Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 giugno 2011

le società di rating americane, che tanto ruolo hanno avuto nella crisi economica del 2007/2008 devono smetterla di giocare per la speculazione!


17/06/2011 15:12 di Francesco Saccomanni
De Cecco: sulla crisi greca sospendere le agenzie di rating e cercare un accordo sul debito

di Francesco Saccomanni - Secondo l'economista Marcello De Cecco, nella gestione della crisi greca si stanno commettendo molti errori - Per frenare la speculazione che bersaglia Atene ma anche i mercati finanziari, è essenziale ripristinare i controlli dei capitali in Grecia e riciclare tutto il denaro che fugge dal Paese verso le banche da cui proviene
Di giorno in giorno si aggrava la crisi greca. La contestazione popolare è sempre più forte nelle piazze di Atene, il governo Papandreou sembra sfaldarsi e con il montare dell'incertezza politica continua a crescere il nervosismo sui mercati. L'Europa prende tempo. E' ormai evidente che le istituzioni comunitarie sono attraversate da forti contraddizioni politiche e economiche che ritardano una risoluzione dell'emergenza. Ci aiuta a fare luce su questi contrasti il professore Marcello De Cecco, economista e docente di Storia monetaria e finanziaria della Scuola Normale Superiore di Pisa.

Professore, nell'ormai lontano 1993 Lei lanciò una proposta di consolidamento parziale del debito pubblico italiano insieme a Bruno Visentini e Vincenzo Visco (che poi cambiò idea). Proporrebbe lo stesso per il debito greco? Si può paragonare la Grecia di oggi con l'Italia del 1992?

Purtroppo, quella soluzione non è assolutamente adatta alla Grecia, perchè una gran parte del debito pubblico greco è in mano a stranieri e non sarebbe nemmeno più adatta all' Italia di oggi, per lo stesso motivo. Le occasioni vanno colte quando si presentano, come era il caso allora per l' Italia. Ma un'altra obiezione, valida anche per il 1993, era che queste decisioni le prende un governo che sa di non aver bisogno dei mercati dal momento della ristrutturazione. Un governo, cioè, che vuol mettere veramente in ordine i propri conti.

In caso di ristrutturazione del debito, ritiene giusto un coinvolgimento dei creditori privati come vorrebbe la Germania?

In Germania la gran parte dei cittadini vuol coinvolgere le banche creditrici per punirle dei loro comportamenti pre-crisi nei confronti degli investimenti rischiosi. Chi ha sbagliato paghi. Facile da dire, meno facile da attuare, quando si pensi che la gran parte delle banche tedesche dovrebbe poi essere salvata dal loro governo, e cioè dai cittadini, perchè è sottocapitalizzata rispetto agli impieghi. Le banche messe peggio, poi, sono quelle di proprietà pubblica, come le ormai famose Landesbanken. Quindi si chiede una cosa che non sta in piedi dal punto di vista macroeconomico. Per non parlare del contagio. Basterebbe punire i banchieri, tanto per cominciare, licenziando e perseguendo penalmente quelli che hanno portato al disastro. Ma le Landesbanken fanno parte dell'intero sistema politico tedesco, non di questo o quel partito, ed è difficile pensare che i banchieri si farebbero cacciar via o anche mettere alla gogna penale senza spifferare dei rapporti tra banche pubbliche e politici di tutti i partiti.

Cosa dovrebbero fare i governi europei per arrestare la crisi?

Dovrebbero innanzitutto riunirsi solo quando hanno già concordato una soluzione. Fare quello che hanno fatto martedì scorso (con la riunione dei ministri delle finanze dell'area euro, NdR), riunirsi e uscire dicendo che non c'è l'accordo, è semplicemnte inconcepibile in quest' era di mercati speculativi pronti a tutto. Nella sostanza, dovrebbero ripristinare i controlli dei capitali in Grecia e riciclare automaticamente tutto il denaro che fugge dalla Grecia verso le banche da cui proviene. Prima degli ultimi giorni si poteva anche fare un rescheduling a tassi diminuiti e a scadenze allungate, ma oggi coi tassi alle stelle per il debito greco, tutto diviene più difficile.

Finora la Bce ha promesso di mantenere una linea di rigore sui prezzi. Non crede però che un po' di inflazione in Germania sarebbe benefica per ridurre gli squilibri tra i membri dell'euro?

Finora, la ripresa tedesca è stata trainata esclusivamente dalle esportazioni, come prova un articolo della Deutsche Bank. Il desiderio germanico è che il testimone passi ora non ai consumi ma agli investimenti. Quindi, 'more of the same', del famoso modello col quale i Tedeschi funzionano dal dopoguerra. La Bundesbank previene spinte al rialzo di salari e prezzi con un rialzo dei tassi di interesse e così indica la strada alle altre componenti, sindacati e imprenditori.
Questo è il modello che gli Inglesi, ad esempio, si rifiutarono di seguire, con il famoso detto del consigliere della Thatcher, Sir Alan Walters, "one size cannot fit all", riferito ad una sola politica monetaria per tutti i paesi della UME.
Dubito fortemente che la spinta inflazionistica in Germania porti a prezzi più alti che in altri paesi UME, così da favorire i PIGS. Purtroppo, il loro modello i Tedeschi lo hanno imposto a tutta la zona Euro, che non funziona allo stesso modo.
Per rilanciare l' Europa bisogna che l'euro vada attorno a un cambio 1 - 1,20 col dollaro, e che si raggiunga un qualche accordo del tipo Club di Parigi o Iniziativa di Vienna sul debito greco. Ma come diceva Montale, è tardi, sempre più tardi, e la grande speculazione preme incontrastata e persino aiutata da dichiarazioni come quella tedesca di giovedì, ossia di rinviare ogni decisione sulla Grecia a settembre.

Non siamo tutti Tedeschi: ma allora come se ne esce dalle attuali asimmetrie dell'Unione monetaria? Ad esempio, se la Bce sceglie di alzare i tassi, per i Paesi ad alto debito come l'Italia sono dolori.

Fino a quando l' euro resta forte nei confronti della zona dollaro, che comprende anche l' Asia, sono dolori per le esportazioni italiane. E' da notare che l' euro è poco toccato dalla crisi del debito greco. Sono toccati invece i tassi sui prodotti come il debito dei Periferici e i CDS (Credit default swaps, polizze sul rischio default di un'obbligazione pubblica o bancaria, NdR). Bisogna comunque capire che senza una esclusione delle società di rating dal ruolo che non si sa perchè esercitano, e che è scritto nei vari accordi di Basilea, non si comincia a controllare nulla. Lo stesso vale sul mercato dei CDS e gli altri mercati dei derivati, che sono fatti da un numero assai ristretto di banche. Che razza di mercati sono, se i prezzi li fanno quattro grossi operatori? Paesi come la Francia hanno cominciato a porsi queste domande, ma non sembrano ricevere tutto l' appoggio che dovrebbero da altri Paesi.
Bisogna poi far capire alla Germania che, se i Paesi periferici avessero potuto prevedere il suo comportamento a partire dal 2008, non avrebbero certo permesso la regionalizzazione del commercio estero intraeuropeo. Questa si è verificata a partire dall'introduzione della moneta unica e ha visto la Germania diventare il solo Paese creditore di tutti gli altri, Francia e Italia incluse. Non si può da parte tedesca avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se si vogliono liberi i mercati delle merci, come è successo, si devono anche finanziare senza fiatare i surplus commerciali che ne derivano, come accade tra regioni di uno stesso Paese.

Tratto da http://www.firstonline.info/a/2011/06/17/de-cecco-sulla-crisi-greca-sospendere-le-agenzie-d/dd0992c9-a693-4182-81c3-ebc0b3c704b8

mercoledì 15 giugno 2011

la crisi è strutturale. non vogliamo proprio ripensare ad un modo di produrre in maniera diversa da quella capitalistica!


» 14/06/2011 13:23
ASIA
Crescono le minacce all’economia mondiale
Disoccupazione e debito pubblico negli Usa; euro in affanno per Grecia, Portogallo e Irlanda; Giappone in recessione per lo tsunami e Fukushima; Cina con banche indebitate e con bolla speculativa in arrivo: per Nouriel Roubini sono gli ingredienti che potrebbero rendere difficile l’economia nel 2013. Ma per altri, già a luglio vi sarà un tracollo delle borse fino a mettere in discussione il sistema monetario internazionale.

Hong Kong (AsiaNews) – Una “tempesta” fiscale negli Usa; la ristrutturazione del debito in Europa; il rallentamento della Cina e la stagnazione in Giappone potrebbero provocare un peggioramento dell’economia mondiale. È quanto afferma Nouriel Roubini, professore alla New York University. Intervistato a Singapore sui possibili futuri scenari, l’accademico ha risposto che vi è la possibilità che tutti questi elementi si fondano insieme e blocchino la crescita dal 2013. Ma vi è anche una via d’uscita “ottimista”, che renderà l’economia solo più “anemica”.
Roubini è uno dei pochi economisti ad aver predetto la crisi finanziaria del 2007-2009. A suo parere, tutti i fattori elencati premono innalzando il debito pubblico e privato.
In effetti, nel mese di maggio gli Usa hanno registrato un incremento della disoccupazione, fino al 9,1%, che segnala un raffreddamento dell’economia. Allo stesso tempo, il deficit del governo americano continua a ruotare oltre i 1000 miliardi di dollari, compromettendo ogni possibile crescita.
Da parte sua, l’Europa è affossata nel problema della ristrutturazione del debito di Grecia, Portogallo e Irlanda, mentre la guerra contro Gheddafi sta risucchiando sempre più risorse.
Il Giappone, terza economia mondiale, è ormai in piena recessione, a causa dello tsunami e dei disastri nucleari di Fukushima. Il governo ha già dovuto spendere 4 mila miliardi di yen (50 miliardi di dollari Usa), ma i danni ammontano almeno a 25 mila miliardi di yen.
Anche l’economia cinese non è in buonissimo stato, con un rallentamento dell’economia, un’inflazione sempre più alta e una bolla speculativa legata all’edilizia. Secondo Roudini, presto in Cina le banche si ritroveranno con molti prestiti e mutui da estinguere per i mancati riborsi e una sovrapproduzione che non riesce a trovare vie per essere smaltita.
Per l’economista di New York, tutti questi segnali portano a temere per il 2013. Ma altri studiosi, contattati da AsiaNews pensano che già questo luglio “vedremo l’inizio della discesa delle borse mondiali. Il tracollo lo vedremo in autunno”. Secondo diversi studiosi, la crisi economica – insieme forse a qualche guerra – porterà all’azzeramento del sistema economico e monetario mondiale.

tratto da http://www.asianews.it/notizie-it/Crescono-le-minacce-all%E2%80%99economia-mondiale-21829.html


basilea 3. Nel 2019 non ci arriveremo con questo sistema economico.

Chi ha paura di Basilea 3?
Sono soprattutto le Pmi a temere strozzature all’offerta di credito, e propongono correttivi. Le valutazioni dell’impatto sulla crescita sono rassicuranti. Ma il vero pericolo all’orizzonte è altrove.Nel corso degli ultimi mesi le letture ottimistiche della congiuntura economica internazionale hanno lasciato il posto ad una valutazione più sobria e – purtroppo – molto meno positiva della situazione e delle prospettive.

Da parte di autorevoli osservatori è stato sottolineato come, nonostante la ripresa in atto in alcune aree geografiche, poco o nulla sia stato fatto sin qui per rimuovere le cause che hanno determinato il primo serio episodio di crisi dei mercati finanziari


Si ritorna a parlare di una possibile ricaduta (double dip) dell’economia mondiale in una fase recessiva. In questo contesto non sorprende che tornino a ravvivarsi i timori per gli effetti depressivi che sul corso dell’economia reale potranno le nuove regole in corso di adozione al livello del settore creditizio e finanziario, fra cui la nuova legislazione che verrà introdotta a livello europeo in base alla Credit requirements directive, meglio nota come "Basilea III".

Le Pmi chiedono dei correttivi

Nei giorni scorsi riflessioni critiche e proposte sono venute da parte di rappresentanti del settore delle piccole e medie imprese italiane. Dalle pagine del quotidiano ItaliaOggi Sette, il presidente di R.ete. imprese Italia, Giorgio Guerrini, ha lanciato un appello affinché «nel periodo transitorio verso l'attuazione di Basilea III siano messe in campo tutte le azioni atte a scongiurare la diminuzione degli impieghi destinati a soggetti più difficili da valutare, come le micro e le piccole imprese». Il rischio è che le misure destinate alla stabilizzazione del settore bancario e finanziario si traducano «in un nuovo credit crunch a danno di quella parte dell'economia reale che ha già subito gli effetti nefasti della recente crisi».

Uno scenario che è possibile evitare, ha suggerito Guerrini, costruendo «da subito un forte rapporto di collaborazione tra le banche, le associazioni di impresa e i consorzi fidi che valorizzi anche la conoscenza degli elementi qualitativi ai fini di una corretta valutazione del merito creditizio delle impreseIl presidente di R.ete. imprese Italia (associazione cui fanno riferimento Confederazione Nazionale ».

Il Presidente di R.ete Imprese Italia (associazione cui fanno riferimento confederazione Nazionale dell'Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Confartigianato, Casartigiani, Confcommercio e Confesercenti) ha sottolineato come questa esigenza sia condivisa dal governatore della Banca d’Italia e candidato a presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi.

Le imprese, in sostanza, rifiutano di doversi sottomettere alla rigida applicazione di "automatismi e modelli matematici", auspicando l’impiego di criteri altrettanto rigorosi ma che tengano conto della situazione concreta e dell’apporto di idee e innovazioni di chi si presenta allo sportello bancario a chiedere finanziamenti
(sforzo di competenze e di volontà da parte degli uffici bancari preposti. Martelun).

Lo stesso settore creditizio non sembra affatto sordo a tale esigenza, se è vero che di recente è stata avanzata da parte di R.ete. Imprese Italia, Abi, Confindustria e Alleanza Cooperative una proposta comune mirata ad evitare appunto che siano le piccole e medie imprese a pagare il prezzo della stabilizzazione finanziaria.

Per quanto è noto, la proposta prevede l’introduzione di meccanismi in grado di consentire l’applicazione di norme in materia di capital ratios meno restrittive nel caso del portafoglio bancario destinato alle Pmi.

In concreto, si pensa ad un correttivo equilibrante (balancing factor) tale da modificare il calcolo degli attivi ponderati rispetto all’esposizione verso le piccole e medie imprese; la misura del riequilibrio dovrebbe compensare l’aggravio del costo di finanziamento che la revisione dei coefficienti patrimoniali comporta (si valuta che sia approssimativamente del 30% in più rispetto ad oggi) e sventare il rischio di una completa esclusione dal credito per i prenditori più "deboli" – appunto le Pmi.

La proposta sarà prossimamente oggetto di discussione fra Antonio Tajani, commissario europeo per l'industria e l'imprenditoria, con Michel Barnier, commissario europeo per il mercato interno e i servizi. Il tema non è nuovo.

Preoccupazioni per le ripercussioni del Basilea III sul settore imprenditoriale erano state espresse già a fine marzo dal direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli.

Vero è che i regolatori hanno previsto «un'attuazione graduale delle regole, ma il timore è che le reazioni dei mercati finanziari e delle agenzie di rating internazionali, anche in relazione ai nuovi stress test che verranno fatti a breve in Europa, determinino di fatto quasi un obbligo per le banche di anticipare i nuovi requisiti a regime».

Rischio che, notiamo per inciso, si fa sempre più concreto dopo le prese di posizione delle agenzie e le reazioni dei mercati alla crisi fiscale della periferia dell’eurozona e particolarmente alle vicende legate alla ristrutturazione (de facto se non di nome) del debito sovrano della Grecia.


Il contenuto del BASILEA III

Le regole dell’accordo di Basilea possono suddividersi in due parti. La prima riguarda il rafforzamento dei requisiti patrimoniali: restando invariato all’8% il requisito minimo per il patrimonio totale (total capital requirement), aumentano rispettivamente dal 2% al 4,5% il requisito minimo per il capitale definito come common equity, ossia il patrimonio di qualità primaria, e dal 4% al 6% il requisito minimo per il capitale definito come Tier 1, ossia la classe principale del patrimonio, comprendente il patrimonio di primari qualità (common equity) e altri strumenti finanziari di qualità elevata (qualified).

La seconda parte della nuova normativa riguarda la richiesta alle banche di mantenere un cuscinetto di conservazione del patrimonio (capital conservation buffer) nella misura del 2,5%, composto del solo patrimonio di prima classe. Tale cuscinetto può essere utilizzato dalle banche per assorbire eventuali perdite nei periodi di tensione economica e finanziaria.

A questo viene aggiunto un cuscinetto anticiclico (countercyclical buffer), variabile fra zero e 2,5% del common equity o di altra classe di patrimonio, capace di assorbire interamente le perdite potenziali. Il meccanismo del cuscinetto supplementare diviene operante soltanto in condizioni di eccessiva crescita del credito e secondo le circostanze nazionali.

L’applicazione del Basilea III avverrà in modo graduale.

La modifica dei coefficienti patrimoniali avrà inizio il 1° gennaio 2013 e perverrà a regime con il 1° gennaio 2019. Il coefficiente patrimoniale sul common equity salirà al 3,5% nel 2013 e crescerà annualmente di mezzo punto percentuale, arrivando a regime con il 2016. Identica progressione è prevista per il coefficiente minimo del Tier 1 capital (al 4,5% con il 2013 e al 6% nel 2016).

Il cuscinetto di conservazione verrà introdotto solo nel 2016, nella misura dello 0,625%, aumentando progressivamente fino al 2,5% con il 1° gennaio 2019. Come si vede, la nuova normativa rappresenta quanto di più severo la regolamentazione dell’attività bancaria abbia prodotto dal 1974 in avanti ed è destinata ad influire in misura sostanziale sull’intero settore, nel senso una ricomposizione del capitale bancario in direzione di una maggiore qualità.

Una volta approvati, i nuovi coefficienti di capitale avranno l’effetto di attenuare la propensione degli istituti ad assumere rischi, e con essa gli utili potenziali, mentre aumenta di converso il livello di scrutinio cui saranno sottoposti da parte delle autorità nazionali di vigilanza – nonché dalle autorità sovranazionali europee che vengono costituire nel contesto della riforma della governance.

Le banche dovranno raccogliere nuovo capitale, contenere la crescita degli attivi e valutare con maggiore cautela clienti, prodotti e interi segmenti di mercato.


Quanto costa in termini di crescita?

Meno immediata è la percezione delle conseguenze che l’introduzione del Basilea III avrà sulla crescita dei Paesi interessati. A questo argomento sono stati dedicati diversi studi specifici, con esiti estremamente variabili. L’Institute of International Finance ha calcolato un costo per Europa e USA pari a 3 punti percentuali di crescita in meno.

Ancora più nera la previsione dell’Associazione delle banche francesi, che stima un costo di dimensioni doppie per l’economia francese. Di tutt’altro tono sono gli esiti delle ricerche condotte dal Macroeconomic Assessment Group (MAG) costituito nell’ambito del Comitato di Basilea: il rapporto del MAG valuta che – se l’introduzione della nuova normativa venisse diluita nel corso di otto anni, come previsto – il saggio di crescita annuo perderebbe lo 0,3% per ogni punto percentuale di incremento dei coefficienti di capitalizzazione.

Coerente con la metodologia del MAG e prossimo ai suoi risultati è anche lo studio di Bankitalia, apparso nella collana Quaderni di economia e finanza nello scorso marzo (The macroeconomic impact of Basel III on the Italian economy, a firma di Alberto Locarno).

In uno scenario in cui le banche utilizzano pienamente il periodo di transizione al nuovo regime – cioè fino al 2018 – l’impatto del Basilea III sul prodotto interno lordo italiano sarebbe al massimo di 0,33 punti percentuali in meno per ciascun punto percentuale di aumento dei capital ratios.

L’effetto sarebbe avvertito pienamente nel 2019, con un successivo graduale recupero fino al 2022.

Maggiore potrebbe essere tuttavia la caduta del reddito, nel caso in cui le banche fossero costrette, sotto la pressione della concorrenza o dei mercati, ad abbreviare la fase di transizione: ad esempio, se l’adozione dei nuovi requisiti patrimoniali dovesse avvenire già nel 2013, l’effetto depressivo sul PIL sarebbe avvertibile sin dalla seconda parte del 2014 e si concentrerebbe negli anni immediatamente seguenti.

I risultati della ricerca di Bankitalia sono confluiti in uno studio collettivo sul medesimo tema, pubblicato – sempre nel febbraio 2011 – dalla Banca dei regolamenti internazionali (BASEL III: Long-term impact on economic performance and fluctuations, BIS Working Papers No. 338), che «presenta una valutazione dei costi economici di lungo periodo delle nuove norme che introducono requisiti di capitale e liquidità più stringenti, proposte dal Comitato di Basilea sulla sorveglianza bancaria».

Tredici modelli sono stati utilizzati a questo fine. Anche i risultati di questa analisi appaiono più che rassicuranti:

- per ogni incremento di un punto percentuale nei capital ratios la perdita media in termini di mancata crescita è di 0,09 punti percentuali;

- la stretta sulla liquidità conduce ad un ulteriore declino del prodotto, anche in questo caso molto modesto: un aumento del 25% del rapporto fra attivi bancari liquidi e attivi totali causa una riduzione dello 0,08% del prodotto rispetto allo scenario-base;

- l’adozione di una normativa più stringente riduce, seppure in misura modesta, il grado di volatilità del prodotto: la crescita economica è soggetta a fluttuazioni di minore entità;

- questo effetto viene accentuato nel caso in cui vengano adottati dei "cuscinetti" di capitale in funzione anticiclica (i countercyclical buffers sopra ricordati).

Insomma, dei costi pressoché irrilevanti, specie se raffrontati con i benefici che si ricaveranno in termini di stabilizzazione e riduzione della frequenza delle crisi sistemiche. Sono ingiustificati, quindi, i timori che serpeggiano nel mondo delle piccole e medie imprese? Sarebbe bello poter rispondere affermativamente.

A nostro avviso, si tratta piuttosto di un fenomeno di distorsione ottica, per cui una sensazione assolutamente reale viene riferita ad una causa secondaria.

Se dovessimo indicare un motivo reale di apprensione per il futuro del mercato creditizio (a livello mondiale), non guarderemmo all’inasprimento degli standard di capitale del Basilea III, ma piuttosto ai mercati finanziari USA.

E’ qui, infatti, che il combinarsi di tre fattori fra loro strettamente connessi – crisi del bilancio federale, crisi del mercato dei Treasury-bills, conseguente al fallimento delle politiche monetarie ultra-espansive della Fed, e crisi del dollaro – potrebbe determinare entro tempi non lunghi (forse anche prima dell’avvio del Basilea III) uno shock di proporzioni colossali al mercato creditizio internazionale e all’economia reale.

Uno shock a confronto del quale la crisi dell’autunno 2008 potrà sembrare un semplice detonatore.

tratto da http://www.ipsoa.it/PrimoPiano/Impresa/chi_ha_paura_del_basilea_iii_id1040245_art.aspx

lunedì 13 giugno 2011

wall street e le banche piegono Obama, vogliono sempre e soltanto soldi per pochi privilegiati! Basta!


Usa, Nobel per l’economia Stiglitz: “Obama ha fallito sulle misure anti-crisi”


CRISI ECONOMICA USA, STIGLITZ – Dure considerazioni del premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz sulla politica economica del Presidente Usa Barack Obama per fronteggiare la crisi. Intervistato da Maurizio Molinari per “La Stampa”, il giudizio del premio Nobel è lapidario: “Barack Obama non è riuscito a risollevare l’economia perché ha sbagliato la ricetta”.

Stiglitz ha spiegato: “La prima mossa di Obama per rilanciare l’economia è stata il varo del pacchetto di stimoli economici. Si è trattato di un pacchetto troppo esiguo e disegnato male. Non ha rimesso in moto l’economia, non ha creato occupazione e non ha consentito di ridurre il deficit mentre il debito continua ad aumentare. Gli effetti sono quelli che abbiamo visto nell’ultimo rapporto sulla disoccupazione, ormai sopra la quota del 9 per cento. Il ritorno alla piena occupazione per adesso non è ipotizzabile“.

Il pacchetto di stimoli economici per l’economista è stato disegnato male perché “prevedeva sgravi fiscali per i ricchi, consentiva alle banche di continuare a pagare mega bonus ai manager e non aiutava i proprietari di case ad affrontare il problema dei mutui. Il programma di ristrutturazione dei mutui ipotecari è stato un autentico fallimento. Nel complesso, si è trattato di un pacchetto di misure che ha finito per giovare più a chi aveva scatenato la crisi finanziaria, banche e società di mutuo, che non alle vittime, i comuni cittadini”.

“Obama – ha proseguito Stiglitz – aveva sul tavolo una ricetta differente ma scelse di non seguirla. È stato lui a sbagliare. L’unico merito che si può riconoscere al Presidente è l’aver evitato il collasso totale dell’economia nazionale, ma su tutti gli altri fronti ha fallito”.

Alla domanda su come correggere questi errori, il premio Nobel per l’economia ha affermato che “varare un pacchetto fiscale più consistente, tagliare i benefici fiscali ai ricchi e correre in soccorso delle famiglie oberate dai mutui sono misure che possono ancora essere prese e porterebbero di sicuro giovamento all’economia. A cominciare dal fronte dei consumi”. Tuttavia, Stiglitz sottolinea le difficoltà che incontrerà Obama se decidesse di realizzare queste riforme, a causa della maggioranza repubblicana al Congresso: “A Washington non c’è più il Congresso a guida democratica del 2009 e 2010. La Camera dei Rappresentanti è in mano ai Repubblicani che non sono affatto disposti a sostenere Obama nel caso in cui scegliesse di varare interventi strutturali più consistenti. E la cosa non mi sorprende, perché la crisi che stiamo attraversando nasce proprio dalle politiche economiche che i Repubblicani hanno applicato negli anni precedenti all’elezione di Barack Obama“.

tratto da http://www.direttanews.it/2011/06/08/obama-stiglitz-usa-nobel-per-leconomia-stiglitz-obama-ha-fallito-sulle-misure-anti-crisi/