L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 27 ottobre 2010

crisi economica: la formazioni di bolle speculative e non solo!


Martedì, 26 Ottobre 2010
FEDERICO RAMPINI PER LA REPUBBLICA -

Diciamo "digitale" e pensiamo "immateriale", le nuove tecnologie evocano un´immagine eterea, di leggerezza. Invece un nuovo choc economico ci costringe ad aprire gli occhi: tutti i gadget elettronici di cui è fatta la nostra vita sono figli della terra, voraci consumatori di materie prime. Un boom nei prezzi mondiali di queste commodities, materiali di base, scuote le fondamenta dell´industria hi-tech, mette a dura prova anche la visione di una Green Economy. Da un antico metallo prezioso come l´argento, fino alle 17 "terre rare" della tavola periodica (con nomi che sembrano presi da un romanzo di Italo Calvino), le quotazioni mondiali stanno impazzendo. Si rischia la penuria, il razionamento. O improvvise fiammate dei prezzi finali, una stangata sui consumatori.

I numeri sono impressionanti: nel solo mese di settembre l´indice mondiale che include tutti i prezzi delle materie prime ha fatto un balzo dell´8,4%. Rispetto all´anno scorso l´aumento delle quotazioni raggiunge il 28%. Se ancora non si sente l´impatto di questo choc nei prezzi finali, è per diverse ragioni. È normale che il rincaro "a monte" ci metta qualche mese prima di trasferirsi sui listini della grande distribuzione. L´industria deve muovere i suoi prezzi di vendita con cautela, visto che il potere d´acquisto delle famiglie è stagnante in tutto l´Occidente: qui regna addirittura la deflazione. Ma nei paesi emergenti, dove la crescita è vigorosa, già l´inflazione rialza la testa, +3,5% mensile in Cina, ancora di più in Brasile. In queste nuove superpotenze le banche centrali devono alzare il costo del denaro per tenere a bada i prezzi. Mentre qui a New York accade l´opposto, la Fed ha ridotto i tassi a quota zero.

L´ultima crisi delle materie prime ha dei protagonisti nuovi. Il petrolio, che di solito traina al rialzo tutte le altre risorse minerarie e naturali, stavolta c´entra poco. Non siamo in presenza di un remake delle crisi energetiche del passato. Per capire quel che sta accadendo è più interessante osservare l´argento. Altro che "fratello povero" dell´oro: da un anno all´altro la performance dell´argento sui mercati mondiali ha surclassato perfino la febbre del metallo giallo. Come si spiega? Da una parte i due metalli sono dei surrogati reciproci nel portafoglio dei grandi speculatori finanziari. E poi dietro il boom dell´argento c´è una domanda reale, che viene proprio dalle tecnologie avanzate: i comandi dei televisori a cristalli liquidi, le membrane usate nelle tastiere dei computer, il rivestimento di Cd e Dvd. Per non parlare dell´energia solare: le celle fotovoltaiche usate nel 70% dei pannelli contengono argento. Tutta la "rivoluzione verde" di Barack Obama si scopre improvvisamente vulnerabile al ciclo economico delle materie prime. Proprio mentre il presidente americano si appresta a celebrare l´entrata in produzione della Volt, la prima auto tutta elettrica della General Motors, la scarsità di minerali colpisce già le sue concorrenti giapponesi come la Nissan Leaf e la più "matura" Toyota Prius (ibrida). Le auto della nuova generazione, che dovrebbero abbattere drasticamente le emissioni di CO2 nell´atmosfera, usano fino a 15 chili di lantanio in ciascuna delle loro batterie. Il lantanio è una di quelle "terre rare" come neodimio, erbio, europeio, terbio e disprosio, di cui sono voraci le turbine eoliche e gli iPhone, le fibre ottiche dei collegamenti Internet e i laser. Cerio e palladio sono usati nelle marmitte catalitiche. Mentre credevamo di inseguire un nuovo modello di consumi "puliti" e sostenibili, scopriamo di avere solo cambiato i nomi delle risorse naturali che saccheggiamo. Nel caso delle "terre rare", insieme all´iperinflazione è scattato il razionamento. Chi possiede questi minerali preziosi ha capito che non conviene monetizzare subito: molto meglio accaparrare. Il Congo ha bloccato le sue esportazioni di tantalite, usato nell´industria aerospaziale, dopo un rialzo del 140% nel prezzo. Tra le conseguenze geostrategiche dell´impennata delle materie prime c´è la possibilità di un riscatto dell´Africa, nuovo polo d´attrazione degli investimenti mondiali.

L´embargo più preoccupante per noi è quello lanciato dalla Cina che dal suo sottosuolo controlla il 97% dell´estrazione mondiale di terre rare. Anche se il governo di Pechino nega che ci sia un vero e proprio boicottaggio dell´export verso il resto del mondo, la manipolazione della penuria è evidente. E´ una strategia che viene da lontano. Si avvera la profezia di Deng Xiaoping, il leader comunista che avviò la Repubblica Popolare verso il capitalismo. Negli anni Ottanta Deng immaginò che le terre rare potevano diventare l´equivalente per la Cina di quel che il petrolio è per l´Arabia saudita. Già dal 2006 i dirigenti di Pechino hanno iniziato a stringere il cappio del razionamento: seguendo la strategia che l´Opec usò contro l´Occidente trent´anni prima, i cinesi hanno ridotto in modo graduale ma inesorabile le loro vendite, del 5-10% all´anno. Poi due mesi fa la situazione è precipitata. Forse per dare una lezione ai giapponesi, eterni avversari nelle contese sulle acque territoriali, le vendite di terre rare a Tokyo sono cessate. Il gruppo nipponico Tdk, leader mondiale nei motori magnetici usati per computer, auto ibride e robotica industriale, non ha dubbi sulle intenzioni della Cina. Un embargo nelle esportazioni di terre rare "costringerà l´industria hi-tech a spostare le fabbriche sul territorio cinese", prevedono i dirigenti di Tokyo. Col risultato di esporre le proprie tecnologie più sofisticate a un massiccio spionaggio da parte delle imprese cinesi. Dopo il Giappone è l´Occidente il bersaglio dell´embargo di Pechino. Ora si tenta di correre ai ripari cercando di sfruttare giacimenti in altre parti del mondo: dalla California all´Australia, dall´India al Vietnam. Fare a meno delle terre rare è impossibile. Le loro proprietà magnetiche e fosforescenti le rendono indispensabili per l´industria informatica, l´ottica di precisione, e tutti i gadget digitali della nostra vita quotidiana. Ma l´estrazione è costosa, inquinante, e difficilmente terrà il passo con una domanda destinata a crescere del 66% nel prossimo quinquennio.

Non c´è solo la Green Economy e la tecnologia digitale dietro l´impazzimento delle materie prime. Una parte del rialzo investe risorse più tradizionali. Le derrate agricole di base, per esempio. Il mais è rincarato del 37% dall´inizio dell´anno, la soya del 16%. In questo caso la spiegazione va cercata fra i "soliti noti". «È la crescita dei paesi emergenti» si legge nel rapporto di Apg Assett management, il terzo maggior fondo pensione del mondo, che investe una parte dei suoi capitali nelle materie prime. In testa ci sono ancora i due colossi asiatici Cina e India, dove il benessere sospinge l´aumento nei consumi alimentari. Lo stesso vale per i prezzi dei metalli di base usati nell´industria pesante: il rame è risalito molto vicino ai massimi storici che toccò nel primo semestre del 2008. Rame, acciaio, alluminio, sono usati da Cina e Brasile, India e Sudafrica, per costruire nuove città, aeroporti, stazioni e linee ferroviarie. Secondo la Deutsche Bank «il fabbisogno di rame da parte della Cina può raddoppiare in un solo decennio».

È un mondo che non basta più definire "a due velocità", in realtà due mondi contrapposti procedono in direzioni contrarie. L´Occidente è sottoposto a spinte divaricanti. Ieri alcuni buoni del Tesoro americani indicizzati all´inflazione hanno dato un rendimento negativo, sotto lo zero: è un segnale che oggi siamo in una situazione simile alla deflazione, ma al tempo stesso esposti a fiammate di ritorno dell´inflazione in futuro. Tutto il resto del pianeta, esclusi Occidente e Giappone, soffre di surriscaldamento della crescita. In Cina il Pil aumenta del 9,6% annuo. Il Fondo monetario ha rivisto al rialzo le stime della crescita mondiale, dal 4,2% al 4,5%, solo per effetto dell´accelerazione dei paesi emergenti.

Alla febbre delle materie prime contribuisce, in modo involontario, la terapia d´emergenza che la Federal Reserve sta cercando di somministrare all´economia americana. Il banchiere centrale Ben Bernanke ha annunciato che riprenderà a stampare moneta per rianimare la crescita. Di conseguenza il dollaro si svaluta, e la speculazione internazionale si dirige verso "beni solidi", come appunto i metalli, i minerali rari, le derrate agricole. Anche questa può trasformarsi in una bolla speculativa. Di certo ha già scatenato appetiti formidabili, come le grandi manovre tra colossi brasiliani, cinesi e russi per la conquista dei maggiori produttori di potassio: il più diffuso dei fertilizzanti agricoli. La grande incognita, è sotto quali forme arriverà il conto finale al consumatore occidentale. Se non è l´inflazione a rialzare la testa, prepariamoci a nuove forme di razionamento. Per quell´auto elettrica già tocca mettersi in fila con molti mesi d´anticipo. A quando le liste d´attesa per computer e telefonini?

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