Bologna e Firenze, per i prefetti che potranno intervenire scavalcando i sindaci, ogni volta che i primi cittadini non saranno in grado di mantenere la sicurezza e il decoro urbano nonostante i nuovi strumenti previsti dal decreto sicurezza.

Un provvedimento che sembra intervenire a gamba tesa nella querelle che ormai da giorni vede protagonisti il ministro dell’interno e la sindaca di Roma Virginia Raggi.

COSA CONTIENE LA DIRETTIVA

La direttiva inviata a tutti i prefetti e per conoscenza al capo della polizia Gabrielli, fornisce “indirizzi operativi su ordinanze e provvedimenti antidegrado e contro le illegalità” e si propone di intervenire mediante ordinanza dei prefetti “ogni qualvolta emerga la necessità di un’azione di sistematico disturbo di talune condotte delittuose che destano nella popolazione un crescente allarme sociale”.

Uno degli obiettivi principali che la direttiva si propone di realizzare è quello dello smantellamento delle “piazze dello spaccio”.
I provvedimenti dei prefetti potranno disporre l’allontanamento delle persone individuate “nei centri urbani caratterizzati da una elevata densità abitativa e sensibili flussi turistici oppure che si caratterizzano per l’esistenza di una pluralità di istituti scolastici e universitari, complessi monumentali e culturali, aree verdi ed esercizi ricettivi e commerciali”.

“Tali strumenti – come si legge nella direttiva – di natura straordinaria, contingibile ed urgente si pongono nel catalogo degli interventi astrattamente possibili per il conseguimento delle finalità indicate come un prezioso ausilio alle politiche locali in atto.”

La direttiva, inoltre, invita i prefetti a convocare specifiche riunioni del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica per avviare una previa disamina delle eventuali esigenze di tutela delle città e all’esito di tale analisi ad emanare le ordinanze antidegrado ritenute necessarie e indifferibili.

Infine, il Viminale, a partire dal prossimo 31 maggio, chiede ai prefetti di inviare ogni tre mesi puntuali report sul monitoraggio condotto e sulle ricadute delle ordinanze adottate.

IL MINISTRO SALVINI

Per il ministro Salvini “basta occupazioni, le direttive del Viminale e il decreto sicurezza offrono armi in più per combatterle. Auspico la massima collaborazione dei sindaci. Il Viminale è sempre al loro fianco, ma nel caso di sindaci distratti c’è sempre il supporto dei prefetti per contrastare illegalità e degrado. Un esempio è l’ordinanza anti-balordi del prefetto di Firenze Laura Lega, sulla base della quale emanerò a breve una direttiva che verrà applicata in tutta Italia”.