L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 16 marzo 2011

Uno tsunami finanziario investirà l'Europa


Dopo la Spagna, timori per Grecia, Irlanda e Portogallo
LORETTA NAPOLEONI

La settimana nera europea si é chiusa sullo sfondo di un disastro naturale - il piu' grande terremoto della storia del Giappone - e di una umanitaria: i bombardamenti di Gheddafi contro la popolazione libica. La debolezza dell'Europa unita in economia e politica estera é palpabile, la si legge nei titoli dei giornali, nei commenti radiofonici e televisivi e nei volti scoraggiati della popolazione. Bruxelles non raggiunge un accordo su un piano d'azione in Libia nè ne produce uno riguardo alle agonizzanti economie dei paesi Piigs.
La sensazione in Europa é di vivere ai margini di un vulcano che può esplodere ad ogni istante. È bastata la decisione di Moody di ridurre il rating della Spagna e dei titoli del tesoro greco per riaccendere la miccia della sfiducia del debito sovrano europeo. Una sfilza di indici negativi testimoniano la paura che prima o poi uno dei Piigs andrà in bancarotta, un evento che per le finanze europee equivale ad un terremoto epocale, simile a quello giapponese. Su 18 indici finanziari europei 17 sono crollati, incluso il Dax tedesco, il Cac francese ed il Ftse britannico.
E come ormai succede spesso, la risposta dei leader europei é stata quella di riunirsi e posare per le tradizionali foto ricordo. Tornati a casa ognuno ha continuato a dare alla moneta unica il valore e il significato che fa più comodo alle proprie finanze. In Spagna economisti, banchieri e persino politici sostengono che l'euro é l'ancora di salvezza del paese, che Bruxelles non può permettersi di abbandonare Madrid e quindi si ha la sensazione che il pericolo sia stato scampato. Dall'Italia arriva la proposta di standardizzare i titoli in euro facendoli emettere da un'unica entità. Si tratta di una vecchia idea che Lorenzo Bini Smaghi, membro del consiglio esecutivo della Banca centrale europea, ha riproposto e che i tedeschi hanno sempre rifiutato perché offrirebbe ai paesi deficitari, come l'Italia, una via d'uscita "temporanea" e pericolosa attraverso un ulteriore indebitamento proprio grazie alla garanzia delle finanze tedesche. La verità é che i Piigs non vogliono affrontare ciòche ormai è evidente: devono tirare le cinghia ed affrontare sacrifici enormi.
È questo il significato della decisione di Moody. Mentre per gli analisti dell'agenzia di certificazione statunitense la Spagna ha bisogno di 40-50 miliardi di euro in una situazione normale, che salgono a 110-120 miliardi nell'eventualità di una di crisi di fiducia sulla sua solvibilità, per la Banca centrale spagnola le banche hanno bisogno solo di 15 miliardi di euro in più. La discrepanza tra questi valori ben illustra l'illusione di salvezza che i Piigs ancora accarezzano.
Fatta eccezione dei periodi in cui l'Europa era in guerra, è dai tempi della Rivoluzione industriale che le finanze del vecchio continente non sono tanto deficitarie. Anche se nel 2008 abbiamo schivato la crisi mondiale il futuro è nero. Secondo il Fondo Monetario entro il 2030 il debito dei paesi del G7 sarà pari al 200% del Pil e nel 2040 salirà al 440%. Cifre insostenibili con o senza l'euro.
È dunque probabile che prima o poi Grecia, Irlanda e Portogallo dichiareranno la bancarotta e che questo terremoto si tramuti in uno tsunami finanziario per l'euro e per l'economia dell'Unione Europea. A quel punto il valore del franco svizzero graviterà inevitabilmente verso l'alto e per gli europei la Svizzera sarà un ancor più ambito rifugio finanziario.
tratto da http://www.caffe.ch/stories/cronaca/32589_uno_tsunami_finanziario_investir_leuropa/

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