Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 17 febbraio 2019

Pierluigi Fagan - L'insieme è maggiore della somma delle parti - Dobbiamo lavorare sul nostro approccio alla conoscenza che deve sempre essere olistico, mai riduzionistico


Pubblicato il 13 febbraio 2019

Dopo il festival di Sanremo ma prima del festival di Cannes, si terrà a Roma, nel secondo week end di maggio, l’inaugurazione della decima edizione del Festival della complessità. Gli amici del comitato promotore a cui quest’anno do una mano, mi hanno chiesto di tenere per un mesetto il blog collegato all’iniziativa che durerà poi tutta l’estate con molti incontri organizzati in tutta Italia.

Apriamo quindi il percorso di avvicinamento a quel primo incontro con questo post che verte su una cruciale questione relativa non a questo o quel pensiero o sistema di pensiero, ma su come componiamo i pensieri in genere. Pensare è sempre pensare a qualcosa ed è attività talmente istintiva che pensiamo tutti di poterlo e saperlo fare, siamo tutti esperti nel pensare ricevendo in eredità la funzione dalla lunga storia del nostro genere Homo, viepiù se sapiens.

Pensare a come pensiamo è una di quelle situazioni riflessive (la cosa applicata a se stessa che comincia dalla coscienza di avere coscienza) che apre un mondo diverso, non quello che vede noi alle prese con le cose del mondo, ma noi alle prese con noi stessi. E’ attività poco divertente o meno divertente che non pensare a questo o quello e poi buttarsi a capofitto nella polemica con chi la pensa diversamente, un po’ come la scuola guida rispetto al viaggiare verso una meta.

Alle volte però è necessario perché non sempre come facciamo le cose produce di per sé la miglior soluzione. Apriamo dunque con l’invito a pensare le cose “nel loro complesso”. Ma cosa significa pensar la cosa nel suo complesso?

Eccovi l’articolo sul sito del festival: qui

NEL SUO COMPLESSO.

Stavo leggendo in questi giorni un vecchio e molto citato saggio addirittura del 1917, forse più citato che letto, di fisica-biologica: “Crescita e forma” di D’Arcy W.Thompson[1]. D’Arcy è, a volte, citato in letteratura della complessità poiché tende a leggere cose biologiche in senso morfologico evidenziando i vincoli di quella struttura che poi è l’organizzazione di un sistema. Egli stesso è il fondatore della morfogenesi poi molto

 

influente per il successivo sviluppo della biologia dello sviluppo e quindi degli sviluppi “evo-devo” (Evolutionary Developmental Biology) dell’evoluzionismo. Vi sono gradi di parentela tra morfogeni, teoria dello sviluppo e teoria delle catastrofi di René Thom, una delle teorie ausiliarie del programma di ricerca del pensiero complesso. L’opera di D’Arcy, ha sollecitato dai biologi J.Huxley e C.H.Waddington (epigenetica) ad Alan Turing, dallo strutturalista C. Levy-Strauss a molti architetti ma anche il paleontologo S. Jay Gould e la sua idea degli equilibri punteggiati. Da ultimo l’ho trovato ampiamente citato in “Scala”, Il libro di Geoffrey West a lungo direttore del Santa Fe Institute[2], fucina del pensiero complesso di taglio scientifico, che tenta il varo di una nuova scienza “della crescita, dell’innovazione, della sostenibilità” degli “organismi, delle città, dell’economia e delle aziende”, programma tipicamente inter-disciplinare, quindi complesso.

Per certi versi, D’Arcy, potrebbe esser scambiato per un riduzionista poiché sembra disinteressato a gli specifici della chimica e di buona parte della successiva biologia o degli apporti altrettanto limitanti della stessa termodinamica, riducendo molto del biologico alla fisica con corredo di geometria e matematica. Per questa sua tendenziale riduzione, D’Arcy è anche andato in parziale conflitto con molti darwinisti poiché nei suoi casi di studio sembra dire che molto delle forme e dei loro cambiamenti, nel vivente, sottostanno in primis a semplici leggi fisiche, sono cioè vincolati. Ci sarà poi pure adattamento, eredità ed evoluzione, ma dentro confini di possibilità ben definiti. Evidenziando vincoli di struttura, in effetti non nega un ruolo successivo delle dinamiche classiche dell’evoluzionismo, sottrae però a queste l’onnipotenza descrittiva ed esplicativa. Non è quindi esattamente un riduzionista, semmai svolge dialetticamente un ruolo di ampliamento del riduzionismo genetico che tutt’oggi ha una certa diffusione.

Nel penultimo capitolo dove s’avvia ad andare più vicino alla polemica con i “darwinisti ortodossi”, il penultimo paragrafo ha il semplice titolo: “L’animale nel suo complesso”. Sarà che stavo proprio scrivendo di complessità per un nuovo libro, ma questa semplice espressione “nel suo complesso” mi è sembrata illuminante, espressione che è tutt’altro che strana usandola noi tutti nel linguaggio comune. Eppure, quante volte davvero pensiamo l’oggetto, il fatto, la relazione tra testo e contesto, nel “loro complesso”?

D’Arcy ha gioco facile a ricordare a gli evoluzionisti che “Quando analizziamo una cosa in

parti separate, tendiamo a dare a queste una eccessiva importanza, esagerandone l’apparente indipendenza, nascondendo a noi stessi (almeno per il momento) l’integrità essenziale dell’insieme composto”[3]. Si noti il linguaggio molto razionale e tutt’altro che mistico, non si tratta di un appello di principio all’olismo, si tratta di nudo realismo. Quel “Esagerare l’indipendenza”, ad esempio, è isolare singoli fatti o singoli temi letti da singole discipline e poi imbastire quelle tanto assurde quanto voluminose polemiche da dibattito pubblico o specialistico in cui non stiamo discutendo le cose ma solo il come ragiona il nostro avversario. Dargli “troppa importanza” e non mediarli nelle relazioni ontologiche che hanno, è descrivere cose senza le relazioni, nascondere a noi stessi la complessità intrinseca delle cose anche se solo “per il momento”. Ma questa riduzione momentanea, purtroppo poi diventa definitiva. In fondo lo sappiamo che stiamo ritagliando un batuffolo da una nuvola, ma poi ci dimentichiamo colpevolmente di questo atto di ritaglio e pensiamo davvero esistano i batuffoli.

Aggiunge D’Arcy: “Dividiamo il corpo in organi, lo scheletro nelle ossa …” e tra l’altro l’autore aveva da poco dato una efficace descrizione scientifica di come le singole ossa non possono comprendersi per forma e generazione se non collegate nel sistema scheletrico, ma precedentemente aveva anche dato una efficace immagine di straniamento che lui provava quando, nei musei di storia naturale, vedeva gli scheletri degli antichi animali ricostruiti tutti assieme ma senza i muscoli. Nessuno scheletro si terrebbe in piedi o si muoverebbe o mai sarebbe neanche esistito se non in accoppiamento ai suoi muscoli. La stessa logica della lunghezza delle ossa, il loro connettersi a tondeggiarsi, il loro frazionarsi in segmenti minuti, non può esser compresa come fossero pezzi di puzzle creati prima del puzzle stesso.

Ed ancora ed a proposito della, allora da non molto nata, psicologia “… sappiamo benissimo che giudizio e conoscenza, coraggio o gentilezza, amore o paura non hanno esistenza separata ma sono in qualche modo manifestazioni o coefficienti immaginari di una totalità estremamente complessa”[4]. Vengono in mente certe assurde trattazioni della prima sociobiologia o di certi autori best-seller di psicobiologia. Allora perché lo facciamo, se “… il ponte viene smontato non è più un ponte e tutta la sua forza è finita”, quindi perdiamo la sua stessa ragion d’essere? Perché lo facciamo se la sua stessa “utilità” derivata dalla forma nel suo complesso, ci diventa incomprensibile?


Secondo D’Arcy Thompson i singoli aspetti, le parti, “Possiamo studiarli separatamente, ma è una concessione alla nostra debolezza e ristrettezza di visione delle nostre menti” ed ancora “sono entità separate soltanto nel senso che sono parti di un tutto che quando perde la sua integrità composita cessa di esistere”. Lo scozzese poi cita Aristotele[5] che molti ignorano essere l’origine di quel pensiero attribuito poi a Christian von Ehrenfels, padre della psicologia della Gestalt, che recita: “Il tutto è maggiore della somma delle parti” (1890), per molti versi il manifesto di sviluppo dell’intera cultura della complessità.

Ecco il punto, sapere di non sapere è sapere che l’oggetto travalica di molti gradi le nostre capacità mentali, è una lezione di modestia (o quantomeno contenimento della hybris) ma anche di realismo conoscitivo che tanto più accettiamo tanto più ci apre ad un futuro sviluppo del pensiero complesso. A volte questo problema del tanto da conoscere in rapporto problematico al poco delle nostre facoltà conoscitive, prende la stereotipata forma del realismo delle cose che ci sono pragmaticamente da fare. Conflitto tra un presunto realismo che si accontenta di una qualsiasi riduzione pur di portar risultati concreti ed un vago idealismo della conoscenza perfetta che preme per aumentare a dismisura i livelli di conoscenza inseguendo l’indomabile complessità. Ma non è così, “adeguare intelletto e cose”, per molti casi che non quelli relativamente più semplici che abbiamo selezionato nei primi quattrocento anni della nostra avventura scientifica, tecnica e più in generale conoscitiva moderna, è capire la cosa nella sua realtà e la sua realtà è la sua completezza.

La cultura della complessità, classicamente, denuncia questa riduzione che nasce provvisoria e diciamo con limitati intenti “operativi”, ma che poi -per necessità cognitive, ma anche per precise scelte culturali- scambia l’oggetto irrelato per l’oggetto in sé, e lo fa proprio in tradizione con queste idee che D’Arcy sottolineava del 1917, un secolo fa. Prima lo aveva fatto von Ehrenfels nel 1890, poco prima anche l’ontologo Alexius Meinong a cui si deve il termini “complessione”, allievo come von Ehrenfels , Husserl, i primi logici polacchi[6] e lo stesso Freud, del filosofo e psicologo Franz Brentano, strenuo aristotelico ontologico. Ma si potrebbe anche retrocedere al Goethe di “E’ possibile scomporre il vivente nei suoi elementi, ma non ricomporlo da questi e ricreare la vita” e forse ancor prima, poiché questa era obiezione già posta da G. B. Vico a Cartesio.

= = =

Passando dall’archeologia dei concetti all’attualità, chi come noi opera dentro e per lo


sviluppo di una cultura della complessità che unisca gli apporti scientifici a quelli umanistici ripristinando una teoria della conoscenza[7] generale che non sia solo epistemologia e che parta da una ontologia sistemica, dovrebbe farsi carico di questi problematici aspetti della riduzione. Lo sviluppo delle scienze cognitive, ci dice che quella riduzione ha ragioni oggettive per tentar di far entrare il vasto mondo o gli oggetti e i fenomeni nel “loro complesso” nella nostra singola, ristretta mente. I tavoli inter-multi-intra disciplinari, già tradizione di questa cultura ai tempi della Conferenze Macy (anni ’50) o dei tentativi di von Bertallanfy di istituire cattedre inter-disciplinari nelle università canadesi, possono espandere questa ristretta riduzione ma rimane il problema che un gruppo umano non è dotato di un singolo “Io penso” in grado di produrre un sintetico pensiero intenzionale. Come dicono gli inglesi, “un cammello è un cavallo disegnato da un comitato”, va bene il sistema pensante auto-organizzato ma dovremmo anche evolvere quel sistema nelle singole menti, pur nei limiti delle nostre limitate facoltà pensanti. La riduzione nonn va solo denunciata, è un problema oggettivo da risolvere.

Per far questo, occorrerebbe quindi inoltrarci più a fondo sulla strada delle sintesi, delle sintesi di sintesi, della produzione funzionale e non esibizionistica di nuovi concetti (evitando i “post” e l’ultra-aggettivazione), di metodi plurali che tuttavia -alla fine- pervengono ad una forma di pensiero singolare, una per ogni pensante e quindi di nuovo plurale da sintetizzare ancora in un processo ricorsivo che non ha limite finale. La “sfida della complessità” è la sfida alle nostre facoltà e modalità conoscitive, a volte un po’ troppo sazie e celebrate a seguito dei primi successi di questi ultimi quattro secoli. All’inizio le cose sono sempre più semplici, e quando ci si inoltra nella “selva oscura” dell’intessuto

 

assieme, che si smarrisce la diritta via e noi -oggi- siamo proprio alla soglia di quell’inferno.

Proprio di questi confusi tempi in cui sembra che il nostro mondo stia affogando in un inquieto oceano mosso di complessità crescente, dovremmo farci carico di tornare a pensare a come pensiamo, più che partecipare alla rissa quotidiana delle opinioni estreme che agita il dibattito pubblico, a volte anche quello specialistico, più per nevrosi che per costrutto. Cosa ci serve per sviluppare modi di pensare che trattino cose e fenomeni “nel loro complesso”? Apriamo il dibattito in vista della decima edizione del nostro Festival di maggio.

[1] D’Arcy W. Thompson, Crescita e forma, Bollati Boringhieri, 1969-2016 su edizione rivista di Tyler Bonner del 1961, Cambridge University Press

[2] G. West, Scala, Mondadori, 2018

[3] Op. cit. p.284

[4] A tale riguardo, utile la lettura di Jaak Panksepp, Lucy Biven, Archeologia della mente, Cortina Editore, 2014

[5] Aristotele, Metafisica, H 5/6, 1045 a9-10. L’esatta formulazione aristotelica è “… l’intero è qualcosa di più delle parti”.

[6] Tradizione poi di lungo sviluppo in cui incontriamo quel Jan Łukasiewicz che è tra i pochi ad essersi avventurato nella discussione “Del principio di non contraddizione in Aristotele” (Quodlibet, 2003). Ma da cui deriva anche quel Stanisław Leśniewski che, negli anni ’30, inaugura una nuovo campo di studi di logica, la mereologia, che A. Varzi definisce “delle relazioni della parte al tutto e da parte a parte con un tutto”.

[7] Si veda il terzo volume del Metodo di E. Morin, La conoscenza della conoscenza, Feltrinelli 1993

Venezuela - il ciclo si ripete, vogliono scippare le risorse, prima affamano e poi intervengono i soldati umanitari

Venezuela: come se la storia non insegnasse nulla

16.02.2019 - Toni Antonucci

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

(Foto di Patrizia Cortellessa)

Questo breve commento vuole dare una chiave di lettura sull’attuale crisi in Venezuela e far notare probabili errori di valutazione che i popoli a volte distratti ripetono, come se la storia non insegnasse nulla.

Il filo conduttore dell´analisi può essere il processo di concentrazione del potere nelle mani di una minoranza sull’insieme in atto da tempo in seno alla società umana e che oggi sfiora livelli mai visti prima.

Da tempo osserviamo una lotta per accaparrarsi le risorse naturali, le fonti energetiche e le zone strategiche rispondendo agli interessi di gruppi di potere, di élites di uno o vari Paesi a scapito di altri.

In tal senso nella storia sono stati usati diversi strumenti coercitivi tra cui abbondano le guerre coloniali, le invasioni, i genocidi, gli schiavismi, le occupazioni, i colpi di stato, gli attentati, le destabilizzazioni, gli embargo, le sanzioni, ecc.

Ma il progresso delle società rende oggi più difficile usare apertamente strumenti coercitivi, in quanto la gente li rifiuta. I poteri trovano allora espedienti per convincere l´opinione pubblica, che sia giusto intervenire in un dato Paese, per mettere fine a un sistema solitamente presentato come „autoritario“ e sostituirlo con un altro detto „democratico“. I mezzi di comunicazione in mano agli stessi poteri giocano in questi casi un ruolo centrale.

Per non andare troppo indietro nei secoli, prendiamo alcuni esempi a caso più o meno recenti.

JUGOSLAVIA
Dopo le crisi del 1989 la Jugoslavia era in Europa un Paese propenso alla Russia e non allineato con l´occidente. Tale approccio non coincideva con i piani dei poteri occidentali. Allora in pochi anni sono stati fomentati conflitti dall´esterno, facendo leva sulle diversità etniche e religiose. L´occidente ha poi dato tutta la colpa alla Serbia, demonizzando il suo presidente Slobodan Milosevič definito ad arte dai media come „il macellaio dei Balcani“. É morto nel 2006 sotto tutela della Corte penale internazionale e nel marzo 2016 la stessa corte lo ha scagionato dall’accusa (1). Nel frattempo l’occidente è riuscito ad installare in Kosovo una delle piu grandi basi NATO al mondo (2).

AFGHANISTAN
Le forze occidentali hanno invaso l´Afghanistan nell’Ottobre 2001 in seguito agli attentati dell’11 settembre, nell’ambito della „guerra al terrorismo“ con lo scopo di „distruggere Al Qaida e catturare o uccidere Osama bin Laden“. Ma dalle ammissioni del generale USA Wesley Clark risulta un piano di presa di controllo di sette Paesi del Medio Oriente in cinque anni tra cui appunto l´Afghanistan (3). La stessa Ilary Clinton ha ammesso che il suo Paese, per controllare quest´area strategica in prossimità di Cina, Russia ed Iran, ha deliberatamente organizzato e finanziato formazioni locali poi divenute Al Qaida (4). Il conflitto continua fino ad oggi.

IRAQ
Nel marzo 2003 la coalizione occidentale ha invaso l’Iraq con l´obiettivo di deporre Saddam Hussein a causa del suo „possesso di armi di distruzione massiva“ poi smentito. Molti ricordano il segretario di Stato USA Colin Powell esporre la fatidica fialetta (falsa) al Consiglio di sicurezza dell´ONU (5). Mentre un milione di esseri umani sono morti sulla base di questa menzogna, per le compagnie petrolifere, i produttori di armi e le imprese della ricostruzione occidentali questo conflitto rappresenta un ottimo affare.

LIBIA
In Libia negli ultimi decenni si era visto un Paese con indice di sviluppo umano crescente, infrastruttura e distribuzione della ricchezza con diritti economici dei cittadini come abitazione, salute, educazione, reddito, ecc.

Tra i progetti della Libia risaltava la creazione di una moneta panafricana che liberasse l´Africa dal dominio del franco CFA e delle istituzioni finanziarie occidentali (6).

Inoltre la Libia ha fondato insieme al Venezuela l´innovativo Forum di cooperazione America del Sud – Africa denominato ASA, composto da 67 Paesi partecipanti (7). Questo asse del Sud era da un lato indigesto per le caste neocoloniali del nord e dall´altro apriva nuovi orizzonti di indipendenza ai continenti del sud ricchissimi di risorse.

Forse per evitare la contagiosità di questi progetti di sviluppo senza precedenti l´occidente ha destabilizzato in tempo la libia, seminando zizzania tra le tribú della Tripolitania e la Cirenaica, appoggiando l´assassinio del presidente, gettando l´intero paese nel marasma, ma continuando a fare affari col petrolio libico.

VENEZUELA
Il Venezuela è il Paese con la maggiore riserva di petrolio certificata al mondo, con enormi riserve d´oro, di gas naturale, ed altre ricchezze. Lascio alla riflessione del lettore, interpretare i principali motivi dell’impaziente interventismo occidentale. Allo stesso tempo auspico che la controversia in Venezuela si risolva in modo pacifico.


(1) Il Tribunale dell’Aja scagiona Milosevic, https://www.youtube.com/watch?v=6myryvlbuiY
(2) La base di Camp Bondsteel, https://fr.wikipedia.org/wiki/Camp_Bondsteel
(3) Il Generale Wesley Clark: Le guerre sono state pianificate, https://www.youtube.com/watch?v=bkvafb0oq14
(4) Hillary Clinton: Abbiamo creato Al-Qaeda, https://www.youtube.com/watch?v=Dqn0bm4E9yw
(5) La fialetta di Colin Powell, https://www.youtube.com/watch?v=J4_AS-rPRq4
(6) Le bombe di Sarkozy sulla moneta africana, http://www.nigrizia.it/notizia/le-bombe-di-sarkozy-sulla-moneta-africana
(7) Forum di Cooperazione America del Sud – Africa, https://es.wikipedia.org/wiki/ASA

E' il Sistema massonico mafioso politico che controlla i gangli dell'Italia, da quelli importanti a quelli meno importanti, nulla è lasciato al caso

Mafia, massoneria e servizi: Virgiglio racconta il “Potere”
-16 Febbraio 2019


“Nel 1993 la Massoneria dei due mondi, Europa e America, cambia le regole e abbandona l’ideologia di partito”

di Aaron Pettinari

Fonte: Antimafia Duemila (http://www.antimafiaduemila.com)

“Nel 1993 i vertici dei due mondi, Europa ed America, organizzano un’importante tornata massonica di obbedienze, particolarmente riservate. Non c’erano solo le logge ma, diciamo, gli ordini cavallereschi, i sistemi di potere. E questa viene organizzata in una casa vescovile di Santiago di Capo Verde. Vengono decise le nuove regole. Non volevano più ideologie di partito di destra o di sinistra. ‘Non dobbiamo essere schiavi dell’ideologia – dicevano – tanto ci siamo noi che dominiamo i porti, le borse e la finanza, quindi non importa quale sia il gruppo dirigenziale”. E’ questo uno dei passaggi della testimonianza del collaboratore di giustizia Cosimo Virgiglio, sentito durante il processo ‘Ndrangheta stragista, in corso a Reggio Calabria di fronte alla Corte d’assise, che vede imputati i boss Rocco Santo Filippone e Giuseppe Graviano.
Ex imprenditore, ex doganalista, ex uomo di fiducia del boss Rocco Molè (elemento di spicco del clan Molè-Piromalli), ex massone, ex collaboratore del Sisde all’interno del Porto di Gioia Tauro, rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, ha ripercorso i vari ruoli che ha rivestito in questi anni fino a quando, dopo l’arresto nel dicembre 2009, ha deciso di offrire un contributo alla magistratura.

L’ingresso nella massoneria

La sua storia parte da lontano quando, da studente universitario a Messina viene inserito all'interno della massoneria tra la fine degli anni Ottanta ed i primi anni Novanta. “E’ nel 1992 che entro per la prima volta a far parte dell’obbedienza massonica all'interno del Goi (Grande Oriente d’Italia). Venni iniziato all'interno di un tempio massonico improvvisato nella zona dl Papardo. Quell’esperienza però durò poco. Quando il magistrato di Palmi, Agostino Cordova, avviò la sua inchiesta sulla massoneria ci arrivò la soffiata dall'interno del suo mondo e nottetempo arrivò l’ordine di bruciare tutti gli archivi. Perché non c’era fiducia nel gran Maestro Di Bernardo“.


Giuliano Di Bernardo

Dopo quell'esperienza, vissuta tramite il nobile messinese Carmelo Ugo Aguglia, Virgiglio riesce ad entrare nella loggia del Santo Sepolcro. “E’ un ordine interno dello Stato Vaticano – ha spiegato alla Corte – a capo ha un cardinale che è ordinato dal Santo Padre ed ha un sistema gerarchico preciso con dame, cavalieri e segue l’ideale di promuovere opere pie verso la terra di Gerusalemme. In realtà, però, vi sono anche sistemi perversi dentro quell'ordine cavalleresco”. Dentro a quella struttura, secondo quanto riferito dal teste, a Messina vi erano uomini di peso come “Elio Matacena, Franco Sensi, ed altri personaggi del settore giornalistico. Si instaura un rapporto di fratellanza molto forte che va al di là della semplice aggregazione di un ordine associativo”. Ma era a Roma che l’Ordine aveva il suo centro, e la figura di spicco era quella di Giacomo Maria Ugolini. “Anche Ugolini partecipò all'incontro del 1993 e c’erano anche altri personaggi, come l’imprenditore Ligresti, Caltagirone, Don Elio Matacena, il cardinale Fisichella, l’ambasciatore nicaraguense Robelo ed anche la rappresentanza Usa – ha proseguito il teste – in quel periodo c’era il caos in Italia; in Sicilia c’erano stati gli attentati ed anche l’avvocato Leone di Roma, che curava gli interessi politici massonici e criminali, era caduto nella rete di tangentopoli. Così in quell'incontro vennero date una serie di linee guida. si disse che non di doveva più identificare un potere politico dettato solo dalla Chiesa di Roma, ovvero la Dc. Non interessava più se chi vinceva era di destra o di sinistra ma interessava accorpare il potere. E’ in quel periodo che viene anche deciso di non iniziare più magistrati nella massoneria. I vecchi magistrati che già c’erano sono rimasti ma si preferiva inserire gli avvocati che avrebbero comunque potuto corrompere i magistrati. Queste cose io le apprendo da Ugolini”.

La loggia dell’Eroe dei due Mondi

Nel suo percorso all'interno delle varie massonerie Virgiglio, attorno al 2002 e fino al 2006, si è trovato a compiere un ulteriore passo diventato un maestro venerabile della loggia “Eroe dei due mondi” a Reggio Calabria. “Questa loggia aveva il ‘maglietta pulito’, era inserita nell'obbedienza dei ‘Garibaldini d’Italia’ ed era confederata con la loggia Alliata di Roma – ha spiegato ancora il teste – la definisco pulita perché era più rispettosa della legge Anselmi. Così finisco dentro il Sistema Ugolini”.

Il Sistema Ugolini

Ma in cosa consiste questo “sistema”? Virgiglio lo ha spiegato nei minimi particolari: “E’ un sistema formato da persone molto potenti a livello internazionale, ricordo l’ambasciatore del Nicaragua ma anche l’ambasciatore Usa, altri cardinali eccellenti, ed altri personaggi. Questo sistema teneva una relazione con le mafie e si occupava di mettere al sicuro, con un sistema sofisticato di investimenti, immobiliari o finanziari, i soldi della criminalità organizzata, sia siciliana che calabrese. In cambio di questa opera di riciclaggio si otteneva il pacchetto di voti in base a chi il sistema decideva di appoggiare”.
Il collaboratore di giustizia ha spiegato che anche i Molè-Piromalli hanno aderito a questo sistema: “Ciò è avvenuto tramite i Cedro di Gioia Tauro, c’era un problema per un cambio di denaro da 500 miliardi di vecchie lire che dovevano essere sostituite fuori tempo in euro. E per farlo si sono appoggiati all’ambasciatore del Nicaragua che aveva  il figlio in Svizzera, anche lui ambasciatore. Rocco Molè mi disse che la cosa andò in porto anche se ci rimisero la metà dei soldi. Io avevo assistito all’incontro tra Cedro, e Boccardelli che era il ‘segretario’ ed accompagnatore di Ugolini”.

Quella collaborazione con il Sisde



Virgiglio ha anche raccontato che dal 2001 fino al 2007 ebbe un rapporto di collaborazione con il Sisde, partecipando anche in prima persona ad alcune attività di controllo in merito ai passaggi delle merci all'interno del porto di Gioia Tauro. “Questi contatti erano pregressi ai tempi della mia affiliazione nella massoneria – ha detto il collaboratore ricordando che nel contesto massonico di Roma con il conte Ugolini vi era anche Nicolò Pollari (ex capo dei servizi, ndr) – Fui investito di questo compito a seguito dell’incontro con un maggiore della Guardia di Finanza che incontrai a Roma. C’erano anche un finanziere, tale Giacomo Venanzio e un maresciallo dei carabinieri, entrambi appartenenti ai servizi. Mi dissero che sul porto bisognava dare una mano allo Stato per quanto riguardava il passaggio delle armi. Mi si chiese la cortesia di valutare movimenti strani di container che riguardavano situazioni sensibili a livello militare. C’era pure una rappresentanza americana e io dovevo comprendere cosa stesse succedendo. Quando mi riferisco alla rappresentanza Usa, intendo dire due ragazzi che abitavano a Vibo Valentia e che con dei sistemi tecnici, effettuavano dei controlli. Erano appartenenti ai servizi di sicurezza americani e li ho conosciuti personalmente. Ovviamente, con la scusa che ero un doganalista andavo nei piazzali durante queste visite. Ed ero vicino a loro nel secondo gate, dove i contenitori venivano portati per essere sottoposti a visita scanner o fisica e quindi accadeva che vi fosse uno svuotamento totale, parziale o solo una ispezione visiva”.

Il teste ha dunque riferito di un’occasione in cui i due soggetti americani si trovarono a controllare un container. “Ci fu un contenitore che era in trashipment e quindi doveva solo essere scaricato e poi ricaricato su un’altra nave – ha ricordato – Secondo il controllo degli americani quel container poteva passare tranquillamente. Invece il funzionario della Dogana lo bloccò perché volle fare una visita fisica. Fece un primo controllo con lo scanner e notò che vi erano divani. Ma dopo i primi due metri, il container appariva totalmente vuoto. La cosa era piuttosto anomala. Il funzionario disse che la cosa non gli tornava e quando chiese agli operai di svuotarlo, arrivò l’intero corpo della Maersk e riferì che il contenitore avrebbe perso l’imbarco, perché la nave stava mollando gli ormeggi. Io ero in contatto telefonico con Venanzio e gli riferivo tutto quello che stava avvenendo. Dopo il cambio turno, nel pomeriggio, tornai con la mia auto e, con la scusa che il funzionario doveva fare una visita ai miei container, ci accorgemmo che quel contenitore non c’era più, ignorando addirittura un blocco doganale”. In quell'occasione, a detta del teste, sarebbe stato fatto anche un esposto in Procura, ma come è finita quella vicenda non è dato saperlo. I rapporti con i servizi si sarebbero poi conclusi nel 2007 quando coloro che lo avevano contattato, in un incontro alla Stazione Termini, gli dissero: “Dobbiamo sganciarci, le cose stanno cambiando”.

Stato parallelo

Nel suo racconto il collaboratore ha di fatto tracciato un quadro sull'esistenza di uno Stato parallelo.“Ogni soggetto aveva il suo potere – ha detto Virgiglio – Le mafie avevano i soldi, poi c’era chi controllava gli idrocarburi, chi i traporti marittimi, chi i finanziamenti, quindi il consenso elettorale. In questo sistema il denaro rappresenta un potere perché poi ti fanno acquistare uomini, armi e ti fanno vincere le battaglie. Per questo per Molè si poteva anche essere arrestati ma la prima cosa era proteggere i soldi”.
Una figura di rilievo all’interno della struttura è quella di Nino Gangemi, nipote di Nino Molè. A detta del teste “lui era il consigliere di Mommo Piromalli, a capo della ‘Ndrina. E i Piromalli sapevano che era ‘sempre cosa buona e giusta’ prendere i consigli di Gangemi. E’ lui che si siede sui tavoli di tutte le consorterie della criminalità organizzata e riesce anche ad evitare faide”.

Le devianze massoniche


Licio Gelli

Proseguendo l’esame Virgiglio è tornato a parlare nuovamente della massoneria e dei legami con le criminalità organizzate. Così ha raccontato che accanto alla loggia “pulita”, “con professionisti di un certo grado culturale e dalla fedina penale limpida” vi era una parte “ombra”. Questa devianza si divide in due categorie, quella dei “Sussurati all’orecchio” ed i “Sacrati sulla spada”. “I primi – ha riferito il collaboratore – sono soggetti che non hanno cariche politiche e che non gradiscono essere pubblicamente indicati come massoni. I loro nomi li conosce solo il Serenissimo Gran Maestro così come riservati sono i nomi dei ‘Sacrati sulla spada’ che, pur essendo meritevoli della conoscenza non fanno parte della loggia ufficiale perché contrastanti con la legge Anselmi. Chi ne fa parte? Iscritti alla vecchia P2, soggetti condannati penalmente, condannati per 416 bis, ‘ndranghetisti. Alcuni di questi soggetti mi sono stati rivelati dal Serenissimo”. Tra questi, ad esempio, vi era Luigi Sorridenti, nipote di Peppino Piromalli. Virgiglio ha raccontato anche che quest’ultimo, assieme al medico Franco Labate (a suo dire massone ‘Sacrato sulla spada’ ed indicato come un uomo di fiducia della famiglia Barbaro), si sarebbe anche recato nel 2005 a Villa Wanda da Licio Gelli per ricostruire il ‘vecchio potere’. “E’ da lì che nascono ‘i Templari’. Templari che poi arrivano verso Ugolini tramite i Cedro, tanto che in un primo momento vennero anche riconosciuti da noi. Ma ci avevano celato che dietro a questa iniziativa c’era Gelli che chiamavamo ‘il Brontosauro’. Dentro a questo ordine c’erano personaggi belli, brutti e cattivi. Ugolini capisce che dietro c’era la ‘Ndrangheta che voleva riciclare denaro, anche costruendo crediti cooperativi, banche. Ma quando comprende che dietro c’era Gelli ne prese le distanze”. Non prese le distanze dai boss mafiosi, però, tanto che poi avrebbe favorito quel riciclaggio di denaro verso la Svizzera.

La Santa, una “polvere esplosiva di potere”

Infine il teste ha anche parlato della “dote della Santa”. “Esiste già dagli anni Ottanta. E’ un varco che la massoneria crea all’interno della ‘Ndrangheta. Una ‘breccia Porta Pia’. Era un modo in cui la parte riservata massonica avrebbe veicolato l’interesse verso il potere confrontandosi con una persona appartenente alle logiche criminali. Per noi i ‘santisti’ sono quelli che hanno la giacca, la cravatta e la laurea. Il capo deve nominare una persona capace di interfacciarsi con certe logiche e deve essere un insospettabile. In genere queste figure sono rappresentate da medici o avvocati. Svolgevano un ruolo di cerniera. L’input per aprire questo varco lo diede proprio Nino Gangemi. Cosa diventa questo sistema di potere? Qualcosa di assoluto nel Paese. Perché la massoneria, già capace di gestire i porti, le finanze, i posti di rilievo ed il pacchetto elettorale, arriva ad avere il potere economico delle criminalità organizzate. Unendosi diventa una polvere esplosiva di potere”.

https://www.corrieredellacalabria.it/regione/reggio-calabria/item/175858-riciclaggio-e-voti-il-patto-tra-i-due-mondi-della-massomafia/

La Sharia entra come nel burro a Brescia - e il Partito dei Giudici braccio operativo del Pensiero Unico del Politicamente Corretto assolve 11 imputati

Trionfo barbarico

di GIOVANNI SERAFINI
Ultimo aggiornamento il 16 febbraio 2019 alle 07:18

All'orrore si aggiunge il trionfo barbarico dell’ingiustizia. Nessuno pagherà per la morte di Sana Cheema, la ragazza bresciana di 25 anni strangolata in Pakistan perché voleva sposare un italiano. Tutti assolti per "mancanza di prove" gli 11 imputati, anche il padre, lo zio e il fratello che avevano confessato l’assassinio per "motivi d’onore" e poi hanno ritrattato per avere la certezza dell’impunità. Come per Asia Bibi, la giovane cristiana condannata a morte dal tribunale di Lahore per aver bevuto l’acqua di un pozzo riservato ai musulmani, torna ad aprirsi lo scenario tragico dell’integralismo islamico: Asia Bibi è stata liberata nel novembre scorso, dopo 8 anni di carcere, grazie alle pressioni del mondo occidentale, Sana Cheema invece è rimasta sola, alla mercé della sharia e del più feroce integralismo islamico. Aveva avuto il torto, agli occhi dei suoi familiari, d’integrarsi perfettamente in Italia – dove aveva studiato e aveva trovato un lavoro – e di credere che anche per lei fosse possibile, come per le sue amiche, vivere come voleva e amare chi voleva. Il clan dei parenti pakistani la pensava diversamente e ha imposto con la violenza le proprie scelte, confermando per l’ennesima volta la frattura che esiste con il mondo occidentale. "Rispetto dei valori civili e democrazia sono incompatibili con le regole della sharia e il fanatismo islamico", ha stabilito la sentenza emanata il 31 luglio 2001 dalla Corte Europea dei diritti umani. È inaccettabile che non ci sia libertà di scelta per la donna in Paesi che subordinano le regole della vita pubblica e privata alle norme religiose dell’Islam; è ancora più grave che la violazione di queste regole possa aver luogo in Occidente. Sana Cheema avrebbe dovuto essere protetta. Il suo martirio dovrebbe spingere la comunità internazionale a chiedere che sia fatta giustizia. E a ribadire con forza l’obbligo – per chi viene da un Paese diverso – di rispettare le regole del Paese in cui vive. "La sharia deve essere combattuta con la stessa forza con cui il mondo civile si è opposto al nazismo e all’apartheid", scrive il filosofo francese Michel Onfray. Che aggiunge: "Per quel che mi riguarda, non ho niente contro i musulmani: è l’Islam che rappresenta un problema".

Forze armate - Le gerarchie militari continuano ad utilizzare le macchine blu a profusione e gli F-35 mettono nelle mani straniere il controllo delle armi che si usano, se passa questo principio anche il 5G potrebbe essere servito da Huawei piuttosto che dagli Statunitensi che sono anche molto indietro nel suo sviluppo

Vecciarelli alle commissioni parlamentari: “significative criticità” nella Difesa

17 febbraio 2019 


Si attesta all’ 1,15% del Pil il budget per la Difesa nel 2019. Una situazione, ha detto il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli, in audizione alle commissioni DIfesa congiunte di Camera e Senato il 14 febbraio, “che occorre migliorare sostanzialmente”, altrimenti “dovremo rinunciare non solo all’ efficienza di molti sistemi ma, già dal prossimo futuro, anche ad interi profili capacitivi”.

“L’ attuale Stato di salute delle forze armate – ha rilevato il generale Vecciarelli (qui sotto il video integrale del suo intervento) – evidenzia, purtroppo, significative criticità che hanno determinato una diminuzione delle capacità operative esprimibili, che trova la sua ragione nel progressivo invecchiamento di una larga parte delle piattaforme in inventario e nel rallentamento, se non nell’ assenza, di un piano di ammodernamento”.

Il capo di Stato Maggiore ha poi sottolineato “la necessità di rivalutare i contenuti delle norme che hanno disposto il taglio lineare degli organici, entro il 2024, da 190.000 a 150.000 unità, specie se poste in relazione con il progressivo invecchiamento sofferto per le politiche di reclutamento associate alla cosiddetta professionalizzazione”. “Quando le risorse non sono sufficienti – ha proseguito – cisi attrezza.

Sono ormai parecchi anni che abbiamo imparato astringere la cinghia. Chiaramente questo non consente di soddisfare una pluralità di esigenze e lasciamo quindi sempre qualche ambito scoperto. Ci rendiamo conto – ha aggiunto – delle difficoltà che il Paese sta affrontando; arrivare al 2% del Pil per le spese militari sarebbe auspicabile, ma sapremmo rendere efficiente il sistema anche con qualcosa di intermedio e con la stabilità delle risorse per pianificare con un orizzonte almeno di medio periodo”.

Circa l’acceso dibattito sull’F-35 Vecciarelli ha detto che “il caccia non è una macchina fine a se stessa, ma rappresenta effettivamente una rivoluzione politico-militare, che potrà portare chi ce l’ha ad esser parte di quel gruppo di Paesi che guideranno le azioni e prenderanno le decisioni e chi non ce l’ha invece a seguire”.


Lo ha detto il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli, in audizione alle commissioni DIfesa congiunte di Camera e Senato. L’F35, ha proseguito il generale Vecciarelli, “è un ‘ game changer’, che ci porterà ad avere benefici soprattutto nell’information security, a entrare nel circolo di coloro che potranno scambiare informazioni”. Inoltre, ha aggiunto, “oggi è l’unica macchina che potrà sostituire gli aerei a decollo verticale di cui c’è bisogno per la nostra portaerei. In prospettiva – ha concluso – saranno indispensabili”.

Vecciarelli ha toccato anche il tema della missione afghana. “Penso che per l’Afghanistan valuteremo insieme agli alleati la soluzione migliore. A valle dei colloqui di pace a Doha tra gli Stati Uniti e i rappresentanti dei talebani potrà essere meglio identificato come, quando e se è possibile ritirarci da quel paese, avendo lasciato una situazione che non potrà che essere molto migliore di quella che abbiamo trovato all’inizio”.

Il capo di Stato Maggiore si e’ detto “certo che anche gli alleati non vorranno vanificare gli impegni umani e finanziari che nel corso degli anni hanno portato nel paese”. Vecciarelli ha infine osservato che oggi, in Afghanistan, “700 nostri militari hanno una grande responsabilità di una regione grande come l’Italia. Questa è la nostra difficoltà in quel paese”.

(con fonti Ansa, AGI e Stato Maggiore Difesa)

Marco Orioles - Varsavia ha sancito il patto di ferro tra i sionisti ebrei e i sunniti. Gli Stati Uniti strumento operativo che fa da collante a questo matrimonio incestuoso

Tutte le tensioni sull’Iran che squassano la Nato

16 febbraio 2019


La “Ministeriale per promuovere un futuro di pace e sicurezza nel Medio Oriente” tenutasi a Varsavia in settimana ha messo in scena le divisioni in seno all’Alleanza Atlantica sull’Iran. Il Punto di Marco Orioles

La “Ministeriale per promuovere un futuro di pace e sicurezza nel Medio Oriente” tenutasi a Varsavia questo mercoledì e giovedì su iniziativa degli Stati Uniti ha messo in scena, per l’ennesima volta, le forti divisioni in seno all’Alleanza Atlantica. Lacerazioni che investono una delle priorità della politica estera americana, il contenimento dell’Iran, ma che riguardano in realtà l’intero approccio degli Usa in Medio Oriente. Una regione dove, sotto l’attenta regia di Washington, si sta consolidando un inedito asse tra Israele e Paesi del Golfo; una distensione tra ex irriducibili nemici destinata a ridisegnare gli equilibri del quadrante più turbolento del pianeta e a proporre scenari di cooperazione che fino a pochi anni fa nessuno avrebbe mai pensato rientrassero nel campo del possibile.

La riorganizzazione del Medio Oriente promossa dall’amministrazione Trump e suggellata dalla conferenza di Varsavia nasce però all’insegna di tensioni clamorose tra i partner transatlantici, ben dimostrate dalla vistosa assenza, nella capitale polacca, dei ministri degli Esteri di Francia e Germania nonché dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini (c’era, invece, il capo della Farnesina, Enzo Moavero Milanesi). I quali hanno ritenuto opportuno prendere le distanze da un’iniziativa che, ai loro occhi, aveva l’imperdonabile vizio di rappresentare una chiamata alle armi contro l’Iran.

Una provocazione intollerabile, per nazioni che, a differenza di Washington, non hanno ripudiato il JCPOA, l’accordo nucleare con la Repubblica Islamica che, a giudizio dei firmatari europei (nonché di Russia e Cina), sta funzionando. Ma che le potenze sunnite rivali dell’Iran, insieme ad Israele, considerano il più clamoroso passo falso fatto dalla comunità internazionale. Un accordo sbagliato perché, oltre ad avere il difetto di limitarsi a congelare solo per un periodo limitato il programma atomico degli ayatollah, ha anche sdoganato un regime aggressivo e messo a sua disposizione un fiume di danaro, quello liberato grazie alla caduta delle sanzioni, con cui perseguire i suoi disegni egemonico sul Medio Oriente che pongono una seria ipoteca – per dirla con il nome, scelto non a caso, della Ministeriale di Varsavia – sul futuro della pace e della sicurezza di questa regione.

Cancellare il JCPOA è stata la mossa con cui l’amministrazione Trump, nel maggio del 2018, ha non solo ribaltato le aperture all’Iran fatte dal precedente governo guidato da Barack Obama, ma anche segnalato ai suoi alleati sunniti e allo Stato ebraico che l’America sarebbe stata di nuovo al loro fianco nella mortale contesa con la Repubblica Islamica. Ritirando la propria firma dal patto nucleare, e reintroducendo le sanzioni contro Teheran, gli Stati Uniti hanno dato vita, di fatto, ad una poderosa coalizione contro l’Iran. Una collaborazione che, dalla difesa dal comune nemico sciita, può estendersi a tanti altri fronti, non ultima la risoluzione dell’annosa questione palestinese. A Varsavia, non a caso, è presente Jared Kushner, il consigliere e genero di Trump che sta lavorando all’accordo “del secolo” che dovrà finalmente portare la pace in Terra Santa e che i delegati della Ministeriale hanno l’occasione di tastare per la prima volta.

La scommessa americana è ambiziosa e si fonda sulla presa d’atto di una realtà: Israele e i paesi sunniti stanno già cooperando, sia pur dietro le quinte, e concertando le loro mosse in chiave anti-iraniana. Un allineamento che la ministeriale di Varsavia nasce per ratificare, sancendo la nascita di un inedito asse musulmano-ebraico che, di per sé, rappresenta la novità più dirompente sulla scena delle relazioni internazionali contemporanee.

Un vero e proprio cambio di paradigma per il Medio Oriente che si sostanzia anche in gesti e atti simbolici. Come la foto che ritrae insieme, a Varsavia, il capo della diplomazia dell’Oman e il suo collega israeliano, Benjamin Netanyahu (che ha l’interim agli Esteri), subito pubblicata sul profilo Twitter di Bibi con un commento eloquente: “Questa è una rivoluzione nelle relazioni estere di Israele!”. O il gustoso siparietto – segnalato, sempre su Twitter, dal rappresentante speciale della Casa Bianca per i negoziati internazionali, Jason Greenblat – che vede protagonisti di nuovo Netanyahu e il ministro degli Esteri dello Yemen, il quale durante una sessione di lavoro della ministeriale porge al suo omologo israeliano il microfono e si sente rispondere, tra il serio e faceto, che questo gesto cordiale segna l’inizio di una nuova collaborazione tra Israele e Yemen.

Questi sono i miracoli resi possibili dalla comune mobilitazione contro l’Iran. Una congiunzione astrale che gli Stati Uniti vogliono rendere permanente, trasformando la piattaforma di Varsavia in un forum a disposizione di Stati Uniti, Europa e paesi del Mediterraneo per coordinarsi stabilmente in funzione degli obiettivi comuni.

E’ un patto di ferro, insomma, quello stretto in Polonia. Che lascia intravedere spiragli di pace fino a poco tempo fa semplicemente inconcepibili. Ma che impegna i contraenti a fare fronte comune contro il nemico che, con la sua minacciosa politica estera e il suo avventurismo militare, mette a repentaglio la sicurezza di tutti. “Non puoi ottenere la pace e la stabilità del Medio Oriente”, sottolinea il Segretario di Stato Mike Pompeo, presente a Varsavia insieme al vicepresidente Usa Mike Pence, “senza affrontare l’Iran. Non è semplicemente possibile”.

La sfida all’Iran è lanciata, e porta con sé un ammonimento ai paesi che remano contro. “È venuto il momento”, spiega Pence, “che i nostri partner europei si ritirino dall’accordo nucleare con l’Iran e si uniscano a noi mentre portiamo la pressione economica e diplomatica necessaria” sulla Repubblica Islamica. Se l’Europa pensa di mantenere vivo il JCPOA contro la volontà degli Stati Uniti, che l’hanno stracciato, e di mezzo Medio Oriente, che lo considera il viatico per nuove sciagure, compie un clamoroso errore.

L’irritazione di Pence per la posizione e i comportamenti del Vecchio Continente è palpabile. “Purtroppo”, si sfoga il vicepresidente, “alcuni dei nostri principali partner europei non sono stati affatto cooperativi”. L’indice di Pence è puntato in particolare contro l’ultima iniziativa presa da Gran Bretagna, Francia e Germania, lo “Special Purpose Vehicle” messo in piedi per continuare a commerciare con l’Iran aggirando le sanzioni Usa. “Noi”, osserva il vice di Trump, “lo chiamiamo uno sforzo per rompere le sanzioni americane contro il regime omicida e rivoluzionario dell’Iran. (…) È un passo mal consigliato che non farà che rafforzare l’Iran, indebolire l’UE e creare ancora più distanza tra l’Europa e gli Stati Uniti”.

Quella contro l’Iran non è un’ossessione americana, fanno capire Pence e Pompeo, né una crociata insensata. È, invece, il punto di partenza di un colossale sforzo di rimettere ordine in una regione intorbidata dalle manovre spregiudicate di un regime che interferisce nelle vicende interne di paesi come Iraq, Siria, Libano e Yemen e, quando e dove lo ritiene necessario, dà fuoco alle polveri con le sue temibili milizie. Un regime che, è la conclusione tra le righe, prima cade, meglio è.

“L’Iran”, ha spiegato ai reporter quello che è a tutti gli effetti il vincitore della conferenza di Varsavia, Netanyahu, “ci minaccia nel quarantesimo anniversario della rivoluzione. Hanno minacciato di distruggere Tel Aviv e Haifa, e io ho detto che non ci riusciranno, ma se ci provano ripeto che questo sarà l’ultimo anniversario della rivoluzione che questo regime celebra”. A domanda precisa della stampa, che gli chiede se ciò significhi che l’obiettivo è un cambio di regime, il premier israeliano risponde con candore: “non escludo nulla”.

C’è totale sintonia, tra le posizioni di Israele e quelle del suo maggior alleato, gli Stati Uniti d’America. A sottolinearlo, pochi giorni fa, ci aveva pensato il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa John Bolton, diffondendo una breve clip nella quale, oltre a definire l’Iran “il banchiere centrale del terrorismo”, ha formulato una minaccia esplicita all’indirizzo della Guida Suprema della Repubblica Islamica, l’ayatollah Ali Khamenei: “Non penso che avrai molti altri anniversari da celebrare”.

Sono questi i toni e i messaggi che hanno spinto personalità come Mogherini a tenersi alla larga dalla kermesse polacca. Impossibile, per chi si è tanto adoperato per arrivare alla firma del JCPOA, aggregarsi a quello che il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha definito “un disperato circo anti-iraniano”. Inconcepibile saltare sul carro di un’alleanza che si prefigge di liquidare un paese cui l’Europa, siglando l’accordo nucleare, ha promesso amicizia ed affari.

Ma la presenza, a Varsavia, di Moavero segnala che l’Europa è tutt’altro che compatta nell’opposizione ai disegni americani. Per il nostro ministro degli Esteri, essere incluso nelle foto che ritraggono insieme i leader dei paesi arabi e di Israele, sotto gli sguardi attenti del gran cerimoniere americano, era un’opportunità da non farsi sfuggire. Là dove si è fatta la storia, l’Italia potrà dire: io c’ero.

Approfondisci:

Guido Salerno Aletta - e non c'è solo lo squilibrio del commercio estero negli Stati Uniti c'è il deficit federale e statale che sono aumentati. Il deficit dei gemelli si abbatte sugli statunitensi come un maglio

Come sta cambiando la politica economica e finanziaria della Cina

16 febbraio 2019


Mentre l’Europa a trazione franco-tedesca ha saputo solo dilaniarsi, Usa e Cina perseguono con ogni mezzo strategie di crescita interna e di potenza. L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Per l’economia cinese, il nuovo anno è cominciato con notizie poco rassicuranti. La prima doccia fredda è arrivata ai primi di gennaio, con il dato relativo al PMI (Purchasing Managers Index) del settore manifatturiero: a dicembre, il grado di contrazione è stato maggiore del previsto, quotando 49,4 anziché 49,9. Per fortuna, il comparto dei servizi aveva confermato un buon andamento: 53,9 punti, dopo i 53,8 di novembre.

Le contromisure non si sono fatte attendere: la Banca del popolo cinese è intervenuta abbassando di un punto percentuale il coefficiente di riserva obbligatoria delle banche (RRR), portandolo al 19,5% per le grandi banche e al 16% per le piccole, liberando risorse liquide che potrebbero arrivare al controvalore di 194 miliardi di dollari. È stato ipotizzato che questa somma servirà soprattutto per far emergere le situazioni di finanziamento ancora poco trasparenti, quello delle aziende che ricorrono allo shadow banking (sistema bancario ombra) e che sarebbero numerose anche fra quelle più vicine al sistema di governo locale. Questa decisione di stimolo monetario ha destato a sua volta una certa preoccupazione, visto che il livello del credito totale interno della Cina è già arrivato al 252% del pil. In dollari, sono circa 34 mila miliardi, di cui l’84% a carico del settore privato. Nel 2008, alla vigilia della crisi, il rapporto era del 148%, oltre 100 punti più basso. Se il pil nominale cinese è triplicato in dieci anni, il credito è aumentato molto più velocemente.

È difficile comprendere, dal nostro punto di vista, il significato concreto di queste dinamiche, se non si considera che il tasso di risparmio lordo annuale della Cina si aggira attorno al 50%, mentre quello degli Usa gravita sul 18% e quello dell’Italia arriva a qualche decimale in più. La Cina cinese, nei dieci anni che vanno dal 2008 al 2017 ha accumulato risparmi pari al 492% del pil, rispetto al 177% degli Usa ed al 184% dell’Italia. Un afflusso così considerevole di risparmio annuale pone problemi di gestione e di allocazione del credito che per noi sono difficili anche solo da immaginare.

A fare tornare i sudori freddi sono stati, lunedì scorso, i dati del commercio internazionale: nel mese di dicembre c’è stata una contrazione forte sia per l’export (-4,4% a/a) che per l’import (-7,6% a/a): l’economia globale sta rallentando; e la Cina, la fabbrica del mondo, cala velocemente di giri.

A fronte di queste nuove preoccupazioni, sono stati diffuse le prime anticipazioni circa le misure di stimolo fiscale: sgravi alle famiglie, legati ad una serie innumerevole di spese, dalla istruzione alla sanità, ed elevazione della soglia del reddito non tassabile, per un controvalore compreso tra i 170 ed i 200 miliardi di euro. Una cifra analoga dovrebbe essere destinata agli investimenti delle amministrazioni locali.

A questo punto, una crescita del pil al 6% per il 2019 non è affatto un obiettivo disprezzabile, visto che prende come base una economia che registra da anni incrementi continui dello stesso ordine di grandezza.

La Cina punta dunque a sostenere il mercato interno, ben consapevole che dalle esportazioni potrà aspettarsi sempre di meno. Su questo versante, c’è da fare un primo bilancio delle misure tariffarie adottate dalla Amministrazione Trump nei confronti delle merci cinesi: per ora sono state un buco nell’acqua.

La bilancia commerciale americana, sul cui riequilibrio il Presidente Donald Trump ha battuto e ribattuto con forza, va sempre peggio, soprattutto nei confronti della Cina. In generale, è tutto il quadro che non regge: nei primi dieci mesi del 2018, il deficit totale degli Usa per beni e servizi verso il resto del mondo è arrivato a 503 miliardi di dollari, con un peggioramento dell’11,4% (+51,3 mld) rispetto allo stesso periodo del 2017. Le importazioni (!?!? esportazioni) sono cresciute del 7,7% e le importazioni  dell’8.4%. Considerando le sole merci, il deficit americano è passato da 659 a 732 miliardi di dollari (+73 mld).

Il saldo negativo nei confronti della Cina è passato da 309 a 344 miliardi (+35 mld), cifra pari al 47% del deficit totale, mentre quello verso l’Eurozona è aumentato da 105 a 124 miliardi (+19 mld). Il deficit è migliorato nei confronti di Giappone (da 58 a 56 mld) e Corea del Sud (da 19 a 15 mld), mentre è peggiorato verso Germania (da 52 a 56 mld), Messico (da 59 a 67 mld) e Canada (da 14 a 18 mld). Stazionario invece quello verso l’Italia (attorno a 25 mld).

I dati relativi al commercio tra Usa e Cina vanno letti con qualche dettaglio in più: considerando i primi dieci mesi dell’anno, le importazioni americane sono passate dai 413 miliardi del 2017 ai 447 miliardi di dollari del 2018 (+34 mld), mentre le esportazioni sono rimaste sostanzialmente stazionarie (passando da 104 a 103 mld). Questo aggregato temporale non dà conto dell’andamento assai più contrastante che si è verificato negli ultimi mesi del 2018, quelli su cui si sono cominciati a vedere gli effetti delle misure tariffarie imposte dagli Usa e delle conseguenti ritorsioni cinesi: a partire da luglio scorso, infatti, le importazioni cinesi di merci americane sono diminuite continuamente, scendendo abbondantemente a partire da settembre al di sotto dei 10 miliardi di dollari mensili, ribaltando la dinamica crescente che era stata registrata nei dodici mesi precedenti.

Sembra esserci stato un vistoso effetto boomerang a danno degli Usa: mentre i dazi imposti dai cinesi hanno avuto un effetto concreto di spiazzamento delle merci americane, le importazioni americane di merci cinesi hanno registrato un vigoroso incremento, passando dai 47 ai 52 miliardi di dollari mensili tra luglio ed ottobre scorsi. Due potrebbero essere state le cause di questo fenomeno: la anticipazione delle scorte, in vista della imposizione di ulteriori dazi, più volte minacciata nel caso di un esito negativo delle trattative in corso; la scarsa sostituibilità sul mercato americano e globale delle produzioni cinesi.

Di converso, e questo potrebbe apparire a prima vista paradossale, le merci americane sono assai più facilmente sostituibili sul mercato cinese, soprattutto se si pensa alle derrate agricole ed alimentari: il 60% della produzione americana di soia, ad esempio, era destinata al mercato cinese. In alternativa, le forniture da Argentina e Brasile rappresentano per la Cina un rimpiazzo immediatamente disponibile, comportando una conseguente triangolazione dei flussi verso l’Europa che infatti nel 2018 ha quasi triplicato l’import di questi semi dagli Usa.

Giappone, Cina e Germania sono creditori netti verso il resto del mondo, mentre gli Usa sono da tempo debitori netti. Il processo di riequilibrio commerciale e finanziario americano si presenta ancora lungo e complesso, anche perché le vecchie leve strategiche non sono più disponibili. Non è più ripetibile l’aumento vertiginoso del prezzo del petrolio, che a partire dal 1973 rese molto meno convenienti le produzioni di Europa e Giappone, né il G7 è oggi uno strumento docile come nel lontano passato. L’idea di poter “comprare” la Russia e la Cina è fallita, così come ora è poco plausibile l’ipotesi di una loro implosione socio-politica per via delle tensioni interne.

Le tensioni all’interno dell’Unione europea, e soprattutto la politica di austerità fiscale decisa per ridurre gli squilibri interni, ne stanno mettendo a dura prova i processi di crescita e la tenuta complessiva del quadro istituzionale. E mentre sia gli Usa che la Cina nello scorso decennio hanno puntato sempre sulla crescita economica e sull’aumento dell’occupazione, a Bruxelles hanno creduto nella deflazione salariale e nella competizione attraverso le esportazioni. La instabilità socio-politica che avrebbe dovuto far collassare gli antagonisti degli Usa, Russia e Cina, ha invece intaccato pesantemente l’Europa.

La non casuale instabilità provocata nel nord Africa e nel vicino Oriente, con le conseguenti crisi migratorie, ha messo una pietra tombale sulla prospettiva dell’Unione Euro-Mediterranea, avviata nell’estate del 2008, appena un paio di pochi mesi prima della crisi della Lehman Brothers. Poteva essere un’area di prosperità e di pace.

Mentre l’Europa a trazione franco-tedesca ha saputo solo dilaniarsi, Usa e Cina perseguono con ogni mezzo strategie di crescita interna e di potenza. Il riequilibrio commerciale americano si presenta come una marcia ancora molto lunga e complessa, che si appaia a quella di proiezione della Cina all’estero. Le strutture di mercato si dimostrano ancora una volta assai meno prevedibili e controllabili rispetto a quelle presidiate dalla politica: il disavanzo commerciale americano continua a lievitare, e questa è già una pessima notizia. Da un confronto più duro, se ne uscirà con molte ossa rotte.

sabato 16 febbraio 2019

14 febbraio 2019 - BASTA SANZIONI AL VENEZUELA

La sharia entra come nel burro a Milano - e non poteva essere altro che un'esponente del corrotto euroimbecille Pd a trasmettere il Politicamente Corretto del Pensiero Unico

Sabato 16 febbraio 2019 - 13:19
Islam, Sala a milanesi: c’è diritto a pregare, luogo deve esserci

Sindaco di Milano in video messaggio su Facebook dal Palasharp


Milano, 16 feb. (askanews) – I milanesi possono “essere contrari alle moschee, certo, ma la Costituzione dice che tutti i cittadini hanno diritto di pregare: un luogo ci deve essere”. Lo ha detto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, in un video messaggio pubblicato sulla sua pagina Facebook registrato dal Palasharp di Milano.

Quell’edificio storico per la musica e lo sport in città è ora un palazzetto abbandonato. Sala ha ricordato che si pensa “con un equivoco” che il Palasharp sia “il luogo dove gli islamici pregano: non è così, c’è un tendone di fronte che stiamo cercando di mettere in sicurezza”, ha spiegato il sindaco. In ogni caso, ha poi aggiunto il numero uno di Palazzo Marino, “ricordo ai milanesi che possiamo essere contrari alle moschee, certo, ma la Costituzione dice che tutti i cittadini hanno diritto di pregare. Un luogo ci deve essere: se non li vogliamo lì, saranno da un’altra parte”, ha chiosato il sindaco.

Alberto Negri - Le consorterie Guerrafondaie statunitensi ed ebraiche preparano la guerra costruendo fake news

[Il retroscena] Così Usa e Israele stanno costruendo una fakenews per fare la guerra all'Iran

Viene così usata la propaganda, la più micidiale della armi di distruzione di massa. Non fa niente se l’Arabia Saudita e gli Emirati con il sostegno Usa conducono una guerra in Yemen con l’uccisione di migliaia e di civili. Di questo è meglio non parlare anche perché pure l’Italia vende a Riad bombe, di marca tedesca ma fabbricate in Sardegna



Gli Stati Uniti insieme a Israele e alle monarchie del Golfo stanno fabbricando una nuova devastante “fake news”, come quella che nel 2003 portò all’attaccò contro l’Iraq di Saddam Hussein. La notizia falsa allora era che Baghdad avesse armi di distruzione di massa che non furono mai trovate. Vennero corrotti politici, pagati esperti e i media furono inondati di informazioni fasulle e distorte, salvo poi _ dopo anni e avere compiuto un disastro senza rimedio _ ammettere di avere imbrogliato l’opinione pubblica mondiale.

Adesso l’idea è quella di stringere d'assedio e muovere guerra all’Iran affermando, come è stato fatto giovedì scorso alla riunione di Varsavia, “che si tratta della peggiore minaccia alla pace nel Medio Oriente”. In realtà l’Iran era già il bersaglio della guerra per procura in Siria, maggiore alleato di Teheran, ma quel conflitto è stato vinto dal regime di Bashar Assad con l’aiuto di russi, iraniani e delle milizie libanesi Hezbollah. Insomma si tratta per gli Usa, Israele e i sauditi di prendersi la rivincita mirando stavolta al bersaglio grosso.

Viene così usata la propaganda, la più micidiale della armi di distruzione di massa. Non fa niente se l’Arabia Saudita e gli Emirati con il sostegno Usa conducono una guerra in Yemen con l’uccisione di migliaia e di civili. Di questo è meglio non parlare anche perché pure l’Italia vende a Riad bombe, di marca tedesca ma fabbricate in Sardegna. L’Iran viene denunciato come un regime oscurantista: cos’è allora la monarchia saudita rappresentata dal principe Mohammed bin Salman, mandante, secondo la stessa Cia, dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi? La verità è che come al solito si adotta un doppio standard. I nemici sono quelli che non comprano armi dell’Occidente, gli amici sono sauditi e le monarchie assolute del Golfo che da decenni riempiamo di armamenti e che sono state anche sponsor di estremisti islamici e jihadisti.

Al summit di Varsavia Francia, Germania e Unione europea hanno mandato delegazioni di basso livello mentre l’Italia si è presentata con il ministro degli Esteri Moavero Milanesi. Vale la pena ricordare che prima delle nuove sanzioni americane, seguite all'abbandono da parte di Trump dell’accordo sul nucleare del 2015, l’Italia era comunque il maggiore partner commerciale di Teheran e che le nuove sanzioni americane hanno cancellato commesse italiane in Iran per 25 miliardi di euro. Mentre Parigi e Berlino hanno messo a punto uno strumento per aggirare l’embargo _ per altro assai difficoltoso _ l’Italia è andata a Varsavia contro i suoi stessi interessi economici. Non solo: pur avendo l’Italia un periodo di sei mesi di esenzione concesso da Washington, ha già rinunciato all’acquisto di petrolio iraniano.

In sintesi l’Italia, che era stata scelta da Teheran come partner privilegiato in Europa, è il solito Paese di voltagabbana e che per di più non porta a casa nessun vantaggio. Così come aveva già dimostrato nel 2011 con la Libia di Gheddafi. Il 30 agosto del 2010 il raìs libico veniva ricevuto a Roma in pompa magna firmando contratti per dozzine di miliardi e sei mesi dopo l’Italia si univa ai raid della Nato contro Tripoli. Sappiamo tutti cosa ha significato il crollo del regime: ondate di migranti e destabilizzazione.

L’Italia si sta dimostrando un paese da operetta. Litighiamo con i francesi sui gilet gialli ma intanto il generale Khalifa Haftar, alleato della Francia della Russia e dell’Egitto, sta conquistando i pozzi petroliferi libici nel Sud del Fezzan. Adesso con l’Iran dimostriamo ancora una volta la nostra incapacità di manovra: perdiamo soldi e mandiamo pure il nostro ministro a fare la figura del cameriere degli Stati Uniti a Varsavia. Ma c’è di peggio. Per fabbricare una fake news credibile, ovvero che l’Iran è il diavolo e i suoi nemici sono angeli, bisogna mobilitare al massimo l’apparato di propaganda. Così sulle nostre tv stanno comparendo sedicenti esperti che ci raccontano come l’Iran sia un Paese terrorista e sponsor del terrorismo.

Ricordiamo a questi signori che nel 2014, quando l’Isis ha fatto la sua avanzata in Iraq e in Siria, i primi a opporsi ai tagliagole del Califfato sono stati proprio i pasdaran iraniani e le milizie sciite mentre i jihadisti venivano sostenuti dalla Turchia, dalle monarchie del Golfo e anche dall’Occidente pur di abbattere il regime di Assad in Siria, poi salvato dall’intervento della Russia di Putin. Quel terrorismo sunnita, ispirato per decenni dall’ideologia oscurantista di sauditi, Qatar, Emirati, è stato quello che ha colpito anche in Europa.

I veri terroristi sono gli Stati Uniti e i loro alleati che vorrebbero adesso la guerra all’Iran anche contro la volontà dell’Europa che rispetta l’accordo del 2015 sul nucleare con Teheran voluto da Obama. Quindi stanno accelerando sulla propaganda per convincere l’opinione pubblica occidentale che abbiano un nuovo mostro da combattere. Non importa se in caso di conflitto arriveranno altri milioni profughi e l’intera regione sarà destabilizzata, l’obiettivo è avere un nemico che giustifichi gli affari legati all’apparato militare industriale americano. Del resto il maggiore cliente di armamenti Usa è l’Arabia Saudita: bisognerà in qualche modo darle soddisfazione, non è vero?

All’Italia si pone il problema di sempre: concedere o meno le basi militari per eventuali raid contro l’Iran. Insomma lo stesso interrogativo della guerra in Libia nel 2011 quando le abbiamo date per far fuori il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo. Con l’Iran si attende una tragica replica, la coazione a ripetere gli stessi errori di un Paese che blatera di sovranismo senza sapere neppure di cosa si tratti.

16 febbraio 2019

Roberto Pecchioli - La musica è cultura e la giuria degli esperti di Sanremo, esperti in che?, ci hanno propinato la solita polpetta avvelenata derivante dal Pensiero Unico del Politicamente Corretto che deve distruggere la tradizione, le identità

TRAP: COLONNA SONORA DEL NICHILISMO ADOLOSCENTE.

Maurizio Blondet 14 Febbraio 2019 
di Roberto PECCHIOLI

Il sistema di intrattenimento è il veicolo privilegiato per far passare i messaggi voluti dall’oligarchia dominante. Il recente festival della canzone di Sanremo ne è la dimostrazione. Almeno tre obiettivi conseguiti in un colpo: sdoganare il genere musicale Trap, sotto i riflettori dopo la tragedia dei ragazzini di Corinaldo; inviare un nuovo segnale multietnico, multiculturale e multitutto con la vittoria imposta di Mahmood, cantante “moroccan pop”; far capire al popolaccio, alla plebe televisiva che la sua opinione non vale nulla, giacché la vittoria è stata decretata dagli “esperti” , vil razza dannata postmoderna, i quali sanno, comprendono e giudicano meglio di qualsiasi altro. Il televoto, parodia della democrazia, non conta, proprio come quello della scheda elettorale. Grazie di avercelo ricordato.

Abbiamo tentato, con modesti risultati, di capire qualcosa della musica Trap, di cui ignoravamo l’esistenza sino a pochi mesi fa. Disse una volta Indro Montanelli che il giornalista è un tizio che cerca di far capire agli altri quel che non ha compreso lui stesso. Nel caso di specie, inquadrare il fenomeno Trap è difficile per motivi generazionali, ma è facile rendersi conto che si tratta dell’ennesima colonna sonora di una crisi di civiltà che dura da oltre mezzo secolo, ed ha imboccato decisamente il buio sentiero del nichilismo. L’unica definizione che ci viene in mente è questa: il Trap è la forma adolescenziale, puberale, del nichilismo vincente, unita all’adesione all’ideologia del liberismo libertario fondato sull’immagine, il denaro, la tecnologia, il consumo compulsivo, l’esibizione. I “trapper”, e, dolorosamente, i ragazzini che adorano tale genere musicale, sono una sottospecie particolarmente insidiosa di homo currens, la generazione che corre a perdifiato verso nessun luogo.

Il significato del termine dice già qualcosa: trap, nel gergo giovanile del sud degli Usa, è un luogo fisico, un edificio degradato dove si vendono droghe. Il rapporto con gli stupefacenti e con gli altri paradisi artificiali è il tema centrale dei testi, l’argomentario di fondo dei brani. Droga, sesso e denaro; a differenza del rock, che diffondeva un immagine di ribellione, pur se in buona parte falsa, i miti del consumo, della ricchezza, del successo sono al centro della visione di questa musica. Oltre la metà degli ascoltatori appartiene alla fascia di età da 13 a 24 anni. I bambini, non rilevati dalle ricerche di mercato, danno numeri ancora più schiaccianti.

Occorre dunque fare i conti con il fenomeno, a partire dalla sua dimensione “tecnica”. Si tratta di un sottogenere della musica hip hop, nato negli Usa fin dagli anni 70 del Novecento, caratterizzato da una ritmica stilizzata che accompagna testi cantati in forma di rime senza melodie. La subcultura hip hop ha generato tra l’altro il fenomeno dei “writers”, coloro che disegnano linee o graffiti sui muri urbani e all’esterno dei mezzi di trasporto (vagoni ferroviari, carrozze delle metropolitane), evoluti poi in disegni sempre più complessi. I più sono semplici imbrattamuri, altri sono oggi considerati artisti, come il mitico Bansky, writer inglese dall’identità sconosciuta le cui opere, rimosse dalle pareti su cui sono state realizzate,vengono esposte e vendute sul mercato dell’arte.

Sotto il profilo delle sonorità, il Trap si caratterizza per l’uso massiccio del Roland TR-808, lo strumento musicale elettronico (drum machine) che esegue ritmi ad imitazione del suono di strumenti a percussione, con bassi potenti e distorti. Le basi sono sempre elettroniche, sintetiche, con l’uso dell’autotune, l’effetto che robotizza la voce, i bpm (battiti al minuto) sono rallentati rispetto al rap, le atmosfere ipnotiche e oscure, i testi si caratterizzano per la ripetitività dei ritornelli. I brani non sono raccolti in CD, considerato un supporto in via di estinzione, la loro diffusione segna un balzo rispetto al passato. Sono caricati prevalentemente su Youtube e spesso i concerti sono pensati più per il pubblico che vedrà e ascolterà attraverso lo schermo di computer e telefoni mobili che per gli spettatori in carne e ossa: un altro elemento totalmente nuovo.

Il Trap si caratterizza più per ciò che rifiuta che per ciò che mostra. Poco nullo è l’impegno sociale, lontana è l’azione collettiva a cui, nel bene e nel male, chiamavano altri generi che hanno improntato la cultura giovanile degli ultimi cinquant’anni. Un ricercatore, che si definisce filosofo del Trap, afferma che la maggioranza degli artisti incarna i valori del liberismo senza saperlo. E’ fortissimo il rischio che i ragazzi nell’età della formazione, particolarmente influenzabili e privi di filtri culturali, si convincano che i due unici obiettivi della vita siano il sesso compulsivo, meccanico e i simboli del consumo – le puttane e le “lambo”, le auto di lusso, cantate da tanti trapper. Il Trap rappresenta nello stesso momento la sottomissione ai valori materialisti e l’incapacità di ottenere soddisfazione attraverso di essi.

Un altro tema riguarda il dubbio se questa musica rifletta la realtà giovanile o si limiti a riprodurre fantasie del mondo pubblicitario e dei video online. Il mito del denaro facile è cantato senza ritegno e senza alcuna riflessione critica. Un trapper, in un’intervista, ha raccontato di aver provato attrazione per un genere musicale che canta denaro, prostitute e droga dopo un lungo periodo di disoccupazione. “Bisogna sentirsi povero per desiderare di essere ricco in maniera ostentata”, ha aggiunto. Sfera Ebbasta indossa abitualmente due orologi Rolex e pare che ne possieda una ventina. Dobbiamo concludere che realtà generazionale e pubblicità coincidano, giacché questa occupa uno spazio centrale nell’immaginario trap. Una vittoria strepitosa del sistema di intrattenimento neoliberale che riporta alla teoria di Thorsten Veblen sui “consumi vistosi” e al simbolismo di certi beni.

La musica Trap è ripetitiva e qualitativamente scadente; il messaggio è in negativo, i suoi eroi sono personaggi estremi. L’uso delle tecnologie la rendono artificiale, non si nota alcun tentativo di andare oltre, tutto deve essere facile, immediato. Una rappresentazione perfetta del primo scorcio del XXI secolo, in linea con la narrazione dominante, secondo la quale al modello vigente non c’è alternativa. Perché allora prendersela o cercare vie d’uscita? Ce ne sono a bizzeffe, offerte dal sistema stesso: la droga, innanzitutto, il sesso facile sganciato dai sentimenti, il denaro come mezzo per acquistare status symbol, tutto ciò che è “firmato” e per ciò stesso desiderabile e necessario.

Scorrendo i testi dei trapper italiani, sorprende la banalizzazione istintuale di tutto: “La mia ragazza segue la moda, io seguo i soldi e la droga”, canta la Dark Polo Gang. Un altro verso grida “mi tuffo verso i soldi con doppio carpiato”. Sfera Ebbasta racconta così del dopo concerto: “Stanza 26, io fatto in hotel/come Kurt Cobain, fumo Marlboro Red/ Lei si sfila i jeans, poi li sfila a me/lancio i soldi in aria/ anche oggi sono il re./ Scelgo una tipa, nessuna dice di no/me la portano in camera con una Vodka”. Ci piacerebbe ascoltare il giudizio delle femministe sempre in cerca dell’eteropatriarcato. Il massimo dell’impegno è l’apologia del disimpegno, come in un testo dell’italo tunisino Ghali: Qual è la differenza tra sinistra e destra? /Cambiano i ministri, ma non la minestra/ il cesso è qui a sinistra, il bagno è in fondo a destra”.

Il turpiloquio è moneta corrente, come l’esaltazione esplicita della droga. Ne è un esempio il brano portato a Sanremo dal trapper che si fa chiamare Achille Lauro: il titolo, Rolls Royce, evoca non tanto l’automobile degli straricchi, ma una pasticca di ecstasy. Achille Lauro è pieno di tatuaggi, anche in viso, e la sua canzone parla di sexy shop, icone rock morte di droga come Amy Winehouse e simili. L’ultimo fenomeno è un ragazzo cesenate, Young Signorino, dal volto coperto di tatuaggi, che aspira a diventare il Marylin Manson italiano. Impressiona l’ambiguità di fondo di ognuno di loro, la scelta di ostentare, vivere e bruciare ogni esperienza. Aspirano, più o meno confusamente, a essere creatori di se stessi, lo dimostrano tatuaggi, capigliatura, abbigliamento.

I concerti mettono in crisi le convinzioni degli appassionati di lunga data: non è considerata importante la musica o la voce in diretta. Alcool e playback sono spesso protagonisti, alcuni concerti sono un misto di festa adolescenziale, performance e compulsione fotografica “photocall”, in cui è cruciale essere vicino all’artista, e rimanere sorpresi, storditi. Per tutti, il mezzo per arrivare al pubblico sono le piattaforme di streaming in rete. Il pezzo Peace and Love, che ha unito Ghali e Sfera Ebbasta ha avuto oltre un milione e mezzo di visualizzazioni su Spotify in un giorno. Alcuni puristi della musica contemporanea rimproverano al Trap di essere un genere per bambini. Ghali si è detto felice “di fare musica per ragazzini”, ma la dura realtà è che il messaggio per gli adolescenti è l’esaltazione di sesso, droga, denaro.

Nelle storie dei trapper figura spesso la purple drank, lo sballo da scuole medie a base di sciroppo di codeina (un alcaloide dell’oppio, etere metilico della morfina) e Sprite. Niente di nuovo, è dagli anni 70 che la droga è il filo conduttore di molta parte della musica, dai Velvet Undergound (Heroin), a Eric Clapton (Cocaine), senza dimenticare la vicenda di decine di protagonisti dalla vita breve e dannata. E’ però ridicola la giustificazione di Sfera Ebbasta: “ognuno deve ragionare con la propria testa, io parlo solo di me e chi ascolta deve capire che non sono esperienze ripetibili nella vita”. Peccato che i suoi adoratori, per i quali è un modello siano ragazzini e perfino bambini, privi di esperienza e non ancora in grado di discernere e comprendere i pericoli. Madri e padri li accompagnino ai concerti senza fiatare: le loro esperienze furono diverse solo in quanto mascherate da ribellione.

Spaventa la solitudine che emerge dalle esperienze dei trapper. A differenza del rap, che tendeva a riunire in gruppi, ciurme solidali contro il sistema (le fratrie postmoderne del gruppo dei pari), il Trap canta l’affermazione di sé, vi domina l’aspetto egocentrico, la ricchezza ostentata, il saperci fare con le ragazze. E’ una sorta di precipitato del sogno americano: vincere da soli, ragazzi difficili che scavalcano le case discografiche, i provini, lo studio e la preparazione e puntano tutto su Youtube, caricano un video e qualche volta diventano fenomeni. Spesso, non è che il quarto d’ora di celebrità alla Andy Warhol. Tutti puntano sull’immagine e sul forte impatto immediato, emozionale.

Non diversa era la poesia del Seicento, epoca di passaggio, di manierismo dopo la straordinaria stagione rinascimentale, in cui Giambattista Marino, il rimatore più dotato, poteva scrivere “è del poeta il fin la meraviglia/ chi non sa stupir, vada alla striglia”. Intanto, i vocabolari segnalano la modifica del linguaggio. L’enciclopedia Treccani ha accolto un lemma del tutto sconosciuto, “bufu”, acronimo di by us, fuck you, per noi puoi andare a quel paese, utilizzato anche dagli “odiatori” (haters) sui media sociali. Il neologismo è stato introdotto in Italia dalla Dark Polo Band, che sta cambiando il gergo dei ragazzini con i suoi tormentoni. Le ragazze sono “bibbi”, fare soldi è eskere e flexare, i gioielli “ghiaccio ice”. Un indigeribile polpettone anglo borgataro da bassifondi che lascia interdetti, un analfabetismo di ritorno fiero di sé, in assenza di reazioni da parte della scuola e dei genitori.

Il Trap sta diffondendo presso la prima generazione nata nel Terzo Millennio un’anti identità fatta di poche decine di parole, disvalori esaltati come obiettivi di vita, tra ritmi ripetitivi distanti dalle qualità musicali dei cattivi maestri delle generazioni precedenti, borborigmi e simil grugniti, significati che possono essere decifrati solo dai destinatari diretti. Il panorama è una società spappolata che non sa esprimere un genere artistico, ma solo ripetere all’infinito gli schemi, alzare l’asticella dell’attenzione, dello stupore, della finta trasgressione diventata obbligo quotidiano. In più, colpisce l’assoluta mancanza di giudizio etico e ribellione sociale. Il Trap è la colonna sonora di una generazione che si lascia vivere e aderisce senza riflessione ai modelli di massa.

Nel tempo, “normalizzato” il sesso, banalizzato l’abuso di alcool, sostanze psicotrope e droghe che hanno reso deboli, manipolabili e imbelli intere generazioni, gli unici valori ammessi sono quelli mercantili. Bisogna fare denaro, subito e in qualunque modo, per soddisfare immediatamente i desideri e correre verso sballi sempre nuovi. La novità inquietante è che il sistema prende al laccio fin da piccoli. La madre del XXI secolo è la pubblicità, che diventa già a dieci, dodici anni maestra di consumo, protagonista dei modelli sociali. Dall’antico vietato vietare siamo passati all’obbligo di trasgredire (che cosa, poi?), all’imperativo di sballare, essere unici ma identici in un misto di istinti scatenati e consumi indotti, droga e sesso, pulsioni infere scandite dal prezzo in denaro. La vita come sabba, con l’i-phone che spara a tutto volume pseudo musiche da consumare fino all’estenuazione; un cortocircuito continuo che spaventa soprattutto in prospettiva.

Abbiamo verificato a quale degrado hanno condotto le culture post Sessantotto, musicali, sociologiche, politiche. Eppure, nonostante tutto, si fondavano ancora su visioni del mondo, ideali, sia pure sbagliati, come quelli di Imagine dei Beatles. Che cosa sarà di questa nazione, di questa civiltà tra dieci anni, quando i figli di Sfera Ebbasta, J-Ax, dei Migos, Drake e degli altri protagonisti di oggi saranno le icone rispettabili di una sottocultura che si sarà fatta potere, sistema di vita, senso comune? Per noi, colpevoli di non aver combattuto abbastanza, la generazione che ascoltò bambina le canzoni dei Nomadi con i testi di Francesco Guccini, belle voci, musiche di qualità, l’unica, amarissima consolazione è il titolo del primo memorabile album: noi non ci saremo. Grazie a Dio.