E' impossibile che uno stato con moneta sovrana possa essere costretta al default

E' impossibile che uno stato con moneta sovrana possa essere costretta al default
Il governo di uno Stato con moneta sovrana prima spende la propria moneta e solo dopo la ritira tassandola o prendendola in prestito. Impossibile che siano le tasse o i prestiti dei privati a finanziario lo Stato, perché lo Stato ha l'esclusiva nell'emissione di moneta, NE HA IL MONOPOLIO. Colui che ha il monopolio nell'emissione di qualcosa, non deve prenderla in prestito da altri

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 29 marzo 2017

Implosione europea - La Gran Bretagna vincerà facile con gli euroimbecilli

ECONOMIA E FINANZA
BREXIT/ E ora arrivano i guai (per l'Europa)

Paolo Annoni
mercoledì 29 marzo 2017

BREXIT. Oggi Theresa May attiverà l’articolo 50 e darà via ai negoziati per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Non è chiaro come e quando il Regno Unito uscirà dall’Ue perché l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona da parte di un Paese membro è una prima assoluta e perché l’articolo non è particolarmente dettagliato. I negoziati potrebbero durare anche più di due anni nonostante, in teoria, il termine finale sia ad aprile 2019; il fatto che ogni Paese europeo abbia il diritto di veto sui termini delle negoziazioni rende il processo particolarmente complicato. È probabile che le trattative siano guidate, per l’Europa, da uno dei suoi commissari.

Secondo la “vulgata” la Brexit è stata una scelta economica suicida per la Gran Bretagna votata da persone che non erano in grado di comprendere quello che facevano; alla fine il Regno Unito pagherà salatissime conseguenze e si pentirà amaramente. Se queste sono le premesse, nei mesi dei negoziati tutto questo è destinato a venire a galla. Dal giorno del referendum nessuna delle previsioni terribili sull’economia inglese si è avverata e, anzi, la banca centrale inglese due mesi fa è stata “costretta” a rivedere al rialzo le previsioni sul il del 2017; la “Brexit” non c’è ancora e quindi per ora le previsioni di pessimistiche sul futuro inglese sono ancora valide, però possiamo dire che nessuno si è ancora spaventato, nemmeno dopo tre trimestri.

Una scelta di questo tipo come la Brexit non si può misurare in trimestri e nemmeno forse in qualche anno. ma ha un orizzonte temporale di medio lungo periodo. La Gran Bretagna si è staccata da un’area che non solo ha palesi problemi di “governance”, e di rappresentanza dei suoi membri, ma anche chiarissimi problemi di crescita; l’Europa è l’area del mondo che cresce di meno anche rispetto ad altre economie sviluppate. La scommessa dell’Inghilterra è che potrà fare meglio al di fuori e senza l’Europa potendo scegliere autonomamente cosa e come negoziare con le controparti economiche e come governare la propria economia. Visti i successi europei sulla crescita e sull’immigrazione, con gli accordi miliardari con la Turchia di Erdogan, si deve almeno ammettere che il tentativo non sia poi così incomprensibile.

È ancora più di scuola l’opinione che Bruxelles darà una lezione a Londra per colpa della Brexit con i nuovi accordi economici e commerciali, forse perfino per scoraggiare chi si facesse venire strane idee al suo interno. L’Europa ritroverebbe un’unità proprio nelle trattative contro un partner “nemico” comune da cui si deve tutelare. Questa assunzione sembra tutto tranne che scontata. Il Regno Unito è un mercato grande, molto ricco e molto appetibile per tante imprese europee di tanti settori diversi. La questione che si porrà è che ci sarà un’unica trattativa e un unico negoziato con la Gran Bretagna, mentre in Europa ci sono esigenze e priorità molto diverse.

L’Italia non esporta in Inghilterra le stesse cose della Germania e la Francia, non ha 800 mila polacchi di nascita che vivono oltre la Manica. Se la Gran Bretagna scegliesse di essere “cattiva” con gli immigrati europei come posizione negoziale, qualcuno sarebbe molto scontento, i polacchi e probabilmente gli italiani, e qualcuno altro indifferente; se le barriere colpissero il prosecco e non le macchine qualcuno sarebbe molto scontento, gli italiani, e qualcuno no. I negoziati con la Gran Bretagna sono un’occasione per l’Europa solo se questa è unita e solo se questa si pone l’obiettivo di tutelare gli interessi di tutti, altrimenti rischiano di essere un altro fronte caldo aperto tra i Paesi membri; avere in mano il pallino delle negoziazioni dal lato europeo è un valore evidente se si danno le carte e si può decidere chi paga tanto e chi paga meno.

Vista la storia degli ultimi anni, sinceramente non riusciamo a capire le ragioni di così tanto ottimismo per una fase così delicata.

Renzi, Letta due facce della medesima medaglia, identico padrone il Globalismo Capitalistico e l'Euro il figlio riuscito

POLITICA
DIETRO LE QUINTE/ Perché Letta sta lavorando per il nemico Renzi?

Antonio Fanna
mercoledì 29 marzo 2017

È tornato, ha ripreso fiato, si è fatto fotografare in mezzo ai suoi giovani allievi della Scuola di politiche al termine di un convegno su Beniamino Andreatta mentre fa la "dab dance". È andato perfino in televisione, in quella tana del lupo che è Raitre: in un paio di giorni si è fatto intervistare da "Agorà" e da "In mezz'ora" di Lucia Annunziata. L'esilio parigino, a studiare e sbollire la rabbia per la cacciata poco serena, è finito: non che abbia smesso di dirigere la Scuola di affari internazionali dell'Istituto di studi politici di Parigi, ma la sua voce è tornata a farsi sentire in Italia. Sono passati tre anni da quando Enrico Letta dovette dimettersi da Palazzo Chigi per lasciare posto al rampante Matteo Renzi. Il paracadute fornitogli da Giorgio Napolitano non era rimasto aperto nemmeno un anno e l'ex promessa della politica era ritornato in seconda fila, quella degli intellettuali, dei suggeritori, degli strateghi, degli sconfitti.

Naturalmente il ritorno sulla scena di Letta è tutto nel segno dell'antirenzismo, culminato nel pronunciamento a favore di Andrea Orlando per le primarie Pd. L'ex premier delle larghe intese non ha seguito i bersaniani nella scissione: lui è un ex democristiano, non un ex comunista, e il Pd rimane in cima ai suoi pensieri anche se la tessera del partito renziano non l'ha più presa. Alle primarie voterà Orlando come un qualsiasi cittadino non iscritto che vuole dire la sua. L'obiettivo è "dare un'ultima chance" al Pd. Dopodiché, il diluvio.

Quell'#enricostaisereno ancora non l'ha digerito. Il rancore lettiano cova ancora sotto la cenere. La vendetta è un piatto che va servito freddo, dice il saggio. Ma spesso il risentimento non è un consigliere di fiducia. Letta si schiera contro Renzi, e questo è nella natura delle cose. Ma lo fa quando Renzi è all'angolo e sta ricostituendo le proprie truppe. Letta invece ha lasciato che le truppe andassero disperse, tant'è vero che uno dei suoi fedelissimi, Francesco Boccia, pugliese marito della forzista Nunzia Di Girolamo, si è schierato con Michele Emiliano.

Letta ha scelto Orlando per due motivi. Primo, perché il ministro della Giustizia in base ai primi sondaggi è quello che potrebbe giocarsela con Renzi, mentre il governatore pugliese è già tagliato fuori e combatte una battaglia puramente di bandiera. Secondo, perché sabato scorso era l'unico dei tre concorrenti delle primarie Pd presente alle cerimonie romane per l'anniversario delle istituzioni europee. Emiliano e Renzi hanno dato buca a Merkel e compagnia, Orlando no. Il buon soldato ha risposto presente e il colonnello Letta ha apprezzato: "Orlando era lì dove dev'essere un leader del Pd, tra le bandiere dell'Ue".

Strategia e ideali si mescolano nella scelta di Letta. Che però appare come un politico che ormai ha fatto il suo tempo, un reduce che accampa questioni personali più che politiche, un ex leader che rivendica scelte passate ma non ha un progetto chiaro per il futuro. Oggi Enrico Letta sembra un Mario Monti con vent'anni di meno. Uno che rimprovera gli errori altrui ma non riconosce i propri. I due si ritrovano uniti a puntare il dito contro il "cattivo uso della flessibilità data dall'Europa" fatto da Renzi, che ha pure beneficiato di tassi di interesse molto bassi frutto del lavoro di Mario Draghi naturalmente favorito dal lavoro dei due governi che hanno preceduto quello di Renzi.

È una minaccia Letta per la rielezione di Renzi alla guida del Pd? In questo momento sembra di no. È un capo senza truppe, un leader disarcionato che tenta di rimontare a cavallo. Ci vuole tempo per assorbire lo smacco. Ma anche per rimettere in campo un'alternativa credibile.

sono gli elettori italiani che daranno ancora una volta una lezione al corrotto Pd

ECONOMIA E FINANZA
MANOVRA & PD/ Gentiloni e Padoan preparano la stangata

Sergio Luciano
mercoledì 29 marzo 2017

E' una specie di "cupio dissolvi" quello che sembra aver preso Matteo Renzi, ex presidente del Consiglio e ormai contestato — anche se, si direbbe, ancora "favorito" leader del Pd. Già, perché imponendo le primarie per la segreteria del partito alla data del 30 aprile — chiaramente allo scopo di complicare l'organizzazione della campagna elettorale ai due sfidanti, Andrea Orlando e soprattutto Michele Emiliano, l'antagonista vero — Renzi si è infilato in un vicolo cieco. Quello di doversi misurare con gli elettori a ridosso delle scelte sicuramente impopolari che saranno necessarie al governo Gentiloni per ottemperare al diktat della Commissione europea sulla manovra correttiva del deficit pubblico da 3,4 miliardi da varare entro il 15 dello stesso mese. Dunque Renzi va a chiedere il voto da segretario a un Paese in cui i suoi simpatizzanti avranno appena dovuto prendere atto che il governo sorretto dal partito alla cui guida si ricandida il "maleducato di successo" ha dovuto stangare i cittadini.

No all'aumento delle accise; no all'aumento dell'Iva. Ancora trattative a Bruxelles per ottenere qualche ulteriore decimale di deficit su quest'anno, magari ancora con la scusa del 2016, quella dei costi straordinari legati al sisma nell'Italia centrale: è questo che vuole Renzi per presentarsi il 30 aprile come il difensore delle tasche degli italiani.

Ma non basta: il governo, non tanto per iniziativa del prudente e silente Gentiloni ma del "grand-commis" internazionale Pier Carlo Padoan, pensa a fare privatizzazioni per 8 miliardi. Ora, è bene sapere che riuscirci sarebbe una tombola, una prodezza degna degli annali: c'è ormai ben poco da vendere, la cessione di una seconda tranche delle Poste è vastamente osteggiata dalle forze politiche, di immobili vendibili non si parla nemmeno, insomma è ben difficile trovare merci di pregio da offrire con successo ai mercati finanziari. 

E dunque dove trovare quei maledetti 3,4 miliardi?

Le misure che vedono d'accordo, elettoralisticamente, Renzi e i ministri renziani sono soltanto quelle a reddito incerto: per esempio, la fantomatica "lotta all'evasione", predicata da sempre e costantemente più magra del voluto. E poi — udite udite — si parla di "tagli alle spese intermedie", per esempio quelle che dovrebbero cadere sotto la mannaia della Consip, la società pubblica che gestisce le aste on-line per gli acquisti della pubblica amministrazione e che, diciamo così, non attraversa una fase di altissima reputazione…

Eppure Renzi insiste: non vuole che la manovra correttiva gli guasti la festa, non vuole "sporcare" la narrazione del "non abbiamo aumentato le tasse". Cavalcando a modo suo — visto che tecnicamente non è più lui al governo — il populismo opposto di Lega e Cinquestelle che con accenti diversi sono entrambi in frontale polemica con l'Europa.

Ma quanto "storytelling" saranno disposti a bersi gli elettori? Non tanto quelli delle primarie, che Renzi vincerà, sia pure un po' peggio di quanto amerebbe, bensì quelli che nel 2018 dovranno rivotare alle politiche?

Se il capo formalmente tace, i sui ascari — da Orfini alla Bellanova — attaccano in interviste teleguidate i ministri tecnici, tanto per far capire come la pensa lui. Teso e sospettoso — come un "vincente" qual è, non sa essere senza perdere smalto e leggerezza — Renzi vede oggi come il fumo negli occhi sia Padoan, che però non teme, scialbo come lo considera, sia Calenda, che pure non ostenta fregole di premierati tecnici, e perfino Minniti, che da ministro degli Interni si sta muovendo bene e proviene da una militanza dalemiana superata però mai rinnegata. Percepisce che sono personaggi "fungibili" sia per un governo tecnico teleguidato dalla Troika che si sta scaldando a bordo campo in attesa di poter teleguidare la politica economica di un Paese fatalmente destinato a non reggere il futuro rialzo dei tassi; sia per una grande coalizione che un domani potrebbe compattarsi attorno ad un rientro di Berlusconi. Sente che alcuni dei "poteri forti" grazie ai quali arrivò a Palazzo Chigi lo hanno mollato: non si fidano più. Gioca in difesa, contro i tecnici e contro i loro potenziali "burattinai esterni", e Renzi in difesa proprio non sa giocare.

Saviano, conclamato al servizio del Pensiero Unico Politicamente Corretto

Saviano e il post pro-Navalny: un’occasione persa per evitare una pessima figura


di Eugenio Cipolla

Le proteste di domenica in Russia hanno accesso di nuovo i riflettori sullo scontro politico in atto nel paese guidato da Vladimir Putin. I fatti, almeno secondo quanto raccontato dai media occidentali, sono questi: il leader dell’opposizione russa Aleksei Navalny è sceso in piazza per protestare contro la corruzione ed è stato arrestato in qualità di massimo oppositore di Putin. I fatti, quelli veri invece, sono altri, sicuramente molto più complessi e meno superficiali di quanto raccontato dal sistema mediatico occidentale.

Sta di fatto, che le immagini della polizia russa che arresta centinaia di manifestanti hanno fatto il giro del pianeta, provocando una profonda indignazione in gran parte del cosiddetto mondo libero. In Italia alla questione è stato dato molto risalto, alcuni quotidiani hanno pubblicato “inchieste”, diversi telegiornali hanno dedicato lunghi servizi, mentre decine di giornalisti si sono precipitati a raccontare quanto sia brutto e cattivo Vladimir Putin, bello e buono Alexei Navaly. Tra questi non poteva mancare Roberto Saviano. Lo scrittore e giornalista di Repubblica ieri ha partecipato al carosello delle indignazioni contro il “dittatore” Putin, scrivendo un post per denunciare quanto successo.

«Ieri a Mosca – ha scritto Saviano - è stato arrestato il leader dell'opposizione Alexey Navalny e con lui tratte in fermo almeno altre 500 persone. Navalny è stato arrestato mentre manifestava in piazza contro la corruzione. Ma che governo è quel governo che vieta di manifestare contro la corruzione? È un governo che difende la corruzione e ne fa la sua prassi più comune. E che governo è quel governo che ritiene "provocazione" manifestare contro la corruzione? Il governo di Medvedev (cioè di Putin) considera nemico da abbattere chiunque abbia atteggiamento critico e pretende un controllo quasi militare su ogni aspetto della vita politica ed economica del Paese. Ed è spaventoso vedere come l'autoritarismo del governo russo generi simpatie anche in Europa. A chiunque elogi Putin consigliate di leggere "La Russia di Putin" di Anna Politkovskaja. Per quelle pagine (e non solo) è stata uccisa».

Nel post di Saviano ci sono diverse inesattezze, si spesa frutta della poco conoscenza di una realtà complessa come quella russa e dell’antico vizio italico di essere esperti di qualcosa a seconda della notizia del giorno. Vediamo quali.

«Ieri a Mosca è stato arrestato il leader dell’opposizione Alexey Navalny».


Questa affermazione è circolata con insistenza tra ieri e l’altro ieri. Ed è totalmente falsa. Noi lo abbiamo scritto a chiare lettere in tempi non sospetti (in questo articolo dello scorso 28 febbraio): Navalny non è il capo dell’opposizione. Per due semplici motivi. Si può considerare “leader dell’opposizione” un politico con l’1% dei consensi? Sarebbe come affermare che in Italia il leader dell’opposizione è Storace. E proprio come in Italia, anche in Russia l’opposizione è frammentata. E questo non rende possibile individuare un unico leader dell’opposizione.

«Navalny è stata arrestato in piazza mentre manifestava contro la corruzione. Ma che governo è quel governo che vieta di manifestare contro la corruzione?».

Il messaggio che passa attraverso questa affermazione è che Navalny è stato arrestato perché manifestava contro la corruzione.
Ed è una cosa falsissima. Navalny è stato arrestato perché la manifestazione non era stata autorizzata. E l’autorizzazione per manifestare nel centro di Mosca non la dà il governo (vi immaginate se Palazzo Chigi dovesse gestire tutte le richieste di manifestazioni a Roma?), ma il Comune. Ora, dietro tutta questa vicenda, c’è una storia che nessuno ha raccontato, perché ovviamente fa più notizia dire che Putin è un dittatore che reprime la democrazia, piuttosto che la verità. E cioè che quanto successo domenica era ampiamente previsto da giorni. Il 18 marzo, ossia 10 giorni fa, il Comune aveva respinto la richiesta di Navalny di manifestare in una della vie più importanti di Mosca, la Tverskaya, a ridosso della piazza Rossa, per motivi di ordine pubblico (gli organizzatori avevano pianificato diversi eventi alla stessa ora e in diversi posti della città e per questo non si poteva garantire la sicurezza di abitanti e partecipanti). Quattro giorni dopo Navalny stesso aveva reso noto che le autorità non gli avevano del tutto proibito di manifestare contro la corruzione, anzi gli avevano proposto due luoghi alternativi, considerati da Navalny troppo periferici. Egli però aveva rifiutato la proposta del comune, dichiarando la sua intenzione a manifestare ugualmente sulla Tverskaya e sfidando il divieto delle autorità. Così Navalny e i suoi in piazza sono andati lo stesso ed è successo ciò che è noto a tutti. Saviano, però, da persona colta e intelligente qual è, dovrebbe sapere che anche in Italia, se si scende in piazza sfidando il divieto dell’autorità competente (nel nostro paese è la Questura che decide se vietare o meno una manifestazione), si rischia fino a un anno di carcere e diverse centinaia di euro di ammenda (si veda l’art.18 del TULPS). Riassumendo, nessuno ha vietato a Navalny di manifestare contro la corruzione e nessuno lo ha arrestato per questo.

«E che governo è quel governo che ritiene "provocazione" manifestare contro la corruzione?».

A dire il vero quando le massime autorità russe hanno parlato di “provocazione” non si riferivano al fatto che Navalny volesse manifestare contro la corruzione. La parola “provacazione” è stata utilizzata il 24 marzo dal Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, e probabilmente appresa da Saviano per sentito dire. «Sappiamo che un certo numero di persone chiedono di scendere in piazza. Si tratta di richieste illegali e ciò in realtà è a dir poco una provocazione», aveva detto il funzionario dell’amministrazione presidenziale russa, parlando con i giornalisti subito dopo aver appreso dell’intenzione di Navalny di manifestare ugualmente nonostante il divieto. Le parole di Peskov sono state semplicemente estrapolate da un contesto e utilizzate da Saviano per costruire l’immagine di un governo, quello russo, allergico alle lotte contro la corruzione.

«Il governo di Medvedev (cioè di Putin) considera nemico da abbattere chiunque abbia atteggiamento critico».

Se questa affermazione fosse vera solo in minima parte, probabilmente Navalny non sarebbe stato condannato a 15 giorni di carcere e una multa da poche centinaia di dollari. Sarebbe morto da un pezzo, probabilmente avvelenato con qualche sostanza strana iniettata con la punta di un ombrello su un bus, in maniera molto discreta. Che è poi il metodo storicamente preferito in passato dalle autorità russe per eliminare nemici scomodi.

Come spesso accade, Saviano ha perso l’ennesima occasione per evitare una pessima figura.

PTV news 28 Marzo 2017 - Navalny democratico made in Usa

7 marzo 2017 - Mosul verso la catastrofe umanitaria

Soros è il rappresentante di punta del Globalismo Capitalistico e combatte il Capitalismo di Trump che ha inglobato, in parte, il Movimento degli Stati Identitari

Gli anti-Trump

Sono i gruppi vicini a Soros che tentano di bloccare Trump

| 29 Marzo 2017


I fili della causa avviata davanti ad una Corte d’appello del Maryland, e finalizzata a bloccare il divieto temporaneo di Trump sui visti dai sei paesi del Medio Oriente, sono stati manovrati dall'acerrimo nemico del Don, il finanziere George Soros. L’esposto per chiedere il blocco del Muslim ban è stato presentato dal progetto Refugee International Assistance, da HIAS, realtà che si occupa dell’accoglienza e del ricollocamento dei rifugiati, dalla “Middle East Studies Association of North America” e da altre sei persone. 

In particolare, il Refugee International Assistance è stato destinatario di sovvenzioni da parte di “Open Society Foundations” che fa capo proprio a Soros. Inoltre, Taryn Higashi, direttore esecutivo del progetto internazionale dei rifugiati, è attualmente membro dell’Advisory Board of the International Migration Initiative di Open Society. Un collegamento che risulta evidente, dunque, senza dover per forza "fare le pulci" alle scartoffie. 

Ma risulta che anche l’altro gruppo, il HIAS, ha avuto collegamenti indiretti con il magnate. Infatti, HIAS, che originariamente ha lavorato per reinsediare emigranti ebrei dalla Russia, nel 2015, come riportano diverse fonti statunitensi, ha ricevuto circa 25 milioni da contributi pubblici, pari al 65,3 per cento del suo budget annuale. 

Questo, a seguito di continue pressioni all’amministrazione Obama da parte di Soros e altri magnati - che si dicono “filantropi” impegnati nel finanziare l’aiuto ai migranti-, affinché varasse importanti modifiche al sistema di immigrazione. Anche il New York Times, nel 2014, ha confermato questa notizia parlando di “gruppi per i diritti degli immigrati” finanziati da Soros e da altri “donatori” che hanno esercitato pressioni su Obama in materia di immigrazione.

Non occorrono troppi giri di parole: è evidente che Soros, uno dei più importanti finanziatori della campagna elettorale di Hillary Clinton, non riesce proprio a digerire i provvedimenti sull'immigrazione del presidente Trump. Ma, soprattutto, a muovere i suoi colpi di anca maldestri è chiaramente il sogno di arrivare ad una delegittimazione politica del Don proprio attraverso il ricorso ai tribunali contro il Muslim ban bis.

Nichilismo, individualismo sono figli del Pensiero Unico in cui tutto è merce, e si prende e si usa e la si butta. I sentimenti sono merce, le donne, i figli sono merci. Gli altri che eventualmente si oppongono ai miei desideri sono merce che si può scansare, abbattere, uccidere. E' il consumatore che vince su tutto e tutti e gli eventi brutali irrompono quotidianamente nelle nostre vite e con meraviglia, chi ancora può, si domanda ma in che mondo viviamo, abbiamo perso di vista qualsiasi valore, come si fa ad uccidere bambini che non hanno nessuna colpa, che sono innocenti

Abbiamo vissuto consumando civiltà. E non ne è rimasta più.

Maurizio Blondet 29 marzo 2017 

C’è questo Zangari di Borgo Vercelli di 49 anni che non tollera di essere lasciato dalla moglie di 41; da mesi la malmena; infine la insegue, ne tampona l’auto, la accoltella con 21 coltellate. Ci sono i giovinastri di Alatri che in nove o dieci ammazzano un ragazzo, in un’aggressione a più riprese, stritolandogli cranio e vertebre con manganelli e spranghe; due giorni di agonia; attorno al delitto, omertà. C’è l’ex carabiniere di Trento che faceva lo speculatore finanziario, vita di lusso senza averne i mezzi, cosa che ha nascosto a tutti; il giorno dopo avrebbe dovuto firmare l’acquisto di un attico da 1,23 milioni; per cui, ammazza a martellate i suoi due figli, di 2 e 4 anni (la figlia di 13 si salva perché era in gita), lascia i corpicini in un lago di sangue, e poi si butta con l’auto in un dirupo. Solo pochi giorni prima abbiamo saputo del tredicenne, lievemente subnormale, angariato e violentato per quattro anni da undici ragazzi, tutti minorenni, tre sotto i 14 anni a Giugliano. L’ultima volta è stato a gennaio: la mamma della vittima ha visto lui e i compagni “in atteggiamento ambiguo”, e solo allora si è accorta di quel che soffriva suo figlio. La scuola, gli insegnanti, i vicini niente.

Paleolitico fra noi.

Non so se sia un addensarsi casuale di questi delitti neri e orrendi. Non credo; temo che la decadenza della civiltà stia aggravandosi, il Degrado stia diventando Caduta, motus in fine velocior. Ciò che accomuna questi delitti mi pare un egoismo mostruoso e belluino, un primitivismo sub-umano, una soggezione ai propri impulsi primari così cieca e totale, da far sospettare negli assassini sia già avvenuta la metamorfosi in bestie. E’ come se questi non fossero mai vissuti in una civiltà, non ne abbiano mai conosciuto i costumi umani, la moderazione degli impulsi in vista – se non altro – delle conseguenze; è come se, belve stupide o cannibali, fossero balzati fuori dalla foresta originaria per ammazzare i conoscenti a sprangate, i figli a martellate e le mogli a coltellate. “Donne di merda… vi ricordo una cosa sola… toglietemi mio figlio e vi sfracello – non toccate il mio sangue“, ha scritto la bestia di Vercelli; ciò conferma la sensazione che venga da un mondo non dico pre-razionale, ma pre-culturale: “Non toccate il mio sangue”, è una frase di un mondo di antiche faide paleolitiche, forse di Neanderthal. Ma si capisce che è un primitivismo recitato e voluto, se solo si considera che l’età dei figli che secondo lui “le donne” gli volevano portar via: 16 e 22 anni. Un istinto di proprietà, i figli NON esistono, se non come “roba mia”; anche l’altro che ha martellato i figli di 2 e 4 anni, l’ha fatto perché “sono roba mia”: un egoismo così mostruoso che non cura nemmeno di vedere gli altri, i figli, la donna un tempo amata, come viventi, come sofferenti e degni di una loro vita; sono come oggetti. Oggetti inanimati. O da inanimare a martellate, o come il ragazzo a sprangate, fino a che non si muovono più: così, senza pensare alle conseguenze, per un impulso – si sa, al cor non si comanda.
Non più solo barbari verticali…

Il nostro lettore abituale sa perché, effettivamente, questi mostri paiono non conoscere la civiltà, esserle estranei: perché lo sono. Sono quei barbari verticali, che ad ogni generazione di neonati invadono da sotto una società, e la società non ha saputo civilizzare, a cui non ha saputo trasmettere i comandamenti morali, la cultura, il senso del giusto e del bene come sia distinto dal male. Sono gli stessi mostri che erano a 4 anni; solo che adesso pesano 80 chili, hanno un apparato sessuale e testosterone da adulto che non padroneggiano (se mai li padroneggia), guidano auto, sposano donne, fanno figli, insomma allacciano relazioni umane a cui sono impreparati, assumono responsabilità verso gli altri che non riconoscono affatto – e manovrano coltelli e spranghe, come cannibali nella foresta vergine, obbedendo alle loro rabbie e invidie e seti di vendetta nutrite dentro tenacemente, lasciate crescere volontariamente senza freni. Senza dignità alcuna che li trattenga, senza vergogna di sé che li faccia esitare a fare le cose più basse. Poi, dopo aver fatto esplodere la furia, placata la sete di sangue, aspettano la polizia inebetiti: non hanno pensato al “dopo” , hanno solo dato sfogo all’istinto belluino. Bestie.

Ma qui non si tratta più solo dell’invasione verticale dei barbari, del fatto che la società moderna e progressista non li ha saputi civilizzare. Peggio: questi sono i prodotti dell’anti-pedagogia vociante da tutti gli altoparlanti pubblici: vietato vietare, sesso libero e felice, nessuna responsabilità, “i vostri diritti”, il diritto al piacere è supremo, l’avidità è buona, siate “evoluti” e quindi schernite ogni credenza religiosa, i suoi comandamenti sono per bambini di un’altra epoca. Tutta una ducazione alla “spontaneità”, a non frenare le proprie voglie; e soprattutto, che ai cari piccini siano evitate tutte le socnfitte esistenziali, siano preservati dai dolori.

Chissà come mai, la società permissiva crede che da tutto questo nascano la cavalleria verso la donna, la nobile compassione verso i deboli, il senso civico, il “tener conto del prossimo”, la temperanza, l’onestà civile. Come se tutte queste virtù nascessero come le banane sulle palme: invece, vanno insegnate. 

Un tizio in una radio insegnava, l’altro giorno, il luogo comune del momento: le religioni producono “intolleranza” quindi bisogna non credere ad alcuna verità, essere aperti e moderni e secolarizzati, deridere le credenze – un attimo dopo, lo stesso tizio invocava una legge che togliesse il diritto all’obiezione di coscienza ai medici che non vogliono procurare aborti: un esempio di intolleranza totale proveniente dalla “apertura e modernità” laicista, col desiderio di obbligare dei medici all’infanticidio. A me par di vedere la stessa pulsione omicida nel fatuo opinion maker radiofonico, come nelle bestie di Alatri: intolleranti al massimo grado, o no? Non accettano che esistano altri con una propria volontà, semplicemente.

José Ortega y Gasset

…ma educati all’inciviltà.

Gli assassini non sono solo barbari non civilizzati, sono il risultato dell’educazione all’inciviltà positivamente dominante ormai da troppo tempo.

Ci sono “due tratti nella psicologia dell’uomo-massa attuale: la libera espansione dei suoi desideri vitali, e l’assoluta ingratitudine verso quanto ha reso possibile la facilità della sua esistenza. L’uno e l’altro costituiscono la psicologia del bambino viziato. Erede di un passato vastissimo e geniale, geniale d’ispirazione e di sforzi, il nuovo popolo è “viziato” dal mondo circostante. Vezzeggiare, viziare, equivale a non frenare i desideri, a dare l’impressione ad un essere che tutto gli è permesso e che a nulla egli è obbligato. La creatura soggetta a questo regime non ha l’esperienza dei suoi propri confini. A forza di evitarle ogni pressione dell’ambiente, ogni scontro con gli altri esseri, arriva a credere che esiste soltanto lei, si abitua a non tener conto degli altri, e soprattutto a non considerare nessuno superiore a se stessa […].

Viviamo “nell’epoca del signorino soddisfatto”, erede della civiltà che, a prezzo di secoli di progressi e sforzi e sacrifici degli antenati, ha messo a sua disposizione “una sovrabbondanza di mezzi, la comodità”, il consumismo.

E’ “illusorio credere che la vita nata in un mondo comodo sia migliore, sarebbe più vita e di qualità superiore rispetto a quella che consisté nel lottare contro la scarsità”. E’ “tutto il contrario. Un mondo sovrabbondante di possibilità produce, automaticamente, tipi difettosi di esistenza umana, l’ereditiero, il bambino viziato, l’uomo-massa”. L’uomo per cui “vivere è essere quello che già è”, che fa “degli sport l’occupazione centrale della propria vita”, come “la cura del proprio corpo, regime igienico e cura del vestiario; mancanza di romanticismo nelle relazioni con la donna”, l’ottusa intolleranza intellettuale.

Erano gli anni ’20 quando Ortega y Gasset scriveva queste cose. L’uomo-massa viziato che identificava era, allora, ancora convivente con ordini che trasmettevano la civiltà e i suoi valori, istituzioni ancora forti: la scuole, la fede religiosa, lo Stato , anche l’esercito erano ancora formatori, si assumevano la responsabilità della “tradizione”, ossia di trasmettere il progresso – il progresso realizzato dagli antenati, non dal bambino viziato, con fatiche, sacrifici, formazione del carattere, temperanza, fortezza davanti alle sconfitte, rassegnazione cristiana, timor di Dio.

Un secolo dopo, queste istituzioni sono consumate. Un secolo di generazioni successive di uomini-massa che hanno “insegnato” ai loro figli, i barbari verticali, ha avuto questo effetto: lo scadimento, generazione dopo generazione, delle esigenze severe del “diventare civile” e anche solo umano. Ora persino la Chiesa, con Bergoglio, ha smesso di essere l’ultima istanza che ricorda una qualche esigenza morale; posizione scomoda che produce cachinni e sputi – meglio predicare la misericordia, “fa’ ciò che vuoi”, “chi sono io per giudicare?”. In un tornante storico in cui i vizi “che gridano vendetta al cospetto di Dio” sono diventati “diritti civili”. La sodomia era uno di questi. Caduto il tabù, carissimi progressisti, avete fatto crollare anche gli altri tre . Che sono: l’oppressione dei poveri; rubare il salario ai lavoratori; l’omicidio volontario.

Nessuno, nelle discoteche di Alatri come nei palazzi romani, crede più che questi chiamino la vendetta di Dio. Ciò significa che la società, che ha vissuto consumando i valori superiori del passato, li ha consumati totalmente. Nulla esiste più dei valori della civiltà. Comincia il collasso irrimediabile della civilizzazione. E la mattanza dei deboli.

Che pena, una cerimonia autoreferenziale lontano dalle persone, le posizioni spaziali sono importanti per capire la realtà


Dettagli Pubblicato: 28 Marzo 2017


di Giulietto Chiesa
Dopo la solenne celebrazione del 60-esimo anniversario dei trattati di Roma, avvenuta sotto le nuvole della minaccia (inventata) dei black blok e di ben cinque manifestazioni di varia protesta (del tutto pacifiche) nella capitale italiana, la solita Europa è tornata a rinchiudersi nei suoi palazzi di Bruxelles e Strasburgo.

La crisi dell'attuale Europa è risultata evidente anche nel corso della solennissima cerimonia in Campidoglio. Nasconderla è stato impossibile nonostante gli applausi che i 28 membri si sono scambiati vicendevolmente. Le immagini delle firme commemorative, con le penne che scivolavano sul foglio della storia, hanno mostrato che i 28 sono molto diseguali tra di loro, assai di più di quanto non lo fossero i padri fondatori dell'Europa di 60 anni fa.

Il processo di omogeneizzazione, il superamento delle profonde differenze sociali, politiche istituzionali — che era allora nelle intenzioni e nei documenti fondatori — non solo non è andato avanti, ma si è arenato, a quanto pare irreversibilmente. Alla "cooperazione" di Roma 1957, ai progetti di "riequilibrio", di "armonizzazione", di "superamento delle differenze" che avevano caratterizzato la partenza della creazione dello "Stato Europeo", è subentrato il pensiero unico dominante della "concorrenza", della "competizione", di Maastricht e di Lisbona. E la competizione si è dilatata fino a ingoiare totalmente la solidarietà. Anche quella interna. L'Europa di oggi, dopo l'inconsulto e affrettato allargamento a 28, è dilaniata da una concorrenza interna che impedisce ai minori — a cominciare dai PIGS del sud — di avvicinarsi ai più forti del nord.

L'infinita caduta della Grecia aleggiava nell'augusta aula romana mentre i leader europei assistevano, senza applaudire, al procedere di Aleksis Tsipras — testa china, senza sorriso — verso una firma che doveva apparirgli piuttosto con un cappio scorsoio. Ma la Grecia sofferente è piccola. Mancava all'appuntamento di Roma il grande Regno Unito, è mancherà per generazioni. A rendere piuttosto patetico il grido di vittoria di Juncker: "celebreremo qui anche il centenario". Forse, ma è molto difficile, oggi, immaginare quale sarà la celebrazione, o la commemorazione del 2057.

Resta da vedere cosa pensano di questa Europa i suoi cittadini, o sudditi che dir si voglia. E non è un bilancio entusiasmante. Secondo un sondaggio promosso dall'ISPI (Istituto di Studi per la Politica Internazionale) e realizzato dall'IPSOS, solo il 7% degli italiani esprime un giudizio "molto positivo" sul ruolo svolto dall'Unione Europea in questi decenni. Mentre il 33% da un giudizio negativo e il 14% "molto negativo". Insieme valgono il 47%, superando di un punto percentuale i giudizi "positivi" (e anch'essi condizionati da una critica al "prevalere degli egoismi nazionali").

E non si deve trascurare che gli italiani che pensano di avere ricavato "più vantaggi" all'interno della Unione Europea sono solo il 24%, mentre quelli che pensano il contrario sono il 32%. Del resto è un dato riconosciuto da tutti gli osservatori che gli "euroscettici" sono in crescita in tutti i paesi europei. E questo per motivi addirittura opposti tra di loro, che però indicano l'esistenza di fratture diverse e più complesse: non solo tra sud e nord (prevalentemente per ragioni economiche e sociali), ma anche tra est e ovest (in particolare sul tema dell'immigrazione).

Dunque se è vero che parlare di un imminente tracollo dell'Unione è sicuramente esagerato, non è affatto fuori luogo parlare sia di crisi dell'idea europea, sia di un grave disagio nel rapporto tra cittadini europei e istituzioni attuali dell'Europa. Il futuro è incerto e, senza una profonda revisione di principi, sono in molti a ritenere che questa Europa non potrà affrontare collettivamente le grandi sfide del futuro del mondo.

Lorenzo Bini Smaghi ha il compito da parte del Sistema massonico mafioso politico di difendere l'Euro, dimenticando che questo ha deindustrializzato il nostro paese e attaccato pesantemente tutta la filiera agroalimentare del Made in Italy, creando disoccupazione e precarizzando il presente e il futuro

È la democrazia che regge la Ue


Le celebrazioni, appena concluse, dei primi 60 anni dell’Unione europea sono state l’ennesima occasione mancata per fare chiarezza sul processo di integrazione – passato e in divenire – del nostro continente. E per contrastare la tentazione, sempre più diffusa, di affrontare in modo semplicistico i problemi relativi all’Europa. Tentazione in cui cascano sovente accademici ed esponenti politici americani, che guardano a questa parte dell’Atlantico con la lente filtrata dalla loro esperienza storica, come se il successo della costruzione europea dipendesse solo dal copiare il modello americano. Tentazione in cui sembra essere cascato anche Luigi Zingales, nell’articolo sul Sole24Ore di domenica scorsa, dal titolo suggestivo “Salviamo l’Europa dagli europeisti”.

La tesi di Zingales è chiara. A suo avviso il problema dell’Europa non sono i movimenti populistici, ma l’establishment tecnocratico, «i cosidetti europeisti che occupano le stanze del potere europeo» che non riconoscono l’incompiutezza del quadro istituzionale europeo, che «impedisce al consenso popolare di esprimersi nelle forme tradizionali». Cosa fare per salvare «l’ideale di un continente dove i popoli diversi possano vivere in pace e prosperità»? La risposta è altrettanto semplice: «Bisogna avere il coraggio di superare i miopi interessi nazionali e provare a disegnare insieme una nuova costituzione, scelta dal popolo e non da tecnocrati illuminati», come fecero gli Stati Uniti con l’assemblea costituente del 1787.

L’analisi si basa su alcune osservazioni, semplici quanto la tesi. Primo, dai sondaggi di opinione emerge che la fiducia nelle istituzioni europee è in calo, a causa della crisi economica (come dimostrerebbe un lavoro dello stesso Zingales, con Guiso e Sapienza). La disaffezione nei confronti dell’Europa sarebbe dovuta all’incapacità di far fronte alla crisi e di completare l’assetto istituzionale europeo. In particolare, «la Bce – creata col solo scopo di contenere l’inflazione – è diventata un’istituzione politica senza mandato, che può sostenere o far cadere i governi nazionali grazie a decisioni tecniche, poco comprensibili ai più». In secondo luogo, «l’Unione europea, pensata come strumento di armonia tra i popoli» si sarebbe trasformata «in una gabbia che aumenta, invece che diminuire, i nazionalismi», come dimostrano le affermazioni di Jeroen Dijsselbloem sui meridionali, che nemmeno Trump si sognerebbe di fare.

Sorprende, nell’analisi e nelle tesi di Zingales, la mancanza di rigore.

Quando si parla di cose serie, non ci si può limitare, come fanno i politicanti, a generiche allusioni. Si può sapere chi sono – nomi e cognomi – i cosidetti «europeisti che occupano le stanze del potere europeo», o i cosidetti «tecnocrati illuminati» che decidono tutto? Le fotografie dello scorso fine settimana a Roma, le firme sui documenti ufficiali, sono dei capi di governo dei 27 Paesi dell’Unione. Sono loro – i vari Merkel, Gentiloni, Rajoy, Tsipras – i tecnocrati illuminati? Tutte le decisioni in Europa vengono prese dal Consiglio dei ministri, cui partecipano i ministri dei governi dei Paesi membri (anche se qualche ministro poi si dimentica di esserci stato). Non sono forse questi ministri legittimati dai rispettivi sistemi democratici? Molte decisioni coinvolgono anche il Parlamento europeo. È forse composto da tecnocrati? La democrazia europea è sicuramente complessa, incompleta. Ma la versione secondo cui l’Europa sarebbe guidata da una tecnocrazia appare ridicola quanto uno slogan elettorale. Sarei anche curioso di sapere in che modo l’Europa «impedisce al consenso popolare di esprimersi nelle forme tradizionali»? Significa forse che non c’è democrazia nei nostri Paesi? O che i trattati europei non sono stati ratificati in modo democratico?

Sarei anche curioso di sapere quali e quanti governi sono stati sostenuti o rovesciati dalla Bce negli ultimi anni, e come mai nessuno, nemmeno nel Parlamento europeo, ne abbia chiesto conto in una delle sue numerose audizioni? Quale evidenza viene avanzata per provare il presunto atteggiamento eversivo dell’istituzione monetaria?

Quanto all’analisi, anche in questo caso manca di rigore. L’auto-citazione di Zingales si riferisce a un paper che usa i sondaggi di opinione (attenti!) di Eurobarometer fino al 2013. Quei dati mostrano in effetti che la crisi economica ha ridotto la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni europee, come la Bce. Si omette però di dire che la fiducia si è ridotta in misura maggiore nei confronti delle istituzioni nazionali, e che nella maggior parte dei Paesi questa è inferiore a quella verso l’Europa. Si omette anche di riportare che l’analisi evidenzia che «i cittadini europei rimproverano la Bce, ma non la moneta unica». In altre parole, forse non sono d’accordo con la politica della Bce, ma non vogliono rimettere in discussione l’euro. Ciò contraddice l’ipotesi secondo cui i comportamenti delle istituzioni europee favorirebbero un atteggiamento anti-europeo.

Quando l’economia va male, i cittadini sono scontenti, e se la prendono con le istituzioni e le politiche che mettono in atto. Non è così anche negli altri Paesi? Non è il sale della democrazia? Negli Stati Uniti la Federal Reserve è soggetta ad attacchi ben più violenti della Bce, basta vedere come il nuovo presidente ha trattato Janet Yellen, oppure le mozioni di vari repubblicani per cambiare lo statuto. Il tema dell’isolamento delle banche centrali («The only game in town», secondo Mohamed A. El-Erian), per mancanza di leadership politica, è generale, non solo europeo.

Infine, il paper di Zingales e altri si basa su dati vecchi e superati. L’ultimo Eurobarometro, del dicembre 2016, mostra una netta ripresa delle opinioni a favore dell’euro e dell’Unione europea dopo il 2013. L’Italia è una eccezione, ma questo è un tema a parte, che meriterebbe una analisi ancor più seria.

Zingales rimane scioccato dalle affermazioni di Dijsselbloem sui meridionali che spendono i soldi in donne e vino. Gli lascio il compito di indovinare quale esponente politico – italiano o straniero – si sia espresso in questi termini: «Senti che puzza scappano anche i cani stanno arrivando i napoletani, son colerosi, terremotati, voi col sapone non vi siete mai lavati». Quanto a Trump, basta googlare «Trump-dirty-mexicans» per aver un bella rappresentazione del linguaggio politico moderno. Tutto ciò non scusa Dijsselbloem, ma fa capire che il problema non è solo europeo.

Ma è sulla soluzione che vale la pena soffermarsi. Si deve fare come in America, una bella costituzione come nel 1787, per «superare gli egoismi nazionali»? Bella idea, in teoria, ma nella pratica? Ricordiamoci che siamo in democrazia. Per fare un nuovo trattato ci vuole il consenso di tutt’e 27 i Paesi. Se qualche Paese è contrario, come è il caso ad esempio per quel che riguarda il controllo dell’immigrazione, che vari Paesi dell’Est non vogliono delegare all’Unione, che si fa? Come si fa a superare i cosidetti egoismi nazionali? Si fa finta di niente? Si impone loro la visione degli altri? Ma non sarebbe proprio questo un atteggiamento da “tecnocrati illuminati”, che mal si riconcilia questo con la democrazia? Forse si può provare con le cooperazioni rafforzate, con un gruppo volenteroso di Paesi? Ma non è proprio quello che hanno sottoscritto i 27 “illuminati” sabato scorso a Roma?

Il problema dell’Europa, che alcuni fanno finta di non capire, è proprio che si basa sulla democrazia, e in democrazia bisogna convincere gli altri. E se non ci si riesce, bisogna continuare a provarci. Questa è la storia dell’Europa degli ultimi 60 anni. A forza di provare, di lavorare insieme, si è creata una unione di pace e di prosperità. Una unione che ha certo delle difficoltà, ma che vuole superarle con la cooperazione, non con la confrontazione tra Paesi. Anche perché, ricordiamolo, la costituzione nata a Filadelfia, che piace tanto, non era poi così perfetta. Non ha impedito una guerra civile pochi decenni dopo, non ha impedito a molti Stati di mantenere la pena di morte, né l’apartheid, non ha impedito le numerose crisi economiche e sociali degli ultimi 200 anni.

Gli europei l’hanno capito. L’hanno capito domenica scorsa nella Saarland e in Bulgaria, dieci giorni fa in Olanda e prima ancora in Spagna e in Austria. Anche grazie a Trump and Co., gli europei hanno capito che in pericolo non è solo l’Europa, ma la democrazia. E che l’Europa è la miglior difesa per le nostre democrazie.

Gli euroimbecilli dopo aver impoverito volutamente tutti gli strati sociali esclusi quelli più ricchi che hanno aumentato le loro ricchezze, dopo aver tolto i diritti sociali, alla normale reazione di rigetto dell’Euro, fanno salti in avanti e strillano sguaiati più Europa. Per convincere i popoli attingono al loro vocabolario vetusto e impoverito arrivano i populisti, la Sovranità Nazionale, Politica, Monetaria e Territoriale è demonizzata accostandola a un ipotetico fascismo, quando invece è la salutare convinzione delle persone che da anima al Movimento degli Stati Identitari che sempre più persuasivo si afferma in tutto il mondo sconvolgendo il Pensiero Unico Politicamente Corretto che regge la dittatura del Globalismo Capitalistico di cui l’Euro è il suo figlio più riuscito

ZINGALES SBAGLIA. IL NAZIONALISMO È LA CAUSA, NON L'EFFETTO DELLA CRISI EUROPEA

ISTITUZIONI ED ECONOMIAPubblicato: 28 Marzo 2017
Scritto da Carmelo PalmaPDF


“I veri nemici dell’Europa non sono i movimenti populisti, ma i cosiddetti europeisti che occupano le stanze del potere europeo”. Potrebbe averlo detto Di Maio o Salvini, ma lo ha scritto domenica sul Sole 24 Ore il professor Luigi Zingales, che non ha interessi di bottega nello scontro sulle presunte colpe di Bruxelles.

“Lungi dall’essere irrazionale – ha aggiunto il prestigioso economista – la rabbia populista è alimentata da un profondo scontento e da un pesante deficit democratico in Europa”. L’Europa è diventata una “gabbia” per “la sordità dell’establishment allo scontento nei confronti dell’Europa”. Anche questa è un’analisi comune con quella delle cosiddette forze anti-sistema, che rivendicano la natura reattiva e difensiva della resistenza contro l’Ue e contro l’usurpazione della libertà e della sovranità politica dei popoli europei da parte di élite democraticamente irresponsabili.

La soluzione che Zingales individua per la democratizzazione dell’Unione è quella dell’elezione a suffragio universale di un’Assemblea costituente per “provare a disegnare insieme una nuova costituzione, scelta dal popolo e non da tecnocrati illuminati”. Qualcosa di analogo a “quell’assemblea” da cui “nacque la costituzione americana ancora oggi in vigore”.

Anche prescindendo dagli aspetti formali - la Convenzione di Filadelfia del 1787 non fu un’assemblea democraticamente rappresentativa del popolo americano, eletta a suffragio universale, ma una sede di negoziazione intergovernativa del nuovo assetto federale degli Stati Uniti – l’errore in cui incorre Zingales è quello di ritenere che il problema politico europeo sia oggi rappresentato da una forte pressione culturale e ideologica per una maggiore integrazione istituzionale e per una più forte partecipazione democratica al processo di integrazione. Invece, il problema è esattamente contrario, cioè quello di una fortissima pressione per la “rinazionalizzazione” della politica europea, in cui anche il principio democratico è invocato funzionalmente al ripristino della sovranità nazionale.

Il nazionalismo è la causa, non l’effetto della crisi europea. I leader che raccolgono il consenso e sobillano la rivolta contro i “nazisti di Bruxelles” non si piegherebbero affatto alle regole votate a grande maggioranza da elettori “stranieri”, proprio perché non riconoscono l’esistenza di un demos, né la legittimità di un potere europeo. Anche quando Zingales addebita la sfiducia nell’Europa ai ritardi nella riparazione dei difetti di fabbrica dell’eurozona inverte le cause con gli effetti.

Il “vuoto istituzionale” in cui “la Bce – creata col solo scopo di contenere l’inflazione – è diventata un’istituzione politica senza mandato” non è un prodotto della negligenza delle istituzioni comuni, ma dell’indisponibilità dei governi nazionali a fare un passo, per piccolo che sia, in direzione federale. Esattamente quel passo che, per stare all’esempio di Zingales, i delegati degli stati americani seppero fare a Filadelfia forzando, anche al di là del proprio mandato, l’assetto confederale.

È inoltre evidente che molti degli addebiti a Bruxelles hanno oggi ragioni – la periferizzazione economica, la vulnerabilità terroristica e militare, la pressione migratoria - lato sensu internazionali, ma niente affatto dipendenti da scelte (o non scelte) europee. Anche in questo caso, il “vuoto di Europa” (ad esempio sul controllo delle frontiere esterne, sulle politiche di difesa e sicurezza, sul sistema di protezione sociale) dipende dallo svuotamento di qualunque potenzialità propriamente politica della dimensione europea e nella riduzione dell’Ue, e in particolare del Consiglio europeo, in una mera camera di compensazione degli interessi nazionali.

Ma sul nazionalismo come malattia originaria del corpo politico europeo, di cui il processo di unificazione avrebbe dovuto rappresentare la cura, si continua per lo più a dare – come fa Zingales – una lettura edulcorata, mentre proprio per questa sindrome recidivante (non “per colpa dell’Europa”) sempre più Stati europei, inconsapevoli del proprio “anacronismo storico” (definizione data da Luigi Einaudi già nel 1947), rischiano oggi di proclamare la secessione dall’Unione come unico e vero diritto democratico dei popoli europei.

La somma di democrazia e nazionalismo non può però che dare un risultato, il fascismo, certo non un passo avanti verso la federazione europea.

Il Circo Mediatico e il suo clero raccontano menzogne

La logica dei media mainstream, la logica di un regime



di Federico Pieraccini

A Mosca 500 persone sfilano contro Putin: tutti i giornali occidentali ne parlano.

A Sana'a centinaia di migliaia di persone manifestano per fermare i disumani bombardamenti Sauditi contro lo Yemen: nessuna menzione da parte di TV o giornali europei o americani.

Giornalisti ed editori dei grandi gruppi editoriali e televisivi non hanno come missione di informare i cittadini, bensì di modellare l'opinione pubblica nella direzione più confacente agli interessi dei proprietari di TV e giornali.

Per questo motivo e per tanti altri, l'editore del corriere o l'inviato della CNN che coscientemente omettono le notizie su Sana'a sono complici del massacro Saudita in Yemen. Nell'era dell'informazione, un giornalista, editore, direttore di Rete/Testata hanno la stessa colpa e responsabilità del pilota di F-
15 Saudita che giornalmente trucida i civili Yemeniti.

Cari giornalisti mainstream o come diavolo volete definirivi (#fakenews) le vostre mani sono sporche di sangue e la vostra coscienza è macchiata per sempre.

Chi, consapevolmente, decide di comportarsi in questa maniera delinquenziale ha molto da spartire con al qaeda e al nusra.

Curiosamente, invece di inseguire i propri fratelli ideologici di daesh che in un battibaleno li decapiterebbero, questi autoproclamati giornalisti preferiscono puntare ad un premio pulitzer per sentirsi meno in colpa e forse meno insanguinati.

Logica da servi aguzzini inconsapevoli(?).

l'opposizione in Russia viene dagli Stati Uniti

Manlio Dinucci - "Navalny, democratico made in Usa"

nella foto Navalny, in basso a sinistra Yale 2010

di Manlio Dinucci - il manifesto, 28 marzo 2017

Un poliziotto sfonda la porta di casa con un ariete portatile, l’altro entra con la pistola spianata e crivella di colpi l’uomo che, svegliato di soprassalto, ha afferrato una mazza da baseball, mentre altri poliziotti puntano le pistole contro un bambino con le mani alzate: scene di ordinaria violenza «legale» negli Stati uniti, documentate una settimana fa con immagini video dal New York Times, che parla di «scia di sangue» provocata da queste «perquisizioni» effettuate da ex militari reclutati nella polizia, con le stesse tecniche dei rastrellamenti in Afghanistan o Iraq. 

Tutto questo non ce lo fanno vedere i nostri grandi media, gli stessi che mettono in prima pagina la polizia russa che arresta Aliexey Navalni a Mosca per manifestazione non autorizzata. Un «affronto ai valori democratici fondamentali», lo definisce il Dipartimento di stato Usa che richiede fermamente il suo immediato rilascio e quello di altri fermati. Anche Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera della Ue, condanna il governo russo perché «impedisce l'esercizio delle libertà fondamentali di espressione, associazione e assemblea pacifica». 

Tutti uniti, dunque, nella nuova campagna lanciata contro la Russia con i toni tipici della guerra fredda, a sostegno del nuovo paladino dei «valori democratici». 

Chi è Aleixey Navalny? Come si legge nel suo profilo ufficiale, è stato formato all’università statunitense di Yale quale «fellow» (membro selezionato) del «Greenberg World Fellows Program», un programma creato nel 2002 per il quale vengono selezionati ogni anno su scala mondiale appena 16 persone con carattertstiche tali da farne dei «leader globali».
Essi fanno parte di una rete di «leader impegnati globalmente per rendere il mondo un posto migliore», composta attualmente da 291 fellows di 87 paesi, l’uno in contatto con l’altro e tutti collegati al centro statunitense di Yale. 

Navalny è allo stesso tempo co-fondatore del movimento «Alternativa democratica», uno dei beneficiari della National Endowment for Democracy (Ned), potente «fondazione privata non-profit» statunitense che con fondi forniti anche dal Congresso finanzia, apertamente o sottobanco, migliaia di organizzazioni non-governative in oltre 90 paesi per «far avanzare la democrazia». 

La Ned, una delle succursali della Cia per le operazioni coperte, è stata ed è particolarmente attiva in Ucraina. Qui ha sostenuto (secondo quanto scrive) «la Rivoluzione di Maidan che ha abbattutto un governo corrotto che impediva la democrazia». Col risultato che, con il putsch di Piazza Maidan, è stato insediato a Kiev un governo ancora più corrotto, il cui carattere democratico è rappresentato dai neonazisti che vi occupano posizioni chiave. 

In Russia, dove sono state proibite le attività delle «organizzazioni non-governative indesiderabili», la Ned non ha per questo cessato la sua campagna contro il governo di Mosca, accusato di condurre una politica estera aggressiva per sottopporre alla sua sfera d’influenza tutti gli stati un tempo facenti parte dell’Urss. Accusa che serve da base alla strategia Usa/Nato contro la Russia. 

La tecnica, ormai consolidata, è quella delle «rivoluzioni arancioni»: far leva su casi veri o inventati di corruzione e su altre cause di malcontento per fomentare una ribellione anti-governativa, così da indebolire lo Stato dall’interno mentre dall’esterno cresce su di esso la pressione militare, politica ed economica. 

In tale quadro si inserisce l’attività di Alexey Navalny, specializzatosi a Yale quale avvocato difensore dei deboli di fronte ai soprusi dei potenti.

Sionismo è nel dna degli ebrei e ne sono consapevoli

La impossibile quadratura del cerchio sionista

Prenotate al The Walled off, l’albergo di Bansky in Cisgiordania (foto)

di Alfredo Tradardi. Torino, 25 marzo 2017

1. Sul sionismo

Dall’introduzione di Sposata a un altro uomo – Per uno Stato laico e democratico nella Palestina storica (di Ghada Karmi[1]), DeriveApprodi 2010. A cura di Diana Carminati e Alfredo Tradardi. Per una scheda del libro vedi www.ism-italia.org/wp-content/uploads/sposata-a-un-altro-uomo-flyer-promozionale-4-pagine.pdf. Il saggio con il titolo Married to Another Man: Israel’s Dilemma in Palestine è stato pubblicato in inglese da Pluto Press nel 2007.

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Dopo il primo congresso sionista del 1897 a Basilea, durante il quale fu avanzata per la prima volta l'idea di costituire uno Stato in Palestina, i rabbini di Vienna inviarono due loro rappresentanti per verificare se il paese fosse adatto a questa impresa. Le due persone sintetizzarono il risultato delle loro esplorazioni in questo telegramma:

La sposa è bella, ma è sposata a un altro uomo.

Con disappunto avevano trovato che la Palestina, sebbene avesse tutti i requisiti per diventare lo Stato ebraico che i sionisti desideravano, non era, come lo scrittore Israel Zangwill ebbe più tardi ad affermare, «Una terra senza un popolo per un popolo senza terra». Una terra già abitata, rivendicata da una popolazione nativa arabo-palestinese della quale era già la madrepatria.
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Quando nel 1897 i sionisti decisero di fondare uno Stato ebraico in Palestina erano consapevoli che vi viveva una popolazione indigena non ebraica. Come creare e mantenere uno Stato per un altro popolo in una terra già abitata? La quadratura del cerchio è stata l’essenza del dilemma di Israele sin dalla sua fondazione e la causa della tragedia palestinese. Non poteva essere altrimenti, perché i sionisti avevano in mente un progetto stravagante e, a prima vista, irrealizzabile: costituire una collettività solo per gli ebrei su un territorio appartenente a un altro popolo che ne sarebbe stato espulso e, nonostante l’opposizione degli indigeni, la nuova creatura sarebbe dovuta durare per l’eternità. Inevitabilmente, un progetto che comporta l’appropriazione di un territorio già abitato da un’altra popolazione, definita etnicamente inaccettabile, può essere attuato soltanto con la forza e la coercizione. Per sperare in un successo di lungo periodo, il nuovo Stato poteva mantenersi in vita solo grazie a una costante superiorità militare e al forte sostegno dell’Occidente. Come corollario, gli arabi dovevano restare deboli e disuniti per opporre una resistenza minima che il potente esercito di Israele, era questo il calcolo, avrebbe facilmente sconfitto.

Questo è, in sostanza, il progetto sionista i cui obiettivi principali vennero realizzati con la fondazione di Israele nel 1948. Un progetto che non è comunque mai riuscito a risolvere il problema dell’«altro». Dilemma che nessuno ha esposto meglio dello storico israeliano Benny Morris in una intervista al quotidiano «Haaretz», l’8 gennaio 2004. In una lucida esposizione del pensiero sionista classico che merita di essere citata per esteso, ne ha messo in evidenza tutti gli elementi principali, l’assurdità stessa del progetto, l’arroganza, il razzismo, la certezza di essere nel giusto e l’ostacolo insormontabile rappresentato dalla popolazione palestinese che rifiuta di andarsene. Le condizioni necessarie alla creazione e alla sopravvivenza dello Stato ebraico avrebbero richiesto l’espulsione della popolazione indigena e la necessità che Israele mantenesse la sua supremazia rispetto all’inevitabile ostilità araba.

Uno Stato ebraico non poteva nascere senza lo sradicamento di 700.000 palestinesi. Perciò era necessario farlo. Non vi era altra scelta che espellere quella popolazione. Se il desiderio di fondare qui uno Stato ebraico è legittimo, non c’era altra scelta […] la necessità di costituire questo Stato in questo posto metteva in secondo piano l’ingiustizia compiuta nei confronti dei palestinesi sradicandoli[2].

Ne segue che la futura sopravvivenza di Israele può rendere necessari altri «trasferimenti» di palestinesi. Morris ritiene che i sionisti abbiano sbagliato a permettere che restasse allora anche un solo palestinese:

Se per gli ebrei la storia finirà male, sarà perché Ben-Gurion, il primo capo del governo israeliano, non ha portato a termine il trasferimento nel 1948; perché ha lasciato, in Cisgiordania, a Gaza e all’interno di Israele, una consistente riserva demografica in crescita […] In altre condizioni, apocalittiche, che probabilmente si realizzeranno tra cinque o dieci anni, ritengo possibili altre espulsioni. Nell’eventualità di una guerra […] le espulsioni sarebbero del tutto plausibili. Potrebbero anche essere indispensabili […] Se la minaccia riguarderà l’esistenza di Israele, le espulsioni saranno giustificate.

Il sionismo ha inevitabilmente provocato l’ostilità delle sue vittime; i profughi palestinesi non si sono mai riconciliati con il progetto sionista e «non possono tollerare l’esistenza dello Stato ebraico». Per questo, il sionismo è riuscito a raggiungere il suo obiettivo soltanto grazie alla superiorità militare. «Non ci sarà pace per la generazione attuale. Non ci sarà nessuna soluzione. Siamo destinati a vivere con la spada in mano». Così prosegue Morris ammettendo anche che il sionismo aveva aspettative irrealistiche:

L’intero progetto sionista è apocalittico. È circondato da vicini ostili e in un certo senso la sua esistenza è contro ragione. Non era ragionevole che riuscisse nel 1881 e non era ragionevole che si affermasse nel 1948 e non è ragionevole che abbia successo oggi. 

In ultima analisi, conclude Morris, il progetto sionista ha di fronte due opzioni: la costante repressione e crudeltà verso gli altri o la fine del sogno. Per i sionisti la seconda opzione è tragicamente impensabile.

Dopo questa intervista, gli israeliani liberali hanno attaccato Morris per le sue opinioni di destra. Doveva invece essere elogiato per l’onestà e il candore con i quali aveva espresso quello che la maggior parte dei sionisti pensano, ma non dicono. Perché riflette le ansie e i sentimenti che assillano il sionismo nel momento in cui lo Stato ebraico compie il settimo decennio di esistenza. Il problema, già previsto dai due rabbini viennesi, era altrettanto chiaro ai primi leader del sionismo. Uno dei più importanti, Vladimir, in seguito Zeev, Jabotinsky[3], lo ha delineato in un articolo del 1923 intitolato «Il Muro di Ferro».

«Qualsiasi popolazione indigena», scriveva a proposito della presumibile reazione degli arabi palestinesi di fronte al progetto sionista, «opporrà resistenza a coloni stranieri, non nutrendo nessuna speranza di scampare al pericolo di una colonizzazione». Un accordo con i palestinesi era dunque impossibile. Jabotinsky ridicolizza i sionisti secondo i quali un accordo è condizione necessaria del sionismo, sostenendo che ciò equivale semplicemente ad abbandonare il progetto. L’alternativa da lui sostenuta per la colonizzazione sionista era quella di ergere «con la protezione di una forza militare, indipendente dalla popolazione locale, un muro di ferro, che i nativi non potessero attraversare». Per muro di ferro intendeva un muro di baionette.
Moshe Dayan, per molti anni capo di Stato maggiore, esprime in modo diverso le stesse idee. In un discorso tenuto nel 1956 in occasione del funerale di un giovane israeliano ucciso vicino al confine egiziano da un arabo «infiltrato», disse[4]:

Non lanciamo oggi accuse agli assassini. Chi siamo noi per contestare il loro odio? Da otto anni vivono nei campi profughi di Gaza e noi, sotto i loro occhi, facciamo della terra e dei villaggi in cui loro e i loro antenati hanno vissuto la nostra patria. Siamo una generazione di coloni e senza l’elmetto e il cannone non possiamo piantare un albero e costruire una casa. Non arretriamo quando vediamo l’odio crescere e riempire la vita di centinaia di migliaia di arabi, che sono intorno a noi. Non distogliamo lo sguardo, affinché la nostra mano non sbagli. Questo è il destino della nostra generazione, la nostra scelta di vita: essere pronti e armati, forti e duri, altrimenti la spada ci sfuggirebbe di mano e la nostra vita avrebbe termine.

Se Dayan fosse stato in grado di prevedere il futuro, avrebbe potuto aggiungere che non solo la sua ma anche le future generazioni di israeliani avrebbero dovuto mantenere la stessa durezza «la loro vita avrebbe avuto termine». Il problema centrale che Israele ha sempre dovuto affrontare è stato, infatti, come contrastare la marea della opposizione alla sua esistenza. Gli arabi lo considerano, inevitabilmente, un corpo estraneo inserito nel cuore della loro regione. Lo rigettano come il corpo rigetta un organo trapiantato. I medici, in casi simili, si battono per eliminare il rigetto al fine di salvare la vita del paziente e questo nobile scopo è generalmente invocato per giustificare gli sforzi dei sanitari e le spese necessarie per raggiungerlo. Il sionismo presenta la propria lotta in termini analoghi: conseguire un fine non meno nobile, quello di mantenere in vita uno Stato ebraico, l’unica soluzione alla lunghissima persecuzione degli ebrei. Per un progetto considerato senza alcun dubbio morale, diventano tollerabili, mano a mano che va avanti, misure solitamente giudicate inaccettabili, in quanto mezzi per un fine da tutti condiviso. Questo è l’elemento che fa del sionismo una ideologia pericolosa. La convinzione della giustezza che lo ispira ha conquistato molti ebrei e anche un numero significativo di non ebrei nell’Occidente progressista. Poco dopo aver reso pubblica la sua famosa dichiarazione, Arthur Balfour, il ministro degli Esteri inglese, definì il sionismo in questi termini:

Il sionismo, giusto o sbagliato, buono o cattivo che sia, è radicato in tradizioni risalenti a tempi lontani, in azioni odierne, in speranze future, di rilevanza assai più cospicua dei desideri e dei pregiudizi dei 700.000 arabi che adesso abitano quella terra antica.

Era il 1917. Nei tre decenni successivi, l’Olocausto nazista ha portato a termine il compito di convincere i fautori occidentali del sionismo che un rifugio per gli ebrei perseguitati fosse indispensabile. E da allora in Occidente pochi sono stati seriamente in disaccordo con questo progetto legato in modo inestricabile alla comune convinzione che la Palestina fosse la giusta e necessaria casa degli ebrei. Una opinione situata in profondità nel cuore e nella mente di quasi tutti gli ebrei, per quanto progressisti, e della maggioranza dei non ebrei in Occidente. Mettere in dubbio questa nozione, sostenere che gli ebrei, o qualsiasi altro gruppo straniero, non avevano alcun diritto alla Palestina come Stato e che non c’era ragione per l’espropriazione della popolazione locale, quali che fossero state le loro sofferenze, equivale a un sacrilegio. La campagna che equipara le critiche rivolte a Israele all’antisemitismo, promossa dai sionisti e oggi vigorosamente messa in atto, ha aggravato la situazione. Se si aggiunge che un nesso tra gli ebrei e la Terra Santa era già nella mente dei cristiani occidentali, praticanti o meno, la causa di Israele diventa inattaccabile.

Per i palestinesi, principali vittime dell’impresa, è un compito immenso affrontare questa miscela di diffusi luoghi comuni, di psicologia, di emozioni e di credenze radicate. La loro causa è stata sussunta nella narrazione israeliana dominante, in modo così efficace che neppure ci si aspetta che facciano domande o che oppongano resistenza. Si dà per scontato che i palestinesi e il resto del mondo arabo condividano l’opinione che Israele è un progetto morale e non ne critichino la nascita. L’ostilità manifestata dagli arabi nei suoi confronti appare, quindi, misteriosa o malevola e, soltanto dall’inizio della seconda Intifada, nel 2000, quando si è resa manifesta tutta la brutalità dell’occupazione israeliana, si è ritenuto legittimo che i palestinesi potessero fare qualche obiezione. Tuttavia, queste obiezioni sono rigorosamente limitate da un implicito consenso su quello a cui i palestinesi possono legittimamente sperare: un allentamento dell’occupazione da parte di Israele e la costituzione alla fine di una sorta di Stato palestinese nei territori del dopo ’67; il massimo a cui i palestinesi possono aspirare secondo una equazione, dalla quale è del tutto esclusa qualsiasi rivendicazione sulla terra perduta prima di quell’anno, come se non non esistesse una storia palestinese precedente e come se Israele avesse sempre fatto parte del paesaggio.

A prima vista, un tale scenario può anche essere convincente, persino confortante, per Israele e l’Occidente. I palestinesi cancellino il loro passato e le loro rivendicazioni e si accontentino di una piccola parte della patria originaria, i profughi attualmente ospitati in vari paesi rinuncino, altruisticamente e unilateralmente, alle loro speranze di rimpatrio. Questo può pensarlo solo chi non abbia a cuore i sentimenti e le reazioni della popolazione in mezzo alla quale lo Stato di Israele è sorto. Questo pensiero colonialista e razzista permea la Dichiarazione Balfour che ha messo in moto il processo. L’idea che un popolo straniero possa installarsi nel paese di un altro senza che la popolazione nativa ne sia messa al corrente o ne dia il permesso sarebbe oggi considerata scandalosa. Ma informa tuttora l’approccio occidentale verso gli arabi. Sotto il peso di questa opinione pervasiva molti arabi hanno cominciato a dubitare e a pensare che il rifiuto di Israele sia in qualche modo scortese e crudele.

Oggi che Israele esiste come nazione da più di sessanta anni, grazie alla superiorità militare e al costante sostegno occidentale, è chiaramente percepibile un cambiamento nella posizione degli arabi nei confronti di Israele. Rispetto al tempo di Nasser, Presidente dell’Egitto sino al 1970, e all’epoca in cui gli Stati arabi rifiutavano di riconoscere o di trattare con Israele, le cose sono cambiate in modo significativo. Esistono piani di pace in cui Israele è riconosciuto e pienamente accettato come una parte normale della regione, l’ultimo dei quali è il piano di pace dell’Arabia Saudita del 2002. La normalizzazione delle relazioni con Israele procede contemporaneamente a livello formale e informale. Una cosa assolutamente straordinaria rispetto a quello che viene richiesto agli arabi: accogliere un popolo straniero che ritaglia per sé uno Stato in terra araba, per di più con l’aiuto dell’Occidente, del tutto insensibile agli effetti dell’operazione sui residenti. E, per di più, agli arabi viene chiesto di non mettere in dubbio il principio fondamentale: che in Palestina deve esserci «di diritto» uno Stato ebraico. Questo imperativo ebraico-occidentale deve servire a giustificare agli occhi degli «arabi» ogni eccesso e ogni abuso compiuto da Israele nei loro confronti negli ultimi sette decenni. Il fatto che nonostante questa mostruosa imposizione gli arabi abbiano permesso al progetto sionista di mettere radici, potrebbe suggerire a molti che in definitiva abbia avuto successo.

Ma lo è davvero? I palestinesi sono ancora lì, sia pure in una situazione di grave pregiudizio, in un territorio spezzettato, occupati e oppressi, ma comunque ci sono, fisicamente e politicamente, di fatto ancora più di prima. Decenni di sforzi israeliani per distruggerli e risolvere il problema sionista originario non sono serviti. Costituiscono ancora un ostacolo al sionismo, ostacolo che rifiuta di scomparire. Manca ancora un accordo di pace che ponga fine al conflitto; la supremazia di Israele in armamenti e tecnologie e i suoi potenti e zelanti amici e sostenitori non gli hanno procurato una esistenza normale e pacifica. Lo Stato ebraico non ha niente da offrire agli ebrei in cerca di un rifugio. È più pericoloso e instabile di qualsiasi altro posto dove gli ebrei ora risiedono, costantemente minacciato e incerto circa un futuro di lungo periodo. Alzare barricate contro il «terrorismo» e la «minaccia demografica» araba non può arginare per sempre la marea; ma averlo tentato ha fatto di Israele uno Stato poco meno che fascista, imbarazzante per i suoi sostenitori e poco amato da quasi tutti gli altri. Man mano che gli abitanti di Israele elaborano una nuova identità «israeliana», perdono sempre più il collegamento con gli ebrei dell’esterno, per i quali molti di loro sono già degli alieni4.

L’immigrazione in Israele diventa sempre più difficile con l’esaurirsi delle fonti di ebrei «adatti». Il disperato tentativo di evitare l’inevitabile è evidente nella caccia agli «ebrei», molti dei quali convertiti, in Africa, Perù, India e da altre parti5, e nella quantità di immigrati non ebrei ammessi in Israele come se lo fossero; si dice, ad esempio, che migliaia di immigrati sovietici siano cristiani.

I danni, i trasferimenti e le sofferenze che palestinesi e arabi della regione sono stati costretti a sopportare perché l’esperimento sionista avesse successo – come soluzione del problema della persecuzione ebraica in Europa – sono del tutto sproporzionati rispetto a quanto possa essere ragionevolmente richiesto a un qualsiasi gruppo umano. Il periodo più negativo per gli arabi è stato la prima metà del XX secolo, quando il sionismo metteva radici, perché sono passati quasi subito dalla lunga dominazione ottomana a quella delle potenze occidentali. Per questo erano particolarmente male attrezzati per difendersi con efficacia dall’intrusione sionista. Sotto molti aspetti e in una misura non trascurabile, restano in questa condizione a causa della presenza di Israele tra loro. Il conflitto che ne è derivato era inevitabile e del tutto prevedibile. Sinora, tutti i tentativi di risolverlo sono falliti.

In questo saggio si sostiene che la causa principale di tale fallimento è l’imperativo sionista di creare e mantenere una maggioranza ebraica in un paese abitato da non ebrei. L’adesione ossessiva a questo imperativo ha portato a varie iniziative israeliane, tutte miranti a ridurre al minimo la presenza palestinese nel paese e a garantire che non si riproducesse. Sono stati predisposti diversi piani nei quali le espulsioni, come accadde nel 1948 e nel 1967, andavano di pari passo con la divisione della terra, pesantemente a favore di Israele. Compito difficile in un paese delle dimensioni del Galles, le cui risorse naturali sono sparse un po’ dappertutto. Il tentativo di distribuire queste ultime in base a una partizione iniqua in un territorio frammentato si è rivelato difficile e impraticabile se non attraverso un vero e proprio furto. Sinora non si è trovata nessuna formula capace di soddisfare le richieste di Israele e di assicurare l’acquiescenza dei palestinesi.

Né ve ne sarà mai una, poiché le proposte di «pace» sono tutte vanificate dall’ingiustizia e da una sperequazione macroscopica. Accordi del genere possono essere imposti dalla parte più forte a quella più debole e possono reggere per qualche tempo, ma non possono durare. Una soluzione duratura deve affrontare la questione della giustizia e questo significa offrire ai palestinesi così umiliati nel conflitto – quelli all’interno e quelli all’esterno della Palestina - una vita futura nella loro patria con garanzie di dignità e di uguaglianza. In quanto palestinese dell’«esterno» considero fondamentale il problema della giustizia.

La soluzione due-Stati è stata pubblicizzata per anni come la risposta al problema anche da molti palestinesi, per loro interessi. Ma come può essere giusto per i nativi della Palestina, la maggior parte dei quali sono stati trasferiti in campi profughi o in paesi stranieri, che il loro paese sia spezzettato in maniera ineguale, con l’occupante che fa la parte del leone? Perché ci si aspettava che accettassero soluzioni nelle quali la realtà della loro situazione non era tenuta in alcun conto? È chiaro che se si fosse realizzata la soluzione due-Stati come era stata proposta, la maggioranza dei palestinesi che vivono nella diaspora ne sarebbe stata esclusa. Che ne sarebbe stato di loro? Per risolvere il problema, Israele e i suoi alleati occidentali hanno presentato un guazzabuglio di proposte - il rimpatrio per alcuni, l’emigrazione per altri, la compensazione per altri ancora - soluzioni pasticciate che possono solo causare ulteriori trasferimenti e ulteriori sofferenze aggravando l’ingiustizia iniziale. Non c’è accordo di pace che possa durare in queste condizioni.

Giustizia vuole che anche la comunità ebraica israeliana, che ora si trova in quella nuova patria, abbia a sua volta diritto alla dignità e all’uguaglianza a prescindere da come c’è arrivata. La sola soluzione capace di realizzare i due imperativi è quella di uno Stato unico in una terra indivisa dove entrambi i popoli possano vivere insieme. Non c’è un altro modo sensato di conciliare le loro esigenze e se Israele non avesse perseguito, in modo distruttivo e assurdo, la creazione di uno Stato etnico per soli ebrei, la soluzione dello Stato unico sarebbe stata attuata da tempo.

Non esiste, per quanto riguarda questo terribile conflitto, un modo ideale di procedere. Un problema complesso come quello di Israele, perpetuato da interessi esogeni e da una irriducibile ideologia di Stato, non può essere risolto se restano immutati i parametri di riferimento. Ma se si vuole porre fine all’acuta crisi in Medio Oriente occorre trovare una via d’uscita.

[1] Ghada Karmi, palestinese, è una profuga del 1948, rifugiata prima in Libano e poi in Inghilterra. Medico, scrittrice e docente universitaria, scrive spesso sul «The Guardian», su «The Nation» e sul «The Journal of Palestinian Studies». Ha insegnato all’Istituto di Studi Arabi e Islamici dell’Università di Exeter. Oltre a Sposata a un altro uomo, ha scritto due testi autobiografici, Alla ricerca di Fatima – Una storia palestinese, Atmoshere Libri, 2013 e Return: A Palestinian memoire, Versobooks, 2015.
[2] Haaretz20040109 Survival of the Fittest? An Interview with Benny Morris By Ari Shavit, www.haaretz.com/survival-of-the-fittest-1.61345.
[3] Z. Jabotinsky, Writings On the Road to Jerusalem, Ari Jabotinsky, Jerusalem 1959.
[4] M. Dayan, Milestones. An Autobiography (in ebraico), Edanim Publishers, Jerusalem 1976, citato in A. Shlaim, The Iron Wall,p. 101.

I stolti del Circo Mediatico e intellettualoidi vari dimenticano che le cambiali erano una moneta fiduciaria. La moneta fiscale è simile e potrebbe accompagnare l'uscita dall'Euro con meno traumi possibili, e spenderla per investimenti, per aumentare redditi, per creare lavoro

M5S: no all'uscita dall'euro, ma 'moneta fiscale' anti austerità

La proposta è contenuta nel secondo dei dieci punti del programma esteri, presentato sul blog di Grillo. Alla fine sarà votato sulla piattaforma Rousseau

Ultimo aggiornamento: 27 marzo 2017

Beppe Grillo tra Luigi Di Maio e Roberto Fico (Imagoeconomica)
3 min

Roma, 27 marzo 2017 - No all'uscita unilaterale dell'euro che avrebbe costi politici troppo alti, comporterebbe una rottura dei trattati e una manovra aggressiva verso gli altri paesi europei. Il Movimento 5 Stelle cambia idea e ora punta su a una nuova strada: l'introduzione della 'moneta fiscale' e la possibilità di promuovere un'alleanza con i Paesi del Mediterraneo allargato per superare definitivamente le politiche di rigore imposte dall'Unione Europea. La proposta è contenuta nel secondo dei dieci punti del programma esteri del M5S, quello del No all'austerità, che viene esposto oggi sul blog di Beppe Grillo a cura di Gennaro Zezza, docente dell'Università degli Studi di Cassino, in vista della votazione on line su Rousseau "con la quale gli iscritti decideranno le priorità del programma".

Per il cattedratico, infatti, esistono alternative all'addio alla moneta unica: una di queste è "la reintroduzione in Italia di quella che possiamo chiamare una 'moneta fiscale', una moneta che non è moneta legale e quindi non va a violare i nostri trattati, ma che possa restituire al governo la capacità di effettuare un piano di investimenti e per sostenere il reddito dei cittadini, insomma un piano di rilancio". 

"Un governo che metta in campo questa soluzione e si coordini con i Paesi nostri vicini perché mettano in campo soluzioni analoghe, può portare una fase di transizione in cui non si vanno ad aggredire gli interessi dei Paesi i nostri creditori, che sono stati salvaguardati dal comportamento della Banca Centrale Europea e della Commissione Europea - afferma ancora Zezza sul blog -. L'introduzione di monete fiscali in tutti i Paesi della zona euro, e soprattutto nei paesi della periferia sud, consentirebbe inoltre un cambio radicale di rotta, e cioè la fine della preoccupazione per l'austerità e per i vincoli fiscali sulle manovre del governo, e invece la capacità rinnovata di avere un piano di rilancio e di stabilizzazione di tutta l'area del Mediterraneo".

La proposta arriva a quattro giorni dalla presentazione alla stampa estera del Libro a 5 stelle dei cittadini per l’Europa, durante la quale Luigi Di Maioha ribadito l’intenzione del Movimento di istituire, una volta al governo, con una legge costituzionale, il referendum consultivo sull’euro.