L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 9 aprile 2020

Per anni il circo mediatico ci ha spacciato la fake news che il privato è bello e il pubblico è la schifezza. Euroimbecilandia è implosa viene tenuta su solo dagli euroimbecilli più incalliti, Conte per il momento mantiene la rotta

Covid-19, braccio di ferro con la paura e con l'Europa

Alba Vastano intervista Paolo Maddalena e Giovanni Russo Spena
4 aprile 2020

“Attuare valide, unitarie (la salute, a differenza del danaro, è un bene eguale per tutti) e proporzionali misure restrittive delle libertà personali per salvaguardare la vita e la salute dei cittadini è pienamente legittimo, poiché, come insegna la giurisprudenza della Corte costituzionale, il diritto fondamentale alla vita e alla salute prevale sugli altri diritti fondamentali” (Paolo Maddalena). - “ L’umano, anche se assolutamente libero, può essere limitato; l’opposto dell’assolutamente libero è il diritto. Il diritto configura, quindi, il limite, che è alla base degli ordinamenti costituzionali. Non vi è bisogno di auspicare poteri eccezionali contro l’emergenza, perché la democrazia costituzionale sa rispondere alle emergenze. Non vi è dubbio che concetti come diritto, libertà individuali, Stato di diritto sono sottoposti ad una dura pressione (Giovanni Russo Spena)


Viviamo un incubo, sommersi da una realtà che non ci appartiene e che rifiutiamo. Il motivo è racchiuso in una parola: paura. Paura perché non conosciamo chi ha stravolto le nostre vite. Paura perché ci è dato di pensare che nessuno lo conosce. Eppure l’invisibile, per paradosso, è fisico, è presente, troppo presente. Una presenza minacciosa, ingombrante, infida, cinica che ha portato via già troppe vite e le ha portate via nel modo peggiore. Con la paura e da sole. Non una carezza di un loro caro, non un ultimo saluto, alcun conforto di fronte al male. Da sole con la paura e la solitudine davanti alla morte. Ѐ troppo ed è insopportabile. Questo maledetto signor ‘Chi?’ non si fa gestire da nessuno, nonostante tutti si affannino a localizzarlo e a darcene notizie. Il signor ‘Chi?” lo immaginiamo tutti, così come ce lo presentano, come fosse una corona di fiori purpurei. Un corona pronta a germogliare. Ѐ il look del demonio quando vuole impossessarsi di un corpo e distruggerlo. Proviamo ad abbatterla questa paura con il pensiero positivo di quanto avverrà dopo, di quando ci ritroveremo tutti nella nostra usuale socialità. E ci riprenderemo la nostra vita di sempre. Proviamo anche a capire cosa è accaduto e cosa accadrà. C’è solo un’arma per gestire la paura. Ѐ il buonsenso. Occorre solo il buonsenso.

Le domande che seguono sono rivolte a due uomini di buonsenso, di esperienza e di grande umiltà. Non sono rivolte ad esperti di fama mondiale nel campo della ricerca scientifica, né a noti economisti, ma ad esperti dei diritti umani e sociali, garanti della Costituzione. Soprattutto sono uomini di buonsenso, di cui c’è tanto bisogno. E oggi, possiamo dire, che chi ne ha possiede la migliore delle competenze e può aiutarci a sconfiggere la paura. Perché tutto questo male finirà. Grazie Giovanni Russo Spena. Grazie Paolo Maddalena

* * * *

1) Covid, una tragedia si è abbattuta sul mondo. Un danno immenso per la vita stessa e per l’economia. Riguardo la tempestività per arginare la diffusione del contagio le istituzioni governative e regionali italiane hanno sottovalutato inizialmente il problema o qualcuno ha sbagliato nelle previsioni, persino gli scienziati nel campo dell’epidemiologia?

Maddalena: Mi sembra che da tempo il governo stia agendo molto bene. Non so se ci siano state incertezze. In questo campo, e cioè nello stabilire la colpa nei ritardi, bisogna accertare se in quel momento, in base a tutte le circostanze, il soggetto ha agito in modo diverso da quello dovuto. Per valutare “l’esigibilità” di un comportamento diverso, dovrei avere notizie che non ho, specie in riferimento al comportamento degli scienziati.

Russo Spena: Credo che la sottovalutazione iniziale di governi e regioni, frutto anche di differenti valutazioni dei maggiori virologi internazionali, alluda a due grandi questioni cui voglio solo accennare. Le misure adottate di autoisolamento e distanziamento sociale sono, ovviamente, collegate alle condizioni , in tutta Europa, dei sistemi sanitari, falcidiati da anni di tagli e di privatizzazioni. Avendo distrutto medicina preventiva e presidi di territorio non potevano che agire con l’autoisolamento. Penso (secondo grande tema sociale collegato) agli anziani. Da anni vige, in Italia, come in Francia, come ovunque, una selezione ipocrita e disumana: se il numero dei malati anziani critici oltrepassa le scarse risorse disponibili, lo Stato impone la selezione; gli anziani vengono lasciati morire. Non vi è più etica, ma “principio di realtà ” : se muore qualche anziano in più rispetto alle statistiche annuali, pazienza. L’atteggiamento iniziale è stato questo.

2) I motivi per cui l’epidemia si è scatenata soprattutto in Lombardia sono ragionevolmente deducibili da alcuni fattori locali che l’hanno potenziata in quella regione?

Maddalena: La domanda richiede la conoscenza di dati scientifici dei quali non sono in possesso. Quello che ho notato è che sono state colpite soprattutto le Regioni più inquinate. E questo mi fa pensare che la distruzione degli equilibri ambientali abbia potuto avere una influenza importante nella propagazione del virus.

Russo Spena: In Lombardia, grazie anche alle grandi privatizzazioni e speculazioni mercantili,è stato ospedalizzato tutto, distruggendo i presidi territoriali; e ora ne stiamo pagando le conseguenze. Gli ospedali sono la massima fonte di contagio. Il problema mi sembra identico al Nord come al Sud. Il sistema sanitario capitalistico è identico. Ma il Sud ha fruito di un terzo delle risorse rispetto al centro/nord. Occorre finanziare la ricerca e la formazione con investimenti massicci, anche al Sud.

3) Per quanto riguarda l’organizzazione delle strutture sanitarie e del Ssn si è scoperchiato il vaso di Pandora, considerato il tilt negli ospedali per l’assistenza ai malati di Covid. Se la massima diffusione fosse avvenuta nelle regioni del Sud, dove le strutture ospedaliere sono quasi inesistenti?

Maddalena: La diffusione del corona virus ci ha fatto capire con i fatti quanto sia stata disastrosa la politica dei nostri governanti che si sono succeduti dopo l’assassinio di Aldo Moro. Imbevuti di “neoliberismo”, i nostri politici, facendo continuamente ricorso alla menzogna, hanno tolto al Popolo il suo “patrimonio pubblico”, cedendolo a privati faccendieri o fameliche multinazionali, che tutto fatto tranne il perseguimento dell’interesse pubblico. L’atto della “privatizzazione” dei servizi pubblici essenziali (tra i quali in primo piano la sanità pubblica, per favorire quella privata), indipendentemente dalla intenzioni soggettive di chi l’ha posto in essere, è oggettivamente un “atto criminale” poiché uccide la “salus reipublicae”, cioè il bene sommo, che la Repubblica deve perseguire. E se questo è stato fatto per agevolare singole persone, non sta a me emettere giudizi, ma all’Autorità giudiziaria. Una cosa comunque è certa: questo impoverimento del “patrimonio pubblico italiano” dipende dalla iniqua e incostituzionale trasformazione del “sistema economico produttivo di stampo di stampo keynesiano”, voluto dalla Costituzione, in un “sistema economico predatorio neoliberista”, ripudiato dalla Costituzione, e in particolare dall’art. 3, comma 2, Cost. E’ stato instaurato un sistema economico il quale persegue l’arricchimento di pochi e la miseria di tutti, attraverso la finanziarizzazione del mercato, trasformando cioè il mercato reale dei beni e servizi in un mercato finanziario nel quale con danaro quasi sempre fittizio (cartolarizzazioni e derivati) si acquista altro danaro fittizio, con il quale, è infine agevole costringere i meno abbienti, ridotti alla fame, a svendere i propri beni reali. Ciò è avvenuto, sia sul piano individuale delle piccole, medie e grandi imprese, sia sul piano dell’amministrazione pubblica, nel quale comparto sono stati svenduti, specie con cartolarizzazioni, tutti i pezzi più pregiati del nostro patrimonio artistico, naturale, agricolo e industriale. E’ per questo che il Popolo italiano è oggi un Popolo povero, vituperato e “deriso” (vedi vignetta apparsa su Der Spiegel di ieri).

Russo Spena: Anche il virus è classista. Ma non accetteremo che i poveri e gli sfruttati vedano peggiorate le proprie condizioni. Pensare di poter perseverare nel devastante progetto dell’autonomia regionale “differenziata” (la “secessione dei ricchi”, la chiama giustamente l’economista meridionale Viesti) sarebbe la fine della Nazione e della Repubblica.

4) A tal proposito viene da pensare che i governatori delle regioni del Nord che invocavano l’autonomia differenziata ora, nello stato di emergenza, ricorrono allo Stato e lo Stato c’è . Si dovranno ricredere sulle richieste avanzate per ottenere l’autonomia su tutte le 23 materie indicate dall’articolo 117 della costituzione, ammesso che sia ancora un progetto fattibile?

Maddalena: L’infezione del corona virus, non solo ha fatto capire che il sistema economico predatorio neoliberista ci porta al suicidio, ma ha anche messo in evidenza l’insipienza di quei politici dalla vista corta, i quali vogliono separare le regioni più ricche da quelle più povere. Senza un governo centrale, e con più governatori che avrebbero seguito politiche diverse nella stessa materia (più restrittive alcuni e più lassiste altri, e comunque sempre con scarsi mezzi economici) oggi, le regioni del nord non avrebbero potuto affrontare una battaglia efficace contro il nemico invisibile del coronavirus e, se si sta ottenendo qualche risultato, ciò è dovuto dall’intervento massiccio del governo, in campo sanitario, e, specialmente, in campo economico.

Russo Spena: Le vicende sanitarie e la confusione istituzionale di queste settimane, con lo scontro di ordinanze regionali e decreti centrali, hanno dimostrato che il “re è nudo”. Non se ne parli più. Si ritorni, piuttosto, all’originale Titolo quinto della Costituzione. Occorre, invece, un esteso e forte intervento pubblico, una programmazione economica, a cui si rapporti dialetticamente una capacità popolare di autogestione, una democrazia di prossimità , intessuta di partecipazione e conflitti sociali. Una democrazia nazionale frantumata in tanti staterelli, senza nemmeno una vocazione confederale è la morte dello Stato italiano.

5) Infine il focolaio di maggior contagio risulta essere avvenuto negli ospedali. La nostra sanità che molti ci invidiano di cosa è malata? Qual è il problema maggiore che, in caso di un’epidemia grave come questa, fa tracollare tutto il sistema e si rischia l’ ecatombe?

Maddalena: I tagli alla spesa pubblica, impostaci dalla cosiddetta austerity, hanno riguardato soprattutto gli ospedali, moltissimi dei quali sono stati chiusi, cartolarizzati e venduti. Inoltre i finanziamenti per il funzionamento della sanità sono stati talmente ridotti da essere insufficienti in momenti normali. Figuriamoci nell’emergenza. Tutto questo è colpa della criminalità del pensiero neoliberista, che si è menzogneramente affermato nella nostra Italia, mediante l’inganno e la sopraffazione dei meno attenti e meno preparati.

Russo Spena: Voglio solo citare le statistiche pubblicate dalla Rete Disarmo. ” Mentre il numero di posti letto è crollato a 3,2 ogni mille abitanti e sono stati tagliati 43mila operatori sanitari, la spesa militare cresce anno dopo anno…barattereste 32mila posti di terapia intensiva per16 aerei F35? Rinuncereste a comprare più di 5 miliardi di mascherine per avere una nuova portaerei e una manciata di elicotteri e mezzi blindati?…La spesa sanitaria ha subito una contrazione complessiva rispetto al Pil, passando da oltre il 7/% a circa il 6,5/%. Intanto, la spesa militare ha sperimentato un balzo in avanti negli ultimi 15 anni con un dato complessivo passato dall’1,25/% rispetto al Pil del 2006 fino all’1,40/%”.

6) La diffusione del virus ha avuto origine nella città di Whuan, poi si è diffuso nel mondo a partire, sembra, dall’Italia. Si sono scatenati in quei giorni fenomeni morbosi di razzismo contro i Cinesi e la caccia all’untore dagli occhi a mandorla è stata cruenta. Razzismo? Ignoranza scientifica, incapacità logica, considerando che un virus non si ferma dietro confini geografici?

Maddalena: Purtroppo la politica di Salvini e di altri come lui ha influenzato molto le persone intellettualmente più sprovvedute. Ritengo che la lezione del coronavirus sia stata più forte delle inqualificabili parole di Salvini e che gli Italiani, anche i più deboli e influenzabili, siano in fondo ‘brava gente’, come dicevano i Russi che erano venuti a contatto con i nostri soldati nella seconda guerra mondiale.

Russo Spena: La Cina sulla diffusione di epidemia nel nostro Paese non ha responsabilità. Quando a Whuan è scoppiata l’epidemia da noi era ritenuta lontana e per quanto riguarda il contagio non era stata compresa la aggressione globale del virus. E poi si riteneva che il sistema repressivo di forte isolamento adottato dalla Cina (e in una sola regione, per quanto molto popolosa) fosse permesso da un regime accentrato e statalista. Il coprifuoco anche in Italia è stato, quindi, imposto tardi. Ma non per sottovalutazione, bensì per scompensi strutturali.

7) I provvedimenti che limitano la libertà dei cittadini, invitandoli a restare a casa e le sanzioni per i dissidenti vengono interpretati da una parte della popolazione come eccessivamente restrittivi. Forse lasciare la libertà di agire, puntando sulla responsabilità dei singoli cittadini (come in Svezia) avrebbe prodotto meno malcontento verso i dpcm di Conte?

Maddalena: Gli eccessi di alcuni soggetti sono da condannare e, in uno stato di emergenza, non è possibile non uniformarsi alle regole generali. Comunque attuare valide, unitarie (la salute, a differenza del danaro, è un bene eguale per tutti) e proporzionali misure restrittive delle libertà personali per salvaguardare la vita e la salute dei cittadini è pienamente legittimo, poiché, come insegna la giurisprudenza della Corte costituzionale, il diritto fondamentale alla vita e alla salute prevale sugli altri diritti fondamentali.

Russo Spena: “. La pandemia non giustifica i “pieni poteri” pretesi da Orbàn,che tanto piacciono a Salvini e Meloni. L’eccezionalità del periodo non può intaccare i diritti inalienabili della persona. Occorre un rigoroso controllo quotidiano, soprattutto in un paese in cui la coscienza civica ha vissuto anni di conduzioni politiche personalistiche e corporative. Parto da un principio di filosofia del diritto: l’umano, anche se assolutamente libero, può essere limitato; l’opposto dell’assolutamente libero è il diritto. Il diritto configura, quindi, il limite, che è alla base degli ordinamenti costituzionali. Non vi è bisogno di auspicare poteri eccezionali contro l’emergenza, perché la democrazia costituzionale sa rispondere alle emergenze. Non è dubbio che concetti come diritto, libertà individuali, Stato di diritto sono sottoposti ad una dura pressione.

8) Di conseguenza l’altra grande calamità è il blocco di quasi tutte le attività lavorative e il danno economico che ne consegue e che investe milioni di persone Occorrono fiumi di danaro per dare respiro al Paese, ma pare che l’Europa non sia così favorevole alla solidarietà, in contrasto persino con i Trattati. Occorrerà pensare a meno Europa e ad un ripristino della sovranità monetaria?

Maddalena: Causa del danno economico non sono i necessari provvedimenti restrittivi del nostro governo, ma la disgrazia dell’infezione del corona virus che ha costretto il governo a quelle restrizioni. Vogliamo dire che dichiarare lo “stato di emergenza” è stato, da parte del governo, un “atto dovuto”. Per risalire la china, quando l’emergenza sarà passata, dovremo fondarci soprattutto sulle nostre forze, poiché il comportamento tenuto da Germania, Olanda, Austria e Finlandia, sul tema dell’emissione di titoli con garanzia Europea, ha dimostrato che di questi paesi non ci si può fidare. Anzi è da dire che, in base alla Convenzione di Vienna sui Trattati, avendo tali Paesi perseguito “uno scopo” diverso da quello solidale dei Trattati europei di Maastricht e di Lisbona, dovrebbe ritenersi venuta meno la stessa esistenza di questi trattati, i quali, in pendenza di uno stato di emergenza, sono da ritenere comunque “sospesi”. In questa situazione l’Italia potrebbe ben emettere biglietti di Stato (magari nella forma di “moneta elettronica”), per far fronte all’enorme bisogno di liquidità che ci opprime. Infatti l’art. 128 del Trattato di Lisbona e l’art. 16 dello Statuto della BCE affermano l’esclusiva della BCE nell’emissione di “banconote” e nulla dicono a proposito della moneta di Stato, che, ovviamente, resta valida nell’ambito del territorio nazionale. Il fatto che si sono opposti al diniego europeo degli eurobond ben 14 Paesi, potrebbe, in prospettiva, far prevedere un accordo tra questi Paesi che regoli dei tassi di scambio fissi (come se se si trattasse di un’altra moneta unica dei 14 Stati). Ma questo è tutto da vedere in una politica che cambia di minuto in minuto.

Russo Spena: La cosa più importante è, oggi, finanziare un sostegno al reddito di base incondizionato che vada direttamente alle persone. Non temporaneo ma permanente: un meccanismo strutturale. Non basta, come fa Draghi, evocare l’espansione del debito pubblico. Occorre individuare i gruppi sociali che dovranno accollarsi il peso della indispensabile redistribuzione economica. Alla tradizionale e ovvia risposta keynesiana possiamo aggiungere la necessità di affrontare temi straordinari: produttività del lavoro, crisi di tutte le filiere produttive e di mercato, attacchi della speculazione internazionale.

9) Germania, Olanda, Austria chiudono le porte alla solidarietà opponendosi all’emissione di eurobond o ai fondi Mes senza le condizioni da cappio al collo. Conte, nel porre l’ ultimatum all’Europa è opinione comune che si sia mostrato all’altezza della situazione. Quello di Conte oggi, con le differenze dovute, è similare al braccio di ferro fra Tsipras e l’Ue?

Maddalena: Spero proprio di no. Ѐ da tener presente che, a parte ogni considerazione sulla persona di Conte, la situazione europea non è più tanto forte come ai tempi di Tsipras, e che, specie se la Francia si sgancia dall’asse con la Germania, fare da soli sarà un fatto possibile, e, per me. auspicabile.

Russo Spena: I governi devono smetterla con l’ideologismo della disastrosa liberalizzazione dei capitali, prevedendo rigidi controlli dei movimenti dei capitali. Sono contrario ad interventi a pioggia (alla Trump e, in piccolo, alla Meloni), che eludono qualsiasi necessario effetto redistributivo. Sono indispensabili immediate patrimoniali e politiche fiscali fortemente progressive. Questa complessa, immane crisi avrebbe bisogno di un illuminato coordinamento internazionale. Ma l’Unione Europea, quella dei trattati di Maastricht, Lisbona, ecc., dimostra gli errori sistemici e strutturali della sua costruzione, da noi sempre combattuti. Siamo stati trai pochissimi a votare contro Maastricht, Nizza, Lisbona, ecc. Rifiutiamo il meccanismo del MES, che sarebbe un cappio al collo. Faremmo la fine della Grecia.

10) Da una situazione in cui gli Stati membri più agiati non riconoscono il principio di solidarietà bypassando quanto espresso nel Trattato di Lisbona (clausola di solidarietà) e nella convenzione di Vienna potrebbe derivarne la rottura definitiva dell’Ue?

Maddalena: Tutto dipende dai rapporti di forza. E la volatilità delle posizioni assunti da certi Paesi di minuto in minuto non ci consente di dare una risposta univoca.

Russo Spena: Occorre cambiare e ancora cambiare in direzione di un programma di politica economica che sposti rilevanti risorse dal profitto, dalla rendita, dalla speculazione ai lavoratori e a tutte e tutti gli sfruttati. L’aumento del debito pubblico deve essere significativo. Deve assorbire l’intera perdita di reddito del settore privato, per evitare chiusure, fallimenti, bancarotte. Andremo ad un ingente investimento pubblico che, credo, dovrà prevedere anche la nazionalizzazione di banche e settori industriali fondamentali. Così ¬ come in tempi brevissimi la sanità dovrà diventare completamente pubblica. Insomma: anche se riuscissimo ad evitare deflazione e depressione , chi pagherà i costi della crisi? Eliminerei subito la controriforma dell’art. 81 Cost. (pareggio di bilancio), così come il patto di stabilità interno, dovendo essere consolidato il superamento di quello esterno.

11) Si può pensare quindi ad emettere biglietti di Stato( ndr art. 16 statuto Bce) senza per questo uscire dall’Ue, ammettendo che si riesca salvarne l’integrità e a far prevalere il principio di solidarietà, oggi così compromesso?

Maddalena: I biglietti di Stato possono emettersi anche nell’ambito del diritto europeo. Ma poi si dovranno fare i conti sul piano delle politiche monetarie e economiche dell’Unione Europea e dei singoli Paesi. Finora si è dato risalto alle politiche unitarie dell’Unione. L’emergenza che stiamo vivendo potrebbe farci ritenere che la politica “inerente agli interessi europei” è cosa diversa dalla politica “inerente agli interessi dei singoli Stati membri”. E questo, a mio avviso, potrebbe essere un fatto positivo, poiché si potrebbe cominciare a parlare dell’Europa in termini realmente “federalistici” e non come di un solo Stato, oggi irrealizzabile, come dimostra la prevalenza della Germania, dell’Olanda, ecc.

Russo Spena: Auspico un comune agire per una Europa alternativa di una coalizione mediterranea formata da Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, che imponga alla BCE, dopo un inevitabile braccio di ferro con Germania, Olanda, da un lato e paesi nazionalisti/sovranisti dall’altro, di stampare moneta. Il resto mi sembra del tutto insufficiente.

Fonti:
PROTOCOLLO SULLO STATUTO DEL SISTEMA EUROPEO DI BANCHE CENTRALI E DELLA BANCA CENTRALE EURO
Articolo 16- Banconote- Conformemente all’articolo 106, paragrafo 1, del trattato, il consiglio direttivo ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità. La BCE e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla BCE e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nella Comunità. La BCE rispetta per quanto possibile la prassi esistente in materia di emissione e di progettazione di banconote.

Il covid-19 ci sta dicendo che siamo animali partecipi della natura e degli ecosistemi se vogliamo vivere dobbiamo amare la Terra che è una e una sola

«Spillover»: il libro del momento

di Donato Salzarulo
25 marzo 2020


1. Ecco un libro che forse non avrei mai letto se il coronavirus non fosse venuto a turbare e a rendere infausti i nostri giorni. La curiosità mi è sorta leggendo l’articolo di Paolo Giordano sulla “matematica del contagio che ci aiuta a ragionare” (Corriere della Sera del 26 febbraio), articolo – non mi stancherò di ripeterlo – benedetto, di cristallina chiarezza, che merita di essere diffuso dappertutto, in primo luogo nelle scuole; merita di essere diffuso perché di questo virus non ci libereremo facilmente e, comunque, altri virus sconosciuti sono o potrebbero essere in agguato per la nostra specie. Quindi, è decisivo far crescere la nostra consapevolezza razionale.

Lo scrittore (e fisico, non dimentichiamolo), dopo aver accennato alla nostra fatica di accettare qualcosa di radicalmente nuovo e complesso – fatica che conosco; a scuola suggerivo spesso agli insegnanti il libro «Attesi imprevisti» per interpretare il processo d’apprendimento, che è tale soltanto se è nuovo – ricorda che quanto ci sta succedendo in questi giorni non è davvero inedito. Il letterato, che un po’ è in me, avrebbe ovviamente subito pensato a Camus, Garcia Marquez, Saramago, Manzoni, Boccaccio, Tucidide…Giordano, che pure ha vinto il premio Strega con «La solitudine dei numeri primi», riporta un brano di David Quammen (chi è costui?…) in cui racconta come nel 2003 fu domata a Singapore l’epidemia della Sars. Poi scrive:

«Spillover, il libro di Quammen, meriterebbe un articolo a sé. Basti dire, qui, che è il modo migliore per comprendere le varie sfaccettature, la complessità per l’appunto, di questa epidemia. Per non viverla come una strana eccezione o un flagello divino. Per metterla in relazione ad altri disastri ecologici del nostro tempo, come la deforestazione, la cancellazione degli ecosistemi, la globalizzazione e il cambiamento climatico stesso. E per entrare, addirittura, nella mente del virus, decifrarne le strategie, intuire perché la specie umana sia diventata così golosa per ogni patogeno in circolazione.

A volte Spillover fa paura, è vero, complice il pipistrello nero della copertina, e a volte fa addirittura sobbalzare, per esempio quando si domanda – era il 2012 se il Next Big One, la prossima grande epidemia attesa dagli esperti, sarà causata da un virus e se comparirà “in un mercato cittadino della Cina meridionale”: Preveggenza? No. Solo scienza. E un po’ di storia. Strano che Spillover non sia esaurito sugli scaffali, come i gel antisettici e le mascherine.»

2. Ora chi sia David Quammen lo so. È un giornalista scientifico, autore di numerosi libri e reportage (soprattutto per «National Geographic»); ha 72 anni e vive con la moglie Betsy a Bozeman, cittadina universitaria del Montana, una cittadina piena di verde.

Ha pubblicato Spillover nel 2012. Sottotitolo: «Animal Infections and the Next Human Pandemic». Nella traduzione italiana è diventato un più rassicurante e neutro «L’evoluzione delle pandemie» (Adelphi, 2014, traduzione. di Luigi Civalleri, pp. 608, Euro 14). Forse tradendo un po’ il pensiero dell’autore che era proprio quello di lanciare qualcosa di più di un grido d’allarme sulle infezioni animali trasmissibili all’uomo (tecnicamente: zoonosi). Tra l’altro, in esergo alle sue pagine, Quammen cita nientemeno che «Apocalisse», 6, 8 in cui appare un cavallo verde, cavalcato da Morte, seguito da Inferno; insieme si danno a compiere la loro opera sterminatrice «con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra».

Con questa citazione l’autore non intende aderire al partito degli “apocalittici”. Il suo spirito è quello laico di un pragmatico. Il cavallo verde su cui cavalca la Morte è quello del primo capitolo infettato dal virus Hendra. Tirare in ballo l’Apocalissi serve però ad amplificare il pericolo che l’umanità corre, un pericolo più volte ribadito, di cui occorre essere consapevoli.

«Non dico tutto ciò allo scopo di angosciarvi o deprimervi. Non ho scritto questo libro per spaventare il pubblico, ma per renderlo più consapevole. Ecco cosa distingue gli esseri umani per esempio dai bruchi: noi, al contrario di loro, possiamo fare mosse intelligenti.» (pag. 535)

I bruchi richiamati, voraci mangiafoglie, sono simili a piccole larve pelose. Nome latino: Malacosoma disstria. A giugno del 1993 invasero la cittadina dove Quammen abita e lasciarono spogli quasi tutti gli alberi molto prima che l’autunno arrivasse.

«Era uno spettacolo grandioso nella sua bruttezza. Non tutti gli alberi erano nudi, ma la maggior parte sì, specialmente quelli più grandi e antichi come gli olmi e i frassini che abbellivano le strade e le ombreggiavano con le loro folte chiome. Tutto avvenne con grande rapidità.» (pag. 510)

Spray, disinfestazioni, trattamenti con sostanze chimiche varie. Tutto inutile.

«I maledetti continuavano ad arrivare e facevano il bello e il cattivo tempo. Erano semplicemente troppi, e l’infestazione era inarrestabile. Li calpestavamo camminando sul marciapiede, li spazzavamo in massa dalle strade. Loro continuavano a mangiare, crescere, cambiare pelle e crescere ancora. Marciavano su e giù per i rami facendo piazza pulita del verde cittadino, quasi fosse un’appetitosa insalata.» (pag. 511)

A un certo punto si fermarono e, dopo un breve riposo metamorfico in bozzoli intessuti sulle foglie, si trasformarono in piccole falene brune.

«In ecologia un evento del genere ha un nome preciso: è un outbreak ovvero un’esplosione. […]

Il concetto si applica a ogni forte e improvviso aumento della popolazione di una data specie.» (pag. 511-512). Compresa la nostra che, dall’epoca della nostra origine, circa duecentomila anni fa, al 1804 è arrivata a un miliardo di abitanti. Negli ultimi due secoli, invece, ha preso il volo: dal 1804 al 1927 siamo aumentati fino a 2 miliardi; dal 1927 al 1960 siamo a 3 e da allora siamo cresciuti di un miliardo ogni 13 anni circa. Nel 2011 eravamo 7 miliardi ed oggi 7.7…Un picco davvero dolomitico.

«E le esplosioni, tanto di malattie quanto di popolazioni, hanno una cosa in comune: prima o poi finiscono. In alcuni casi dopo molti anni, in altri quasi subito. A volte gradualmente, a volte di colpo. In certi casi terminano, ricominciano e finiscono di nuovo, come se seguissero un programma regolare.» (pag. 514).

Quammen non richiama la nostra esplosiva crescita demografica per ricordarci che siamo destinati a far la fine dei bruchi ridotti al lumicino l’estate successiva. Noi siamo intelligenti, almeno così ci sembra, e possiamo fare mosse intelligenti grazie alla scienza.

Dopo essersi moltiplicati per due anni e aver resistito alle misure disinfestanti dei cittadini del Montana, come mai i bruchi scomparvero o si ridussero enormemente?

«Nel 1993, quando i bruchi invasero la mia cittadina presi a interessarmi all’argomento e feci qualche ricerca.» (pag. 514) Ecco la mossa intelligente del nostro autore, una mossa che dovremmo imparare a fare tutti, quanto mai doverosa nei luoghi istituzionalmente preposti al compito fondamentale dell’apprendimento/insegnamento.

La ricerca comincia con il contattare il locale servizio di informazione agricola. Quammen tempesta di domande un addetto. Questo non sa il perché e si limita a dire che «Succede e basta». Insoddisfatto, si mette a leggere la letteratura specializzata. Scopre che uno degli esperti sul campo, Judith M. Myers, sospetta che siano i nucleopoliedrovirus (NPV) a regolare i cicli di espansione e riduzione dei lepidotteri. Anni dopo, mentre sta raccogliendo il materiale preparatorio per il libro che sta scrivendo, partecipa ad un convegno sull’ecologia e l’evoluzione e delle malattie infettive ad Athens, in Georgia; ascolta la relazione di Greg Dwyer, specialista di ecologia matematica dell’Università di Chicago, proprio sulle esplosioni di popolazioni e le malattie degli insetti. Lo scienziato racconta gli effetti terribili dei nucleopoliedrovirus sulle popolazioni di lepidotteri in fase esplosiva. Eureka! «Nella prima pausa caffè lo bloccai in un angolo e gli chiesi di fare una chiacchierata sul destino delle falene e sul futuro delle pandemie umane. Certamente disse.» (pag. 516)

Si incontrano due anni dopo nello studio di Dwyer all’Università di Chicago. Il giornalista comprende bene il funzionamento di questo subdolo virus che scioglie dall’interno i bruchi di falene come pappe. Ma l’argomento che gli sta più a cuore non è soltanto questo. Nella mente continua a frullargli l’analogia fra la crescita dei bruchi e quella della popolazione umana.

«Secondo i dati di una settimana fa, dissi, siamo sette miliardi di persone sul pianeta. A quanto pare la nostra è una crescita esplosiva. E viviamo ammassati in spazi ristretti: pensiamo ad Hong Kong o a Mumbai. Siamo strettamente interconnessi. Voliamo per il mondo. I sette milioni di abitanti di Hong Hong sono a tre ore di viaggio dai dodici di Pechino. Nessun altro animale di grandi dimensioni è mai stato così numeroso. E abbiamo anche noi la nostra bella fetta di virus potenzialmente devastanti, alcuni forse spiacevoli come NPV. Allora, che cosa ci aspetta? Fino a che punto possiamo lasciarci guidare dall’analogia con le epidemie degli insetti? Dobbiamo aspettarci di collassare come una popolazione di bruchi?

Dwyer non aveva fretta di rispondere affermativamente. Nel suo sano empirismo, diffidava delle estrapolazioni avventate. Ci devo pensare, disse. E mentre rifletteva, ci trovammo a parlare d’influenza.» (pag. 519).

3.- L’influenza è una malattia molto importante. Sicuramente questo lo sa anche Maria Rita Gismondo, direttrice di Microbiologia clinica, Virologia e Diagnostica Bioemergenze del laboratorio dell’Ospedale Sacco di Milano diventata famosa per la sua dichiarazione anti-allarmistica nei primi giorni dell’arrivo di Covid-19 in Italia: «A me sembra una follia. Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Guardate i numeri non è una pandemia.» Non lo era, ma di lì a poco lo sarebbe diventato. Il problema è che due persone che usano la stessa parola, in realtà non sempre intendono la stessa cosa. Nell’esperienza comune l’influenza è una malattia stagionale fastidiosa che si supera più o meno facilmente. Ma c’è influenza e influenza: quella spagnola tra il 1918 e il 1919 sterminò circa cinquanta milioni di persone. L’influenza, scrive Quammen, è «assai complicata da studiare e potenzialmente devastante, sotto forma di pandemia. Potrebbe essere benissimo il prossimo Big One» (pag.520).

Da qui parte per fornire al lettore le nozioni di base di questa malattia, indica i tre tipi di virus coinvolti (quello etichettato con la lettera A è il più preoccupante e diffuso) e ne delinea una sintetica storia. Impariamo così che Robert Gordon Webster, microbiologo neozelandese, è forse la maggiore autorità mondiale in materia; insieme a William Graeme Laver, biochimico australiano, ha scoperto la presenza di un virus influenzale, parente di quello umano, negli uccelli selvatici migratori e, infine, che questi virus, come tutti quelli a RNA, sono soggetti a un alto tasso di mutazioni. Siccome il secondo è morto, Quammen corre ad intervistare il primo che nel 2012 ha quasi ottant’anni, ma è ancora attivo ed arzillo.

«Ci sono sedici tipi di emoagglutinina – gli ricordò – e nove di neuraminidasi [non c’è da spaventarsi a pag. 520 è spiegato bene il significato di questi termini], il che significa centoquarantaquattro possibili combinazioni. I cambiamenti sono casuali e quasi sempre danno vita a cattive combinazioni per il virus, che diventa sempre più debole [questo spera Ilaria Capua rispetto al nostro Covid-19; a Giuseppe Remuzzi, invece, appare più aggressivo]. Ma i cambiamenti casuali producono le variazioni, e le variazioni consentono di esplorare le possibilità. Sono la materia prima della selezione naturale, dell’adattamento e dell’evoluzione. Ecco perché il virus dell’influenza è un patogeno così proteiforme, sempre pieno di sorprese, novità, minacce: per via di tutte quelle mutazioni e riassortimenti. […]

Ed ecco perché c’è bisogno di un vaccino nuovo ad ogni autunno.» (pag.523)

Comunque, con l’influenza non si scherza. Mediamente fa circa 250.000 decessi in tutto il mondo.

4.- Da quanto detto sopra, il “metodo di ricerca” di Quammen è facilmente intuibile e riassumibile: studio accurato della letteratura specializzata (la bibliografia in fondo al libro comprende un ampio e nutrito numero di titoli da pag. 547 a pag.575), 
  • incontro-interviste-chiacchierate con moltissimi esperti (alcuni, illustri premi Nobel; inutile dire che mi erano quasi del tutto ignoti), 
  • partecipazione a convegni, 
  • visite a laboratori, 
  • viaggi ed esplorazioni sul terreno, spesso abbastanza avventurose, in quasi tutti i continenti del pianeta…

«L’idea di questo libro – scrive l’autore nei Ringraziamenti – nacque attorno a un fuoco in una foresta centroafricana, nel luglio 2000, mentre due uomini gabonesi raccontavano dell’epidemia di Ebola che aveva colpito il loro villaggio, Mayibout 2, e dei tredici gorilla morti visti nelle vicinanze, comparsi proprio nei giorni in cui i loro amici e parenti morivano per il virus.» (pag. 577). Dall’idea alla pubblicazione trascorrono dodici anni e, grazie alla pratica del suo metodo, l’autore può acquisire un’esperienza profonda e ammirevole che il lettore avverte chiaramente nelle sue pagine e nel modo di affrontare l’argomento generale (lo Spillover) e la storia delle malattie emergenti. Ne viene fuori un lodevole saggio narrativo, un ottimo libro di divulgazione scientifica sui virus (che cosa sono, quali sono le loro proprietà, come si diffondono), sulle malattie emergenti di origine zoonotica con le loro ricostruzioni storiche, ma anche un racconto avvincente di esperienze con quadri indimenticabili di vita sociale (modi di alimentarsi, riti più o meno religiosi, costumi, bisogni primari non soddisfatti in molte zone del mondo, ecc.). Insomma, un libro che ha appagato molte mie curiosità, che mi ha aiutato a comprendere bene il lessico prevalente in questi nostri giorni di pandemia e che ha allargato abbastanza i miei orizzonti culturali.

Lessico prevalente: ho capito cos’è un “salto di specie” (Spillover), cosa vuol dire “isolare” un virus, la differenza tra un virus DNA e uno RNA, come si valuta il tasso di velocità di un eventuale contagio (modello SIR) e, soprattutto ho cominciato a mettermi bene in testa le nostre “malattie del futuro”, malattie che si chiamano: Machupo, Marburg (1967), Lassa (1969), Ebola (1976), HIV-1 (riconosciuto indirettamente nel 1981, isolato nel 1983), HIV-2 (1986), Sin Nombre (1993), Hendra (1994), influenza aviaria (1997), Nipah (1998), febbre del Nilo occidentale (1999), SARS (2003), influenza suina (2009). A queste malattie Quammen dedica i nove capitoli del libro.

Apprendimento della massima importanza: ho capito che queste malattie non sono delle “calamità naturali” o dei dolorosi accidenti. Sono conseguenze non volute di nostre azioni. Per nostre intendo del genere umano, diventato sempre meno “sapiens” e sempre più “homo oeconomicus”. Queste malattie «sono lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria. Sommandosi, le loro conseguenze si mostrano sotto forma di una sequenza di malattie nuove, strane e terribili, che emergono da ospiti inaspettati e che creano serissime preoccupazioni e timori per il futuro negli scienziati che le studiano.» (pag. 42). Dovrebbero preoccupare anche noi che, a questo punto, abbiamo il dovere di metterle al centro della nostra azione sociale, politica e culturale.

5.- Lo sguardo di Quammen è guidato da due grandi corpi di conoscenze: 
  1. da un lato la teoria darwiniana dell’evoluzione (selezione, strategie di adattamento, ecc.), 
  2. dall’altro l’ecologia. 
Quando la teoria patogenetica della malattia incontra l’uno e l’altro paradigma scientifico si fa «ecologia e biologia evolutiva delle zoonosi», un sapere che porta con sé questo fondamentale messaggio: siamo parte della natura, siamo degli animali come altri, siamo dei primati da poco tempo sulla scena planetaria. Tutte le malattie infettive sono in ultima analisi delle zoonosi. La loro esistenza dimostra il legame, la connessione tra la nostra specie e quella degli ospiti dai quali i virus effettuano lo spillover. «La stessa idea di un mondo naturale distinto da noi è sbagliata e artificiale. C’è un mondo solo, di cui l’umanità fa parte, così come l’HIV, i virus di Ebola e dell’influenza, Nipah, Hendra e la SARS, gli scimpanzé, i pipistrelli, gli zibetti e le oche indiane. E ne fa parte anche il prossimo virus killer che ci colpirà, quello che ancora non abbiamo scoperto.»

Il virus chiede di vivere. Noi non vogliamo che distrugga i nostri polmoni, la nostra casa del respiro. È una lotta che va condotta potenziando i nostri centri di intelligenza individuale e collettiva. Si chiamano laboratori, istituti di ricerca, scuole, ospedali…Intelligenza individuale e collettiva è anche consapevolezza che il pianeta terra è uno solo ed uno è il genere umano; è anche cambiamento dei nostri sistemi economici e sociali, contenimento della crescita demografica, rispetto dell’ambiente e degli ecosistemi, scelta di mutare la nostra alimentazione, diminuendo, ad esempio, il nostro consumo di carne, ecc. ecc. C’è un grande lavoro da fare. Questo si capisce leggendo il bel libro di Quammen. C’è un grande lavoro da fare per regalarci intelligenza, salute e futuro.

L’effetto pandemia, a differenza del passato, sta portando alla possibilità non soltanto di ingannare un popolo per un periodo di tempo, ma alla possibilità di ingannare un’intero popolo per tutto il tempo

Primavera silenziosa

di Resistenze al nanomondo
2 aprile 2020


È ragionevole descrivere
una sorta di imprigionamento per mezzo di un altro
quanto descrivere qualsiasi cosa
che esiste
realmente
per mezzo di un’altra che non esiste affatto
Daniel Defoe

Perché dovremmo sopportare una dieta di veleni non del tutto nocivi, una casa in sobborghi non del tutto squallidi, una cerchia di conoscenze non del tutto ostili, il frastuono di motori non così eccessivo da renderci pazzi?
Chi dunque vorrebbe vivere in un mondo non del tutto mortale?
Rachel Carson, Primavera silenziosa

Negli anni ’60 Rachel Carson, biologa e ambientalista americana simbolo del movimento ambientalista internazionale, con il libro Primavera silenziosa lanciava una forte denuncia e un grido di allarme nei confronti dell’avvelenamento del pianeta causato dall’uso dei pesticidi e in particolare del DDT, al tempo prodotto e usato su vasta scala.

Una nocività di larghissimo uso come il DDT, usato ancora oggi anche se in forme più subdole, aveva portato a silenziare le campagne dai canti primaverili degli uccelli. Oggi, in tempi di Coronavirus, le nocività, oltre ovviamente i pesticidi, non solo sono aumentate, ma si sono trasformate in un intero sistema malato che quotidianamente quando non mette a rischio la sopravvivenza degli organismi viventi li condanna a vivere in un’esistenza tossica e sempre più sterile di biodiversità. La verità è molto semplice: noi stiamo soltanto cominciando a subire massicciamente l’effetto ritardato dell’avvelenamento chimico-nucleare-biologico-elettromagnetico cumulativo del pianeta, avvelenamento che accresce qualitativamente e quantitativamente ogni anno.

La degradazione della natura e di noi stessi che ne siamo parte non può che portare a questo. In una situazione in cui le nocività si ri-combinano la questione non è se poteva succedere o no un qualche disastro climatico, chimico o di altra natura, ma quando questo sarebbe avvenuto. O, meglio, forse la domanda dovrebbe essere se non sta già avvenendo.

Chi resta impreparato verso tutto questo sono la maggior parte delle persone, che ne subiscono le conseguenze. Queste sono diverse a seconda della parte di mondo in cui si vive e ovviamente in base alla propria condizione sociale. Le pandemie, come i disastri climatici o chimici, non fanno distinzione di classe quando colpiscono a differenza però dei loro ispiratori che poi si trasformano in produttori e gestori, dal momento che una società industriale non può che lasciare un passaggio disseminato di scorie per il presente e per le generazioni future, facendo pagare il maggior prezzo agli sfruttati di sempre. Le pandemie, come le guerre, le carestie, i cambiamenti climatici, sono occasioni imperdibili per gli stati, per la finanza e soprattutto per la tecnocrazia e le grandi compagnie. Pandemie, guerre, carestie, cambiamenti climatici sono all’indice della minaccia globale, pericoli da scongiurare assolutamente, eppure vengono preparati, vengono investiti capitali immensi (come per i bond poco prima di questo Coronavirus), viene fatta ricerca, si ipotizzano scenari e si pensa un mondo a misura di pandemia.

Uno dei riferimenti internazionali attuali nella lotta al Coronavirus è proprio l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), organismo che sguazza nei capitali immensi del comparto farmaceutico di cui fanno parte Glaxo-Smithkline, Merck, Novartis, Pfzer, Roche, Sanofi e soprattutto nei capitali della Fondazione Bill e Melinda Gates. La maggior parte dei fondi dell’OMS derivano da privati e sono vincolati a finanziare programmi specifici decisi dai privati stessi. L’OMS di fatto segue quello che la Fondazione Gates ritiene prioritario. Da anni questa fondazione influenza le politiche internazionali degli aiuti al Sud del mondo e recentemente anche le politiche alimentari globali promuovendo agricoltura industriale, pesticidi, sementi brevettate e ogm. I capitali sono importanti, ma è soprattutto la filosofia di Gates che va studiata con attenzione. Quest’uomo potrebbe definirsi benissimo “Morte, il distruttore dei mondi” come fece troppo tardi Oppenheimer dopo il contributo dato alla realizzazione della bomba atomica. Gates con la sua fondazione aiuta i poveri in Africa, ma sogna di ridurre la popolazione mondiale da neomalthusiano com’è e in Africa è anche il promotore e finanziatore del poco noto progetto Gene Drive, vero flagello per il mondo. Questo progetto consiste nello sterilizzare attraverso delle tecniche di ingegneria genetica delle popolazioni di organismi viventi da rilasciare in natura per portare all’estinzione l’intera specie ritenuta nociva, ingegnerizzando specifici organismi e interi ecosistemi con metodi selettivi. Con il Gene Drive si vuole ridurre la malaria, così come Oppenheimer voleva anticipare una presunta atomica tedesca.

Se l’Amazzonia brucia si pensa di mettere nuove varietà vegetali in grado di assorbire più CO2, se aumenta il rischio di contrarre malattie visto che gli organismi sono sempre più sterilizzati di difese naturali si pensa a riempirli di input chimici esterni, rendendoli incapaci di qualsiasi reazione e condannandoli ad una dipendenza da sostanze chimiche e dal sistema medico.

Per risolvere i problemi le modalità sono sempre peggio del problema stesso, se non nell’immediatezza sicuramente nel lungo periodo. Nella società tecno-scientifica il lungo periodo non viene mai considerato troppo, se non in termini strettamente tecnici o algoritmici. I tempi organici della natura e anche dei nostri corpi sono molto diversi, sicuramente più lenti perché fanno riferimento a processi che trovano il loro essere nella finitudine.

Nei grandi organismi internazionali si fanno previsioni sul prossimo futuro che diventano un oggetto di attento studio. Nell’ottobre scorso la Fondazione Gates con il Word Economic Forum e il John Hopkins Center for Health Security hanno simulato una pandemia globale di Coronavirus, chiamata “nCoV-2019”, per capire e analizzare che cosa sarebbe successo, dal numero di morti fino alle modalità di contenimento dei singoli stati.

“Quando ero un ragazzo, il disastro di cui ci preoccupavamo era la guerra nucleare. Oggi la più grande catastrofe possibile non è più quella. Se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone nelle prossime decadi, è più probabile che sia un virus molto contagioso e non una guerra. Non missili ma microbi”, Bill Gates.

La fatalità si è dissolta nella probabilità. Non si può essere sorpresi da questo così come degli effetti della contaminazione chimica, regolare o accidentale, dell’ambiente da parte dell’industria chimica o dal fatto che delle migliaia di nuove molecole messe in circolazione alcune nell’uso rivelano delle qualità nocive, ignorate, si fa per dire, dai loro ideatori. Il ritmo di comparsa di nuove malattie, con agenti patogeni che trovano nelle condizioni di vita attuali un vasto campo di attività, è più rapido degli sviluppi in campo medico. E nel mondo come si presenta adesso dovremo abituarci a questa nuova realtà.

Non sappiamo molto sull’origine di questo nuovo virus, sicuramente siamo consapevoli che la bocca della menzogna, che sia lo Stato o l’OMS poco importa, non inizierà certo adesso a dire qualcosa di vero. La stessa pratica del segreto, la stessa irresponsabilità verso la società regnano in tutti i laboratori e, di conseguenza, è impossibile che si arriverà ad una qualche certezza sull’origine e la storia di questa pandemia. Quello che sappiamo per certo è che il virus che si sta diffondendo a livello planetario non è il frutto di qualche processo eccezionale, che sia naturale o artificiale, ma rientra nelle condizioni normali del procedere di questa società tecno-scientifica.

Senza andare tanto lontano fino in Cina, se la memoria non è proprio persa del tutto, sarebbe bene ricordare Seveso. In questo piccolo paese della Lombardia esisteva uno stabilimento chimico della multinazionale Givaudan chiamato Icmesa, ma gli abitanti del paese lo chiamavano fabbrica dei profumi, proprio perché ufficialmente faceva prodotti aromatizzanti e profumi. Nel gravissimo incidente del 1976 quello che è uscito dalla fabbrica in quantità enormi era la diossina, quella sostanza che ancora oggi ci portiamo dentro il corpo in piccola quantità fin dalla nascita. Le sostanze chimiche dell’Icmesa non servivano a profumare nessuno, andavano invece a creare armi chimiche, in particolare l’Agente Arancio negli Stati Uniti. A partire da questa indubbia realtà, e in questi ambiti il peggio è spesso il più probabile, si potrebbe discutere a lungo su fatti che nel loro manifestarsi e concretizzarsi diventano occasione di esperimenti a grandezza naturale, sulla possibilità che vengano rivelati nella loro totalità, sul rischio che i loro effetti vadano al di là di quanto si era previsto e si potrebbe discutere anche sull’utilità degli insegnamenti che il sistema può trarre dal loro camuffamento o dalla loro spettacolarizzazione e dalla loro gestione.

Nel libro 1984 Orwell toccava bene l’aspetto di come la menzogna potesse ergersi a verità assoluta, nonostante indiscutibili evidenze dimostrino il contrario. Negli anni abbiamo visto come il sito di esperimenti nucleari del Nevada, un luogo dove per anni si è sperimentato di tutto e organizzato di tutto in termini di possibilità di distruzione di popoli e del mondo intero, è stato ribattezzato Parco nazionale di ricerche ambientali, tanto da far dire da una rappresentante al Congresso presente in quella occasione: “Col tempo, il pubblico sarà capace di sentire i nomi di Savannah River, di Oaak Ridge, di Fermi Lab, di Los Alamos, di Idaho Park, e di Hanford, pensando a ricerche ambientali piuttosto che a disastri ambientali”. E oggi, a Seveso, dove al tempo la svizzera Givaudan-La Roche aveva sparso i suoi veleni, è nato il Parco del bosco delle querce.

L’effetto pandemia, a differenza del passato, sta portando alla possibilità non soltanto di ingannare un popolo per un periodo di tempo, ma alla possibilità di ingannare un’intero popolo per tutto il tempo.

Propaganda pandemica

A questa pandemia le persone non erano preparate perché in tempi recenti è la prima volta che accade qualcosa del genere. Nell’immaginario invece da molto tempo si è assimilata questa possibilità, seppur confusa e quasi irrazionale, costruita non con strumenti analitici e culturali, ma attraverso quello che per anni è stato propinato con immagini e informazioni veicolate dai media e dai social network che strumentalizzano, esaltano o banalizzano in base all’occasione; attraverso fiction, film, Netflix e appelli di organizzazioni umanitarie. Un’assimilazione attraverso la costante produzione della percezione dello stesso rischio.

L’attenzione generale sul Coronavirus, soprattutto in principio, quando si pensava ad una provenienza strettamente cinese, presto si è trasformata in rancore, odio e tanto altro verso i cinesi divenuti gli untori e i portatori di questa epidemia prima in Italia e poi nel mondo. Si è guardato in modo indignato alle mosse autoritarie della Cina con la biometria, con la rete 5G di sorveglianza e tracciamento, con droni nel cielo e con l’immagine di una città di milioni di abitanti come Wuhan deserta. Una propaganda massiccia apparentemente ingovernata ha cercato di dare materialità ad un nemico immateriale dove far dirigere tutte le angosce e le frustrazioni di tante persone sempre più spaesate e impaurite. Ben presto, quando per forza di cose lo sguardo ha dovuto spostarsi sulla situazione italiana, i nuovi untori sono diventati gli “irresponsabili, coloro che non avevano adeguati comportamenti, rimodulando ancora una volta una forte campagna mediatica dove la voce dei governatori regionali descriveva una realtà che non coincideva minimamente con quello che succedeva nei territori dove la paura aveva fatto interpretare in modo ancora più restrittivo le prescrizioni dei primi decreti. Forse non si erano concordati al meglio nel dosaggio tra terrorizzare e reprimere. Fatto sta che per settimane abbiamo visto il susseguirsi di decreti sempre più restrittivi, volutamente ambigui, con moduli per l’uscita rinnovati costantemente per rendere vive e sotto costante pressione tutte quelle ansie che man mano crescevano anche a causa dell’espandersi dei numeri sui contagi. Chiudere tutto e subito hanno gridato gli strilloni regionali, ma poi tanti Call center, logistica e soprattutto tante fabbriche, in particolare quelle per componentistiche militari, hanno continuato a lavorare in situazioni critiche: in quelle condizioni fuori si rischiavano multe e perfino il carcere, ma dentro lo stabilimento vigevano le regole della produzione, tanto che sono stati distribuiti dei bonus per incentivare ad andare al lavoro.

L’attenzione è stata spostata, anzi sequestrata completamente verso la morte, mostrata continuamente, basta per tutte l’immagine dei camion dell’esercito pieni di bare che lasciano il cimitero di Bergamo in silenziosa processione, un’immagine che perfettamente si inscrive in una narrativa bellica da parte dei governi per descrivere l’attuale emergenza: “Siamo in guerra contro un nemico invisibile”. Una contabilizzazione della morte con cifre contraddittorie e discutibili date continuamente e aggiornate nel corso delle ore. L’immagine della morte si è poi accompagnata a quella degli eroi, gli instancabili sanitari, infermieri e dottori che fanno l’impossibile in una situazione disperata, facendo ricordare i vigili del fuoco dopo il crollo delle torri gemelle negli Stati Uniti. La situazione degli ospedali e in generale dello stato delle attrezzature non è stata censurata, nessuna giustificazione per cercare di dare un’altra visione della sanità italiana. No, questa è stata esposta oltre ogni limite trasformandola da “bene comune” in uno sfacelo comune in cui ciascuno poteva sentirsene parte. Si è arrivati quasi a contare gli spiccioli e a sperare che squadre di calcio o star del cinema facessero qualche donazione. Ci si è dimenticati che solo poco tempo fa la Fondazione Telethon è riuscita a far dirottare miliardi verso la ricerca per curare malattie genetiche rarissime, quando malattie comunissime come i tumori sono sempre più diffuse a causa dell’aria che respiriamo, del cibo che mangiamo e in generale per le condizioni di degrado ambientale in cui siamo costretti a vivere. Malattie che assumono numeri esorbitanti mai contabilizzati da nessuno e che non hanno mai fatto decretare lo stato di emergenza.

Nel conto dei morti si è aggiunto presto il conto delle mascherine, poi dei posti letto per arrivare alla mancanza di disinfettante. Nessuno si è preoccupato di indagare su quello che è successo al sistema sanitario nazionale proprio qui nel ricco Nord, reso disastroso dalle continue ruberie, tagli e privatizzazioni. I creatori di stati emozionali sequestranti si sono guardati bene di spostare il piano che avrebbe generato dubbi su dove stava la vera emergenza con il rischio di trovarsi in possibili situazioni di rivolta ingestibili come quelle avvenute in molte carceri, dove i numerosi detenuti morti sono li a dimostrare cosa c’è in campo.

È in mezzo ad una Bergamo ormai deserta e spaurita che sono arrivate le truppe, apparentemente per rispondere all’appello degli strilloni regionali che vedevano persone ovunque, da terra ma soprattutto dal cielo. Ancora una volta “il modello Greta” ha avuto la meglio, trasferendo su ogni singolo individuo la responsabilità di quello che sta accadendo: si può essere irresponsabili uscendo di casa (decreti regionali) o prendendo l’aereo (Greta) e si può essere cittadini responsabili in grado di dare un positivo contributo allo stato di cose presenti. Ma questo positivo contributo è solo una chimera, considerato che la maggior parte delle persone non incidono in niente su quello che hanno intorno: si possono fare cartelli con arcobaleni con frasi retoriche, magari aggiungendo bandiere nazionali e si può fare scrupolosamente la raccolta differenziata, finché per responsabilità si continuerà a intendere questo obnubilamento del pensiero critico e si continuerà a mettere in campo questa obbediente e generalizzata servitù su base volontaria.

L’intelligenza artificiale ci salverà

I processi tecnologici nel trasformare le società non fanno grandi balzi, anche se le innovazioni e le produzioni nell’alta tecnologia sono sempre più rapide, restano comunque dei tempi necessari che possono essere più o meno lunghi per la loro accettazione. Ed è proprio l’accettazione sociale il fattore determinante di questi processi, sarebbe impensabile adesso passare dallo smartphon come protesi esterna ai corpi a delle protesi più invasive come un microchip sottocutaneo. Tutti questi processi richiedono i loro tempi, ma anche che i contesti siano pronti ad accogliere quell’innovazione, per non rischiare di avere un rifiuto, come per il primo modello di occhiali a realtà aumentata di Google.

Lo scoppio della sindrome della “Mucca pazza”, scoppiata in Inghilterra a causa dei pastoni mortiferi di cadaveri con cui venivano alimentati in modo economico animali per loro natura vegetariani, ha fatto in modo che partissero su vasta scala processi di tracciabilità con l’utilizzo di tecnologie come l’RFID (Radio Frequency Identification). L’intero sistema zootecnico nel pieno di un’emergenza ha fatto un salto e si è riorganizzato per mantenere intatti i suoi profitti e allo stesso tempo rassicurando di non creare altri morbi così letali e soprattutto così immediati da poterglierne attribuire ancora le cause. Per il sistema industriale, ormai da tempo tecno-scientifico, i suoi effetti collaterali nel ciclo di produzione rappresentano sempre più non solo la normalità, ma anche una possibilità per potersi ristrutturare. La chiave della ristrutturazione è sempre tecnologica, qualsiasi sia stata l’origine del disastro. Quindi il problema non è una mucca resa “pazza” dall’alimentazione di pecore, ma la mancanza di tracciamento nella filiera, per avere sempre sotto controllo “la pazzia degli animali” e intervenire dove occorre con altre soluzioni tecniche, senza curarsi che queste siano ancora più pazze delle pazzie che si volevano curare.

È del resto curioso come negli anni sono state chiamate le pandemie e anche le epidemie più circoscritte. Molte hanno preso nomi da animali come la Suina, l’Aviaria, la Dengue, la sindrome della “Mucca pazza”, fino al Coronavirus, anche se non gli è stato dato un nome preciso legato a pipistrelli o pangolini, l’accostamento è continuo. Questa dicitura animalesca, che abbia o meno fondamento, trasporta il problema sempre verso l’esterno, un’entità altra dall’uomo che va a rappresentare la causa delle pandemie. A nessuno è venuto in mente di chiamare una pandemia da Homo sapiens, o si potrebbe cambiare la specie in Homo tecnologicus, sarebbe sicuramente più realistico considerato che è la società tecno-scientifica l’origine di tutto nei suoi processi di sostituzione, ingegnerizzazione e artificializzazione della natura.

Il così detto “stato di emergenza” si espande e si diffonde ovunque, non potrebbe essere diversamente in quanto i disastri si moltiplicano a vista d’occhio e sono sempre meno camuffabili. Spesso questi si combinano tra loro creando situazioni che lasciano spaesate la maggior parte delle persone, incapaci di intervenire e soprattutto malleabili ad accettare qualsiasi sacrificio fino a qualche ora prima impensabile. Se il disastro non è più camuffabile allora lo si esaspera e lo si mette nella maggior evidenza possibile, contando su un’anestetizzazione della capacità critica di chi guarda nel capire quello che ha realmente sotto gli occhi. Molti impianti nucleari ormai vengono costruiti vicino a centri abitati, con la condivisione del parco cittadino donato e curato gentilmente dalla stessa compagnia che ha messo l’impianto. La paura di un incidente atomico, chimico o di una pandemia non si vuole che scompaia. La percezione che si vuole dare, quella che deve essere assimilata, è una situazione sotto controllo: ci sono le radiazioni, ma ci sono tecnici che se ne occuperanno, c’è la diossina, ma non è nella concentrazione mortale, c’è una pandemia, ma è sufficiente mettersi in casa e chiudere l’ultimo cancello.

L’11 Settembre, con l’attentato alle Torri gemelle, o in Italia il G8 di Genova, sembravano semplici parentesi, “situazioni eccezionali” destinate a rimarginarsi e destinate a rientrare nell’alveolo democratico. L’11 Settembre ha permesso al governo degli Stati Uniti, sotto l’onda emotiva dell’America ferita, di inventarsi la minaccia del terrorismo e di scatenare due guerre: una all’esterno e l’altra all’interno con la creazione di leggi speciali atte a limitare, quando non a distruggere le libertà degli americani. A Genova tre brevi giornate hanno ben condensato cosa può fare uno Stato democratico e dopo quelle paure nulla poteva più tornare come prima, di questo il potere ne era ben consapevole, con un messaggio che non valeva solo per i movimenti in Italia. Quell’infrastruttura per torturare, imprigionare e uccidere non è stata più smantellata, è stato il resto del sistema che si è ristrutturato su questa.

Digitalizzare la società, ovvero a lezione da Google e company

Il Ministro dello Sviluppo economico (MISE), il dicastero del governo italiano che comprende politica industriale, commercio internazionale, comunicazione ed energia ha reso molto chiaro come il Governo intende affrontare la questione della ripresa economica durante e soprattutto dopo l'”emergenza” Coronavirus. Sono stati stanziati, per cominciare, 25 milioni di euro per il progetto Case delle tecnologie emergenti: “dopo quella di Matera per progetti di ricerca e sperimentazione basati su Blockchain, internet delle cose e intelligenza artificiale”, rivolto ai comuni d’Italia per la sperimentazione di sistemi innovativi e per la realizzazione della rete 5G, sviluppo centrale anche nel decreto Cura Italia che ha dato il via libera a tutti i cantieri delle comunicazioni.

La ministra per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione Paola Pisano, facente parte dei 5 Stelle, partito che da sempre ha avuto come riferimento la rete di internet e non il mondo reale per costruire la propria idea di democrazia, ha dichiarato: “Il digitale e l’innovazione sono alleati preziosi per farci vivere un quotidiano sostenibile, migliorando la nostra qualità della vita nonostante le limitazioni”. Il progetto della ministra denominato Solidarietà digitale intende mettere “a fattore comune tutti i servizi digitali per aiutare i cittadini a svolgere da casa ciò che prima si faceva in ufficio o a scuola”. Una solidarietà tra le macchine e la ministra non nasconde che queste non sono idee di adesso, ma è quello che hanno voluto sempre fare. Serviva un’emergenza di questo livello per annientare del tutto la già traballante solidarietà umana: le persone devono comunicare per mezzo di dispositivi, tra le macchine, non più tra loro, verso una degradazione e un’erosione di ogni relazione sociale in vista di un distanziamento sociale permanente.

Questi progetti prevedono una parte pubblica, ma soprattutto una parte privata. Sono proprio le compagnie private che non sono state minimamente toccate dalle restrizioni governative e questa crisi è stata un occasione per dare slancio ai loro progetti. In tempi di confinamento casalingo sono le compagnie dei Big Data che hanno sequestrato l’attenzione di milioni di persone perennemente collegate alla rete per cercare di orientarsi in qualche modo o semplicemente per svago, rendendo l’uso dello smartphone ancora più compulsivo. In questa fase di cambiamento forzato queste compagnie hanno stretto la loro morsa utilizzando tutto il loro armamentario per essere ancora più presenti e pervasive. Per esempio Google con le chat video, la posta elettronica, i software di produttività e l’intrattenimento di Youtube; Facebook che consente alle persone di vedere cosa stanno facendo amici e parenti e insieme a Instagram e Whatsapp aiuta a sostituire il contatto diretto tra le persone; tutti i dispositivi e le App di Apple che permettono alle persone di continuare a lavorare e che intrattengono i bambini al posto dei genitori seppur presenti. Nel progetto di Solidarietà digitale a sostenere lo sforzo collettivo ci saranno anche IBM che si concentrerà sul lavoro smart e Microsoft (rimasta orfana di Bill Gates rimasto a occuparsi di pandemie) che impiegherà le proprie tecnologie per il lavoro smart e la scuola.

Amazon assicura l’approvvigionamento di tutte le merci e anche l’intrattenimento digitale attraverso Prime video, Kindle, Andible. Nei supermercati e nella piccola distribuzione è stata vietata la vendita di quello che è stato ritenuto superfluo (libri, materiale di cancelleria…), ma questo divieto non è valso per la grande distribuzione immateriale di Amazon, settore evidentemente ritenuto essenziale anche nella sua logistica di distribuzione del superfluo.

Già dal mese scorso Facebook ha stretto una collaborazione con l’OMS offrendo spazi pubblicitari gratuiti per promuovere “un’informazione accurata”. Sulla stessa linea Google e Youtube promuovono e direzionano le ricerche di informazioni sul Coronavirus verso quello che dichiarano l’OMS con i media ufficiali e Google sta realizzando specifici siti internet per gestire la grande mole di informazioni. In una recente intervista il vice presidente di Facebook Molly Cutler ha dichiarato: “ci rendiamo semplicemente conto della serietà del momento e dell’importanza di fare ciò che va fatto in un momento in cui i nostri servizi sono davvero necessari”.

La Cina per contenere la pandemia ha semplicemente utilizzato e perfezionato su vasta scala tecnologie della sorveglianza già esistenti, la città di Wuhan ha un sistema di rete 5G e di Internet delle cose che è il più sviluppato al mondo. Due app come Alipay e WeChat, che in Cina hanno praticamente sostituito il denaro contante, sono state molto utili per applicare le restrizioni perché permettevano al governo di seguire costantemente i movimenti delle persone e di bloccare quelle che avevano contratto il virus. “Tutte le persone hanno una sorta di semaforo”, spiega Gabriel Leung, rettore della facoltà di medicina all’università di Hong Kong, un codice basato sui colori verde, giallo e rosso che compare sullo smartphone permettendo alla polizia e all’esercito, dislocati in apposite postazioni di controllo, di stabilire chi poteva passare e chi doveva essere fermato. Ovviamente la vita sociale con queste misure non è stata solo ridotta ma distrutta. Una delegazione a guida OMS in una recente visita in Cina ha posto molti dubbi e preoccupazioni per misure di contenimento così drastiche. Lo stesso organismo non si è però indignato quando le stesse modalità si stanno applicando in Europa e nel resto del mondo, semplicemente con un livello meno avanzato nella tecnologia della sorveglianza di cui la Cina è prima al mondo.

Questo tipo di misure rispecchiano quelle prese in contesti di contro-insurrezione, come l’occupazione militare-coloniale in Algeria o, più recentemente, in Palestina. Mai prima d’ora erano state prese a livello globale e con un tale apparato tecnologico a disposizione, né in megalopoli che ospitano gran parte della popolazione mondiale.

Nel mentre anche in Italia si stanno adottando modalità tecniche per mettere in campo il tracciamento dei contatti e quindi delle persone. Il garante della privacy in Italia assicura che “Lo scambio e, prima ancora, la raccolta dei dati devono avvenire nel modo meno invasivo possibile per gli interessati, privilegiando l’uso di dati pseudonomizzati (ove non addirittura anonimi), ricorrendo alla reindificazione laddove vi sia tale necessità, ad esempio per contattare i soggetti potenzialmente contagiati. Nella complessa filiera in cui si articolerebbe il contact tracing, soggetti privati – a partire dalle grandi piattaforme – dovrebbero porre il patrimonio informativo di cui dispongono a disposizione dell’autorità pubblica, alla quale dovrebbe invece essere riservata l’analisi dei dati”. La privacy è in se stessa una chimera, una promessa che non può essere mantenuta in partenza per il semplice motivo che la sua erosione è già iniziata da tempo. La privacy era già morta nella semplice diffusione di dispositivi come il telefono cellulare.

Nella raccolta di dati mancavano quelli sanitari per arrivare a trasformarci tutti in pazienti, tassello fondamentale per la gestione totale della nostra vita, il progetto Watson di IBM è già avanti in questa direzione. E se la macchina algoritmica promette di fare meglio dell’uomo perché ritornare indietro quando le relazioni umane facevano perdere tempo, con rischi per altro di possibili contagi?

Contrastare una nocività non significa solo considerare chi l’ha voluta, realizzata e resa necessaria, ma anche considerare quegli impostori che promettono di riuscire a mantenerla dentro dei precisi limiti e parametri, controllati e vigilati magari da un soggetto pubblico. E sta qui il punto: pensare di governare questi processi è un’illusione, questi immancabilmente prenderanno il sopravvento, avvalendosi ovviamente di un sistema di regolamentazioni etiche, sanitarie o di altra natura.

La direzione intrapresa è quella di una società cibernetica con un accompagnamento dolce verso la totale sorveglianza con una gestione e un condizionamento dei comportamenti delle persone. In mezzo a questo contesto sarà sempre più difficile e ridicolo parlare della tanto decantata “privacy” o dire che la rete 5G provoca i tumori. Il clima di emergenza ha trasformato la rete 5G in una “tecnologia emergenziale” accelerando l’installazione di un elevatissimo numero di nuove antenne partendo proprio dalle zone più colpite dal Coronavirus. La rete 5G nella retorica della propaganda è necessaria per sostenere lo sviluppo della digitalizzazione, l’aumentato traffico in rete e l’analisi algortimica di dati sanitari: “Pensate all’utilità che la rete 5G avrebbe nei collegamenti in ponti radio fra ospedali, protezione civile, regioni” afferma De Vecchis, presidente di Huawei Italia e significative sono anche le parole del Ceo di Zte Italia: “Quello che gli operatori devono fare è un ragionamento sul lungo termine per essere pronti ad affrontare le crisi, questa è una lezione per tutti: la rete Internet deve essere considerata con la stessa importanza di quella della distribuzione dell’acqua, del gas, dell’energia elettrica”.

La questione cruciale è comprendere che questo non sarà né una semplice parentesi, né una prova generale, ma l’inizio di quello che si vuole diventi la normalità e non più uno stato d’eccezione nella società del prossimo futuro. Fino adesso abbiamo visto solo su piccola scala la creazione e gestione delle varie emergenze, dal terrorismo alle catastrofi naturali, ma mai così su grande scala e con tale intensità. E non c’è dubbio che questo esercizio durerà molto più a lungo di quanto annunciato, aprendosi e ri-combinandosi a nuove situazioni che sono ancora difficili da prevedere e da comprendere nella loro totalità e nelle loro conseguenze ultime.

In una società in cui vengono digitalizzate le nostre stesse relazioni e le nostre vite cosa ci resta da fare? Ivan Illich diceva che dobbiamo descolarizzare la società quando criticava il sistema educativo, a noi non resta che disconnettere il più possibile e in ogni dove questo mondo macchina prima che vengano irrimediabilmente perduti i significati più semplici e profondi su cos’è un essere umano, la libertà, la natura. Il mondo macchina a questo ha già risposto, a tutti gli individui che anelano ancora alla libertà non resta che tagliare le maglie di questa rete che ci imbriglia.
Bergamo, marzo 2020

basta interrompere l’elettricità o la filiera dei supermercati per far sprofondare la civiltà nel caos. Solo la vera civiltà contadina, quella che ancora oggi è in contatto con la terra ci potrà salvare

Pinzellacchere virali


Roma, 8 aprile 2020

I sopravvissuti (Survivors, 1975) fu un telefilm britannico di largo successo, anche in Italia. Trama: uno scienziato cinese pasticcia con il virus (dell’influenza?) in laboratorio, poi se ne va in giro quale paziente 0. Mosca, Berlino, Singapore, New York, Montreal, Roma, Atene, Madrid, Orly, Londra: le linee aeree diffondono il contagio in tutto il mondo. Il virus, mutevole, è incontrastabile; i milioni muoiono, Londra si riduce a una comunità di 500 individui. I sopravvissuti, in ragione di uno su cinquemila, sono costretti a rimedi neolitici. Il telefilm si compone di tre stagioni: di tredici episodi le prime due, di dodici la terza. Quest’ultima, la trentottesima quindi, si chiude con un fiat lux. Nelle Highlands, ove resistono circa 150.000 esseri umani, Alec riaccende la centrale idroelettrica. Highlands, le terre alte; Alec-Adamo, i centoquarattaquattromila della nuova Gerusalemme Celeste. Son tutte supposizioni velleitarie, le mie. Però gl’Inglesi, dal loro Impero in dissoluzione, sono latori d’una sapienza che li reca avanti cinquant’anni. Dobbiamo prenderli sul serio anche quando scherzano. Alcune profezie, infatti, se le portano nel sangue, inavvertite. Sono Isaia asintomatici.

La Monarchia Universale, alla quale si tende, mal si accorda con le analisi sull’America cattiva, l’Israele covo della giudaglia, la Russia perfida, la Cina formica assassina, l’Europa decadente. Le nazioni o gli aggregati di nazioni non contano nulla, sono espressioni geografiche. I rappresentanti nazionali, a qualunque livello, valgono solo quali manutengoli di concrezioni di potere apolidi. E basta. Di potere; il che implica posizioni dominanti anche economiche. Gli equilibri geopolitici, che fanno tanto leccare i baffi agli esperti del settore, sono la risultante delle forze in campo operate da tali grumi di potere sovrannazionali. La risultante delle forze applicate al sistema-mondo va nella direzione dell’omogeneità e della centralizzazione a livello mondiale. Sinarchia, mondialismo, globalizzazione. Ognuno, in tale fase, cerca di ritagliarsi un posto al sole contrattando strategicamente le condizioni migliori della futura Dittatura Panottica. Con le buone, le cattive; senza spargere troppo sangue, però. Con tremila morti si è ottenuta la resa del Medio Oriente, a esempio. Questo si chiama “dominare”. Qualcuno ancora pensa, in pieno 2020, che gli attacchi contro Afghanistan e Iraq siano stati recati dagli Stati Uniti d’America avendo quale comandante in capo il Presidente degli Stati Uniti d’America: roba da chiodi.

La legge nr. 225 sull’Istituzione del Servizio Nazionale della Protezione Civile fu approvata il 24 febbraio 1992. Il 17 febbraio 1992, una settimana prima, era stato arrestato Mario Chiesa decretando l’inizio della fine dei giochi post-1945.
La legge nr. 225 subirà una serie di ritocchi botulinici negli anni a venire. Essa prevede la delibera dello stato d’emergenza da parte del Consiglio dei Ministri su impulso del Presidente del Consiglio o d’un Ministro con portafoglio o d’un Presidente di Regione. “La durata della dichiarazione dello stato di emergenza non può superare i 180 giorni prorogabile per non più di ulteriori 180 giorni”. La dichiarazione d’emergenza ha il compito precipuo di eludere i controlli di garanzia, sentiti, in tali frangenti, quali impacci. In nome dell’emergenza stra-ordinaria la legge ordinaria e la Costituzione vanno in vacanza. Non c’è scritto così (ogni costituzionalista inorridirebbe a fronte di ciò che affermo), ma in realtà c’è scritto così: perché le parole celano mondi a venire e, spesso, le peggiori intenzioni.

In questi due mesi il coronavirus ha attaccato ai testicoli la grande maggioranza dei maschilisti patriarcali. Il numero dei femminicidi, infatti, nonostante le forzate convivenze, è pari a zero. Sono, è un peccato, lo ammetto, le conseguenze della chiusura dello spettacolo Femminicidio. Non si possono mostrare due film contemporaneamente a un pubblico già non troppo sveglio. Lo spettacolo, che non sappiamo quando riaprirà, segue il destino da stelle cadenti di Attentato Islamico, che sbancò i botteghini dopo il 2001, dell’Odio di Genere e del Povero Migrante, ultimamente un pochino in ribasso (quando ti mettono in testa la preoccupazione per la pelle o la spesa da fare i diritti dell’Africano Palestrato o del Lucidalabbra per Tutti passano in settimo piano). In picchiata le fortune del recente e clamoroso Qué calor!, interpretato dalla giovane stellina svedese Greta.

Ne I sopravvissuti, uno dei protagonisti solleva un bel problema. Egli dice: per qualche anno potremo attingere alle scorte, ma poi? Sappiamo noi fabbricare una candela? S’intenda: fabbricarla dagli elementi primari? E le lampadine? A parte la sapienza necessaria a concepirla di nuovo, siamo in grado di estrarre i materiali primari e fonderli e modellarli conseguentemente? La risposta è: no. Il capitalismo, nella sua fase consumistica, ha nettamente distaccato i fruitori della merce dalla genesi della merce stessa tanto che i bambini della famosa barzelletta credono che i polli abbiamo quattro cosciotti poiché la mamma compara sempre quella confezione risparmio. Non solo, ma gli stessi tecnici, ridotti a compartimenti stagni, sono incapaci di assemblare alcunché. Siamo, dunque, già dei sopravvissuti. Come scrissi, basta interrompere l’elettricità o la filiera dei supermercati per far sprofondare la civiltà nel caos. Nelle campagne è lo stesso, c’è poco da fare. Le nuove generazioni provinciali sono tutte o nel parastato o nei lavoricchi che oggi vanno per la maggiore. Il pomodoro, strappato agli Aztechi e plasmato pazientemente nei secoli sin a mutarlo da insignificante pomo d’oro a imprescindibile ortaggio color sangue, pare ormai, persino alle latitudini della Tuscia, un oggetto dalla natura inesplicabile. Per tale motivo siamo ricattabili. Ci faranno ballare la danza delle pistole.

Stroncata una pericolosa banda. Una combriccola di vecchietti milanesi s’era, infatti, rifugiata in un boschetto a giocare a briscola. Richiamati dalle grida e dalle bestemmie dei Nostri, a condire inevitabili gli sbagli sulla calata dell’asso di bastoni, i gendarmi sono intervenuti. Circondati gli eversori con una manovra a tenaglia detta “di Huber”, li hanno tosto ridotti alla ragionevolezza. A seguire, onde renderla ancor più ragionevole, una serie di bastonate da trecento euri. 
Intanto, nella Capitale, un barbiere di Roma nord, a porte chiuse, sfoltisce il ciuffo di qualche amico. Intervengono i giannizzeri pure qui, indirizzati da qualche traditore condominiale, menando botte e minacce emergenziali alla saracinesca abbassata. Il Nostro li manda sanguinosamente al diavolo intimandogli, al contempo, di ritornare quando avranno un pezzo di carta firmato dal magistrato competente. Gli sgherri, dopo qualche vociferazione, rinculano definitivamente.

Nel racconto Diffidate dalle imitazioni (Pay for the printer), l'umanità postapocalittica ha rinunciato all'operosità e alla voglia di creare. I beni necessari alla vita, infatti, gli son serviti dagli alieni Biltong che riescono a riprodurre in copia qualsiasi oggetto: un quadro, un'automobile, una scultura, un frullatore, cibo. Queste copie, benché perfette, sono, tuttavia, altamente deperibili. I Biltong, inoltre, invecchiano; alla fine ne rimane solo uno, sfinito e agonizzante. Le copie divengono sempre più scadenti sino a risultare inservibili. L'ultimo Biltong muore. Che fare? Uno straniero, Dawes, si fa avanti; ha in mano una coppa. Mal fatta, intagliata rozzamente. Lo interrogano:

"Da dove viene lei?"
Dawes rispose con calma: "Sono uno dei sopravvissuti di Chicago. Dopo la rovina totale, vagabondai nei dintorni. Uccidevo con un sasso, dormivo nelle cantine, scacciavo i cani con le mani e con i piedi. Alla fine trovai la strada per uno dei campi. Ce n’erano già alcuni ... Lei non lo sa, amico mio, ma Chicago non fu la prima a cadere".
"E voi riproducete attrezzi? Come quel coltello?".
Dawes scoppiò in una grossa risata. "La parola non è riprodurre ... la parola è ‘costruire’. Noi costruiamo attrezzi, facciamo le cose". Tirò fuori la rudimentale tazza di legno e la posò sulla cenere. "Riprodurre significa semplicemente copiare. Io non riesco a spiegarle cosa significhi costruire; dovrà provare lei stesso per scoprirlo. Riprodurre e costruire sono due cose completamente differenti".
"Lei ha fatto questo coltello?" chiese Fergesson, stupito. "Non riesco a crederci. Da dove ha cominciato? Deve avere degli utensili per costruirlo. È un paradosso!". La sua voce si alzò, assumendo un tono isterico. "Non è possibile!".
Dawes sistemò tre oggetti sulla cenere. L’elegante coppa di cristallo Steuben, il suo rustico bicchiere di legno e la massa informe, la copia rappezzata che aveva tentato di fare il Biltong.
"Ecco com’era prima" disse, indicando il primo recipiente.
"Un giorno sarà di nuovo così ... ma dobbiamo percorrere la strada giusta, quella più dura, passo dopo passo, per ritornare a come eravamo prima". Rimise a posto con cautela la coppa nella cassetta metallica. "La terremo ... Non per copiarla, ma come modello, come nostra meta. Ora lei non può afferrare la differenza, ma presto ci riuscirà".
Indicò la rudimentale tazza di legno. "Ecco come siamo adesso. Non rida. Non dica che non è civiltà. È ... è semplice, e rozzo, ma è una cosa reale. Partiamo da qui".
Prese la massa informe, la copia che il Biltong aveva lasciato a metà. Dopo un attimo di riflessione si girò e la lanciò via. L’oggetto colpì il terreno, rimbalzò una volta, e si ruppe in mille pezzi.
"Quella non vale nulla" disse fieramente Dawes. "Meglio quest’altra coppa. Questa coppa di legno è più simile alla coppa di cristallo Steuben di qualunque riproduzione".
"Lei mi sembra piuttosto orgoglioso del suo bicchieretto di legno" osservò Fergesson.
"Lo sono maledettamente" annuì Dawes, mentre sistemava la coppa nella cassetta metallica, vicino a quella di cristallo. "Anche lei lo capirà, uno di questi giorni. Ci vorrà del tempo, ma lei ci riuscirà". Cominciò a chiudere la cassetta, poi si fermò un attimo e toccò l’accendino Ronson.
Scosse la testa, pieno di rimpianto. "Non nel nostro tempo" disse, e chiuse la scatola. "Troppi gradini davanti a noi". Il suo volto magro s’illuminò d’improvviso, in un barlume di felice anticipazione. "Ma per Dio, ci stiamo muovendo in quella direzione!".

Il candidato sostituisca a "Biltong", "post-apocalittico", "alta deperibilità", "copia", "costruire", "Dawes" i termini appropriati ed estragga, quindi, la soluzione dell'equazione psicostorica.

7 aprile 2020 - "Tutti dobbiamo prepararci alla grande svolta del dopo coronavirus”.

Privato o pubblico ci sono responsabilità da punire e non come fa la procura delle nebbie di Genova che dopo più di un anno ancora gira a vuoto dopo la caduta del Ponte Morandi

Aulla, il ponte crollato e le rassicurazioni (gulp) dell’Anas

8 aprile 2020

VV.F.

Ponte crollato ad Aulla: che cosa è successo e che cosa diceva Anas

Solo il caso e probabilmente la quarantena forzata per coronavirus hanno fatto sì che il ponte crollato ad Aulla non abbia trascinato con sé vite umane, come accadde con il viadotto sul Polcevera a Genova. Non risultano in condizioni critiche, infatti, i due camionisti travolti dallo sfarinamento della struttura. Un ponte di quasi 300 metri sulla strada statale 330 in Toscana tra Albiano (comune di Aulla) e Ceparana (comune di Bolano).

ANAS: TECNICI SUL POSTO

“La ex strada provinciale 70, ora strada statale 330, è chiusa in località Albiano Magra (km 10,500) nel comune di Aulla (MS) in seguito al crollo del ponte sul fiume Magra”, fanno sapere da Anas. Il traffico è deviato con indicazioni sul posto. Il tratto è recentemente rientrato nella competenza Anas. Risultano coinvolti due veicoli. Forze di Polizia e Vigili del Fuoco sono sul posto. I tecnici Anas sono intervenuti per tutti gli accertamenti e i rilievi del caso. Sul ponte, lungo 258 metri, non erano in corso interventi al momento del crollo”.

L’ALLARME IGNORATO?

Eppure, quel ponte crollato ad Aulla era stato oggetto di numerose segnalazioni. Come riporta Il Foglio, i comuni della zona avevano comunicato la comparsa di crepe sempre più preoccupanti già dallo scorso agosto. Allarmi caduti nel vuoto, perché Anas aveva risposto: “Il viadotto Albiano in questione (già attenzionato e sorvegliato da personale Anas) non presenta al momento criticità tali da compromettere la sua funzionalità statica. Sulla base di ciò non sono giustificati provvedimenti emergenziali per il viadotto stesso”.

IL VIADOTTO ATTENZIONATO ERA PROPRIO IL PONTE CROLLATO AD AULLA

Insomma, per i tecnici di Anas, nessun pericolo. “L’eliminazione degli ammaloramenti esistenti – proseguiva la lettera – rientra nella fattispecie fra quegli interventi di manutenzione programmata per i quali a suo tempo è già stata attivata la relativa procedura interna funzionale al reperimento dei fondi necessari a finanziare il loro completo ripristino attraverso una più mirata progettazione esecutiva”.

LA RISPOSTA A UNA AUTOMOBILISTA

La situazione si era ulteriormente aggravata dopo le forti piogge e le alluvioni dell’ultimo autunno, che avevano investito buona parte del Nord Ovest e, in particolare, la Liguria. L’ammaloramento del ponte era ormai visibile a occhio nudo, persino agli automobilisti. Il 3 novembre nuovo sopralluogo dei tecnici e il 5 Anas rispondeva così a una utente che chiedeva informazioni sulla bontà dei lavori di ripristino effettuati: ““Nel sanare la ‘crepa’ Anas ha provveduto con conglomerato a freddo per ripristinare il piano viabile a seguito delle piogge di questi ultimi giorni. Nella giornata di ieri Anas ha provveduto ad eseguire ispezione del ponte di Albiano Magra non riscontrando anomalie e difetti tali da intraprendere provvedimenti emergenziali. Il ponte di Albiano Magra è costantemente attenzionato dai nostri tecnici della struttura Anas territoriale”.

LA TESTIMONIANZA: “SCRICCHIOLII E POI È CROLLATO”

La testata ligure Primocanale ha raccolto le dichiarazioni di un testimone: “Ero sotto il ponte, stavo tagliando l’erba, ho sentito degli scricchiolii, mi sono arrivarti dei sassi in testa, ho sentito un boato e poi ho visto il ponte venire giù. Sono andato a vedere se c’era qualcuno, ho visto il ferito del furgoncino Bartolini fuori dal mezzo e si è disteso per terra. Una cosa spaventosa”. Il ponte crollato ad Aulla, quello attenzionato da mesi, che nonostante le crepe non presentava “criticità tali da compromettere la sua funzionalità statica” si è sfarinato così, da sé, senza lo stress di un eccessivo carico, perché era percorso da due soli furgoni e senza altre concause evidenti come un terremoto.