L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 26 giugno 2019

Nicola Gratteri - La storia mi ha insegnato finora che chiunque è stato al potere non ha voluto un sistema giudiziario forte

Gratteri: «Ancora non ho visto un governo fare guerra totale alle mafie

Il procuratore di Catanzaro ospite a Radio Capital ha parlato di lotta alla ‘ndrangheta: «Sconfiggerla è difficile, in ognuno di noi c'è un 1% di “mafiosità”»

di Redazione 
mercoledì 26 giugno 2019 14:13

Nicola Gratteri

«Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, dice che la sconfitta della mafia è questione di mesi. Non lo penso assolutamente. Io parlo di arginare il fenomeno mafioso nel rispetto della Costituzione con un sistema giudiziario diverso da quello attuale, sarebbe possibile in dieci anni abbattere l'80% delle mafie. Sarei comunque prudente a parlare di sconfitta. Sa perché? Perché in ognuno di noi c'è l'1% di 'mafiosità', nei nostri comportamenti quotidiani, nelle nostre reazioni. Pensateci». Lo ha dichiarato il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, partecipando alla trasmissione radiofonica Circo Massimo in onda su Radio Capital.

Secondo Gratteri, la lotta alla 'ndrangheta e alle mafie avrebbe bisogno di un forte input politico: «Sono in magistratura - ha detto - dal 1986 e sto ancora aspettando un governo che ritenga di fare una guerra totale alle mafie. La storia mi ha insegnato finora che chiunque è stato al potere non ha voluto un sistema giudiziario forte. Un sistema giudiziario forte vuol dire controllare il manovratore. E il manovratore non vuole essere controllato».

La polizia giudiziaria italiana «è la migliore al mondo, o almeno fra le prime 2-3. E quando ci troviamo ai tavoli internazionali l'Italia è quasi sempre leader, e trascina - ha sottolineato il procuratore di Catanzaro - le altre polizie e magistrature nel contrasto alle mafie internazionali. Sta succedendo quello che già accade dal 1975, da quando si è potuta certificare la presenza della 'ndrangheta in modo sistematico in Piemonte e Lombardia e poi, dopo un ventennio, anche in Emilia Romagna. La 'ndrangheta è presente con strutture radicate, con locali, con un territorio su cui esercita il potere esattamente come in Calabria. Nella nostra testa ragioniamo per Calabria, Lombardia, Piemonte, ma la 'ndrangheta non ragiona così».

Secondo il procuratore di Catanzaro «i nostri confini sono un nostro problema mentale, normativo e politico. Per le mafie l'Europa è una grande prateria dove chiunque può andare a pascolare. Io faccio indagini in Germania, Belgio e Olanda, e devo rapportarmi con tre sistemi giudiziari per inseguire i narcotrafficanti, mentre loro si muovono in questi tre Paesi come lei si muove a Roma. Io sono per un'Europa federale, politica, giudiziaria, economica, ma purtroppo in Europa si discute solo di economia e di mercato. E di questa non cura dell'Europa se ne sono approfittate le mafie».

Gratteri ha, infine, spiegato che a tutto ciò si aggiunge un altro problema: «Le mafie sudamericane preferiscono essere pagate in Europa e non in Sudamerica perché per loro è più conveniente. Quindi in Europa riciclano anche le mafie sudamericane. Quando pensiamo alla 'ndrangheta nel nord Italia, sbagliamo: la 'ndrangheta è radicata in Germania, Belgio, Portogallo, Olanda, Spagna. E ora da dieci anni sta conquistando l'Est europeo nel silenzio assordante di tutti. Molte volte - ha chiarito - ho sentito battute del tipo “lo 'ndranghetista schiaccia un bottone sul computer e sposta i soldi dall'altra parte del mondo”, ma non è vero: il 99,9% degli 'ndranghetisti non è in grado di fare speculazioni finanziarie. Hanno i soldi come le balle del fieno, li contano con le macchinette delle banche. Si avvalgono di esperti di finanza, di economisti, al minimo di commercialisti. Le grosse banche italiane non fanno riciclaggio. Il sistema bancario italiano - ha concluso - è molto serio rispetto ad altri sistemi del centro Europa. Mi riferisco ad esempio all'Austria, Paese mai citato ma molto frequentato dalla 'ndrangheta, o la city di Londra, uno dei posti in cui è più facile riciclare».


E' finito l'ostracismo del Consiglio d'Europa alla Russia


Cde, assemblea vota per ritorno russi 

Ora spetta a Mosca decidere se inviare i suoi parlamentari 

© ANSA/EPA

Redazione ANSASTRASBURGO (FRANCIA)
25 giugno 201901:30NEWS

(ANSA) - STRASBURGO (FRANCIA), 25 GIU - L'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (Cde) ha votato a favore del testo che permette ai parlamentari russi di ritornare a Strasburgo da stamattina e che teoricamente evita il rischio che la Russia abbandoni, come ha minacciato, il Cde.

Ora spetta a Mosca decidere se è soddisfatta con quanto ha ottenuto ieri sera e se quindi rinvierà nuovamente una delegazione parlamentare a Strasburgo, che potrà votare mercoledì per eleggere il nuovo segretario generale del Consiglio d'Europa.

Bolsonaro, l'amico del fanfulla italiano mette fine ai programmi sociali per la popolazione

Brasile, lettera di Lula dal carcere: ogni giorno si avvicina la mia liberazione


Lula ha espresso la sua preoccupazione per la situazione che il Brasile si trova ad affrontare viste le notizie sull'aumento della disoccupazione e la fine dei programmi sociali per la popolazione. Secondo l’agenda neoliberista promossa dal presidente Bolsonaro e il ministro dell’economia Guedes. 

L'ex presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, ha affermato che pensa di essere più vicino alla sua liberazione ogni giorno perché il suo caso "non ha misteri”.

In una lettera inviata all'ex ministro degli Esteri Celso Amorim, il leader brasiliano ha ribadito che è solo necessario che la Corte Suprema Federale (STF) legga le prove dei suoi avvocati in modo che l'atto di habeas corpus possa essere accettato.

Amorim è uno dei coordinatori della campagna internazionale per la libertà di Lula e il 24 giugno di questo mese è prevista una grande manifestazione in sostegno all'ex presidente del Brasile, come parte della Giornata Nazionale di Agitazione per la sua liberazione.

"Non perdo la fiducia nel nostro popolo, il che mi aiuta a non vacillare nell'ingiusta carcerazione che patisco da oltre un anno", ha spiegato nella lettera, dopo aver scontato più di 14 mesi nella prigione federale di Curitiba.

Lula ha espresso la sua preoccupazione per la situazione socioeconomica in Brasile.

"Le notizie che ricevo sono disoccupazione, crisi nelle scuole e negli ospedali, riduzione e persino la fine dei programmi che aiutano le persone, il ritorno della fame", ha lamentato.

L’azione di Sergio Moro

Sull'influenza dell'ex magistrato e dell'attuale ministro della Giustizia, Sérgio Moro, Lula ha ribadito la necessità di analizzare in modo imparziale le azioni del giurista nel processo contro di lui. "Ha ordinato di invadere la mia casa e prendermi con la forza per incolparmi senza accuse”, ha scritto lo storico leader della sinistra brasiliana.

"La denuncia contro di me era così falsa e incoerente che, per condannarmi, Moro ha cambiato le accuse formulate dai pubblici ministeri, mi hanno accusato di aver ricevuto una proprietà in cambio di favori, ma poiché hanno visto che l’appartamento non era mio, mi ha condannato dicendo che era 'attribuito' a me", ha chiarito.

Lula ha ricordato quando Moro ha sospeso la sua vacanza per cercare un giudice che annullasse la decisione del magistrato che aveva ordinato il suo rilascio nel luglio 2018.

Fonte: teleSUR
Notizia del: 25/06/2019

Guaidò continua a cuocere nel suo brodo

Venezuela, avvoltoi 2.0


di Geraldina Colotti

A sei mesi dalla comparsa dell'avatar Juan Guaidó, scelto dagli USA per imporre al Venezuela un nuovo gioco di guerra, a che punto stanno le cose? Di sicuro l'immagine dell'autoproclamato si va diluendo come un puntino fastidioso, ancorché persistente. Un rumore di fondo, sempre meno adatto a rappresentare la propria utenza, foss'anche come comunità virtuale: quella venduta dai media come un'alleanza, pur essendo composta da bande fameliche in lotta per il bottino.

Ancora una volta, il governo bolivariano ha dato prova di grande avvedutezza, sia sul piano interno che su quello internazionale. Nel complesso e difficile contesto internazionale, fatta la tara fra costi e ricavi, lasciar cuocere l'autoproclamato nel suo brodo di discredito, si è rivelata una buona strategia. Ha mostrato l'inconsistenza del personaggio e quella del progetto virtuale che gli hanno voluto cucire addosso i suoi padrini multinazionali: quegli stessi che ora se lo rimpallano con un imbarazzo sempre crescente, come emerge dalle varie dichiarazioni provenienti dagli USA o dalle definizioni che lo derubricano da presunto presidente “incaricato” a presidente dell'Assemblea Nazionale (“in ribellione”).

E così, persino le inchieste più partigiane, come quella compiuta il 2 giugno da Datincorp, devono ammettere che “ Guaidó sta scendendo nelle aspettative dei venezuelani”. Significa che l'avatar del “vamos bien” (andiamo bene), che l'ironia popolare ha già modificato in “ro-vamos bien” (rubiamo bene) ha perso consenso in quei settori che lo hanno visto come una speranza di riportare a Caracas lo schema di Miami. I settori popolari confidano invece nel presidente legittimo, Nicolas Maduro, eletto a maggioranza per il secondo mandato, il 20 maggio del 2018.

Messo a dura prova da un'infinità di attacchi – di natura economica, mediatica o militare, da quello con i droni esplosivi del 4 agosto 2018 fino ai più recenti tentativi destabilizzanti organizzati dagli USA con l'avatar-Guaidó – Maduro ha moltiplicato gli appelli al dialogo, impostando principalmente su quel cammino la strategia diplomatica del governo bolivariano.

La voce della ragione, della sovranità e del diritto dei popoli a decidere del proprio destino, è riuscita a contenere l'arroganza del complesso militare-industriale nei principali organismi internazionali, rafforzando il campo di quanti si muovono nell'ottica di un mondo multipolare. La forza dei fatti, che come sempre hanno la testa dura, contro quella di organismi virtuali (il gruppo di Lima, il Prosur, eccetera), nati come artifizi per imporre la nuova Dottrina Monroe con la quale i falchi del Pentagono tentano di assoggettare ancora il continente latinoamericano. La forza del popolo organizzato contro le maschere dei lestofanti che vogliono solo rimettere la mano sulle risorse del Venezuela: la “guerra di tutto il popolo assunta come parte della dottrina bolivariana”, ha detto Maduro annunciando nuove misure di protezione sociali per le “vittime della guerra economica”.

“L'opzione militare è ancora sul tavolo”, dichiarano però i falchi del Pentagono tirando per la giacca Donald Trump. E tutto può accadere. L'anno prossimo vi saranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Trump deve conquistarsi il voto duro e reazionario degli ispanici della Florida, uno dei 12 stati che decide l'elezione presidenziale. Cancellare il Venezuela, Cuba e il Nicaragua, cambiando la geopolitica della regione, è una grossa tentazione, anche se si tratterebbe di valutarne i costi: quelli di un nuovo Vietnam difficile da sostenere, sia in termini di opinione pubblica che di spese addizionali.

Il fronte dei guerrafondai 2.0 è spaccato, anche grazie all'abilità politica del governo bolivariano. A chiedere apertamente l'intervento armato restano vecchi golpisti riparati all'estero, come Borges e Ledezma, o l'immarcescibile Maria Machado, furiosa contro l'autoproclamato che ha mandato i suoi “emissari” a Oslo, dov'è in corso il dialogo con il governo. Lo stesso padre di Leopoldo Lopez – neoeletto deputato europeo ispano-venezuelano nelle fila del Partito Popolare – si è messo il colletto bianco, dichiarando di non condividere l'opzione armata contro il proprio paese.

Ma si sa che la destra venezuelana parla sempre con lingua biforcuta. E, infatti, l'inviato speciale degli USA per il Venezuela, Elliott Abrams, da Washington si è precipitato a imbeccare la delegazione di Guaidó su come “coordinare gli sforzi per arrivare alla fine dell'usurpazione” (così ha scritto in twitter l'autoproclamato). E il deputato Carlos Vecchio si è fatto fotografare insieme al vicepresidente USA, Mike Pence, e al capo del Comando Sud, l'Ammiraglio Craig Faller alla partenza della “nave ospedale” USNS Comfort, il 19 di giugno. Un carico di 1000 marines e volontari medici, molti dei quali venezuelani – ha spiegato Vecchio in twitter – che vanno ad assistere per 5 mesi gli sfollati venezuelani.

Una nave da guerra mascherata da ospedale, come quella che ha scaricato 300 marines pronti a reprimere il popolo honduregno in lotta contro la dittatura di Juan Orlando Hernandez. Una riedizione del tentativo di invasione, mascherato da aiuto umanitario, respinto dal popolo venezuelano alle frontiere con la Colombia e con il Brasile il 23 febbraio? Questa volta l'attacco potrebbe arrivare via mare. L'Olanda, di nuovo in prima fila nella disponibilità a chiedere nuove sanzioni contro il governo bolivariano, regge gli interessi imperialisti a partire da tre isole considerate suoi territori “autonomi”, molto vicine al Venezuela: Aruba, Bonaire e Curazao, crocevia di traffici ai danni del socialismo bolivariano.

A Curazao sono ancora stoccati gli “aiuti umanitari” provenienti da Miami e targati USAID.

La questione degli “sfollati” venezuelani che fuggirebbero anche sui barconi, è d'altronde un forte pretesto per mantenere la pressione sul Venezuela, e uno degli elementi che sostengono le informative internazionali pilotate dalle grandi agenzie dell'umanitarismo a senso unico. Il 5 luglio vi sarà una sessione all'ONU in cui questi attacchi si ripeteranno. E, per il 5 luglio, l'autoproclamato ha nuovamente chiamato i suoi a manifestare su tutto il territorio nazionale. Intanto, la banda Guaidó si dedica a quel che sa fare meglio: intascare denaro pubblico con la complicità dei padrini internazionali.

“Oggi – ha detto in un'intervista il noto oppositore Jaime Bayly – non c'è bisogno di rischiare la vita dei soldati come nell'invasione di Panama, vi sono mezzi tecnologici più sofisticati”. Lo si è visto durante il micidiale sabotaggio alla rete elettrica e lo si vede con il killeraggio economico-finanziario ai danni del Venezuela. La decisione degliStati Uniti di sottrarre il controllo operativo e finanziario dell'impresa Citgo per darlo all'autoproclamato non ha precedenti nella storia del paese. Citgo costituisce la principale fonte di introito all'estero del Venezuela.

Si tratta dell'ottava raffineria statunitense per grandezza: 750.000 barili al giorno, il 4% del combustibile del paese, fornito attraverso una rete di circa 5.000 stazioni di servizio in 30 stati. Nonostante il governo bolivariano abbia sempre pagato i debiti, Trump ha rubato le risorse del popolo venezuelano trasferendole nelle tasche del suo burattino Guaidó. Il tentativo di strangolare la rivoluzione bolivariana è proseguito con il furto dell'oro custodito nelle banche europee e con la pressione esercitata sui paesi dipendenti più ricattabili dagli USA: “Guai alle imprese che faranno affari con la PDVSA”, ha minacciato ancora in questi giorni l'amministrazione USA.

E gli amministratori abusivi, nominati dall'autoproclamato nell'impresa petrolifera di Stato Petroleos de Venezuela, in base a una legge recentemente approvata dal parlamento giamaicano, hanno chiesto alla Giamaica di espropriare la raffineria Petrojam, nella quale PDVSA detiene il 49% delle azioni. “In questo momento, il Venezuela ha oltre 4.800 milioni di euro bloccati nei conti internazionali”, ha spiegato il vicepresidente di Pianificazione, Ricardo Mnéndez durante la visita in Venezuela di Michelle Bachelet, Alta Commissaria Onu per i diritti umani.

Distruggere la produzione, dunque la vita della popolazione venezuelana per spingerla a rivoltarsi contro il governo è la strategia “umanitaria” messa in campo dall'autoproclamato e dai suoi padrini per i quali le sofferenze del popolo costituiscono soltanto “danni collaterali”. Contro la rivoluzione bolivariana, c'è un intero apparato di specialisti votati alla ricerca del profitto per pochi, che si dedica a smontare ogni contromisura adottata dal governo Maduro, per esempio con l'introduzione della criptomoneta petro.

Facebook ha di recente annunciato il varo del suo servizio finanziario basato sulla tecnologia blockchain, che si propone di evitare le fluttuazioni che hanno caratterizzato i bitcoin e altre criptomonete, e si rivolge principalmente ai paesi del sud globale. Uno dei principali consulenti di questa operazione è il venezuelano Roberto Rigobón, esperto in crisi monetarie e uomo di fiducia delle grandi istituzioni internazionali: “Niente di meglio che un esperto finanziario venezuelano per mettere in guardia circa i rischi di investire nella moneta e nei buoni di paesi come il Venezuela di Nicolas Maduro”, hanno commentato i giornali di opposizione.

Il pressing della destra venezuelana è rivolto principalmente alla Forza Armata Nazionale Bolivariana. Si moltiplicano gli appelli, e le offerte in denaro sonante ai vertici della FANB, affinché cancellino l'unione civico-militare, rovescino il governo Maduro e si mettano alla testa della “transizione” voluta dagli USA. Per questo, agli avvoltoi 2.0, serve un nuovo racconto, che giustifichi il golpe contro “la dittatura”. Da tempo, gli “opinionisti” della destra vi si dedicano con impegno. Già il 23 gennaio scorso, giorno della caduta del dittatore Marco Pérez Jiménez da parte della resistenza popolare, Guaidó ha provato a proporsi come il “libertador” contro il dittatore Maduro.

Ora, la destra si dice alla ricerca di un nuovo Wolfgang Larrazabal, l'ammiraglio che faceva parte della giunta di Pérez Jiménez, che gli si rivoltò contro favorendone la caduta e che poi accompagnò la transizione fino all'elezione di Romulo Betancourt. E il Comando Sud è entrato direttamente in questo gioco. Prima di partire per un nuovo viaggio in Sudamerica, l'ammiraglio Craig Faller ha inviato una lettera alla FANB per la giornata della battaglia di Carabobo. Il 24 giugno 1821, il genio di Bolivar sancì l'indipendenza dal dominio spagnolo, che stava facendo acqua da tutte le parti. Ora l'arroganza imperialista cerca di capovolgere le carte della storia. Craig, subdolamente, così rivolge alla FANB: “So che ora ci sono molte differenze a dividerci, ma abbiamo qualcosa in comune che trascende la lingua, l'ideologia, l'origine. Facciamo parte di una professione specializzata, difensori fermi delle nostre nazioni e protettori della nostra gente”.

Da una parte, la “professione specializzata” dei mercenari che difendono governi imperialisti. Dall'altra, l'esercito di un popolo che lotta contro quei governi imperialisti, erede dei libertadores: un popolo pacifico, ma armato.

Notizia del: 25/06/2019

Roma - i conti cominciano ad essere a posto, gazie ai romani e al M5S

Il no di Roma alle Olimpiadi 2024? Evitati due miliardi di debiti. Chi critica la Raggi ignora il piano del Coni


26 giugno 2019 di Fausto Tranquilli

Si fa presto a dipingere Virginia Raggi come un nuovo Nerone. Fuori dai soliti circoli del potere capitolini, quelli in cui si costruiscono carriere e progettano cadute, sembra proprio il capro espiatorio perfetto. Piaghe infette, che si sono create e che si sono allargate all’ombra del Cupolone nel corso dei secoli, diventano tutte colpa sua. Al massimo di tutto il Movimento 5 Stelle, su cui vi è la grave macchia di essere composto da cittadini e non da politici a tempo pieno. Non poteva andare diversamente con la vicenda delle Olimpiadi. Tutti a fare il segno della vittoria con una mano, dopo aver conquistato con Milano e Cortina i Giochi invernali 2026, e con il pollice verso dall’altra, per sbeffeggiare la sindaca che ebbe il coraggio di dire no alle Olimpiadi 2024 a Roma. Nessuno però si degna di ricordare il perché di quella rinuncia, che fu qualcosa di ben diverso da un capriccio o dalla semplice paura di gestire un evento di una simile portata. Fu un gesto di coraggio e responsabilità nei confronti dei romani diventato oggetto di una incessante campagna denigratoria.

CITTA’ DA SALVARE. Altro che no alle Olimpiadi deciso dal meccanico di Alessandro Di Battista. La sindaca Raggi si oppose alla candidatura per evitare un altro salasso alla sua città. Una vicenda ricordata ieri sul Blog delle Stelle. Roma ha un debito di 11 miliardi di euro. Ben noto anche alla Lega che da lunedì si fa beffe dei pentastellati per non essere saltati sul treno olimpico come hanno fatto loro al Nord. Noto al punto tale che, nel costante braccio di ferro con gli alleati, Matteo Salvini ha mostrato alla fine disponibilità ad elargire fondi per il cosiddetto salva-Roma solo se fossero stati concessi fondi anche ad altre città in difficoltà, facendo diventare la manovra un salva-Comuni. E ospitare i Giochi nel 2024 avrebbe aumentato quel debito di due miliardi. Sul piano finanziario c’è infatti un aspetto a cui non fanno cenno né il presidente del Coni, Giovanni Malagò, né Luca Cordero di Montezemolo, sempre presente quando si parla di grandi eventi, impegnati esclusivamente a tirare una dietro l’altra frecce avvelenate alla sindaca Raggi.

LA TRAPPOLA. Il progetto del Coni su Roma conteneva una la stima dei costi da sostenere pari a circa 5,3 miliardi di euro. Il Comitato olimpico internazionale, gli sponsor e il ricavato del merchandising avrebbero dovuto coprire spese fino a 3,2 miliardi, ma due miliardi sarebbero rimasti sulle spalle dei romani già incurvate da un debito accumulato negli anni. Il buco si sarebbe allargato raggiungendo quota 13 miliardi. E Raggi ha detto responsabilmente no. Ha fatto un passo indietro rispetto a una vetrina prestigiosa, ma non se l’è sentita di mettere le mani nelle tasche dei suoi concittadini, che ancora pagano per gli investimenti fatti con le Olimpiadi del 1960. Sul Blog delle Stelle viene infine ricordato anche che in zona Romanina era prevista la costruzione del villaggio olimpico, in pratica un nuovo quartiere, non previsto dal Prg e che avrebbe avuto come principali beneficiari i signori del mattone. Debiti, tasse, insomma le solite lacrime e sangue per i romani. Ma un fiume di denaro per i soliti costruttori. Un particolare che rende un po’ più semplice capire perché tante e così feroci critiche verso Virginia Raggi. La sindaca non è immune da scivoloni, forse però sulle Olimpiadi ha visto giusto e ha visto pure lontano.

Dopo il diesel l'idrogeno



La bufala del diesel che inquina e tutti i suoi danni all’industria italiana

26 giugno 2019

di Filippo Astone ♦︎ VIDEOINTERVISTA ♦︎ Con Gerhard Dambach, ceo Bosch in Italia, parliamo delle falsità che si dicono sul diesel e delle pesanti conseguenze sulla nostra manifattura, di cui questa motorizzazione (che fa lavorare 150 mila persone) è un punto di orgoglio. Abolire il diesel è stato un suicidio industriale. Ora si tratta, almeno, di non accelerare ulteriormente verso questa decisione. Non è vero che il diesel inquina più dell’elettrico, anzi è vero il contrario


A produrre problemi ambientali sono i vecchi motori diesel, in un Paese in cui la metà del parco auto ha più di 11 anni. Se li sostituisse con i nuovi e più puliti motori diesel le emissioni di Co2 del 67% e le polveri sottili del 96%. Lo stabilmento Bosch di Bari produce soprattutto componenti diesel, è un’eccellenza internazionale e ha dato i natali al common rail. Accelerare (con divieti e altri provvedimenti amministrativi e locali) la morte del diesel significa rendere ancora più difficile il processo di graduale riconversione attraverso il quale Bosch Italia cerca di evitarne la chiusura.

Gli Stati Uniti danno di testa

Democrazia genocida

di Bruno Guigue* | afrique-asie.fr
21 giugno 2019

Esprimendosi dinanzi ai diplomati dell'accademia militare di West Point, il vicepresidente americano Mike Pence ha annunciato loro che presto si dovranno battere "contro i terroristi, in Afghanistan e in Iraq" , ma anche "contro la Corea del Nord che continua a minacciare la pace", "contro la Cina che sfida la nostra presenza nella regione" e "contro la Russia aggressiva, che cerca di ridefinire le frontiere con la forza". In altre parole, il sig. Pence parla come se gli stati sovrani citati nella sua dichiarazione avessero qualcosa in comune con le organizzazioni criminali che Washington afferma combattere incessantemente dagli attentati dell'11 settembre 2001. Un'amalgama stupefacente, una minaccia militare appena velata, l'arroganza di uno Stato che si crede custode a vita di uno imperium planetario, questa dichiarazione accorpa tutti i difetti simbolici dell'ideologia yankee applicata al resto del mondo.

Dal momento che la "nazione eccezionale" vuole combattere tutti coloro che la irritano, sarebbe molto più semplice indicare contro chi non si prevede alcuna azione militare, risparmiando tempo. Daltronde, il mondo non è forse a sua disposizione, oggetto passivo delle sue iniziative salvifiche e dei suoi impulsi purificatori? Come dispensatore di una giustizia immanente adattata a sua misura, la nazione del "destino manifesto" non pone limiti fisici alla sua aura benefica. L'extraterritorialità è la sua seconda natura.

E per raggiungere i suoi obiettivi pratica spudoratamente una retorica di inversione accusatoria, che oggi raggiunge contro l'Iran altezze ineguagliabili. Strangolato da un embargo a cui Washington vuole convertire l'intero mondo, circondato da trenta basi militari statunitensi, minacciato dal dispiegamento di un'armata aereonavale vicina alle sue coste, questo paese, che non ha mai invaso i suoi vicini, è accusato di "avvicinarsi pericolosamente" alle forze dello Zio Sam. Sul serio?.

Poiché questa propaganda surrealista fa parte del soft power dell'impero, non sorprende che sia trasmessa dai media mainstream. Da un'altra prospettiva, la stampa occidentale sta moltiplicando le sue indignate condanne e i suoi minacciosi ammonimenti contro la Cina in occasione del trentesimo anniversario del dramma di Tiananmen (1989). Per il quotidiano Le Monde, questa esplosione di "violenza inaudita" ha rivelato il volto totalitario del regime post-maoista. Ma questa stampa, così attenta ai diritti umani, dovrebbe completare il quadro per istruire i suoi lettori. I milioni di vittime delle guerre occidentali infatti, hanno dimostrato la superiorità morale della democrazia e hanno attestato l'universalità del suo messaggio salvifico. Finalmente libero dal suo rivale sovietico, l'Occidente trionfante lo ha preso a cuore. Ha moltiplicato gli attacchi chirurgici a scopi umanitari, i "cambiamenti di regime" per il trionfo del Bene, gli embarghi sui medicinali per fomare la gioventù e i "piani di adeguamento strutturale" per mettere al lavoro i fannulloni dei paesi tropicali .

Il trionfo planetario della democrazia liberale, quanti morti conta esattamente? Alcuni milioni, ma non importa: la lotta contro il totalitarismo aveva questo prezzo. Per Madeleine Albright, icona dei diritti umani e Segretario di Stato dell'amministrazione Clinton, i 500.000 bambini iracheni uccisi dall'embargo non contano: "il prezzo da pagare, ne è valsa la pena" ( "the price worth it"). Vittime insignificanti, cancellate, di misura pari a zero di fronte all'immensità dei benefici profusi dalla democrazia d'importazione. Nel 2019 ha pubblicato un libro in cui ha denunciato il "fascismo" che minaccia l'Europa e gli Stati Uniti. Ma non affidiamoci a questa anima bella per essere commossi dalle conseguenze della politica americana. L'economista Jeffrey Sachs ha recentemente rivelato i risultati di uno studio sugli effetti dell'embargo statunitense sul Venezuela: 40.000 morti dal 2017, questo è il bilancio. Per la maggior parte bambini privati dell'utilizzo di trattamenti costosi o di farmaci diventati inaccessibili. Ma non è "fascismo", ovviamente. È la meritata punizione per le ignominie commesse dai Chavisti, colpevoli di aver nazionalizzato il petrolio e arginato la povertà. Questo è il "prezzo da pagare" per ripristinare i "diritti umani" in un paese in cui il partito di governo, seppure vittorioso alle elezioni, è accusato di instaurare una terribile dittatura.

Vi è una coincidenza sorprendente tra la promozione della democrazia occidentale e il massacro di massa che ne è la sua applicazione pratica. Lo scenario è sempre lo stesso: si inizia con la dichiarazione dei diritti umani per finire con i B52. Ora questo trofeo della politica estera degli Stati Uniti - e dei loro alleati - è una diretta conseguenza del loro liberalismo. Questo aspetto della storia delle idee è poco conosciuto, ma la dottrina liberale ha perfettamente assimilato l'idea che per garantire la libertà di alcuni, sia necessario garantire la sottomissione di altri. Il padre fondatore degli Stati Uniti, un liberale come Benjamin Franklin, ad esempio, si oppose all'installazione di reti fognarie nei quartieri poveri, perché rischiava, migliorandone le condizioni di vita, di rendere i lavoratori meno cooperativi. In breve, dobbiamo affamare i poveri se vogliamo sottoporli e dobbiamo sottometterli, se vogliamo farli lavorare per i ricchi. A livello internazionale il potere economico dominante applica esattamente la stessa politica: l'embargo che elimina i deboli costringe i sopravvissuti, in un modo o nell'altro, a servire i loro nuovi padroni. Altrimenti, ci sono ancora i B52 e i missili da crociera.

Non è un caso che la democrazia americana, il modello che la Coca-cola ha diffuso a tutte le famiglie del villaggio globale, sia stata fondata da schiavi e genocidi. C'erano 9 milioni di amerindi nel Nord America nel 1800. Un secolo dopo, erano 300.000. Come disse Alexis de Tocqueville "La Democrazia in America" è arrivata con le sue coperte avvelenate e le mitragliatrici Gatling. I selvaggi piumati del Nuovo Mondo prefiguravano i bambini iracheni nel ruolo di questa umanità in soprannumero di cui si sarebbero liberati, senza rimorsi, se le circostanze lo avessero richiesto. Così, da un secolo all'altro, gli americani hanno trasposto il loro modello endogeno su scala mondiale. Nel 1946, il teorico e apostolo della Guerra Fredda del contenimento anticomunista George Kennan, scrisse ai dirigenti del suo paese che il loro compito secolare sarebbe stato quello di perpetuare l'enorme privilegio concesso dalle fortune della storia negli Stati Uniti d'America: possedere il 50% della ricchezza per solo il 6% della popolazione mondiale. Le altre nazioni saranno gelose, vorranno una fetta più grande della torta e bisognerà impedire che ciò accada. In breve, la "nazione eccezionale" non intende condividere i benefici.

Una caratteristica importante dello spirito americano ha favorito questa trasposizione della "democrazia americana" in tutto il mondo. È la convinzione dell'elezione divina, l'identificazione con il Nuovo Israele, in breve il mito del "destino manifesto". Tutto ciò che viene dalla nazione scelta da Dio appartiene di nuovo al campo del Bene, incluse le bombe incendiarie. Questa mitologia è la potente forza della buona coscienza yankee, quella che vetrifica intere popolazioni senza il minimo problema di coscienza, come il generale Curtis Le May, capo dell'aviazione americana, che vanta di aver fatto alla griglia col napalm il 20% della popolazione nordcoreana. Gli Stati Uniti hanno realizzato una congiunzione inedita tra una potenza materiale senza precedenti e una religione etnica ispirata al Vecchio Testamento. Ma questo potere è stato surclassato nel 2014 quando il PIL cinese, in parità di potere d'acquisto, ha superato quello degli Stati Uniti. E non è sicuro che l'Antico Testamento sia sufficiente a perpetuare un dominio che si sgretola inesorabilmente.

*) Bruno Guigue, ex studente dell'Ecole Normale Supérieure e dell'ENA, alto funzionario dello Stato francese, saggista e politologo, professore di filosofia nell'insegnamento secondario, docente di relazioni internazionali all'Università de La Réunion.

L'Euro è un Progetto Criminale e l'Unione Europea l'implementa, chi pensa che sia riformabile è un falso ideologico tipo Tsipras

Bravo Savona!

di Leonardo Mazzei
20 giugno 2019

Orrore, orrore! Il debito, il debito, quello pubblico naturalmente! L'Europa ci spezzerà le reni, dopo averlo mussolinianamente fatto con la Grecia! E ben ci starà, perché peccatori siamo!

Ad interrompere almeno per un giorno questa trista litania ci ha pensato un signore di 82 anni, Paolo Savona. Fa un po' specie che per ascoltare, finalmente, alcune note di buon senso sulla questione del debito si debba andare a leggere il discorso tenuto venerdì dal presidente della Consob. L'occasione è stata, pensate un po', l'annuale "incontro con il mercato finanziario". Un titolo che è tutto un programma.

In assenza del mitico "mercato", il parterre era costituito da più concreti banchieri e finanzieri che in quel mercato giornalmente operano. Ed il bello è che questi ultimi, con chiaro disappunto della stampa eurista, non si sono affatto turbati per quel che le loro orecchie hanno udito. Trattandosi di persone "informate dei fatti" la cosa può stupire solo gli ignoranti, una categoria ben rappresentata tra i giornalisti.

Ma cosa ha detto Savona?

In primo luogo, il mancato ministro dell'Economia - sempre ricordarsi dell'abuso compiuto da Mattarella! - ha smontato pezzo dopo pezzo la narrazione sul debito:

«La teoria economica e la ricerca empirica non hanno fornito una risposta univoca su quale sia il legame ottimale tra il debito pubblico e il PIL, soprattutto se il rapporto è valutato in modo indipendente dallo stato della fiducia. L'esempio del Giappone è istruttivo: se la fiducia nel paese è solida e se la base di risparmio sufficiente, livelli di indebitamento nell'ordine del 200% rispetto al PIL non contrastano con gli obiettivi economici e sociali perseguiti dalla politica».

Giappone? Debito al 200%? Agli euristi, gente che drammatizza uno 0,1% in più sul deficit - è per questa iperbolica cifra che l'Italia rischia le sanzioni europee - è crollato il mondo addosso. E pensare che in realtà il debito del Giappone non è al 200 bensì al 250%, roba da distruggere le coronarie a Fubini, Calenda, Monti e Cottarelli messi insieme.

Savona, precisando ovviamente che «ciò non significa che non esista un limite all'indebitamento», ha ricordato come tale livello debba essere messo in relazione alla base di risparmio ed alla solidità della fiducia di un Paese. C'è in realtà un terzo decisivo elemento, che il presidente della Consob non poteva citare in quella sede, sempre per un problema di coronarie nell'uditorio. Esso è però implicito nel suo discorso. L'elemento mancante è la sovranità monetaria, che è il vero fattore che ci distingue dal Giappone. A Tokio ce l'hanno, a noi ce l'ha sequestrata l'euro.

Chi lavora contro l'Italia

Rammentata la forza dell'industria nazionale, come pure l'elevato livello del risparmio, Savona se l'è presa con chi lavora alla sistematica distruzione della reputazione del nostro Paese:

«I giudizi negativi non di rado espressi da istituzioni sovranazionali, enti nazionali e centri privati appaiono prossimi a pregiudizi... E' come se l'Italia fosse collocata dentro la "caverna di Socrate" dove le luci fioche della conoscenza che in essa penetrano proiettano sulle pareti un'immagine distorta della realtà. Per giunta in presenza di un continuo vociare a senso unico, che stordisce. E' compito di chi riveste posizioni di vertice della politica, dell'economia e dei mezzi di informazione rafforzare la luce e abbassare i toni per ristabilire la fiducia sul futuro del Paese. Non esiste alcun vincolo oggettivo insuperabile alla nostra crescita». (sottolineature nostre)

Chiaro come il professor Savona abbia voluto denunciare l'incessante opera di denigrazione proveniente dalle istituzioni europee. Un'azione aggressiva che può avere successo, però, solo grazie al blocco eurista di casa nostra, autore di quel «continuo vociare a senso unico» messo in atto dai vari Mattarella, Visco, Boccia, con il quotidiano coro a sostegno del sistema mediatico al gran completo.

Ma non si tratta solo di chiacchiere. Da quando Bankitalia (divorzio del 1981) non funziona più come "prestatore di ultima istanza", da quando siamo ingabbiati nella trappola dell'euro, c'è quella decisiva conseguenza chiamata spread. Ecco cosa ci dice Savona a tal proposito:

«Il potere di valutare il rischio di rimborso si è trasferito sul mercato senza un adeguato contrasto alla speculazione, che non di rado trova alimento nell'attitudine delle autorità a usarlo come vincolo esterno per indurre gli Stati membri a rispettare i parametri fiscali concordati a livello europeo». (sottolineature nostre)

Qui l'accusa è chiara. Di fatto speculatori e tecnocrati europei sono in combutta fra loro. Ai primi il vincolo esterno serve per paralizzare la risposta della vittima dei loro attacchi speculativi; ai secondi la speculazione serve per imporre i loro diktat politico-economici. Ma c'è un terzo soggetto che prima o poi dovrà finire sul banco degli imputati, ed è sempre quel blocco eurista nazionale - meglio: anti-nazionale - di cui abbiamo già parlato. Quali siano i nomi di chi compone questa cupola è facile a dirsi, basta elencare tutti quelli che non riescono ad aprir bocca senza pronunciare la parola "spread".

Dal debito agli investimenti: far lavorare i risparmi

Scopo di Savona non è però solo la denuncia dei nemici (esterni ed interni) dell'Italia. Con il suo ragionamento egli pone una decisiva questione economica: quella del rilancio degli investimenti. Ma prima bisogna restituire

«ai debiti sovrani, incluso quello italiano, la dignità di ricchezza protetta che a essi attribuiscono giustamente gli investitori. Il raggiungimento di questa condizione allontanerebbe i sospetti sulla possibilità di insolvenza del nostro debito pubblico, oggettivamente infondati».

Chi scrive pensa che, arrivati al redde rationem, un default ragionato sul debito sia una scelta politica utile e motivata sia sul piano economico che su quello sociale. Al tempo stesso, però, Savona ha perfettamente ragione ad affermare che in base ai fondamentali dell'economia italiana il rischio di insolvenza è del tutto infondato. Uno spauracchio agitato dai soliti noti per seminare caos e paura, che sono poi le armi preferite dalle èlite ai giorni nostri.

Ma perché i debiti sovrani dovrebbero avere «dignità di ricchezza protetta»? Semplice, per riportarne la proprietà all'interno, dunque per sfuggire al dominio della finanza internazionale. E' possibile questa operazione? Ovviamente sì, dato che le famiglie italiane hanno una ricchezza finanziaria enorme, pari a 4.218 miliardi di euro. Una ricchezza un tempo in buona parte investita in titoli di Stato, ma oggi - a causa della campagna terroristica su di essi - non più. Con la conseguenza che buona parte di questi risparmi prende adesso la strada dell'estero, andando così a finanziare le economie di altri, piuttosto che la nostra. Paradosso e mostruosità (ma più mostruosità che paradosso) della moneta unica.

Ecco quel che ci dice Savona sul punto:

«Contrariamente a importanti paesi sviluppati come Stati Uniti, Regno Unito, Canada, nell'eurozona Grecia e Francia, e nel resto del mondo Turchia e l'intero continente sudamericano, l'Italia non assorbe flussi di risparmio dall'estero, ma ne cede in quantità superiori al suo debito pubblico... Per la comunità europea e globale l'Italia non rappresenta un problema finanziario, ma una risorsa alla quale molti paesi attingono per soddisfare le loro necessità».

Come si comprenderà, qui il discorso si chiude. Perché continuare a finanziare altri paesi - magari quelli che ci vorrebbero strozzare finanziariamente - anziché lavorare per far rientrare i risparmi in patria? Il senso del discorso sul 200% è tutto qui. Perché senza una forte ripresa degli investimenti non si uscirà dalla crisi. Ma questa ripresa non potrà esservi senza il ruolo centrale dello Stato. Ed affinché esso vi sia occorrerà liberarsi dal vincolo esterno, da Maastricht e dal Fiscal compact. Dunque, per quanto ci riguarda, dall'euro e dall'UE.

Gianadrea Gaiani - Non si può infatti neppure escludere che gli attacchi alle petroliere siano stati effettuati dagli avversari di Teheran per addossarne la colpa all’Iran e aumentarne l’isolamento internazionale

Se un drone non vale una guerra

22 giugno 2019 


Donald Trump alimenta da tempo l’escalation della tensione con l’Iran ma poi la ferma “10 minuti” prima che le forze statunitensi del Golfo scatenino un triplice attacco come rappresaglia per l’abbattimento da parte di un missile iraniano Taer (sistema di difesa aerea Raad) di un drone da ricognizione strategica Global Hawk (forse un MQ-4C Triton della Us Navy.


Secondo le ricostruzioni Trump è entrato nella Situation Room della Casa Bianca con l’ordine di attaccare ma poco prima di dichiarare conclusa la riunione con gli stati maggiori e i suoi più stretti collaboratori ha fermato tutto, rimandando non annullando, i raid missilistici contro obiettivi iraniani.

“La scorsa notte eravamo pronti a colpire tre diversi siti, quando ho chiesto quante persone sarebbero morte. La risposta di un generale è stata 150 persone”, ha twittato Trump. Così, “dieci minuti prima che partissero i bombardamenti li ho bloccati perché non li ho ritenuti proporzionati all’ abbattimento di un drone senza pilota”.


Probabilmente nelle valutazioni della Casa Bianca hanno contato anche i calcoli circa la possibile reazione della comunità internazionale a quello che sarebbe apparso come un atto di guerra unilaterale e deliberato.

Gli Stati Uniti hanno aperto la crisi con l’Iran da soli, certo con l’appoggio di sauditi, emiratini ed israeliani ma in opposizione alle altre potenze che avevano sottoscritto l’accordo sul nucleare iraniano, accordo denunciato solo da Washington che non ha saputo peraltro presentare prove certe circa eventuali violazioni dell’accordo da parte di Teheran.


Inoltre appaiono troppe le incognite circa le potenziali conseguenze di un attacco al territorio dell’Iran che dispone di missili balistici, da crociera e mezzi con i quali bloccare lo stretto di Hormuz e colpire (o quanto meno provarci) i paesi arabi vicini e le basi statunitensi lì presenti, oltre al traffico di mercantili e petroliere dentro e fuori Hormuz.

Teheran dispone poi di buone difese aeree e di capacità forse non del tutto note agli USA, come quella di individuare e abbattere i droni, anche quelli che volano alle quote più alte come il Global Hawk colpito secondo Teheran nei pressi del distretto di Kouhmobarak (provincia di Hormozgan), mentre Washington sostiene che si trovava nello spazio aereo internazionale, a 34 chilometri dal territorio iraniano.

“Porteremo questa nuova aggressione davanti alle Nazioni Unite e mostreremo che gli Stati Uniti stanno mentendo” aveva scritto su Twitter il ministro degli Esteri di Teheran, Mohammad Javad Zarif.


Del resto non è la prima volta che l’Iran riesce ad abbattere un drone da ricognizione strategica statunitense.

Nel dicembre 2011 un RQ-170 Sentinel, drone “stealth” basato a Kandahar (Afghanistan) cadde nel nord est iraniano probabilmente abbattuto con azioni di disturbo elettronico. Il “Sentinel”, noto in Afghanistan come “la bestia di Kandahar” veniva impiegato presumibilmente per sorvegliare segretamente i siti nucleari iraniani.

Inoltre nei giorni scorsi un drone MQ-9 Reaper statunitense era stato abbattuto nello Yemen dai ribelli Houthi filo-iraniani ed un altro dello stesso tipo era stato attaccato senza successo nel Golfo Persico da missili lanciati da un’unità navale iraniana.

Secondo alcune fonti a rafforzare le titubanze di Trump circa la rappresaglia contribuirebbero anche i dubbi dell’intelligence circa la reale posizione del drone abbattuto, che quindi avrebbe potuto sorvolare lo spazio aereo iraniano. Fa un po’ sorridere il paradosso delle critiche che Trump deve affrontare in patria, incluse quelle di alcuni esponenti del Partito Repubblicano.


Liz Cheney, figlia dell’ex vicepresidente Dick, ha paragonato la mossa di Trump alla titubanza di Barack Obama sulla Siria nel 2012 e 2013: “Non aver risposto a una provocazione così grave può rivelarsi un errore imperdonabile”.

Critiche simili giungono anche da molti ambienti vicini al Pentagono ma è altrettanto vero che le due amministrazioni di Barack Obama, presidente insignito del Premio Nobel per la pace, hanno effettuato raid aerei prolungati sui territori di diversi paesi senza aver conseguito alcun successo strategico ma uccidendo migliaia di persone inclusi molti cosiddetti “danni collaterali”. 


Trump del resto ieri sera davanti alle telecamere della NBC si è detto pronto a condurre colloqui con la Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, oppure con il presidente Hassan Rouhani, senza “precondizioni”.

A conferma forse dell’ipotesi che l’oibiettivo della Casa Bianca è portare la tensione con l’Iran alle stelle abbinando minacce militari a sanzioni economiche, con l’obiettivo di obbligare Teheran a negoziare, non per giungere a uno scontro armato su vasta scala.

Resta pur vero che il tempo per negoziare stringe, soprattutto dopo che l’Iran ha annunciato che il 27 giugno potrebbe riprendere la sua corsa al nucleare, o quanto meno aumentare unilateralmente i limiti imposti dall’accordo del 2015 in termini di arricchimento e di quantità di uranio stoccate.

Un avvertimento formulato lunedì scorso dal portavoce dell’Organizzazione dell’energia atomica iraniana (Aoei), Behrouz Kamalvandi che costituisce un duro monito all’Europa, che resta fedele all’accordo ma è incapace di fermare gli Usa che hanno denunciato l’intesa faticosamente raggiunta e pretendono di imporre agli alleati (europei inclusi) un embargo petrolifero e commerciale nei confronti di Teheran.


L’8 maggio scorso, un anno dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’intesa, Rohani aveva dato ai Paesi firmatari (Regno Unito, Francia, Germania, Cina e Russia) 60 giorni per attuare le loro promesse in favore della stremata economia iraniana, pena la rottura anche da parte iraniana dell’accordo.

Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha già avvertito che in caso di ritiro iraniano dall’accordo dovranno essere adottate sanzioni immediate mentre i firmatari europei (Germania, Francia e Gran Bretagna) hanno chiesto a Teheran di non violare l’accordo, che tutti gli organismi internazionali ritengono l‘Iran abbia finora scrupolosamente rispettato.

Gli Usa appoggiati da sauditi, emiratini ed israeliani sostengono che l’Iran potrebbe aggirare l’accordo in base al quale rinuncia al nucleare a uso militare, dotandosi comunque di bombe atomiche, ma puntano a strangolare l’economia iraniana per rovesciare il regime degli ayatollah.


Meglio quindi prendere con le molle la “narrativa” sulle provocazioni iraniane costituiti dagli attacchi alle petroliere verificatisi in maggio in un porto degli Emirati Arabi Uniti e la scorsa settimana a est dello Stretto di Hormuz.

Gli Usa, che continuano a rafforzare la già abbondante presenza militare nel Golfo Persico, si dicono certi delle responsabilità iraniane e con loro i britannici ma molti analisti indipendenti e altri Stati rimangono scettici. In Europa francesi e tedeschi non sembrano credere ai report dell’intelligence anglo-americana.

In Giappone il ministro della Difesa, Takeshi Iwaya, ha reso noto che non invierà forze militari nel Golfo per rispondere quelle che Washington definisce “provocazioni iraniane”. “Il governo giapponese non ritiene necessario dover inviare personale delle Forze di autodifesa nel Golfo Persico in risposta agli attacchi delle petroliere della settimana scorsa, una delle quelli gestita da un armatore nipponico” ha detto Iwaya.


A Mosca il vice ministro degli Esteri russo Serghiei Riabkov ha dichiarato che “da tempo siamo testimoni dei continui tentativi degli Stati Uniti di aumentare la pressione politica, psicologica, economica e militare sull’ Iran. Penso che queste azioni siano piuttosto provocatorie e non possano essere considerate in nessun altro modo che come una politica deliberata per fomentare una guerra”.

Certo l’Iran, che dispone dei mezzi navali e subacquei (sommergibili, minisottomarini, incursori, barchini e mine) per attaccare petroliere e per bloccare lo Stretto di Hormuz paralizzandone il traffico ma ha sempre respinto le accuse e non sembra avere interesse a offrire pretesti al nemico.

“Se dovesse deciderlo, l’Iran potrebbe apertamente e completamente ostacolare le esportazioni di petrolio dal Golfo Persico, e per farlo non avrebbe bisogno di alcun inganno o segretezza” aveva detto il 17 giugno il capo di stato maggiore delle forze armate, generale Mohammad Bagheri.


Nell’attuale contesto l’Iran non avrebbe alcun motivo logico per cercare un casus belli colpendo petroliere in transito, a meno che non intenda mostrare i muscoli e le sue potenzialità offensive e difensive (come nel caso del drone americano abbattuto?) pur rischiando gli effetti di un devastante attacco statunitense.

Non si può infatti neppure escludere che gli attacchi alle petroliere siano stati effettuati dagli avversari di Teheran per addossarne la colpa all’Iran e aumentarne l’isolamento internazionale.

Dopo le “pistole fumanti” sulle armi di distruzione di massa attribuite a Saddam Hussein nel 2003 e dopo il Datagate non pare saggio prendere per oro colato la propaganda di Washington e Londra, pronte ad assumere “tutti i provvedimenti” necessari per garantire la sicurezza della navigazione della regione prendendo in considerazione “tutte le opzioni disponibili” in caso l’Iran non rispetti gli impegni assunti nell’ambito dell’accordo sul nucleare.


L’incapacità della comunità internazionale di fermare le pressioni degli Usa e dei suoi alleati è quindi la principale causa dell’instabilità nella regione e per queste Teheran minaccia di superare dal 27 giugno il limite per l’arricchimento (attualmente al 3,67%) e la produzione dell’uranio (l’accordo prevede riserve non superiori ai 202,8 chili) al fine di soddisfare le esigenze di carburante per la centrale nucleare di Busher portando l’arricchimento al 5% e addirittura al 20% per un reattore di ricerca scientifica.

L’iniziativa unilaterale statunitense rafforzerà inevitabilmente la determinazione di Teheran a dotarsi di armi atomiche come la Corea del Nord, unico strumento per bilanciare l’arsenale nucleare israeliano e scoraggiare ogni rischio di attacco.

Un simile sviluppo sarebbe inaccettabile per lo Stato ebraico, che per le sue ridotte dimensioni verrebbe cancellato anche da un solo piccolo ordigno atomico, e inoltre determinerebbe la corsa all’atomica in tutto il Medio Oriente.

Foto: Us DoD, EPA, Irna, The Guardian, AP e Fars

Sala, il corrotto euroimbecille Pd, il fanfulla con la sua Lega che insieme allo zombi Berlusconi ci ha distrutto sono l'uno l'alter ego dell'altro, il fattore comune regalare soldi ai privati. Trasporto pubblico e Concessioni ai Benetton

No alla privatizzazione del trasporto pubblico milanese!

25.06.2019 - Milano - Redazione Italia

(Foto di https://www.facebook.com/ComitatoATMPubblica/)

Entro il prossimo mese di agosto il Comune di Milano e l’Agenzia per il Trasporto Pubblico Locale si dovranno esprimere sulla proposta pervenuta dall’associazione temporanea di imprese “Milano Next”, che intenderebbe prendere in gestione il servizio di trasporto pubblico per i prossimi 15 anni, attraverso lo strumento del project financing, nell’intero bacino di Milano, Monza, Lodi e Pavia.

La novità assoluta è che Azienda Trasporti Milanesi (società interamente controllata dal Comune di Milano) non si propone in questa operazione da sola, bensì assieme a IGPDecaux, A2A, Busitalia (società di trasporto pubblico delle Ferrovie dello Stato), Hitachi Rail Italy (produttore di treni per le metropolitane, di proprietà del colosso giapponese Hitachi) e altri soggetti privati già quotati in borsa.

Questa operazione ha quindi lo scopo di inserire soggetti privati nella gestione del trasporto pubblico e nella realizzazione delle relative infrastrutture, diluendo la funzione di ATM in un più ampio consorzio pubblico-privato. Gli introiti dei biglietti ed i risparmi nei costi di produzione, invece di essere investiti nel miglioramento del servizio o di ritornare, come utili di una partecipata, all’amministrazione comunale, verrebbero dirottati in dividendi per gli azionisti delle società che partecipano al consorzio.

Si determinerebbe inoltre una situazione di monopolio che renderebbe assai più difficile il ruolo di indirizzo e controllo degli enti pubblici locali (a partire dallo stesso Comune di Milano), anche per via delle immediate asimmetrie nel possesso delle informazioni sul funzionamento del servizio a favore del Consorzio pubblico-privato.

I firmatari del presente appello si dichiarano contrari a questa operazione, che è l’inizio di un percorso di privatizzazione del trasporto pubblico milanese, il quale potrebbe, in futuro, conoscere ulteriori sviluppi (cessione di quote societarie di ATM, quotazione in borsa dell’intero Consorzio “Milano Next”, etc.).

Una parte dei servizi di trasporto pubblico locale interurbani è già oggi gestita da società private (Autoguidovie, STAV, STIE, etc.). In nessun caso si è dimostrata una maggiore efficienza rispetto ai servizi svolti da ATM né un significativo risparmio di costi. Ciò non sorprende: è scontato il fatto che un privato assuma la gestione di un servizio pubblico esclusivamente con lo scopo di ricavarne un profitto. Non ci sembra casuale, a questo proposito, che questa operazione venga proposta contestualmente all’incremento del prezzo dei biglietti e degli abbonamenti che scatterà nell’estate del 2019.

Inoltre, è forte la preoccupazione, fondata sull’esperienza, che l’ingresso dei privati nella gestione del trasporto pubblico porti con sé l’abbassamento dei salari e dei diritti dei lavoratori del settore. Già oggi, i lavoratori delle aziende private guadagnano meno dei loro colleghi di ATM e molto spesso sono soggetti a normative su turni e riposi meno favorevoli.

L’alternativa esiste. L’Agenzia di bacino e il Comune di Milano possono procedere all’affidamento diretto dei servizi di trasporto pubblico ad ATM, in quanto società sulla quale il Comune esercita un controllo analogo a quello che esercita sulle proprie strutture (cd. affidamento “in house”). Tale tipo di affidamento diretto è possibile anche da parte di un gruppo di enti locali, così da coprire l’intero bacino di Milano, Monza, Lodi e Pavia.

La legittimità di una scelta di questo tipo è stata inoltre confermata anche da recentissime decisioni della Corte di giustizia UE: 8 maggio 2019, C-253/18; 21 marzo 2019, Cause riunite C-266/17 e C-267/17. In tutti questi casi, enti territoriali tedeschi hanno affidato direttamente i servizi di trasporto pubblico a società da loro controllate! Non è vero che la normativa europea ci impone di svolgere gare e di privatizzare!

In prospettiva, riteniamo altresì che ATM debba essere trasformata da società per azioni in azienda speciale (ossia “municipalizzata”, come già era) per evitare future tentazioni privatizzatrici, impedendo manovre sulle quote societarie.
Per tutte le ragioni sin qui indicate, i firmatari del presente appello:

– Dichiarano la propria contrarietà a qualunque percorso di privatizzazione del trasporto pubblico e quindi contrastano l’accoglimento della proposta in project financing dell’associazione temporanea “MILANO NEXT”
– Promuovono e sviluppano una campagna di sensibilizzazione e di contrasto su questo tema
– Sostengono e supportano le iniziative sindacali dei lavoratori e delle lavoratrici del trasporto pubblico contro la privatizzazione dei servizi, a partire dallo sciopero indetto da Cub Trasporti per il prossimo 11 luglio
– Chiedono ai consigli comunali e provinciali (e della città metropolitana) di Milano, Monza, Pavia e Lodi di esprimersi in favore della proposta di affidamento diretto “in house” dei servizi di trasporto pubblico locale ad ATM
– Chiedono la trasformazione di Azienda Trasporti Milanesi da società per azioni in Azienda speciale
– Esprimono totale contrarietà all’aumento delle tariffe del trasporto pubblico, che dovrebbe essere gratuito e finanziato interamente dalla fiscalità generale, in maniera quindi realmente progressiva.

Comitato ATM PUBBLICA

Per adesioni: atm.pubblica@gmail.com

Aderiscono:

Attac Milano
Comitato popolare difesa beni comuni” Stefano Rodotà”
Comitato Milanese Acquapubblica
Costituzione Beni Comuni Milano
Cub Trasporti ATM
Cub Confederale Prov. Milano
Milano in Comune
Partito dei CARC
Partito della Rifondazione Comunista Milano
Partito Umanista
PCI Milano
Possibile Milano
Rete Della Conoscenza Milano
RiMake-FuoriMercato
SGB Lombardia e Prov. Milano
SGB Trasporti Lombardia
Sinistra Anticapitalista
Sinistra Italiana Milano Est
Andrea Fumagalli (Università di Pavia, Effimera.org)
Emilio Molinari (Movimento mondiale per l’acqua)
Guido Viale (economista ambientale)

martedì 25 giugno 2019

25 giugno 2019 - Manlio Di Stefano ospite a Omnibus La7

23 giugno 2019 - Marco Travaglio " Perchè No Tav"

Milano-Cortina hanno vinto i palazzinari, quelli che vogliono tutto cementare perchè in questo modo guadagnano, ha perso il pubblico. Hanno scippato Torino che aveva già le strutture pronte perchè solo nel nuovo cemento i privati si ingrassano

Olimpiadi 2026, gli errori di Torino che dobbiamo evitare a Milano e Cortina

Cosa non funzionò a Torino che invece dovrà funzionare a Milano-Cortina e come rendere i Giochi invernali del 2026 un evento che rilanci davvero l'economia del nostro paese

Le olimpiadi invernali del 2026 si terranno in Italia. Nel tardo pomeriggio di ieri il Comitato internazionale olimpico (Cio) ha infatti scelto il progetto italiano di Milano Cortina, preferendolo a quello svedese di Stoccolma Are. Nel capoluogo lombardo sono stati montati dei maxischermi per seguire in diretta il verdetto e al momento della vittoria si sono sollevate urla, sono stati stappati spumanti e ci si è lasciati andare in abbracci festosi tra cittadini e cariche istituzionali lì presenti.

“È il sogno di tutta l’Italia” ha dichiarato il premier Giuseppe Conte a margine della vittoria, mentre anche Salvini e Di Maio, fino a poco tempo fa contrari a ospitare eventi di questo tipo per i grandi costi che si portano dietro, hanno invece esultato felici, in quella ormai abituale politica delle giravolte. Da oggi si attiverà la macchina edilizia e della viabilità: verranno costruiti palazzetti dello sport, andrà realizzato l’enorme villaggio olimpico, si dovranno migliorare i collegamenti tra Milano e Cortina, oltre che tra il capoluogo lombardo e le montagne della Valtellina. Insomma, come fu per le olimpiadi del 2006 di Torino prima e per Expo 2015 poi, il nord Italia si appresta a essere interessato da un profondo processo di trasformazione infrastrutturale.

Olimpiadi 2026 Getty Images

L’università Ca’ Foscari di Venezia ha realizzato uno studio sul tema, stimando che le Olimpiadi invernali 2026 potrebbero generare un impatto complessivo di 840 milioni sul Pil italiano, mentre tra tasse di soggiorno, addizionali comunali e via dicendo, si stima un gettito fiscale prodotto di più di 200 milioni di euro. In termini occupazionali, solo per il Veneto e il Trentino si parla della creazione di 13800 posti di lavoro, una quota che il vicepremier Matteo Salvini ha alzato a 20mila includendo anche la Lombardia. Uno studio dell’università Sapienza di Roma stima costi per 1.3 miliardi di euro, con ricadute economiche positive sul Pil per 2.3 miliardi. I ricavi potrebbero invece arrivare a 3 miliardi di euro secondo un’analisi dell’università Bocconi. È alla luce di questi numeri che la vittoria di ieri viene considerata una boccata d’ossigeno per un paese che al momento non se la passa troppo bene. Le Olimpiadi di Milano Cortina, con l’indotto che porteranno e i posti di lavoro che verranno creati, dovranno fare dunque da traino all’economia italiana.

Eppure, guardando al passato, ci si rende conto di come ci siano dei rischi dietro l’angolo. Torino venne di fatto ricostruita per ospitare le Olimpiadi invernali del 2006, ma dopo la manifestazione la città è sprofondata in una crisi che ha raggiunto in questi anni il suo momento peggiore. Centinaia di milioni, se non miliardi, spesi per opere che a evento finito si sono trasformate in scheletri edilizi in disuso: è il caso del trampolino di Pragelato, costato 34,3 milioni di euro; della pista di bob di Cesana Pariol, costata 110,3 milioni di euro; di una parte del villaggio olimpico, costato 140 milioni di euro; della pista di free style di Sauze d’Oulx, costata 9 milioni. Infrastrutture nate ad hoc per l’evento, oggi abbandonate. Come sottolinea il blog del collettivo Wu Ming, “L’Istituto Bruno Leoni, di cui si può dire tutto tranne che sia un centro di ricerca antagonista, in uno studio del 2012 quantificò la perdita secca di Torino 2006 in ottocento milioni di euro. Un calcolo che teneva conto di tutti i benefici diretti e indiretti delle Olimpiadi”. Il debito cittadino è triplicato dal 2001 al 2011, complice anche le spese per la manifestazione internazionale. “Qualcosa è andato storto”, disse a posteriori Marco Sampietro, ministro delle Finanze del comitato organizzatore di Torino 2006, “le Olimpiadi non sono mai il modo migliore per spendere denaro pubblico, a livello locale comunque si sentono ancora benefici”. Il livello locale di cui parlava era il centro città, lucidato e risistemato, in contrapposizione a una periferia dimenticata dal rinnovamento torinese ma in prima linea nel subirne i buchi di bilancio.

L’obiettivo è che Milano-Cortina non si trasformi in questo boomerang. Quello che viene descritto come orgoglio italico e vantaggio pubblico, spesso è in realtà interesse privato. A brindare oggi sono le imprese di costruzioni e il settore immobiliare, i veri vincitori dell’assegnazione di ieri. Ma quali saranno, nel caso di Milano, gli effetti sulle periferie, sui ceti medi e bassi, sul futuro cittadino? Milano è ormai una città proiettata nel mondo, un centro smart che si sta avvicinando alle grandi metropoli globali. Ma il capoluogo lombardo vive una spaccatura sempre più forte tra centro e periferia e un’emergenza abitativa frutto perlopiù di dinamiche speculative amplificatesi già con Expo. Questi processi non dovranno intensificarsi con Milano-Cortina, come avvenuto a Torino, al contrario sarà fondamentale che il rinnovamento cittadino si trasformi in un’occasione di inclusione. Solo a quel punto, le Olimpiadi del 2026 potranno considerarsi un successo.

Guardiamo bene chi esulta

Olimpiadi, rischiamo la solita mangiatoia

25 giugno 2019 di Gaetano Pedullà



Milano e Cortina si sono aggiudicati i Giochi del 2026, adesso vediamo se la nuova specialità olimpica diventerà il salto del Trojan. Nel progetto ufficiale è già messo in conto tanto di quel cemento da non lasciare dubbi sulla festa che hanno fatto ieri affaristi e faccendieri. Altro che il Carro di Carnevale della delegazione italiana a Losanna, con i Sala, Zaia, Christillin varie e Malagò che si abbraccia l’ex schermitrice Bianchedi, non sia mai che gli tocchi fare lo stesso con l’odiatissimo Giorgetti. Sia chiaro: abbiamo davanti una grande vetrina internazionale, e anche un’occasione di sviluppo, ma col pedigree che ereditiamo non c’è tanto da esultare. Dai mondiali di nuoto a Roma, gareggiati più in Procura che in piscina, all’Expo realizzato all’ultimo istante e in deroga a tutto, dopo anni di immobilismo, sappiamo bene quali sono i nostri slalom più difficili, tra corruzione, criminalità e burocrazia. Questo non vuol dire che non ci si debba lanciare. Lo sport ci spinge a metterci in gioco e superare noi stessi, a migliorarci e ad eccellere. Per vincere però non basta il fiato, ma serve la testa. E gli errori fatti anche venti anni fa alle Olimpiadi invernali di Torino stanno a testimoniare quanto sia inutile far girare il denaro se poi non lo si utilizza bene. E a proposito di Torino, la sindaca Appendino ha di che recriminare nel non far parte della squadra che ha vinto? Vista la mangiatoia che si prepara, può tirare comunque un sospiro di sollievo. Esattamente come pare che stiano facendo anche a Stoccolma.