Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 18 luglio 2018

Moneta Complementare - lo stato italiano è costretto a contrarre nuovi debiti solo per pagare gli interessi sul debito. Fare investimenti pubblici

Mini-Bot della Lega? Meglio i Titoli di Sconto Fiscale

di Enrico Grazzini
14 luglio 2018 


L’enorme debito dello stato italiano – pari a circa 2.300 miliardi, ovvero al 132% del Prodotto Interno Lordo – è un macigno sulla strada di qualsiasi governo. Il problema del debito pubblico è aggravato dal fatto che questo è contratto in una “moneta straniera” che lo stato non controlla: cioè l’euro. E che lo stato italiano è costretto a contrarre nuovi debiti solo per pagare gli interessi sul debito, senza riuscire a rientrare dal debito stesso. E’ un circolo vizioso che dura da qualche decennio e che è difficile rompere. Non a caso il debito pubblico continua costantemente a crescere. E Il peso del debito impedisce all’economia di svilupparsi per ripagare il debito stesso.

Come risolvere il problema? Le soluzioni non sono semplici ma probabilmente esistono. In primo luogo la proposta è di rivitalizzare l’economia emettendo dei titoli con valore fiscale che funzionino come moneta complementare all’euro, e che quindi ridiano ossigeno e liquidità all’economia reale rilanciando i redditi delle famiglie e delle imprese e gli investimenti pubblici e privati.

In questo articolo esamineremo in particolare due progetti di moneta fiscale: quello dei mini-bot lanciato dalla Lega di Matteo Salvini, e quello dei Titoli di Sconto Fiscale. E confrontando le due proposte, per alcuni aspetti simili, cercherò di dimostrare che il progetto di emissione di Titoli di Sconto Fiscale è più efficace di quello dei mini-bot perché fa crescere notevolmente il PIL senza produrre nuovo debito pubblico, anzi, generando surplus.

In via preliminare è necessario sottolineare che ci sono due maniere di ridurre il rapporto debito pubblico/PIL: la prima è di diminuire il debito; la seconda è di far crescere il PIL. La prima maniera è dolorosa e complessa perché comporta l’aumento delle tasse e/o la riduzione della spesa pubblica e/o la cessione del patrimonio pubblico. La seconda maniera – ovvero la crescita del PIL – è certamente molto più felice e positiva perché comporta lo sviluppo dell’economia e la fuoriuscita dall’austerità e dalla crisi.

Ambedue le proposte, quella di mini-bot e l’altra basata sui Titoli di Sconto Fiscale – con le differenze che vedremo in seguito – tendono a rinvigorire la domanda aggregata per aumentare il PIL.

Non bisogna dimenticare che in linea di principio esiste un solo modo veramente efficace di garantire la restituzione dei debiti: quello di ripagarli grazie all’aumento del reddito (in questo caso del PIL). Fare crescere il PIL è teoricamente molto semplice: in una situazione di forte sottoutilizzo delle risorse produttive, di scarsa liquidità e di carenza di potere d’acquisto, per riaccendere l’economia occorre rilanciare gli investimenti pubblici e il potere d’acquisto delle famiglie, e quindi la domanda aggregata. Il problema vero è però aumentare la domanda nel pieno rispetto dei vincoli (stupidi e controproducenti) posti dall’eurozona su deficit e debito.

L’austerità è controproducente

Come uscire dalla crisi? La Commissione Europea, la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale propongono e impongono manovre basate su tagli alla spesa pubblica (spending review) e al costo del lavoro, sulla privatizzazione dei servizi pubblici e in pratica sulla (s)vendita delle risorse nazionali.

Ma l’“austerità espansiva” tende a ridurre il PIL e a segare l’albero in cui si è seduti. Infatti in situazione di forte sottoutilizzo delle risorse produttive il moltiplicatore è superiore a uno. Questo vuole dire che se diminuisci la spesa di un euro, o se aumenti le tasse di un euro, il PIL si riduce più di un euro. Quindi il rapporto debito/PIL aumenta, come hanno dimostrato chiaramente le manovre controproducenti effettuate dal governo Monti e dai governi successivi. Nonostante la – anzi, a causa della – austerità portata avanti dai governi Letta, Renzi e Gentiloni, il debito è sempre cresciuto in rapporto al PIL.

Dunque, l’austerità non funziona. Questa ricetta provoca la devastazione della economia e della società italiana, la fine della coesione sociale e la subordinazione dell’economia italiana al capitale estero e agli stati forti, Germania e Francia in primo luogo. Così ci avviamo tristemente verso il suicidio della società italiana. Occorrono invece strumenti per fare ripartire l’economia.

Il progetto dei Mini-bot lanciato dalla Lega

In Italia il principale progetto di moneta fiscale è quello dei mini-bot ideato da Claudio Borghi Aquilini, responsabile economico della Lega. Il progetto è stato inserito nel contratto di governo giallo-verde come misura “concretamente percorribile”. E’ mirato a rilanciare l’economia, mettendo in circolazione alcune decine di miliardi (circa 70, secondo le stime dei proponenti) derivanti dai crediti delle aziende e dei cittadini nei confronti dello Stato.

I mini-bot sono titoli di Stato di piccolo taglio che, secondo i proponenti, sono consentiti dai trattati europei e dell’eurozona, proprio perché sono titoli, cioè strumenti finanziari denominati in euro, e non moneta parallela concorrente con l’euro. Sono assimilabili ai normali titoli di Stato ma assumono una forma cartacea in tagli piccoli (50 euro, 100 euro ecc.), in modo da facilitarne l’uso. Non fruttano interesse, ma lo Stato si impegna unilateralmente ad accettarli per il pagamento delle tasse, garantendone il valore. Questo implica che potrebbero essere potenzialmente accettati da vasti settori di pubblico e di aziende.

Il meccanismo di funzionamento è il seguente: i mini-bot vengono assegnati a cittadini e imprese che appunto vantano crediti nei confronti dello Stato. I soggetti creditori dello Stato saranno liberi di accettare subito i mini-bot o aspettare il pagamento del saldo in euro. Il progetto, secondo i proponenti, avrebbe due effetti: il primo è di aumentare il potere d’acquisto degli assegnatari e quindi di spingere la domanda interna. Il secondo è di favorire il commercio al dettaglio nazionale. Infatti i mini-bot cartacei saranno impiegati esclusivamente per l’acquisto di beni o servizi nel commercio nazionale al dettaglio: negozi, bar, ristoranti, benzinai ecc. Non potranno invece essere utilizzati nei circuiti virtuali (vedi Internet e e-shopping) e all’estero.

Secondo i proponenti non ci sarebbero controindicazioni sul piano dell’incremento del deficit pubblico. Infatti non verrebbe generato debito aggiuntivo perché il debito già conteggiato nel bilancio pubblico verrebbe semplicemente saldato. Questa misura costituirebbe inoltre una prima forma di recupero sostanziale di sovranità monetaria dello stato, pur nel rispetto del monopolio formale della Banca Centrale Europea sulla moneta unica.

Le critiche a questo progetto sono tuttavia numerose: secondo i critici infatti i mini-bot costituiscono una sorta di moneta parallela alla moneta unica. Inoltre l’emissione di mini-bot andrebbe immediatamente conteggiata sul piano contabile come emissione di debito pubblico. Infatti, dal momento che i mini-bot possono essere subito utilizzati per pagare le tasse, produrrebbero immediatamente deficit pubblico.

Quindi le (assurde) regole delle norme europee sul deficit e debito pubblico, inserite purtroppo anche nella Costituzione Italiana (art. 81), non sarebbero rispettate. La manovra potrebbe essere impugnata dalle istituzioni europee perché potrebbe sforare da subito i limiti del deficit pubblico (il famoso 3% sul PIL). Si tratta anche e soprattutto di valutare le possibili reazioni fortemente negative dei mercati finanziari di fronte all’incremento di deficit fiscale che la manovra mini-bot molto probabilmente produrrebbe. Le conseguenze economiche finali potrebbero essere assai meno brillanti di quelle che la Lega si propone.

Il progetto dei Titoli di Sconto Fiscale

La crisi italiana non è crisi dell’offerta: le capacità produttive ci sono ancora in Italia, e sono forti e vitali, come dimostra l’avanzo della bilancia commerciale con l’estero di circa 60 miliardi. La crisi ha colpito duro, ma le risorse umane e il capitale produttivo sono tuttora presenti in Italia, anche se sono largamente sottoutilizzati proprio a causa della carenza di domanda. Il problema dell’economia italiana si pone allora in questi termini: se la BCE con il Quantitative Easing non è riuscita a fare circolare nuova moneta nell’economia reale, come può il governo rilanciare la domanda e rimettere in moto le risorse produttive? La proposta è di immettere liquidità grazie ai Titoli di Sconto Fiscale (TSF).

Innanzitutto occorre sottolineare che i TSF non sono una moneta parallela alternativa alla moneta legale (l’euro) ma sono dei titoli di stato negoziabili e convertibili in euro. La proposta è che il governo italiano emetta in maniera massiccia, ovvero per miliardi di euro, Titoli di Sconto Fiscale che diano diritto ai loro possessori di ridurre i pagamenti fiscali a partire da tre anni dall’emissione. Nel quarto anno i TSF emessi potranno essere utilizzati al loro valore nominale per diminuire le tasse e altre obbligazioni nei confronti dello stato (contributi, tariffe, multe, ecc.).

I TSF tuttavia, esattamente come tutti gli altri titoli di stato, come i Bot e i CCT, potranno anche essere ceduti immediatamente sul mercato finanziario in cambio di euro. Così sin dal momento in cui vengono emessi possono subito incrementare la capacità di spesa dell’economia. Il loro valore di mercato sarà analogo a quello di un titolo di stato zero-coupon a tre anni. Essendo un titolo a breve-media scadenza pienamente garantito dallo stato per “pagare” le tasse, i TSF saranno prevedibilmente scambiati quasi alla pari sul mercato finanziario. 100 euro di TSF equivarranno in pratica a 100 euro o poco di meno.

Il governo assegnerà i TSF gratuitamente – ripeto: gratuitamente – a cittadini e aziende, e li utilizzerà anche per i pagamenti della Pubblica Amministrazione. Questa è una prima differenza rispetto al progetto di Borghi. I mini-bot servirebbero solo a pagare i debiti della pubblica amministrazione, e quindi produrrebbero un moltiplicatore relativamente contenuto; i TSF costituiscono invece reddito aggiuntivo diffuso e quindi avrebbero un impatto assai più elevato.

Ai cittadini i TSF saranno attribuiti in proporzione inversa al reddito, privilegiando ceti sociali disagiati e lavoratori a basso reddito: questo sia per incentivare i consumi che per ovvie ragioni di equità sociale.

Alle aziende, le assegnazioni saranno attribuite principalmente in funzione dei costi di lavoro da esse sostenute. L’attribuzione di TSF alle aziende ridurrà i costi del lavoro, migliorerà immediatamente la loro competitività delle imprese ed eviterà che l’effetto espansivo sulla domanda interna crei un peggioramento dei saldi commerciali esteri. Quindi la manovra non genererà scompensi sulla bilancia dei pagamenti.

Una quota molto importante dei TSF verrà inoltre utilizzata per iniziative di pubblica utilità: innanzitutto un Piano del Lavoro finalizzato a creare occupazione e a realizzare infrastrutture immateriali (ricerca, scuola e università, politica attiva del mercato del lavoro, etc.) e materiali (per esempio, opere di riassetto idrogeologico e del territorio). Inoltre i TSF potrebbero essere utilizzati dallo stato per programmi di rafforzamento e riqualificazione del welfare e per il Reddito Minimo.

Sul piano istituzionale la manovra che propongo, essendo basata su titoli fiscali, è perfettamente in linea con i trattati europei poiché in campo fiscale ogni stato è ancora sovrano; e soprattutto perché i TSF non generano debito né al momento dell’emissione né in quello dell’utilizzo, ovvero dopo tre anni dall’emissione.

Questa è la principale differenza con i mini-bot di Borghi.

Infatti nel momento della creazione di TSF lo stato non sborsa soldi, e quindi non registra alcun deficit fiscale; inoltre sul piano contabile i TSF non possono essere computati come debito pubblico perché il governo emittente non s’impegna a rimborsarli in euro ma soltanto a concedere futuri sconti sulle tasse. Dopo tre anni dalla loro creazione, quando i TSF potranno essere utilizzati per ridurre il pagamento delle tasse, il deficit fiscale potenziale verrà compensato per effetto della crescita del PIL.

Lo shock monetario-fiscale renderà nuovamente vitale l’economia nazionale. Le emissioni di TSF potrebbero partire da un livello pari al 3% circa del PIL annuo – circa 40 miliardi di euro – e essere modulate e calibrate nel tempo in modo da assicurare alti livelli di occupazione senza però produrre un’inflazione superiore al 3-4%, né scompensi nei saldi commerciali esteri. L’incremento della domanda legata al maggior potere d’acquisto farà inizialmente crescere il PIL in misura più che proporzionale rispetto all’emissione di TSF, intorno al 3-4%, fino al recupero completo dell’”output gap” prodotto dalla crisi.

Nel periodo che va dell’emissione dei TSF alla loro maturazione entrerà infatti in funzione il moltiplicatore del reddito. Nel seguito per moltiplicatore del reddito si intenderà per semplicità un moltiplicatore sintetico in economia aperta, che tiene già conto di fattori come la propensione al consumo (circa 90%) e al risparmio (circa 10%) delle famiglie, e che sintetizza i differenti effetti dei diversi tipi di moltiplicatore – per es. moltiplicatore riferito al taglio delle tasse, alla spesa complessiva, ecc -. In questa sede un maggiore dettaglio sarebbe eccessivo e inutile.

Come insegna l’esperienza storica – e come hanno verificato Olivier Blanchard e Daniel Leigh in un noto studio effettuato per conto del FMI – nelle condizioni di forte crisi e di trappola della liquidità il moltiplicatore è storicamente superiore a uno: così ogni nuovo euro immesso in circolazione genererà un più che proporzionale aumento del PIL.

Dopo tre anni dall’emissione dei TSF la crescita del PIL nominale indotta dal moltiplicatore e poi dall’inflazione – provocata dal forte incremento della domanda – darà luogo a un aumento del gettito fiscale che compenserà il costo dei TSF senza incremento di deficit e di debito pubblico, anzi con surplus fiscale.

Inoltre l’incremento previsto della domanda rilancerà l’inflazione e così diventerà più facile rimborsare il debito pubblico ai creditori.

Questo è in prima approssimazione dimostrabile grazie a semplici simulazioni eseguibili su foglio excel, come la seguente.


La tavola indica chiaramente che la manovra proposta aumenta significativamente il PIL, produce surplus di bilancio pubblico, e alla fine si ripaga pienamente grazie all’incremento dei ricavi fiscali.

Le due variabili chiave sono ovviamente il moltiplicatore del reddito e soprattutto l’inflazione. Rispetto a queste due variabili nel modello si fanno ipotesi che appaiono realistiche e verosimili.

Si sottolinea che la variabile più importante è il tasso di inflazione, dal momento che il moltiplicatore si applica solo all’emissione dei TSF, che è pari solo a qualche punto percentuale del PIL, mentre il tasso di inflazione si applica al 100% del PIL.

Le stime qui presentate sono prudenti e considerano che l’aumento del potere di acquisto conseguente all’emissione di TSF produca tassi di inflazione relativamente contenuti: dal momento che vengono immesse alcune decine di miliardi – in ipotesi 40-60 – di nuovo potere di acquisto in tre anni, i tassi di inflazione potrebbero essere molto più elevati di quelli indicati su foglio excel. Infatti in Italia, prima della deflazione di questi ultimissimi anni, nei venti anni precedenti l’economia ha praticamente stagnato, ma l’incremento annuale del tasso di inflazione è sempre stato pari al 2% circa. Nel modello sopra esposto le stime sono prudenti: l’inflazione cresce infatti poco rispetto al PIL e all’incremento di potere d’acquisto.

E comunque il modello funziona anche se si ipotizzano valori del moltiplicatore e dei tassi di inflazione ancora più limitati.

Di fronte a manovre di moneta fiscale, il problema che si porrà non è tanto quello della possibile reazione negativa delle istituzioni UE. Infatti la manovra dei TSF potrebbe essere considerata “nazionalista” o “sovranista”, e potrebbe incontrare opposizioni da parte della UE, ma essendo completamente legale e legittima, prevedibilmente non ci potrebbero essere conseguenze effettive e concrete. E comunque esse potrebbero essere agevolmente confutate di fronte, per esempio, alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

La vera domanda è: come reagiranno i mercati finanziari? E come reagirà la BCE? La reazione dei mercati è sempre imprevedibile e spesso irrazionale. Tuttavia se il PIL crescesse senza incremento di deficit e di debito, anzi con surplus fiscali, e se quindi il rapporto debito pubblico/PIL diminuisse, gli investitori potrebbero essere rassicurati dal fatto che i loro crediti saranno perfettamente ripagati e che lo spettro del default di stato scomparirà per sempre. Quindi, se la manovra venisse ben illustrata e giustificata da un governo in carica, i mercati potrebbero senz’altro reagire positivamente.

Anche la BCE potrebbe approvare, o comunque non contrastare, un sistema che incrementa il PIL, che diminuisce il debito pubblico e che allontana le possibilità di fallimento degli stati dell’eurozona, e quindi la rottura dell’euro – che invece attualmente è possibile e anzi probabile -. Ovviamente il principale obiettivo della BCE è quello di mantenere l’irreversibilità dell’euro e i Titoli di Sconto Fiscale possono dare un contributo decisivo in questo senso.

In conclusione: un governo ambizioso, intelligente e coraggioso potrebbe, sul piano tecnico, emettere TSF nel giro di poche settimane. Il progetto di Moneta Fiscale non richiede infatti riforme (impossibili) dei trattati dell’Unione Europea e non implica l’uscita dell’Italia dall’eurozona. Emettere moneta fiscale è una decisione che un governo potrebbe prendere autonomamente senza rompere con l’euro e con grande consenso sociale.

Il progetto di Moneta Fiscale offre inoltre l’enorme vantaggio di potere essere essere attuato in Italia e negli altri paesi periferici europei mantenendo la moneta unica europea di fronte alle altre valute internazionali, come il dollaro, yen, yuan, pound. La moneta fiscale potrebbe essere allora considerata come un possibile fattore di rafforzamento della moneta unica europea. Oppure, per certi aspetti, come l’ancora di salvezza di una eurozona sempre sull’orlo del precipizio.

Gaza la prigione a cielo aperto - l'anima della Grande Marcia non è Hamas ma è il popolo prigioniero che vuole liberarsi dalle catene con cui gli ebrei li tengono prigionieri cercando di spezzare il loro spirito con uccisioni e vessazioni di ogni tipo

Gaza: nonostante la repressione brutale e i morti la Grande Marcia continua

di Patrizia Cecconi
17 luglio 2018

Nonostante i circa 150 morti, tutti inermi, e gli oltre 15.000 feriti, anch’essi tutti inermi, nonostante i tentativi di bloccarla con la ricerca di compromessi con Hamas al quale ne era stata strumentalmente attribuita la paternità da Israele e dai suoi alleati, nonostante le minacce di Netanyahu e la ferocia dei suoi killers, la Grande marcia per ottenere il rispetto del diritto al ritorno previsto dalla Risoluzione Onu 194 e per ottenere la fine dell’illegale assedio, va avanti

Oggi siamo andati al nord, a poca distanza dal valico di Erez, quello regolarmente chiuso ai palestinesi e a chiunque Israele non conceda l’autorizzazione di varcarlo, perché Israele, lo ricordiamo, assedia questa fascia di terra palestinese e detiene le chiavi di questa immensa prigione che è la Striscia di Gaza.

Oggi chi scrive ha deciso di restare come testimone fino alla fine e quindi di non farsi allontanare dalla polizia palestinese preoccupata che gli stranieri (quali? il plurale è d’obbligo come concetto ma non come realtà fattuale) possano essere presi di mira dai cecchini israeliani per poi farne ricadere la colpa sull’autorità che governa la Striscia, cioè Hamas.

Dunque oggi, per impedire di essere allontanata quando i cecchini cominciano a sparare con pericolosa intensità, il mio ruolo di osservatrice partecipante – e referente – l’ho svolto indossando la blusa dell’UHCC, una delle associazioni di medici che offrono gratuitamente il loro soccorso ai feriti.

Nella grande tenda adibita ad ospedale da campo la sintonia, come già verificato altre volte, era perfetta e scavalcava i ruoli. L’infermiere, il medico famoso e importante, lo scout addestrato al primo soccorso e l’autista delle ambulanze erano tutti complementari e la situazione di emergenza creava tra loro un’intesa perfetta.

I primi feriti sono arrivati già poco dopo le tre del pomeriggio, quando ancora non c’era che qualche centinaio di persone e nessuna di queste era vicina alla barriera con cui Israele assedia la Striscia. Ma loro, i manifestanti, non sembravano sconvolgersi perché anche questo ormai è diventato routine e loro resistono nonostante il rischio che sanno di correre. Resistono ormai da 100 giorni.

Cento giorni era proprio il tema di questo venerdì, come si leggeva anche nei grandi cartelloni del punto di raccolta. Rivendicazione orgogliosa e celebrazione del centesimo giorno dal lancio della Grande marcia del ritorno e, insieme, sostegno alla popolazione di Al Ahmar, il villaggio beduino tra Gerico e Gerusalemme, minacciato di distruzione a partire dalla famosa scuola di gomme frequentata da 170 bambini che Israele vuole sloggiare.

Nonostante i circa 150 morti, tutti inermi, e gli oltre 15.000 feriti, anch’essi tutti inermi, nonostante i tentativi di bloccarla con la ricerca di compromessi con Hamas al quale ne era stata strumentalmente attribuita la paternità da Israele e dai suoi alleati, nonostante le minacce di Netanyahu e la ferocia dei suoi killers, la Grande marcia per ottenere il rispetto del diritto al ritorno previsto dalla Risoluzione Onu 194 e per ottenere la fine dell’illegale assedio, va avanti.

Anche oggi c’è stato un martire, poco più che un bambino, un quindicenne di nome Othman Rami Hellas che al pari di tanti altri suoi coetanei era andato a quella specie di grande festa resistente e pacificamente combattente che è l’appuntamento del venerdì con la grande marcia. Lo hanno ucciso a sudest di Gaza. Sparandogli per ucciderlo: in pieno petto.

Al nord, invece, cioè ad Abu Safia, nostro luogo di osservazione odierna, i ragazzini li hanno “soltanto” feriti. Uno con un tear gaz sotto l’occhio, e per fortuna era abbastanza lontano dalla jeep che ha lo ha lanciato per cui il colpo non l’ha ucciso sfondandogli le ossa del cranio come successo al povero ragazzo preso di mira alcune settimane fa e morto dopo sofferenze atroci.

Altri invece sono stati feriti alle gambe da proiettili “vivi”, come vengono chiamati quelli non ricoperti di gomma.

Ai giornalisti non è andata meglio e ad Abu Safia, dove il numero dei manifestanti oggi non era altissimo, ne hanno colpiti ben tre. Parliamo sempre di giornalisti palestinesi che insistono a mettere il giubbetto antiproiettile con la scritta PRESS convinti che sia una protezione invece di un target perché non vogliono ricordare che Israele non rispetta la legalità internazionale che condanna e in teoria vieterebbe di colpire sia la stampa che i soccorritori della Crocerossa e simili.

Abbiamo detto condanna e non “impedisce” come in altri casi capita di leggere, perché Israele è stato tutt’al più redarguito per aver commesso i suoi crimini ma mai, da parte della comunità internazionale, c’è stata una sanzione capace di impedire a questo Stato sui generis di commetterne altri.

Arrivare al campo “al Awda” di Abu Safia e vedere a sinistra dell’entrata un piccolo parco giochi con giostrine per bambini e, a destra, un bar mobile adorno di bandierine, fa pensare ad una festa di paese, ma gli occhi vanno in fretta sul lungo banner con tante foto, sono i ritratti dei martiri di quest’angolo del border e, subito dopo, senza nessun motivo apparente, si sente il primo sparo.

No, non è una festa, e si percepisce la grande disparità tra questo popolo che chiede semplicemente il rispetto dei propri diritti e l’assediante, lo stesso che occupa l’intera Palestina, che impedisce con la forza delle armi la realizzazione del diritto.

Dopo le 17 i manifestanti si moltiplicano e le ambulanze cominciano a correre. Arrivano i primi feriti, alcuni sono semiasfissiati dal gas tossico, a loro si dà subito il ventolin, poi li si tratta diversamente a seconda della gravità della situazione e li si rimette quasi tutti in sesto in una mezz’ora. Il dr. Mahmoud è particolarmente attento a questi pazienti perché lui, un paio di mesi fa, fu colpito da uno dei gas che provocavano violente convulsioni per il tipo di sostanza che Israele, nelle sue sperimentazioni sulle “cavie” di Gaza, aveva inserito nei tear-gaz.

I cecchini sparano. I colpi sono secchi e “puliti”, li si sente e li si riconosce a grande distanza.

Arrivano feriti alle gambe, ai piedi alla mano, alla testa. Ci sono bambini. Quelli che hanno lasciato la giostrina e sono andati nella parte più esposta. Sempre nella propria terra, sempre entro la recinzione che li tiene chiusi come animali, ma i cecchini li hanno colpiti lo stesso.

Tra i tanti colpiti da proiettili ci sono anche due giornalisti, li hanno feriti alla coscia. Non si capisce se hanno sbagliato la mira volendoli colpire al pube, come visto in molti altri casi, o se volevano proprio colpirli nella parte alta delle gambe. Sono stati medicati e mandati in ospedale per l’operazione chirurgica.

L’ospedale Al Awda e l’Indonesian sono i due ospedali di riferimento per quest’area. Se i proiettili erano ad espansione e gli hanno frantumato l’osso forse perderanno l’uso della gamba colpita, altrimenti se la caveranno dopo l’operazione. Sempre che gli ospedali abbiano l’occorrente per operarli e curarli perché ormai lavorano in condizioni eroicamente disastrose.

Grazie alla blusa dell’UHCC ho potuto assistere fino all’ultimo sfogo delle jeep israeliane, ormai dopo il tramonto, le quali senza alcun motivo razionale seguitavano a lanciare lacrimogeni e li lanciavano proprio dove si trovavano le ambulanze per soccorrere i feriti. C’è una gratuità che sa di sadismo in tutto questo, come nei due lacrimogeni arrivati a pochi passi da noi prima che iniziasse la manifestazione e che eravamo a non meno di 500 metri dal confine. Come il lacrimogeno sparato contro il viso del bambino o contro la testa del vigile del fuoco o contro il petto di un altro giornalista.

Ma la marcia continua. Cambieranno tecnica probabilmente, ma non si fermeranno, perché i gazawi sono uno strano popolo, sono palestinesi di mare, hanno, nella loro storia, almeno 5000 anni di tentativi di sottomissione da parte di tutti i popoli passati su questa appetibile porta che introduce all’Oriente e apre verso l’Occidente, tentativi mai del tutto riusciti.

Non saranno certo gli israeliani a sottometterli. Gli israeliani gli hanno mandato i condom più o meno in regalo invitandoli sprezzantemente a fare meno figli e i gazawi hanno pensato bene di farne un uso alternativo restituendogli egli in volo con una fiammella che era la risposta all’irrorazione di glifosato sui loro raccolti da parte degli aerei con la stella di Davide. Hanno scoperto l’uso alternativo degli aquiloni che con una fiammella hanno messo in crisi la potente aviazione israeliana. L’unica cosa che non sono ancora riuscita a fare, i gazawi e i palestinesi in genere, è creare una rete comunicativa capace di contrastare la straordinaria macchina propagandistica di Israele, quella capace di far credere all’opinione pubblica che gli aquiloni fiammeggianti che vogliono rompere l’assedio illegale e che, cadendo, possono dar fuoco a un campo sono terrorismo, mentre distruggere i campi con diserbante cancerogeno, uccidere e ferire centinaia e migliaia di inermi, chiudere un popolo in gabbia, sono invece azioni democratiche.

La giornata si chiude con un bilancio complessivo, lungo tutto il confine, di 220 feriti e il piccolo martire che voleva essere libero. Intanto, mentre le ultime ambulanze vanno via e dalle jeep degli assedianti seguitano a partire lacrimogeni non difensivi ma offensivi, un aquilone attraversa il confine e due o tre gruppetti di palloncini troppo trasparenti perché la fotocamera possa riprenderli, si levano in cielo e il vento li porta a seguire l’aquilone, anche loro verso il confine. Anche loro trasportano una fiammella.

E una lotta di logoramento, tra chi non ha nulla da perdere e vuole la libertà e conta sul tempo e su quelle fiammelle e chi non vuole concederla contando sulla forza delle proprie armi e sulle complicità internazionali.

La marcia comunque continua…

Alberto Negri - per amare gli altri devi amare te stesso, non possiamo ne vogliamo abbandonare gli italiani solo in questo modo possiamo amare un pochino i migranti ma non tutti e infinitamente

Alberto Negri - Perché l’Italia rimane un porto sicuro


di Alberto Negri*

Noi siamo un porto sicuro, non perché siamo più stupidi degli altri che respingono i migranti ma perché siamo più intelligenti, tanto almeno da capire che salvando quella gente in mare salviamo un po’ anche noi. Chiedetevi perché siamo rimasti l’unico grande Paese europeo senza attentati.

Anche per questo.

Se l’immagine dell’Italia come porto sicuro si incrina, anche la nostra sicurezza, quella reale e delle nostre giuste argomentazioni in Europa, si incrina. Fino a spezzare l’unico amalgama nazionale in cui finora ci siamo riconosciuti: l’umanità

*post Facebook del 17/07/2018 - Pubblichiamo su gentile concessione dell'autore

Notizia del: 18/07/2018

Gaza la prigione a cielo aperto, gli ebrei hanno perso la loro anima e non ci saranno assicurazioni ne dei russi ne degli statunitensi che potranno farla ritornare


Israele, via alle esercitazioni militari:
simulata l’occupazione di Gaza


LUG 17, 2018
LORENZO VITA

Non i ferma la tensione fra le forze armate di Israele e i gruppi che controllano la Striscia di Gaza. I razzi lanciati dai territori palestinesi contro lo Stato ebraico (200 in poche ore) e le risposte da parte israeliana nelle roccaforti di Hamas continuano. E adesso, dal governo israeliano è arrivato un altro segnale che la tensione potrebbe sfociare in uno scontro di livello più alto.

Le Israel defense forces (Idf) hanno dato il via a imponenti esercitazioni militari in tutto il Paese. L’obiettivo è quello di mostrare i muscoli nei confronti degli avversari mediorientali. La tensione con l’Iran non accenna a diminuire. E la Siria è ancora al centro dello scacchiere della guerra in corso con Teheran.

Ma c’è anche la Striscia di Gaza a rimanere un nervo scoperto della strategia israeliana. Un problema che Benjamin Netanyahu non riesce, evidentemente, a risolvere. I nodi da sciogliere sono molti, ma la situazione si sta facendo ogni giorno più esplosiva. E le esercitazioni delle forze di sicurezza israeliane ricordano a tutti che la questione israelo-palestinese è ancora fondamentale.

Le parole di Netanyahu

Il lancio di queste esercitazioni militari è una manovra per sostenere le politiche del governo. Israele ha mandato un ultimatum ad Hamas per fermare le violenze al confine ed evitare il lancio di razzi. Il governo ha risposto in maniera molto dura e non è disposto a fare alcun tipo di compromesso. Hamas ha imposto una tregua unilaterale dopo i raid israeliani in risposta all’ultima scarica di razzi dalla Striscia. Ma è una tregua fragilissima.

Ieri, il premier Netanyahu in visita a Sderot ha parlato in maniera molto chiara: “È importante che Hamas capisca che deve fronteggiare un muro d’acciaio e che questo muro è composto da un governo determinato, una salda leadership locale”, oltre che dall’esercito. “Stiamo completando la distruzione dei tunnel del terrore e così come siamo riusciti a fermare le cariche di massa al confine, abbiamo detto all’esercito di stoppare anche gli aquiloni incendiari“, ha aggiunto il primo ministro israeliano.

“Per noi non esiste un cessate il fuoco che esclude gli aquiloni incendiari”, ha continuato. E ha sottolineato che “se non verranno capite le mie parole, si capiranno le azioni dell’esercito”.

La simulazione dell’invasione di Gaza

Come riportano i media israeliani, tra le varie esercitazioni sarà anche simulata l’occupazione di Gaza City. Secondo il Times of Israel, una delle manovre, guidate dalla 162a divisione corazzata, si concentrerà sulla cattura della città. I militari israeliani non avrebbero confermato del tutto quanto sostenuti dai media, ma hanno affermato che la 162esima divisione parteciperà a un’esercitazione “che simulerebbe uno scenario meridionale, che includerà naturalmente esercitazioni ‘ di conquista’“.

Le Idf hanno voluto sottolineare che queste esercitazioni erano programmate da tempo e che non rappresentano una risposta alla tensione delle ultime ore. Tuttavia è chiaro che indicano la volontà del governo di mostrarsi molto più duri nei confronti delle organizzazioni che controllano la Striscia di Gaza. Netanyahu vuole risposte chiare da parte di Hamas. E lo scetticismo regna sovrano nei piani alti della Difesa israeliana.

Esercitazioni con uno sguardo alla Siria

Muovere le truppe in maniera imponente in tutto il territorio israeliano lancia anche un messaggio agli attori coinvolti in Siria. L’offensiva di Bashar al Assad per la riconquista di Quneitra avvicina le truppe siriane al Golan. E queste manovre preoccupano Israele. E il recente abbattimento di droni siriani da parte delle Idf lascia intendere che sia sempre possibile un’escalation.

Israele ha rassicurato la Russia di non colpire l’esercito siriano. Ma il raid su Aleppo degli scorsi giorni contro una presunta base iraniana ha fatto capire anche che Netanyahu non è disposto a cedere. E il fatto che questo raid sia arrivato tra l’incontro del premier israeliano con Vladimir Putin e il vertice fra lo stesso leader russo e Donald Trump significa che Israele vuole ulteriori garanzie.

Siria - Erdogan dovrà andarsene le sue capacità di giocare su due tavoli non dura per sempre

Russi e siriani puntano Idlib
E Erdogan adesso trema

LUG 17, 2018 

Mentre la sacca di Daraa si prepara alla sconfitta e con l’offensiva dell’esercito siriano che punta gli ultimi gruppi ribelli di Quneitra, il Sud sembra stabilizzato. E gli occhi di Damasco, con il supporto dell’aviazione russa, si spostano a nord, a Idlib, dove vengono inviati gli jihadisti che non si arrendono all’esercito. L’accordo fra Bashar al Assad e i ribelli prevede che chi non accetta la resa può dirigersi a nord, caricato sui pullman in direzione dell’ultima grande roccaforte islamista: Idlib.

Dalla provincia siriana, non lontana dal confine con la Turchia, continuano a partire droni diretti verso la base delle forze russe di Khmeimim. Per Mosca, la pazienza è finita e l’ha già dichiarato apertamente ai ribelli presenti a Daraa, ai quali ha consigliato di arrendersi senza dirigersi verso nord. È questione di settimane prima che l’esercito siriano e l’aeronautica russa iniziano a martellare l’area al confine con la Turchia. E si preannuncia un’offensiva molto delicata.

Idlib rappresenta da sempre uno dei nodi principali della guerra siriana. Negli ultimi mesi, si è trasformata nel catino del terrorismo islamico. Vi sono presenti numerose sigle terroriste che si combattono fra loro per l’egemonia della regione. E a questa guerra fratricida, si aggiungono gli altri gruppi di miliziani giunti dalle aree liberate da Damasco. Una situazione esplosiva, per ora controllata dall’accordo sulle de-escalation zones siglato da Turchia, Iran e Russia.

La Turchia ha da sempre Idlib sotto la sua protezione. Recep Tayyip Erdogan la considera la chiave della sua strategia in Siria. E dopo Afrin e Manbij, è la città nordoccidentale siriana a essere il vero avamposto delle truppe turche e delle milizie islamiche legate ad Ankara.

Proprio per questo motivo, il presidente turco ha telefonato sabato scorso a Mosca per chiedere a Vladimir Putin di fermare ogni possibile avanzata dell’esercito siriano. Come riportato da Reuters, Erdogan ha minacciato la fine dell’accordo di Astana sulla guerra in Siria nel caso in cui le forze di Damasco prendessero di mira la roccaforte jihadista di Idlib.

Secondo le fonti del governo turco, Erdogan sarebbe preoccupato dalla situazione dei civili presenti nell’area a sud del confine turco. La conquista di Daraa, dicono, ha messo in guardia Ankara. “Il presidente Erdogan ha sottolineato che il colpire i civili a Daraa era preoccupante e ha detto che se il regime di Damasco avesse preso di mira Idlib nello stesso modo. l’essenza dell’accordo di Astana potrebbe essere completamente distrutta”.

La Turchia ha da molto tempo istituito una serie di postazioni a Idlib come parte dell’accordo raggiunto l’anno scorso con Russia e Iran. L’obiettivo era evitare che quella parte di Siria fosse oggetti dell’assedio da parte dell’esercito governativo. Ed è un accordo che è servito in qualche modo ad Assad per permettergli di liberare Damasco, le regioni intorno la capitale e infine, concentrarsi sul sud. 

Ma adesso l’offensiva nel sud sta finendo. Mentre Idlib resta una minaccia costante. I russi continuano ad abbattere missili provenienti dall’area controllata dagli islamisti. E Assad vuole riprendere il controllo di un’area strategica come quella nord-occidentale, dal momento che a nord ha già un grosso problema con la aree controllate dai curdi legati all’Occidente. E la Turchia è già avanzata ad Afrin e in altre aree.

Ma la soluzione non è affatto scontata. La guerra in Siria ha dimostrato che Erdogan è un giocatore abile. E il fatto di giocare in un doppio campo, sia accordandosi con gli Stati Uniti per Manbijsia accordandosi con i russi per altre aree, lo ha portato a ottenere un ruolo molto difficile da gestire. Di fatto, il Sultano è un partner cui nessuno può fare a meno. Se Putin lo molla, i turchi si spostano con gli Stati Uniti. Se gli Usa lo provocano con i curdi, lui si sposta verso Mosca.

Non a caso,il leader turco ha avuto una lunga conversazione telefonica con Donald Trump proprio prima dell’incontro di Helsinki con Putin. Come si legge in una nota della presidenza turca, i due presidenti hanno evidenziato “l’importanza di dare seguito agli argomenti affrontati durante il vertice Nato di Bruxelles”. Inoltre, “è stato sottolineato come l’attuazione della roadmap per Manbij contribuirà in modo significativo alla cooperazione per risolvere la questione siriana”. Un messaggio per il Cremlino?

17 luglio 2018 - DIEGO FUSARO: Interventi a "L'aria che tira" (La7)

La Cina nella sua storia millenaria ha dimostrato di avere capacità strategica, nel mondo nessuna nazione, ad eccezione dell'anima russa, ha saputo attraversare il tempo continuando ad essere un'identità

LA PIANIFICAZIONE STRATEGICA DELLA CINA: DIVENTARE UNA TALASSOCRAZIA


(di Tiziano Ciocchetti)
16/07/18 

La strategia della Marina militare cinese, nel prossimo futuro, è indirizzata a vincere una ipotetica guerra locale informatizzata sul mare, a rafforzare la difesa costiera nazionale nonché a preservare la sovranità delle acque territoriali dello Stato, in modo tale da proteggere i diritti di navigazione e gli interessi nazionali.

Tutto questo non si configura nel mantenimento dello status quo ma è finalizzato al costante tentativo di raggiungere l’obiettivo dell’espansione del potere marittimo.

Ciò si evince dal pensiero marittimo di Pechino, secondo cui: l’ambiente marittimo della Cina è occupato da forze ostili e la catena di isole più prossima al continente esercita una pressione fortissima sulla sicurezza generale del Paese.

Significativa, come incentivo a canalizzare le risorse verso un totale controllo delle acque limitrofe, appare la crisi con gli USA del 1996 – quando due gruppi di portaerei bloccarono gli stretti con lo scopo di proteggere Taiwan – che dimostrò l’incapacità delle Marina cinese nel contrastare efficacemente il dispositivo navale schierato dalla U.S. Navy.


Infatti Pechino acquistò quattro cacciatorpediniere russiSovremenny (foto) equipaggiati con missili da crociera SS-N-22, dodici sommergibili convenzionali classe Kilo ma soprattutto mettendo in cantiere il progetto per una portaerei.

La Cina ha pianificato una evoluzione storica in tre fasi che sta portando allo sviluppo strategico della Marina militare.

La prima fase è coincisa con la difesa costiera e la difesa litorale; la seconda ha postulato il principio di una difesa delle acque territoriali; in ultimo, la terza fase, si incentra sulla difesa oceanica.

L’obiettivo è avere profondità strategica, non solo nell’Oceano Indiano attraverso il Mar Cinese Meridionale ma anche verso il Pacifico orientale.

A tale scopo progrediscono i programmi satellitari e si implementano quelli per la SIGINT (Signal Intelligence), per la ricerca oceanografica e per l’osservazione. Appare probabile che, entro il 2020, grazie a una ventina di satelliti da ricognizione della serie Yaogan, Pechino potrà disporre di un sistema integrato di informazione a livello regionale.


Alcune fonti parlano addirittura della messa a punto di un radar quantistico con capacità di rilevamento di velivoli stealth.

Gli sviluppi tecnologici cinesi sono stati possibili grazie all’iniziativa dell’ammiraglio Liu Huaqing, già comandante della flotta cinese e, nel 1994, anche numero uno della Commissione Centrale Militare. Egli diede il via ad una profonda riforma dell’industria della difesa, con il proposito di lanciare un chiaro messaggio politico a Washington: la Marina cinese non avrebbe mai accettato una eventuale proclamazione di indipendenza da parte del governo taiwanese.

Il pensiero militare di Liu si basa sul concetto che lo sviluppo della scienza bellica non è una questione tecnologica, bensì un affare strategico.

Un insegnamento recepito dall’attuale presidente Xi Jinping, il quale sta dando molta attenzione alla dimensione marittima della difesa della Cina, con l’introduzione di naviglio sempre più moderno.

Dal 2003 la Marina cinese ha cominciato ad acquisire oltre 70 unità, compresi una portaerei, quattro sommergibili nucleari lanciamissili, dodici sottomarini convenzionali, dieci cacciatorpediniere dal tonnellaggio elevato, venticinque fregate e rifornitori di squadra.

Attualmente ci sono altri programmi in fase di messa a punto, come un’altra portaerei, i caccia Type-055 (immagine) e i grandi rifornitori rapidi Type-901, secondi al mondo nella loro categoria solo ai Supply statunitensi.


Tornando alla difesa costiera, dal 2004 si è assistito ad un ulteriore avanzamento tecnologico con l’introduzione in servizio del primo pattugliatore Type-022. Concepita con l’aiuto di tecnici australiani, questa classe di pattugliatori si caratterizza per una forma sfuggente e una struttura a catamarano frangi-flutti, quindi in grado di prendere il mare anche con condizioni metereologiche avverse, consentendogli una velocità pari a 36 nodi, in special modo nei mari chiusi.

I Type-022 – attualmente in numero di 80 – possono trasportare da 4 a 8 missili da crociera antinave C-803 e sono equipaggiati con un cannone AK-630 da 30 mm.

In caso di impiego operativo sarebbero affiancate dalle corvette Type-056. Armate con un pezzo da 76 mm, di un lanciatore a otto celle per missili antiaerei a corto raggio FL-3000N e di due lanciatori doppi per missili antinave YJ-83. La versione Type-056A al posto dei missili è armata di razzi-siluri antisom Type 87, simili agli ASROC (Anti Submarine ROCket), specializzate nella lotta antisom - sono equipaggiate con un sonar di poppa rimorchiato e di siluri leggeri -, ricoprono un ruolo importante nelle tre flotte cinesi, in particolare quella del Sud dove le corvette ASW (Anti-Submarine Warfare) sono più numerose di quelle standard.


L’adozione di questa classe di corvette è finalizzare a rafforzare le capacità della Marina cinese di operare in maniera duratura al largo delle coste, in particolare nei mari del sud e in prossimità delle isole contese al Giappone, le Senkaku/Diaoyutai.

Proprio in questa zona del Pacifico che va inquadrato l’implemento della flotta sottomarina cinese. In particolare nella componente convenzionale, con 15 moderni Yuan (foto), 13 Song, 12 Kilo, e una quindicina di vecchi Ming. Quindi, un eventuale aggressore, si troverebbe ad affrontare una barriera difensiva unica al mondo. Inoltre è in essere la sostituzione del 30% dei battelli più obsoleti con unità della classe Yuan dotate di propulsione indipendente dall’aria Stirling AIP (Air Indipendent Propulsion), e dai successori derivati dagli Amurrussi. Quasi tutte le unità sottomarine hanno armamento missilistico antinave. Sui più recenti sottomarini nucleari d’attacco Type-093 sono installati i missili cruise di nuova generazione YJ-18 – simili ai 3M54 Kalibr russi – con velocità supersonica fino a mach 3, con un raggio d’azione di 540 km e una testata bellica da 300 kg di esplosivo ad alto potenziale, sufficiente a danneggiare gravemente una portaerei a propulsione nucleare americana.

L’YJ-18B è predisposto per l’attacco al naviglio, mentre l’YJ-18 è utilizzato per battere obiettivi terrestri. Tuttavia esistono altre due versioni, l’YJ-18A che equipaggia i nuovi cacciatorpediniere Type 052D e Type 055, e l’YJ-18C, versione impiegata per la difesa costiera.

Il potenziale della PLAN (People’s Liberation Army Navy) appare quindi in costante aumento. Ne è una prova quanto accaduto il 10 gennaio 2018, quando un sottomarino classe Shang è passato molto vicino a Taiwan puntando verso le isole di Miyako e Yonaguni, passaggio obbligato verso le acque territoriali giapponesi. L’11 gennaio il sottomarino è apparso nell’arcipelago delle Senkaku/Diaoyutai. Un modo per mostrare nuovamente la bandiera e ribadire le capacità dissuasive della Marina cinese.

(foto: Ministry of National Defense of the People's Republic of China / web)

martedì 17 luglio 2018

Trump sancisce la fine del globalismo e la vittoria degli stati identitari

Fuori l'Europa, dentro Putin: così Trump ha cambiato il mondo (e si è messo nei guai)

In Usa reazioni inferocite dopo l’incontro Trump-Putin. Ed è comprensibile. Il vertice di Helsinki sancisce un enorme cambiamento, già in atto, per gli equilibri mondiali. Gli Usa non sono più amici di nessuno e corrono da soli. E per l’Europa e gli atlantisti non è un bel momento

17 Luglio 2018 - 07:30

“Una vergogna”. “Un traditore”. “Un’umiliazione per l’America”. “Un codardo”. “Un mentitore”. Dai e dai, gira e rigira, il conflitto è infine esploso nel cuore dell’Impero.Quelli di cui sopra sono solo alcuni degli epiteti con cui una parte robusta della politica americana e la stragrande maggioranza degli operatori dei media stanno organizzando il linciaggio di Donald Trump.

Quando uno degli anchorman più noti della Tv Usa apre il dibattito tra esperti esprimendo a chiare lettere disgusto per il proprio Presidente, mentre un ex direttore della Cia definisce Trump “imbecille” e “succube di Putin”, si capisce che i vecchi parametri sono saltati e che il nostro mondo è ormai squassato da una guerra intestina dalle conseguenze imprevedibili.

L’irresistibile ascesa della Cina. La resistibile ascesa del terrorismo islamista, finanziato dai nostri migliori alleati. La crisi economica, in Occidente profondissima nelle conseguenze sociali. Gi spostamenti di popolazioni in fuga da guerre, carestie, povertà, disastri climatici. L’effetto boomerang della globalizzazione, che mentre fa uscire cento milioni di persone dalla fame nera in Paesi che “pesano” poco, fa entrare nella povertà cinquanta milioni di piccoli borghesi di Paesi che invece “pesano” molto. Su tutto questo Barack Obama aveva issato un fondale di cartapesta che faceva pure la sua figura, tra il glamour del primo Presidente nero e le buone maniere della Hollywood progressista del buon Weinstein, generoso finanziatore del Partito democratico prima di farsi travolgere dai suoi vizi. Poi si facevano le solite porcherie, le armi a questo e quello, uno scudo stellare qui e uno là, un po’ di Fratelli Musulmani e qualche bomba sulla Libia, ma insomma si andava avanti.

Quel fondale Trump l’ha attraversato come un rinoceronte. Ciò che bolliva in pentola stava tutto nello slogan della sua campagna elettorale: “America first!”. La nazione come risposta al caos vero o apparente, l’io contro il noi e il noi contro tutti. È successo proprio ciò che gli atlantisti in doppio petto paventavano, cioè che Trump ha strapazzato gli europei a Bruxelles e aperto la porta a Putin a Helsinki

Quel fondale Trump l’ha attraversato come un rinoceronte. Ciò che bolliva in pentola stava tutto nello slogan della sua campagna elettorale: “America first!”. La nazione come risposta al caos vero o apparente, l’io contro il noi e il noi contro tutti. Quest’ideuzza, che prima di lui si agitava nelle periferie dell’Impero, ora è arrivata al centro e provoca i travasi di bile politica di cui si diceva.

Perché poi, a vederla con gli occhi di Trump, a Helsinki non è successo nulla. Mentre a vederla con gli occhi degli atlantisti vecchio stampo, a Helsinki si è rischiata la fine del mondo. Ed ecco perché. Donald Trump è un nazionalista che fa il Presidente degli Stati Uniti, ovvero dell’unica superpotenza al mondo. Lui dice: perché devo sprecare un sacco di soldi per star dietro ai trattati commerciali, badare alle alleanze militari, dar retta alla Ue e poi farmi pure scassare l’anima dalla Merkel, da Macron, dalla May, da questo e da quello, quando posso fare più o meno quello che voglio? Quando ho la ricchezza, la forza e il sapere per imporre agli altri le mie decisioni?

Per questo è successo proprio ciò che gli atlantisti in doppio petto paventavano, cioè che Trump ha strapazzato gli europei a Bruxelles e aperto la porta a Putin a Helsinki. La Russia è forte e bene armata ma ha la Nato ai confini e l’Ucraina è, politicamente parlando e da qualche mese anche militarmente, un protettorato americano. In più, l’economia russa non è una rivale per quella americana. In sostanza, un grosso rompimento di scatole ma poco più.

Se voi foste quello di “America first!”, con chi ve la prendereste? Con il povero rognoso e grintoso (la Russia) o con il ricco senza palle (l’Europa)?

L’Europa, al contrario, è un nano politico e militare. Però genera il 20% degli scambi commerciali del mondo, ha un attivo, negli scambi economici con gli Usa, di circa 150 miliardi di dollari l’anno ed è più protezionista degli Usa visto che (lo spiega l’Organizzazione mondiale del commercio) il dazio medio applicato dai Paesi Ue era, fino alle misure prese da Trump su acciaio e alluminio, del 5,3% contro il 3,5% degli Usa, il 4,2% del Giappone, il 4,1% del Canada e il 2,7% dell’Australia. Se voi foste quello di “America first!”, con chi ve la prendereste? Con il povero rognoso e grintoso (la Russia) o con il ricco senza palle (l’Europa)?

Il nazionalismo è questo, no? Prima gli interessi del mio Paese e poi, ma solo poi, quelli degli altri Paesi. Per quelli convinti che senza la Nato siamo persi, che se non compriamo gli F35 ci fanno pac pac sul sederino e se non ci sdraiamo davanti ai loro progetti gli americani non ci danno più l’amicizia su Facebook, abbiamo una notizia: è già successo.

Questa America non è più nostra amica, perché non è amica di nessuno ma solo di se stessa. Un po’ come tutti, del resto. Fa su scala mondiale quello che i cari Merkel, Macron e compagnia fanno in Europa. Lo fa molto, molto più in grande. Se questo mondo nuovo non ci piace, abbiamo una speranza: che il complesso industrial-militare Usa, spaventato dal possibile calo di fatturato in un mondo con più guerre commerciali e meno guerre vere, si decida a togliere di mezzo Trump. Difficile, con l’economia americana che vola, ma non impossibile.

Calenda un vero e sanguigno venditore di fumo

Italia | Governo Gentiloni

Tutti i fallimenti di Calenda, l'ex «ministro del disastro economico» (che ora si dedica al Pd)

In due anni al Mise ha collezionato una serie di trattative mai andate in porto, di vani tentativi di salvare le aziende dal fallimento e gli operai dal licenziamento


L'ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, del Pd (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

ROMA – Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, lo definì in tempi non sospetti con una formula efficace: «Ministro del disastro economico». Già, perché Carlo Calenda, in appena due anni trascorsi a palazzo Piacentini, con i governi Renzi prima e Gentiloni poi, è riuscito nella poco invidiabile impresa di collezionare una striscia incredibile di fallimenti, di trattative mai andate in porto, di vani tentativi di salvare le aziende dal fallimento e gli operai dal licenziamento.

Serie nera
Quello a cui si riferiva Emiliano è forse il più roboante di tutti, quello dell'Ilva, i cui sindacati hanno bocciato sonoramente, solo un paio di mesi fa, le proposte del ministro: «Calenda è andato a sbattere contro un muro di cemento armato senza che nessuno lo aiutasse a fallire – ribadì il governatore – Ha fallito perché non ha una percezione esatta di quello che succede all'Ilva, come probabilmente non ce l'ha anche di altre vertenze che non ha risolto». Stessa sorte anche a Roma per la questione Almaviva, dove i lavoratori hanno respinto l'accordo che prevedeva il taglio dell'orario di lavoro, delle retribuzioni, del Tfr. Sempre in Puglia, invece, Calenda non è riuscito a sbrogliare la matassa del gasdotto Tap, tanto da ritrovarsi ad ammettere lui stesso che la situazione che si era creata era «umiliante per il nostro Paese, non riusciamo a fare un tubo di un metro e mezzo». Da un capolavoro all'altro: sul caso Fincantieri, l'allora ministro tentò di vendere come un suo successo l'ingresso nella proprietà dei cantieri navali francesi Stx, ma fu la Lega a svelare come «noi abbiamo tirato fuori i soldi ma controllo operativo, indotto e lavoratori saranno sotto il controllo francese». Per non parlare della questione Alitalia. Con toni quantomeno affrettati, il titolare del Mise annunciò che la cessione sarebbe avvenuta prima delle elezioni del 4 marzo: peccato che si trattasse di pura utopia, visto che prima di lasciare il suo ufficio lo stesso Calenda rinviò ufficialmente la vendita della compagnia aerea al prossimo 31 ottobre. Una patata bollente passata, con tanti saluti, al governo successivo, dunque. Esattamente come la vicenda Embraco, che l'ex ministro seguì con grande attenzione, ma che la sua soluzione l'ha trovata solo qualche giorno fa, con la firma del suo successore Luigi Di Maio.

Spuntato dal nulla
Non certo un curriculum di cui andare fieri, insomma. Che non inizia, però, con il suo approdo in via Vittorio Veneto. Rampollo di una delle famiglie della Roma bene, figlio predestinato e prediletto dei Parioli, il giovane Carlo Calenda si fa notare soprattutto per aver recitato nello sceneggiato tv tratto dal libro Cuore, e diretto dal nonno Luigi Comencini. Poi lega a doppio filo il suo destino con quello di Luca Cordero di Montezemolo, prima in Ferrari, poi in Confindustria, infine in Italia Futura. Dev'essere stato a quel punto che nella testa di Calenda è spuntata la formidabile idea di scendere in politica. Non avendo avuto lunga vita il pensatoio montezemoliano, si ricicla dunque nella Scelta Civica di Mario Monti, venendo però trombato alle elezioni. Matteo Renzi tenta di ripescarlo mandandolo a Bruxelles come ambasciatore, ma viene richiamato a Roma dopo meno di tre mesi. Ma, per lui, quei piccoli inciampi non erano che gli inizi di una fulgida carriera: del resto, uno così, vuoi non nominarlo ministro? Terminata la sua attività nell'esecutivo, e finita male (tanto per cambiare) anche l'auspicata scalata alla presidenza del Consiglio, Calenda ha deciso di riciclarsi nel Partito democratico, proponendosi come uomo della provvidenza. E in quest'ultimo caso ci tocca proprio dare ragione alla sua intuizione: come potrebbe il Pd lasciarsi sfuggire un uomo che ha dimostrato tanta competenza nel settore dei fallimenti?

Un piccolo grande passo in avanti


Vi spiego perché a Helsinki Trump e Putin hanno cambiato le regole del gioco. Parla Frattini 



Il presidente della Sioi, già commissario europeo e ministro degli Esteri, definisce il vertice di Helsinki "una grande vittoria". L'Europa ancora una volta non è pervenuta 

C’è chi griderà allo scandalo, accogliendo il presidente Trump al suo ritorno in patria con cartelli di sdegno per aver svenduto il Paese al nemico. Chi invece si farà prendere dall’entusiasmo, ringraziando il Tycoon per aver fatto l’America great again. Su un punto nessuno potrà litigare: il vertice di Helsinki fra Donald Trump e Vladimir Putin entra di diritto nella storia e cambia le regole del gioco. Il tifo da stadio non aiuta a capirne la portata. Per questo Formiche.net ha commentato a caldo il faccia a faccia con il presidente della Sioi Franco Frattini. Che da ex commissario europeo e ministro degli Esteri può dire senza timore di smentita di conoscere bene il Presidente russo. E sembra convinto che lo spirito di Pratica di Mare resti l’unica via per allontanare una volta per tutte la Guerra Fredda.

Come con Kim Jong-un, anche questo incontro si è concluso fra sorrisi e strette di mano. Questa è una sconfitta per il Presidente americano?

È stata una grande vittoria per entrambi, perché hanno dimostrato di essere in grado di superare tutte le critiche dell’establishment politico interno pur di arrivare a questo incontro. Le risposte di Trump sono state convincenti. L’offerta di Putin di consentire alla commissione di Mueller di recarsi in Russia per indagare gli agenti sospetti è stata una mossa spiazzante.

In cambio ha chiesto di indagare in Russia gli agenti americani sospettati di interferenze. Davvero c’è da esultare?

Putin ha fatto un esempio molto chiaro: quello di un americano che ha evaso il fisco sia in Russia che negli Stati Uniti e ha finanziato con 400 milioni di dollari la campagna elettorale di Hillary Clinton. È comprensibile che le autorità russe vogliano indagare.

Mi sembra molto ottimista sul vertice..

In questi vertici internazionali non vengono quasi mai firmati veri accordi, ciò che conta è il messaggio. Tutti credevano che portandosi dietro John Bolton Trump volesse “dichiarare guerra” alla Russia. E invece il Presidente americano ha spiazzato l’establishment politico, tanto quello democratico quanto quello repubblicano. Al di là dei meriti, Trump ha dimostrato di rimanere coerente alle sue promesse.

C’è il rischio che abbia spiazzato anche l’intelligence e i suoi vertici militari, solitamente poco disposti a mostrarsi accondiscendenti con i russi.

Trump non è stato accondiscendente. Si è impegnato a uno scambio informativo fra le due parti per la lotta al terrorismo, una strategia che ha permesso di sventare l’attentato a San Pietroburgo. Ha detto che i rispettivi eserciti collaborano molto meglio dei politici. E questo mi rassicura molto: se in Siria americani e russi coordinano i bombardamenti diminuiscono le stragi e aumentano le chances di sconfiggere una volta per tutte Daesh. Ha parlato dei corridoi umanitari, e Putin ha promesso di inviare aerei cargo per soccorrere la popolazione civile. Scegliere di non agitare lo spettro della Guerra Fredda è una mossa saggia, non accondiscendente.

Converrà con me che le rassicurazioni russe per la soluzione della crisi siriana sono state un po’ vaghe.

E invece anche su questo il vertice è stato un successo. Per la prima volta Russia e Stati Uniti hanno preso posizione a favore di Israele, dopo anni in cui ci eravamo abituati a vedere una Russia anti-israeliana. La recente visita di Nethanyahu a Mosca ha fatto un altro centro: Putin ha detto di volersi impegnare per la sicurezza nelle alture del Golan, dove Tel Aviv fa fronte a gravi minacce.

L’Europa è stata ancora una volta la grande assente. Il disgelo fra Russia e Stati Uniti sta mettendo all’angolino il Vecchio Continente?

L’Europa ha dimostrato di essere del tutto inesistente. A furia di portare avanti crociate prima contro la Russia, poi contro l’America, l’Europa si è autoesclusa dal palcoscenico internazionale. Mi auguro che il presidente Juncker capisca che non si può fare allo stesso tempo il muso duro con Russia, Cina e Stati Uniti. L’Europa avrebbe dovuto anticipare il summit di Helsinki, dando una chance alla Russia e rivedere il regime delle sanzioni come proposto dal governo Conte.

Che però ha votato le sanzioni in seno al Consiglio Ue senza battere ciglio…

Non aveva altra scelta, era il suo primo vertice europeo e ha dovuto fare i conti con le ossessioni anti-russe di alcuni Stati membri. Sono sicuro che alla luce del faccia a faccia fra Trump e Putin durante il vertice europeo di ottobre Conte avrà un argomento più forte per far sentire la sua voce. Dopo il summit di Helsinki gli Stati membri sono messi di fronte a un aut aut: scomparire del tutto dall’orizzonte, o rientrare in gioco prima che Stati Uniti e Russia calino il sipario togliendosi reciprocamente le sanzioni. Se accadesse gli europei rimarrebbero gli ultimi samurai a combattere una guerra già finita.

L’Italia ha qualche carta in più rispetto agli altri Stati membri?

Assolutamente si. Anche durante le peggiori escalation, come nell’ultima, sciagurata fase dell’era Obama, quando sono stati piazzati missili in Polonia e Romania e la Guerra Fredda sembrava alle porte, l’Italia ha sempre detto no alla politica del muro contro muro. Lo hanno fatto Berlusconi, Renzi, Gentiloni e lo sta facendo magistralmente Giuseppe Conte. La Germania, che ha qualche risorsa in più, è stata più furba e ha detto si al gasdotto russo del Nord Stream 2 senza dar troppo peso alle proteste di Obama.

A proposito del Nord Stream 2, Trump giorni fa ha fatto dichiarazioni pesanti sulla dipendenza energetica di Berlino da Mosca, ora ha fatto marcia indietro. Come si spiega?

Trump, da buon uomo di affari, ha depoliticizzato la questione, riducendola a una contesa commerciale. Ha spiegato che gli Stati Uniti hanno interesse a vendere il loro gas e hanno intenzione di rimanere competitors dei russi.

Rimane una contraddizione di fondo. L’Europa si schiera con l’Ucraina nel conflitto del Donbass, e poi apre le porte a un condotto di gas russo costruito appositamente per bypassare il territorio ucraino.

È vero. Ma Putin è stato previdente e ha confermato non solo di voler mantenere, ma addirittura di voler ampliare il condotto sul territorio ucraino. Non aveva mai dato queste rassicurazioni. Anche questo è un successo che si deve alla leadership di Trump.

Veniamo alla forma dell’incontro, che in questi vertici è anche sostanza. Ancora una volta Trump ha attaccato duramente il sistema mediatico americano, senza risparmiare il sistema giudiziario e perfino l’intelligence. Così non rischia di danneggiare la credibilità del Paese di fronte a uno storico avversario?

Su questo siamo d’accordo, non si può parlare in questo modo delle proprie forze di intelligence di fronte a un competitor. Credo che questi attacchi nascondino una forte frustrazione. A differenza dei suoi predecessori, Trump non è ancora riuscito a fare uno spoil system. In America questo sistema rimuove 5-6.000 funzionari pubblici, parliamo di numeri importanti. Trump non ci è riuscito perché ha contro tanto la classe dirigente democratica quanto quella americana.

Nel bel mezzo della conferenza Putin si è preso due minuti per spiegare ai giornalisti perché la Russia è una democrazia al pari degli Stati Uniti. L’impressione è che lo zar brami un riconoscimento internazionale che ancora non ha. È così?

È verissimo. Fin dagli inizi Putin ha cercato questo riconoscimento, e a mio parere è riuscito a ottenerlo. Dopo otto anni di Boris Yeltsin l’Occidente fece l’errore di poter schiacciare quel che restava dell’Unione Sovietica, escludendola dal consesso internazionale. Così facendo ha ottenuto l’esatto contrario: l’umiliazione russa è stato il carburante del putinismo. Berlusconi lo aveva capito prima di tutti, chiedendo di inserire la Russia nel G8, ma non è stato ascoltato. E adesso vediamo le conseguenze.

16/07/2018

Nessuna meraviglia l'Espresso è una testata giornalistica fortemente ideologica che serve il Pensiero Unico del Politicamente Corretto e che il voto degli italiani del 4 marzo 2018 ha stanato. Sono completamente allo sbando

E’ deciso: Marcello Foa querela l’Espresso

Maurizio Blondet 17 luglio 2018 



Ebbene sì, ho deciso di querelare l’Espresso. Ieri ho dato mandato ai miei legali, Angelo Ricotti ed Ettore Traini, di procedere in tal senso nei confronti dell’autore dell’articolo Vittorio Malagutti e del direttore Marco Damilano. Sono consapevole che i tempi rischiano di essere lunghi, ma poco importa: il comportamento del settimanale è stato inqualificabile e chiaramente diffamatorio. Allora è giusto procedere per le vie giudiziarie.

Colgo l’occasione per ringraziare il Presidente del gruppo che ho il piacere di dirigere, quello del Corriere del Ticino, Fabio Soldati, e tutto il Consiglio di amministrazione per avermi espresso pubblicamente solidarietà aver deplorato con elegante sdegno le “insinuazioni, palesemente infondate dell’Espresso”.


Altre azioni legali saranno intraprese in Italia e in Svizzera nei confronti dei siti che hanno ripreso l’articolo del settimanale romano senza dar conto delle smentite o che hanno scritto articoli dalle intenzioni chiaramente ingiuriose.


Immigrazione di Rimpiazzo - il cerchio si è chiuso, la motivazione per cui la nave è ritornata in Libia è perchè doveva montare la falsa notizia. Pezzenti


La Ong Open Arms torna a sfidarci: due sue navi in rotta verso la Libia

di Lorenza Mariani
domenica 15 luglio 2018 - 12:57

La Ong Open Arms (con le sue navi) continua a sfidare l’Italia e a provocare con dichiarazioni tendenziose. Eppure, solo qualche giorno fa, in un’intervista rilasciata dal ministro dell’Interno Matteo Salvini al Corriere, il titolare del Viminale aveva ribadito che le «Ong non sono più legittimate. Si è sancito che nessuno deve interferire con il lavoro della Guardia costiera libica. E infatti Malta chiude e l’Italia ha già chiuso i suoi porti. Anzi, abbiamo chiuso per gli attracchi di queste navi anche quando non portano migranti. Le navi straniere finanziate in maniera occulta da potenze straniere in Italia non toccheranno più terra». E inve, le imbarcazioni della Open Arms, incuranti degli avvisi ai naviganti, tornano a far rotta sulla LIbia, pronti a imbarcare e traghettare nuovi migranti verso il Belpaese…

Le navi della Ong Open Arms fanno rotta sulla Libia

Proprio così: è notizia di queste ore che due navi della Ong Open Arms stanno nuovamente facendo rotta verso la Libia. E come riportano in questi istanti i vari siti, dall‘Ansa all’Huffington Post, passando per quello di Rainews, «la nave Open Arms dell’ong spagnola Proactiva Open Arms sta di nuovo dirigendosi verso la Sar libica. È quanto segnalato sul sito Marine Traffic, che monitora le rotte delle navi. L’imbarcazione risulta seguita a breve distanza dallo yacht Astral, della stessa ong». Annuncio a cui si aggiunge, in un post su Facebook pubblicato proprio dall’organizzazione non governativa, pure la stoccata provocatoria finale: «Anche se l’Italia chiude i porti – scrive la ong – non può mettere le porte al mare. Navighiamo verso quel luogo dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo. E troppi morti sul fondale».

… E provocano con un post l’Italia…

Ma la risposta del nostro ministro dell’Interno non potrà che continuare a insistere sulla necessità di imporre un deciso stop alla mafia del traffico di esseri umani; e come ribadito solo qualche giorno fa da Salvini, e come attuale anche oggi, a fronte delle nuove scorribande per il Mediterraneo minacciate dalla ong battente bandiera spagnola, «meno persone partono, meno persone muoiono». La nave Open Arms della Ong Proactiva era stata nei giorni scorsi già respinta da Malta con un carico di altri migranti. Adesso ci riprova…

Il governo deve provvedere

Matteo Salvini: “Tasse mangiano gli immobili”

17 luglio 2018, di Alessandra Caparello

Gli immobili in Italia sono mangiati dalle tasse. Questo l’ultimo commento del vicepremier Matteo Salvini.

“Siamo all’assurdo per cui ti conviene svendere i frutti del lavoro di una vita per non morirci di tasse”.

Immigrazione di Rimpiazzo - Boeri è accecato da un livore ideologico e da un protagonismo assoluto e questo gli fa dire cose false che palesemente non stanno ne in cielo ne in terra. Savona ha il privilegio di provare a far discutere serenamente, ma questi non ci riescono, gli euroimbecilli sulla possibile probabile certezza dell'implosione dell'Euro

FINANZA & MIGRANTI/ Quello che non torna nei conti di Boeri e Co.

Euro e migranti sono temi molto dibattuti in questo periodo. E ci sono delle posizioni difficili da sostenere, anche se trovano enfasi e spazio sui media. GIOVANNI PASSALI

17 LUGLIO 2018 GIOVANNI PASSALI

Lapresse

Dopo le reazioni alle recenti dichiarazioni del Ministro Savona sul piano B e sull’eventualità di un evento estremo, definito come un “cigno nero” (metafora conosciuta in finanza per definire un evento eccezionale non previsto), è diventato chiaro che quello dell’uscita dall’euro è davvero un argomento tabù, quindi un argomento davvero prezioso. Infatti, non è bastata una lettera aperta di otto economisti, pubblicata sul Sole24Ore. In questa lettera questi economisti hanno evidenziato la necessità di ribadire la permanenza dell’Italia nell’euro: “I fondamentali dell’Italia sono solidi e il debito pubblico è ritenuto sostenibile dalla generalità degli analisti”. Però…: “Occorre però essere consapevoli del fatto che, a causa dei dubbi sull’appartenenza all’euro, oggi le condizioni finanziarie dell’Italia sono diventate più fragili. In queste condizioni, anche episodi apparentemente secondari possono portare a una catena di eventi di gravità sin qui sconosciuta nel nostro Paese, quali il rifiuto da parte dei risparmiatori di sottoscrivere i titoli di stato offerti in asta”.

Anzitutto scoviamo la menzogna: la gran parte dei titoli di stato non viene acquistata dai risparmiatori, ma da società finanziare speculative. Questo è un punto chiave del loro ragionamento, poiché alla fine affermano che mettere a rischio i titoli di stato vuol dire mettere a rischio i risparmi. Ma è un ragionamento fallace fin dalle fondamenta. Secondo questo ragionamento, bisogna “rimuovere quel germe di incertezza che è stato prodotto e convincere gli investitori internazionali e gli stessi risparmiatori italiani che la permanenza dell’Italia nell’euro non è in questione. Per troppo tempo voci poco responsabili hanno prospettato ipotesi alternative”.

Diciamo subito che la questione dell’incertezza è una cosa molto grave per chi investe capitali. Chi investe ha bisogno di pianificare e quindi ha bisogno valutare in un quadro di relative certezze. L’incertezza è il nemico peggiore per chi pianifica investimenti. Ma diciamo pure che ha bisogno di certezze, non di soluzioni preconfezionate o di certezze di un solo tipo. Per esempio, anche il fatto che il sistema euro è fallimentare ed è destinato a sparire può essere una certezza.

Comunque, come dicevo, non è bastato questo appello di otto economisti. Ci si è messo anche un articolo, sempre sul Sole24Ore, di Andrea Montanino, capo economista di Confindustria. Ho già citato diverse volte negli anni passati il Centro Studi di Confindustria. In un articolo di oltre due anni fa ho rilevato la serie ininterrotta di previsioni del pil completamente sballate. E in un altro articolorilevavo un errore grossolano in un loro report del gennaio 2015, poiché attribuivano una spinta al Pil del 2,5% alla combinazione di euro in discesa e prezzo del petrolio in calo. Ma in realtà questi due effetti si annullano perché il petrolio si paga in dollari, quindi euro in discesa (nel cambio col dollaro) vuol dire dollaro più caro e prezzo del petrolio in euro stabile. Infatti, a dicembre 2015 (dopo che a settembre avevano corretto al ribasso le previsioni sul Pil) rimanevano perplessi sul rallentamento del Pil rispetto alle loro sballate previsioni: qui un articolo in cui raccontano la loro perplessità. La mia spiegazione è semplice: non leggono i miei articoli sul Sussidiario e quindi non hanno capito di aver sbagliato un banale conto.

Ebbene, tenendo ben presente da quale ambientino di esperti viene Montanino, cosa afferma in questo articolo sul Sole24Ore? Inizia col dire che conosce personalmente molto bene gli otto economisti autori della lettera aperta. Poi afferma che comunque quella lettera lui non l’avrebbe firmata, perché… dell’ipotesi di uscita dall’euro è bene proprio non parlare! Anzi, lui dice che nei suoi contatti con il mondo della finanza all’estero l’argomento proprio non esiste: “Non l’avrei firmata perché il tema dell’uscita dall’euro non deve essere all’ordine del giorno, né nella pratica, né nel dibattito. Aver sollevato la questione, con toni anche drammatici («L’Italia corre gravi rischi», inizia la lettera) non fa bene all’Italia perché alimenta l’idea, soprattutto all’estero, che ci si stia pensando. Personalmente, in nessuno dei miei colloqui con investitori stranieri negli ultimi due mesi, la questione dell’appartenenza dell’Italia all’euro è stata sollevata”.

Probabilmente Montanino non frequenta gli ambienti giusti, perché tale dibattito all’estero è ben acceso e vivace, soprattutto in Francia e in Germania. Proprio quest’anno ha fatto scalpore un appello di ben 154 economisti tedeschi, i quali chiedono l’istituzione di un percorso per l’uscita dall’euro, oggi non previsto dai trattati e più volte negato dallo stesso Mario Draghi. Lo stesso Clement Fuest, capo del prestigioso istituto di ricerca Ifo, molto considerato dal governo tedesco, ha affermato che dopo il recente voto svoltosi in Germania (dove i partiti contrari all’euro hanno ottenuto un notevole successo e il partito della Merkel si è indebolito) l’istituzione di una clausola per uscire dall’Euro è cosa opportuna. E visto che il dibattito in materia all’estero è tanto acceso, non farlo in Italia è un modo per farsi trovare impreparati. Ma mentre in Francia e Germania se ne parla, in Austria i partiti ostili a Europa ed euro sono addirittura al potere.

Tutti questi soggetti hanno in comune anche una medesima visione sulla grande questione che agita il dibattito politico italiano di questi giorni: la questione dei migranti. Sono note a tutti le esternazioni (non richieste) del presidente dell’Inps Boeri, il quale ha a più riprese affermato che i migranti ci servono perché altrimenti i conti dell’Inps non tornano. Questa in realtà è una duplice menzogna e sono i ragionamenti di Boeri quelli che non tornano: primo perché prima o poi pure questi migranti andranno in pensione e quindi bisogna che Boeri ci spieghi come pagheremo queste pensioni nel futuro: forse con altri migranti, in un processo che porterà conseguentemente destabilizzazione sociale e di fatto la sostituzione della popolazione? Secondo, perché oggi un immigrato che lavora (quelli che lavorano) ha normalmente un lavoro di basso livello e che quindi contribuisce in misura bassa come contributi Inps. Inoltre, spesso ha moglie e figli a carico, quindi gode di sgravi fiscali che di fatto annullano o sopravanzano i contributi Inps pagati. E bisognerebbe fare i conti con tutti gli aspetti, inclusi quelli dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione scolastica dei figli: tutti costi che paga lo Stato. Non li paga l’Inps, ma li paga lo Stato.

Inoltre, da una considerazione si capisce che le polemiche di Boeri sono strumentali e di tipo politico: sta intervenendo continuamente su questo tema proprio ora che, con questo governo, è tornato sulle prime pagine di tutti i giornali. Ma quelli sono appunti migranti (persone che stanno migrando ora), mentre quelli di cui parla Boeri sono immigrati, cioè persone che sono entrate in Italia anni o decenni fa e che si stanno pienamente integrando, già lavorano da anni e quindi fanno la loro parte nel tessuto economico e sociale italiano. Invece i migranti degli ultimi anni sono una folla di disperati che solo in minima parte ottengono lo status di rifugiati perché provenienti da regioni effettivamente in guerra. I migranti per motivazioni economiche in fondo si trasferiscono (o tentano di trasferirsi) per lavoro, una situazione che non è prevista da alcun ordinamento di alcun Paese: intendo dire che anche un italiano per trasferirsi in un altro Paese un lavoro lo deve già avere, altrimenti fa vacanza e poi torna a casa.

Nel tempo delle grandi menzogne alcuni conniventi con il potere si affannano a sostenere ragioni insostenibili: ma la verità è dura a morire e prima o poi viene a galla.