Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 15 dicembre 2018

Guerra in Africa per le ricche materie prime. La Cina da anni ha una politica soft e offre infrastrutture, ora gli Stati Uniti si pone di usare il dollaro e vuole inondare gli stati amici di monete. Gli statunitensi partano svantaggiati per troppo tempo hanno sguinzagliato le loro multinazionali solo al profitto immediato senza nessuna strategia sul lungo periodo

Ecco come Trump contrasterà l’avanzata della Cina in Africa

15 dicembre 2018


Stanca di assistere alla conquista, investimento dopo investimento, prestito dopo prestito, dell’Africa da parte della Cina, l’amministrazione Trump ha lanciato giovedì la propria strategia africana, che vedrà gli Usa contrastare la penetrazione cinese nel continente iniettando miliardi di dollari in aiuti e progetti ma anche abbandonando al proprio destino Paesi come il Sud Sudan che si sono dimostrati corrotti e ingrati.

Il piano è stato enunciato dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, falco dell’amministrazione e fiduciario del presidente, che arruolandolo nel suo governo quest’anno al posto del fiacco Herbert R. MacMaster gli ha affidato il compito di mettere a punto la strategia globale che passa sotto le insegne dell’America first.

In un discorso tenuto all’Heritage Foundation, Bolton ha chiarito le linee generali del piano africano dell’amministrazione. Un piano che individua non nella povertà o nel terrorismo jihadista le minacce con cui fare i conti nel continente più disastrato del mondo, bensì nelle politiche della Cina e, in misura minore, della Russia. Paesi dietro la cui apparente generosità si cela una politica spregiudicata volta a soggiogare, condizionare, limitare la sovranità dei Paesi africani e, indirettamente, erodere l’influenza dell’America.

Secondo Bolton, Cina e Russia “stanno deliberatamente e aggressivamente orientando i loro investimenti nella regione al fine di ottenere un vantaggio competitivo sugli Stati Uniti”. La Cina, in particolare, “ricorre a tangenti, accordi opache e all’uso strategico del debito per tenere gli Stati africani ostaggio del desideri e delle domande di Pechino”.

È per contrastare questi comportamenti che gli Usa metteranno in campo un programma nuovo di zecca. Si chiama “Africa prospera”, e prevede innovative e assai liquide forme di sostegno agli investimenti americani nei Paesi africani, esortati così a vedere in esse un’alternativa sostenibile ai progetti di investimento di Pechino.

La Cina, ha osservato Bolton, non può essere considerata un partner affidabile dell’Africa. Al contrario, i suoi comportamenti predatori rappresentano un pericolo incombente per paesi che rischiano di restare ostaggio di un governo senza scrupoli. A titoli di esempio, il Consigliere ha richiamato il caso dello Zambia, che oggi deve alla Cina tra sei e dieci miliardi di dollari che non è in grado di restituire, con la Cina pronta per rifarsi a mettere le mani sulla compagnia elettrica nazionale.

Ma la spregiudicatezza cinese non è solo una spada di Damocle per l’Africa. Lo è anche per gli Usa, la cui proiezione africana si trova a fare i conti con quella cinese che insiste spesso sugli stessi territori. Basti pensare, ha ricordato Bolton, al caso di Gibuti, dove la Cina ha recentemente inaugurato la sua prima base militare all’estero, a pochi passi da quelle in cui gli Usa gestiscono le proprie operazioni di controterrorismo. Una prossimità che ha già generato scintille: qualche mese fa, i cinesi hanno preso di mira velivoli americani con fasci laser, ferendo due piloti.

L’annuncio di Bolton è già stato salutato con favore dall’establishment a stelle e strisce. Ma ha anche generato prevedibili critiche, indirizzate verso un presidente che ha usato parole non proprio benevole nei confronti degli immigrati africani che mirano a reinsediarsi in America, ma anche verso la sua consorte, Melania, il cui viaggio ad ottobre in quattro paesi africani è stato notato più per l’estroso guardaroba che per lo spirito umanitario.

L’amministrazione Trump, comunque, sembra fare sul serio. Non a caso, ha affidato il lancio della strategia africana ad un uomo, Bolton, che si è fatto le ossa al tempo di Reagan dirigendo l’agenzia umanitaria USAID. Un pedigree che non impedisce al consigliere del presidente di considerare gli aiuti come un mezzo, più che un fine. E di ritenere che, in determinati casi, essi siano del tutto inutili. L’esempio del Sud Sudan si staglia su tutti: nonostante la generosità americana, l’ultimo Paese aggiuntosi al consesso Onu dopo la secessione dal Sudan continua ad essere guidato, ha osservato Bolton, “dagli stessi leader in bancarotta” che perpetrano “orrenda violenza” e causano “immensa sofferenza” alla propria popolazione.

Sugli aiuti, dunque, l’America sarà più munifica ma anche più esigente. Bolton ha ricordato che l’assistenza americana all’Africa da parte del Dipartimento di Stato e dell’agenzia per lo sviluppo internazionale ha ammontato, per l’anno 2017, a 8,7 miliardi di dollari. Le aziende americane hanno invece investito nella regione 50 miliardi di dollari. Sono cifre ancora non in grado di reggere il confronto con l’ingente flusso di denaro proveniente dalla Cina: la Ong Aiddata calcola che, tra il 2000 e il 2014, i finanziamenti cinesi in Africa abbiano raggiunto l’ammontare record di 121,6 miliardi di dollari.

Solo il 40% del denaro cinese, però, può essere rubricato come aiuto, almeno secondo le definizioni dell’Ocse. Il resto si presenta sotto la forma di prestiti, gran parte dei quali rappresentati da progetti realizzati da aziende di proprietà di Pechino. Prestiti che presentano non poche condizioni, non ultimo l’obbligo di restituire le somme entro pochi anni, pratica che contrasta nettamente con quelle adottate dalla Banca Mondiale, che concede ai contraenti almeno un decennio di tempo per onorare gli accordi. Le intese raggiunte dalla Cina coi paesi africani su singoli progetti, inoltre, sono spesso oliate dalla corruzione, pratica particolarmente odiosa quanto efficace in paesi che non presentano certo i medesimi standard di democrazia dell’Occidente.

Contrastare la penetrazione cinese, insomma, non sarà semplice. Ma è in questa direzione che l’amministrazione Trump si è incamminata. E nessuno, meglio del neocon Bolton, poteva mettere la faccia su un piano ambizioso che promette di cambiare il volto dell’assistenza americana ad un continente affamato di aiuti e disposto, in cambio, anche a piegarsi alle ambizioni neocoloniali della Cina.

Guido Salerno Aletta - 1 - La trattativa al ribasso voluta da Giorgetti-Salvini falso ideologo porta verso la sconfitta del governo che doveva mettere in Sicurezza l'Italia. Come il falso ideologo Tsipras ha tradito il popolo nel medesimo modo sta facendo questo governo

Perché in Europa crescono le tensioni economiche e sociali

15 dicembre 2018


L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

In Europa, i focolai di tensione sociale e politica continuano a moltiplicarsi. Sono in crisi profonda le famiglie politiche tradizionali, Popolari, Gaullisti, Socialisti e Democratici, che hanno dominato la scena democratica dal dopoguerra. La loro alternanza al potere ha perso credibilità a causa della piena adesione che hanno accordato alle regole di austerità decise con il Fiscal Compact, alle conseguenti politiche di deflazione salariale, ai meccanismi di severa condizionalità cui sono subordinati gli aiuti erogati dall’Unione sotto la vigilanza della Troika, composta da Ue, Bce e Fmi.

LE PROTESTE POPOLARI E IL MURO DI BRUXELLES

Finora, però, le crescenti proteste popolari e le nuove maggioranze euroscettiche si sono schiantate sul Muro di Bruxelles: “Votare non serve: le regole non cambiano con i governi”. Lo spiegò così, brutalmente, nel 2015, il ministro tedesco delle Finanze Wolfang Shaeuble al neo eletto presidente ellenico Alexis Tsipras ed al suo ministro del Tesoro Janis Varoufakis, che pensavano di poter contrastare le misure di austerità accettate dal loro predecessore in cambio del salvataggio finanziario. Era stato già firmato l’Atto di Capitolazione, quello con cui la Grecia rinunciava a qualsiasi resistenza.

IL CASO GRECO

Il movimento Syriza fu il primo a vincere elezioni politiche europee sull’onda della protesta popolare: per convincere il governo greco a non chiedere più modifiche al piano di austerità, e con la scusa che le banche non avevano più liquidità per via dei continui ritiri, alla fine di giugno dello stesso 2015, la Troika ne decise la chiusura degli sportelli, bloccando contestualmente ogni transazione, comprese quelle sulle carte di credito: Ai bancomat, il prelievo fu limitato a 60 euro. L’economia fu portata al collasso ed Atene piegò definitivamente le ginocchia.

COME E’ ORA L’EUROZONA

L’Eurozona, per il pericolo dell’implosione della moneta unica, si è andata trasformando in un sistema accentrato, militarizzato, di comando e controllo. L’Unione europea coincide ormai con l’Eurozona, mentre tutto il resto è ancillare, inutile. Per questo motivo il Premier britannico David Cameron votò contro le proposte presentate nel Consiglio europeo del dicembre 2011: non gli interessava aderire al Fiscal Compact, soggiacere alla Banking Union e ancor meno partecipare al finanziamento dell’ESM. La Brexit nacque allora.

DOSSIER BREXIT

Il distacco britannico dall’Unione rappresenta ancora uno dei fattori più critici: nessuno sa come andrà a finire. Nonostante mesi e mesi di estenuanti trattative, l’Accordo di Recesso della Gran Bretagna non è stato ancora approvato da Westminster. La Premier Theresa May, dopo aver chiesto il rinvio a gennaio del voto parlamentare sull’Accordo, ha dovuto promettere che non guiderà i Conservatori nelle elezioni del 2021 ed ha pure subìto l’onta della mozione di sfiducia. E’ rimasta in sella, ma ha riportato un risultato pesantissimo, visto che un terzo dei suoi parlamentari le ha votato contro. Ora si deve recare nuovamente a Bruxelles, per pietire una dichiarazione aggiuntiva, legalmente vincolante, per evitare il limbo eterno a cui l’Inghilterra sembra essere stata condannata: non starà più dentro l’Unione, ma neppure completamente fuori, cumulando così gli svantaggi di entrambe le condizioni. La posizione europea è stata sempre la stessa: nessuno sconto, nessun cedimento. Chi abbandona l’Unione deve essere punito duramente.

(1. continua)

Se non hai versato i contributi per la tua pensione d'oro è corretta la decurtazione. Giorgetti-Salvini falso ideologico e tradiscono come ha fatto Tsipras

Ecco come i dirigenti premono sulla Lega di Salvini contro il taglio M5S alle pensioni d’oro

15 dicembre 2018


La manifestazione a Milano contro il taglio alle pensioni d’oro e le lettere inviate alla Lega, al governo e al Parlamento

“Non c’è equità senza merito” è stato il titolo del convegno organizzato ieri a Milano da tutte le associazioni più rappresentative della dirigenza, pubblica e privata: Confedir, Forum dei pensionati, Assdiplar, magistrati ed avvocati dello Stato, diplomatici, militari, medici.

Al termine l’assemblea ha approvato una mozione per ottenere dal governo un tavolo di confronto da cui, “fuori da contesti ideologici, emergano proposte concrete per interventi sul welfare, sull’occupazione e sulla crescita economica, senza penalizzare intere categorie sociali, ma attraverso il più equo ricorso alla fiscalità generale”.

Nella mozione si punta a realizzare “la solidarietà attraverso l’utilizzo della leva fiscale, ad attuare celermente ed efficacemente una netta separazione tra previdenza ed assistenza, ad evitare l’approvazione di provvedimenti iniqui, dai forti profili di incostituzionalità e privi di visione sul futuro”.

Nel corso del convegno-assemblea sono stati ricordati gli onerosi versamenti fiscali e previdenziali dei dirigenti: “siamo contributori d’oro, non pensionati d’oro”, uno degli slogan più applauditi. E non sono mancati richiami all’eventuale ricorso “all’arma del voto” per manifestare il proprio dissenso contro scelte di politica economica duramente criticate dai relatori: dal reddito di cittadinanza, all’introduzione della ‘quota 100’ sulle pensioni.
Ecco la email che il Forum Pensionati ha inviato al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti (Lega), dopo la manifestazione pubblica del 14 dicembre a Milano:

Gentile Onorevole GIORGETTI;

questa mattina al Teatro Nuovo di Milano si sono riuniti 1200 delegati in rappresentanza di 850.000 dirigenti pubblici e privati, medici, notai, magistrati ,militari, prefetti, imprenditori aderenti a Cida, Confedir, Forum Pensionati, Assidiplar, Leonida e altre organizzazioni.

Questa è la seconda di una serie di manifestazioni; la prima ha avuto luogo a Verona il 20 ottobre scorso.

E’ stata espressa grande preoccupazione per le insistenti voci che venga applicata una nuova decurtazione ai nostri trattamenti previdenziali,
tutti supportati da contributi effettivamente versati, per decenni.

Le ricordiamo che, dal 2008 ad oggi, le nostre pensioni sono state taglieggiate sia con la mancata o parziale rivalutazione che con il contributo di solidarietà, con danni prolungati per oltre 10 anni.

Ricordando che la Corte Costituzionale ha più volte espresso il parere che i trattamenti previdenziali sono ‘retribuzioni differite’, consideriamo tale ulteriore, annunciata, pluriennale ulteriore decurtazione una rottura unilaterale dei nostri contratti e siamo pronti a combatterla con tutte le iniziative legali consentite (in Italia e in Europa) e con il voto, come già facemmo contro i tagli pensionistici di Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni.

Il nostro potenziale bacino di voti supera il milione e mezzo, largamente dati alla Lega, al Centro-Nord.

Le chiediamo pertanto, nuovamente, di voler ricevere con sollecitudine una nostra delegazione

Palazzo Chigi, per un doveroso e sostanzioso confronto di idee.

Distinti saluti,

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ECCO LA LETTERA CHE LE ASSOCIAZIONI DEI DIRIGENTI PUBBLICI E PRIVATI HANNO INVIATO AL GOVERNO E AL PARLAMENTO:

•Al Prof. Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio
• Al Sen. Matted Salvini, Vice Presidente del Consiglio
• All’On. Luigi Di Maio, Vice Presidente del Consiglio
• Alla Sen. Avv. Maria Elisabetta Alberti Casellati, Presidente del Senato
•All’ On. Roberto Fico, Presidente della Camera dei Deputati
• Ai Signori Parlamentari

Le sottoscritte Associazioni categoriali rappresentative di 850 mila dirigenti pubblici e privati, magistrati, avvocati dello stato, diplomatici, alti ufficiali delle forze armate, medici, dirigenti scolastici ed alte professionalità, riunitesi a Milano il 14 dicembre 2018 in un’Assemblea di oltre 1000 delegati provenienti da tutta Italia hanno approvata all’unanimità una

MOZIONE

con la quale si chiede al Governo ed alle istituzioni parlamentari di

• evitare I’approvazione di provvedimenti iniqui, dal forti profili di incostituzionalità, che diminuiscono i consumi, aumenta ii risparmio difensivo e sono privi di visione sul futuro;
• realizzare la solidarietà attraverso l’utilizzo della leva fiscale;
• attuare celermente ed efficacemente una netta separazione tra previdenza ed assistenza;
• aprire un tavolo di confronto, non ideologico sul terra delle pensioni.

Quanta sopra TENUTO CONTO

• che il Paese vive un momento particolarmente delicato della sua storia;
• che è compito della classe dirigente offrire at Paese un contributo in grado di gestire il momento, senza sottrarsi a questa sfida;
• che i dirigenti e le alte professionalità sono espressione di percorsi professionali e personali affermatisi esclusivamente per valori, competenze e risultati.

CONSIDERATO

• che queste pensioni hanno già subito gli effetti negativi di ben otto blocchi totali o parziali del meccanismo di adeguamento al costo della vita, con una conseguente perdita di potere di acquisto del 20%, nonché di due contributi di solidarietà, senza che tutto ciò si risolvesse in maggiore equità sociale.
• che i dirigenti e le alte professionalità rappresentano ii 12% dei contribuenti Irpef e versano il 58% del gettito complessivo, sostenendo il welfare di metà della popolazione italiana;
• che le pensioni retributive più alte scontano già gli effetti redistributivi e solidaristici di un sistema di calcolo a rendimenti decrescenti;

Le Categorie che si riconoscono in questa mozione confermano tutto il loro impegno ad essere parte attiva nell’elaborazione e costruzione di proposte di welfare e percorsi lavorativi, in grado di creare opportunity per i giovani che sfuggano a logiche assistenziali, che siano all’altezza delle loro aspettative e che offrano loro nuove capacity e competenze per essere attori primari in un rinnovato impegno europeo.

CODA— CONFEDIR — FORUM NAZIONALE PENSIONATI PER L’ITALIA— ASSDIPLAR — DIPLOMATICI IN PENSIONE SNDMAE — ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI E AVVOCATI DELLO STATO UN PENSIONE

Ha vinto la linea Giorgetti-Salvini falso ideologico, contrattazione al ribasso e messa sul banco degli imputati il Reddito di Cittadinanza altro che Borghi-Bagnai contro l'Euroimbecillità

TENSIONE NEL GOVERNO
Claudio Borghi stronca la manovra: "Se fossi andato io a trattare uscivamo col 4,2 per cento"

14 Dicembre 2018


Alla fine il governo ha ceduto alle richieste di Bruxelles per evitare la procedura di infrazione per l'Italia ma la tensione all'interno dell'esecutivo resta altissima. Pare che la cena in una trattoria romana con Giuseppe Conte, Luigi Di Maio,Matteo Salvini, Riccardo Fraccaro e Giancarlo Giorgetti si sia di fatto trasformata in un vertice. Riporta il Giornale che tra i due vicepremier è calato il gelo. Formalmente da parte dei vicepremier c'è "piena fiducia nel lavoro del premier". 

Ma il clima non è sereno. Claudio Borghi è deluso: "Avevo consigliato di fare altro. Non sempre i consigli vengono accettati. Succede", si lascia andare il presidente della Commissione Bilancio, che in serata, ospite di PiazzaPulita, su La7, insiste: "Se fossi andato io a Bruxelles uscivamo col 4,2 non col 2,04. Meglio che vada Conte perché io non sono fatto per trattare".

Già prima di PiazzaPulita, nella tarda serata del 13 dicembre, poco dopo le notizie sul deficit rimodulato al 2,04%, Borghi aveva espresso tutte le sue perplessità su Twitter, con questo cinguettio:


In molti mi chiedono un'opinione sul deficit. Aspetto i dettagli. Io come sapete avevo consigliato di fare altro. Non sempre i consigli vengono accettati. Succede. Del resto se si delega si delega... Quando vedrò tutti i dati vi saprò dire con la consueta sincerità.


La sharia entra come nel burro nell'Euroimbecillità - La Fratellanza Musulmana in Europa in Italia ha un intreccio di associazioni culturali di mosche e attraverso la Dissimulazione entra nel tessuto sociale sostenuta dal Qatar e dalla Turchia

LETTURE/ Dall’Europa all’asse Qatar-Turchia, il progetto segreto dei Fratelli musulmani

Souad Sbai nel suo ultimo libro mette in guardia l’Occidente. Perché dal Qatar alla Turchia c’è un filo rosso che lega il jihad. E anche l’Italia non può ritenersi al sicuro

14.12.2018 - int. Souad Sbai

Fedeli musulmani in una moschea di Londra (LaPresse)

La minaccia dell’estremismo di matrice islamista non riguarda solo il Medio oriente e la regione del Golfo. Nel corso degli ultimi decenni le organizzazioni e gli esponenti legati alla Fratellanza musulmana hanno, infatti, accresciuto la propria influenza anche in Europa, grazie al sostegno finanziario e politico del Qatar e della Turchia di Erdogan. Dei cosiddetti “Ikhwan” (fratelli, ndr), dei loro obiettivi e modalità operative, parla la giornalista e scrittrice Souad Sbai, nel suo libro intitolato I Fratelli Musulmani e la conquista dell’Occidente. Da Istanbul a Doha, la linea rossa del jihad (Curcio, 2018).

Già parlamentare, una vita dedicata alla lotta all’estremismo, Souad Sbai presiede l’Associazione delle donne marocchine in Italia e il Centro studi “Averroè”, che svolge attività di ricerca, formazione e informazione su temi di cruciale importanza come la radicalizzazione e il contrasto al terrorismo. Souad Sbai conosce l’estremismo e la Fratellanza musulmana molto da vicino per le ripetute minacce ricevute. Ciononostante, non ha mai smesso di denunciare quali fossero i veri intenti dell’organizzazione e li ha esposti a chiare lettere nel volume.

Il libro inizia come un giallo, con il ritrovamento, a breve distanza dagli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, di un documento programmatico − denominato il “Progetto” − durante una perquisizione nella dimora svizzera di un banchiere egiziano, considerato un esponente di spicco dei Fratelli musulmani in Europa e sotto inchiesta con l’accusa di essere tra i finanziatori di Al Qaeda. Il documento conteneva le linee guida per la conquista dell’Occidente. Ne abbiamo parlato con l’autrice.

Chi sono quelli che vorrebbero conquistare l’Occidente?

La Fratellanza musulmana è la principale organizzazione transnazionale islamista, nella quale affondano le proprie radici ideologiche Al Qaeda, Isis e l’intera galassia dell’estremismo e del terrorismo contemporaneo di matrice jihadista. Fondata negli anni Venti del secolo scorso in Egitto da Hassan Al Banna, sin dalle origini il suo principale campo d’azione è stato il Medio oriente, ma oggi la sua vasta rete avvolge sempre più strettamente anche l’Occidente.

Com’è stato possibile?

Seguendo i dettami di Al Banna e, successivamente, di Sayyid Qutb, anch’egli egiziano, gli “Ikhwan” hanno messo in atto una paziente e lunga opera di penetrazione nel tessuto religioso, sociale, culturale, politico ed economico dei Paesi del mondo arabo. Maghreb, Mashrek, Golfo: i Fratelli musulmani hanno acquisito gradualmente in tutta la regione una forza tale da riuscire a sostenere la loro aspirazione di prendere il potere, con l’obiettivo di stabilire dittature fondamentaliste da utilizzare come piattaforma per un’espansione a livello globale.

In questo disegno rientrano anche le “primavere arabe”?

Le rivolte passate inopinatamente alla storia come “primavere arabe” sono state il frutto di un piano disegnato appositamente per portare gli “Ikhwan” al governo di Egitto, Tunisia, Libia e Siria, innescando un effetto domino che avrebbe dovuto travolgere l’intero Medio oriente.

Nel tentativo di realizzare le proprie ambizioni di conquista, la Fratellanza ha agito in solitudine?

No. La non-santa alleanza con Qatar e Turchia ha fornito la spinta finanziaria, la legittimazione politica e la copertura mediatica − basti pensare al ruolo svolto da Al Jazeera − indispensabili a far sì che dei rovesciamenti di regime venissero interpretati, soprattutto in Occidente, come rivoluzioni democratiche. Il piano è fallito, ma le ambizioni dei Fratelli musulmani e dei Paesi che li sponsorizzano sono ancora vive, tanto in Medio oriente quanto in Occidente.

Perché anche in Occidente?

Quest’ultimo si rifiuta di riconoscere la vera natura della Fratellanza − tutt’altro che moderata, come sostengono i fiancheggiatori dell’organizzazione in Europa e negli Stati Uniti − e continua a legittimarne gli esponenti persino in ambito istituzionale. Tutto come previsto nel “Progetto”, che è la prova di come i Fratelli musulmani avessero un piano anche per l’Occidente e non solo per il mondo arabo.

Quali sono i contenuti del “Progetto” dei Fratelli musulmani per l’Occidente descritti nel suo libro?

Il “Progetto” è un documento di 14 pagine che risale al 1982, ma dopo la sua scoperta non è mai stato reso pubblico. A illustrarne i contenuti è stato il giornalista franco-svizzero Sylvain Besson, nel libro La conquista dell’Occidente: il progetto segreto dei Fratelli musulmani, frutto del suo lavoro d’inchiesta e pubblicato nel 2005. E tali contenuti sono ancor più inquietanti.

Perché?

Perché corrispondono a quel che sta accadendo oggi in Europa senza che i Fratelli musulmani incontrino ostacolo alcuno. Con articoli, interviste e conferenze ho divulgato per anni l’allarme lanciato da Besson anche in Italia, e l’idea di dedicare un nuovo libro all’argomento nasce dalla necessità di mantenere vivo il dibattito e diffondere una maggiore consapevolezza nell’opinione pubblica e negli addetti ai lavori del pericolo rappresentato dalla Fratellanza musulmana anche in Occidente.

Il “Progetto”, si legge nel suo libro, è composto da 25 punti…

Nella prima parte si parla di aspetti organizzativi e vengono fornite le regole di condotta da seguire: creare reti di Fratelli musulmani; mantenere un’apparenza di moderazione; infiltrare le altre organizzazioni islamiche per riallinearle agli scopi del “Progetto”; evitare conflitti aperti con le autorità dei Paesi occidentali; utilizzare la “taqiyya” ovvero la dissimulazione, il meccanismo per il quale è lecito mentire e comportarsi in maniera occidentale fino quasi a infrangere i dettami religiosi per il superiore scopo d’ingannare “l’infedele”.

Si passa, poi, alla fase operativa. In cosa consiste?

Raccolta di informazioni e costruzione di database; controllo dei media; creazione di think tank e gruppi di pressione; pubblicazione di studi universitari che legittimino le posizioni e la particolare visione della storia della Fratellanza. E ancora, creare reti di sostegno sociale − scuole, ospedali, organizzazioni filantropiche − per diffondere la visione islamista, infiltrare elementi della Fratellanza all’interno delle istituzioni democratiche occidentali, nei partiti, nelle Ong e nei sindacati per metterli al servizio della causa islamista.

Perché il “Progetto” ha una visione di lungo periodo?

L’obiettivo è che venga portato avanti per più generazioni, e punta a far sì che i musulmani che vivono in Occidente abbiano una costante forma mentis jihadista. Strumentale al conseguimento degli obiettivi del progetto è la formazione di alleanze con forze politiche occidentali progressiste, grazie alle quali giungere all’approvazione di leggi e all’implementazione di provvedimenti favorevoli. Il pensiero “mainstream” e “politically correct” delle cosiddette élites europee è quindi d’implicito supporto ai piani di conquista dei Fratelli musulmani.

Come agisce la Fratellanza musulmana in Italia?

Agli “Ikhwan” fanno riferimento come braccio operativo in Italia oltre cento associazioni, molto attive in campo sociale, assistenziale, giovanile, culturale e politico.

Il loro obiettivo?

Far sì che l’ideologia della Fratellanza musulmana stabilisca la propria egemonia sulla comunità musulmana italiana, permeando le istituzioni e altri settori chiave per promuovere l’avanzata dell’agenda islamista. Queste associazioni e i loro esponenti si sono sempre rifiutate di aderire esplicitamente ai princìpi di libertà, tolleranza e uguaglianza uomo-donna sanciti dalla Costituzione italiana. Ciononostante, hanno beneficiato della legittimazione e del sostegno di partiti politici e ambienti culturali che hanno reso possibile l’ingresso di esponenti dell’organizzazione nelle istituzioni: dal Parlamento alle autorità locali. In particolare, il settore giovanile è un bacino da cui la sinistra italiana continua a reclutare ambigui personaggi da lanciare come leader politico-religiosi, malgrado la loro malcelata affinità con l’estremismo.

Può portare qualche esempio al riguardo?

Internet custodisce un’abbondanza di materiale compromettente, che porta in superficie la “simpatia” per Hamas, l’ex presidente egiziano Morsi e i principali ideologi viventi della Fratellanza musulmana: lo Sheikh Yusuf Al Qaradawi, predicatore legato a Qatar e Turchia, nonché volto di punta di Al Jazeera, e Tariq Ramadan, nipote − guarda caso − di Al Banna e attualmente sotto processo in Francia per violenza sessuale.

In tempi più recenti, però, queste associazioni e i loro esponenti si sono mostrati maggiormente favorevoli all’accettazione dello Stato laico. Non è così?

Si tratta di un’apertura solo apparente. L’obiettivo è quello di sfruttare dall’interno gli ampi spazi di manovra offerti dalla democrazia e dal pluralismo per proseguire nell’opera di condizionamento delle varie “casematte” del potere, secondo le linee guida del “Progetto”. In realtà, dietro il velo della “taqiyya”, i Fratelli musulmani in Italia, come nel resto d’Europa e in tutto l’Occidente, mantengono ben salde le loro tipiche posizioni radicali e fortemente identitarie, che si contrappongono ad un’autentica integrazione e continuano a essere veicolate da sedicenti imam in numerosi luoghi di culto e centri di preghiera che fanno capo all’organizzazione. Questi non sono riconosciuti ufficialmente dallo Stato e al loro interno vengono svolte attività di proselitismo che hanno nel Qatar il loro principale finanziatore e sfociano poi nel terrorismo.

E’ il filo rosso del jihad da lei descritto nel libro, che parte appunto da Doha per arrivare a Istanbul?

Il Qatar dominato dalla famiglia Al Thani e la Turchia di Erdogan hanno cercato di mettere le mani sul Medio oriente utilizzando la Fratellanza musulmana come grimaldello. Questo è il succo della “Primavera araba”. Il filo connette i vari quadranti regionali in cui Doha e Istanbul, vera capitale della Turchia neo-ottomana di Erdogan, hanno operato a partire dal 2011, supportando organizzazioni terroristiche come Isis e Al Qaeda, milizie e gruppi armati di ogni sorta, nonché partiti e movimenti politici espressione degli “Ikhwan”. Tutte pedine del grande gioco per la conquista del trono di nuovo Sultano del mondo arabo-musulmano: un trono condiviso tra gli Al Thani ed Erdogan, con i Fratelli musulmani ad amministrare il nuovo Califfato.

Il piano, però, è fallito, non le pare?

Sì, il piano è fallito, ma le ambizioni restano le stesse e stanno dando vita a nuovi intrecci e dinamiche che coinvolgono anche l’Iran, con cui è in corso un crescente riallineamento geopolitico, che trova un solido fondamento proprio nell’ideologia della Fratellanza musulmana, di cui il regime khomeinista è la versione sciita. Il Quartetto arabo contro il terrorismo, composto da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto, sta producendo enormi sforzi nel tentativo di spezzare questo filo rosso del jihad, rosso del sangue delle vittime che ha sin qui provocato e che oggi unisce Doha, Istanbul e Teheran nel nuovo “polo” dell’islamismo mondiale.

Perché l’Occidente continua a essere sordo ai richiami del Quartetto?

Invece di contribuire all’isolamento del Qatar − nei cui confronti il Quartetto opera da oltre un anno un blocco aereo, terrestre e marittimo − chiude gli occhi e preferisce cedere alle lusinghe degli “investimenti” economici e finanziari di Doha. Specialmente in Europa, il Qatar sta comprando tutto e tutti in cambio del silenzio sulle sue politiche di destabilizzazione del Medio oriente e di fiancheggiamento del terrorismo, e in cambio dell’indifferenza verso le violazioni dei diritti umani di cui si alimenta la macchina organizzatrice dei Mondiali di calcio del 2022. Da questo punto di vista, l’Italia rappresenta un caso di scuola.

La recente visita dell’emiro del Qatar in Italia ha infatti destato molte polemiche. Perché definisce “pericolose” le relazioni tra Italia e Qatar?

Sono pericolose perché la colonizzazione dolce a cui il Qatar sta sottoponendo l’Italia con la compiacenza della sua classe dirigente, produrrà frutti amari per il Paese. Fare business lasciando campo libero all’estremismo propagato dai Fratelli musulmani con i finanziamenti del Qatar, non è certo un buon affare. La crescita delle attività di proselitismo della Fratellanza sono infatti alla base dell’escalation della minaccia terroristica in Italia, come dimostrano gli arresti, le espulsioni e gli attentati sventati nel corso dell’ultimo anno lungo tutta la penisola.

E’ lecito dunque chiedersi fino a quando le forze di sicurezza riusciranno a impedire quanto si sta invece verificando in Francia.

L’attentato di Strasburgo, l’ultimo di una lunga serie, evidenzia le difficoltà sempre maggiori nel contenere la minaccia terroristica da parte delle forze di sicurezza. È probabile che Parigi stia anche pagando il sostegno garantito al mondo arabo moderato, mentre l’Italia sembra aver accettato passivamente la “sottomissione” denunciata proprio da un autore francese, Michel Houllebecq. In questo scenario, il mio ultimo libro vuole essere non solo un atto di accusa, ma uno strumento per risvegliare la coscienza degli italiani e di tutti gli europei, affinché si oppongano al giogo islamista, acquisendo piena consapevolezza del fatto che l’intenzione del Qatar è quella di ridurre l’Europa a stato vassallo, favorendo l’attuazione del “Progetto” di conquista dei Fratelli Musulmani.

(Max Ferrario)

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - solo un'altro omicidio di un ragazzo in Cisgiordania

Cisgiordania, un ragazzo Palestinese ucciso e decine di feriti durante manifestazioni represse da Israele

Evidenza - 15/12/2018


Cisgiordania-PIC, Quds Press e IMEMC. Un ragazzo palestinese è stato ucciso e a decine di altri sono rimasti feriti, venerdì, durante il violento attacco perpetrato dalle forze di occupazione israeliane (IOF) contro dimostrazioni in Cisgiordania.

Il ministero della Sanità palestinese ha reso noto che Mahmoud Yousef Nakhla, 17 anni, è morto dopo essere stato colpito all’addome dai soldati nel campo profughi di Jalazone a Ramallah.

Due palestinesi hanno subito ferite da proiettili di metallo rivestiti di gomma, mentre decine di altri sono rimasti soffocati dai gas lacrimogeni durante l’attacco delle forze israeliane contro una manifestazione anti-insediamento a al-Mughayyir, ad est di Ramallah.

Almeno tre palestinesi sono stati feriti da proiettili di metallo rivestiti di gomma in diverse aree di Nablus.

Diversi palestinesi sono rimasti feriti dopo che coloni israeliani hanno attaccato veicoli palestinesi nei pressi del check-point di Za’tara, a sud di Nablus.

La Società della Mezzaluna Rossa palestinese ha riferito che le IOF hanno aperto il fuoco contro un’ambulanza nei pressi del check-point di Beitin, a nord della città di al-Bireh, senza causare feriti.

Nel frattempo a Bil’in, le IOF hanno represso una manifestazione di massa che è stata lanciata dopo la preghiera del venerdì contro la costruzione di insediamenti israeliani.

http://www.infopal.it/cisgiordania-un-ragazzo-palestinese-ucciso-e-decine-di-feriti-durante-manifestazioni-represse-da-israele/

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare - solo 72 feriti a Gaza la prigione a cielo aperto


15 dic 2018
by Redazione

Migliaia di palestinesi ieri hanno protestato contro la pressione militare israeliana. Un 18enne è stato ucciso dai soldati a Jalazun. La polizia dell’Anp disperde le manifestazioni organizzate per l’anniversario di Hamas

Un ragazzo palestinese ferito in Cisgiordania dall’esercito israeliano (Fonte: Twitter)

di Michele Giorgio – Il Manifesto
Gerusalemme, 15 dicembre 2018, Nena News – 

Un giovane, Mahmoud Nakhleh, è stato ucciso ieri a Jalazun e altre decine di palestinesi sono stati feriti (un ragazzo è grave) dai soldati israeliani in una giornata che ha visto tutta la Cisgiordania teatro di proteste e manifestazioni palestinesi contro l’occupazione. Ferito seriamente anche un soldato, colpito alla testa con una pietra da un palestinese.

L’atmosfera è rovente dopo le uccisioni di quattro palestinesi e due militari avvenute tra mercoledì e giovedì. L’esercito israeliano continua a circondare Ramallah. Nella città che ospita il quartier generale dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen, si sarebbe nascosto l’autore dell’agguato nei pressi della colonia di Ofra in cui sono morti i due soldati.

Proseguono incessanti intanto le retate di militanti veri o presunti di Hamas. In manette sono finiti anche due parlamentari del movimento islamico. Ad approfittare del clima di tensione sono i coloni israeliani insediati in Cisgiordania. Le frange più estreme hanno bloccato strade e preso a sassate le automobili palestinesi di passaggio. Altri, con alcuni caravan, sono tornati dove sorgeva l’avamposto coloniale di Amona – costruito su terreni privati palestinesi e sgomberato nel 2017 – con l’intenzione di riportarlo in vita.

Un passo che segue l’annuncio fatto l’altra sera dal premier Netanyahu a favore della legalizzazione in tempi stretti di circa 2000 alloggi costruiti in insediamenti e avamposti coloniali in violazione delle stesse leggi israeliane.

L’esercito ha passato al setaccio Abu Dis, i campi profughi di Aida e Qalandiya, Idhna, Yatta, Dhahiriyya, Nablus, Beita e molte altre località nei distretti di Ramallah, Betlemme ed Hebron. I soldati israeliani sono entrati e usciti dalle aree autonome palestinesi ma le forze di sicurezza dell’Anp non hanno mosso un passo. Sono intervenute invece per disperdere le manifestazioni di protesta contro l’occupazione e quelle organizzate da militanti e simpatizzanti di Hamas per celebrare i 31 anni dalla fondazione del movimento islamico.

La polizia agli ordini di Abu Mazen ha disperso una marcia a Hebron e un raduno di Hamas a Nablus. Ha inoltre impedito a Tulkarem una manifestazione di solidarietà davanti alla abitazione di Ashraf Naalwe, autore a inizio ottobre dell’uccisione di due israeliani nella colonia di Barkan e individuato e ammazzato due giorni fa a Nablus.

La politica di “contenimento”, così come viene chiamata, attuata dalle forze di sicurezza palestinesi è la conseguenza della decisione presa ai vertici dell’Anp di impedire una escalation. Dopo Abu Mazen anche il suo partito, Fatah, si è schierato contro nuovi scontri armati con gli israeliani. Giovedì sera il portavoce di Fatah, Osama Qawasmeh, dai microfoni di Palestine TV ha esortato i palestinesi non partecipare a una lotta violenta e di privilegiare la «resistenza popolare» all’occupazione israeliana.

La polizia palestinese contro i manifestanti a Hebron (Fonte: Twitter)

«La preoccupazione del presidente Abu Mazen è che una escalation faccia solo gli interessi di Hamas a danno della stabilità dell’Anp» ci diceva ieri una fonte di Fatah. L’Anp teme che la rabbia dei palestinesi contro Israele finisca per travolgerla a vantaggio dei rivali islamisti. Quindi non cessa la cooperazione di sicurezza con l’esercito israeliano nonostante la maggioranza dei palestinesi ne chieda l’interruzione immediata.

Da parte sua Hamas, che ha rivendicato alcuni degli ultimi attacchi armati, tira la corda ma bada a spezzarla. Il movimento islamico flette i muscoli in Cisgiordania, dimostra di essere presente e forte anche lì, ma non spinge fino al punto da perdere il lieve allentamento del blocco di Gaza che ha appena ottenuto, grazie ai fondi del Qatar e all’intervento di Doha sulle autorità israeliane.

Perciò resta impegnato a contenere la Grande Marcia del Ritorno per non innescare la reazione del governo Netanyahu. Anche ieri lungo le linee tra Gaza e Israele si sono radunate alcune migliaia di palestinesi ma si sono tenute a distanza dalle barriere di demarcazione. Il bilancio degli spari dei soldati israeliani sui dimostranti è stato “solo” di 72 feriti.

Giorgetti-Salvini falso ideologico - prima contrattazione al ribasso e poi reddito cittadinanza imputato e quindi eliminato, come Tsipras tradiscono

14 DICEMBRE 2018 / 19:46 
Giorgetti: con r. cittadinanza rischio lavoro nero, non è Italia che piace a Lega

ROMA, 14 dicembre (Reuters) - Al sottosegretario alla presidenza del Consiglio leghista, Giancarlo Giorgetti, non piace l’Italia del Sud che ha votato in massa per il Movimento 5 Stelle in attesa del reddito di cittadinanza e ritiene che la misura-bandiera dell’alleato di governo porterà a un incremento del lavoro nero.

“Purtroppo il programma elettorale dei 5 stelle ha registrato larghi consensi al Sud anche per il reddito di cittadinanza. Credo che abbia orientato pochissimi elettori delle mie zone [al Nord]. Questa è l’Italia che magari non ci piace ma con cui confrontarsi e governare”, ha detto Giorgetti a una iniziativa di Fratelli d’Italia.

“Uno dei pericoli che vedo è che il reddito di cittadinanza alimenti il lavoro nero”, ha aggiunto a poche settimane dal varo del decreto che dovrebbe disciplinare la misura di sostegno a poveri e disoccupati.

Si dovrebbe trattare di un assegno mensile da 780 euro da revocare nel caso in cui si rifiutino tre offerte di lavoro. La misura, il cui successo è legato alla riforma dei centri per l’impiego, è controversa e dovrebbe partire in primavera.

Il governo ne ha tagliato gli stanziamenti rispetto ai circa 9 miliardi previsti inizialmente in manovra per far fronte alla richiesta europea di ridurre il deficit/Pil per il 2019 indicato al 2,4% e ritenuto eccessivo.

Oggi il target è di circa il 2% nel tentativo di scongiurare una procedura di infrazione.

Il vicepremier e leader pentastellato Luigi Di Maio respinge le critiche di Giorgetti: “Il lavoro nero non è tra i rischi che stiamo contemplando. La Guardia di Finanza e l’ispettorato del lavoro saranno operativi ogni giorno”, ha detto a Pescara.

Quanto all’Italia, “a me piace tutta dalla Val D’Aosta alla Sicilia”, ha concluso.

Nicola Gratteri - Questo governo ha fallito, doveva mettere in Sicurezza l'Italia, non fa niente contro il Sistema massonico mafioso politico sostenuto dal Partito dei Giudici di cui il nostro certamente non appartiene


Pubblicato: 14 Dicembre 2018


Pm Catanzaro, nessun esecutivo l'ha mai avuta come priorità

Roma. Il procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri scrive per Famiglia Cristiana un editoriale sulla mafia all'indomani dell'importante operazione della Procura della Repubblica di Palermo che ha portato all'arresto di Settimino Mineo, considerato uno dei luogotenenti di Totò Riina. "Le procure", scrive Gratteri, "non cessano di indagare e ottenere brillanti risultati, ma la 'Ndrangheta e Cosa Nostra si evolvono continuamente, adattandosi ai cambiamenti della società. Oggi i boss lavorano in silenzio, ma sono sempre più ricchi, pervasivi e potenti". Il problema, conclude Gratteri, "è che mai nessun governo, compreso quello attuale, ha messo nelle sue priorità la lotta alla mafia”.

ANSA

14 dicembre 2018 - DIEGO FUSARO: Interventi a "L'aria che tira" (La7)

Giulio Sapelli - Giorgetti-Salvini la trattativa al ribasso denota il falso ideologico della Lega e come Tsipras aspettiamoci il tradimento

NEWS
14/12/2018
Giulio Sapelli: 'Un errore cedere all'Europa, rischiamo di finire come Tsipras' 

Per Sapelli, il Governo M5S-Lega avrebbe sbagliato a cedere all'Ue, abbassando il capo e dicendo: 'Sì, ragioniamo sullo 0,4% di deficit'.


Intervistato da La Notizia Giornale, l'economista Giulio Sapelli, professore universitario di Storia Economica alla Statale di Milano, ha espresso le sue impressioni e valutazioni sulla manovra di bilancio, ancora in fase di definizione, e sulla trattativa tra il Governo gialloverde e la Commissione europea. Alla fine, per evitare la procedura d'infrazione, la maggioranza gialloverde ha ceduto all'Ue sull'abbassamento del deficit [VIDEO] dal 2,4% al 2,04%.

A questo proposito, il professor Sapelli ha dichiarato che è del tutto evidente che ci siano due pesi e due misure nel trattamento che si sta riservando sulla finanziaria a Francia (che può sforare) ed Italia da parte della Commissione europea.

E a sostenere questa tesi, secondo Sapelli, sarebbe lo stesso Financial Timesche in un articolo ieri metteva proprio in luce questa disparità di trattamento da parte dell'Ue nei riguardi delle due nazioni europee.

Per Sapelli, è anche vero che la Francia ha sempre avuto un prodotto interno lordo superiore e per certi versi dominante rispetto all'Italia, ma complessivamente non ci sono tutte queste differenze tra Francia e Italia. Il debito italiano si aggira intorno ai 2300 miliardi, mentre quello francese intorno ai 2200 miliardi. La Francia però avendo un Pil maggiore, sconta un deficit inferiore, quindi risulta oggettivamente avvantaggiata.

Sapelli: 'I governanti italiani dovrebbero leggersi Kissinger'

Per l'economista, è stato comunque un errore imperdonabile cedere immediatamente ai diktat imposti da Bruxelles sulla riduzione del deficit dal 2,4% al 2,04%. Per Sapelli, i governanti italiani dovrebbero leggersi Kissinger per capire che su questioni di importanza cruciale bisogna imparare a trattare e a ritrattare, a negoziare e a rinegoziare.

Altrimenti di questo passo, se si china il capo, ragionando sullo zero virgola per cento, si rischia di fare la stessa fine della Grecia di Tsipras. [VIDEO]

Per l'economista di scuola olivettiana, per invertire la rotta, bisogna insistere principalmente su due punti: 1) in primis non cedere seduta stante alle imposizioni dettate da Bruxelles, ma negoziare e contrattare, imparando a non arrendersi ai primi intoppi; 2) impiegare i miliardi di euro a disposizione per fare politiche attive e costruttive basate su investimenti produttivi, cercando di mettere quanto più da parte tutte le misure da propaganda elettorale.

Solo così, secondo Sapelli, l'Italia potrebbe rialzare la testa, a maggior ragione se si dovesse presentare una fase di crisi economica: l'Italia risulterebbe ben attrezzata per fronteggiarla.

Questo governo con questa manovra non mette l'Italia in Sicurezza. Salvini è una mina vagante, sul Tav si è venduto agli industrialotti, sulla Palestina si è schierato son i sionisti. Nulla di buono all'orizonte

ERRORE FATALE?
Paolo Becchi, allarme rosso per Matteo Salvini: "Se crolla, travolge anche te", cosa sta sottovalutando

14 Dicembre 2018


PAOLO BECCHI E GIOVANNI ZIBORDI La strategia di Salvini di evitare i rischi sul lato del mercato finanziario e dello scontro con la Ue e di concentrarsi sull' immigrazione e sicurezza e altri temi minori ha funzionato finora bene. Se l' economia tenesse come ha tenuto negli ultimi tre anni sotto Renzi e Gentiloni allora può aver ragione Salvini a non affrontare lui direttamente i problemi economici e fare concessioni ai 5Stelle sul lavoro, reddito di cittadinanza, ecc. Questo però è una ragionamento puramente politico, che ignora l' economia la quale è rimasta depressa dopo il 2008 e sta di nuovo cedendo. I tempi in cui l' economia italiana era una macchina che funzionava sempre bene da sola e i politici dovevano più che altro evitare di fare grossi danni sono passati. Non solo il M5S, ma anche la Lega hanno fatto promesse molto grosse sulla fine all' austerità e non accontentarsi più di un economia depressa. Deludere le promessi di stimolare l' economia ora è pericoloso perché tutti gli indicatori mostrano che l' economia italiana sta peggiorando bruscamente e da settembre persino il Ministro Tria è passato dal parlare di crescita all' 1,5% (con Savona ancora più ottimista) ad augurarsi «speriamo di non andare in recessione...».
L' economia sta cedendo per tre motivi: 1) il ciclo economico positivo nel mondo e in Europa sta per esaurirsi, tutti stanno rallentando e si parla solo del fatto che la recessione sarà nel 2019 o 2020. Le Borse che scedono sono un indicatore, le banche europee hanno perso oltre 30% nell' ultimo anno ad esempio; 2) la Bce ha smesso dopo tre anni di creare miliardi (2.600 per la precisione) con cui comprare debito sui mercati; 3) l' effetto del nuovo governo e in particolare del M5S sul mondo economico è negativo, deprime la fiducia di chi fa investimenti.


Si può non credere alle previsioni degli economisti, ma ci sono ora dati così macroscopici che non si possono ignorare. Da quando il nuovo governo è in carica le banche italiane hanno ridotto il «credito a residenti» (cioè imprese e famiglie) da 2.380 a 2.300 miliardi, di 80 miliardi. Una cifra dieci volte maggiore delle percentuali di deficit pubblico a 2,4% o 2% di cui si è parlato a sfinimento. Un taglio del credito del genere basta da solo a tagliare le gambe all' economia. Anche le previsioni economiche diventano realtà, quando ogni altro indicatore, di produzione industriale, di variazione del Pil, di fiducia delle imprese e dei consumatori, peggiora.
Se l' Italia, come tutti questi dati indicano, entra in recessione, senza il sostegno della Bce e nel clima di sfiducia generato da Di Maio, Toninelli & C nelle imprese, anche gli elettori perderanno fiducia in fretta nel governo e sarà difficile far ricadere le responsabilità solo sul M5S. Per quanto sia importante, l' immigrazione o il porto d' armi non sono ora la preoccupazione essenziale della maggioranza degli italiani. Il lavoro, le prospettive per i propri figli e anche il calo del tenore di vita contano di più. Andare al governo e trovarsi subito una recessione, senza nessuna idea per combatterla e venendo accusati di aggravarla, si rovescerà su Di Maio, ma forse non solo su di lui.
Quattro anni fa gli italiani hanno dato il 41% allo sconosciuto Renzi e lo hanno ora ridotto al 17% nonostante l' economia sia leggermente migliorata in questo periodo. Sicuro, la politica di immigrazione assurda ha pesato molto, ma non bisogna dimenticare che alle elezioni il primo partito era il M5S, che di immigrazione quasi non parlava. Il voto del Mezzogiorno è andato al M5S perché parlava di temi sociali ed economici e ora viene deluso. E parlava soprattutto di reddito di cittadinanza. Certo, potrebbe arrivare come gli 80 euro di Renzi poco prima delle elezioni europee. Ma se non arriverà il destino di Di Maio è segnato. E forse anche quello del governo.

di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi

venerdì 14 dicembre 2018

Deutsche Bank crollerà e trascinerà tutti con se con buona pace per tutte le razze degli euroimbecilli

ECONOMIA

Giovedì, 13 dicembre 2018 - 17:45:00
Deutsche Bank come Lehman Brothers. Identico andamento azioni. Grafico crack
Seduti su una bomba. L’economia rischia per colpa di Deutsche Bank. Giornalista finanziario tedesco, premio 2017, mostra perché con un grafico. E Bagnai...

di Antonio Amorosi


Un grafico si aggira per l'Europa: sovrappone l'andamento delle azioni della Deutsche Bank all'andamento delle azioni della Lehman Brothers, prima del fallimento. I due grafici sono identici.

Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’affari di New York, non era nulla se paragonata alle dimensioni di Deutsche Bank. E il quadro, in termini bancari ed economici (la miccia di Lehman nel 2008 portò poi all'emersione dello scandalo dei mutui subprime e alla crisi che abbiamo conosciuto), potrebbe avere effetti devastanti sul fronte economico, dell'euro ma anche sulla politica in Europa.


E' quanto accenna con un intervento al Senato l'11 dicembre scorso l'economista e presidente della Commissione Finanze Alberto Bagnai che fa capire quanto sia necessaria una politica anticiclica: “Non mi riferisco semplicemente alla manifestazione più variopinta e più sgargiante, quella dei gilet gialli, che già hanno piegato il Governo di Macron, la grande speranza degli schieramenti progressisti europei, ma mi riferisco anche a un grafico che qualcuno di voi avrà visto, quello che sovrappone l'andamento delle azioni di Deutsche Bank all'andamento delle azioni di Lehman Brothers prima dei noti fatti che la colpirono. L'andamento è assolutamente speculare e sovrapponibile, il che non lascia presagire nulla di buono sul fronte occidentale, quello francese, in termini sociali e nulla di buono sul fronte orientale, quello tedesco, in termini bancari.”

Il grafico è stato twittato il 10 dicembre dal giornalista finanziario Holger Zschäpitz del quotidiano Die Welt, premio miglior giornalista tedesco del 2017. In Germania l'apprensione sul rischio default di Deutsche Bank regna sovrano da tempo. Deutsche Bank è una delle più grandi banche europee e la cassa principale del prestito di denaro per gli 82 milioni di tedeschi. Ma non è l'intera banca a rischiare il default; lo è la sua componente di banca d'affari che la trascina a fondo.


In pochi anni le azioni di Deutsche Bank hanno perso valore in modo spropositato. Nel 2016, dopo gli abbassamenti del rating dei vari istituti e non aver superato gli stress test della Federal reserve americana, il Fondo monetario internazionale la definì “fonte dei maggior rischi sistemici tra le banche al mondo”. 

A poco sembra servita la riduzione di personale operata dai manager: circa 10.000 dipendenti in meno. 

La ragione è stata accennata molti mesi or sono da David Folkerts-Landau, economista a capo della banca: dagli anni '90 il management ha, di fatto, trasformato la banca da istituto che prestava denaro ai grandi progetti industriali ad una specie di hedge fund speculativo di tipo anglosassone, favorendo il rischio e la speculazione rispetto all'economia reale. 

Grazie al clima di deregulation, nel 1999 il presidente degli Stati Uniti, il democratico Bill Clinton,diede vita all'ultimo atto ufficiale della sua presidenza: l'abrogazione della legge sulla separazione bancaria, la Glass-Steagall Act, voluta da Roosevelt nel 1933 per uscire dalla grande crisi che aveva trasformato la prima economia del mondo, gli Usa, in una landa con il 25% di disoccupati.

La Glass-Steagall Act imponeva una netta separazione tra attività bancarie tradizionali e attività bancarie di investimento. Le due attività non poterono più essere esercitate dallo stesso intermediario. In questo modo i fallimenti dell’intermediario finanziario, che per forza di cose opera con interventi più volatili e speculativi, non comporta anche il fallimento della banca tradizionale che presta denaro alla gente. Cioè l’economia reale non doveva più essere esposta al pericolo di eventi speculativi di massa. Dal 1999, sullo scenario mondiale, invece si sono succedute bolle speculative e crisi sempre più gravi.

Dagli anni '90 anche Deutsche Bank abbandona i grandi investimenti industriali e inizia la corsa ai derivati. 

Per il Belpaese già nel 2017, perché la crisi dell'istituto tedesco è in piedi da diversi anni, la rivista Italia Oggi spiegò ai profani il rapporto annuale di Deutsche Bank: “perdite nel settore dei derivati pari a 124,1 miliardi di euro, mentre il valore nozionale totale dei derivati è salito da 42,9 a 48,3 trilioni di euro! E di questi quasi il 90% sarebbero i 'famigerati derivati over the counter (otc)', quelli negoziati fuori dei mercati regolamentati”. Una montagna di derivati pari a 16 volte il Pil tedesco. Un po' come essere seduti su una bomba. E nel 2018 la banca ha addirittura avuto un'involuzione sull'andamento. 

Deutsche Bank è sistemica per la Germania. E allora tra i teutonici si riparla di una ricapitalizzazione nel 2019 o di una fusione con la seconda banca tedesca, Commerzbank, o di socializzazione europea delle perdite. 

Nella sostanza delle cose economiche, come fa capire Bagnai al Senato, non sono certo i gilet gialli di Francia, per quanto diano un segnale profondo, a preoccupare l'Europa ma la Germania della Deutsche Bank.

Angela Merkel è disposta a tutto pur di evitarne il fallimento. Avrebbe effetti devastanti, con un'esplosione di una possibile nuova crisi, la messa davvero in discussione dell'euro e lo sgretolamento del pensiero che sta dietro all'attuale sistema di sviluppo europeo. 

Ed è questo il fantasma più oscuro che si aggira per il vecchio continente. Non altri.

Se si uscirà dall'euro non sarà per colpa o merito dei sovranisti italiani e europei, ma per Deutsche Bank. Con effetti imprevedibili.

Strasburgo - ai francesi manca la fantasia

CHE NOIA

Maurizio Blondet 14 dicembre 2018 

Il terrorista solitario di Strasburgo è stato ucciso, quindi non racconterà come si è “radicalizzato”. Che noia. I suoi atti sono stati rivendicati da DAESH, che è un’organizzazione islamica creata dagli USA, e i suoi amici nella NATO, pagata dai sauditi per abbattere il governo di Assad. La rivendicazione è avvenuta tramite il SITE di Rita Katz. Del resto il nome e l’identità del terrorita sono apparsi sui social israeliani solo 3 ore dopo la strage. Come sempre, loro sanno già tutto “prima”.
Premiers informés sur l’attentat de Strasbourg: des Israéliens

Che noia, come sono ripetitivi.

Secondo il tedesco Bild, Cherif Chekatt era nel suo appartamento la mattina dell’attentato, quando la polizia francese andò ad arrestarlo per una vicenda precedente, un omicidio in seguito a rapina; ma lui è riuscito a prendere la fuga. Evidentemente il suo appartamento, un HLM (Habitation à Loyer Moderé, casa popolare a canone assistito) non era il consueto mono- o bilocale con-cucina-a-vista di questo tipo di abitazioni; doveva avere saloni e una quantità di finestre nel retro, da cui il terrorista si sarà calato con le lenzuola. Altrimenti bisogna immaginare che DAESH, ossia la NATO, lo abbia fornito della tuta mimetica dell’invisibilità immortalata nel film Predator, e sia passato in mezzo ai poliziotti che erano sulla porta, guadagnando le scale.

Poi, la sera, compiuta la strage, il terrorista ha fermato un taxi ed è scappato. Piccolo particolare insignificante: i taxi hanno il divieto di entrare nella zona in cui l’avrebbe preso. Come mostra la mappa del giornale locale Dernières Nouvelles d’Alsace, dal 23 novembre la zona – a causa dei mercatini di Natale – è pedonalizzata.



L’accès à la Grande Île sera uniquement réservé aux véhicules autorisés. Ils seront systématiquement soumis à des contrôles de sécurité pendant les horaires d’ouverture du marché de Noël. PHOTO Archives DNA – Jean-Francois BADIAS

Non solo entrano “solo i veicoli che dispongono di un’autorizzazione”, ma solo da “quattro varchi” dove i vigili urbani filtrano, ossia controllano “sistematicamente” che le auto abbiano l’autorizzazione. L’uscita dalla zona è permessa solo e tassativamente da 2 varchi 2, parimenti controllati, le pont Saint-Nicolas e le pont du Théâtre. Ovviamente la sosta di veicoli è parimenti vietata.

Invece il nostro ha trovato un taxi, e non ha ucciso il taxista, “salvo perché musulmano e devoto alla preghiera”, dicono i giornali. A lui il terrorista in fuga e forse ferito ha spiegato di aver «ucciso per vendicare i fratelli morti» in Siria. E’ solo grazie alla testimonianza del taxista sulle chiacchiere che ha intavolato col terrorista, che quest’ultimo hapotuto essere identificato nel noto Tale dei Tali.

Naturalmente del taxista non si sa il nome, quindi non è possibile ascoltarlo.

(Una facile via di fuga, per un taxi )

Il terrorista di Daesh poi non ha chiesto al taxista di portarlo in Germania, dove ha famiglia ed appoggi. No, si è fatto lasciare a Strasburgo, E nei pressi di un commissariato di polizia. E l’hanno trovato praticamente a casa sua dove l’anno ucciso.

Che noia. Finché il popolo non capirà che è stato ingabbiato in una dittatura dispotica e falsa dal principio alla fine, non se ne esce.

La prima foto del terrorista ucciso. E l’ultima.

13 dicembre 2018 - TRATTATI DA DEFICIENTI #LIGHTBLU 11