Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 19 settembre 2018

Siria - Idlib - gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare, producono e vogliono solo morte e distruzioni


Siria – La provocazione israeliana causa la morte di militari russi – La vendetta di Mosca sarà politica

Markus 18 settembre 2018 , 19:44 

MOON OF ALABAMA

Ieri, la Turchia e la Russia hanno raggiunto un’intesa per una ulteriore de-escalation nella provincia di Idlib, in Siria, (vedere gli aggiornamenti qui). Questo accordo azzera la possibilità di un imminente e più ampio scontro, in cui gli Stati Uniti e i loro alleati avrebbero usato il pretesto di un finto attacco chimico per un lancio di missili contro obbiettivi governativi e postazioni militari siriane.

Una risoluzione pacifica della situazione ad Idlib non soddisfa Israele. Una vittoria siriana nei confronti del nemico jihadista all’interno della nazione permetterebbe alla Siria e ai suoi alleati di concentrare le loro forze contro Israele. Israele vuole il governo siriano distrutto e il paese nel caos.

Domenica 16 settembre, Israele aveva tentato di colpire un Boeing 747 (cargo) iraniano all’aereoporto di Damasco. L’aereo avrebbe trasportato una copia iraniana del sistema di difesa antiareo russo ad ampio raggio S-300, destinata all’esercito siriano.

Lunedi, intorno alle 22:00 locali, 4 caccia F-16 dell’aviazione israeliana provenienti dal mare avevano lanciato missili contro tre bersagli situati lungo la costa siriana. L’attacco aveva avuto luogo solo qualche ora dopo il rilascio, da parte di Israele, di immagini satellitari di quelli che venivano definiti “bersagli strategici” in Siria. La difesa antiaerea integrata russo-siriana aveva risposto.

L’aviazione israeliana aveva avvertito le forze russe in Siria solo un minuto prima dell’attacco. Un IL-20 russo attrezzato per le contromisure elettroniche (linea rossa) stava preparandosi ad atterrare all’aereoporto russo che si trova nei pressi di Latakia, proprio quando era avvenuto l’attacco israeliano (blu).


L’IL-20 è stato colpito a 35 km. al largo della costa da un missile antiareo S-200 lanciato dall’esercito siriano contro gli attaccanti israeliani. A bordo del velivolo c’erano 15 militari russi e, molto probabilmente, sono tutti morti. Navi russe sono alla ricerca di eventuali superstiti. Rottami dell’aereo sono stati trovati in mare 27 km. ad ovest del villaggio di Banias.


L’attacco israeliano proveniva dalla stessa direzione dell’IL-20 russo. Il grosso turboelica ha un’ impronta radar molto più marcata di quella dei minuscoli caccia F-16. I missili S-200 sono dotati di testate a guida radar semi-attiva. Sono dei rilevatori passivi di segnali radar che provengono da una sorgente esterna, in questo caso i radar russi e siriani sul terreno. Il missile era stato lanciato contro un F-16, ma la sua testata ha probabilmente identificato come bersaglio la più intensa riflessione radar dell’IL-20

Nello stesso momento dell’attacco israeliano, una fregata russa (rossa) sottocosta rilevava lanci di missili da parte della fregata francese Auvergne (blu) presente nelle vicinanze. La fregata francese dispone di missili antiarei, antinave e per bersagli terrestri. La Francia ha negato “ogni coinvolgimento nell’incidente.” Sembra però che si riferisse all’abbattimento dell’IL-20 e non abbia negato il lancio dei missili.

Secondo Haaretz c’era dell’altro:

Non solo c’erano in aria missili ed aerei russi, francesi e (probabilmente) israeliani. I radar civili avevano anche rilevato velivoli dell’aviazione inglese che, insolitamente, avevano acceso i loro transponder e si erano posizionati in un circuito di attesa, probabilmente per evitare, in qualche modo, di ritrovarsi coinvolti nello scambio di colpi sopra Latakia.

Il Ministero della Difesa Russo accusa il governo israeliano di aver architettato deliberatamente la cosa:

“Israele non ha avvisato dell’operazione pianificata il comando delle truppe russe in Siria. Abbiamo avuto una notifica su una linea di emergenza meno di un minuto prima dell’attacco, cosa che non ha permesso di reindirizzare l’aereo russo verso una zona sicura,” ha detto il portavoce del Ministero della Difesa Russo, il Maggiore Generale Igor Konashenkov.

Dopo l’attacco israeliano, la TV di stato siriana ha mostrato il quartier generale della Technical Industries Agency, presso Latakia, in fiamme. Gli altri obbiettivi colpiti si trovano presso Jableh, a sud di Latakia, e ad Homs. Almeno dieci persone sono rimaste ferite in questi attacchi.

Il portavoce dell’esercito russo ha anche accusato Israele di “azioni ostili” nei confronti delle forze russe:

“Noi consideriamo queste azioni provocatorie di Israele come ostili”, ha detto Konashenkov, aggiungendo che 15 militari russi erano morti a causa delle “irresponsabili azioni” delle forze di difesa israeliane, che avevano violato “lo spirito della collaborazione russo-israeliana.”

Secondo il portavoce, il Ministero della Difesa Russo si riserva il diritto di dare una “risposta adeguata” all’attacco israeliano.

Israele (e la Francia?) sta deliberatamente provocando le forze russe e siriane. Spera in una risposta che gli permetta di fare la vittima e chiedere così aiuto e protezione al presidente americano Trump. Il sostegno arriverebbe sotto forma di un attacco statunitense, inglese e francese contro strutture governative e bersagli militari siriani.

La Russia si vendicherà sicuramente dell’attacco israeliano, ma, probabilmente, lo farà nell’arena politica. Su richiesta personale di Netanyahu la Russia aveva bloccato la consegna all’esercito siriano dei sistemi originali di difesa antiarea a lungo raggio S-300. E’ molto improbabile che questi avrebbero colpito il bersaglio sbagliato. Come conseguenza (di questa mancata consegna) un 747 iraniano è stato danneggiato e 15 militari russi sono stati uccisi. Netanyahu, altri ‘favori’ del genere da parte di Mosca se li può scordare.

Moon of Alabama

18.09.2018
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Diego Fusaro - Le relazioni sentimentali sono sostituite da “prestazioni occasionali” e dal “consumismo erotico”.

DIEGO FUSARO: PER L’AMORE E LA FAMIGLIA

Maurizio Blondet 18 settembre 2018 



Diego Fusaro e Il nuovo ordine erotico: elogio della famiglia, attacco alla “gendercrazia”, alla femminilizzazione dell’uomo e al pansessualismo voluto dal capitale
di Davide Turrini
Frammenti di un discorso amoroso all’epoca dell’individuo genderizzato, del plusgodimento, e del turbocapitalismo. Diego Fusaro aggiunge un ulteriore tassello alla lunga ed ampollosa esposizione del suo pensiero filosofico ne Il nuovo ordine erotico (Rizzoli). Con un sottotitolo – Elogio dell’amore e della famiglia – che promette scintille nel dibattito sull’etica contemporanea. Perché, diciamolo subito, a fare le spese di questo elogio del nucleo familiare come “sintesi dell’eros” è l’impianto culturale LGBT. Dialettica hegeliana esposta per 417 pagine; tesi, antitesi, sintesi attorno ad un assunto di base: tutto è divenuto merce, anche l’amore.
Il capitale ci signoreggia, ormai, nel tempo libero e nella malattia, nei sogni e nella veglia, nel divertimento e nel lutto, nella fantasia e nel raziocinio. Anche la dimensione dell’amore ne è stata conquistata”, spiega Fusaro sottolineando la creazione di un “nuovo ordine amoroso” che “per sua essenza, si pone come il raddoppiamento delle dinamiche della produzione e della circolazione delle merci”.

Non c’è nulla da fare. Lo spartiacque storico è il 1989, momento oltre il quale “il campo amoroso tende a essere disarticolato e ridefinito secondo i parametri specifici di quello economico” con la creazione di un “osceno modello unico” che “disciplina e mortifica insieme, nella misura in cui considera e tratta in maniera analoga, quasi fossero una identica realtà, scuole e aziende, ospedali e banche, investimenti finanziari e vite umane, progetti d’impresa e sogni di libertà, operazioni di Borsa e questioni sentimentali”. Consumi e costumi diventano sinonimi. Le relazioni sentimentali sono sostituite da “prestazioni occasionali” e dal “consumismo erotico”.
L’atto sessuale si fa identico all’atto del consumo. Il capitale, anzi il turbocapitalismo fusariano, non si ferma ideologicamente e concretamente di fronte a nulla. E per agire si è insinuato oltre il suo campo settoriale prima di tutto “distruggendo istanze comunitarie”, ovvero quello spazio sociale collettivamente inteso che si è costruito nel tempo, come baluardo anticapitalista, partendo dalla famiglia come “cellula etica originaria” e arrivando a sciogliere più solidi “vincoli di comunità”.
[….]
Insomma l’amore come principio di verità e di senso duale che si scontra oggi con l’ “individuo monadico e astratto, isolato e senza legami”. Per riconoscere meglio la verità duale dell’eros, a sua volta “tensione duale donativa non permeata dalla logica dell’utile”, c’è perfino la citazione cinematografica d’antan del personaggio interpretato da Richard Gere in Pretty woman che soprassiede alla “rapacità individualistica” che rappresenta nel film e si dà “alla gratuità del nesso amoroso”. Ad ogni modo costruita questa base assiomatica, si vince facile gettandosi frontalmente contro l’universo mondo della flessibilità e del precariato lavorativo attuale (“capitalismo assoluto” a differenza del “capitalismo dialettico” dei primi del Novecento). Scontro roboante che Fusaro amplifica nei suoi neologismi altisonanti meritevoli sempre di un’occhiatina come “il pansessualismo liberalizzato e consumista per atomi gaudenti, gender fluid e senza legami a lungo termine del capitalismo assoluto”.

[….]
la seconda parte del saggio di Fusaro diventa un vero e proprio j’accuse ai cascami culturali e legislativi di quella che il filosofo definisce la “gendercrazia” e della trasformazione dell’individuo in un “neutro indifferenziato”. “Secondo l’ortopedizzazione variamente proposta dai gender studies e dai pedagoghi dell’eroticamente corretto – scrive Fusaro – la società deve essere sessualmente neutra e unisex e, al tempo stesso, ipersessualizzata: neutra, giacché deve essere annullata la differenza tra il maschile e il femminile, a beneficio del soggetto unisex che si autodetermina secondo il proprio desiderio individualizzato di matrice panconsumistica; ipersessualizzata, perché la desacralizzazione del sesso e il suo affrancamento dalla vita etica familiare e dalla sua funzione procreativa lo inseriscono nei circuiti del plusgodimento”.
Insomma l’uomo “bionico postumano” cade nella trappola strutturata a priori dal capitale (“la Destra finanziaria del Denaro” alleata alla “Sinistra culturale del Costume”). Da un lato nell’uomo sarebbe stato inculcato il desiderio di “femminilizzazione” (“si depila completamente e fa uso di cosmetici, si reca dal parrucchiere e non più dal barbiere: a livello spesso inconscio, è animato dal desiderio dell’annullamento di ogni traccia rivelativa della sua mascolinità, vissuta come una colpa”); dall’altro l’attuale “individualismo femminista” vedrebbe la donna smarcarsi dal ruolo di madre per diventare un “atomo unisex imprenditore”. Con il risultato che sul piano dei costumi “la società dell’integralismo economico senza frontiere si deve strutturalmente fondare (…) sul fuorviante presupposto in accordo con il quale i due sessi sarebbero costituiti su misura per il medesimo lavoro flessibile, precario e reificato e sarebbero altresì portatori dei medesimi desideri consumistici indistinti”.
Dati questi presupposti gioco facile sparare a zero sui progressi emancipatori dell’odierno mondo LGBT. “Contrabbandando come diritti quelli che, in verità, sono desideri privati coerenti con la creazione antropologica dell’homo consumens, l’ideologia gender affida all’individuo la scelta dell’identità sessuale – afferma Fusaro – promette emancipazione e, in realtà, produce smarrimento, spaesamento, perdita dell’identità e sempre più intensa subordinazione dell’umano all’economico. Il genderismo dissolve il limite naturale custodito nella differenza sessuale e, in modo sinergico, esalta la scelta individualizzata del panconsumatore liberal-libertario che non conosce limiti, né misura”. Ne fanno così le spese scelte concrete dell’agire politico italiano contemporaneo come la maternità surrogata che altri non è, secondo il filosofo torinese, che l’utero in affitto.
(“L’ipocrisia del pensiero unico e l’astuzia della neolingua hanno scelto di chiamarla, con discrezione, «maternità surrogata» nel tentativo di occultare la mercificazione dell’umano – del corpo della donna e del nascituro ridotto ad articolo di commercio – come essenza di questa e di simili pratiche salutate come emancipative e progressiste”); Sex and the City come esempio di dissoluzione della famiglia contemporanea; e il supremo valore “riproduttivo” dell’eterosessualità rispetto alle “eccezioni” altre. Lasciamo quindi alle parole di Fusaro ogni spazio (im)possibile di senso politico: “Dall’esistenza dell’eterosessualità dipende il perpetuarsi della razza umana ed è in vista di questo fine che si spiega l’esistenza degli organi sessuali. Che, poi, possano essere utilizzati con piena legittimità per fini altri rispetto alla riproduzione avvalora quanto già si è sostenuto: ossia il fatto che gli orientamenti differenti rispetto all’eterosessualità esistono con piena naturalezza e debbono essere trattati come eccezioni degne del massimo rispetto sotto ogni profilo, senza che, tuttavia, ciò conduca in modo del tutto fuorviante a sostenere che l’eterosessualità sia anch’esso un orientamento tra i tanti”.

Fulvio Scaglione - maggio 2019 elezioni europee - l'Euroimbecillità va battuta poggia su una architettura dell'Europa in cui mancano pezzi e dove ci sono sono contrari agli interessi dei popoli

No, Steve Bannon non è l’uomo nero. Ma vincerà facile, contro l’Europa degli happy hour

È vero, l’ex stratega della campagna elettorale di Trump vuole condizionare la politica mondiale (e perfino quella della Chiesa). Ma il suo movimento è molto meno ricco e potente di altri movimenti pro-establishment. E se l’Occidente vira a destra è inutile gridare “al lupo al lupo”


Michal Cizek / AFP

18 Settembre 2018 - 05:58

«Finisci la minestra, sennò chiamo Steve Bannon!». Non ci siamo ancora ma da qui a maggio 2019, mese delle rose, del culto mariano e delle cruciali elezioni europee, c’è il tempo sufficiente a trasformare lo spin doctordella campagna elettorale di Donald Trump, rapidamente epurato una volta raggiunta la Casa Bianca, nel re di tutti i babau, nell’uomo nero più nero che c’è. Certo, l’idea di arruolarlo ai vertici dell’Istituto “Dignitatis Humanae”, fondato nel 2008 e operante da Roma dal 2011, e di fargli corsi di formazione per una classe dirigente cattolica orientata “a destra”, è un tocco da maestro nella costruzione del mito. Il consiglio consultivo del prestigioso Istituto è presieduto da sua eminenza Raymond Leo Burke, considerato uno dei cardinali più conservatori della Chiesa cattolica e in ogni caso uno degli autori (con gli altri cardinali Caffarra, Brandmueller e Meisner) dei Dubia fortemente critici, alle soglie dell’obiezione di coscienza, nei confronti dell’Esortazione apostolica “Amoris Laetitia” in cui papa Francesco apriva alla comunione per i divorziati risposati. Più che sufficiente, in un mondo che l’idea sul Vaticano e sulla Chiesa se la fa attraverso i romanzi di Dan Brown, per disperdere un sulfureo aroma di diavolo immerso nell’acqua santa, evocare congiurati in tonaca e piani segreti per mutare le sorti del cattolicesimo, e infine trascurare il piccolo fatto che la Chiesa è abituata a deglutire e digerire personaggi (tra i quali molti Papi) ai quali dieci Bannon non farebbero il solletico.

Ma non importa, non stiamo a sottilizzare. Bannon, come si sa, si sta trasferendo nella vecchia Europa con il fiero proposito di consegnarla alle destre populiste. Ha incontrato Salvini, ha visto l’ex protagonista della Brexit Nigel Farage, è in contatto con Marine Le Pen, s’intende bene con Orban e la sua idea di Ungheria, ha spalancato le braccia a Mischael Mondrikamen del Partito popolare del Belgio, va d’accordo con Filip Dewinter dei nazionalisti fiamminghi, adora Jimmi Akesson dei Democratici svedesi. Tutti prima o poi da infilare in The Movement, la “cosa” inventata da Bannon che punta a federare i diversi movimenti europei e a dar loro una base organizzativa comune.

Sia detto senza ironia o spregio: The Movement somiglia un po’, nella filosofia, ad Al Qaeda. Che in arabo vuol dire “la base” e che Osama bin Laden aveva concepito proprio come un hub che distribuisse principi e direttive a gruppi poi capaci di colpire in autonomia. Bannon ha sempre detto di essere sconcertato dal fatto che così tanti partiti e movimenti che, in Europa, condividono idee simili o assimilabili non abbiano mai provato a unire gli sforzi. E di essere soprattutto stupito per i risultati che in alcuni Paesi sono stati ottenuti (nel Regno Unito con la Brexit, in Italia con il successo della Lega Nord) con investimenti ridotti. E si è detto: chissà dove arriverebbero, questi signori della destra nazionalista e populista, se avessero qualcuno che gli dà i sondaggi giusti, distribuisce le parole d’ordine, li aiuta a spendere meglio fondi più abbondanti. E giù con l’obiettivo: un bel 30% di parlamentari nazionalisti e populisti nel prossimo Parlamento europeo, così da condizionare la vita politica dell’intera Unione. Altro che uomo nero…

Si è detto che The Movement vuol essere l’alternativa alla Open Society di George Soros. Ed è proprio qui che il film “Bannon distrugge l’Europa” comincia a incepparsi. Perché se Bannon è la destra e Soros la sinistra, allora bisogna dire che la sinistra è molto, molto più ricca. La Open Society ha un budget superiore al miliardo di dollari per il solo 2018. Chi glielo dà un miliardo di dollari, per cominciare le attività, a Bannon? Trump? Putin? Babbo Natale?

Si è anche detto che The Movement vuol essere l’alternativa alla Open Society di George Soros. Ed è proprio qui che il film “Bannon distrugge l’Europa” comincia a incepparsi. Perché se Bannon è la destra e Soros la sinistra, allora bisogna dire che la sinistra è molto, molto più ricca. La Open Society ha un budget superiore al miliardo di dollari per il solo 2018 e dal 1984, cioè da quando ha aperto i battenti, ha distribuito alla più diverse cause nei più diversi Paesi la bellezza di 32 miliardi di dollari. Chi glielo dà un miliardo di dollari, per cominciare le attività, a Bannon? Trump? Putin? Babbo Natale?

Ma poi il punto non è nemmeno questo. Bannon è di sicuro capace di imprimere un certo spin alle campagne elettorali delle nuove destre europee. Ma finché la questione nazionalista-sovranista-populista verrà affrontata come se fosse un’improvvisa alluvione di aspiranti Mussolini, una lunga sfilata di spiriti autoritari che va da Salvini a Orban, da Caio a Sempronio, da Pinco a Pallino, spinta dai tweet e da una rinnovata vocazione fascista, chi ambisce ad affrontarli e ridimensionarli non caverà un ragno dal buco.

Intanto per banali ragioni di buon senso. La Storia non è un eterno ritorno al passato. Certo, conserviamo la memoria, giusto. Ma credere che l’Europa vecchia e viziata di oggi, reduce da quasi un secolo di pace, somigli a quella degli anni Venti, tormentata dalla crisi economica e dai rancori di una fresca guerra mondiale che, tra militari e civili, aveva fatto almeno venti milioni di morti, ecco, come dire, sa un po’ di sciocchezza.

Non solo: ma quanto pensate che contino le tristi memorie, nell’animo di un ragazzo che oggi ha 25, cioè che è nato nel 1993, quando non c’era nemmeno più l’Unione Sovietica? E poi, continuare a dire agli ungheresi, o anche solo a quei quasi 6 milioni di italiani che hanno votato Lega nel marzo scorso, che sono dei fascisti trinariciuti ignoranti razzisti e beceri, dovrebbe servire a farli “rinsavire”? O serve solo a farli incazzare ancor più?

Milioni di persone, nel continente, hanno cambiato idea politica: dobbiamo pensare che erano intelligenti prima e si sono instupidite di colpo? Che erano razionali perché votavano X e sono irrazionali ora che votano Y?

Ma soprattutto, è clamorosamente perdente l’idea che il successo delle nuove destre europee (ma dovremmo dire mondiali, visto che nel mazzo di solito mettiamo anche Trump, Putin e chissà chi altro) sia il prodotto delle paure irrazionali di una massa di buzzurri e delle manovre della famosa serie di piccoli dittatori di cui sopra. Non è così. Milioni di persone, nel continente, hanno cambiato idea politica: dobbiamo pensare che erano intelligenti prima e si sono instupidite di colpo? Che erano razionali perché votavano X e sono irrazionali ora che votano Y?

Andiamo, siamo seri. Anzi, siamo un po' meno paurosi, diciamo le cose come stanno. Almeno alcune. Per esempio, che ci sono misure di “destra” che oggi tutti, in Europa, si trovano ad applicare, per esempio la chiusura dei confini. Perché i Paesi che non sono populisti-sovranisti-nazionalisti, per esempio Spagna e Francia, si chiudono dentro quasi come se fossero una qualunque Ungheria? Qual è, oggi, la vera proposta non populista-sovranista-nazionalista al problema dei flussi migratori, che non sono un’emergenza ma una condizione del mondo contemporaneo?

Un’altra cosa: abbiamo buttato nella spazzatura le ideologie e rifiutato le radici cristiane dell’Europa. Ok. E che cosa ci è rimasto, se non un’ideologia del benessere intrisa di perbenismo e savoir faire? Purtroppo dal 2008 il benessere non è più quello di una volta per tanti mentre è cresciuto a dismisura per pochi. Stupisce che anche il savoir faire stia andando a farsi benedire? E che rinascano idee politiche che, belle o brutte che siano, hanno un po’ più fascino di quella di andare in pensione finché si può e un po’ più di nerbo dell’ennesima happy hour?

Nessuno è al di sopra della legge ... Mattarella Mattarella cosa fai?

Come mai, presidente? Col suo spiccato senso delle istituzioni….?

Maurizio Blondet 18 settembre 2018 


Mattarella: ‘nessuno è al di sopra della legge’

Ecco un esempio: Ubi, cancellate chiamate segrete tra Mattarella e l’indagato Bazoli. Procedura avviata da Procura di Bergamo in maniera molto riservata, senza che la notizia neppure filtrasse fuori da palazzo giustizia (il Fatto)


Tria deve essere sostituito da Savona non lavora per gli Interessi Nazionali ma si è messo al servizio di Mattarella Mattarella cioè l'Euroimbecillità nella sua forma peggiore

Tassa su grandi aziende, Sapelli: “E’ patrimoniale mascherata. Così Tria confonde l’Europa”

Spunta l’ipotesi di una super tassa per grandi aziende, banche o servizi di rete, per poter avere nella manovra economica 2019 le risorse necessarie a coprire le ricette economiche contemplate dal contratto di governo fra Lega ed M5S. I conti, secondo quanto riportato oggi dal Corriere della Sera, non tornerebbero e il Ministro dell’Economia Giovanni Tria avrebbe detto chiaramente che il deficit non dovrà superare l’1,6% del prodotto lordo. Servirebbero in totale circa 15 miliardi di euro che al momento è molto difficile trovare. Ma c’è chi fa notare come oggi sarebbe controproducente tassare le grandi aziende e le banche senza provocare una dura reazione di Confindustria, o mettendo gli imprenditori nelle condizioni di limitare la produzione, tagliare i posti di lavoro o addirittura scappare dall’Italia. Lo Speciale ha chiesto un commento in merito all’economista Giulio Sapelli, già ordinario di Storia economica ed Economia politica presso l’Università di Milano.

Una super tassa su grandi aziende e banche per trovare le coperture economiche, circa 15 miliardi, per realizzare il contratto di governo senza gravare sui cittadini con aumenti di imposte. In questo momento sarebbe utile una misura simile?

“Sono per principio contrario a forme mascherate di patrimoniale una tantum, che alla fine produrrebbero come unico risultato effettivo scoraggiare gli investimenti e spaventare gli investitori stranieri. Sono proposte che ritengo, sulla scia dei grandi economisti classici, sempre negative”.

Questo governo si era ripromesso di far tornare in Italia le grandi aziende, ma così non si rischia di far scappare quelle che sono rimaste?

“Questo non lo credo possibile. Se un’azienda decide di restare in Italia lo fa perché qui ha la manodopera e un contesto tecnologico favorevole, non è certamente una misura finanziaria sprovveduta a farla scappare. Le aziende non sono signorine volubili, le piccole e medie imprese ma anche le grandi, ad iniziare da quelle tecnologiche, non se ne vanno per lo stormir di fronda di una tassazione. Di certo però queste proposte non aiutano la stabilità e non ci permettono di acquisire una buona immagine all’estero. Le patrimoniali sono sempre scoraggianti”.

Se la misura dovesse essere attuata, c’è da aspettarsi la forte protesta di Confindustria?

“Confindustria in verità protesta sempre, quindi lo farà anche stavolta. Penso però che se per una volta si ponesse in posizione propositiva e non protestataria dicendo sì anche a misure diverse dagli sgravi fiscali. forse fornirebbe al Paese un contributo maggiore”.

Secondo il ministro Tria il deficit non dovrà superare l’1,6% del Pil. Condivide?

Fatico a comprendere questo cambio repentino del ministro Tria che fino a ieri aveva annunciato, credo concordandolo con il premier Conte e con l’intero governo, che il deficit si sarebbe attestato intorno al 2%. Questo calo improvviso all’1,6% mal si concilia, a mio giudizio, con le dichiarazioni del professor Tria circa l’intenzione di contemplare l’immenso programma elettorale di Lega ed M5S. Programma che non può realizzarsi certo in un anno, ma che dovrà necessariamente essere spalmato sull’intera legislatura e anche oltre. Questo 1,6% mi sembra tanto un segnale di arrendevolezza. nel momento in cui invece dobbiamo chiedere all’Unione Europea la possibilità di scorporare gli investimenti dal deficit. Una debolezza quella di Tria che non mi fa certo una buona impressione e temo non contribuisca nemmeno a lanciare segnali di chiarezza alla stessa Europa, confusa con dichiarazioni contraddittorie”.

In conclusione, pensa che il governo riuscirà a trovare la quadra, considerando che si parla di somme nell’ordine dei 15-20 miliardi?

“Molto difficile dirlo. Ci sono tre partiti nel governo”.

Come tre?

“C’è la Lega, c’è il M5S e c’è il partito di Mattarella rappresentato appunto da Tria. Tre partiti che sono in continua conflittualità fra loro, i primi due per ragioni di competizione elettorale, il terzo perchè si sente in dovere di dover rassicurare l’Europa e i mercati internazionali su qualsiasi cosa. Questo porta a scontri quasi quotidiani e a divergenze non facilmente sanabili. Una tensione permanente che non aiuta certo a trovare stabilità e ad affermare quel clima di serenità di cui il Paese avrebbe bisogno”.

Google ha un'anima

Come funziona Google? Il resoconto di una riunione nel loro team di ricerca.

Da una visita della CNBC negli uffici di Google ai recenti aggiornamenti. Una panoramica di come funziona Google e dove sta andando.

18 Settembre 2018 alle 10:17


In questi giorni Google fa molto parlare di se, non solo per l'incredibile multa inflitta dalla Comunità Europea di oltre 4 milioni di euro, dovuta alla presunta egemonia del proprio sistema Android sulla maggior parte degli smartphone presenti sul mercato, ma per via di alcuni cambiamenti dei suoi algoritmi che hanno creato nuove pagine di risultati di ricerca. Non sarebbe così grave se quei risultati non determinassero fatturati per aziende e professionisti. Essere nelle prime posizione per "idraulico a Roma" incrementa ovviamente il fatturato di quel fortunato idraulico. Se emettesse fattura. Ma nessuno lo mette in dubbio.

Tornando alla questione dei propri risultati di ricerca, Google dal passato primo agosto ha modificato il suo algoritmo e in molti si stanno domandando come funzioni ora. Certo, nessuno - a parte Google - sa come funziona esattamente, ma nel tempo una serie di cose sono emerse e su questo si basavano tutti quelli che si occupano proprio di questo aspetto, i famosi SEO, creature quasi mitologiche dalla testa di nerd e il corpo da runners, che cercano di fare in modo che un sito sia tra le prime posizioni quando un utente cerca un servizio o un prodotti.

Google per togliere un pò di mistero sui suoi processi lavorativi ha invitato la CNBC a partecipare ad una riunione e le cose emerse sono sicuramente interessanti e meritano di essere raccontante anche su queste pagine.

Nella riunione, Google stava valutando di effettuare una variazione su come mostrare alcuni risultati di ricerca, basandosi esclusivamente sui dati che erano stati raccolti.

Partiamo però dalla base: come funziona la ricerca di Google?

Oggi gli utenti usano Google in maniera quasi amichevole, come fosse un vicino a cui chiedere delle informazioni. Può capitare infatti che per cercare il titolo di un film, digitino: "film palla da volley isola" e Google fornisce risultati su "Cast Away" di Tom Hanks da Wikipedia.

Il motore di ricerca sta cominciando a capire quali "entità" siano presenti nella ricerca effettuata, quindi comprende che si tratta di un film, che ha a che fare con una palla da pallavolo e un isola. Unendo i fili delle entità cercate, il risultato più logico è quella di Wikipedia che descrive il film.

Ci sono alcuni programmi di Google, conosciuti come crawler, che setacciano Internet per raccogliere informazioni da centinaia di miliardi di pagine web. Google quindi memorizza tali dati in un enorme indice in continua evoluzione, prendendo nota di segnali come la freschezza dei contenti o le entità presenti. Quando cominciamo a digitale qualcosa nella barra di ricerca, viene avviato un processo con un un insieme di regole, definito come "algoritmo" di ricerca di Google. Questo processo confronta quello digitato con le informazioni che ha acquisito Google nel suo archivio e decide quali pagine mostrare, il tutto in una frazione di secondo. Quindi no, Google non restituisce risultati in real time del web, ma attinge a quello che è riuscita a immagazzinare nei propri archivi o database.

Uno dei fattori che determinano il posizionamento di un sito web, che distingue Google da quando è stato lanciato 20 anni fa è famoso PageRank, chiamato così per il cognome del co-fondatore Larry Page. Il PageRank si basa sull'attribuzione di una autorità ad ogni pagina web, partendo da un'idea ovvia. L'idea è che se molte persone sul web trovano una pagina abbastanza utile, probabilmente la linkeranno dai propri siti web o blog, allo stesso modo quindi, questa pagina è probabilmente più rilevante di una pagina che tutti ignorano. Il PageRank è ancora un fattore che l'algoritmo di Google utilizza, ma non viene più mostrato come invece accadeva molti anni fa.

Google intenzionalmente non rivela tutti i fattori che guidano il suo sistema di posizionamento, perché non vuole che le persone cerchino di utilizzare queste informazioni per manipolare i risultati di ricerca. Inoltre questa "segretezza" gli permette di distaccare gli eventuali concorrenti.

Come decide Google di modificare l'algoritmo di ricerca?

Quando Google comincia a valutare la modifica del proprio algoritmo di ricerca, verifica prima la modifica pensata con una piccola percentuale di utenti reali per vedere che esito potrebbe avere, tra questi ci sono i "Quality Raters": oltre 10.000 persone sparse per il mondo a cui viene fornito anche un manuale con delle linee guida per fare una serie di valutazioni sui siti web.

Questi Quality Raters non possono influenzare direttamente i risultati di ricerca, ma le loro opinioni aiutano il team di ricerca di Google a valutare se un determinato aggiustamento possa passare o meno. In pratica valutano quali risultati siano migliori.

Ma "migliori" non è un termine puramente soggettivo. È definito nelle linee guida per la valutazione della qualità della ricerca fornite da Google direttamente, che descrive come dovrebbero essere giudicate le pagine che appaiono. Dalle ultime linee guida, particolare attenzione è dedicata all'esperienza nel visitare quel sito, l'autorevolezza e l'affidabilità di una pagina e dell'autore.

Nel 2017, Google ha condotto 31.584 esperimenti side-by-side con i suoi valutatori e successivamente ha lanciato 2.453 modifiche al suo motore di ricerca. Anche se i cambiamenti possono avere enormi effetti su come viene classificato un determinato sito Web e quindi sulla quantità di persone che lo vedono, gli utenti di Google spesso non si accorgono neanche delle modifiche, tranne per gli addetti ai lavori.

Nell'incontro osservato dalla CNBC, il team stava testando un nuovo formato per le ricerche su dispositivi mobili che avrebbe mostrato anche una foto vicino al link. L'ipotesi era vedere se mostrando le immagini, gli utenti potevano essere aiutati a determinare meglio quale sito avrebbe potuto portarli alla pagina più rilevante per quello che stavano cercando.
In questo caso, Google ha chiesto a una serie di Quality Raters se pensavano che le immagini aggiunte accanto ai link li aiutassero a capire i risultati.

Il team ha presentato i propri dati a Gomes e a Nayak (dirigenti della sezione search di Google), ad esempio la percentuale di utenti che ha fatto clic su un collegamento immagine e poi è tornato rapidamente indietro (decisamente un brutto segno, vuol dire che quel risultato non era soddisfacente) o se vi è stato un aumento significativo del tempo di attesa prima di cominciare a interagire con i risultati (nessun risultato poteva essere interessante per l'utente).

"Per ogni cambiamento, la domanda è sempre, a conti fatti, è più utile o no?" affermava Gomes. In questo caso, lo è stato.

Non ci sono stati dibattiti appassionati o esplorazioni filosofiche sul fatto che Google potrebbe mostrare agli utenti più immagini. I dati hanno guidato la decisione.

"Abbiamo un rigoroso processo di testare le cose", afferma Gomes."E siamo davvero guidati dalle metriche - questo è il cuore di come operiamo".

Ma Google ascolta con attenzione anche i feedback degli utenti, anche quelli davvero grossolani, come quando alcune persone segnalarono che un sito nazista era il primo risultato cercando "è mai esistito l'olocausto?". Quando c'è un problema lampante, Google non elimina solo i risultati di ricerca errati, più spesso cerca di capire come modificare sia il suo algoritmo sia le sue linee guida di riferimento, per evitare errori simili.

Altre volte, le idee per i cambiamenti dell'algoritmo derivano da direttive o priorità aziendali. Ad esempio, alcuni dipendenti hanno a lungo sostenuto che i risultati di ricerca di Google dovrebbero essere più personalizzati, ha detto Nayak. In questo momento, c'è pochissima personalizzazione della ricerca e ciò che esiste è focalizzato sulla posizione di un utente o sul contesto immediato da una ricerca precedente. Anche testando una più evoluta personalizzazione, Google ha scoperto che raramente migliorava i risultati. "Una query di un utente di solito ha così tanto contesto che l'opportunità di personalizzazione è solo molto limitata", afferma sicuro Nayak.

Non personalizzando i risultati di ricerca, Google è stata in grado di sfuggire a molte delle critiche che Facebook e Twitter hanno ricevuto per aver creato "filtri", in cui le persone vedono solo le informazioni a cui erano già predisposte a credere o simili. (Il prodotto video di Google, YouTube, non è stato in grado di evitare questa critica, in particolare nel modo in cui raccomanda i video correlati. Ma va detto che i due algoritmi sono completamente separati e non creati o mantenuti dallo stesso team.)

Mentre Google non personalizza la maggior parte dei risultati di ricerca, le sue pubblicità sono estremamente personalizzate a causa della vasta gamma di dati raccolti (Google consente agli utenti di gestire le impostazioni sulla privacy su quali dati raccoglie , ma i suoi metodi sono stati fuorvianti in passato) .

Oggi i risultati di ricerca di Google hanno fatto passi da gigante rispetto ai primi "10 collegamenti blu" di quasi un venennio fa. Oggi la ricerca vocale diventa sempre più importante e studiata da Google e non solo, senza dimenticare l'ausilio del Knowledge Graph, un database di oltre un miliardo di entità con 70 miliardi di connessioni tra loro, o i sui "risultati zero", le cui risposte in sintesi sono estratte da alcune pagine Web nella parte superiore dei risultati di ricerca.

Google sa che gli errori appariranno ancora: per tentativi di manipolazione, a causa di un problema con l'algoritmo, altre perché i risultati rifletteranno i pregiudizi della società. "Non abbiamo alcuna illusione che la ricerca sia perfetta", afferma in conclusione Nayak.

In tutta la trasparenza, avuta durante l'incontro della CNBC con il team di Google, sarebbe stato interessante osservare anche altri aspetti che stanno creando un pò di malumore. Ci sono ormai delle risposte che Google offre agli utenti direttamente, senza passare per i siti web che le contengono. 

Alcuni esempi?

Cercando semplicemente le condizioni meteo di una specifica località, Google mostra il proprio servizio.

Massimo Fini - Il governo durerà cinque anni

Massimo Fini: «Bossi era un genio. Salvini è un razzista»
Dialogo con il giornalista anticonformista che in "Confesso che ho vissuto" ha raccolto le sue opere più personali.
di PangeaNews
18 Settembre 2018 - 05:57


Pangea è un quotidiano culturale on line. Pangea ha l'ambizione di portare nella cultura italiana (notoriamente provinciale ma storicamente avventuriera) i grandi temi e i grandi autori della cultura internazionale. Con l'ansia dei corsari e degli astronomi, Pangea mostra le meraviglie del nostro Paese e il meglio del resto del mondo. La rivista, che propone contributi giornalieri, è qui: pangea.news

Questo Governo s’ha da continuare. Da cannibale e mangiapolitici, da nietzschiano bastian contrario, ora sei un fan di questo Governo… “Dico che questo Governo, vincendo i sospetti dei più spregevoli, funziona. Di Maio e Salvini vanno abbastanza bene insieme, e credo che ciò dipenda dal fatto che c’è reciproca stima tra i due. Punto sul fatto che il Governo tenga, ma sia chiaro che sono più vicino, con tutti i distinguo, al Movimento 5 Stelle che alla Lega”. Io penso, invece, che il Governo non reggerà: Salvini si sta pappando il M5S, lo ha vampirizzato; tanto vale far saltare il banco, giocare grosso e andare a elezioni. “…e a quel punto mi trasformerei nel ‘bombarolo’ di De André e farei saltare Salvini… No. Non penso che Salvini sia così sciocco da perdere tutto”.

Il ribelle canonizzato. Ogni tot consulto Massimo Fini. Più che un Geremia che lancia l’orda di anatemi contro le mura del palazzo, più che una Cassandra che strologa sull’apocalisse futura, mi pare un Montaigne con la raffinata enfasi di disintegrare tutto per salvare ciò che resta del buono. Ora che il suo ribellismo è stato canonizzato, per così dire, nel repertorio Confesso che ho vissuto. Esistenza inquieta di un perdente di successo (stampa Marsilio, quest’anno, e lui ribadisce, “ricordati di ricordare Cesare De Michelis: un grande editore, un grande uomo. Tutti se ne stanno accorgendo solo ora, che non c’è più”), Fini, che si è sempre permesso tutto, che non si è fatto giornalisticamente mancare nulla, può avere, perfino, bramiti di tenerezza.

A Grillo solo consigli sbagliati. Torniamo alla politica. Ma cosa t’importa dei ‘grillini’? “Il riequilibrio sociale sancito nel loro programma: è quello che manca a questo Paese ed è quello che m’interessa. I ragazzi del Movimento li conosco tutti, sono bravi, preparati. Rispetto al resto, poi…”. Conosci anche Beppe Grillo, presumo. “Da una vita. Cominciò a interessarmi trent’anni fa, se non ricordo male, quando i suoi spettacoli si trasformarono da comici a politici. Per merito della moglie, l’affascinante iraniana, aveva letto La Ragione aveva torto?, e mi chiese dei consigli. Io, ovviamente, gli diedi solo consigli sbagliati”. Ad esempio. “Beh, durante uno spettacolo Beppe prende un’ascia e spacca un computer. Ecco, questo era un consiglio sbagliato, considerando che il Movimento è nato intorno a Internet e ai social. L’unica volta che gli ho dato un consiglio giusto, però, non mi ha ascoltato”.

Racconta. “Era l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, per sostituire quell’ectoplasma di Giorgio Napolitano. Dalla piattaforma web del Movimento, una cosa folle – un partito con milioni di elettori non può affidarsi per le decisioni importanti a 150mila fanatici… – tra i papabili, appare anche Romano Prodi. Consiglio a Grillo di andare da Bersani e di proporre Prodi come Presidente, Bersani non avrebbe potuto dire di no. Invece, il Movimento optò per Stefano Rodotà, il tipico radical chic, un uomo per tutte le stagioni”. Ma con Grillo vi sentite ancora? “Ogni tanto. Ma lui va per i fatti suoi”.

Antonio Socci - l’identità italiana esiste, è un fatto storico, frutto di una storia di singolare complessità


Posted: 17 Sep 2018 11:20 AM PDT

C’è un dettaglio che sorprende nell’intervista di Matteo Salvini con Bruno Vespa. Il vicepremier ha menzionato quattro volte Dio, una volta la Provvidenza e una il Purgatorio.

Un mio amico, vecchio esperto di cattolici e politica, mi dice: “forse solo La Pira e don Sturzo in politica avevano l’istinto, nel loro colloquiare, di riferirsi all’Assoluto con questa naturalezza”. La Pira era un santo e don Sturzo un sacerdote, mentre Salvini si definisce “l’ultimo dei peccatori”, ma nella Chiesa non si fa differenza: tutti sono considerati allo stesso titolo figli di Dio, anche perché tutti siamo peccatori.

Quello che colpisce è la spontaneità popolare del leader leghista nel riferirsi al buon Dio, perché è sintomo di un sincero senso religioso che c’entra intimamente con il far politica e con l’azione di governo.

In questo è l’esatto opposto di Matteo Renzi che pure è cattolico da sempre. Ricordo quando l’allora sindaco di Firenze, nella primavera del 2009, venne a Roma a presentare – insieme ad altri – il mio libro “Indagine su Gesù”. Mi colpì la sottolineatura che fece: ci tenne a ripetere che la sua fede cattolica non c’entra con il suo lavoro politico (all’opposto di Giorgio La Pira). Per Renzi la fede è un fatto privato.

Per Salvini invece è una realtà di popolo, è l’appartenenza a una storia. Si capisce il suo riferimento a Dio oggi, nel suo discorso pubblico, leggendo l’articolo di Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della sera” di ieri.

Galli è autore di alcuni bei libri sull’identità italiana e ieri ha risposto a un intellettuale di sinistra, Tomaso Montanari, il quale, in un suo scritto, ha sostenuto che “l’identità italiana non esiste” e addirittura che le identità sono un maledetto pericoloperché – a suo dire – servono solo a vedere lo straniero come nemico e a giustificare il “respingimento” e il “prima gli italiani”, portando infine al fascismo. Il tutto condito con i soliti stereotipi cosmopoliti. La sinistra vive di luogocomunismo.

Galli della Loggia anzitutto dà una bacchettata sulle mani a Montanari obiettando che “l’identità” non è quella caricatura che lui prende come comodo bersaglio. Poi gli mostra che l’identità italiana esiste eccome, che “è un fatto storico, frutto di una storia” di “singolare complessità”.

Infine ricorda migliaia di uomini e donne che negli ultimi due secoli sono morti gridando: “viva l’Italia”. Pure uomini della Resistenza davanti ai plotoni d’esecuzione. Anche loro avevano “un’idea di nazione chiusa e guerresca”? Era pure quello “un bieco nazionalismo”?

Montanari elude questo tema e propone alla Sinistra di spalancare le porte alle grandi masse di immigrati rifiutando definitivamente l’identità italiana e aderendo a una “costituzione cosmopolitica come quella che avrebbe potuto darsi l’Unione europea”.

Galli commenta: “così la Sinistra è servita: se lo desidera ha la ricetta perfetta per assaporare il bis della catastrofe elettorale del 4 marzo”.

Infatti nulla come il senso di appartenenza al proprio popolo e alla propria terra è radicato negli uomini. Anche negli italiani, la cui civiltà ha illuminato il mondo per secoli e – si può dire – ha plasmato l’Europa.

Fra l’altro Galli sostiene: “mi sembra velleitario il tentativo di Montanari di contestare la centralità che nell’identità italiana hanno le sue ‘radici cristiane’ ”.

Galli lo dice da laico. Come laico era Federico Chabod che scriveva: “Non possiamo non essere cristiani, anche se non seguiamo più le pratiche di culto, perché il Cristianesimo ha modellato il nostro modo di sentire e di pensare in guisa incancellabile; e la diversità profonda che c’è fra noi e gli Antichi… è proprio dovuta a questo gran fatto, il maggior fatto senza dubbio della storia universale, cioè il verbo cristiano. Anche i cosiddetti ‘liberi pensatori’, anche gli ‘anticlericali’ non possono sfuggire a questa sorte comune”.

Così pure il laico Benedetto Croce in “Perché non possiamo non dirci cristiani”. E’ il motivo per cui l’unità statuale d’Italia, col Risorgimento, fu anche l’unificazione nella lingua di Dante, la lingua che ha il suo canone nella Divina Commedia, il poema più cattolico della storia.

Come voleva il Manzoni, il vero vate dell’Italia risorgimentale, grande cattolico e autore del poema del popolo italiano, “I promessi sposi”. Il legame fra identità italiana e cristianesimo oggi è illustrato spesso da Vittorio Sgarbi quando parla dei ritratti di Maria nella grande pittura italiana (ma vorrei ricordare anche delle pagine di Piero Calamandrei).

Ecco perché quando Salvini chiuse la campagna elettorale, a marzo, mostrando il rosario e rifacendosi al Vangelo, scrissi che si doveva leggere l’episodio in questa prospettiva di civiltà.

La Sinistra adesso rinnega la sua storia che con Gramsci si era inserita nella tradizione nazionale. Lo stesso Pd disprezza l’identità italiana dopo aver affondato la nostra sovranità e la nostra economia.

Matteo Salvini è invece il simbolo più forte di un popolo che ama la propria identità e vuole risorgere, vuole ritrovare sovranità, prosperità e futuro.

martedì 18 settembre 2018

Diego Fusaro - sposarsi il vero gesto altamente rivoluzionario

Famiglia al centro, per Diego Fusaro: “Il Nuovo Ordine Erotico”


Il filosofo Diego Fusaro mette al centro la famiglia:
«Contro la mercificazione sposarsi è il vero gesto rivoluzionario»

L’elogio e la difesa della famiglia si fanno leggendo Il Nuovo Ordine Erotico (Rizzoli, 19 euro) di Diego Fusaro, sempre più culturalmente scorretto, sempre più provocatorio. Cosa c’è di più trasgressivo, oggi, di un uomo e una donna che si scelgono e si amano dando vita a nuove esistenze? C’è questo giovane filosofo che racconta di loro, e, udite udite, dell’erotismo della normalità che sfida l’attuale “libertà barbara” – come la chiama lui – del “fare ciò che si vuole” senza limiti. Un affronto anche all’ultima tendenza – in fatto di libri – del poliamore, dove la parola libertà viene tradotta in tradimento.

Il libro parte dall’assunto che i nuovi diktat del capitalismo si nutrono di stravaganze, che una volta sarebbero state definite immorali, per distruggere tutto ciò che non è affine al mercato, perché è questa la vera mission del globalismo. Per vincere il nuovo orientamento, che investe anche la sessualità, «occorre rivitalizzare l’eticità» – avverte Fusaro – «tornando agli istituti che reggono la società: dalla famiglia a una buona scuola pubblica fino a uno Stato etico e sovrano».

Insomma, rimettere i puntini sulle “i” è la vocazione di questo pensatore moderno e controcorrente, che Pro Vita ha intervistato.

Perché la scelta di questo titolo, Il Nuovo Ordine Erotico? Vuole essere una sfida al nuovo ordine mondiale che, invece, punta a destabilizzare la famiglia come rapporto tra uomo e donna?

«Sì essenzialmente Il Nuovo Ordine erotico fa riferimento al modo in cui il Nuovo Ordine Mondiale, classista e turboclassista, si declina nell’ambito dei costumi. Proprio come l’Ordine Mondiale classista (che fu analizzato in Storia e coscienza del precariato) produce un ordine simbolico, un pensiero dominante, un pensiero unico – che ho già analizzato in Pensare altrimenti – così produce anche una sua erotica, liberalizzata e deregolamentata. E io analizzo il fenomeno dividendolo in tre punti. In primo luogo affronto come il liberista sia diventato nell’ambito del Nuovo Ordine erotico il libertino, che gode senza limiti in maniera deregolamentata e che non deve avere confini al suo plusgodimento acefalo e illimitato e che altro non è che la variante erotica del plus valore economico. Secondo punto poi, perché questo possa avvenire, bisogna distruggere non tanto lo Stato, che è ciò che vuole distruggere il liberista come limite all’economia deregolamentata, bensì la famiglia che è l’equivalente etico dello Stato nell’ambito dell’erotica, perché pone un limite, una misura, un ordine. Quindi, nel libro, passo ad analizzare la distruzione capitalistica della famiglia. Terzo, affronto l’ideologia gender come cornice ideologica che appunto giustifica il Nuovo Ordine erotico mondializzato e dominante di oggi».

Allora è d’accordo con Chesterton, «Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate». Sta dicendo che, in questi tempi, l’elogio della famiglia rappresenti la nuova rivoluzione da fare?

«Nel mio libro è proprio citato Chesterton, quando avvertiva che il capitalismo sarebbe stata la vera forza che avrebbe distrutto o avrebbe provato a distruggere pro tempore la famiglia. Oggi è talmente pervasivo il pensiero dominante che rende anche difficile dire, come diceva Orwell, che due più due fa quattro. Occorre battersi in nome di questo. Il libro, e non essendo un giallo posso svelare il finale, si chiude con un capitolo intitolato “Riverticalizzare il conflitto e rieticizzare la società” ossia, secondo me, bisogna riprendere il conflitto servo-signore, basso-alto e per farlo bisogna rieticizzare la società, recuperare i fondamenti etici come i sindacati, la scuola pubblica, lo Stato etico-sovrano e anche la famiglia. Il mio testo si chiude con il quadro del 2009 di un artista bulgaro che si chiama Alzek Misheff e intitolato Quarto Stato, dove non ci sono più gli uomini che scioperano di Giuseppe Pellizza da Volpedo, ma c’è un matrimonio, perché l’autore suggerisce che oggi sia sposarsi il vero gesto altamente rivoluzionario, che contesta il Nuovo ordine Erotico creato per atomi plus-gaudenti e dai legami sociali interrotti e dalla comunità assente».

Rimanendo sull’attualità, il fatto che sia sbarcato il gender X a New York, con tanto di scelta all’indeterminatezza sessuale auto-certificata e trasferibile su certificato di nascita, dimostra che la teoria gender esiste? E nel suo libro come affronta questa pressione a voler rovesciare l’ordine precostituito?

«Certamente. Nel libro io riporto un fatto di qualche tempo fa, infatti in California era già possibile mettere un’altra opzione rispetto al sesso ‘maschio o femmina’ nella propria carta d’identità. Nihil novi sub sole che ora Nuova York introduca questa variante. L‘obiettivo è quello di distruggere la differenza tra uomo e donna, il dimorfismo sessuale come base della sessualità procreativa, della famiglia che è la radice di ogni comunità, e imporre così una sorta di violazione dell’inviolabile: per questo c’è il mito televisivo e giornalistico del transgender che è un mondialista della sessualità, colui che ha varcato ogni confine e che sulla propria carne viva ha superato ogni barriera naturale. Oggi l’ideale è quello di produrre un individuo unisex, anonimo, globalizzato, post identitario, senza contenuto, homo vacuus, e quindi pronto ad assumere tutti i contenuti che il sistema dei consumi vorrà imporgli».

Cosa risponde a chi insiste che la teoria gender non esiste?

«Tutto un capitolo è dedicato all’ideologia gender e alla nota tesi che essa non esista. Ogni ideologia ha come proprio obiettivo quello di negare la propria esistenza. Perché l’ideologia deve presentarsi come non ideologica, come naturale, come l’aria che respiriamo. L’ideologia gender dice di essere il modo naturale di impostare i rapporti contro la presunta omofobia storicamente dominante in Occidente. E qui cito Marx che afferma che è sempre nell’interesse delle classi dominanti creare confusione nelle idee e nelle visioni del mondo. Consideriamo che una delle categorie della teoria gender è il Queer ossia l’insolito, l’indeciso il confuso. Vi sembra un caso?».

«Oh mirabile mondo nuovo» esclama il Selvaggio nel capolavoro di Aldous Huxley appunto chiamato Il mondo nuovo. E qual è? Passa secondo lei dalla libertà procreativa alle gravidanze maschili, dal mammo in Finlandia, al trapianto di utero, fino all’eliminazione della parola mamma?

«Il Nuovo Ordine Erotico ha proprio come fondamento quello della riduzione integrale del mondo della vita a merce disponibile. Ecco perché nel libro affronto il paradosso, anche semantico, delle banche del seme, degli uteri in affitto, degli investimenti affettivi, tutto è in vendita e merce disponibile. La stessa ragione calcolatrice che vale per le banche e gli investimenti viene estesa al mondo della vita fino agli affetti e all’amore. Così prevale la mercificazione integrale della vita che riduce i nascituri stessi a merce “on demand”, cioè vengono programmati “à la carte” secondo le scelte del consumatore. La libertà non è far ciò che si vuole, questa è una forma barbara, la libertà è sempre situata nell’ambito di una comunità di rapporti sociali e di responsabilità. Da qui parto per decifrare l’enigma dei cosiddetti diritti civili, che in realtà sono i capricci delle classi possidenti che devono trasformare i loro gusti in diritti appunto. Sono iper-classisti nella loro essenza».

Tutto questo è stato impiantato nella società a livello culturale da molto tempo e, a lungo, senza una vera e propria opposizione. Al momento ci sono realtà, sia associative che politiche, che stanno accettando la sfida di contrastare i nuovi miti di progresso. Cosa serve per vincere la buona battaglia?

«Ci sono realtà che effettivamente assumono questo obiettivo, ma oggi le lotte sono frammentate, i movimenti che difendono egregiamente la famiglia mancano poi di un orizzonte di senso collettivo che li porti a contrastare non solo la distruzione della famiglia, ma la base di tutto questo che è l’ordine del capitalismo globalizzato. Quando le molte voci di protesta al villaggio globale – lotte per la famiglia, per il bene comune, per lo Stato sovrano, per la scuola pubblica etc… – quando tutte queste lotte sapranno unificarsi e diventare una koinè, una lingua comune della protesta, contro il sistema del capitalismo globale in difesa delle classi dominate, che oggi stanno subendo la distruzione, allora ci potrà essere un movimento di rovesciamento reale dei rapporti di forza nel quadro del capitalismo dominante».

Marta Moriconi

maggio 2019 elezioni europee - l'Euroimbecillità continuerà a perdere, dobbiamo aspettare che l'euro imploda, dovremo prepararci con la Moneta Complementare, Savona presto al posto di Tria che non ha visione strategica e per questo ci impedisce di muoverci

CLAMOROSO STUDIO DI FITOUSSI: LA NUOVA LIRA SI RIVALUTEREBBE

Maurizio Blondet 17 settembre 2018 

di Marcello Bussi

La lira anti-default. Per l’Ofce, prestigioso istituto di ricerca francese, in caso di uscita dall’euro l’Italia sarebbe il Paese che sopporterebbe meglio il trauma. La nuova moneta si rivaluterebbe dell’1% e la gestione del debito pubblico non sarebbe a rischio!

Se l’Italia uscisse dall’euro, la nuova lira si svaluterebbe del 30 per cento, avverte Mediobanca . Una disgrazia per l’inflazione, che salirebbe alle stelle, l’unanime commento. Ma qualcuno pensa che invece la valuta italica rimarrebbe stabile. Più precisamente, si rivaluterebbe dell’1%. Nemmeno Matteo Salvini avrebbe il coraggio di spararla così grossa. Eppure questo è il risultato di uno studio autorevolissimo prodotto dall’Ofce, l’Osservatorio francese della congiuntura economica. Per chi non lo sapesse, l’Ofce è stato fondato nel 1981 dall’allora premier Raymonde Barre, finanziato dallo Stato francese e affiliato alla mitologica università di Sciences Po, dove si forma una parte consistente dell’élite transalpina. Per vent’anni ne è stato presidente l’economista Jean-Paul Fitoussi, che attualmente è direttore della ricerca. Insomma, quanto di più lontano da Marine Le Pen. E dal punto di vista accademico tutte le carte sono più che in regola.

Stranamente in Italia lo studio condotto da Cédric Durand dell’università Paris 13 insieme a Sébastien Villemot di Sciences Po, non ha avuto nessuna eco. Forse perché, contrariamente alla vulgata corrente, dimostra che il Paese non ha niente da temere dall’uscita dall’euro. Addirittura l’Italia è lo Stato che uscirebbe meglio dal trauma del cambio di moneta. Il cosiddetto rischio di ridenominazione è pari a zero sui tre fronti analizzati dal report intitolato Balance sheets after the EMU: an assessment of the redomination risk: governo e banca centrale; società finanziarie; società non finanziarie e famiglie. Una tripletta che nessun altro può vantare. La Germania corre infatti un rischio (comunque basso) per ogni categoria di società e per le famiglie. Come se non bastasse, il marco si rivaluterebbe del 14%, mettendo inevitabilmente un freno alle sue esportazioni.

l report dà quindi ragione a Peter Navarro, il consigliere di Donald Trump per il commercio, secondo il quale la Germania sfrutta un euro «esageratamente sottovalutato» contro gli Stati Uniti e i suoi stessi partner dell’Unione monetaria. Il motivo principale per cui l’Italia non correrebbe rischi dall’uscita dall’euro sta nel fatto che «il suo conto delle partite correnti strutturale è vicino all’equilibrio e che la sua posizione patrimoniale netta sull’estero è solo lievemente negativa». Sarà pure una considerazione da scuola elementare, ma di solito la valuta di un Paese che gode di un surplus commerciale è ritenuta appetibile.

Ma la vera spada di Damocle è il debito pubblico, è l’obiezione che viene fatta di solito, con la lira l’Italia andrebbe subito in default. Il report dell’Ofce sottolinea che per un determinato contratto, la legge che lo disciplina è il fattore più importante per determinare l’esito del processo di ridenominazione. Se il contratto è in base al diritto nazionale, è molto probabile che venga ridenominato nella nuova moneta domestica; al contrario, se è di diritto estero (tipicamente inglese o di New York), molto probabilmente resterà denominato in euro (o, nel caso di una completa dissoluzione della moneta unica, in una nuova unità di conto come l’Ecu o nella valuta nazionale della controparte, in ogni caso una valuta estera).

L’importanza della giurisdizione è dimostrata dal caso della ristrutturazione dei titoli di Stato greci nel 2012: i nuovi bond scontati offerti agli investitori sono regolati dalla legislazione inglese (mentre quelli ritirati erano di diritto greco). In questo modo gli investitori avranno ragione di chiedere un pagamento in euro anche in caso di Grexit e l’introduzione della nuova dracma. Il vero fattore di rischio è quindi la quantità di debito emessa sotto la legislazione inglese. E anche all’interno di questa cornice il rischio che la situazione risulti ingestibile riguarda solo i bond con scadenza inferiore a un anno. Perché solo in questo caso lo choc di una forte svalutazione nel brevissimo termine potrebbe avere conseguenze deleterie.

Il report dell’Ofce sottolinea che, secondo i dati della banca dei regolamenti internazionali (Bis) al terzo trimestre 2015 (il dato è vecchio ma nel frattempo non dovrebbero esserci stati cambiamenti sostanziali) il rapporto tra i bond emessi dal governo italiano che sottostanno alla legislazione estera e il pil è leggermente superiore al 5%. Il report considera ad alto rischio una situazione in cui il rapporto sia superiore al 10%. E i bond italiani con scadenza inferiore a un anno sono all’incirca lo 0,3% del pil. La situazione è quindi perfettamente gestibile.

Sorprendentemente, il caso peggiore è quello dell’Austria, dove il rapporto bond sotto la giurisdizione estera e il pil sfiora il 25%. Gli altri Paesi sopra il 10% sono Grecia, Portogallo e Irlanda. Tutti e tre hanno avuto la Troika in casa (ad Atene c’è ancora) col risultato la loro uscita dall’euro sarebbe ancora più costosa. Per quanto riguarda i bond emessi da società finanziarie sotto il diritto inglese, il rapporto con il pil dell’Italia è di poco inferiore al 30%, solo Germania, Belgio e Portogallo ce l’hanno più basso. Mentre il Lussemburgo raggiunge un esorbitante 742%, seguito dall’Irlanda (277%) e dall’Olanda (185%). Sul fronte delle società non finanziarie, l’Italia ha un rapporto leggermente inferiore al 7%, mentre ancora una volta il Lussemburgo raggiunge livello stratosferici con il 125%, seguito dall’Olanda con il 19%. Al terzo posto c’è la Francia con il 16%.

La conclusione del report è che in caso di uscita dall’euro solo Grecia e Portogallo dovranno affrontare una nuova ristrutturazione del debito o un vero e proprio default Dovranno subire una ristrutturazione profonda i settori finanziari di Grecia, Irlanda, Lussemburgo e potenzialmente anche della Finlandia. Stesso destino per il settore non finanziario di Irlanda e Lussemburgo, anche se in quest’ultimo caso il report sottolinea la non completezza dei dati a disposizione che potrebbe inficiare le stime. L’Italia, dunque, non corre nessun rischio di andare in default nel caso di uscita dall’euro. E, una volta esauriti gli effetti speculativi a brevissimo termine, la lira si rivaluterebbe dell’1% sull’euro. Ma a questo punto sarebbe un discorso puramente teorico, conterebbero solo i cambi con le vecchie valute.

Rispetto al marco tedesco, quindi, la lira perderebbe il 13%, un bel toccasana per le imprese esportatrici senza dover tagliare ulteriormente i salari. E nei confronti del franco francese la lira si rivaluterebbe addirittura del 10%. Rispetto alla dracma greca si rafforzerebbe del 37% rendendo super economiche le vacanze in terra ellenica e del 9% nei confronti della peseta spagnola. Certo, sarebbero più cari del 14% i soggiorni ad Amsterdam. Ma è davvero niente rispetto alle catastrofiche previsioni di iper inflazione e bancarotta fatte dalla stragrande maggioranza degli economisti. Le conclusioni dell’Ofce vanno quindi contro il senso comune, ma l’istituto di ricerca ha un prestigio tale che non ha bisogno di farsi pubblicità sparandole grosse.

Marcello Bussi, Milano Finanza 18/2/17

Il giornalone Repubblica continua a perdere voti (lettori), niente meraviglia continui a dare notizie di questo tipo è arriverà a poche centinaia di copie giorno

Asselborn “ripreso a sua insaputa”? Repubblica Fake News

Maurizio Blondet 17 settembre 2018

@AlfioKrancic

Sostiene Asselborn che lui ignorava che la riunione dei ministri fosse ripresa e registrata… Repubblica si schiera ovviamente con il ministro del Lussemburgo e allude ad un agguato salvinesco. Allora questo schermo che riproduceva le immagini del meeting che ci stava a fare?



(Repubblica):

L’attacco del ministro degli esteri lussumberghese dopo il botta e risposta sul tema migranti a Vienna postato sui social: “Registrato a mia insaputa”. I

Secondo Asselborn, “si è trattato di una provocazione calcolata”. Salvini gli ha teso una trappola?, chiede Spiegel. Il video – risponde Asselborn al portale online del settimanale tedesco – è stato registrato a sua insaputa. “Se vengono ripresi incontri di ministri Ue oppure addirittura di capi di governo e di stato, allora non ci potrà mai più essere un dibattito franco”, aggiunge. Non era mai successo prima d’ora. E riprendere di nascosto, senza avvertire le persone interessate, è un reato sia in Germania che in Austria, fa notare il settimanale.

https://www.repubblica.it/politica/2018/09/16/news/asselborn_salvini_usa_metodi_fascisti_-206593640/

Che persona da quattro soldi, questo Asselborn. Che giornalucolo, Repubblica.

C'è una architettura europea che fa acqua da tutte le parti e Savona suggerisce soluzioni condivise, i derivati fuori mercato potrebbero essere il là per la prossima presente fase acuta della crisi mai finita del 2007/8

FINANZA/ Deutsche Bank e CommerzBank affondano, ma nessuno dice niente

Deutsche Bank e CommerzBank vivono un momento di forte difficoltà e si parla anche di una loro fusione. Rischia di rimetterci tutto il sistema bancario europeo. GIOVANNI PASSALI

18 SETTEMBRE 2018 GIOVANNI PASSALI

Lapresse

Due notizie bomba, quasi completamente oscurate dai maggiori media, mostrano quanto sia drammatico e fragile il momento che stanno vivendo i mercati finanziari internazionali. Il colosso bancario Deutsche Bank è stato escluso dal listino Eurostoxx50, mentre l’altra grande banca tedesca, CommerzBank, è stata esclusa dal Dax30, l’indice azionario tedesco. Nell’indice Euro Stoxx 50 vi sono le società europee più capitalizzate, suddivise in nove settori, ma le banche sono sette, inclusa l’italiana Intesa Sanpaolo. Dall’inizio dell’anno le azioni di Deutsche Bank sono crollate del 38%. A determinarne il tracollo hanno concorso le preoccupazioni sullo stato di salute del colosso bancario tedesco, al centro di un vasto piano di ristrutturazione. La chiamano ristrutturazione, ma si tratta di un taglio di migliaia di posti di lavoro: 7 mila quelli annunciati a maggio, dopo i 9 mila tagliati in precedenza. E nonostante la ristrutturazione in corso, la banca è stata l’unica a non aver superato gli stress test americani dello scorso giugno. 

Le preoccupazioni riguardo una possibile crisi di liquidità della banca sono note: ha in pancia oltre 50 mila euro in derivati, una cifra mostruosa, pari a circa 20 volte il Pil della Germania. Questi derivati sono per il 90% derivati Otc (out the counter, cioè fuori mercato) di cui non è possibile conoscere il valore, perché non hanno un mercato di riferimento. E nel 2017 questi derivati hanno riportato perdite per 127 miliardi. In altre parole, la massa dei derivati della banca tedesca potrebbe diventare un buco nero che inghiotte l’intero sistema bancario europeo. Anche per questo qualche blogger italiano ha iniziato a chiamarla “il buco nero con la banca intorno”.

Anche per tutti questi motivi da diverso tempo si parla di una possibile nazionalizzazione (ma sarebbe contro le norme europee e poi sarebbe comunque un bruttissimo segnale) o di una fusione con l’altro colosso bancario CommerzBank. Il piccolo problema è che pure questa banca si trova in cattive acque. Infatti, dalla crisi del 2008 e con l’acquisizione della fallita Dresner Bank, la banca non si è più ripresa. Salvata per il rotto della cuffia da un grosso investimento di Stato (18 miliardi), che è diventato così il suo maggiore azionista, non si è più ripresa, diminuendo ogni anno gli utili e avviando anch’essa un piano di ristrutturazione (9.500 posti di lavoro tagliati).

I pesanti cali di borsa hanno recentemente provocato l’uscita dal Dax30, praticamente la retrocessione dalla serie A del mercato finanziario tedesco. Questo potrebbe anche favorire la fusione ipotizzata, ma pure questa operazione equivarrebbe a nascondere la polvere sotto il tappeto e non certo a risolvere i problemi strutturali. I problemi strutturali, che già diverse volte ho denunciato, sono quelli relativi a un sistema monetario che costantemente premia i più grossi e opprime i più deboli, perché la legge del profitto è l’unica regola dominante

In un mondo dominato dalle banche centrali, cioè dalla moneta debito, chi alla fine del giro rimane col debito si avvicina al fallimento: per evitarlo, l’unica soluzione oggi conosciuta e praticata è quella di prendere altro denaro a prestito, cioè ampliare il debito, e proseguire il gioco della finanza. E così, debito dopo debito, il debito complessivo diventa un mostro capace di inghiottire l’intero sistema bancario e finanziario, in spregio e violazione di qualsiasi regola e buon senso.

C’è solo da chiedersi, mentre accadeva tutto questo, dove stavano guardando i presunti guardiani della Bce. In questo compito, ormai è evidente, la Bce ha fallito completamente. Ha continuato per anni a stampare denaro e a voltarsi dall’altra parte, come se tutto andasse bene e tutto si potesse risolvere prima o poi. Ma prima o poi i nodi vengono al pettine.

Qualche articolo fa ho ipotizzato un fine anno difficile per i mercati finanziari. Le nubi all’orizzonte stanno diventando più scure. Si avvicina un uragano e nessuno fa niente.

Dobbiamo lavorare per conoscere meglio culturalmente la Cina

GEO-FINANZA/ La fregatura cinese che l'Italia deve schivare

L’Italia aumenta i suoi rapporti con la Cina, ma rischia di cadere in una vera e propria trappola per quel che riguarda la Nuova Via della Seta, spiega GIUSEPPE PENNISI

17 SETTEMBRE 2018 GIUSEPPE PENNISI

Xi Jinping (Lapresse)

La stampa italiana sta finalmente allertando quella parte della politica che vedeva nel programma One Belt One Road Initiative (generalmente conosciuto come La Nuova Via della Seta) una miniera di opportunità sia per il collocamento dei nostri titoli di Stato, sia per l’ingresso di capitale cinese in nostre aziende in difficoltà, sia per le nostre esportazioni, sia per i nostri investimenti in quello che è ancora il Celeste Impero. Nell’ultima settimana, è stato sottolineato che le regole e le prassi per l’affidamento dei lavori per le infrastrutture sono (per essere benevoli ed eleganti) quanto meno opache, che la Cina ha l’obiettivo di esportare non quello di importare (tanto che si fa gioco delle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio, di cui pur fa parte e ha sottoscritto il corpus giuridico), che prendere a prestito da istituzioni finanziare cinesi (per finanziare progetti del programma) comporta il rischio che, prima o poi, il finanziatore si prenda la proprietà. E via discorrendo.

Queste sono trappole relativamente piccole (e con qualche accorgimento superabili) rispetto ai veri trappoloni che presenta la plurimiliardaria (in dollari equivalenti) One Belt One Road Initiative. Lavoro con cinesi (di Singapore e della Malesia, prima, e della Repubblica Popolare, poi) da circa cinquant’anni. Occorre sempre pensare che si considerano la stirpe eletta, tanto che nel XV secolo un loro Imperatore ordinò di chiudere le frontiere e distruggere la flotta (lasciando i mari alla Corea) in quanto temeva che ove si commerciasse con il resto del mondo si dava adito agli stranieri di carpire i segreti tecnologici del Celeste Impero. Si deve tenerlo presente quanto si tratta con la Cina: non c’è programma o progetto che non sia mirato al tornaconto della élite al potere in quella specifica fase storico-politica. Ciò spiega anche perché, nella Repubblica Popolare, si investe in grandi infrastrutture pubbliche (anche cambiando il corso dei fiumi), ma manca nelle pubbliche amministrazioni una vera cultura della progettazione e dell’analisi dei costi e dei benefici finanziari, economici e sociali.

Ciò spiega anche perché la Cina ha promosso l’istituzione della Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture (Aiib), fondata a Pechino nell’ottobre 2014 (l’Italia vi è membro dall’aprile 2015) che si contrappone alla Banca Mondiale e alla Banca asiatica per lo sviluppo, che, secondo il Governo cinese si trovano sotto il controllo del capitale e delle scelte strategiche dei paesi sviluppati. Scopo della Banca è fornire e sviluppare progetti di infrastrutture nella regione Asia-Pacifico attraverso la promozione dello sviluppo economico-sociale dell’area. La Aiib ha approvato il nuovo “modello per il finanziamento dei progetti” basato - sottolineano i suoi documenti - su “una forte cultura del rischio” - divergendo così dalle altre Banche internazionali di sviluppo.

Torniamo a One Belt One Road Initiative. Per avere un’idea delle problematiche economiche e finanziarie suggerisco di rivolgersi al Social Science Research Network, la più grande biblioteca telematica (820.000 saggi) in materia di economia e finanza. Solo negli ultimi mesi, sono apparsi un centinaio di lavori accademici di spessore molto critici della “iniziativa”, in particolare dei vantaggi per gli altri partecipanti. Interessanti quelli che riguardano il Pakistan il cui “corridoio” è considerato, dai cinesi, come valvola essenziale per non avere unicamente la strada della Siberia per arrivare in Europa, nella consapevolezza che la “via marittima” ha numerose criticità. Saggi di economisti pakistani e non solo sottolineano le profonde disparità di convenienze economiche: il beneficiario sarebbe quasi interamente la Cina e pochissimo il Pakistan. Il ministero per lo Sviluppo economico dovrebbe promuovere studi e ricerche analoghe per quanto riguarda le convenienze dell’Italia a entrare nel programma: ciò, quantomeno, rafforzerebbe la nostra posizione negoziale rispetto a Pechino.

C’è soprattutto il crescere delle tensioni politiche in Cina. Apparentemente, c’è calma assoluta. Xi Jinping e il suo gruppo non hanno un’opposizione ideologica, sono riusciti a cambiare le Costituzione eliminando i termini di mandato. Con la campagna anti-corruzione hanno messo in galera (o peggio) i dissidenti. Hanno costituito una classe di “aristocratici rossi” - così li chiama, in un saggio recente, Yi-Zeng Lian, un esule da Hong Kong che insegna alla Yamanashi Gakuin University in Giappone ed è editorialista del New York Times. È un gruppo coeso anche per ragioni familiari: sono i discendenti che coloro che assunsero il potere, con Mao, nel 1949. Si sono dispersi durante la Rivoluzione Culturale e riuniti all’epoca delle “quattro liberalizzazioni” di Deng Xiaoping. Chi vuole scalzarli? Yi-Zeng Lian li chiama i “nuovi plebei”, discendenti anche loro di protagonisti della lunga marcia, che vennero posti ai margini nel 1949, ma successivamente “ripescati” quando Mao e Den volevano liberarsi della “vecchia guardia” e successivamente di nuovo accantonati, o rottamati, da Xi. Sono “La Nuova Classe” per ricordare il saggio di Milovan Dijlas sulla Yugoslavia di Tito. Sono assetati di potere e corrotti tanto quanto gli “aristocratici rossi”, ma distinguono, e vogliono distinguersi da questi ultimi.

Sono più aperti al mercato poiché il loro momento migliore fu all’epoca di Deng. E ovviamente non favoriscono il programma One Belt One Road Initiative che è il fiore all’occhiello degli “aristocratici rossi”. Le tensioni, di cui poco si parla in Italia, si stanno acuendo a ragione della crisi finanziaria in atto in Cina, di cui si è scritto su questa testata e che è l’argomento centrale di un recente rapporto Ocse. In aggiunta, dopo oltre un decennio, la Cina ricomincia a conoscere l’inflazione: le statistiche ufficiali parlano di aumenti dei prezzi al consumo al tasso del 2,5% l’anno, ma Goldman Sachs afferma che il tasso è molto più alto e in accelerazione. Altro motivo di crescente di scontento.

In Cina i cambiamenti politici sono o molto lenti o molto repentini. O un misto dei due. Il sinologo giapponese Naiti Konan sottolinea che nella storia cinese le dinastie hanno lunga durata, ma i cambiamenti di Imperatore e le congiure sono frequenti. Nella “dinastia comunista”, Xi è giunto al potere come candidato di compromesso nel gruppo degli “aristocratici rossi”, un gruppo numericamente modesto (pare attorno alle 50.000 persone e le loro famiglie). Poco si sa dei suoi oppositori, anche tra gli “aristocratici rossi”. Una ragione in più per muoversi con cautela sulla One Belt One Road Initiative.