Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 24 maggio 2019

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - nel gioco entra la retorica dei diritti umani, degli ispanici e neri negli Stati Uniti


24 MAGGIO 2019

Gli Stati Uniti potrebbero presto inserire un’altra multinazionale cinese nella loro lista nera. Si tratta di Hikvision, che rischia di fare la stessa fine di Huawei. Ormai è evidente: la Casa Bianca sta portando avanti la guerra dei dazi contro la Cina a 360 gradi.
Anche Hikvision nel mirino di Trump

L’ultima decisione di Trump sfiora di striscio anche l’Italia, perché la mannaia del Presidente affonda il colpo su Hangzhou Hikvision Digital Technology Co. Hikvision è un’azienda specializzata nella video sorveglianza molto attiva sui mercati occidentali. È lei, ad esempio, la fornitrice dell’apparecchiatura di vigilanza dell’aeroporto di Linate. Ed è sempre Hikvision che ha allestito il sistema di video sorveglianza per controllare la minoranza etnica islamica degli uiguri nello Xinjiang. Come anticipato dal New York Times, Hikvision potrebbe presto finire nella temuta entity list, una lista nera che include i nomi di quelle società ritenute dalla Casa Bianca una minaccia per la sicurezza nazionale, e che per questo motivo devono avere il permesso del governo statunitense prima di poter aver accesso al mercato americano.

“Basta gettare discredito sulle nostre aziende”

Pechino si è subito schierata a sostegno di Hikvision. Il portavoce del ministero degli Esteri Lu Kang ha sollecitato gli Stati Uniti di smetterla di gettare discredito sulle società cinesi usando i poteri nazionali. “La Cina – ha spiegato Kang – insiste perché gli Usa assicurino un ambiente equo e non discriminatorio alle società cinesi”. Il rischio, infatti, è che Hikvision possa finire nella stessa spirale in cui si sta trovando in questi giorni Huawei. I primi effetti nocivi sull’azienda di video sorveglianza è già arrivato. Le azioni di Hikvision Digital Technology nella borsa di Shenzen hanno fatto registrare una netta flessione (prima -9% poi -5,5%) in seguito alla notizia di un possibile ban della società per mano americana.

Violazione dei diritti umani nello Xinjiang

Se Hikvision finisse ufficialmente nella lista nera di Washington, l’azienda avrebbe il divieto di vendere le proprie apparecchiature negli Stati Uniti e non potrebbe prelevare i componenti americani per la produzione in Cina. Trump è pronto a inserire il colosso di Hangzhou nella entity list per via di una sua ipotetica collaborazione con Pechino nello Xinjiang, dove il governo cinese – accusa la Casa Bianca – starebbe violando i diritti umani degli uiguri. La guerra dei dazi si intreccerebbe così con la questione relativa alla violazione dei diritti umani in Cina.

La posizione di Hikvision

Hikvision, a partecipazione statale ma controllata dall’Esercito popolare di liberazione, è scesa in campo pubblicando una nota aperta a tutti: “Hikvision è un fornitore di prodotti. Non abbiamo niente a che vedere con qualsiasi azione inappropriata. Non abbiamo mai condotto e mai lo faremmo operazioni che comportino la violazione dei diritti umani”. Il colosso di Hangzhou ha un valore di mercato stimato in 37 miliardi di dollari ed è il promo produttore al mondo di sistemi di sicurezza.

La mossa strategica di Trump

L’importanza di questa azienda per la Cina é da ricollegare al crescente utilizzo di telecamere da parte del governo cinese. Nei piani di Pechino entro il 2022 il Paese potrà contare su quasi 3 miliardi di occhi elettronici dotati di intelligenza artificiale e riconoscimento facciale. Colpendo Hikvision gli Stati Uniti sperano di sferrare un altro duro colpo alle ambizioni cinesi nel settore tecnologico.

La guerra si avvicina velocemente - l'Iran si sta attrezzando anche a livello cibernetico



24 MAGGIO 2019

L’Iran è preoccupato dall’ingerenza delle potenze avversarie vuole proteggere i suoi asset più importanti da attacchi cibernetici. Per questo ha testato un “scudo cyber” che lo protegga da un’eventuale nuova ondata di attacchi di malware che secondo le fonti iraniane avrebbero già cercato di colpire il programma nucleare di Teheran nel 2010 e nel 2018.

Ritenuta una delle potenze informatiche più temibili al mondo, l’Iran avrebbe testato con successo il suo scudo di difesa cyber secondo quanto riferito all’agenzia di stampa Irnadal ministro dell’Informazione e delle Comunicazioni di Teheran Mohammad-Javad Azari Jahromi. Lo scopo del nuovo sistema di difesa, secondo quanto riportato da Teheran sarebbe quello di proteggere “i sistemi industriali automatizzati del paese” e impedire ogni tipo “il sabotaggio industriale e della rete elettrica iraniana” mediante malware” alludendo al Stuxnet, il virus informatico (o worm) che secondo gli iraniani sarebbe stato sviluppato dall’intelligence statunitense e impiegano dall’Unità 8200 dell’esercito israeliano per infettare i terminali degli impianti nucleari di Arak e Natanz per rallentare il programma nucleare iraniano e sabotare le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio.

Questo attacco – rimasto vivido come minaccia nella mente dei leader iraniani – si verificò nel 2010 e colpì con successo ben 1000 centrifughe, causando gravi rallentamenti nel programma. Un secondo attacco cibernetico attraverso lo stesso worm venne riscontrato nel 2018 e sarebbe stato nuovamente imputabile all’Unità 8200, divisione dell’intelligence israeliana paragonata all’Nsaamericana, con la quale avrebbe strettamente collaborato per sviluppare questo malware da impiegare contro l’Iran. Nel 2018 secondo le fonti iraniane l’attacco venne sventato con successo, complice l’esperienza passata e gli israeliani rimasero “a mani vuote”. Secondo quanto rivelato dal capo della difesa civile iraniana Gholamreza Jalali, l’Iran sarebbe sottoposto a quasi 50.000 attacchi informatici ogni anno. Per questo motivo e per proteggersi da ulteriori minacce cibernetiche “Gli scienziati universitari iraniani hanno sviluppato un firewall per i sistemi di automazione industriale per neutralizzare il sabotaggio industriale come quello causato da Stuxnet nelle reti elettriche, ed è stato testato con successo”, ha dichiarato Jalali.

Così Teheran, che come ricorda AnalisiDifesa è inserita dal Pentagono del cosiddetto “Asse del Cyber” composto dalle potenze che conducono attacchi cibernetici per colpire il “blocco occidentale”, ossia Cina, Russia e Corea del Nord, blinda la sua rete in vista di una delle prima mosse offensive che Washington potrebbe fare in caso di un’escalation: bloccare l’Iran sferrando un attacco dalle sue nuove e avveniristiche divisioni che invece di attestarsi sulle spiagge di sbarco si schiererebbero nel cyber-spazio.

E' guerra vera è guerra totale, nessuna illusione - Gli States sono in difficoltà. Il declino culturale e morale è avvertito anche da una parte sempre più consistente della sua popolazione

ESTERI
Huawei e il declino dell’impero


Per chi vive i fatti della storia e della politica con superficialità (filosofia oggi egemone tra le destre neoliberiste e le sinistre di facciata antiliberista), l’arroganza protezionista di Donald (dazi contro la Cina, in prospettiva contro le auto tedesche e giapponesi, Google prostrata ai voleri di Washington) può dare l’impressione che ormai gli yankee possano tutto, che il loro potere politico, finanziario, mediatico, militare sia all’apice, e quindi oramai insuperabile, per cui alla fatiscente Unione Europea e alle sinistre ad essa collegate non resta altro che andare in scia per potersi spartire il bottino e non ipotizzare un destino che sia dissimile da un orizzonte autoritario e bellicista.

In effetti, la fossa in cui sta precipitando l’Occidente è ben visibile. Seppure continua con grande determinazione una politica mediatica produttrice di subalternità, di indifferenza e di violenza, molte delle sue manchevolezze economiche e morali appaiono sempre più evidenti ad una minoranza che sta evidenziandosi meno ristretta rispetto ai decenni trascorsi….Una minoranza certo molto divisa al suo interno ma che mostra capacità di pensiero critico sempre più pericolosa per il sistema di dominio degli imperi occidentali che proprio per tali motivi sono costretti a serrare le fila in termini di fake news, di repressione, di esibizioni patetiche sulla democraticità, sul libero pensiero.

La questione Huawei è emblematica, Trump e il suo entourage accusano il colosso cinese delle telecomunicazioni di essere uno strumento di spionaggio, in particolare con il sistema 5G, ed ha imposto di fatto allo statunitense Google di prostrarsi ai voleri di Washington. Il gigante che appare ai semplici una tecnologia “neutrale” ha prontamente obbedito.

Google non fornirà più ai nuovi cellulari Huawei il sistema operativo Android e i servizi quali Gmail e youtube. Rimarranno in funzione su quelli già esistenti. E’ possibile che altri colossi dell’elettronica che producono chip e microchip si allineeranno al diktat di Trump. Va ricordato inoltre che già in precedenza erano stati invitati gli stati alleati a interrompere le relazioni commerciali con Huawei.
Per la Huawei è un danno colossale, e anche per l’economia cinese, che potra sopportare se, con grande celerità, riuscirà a creare un sistema operativo alternativo che garantisca servizi simili o competitivi. Il sistema operativo sembra già a buon punto. Si chiama Kirin Os e pare , secondo gli esperti “migliore di Android per stabilità e gestione della memoria” 1)

Tra l’altro, come niente fosse, a testimoniare la dittatura e l’ipocrisia mediatica degli Stati Uniti anche sullo stesso mondo “libero”, il segretario al commercio Wilbur Ross ha riferito che ” Se si lascia che un paese straniero fornisca la tua infrastruttura di telecomunicazioni si tratta in sostanza della penetrazione della sicurezza nazionale americana”2).
A dimostrazione dunque che gli States hanno, senza ostacoli, potuto spiare, con le loro infrastrutture, l’Occidente, quando e come hanno voluto, al di là di qualsiasi norma di trasparenza diplomatica, in virtù dello “stato eccezionale” che si sono attribuiti come gendarmi della libertà e della democrazia.

Dovrebbe apparire chiaro anche agli accecati come la globalizzazione non sia altro che una manifestazione ben ideologizzata di unione libera tra i popoli dell’imperialismo americano che, in difficoltà competitiva per determinati articoli di merci con Germania, Giappone e soprattutto con l’Impero Celeste, ora si chiude in una morsa protezionista, sventolando il libero commercio laddove può fare saccheggio. Libero commercio ? E le sanzioni e i congelamenti di denaro e di oro e conseguenti accaparramenti arbitrari non sono forme subdole- mascherate da “punizioni politiche”- di protezionismo, di rottura violenta del libero commercio, di furto legalizzato ?
Per non dire di come le politiche autoritarie, le organizzazioni internazionali e i sistemi finanziari condizionino e determino il “libero commercio”

L’unione libera tra i popoli con la globalizzazione implicava il rispetto del diritto internazionale, della libertà di stampa e di parola che sono stati spesso molto spesso stravolti. Ma attualmente si va verso un’accelerazione spietata, Il caso Assange difeso solo da veri giornalisti, ignorato o vilipeso da scribacchini del Potere mette in luce come la libertà di stampa, intesa come informazione sul malcostume politico, sulla tortura nelle carceri, sull’eccidio bellico, sulla corruzione nell’amministrazione pubblica, sulle violenze gratuite nelle guerre, sulle fake news del Potere, sia minacciata seriamente. Addirittura la galera per chi difende i diritti umani, quando quei diritti umani sono contrari alla governance
degli imperi.
E’ stato necessario far cadere il governo Correa perché l’Ecuador desse il benestare all’aggressione della polizia londinese all’ambasciata ecuadoriana a Londra.

Il mondo unipolare governato da Stati Uniti/Israele con i loro alleati non può reggere il confronto con la dimensione multipolare che si sta affermando nel pianeta e che vede come centri propulsivi la Russia e la Cina.
Le provocazioni perciò continueranno. Annessione del Golan siriano. Gerusalemme capitale ebraica, esercitazioni in Estonia allo scopo di creare il terrore di una possibile aggressione della Russia, sanzioni contro l’Iran che riprende i suoi esperimenti per avere la Bomba, esercitazioni navali vicino alle coste iraniane, ulteriori finanziamenti per gli “Elmetti bianchi” espertissimi nel gasare la popolazione e naturalmente per i jihadisti a partire dalle basi illegali USA in Siria, minacce reiterate al Venezuela ( “siamo pronti per tutte le opzioni”)

Gli States sono in difficoltà. Il declino culturale e morale è avvertito anche da una parte sempre più consistente della sua popolazione. Dicasi così di Israele. Deve pur dire qualcosa la manifestazione di 150.000 ortodossi negli States con non poche bandiere palestinesi..

Ma, per dirla con Mao, la tigre ferita è molto più pericolosa…Può ricorrere alla guerra nella speranza di perpetuare il suo dominio.

NOTE
1) “Huawei e lo Sputnik” il simplicissimus 21/5/19
2) “huawei e lo sputnik” il simplicissimus 21/5/19


La guerra si avvicina velocemente - gli Stati Uniti nella trappola del Medio Oriente. Le alture del Golan sono siriane e gli ebrei se ne sono appropriate, fino a quando?

Iran e Usa, tensioni in crescita: cosa accadrebbe in caso di guerra in Medio Oriente

di Caterina Galloni
Pubblicato il 24 maggio 2019 5:00 | Ultimo aggiornamento: 23 maggio 2019 23:20


Iran e Usa, tensioni in crescita: cosa accadrebbe in caso di guerra in Medio Oriente

ROMA – Se le crescenti tensioni tra Teheran e Washington dovessero sfociare in una guerra, l’Iran potrebbe schierare missili, mine antiuomo, droni e migliaia di milizie jihadiste in tutto il Medio Oriente. Le mine navali iraniane, nel Golfo rappresentano una minaccia costante e i loro missili sono in grado di colpire le navi da guerra statunitensi, scatenare il caos in Arabia Saudita, in Israele e nelle monarchie del Golfo. 

Nei deserti l’Iran ha jihadisti agguerriti, pronti al combattimento con le truppe americane in Iraq, Siria e Afghanistan. Nei giorni scorsi, alcuni assalitori non identificati hanno colpito riserve petrolifere saudita e altri hanno sparato un razzo nella “Green Zone” fortificata di Baghdad che è esploso vicino all’ambasciata degli Stati Uniti. L’Iran ha negato qualsiasi ruolo in entrambi gli incidenti.

Il generale iraniano Qassem Suleimani ha chiesto agli alleati in Iraq di “prepararsi a una prossima guerra”, e il presidente Donald Trump ha controbattuto. Ha affermato che se Teheran dovesse colpire gli interessi degli Stati Uniti in Medio Oriente, dovrà aspettarsi una reazione di “grande forza” e ha twittato: “Se l’Iran vuole la guerra sarà la sua fine”. 

Il governo iraniano ha condannato le dichiarazioni di Trump, ha chiesto il rispetto e la fine della stretta americana sulle esportazioni petrolifere mirate a costringere l’Iran a negoziare. Il Daily Mail delinea i vari modi in cui l’Iran potrebbe combattere gli Stati Uniti, gli alleati e interessi regionali, se la disputa dovesse amplificarsi.

IL GOLFO

I comandanti delle Guardie della rivoluzione islamica hanno da tempo avvertito che in caso di guerra potrebbero interrompere le forniture di petrolio che fluiscono attraverso lo Stretto di Hormuz nell’Oceano Indiano. Un funzionario USA ha accusato l’Iran degli attacchi della scorsa settimana a quattro navi, tra cui due petroliere saudite nel Golfo, ma Teheran ha negato. L’Iran potrebbe anche colpire direttamente con i missili le forze degli Stati Uniti presenti nel Golfo. 

L’U.S. Combined Air Operations Center si trova nella base aerea di al-Udaid in Qatar. La flotta Fifth Fleet ha sede in Bahrain. L’aeronautica degli Stati Uniti utilizza inoltre la base aerea di al-Dhafra, nella base aerea di Abu Dhabi, e Ali Al Salem in Kuwait. I governi del Bahrain e dell’Arabia Saudita affermano che l’Iran negli ultimi anni ha pianificato gli attacchi alle forze di sicurezza in Bahrain. L’Iran e Bahrain hanno negato. 

I missili potrebbero colpire le infrastrutture nelle monarchie del Golfo, comprese le centrali elettriche e idriche, le raffinerie di petrolio, i terminali di esportazione e le industrie petrolchimiche. Un attacco informatico del 2012 contro il gigante petrolifero saudita Aramco, e altri due anni prima contro il programma nucleare iraniano indicano nuovi modi in cui potrebbe evolvere un conflitto.
IRAQ 

I gruppi sciiti sostenuti dall’Iran si sono rafforzati dopo l’invasione guidata dagli Stati Uniti nel 2003, e l’anno scorso sono stati incorporati alle forze di sicurezza, sottolineandone il ruolo pervasivo nonostante la presenza americana. I gruppi più forti – formati, equipaggiati e finanziati da Teheran – sono Asaib Ahl al-Haq, Kataib Hezbollah, Harakat Hezbollah al-Nujaba e l’Organizzazione Badr. Gli Stati Uniti sostengono che dal 2003 l’Iran è dietro la morte di almeno 603 militari americani. 

Circa 5.200 soldati statunitensi rimangono in Iraq, presenti in quattro basi principali, così come nell’aeroporto di Baghdad e nel quartier generale della coalizione nella Green Zone. La scorsa settimana Washington ha ordinato una parziale evacuazione della sua ambasciata. Le milizie hanno posizioni molto vicine ai luoghi in cui si trovano le forze statunitensi e hanno potenti capacità di colpire con razzi e droni. 

YEMEN 

Gli Houti, un gruppo armato dello Yemen, lancia lo slogan “Morte all’America, Morte a Israele”, scrivendolo sui muri e incollandolo alle armi. Gli Stati Uniti hanno appoggiato una coalizione guidata dai sauditi che ha preso di mira il gruppo dal 2015. L’Iran e gli Houthi hanno legami di vecchia data, ma entrambi negano la tesi della coalizione secondo cui Teheran fornisca addestramento e armi. L’ONU afferma che i missili lanciati in Arabia Saudita condividono le stesse caratteristiche di progettazione di quelli realizzati in Iran. 

Dall’inizio della guerra, gli Houthi hanno spesso usato razzi e droni per attaccare l’Arabia Saudita, uno dei più vicini alleati regionali di Washington. Nel 2017, uno è arrivato vicino all’aeroporto di Riyadh nel 2017. Gli esperti dell’ONU affermano che gli Houthi attualmente hanno droni in grado di far cadere bombe più grandi su distanze maggiori e con maggiore precisione. La scorsa settimana, i droni hanno colpito due stazioni di pompaggio del petrolio per centinaia di chilometri all’interno del territorio saudita. Il controllo degli Houthi sulla vecchia marina dello Yemen, con motoscafi e mine, significa che il gruppo potrebbe tentare di interrompere la navigazione nel Mar Rosso. 

SIRIA 

L’Iran, mentre sosteneva il presidente Bashar al-Assad durante gli otto anni di conflitto, ha realizzato una rete di milizie nelle aree governative che comprendono Hezbollah in Libano, il gruppo Nujaba iracheno e il gruppo Fatemiyoun per la maggior parte afgano.
Hanno combattuto vicino al confine siriano-iracheno, a Tanf vicino alla base militare degli Stati Uniti e nei pressi delle alture del Golan sotto il controllo israeliano. 

Un funzionario degli Stati Uniti, a febbraio ha detto che in Siria, dopo aver sconfitto lo Stato islamico Washington avrebbe mantenuto circa 400 soldati in Siria rispetto ai circa 2.000 precedenti. Si trovano nella zona nord-orientale detenuta dalle forze a guida curda e a Tanf, vicino ai confini con la Giordania e l’Iraq. In Siria, Israele ha colpito l’Iran e i suoi alleati cercando di allontanarli dalla sua frontiera. A gennaio ha accusato le forze iraniane di aver lanciato un missile in una stazione sciistica sulle alture del Golan.

LIBANO 

Gli Stati Uniti accusano Hezbollah del giorno più sanguinoso per l’esercito dopo la guerra in Vietnam: l’autobomba in una caserma della Marina in Libano, nel 1983, ha ucciso 241 militari USA. Lo accusa inoltre di aver preso negli anni ’80 in ostaggio gli americani in Libano.
Il gruppo, creato dall’Iran per resistere all’occupazione israeliana nel sud del Libano, è oggi il più potente del paese. Israele, alleato degli USA, considera Hezbollah come la più grande minaccia ai suoi confini e nel 2006 in Libano ha fatto un’incursione militare nel tentativo, fallito, di distruggerlo. 

Hezbollah afferma di avere attualmente un grande arsenale di razzi “di precisione” che potrebbero colpire tutto Israele, incluso il reattore atomico. Ha minacciato, in caso di guerra, di infiltrarsi con i combattenti oltre la frontiera. Un giornalista filo-Hezbollah, Ibrahim al-Amin, la scorsa settimana sul quotidiano al-Akhbar, in Libano, ha scritto che se Israele fosse stato coinvolto in una guerra tra Stati Uniti e Iran, colpendo Teheran, per gli alleati dell’Iran sarebbe diventato un obiettivo.

AFGHANISTAN 

Agenti e analisti occidentali ritengono che l’Iran dia un aiuto ai talebani, sia con le armi che attraverso il denaro e la logistica, e che potrebbero essere aumentati. Dopo la loro estromissione per mano delle truppe guidate dagli Stati Uniti in seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle, i talebani controllano o influenzano più territorio che in qualsiasi altro momento e continua un intenso combattimento. 

Un report di marzo dell’Institute of Peace USA, ha dichiarato che in Siria hanno combattuto circa 50.000 afghani del gruppo Fatemiyoun sostenuto da Teheran. Due anni fa, ha rilasciato una dichiarazione portata da fonti iraniane, impegnandosi a combattere ovunque lo chiedesse l’ Ayatollah Ali Khamenei. Circa 14.000 soldati statunitensi sono presenti in Afghanistan e a gennaio, Washington ha imposto delle sanzioni a Fatemiyoun. Un funzionario iraniano ha riferito a Reuters che gli Stati Uniti hanno usato la loro presenza in Afghanistan “per minacciarci da queste basi”. (Fonte: Daily Mail)

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - E' il Pentagono che detta la linea a cui il/i Presidente/i si adeguano. Terre rare, Treasury, petrolio. Gli Stati Uniti non riescono ad accettare il loro inevitabile declino. Sono sei i mesi di proroga elemento dell'impreparazione statunitense

Terre rare, ecco quanto l’America dipende dalla Cina

23 maggio 2019

Le 17 materie prime molto importanti per l’industria elettronica (e non solo) di cui la Cina è il primo esportatore al mondo (circa il 60% del totale esportato). L’analisi di Antonio Cesarano, Chief Global Strategist di Intermonte

PUNTI SALIENTI

Il richiamo alla seconda Lunga Marcia da parte del presidente cinese aumenta la probabilità che il confronto Usa/Cina avrà tempi lunghi, con possibilità che la vera intenzione della Cina possa essere quella di resistere agli attacchi Usa fino alle prossime presidenziali. In questo consisterebbe la seconda Lunga Marcia. La prima Lunga Marcia, quella del 1934 da parte dell’esercito comunista, durò circa un anno.

Di conseguenza tra maggio e giugno clima mediamente di risk off sui mercati azionari che però, se dovesse accentuarsi, stimolerebbe una maggiore azione delle banche centrali.

Di conseguenza i cali accentuati potrebbero essere buy opportunity, ma occorre ancora aspettare. Un segnale importante potrebbe arrivare da curva future su VIX marcatamente invertita.

Tassi core ancora mediamente in calo ma attenzione ai segnali di minor domanda cinese che potrebbero arrivare dopo le aste Treasury del 27/28 maggio.

Nel breve, focus oggi sulle minute BCE, mentre il momento delle dimissioni della May sembra avvicinarsi, verosimilmente dopo l’esito delle elezioni europee. Il voto inizia oggi per UK ed Olanda.

CLIMA GENERALE

L’attenzione principale continua ad essere sulla guerra commerciale Usa/Cina dopo il caso Huawei e l’annuncio ieri della proroga di 6 mesi della partenza del divieto di forniture Usa al colosso cinese.

Nel frattempo, però dal fronte cinese arriva da un lato la disponibilità a continuare i negoziati e dall’altro anche l’indicazione di essere pronti ad andare avanti ad oltranza.

Lo scorso lunedì il presidente cinese Xi Jinping si è recato nella regione di Jiangxi, ossia una regione che ha una doppia valenza simbolica:


· La regione dove ci sono siti di estrazione delle terre rare, le 17 materie prime molto importanti per l’industria elettronica (e non solo) di cui la Cina è il primo esportatore al mondo (circa il 60% del totale esportato).




· Gli Usa importano quasi completamente le terre rare utilizzate. L’import in questo caso dipende per circa l’80% dalla Cina. Inoltre, si tratta di materie prime che per circa la metà sono utilizzate dall’industria automobilistica, oltre che da elettronica e difesa.

· La regione dove negli anni ’30 ci fu il celebre accerchiamento dell’esercito comunista di Mao da parte dell’esercito nazionalista di Chiang Kai-shek. L’armata rossa fu costretta ad una ritirata percorrendo a piedi l’intera Cina per un anno, dando luogo a quella che è passata alla storia come Lunga Marcia.

· Ebbene la visita simbolica ad un sito estrattivo di terre rare ha fatto emergere il timore che la Cina possa difendersi stoppandone l’export verso gli USA, come indicato ad esempio da un articolo del South Morning China.

· Allo stesso tempo Xi Jinping, nell’ambito della stessa visita, ha rievocato la Lunga Marcia dichiarando: “It’s a new Long March now, and we must start all over again”.

In altri termini un possibile riferimento implicito alla possibilità che la Cina possa volere portare per le lunghe i negoziati, forse anche fino alle prossime elezioni presidenziali, accettando apparentemente una ritirata eventualmente di un anno, ossia quasi il tempo mancante alle prossime elezioni presidenziali.

· I cinesi pertanto sembrerebbero voler perseguire una strategia finalizzata a non effettuare concessioni se non vaghe (ad esempio collegando l’aumento della domanda di beni Usa all’andamento della domanda cinese, senza vincoli quantitativi né temporali), nel tentativo di fatto di arrivare alle prossime elezioni presidenziali senza un accordo eccessivamente vincolante, nell’ipotesi di un presidente diverso da Trump più conciliante con il Dragone.

· Se è giusta questa interpretazione, l’incontro del G20 potrebbe rivelarsi non risolutivo e Trump potrebbe mantenere in vita la minaccia di ulteriori dazi, spostandone semmai l’implementazione di qualche mese.

Nel frattempo, attenzione al petrolio. Potrebbe trattarsi della vera arma indiretta cinese per mettere pressione sui mercati azionari Usa: un calo della domanda cinese (la Cina è il primo importatore al mondo di greggio ed il secondo consumatore), insieme ad un aumento dell’offerta russa, potrebbe temporaneamente produrre un marcato calo del petrolio, con il WTI che potrebbe tornare in area 50$.

Allo stesso tempo, la minaccia di minori acquisti di Treasury potrebbe risultare implicitamente evidente dai risultati delle aste di Treasury del 28/29 maggio e soprattutto dell’11/12 giugno.

Sul fronte macro, l’indice Ifo tedesco di maggio è arrivato al minimo dal 2014, penalizzato soprattutto dalle condizioni correnti ed aprendo lo spazio per la fase potenzialmente finale del deprezzamento dell’euro tra maggio e giugno.


Nel frattempo, in UK il clima si surriscalda e aumenta l’attesa di possibili dimissioni della May entro venerdì o al massimo la prossima settimana, dopo l’esito del voto europeo.

Oggi UK ed Olanda inaugurano la partenza del voto per le europee che si concluderà domenica quando ci sarà lo spoglio contestuale per tutti i paesi.

OPERATIVAMENTE

Lo scenario per le prossime settimane è disegnato sula base delle seguenti ipotesi:

BORSE: clima mediamente di risk off sui mercati azionari, in vista della continuazione di manovre/dichiarazioni dal lato Usa e Cina, per cercare di arrivare al G20 indebolendo il più possibile la controparte negoziale.

PETROLIO: mediamente in calo: la Cina potrebbe utilizzarlo come principale arma indiretta per far pressione sulle borse USA, riducendone temporaneamente la domanda e cercando l’alleanza della Russia al fine di stimolarne un incremento dell’offerta.

TASSI: temporaneo rialzo nel mese di giugno, in vista del timore di ritorsioni cinesi sui Treasury (focus soprattutto sulle aste di fine maggio/metà giugno).

EURUSD: tra maggio e giugno attesi i nuovi minimi dell’anno in area 1,08/110. L’inversione potrebbe avvenire mano a mano che nel secondo semestre emergerà un atteggiamento Fed maggiormente propenso non solo a tagliare i tassi, ma anche a utilizzare ulteriormente il bilancio.

L'India sceglie Narendra Modi

Perché i mercati esultano per i risultati delle elezioni in India

23 maggio 2019


I risultati del voto in India e il commento di Oliver Williams, gestore debito emergente di Insight Investment (BNY Mellon IM)

Le prime indicazioni sull’esito del voto delle elezioni politiche in india danno la conferma del primo ministro Narendra Modi e la borsa di Bombay ha aperto in rialzo aggiornando nuovi record.

Il principale indice Sensex, in progresso dell’1% sopra i 39.500 punti, ha toccato brevemente i 40.000 punti, un record mai raggiunto prima. Anche il Nifty, un altro indice azionario indiano, ha superato per la prima volta la soglia di 12.000 punti.

Il partito del nazionalista indù Narendra Modi, visto dai mercati come favorevole al business e alle attività economiche, secondo il primo spoglio dei voti avrebbe un grande vantaggio.

Il Bharatiya Janata Party (BJP) sarebbe intesta in 295 circoscrizioni su 542 seggi parlamentari nella camera bassa del Parlamento, secondo il sito web della Commissione elettorale.

Se tali tendenze saranno confermate, la coalizione guidata dal BJP supererà comodamente la maggioranza assoluta di 272 parlamentari e potrebbe persino superare questa soglia, una situazione insolita nella storia politica indiana, perlopiù abituata a larghe coalizioni.

Commenta Oliver Williams, gestore debito emergente di Insight Investment (BNY Mellon IM): “Tra gli altri impegni principali che il partito si assume vi è quello di migliorare l’accesso ai servizi finanziari a basso costo, la costruzione di case per 50 milioni di persone, e il miglioramento dei porti, delle autostrade, delle ferrovie e degli aeroporti. Si stima che occorrano 1.000 miliardi di dollari in investimenti infrastrutturali nell’arco dei prossimi 3-5 anni”.

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - Il vecchio lupo democristiano non perde il vizio e schiera il Link Campus University affianco agli statunitensi, dimenticando tutte le precedenti decisioni

Huawei, Zte e non solo. Svolta anti Cina alla Link University di Scotti?

23 maggio 2019


Che cosa ha deciso il Senato accademico della Link Campus University di Roma fondata e presieduta dall’ex ministro Dc, Vincenzo Scotti, su Cina e dintorni

Svolta trumpiana alla Link Campus University di Roma? È la domanda che circola nella capitale in ambienti politici dopo la recente decisione con cui il Senato accademico dell’ateneo fondato e presieduto dall’ex ministro Dc Vincenzo Scotti, di concerto con il comitato esecutivo dell’università, ha tagliato di fatto i ponti con Huawei.

Una mossa, quella della Link, che non è passata inosservata, e che la pone in scia con una serie di istituzioni universitarie americane, come il prestigioso Massachuttes Institute of Technology (che, per inciso, ha reciso i legami anche con l’altro colosso cinese delle tlc nell’occhio del ciclone Usa, Zte), che hanno fatto altrettanto.

Ma cosa ha deciso esattamente la Link e con quali motivazioni? La delibera del Senato accademico – composto, oltre che da Scotti, dal rettore Claudio Roveda e dai prof. Pierluigi Matera e Carlo Maria Medaglia – è breve ma è tutta da leggere. Esordisce, anzitutto, ricordando quanto sia “importante” la “collaborazione esistente tra Cina, Unione Europea ed il loro crescente interscambio” e sottolineando la necessità di “un dialogo costruttivo lungo le linee indicate nelle risoluzioni del Parlamento Europeo“.

A questa interlocuzione con la potenza asiatica, la Link University vuole prendere parte in linea con la sua vocazione – ricordata nel documento – a sviluppare rapporti di “cooperazione con Università e istituzioni anche fuori dall’Unione Europea e dall’Alleanza Atlantica”. Come dire: siamo europei, e anche atlantisti, ma questo non ci esime dal confrontarci con un Paese con la cui ascesa tutti devono fare i conti.

Sviluppato questo preambolo, però, il tono della delibera muta drasticamente. Ok la collaborazione, si sottolinea, ma a patto che sia “ fondata su criteri di trasparenza, correttezza e reciprocità anche nella collaborazione accademica e scientifica”.

Insinuato il sospetto, il documento prepara la bordata. Senato accademico e Comitato esecutivo, si legge, hanno “esaminato le recenti controversie, le discussioni ed i rischi emersi sulle condizioni di sicurezza e reciprocità nell’interscambio di beni e servizi ad alto contenuto tecnologico” con alcune imprese cinesi (che non vengono menzionate ma che tutti, anche i più distratti, capiscono trattarsi di Huawei).

Cosa esattamente sia emerso, dal vaglio effettuato dalle autorità della Link, non è dato sapere. L’unico indizio viene dalla menzione di non meglio precisati “incidenti già verificatisi in passato”. Prove, insomma, non vengono fornite. Ma di qualsiasi cosa si tratti, deve essere stata sufficiente a mettere sotto gli occhi dell’università “i rischi connessi alle garanzie e tutele per utenti, operatori e per le esigenze della sicurezza internazionale”.

Alla luce di tutto ciò, la conclusione cui giunge il Senato Accademico della Link è drastica: si decide di “non mettere a disposizione le proprie competenze scientifiche nel campo di difesa e sicurezza a quelle imprese, impegnate nello sviluppo delle tecnologia di 5G, delle quali non siano ancora pienamente garantiti gli standard, le regole ed i processi concertati con i paesi dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica”.

La decisione della Link assume ulteriore valenza, e significato, alla luce delle posizioni tutt’altro che anti-cinesi espresse in passato dall’ateneo e dal suo presidente. Il 20 gennaio del 2018, ad esempio, le porte del campus si aprivano al seminario internazionale “The EUSAIR Macroregional Strategy for Tourism and Transport: the Maritime Western Silk Road Opportunities” organizzato da EUSARI – EU Strategy for the Adriatic and Ionian Region.

In quell’occasione, l’ateneo diramava sul suo sito un comunicato dal titolo “Nuova via della seta. L’impegno di Link campus University”. Un testo che presentava la Cina come “un player fondamentale, un attore centrale a tutti gli effetti”; un “paese-continente” che, come la sua “classe dirigente”, “integra una cultura millenaria e una grande capacità di visione”.

Nella rassegna delle iniziative propiziate dalla Link al fine di costruire ponti con l’ex impero di mezzo, salta agli occhi anche il convegno “Smart Cities and Digital Trasformation Dialogue, Italy and China” organizzato lo scorso 22 marzo dall’ateneo insieme a ChinaEu. Nel comunicato trasmesso anche all’Ansa, Scotti esprimeva l’auspicio che, almeno nel campo dei progetti sulla smart city, si trovi “il modo per avere uno scambio di informazioni, una cooperazione industriale e in campo di ricerca”.

Qualche giorno prima, intervenendo su Formiche.net, il presidente Scotti aveva affermato che “per l’Italia e per l’Europa l’obiettivo di un dialogo e di una cooperazione con la Cina deve restare obiettivo da perseguire”, sottolineando anche – con un buffetto agli Usa di Trump – che “non possiamo affidarci alla opzione di uno scontro”, che sarebbe “fatale”.

Pochi giorni più tardi, mentre in Italia infuriava il dibattito sull’arrivo a Roma di Xi Jinping e sulla contestata firma del memorandum d’intesa sulla nuova via della Seta, Scotti avvertiva addirittura la necessità di stigmatizzare – sempre su Formiche.net – l'”acceso ed irrazionale confronto politico sulla portata e sui ‘pericoli” della visita, in Italia, del Presidente della Repubblica Cinese”.

Naturalmente, un indizio o anche due non fanno una prova. Ma la svolta della Link fa senz’altro riflettere. E chissà se l’improvvisa resipiscenza di Scotti influenzerà il pensiero dei suoi due ex docenti – la titolare della Difesa Elisabetta Trenta e la viceministra agli Esteri Elisabetta Del Re – catapultati nei palazzi del potere. Un potere che non ha ancora deciso se Huawei fornirà o meno agli italiani la tecnologia e i servizi della rete mobile di quinta generazione.

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - Ci arriva più preparata Huawei che il sistema statunitense da qui la proroga di 90 giorni. Principianti allo sbaraglio

Il colosso tecnologico cinese Huawei ha sviluppato il proprio sistema operativo come un "piano B" nel caso in cui il governo degli Stati Uniti impedisca l'utilizzo dei prodotti Google e Microsoft

Nick Bastone 15 marzo 2019, 15:10

   
Huawei Rotating Chairman Guo Ping, center, speaks in front of other executives during a press conference in Shenzhen, China's Guangdong province.
AP/Kin Cheung



  • Il gigante tecnologico cinese Huawei ha confermato di aver sviluppato un proprio sistema operativo che potrebbe sostituire l'Android di Google e Windows di Microsoft se si dovesse impedire l'utilizzo di prodotti di produzione americana, secondo un recente rapporto del quotidiano tedesco Die Welt.
  • La prospettiva di essere banditi da tali prodotti si è intensificata per Huawei in seguito alla recente causa intentata contro il governo degli Stati Uniti.
  • "Abbiamo preparato il nostro sistema operativo: se mai dovesse succedere che non potessimo più utilizzare questi sistemi, saremmo preparati", ha detto l'amministratore delegato di Huawei, secondo una traduzione del testo originale tedesco.
  • Attualmente Huawei utilizza il sistema operativo Android per i suoi dispositivi smartphone e Windows per laptop e tablet.

AGGIORNAMENTO: poiché questo articolo è stato originariamente pubblicato nel marzo 2019, Google ha reciso i legami con Huawei in seguito a un ordine esecutivo del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ecco cosa significa se possiedi un telefono Huawei.

Il colosso della tecnologia cinese Huawei ha confermato di aver sviluppato un proprio sistema operativo che potrebbe sostituire l'Android di Google e Windows di Microsoft se si dovesse impedire l'utilizzo di prodotti di produzione americana, secondo un recente rapporto del quotidiano tedesco Die Welt.

La prospettiva di essere banditi da tali prodotti si è intensificata per Huawei in seguito alla recente causa intentata contro il governo degli Stati Uniti.

"Abbiamo preparato il nostro sistema operativo: se mai dovesse succedere che non potessimo più utilizzare questi sistemi, saremmo preparati", ha detto l'amministratore delegato di Huawei, secondo una traduzione del testo originale tedesco.

Un portavoce di Huawei non ha risposto immediatamente alla richiesta di Business Insider di commentare il rapporto.

Huawei ha citato in giudizio il governo degli Stati Uniti per non aver permesso ai suoi funzionari federali di utilizzare le apparecchiature di telecomunicazione dell'azienda cinese per motivi di sicurezza. La società ha affermato che il governo degli Stati Uniti non è riuscito a fornire prove a sostegno delle affermazioni sulla sicurezza e che gli Stati Uniti agiscono in modo incostituzionale.

Per saperne di più: l'amministrazione Trump avvisa gli alleati di stare alla larga da una potente compagnia cinese - ma non tutti ascoltano

Huawei ha lavorato alla costruzione del proprio sistema operativo sin dal 2012, secondo il South China Morning Post. Il completamento di tali sforzi era stato precedentemente sconosciuto fino alla recente relazione di Die Welt.

Attualmente Huawei utilizza il sistema operativo Android per i suoi dispositivi smartphone e Windows per laptop e tablet.

Yu ha detto che passare alla piattaforma interna di Huawei era il "piano B" dell'azienda e che "ovviamente preferiamo lavorare con gli ecosistemi di Google e Microsoft".

https://amp.businessinsider.com/huawei-has-developed-android-windows-os-replacements-2019-3

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - E' un duro colpo per Huawei per la Cina ci vorrà tempo per riprendersi

TECH

Google taglia i legami con Huawei. Potrebbe essere un "kill switch" per l'ambizione globale degli smartphone dell'azienda cinese

20 MAGGIO 2019 1:45 AM 
Arjun Kharpal
@ARJUNKHARPAL

PUNTI CHIAVE

Google ha sospeso l'attività commerciale con Huawei che prevede il trasferimento di hardware, software e servizi tecnici chiave.

Ciò significa che Huawei non sarà in grado di ottenere la licenza del sistema operativo Android completo di servizi Google e dovrà invece utilizzare una versione open source.

Gli analisti hanno affermato che ciò potrebbe causare grossi problemi all'azienda a livello internazionale, dove quasi la metà delle sue spedizioni di smartphone è destinata.

Altri fornitori di Huawei, tra cui Qualcomm e Intel, hanno riferito ai dipendenti che non venderanno alla società cinese fino a nuovo avviso.

Le scorte di chip cadono dopo che Google limita il business con Huawei: sei esperti su ciò che è prossimo

La decisione di Google di bloccare l'autorizzazione del suo sistema operativo mobile Android a Huawei 
potrebbe dare un enorme colpo alle ambizioni del colosso tecnologico cinese di diventare il principale attore negli smartphone a livello globale.

Il conglomerato tecnologico statunitense ha sospeso l'attività commerciale con Huawei che prevede il trasferimento di hardware, software e servizi tecnici chiave. 
Google ha fatto la mossa per conformarsi alla decisione di Washington di mettere Huawei sulla cosiddetta Entity List, 
il che significa che le aziende americane devono ottenere una licenza per vendere prodotti all'azienda cinese.

Significa che Huawei non può più concedere in licenza il sistema operativo Android proprietario di Google e altri servizi che offre. Invece, Huawei è ora in grado di utilizzare una versione pubblica del sistema operativo di Google tramite il progetto Open Source Android. Significa che 
i futuri telefoni Huawei non avranno i servizi Google che gli utenti si aspettano dai dispositivi Android.

"Stiamo rispettando l'ordine e rivedendo le implicazioni", ha detto un portavoce di Google lunedì. "Per gli utenti dei nostri servizi, Google Play e le protezioni di sicurezza di Google Play Protect continueranno a funzionare su dispositivi Huawei esistenti."

Cos'è Huawei?

Un portavoce di Huawei ha detto a CNBC che la società sta "valutando il possibile impatto di questa azione governativa degli Stati Uniti sui consumatori".

"Huawei ha dato un contributo sostanziale allo sviluppo e alla crescita di Android in tutto il mondo. Come uno dei principali partner globali di Android, abbiamo lavorato a stretto contatto con la loro piattaforma open source per sviluppare un ecosistema che ha avvantaggiato sia gli utenti che l'industria ", ha affermato il portavoce.

"Huawei continuerà a fornire aggiornamenti per la sicurezza e servizi post-vendita a tutti gli smartphone e tablet Huawei e Honor esistenti che coprono quelli che sono stati venduti o ancora disponibili a livello globale. Continueremo a costruire un ecosistema software sicuro e sostenibile, al fine di fornire la migliore esperienza a tutti gli utenti a livello globale. "

È un duro colpo per l'azienda cinese, che fa molto affidamento su Android per gli smartphone che vende fuori dalla Cina. 
All'interno della Cina, la società utilizza una versione modificata di Android che non ha preinstallate app Google perché i servizi del gigante di ricerca sono bloccati lì. Ma nei mercati al di fuori della Cina, gli smartphone Huawei utilizzano Android completo di app Google.

Poco più del 49% delle spedizioni di smartphone di Huawei nel primo trimestre del 2019 erano sui mercati internazionali al di fuori della Cina continentale, secondo Canalys. Huawei è stato il secondo produttore di smartphone per quota di mercato globale nel primo trimestre. La società ha in precedenza stabilito le sue ambizioni di diventare il primo giocatore negli smartphone entro il 2020. Ma l'ultima mossa di Google potrebbe mettere un freno a questo.

"Sarà come un interruttore istantaneo per l'ambizione di Huawei di superare Samsung nel mercato globale", ha detto Nicole Peng, vicepresidente della mobilità di Canalys, lunedì alla CNBC.

Perché gli Stati Uniti pensano che Huawei sia una massiccia minaccia per la sicurezza nazionale

Huawei si affida a componenti chiave di molti altri fornitori americani per tutto, dagli smartphone alle apparecchiature di rete. Conta oltre 30 ditte americane tra i suoi fornitori principali. Alcuni di questi fornitori, tra cui Qualcomm e Intel, hanno detto ai dipendenti che non venderanno a Huawei fino a nuovo avviso, secondo un rapporto Bloomberg di lunedì.

Huawei è preparato?

Huawei dice che si sta preparando per il tipo di situazione che ora affronta. A marzo, la società ha dichiarato di aver sviluppato un proprio sistema operativo per i propri prodotti di consumo se fosse giunto il momento in cui non era in grado di utilizzare Google o Microsoft.

E proprio la scorsa settimana, il Nikkei Asian Review ha riferito che Huawei ha detto a alcuni fornitori sei mesi fa che voleva accumulare un anno di componenti cruciali per prepararsi a qualsiasi questione relativa alla guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. Anche Huawei ha sviluppato la propria tecnologia di chip.

Mentre Huawei è stata in grado di ridurre la dipendenza dai fornitori americani per alcuni componenti, 
gli esperti hanno detto che potrebbe non essere sufficiente perché ha ancora bisogno di altra parte

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - è il Pentagono che ha dichiarato la guerra non vuole perdere la supremazia che ha già perso

Perché il Pentagono richiama all’ordine Google sui servizi per la Cina

27 marzo 2019


Il numero uno di Google incontra un alto funzionario militare Usa per giustificare la presenza del colosso di Mountain View in Cina. Oggetto del contendere: il lavoro sull’intelligenza artificiale di Google in Cina

Gli affari cinesi mettono in subbuglio Google.

Oggi il ceo del colosso di Mountain View, Sundar Pichai, incontrerà il generale Joseph Dunford, presidente del Joint Chiefs of Staff, il comitato consultivo militare di più alto rango negli Stati Uniti. Secondo quanto anticipato da Bloomberg, sul tavolo dell’incontro ci sarà il lavoro sull’intelligenza artificiale di Google in Cina.

La società del motore di ricerca numero uno al mondo ha dovuto accettare “l’invito” dopo le polemiche innescate nei giorni scorsi.

L’ANTEFATTO

Proprio il generale Dunford ha avviato la controversia su Google lo scorso 14 marzo durante un’audizione alla Commissione per i servizi armati del Senato. “Il lavoro che Google sta facendo in Cina sta indirettamente avvantaggiando l’esercito cinese”, ha dichiarato l’alto funzionario militare.

ANCHE IL PRESIDENTE TRUMP CINGUETTA CONTRO BIG G

L’uscita sulla mano tesa da Google al rivale di Pechino non è sfuggita al presidente degli Stati Uniti Donald Trump che due giorni dopo ha twittato sul fatto che Google sta “aiutando la Cina e le sue forze armate, ma non gli Stati Uniti”.

Google is helping China and their military, but not the U.S. Terrible! The good news is that they helped Crooked Hillary Clinton, and not Trump....and how did that turn out?

La società guidata da Sundar Pichai ha immediatamente negato le affermazioni. Tuttavia, resta da chiarire il coinvolgimento di Google nello sviluppo dell’intelligenza artificiale (e i conseguenti utilizzi militari) in Cina.

IL LABORATORIO BIG G CHE NON PIACE AGLI USA

Alla fine del 2017 infatti, Google ha aperto a Pechino un laboratorio di intelligenza artificiale, come ricordato dal generale Dunford. Meno di due anni dopo, questo “piccolo ufficio” sta creando non poche grane a Sundar Pichai, diviso dalle ambizioni globali dell’azienda 
e il crescente disagio delle forze armate americane nei confronti di un eventuale coinvolgimento di Google nei servizi militari cinesi.

LO SVILUPPO TECNOLOGICO SECONDO XI

La difesa americana non ha tutti i torti. A causa della politica annunciata da Xi Jinping della “fusione tra civili e militari”, in Cina non esiste più alcuna significativa distinzione tra ricerca civile e militare, specialmente in aree come l’Intelligenza artificiale dove la Cina deve dominare secondo il presidente Xi.

È IL BUSINESS DEL CLOUD, BELLEZZA

Il conflitto rappresenta un rischio per il business del cloud computing di Google, che si basa sulla prodezza di intelligenza artificiale dell’azienda e rappresenta una fonte importante di crescita futura delle entrate al di fuori della pubblicità.

Sia la Cina sia il Pentagono sono infatti potenziali acquirenti dei servizi di Google. Non è ben chiaro tuttavia da che parte tendi di più quest’ultimo.

UN OCCHIO A PECHINO

Alla fine dello scorso anno, il ceo di Mountain View non ha escluso davanti al Congresso statunitense di poter lavorare un giorno a un motore di ricerca su misura per Pechino. Torniamo dunque ad agosto quando The Intercept ha svelato che Google stava lavorando al progetto Dragonfly. Ovvero un motore di ricerca chiamato per la Cina a misura di censura, con link e ricerche oscurate quando sgraditi a Pechino. Dal 2010 Google si è auto-escluso nel paese del Dragone chiudendo il suo motore di ricerca proprio a causa della censura governativa. Ma con un search engine Pechino-oriented Big G potrebbe tornare più forte di prima sul mercato cinese.

I RAPPORTI A CASA PROPRIA

Il mercato cinese potrebbe essere irrinunciabile per Google. A casa propria infatti la società guidata da Pichai ha dovuto interrompere alcune collaborazioni con le forze armate a stelle e strisce la scorsa estate. Prima ha dovuto rinunciare al rinnovo del contratto con il Pentagono per il progetto ‘Maven’ di intelligenza artificiale dopo le proteste dei dipendenti. In migliaia avevano firmato una petizione per porre fine al programma, con il quale i droni Usa sarebbero stati in grado di distinguere tra vari obiettivi, dunque potenzialmente letale. Dopo, ad agosto, la società ha annunciato che non avrebbe presentato un’offerta per la gara sulla fornitura del cloud computing del Pentagono, un contratto decennale dal valore di 10 miliardi di dollari, in competizione con i rivali principali nel settore del cloud, Amazon e Microsoft.

Come ricorda Bloomberg, Google ha passato gli ultimi cinque anni a segnalare agli investitori e al pubblico che è la principale azienda al mondo nel campo dell’Ai, ma 
ha bisogno di ingegneri di talento per mantenere questo vantaggio. Gli esperti di intelligenza artificiale sono piuttosto rari e costosi e molti di loro si trovano in Cina al momento. 
Non a caso, proprio Fei-Fei Li, uno scienziato informatico di origine cinese che ha gestito il laboratorio di Google a Pechino dalla sua apertura fino all’ottobre scorso, ha ricordato che 
la metà delle pubblicazioni in riviste scientifiche sull’intelligenza artificiale porta la firma di autori cinesi.

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni

Ecco i motivi (militari) della guerra di Trump e Google a Huawei

23 maggio 2019


Manfrina mediatica? Prezzo pagato da Casa Bianca e Pechino per essere lasciati tranquilli nel finalizzare l’accordo commerciale? Oppure vera e propria guerra tecnologico-militare fra Usa e Cina?

Sono alcune delle domande che serpeggiano sui social dopo la mossa trumpiana di Google contro Huawei.

Una domanda clou è stata formulata su Twitter dalla giornalista del Tg1, Barbara Carfagna, che da anni segue i temi dell’innovazione tecnologica e della cybersecurity:

Caso #Huawei Ma #Google che ha sempre dichiarato di essere per l’uguaglianza, contro le discriminazioni,sopra le nazioni, che pochi mesi fa era pronta ad accordarsi con la Cina nonostante la censura, come la mette ora ad ubbidire al governo USA? https://www.repubblica.it/esteri/2019/05/21/news/huawei_la_casa_bianca_fa_un_passo_indietro_sospese_le_restrizioni_fino_ad_agosto-226800557/ …




Una bella contraddizione, quella di Google, rimarcata dalla giornalista Carfagna. In effetti il ruolo di Google non è secondario nella strategia trumpiana.

Il ceo di Google, Sundar Pichai, di recente ha incontrato alcuni generali del Pentagono. Come mai?

Secondo molti analisti, il problema prevalente fra Trump e Huawei è soprattutto militare, come ha scritto suStart Magazine l’analista Fabio Vanorio. Google ha la top clearance per partecipare alle gare del DoD, Department of Defense (Jedi, Project Maven) e, in base a ciò, deve rendere conto al Pentagono di quanto svolge con Paesi stranieri.

Fino all’era Obama, Google aveva una rilevante libertà di azione all’estero. Adesso, con Trump alla Casa Bianca, il vento è totalmente cambiato.

Gli effetti di questo cambiamento? Il primo progetto ad essere modificato è stato Dragonfly. Eric Schmidt, ex ceo di Alphabet (holding che controlla Google) e adesso a capo della Defense Innovation Unit del Pentagono. Si chiede retoricamente un analista al corrente di questioni tecnologiche: “È possibile per la Cina sviluppare un prodotto come Dragonfly senza che il Pentagono ne conosca i contenuti?”. Non è possibile.

Ma le preoccupazioni di Washington su Huawei sono anche altre. Il colosso cinese ha sviluppato con Google un prodotto per l’healthcare (progettato per rilevare e diagnosticare i primi segni di disturbi visivi nei bambini) basato sull’intelligenza artificiale. Come scritto da Chiara Rossi su Start Magazine, si chiama Track AI e utilizza TensorFlow, un insieme di strumenti software AI di Alphabet, gli stessi impiegati per il discusso Project Maven che la rivolta dei dipendenti di Google ha fatto saltare.

Il software è abbinato ai dispositivi Huawei e consentirà anche ai non professionisti di diagnosticare le condizioni di salute degli occhi dei bambini più piccoli. Ma per sviluppare Track AI, Huawei si è avvalsa di TensorFlow.

TensorFlow è uno degli strumenti più popolari per la creazione di applicazioni di machine learning ed è utilizzato dagli sviluppatori di tutto il mondo. TensorFlow è open-source, quindi chiunque e ovunque può utilizzarlo e Google non può controllarne l’accesso.

Secondo quanto riportato da Bloomberg, Chris Brummitt, un portavoce di Google, ha confermato che un team pubblicitario che collabora con i clienti della società di Mountain View ha fornito consulenza nell’attività di marketing a Huawei, sebbene nessun ingegnere sotto la guida di Sundar Pichai abbia lavorato al progetto Track AI. Anche un portavoce di Huawei ha confermato questa partnership. Vero è che l’iniziativa Track AI non rappresenta una priorità strategica per nessuno dei due giganti della tecnologia, ma sottolinea le importanti relazioni commerciali che Google ha cercato di costruire con aziende cinesi come Huawei da decenni.

Il Pentagono teme il controspionaggio: vi possono essere dipendenti di Google a rischio di doppio gioco con Pechino. “La Cina è uno Stato che ricorre sistematicamente allo “spionaggio elettronico” per rubare tecnologia e segreti commerciali”, ha detto ieri Edward Luttwak a Marco Orioles di Start Magazine.

C’è una questione Nsa, poi, come svelato tempo fa da Start Magazine: la non compliance di Huawei crea una vulnerabilità enorme e inammissibile per gli Stati Uniti, si dice in ambienti dell’Intelligence italiana.

Non è finita.

Huawei fa molto affidamento sulle app di Google tra cui, per la ricerca, Chrome e Maps, non solo per motivi commerciali. Recentemente, Google Earth 3D Maps ha “incidentalmente” mostrato le principali basi militari segrete di Taiwan, con alcuni dei siti disponibili in dettaglio 3D inclusa una struttura ospitante missili Patriot.

Risultato: la preoccupazione del Pentagono è stata tale – si dice in ambienti istituzionali fra Usa e Italia – che nella Entity List del Bureau of Industry and Security statunitense – sono state inserite 68 filiali non-Usa di Huawei situate in 26 Paesi (Belgio, Bolivia, Brasile, Birmania, Canada, Cile, Cina, Egitto, Germania, Hong Kong, Jamaica, Giappone, Giordania, Libano, Madagascar, Olanda, Oman, Pakistan, Paraguay, Qatar, Singapore, Sri Lanka, Svizzera, Taiwan, Regno Unito, e Vietnam).

Alle società locali operanti in questi Stati che impiegano parti sensibili originate negli Usa e che hanno rapporti con la locale Huawei è richiesto di interromperli quando vi possano essere preoccupazioni di compromissione di segreti industriali statunitensi. “Finora si contano sulle dita di una mano. Il Pentagono ha iniziato una spunta alla lavagna. Un ottimo modo per il DoD (Department of Defense) valutare l’affidabilità dei propri partner e non di Huawei…”, sottolinea un osservatore al corrente del dossier.

Insomma, la “guerra” tecnologica con risvolti geopolitici – secondo la definizione di Marta Dassù (Aspen) intervistata da Start Magazine – invece di svolgersi solo ad un tavolo si sta sviluppando anche sul mercato globale.

I cinesi hanno tergiversato temporalmente per poter arrivare al periodo di campagna elettorale di Trump e per poterlo affrontare in una condizione di sua minore attenzione e focus, facendo leva su tutti gli agenti di Pechino presenti nei meccanismi di check-and-balance di Washington D.C..

Comunque, secondo molti osservatori, si arriverà ad un accordo ma alla fine è stata una vera e propria guerra di nervi. E a quel punto se qualcuno avrà ceduto, non si potrà più tornare indietro.

E' guerra vera è guerra totale - Gli stessi Stati Uniti ci arrivano impreparati anche se sono loro che hanno definito la linea di demarcazione l'operatività del 5G dove la Cina è molto più avanti. Tutti ci siamo chiesti come avrebbero reagito gli statunitensi alla perdita di potere nei confronti dei cinesi, ora lo stiamo vivendo

Huawei: gli Stati Uniti firmano una tregua di tre mesi





Il rinvio di 90 giorni darà tempo a Huawei e ai suoi partner americani di adattarsi. Intanto Google ha già preso l’iniziativa di interdire ai nuovi telefonini costruiti dalla società cinese l’accesso alle app collegate al sistema Android

Gli Stati Uniti hanno rinviato fino a metà agosto il divieto per le aziende tecnologiche statunitensi di esportare prodotti verso il gruppo cinese Huawei. Lo ha deciso nella notte il Ministero del commercio statunitense, ripreso da Il Sole 24 Ore Radiocor. Il rinvio di 90 giorni darà tempo al colosso cinese e ai suoi partner americani di adattarsi. Intanto Google ha già preso l’iniziativa di interdire ai nuovi telefonini costruiti dalla società cinese l’accesso alle app collegate al sistema Android.
Donald Trump

Huawei è in trattativa con Google per cercare di trovare una soluzione alla rottura dei legami con il colosso statunitense. E’ quanto ha dichiarato il fondatore del gruppo cinese delle telecomunicazioni Ren Zhengfei. Google e Huawei stanno negoziando per cercare una risposta “al divieto degli Stati Uniti di vendere apparati al gigante cinese degli smartphone“, ha dichiarato Ren Zhengfei

23 maggio 2019 - Mancata espulsione da Mirandola. A chiedere le scuse dovrebbe essere il ...

Gaetano Pedullà - Giorgetti è già parte integrante del Sistema massonico mafioso politico e il fanfulla Salvini ne è ben consapevole

Giorgetti cerca l’alibi in Conte per colpire tre obiettivi


21 maggio 2019 di Gaetano Pedullà

Giancarlo Giorgetti non è persona che lancia siluri a caso, e nella dichiarazione di sfiducia sul Presidente del Consiglio ha colpito tre obiettivi. Il primo è consolidare la strategia della Lega, per cui se le elezioni europee andranno molto sopra le attese (o molto sotto) si cercheranno tutti i pretesti possibili per far saltare il Governo, sperando di andare subito a nuove elezioni.

C’è poi un altro motivo: per fare il pieno di voti, Matteo Salvini ha tirato così tanto la corda che adesso bisogna farlo passare per un po’ più moderato, lasciandogli il ruolo di togliere di mezzo le macerie che lui stesso ha creato. Non a caso, dopo settimane di pesci in faccia ai Cinque Stelle, ieri il Carroccio ha abbassato i toni e si è trovato l’accordo sui decreti famiglie e sicurezza bis. Così Giorgetti fa il cattivo e Salvini il buono, anche perché non basta girare col rosario in tasca per odorare di santità.

Infine, ultimo ma non meno importante, c’è il messaggio alla base leghista del Nord, lo zoccolo duro di un partito che proprio Giorgetti ha contribuito più di tutti ad espandere sull’intero territorio nazionale, con risultati egregi ma meno brillanti di quanto sperato, come si è appena visto in Sicilia dove la Lega senza confluire nell’accozzaglia di liste del Centrodestra resta sostanzialmente al palo. Il serbatoio che conta, dunque, resta quello del Nord, dove era stata promessa prima del voto di domenica quell’autonomia rafforzata che invece si è impantanata dalle parti del Quirinale. E quando non si trova una strada non c’è cosa più facile che trovare una scusa.

E' guerra vera è guerra totale - Nessuna illusione o perderanno gli Stati Uniti o la Cina, di certo il conflitto già si è allargato alla Russia e alla Cina sempre per la brutale volontà di potenza statunitense. Accanto a questi troviamo gli ebrei, l'Arabia Saudita, Emirati Arabi

L'ANALISI
Europa “vaso di coccio” nella tech war Usa-Cina

In notevole ritardo sulle tecnologie digitali emergenti, il Vecchio Continente rischia ricadute importanti sul fronte della competitività economica e sulla capacità di costruirsi un sistema di difesa adeguato. L’analisi di Umberto Bertelè professore emerito di Strategia e chairman degli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano

23 Mag 2019
Umberto Bertelè
Professore emerito Politecnico di Milano

È tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento che gli Stati Uniti strapparono al Regno Unito la leadership mondiale, prima sul piano economico e poi su quello politico-militare. Una leadership che è rimasta da allora saldamente nelle loro mani, superando il duro confronto militare con il Giappone e la Germania nella seconda guerra mondiale e la susseguente “guerra fredda” con la Russia. Una leadership che però gli Stati Uniti vedono sempre più in pericolo, per il boom prima demografico e poi economico e tecnologico che ha permesso alla Cina di accrescere non solo la potenza militare, ma anche la sua influenza in diverse aree del mondo. I numeri giustificano questo timore, che rischia di diventare un’ossessione: la popolazione cinese, 1,4 miliardi di persone, è circa quattro volte quella statunitense; il pil statunitense continua a essere superiore – a prezzi e tassi di cambio correnti – a quello cinese, 22.300 miliardi di dollari contro 15.500 secondo le proiezioni Imf al 2020, ma la distanza si è enormemente accorciata rispetto al 2006 quando il rapporto era di 13.800 a 2.800; a parità di potere di acquisto il sorpasso è invece già avvenuto, nel 2014, e il divario a favore dei cinesi è in crescita; solo il confronto nel Pil pro capite continua a vedere un netto predominio statunitense.

Il caso Huawei va visto più in questa prospettiva che non in quella – comunque rilevante – della guerra commerciale in atto. Ed è evidente che la decisione assolutamente “irrituale” di Trump di mettere al bando Huawei ha anche una motivazione politica interna, di acquisizione del consenso ai danni dei democratici, che sono stati appunto forzati dall’opinione pubblica a dare la loro benedizione a una misura che viceversa è vista con grande preoccupazione da tutte quelle imprese che (come Apple o Microsoft) realizzano in Cina una quota significativa del loro fatturato e che temono di rimanere vittime delle inevitabili ritorsioni.

Perché la messa al bando di Huawei è “irrituale”? Perché non esistono precedenti storici di questa portata, se si eccettua il caso su scala molto minore di Zte. Non esistono perché la globalizzazione è un fatto relativamente recente, la Cina è entrata nella World Trade Organization meno di vent’anni fa. Non esistono perché la precedente “guerra fredda”, quella con la Russia, avveniva fra due mondi con interrelazioni economiche molto ridotte.

Perché Huawei? Sicuramente per il ruolo sempre più rilevante che sta acquisendo– con un mix estremamente favorevole qualità-prezzo dei suoi apparati – nella infrastruttura telecom mondiale: una infrastruttura a forte valenza strategica, al di là del suo utilizzo conclamato o meno a scopi di spionaggio a favore del governo cinese. Ancor più, probabilmente, per la sua leadership tecnologica nell’ambito del 5G e per i vantaggi che ne potrebbero derivare alla Cina in una fase storica di obsolescenza di molte delle armi tradizionali a favore di quelle atte a combattere le “guerre cibernetiche”. E in qualche misura forse, se si guarda alla politica interna, per la sua elevata notorietà: cresciuta nei mesi scorsi con l’arresto in Canada, su richiesta statunitense, di Meng Wanzhou, Cfo della società e figlia del fondatore.

Quali le conseguenze per Huawei, se il bando dovesse rimanere in vita e non essere viceversa revocato, per il raggiungimento di una intesa commerciale complessiva Stati Uniti-Cina o per evitare una ritorsione particolarmente dolorosa (quale quella velatamente minacciata sulla fornitura delle cosiddette terre rare o quella estrema più improbabile di usare i 1200 miliardi di dollari di titoli del Tesoro statunitense detenuti per destabilizzarne il mercato?) Financial Times di qualche giorno fa titolava “Can Huawei survive US blacklisting? Chinese telecoms group will need to look elsewhere to procure key components”, con riferimento al fatto che lo scarso anno Huawei – che fattura 107 miliardi di dollari – ha acquistato da imprese statunitensi componenti (in prevalenza microprocessori) per un valore di ben 11 miliardi. L’impatto, almeno nel breve-medio termine, potrebbe essere molto penalizzante, perché il bando andrebbe a colpire, oltre alle infrastrutture telecom, anche gli smartphone: ove Huawei è recentemente diventata – superando Apple – numero due al mondo alle spalle di Samsung. Agli effetti diretti, quali le difficoltà nella produzione causate dalla ridotta disponibilità di componenti “critici”, andrebbero infatti ad aggiungersi quelli – già visibili – indiretti: BT e Vodafone, le due maggiori telecom inglesi, e le giapponesi Kddi e SoftBankhanno bloccato il lancio programmato dei suoi nuovi modelli di smartphone nel timore che la sospensione preannunciata da Google (in ossequio alle disposizioni di Trump) della licenza Android si traduca in un loro malfunzionamento.

Ci sarebbero conseguenze per le imprese statunitensi, al di là della perdita degli 11 miliardi di dollari di ricavi per i tradizionali fornitori di microprocessori e di altri componenti? È quasi certo – se il bando rimarrà in vita – che la Cina sarà “costretta”, per “non perdere la faccia” (un elemento centrale nella sua cultura come sottolinea sempre Giuliano Noci), a una ritorsione altrettanto visibile nei riguardi di una grande impresa statunitense. E altre misure potrebbero essere messe in pista, volte a ostacolare l’accesso al loro mercato interno (determinante per la profittabilità di molte imprese) o le forniture delle preziose terre rare (di cui la Cina è di gran lunga il principale produttore mondiale).

Qualche riflessione sugli effetti più a lungo termine. Android ad esempio, attualmente presente nell’80% degli smartphone del mondo, potrebbe veder calare fortemente la sua quota di mercato se i cinesi decidessero di mettere a punto un loro sistema operativo. E i cinesi potrebbero a loro volta perdere il quasi monopolio sulle terre rare, se l’incertezza sulle forniture spingesse gli Stati Uniti a sfruttare giacimenti (esistenti in diverse parti del mondo) attualmente non sfruttati.

Se lo scontro si radicalizzasse, si potrebbe addirittura andare verso un mondo diviso in due dal punto di vista degli scambi commerciali, con un’area di influenza statunitense e una cinese. Con l’Europa, purtroppo, come “vaso di coccio” nello scontro fra le due potenze dominanti o come – usando le parole di Federico Fubini in un suo recentissimo fondo sul Corriere della Sera – “terra di conquista”. Perché purtroppo lacerata al suo interno dagli interessi contrastanti dei diversi Paesi. Perché in notevole ritardo, rispetto a Stati Uniti e Cina, nell’ambito delle tecnologie digitali emergenti: con potenziali conseguenze sulla competitività della sua economia, ma anche sulla capacità di costruirsi finalmente un sistema di difesa adeguato se saranno le “guerre cibernetiche” a caratterizzare il futuro degli armamenti.