Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 dicembre 2010

Bagno di sangue in Fiat!


Caro Sergio, Non posso nascondere l’emozione provata quando ho trovato la sua missiva, ho pensato fosse la comunicazione di un nuovo periodo di cassa integrazione e invece era la lettera del «padrone», anzi, chiedo scusa: la lettera di un collega.
Ho scoperto che abbiamo anche una cosa in comune, siamo nati entrambi in Italia. Mi trova d’accordo quando dice che ci troviamo in una situazione molto delicata e che molte famiglie sentono di più il peso della crisi. Aggiungerei però che sono le famiglie degli operai, magari quelle monoreddito, a pagare lo scotto maggiore, non la sua famiglia. Io conosco la situazione più da vicino e, a differenza sua, ho molti amici che a causa dei licenziamenti, dei mancati rinnovi contrattuali o della cassa integrazione faticano ad arrivare a fine mese. Ma non sono certo che lei afferri realmente cosa voglia dire.
Quel che è certo è che lei ha centrato il nocciolo della questione: il momento è delicato.
Quindi, che si fa? La sua risposta, mi spiace dirlo, non è quella che speravo. Lei sostiene che sia il caso di accettare «le regole del gioco» perché «non l’abbiamo scelte noi».
Chissà come sarebbe il nostro mondo se anche Rosa Lee Parks, Martin Luther King, Dante Di Nanni, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Emergency, Medici senza Frontiere e tutti i guerrieri del nonostante che tutti i giorni combattono regole ingiuste e discriminanti, avessero semplicemente chinato la testa, teorizzando che il razzismo, le dittature, la mafia o le guerre fossero semplicemente inevitabili, e che anziché combatterle sarebbe stato meglio assecondarle, adattarsi.
La regola che porta al profitto diminuendo i diritti dei lavoratori è una regola ingiusta e nel mio piccolo, io continuerò a crederlo e a oppormi.
Per quel che riguarda Pomigliano, le soluzioni che propone non mi convincono. Aumentare la competitività riducendo il benessere dei lavoratori è una soluzione in cui gli sforzi ricadono sugli operai.
Lei saprà meglio di me come gestire un’azienda, però quando parla di «anomalie» a Pomigliano, non posso non pensare che io non conoscerò l’alta finanza, ma probabilmente lei non ha la minima idea di cosa sia realmente, mi passi l’espressione, «faticare».
Non so se lei ha mai avuto la fortuna di entrare in una fonderia. Beh, io ci lavoro da 13 anni e mentre il telegiornale ci raccomanda di non uscire nelle ore più calde, io sono a diretto contatto con l’alluminio fuso e sudo da stare male.
Le posso garantire che è già tutto sufficientemente inumano. Costringere dei padri di famiglia ad accettare condizioni di lavoro ulteriormente degradanti, e quel che peggio svilenti della loro dignità di lavoratori, non è una strategia aziendale: è una scappatoia.
Ma parliamo ora di cose belle. Mi sono nuovamente emozionato quando nella lettera ci ringrazia per quello che abbiamo fatto dal 2004 ad oggi, d’altronde come lei stesso dice «la forza di un’ organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano».
Spero di non sembrarle venale se le dico che a una virile stretta di mano avrei preferito il Premio di risultato in busta paga oppure migliori condizioni di lavoro. Oppure poteva concedere il rinnovo del contratto a tutti i ragazzi assunti per due giorni oppure una settimana solo per far fronte ai picchi di produzione, sfruttati con l’illusione di un rinnovo e poi rispediti a casa. Lei dice che ci siete riconoscenti.
Ci sono molti modi di dimostrare riconoscenza. Perché se, come pubblicano i giornali, la Fiat ha avuto un utile di 113 milioni di euro, ci viene negato il Premio di produzione? Ma immagino che non sia il momento di chiedere. D’altronde dopo tanti anni ho imparato: quando l’azienda va male non è il momento di chiedere perché i conti vanno male e quando l’azienda guadagna non è il momento di fermarsi a chiedere, è il momento di stringere i denti per continuare a far si che le cose vadano bene.
Lei vuole insegnarci che questa «è una sfida che si vince tutti insieme o tutti insieme si perde». Immagino che comprenda le mie difficoltà a credere che lei, io, i colleghi di Pomigliano e i milioni di operai che dipendono dalle sue decisioni, rischiamo alla pari. Se si perderà noi perderemo, lei invece prenderà il suo panfilo e insieme alla sua liquidazione a svariati zeri veleggerà verso nuovi lidi.
Noi tremeremo di paura pensando ai mutui e ai libri dei ragazzi, e accetteremo lavori con trattamenti ancora più più svilenti, perché quello che lei finge di non sapere, caro Sergio, è che quello che impone la Fiat, in Italia, viene poi adottato e imposto da ogni altro grande settore dell’industria.
Spero che queste righe scritte con il cuore non siano il sigillo della mia lettera di licenziamento. Solo negli ultimi tempi ho visto licenziare cinque miei colleghi perché non condividevano l’idea «dell’entità astratta, azienda». Ora chiudo, anche se scriverle è stato bello. Spererei davvero che quando mi chiede se per i miei figli e i miei nipoti vorrei un futuro migliore di questo, guardassimo tutti e due verso lo stesso futuro.
Temo invece che il futuro prospettato ai nostri figli sia un futuro fatto di iniquità, di ingiustizia e connotato da una profonda mancanza di umanità. (…) Un futuro in cui si devono accettare le regole, anche se ingiuste, perché non le abbiamo scelte noi. Sappia che non è così, lei può scegliere. Insieme, lei e noi possiamo cambiarle quelle regole, cambiarle davvero, anche se temo che non sia questo il suo obbiettivo (…).
A lei le cose vanno già molto bene così.
Sappia che non ha il mio appoggio e che continuerò ad impegnarmi perché un altro mondo sia possibile. Buon lavoro anche a lei.
Massimiliano Cassaro
24 luglio 2010
tratto da http://www.disordine.com/2010/07/25/gran-torino-lettera-di-un-operaio-fiat-a-marchionne/

Una giornata da operaio Fiat: 8,95 euro l'ora, sveglia alle 4,30, la stessa mansione per otto ore

Scritto da FRANCESCO   
di Salvatore Cannavò  da "Il Fatto quotidiano" (...)
Uno guarda la tv, sente le notizie sulle industrie, le fabbriche, gli operai e pensa che questi non esistano più. Sullo schermo ci sono solo immagini di robot tecnologici che spostano pezzi, bullonano auto, le verniciano e a volte le guidano anche. Le immagini degli operai non ci sono mai. (...)Per vederli devono fare uno sciopero o una manifestazione, bloccare un'autostrada. Oppure devi metterti tu davanti ai cancelli, magari proprio quelli di Mirafiori, a Torino, e vederli sciamare veloci per tornarsene a casa. A malapena ti danno retta se vuoi parlarci, dopo otto ore lì dentro è comprensibile. Ma com'è lì dentro? Che significa oggi essere un operaio? Davvero, siamo lontani dagli anni 70 e 80, dalla figura dell'”operaio massa” che tanta storia ha fatto in questo paese? A sentire il racconto di Pasquale, operaio alle Carrozzerie di Mirafiori dal 1988 – «prima ero alle Meccaniche», precisa – sembra quasi di rileggere le formidabili pagine del “Vogliamo tutto” di Nanni Balestrini. Certo non c'è quella rabbia fisica, non trasuda la rivolta ma la fabbrica è ancora tutta addosso alle spalle di chi ci lavora, un ambiente che induce alla «paranoia», straniante e straniera allo stesso tempo. Anche se ci lavori da oltre venti anni. Venti anni di giornate uguali e faticose.
Ore 4,30, la sveglia
«Quando ho il primo turno, che inizia alle sei del mattino, mi alzo alle 4,30. Non è facile ma dopo un po' ci si abitua anche se rimango in silenzio almeno fino alle 8 di mattina. In fabbrica ci vado in tram, con i servizi speciali che l'Att torinese ha predisposto per gli operai Fiat. Li possono prendere tutti ma fanno dei tragitti speciali. In media ci vogliono solo 20 minuti per arrivare ai cancelli ma bisogna arrivare alla fermata in tempo, quindi alle 5,10 sono già lì in modo da stare alle 5,45 davanti ai cancelli».
Ore 5,45, ai cancelli
«Lì avviene la prima timbratura, quella ai tornelli. Una volta infilato il badge nella fessura la Fiat sa che sei dentro, sei nel perimetro della fabbrica. Non è ancora l'inizio dell'orario di lavoro, c'è da fare ancora una seconda timbratura, che noi chiamiamo bollatura, subito dopo i tornelli. Da lì si passa agli spogliatoi, ci vogliono cinque minuti per arrivarci e in cinque minuti ci si cambia, ci si mette la tuta dell'azienda e si arriva alla postazione di lavoro. Io ci arrivo a pelo, alle 6 in punto si comincia a lavorare. Se sgarri di un solo minuto, l'azienda ti addebita un quarto d'ora sulla busta paga; dopo il primo quarto d'ora l'addebito sale a mezz'ora dopo la quale i ritardi vengono conteggiati nei minuti esatti». La paga oraria di Pasquale – la prende e la controlla - è di 8,95 euro l'ora. Un ritardo di un minuto, facciamo i calcoli, gli costa circa due euro netti. Per mezz'ora se ne vanno quattro euro.
Ore 6, inizio turno
Alle sei del mattino, quindi, il nostro interlocutore si piazza alla sua postazione di lavoro. Che è quella del giorno prima. L'azienda può cambiare la postazione o la squadra a cui si è assegnati, entro un'ora dall'avvio della produzione ma o ci sono emergenze oppure generalmente si procede come d'abitudine. Pasquale lavora a una postazione «di sequenza», cioè prende i pezzi da montare sulle auto, o su parti di esse, che scorrono lungo la linea di montaggio, e li distribuisce a seconda dei numeri che hanno impressi sopra. «Prima stavo anch'io sulla linea e ho montato per anni i pezzi direttamente sull'auto, poi dopo un'embolia polmonare e altri malanni vari sono stato messo di fianco a sequenziare i pezzi. Il vantaggio è di non essere direttamente legato al ritmo costante della linea che ti impone tempi più rigorosi».
«Ogni numero corrisponde a una posizione sull'auto. I pezzi sono contenuti in vari cassoni – dodici in tutto e ogni cassone è lungo circa tre metri per un metro e mezzo di larghezza – e io li smisto in cassoni più piccoli, più maneggevoli sulla linea». Sulla sua linea passano le portiere: dalla scocca dell'auto, nuda e verniciata, che scorre su una delle tre linee di cui sono composte le Carrozzerie, vengono smontate le portiere che scorrono su una linea separata e lì vengono completate dei pezzi mancanti: si aggiungeranno maniglie, cavi elettrici, insonorizzazioni e così via. I pezzi a volte pesano 6 o 7 chili l'uno: la mansione è sempre la stessa non ha varianti, non prevede imprevisti né autonomia. Si tratta di raccogliere pezzi, distribuirli, raccoglierli e smistarli. Tutto il giorno, per otto ore, anzi un po' meno perché ci sono le pause che vedremo fra poco. «Quando stavo direttamente sulla linea ricordo che montavo delle boccole – supporti cilindrici per albero motore o cambio -, tutto il giorno a montarle senza sosta. Era un lavoro frenetico e ossessivo, paranoico direi. Perché la cosa assurda che ti capita con la linea di montaggio è che più il lavoro è facile più dai fuori di testa, perché la ripetizione è micidiale. Se è più difficile, magari puoi utilizzare un po' di malizia per cercare di rallentare il ritmo e provare un po' a pensare». Sembra di vedere Charlie Chaplin, in Tempi moderni, ma non è uno scherzo. Il fatto è che, parlando con Pasquale, capiamo che la fisionomia dell”operaio massa” è tutt'altro che superata in fabbrica. «L'azienda non fa che parcellizzare il lavoro, semplificarlo al massimo in modo da poterlo far fare a tutti. Abbiamo verificato, parlando con dei compagni di lavoro della Sevel di Atessa, che in quella fabbrica succede che un nuovo assunto viene lasciato da solo dopo solo un'ora. Un'ora, capisci!, per imparare una mansione che dovrà svolgere a tempo indeterminato: ogni giorno un solo pezzo, sempre allo stesso posto, in continuazione; una paranoia». «Quando lavoravo alle Meccaniche – aggiunge Pasquale – usavo di più la testa, il lavoro era duro e ripetitivo ma per sistemare un pistone ci si ragiona un po' di più».
Ore 8, le prime parole
In postazione si lavora con qualche operaio di fianco. Si può parlare ma «prima delle 8 del mattino nessuno apre bocca, siamo ancora assonnati» anche se spesso «se fai una domanda la risposta arriva dopo qualche minuto, perché prima c'è da finire una portiera o un vetro da montare. Però chi si trova vicino uno con cui non va d'accordo è davvero sfortunato, mica si può spostre da un'altra parte. Quello che ti sta di fronte è il tuo unico interlocutore, o te lo fai piacere o stai zitto».
Pasquale lavora in una squadra come tutti gli operai di Mirafiori. Ogni squadra conta circa 30-35 operai ma non è il capo-squadra l'interlocutore di riferimento. «No, è il “team leader”, uno ogni dieci operai circa». E' lui che sorveglia la produzione, interviene in caso di pezzi mancanti, sostituisce eventuali assenze per malattia, raccoglie le richieste o i bisogni dei dipendenti e riferisce al capo-squadra. Un team-leader è un'operaio di quarto livello, prende un po' di euro in più e ovviamente è particolarmente affidabile: «Io non ne ho mai visto uno scioperare».
«Sono loro che quando serve assegnano straordinari serali per mansioni che non rientrano negli straordinari comandati al sabato, quelli cioè previsti dal contratto. Passano per le linee e si rivolgono agli operai più fidati, ai “loro”, per offrire un paio d'ore per ripulire un piazzale, sistemare del lavoro arretrato, mai per aumentare la produzione, quello si fa solo al sabato. Ovviamente due ore fanno spesso comodo, si guadagna un po' di più anche se alle dieci di sera – il secondo turno comincia alle 14 e termina, appunto, alle 22 – è faticoso».
Tre pause di 10 e 15 minuti
La fatica si sente. «Lavoriamo in piedi tutto il tempo. Io a fine turno ho davvero bisogno di togliermi le scarpe, riposarmi, mi fanno male i piedi e le gambe, la schiena è bloccata. Devo dire che chi soffre di più sono le donne, le vedo spesso lamentarsi per il mal di gambe tanto che ne ho viste molte portarsi una cassettina di legno accanto alla postazione su cui sedersi non appena scatta una pausa o anche durante l'ora di mensa». A Pomigliano la Fiat porterà, in base all'accordo sottoscritto, la pausa mensa a fine turno e ridurrà di dieci minuti le pause. Come funziona ora? «Le pause sono tre, una ogni due ore, per un totale di quaranta minuti: 15+15+10». Ma che succede durante la pausa? «Intanto si va in bagno, poi chi fuma esce fuori a fumare – nello stabilimento è vietato, chissà come farà Marchionne... - ci si prende un caffè. Per chi svolge attività sindacale è l'unico momento per parlare con i compagni di lavoro ma spesso è impossibile perché, appunto, ognuno ha qualcosa da fare. E poi dieci o quindici minuti durano davvero poco».
Ore 11,45, la mensa
Con la pausa mensa forse va anche peggio. «L'interruzione è di mezz'ora, dalle 11,45 alle 12,15 e dalle 18,45 alle 19,15 per il secondo turno. Ma dobbiamo mangiare in non più di quindici minuti. Ci vogliono infatti tra gli 8 e i 10 minuti per raggiungere la mensa, spesso c'è da fare la coda e quindi non c'è molto tempo». L'azienda trattiene dalla busta paga 1,19 euro per ogni pasto. Eppure, spiega Pasquale, «ci sono davvero tanti operai, soprattutto donne come dicevo prima, che preferiscono portarsi da casa un panino o qualcosa da mangiarsi lì accanto alla propria postazione, così da recuperare un po' di tempo e far riposare le gambe».
In fabbrica fa freddo d'inverno e caldo d'estate, non è un ufficio, non c'è l'aria condizionata. «I capannoni sono alti anche trenta metri, ci sono spifferi, sono stabilimenti vecchi ma soprattutto la fabbrica è in parte deserta e quindi i riscaldamenti vengono accesi solo parzialmente. E quindi fa freddo. Per mettere un po' di stufette in giro per i reparti o le pale di ventilazione non sai quante ore di sciopero abbiamo dovuto fare». Il momento più difficile della giornata è dopo pranzo «perché senti di più la stanchezza. Al mattino sei più riposato ma hai sonno, dopo ti svegli ma sei stanco». Mentre scriviamo ci rendiamo conto che nel farci raccontare una giornata di lavoro abbiamo avuto un resoconto limitato a poche decine di minuti: l'avvio, le funzioni, le pause, la mensa. L'andata e il ritorno dal lavoro. Per il resto non c'è più nulla da raccontare, solo una costante ripetizione di movimenti che non cambiano mai. Eppure a Pomigliano si vuole portare la mensa a fine turno e ridurre le pause da quaranta a trenta minuti, lavorano così per sette ore e mezza con solo due pause da quindici minuti o tre da dieci minuti l'una.
Ore 12,15, si riprende
Ma non c'erano i robot che avevano sostituito gli operai? «I robot ci sono ma solo alla lastratura e alla verniciatura. In realtà sono pochi mentre le case automobilistiche concorrenti ne hanno molti di più. Gli operai non sono del tutto contrari ai robot perché ci sono lavori, come la lastratura – dove praticamente si “incolla” il pianale dell'auto alle portiere e al tetto – che erano davvero micidiali. O la verniciatura che ci portava via i polmoni. Però, nonostante i robot gli operai ci sono ancora e sono loro a far andare avanti la produzione, da qui non si scappa». Pagata quanto?
Alla Fiat si sopravvive con poco. Pasquale tira fuori dalla tasca la busta paga, quella dell'ultimo mese. Il minimo contrattuale lordo, per un operaio di terzo livello, è di 1.395,44 euro a cui si sommano, dopo 22 anni di fabbrica, 125 euro di scatti di anzianità e 27 euro di premio produzione. In totale fanno 1548 euro lordi che diventano 1.239 al netto delle molteplici trattenute. «Sempre che non ci sia stata cassa integrazione oppure qualche ora di sciopero». Se si hanno dei figli, l'affitto e le bollette i conti sono facili da farsi.
Ore 14, fine turno
La nostra chiacchierata finisce qui. La giornata è praticamente conclusa e fuori dalla fabbrica ne resta solo il rumore, costante, avvolgente, fatto di ferraglia, di colpi sordi, di martelli pneumatici e di trapani elettrici. O del clangore dei pezzi metallici. Un rumore confuso che lascia un ronzio nella testa. E poi c'è il silenzio, fatto dall'esterno della fabbrica pochi minuti dopo l'uscita, lo sciame operaio si disperde subito, veloce come la rassegnazione che si è impadronita del mondo del lavoro.
Resta però una sensazione, quella della dignità. Pasquale, e molti come lui, minimizzano la fatica, lo stess, l'alienazione, «la paranoia» come la chiama lui. La sente ma non se ne lamenta, non si atteggia a vittima. Sarà perché è iscritto al sindacato, perché crede nella lotta comune e in qualche possibilità di riscatto. Sarà perché con qualcosa bisogna pure difendersi e resistere. Gli operai metalmeccanici in Italia sono quasi due milioni e di questi 363 mila sono iscritti alla Fiom, primo sindacato di categoria. Sarà mica la dignità il problema?
 
Tratto da http://www.fiomsevel.it/index.php/comunicati/comunicati-sevel/52-una-giornata-da-operaio-fiat-895-euro-lora-sveglia-alle-430-la-stessa-mansione-per-otto-ore.html

martedì 21 dicembre 2010

Il Paese Italia che cosa vuole fare da grande? Contro il cinismo del dirigismo opponiamo la progettualità e i sogni!


Finalmente tutti gli elementi del puzzle cominciano a prendere forma e sostanza.
Non si riusciva a capire perché il mondo partitico che si opponeva al governo Tremonti-Berlusconi ad un semplice gesto istituzionale ha acconsentito per un mese a sospendere la battaglia parlamentare per sfiduciare il governo che in quel momento era cotto e bollito.
Si è parlato della necessità di approvare la legge di Stabilità Finanziaria perché altrimenti sarebbe stato il diluvio, ma abbiamo assistito al fermo della Camera dei Deputati per oltre venti giorni, i nostri deputati non hanno lavorato e quindi la motivazione di trincerarsi dietro la necessità della legge di Stabilità è stato uno stratagemma per dar modo al governo di Tremonti-Berlusconi di prendere fiato e di riorganizzarsi, dando al Paese l’ennesimo esempio di immoralità partitica con il mercimonio di deputati e senatori.
Alcuni, addirittura qualche ora prima della votazione, hanno cambiato opinione.
L’operazione è perfettamente riuscita hanno tenuto in piedi il governo Tremonti-Berlusconi per un soffio, tutto è stato calcolato, in maniera da lasciargli il cerino in mano ma con pochissimi margini di manovra sempre sotto scacco dell’opposizione parlamentare che va dall’Italia dei Valori a Futuro e Libertà.

Consideriamo che cosa ha lasciato sul campo questa operazione di consorterie.
- L’aspettativa creata in milioni di persone, che stanno subendo da anni la illegalità e il sopruso del potere partitico sulle proprie vite, è stata di colpa frustata, aumentando il distacco tra il Mondo dei Partiti e il Mondo dei bisogni reali (Lavoro e Reddito).
- E’ stato dato il mandato alla Fiat del non Contratto Nazionale di Sergio Marchionni di andare avanti per la sua strada cercando di schiacciare il Mondo del Lavoro nel Mondo del Precariato e della Disoccupazione, di isolare l’unica organizzazione sindacale che si oppone in maniera chiara e inequivocabile, la Fiom di Maurizio Landini del 16 ottobre a Roma (che è stata ed è qualcosa di più grande della Fiom di Maurizio Landini), con l’avvallo del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maurizio Sacconi e i vertici di alcune organizzazioni sindacali che cercano di accelerare ed imporre la resa il più velocemente possibile, prima delle feste di Natale.
- E’ stato data l’opportunità al Partito Democratico di Gianluigi Bersani, di Enrico Letta, di Massimo D’Alema e di Dario Franceschini, il primo su Repubblica, il secondo sul Corriere della Sera, il terzo su Rai tre e il quarto su Internet di attaccare le primarie e cercare di eliminare il sogno, i sogni, la progettualità e le proposte politiche che vivono, ribollono a sinistra del Partito Democratico.
- Domanil 22 dicembre, farà passare l’attacco alla scuola e università pubblica, creando l’istruzione solo per i figli dei ricchi.

Oggi più di ieri bisogna Creare Rete, affinché le idee di ogni persona possa essere espressa, ascoltata e immessa in un circuito di pensiero in cui nulla viene trascurato e tutto viene preso in considerazione, valutato, pesato, portato all’essenziale e fatto amalgamare alle mille e mille idee che si producono e che vivono nelle nostre teste.
Oggi, almeno per il momento, chi rappresenta il bisogno urgente di uscire fuori da questa melma è il Movimento che fa capo a Nichi Vendola.
Nichi Vendola non teme la partecipazione dei cittadini, non ha paura dei pensieri e le opinioni di milioni di persone, vuole rappresentare le idee e ancora di più vuole attuarle e questo scuote dalle fondamenta il Mondo ingessato dei Partiti italiani che temono per le loro poltrone.

Un programma basato su un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.
martelun

lunedì 20 dicembre 2010

questa crisi è dovuta ad un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e l'impossibilità di avere reddito da spendere


Professore di Economia all'Istituto di Studi politici di Parigi dove insegna dal 1982 e del cui Comitato scientifico è presidente, Jean-Paul Fitoussi dirige l'Osservatorio francese per la congiuntura economica. Cominciata la carriera accademica nell'Università di Strasburgo, ha insegnato nell'Istituto Europeo di Firenze, nell'Università di Los Angeles, nella Scuola Normale Superiore di Parigi. Divenuto membro del consiglio economico del primo ministro francese e membro della Commissione economica della nazione francese, ha collaborato come esperto economico nel Parlamento europeo, ha presieduto il Consiglio economico della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Autore di numerose pubblicazioni, è articolista economico dei maggiori giornali francesi e stranieri. È specializzato nelle teorie sull'inflazione, la disoccupazione, il commercio con l'estero, il ruolo della politica macroeconomica. Le sue valutazioni, spesso critiche nei riguardi delle politiche economiche seguite da alcuni Stati, compresa la Banca Centrale Europea, prima o poi si dimostrano lungimiranti e gli procurano il riconoscimento di economisti e politici e, soprattutto, sono confermate dai successivi avvenimenti che inevitabilmente finiscono per registrarsi nel mondo dell'economia.
Domanda. A che punto sono, nel superamento della crisi, le economie dei cinque principali Paesi d'Europa, Germania, Francia, Inghilterra, Spagna e Italia?
Risposta. Direi che sono in un momento di grande incertezza perché, se pure si è registrata una ripresa tecnica dovuta, dopo l'aggiustamento verso il basso della produzione dovuta alla crisi, alla ricostituzione delle scorte da parte delle aziende, in questo momento e più esattamente dal secondo trimestre 2010, sembra che la crescita sia diventata più evanescente, più morbida. Bisogna notare che siamo in un momento in cui sono ancora attivi piani governativi per il rilancio dell'economia. Per cui, se pensiamo che tutta l'Europa e in particolar modo i cinque Paesi citati hanno deciso di praticare l'austerità, notiamo che nel 2011, ormai alle porte, esiste una grande incertezza nell'individuazione dei possibili motori della ripresa. Infatti i consumi sono notevolmente bassi e gli investimenti sono deboli. In tale situazione è logico chiedersi da dove può venire la crescita.
D. Che cosa ha fatto l'Unione Europea per contrastare la crisi?
R. In un primo momento l'Europa ha praticato una politica espansionista come le altre regioni del mondo. Questo momento è dietro di noi. Adesso l'Europa aspetta la crescita dall'aumento delle esportazioni, ed è questa la ragione per cui ha deciso di attuare un piano generale di austerità. Ma il problema è che le altre regioni del mondo reagiscono a una strategia di questo tipo, e l'hanno dimostrato con l'indebolimento delle loro monete. Supponiamo che le esportazioni possano costituire un fattore di crescita; questo sarebbe possibile solamente se gli altri Paesi accettano passivamente tale strategia. Ma non è il caso e l'apprezzamento dell'euro ne è una testimonianza. Di fatto è la strategia europea che è all'origine della guerra delle monete. Tra i cinque Paesi citati ve ne è solo uno che può affrontare la guerra della moneta, l'Inghilterra, che non partecipa all'euro. Non possono farla né la Francia, né l'Italia e la Spagna, ma neppure la Germania, perché fanno parte della cosiddetta euro-zona. Il solo modo per i Paesi di Eurolandia di evitare tale guerra è di avere politiche espansioniste.
D. Quale di questi cinque Governi dell'Unione si è mosso più rapidamente ed efficacemente?
R. Nel secondo trimestre del 2010 la Germania ha registrato una crescita molto robusta, dovuta sia alla ripresa mondiale in atto, sia alla sua capacità di esportazione. Ma, se si ricorre un po' all'aritmetica, si comprende il problema attuale: se aumentano le esportazioni di un Paese, non possono aumentare anche quelle degli altri. Per cui siamo in un periodo di incertezza sia per questo fattore, sia anche e soprattutto perché è sta cambiando l'atteggiamento davanti alla crisi. Nel primo periodo, infatti, dinanzi alla crisi sono state attuate politiche basate sulla cooperazione; tutti i Paesi hanno fatto fronte comune sia nella politica budgetaria sia in quella monetaria; ma la seconda fase, attualmente in atto, è molto diversa, perché ogni Paese cerca di uscire dalla crisi aumentando la propria competitività, e questo riduce la cooperazione e induce ogni Paese a pensare e ad agire da sé. Il risultato è che, dinanzi a uno shock comune, si abbandonano le strategie comuni. Questo è il vero problema della situazione attuale.
D. Che cosa occorre fare, allora?
R. O lasciamo che nell'Europa dell'euro-zona la quotazione dell'euro continui ad aumentare, ed allora non si può sapere da dove possa venire la crescita; o diciamo finalmente che non è più tempo di applicare una politica di austerità generalizzata. Ma quest'ultima non è la strada che stiamo seguendo, perché ormai l'austerità è stata decisa anche a livello parlamentare e dunque essa continuerà. In questa situazione può cavarsela un grande Paese europeo come la Germania, perché ha il vantaggio delle esportazioni che non dipendono soltanto dai prezzi. Ma questo avviene a spese degli altri Paesi.
D. La ripresa in atto in Germania non può avere l'effetto di trascinare le economie degli altri Paesi?
R. Se tale ripresa, dipendente dalle esportazioni, viene seguita da un aumento della domanda interna, potrà innescarsi un «effetto locomotiva» negli altri Paesi. L'aumento della domanda interna comporta, infatti, un aumento delle importazioni, ma non possiamo prevedere se questo avverrà e quando avverrà. Sappiamo solo che, se la crescita in Germania è sostanziosa, a un certo punto si assisterà a un aumento della domanda interna, dei consumi e delle importazioni. Ma il primo effetto di una ripresa tedesca basata sul surplus delle partite correnti è negativo per l'economia degli altri Paesi, perché comporta un aumento del disavanzo delle loro partite correnti e questo contribuisce negativamente alla loro crescita.
D. Quanto può influire sulla ripresa l'aumento della domanda interna?
R. Siamo in una situazione in cui la crescita dovrebbe dipendere proprio da essa; se facciamo qualcosa affinché si riprenda, si riavvierà anche il commercio internazionale, perché la domanda interna fa crescere le importazioni e quindi anche le esportazioni. Ma la crisi non è oggi affrontata da questo versante, bensì da quello opposto. Al momento sappiamo anche che gli Stati Uniti non possono più essere i consumatori di ultima istanza di un tempo, perché anche loro hanno bisogno di ridurre il disavanzo delle loro partite correnti.
D. Che ruolo hanno in questo processo i Paesi emergenti?
R. Teoricamente si potrebbe contare su un considerevole aumento delle esportazioni verso i Paesi emergenti, nei quali si prevede un progressivo aumento dei consumi e quindi della domanda. Ma la realtà è diversa, perché anche questi Paesi hanno la necessità di esportare. Siamo dunque in una situazione di impossibilità aritmetica. Il problema consiste nel fatto che in Europa vengono adottate politiche economiche basate su teorie, non sulla pratica.
D. In che senso, precisamente?
R. In Europa si bada al disavanzo finanziario e al debito pubblico e non alla disoccupazione. Si sa bene che in un contesto di austerità generalizzata la prima spesa che si taglia è quella per gli investimenti pubblici, ossia per quei settori e per quelle attività che potrebbero e dovrebbero aumentare la produttività del Paese e preparare il futuro. Se non si fanno questi investimenti, si fatica a trovare un sistema capace di accrescere la produttività più dinamico dell'attuale.
D. Non possono supplire gli investimenti privati?
R. Il privato non investe, ed è normale che non lo faccia; se non c'è domanda, perché investire? Per accumulare stock di merci invendute? Siamo di fronte alla necessità di coordinare le politiche nazionali, un'operazione che non si compie a livello mondiale ma che era auspicabile si compisse almeno a livello europeo. Ma in Europa si è deciso esattamente il contrario, ognuno fa pulizia nella propria casa senza considerare i guasti che questo tipo di politica può avere sugli altri Paesi.
D. C'è pericolo di un riaccendersi dell'inflazione?
R. Il pericolo non è l'inflazione, che al momento è ferma; è la deflazione. Anche le banche centrali finalmente l'hanno capito. La FED, per esempio, ha detto: «Sarebbe bello se potessimo promettere un'inflazione futura, ma non è possibile in un tempo di incertezza così forte; i giapponesi hanno provato ad attuare una politica espansiva, ma senza risultato. Non sono riusciti a sottrarsi alla deflazione; da più di dieci anni sono ancora nella stessa situazione perché, se si cade nella deflazione, è difficile uscirne».
D. Come si è giunti a tanto?
R. Questo pericolo esiste perché i responsabili non svolgono il loro compito, non adottano le necessarie politiche economiche. Il problema oggi è sapere se la politica monetaria europea deve essere ancora più vicina a quella americana, il che eviterebbe un ulteriore apprezzamento dell'euro. Devo riconoscere che la Banca Centrale Europea ha avuto il coraggio di attuare una politica non convenzionale, acquistando titoli pubblici. C'è sempre una possibilità di uscire da questa crisi che ci fa paura: basta che le banche centrali comprino titoli pubblici per evitare l'aumento dei tassi di interesse. Questa è una possibilità reale, perché mai i tassi di interesse sui titoli pubblici sono stati così bassi come in questo momento, mentre noi ci comportiamo come se fossero molto alti.
D. Perché l'Europa non incoraggia la domanda di beni e prodotti?
R. L'Europa non ha avuto una politica budgetaria molto espansionista per il timore di un aumento del debito pubblico medio dell'euro-zona. Il disavanzo pubblico è dovuto specialmente agli stabilizzatori automatici, al calo delle entrate fiscali dovuto alla crisi e al calo del prodotto interno; oggi il reddito medio europeo pro capite è di 4 punti più basso rispetto a quello del primo trimestre del 2008. Nell'Unione Europea il problema è costituzionale nel senso che le decisioni riguardanti la politica budgetaria devono essere prese all'unanimità per cui è sufficiente un solo Paese per bloccare le politiche comunitarie. Il più grande Paese d'Europa, la Germania, ha deciso che ormai la politica budgetaria deve essere restrittiva, pertanto gli altri Paesi non hanno altra scelta che seguire il patto di stabilità, che oggi si tende a rinforzare aumentando le sanzioni. Facciamo le cose a rovescio per cui, anche se i Paesi europei volessero attuare un'altra politica, non ne hanno la possibilità perché sono ormai legati da trattati che possono essere modificati solo all'unanimità.
D. Quindi ci sarà deflazione?
R. La deflazione non è una certezza ma un pericolo, perché comporta un aumento generalizzato della disoccupazione con conseguenze negative sulla vita democratica. Abbiamo già visto che nei Paesi del nord Europa cresce il potere dei partiti estremisti. Ripercussioni si avranno in campo economico e politico. Un esempio un po' caricaturale è costituito da un provvedimento in discussione in Gran Bretagna nel quale si è proposto di far lavorare senza retribuzione i disoccupati, un sistema poco democratico che può avere effetti perversi sull'occupazione in generale, perché, in presenza di lavoratori non pagati, anche gli altri finiscono per perdere l'occupazione.
D. È stata utile la crisi?
R. Assistiamo a ritardi incomprensibili. Credevo che la crisi fosse l'occasione per far capire a tutti che il mercato libero è un fantasma, che non funziona come alcuni sostengono. Invece oggi si fa esattamente il contrario, si attua l'austerità perché si ha paura dei mercati e delle agenzie di notazione. Come avviene in Gran Bretagna, si attuano politiche restrittive per aumentare la flessibilità nel mercato del lavoro, dare a questo ancora più potere. Il mercato si è rivelato una macchina piena di disfunzioni.
D. L'economia sommersa salva quella ufficiale?
R. Non si fanno miracoli, l'economia sommersa funziona quando c'è domanda, mentre in questo momento i redditi diminuiscono, la gente ha difficoltà ad alimentarla. In Italia la cassa integrazione guadagni costituisce un ammortizzatore sociale utile in questo periodo, ma se non c'è ripresa, non è sostenibile, vale solo per un breve periodo. Dall'inizio della crisi il Governo italiano ha attuato una politica budgetaria molto cauta, non espansiva, perché il debito pubblico è tra i più alti dei grandi Paesi. Il problema del debito pubblico è esagerato perché gli italiani possiedono un ricco patrimonio. Il patrimonio medio di un italiano supera di oltre nove volte il suo reddito; se si considera la ricchezza globale, si può dire che l'Italia è più ricca della Germania, e che il debito pubblico non costituisce un problema finanziario particolare. Spero che dopo questa crisi dovranno cambiare il modo di governare e le regole del mondo finanziario, ma non sono sicuro che avverrà.
tratto da http://www.specchioeconomico.com/

domenica 19 dicembre 2010

ancora: "lettera degli economisti"


È l'ora di politiche poco ortodosse
di Paul KrugmanCronologia articolo18 dicembre 2010
Molti sono convinti, erroneamente, che le politiche di spesa keynesiane abbiano fatto cilecca e non siano riuscite a risollevare la malconcia economia americana. Non è vero: la verità è che non c'è stata nessuna politica keynesiana. La lezione più evidente di questo tormentato periodo è che la flessibilità del tasso di cambio è importante quando bisogna fare i conti con problemi macroeconomici. La speranza è che tutti abbiano recepito questa lezione. Ho già scritto dei vantaggi che ha portato questa flessibilità a Gran Bretagna, Svezia, Argentina. Polonia e Islanda recentemente hanno ricavato benefici dal deprezzamento della loro moneta.
dal fatto di non aver (ancora) adottato l'euro: lo zloty dallo scorso anno ha perso il 18% sull'euro, i prezzi dei prodotti polacchi rimangono competitivi sui mercati mondiali e il paese non è stato coinvolto dalla crisi.

L'Islanda, per la prima volta dal collasso del suo sistema finanziario, nel 2008, ha ricominciato a crescere, con un aumento del Pil nel terzo trimestre dell'1,2%. Fra le nazioni periferiche dell'area euro che prima della recessione si erano indebitate e avevano speso in eccesso (Irlanda, Islanda, Lettonia, Estonia), l'Islanda era il caso più eclatante, con una massa di debito grottesca. Ma il governo di Reykjavík ha lasciato che le banche fallissero e la corona si deprezzasse, e grazie alla magia del default e della svalutazione se la cava molto meglio degli altri.

Uno degli aspetti più incredibili della crisi è che ne sono usciti meglio i fautori della valuta forte e dell'austerità, nonostante nella pratica gli approcci eterodossi abbiano dato risultati molto migliori. Purtroppo la lezione non è stata recepita negli Stati Uniti. I repubblicani vogliono che la Fed si impegni per mantenere la forza del dollaro, disinteressandosi della disoccupazione. I parlamentari repubblicani Paul Ryan e Mike Pence hanno chiesto la fine del doppio mandato della Fed (promuovere occupazione e stabilità dei prezzi).

Pence ha detto anche che la politica di espansione quantitativa della Fed (che prevede l'acquisto entro giugno di buoni del Tesoro per un valore di 600 miliardi di dollari) è un esempio di come la banca centrale americana abbia superato i limiti del suo mandato. «È ora che la Fed si concentri unicamente sulla stabilità dei prezzi e del dollaro - ha dichiarato al Wall Street Journal - La seconda tornata di espansione quantitativa è quello che succede quando la Fed si immischia troppo nelle faccende macroeconomiche». I repubblicani sembra abbiano chiesto anche che i medici valutino la possibilità di reintrodurre il metodo di curare le malattie salassando il paziente.
Tratto da http://www.ilsole24ore.org/art/commenti-e-idee/2010-12-17/politiche-poco-ortodosse-212115.shtml?uuid=AYTviesC

venerdì 17 dicembre 2010

sul solco delle idee della "lettera degli economisti".


GLI STATI INVESTANO PER FERMARE LA CRISI
Da "LA REPUBBLICA - INSERTO AFFARI&FINANZA" di lunedì 13 dicembre 2010
di JOSEPH STIGLITZ Nel periodo immediatamente successivo alla Grande Recessione, i Paesi si sono ritrovati con deficit senza precedenti in tempi di pace e sempre più forti ansie per il loro indebitamento pubblico in costante aumento. In molti Paesi tutto ciò ha portato a varare nuove misure di austerity, provvedimenti che quasi di sicuro comporteranno una maggiore debolezza per le economie nazionali e globali.
Questi provvedimenti porteranno anche ad un cospicuo rallentamento del ritmo della ripresa. Coloro che così facendo auspicano significative riduzioni del deficit rimarranno amaramente delusi, dal momento che la recessione economica ridurrà considerevolmente il gettito fiscale e aumenterà le richieste di sussidi di disoccupazione e altri benefit sociali.
Il tentativo di frenare la crescita del debito servirà a concentrarsi meglio: obbligherà infatti i Paesi a focalizzarsi sulle priorità e a dare giusto valore alle cose. E poco plausibile che gli Stati Uniti nel breve periodo varino consistenti tagli al budget, seguendo l`esempio del Regno Unito. Ma la previsione a lungo termine - resa particolarmente disastrosa dall`incapacità della riforma dell`assistenza sanitaria di incidere più di tanto nelle spese mediche in costante aumento - è sufficientemente spenta da far sì che sia giunta l`ora di fare qualcosa in modo bipartisan. Il presidente Barack Obama ha nominato una commissione bipartisan incaricata di lavorare sulla riduzione del deficit, i cui presidenti di recente hanno anticipato alcuni dati, fornendo qualche indizio su come potrebbe risultare il loro rapporto conclusivo.
Da un punto di vista esclusivamente tecnico, ridurre il deficit è una faccenda assai semplice: si tratta infatti di tagliare le spese oppure di aumentare i1 prelievo fiscale. E evidente, tuttavia, che l`agenda della riduzione del deficit, quanto meno negli Stati Uniti, si spinge ben oltre: è un tentativo di indebolire le coperture sociali, ridurre la gradualità del sistema fiscale, ridimensionare il ruolo e l`azione del governo, lasciando al contempo intatti e colpiti meno possibile gli interessi ormai consolidati, come quelli del comparto industriale militare.
Negli Stati Uniti come pure in qualche altro Paese industriale avanzato - qualsiasi programma di riduzione del deficit deve essere contestualizzato in rapporto a ciò che è accaduto nel corso dell`ultimo decennio:
1) Un consistente aumento delle spese per la Difesa, alimentate da due guerre inutili, ma che sono andate ben oltre le aspettative;
2) Disparità in forte crescita: l`uno per cento della popolazione guadagna più del 20 per cento del reddito complessivo del Paese. A ciò si accompagna un consistente indebolimento della classe media: il reddito della famiglia media negli Stati Uniti è sceso nell`ultimo decennio di oltre il cinque per cento, nell’ultimo decennio, ed era già in calo prima che subentrasse la recessione;
3) Scarsi investimenti nel settore pubblico, compreso nelle infrastrutture, messi platealmente in luce dal cedimento degli argini di New Orleans;
4) Un aumento del corporate welfare, dai salvataggi in extremis delle banche ,ai sussidi per l`etanolo, alla proroga dei sussidi agli agricoltori, addirittura dopo che proprio tali sussidi sono stati definiti illegali dall`Organizzazione Mondiale del Commercio.
In conseguenza di tutto ciò, è facile formulare un pacchetto di riduzione del deficit che migliori l`efficienza, rafforzi la crescita e riduca le disparità.
Si rendono necessari cinque elementi basilari.
Primo: la spesa per investimenti pubblici molto redditizi dovrebbe essere aumentata. Anche se ciò sul breve periodo inevitabilmente aumenta il deficit, a lungo termine porterà a una riduzione dell`indebitamento della nazione. Quale azienda non sarebbe disposta a lanciarsi e a investire in opportunità in grado di garantire utili superiori al dieci percento, se solo potesse prendere in prestito capitali - come può fare il governo degli Stati Uniti con un tasso di interesse inferiore altre per cento? Secondo: è indispensabile tagliare le spese militari, non solo i finanziamenti per le guerre inutili, ma anche i finanziamenti per armi che non funzionano contro nemici che non esistono. Noi abbiamo continuato a investire in questa direzione come se la Guerra Fredda non fosse mai giunta a termine, spendendo per la Difesa quanto spende il resto del mondo considerato nel suo complesso.
Da ciò si arriva al terzo punto, la necessità di eliminare il corporate welfare. Se da un lato l`America ha rimosso ogni rete dì protezione per la popolazione, dall`altro ha rafforzato quella per le aziende come hanno platealmente attestato durante la Grande Recessione i salvataggi in extremis di AIG, Goldman Sachs e di altre banche. Al programma di assistenza alle imprese va circa la metà delle entrate complessive in alcune aree del comparto agricolo degli Stati Uniti. Per esempio pochi ricchi coltivatori ricevono miliardi di dollari di sussidi per il cotone, nel momento stesso in cui si registrano prezzi in calo e povertà in aumento tra i concorrenti del mondo in via di sviluppo.
Una forma del tutto particolare di sovvenzione offerta alle aziende è quella concessa alle società farmaceutiche. Anche se il governo è l`acquirente principale dei loro prodotti, non gli è consentito trattare sul prezzo, e di conseguenza così si alimenta un aumento degli utili del settore - e di spese per il governo - quantificabili in mille miliardi di dollari nell`arco di dieci anni.
Altro esempio di questo fenomeno è la straordinaria abbondanza di benefit particolari concessi al settore energetico, specialmente petrolifero e del gas, circostanza che a uno stesso tempo priva il Tesoro, dirotta l`allocazione delle risorse e distrugge l`ambiente. Seguono da vicino quelle che paiono offerte smisurate delle risorse nazionali, dalla banda di frequenza gratuita concessa alle emittenti, alle basse royalty date dalle società minerarie, ai sussidi per le aziende del legname.
Si rende pertanto necessario creare un sistema fiscale più equo e più efficiente, eliminando ogni trattamento speciale dei capital gain e dei dividendi. Perché mai coloro che lavorano per mantenersi dovrebbero essere soggetti a un prelievo fiscale maggiore di coloro che rovinano la loro vita speculando sulla loro pelle, e spesso a spese altrui? Infine, giacché oltre il 20 per cento del reddito complessivo va finire nelle tasche del più fortunato 1 per cento della popolazione, un leggero aumento (nei loro confronti) - diciamo del cinque per cento - del prelievo fiscale effettivamente riscosso porterebbe nel giro di un decennio a incassare oltre mille miliardi di dollari. Un pacchetto di misure miranti alla riduzione del deficit strutturato secondo queste linee orientative risponderebbe più che mai alle richieste più esigenti dei falchi del deficit. Incrementerebbe l`efficienza, promuoverebbe la crescita, migliorerebbe l`ambiente e offrirebbe vantaggi ai lavoratori e alla classe media.
L`unico vero problema è che non arrecherebbe vantaggi a coloro che sono al vertice della piramide sociale, né alle imprese, né ad altri interessi speciali che sono ormai arrivati a dominare la politica americana. La sua logica così convincente è per l`appunto il motivo stesso per il quale ci sono davvero scarse possibilità che una proposta così ragionevole possa essere adottata.
Traduzione di Anna Bissanti

Il Mondo del Lavoro è sempre in movimento.


Fiat: ‘Lavoro e libertà’, sabato manifestazione Fiom a Mirafiori Si terrà sabato, 18 dicembre, alle 9.30, alla Porta 5 di Mirafiori, la manifestazione 'Lavoro e Libertà', promossa dalla Fiom di Torino. “Vogliamo un lavoro libero - hanno affermato il responsabile auto della Fiom, Giorgio Airaudo, ed il segretario generale della Fiom di Torino, Federico Bellono, nel corso della presentazione dell’iniziativa - un lavoro che non limiti la libertà delle persone”. Alla mobilitazione di sabato hanno aderito anche la Cgil torinese e quella del Piemonte. “La Fiom - si legge nella nota sindacale - invita tutti i cittadini a partecipare. Manifesteremo perché la trattativa riprenda, perché noi siamo disposti a lavorare, ad andare oltre i 15 turni e siamo disponibili sulla flessibilità”. “Bisogna evitare che, - ha spiegato Bellono - dopo dieci giorni di empasse, peraltro con i lavoratori in azienda, si concluda un accordo a fabbrica chiusa. Su questa condizione - ha proseguito - abbiamo registrato una forte richiesta da parte dei lavoratori durante le assemblee della scorsa settimana”. Questi ultimi, infatti, “vogliono essere coinvolti in corso d'opera e non solo a posteriori per essere chiamati semplicemente a dire sì o no”. Lo stesso Bellono ha anche reso noto il numero delle firme raccolte alle Carrozzerie di Mirafiori per chiedere l'investimento previsto, ma senza replicare il modello Pomigliano, ossia “2.700 su circa 5.500 dipendenti complessivi”. I due sindacalisti hanno poi commentato l’indiscrezione su un'iniziativa pro Marchionne, a favore del contratto su Mirafiori, che si dovrebbe svolgere sempre sabato al Lingotto. “Se ci sarà una manifestazione organizzata dai capi Fiat - hanno dichiarato Airaudo e Bellono - pensiamo sia legittima, ma pensiamo anche sia necessaria un'alternativa e per questo noi saremo alle 9.30 di sabato alla Porta 5 di Mirafiori”. Secondo Airaudo, inoltre, il tutto sarebbe “la ripetizione in farsa di quella del 1980, la 'marcia dei quarantamila’, che in realtà - ha concluso - è stata una tragedia, perché ha significato la sconfitta degli operai”.
Mauro Sedda
Tratto da http://www.newnotizie.it/2010/12/16/fiat-%E2%80%98lavoro-e-liberta%E2%80%99-sabato-manifestazione-fiom-a-mirafiori/

martedì 14 dicembre 2010

La violenza è utilizzata dal potere contro le classi subalterne!






Che poi la violenza proviene da manifestanti o da forze di polizie non ha importanza perché sono identiche figlie dell' intolleranza, dell’annichilimento e nemiche del potere delle idee e delle sue affermazioni!
La violenza è costruita per impedire la nascita, la crescita del Potere Alternativo, questo si che viene temuto dal potere politico, economico e finanziario degli Interessi Consolidati.
I poveri si fanno la guerra tra loro, manifestanti e forze dell’ordine, mentre in Parlamento si attua plasticamente l’effetto del mercato degli acquisti e delle vendite di uomini, e i contenuti propositivi e i valori sono relegati in soffitta.

La fiat di Sergio Marchionni ha deciso di abolire il Contratto Nazionale in quanto questo è lo strumento per la salvaguardia delle condizioni di lavoro e dei salari degli operai.

I 1.300 euro al mese sono troppi per vivere, la fiat di Sergio Marchionni ha deciso che li deve diminuire forse a 1.200, forse a 1000, forse a 900 euro al mese, forse a 350- 400 euro al mese come a Krugujevac in Serbia nel futuro stabilimento fiat.

La fiat di Sergio Marchionni ha deciso che l’operaio deve lavorare 10 ore al giorno per quattro giorni, ma se serve per cinque giorni, sei giorni, sette giorni, sempre dieci ore al giorno, se serve.

Ma se serve l’operaio deve andare in cassa integrazione, che è pagata dalla comunità cioè dalle classi subalterne, (le rendite finanziarie, dei ricchi sono tassate al 12,50%), con un salario ancora più basso in quanto non ha lavorato.

La fiat di Sergio Marchionni ha deciso che l’operaio non si deve ammalare e se si ammala non deve essere pagato

La fiat di Sergio Marchionni ha deciso che l’operaio non deve scioperare, perché se sciopera sarà licenziato.

Il Mondo del Lavoro, del Precariato e della Disoccupazione è il vero problema dell’Europa e dell’Italia e servono proposte forti per affrontarlo e cercare di risolverlo.

“Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone“.

Oggi in Italia serve un governo profondamente diverso da quello di Tremonti-Berlusconi che faccia sua le proposte illustrate e le porti all’attenzione della Comunità Europea.

In Italia ci sono personalità forti e competenti per attuare programmi basati sul rilancio della scuola e università pubblica, sulla ricerca, sulle innovazioni, sulle nuove tecnologie, sulle strutture materiali e immateriali, sulla lotta agli sprechi e sulla diversa allocazione delle risorse pubbliche, è un’opportunità e non possiamo lasciarcela sfuggire.

Oggi serve un governo che duri fino alla fine della legislatura e che goda della più ampia maggioranza parlamentare possibile con l’appoggio esterno del Pd.

martelun

domenica 12 dicembre 2010

Chi ha ucciso l’euro?

Matías Vernengo* - 10 Dicembre 2010

Prima della Grande Recessione era diffusa l’opinione che il ruolo di riserva internazionale del dollaro fosse a rischio, e che una crisi avrebbe potuto generare una fuga dal dollaro. Invece, inaspettatamente, la vittima della crisi è stato l’euro. Se per caso era rimasto qualche dubbio circa la morte dell’euro dopo la crisi greca, questo è stato eliminato dalla successiva crisi irlandese.

Chi l’ha ucciso? Non c’è bisogno della polizia scientifica per cercare le prove, il colpevole ha lasciato tracce ovunque… no, non è stato il maggiordomo, ma la Banca Centrale Europea.

Negli Stati Uniti la crisi ha fatto sì che la Federal Reserve si impegnasse a mantenere bassi i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico a lungo termine, utilizzando la controversa politica di espansione della quantità di moneta. Continuando a comprare grandi quantità di titoli pubblici, la Fed non solo mantiene bassi i tassi di interesse, ma fornisce la garanzia che questi titoli sono assolutamente sicuri. Questo a sua volta consente al Tesoro americano di mantenere elevati disavanzi pubblici senza problemi di sostenibilità.

Questo è l’esatto opposto di quanto sta facendo la BCE con i paesi della ‘periferia’ europea. I paesi che fanno parte di un’unione monetaria perdono il controllo della politica monetaria e non possono svalutare il tasso di cambio. Ma la moneta unica significa anche la perdita della possibilità per un singolo paese di decidere circa i propri disavanzi pubblici, perché le fonti di finanziamento o vengono meno o sono sottoposte ad un controllo sovranazionale. Certo, se la BCE decidesse di comprare titoli di stato greci o irlandesi (e anche portoghesi e spagnoli), in modo da mantenere i loro tassi di interesse allo stesso livello di quelli tedeschi, potrebbe farlo. Purtroppo tuttavia la BCE ha deciso di dimostrare che i titoli pubblici denominati in euro sono tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri. E se la BCE dichiara che alcuni dei titoli denominati in euro non valgono nulla – chi altro può metterlo in dubbio?

Come nel caso della Grecia, l’Irlanda sta accettando un salvataggio condotto dalla Unione Europea, Fondo monetario e BCE, che richiede politiche di aggiustamento fiscale estremamente severe, che accrescono la disoccupazione, e che sono alla fine destinate a fallire. Dovrebbe semplicemente abbandonare l’euro, anche se in realtà è molto probabile che continui invece a rimanere nell’unione monetaria per diversi anni (come fece l’Argentina col il cambio fisso).

E dunque, la BCE è il colpevole, anche se c’è stato un complice: gli economisti, che hanno per tutto il tempo dato una mano ad uccidere l’euro. La crisi europea è un ulteriore esempio di come gli economisti mainstream cercano di far finta che nessuno potesse prevedere la crisi, perché il fenomeno era troppo complesso per essere previsto.

Per esempio recentemente Brad De Long ha espresso preoccupazione sulle politiche economiche della BCE ed ammesso di essersi sbagliato nel ritenere che nessun governo avrebbe consentito alla disoccupazione di rimanere al 10% per un periodo lungo. Eppure nel 1998, lo stesso Brad de Long affermava in un libro pubblicato da NBER che: “gli economisti…ritengono che la spesa pubblica in disavanzo non ha effetti espansivi”. Se fosse così non avrebbe ragione di preoccuparsi per le politiche attuali! Questo mostra quanto poco questi economisti credessero veramente alla loro stessa tesi che fosse la riduzione della spesa pubblica ad avere effetti espansivi sull’economia!

I problemi delle analisi mainstream sono ancora più profondi e sono strettamente legati a quella che Paul Krugman chiama la “sintesi di Samuelson”, cioè l’idea che il keynesismo fosse basato sui fallimenti del mercato (cioè su rigidità dei salari o del tasso di interesse). Ma non è così. Nel capitolo 19 della Teoria Generale Keynes mostra che la flessibilità dei salari ha effetti negativi e quindi, sì, la soluzione è la politica fiscale espansiva.

In realtà, come ha notato solo Dean Baker (che ha avuto sempre ragione e che spesso, forse proprio per questo, viene dimenticato) l’Irlanda, sino a prima della crisi, aveva fortissimi avanzi (sì, proprio così!) nei propri conti pubblici – di fatto l’Irlanda era additata come l’esempio di una politica fiscale restrittiva che genera espansione.

Sarebbe stato meglio per gli irlandesi se avessero prestato ascolto al grande economista irlandese Wynne Godley che nel 1992 avvertiva: “la incredibile lacuna nel programma europeo è che non c’è nessun progetto di qualcosa di analogo, in termini comunitari, di un governo centrale… Se un paese o regione non ha alcun potere di svalutare, e se non può beneficiare di un sistema di trasferimenti fiscali che tendano ad eguagliare le condizioni, allora non c’è nulla che possa impedirgli di soffrire di un processo di declino cumulativo e definitivo che alla fine farà sì che l’emigrazione sia l’unica alternativa alla povertà e all’inedia.” Nel 2001 Arestis e Sawyer hanno posto la questione se l’euro avrebbe causato una crisi in Europa, e hanno risposto di sì. Ma in economia avere ragione non conta – ciò che paga è dire ciò che i mercati vogliono sentire.

*University of Utah, USA. Traduzione a cura della redazione di economicaepolitica.it.

tratto da http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/chi-ha-ucciso-leuro/

“Le sentenze alla fine non bastano la «razza predona» non paga mai”



di Rinaldo Gianola



Il premio Nobel Stiglitz ha scritto: «L’economia degli anni Novanta è stato un cocktail adulterato: tre quarti di menzogne e un quarto di avidità». Ecco la miscela Parmalat . In parlamento si comprano deputati, Alemanno assume ex camerati e amici. Tanzi condannato non passerà neanche un giorno in carcere. Tutto si tiene in un paese dove la legalità è un optional. Calisto Tanzi non sconterà nemmeno un giorno in carcere, anche se la giustizia lo ha già condannato due volte a Milano a dieci anni e ieri il Tribunale di Parma gli ha inflitto, in primo grado, una pena di diciotto anni. L’ex proprietario e presidente della Parmalat ha superato i settant’anni e anche se i giudici lo hanno ritenuto il responsabile del più grande crac finanziario dello storia della Repubblica Italiana potrà stare tranquillo a casa sua, o al massimo svolgerà qualche servizio sociale come alternativa alla detenzione.
Ma non andrà in galera perchè potrà usufruire della legge voluta da Silvio Berlusconi per evitare il carcere al suo avvocato del cuore, già parlamentare di Forza Italia e ministro della Difesa, Cesare Previti. La sentenza di Parma arriva nello stesso giorno in cui in parlamento è in corso un mercato vergognoso di voti per salvare il governo, mentre Alemanno assume vecchi fascisti
nelle municipalizzate di Roma e tutto pare tenersi in questa Italia malmessa e proterva.
Nessuno può permettersi di invocare la galera per gli altri,ma i due filoni processuali del crac Parmalat, a Milano e a Parma, le prime conclusioni, le condanne, le motivazioni dei giudici in particolare in riferimento al ruolo del sistema bancario e al comportamento delle autorità di controllo e della politica, consentono di affermare che Calisto Tanzi e i suoi manager sono stati fortunati ad essere giudicati in Italia. Fossero stati giudicati in America, com’è accaduto ai vertici della WorldCom, della Enron, al finanziere Bernard Madoff, responsabili di enormi truffe ai danni degli investitori, dei risparmiatori, dei dipendenti e dei clienti, il loro destino sarebbe stato certamente più crudele. Le corti americane hanno emesso condanne complessive per diversi secoli di carcere. I giudici hanno imposto che Tanzi e i suoi ex manager contribuiscano a un risarcimento all’azienda Parmalat e ai sottoscritori di obbligazioni, vittime ignare della truffa. Le migliaia di famiglie che hanno visto svanire i loro risparmi, i lavoratori che avevano investito la loro liquidazione, i pensionati rimasti senza un soldo dopo aver scommesso sulle promesse della vecchia Parmalat riusciranno a portare a casa qualcosa? Ora bisognerà verificare come, dopo le transazioni con le banche, sarà possibile rivalersi su Tanzi, visto che l’ex industriale al processo ha negato di esser in possesso di patrimoni: «Non ho più niente, non esiste alcun tesoretto» ha detto, anche se le indagini non hanno mai chiarito i suoi viaggi in America Latina, prima dell’arresto nel dicembre 2003. Tanzi aveva già negato l’esistenza della sua pinacoteca personale con decine di dipinti, da Kandinskij a De Nittis, che i suoi ospiti vip avevano potuto ammirare per anni.
Ma come se un’amnesia collettiva si fosse abbattuta su Parma e dintorni, nessuno si è più ricordato di quei quadri, di quel patrimonio che il padrone della Parmalat ostentava come segno del potere e della ricchezza. Nella soave ipocrisia della provincia e di questo capitalismo predatore, la città sembra estranea a quel campione dell’impresa che sotto i portici era di casa tra latte, merendine, calcio e Formula Uno. Possibile che nessuno, nemmeno la Gazzetta diParma la Pravda locale degli industriali, ricordi quando Tanzi ospitava politici e finanzieri, li portava in giro con l’aereo privato e pagava le Assise della Confindustria negli stand della Fiera dove i vari D’Amato e Berlusconi si lanciavano contro lo Stato spendaccione e i sindacati invadenti?
Tanzi e il crac sono figli di questo sistema economico, come altri. Tanzi è stato il campione di un capitalismo che ha cavalcato la finanza facile, la compromissione con la politica e la carenza dei controlli. Un fenomeno non solo tricolore. Il premio Nobel Joseph Stiglitz, che non è un pericoloso comunista, ha scritto:
«L’economia degli anni Novanta è stato un cocktail adulterato: tre quarti di menzogne e un quarto di avidità». Tutto in nome del mercato. La politica, le istituzioni, le Autorità di controllo dovrebbero chiedersi se le cose sono cambiate.
Ci possono aiutare le parole di Francesco Greco, procuratore aggiunto a Milano, che in un’intervista ha detto: «I danni e le vittime della criminalità economica e della corruzione sono ingenti se non devastanti: si pensi all’evasione fiscale, al debito pubblico esploso negli anni di Tangentopoli, agli scandali che hanno travolto centinaia di migliaia di piccoli risparmiatori, agli infortuni sul lavoro…Sono danni di cui tutti siamo vittime, che tutti stiamo pagando. Eppure questa percezione manca nell’opinione pubblica. Oggi la prima battaglia culturale è spiegare alla gente quanti e quali danni sta subendo per effetto della criminalità economica».


L’Unita 10.12.10


tratto da http://www.manuelaghizzoni.it/?p=17189

venerdì 10 dicembre 2010

rigore, competenza e onestà intellettuale.










Intervista a Mario Draghi: l'euro non si tocca ma l'acquisto di bond può minare l'autonomia della Bce

Questo articolo è stato pubblicato il 10 dicembre 2010 alle ore 11:30.

Di seguito pubblichiamo la traduzione integrale della video-intervista a Mario Draghi pubblicata sul Financial Times online


FT: Dominique Strauss-Khan ha criticato la frammentarietà con cui l'Eurozona ha reagito alla crisi del debito pubblico. Condivide il suo punto di vista?


Dev'essere chiara una cosa: non è in discussione l'euro. L'euro è uno dei pilastri dell'integrazione economica europea, e tutti i Paesi, dal primo all'ultimo, ne hanno ricavato grandi benefici. L'Europa sta muovendosi nell'ottica di creare le regole e le istituzioni per affrontare le crisi future in modo sistematico e onnicomprensivo. Presto disporremo di una nuova struttura di supervisione finanziaria, un nuovo Comitato europeo di vigilanza sui rischi sistemici, e alla fine avremo nuove procedure e meccanismi per la soluzione delle crisi.
Se guardiamo all'area dell'euro nel suo complesso, la prima cosa evidente, come ha detto una settimana fa il
presidente della Bce Jean-Claude Trichet, è che la situazione generale dei conti pubblici è più solida che in altre parti del mondo. La seconda cosa evidente è che i mercati dei titoli di Stato complessivamente funzionano bene.
Stiamo parlando di problemi all'interno di singoli Paesi, non di problemi dell'Eurozona nel suo insieme. I Governi a mio parere non vogliono semplicemente un'Eurozona in grado di sopravvivere, ma un'Eurozona che continui a essere un'area di prosperità. Le autorità hanno scelto di concentrarsi sulle regole e sull'elaborazione di nuovi meccanismi.
Mi torna in mente il 1991-1992. A quell'epoca ero appena stato nominato direttore generale del ministero del Tesoro italiano e guidavo la delegazione italiana ai negoziati per il trattato di Maastricht. Tutto filò senza problemi fino all'inizio estate del 1992, dopo la firma del trattato, quando il referendum danese mise in discussione l'intero processo di convergenza verso l'euro.
D'improvviso i tassi di interesse si misero a salire e gli spread sui titoli di Stato emessi dai vari Stati membri cominciarono a divaricarsi enormemente. Durante la crisi del 1992, l'Italia aveva un rapporto deficit/Pil intorno all'11 per cento e un'inflazione che superava il 5 per cento, il tutto unito a una forte instabilità politica. Era una situazione sicuramente peggiore di quella che si può immaginare oggi nei Paesi colpiti dalla crisi. 

Quando vedo queste cifre sulle necessità finanziarie [correnti] dei vari Paesi, mi ricordo che in Italia [nel 1992] emettevamo ogni mese titoli nuovi, o per rifinanziare il debito esistente, per qualcosa come 60 miliardi di dollari. Non andammo a chiedere aiuto al Fmi e non ci fu nessun intervento di salvataggio da parte dell'Ue.
Nei mesi successivi l'Italia mise in campo un piano di risanamento dei conti pubblici credibile, e in questo modo riuscimmo a superare la crisi. Negli anni successivi, realizzammo una serie di privatizzazioni per un ammontare pari al 10 per cento del Pil, probabilmente il programma di privatizzazioni più vasto mai realizzato in Europa.
Ma non dimentichiamoci che nel 1995 lo spread rispetto ai titoli di Stato decennali tedeschi era salito fino a un record di 600 punti base. E solo nel 1996-1999 siamo riusciti a raggiungere un surplus primario di circa il 5-6 per cento del Pil, e a soddisfare i criteri di Maastricht.
In conclusione, è un'impresa lunga e complicata, ma fattibile. La risposta a una crisi dev'essere innanzitutto nazionale, con un intervento credibile sui conti pubblici e riforme strutturali in grado di rilanciare la crescita.
L'altro punto che vorrei sottolineare è l'importanza di un approccio basato sulle regole. Prendiamo il caso di due Paesi diversi: da una parte c'è il Giappone, con un rapporto debito/Pil eccezionalmente alto, ma nessuna tensione o problema finanziario, per quanto ne sappiamo; e dall'altra parte ci sono Paesi come l'Argentina, che è andata in default in un momento in cui il rapporto tra debito e Pil, a quanto mi sembra, era inferiore al 50 per cento. Questo confronto dimostra che non conta solo la forza dell'economia reale, contano anche le istituzioni. Le regole, per Paesi con istituzioni deboli, possono essere considerate un modo di prendere in prestito forza da Paesi con istituzioni forti. Per questo per i Paesi più deboli è meglio se ci sono regole solide e forti.


FT:Qual è il ruolo della Bce in questa fase?
Qualche anno fa, poco prima che cominciasse la crisi, i vari Stati membri dell'euro avevano degli spread molto ridotti sui rispettivi titoli di Stato, nonostante portassero avanti politiche nazionali molto diverse sul fronte finanziario e della spesa pubblica.
La crisi ha prodotto due cose. In primo luogo ha mostrato che la componente strutturale di quelle divergenze giocava in effetti un ruolo molto rilevante, e accentuava le divergenze stesse. In secondo luogo ha fatto crescere enormemente, e in un certo senso giustamente, l'avversione al rischio da parte di tutti gli operatori di mercato.
Queste due cose naturalmente hanno prodotto e stanno producendo un «riprezzamento» dei titoli di Stato all'interno dell'unione monetaria. Io lo ritengo un processo naturale e concordo con Otmar Issing [ex componente del comitato direttivo della Bce] e altri quando affermano che gli spread fondamentalmente dovrebbero rispecchiare le diverse situazioni contabili dei diversi Stati, guardando alla sostenibilità complessiva dei conti pubblici con lungimiranza.
Sappiamo fin troppo bene, da quando è iniziata la crisi, che questi processi di «riprezzamento» non avvengono in modo armonioso e ordinato. Spesso c'è un incremento sproporzionato, un overshooting, mentre succedeva l'inverso prima della crisi. Queste oscillazioni eccessive possono causare danni permanenti se non vengono contrastate. Ad esempio, i Cds di certi Paesi europei al momento sono superiori a quelli di Paesi in via di sviluppo che si trovano in situazioni disastrose. Ci sono chiaramente casi di overshooting.
Faccio un altro esempio a questo proposito. I titoli di Stato a scadenza biennale o inferiore sono usati comunemente dalle banche quasi come un sostituto del denaro liquido. Se in questo campo cresce significativamente la volatilità, le banche si precipiteranno a cercare una liquidità di altro genere, e questo potrebbe destabilizzare il mercato del credito.
La Bce è giustamente preoccupata per questa volatilità, perché colpisce le cinghie di trasmissione della politica monetaria. Il «riprezzamento» dei titoli di Stato penalizza anche il valore del collaterale che le banche possono offrire quando si rifinanziano con la Bce (e in questo modo viene colpito un'altra cinghia di trasmissione).
I titoli di Stato sono importanti anche perché coprono tutta la curva dei rendimenti dei titoli obbligazionari, e dunque trasmettono input dal segmento a breve termine a quello a lungo termine, funzionando come un'ulteriore cinghia di trasmissione della politica monetaria.
Quando la Bce opera su questi mercati, quindi, non fa finanziamento monetario, fa politica monetaria. Per quanto detto sopra, quello che fa la Bce è temporaneo e strettamente legato alla disfunzionalità di certi mercati: di fatto la Bce sta sterilizzando qualunque incremento temporaneo della liquidità.


FT:Quindi, per essere chiari, la Bce non dovrebbe acquistare titoli di Stato su larga scala, perché una cosa del genere sarebbe contraria al trattato e metterebbe a rischio la sua indipendenza?
Bisogna fare molta attenzione a fissare le condizioni per effettuare questi acquisti, perché sono perfettamente consapevole che esiste il rischio concreto di passare il segno e perdere tutto quello che abbiamo, perdere l'indipendenza e sostanzialmente violare il trattato.
L'obbiettivo è affrontare il problema della disfunzionalità delle cinghie di trasmissione della politica monetaria. Dev'essere un intervento temporaneo, collegato a questo malfunzionamento di determinati segmenti del mercato. E non dovrebbe essere fonte di liquidità addizionale.I massicci programmi di acquisto di titoli di Stato da parte di altre Banche centrali, citati come esempio da seguire per la Bce, non prendono di mira prevalentemente la disfunzionalità dei mercati, sono pensati per incrementare la liquidità del sistema: queste Banche centrali però non hanno lo stesso mandato che ha la Bce. Hanno, ad esempio, il mandato di favorire la crescita. Il nostro mandato è di mantenere la stabilità dei prezzi.


FT:Ha parlato di misure da parte della Bce contro le banche «drogate» dalla sua liquidità. Che cosa intende?
Con un sistema di aste a tasso variabile per la liquidità della Bce, una banca «drogata» sarebbe pronta a pagare un tasso di interesse più alto di altre banche, perché ha un bisogno disperato di quella liquidità.
Prima o poi la Bce dovrà tornare alle aste a tasso variabile. E per allora vogliamo essere assolutamente certi che la nostra politica monetaria non sia inquinata dalle richieste delle banche drogate. In altre parole, i tassi di interesse possono salire, ma non perché una banca ha un disperato bisogno di liquidità. Per questo ritengo che affrontare il problema delle banche drogate sia un elemento essenziale per qualunque exit strategy.


FT:Ha delle proposte concrete a questo proposito?
Certo. Ma non intendo parlarne in questa sede perché è una questione che ricade sotto la responsabilità del comitato direttivo della Bce


FT:Una tra le idee più recenti per risolvere la crisi è quella di creare degli E-bonds comuni a tutta l'Ue; sono stati proposti anche dal ministro Tremonti. Ha qualcosa da dire riguardo a questa proposta?
In un certo senso, credo di aver già risposto a questa domanda quando ho parlato di regole e meccanismi di bilancio. L'esperienza personale mi ha dimostrato che un Paese può riuscire a uscire da una crisi senza nessun aiuto dall'esterno. Si possono utilizzare dei meccanismi per affrontare problemi temporanei come – in un altro contesto – il malfunzionamento di determinati segmenti del mercato. È difficile pensare che un meccanismo possa correggere disallineamenti strutturali di fondo, che devono essere affrontati a livello nazionale.
Riguardo allo strumento specifico da lei citato, ritengo che bisognerebbe valutare con attenzione costi e benefici. Sicuramente non va considerato come un surrogato per il risanamento dei conti pubblici (ma non credo fosse questo l'intento degli autori della proposta). Per introdurlo sarebbero necessarie modifiche importanti sul piano legale e istituzionale. È una proposta interessante, ma al momento non esiste un'unione delle finanze pubbliche, e per adottare una proposta del genere sarebbe necessario un consenso ampio e forte. Al di là di queste difficoltà, l'affermazione di un impegno europeo resta la risposta più importante alla crisi.


FT:Ma la necessità di una maggiore integrazione dei bilanci degli Stati non è una delle lezioni che bisogna trarre da questa crisi?
Un processo così complesso [l'integrazione economica europea] passa attraverso diverse fasi. Si comincia con un gruppo di Paesi che decidono di avere un'unica moneta, e che pensano che tutto il resto possa rimanere così com'è. Poi scoprono che non può rimanere così com'è, e allora stabiliscono delle regole e cercano di vincolarsi a un comportamento uniforme attraverso di esse. Poi, se scoprono che le regole non bastano, devono trovare un modo per rafforzare il coordinamento politico, e magari introdurre nuove regole per vincolarsi ancora di più. L'Europa sta facendo progressi in questa direzione, ma resta da vedere fino a dove si spingerà questo processo. Gli Stati saranno disposti a rinunciare alla sovranità nazionale sui loro bilanci? Gli Stati saranno pronti a interessarsi dei problemi di altri Stati, e tassare i loro cittadini per risolvere tali problemi?


FT:In questo momento la Spagna è considerata in prima linea. Se cadrà la Spagna, dopo toccherà all'Italia?
Prima di parlare della situazione odierna dell'Italia voglio aggiungere qualcos'altro sul periodo dei primi anni 90. All'epoca, la gente diceva dell'Italia le stesse identiche cose che si sentono dire oggi della Grecia e del Portogallo. Qualcuno obietterà che all'epoca il cambio era flessibile, e quindi che potevamo svalutare. È vero, ma solo in parte, perché la svalutazione del tasso di cambio nominale è effimera. In quell'occasione l'Italia recuperò competitività principalmente grazie a una serie di riforme strutturali nei meccanismi salariali. La flessibilità del cambio ha anche l'effetto di far salire significativamente lo spread, perché si deve dar conto dell'incertezza sul cambio.
Ma torniamo alla situazione attuale. Io sono del parere che l'Italia possieda dei punti di forza che altri Paesi non hanno. La struttura finanziaria è solida. L'indebitamento delle famiglie è forse al livello più basso di tutta l'Ue.
Inoltre, le banche italiane sono uscite dalla crisi illese, o sono state colpite solo in modo marginale, per una serie di ragioni. In sostanza, hanno una struttura di finanziamento eccellente, molto solida. La qualità degli asset è buona. Il modello di business è piuttosto tradizionale e di conseguenza le attività finanziarie non hanno una rilevanza sproporzionata rispetto all'attività tradizionale di prestito.
I punti deboli dell'Italia sono la fiacchezza della crescita e il debito. Dobbiamo portare a termine una serie di riforme strutturali. La crescita, insieme al rigore di bilancio, è il pilastro della stabilità finanziaria. L'una è complemento dell'altra. Per rilanciare la crescita servono riforme strutturali che incrementino la concorrenza nel settore dei servizi, accrescano l'efficienza della pubblica amministrazione e migliorino il livello dell'istruzione. Bisogna combattere l'evasione fiscale e ridurre le tasse, e bisogna migliorare la situazione della giustizia civile.

FT:Lei considera la Germania un modello?
Penso che la ristrutturazione recentemente operata dalla Germania e la sua reazione alla crisi siano un modello, per una serie di ragioni. Per cominciare, il settore manifatturiero tedesco ha saputo ristrutturarsi, incrementando la produttività della manodopera e la produttività complessiva dei fattori in modo straordinario. Ma il Governo ha realizzato anche una serie di riforme strutturali, concordate con le parti sociali. Tutto questo naturalmente ha messo la Germania nelle condizioni di reagire meglio di altri Paesi europei al calo della produzione provocato dalla crisi.


FT:E la clausola antidebito introdotta dai tedeschi nella loro Costituzione?
Le regole sono molto importanti, specialmente, come ho già detto, per i Paesi deboli, quindi sono senz'altro favorevole a regole di questo genere.


FT:Uno dei problemi legati, ad esempio, al salvataggio della Grecia, è che ha ridotto al minimo le possibilità di crescita, perché costringe a uno sforzo eccessivo un Paese schiacciato sotto il peso di un debito pubblico colossale, e che aumenta sempre di più. È d'accordo?
In tutte queste crisi, la situazione finanziaria inizialmente appare molto difficile da gestire. Tutti concentrano la loro attenzione sulle scadenze, sugli spread, sui tassi di interesse e tutto il resto. Io sono del parere che i fatti dimostrano che se si concede a un Paese tempo a sufficienza, e questo Paese mostra fermezza e serietà nella risposta nazionale alla crisi, tutto va a finire per il meglio. L'idea che si possa risolvere in quattro e quattr'otto una crisi finanziaria e tornare a crescere nel giro di due anni secondo me è un'assurdità.


FT:È come una guerra, una guerra lunga?
Sì, è una guerra lunga. Peraltro, non è che i mercati finanziari siano necessariamente ostili. Se la comunicazione è efficace, se l'azione politica è solida e se l'impegno è percepito come persistente, i mercati sicuramente lo accoglieranno in modo positivo.

FT:Dunque secondo lei sbagliava chi proponeva di ristrutturare il debito greco nel momento più grave della crisi, tra marzo e maggio?
Pensa che dichiarando il default la Grecia avrebbe potuto fare a meno di procedere alle riforme finanziarie e strutturali? La risposta è no. Avrebbe dovuto farle comunque, ed è meglio poterle fare senza un default, perché in questo modo non ci si preclude l'accesso ai mercati dei capitali e si mantiene la solidarietà con gli altri membri dell'unione monetaria.

FT:Resta comunque necessario un cambiamento culturale del settore bancario?

In tutto questo ci si è quasi dimenticati che esistono banche al dettaglio solide, tradizionali, ben gestite. In quegli ambiti dove si sono verificate le distorsioni più gravi (dove il trading si è mescolato all'investment banking estendendo e sparpagliando il credito) c'è senz'altro bisogno di un cambiamento culturale.
Questo cambiamento sta già avvenendo, ma deve proseguire. C'è stato un grave disallineamento degli incentivi nel processo di cartolarizzazione. Società con scarsa esperienza dei comportamenti dei mercati del credito nell'arco del ciclo economico hanno erogato attraverso questi prodotti grandi quantità di credito e trasformazioni delle scadenze. È difficile fare queste due cose e ricavarne un profitto. Ci sono rischi elevatissimi e persistenti, che ci si porta dietro per parecchio tempo. E contemporaneamente, le persone responsabili di questi errori si autoretribuivano in modo eccessivamente munifico, perché incassavano i profitti immediati di una transazione, mentre i rischi perduravano molto più a lungo. C'è anche un'altra cosa da dire a questo proposito: bisogna affinare i metodi di calcolo del rischio. Nel complesso direi che si sono fatti molti passi avanti, ma ho la sensazione che resti ancora molto da fare


Traduzione di Fabio Galimberti
© THE FINANCIAL TIMES LIMITED 201

Tratto da http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-12-10/draghi-euro-tocca-autonomia-103412.shtml?uuid=AY18SUqC

vogliono far studiare solo i ricchi!










Studenti, battaglia a Londra contro il caro-università

Scritto il 10/12/10

Di Giorgio Cattaneo

No alla scuola solo per i ricchi: otto agenti colpiti, decine di studenti feriti e numerosi arresti. La rivolta giovanile contro il caro-università deciso dal governo Cameron, che ha triplicato le rette universitarie per tagliare la spesa sociale, è tornata a mettere a ferro e fuoco il centro di Londra il 9 dicembre: Parlamento, Corte Suprema e ministero del Tesoro sotto assedio per ore da parte di almeno 30.000 studenti, respinti a fatica dalla polizia anti-sommossa. Gli agenti a cavallo hanno faticato a difendere il principe Carlo e la moglie Camilla diretti a una serata di gala: la loro auto è stata presa a calci in Regent Street, in una giornata di tensione nella quale il governo è riuscito a stento a far approvare i tagli all’università.

rabbia feroce di una generazione che non vuole pagare per gli errori di quella precedente». La guerriglia urbana non si è placata dopo il voto dei Comuni: Cameron ha vinto ma di stretta misura, 323 sì contro 302 no, una maggioranza contenuta di 21 voti rispetto al vantaggio di una ottantina di voti della coalizione Tory e Lib-Dem. In aula, scrive “Il Manifesto”, la legge di riforma è passata a fatica: «C’è stata infatti una vera e propria rivolta tra le file dei deputati della maggioranza, sia conservatori che soprattutto liberaldemocratici: di questi ultimi, ben 21 hanno votato contro e otto si sono astenuti, mentre a favore hanno votato solo in 28, cioè meno della metà. Tra i “ribelli” anche personalità molto autorevoli del partito nonché un membro del governo, che per coerenza si è dimesso».

Per i Lib-Dem l’aumento delle rette era un punto dolente: il partito di Nick Clegg si era impegnato a non toccarle durante la campagna elettorale e il voto è stato preceduto da una serie di dimissioni di parlamentari da posizioni di governo per poter votare contro la coalizione. Lo stesso Clegg è stato fischiato dai banchi dell’opposizione quando è arrivato ai Comuni per votare, mentre in strada succedeva il finimondo, con la polizia che cercava di contenere l’onda studentesca all’interno di “gabbie” transennate: «La situazione è incendiaria», ha detto in diretta a “Sky News” una portavoce di Scotland Yard: «Ogni volta che apriamo i varchi si riaccendono i focolai di violenza».

Disorientata di fronte a tanta rabbiosa determinazione: così è apparsa la polizia londinese di fronte al furore degli studenti, in quello che potrebbe essere un anticipo di una vera e propria stagione di rivolte, se l’Europa confermerà la volontà di tagliare il welfare a spese dei più deboli per contenere il debito pubblico che, secondo il sociologo Luciano Gallino, non è dovuto alla spesa sociale gonfiata nei decenni precedenti: per Gallino, la crisi che sta mettendo in croce l’Europa è dovuta alla bolla finanziaria dei titoli tossici americani, pienamente avallata dalle banche, e al drastico calo del gettito fiscale da parte dei ricchi negli ultimi dieci anni. A pagare però non solo loro, né gli istituti di credito, ma gli strati più fragili della società europea.  

«Pieno appoggio alla lotta degli studenti inglesi che si stanno ribellando al governo Cameron che con l’innalzamento delle tasse vuole semplicemente impedire ai figli dei lavoratori di andare all’università», dice dall’Italia il segretario di Rifondazione comunista, l’ex ministro prodiano Paolo Ferrero. «Il disegno reazionario è lo stesso in tutta Europa. Contro questa post-modernità di stampo ottocentesco – sostiene Ferrero – bisogna sostenere le lotte di chi vi si oppone». Gli studenti, a Londra come nel resto d’Europa, potrebbero essere solo un’avanguardia della protesta: se la crisi dovesse ulteriormente peggiorare, le rivolte per il diritto al lavoro – finora contenute a livello locale – potrebbero sfociare nella richiesta di una revisione politica generale, bocciando una “casta” affaristica che non sa trovare soluzioni che non siano il taglio indiscriminato della spesa sociale.

Tratto da http://www.libreidee.org/2010/12/studenti-battaglia-a-londra-contro-il-caro-universita/