L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 3 febbraio 2011

La fame di democrazia in Egitto fa tremare i Listini mondiali.


(Teleborsa) - Roma, 31 gen - In confronto le passate tensioni tra le due Coree sono state "acqua calda". E' l'Egitto, ora, il vero spauracchio dei listini mondiali, e non è necessario essere Nouriel Roubini per immaginare le conseguenze di un inasprimento della situazione e, soprattutto, dell'effetto domino su altri paesi dove la democrazia latita (e non sono pochi!).

L'Egitto sta vivendo ormai da giorni una vera e propria guerra del popolo contro l'attuale regime del Presidente Hosni Mubarak. Gli egiziani non chiedono altro che ordine e legalità e, soprattutto, una democrazia "reale". E affinchè questo avvenga, bisogna tagliare con il passato, e dunque con Mubarak.

Gli esperti di cultura e politica medio-orientale si dividono tra scettici e ottimisti. I primi credono che al momento non esista una figura politica in grado di prendere in mano le redini del Paese a guidarlo serenamente verso una nuova Era. Per i più ottimisti, invece, vi sono alcune persone perfettamente in grado di guidare l'Egitto verso riforme graduali che inizino dalla magistratura, passando per i partiti "che devono essere permessi e indipendenti", e dall'economia che da trent'anni è "corrotta, asfittica, non crea lavoro, ostacola gli investimenti", afferma Hisham Kassem, uno dei più noti politologi egiziani e fondatore di quotidiani indipendenti, in una intervista al Corriere della Sera di oggi. Per Kassem la transizione verso un nuovo Egitto potrebbe essere tranquillamente guidata dall'attuale vice presidente Suleiman.
Ma non bisogna trascurare il Nobel per la pace Mohamed ElBaradei, divenuto ufficialmente leader dell'opposizione e letteralmente osannato dal popolo.

Quale sarà il destino del paese dei Faraoni non è dato saperlo. Ciò che si sa, e che fa tremare, è che altri popoli dei numerosi e travagliati stati limitrofi potrebbero seguire l'esempio dell'Egitto che, si sa, in Nordafrica è un po' come la nostra Germania: un opinion leader, per prendere a prestito una citazione sociologica. Non dimentichiamoci che siamo nell'area più instabile del Pianeta, e che vi sono decine di nazioni pronte ad esplodere come una miccia.

E se l'effetto-domino interessasse anche realtà non necessariamente medio-orientali ma comunque prive di democrazia? Sembrerebbe, lo affermano report di stampa, che le autorità cinesi stiano attentamente filtrando le notizie provenienti dall'Egitto e i forum su internet che ne parlano proprio per il timore che anche alcune "teste calde" cinesi possano emulare il popolo egiziano.

Per il momento, a farne le spese sono i listini azionari, da cui gli investitori stanno fuggendo a gambe levate ormai da giorni. Venerdì Wall Street ha messo in disparte alcune buone notizie, in particolare legate al PIL, e i sogni di scalata di indici come il Dow Jones, che stava corteggiando la soglia psicologica dei 12.000 punti come non faveca da anni, e dell'S&P500 che dice momentaneamente addio a quota 1.300 punti.
Oggi l'Asia è capitolata sui timori di un affetto-domino dell'instabilità politica, mentre stamane l'azionario europeo sembra di umore non proprio roseo.

Secondo molti economisti l'ondata di vendite potrebbe penalizzare anche la Borsa di Israele che, come si sa, è un Paese tutt'altro che politicamente instabile. Non parliamo dei listini egiziani, ormai al tracollo.

Chi scende, e chi sale. La fuga dall'azionario sta alimentando la domanda di beni decisamente meno rischiosi come oro, Treasuries e petrolio. Quest'ultimo è ulteriormente infiammato dai timori che le tensioni possano impattare il transito delle petroliere nel canale di Suez. E se schizza il petrolio, apriti cielo... prezzi al consumo che decollano, spese che aumentano per tutti, dalle aziende alle famiglie...

Intanto le agenzie di rating continuano a punire l'Egitto. Dopo il peggioramento dell'outlook di Fitch di giovedì, è arrivato stamane il taglio di Moody's. L'agenzia statunitense ha infatti abbassato il rating del Paese a "BA2" dal precedente "BA1", con outlook negativo, avvertendo che potrebbero arrivare altri tagli se la situazione dovesse persistere o addirittura aggravarsi.

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