Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 15 ottobre 2010

Il miracolo della vita nel deserto della morte.


La storia del deserto di Atacama è coronata di tragedie (come una lunga muraglia è coronata dai vetri rotti). Scioperi interminabili, marce contro la fame, incidenti fatali, minatori mitragliati e cannonegiati senza pietà in massacri inconcepibili. Tutto questo a causa di una lunga storia di ingiustizie che, malgrado gli anni e i fiumi di promesse politiche, si sono conservate inalterabili, come acide mummie di Atacama. Si dice Deserto di Atacama e si legge dramma, sfuttamento e morte. Per questo ormai era ora che si vivesse un'epopea con un lieto fine. Era ora che la terra irrigata da tanto tempo con il sangue, il sudore e le lacrime dei minatori, tornasse ad essere verde e restituisse dal suo ventre frutti di vita. Qui sangue, sudore e lacrime non è una frase volgare. Io che ho vissuto 45 anni in questo deserto, che ho lavorato nelle miniere a cielo aperto - solo due volte e per brevissimi tempo l'ho fatto nelle miniere sotterranee - posso dirlo con cognizione di causa: il deserto di Atacama è bagnato di sangue, sudore e lacrime.
Il recupero dei 33 minatori di Copiapò, oltre a un trionfio della tecnologia, si alza da questo deserto come una lezione di vita per l'umanità intera. Una prova del fatto che quando gli uomini si uniscono a favore della vita, quando offrono la loro conoscenza e i loro sforzi al servizio della vita, la vita risponde con altra vita. Qui non si è lavorato per cercare oro, petrolio o diamanti. Qui si cercava la vita. Ed è zampillata la vita, 33 fiotti immensi. E all'esplosione di applausi e abbracci e risate bagnate di lacrime della moltitudine nella miniera, e del giubilo di campane e delle sirene delle città del paese, si è sommato l'allegria emozionata del mondo intero. Eravamo tutti esseri umani commossi fino al midollo. Perchè man mano che ognuno dei minatori cominciava a risalire, a uscire, a rinascere dalle viscere della terra, ognuno di noi lo sentiva come se stesse emergendo dal fondo del suo stesso petto. E' stata la celebrazione totale della vita (...) io propongo un Elogio alla vita.
Un messaggio per i 33: sia lieve a loro la marea di luci, telecamere, flash che sta per travolgerli. E' vero che sono sopravvissuti a quella lunga stagione all'inferno, ma in fin dei conti per loro era un inferno conosciuto. Quello che sta per arrivarvi addosso, compagni, è un inferno completamente inesplorato da voi: l'inferno dello spettacolo, l'alienante inferno dei set televisivi. Una sola cosa vi dico, compaesani: aggrappatevi alle vostre famiglie, non le mollate, non perdetele di vista, non lasciatevele sfuggire, aggrappatevi ad esse come vi siete aggrappati alla capsula che vi ha tirato fuori dal buco. E' l'unica maniera di sopravvivere a quell'alluvione mediatica che sta per arrivarvi addosso. Ve lo dice un minatore che di questa roba ne sa qualcosa.
di Hernàn Rivera Letelier
tradotto da Pierpaolo Marchetti
tratto da repubblica del 15 ottobre.

mercoledì 13 ottobre 2010

Fiat, ricatti e sfruttamento sotto il velo della globalizzazione


di Luciano Gallino, la Repubblica, 14 giugno 2010
E’ possibile che la Fiat non abbia davvero alcuna alternativa. O riesce ad avvicinare il costo di produzione dello stabilimento di Pomigliano a quello degli stabilimenti siti in Polonia, Serbia o Turchia, o non riuscirà più a vendere né in Italia né altrove le auto costruite in Campania. L’industria mondiale dell’auto è afflitta da un eccesso pauroso di capacità produttiva, ormai stimato intorno aI 40 per cento. Di conseguenza i produttori si affrontano con furibonde battaglie sul fronte del prezzo delle vetture al cliente.
A farne le spese, prima ancora dei loro bilanci, sono i fornitori (che producono oltre due terzi del valore di un’auto), le comunità locali che vedono di colpo sparire uno stabilimento su cui vivevano, e i lavoratori che provvedono all’assemblaggio finale. I costruttori che non arrivano a spremere fino all’ultimo euro da tutti questi soggetti sono fuori mercato. Va anche ammesso che davanti alla prospettiva di restare senza lavoro in una città e una regione in cui la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, ha già raggiunto livelli drammatici, la maggioranza dei lavoratori di Pomigliano - ben 15.000 se si conta l’indotto - è probabilmente orientata ad accettare le proposte Fiat in tema di organizzazione della produzione e del lavoro. La disperazione, o il suo approssimarsi, è di solito una cattiva consigliera; ma se tutto quello che l’azienda o il governo offrono è la scelta tra lavorare peggio, oppure non lavorare per niente, è quasi inevitabile che uno le dia retta.
Una volta riconosciuto che forse l’azienda non ha alternative, e non ce l’hanno nemmeno i lavoratori di Pomigliano, occorre pure trovare il modo e la forza di dire anzitutto che le condizioni di lavoro che Fiat propone loro sono durissime. E, in secondo luogo, che esse sono figlie di una globalizzazione ormai senza veli, alle quali molte altre aziende italiane non mancheranno di rifarsi per imporle pure loro ai dipendenti.
Allo scopo di utiizzare gli impianti per 24 ore al giorno e 6 giorni alla settimana, sabato compreso, nello stabilimento di Pomigliano rinnovato per produrre la Panda in luogo delle attuali Alfa Romeo, tutti gli addetti alla produzione e collegati (quadri e impiegati, oltre agli operai), dovranno lavorare a rotazione su tre turni giornalieri di otto ore. L’ultima mezz’ora sarà dedicata alla refezione (che vuol dire, salvo errore, non toccare cibo per almeno otto ore). Tutti avranno una settimana lavorativa di 6 giorni e una di 4. L’azienda potrà richiedere 80 ore di lavoro straordinario a testa (che fanno due settimane di lavoro in più all’anno) senza preventivo accordo sindacale, con un preavviso limitato a due o tre giorni. Le pause durante l’orario saranno ridotte di un quarto, da 40 minuti a 30.
Le eventuali perdite di produzione a seguito di interruzione delle forniture (caso abbastanza frequente nell’autoindustria, i cui componenti provengono in media da 800 aziende distanti magari centinaia di chilometri) potranno essere recuperate collettivamente sia nella mezz’ora a fine turno giusto quella della refezione o nei giorni di riposo individuale, in deroga dal contratto nazionale dei metalmeccanici. Sarebbe interessante vedere quante settimane resisterebbero a un simile modo di lavorare coloro che scuotono con cipiglio l’indice nei confronti dei lavoratori e dei sindacati esortandoli a comportarsi responsabilmente, ossia ad accettare senza far storie le proposte Fiat.
Non è tutto. Ben 19 pagine sulle 36 del documento Fiat consegnato ai sindacati a fine maggio sono dedicate alla metrica del lavoro. Si tratta dei metodi per determinare preventivamente i movimenti che un operaio deve compiere per effettuare una certa operazione, e dei tempi in cui deve eseguirli; misurati, si noti, al centesimo di secondo. Per certi aspetti si tratta di roba vecchia: i cronotecnici e l’analisi dei tempi e dei metodi erano presenti al Lingotto fin dagli anni 20.
Di nuovo c’è l’uso dei computer per calcolare, verificare, controllare movimenti e tempi, ma soprattutto l’adozione a tappeto dei criteri organizzativi denominati World Class Manufacturing (Wcm, che sta per produzione di qualità o livello mondiale ). Sono criteri che provengono dal Giappone, e sono indirizzati a due scopi principali: permettere di produrre sulla stessa linea singole vetture anche molto diverse tra loro per motorizzazione, accessorie simili, in luogo di tante auto tutte uguali, e sopprimere gli sprechi. In questo caso si tratta di fare in modo che nessuna risorsa possa venire consumata e pagata senza produrre valore.
La risorsa più preziosa è il lavoro. Un’azienda deve quindi puntare ad una organizzazione del lavoro in cui, da un lato, nemmeno un secondo del tempo retribuito di un operaio possa trascorrere senza che produca qualcosa di utile; dall’altro, il contenuto lavorativo utile di ogni secondo deve essere il più elevato possibile. L’ideale nel fondo della Wcm è il robot, che non si stanca, non rallenta mai il ritmo, non si distrae neanche per un attimo. Con la metrica del lavoro si addestrano le persone affinché operino il più possibile come robot. E’ qui che cadono i veli della globalizzazione.
Essa è consistita fin dagli inizi in una politica del lavoro su scala mondiale. Dagli anni 80 del Novecento in poi le imprese americane ed europee hanno perseguito due scopi. Il primo è stato andare a produrre nei paesi dove il costo del lavoro era più basso, la manodopera docile, i sindacati inesistenti, i diritti del lavoro di là da venire. Ornando e mascherando il tutto con gli spessi veli dell’ideologia neo-liberale.
Al di sotto dei quali urge da sempre il secondo scopo: spingere verso il basso salari e condizioni di lavoro nei nostri paesi affinché si allineino a quelli dei paesi emergenti. Nome in codice: competitività. La crisi economica esplosa nel 2007 ha fatto cadere i veli della globalizzazione. Politici, industriali, analisti non hanno più remore nei dire che il problema non è quello di far salire i salari e le condizioni di lavoro nei paesi emergenti: sono i nostri che debbono, s’intende per senso di responsabilità, discendere al loro livello.
E’ nella globalizzazione ormai senza veli che va inquadrato il caso Fiat. Se in Polonia, o in qualunque altro paese in sviluppo, un operaio produce tot vetture l’anno, per forza debbono produrne altrettante Pomigliano, o Mirafiori, o Melfi. E esattamente lo stesso ragionamento che in modo del tutto esplicito fanno ormai Renault e Volkswagen, Toyota e General Motors.
Se in altri paesi i lavoratori accettano condizioni di lavoro durissime perché è sempre meglio che essere disoccupati, dicono in coro i costruttori, non si vede perché ciò non debba avvenire anche nel proprio paese. Non ci sono alternative. Per il momento purtroppo è vero. Tuttavia la mancanza di alternative non è caduta dal cielo. E stata costruita dalla politica, dalle leggi, dalle grandi società, dal sistema finanziario, in parte con strumenti scientifici, in parte per ottusità o avidità. Toccherebbe alla politica e alle leggi provare a ridisegnare un mondo in cui delle alternative esistono, per le persone non meno per le imprese.
(14 giugno 2010)

martedì 12 ottobre 2010

Landini: “Il 16 ottobre una manifestazione che va oltre la Fiom”


Il 16 ottobre i metalmeccanici con la società civile. Manifesteranno anche precari e movimenti. Intervista al Segretario generale della Fiom.

di Salvatore Cannavò, "Il Fatto Quotidiano", 25 settembre 2010

Il segretario della Fiom, Maurizio Landini, è in giro per l’Italia a seguire le vertenze territoriali. Dopo il problema Fiat è scoppiato il caso Fincantieri e altri problemi si accumulano sulla sua agenda. Inoltre sta preparando la manifestazione del 16 ottobre che ieri ha avuto anche un ulteriore sostegno dall’appello firmato da Paolo Flores d’Arcais, Andrea Camilleri, don Gallo e Margherita Hack che il Fatto Quotidiano ha pubblicato. Un appello importante che Landini ha molto “apprezzato” e conferisce alla manifestazione Fiom un carattere davvero rilevante, punto di raccordo di diversi disagi, di diverse proteste ma anche di una proposta che si può riassumere nella difesa della Costituzione, della democrazia, del lavoro. Per questo il 16 ci saranno molti interventi, non solo sindacali ma anche espressione del lavoro precario, studentesco, associativo.

Contro cosa manifesterete e perché scenderete in piazza?
Il 16 scendiamo in piazza per fare in modo che il lavoro ritorni al centro dell’interesse della politica e del governo. Per uscire dalla crisi serve una nuova idea di sviluppo che non può avere nel lavoro e nei lavoratori un punto di riferimento essenziale. È chiaro che nel contesto attuale scendiamo in piazza contro chi vuole eliminare il contratto nazionale di lavoro come strumento decisivo di solidarietà, ma anche contro le politiche del governo che puntano a scardinare i diritti, come sta facendo il collegato al ddl lavoro sull’arbitrato. Manifestiamo anche per un’effettiva politica industriale perché è fallita l’idea che la crisi possa essere risolta dal libero mercato e richiede invece un serio intervento pubblico.

Cosa intende per intervento pubblico?
Faccio due esempi molto chiari: Fincantieri e il settore dell’auto. La cantieristica è di proprietà statale e opera in un settore strategico a livello internazionale. La difficoltà dipende direttamente dall’assenza di qualsiasi ipotesi di sviluppo in cui il governo può giocare un ruolo decisivo. Ma anche per l’auto si potrebbe impostare un intervento utile. Finora si sono utilizzati solo gli incentivi mentre assistiamo alla totale assenza di finanziamenti all’innovazione di prodotto, come l’auto elettrica, a differenza di Francia o Usa che invece difendono la propria industria. Ma si potrebbe intervenire anche sul fronte della riforma degli ammortizzatori sociali, estendendoli ai precari .

In Germania è stato firmato un accordo alla Siemens che garantisce, sia pure con dei limiti, il posto di lavoro ai dipendenti a tempo indeterminato in cambio di riduzioni di salario e di orario di lavoro. Che ne pensa?
Penso che le differenze con quanto scelto dal nostro paese siano evidenti e macroscopiche. Lì le imprese investono su lavoro e occupazione cercando di evitare che la crisi disperda competenze e redistribuendo. Non si punta alla cancellazione di diritti, non si discute di deroghe ai contratti ma di ridefinizione degli orari con accordo sindacale. Infine, lì tutto ciò è possibile grazie al fatto che i salari tedeschi sono quasi doppi rispetto a quelli italiani o che, ad esempio, in Volkswagen, quando si allunga l’orario di lavoro lo si porta da 28 ore settimanali a 33. Una bella differenza.

La Germania privilegia la coesione sociale al conflitto?
Non c’è dubbio, anzi la scelta della coesione sociale passa per il rispetto e la centralità della contrattazione. Tutto il contrario di quanto accade in Italia dove la risposta alla crisi da parte delle imprese passa per la cancellazione del contratto, chiedendo la piena esigibilità delle prestazioni da parte dei lavoratori. Da noi si rompe con una cultura della rivendicazione sindacale mentre in Germania non si licenzia né si chiudono stabilimenti come invece fa la Fiat a Termini Imerese.

Insomma, c’è un modello tedesco che piace alla Fiom. Avreste firmato l’accordo della Siemens?
Noi di accordi di quel tipo ne abbiamo visti tanti e molto spesso li firmiamo. Penso ai contratti di solidarietà. Chi li rifiuta invece è la Confindustria, da parte nostra c’è un’ampia disponibilità.

Che pensa dell’ipotesi di deroghe a tempo che si sta affermando nel dibattito interno alla Cgil?
Per me non esistono. Se si deroga dal contratto significa che non c’è più il contratto.

Ma Confindustria vi rimprovera di non porvi il problema della scarsa produttività del lavoro.
Bisogna intendersi e faccio un esempio: se per produttività intendiamo il valore di un’ora di lavoro chiunque capisce che un’ora di lavoro per produrre una Panda e un’ora di lavoro per produrre una Mercedes non dipendono da quanto si lavora ma anche dalla qualità del prodotto. Se pensiamo che occorra solo intensificare il lavoro non si comprende che in Italia su questo piano siamo ai limiti come è dimostrato anche dai bassi salari. Se invece il punto è la richiesta di un maggior utilizzo degli impianti noi rispondiamo che gli strumenti sono presenti già nel contratto nazionale. Su orari, straordinari, flessibilità siamo disposti a trattare e a discutere, lo prevede già il contratto.

Il 16 si annuncia una grande manifestazione? Cosa succederà dopo?
Quando abbiamo deciso questa manifestazione l’abbiamo pensata come un’iniziativa sindacale aperta all’opinione pubblica, ai movimenti, alla società civile. Vediamo che questa offerta è stata già recepita e quindi il 16 ottobre si annuncia come un appuntamento importante. Che noi speriamo abbia una continuità. Sia sul piano sindaca-le, con una battaglia per difendere il contratto ma anche costruendo un collegamento a livello territoriale tra il mondo del lavoro e le istanze ambientaliste e di difesa della democrazia. Per questo il 16 troveremo le forme perché le diverse istanze presenti alla fine possano esprimersi e possano trovare un modo di stare insieme anche dopo.

(25 settembre 2010)
tratto da http://temi.repubblica.it/micromega-online/landini-il-16-ottobre-una-manifestazione-che-va-oltre-la-fiom/

lunedì 11 ottobre 2010

La terza depressione/deflazione - Le misure della Fed, interventi costosi e probabilmente inutili



Con itassi vicini a zero, laFed e le altre banche centrali stanno facendo fatica a rimanere rilevanti. L'ultima freccia al loro arco si chiama quantitative easing, verosimilmente inefficace a riportare in vita l'economia statunitense, al pari di qualsiasi altra cosa laFed abbia provato negli ultimi anni. Peggio: l'«alleggerimento» verrà a costare ai contribuenti una grossa somma di denaro e al contempo comprometterà l'efficacia della Fed negli anni avenire.

John Maynard Keynes sosteneva che la politica monetaria fosse improduttiva durante la Grande Depressione. Le banche centrali sono più efficienti nel tenere a freno l'irrazionale esuberanza dei mercati in una bolla — applicando restrizioni al credito disponibile o alzando i tassi di interesse per contenere l'economia—che a promuovere gli investimenti in una recessione. Ecco il motivo per il quale una buona politica monetaria ha il fine di scongiurare che si crei una bolla. LaFed, però, prigioniera per oltre 20 anni dei fondamentalisti del mercato e degli interessi di Wall Street, non soltanto non è riuscita a imporre delle restrizioni, ma oltretutto ha agito come una "ragazza pon pon". E giacché ha rivestito un ruolo di primo piano nella creazione dell'attuale scompiglio, adesso cerca di rifarsi un'immagine. Nel 2001, i tassi di interesse in calo sembrarono raggiungere lo scopo, ma non come si supponeva. Invece di incentivare gli investimenti in stabilimenti e macchinari, i bassi tassi di interesse fecero gonfiare la bolla immobiliare. Ciò dette il via a una vera abbuffata dei consumi, il che significa che si creò debito senza asset corrispondenti, e si incoraggiò a investire in modo spropositato nel settore immobiliare, al punto che l'offerta in eccesso necessiterà di anni e anni per essere smaltita. Il meglio che si può dire della politica monetaria degli anni più recenti è che ha scongiurato le conseguenze dirette che avrebbero potuto verificarsi in seguito al crollo di Lehman Brothers. Nessuno però potrebbe affermare con sicurezza che aver abbassato i tassi di interesse a breve termine sia servito a incentivare gli investimenti. In realtà, il prestito alle imprese — soprattutto alle piccole aziende—tanto inEuropa quanto negli Stati Uniti è rimasto significativamente inferiore ai livelli antecedenti alla crisi. La Fed e la Banca Centrale Europea non hanno fatto nulla in proposito. Sia l'una sia l'altra paiono ancora affascinate dai modelli standard di politica monetaria, in funzione dei quali tutto ciò che le banche centrali sono chiamate a fare per far funzionare l'economia è ridurre i tassi di interesse. I modelli standard hanno fallito nel prevedere la crisi, e ciò nonostante— come sempre - le cattive idee sono dure a morire. Pertanto, mentre l'aver portato vicini allo zero i tassi di interesse dei buoni del Tesoro a breve termine è stato un fallimento totale, la speranza è che abbassando i tassi di interesse a più lungo termine si possa dare impulso all'economia. Le chance di successo, in realtà, sono prossime allo zero. Le grandi aziende affogano nei contanti e abbassare di poco i tassi d'nteressi non farà alcuna differenza per loro. L'abbassamento dei tassi che il governo paga non si è tradotto in un corrispondente abbassamento dei tassi di interesse per le molte piccole aziende che stentano a trovare finanziamenti. Ancora più importante è la disponibilità di prestiti. Con così tante banche in condizioni precarie negli Stati Uniti, è verosimile che il prestito rimanga forzatamente vincolato. Oltretutto, la maggior parte dei prestiti alle piccole imprese è spesso collateral-based: peccato solo che il valore della forma più comune di collaterali, il settore immobiliare, sia letteralmente precipitato. Gli sforzi dell'amministrazione Obama di occuparsi del mercato immobiliare si sono arenati in un misero fallimento; forse, sono serviti unicamente a rinviare nel tempo ulteriori ribassi Nemmeno gli ottimisti ormai credono più che i prezzi del settore immobiliare potranno risalire significativamente in tempi abbastanza rapidi. Insomma, l'alleggerimento quantitativo - consistente nell'abbassare i tassi di interesse a lungo termine acquistando obbligazioni a lungo termine e rilevando prestiti ipotecari non servirà granché a stimolare direttamente gli affari. Ma l'alleggerimento quantitativo potrebbe nondimeno tornare utile in due modi. Il primo rientra nella strategia di svalutazione concorrenziale americana. A livello ufficiale, l'America parla ancora delle virtù di un dollaro forte, ma abbassare i tassi di interesse indebolisce il tasso di cambio. È del tutto irrilevante che uno consideri ciò una manipolazione della valuta o un effetto collaterale fortuito dovuto all'abbassamento dei tassi di interesse. Il fatto è che un dollaro più debole derivante da più bassi tassi di interesse offre agli Stati Uniti un leggero vantaggio dal punto di vista della concorrenza nei commerci Nel frattempo, mentre gli investitori guardano fuori dagli Stati Uniti per migliori profitti, il flusso di denaro al di fuori del dollaro ha rilanciato i tassi di interesse nei mercati emergenti di tutto il mondo. I mercati emergenti lo sanno, e sono seccati - il Brasile per esempio ha manifestato in modo impetuoso le proprie preoccupazioni- non soltanto per il più alto valore della loro valuta, ma anche perché l'afflusso di denaro rischia di alimentare bolle di asset o di innescare l'inflazione. La risposta normale alle bolle o all'inflazione da parte delle banche centrali dei mercati emergenti sarebbe quella di aumentare i tassi di interesse, aumentando di conseguenza ancor più il valore delle rispettive monete. La politica degli Stati Uniti, pertanto, è dunque quella di gettare un duplice malocchio sulla svalutazione della concorrenza: indebolendo il dollaro e costringendo la concorrenza a rafforzare le proprie valute (quantunque alcuni paesi stiano prendendo contromisure in proposito, per esempio erigendo barriere nei confronti di afflussi di denaro a breve termine e intervenendo più direttamente nei mercati stranieri di cambio). Il secondo modo col quale l'alleggerimento quantitativo potrebbe dare qualche piccolo risultato consiste nell'abbassare i tassi ipotecari, abbassamento che contribuirebbe a puntellare i prezzi dell'immobiliare. Di conseguenza, l'alleggerimento quantitativo sortirebbe qualche effetto sui bilanci, in ogni caso probabilmente modesto. Il fatto è che questi piccoli vantaggi sarebbero completamente neutralizzati da spese in sostanza molto ingenti. La Fed ha rilevato più di mille miliardi di dollari di mutui ipotecari, il valore dei quali è destinato a precipitare quando l'economia si riprenderà, il che spiega esattamente per quale motivo nel settore privato nessuno abbia voglia di rilevarli a sua volta. Il govemo può anche dare a vedere di non essere incappato in una perdita di capitali, in quanto a differenza delle banche non è tenuto a utilizzare una contabilità mark-to-market. Nessuno però dovrebbe lasciarsi ingannare, anche se la Fed dovesse conservare le obbligazioni fino alla loro maturazione. Il tentativo di garantire che le perdite non siano riconosciute, potrebbe far si che la Fed si senta tentata di affidarsi in modo eccessivo a strumenti di politica monetaria mai sperimentati, incerti e costosi, per esempio pagare alti tassi di interesse sulle riserve per indurre le banche a non erogare prestiti. E un bene che la Fed stia cercando di fare ammenda per la propria deludente performance di prima della crisi. Purtroppo, però, si è lungi dal capire chiaramente se ha cambiato opinione e parametri, che non hanno consentito prima di mantenere l'economia in assetto stabile, e che di sicuro falliranno ancora. Gli errori commessi in passato dalla Fed si sono rivelati eccezionalmente dispendiosi. E altrettanto lo saranno i nuovi errori, anche nel caso in cui la Fed cercasse in ogni modo possibile di nascondeme il prezzo reale.

Traduzione di Anna Bissanti