Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 2 ottobre 2010

I NIPOTINI DI HOOVER (SECONDA PARTE)


Politica e Istituzioni
di Silvano Andriani
01 ottobre 2010
Quale modello di sviluppo? Un nuovo ciclo di sviluppo sarà sostenibile se non sarà più trainato da una crescita dissennata di consumi privati, ma da un poderoso e prolungato flusso di investimenti diretto a fare compiere un salto di qualità all’apparato produttivo ed a potenziare la produzione di beni pubblici – messa in sicurezza e valorizzazione del territorio e dell’ambiente, infrastrutture e trasporti, energia, formazione, sanità, sicurezza, giustizia - che migliori le condizioni del vivere civile ed aumenti l’efficienza del sistema.
L’aumento del tasso di risparmio dovrebbe diventare sistematico, ma il problema sarà di trasformare le maggiori risorse finanziarie verso investimenti confacenti col nuovo modello di sviluppo. Una tale svolta non sarà realizzata dai mercati. Spetta agli Stati produrre una visione dello sviluppo confacente con le potenzialità, le risorse e le vocazioni di ciascun paese ed adottare politiche e avviare progetti in grado di generare e mobilitare in quella direzione risorse private e pubbliche. Una coalizione per l’innovazione dovrebbe perciò formarsi non solo sull’individuazione dei nuovi bisogni prioritari e delle conseguenti strategie di investimento, ma anche sui meccanismi distributivi e sugli incentivi confacenti con un nuovo tipo di sviluppo.
Si potrebbe dire, in termini teorici, che si tratta di combinare un approccio keynesiano con uno shumpeteriano. Si tratta, da una parte, di essere consapevoli della necessità di una politica della domanda, non solo per i tempi di crisi, tipo deficit spending, ma di tipo sistematico. Questo vuol dire mettere in campo un modello distributivo che risulti non solo più giusto, ma anche funzionale alla qualità ed alla stabilità dello sviluppo desiderato, in grado anche di generare un livello adeguato della domanda interna senza che sia necessario fare crescere il livello dell’indebitamento pubblico e privato, cosa possibile come dimostra l’esperienza dei “ trenta anni gloriosi” successivi alla seconda guerra mondiale. Una tale distribuzione il mercato non è in grado di generarla da se, come dimostra l’esperienza degli ultimi trenta anni, e deve perciò essere orientata politicamente. D’altra parte si tratta di avere consapevolezza che crisi di questa portata, che segnano la fine di un modello di sviluppo e di un ciclo tecnologico impetuoso ma distorto da una distorta distribuzione del reddito, comportano una inevitabile “ distruzione creatrice” e che si tratta di rafforzarne la componente creativa con politiche dirette a favorire modifiche strutturali che sostengano il passaggio ad un nuovo modello di sviluppo e ad un nuovo ciclo tecnologico.
Una tale svolta richiede la rottura con l’ortodossia per quanto riguarda la politica economica. Ma non solo: ancora più importante sarà un cambiamento culturale che faccia da base al mutamento dello stile di vita delle persone e dei popoli. Ogni modello di sviluppo incorpora un sistema di valori. Nel modello sostenuto dal pensiero unico le figure centrali sono i consumatori ed i proprietari. La Thatcher, che ripetutamente ha affermato che la società non esiste ed esistono solo gli individui, cantò vittoria quando potè annunciare che il numero degli azionisti aveva superato quello degli iscritti ai sindacati. Lo sviluppo doveva così essere trainato dai consumi privati, ma Il titolo per partecipare alla distribuzione del maggior reddito prodotto era non il lavoro e l’impegno continuo a migliorarne la qualità, ma l’astuta gestione dei beni patrimoniali. E poiché la maggior parte della popolazione non era in grado di concorrere a quell’aumento le disuguaglianze sono aumentate e la crescita dei consumi ed il mantenimento del consenso sono stati ottenuti con la continua crescita del debito delle famiglie, favorita da politiche monetarie costantemente espansive e garantito dall’aumento inflazionato del valore dei beni patrimoniali che è alla base delle varie bolle speculative che con crescente violenza sono scoppiate negli ultimi venti anni.
Uno stile di vita edonistico in quella che è stata definita “ società del desiderio” e comunque appiattito sul presente ha orientato i comportamenti delle imprese e delle persone, prodotto un eccesso di beni di consumo ed il deperimento di beni pubblici a partire dall’ambiente. Tale andazzo deve essere rovesciato. In un nuovo modello di sviluppo lo stile di vita andrebbe orientato a guardare di più al futuro, a richiedere alle persone un impegno continuo a migliorare le propria professionalità ed a realizzare le proprie capacità. Anche la governance delle imprese andrebbe riorientata di conseguenza. Ciò richiederebbe un sostanziale cambiamento del sistema di incentivi ed un potenziamento dei beni pubblici che possa sostenere l’impegno delle persone e delle imprese. Il tasso di risparmio dovrebbe aumentare non per paura, ma per capacità di guardare al futuro ed i mezzi finanziari da esso derivanti andrebbero orientati a finanziare le nuove strategie di investimento.
Nel mezzo della crisi degli anni’70, che nacque dal conflitto tra i paesi industrializzati, che avevano già conseguito livelli di consumo e di benessere rilevanti, ed i paesi arretrati venditori di materie prime, Enrico Berlinguer già propose un cambiamento del modello di sviluppo. Sbagliò la scelta del nome, giacchè la parola austerità aveva ed ha un significato consolidato che non può essere modificato ed il contenimento dei consumi privati in società come le nostre non vuol dire stare peggio, se nel frattempo migliora l’offerta di beni pubblici e si riduce l’incertezza. Ma quello che lui proponeva era il passaggio ad un tipo di sviluppo meno alimentato da consumi privati e più dal potenziamento dei beni pubblici, compresa la tutela dell’ambiente. La risposta vincente a quella crisi, quella liberista, andò nella direzione opposta, quella di inglobare anche i paesi emergenti nel paradigma consumista indicendoli ad adottare modelli di sviluppo trainati dalle esportazioni. E siamo arrivati al punto che paesi ancora poveri hanno alimentato la crescita insensata dei consumi di paesi ricchi non solo con l’esportazione di beni a bassissimo costo, ma anche prestando loro quattrini per acquistarli. Ora che questo modello è in crisi sarebbe oggettivamente più forte la proposta di un modello alternativo.
Vi è poi il problema dell’enorme debito accumulato dai paesi avanzati. Il Fmi ha finalmente cominciato a formulare una classifica dell’instabilità nella quale non si tiene conto solo del debito pubblico di ciascun paese, ma del debito totale: somma del debito pubblico, di quello delle famiglie e di quello delle imprese. Adottando questo criterio paesi a più alta instabilità risultano Usa, Inghilterra, Spagna, Portogallo, paesi dai quali la crisi è nata o che da essa sono stati più pesantemente colpiti e che, tuttavia, con i criteri dell’ancora vigente “ patto di stabilità” europeo, parametrato solo sul debito pubblico, risultano tra i paesi più stabili in quanto caratterizzati da un debito pubblico inferiore alla media anche se afflitti da un enorme debito privato. La prima conclusione dovrebbe essere che è necessario cambiare il “ patto di stabilità” parametrandolo non al solo debito pubblico, ma al debito totale, al tasso di risparmio, alla situazione della bilancia dei pagamenti . Qui ciò che stupisce è che da parte italiana, neanche da sinistra è mai venuta una proposta a cambiare il patto di stabilità in tale direzione.
Il livello del debito totale è comunque enorme, secondo i dati citati va da un massimo di circa quattro volte il Pil negli Usa ad un minimo, si fa per dire, di circa due volte per il paesi più virtuosi, Finlandia e Germania. Si tratta di un record storico. Riferendosi a questa realtà, l’introduzione di un rapporto speciale sul debito pubblicato in The Economist del 26/6/10 così conclude “ Questo rapporto speciale sosterrà che, per il mondo sviluppato, il modello finanziato dal debito ha raggiunto il suo limite. La maggior parte delle opzioni per fare i conti con l’eccesso di debito sono impalatabili. Come è già stato visto in Grecia ed in Irlanda, ciascun governo dovrà trovare la propria via per ridurre il peso. La battaglia tra i debitori ed i creditori può essere lo scontro determinante della prossima generazione”.
Se ci si chiede in che direzione sono andate finora le scelte fatte non ci sino dubbi: a favore dei creditori, cioè dei più ricchi. Quando si sostiene che le banche non possono fallire e vengono salvate con denaro pubblico, che Stati come la Grecia non possono ristrutturare il loro debito per non causare perdite alle banche ed ai ai risparmiatori e vanno salvati con denaro pubblico, che il tasso di inflazione accettabile non può essere elevato, anche se ciò viene ora proposto perfino dal direttore del dipartimento economico del Fmi con altri economisti, si sta scegliendo di onorare fino in fondo il debito accumulato anche se i crediti corrispondenti sono il frutto di un meccanismo distorto ed anche di comportamenti speculativi. Allora l’austerità può apparire una scelta inevitabile dalla quale saranno colpiti non solo i debitori, ma anche i contribuenti che sono chiamati a pagare il conto ed i giovani che lo pagheranno per molti anni futuri.
In pratica pagherà la società nel suo complesso, visto che l’esperienza ci dice che situazioni di eccesso di indebitamento possono portare a lunghe fasi di depressione o stagnazione necessarie per smaltire il debito. Già negli anni ’30 il più grande economista statunitense dell’epoca, Irving Fisher, spiegò la grande depressione con la “ debt deflation theory”, come deflazione causata dall’eccesso di debito. Da quella situazione gli Usa e gli altri paesi industrializzati uscirono solo in seguito all’impetuoso sviluppo e soprattutto alla forte inflazione successivi alla seconda guerra mondiale. L’inflazione allora colpì i risparmiatori, ma aiutò le giovani generazioni impegnate a ricostruire i propri paesi.
Anche su un tema come questo bisognerebbe riflettere se si vuole aprire la strada ad un nuovo modello di sviluppo.

Progetto Desertec



Energia dal deserto

Sfruttare l'energia solare nel deserto del Sahara. Un gruppo di scienziati, in cui partecipa anche il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia, lancia il progetto Desertec. L'idea si basa sul semplice fatto che in sole sei ore arriva nel continente africano una quantità di energia solare pari a quella consumata nel mondo in un anno. Se i deserti nordafricani e mediorientali fossero coperti da impianti solari per lo 0,3% della loro superficie potrebbero rifornire di energia l'intero continente europeo oltre che la stessa area mediorientale e nordafricana. A ciò si aggiunge l'assenza di emissioni Co2 nel processo di produzione dell'elettricità. In estrema sintesi: energia pulita, rinnovabile e rivendibile. L'area mediorientale potrebbe presto affiancare l'oro nero con l'oro giallo.

da http://www.ecoage.it/progetto-desertec.htm

giovedì 30 settembre 2010

a livello internazionale ci si sta orientando verso il contenuto della “lettera degli economisti” ma … basterà? Capitale e Lavoro sono i due termini

I NIPOTINI DI HOOVER (PRIMA PARTE) 
Politica e Istituzioni
di Silvano Andriani
24 settembre 2010
La recente riunione dei G20 a Francoforte, che ha avallato la scelta europea dell’austerità, ha suscitato il diffuso timore che la stretta dei bilanci pubblici in tutti i paesi avanzati possa mandare di nuovo in recessione l’economia mondiale. Timori condivisi da Obama, che, tuttavia, deve fare fronte in casa propria all’offensiva dei nipotini di Hoover, che evidentemente sono disseminati in tutto il mondo, e che ritengono che le crisi si curano con l’austerità.
Si sprecano, naturalmente, le assicurazioni che l’austerità deve essere coniugata con la crescita, ma nessuno ci dice come. Solo il Governatore della Bce, Trichet, che non si capisce chi abbia nominato speaker della politica economica comunitaria, ci assicura genericamente che “… politiche che ispirano fiducia favoriscono e non ostacolano la ripresa economica”. Altri hanno sostenuto più chiaramente che l’annuncio di politiche fiscali “responsabili” indurrebbe i privati ad aumentare consumi ed investimenti e con ciò a sostenere la ripresa. Si tratta di una stanca riesumazione della “teoria della aspettative razionali” che furoreggiò nei decenni liberisti.
Ora, a parte il fatto che quella teoria nei suoi quasi 40 anni di vita non è stata mai seriamente verificata, a parte il fatto che, se davvero le politiche economiche dei trascorsi decenni – promesse di riduzione della pressione fiscale, politiche monetarie e creditizie lassiste - hanno generato delle aspettative, queste, alla prova dei fatti, si sono rivelate decisamente irrazionali, immaginare che, mentre si bloccano o si tagliano retribuzioni e pensioni, si aumentano le imposte, cresce la paura dei licenziamenti, la gente abbia voglia di aumentare i consumi e gli imprenditori gli investimenti ci vuole una bella fantasia.
C’è poi la teoria dello spiazzamento: la crescita dei deficit pubblici, si sostiene, finisce con l’assorbire le risorse finanziarie esistenti e con ostacolare gli investimenti privati, che potrebbero invece ripartire se si riducono i deficit pubblici. Recenti dati Ocse ci informano che, in seguito all’incertezza generata dalla crisi ed alla conseguente caduta della domanda privata, il risparmio nei paesi avanzati è aumentato di tre trilioni di dollari e non sa dove collocarsi. C’è un eccesso di risparmio e dunque nessuno spiazzamento. Se le imprese non investono non è per mancanza di quattrini, ma perché le banche non fanno credito per i ben noti motivi e, soprattutto, in quanto la capacità produttiva inutilizzata è tanta e le prospettive di domanda deprimenti.
Più concreta è l’altra ipotesi, quella che l’Europa possa avvantaggiarsi per la svalutazione dell’euro. Ciò sta già avvenendo: l’indebolimento dell’euro è già in corso e lo stentato 1% di crescita previsto quest’anno per l’Europa deriva tutto dalla crescita delle esportazioni. Soprattutto stanno aumentando le esportazioni tedesche e con esse aumenta l’attivo strutturale della bilancia dei pagamenti germanica che si era dopo la crisi fortemente ridotto. E un modo per fregare i vicini: ed in effetti la ripresa Usa, che l’anno scorso è stata a sua volta trainata dalle esportazioni, con il rafforzamento del dollaro sta rapidamente rallentando ed il Fondo Monetario Internazionale ha già espresso il timore che ciò possa preludere al rallentamento dell’intera economia mondiale.
Il deficit della bilancia dei pagamenti Usa, da tempo ritenuto la principale distorsione dell’economia mondiale, che si era fortemente ridotto a causa della crisi, sta ora nuovamente aumentando. In risposta Obama ha costituito una commissione ad alto livello con l’obbiettivo di trovare il modo di raddoppiare le esportazioni statunitensi in cinque anni ed uno dei componenti la commissione ha già avvertito che ciò non potrà realizzarsi senza una svalutazione del dollaro. La sterlina si sta già svalutando. Il rischio che si diffondano i tentativi di operare sui cambi per aumentare la propria competitività e scaricare su altri il peso della recessione diventa così forte e ciò potrebbe rafforzare le tendenze protezioniste.
D’altro canto, una ripresa europea trainata dalle esportazioni favorirebbe quei paesi che storicamente hanno puntato sulle esportazioni, Germania, Olanda, Finlandia e finirebbe con l’accentuare le divergenze con i paesi più deboli dell’area euro e le difficoltà a gestire la moneta unica. Aggraverebbe anche gli squilibri mondiali, visto che la Germania ha un attivo strutturale di bilancia dei pagamenti che non ha da invidiare quello cinese e che andrebbe ridotto per riequilibrare l’economia mondiale.
La scelta dell’austerità rischia dunque di innescare, se non proprio quella che Krugman ha chiamato “ la terza depressione”, terza dopo quelle successive alle crisi finanziarie del 1876 e del 1930, una stagnazione di tipo giapponese, che è già durata venti anni. In tal caso anche l’obbiettivo di ridurre i deficit fallirebbe per la inevitabile riduzione delle entrate: il debito pubblico in Giappone ha superato il 200% del Pil.
Al di là dello scarso realismo che ha la scelta dell’austerità un altro interrogativo si pone: se, riducendo i deficit pubblici, si punta su un rilancio dei consumi e dei conseguenti investimenti privati, che tipo di sviluppo si auspica per il futuro? Sembrerebbe uno sviluppo simile a quello passato, ora entrato in crisi. E poiché di quel modello di sviluppo trainato dalla crescita dei consumi privati il motore è stato l’indebitamento delle famiglie e delle banche che ha raggiunto livelli insostenibili come si dovrebbe finanziare la crescita dei consumi in futuro?
Il problema del modello di sviluppo esiste, tuttavia, anche per i sostenitori della necessità di continuare con gli stimoli fiscali e con politiche monetarie espansive. Lo sviluppo dei decenni passati ha accumulato grandi squilibri nell’economia mondiale, ne è conseguita la formazione di eccessi di capacità produttiva, soprattutto nel campo dei beni di consumo e delle abitazioni, e difetti di capacità in altri campi, come l’energia, l’alimentazione, la cura del territorio, la sanità, le infrastrutture. La rivoluzione tecnologica è stata orientata di conseguenza, mentre enormi potenzialità di ricerca e di innovazione in altri campi sono state inadeguatamente alimentate. Il semplice sostegno quantitativo della domanda non risolve il problema degli squilibri e può ulteriormente alimentarli. Del resto, dopo l’esplosione della bolla tecnologica, anche Bush ha utilizzato il deficit spending e una politica monetaria molto espansiva per contrastare la recessione, ma, inserite nel solito modello di sviluppo, tali politiche hanno generato un’altra bolla speculativa. Stimolo fiscale e politica monetaria espansiva vanno usati invece come leva per cambiare il modello di sviluppo.
Commentando su Financial Times del 9/7 la decisione di Obama, M. Spence, premio Nobel per l’economia nel 2001, dopo avere ricordato che “… una tendenza al sottoinvestimento in infrastrutture ha lasciato l’economia meno competitiva di come potrebbe essere. Il tema del prezzo dell’energia è stato ignorato causando sottoinvestimenti nelle infrastrutture urbane e nei trasporti”, conclude che “… la nuova commissione per le esportazioni, annunciata ieri, è un passo nella giusta direzione, ma una mossa più coraggiosa è necessaria: una larga partnership pubblico privato per investire in quelle parti dei beni in competizione dove esistono opportunità per i paesi avanzati di essere competitivi. L’obbiettivo deve essere di creare posti di lavoro ad alta intensità di capitale che abbiano un livello di produttività confacente a paesi avanzati ad alto reddito”. Qui si sta parlando di un nuovo modello di sviluppo e di politiche industriali ed è un approccio che riguarda tutti i paesi avanzati. Su questo, si tornerà nella prossima, seconda parte, del contributo.
http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=1150&Itemid=156

mercoledì 29 settembre 2010

finalmente la "lettera degli economisti" comincia a far breccia nelle istituzioni internazionali.


28/09/2010
Il fondo monetario ci ripensa:la crisi è da domanda….
Filed under: Uncategorized — admin @ 22:22
di Carlo Devillanova* (www.economiaepolitica.it)
Il 13 settembre 2010 si è tenuta ad Oslo una conferenza congiunta del Fondo Monetario Internazionale (IMF) e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), dal titolo “The Challenges of Growth, Employment and Social Cohesion”. Merita attenzione il documento preparatorio dei lavori, a firma congiunta IMF ed ILO. Lo scritto è strutturato in due capitoli: il primo, sui costi umani della recessione, a cura dell’IMF; il secondo, dell’ILO, sulle basi per una crescita bilanciata e sostenibile. Congiuntamente, l’analisi dell’attuale crisi e le concrete prescrizioni di policy contenute nel documento segnano una svolta importante da parte del Fondo. Data la gravità del momento, per molti economisti un cambio di sensibilità interpretativa da parte dei principali attori di politica economica era semplicemente inevitabile. Eppure, come scrive Paul Krugman sul New York Times del 14 settembre 2010, “vista la maniera in cui così tante istituzioni internazionali sono state catturate dalla follia delle opinioni convenzionali, il nuovo documento dell’IMF, ragionevole sebbene troppo cauto, è certamente una gradita sorpresa”.
Provo qui a riassumere, schematicamente e senza pretesa di esaustività, alcuni passaggi del documento.
Il punto di partenza è la constatazione che la disoccupazione ha oramai raggiunto proporzioni gravissime. Si stima che nel mondo più di 210 milioni di persone siano attualmente disoccupate, con un aumento di oltre 30 milioni dal 2007 (pag. 4). Sebbene la recessione economica abbia interessato tutti i paesi, l’aumento della disoccupazione è stato particolarmente marcato nelle economie più sviluppate (sulle quali il documento si focalizza) ed in particolare negli Stati Uniti ed in Spagna. Ben tre quarti dell’aumento del numero di disoccupati mondiali è, infatti, avvenuto nelle economie avanzate.
Nell’individuare le cause di una crescita così spettacolare della disoccupazione in alcuni paesi rispetto ad altri, il documento mette al primo posto il ruolo della domanda aggregata. Questo è un aspetto di estremo rilievo teorico, per chi ha seguito la condotta dell’IMF negli ultimi lustri.
L’analisi sviluppata nel secondo capitolo individua nella dinamica della disuguaglianza, all’interno di specifici paesi e fra paesi, uno dei fattori che ha maggiormente inciso sugli squilibri di domanda aggregata. Si sostiene che l’aumento della disuguaglianza in alcuni paesi abbia causato una compressione del consumo aggregato, manifestando le proprie conseguenze in una crescita modesta o in un aumento dell’indebitamento privato. Nell’introduzione al documento (a pag. 8 ) si legge anche che “in alcuni paesi, ed in particolare negli Stati Uniti, la crescente disuguaglianza potrebbe aver aumentato l’indebitamento delle famiglie, costituendo così un fattore importante nello spiegare la crisi dei subprime”. Inoltre, viene esplicitamente riconosciuto il ruolo della globalizzazione dei processi produttivi nell’influenzare la disuguaglianza, soprattutto attraverso un indebolimento delle istituzioni del mercato del lavoro a protezione del potere contrattuale dei lavoratori e la spinta al ricorso a contratti di lavoro flessibile.
Anche gli squilibri commerciali fra paesi vengono attentamente discussi. Incidentalmente, per le economie aperte agli scambi con l’estero le esportazioni possono sostituire la domanda interna. Tuttavia, si nota come una tale soluzione ponga ben noti problemi nel lungo periodo; inoltre, a livello internazionale le esportazioni nette sommano necessariamente a zero. A questo proposito, è interessante notare che il documento si apre con una lunga citazione di Strauss-Kahn, Managing Director dell’IMF, il quale paventa chiaramente i pericoli di politiche non coordinate di uscita dalla crisi: “noi (l’IMF) fummo creati dalle ceneri di un mondo distrutto, colmi della determinazione dei nostri fondatori di non compiere mai più gli errori del passato – errori che portarono al nazionalismo economico e alla guerra. (…) Il nostro ruolo inizia con la stabilità economica, ma termina con il fine di tutte le istituzioni multilaterali – un mondo stabile e pacifico”.
Il documento evidenzia anche gli effetti, in termini di occupazione, di specifiche politiche ed istituzioni del mercato del lavoro. In particolare, quei paesi che hanno adottato riforme strutturali del lavoro tese ad introdurre maggiore flessibilità per alcune tipologie contrattuali (specificatamente i lavori a tempo determinato), pagano adesso un prezzo maggiore in termini di aumento della disoccupazione. Al tempo stesso, viene espresso un cauto scetticismo sulla presunta capacità di tali riforme strutturali di generare occupazione a crisi conclusa: “in principio, il mercato del lavoro duale dovrebbe portare benefici durante la ripresa, poiché le imprese dovrebbero essere più prone a reimpiegare i lavoratori con contratti temporanei, piuttosto che permanenti. Se ciò si verificherà è ancora da vedere” (pag. 36).
Infine, la trattazione, a cura dell’IMF, dei costi umani della recessione evidenzia gli effetti di lungo periodo della disoccupazione, specialmente giovanile, e la concreta possibilità che il tasso di disoccupazione naturale si porti a livelli permanentemente più elevati, a seguito dell’attuale crisi.
Il documento IMF-ILO non si limita all’analisi delle cause e delle conseguenze della recessione, ma cerca anche di delineare alcuni concreti suggerimenti di policy. Le principali indicazioni di politica economica hanno il dichiarato obiettivo di stimolare la domanda interna e far sì che questa generi la creazione di posti di lavoro.
In primo luogo, si suggerisce estrema cautela nel procedere con politiche di consolidamento fiscale. Data la precarietà dell’attuale fase ciclica, l’adozione generalizzata di politiche fiscali restrittive rischierebbe di compromettere la ripresa. Ad esempio, si legge (a pag. 38) che “una ripresa della domanda aggregata è la singola migliore cura contro la disoccupazione. Quindi, come strategia generale, le economie più avanzate non dovrebbero rendere restrittive le politiche fiscali prima del 2011, perché una stretta prima di tale data potrebbe minare la ripresa”. Sia chiaro, il documento opera importanti distinguo fra paesi, dovuti alle diverse situazioni di finanza pubblica all’inizio della recessione. Tuttavia, risulta evidente la differenza di toni rispetto alle indicazioni provenienti da altre prestigiose istituzioni internazionali (si veda, ad esempio, l’ultimo bollettino mensile della Banca Centrale Europea, settembre 2010, in particolare il Box 7).
In secondo luogo, l’introduzione ed il secondo capitolo si soffermano diffusamente sull’importanza di un’equilibrata distribuzione del reddito al fine di stimolare la domanda interna. In tal senso, la salvaguardia del potere d’acquisto dei salariati diventa un obiettivo per alimentare la ripresa. Un passaggio degno di nota riguarda il riferimento al fatto che un’equilibrata distribuzione del reddito non sia un puro fatto salariale, ma richiami anche l’importanza di istituzioni e politiche di protezione sociale. Così si legge che “una crescita sostenibile (…) potrà essere generata solo con valide politiche macroeconomiche integrate a valide politiche occupazionali e sociali” e che una delle priorità per la crescita è “il rafforzamento delle istituzioni del mercato del lavoro (…) per migliorare le condizioni di vita ed il potere d’acquisto delle famiglie dei lavoratori” (pag. 9).
Legato al punto precedente è l’invito a non abbandonare, nel breve periodo, le politiche attive nel mercato del lavoro, alla quali è riconosciuto un ruolo positivo nella creazione di occupazione, anche durante la recessione. Da un punto di vista teorico, gli effetti distorsivi delle politiche e delle istituzioni del mercato del lavoro non vengono assolutamente taciuti. Tuttavia, in questo specifico periodo storico, i costi in termini di efficienza connaturati a questi effetti vengono ritenuti trascurabili rispetto ai loro potenziali benefici.
In conclusione, il documento congiunto IMF-ILO contiene un’analisi interessante dell’attuale crisi economica ed alcune indicazioni di policy a mio parere condivisibili. Credo che la sua diffusione possa arricchire il dibattito, internazionale ed italiano, ed aiutare ad individuare risposte adeguate di politica economica.
Vorrei però terminare evidenziando un aspetto probabilmente secondario, di natura genericamente teorica. L’estate appena conclusasi è stata animata da una disputa fra economisti italiani, interpretata da qualcuno con toni inutilmente aspri, sulle cause dell’attuale recessione economica e sulle politiche più adeguate a fronteggiarla. A livello internazionale il dibattito è stato altrettanto vivo, ma più garbato e maggiormente aperto al confronto. Il documento dell’ILO e del IMF dimostra che, di fronte alla gravità della crisi, il senso di responsabilità deve rendere possibile e necessario un dialogo costruttivo anche fra soggetti assai diversi per “approcci ed analisi” (pag. 2), previo ripensamento, evidentemente, di quelle posizioni teoriche fatalmente contraddette dai fatti. Inoltre, a mio parere esso indica chiaramente che, nella chimera di una teoria economica esatta, un uso pragmatico, sapiente e storicamente determinato delle indicazioni provenienti dalle diverse posizioni teoriche sia una strada proficua da percorrere.
*Professore di economia politica nell’Università “Bocconi” di Milano.
http://www.confederazionecobaspisa.it/?p=3802

martedì 28 settembre 2010

3.500 miliardi di lire...

... l'avvocato inglese David Mills dà vita alle "64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest". Le gestisce per conto e nell'interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle "fiamme gialle" corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l'avvocato inglese si attribuisce la paternità ricevendone in cambio da Berlusconi "somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali" che lo ricompensano della testimonianza truccata. Questa storia non è più aperta soltanto al sospetto, come si dice. È un complesso di fatti coerente, dotato di senso che illumina chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi. Si comprende con quali pratiche fraudolente, sia nato l'impero del Biscione. All Iberian è stato lo strumento voluto e adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo.

Anche qui bisogna rianimare, per l'ennesima volta, qualche ricordo. Lungo i sentieri del "group B very discreet della Fininvest" transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che ricompensano Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi destinati non si sa a chi mentre, in Parlamento, è in discussione la legge Mammì. In quelle società è occultata la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le scalate a Standa e Rinascente. La sentenza della Cassazione (che cancella per prescrizione la condanna di Mills confermandone i trucchi della testimonianza e la corruzione) documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c'è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

La sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la mitologia dell'homo faber ha il suo fondamento nel malaffare, nell'illegalità, nella corruzione della Prima Repubblica. Consapevole di quanto questo ritratto di se stesso sospeso nella narrazione di David Mills contraddica la scintillante immagine del tycoon sempre vincente per genio fino ad umiliarne l'ideologia (è il mio trionfo personale che mi assegna il diritto di governare, sono le mie ricchezze la garanzia dell'infallibilità della mia politica), Berlusconi ha dovuto scavare tra sé e il suo passato un solco che lo allontanasse dall'ombra di quell'avvocato inglese. Questa necessità gli è stata sempre chiara negli ultimi dieci anni. Cosciente che se fosse prevalso il Berlusconi scorto nella trama svelata da David Mills, la sua avventura politica sarebbe apparsa il patetico sogno di grandezza di un briccone, in definitiva di un pover'uomo melodrammatico che vuole soltanto farla franca, il Cavaliere ha mentito a gola piena scommettendo però, in pubblico, la sua testa. "Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l'esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario" (Ansa, 23 novembre 1999). "Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l'Italia" (Ansa, 20 giugno 2008).

Bugiardo, corruttore, spergiuro anche quando fa voto della "testa dei suoi figli". Sono panni che non può indossare. Per non indossarli è disposto anche a farsi imbozzolare in una minorità politica, anche a tenere fermo il Paese - per un altro intero e lungo anno - nella palude del suo interesse personale ingaggiando, in nome della solita falsa rivoluzione, un nuovo scontro con la democrazia parlamentare, gli organi di garanzia costituzionale, con gli stessi principi della Carta, legge delle leggi.

La legge è uguale per tutti?
È per tirarlo fuori da questo labirinto che i consiglieri più accorti spingono il premier a fare del suo intervento del 28 settembre un discorso memorabile, "da statista". Hanno ragione, se non preparano le consuete fumisterie da fiera peronista. Noi crediamo - e lo diciamo anche con la convinzione del nostro disincanto - che ci sia un solo modo concreto e credibile, per Berlusconi, di dimostrarsi all'altezza della ambizione e responsabilità pubblica. Difenda il suo onore, la sua storia, la verità dei suoi giuramenti. Accetti di dimostrare nel solo luogo appropriato - il processo - l'irreprensibilità delle sue condotte e della sua fortuna. Eserciti in quel luogo - l'aula di un tribunale - i diritti della difesa. Le procedure proteggono quei diritti e a Berlusconi, sostiene, gli argomenti per farlo non mancano. Lo faccia. Martedì prossimo in Parlamento il presidente del Consiglio rivendichi di essere cittadino tra i cittadini con gli stessi diritti e gli stessi doveri di chiunque. Reclami - egli - l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e chieda di essere processato a Milano senza alcuno scudo, impedimento, immunità. Metta da parte le sue personali preoccupazioni per lasciare libera la politica - il governo, il Parlamento - di affrontare le inquietudini degli italiani e le difficoltà del Paese. L'Italia ha dato tanto a Berlusconi, è giunto il tempo che Berlusconi dia qualcosa all'Italia che non sia una legge ad personam. Presidente, vuole dire - e finalmente dimostrare - che la legge in Italia è davvero uguale per tutti?  
(21 settembre 2010)  da repubblica di Giuseppe D’Avanzo