Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 dicembre 2012

Rivoluzione civile



Salvatore Borsellino: "E' di Antonio Ingroia che voglio parlarvi" PDF Stampa E-mail AddThis Social Bookmark Button

Scritto da Salvatore Borsellino   
Martedì 25 Dicembre 2012 11:33
Quando si parla di politica e di competizioni elettorali non mi sono mai piaciute le frasi e i modi di dire mutuati dal mondo del calcio forse perché condizionato da quella sciagurata "discesa in campo" che ci è costata venti anni di governo da parte di un individuo che ha asservito il parlamento e ha utilizzato il governo per la gestione dei propri interessi personali spingendo a livelli mai visti, in senso negativo, la credibilità del nostro paese nel contesto internazionale.
Sono invece abituato ad utilizzare le metafore e i termini che fanno ricordare le lotte, le battaglie, la guerra.
Perché è una vera è propria guerra quella che io e i giovani, che spesso giovani anagraficamente non sono, del mio movimento delle Agende Rosse, stiamo combattendo da anni.
Una battaglia senza quartiere contro la congiura del silenzio, contro la mistificazione, contro la menzogna, contro l'oscuramento da parte dei mezzi di comunicazione, una battaglia per la Verità e per la Giustizia.
Il nostro grido è quello di RESISTENZA, perché ci sentiamo partigiani, partigiani della Costituzione, perché dobbiamo combattere contro un nemico che è peggiore di quello che combattevano i partigiani.
Perché il nostro nemico non veste una divisa e non sempre è riconoscibile a prima vista perché a volte assume addirittura l'aspetto di istituzioni che scatenano una guerra contro altre Istituzioni, che cercano di fermare dei magistrati quando questi finalmente, dopo anni di depistaggi e di occultamenti di prove, si avviano sulla difficile strada della Verità, che cercano di spegnere la luce per impedire di guardarsi attorno quando finalmente, come dice Antonio Ingroia, si è arrivati nell'anticamera della Verità.

Ecco è di Antonio Ingroia che voglio parlarvi, della sua scelta di lasciare il suo incarico di Procuratore Aggiunto a Palermo, di lasciare il pool di magistrati che coordinava e che, insieme a lui e sotto la sua guida, ha istruito il processo che è appena iniziato a Palermo.
Il processo per "attentato al corpo politico dello Stato", comunemente detto "della trattative Stato-mafia", un processo nel quale, per la prima volta nella storia del nostro paese lo Stato sta processando se stesso, o almeno una parte di esso.
Sono rimasto molto turbato quando Ingroia ha preso questa decisione, ho voluto incontrarlo per capirne le ragioni e quelle che mi ha dato non mi hanno del tutto convinto.
Pensavo soprattutto alle maggiori difficoltà che avrebbero incontrato i suoi colleghi del pool di Palermo, Di Matteo in primis, senza la sua presenza ed il suo supporto.
Il giorno prima che partisse però, anzi quando era già a Roma nel suo viaggio di trasferimento in Guatemala, capiì che se aveva preso quella difficile decisione doveva avere dei buoni motivi, e in parte me li aveva dati, e non toccava a me giudicare.
Così lo chiamai e gli ribadii il mio affetto e la mia solidarietà.

Adesso Antonio Ingroia ha preso una decisione ancora più difficile, quella di mettersi in gioco, di metterci la faccia, di cambiare campo di battaglia, perché sa che come magistrato ha fatto tutto quello che poteva, fare, che il processo di Palermo tenteranno in ogni caso di fermarlo. 

Lo stesso presidente della Repubblica, piuttosto che spianare la strada della Giustizia. ha messo sulla sua strada, la strada della Verità, l'ostacolo più grande e tutti quali che hanno partecipato a questa vergognosa congiura del silenzio durata venti anni si coalizzeranno, si sosterranno a vicenda con le loro menzogne nel comune intento di nascondere una verità che li condannerebbe al disprezzo del paese vero, di quello che ancora ha degli ideali. Ingroia ha fatto una scelta difficilissima, ancora più difficile di quella che tanti anni fa fece Giovanni Falcone quando, impossibilitato a proseguire il suo lavoro di magistrato a Palermo andò a Roma a dirigere la sezione Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia. 

Ma Falcone restava magistrato, Ingroia accetta di mettersi in gioco in una competizione politica, probabilmente non potrà più tornare a fare il magistrato, ma lo fa perché sa che solo così potrà continuare il suo lavoro, solo così potrà continuare a percorrere la strada della Verità, la strada della Giustizia. 

Manca pochissimo tempo al giorno delle elezioni, c'è pochissimo tempo anche soltanto per raccogliere le firme, per organizzarsi.
E' una impresa quasi disperata e io ho sempre sostenuto all'interno del mio movimento delle Agende Rosse che non dobbiamo impegnarci nelle competizioni politiche. 

Ma adesso sta succedendo qualcosa, è come se in una battaglia in cui l'esito è incerto uno squadrone di cavalleria si slanciasse improvvisamente in un attacco frontale verso il nemico per cercare di sovvertirne le sorti. 

Io non posso restare in trincea a guardare, ad aspettare l'esito di quell'assalto senza parteciparvi, senza sostenere, anche se dall'esterno, Antonio Ingroia e i suoi compagni di lotta, i miei compagni di lotta.

Non so se i miei soldati mi seguiranno ne posso ordinargli di farlo ma in quell'assalto ci devo essere anche io. Anche io devo contribuire alle sorti della battaglia. 

Non posso pronunciarmi a nome del mio movimento, non ho il diritto di farlo, ognuno di loro deciderà come combattere la sua battaglia, ma io devo andare.
Antonio, Luigi, Leoluca, non posso dirvi "noi ci stiamo" ma una cosa posso gridarla e la grido con tutte le mie forze: IO CI STO.

Salvatore Borsellino
 

venerdì 28 dicembre 2012

Siria destabilizzata





PER CHI SUONA LA CAMPANA DELLA SIRIA
Postato il Giovedì, 27 dicembre




DI PEPE ESCOBAR
atimes.com

La maggiore tragedia geopolitica del 2012 è destinata ad essere la maggiore tragedia geopolitica del 2013: lo stupro della Siria.

Come di tanto in tanto vado a rileggere i miei passaggi preferiti di Hemingway, recentemente mi sono riguardato alcuni filmati che ho fatto anni fa nel bazar di Aleppo – il più straordinario tra i bazar del medio oriente. E’ stata come una coltellata nella schiena: ero così affascinato dall’architettura del bazar e dai suoi commercianti. Settimane fa quasi tutto quel bazaar – cuore pulsante di Aleppo da secoli – è stato incendiato e distrutto dai “ribelli” del cosiddetto Esercito Siriano Libero (Free Syrian Army).

Nella tragedia siriana non troviamo un giovane eroe stile Hemingway, nessun Robert Jordan nelle Brigate Internazionali che lottano a fianco dei guerriglieri repubblicani contro i fascisti durante la guerra civile spagnola. Nella guerra civile siriana, le brigate internazionali non sono che mercenari, Salafiti-Jihad, del genere di quelli che decapitano e fanno esplodere macchine. Ed i (pochi) giovani americani presenti sul posto sono per lo più pedine high-tech di un gioco condotto dal rapace club NATOGCC (la NATO ed i suoi fantocci Arabi del GCC - Gulf Cooperation Council).

La tragedia continua. La macchina della sicurezza militare e politica dello Stato Siriano continuerà imperterrita a fare i suoi blitz senza pensarci due volte e ignorandone i danni collaterali. Dal lato opposto, i “comandanti” dei ribelli scommetteranno su un nuovo Consiglio Militare Supremo che goda dell’appoggio saudita e del Qatar.

I Salafiti e i Salifiti-Jihad del Fronte al-Nusrah – fanatici del settimo secolo, grandi decapitatori e abilissimi dinamitardi, autori della maggior parte delle azioni di lotta – non sono stati invitati. Dopo tutto, il Fronte al-Nusrah è stato etichettato da Washington come “organizzazione terroristica”.

Sentiamo qual è stata la reazione del gran maestro della Fratellanza Musulmana (MB), il vice comandante generale Mohammed Farouk Tayfour, nativo di Hama: secondo lui è stata presa una decisione troppo “affrettata”. E ora sentiamo qual è stata la reazione del nuovo capo dell’opposizione siriana, Ahmed Moaz al-Khatib, ad un convegno degli “Amici della Siria” tenutosi in Marocco: la decisione deve essere “riesaminata”. Virtualmente, tutti i “ribelli” hanno dichiarato il loro sconfinato amore per i duri di al-Nusrah.

Con quei fanatici di al-Nusrah in giro, che nascondono le loro barbe islamicamente-corrette sotto una prosaica felpa con cappuccio, aspettiamoci ulteriori azioni dei “ribelli” a Damasco – nonostante le due recenti sconfitte (una dello scorso Luglio e l’altra in questo mese) inflitte dalla controffensiva del governo Siriano. Dopo tutto, le generose esercitazioni militari a cura degli Stati Uniti, Regno Unito e Forze Speciali Giordane, prima o poi dovevano dare i loro frutti, per non citare poi le vagonate di armi super letali fornite dai quelle parvenze di “democrazie” del Golfo Persico. A proposito, il Fronte al-Nusrah controlla intere sezioni della devastata Aleppo.

Il governo dell’odio settario

E poi c’è la nuova e “orwelliana” Coalizione Nazionale delle Forze Siriane Rivoluzionarie e d’Opposizione – una co-produzione Washington-Doha. Ecco a voi il nuovo leader, uguale-identico al vecchio e dimesso leader, quello che fu il Consiglio Nazionale Siriano (SNC). E’ solo retorica; l’unica cosa che conta per la “Coalizione Nazionale” è di continuare a rifornirsi di armamenti letali. E adorano quelli dell’al-Nusrah, anche se Washington non li gradisce.

Il Qatar ha scaricato nella Libia “liberata” tonnellate di armi “come fossero caramelle” (come ha riferito un venditore di armi americano). Solo dopo il contrattacco di Benghazi il Pentagono e il Dipartimento di Stato si sono accorti che rifornire i ribelli Siriani di armi potrebbe – già, non sarebbe male – portare ad ulteriori contrattacchi. Traduzione: che il Qatar continui pure a scaricare tonnellate di armi in Siria. Gli Stati Uniti continueranno a “condurre il gioco da dietro le quinte”.

Attendiamoci ulteriori massacri settari come quello ad Aqrab. Qui troviamo la versione più autoritaria di ciò che può essere successo. Ciò dimostra ancora una volta che quello che i “ribelli” NATOGCC stanno davvero vincendo è la guerra di YouTube.

Prepariamoci quindi ad ondate ancora più aggressive e violente di propaganda – e sullo sfondo i media occidentali che fanno il tifo per i “guerrieri della libertà”, che fanno quasi vergognare quelli della Jihad degli anni ’80 in Afganistan.

Aspettiamoci ulteriori distorsioni della verità, come quando il Vice Ministro degli Esteri Russo Mikhail Bogdanov ha detto: “La lotta s’intensificherà ulteriormente, la Siria perderà decine di migliaia e, forse, centinaia di migliaia di civili…Se un tale prezzo a voi sembra giusto per la destituzione dell’attuale presidente, noi che ci possiamo fare? Noi, ovviamente, lo consideriamo assolutamente inaccettabile.”

Ergo: la Russia sta tentando di tutto per evitare che ciò avvenga. E se i “ribelli” della NATOGCC provano a minacciare di attaccare le ambasciate russa ed ucraina a Damasco, farebbero bene a tagliarsi le barbe e andare a nascondersi dagli Spetnatz (e Forze Speciali Russe, perché con quelli non si scherza.

Aspettiamoci ancora più odio settario, come quando lo Sceicco Sunnita e star di al-Jazeera, Yusuf al-Qaradawi, ha casualmente lanciato una fatwa(sentenza) legittimando l’uccisione di milioni di Siriani, siano essi militari o civili, basta che siano Alawiti o Sciiti.

L’odio settario detterà le regole, con il Qatar in prima linea, seguito dai Sauditi con la loro schiera assortita di islamisti intransigenti. Ordine del giorno: la guerra contro gli Sciiti, contro gli Alawiti, contro i secolaristi, contro i moderati, non solo in Siria ma in tutto il Medio Oriente.

Patriot vs Iskander

La strategia del nuovo Esercito Siriano si reduce ad un’imponente ritirata delle truppe dalle basi sparse nelle campagne periferiche per concentrarle nei grandi centri. Aspettiamoci che la strategia di base del club NATOGCC rimarrà più o meno la stessa: colpire l’esercito siriano il più possibile, demoralizzarlo, mentre si continua a preparare il terreno per un possibile intervento della NATO (la minaccia delle armi chimiche e il martellante paventamento di una “catastrofe umanitaria” fanno parte di un più ampio pacchetto di operazioni psicologiche).

L’esercito Siriano potrà anche avere le armi più potenti; ma di fronte ad uno tsunami di mercenari e di Salafiti-Jihad addestrati ed armati fino ai denti da quelli del NATOGCC, la cosa potrebbe anche protrarsi per anni. Una guerra civile in stile Libano. Questo ci porta alla prossima opzione “migliore” – che, in effetti, è più una conseguenza - la fine dello Stato Siriano dopo il susseguirsi di migliaia, o milioni, di attacchi.

Ciò che è certo è che la “coalizione volontaria” contro la Siria non avrà alcun problema a rivelarsi una volta che il gioco sarà finito. Washington scommette su un regime post-Assad guidato dalla Fratellanza Musulmana. Ecco perchè il Re-Playstation di Giordania sta dando letteralmente di matto; lui sa bene che la Fratellanza prenderà il controllo anche della Giordania e lo caccerà via condannandolo ad un perenne shopping ad Harrods.

Anche quelle parvenze di democrazie – le petrol-monarchie medievali del Golfo Persico - stanno fremendo: temono il successo popolare della Fratellanza come fosse la peste. Il Kurdistan Siriano – ormai quasi pronto per l’autonomia e, infine, la libertà – fa già tremare Ankara. Per non parlare della prospettiva futura di un’ondata di Salafiti-Jihad improvvisamente disoccupati che varcano allegramente il confine Turco-Siriano e iniziano a vagare senza meta.

E poi c’è il complicato rapporto Iran-Turchia. Teheran ha già avvertito Ankara, senza mezzi termini, dell’imminente spiegamento di missili di difesa da parte della NATO.

E’ certamente il capolavoro mediatico di fine 2012. Il portavoce del Pentagono George Little è stato chiarissimo: “ gli Stati Uniti sostengono la Turchia nei suoi sforzi di difesa…(contro la Siria).”

Ecco il motivo dello spiegamento di 400 militari in Turchia per il funzionamento di due batterie missilistiche Patriot, per “difendere” la Turchia da “potenziali minacce che possano provenire dalla Siria”.

Traduzione: tutto questo non ha niente a che vedere con la Turchia, riguarda i militari Russi in Siria. Mosca ha mandato a Damasco non soltanto dei missili terra-terra estremamente efficienti e ipersonici (gli Iskander, praticamente immune ai sistema di difesa missilistici), ma anche i missili di difesa terra-aria multi-bersaglio Pechora-2M, l’incubo per il Pentagono, nel caso venga stabilita una “no-fly zone” in Siria.

Diamo allora il benvenuto al faccia-a-faccia Patriot contro Iskander. E proprio sulla linea del fuoco troviamo il Primo Ministro Turco Recep Tayyip Erdogan – uno sconfinato egocentrico che cova nel suo intimo un profondo complesso d’inferiorità nei confronti degli Europei – abbandonato a se stesso dal grande piano NATO.

Il tallone di Achille della Turchia (Curdi a parte) è il ruolo che essa stessa si è cucita addosso di essere un crocevia energetico tra l’Est e l’Ovest. Il problema è che la le risorse energetiche turche dipendono sia dall’Iran sia dalla Russia; poco saggiamente, il paese si sta scontrando con entrambi nella complicata vicenda siriana. Così tanto squallore, così tanta desolazione.

Come risolvere questa tragedia? Nessuno sembra prestare ascolto al Vice Presidente Siriano Farouk Al-Sharaa. In questa intervista con il libanese Al-Akhbar, egli sottolinea “la minaccia dell’attuale campagna per distruggere la Siria, la sua storia, la sua civiltà, la sua gente…Ogni giorno che passa, la soluzione sembra allontanarsi, militarmente e politicamente. Dobbiamo essere in grado di difendere l’esistenza della Siria”.

Egli non ha “una chiara risposta su quale possa essere la soluzione migliore”, ma ha una mappa:

“Qualsiasi accordo, stabilito in base a negoziati tra capitali arabe, regionali o straniere, non può esistere senza una solida base Siriana. La soluzione deve essere Siriana, ma attraverso un insediamento storico, che includa le sue principali aree geografiche e i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Questo accordo deve contenere l’arresto di qualsiasi forma di violenza e la creazione di un governo di unità nazionale con ampi poteri. Questo deve essere accompagnato dalla soluzione di questioni sensibili legate alla vita delle persone e alle loro legittime richieste.”.


Questo non e’ affatto quello che vuole il gruppo NATOGCC – anche se gli USA, il Regno Unito, la Francia, la Turchia, il Qatar e l’Arabia Saudita sono tutti concentrati ognuno sulle proprie agende, tra loro assai divergenti. La Guerra della NATOGCC ha già raggiunto un obiettivo – tra l’altro molto simile a quello dell’Iraq nel 2003; ha completamente disgregato il fragile tessuto sociale della Siria.

Capitalismo distruttivo in azione, fase I; il terreno è già pronto per una redditizia “ricostruzione” della Siria, non appena verrà insediato un governo turbo-capitalistico, malleabile e pro-occidente.

Tuttavia, in parallelo, le azioni di contrattacco agiscono in modo misterioso: milioni di Siriani, che inizialmente appoggiavano l’idea di un movimento pro-democrazia – dalle classi manageriali di Damasco ai commercianti di Aleppo – ora usano l’arma del sostegno al governo come difesa contro le raccapriccianti pulizie etnico-religiose promosse dai “ribelli” del tipo al-Nusrah.

Stretti tra NATOGCC da una parte e Iran-Russia dall’altra, i Siriani non sanno dove andare. La NATOGCC non si fermerà davanti a niente pur di riuscire a creare qui una qualche dubbia entità del tipo emirato pro-USA o una cosiddetta “democrazia” guidata dalla Fratellanza Musulmana. Non e’ difficile capire per chi sta suonando la campana in Siria: non suona per te, come in John Donne, ma per la desolazione, la morte e la distruzione.

Pepe Escobar è autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007) e di Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge. Il suo ultimo libro Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009). Lo so può raggiungere a: pepeasia@yahoo.com

Fonte: www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/NL22Ak03.html
22.12.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63 




sabato 22 dicembre 2012

L'ideologia neoliberista non vuole la liberazione degli esseri umani

Elisabetta Teghil: Ricordare/Trasformare/Uscire da qui

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Ricordare/Trasformare/Uscire da qui

di Elisabetta Teghil

L’esperienza passata condiziona quella futura, per questo è necessario conquistare una memoria autonoma e collettiva del movimento femminista.

La memoria è l’occasione per produrre nuove possibilità e dare un senso agli eventi presenti e futuri.


Il femminismo è nato dalla prassi consapevole di soggetti che intendevano liberarsi e la liberazione di noi tutte è il programma del passato, del presente e del futuro.


C’è stato un momento magico in cui le donne hanno pensato di potersi riappropriare del proprio corpo, della propria sessualità, della propria vita.

E’ durato un anno? qualche anno? un mese? qualche mese? per ognuna è stato un tempo diverso, ma è bastato per prendere su di sé una consapevolezza che è potenza, che è l’aver assunto la certezza che la liberazione può essere, che non è utopia, mito, sogno o follia, ma autonomia e autodeterminazione.

La conoscenza del nostro corpo, dai primissimi timidi tentativi, si è aperta poi a ventaglio, è stata la scoperta della fisicità, la gestione della salute, della sessualità, dei desideri, della mente fino ad una grande e positiva sensazione di onnipotenza, sensazione di poter finalmente decidere di sé e per sé.

Ma, anche, consapevolezza della costruzione sociale del nostro essere e del corpo, per cui esistevano tante immagini esterne della femminilità e del corpo stesso, quante erano e sono le classi e le frazioni di classe.

Quindi, compenetrazione di conoscenze di sé e di conoscenze del “fuori”.

Ma mentre cercavamo di portare avanti questo percorso di consapevolezza e di utilizzare politicamente le correlazioni che avevamo messo in atto per spezzare l’organizzazione e l’ordine sociale classista e sessista, la risposta del femminismo socialdemocratico è stata ricostruzione dei ruoli e puntello di questo ordine sociale.

E questo processo è stato attuato attraverso appositi grimaldelli: il gratuito, la delega, le esperte e gli esperti.

L’uso strumentale del gratuito ha offuscato e nascosto come in una nebbia la differenza che esiste tra il diritto ad avere i servizi gratuiti da parte dello Stato da cui non si può e non si deve prescindere e il delegare allo stesso i propri spazi di aggregazione e di crescita politica. Oltre all’enorme mistificazione passata attraverso il concetto del ”cambiare le Istituzioni dal di dentro”.

L’affidamento di nuovo agli esperti, anzi alle esperte, perché il numero di donne che fanno le psicologhe, le sessuologhe, le psichiatre, le specialiste in senso lato del comportamento ….è notevole, ha condotto alla medicalizzazione delle esistenze da un lato e, dall’altro alla perdita della capacità di conoscersi e di riconoscersi in autonomia.

Non esistono segni “ fisici” veri e propri. L’immagine sociale del proprio corpo, con cui ogni soggetto deve fare i conti, si ottiene attraverso l’applicazione di un sistema di classificazione sociale.

I segni costitutivi del corpo sono prodotti di una fabbricazione culturale vera e propria.

Dimenticare questo ha comportato devitalizzare l’impulso rivoluzionario del femminismo, deviandone la sensibilità, l’immaginazione e l’analisi verso forme di determinazione individuale e collettiva opposte alle premesse ideali.


I sentimenti umani di reciproco riconoscimento, di mutuo aiuto e di vicendevole costruzione delle proprie esistenze, sono stati tradotti in promozione individuale e sostituiti da meccanismi di promozione sociale, isolando le soggettività indisponibili a questa soluzione e le tante non coinvolte in questo processo, mettendole nella situazione di essere represse. Chi ha fatto queste scelte si è resa complice del razzismo istituzionale che rinchiude nei Cie per condizione, della discriminazione e persecuzione di comportamenti, etnie, nazioni o parti politiche della società.


La ricerca della felicità individuale e collettiva è stata capovolta in una realizzazione personale totalmente dimentica dell’originaria azione creativa e dialettica del femminismo, capovolgimento favorito attraverso l’indirizzo dei mezzi comunicativi e formativi di massa, per cui ogni riflessione e pratica eterodiretta rispetto alle pratiche dominanti, viene rinchiusa nella logica del negativo e del patologico, da reprimere, utilizzando le componenti socialdemocratiche riformiste come agenti controrivoluzionari.

La visione esclusivamente emancipatoria della condizione della donna, annulla l’idea e gli ideali di liberazione, rimuovendo l’orizzonte comune e collettivo della libertà.


Il femminismo, oggi, viene percepito nel comune sentire come qualcosa di opportunistico, con connotazioni negative e corporative, con lo stesso meccanismo con cui la sinistra socialdemocratica ha consegnato i giovani della periferia al fascismo.


La grande vittoria del patriarcato è di aver stravolto il carattere originario e originale del femminismo e di averlo fatto attraverso la componente socialdemocratica.

E la vittoria della componente socialdemocratica è passata attraverso l’area della comunicazione sociale, attraverso la produzione di falsificazioni, la manipolazione e l’intossicazione della memoria femminista con il controllo preventivo e la condanna dei comportamenti potenzialmente antagonistici.

Il femminismo è scardinamento dei ruoli e, proprio perché il personale è politico, è scardinamento dell’organizzazione sessuata della società.

Ma, dato che nessun ambito sociale vive di sé e per sé, è scardinamento e rifiuto dei ruoli organizzativi della società tutta.

La socialdemocrazia è impostata per conservare, mentre il femminismo è un programma che fa della memoria uno strumento di consapevolezza e di forza per uscire da questa società.

Il nostro impegno è piccolo e grande allo stesso tempo e non è merce di contrattazione.

L’obiettivo è la nostra liberazione.

L’inganno parte dall’idea , volutamente falsificata, che questa società abbia nel DNA la possibilità di potersi rinnovare e che il patriarcato sia qualcosa di altro rispetto all’involucro capitalista in cui in questa stagione si perpetua.

Ma può esistere il patriarcato senza capitalismo, ma non può esistere il capitalismo senza patriarcato.

La messa in discussione dell’organizzazione sessuata, mette necessariamente in discussione l’organizzazione gerarchica, autoritaria, verticistica da cui, il patriarcato per un verso ed il capitale per un altro, non possono prescindere.


Non è trasfigurando le istituzioni che migliora la nostra condizione di genere oppresso, ma attraverso la capacità di abbattere le costruite differenze tra il maschile e il femminile, smascherando la pretesa di trasformare la storia in natura e l'arbitrio culturale e politico in naturale.


L'approccio socialdemocratico ha sostituito il concetto stesso di lotta politica con quello di delega, ha lavorato in modo che il patriarcato e le strutture patriarcali fossero percepite come qualcosa di esterno, di altro, di sovrapposto rispetto a questa società e si è risolto nella promozione individuale di alcune a scapito della stragrande maggioranza delle donne tutte, trasformando il femminismo in un arcipelago di associazioni di categoria abilitate dalla controparte a parlare a nome delle donne, nella misura in cui le stesse si sono appiattite e hanno aderito ai valori e agli interessi patriarcali.

E' lo stesso approccio con cui le Ong e le Onlus affrontano il dramma del terzo mondo, dove non denunciano le guerre neocoloniali, non mettono in discussione la depredazione delle ricchezze di quei popoli, ma portano aiuti umanitari.

Ma quelli che fanno le guerre neocoloniali e a vario titolo partecipano, compresi gli stuoli di Ong e Onlus, forma attuale dei missonari di vecchia memoria, sono, al di là delle belle parole, contro i popoli del terzo mondo, così come le socialdemocratiche e riformiste, al di là delle belle parole, sono contro le donne ed il femminismo.


Da qui, l’oblio e la “damnatio” di tutti quei collettivi e gruppi femministi che hanno fatto scelte di azione “violenta”, per usare un termine semplicistico e corrente, e armata nei confronti del patriarcato.

La teoria della non-violenza è una modalità del marketing, un vero e proprio strumento di controllo sociale e come il marketing non ha la funzione di liberare il tempo individuale, ma, al contrario, di controllarlo per massificarlo al massimo, così la non-violenza è lo strumento di una nuova servitù volontaria.


E, infatti, i termini rivoluzione e ribellione, sono diventati per le componenti femminili socialdemocratiche alla stregua di un marchio commerciale con cui fare marketing e pubblicità. Questa epidemia di ribellione non impressiona né il capitale né le sue articolazioni repressive.

Non contente, tutte queste ribelli, si autorappresentano come “scomode” per questa società. E, buon ultimo, si definiscono “disubbidienti”. E usano il meccanismo del capitalismo mediatico.

Tutto si risolve nell’ “épater les bourgeois”.

Dobbiamo avere chiavi di lettura per distinguere tutte costoro dalle vere ribelli, disubbidienti e scomode?

Non ce n’è bisogno, questo già lo fa per noi il patriarcato.

Quelle di cui abbiamo parlato, hanno i riflettori puntati su di loro, se ne parla, vengono intervistate, vengono ospitate di qua e di là.

Le altre, quelle che lo sono veramente, sono avvolte dal silenzio e dall’oblio e, quando “esagerano”, vengono stigmatizzate, demonizzate, represse...

Contemporaneamente, il tabù del sesso viene largamente sfruttato da quando si è scoperta la correlazione e il legame tra desiderio sessuale e pratiche sessuali non usuali e malinteso concetto di rivoluzione e liberazione.

Allo stesso tempo, resta fermo lo stereotipo della donna che è oggetto di piacere o soggetto domestico che, anche quando è emancipata e lavora fuori casa, è lei stessa che sorveglia la sua abbronzatura, l’odore delle sue ascelle, i riflessi dei suoi capelli, la linea del suo reggiseno o il colore delle sue calze.

Vestire casual, comprare nei negozi equo-solidali, fare sesso fuori dal coro e dichiarare la “rivoluzione necessaria”, non assolve nessuna.

Facciamo pure quello che ci pare, perché quello che ci piace, proprio perché ci piace, è buono, ma lo è, naturalmente, per noi che lo facciamo e ci piace, ma non parliamo, per favore, di libertà, di rivoluzione, di cambiamento della società.

Questa configurazione sociale si caratterizza nella preminenza progressiva della merce su ogni altro elemento e nella mercificazione di tutti i rapporti, compresi quelli sociali e affettivi, nella cultura che viene ridotta a mode che si susseguono, con l’apparire esibizionistico che prende il posto dell’autonomia individuale, nell’appiattimento della storia stessa sull’evento immediato e l’informazione istantanea, nella fuga dal conflitto sociale e nella disaffezione dalla politica, nella strumentalizzazione delle lotte di liberazione e delle diversità.

Allora diventa urgente smascherare e denunciare il ruolo di missionarie del verbo patriarcale che le socialdemocratiche e riformiste assolvono, per recuperare lo spirito del femminismo che è antagonista e liberatorio, che vuole lo scardinamento dei ruoli e delle dinamiche di oppressione comprese quelle delle donne contro le donne.

Perché la visione, la lettura, la speranza di un cambiamento totale di questo mondo non è mai venuta meno.

L'ideologia neoliberista, forma compiuta ed attuale del divenire del capitale,
non vuole la liberazione degli esseri umani, ma pretende, addirittura, la fine
di ogni forma simbolica a vantaggio esclusivo del valore mercantile.
La violenza del neoliberismo si manifesta nella sua pretesa di vietare ogni
forma di conflitto, di differenza e di declinare tutto nel suo interesse e di
sacrificare tutto alla sua conservazione ed autoespansione.


Chiarezza politica, onestà intellettuale, coraggio civile, autonomia, autodeterminazione, autorganizzazione , coscienza di classe, coscienza di genere sono gli strumenti che dobbiamo usare per proseguire il nostro percorso di liberazione.
 
http://www.sinistrainrete.info/societa/2466-elisabetta-teghil-ricordaretrasformareuscire-da-qui.html 

lunedì 17 dicembre 2012

La classe dirigente italiana è in stato confusionale


La putrescenza del Capitalismo contemporaneo e la teoria del crollo

Antonio Carlo

 Lunedì 10 Dicembre 2012

estratto


6) Italia: i disastri e le gaffes del Governo tecnico

A fine 2011 arriva in Italia il Governo dei tecnici che chiude l’era Berlusconi, e che viene presentato come il “team” dei salvatori della patria, mantra nel quale non ho mai creduto, pur detestando Berlusconi, in poche parole siamo passati dalla padella alla brace. E valga il vero.


A) Il bilancio disastroso dei tecnici


Ad inizio anno il prof. Monti presenta il suo Governo come un Governo che rompe con “buonismo” precedente, ci vuole una cura drastica lacrime e sangue175. Evidentemente negli ultimi 40 anni, quando abbiamo subito stangate a ripetizione (negli ultimi 20 tremende)176 il prof. Monti era sulla luna. In realtà il Nostro cerca solo di accreditare per nuove politiche vecchie, stantie e fallimentari: il giornale della Confindustria pubblica una rassegna analitica delle manovre fatte da Berlusoni e Tremonti con relativi costi, che sono di gran lunga superiori a quelle di Monti177, il fatto è però che la manovra del professore arriva dopo 20 anni e più di donazioni di sangue, il corpo del paese è spremuto e non può tollerare altri prelievi selvaggi, le stangate si cumulano e diventano insostenibili, ma soprattutto inutili.

Il salvataggio attribuito a Monti è inesistente, Monti ha finito di strangolarci e lo dicono i numeri che i plauditori (o struzzi) del suo governo ignorano a cominciare proprio dai numeri della finanza pubblica. Il rapporto deficit-PIL si contrae un poco, ma quello debito-PIL si impenna: a fine 2011 siamo al 120,1%, nel primo trimestre 2012 siamo al 123,3%, nel secondo trimestre l’Eurostat ci accredita di un 126,1% e dei dati più recenti da record di Bankitalia abbiamo già parlato. Si impenna inoltre il costo del debito dal 5% e più del PIL per l’anno in corso al 6% e più nei prossimi anni178, ormai lavoriamo non per pagare il debito (nessuno sa come farlo) ma per pagare gli interessi sul debito. Se questo è un salvataggio sembra un impiccagione nel senso che siamo impiccati al debito e ai suoi costi crescenti. Il perché sia ciò non è un mistero: il presidente della Federauto osserva che , a causa del crollo dei consumi di auto, lo Stato ha perso 3 miliardi di incassi tra IVA ed accise179 , in altre parole se tagli i consumi con una politica di lacrime e sangue, tagli le entrate ed il debito risale, per Watson questo sarebbe elementare, ma non per il governo tecnico. Lo stesso dicasi per l’aumento dell’età pensionabile che riduce le entrate dell’INPDAP (passato all’INPS) per i motivi che abbiamo visto; il Governo tranquillizza se c’è un deficit sarà ripianato e si pagheranno le pensioni180, il fatto è che una tale politica doveva prevenire il deficit non contribuire a riprodurlo. In altre parole si fa cassa nel breve periodo senza curarsi delle conseguenze negative di medio e lungo periodo: la miopia al potere.

Quanto al PIL doveva calare dell’1,2% invece calerà del doppio, mentre, riferisce il FMI, che i capitali stranieri abbandonano l’Italia per 235 miliardi di euro (il 15% del PIL)181, possiamo consolarci con la Spagna dove la fuga è al 27% del PIL, ma è una consolazione amara.

L’occupazione poi è in caduta libera: l’8,3% di disoccupati a fine 2011 che diventano il 10,6% a settembre 2012 (35% disoccupazione giovanile), un dato spaventoso ma irreale poiché il nostro tasso di occupazione della forza lavoro è solo al 56,9%, un tasso “spagnolo” per cui non si capisce perché noi siamo al 10,6% e la Spagna al 25% e la risposta è semplice: statistiche da struzzi. Il fatto è che lo stesso prof. Giovannini, presidente dell’Istat, rileva (settembre 2012) che nella fascia di occupazione 18-29 anni, dove stazionano 7,7 milioni di persone in età da lavoro, è occupato solo il 40,3%, il 13% cerca lavoro ed il restante 46,7% è del tutto inattivo ed assente182, non studia, non lavora e non cerca lavoro, si tratta di 3,6 milioni di persone che non sono chiamati disoccupati ma inattivi o scoraggiati, sostanzialmente si gioca con le parole e con i numeri, il tipico atteggiamento da struzzo. Realisticamente il Ministro Passera ammetta che il problema del lavoro riguarda, direttamente o indirettamente 28 milioni di italiani (i vari disoccupati, scoraggiati, inattivi , precari con relative famiglie), e cioè poco meno della metà degli italiani183.

Ma non c’è solo la disoccupazione poiché il lavoro precario è un’altra piaga: ad inizio anno sono segnalati 690 mila contratti di lavoro a termine della durata di un giorno184, mentre il 68% dei nuovi contratti di lavoro è a termine nel primo semestre 2011185, poco male poiché per l’anno in corso una ricerca del Ministero del Lavoro con Unioncamere rivela che oltre l’80% dei nuovi contratti sono a termine186; in altre parole chi ha un lavoro a tempo determinato, quando lascia il mercato del lavoro viene sostituito da precari, il lavoro cattivo che scaccia quello buono, come era un tempo con la moneta.

I salari reali sarebbero fermi a livello del 1993, negli ultimi 10 anni gli stipendi medi sarebbero cresciuti solo di 29 euro, da 1.410 a 1.439187, quanto alle pensioni l’indagine Istat-INPS, certifica che nel 2010 il 38,8% non andava oltre i 499,9 euro mensili, ed un altro 30,8% si collocava tra 500 e 999,9188. Inoltre la Corte dei Conti nel mese di novembre 2012 ha rilevato che i conti INPS sono a rischio a causa della scarsità di nuove iscrizioni, e quindi di nuovi contribuenti (allarme analogo a quello lanciato dall’ILO 30 anni or sono e di cui abbiamo parlato)189 ed ha altresì rilevato che l’esplosione del lavoro precario e sottopagato renderà ancor più inadeguate le future pensioni190.

Pesantissima la pressione fiscale che grava, secondo l’OCSE, sui salari con un cuneo del 47,9% tra salario netto e lordo, siamo al 5° posto per incidenza del cuneo nell’area OCSE e solo al 23° posto come salario netto nel 2011191. Sempre nel 2011 la pressione fiscale era al 42,9% del PIL ma il dato è invecchiato , grazie a Monti, adesso siamo al 45% e siccome l’evasione è elevatissima accade che su chi paga le tasse la pressione arrivi al 55%, con punte del 70%, dati riferiti da Befera, responsabile delle Agenzie delle Entrate ad un convegno della Confcommercio192.

Ovviamente con simili salari, pensioni e pressione fiscale i consumi sono in caduta libera: saremmo fermi a 20 anni or sono193, calano le vendite al dettaglio, 700 mila case rimangono invendute, crollano i mutui casa194, crolla il mercato dell’auto195 etc. etc.

Quanto al risparmio la recente ricerca Acri-Ipsos ha evidenziato che, nel corrente anno, il 72% degli italiani non risparmia nulla (l’anno scorso eravamo al 75%) mentre il 31% per consumare deve attingere al vecchio risparmio o indebitarsi (29% l’anno scorso)196.

Ci si consola col mantra che “le nostre banche sono solide”, il fatto è però che, ad inizio anno il presidente dell’ABI (Mussari) rileva che le banche hanno accusato perdite per 26 miliardi nel 2011197 mentre la raccolta è in calo e le sofferenze aumentano del 20%198. A fine anno di nuovo Mussari rileva che le banche hanno 35 mila esuberi199; nel complesso un panorama alquanto deprimente e ovviamente, è il caso di ripeterlo, se l’economia reale va male le banche andranno anch’esse male, a meno di un intervento di mago Merlino.

Davanti a questo quadro disastroso, il governo a fine anno lancia segnali di ottimismo: nel 2013 avremo (a fine anno) la ripresa, la famosa luce in fondo al tunnel, epperò subito dopo (inizio novembre) l’Istat dirama le sue previsioni per il 2013: PIL – 0,5% (governo – 0,2%) , disoccupazione ufficiale (molto più bassa di quella reale) all’11,4% e cioè attorno ai 3 milioni, consumi – 0,7%, (contro il – 3,2% del 2012), se questa è luce sembra quella di un perdurante incendio. Sintomatico è il dato sulla disoccupazione, soprattutto rapportato alle dichiarazioni del governo sulla riforma del mercato del lavoro, volta a ridurre le tutele per favorire le assunzioni (intervista di Monti a Matrix di inizio anno), sembra evidente che il mercato del lavoro se ne infischia delle riforme del governo tecnico, stando almeno alle previsioni dell’Istat che fornisce al Governo i dati per la sua politica economica.

Si dirà che la colpa è della crisi, ma le crisi si affrontano con la politica economica, chi crede nel futuro del capitalismo e governa deve farlo, e l’efficacia della politica del lavoro posta in essere è del tutto nulla. Ancora: un sondaggio Bankitalia fatto tra settembre e ottobre 2012 è arrivato alla conclusione che il 30% delle imprese italiane chiuderà il 2012 in rosso e ridurrà il personale, l’anno scorso i dati erano 23,6% per le perdite e 29,3% per le riduzioni del personale200.


B) I provvedimenti del Governo tecnico


Ovviamente se i risultati del governo tecnico sono stati quelli su esposti potremmo risparmiarci di analizzare in dettaglio le molte decisioni prese, tutte fallimentari, tuttavia lo faremo per evidenziare come l’attuale classe dirigente italiana sia in stato confusionale, balbetti e improvvisi, rimediando uno strafalcione dopo l’altro. Dei provvedimenti lacrime e sangue (istituzione dell’IMU, aumento di accise, IVA ed addizionali, aumento dell’età pensionabile, etc.) si è già implicitamente detto: il solito taglio di consumi, salari e pensioni che, cumulandosi ai precedenti ha portato ad una recessione da cui non sappiamo come e quando usciremo, c’è solo qualcuno che periodicamente ci dice che si vede la luce infondo al tunnel, che vi sono segni di ripresa etc., più o meno come Hoover nel 1929-32, che per questo si coprì di ridicolo e si fece per giunta la fama di menagrano perché subito dopo le dichiarazioni ottimistiche arrivavano dati disastrosi che suonavano come uno sberleffo.

Tornando ai nostri tecnici assieme al decreto “salva Italia” (quello con stangate varie) ne viene varato un altro detto “cresci Italia” volto a stimolare la ripresa. Come? Aprendo il mercato e suscitando nuove energie: bisogna cioè attaccare le lobbies che ingessano il mercato e soffocano le forze potenziali dell’economia. Ma chi sono i reprobi in questione? Il prof. Monti ben conosce gli interessi forti che dominano il mercato e condizionano la politica di bilancio e fiscale degli Stati, le IM che egli denunciò nel lontano 1997 come si è visto201. Epperò nel corso degli anni deve essersene dimenticato perché il decreto in questione colpisce tassisti, farmacisti e notai che sarebbero i veri nemici dello sviluppo economico italiano ed i veri responsabili della crisi; in verità c’è anche una puntatina contro l’esosità delle commissioni bancarie, ma dopo la levata di scudi dei banchieri rientrerà rapidamente202.

Francamente non si sa se ridere o piangere: qualche migliaio di posti di lavoro per nuovi tassisti o nuovi farmacisti (nella migliore delle ipotesi) non cambia certo il problema occupazionale italiano che ha ben altra dimensione. Inoltre, si prevede, per favorire l’imprenditoria giovanile la possibilità di creare per gli under 35 delle srl senza costi e con un solo euro di capitale (avete letto bene), costoro dovrebbero aprire il mercato alla concorrenza lottando contro le grandi ed invadenti IM che hanno ben altra potenza economica203. È come se il generale Montgomery avesse chiesto ai suoi fanti, durante la seconda guerra mondiale, di attaccare i carri Tigre tedeschi da 65 tonnellate con le sciabole di latta. Si noti poi che il giudizio dell’UE (presso cui Monti gode una notevole stima) sui provvedimenti volti ad aprire il mercato è stato fortemente negativo: con un comunicato del 6/10/12, l’UE rileva che l’Italia negli ultimi sei mesi ha realizzato il peggior risultato di sempre per quel che riguarda le norme per l’attuazione del mercato unico204.

Evidentemente, però, i provvedimenti “sciabole di latta” non bastano ed a giugno il governo vara un nuovo decreto “sviluppo Italia”, che conterrebbe 80 miliardi di investimenti, cui però nessuno crede, ed alla trasmissione “Ballarò” del 19/6/12 il sottosegretario Catricalà ammetterà candidamente che la cifra vera è poco più di un miliardo in tre anni, 350 milioni l’anno più o meno: una miseria.

C’è poi la politica del lavoro che si esprime tra l’altro nella controriforma dell’art. 18 Statuto dei lavoratori: i lavoratori hanno troppe tutele sicché i poveri capitalisti non potendo licenziarli, non assumono nuovi dipendenti205 ancora una volta un’asserzione risibile; in un paese con una disoccupazione elevatissima e dove il lavoro precario si estende a macchia d’olio, è evidente che è possibile creare disoccupazione: in un simile paese: nulla vieta ad un imprenditore di licenziare il proprio dipendente per scarso rendimento , per crisi aziendale, per utilizzo di tecnologie che rendano esuberante il lavoratore etc., in tutti questi casi esiste un giustificato motivo sia oggettivo che soggettivo, come nulla vieta ad un imprenditore di sostituire lavoratori a tempo indeterminato che si ritirino dal mercato del lavoro, con lavoratori precari o di non sostituirli affatto, o di chiudere fabbriche e trasferirsi in Serbia o Romania e così via, che da noi le tutele siano eccessive è una asserzione che non sta né in cielo né in terra, la verità è che gli unici licenziamenti che sono veramente vietati sono quelli per rappresaglia politico-sindacale o per avversione personale e cioè una minoranza trascurabile dei licenziamenti, tanto è vero che le cause di lavoro che riguardano la riassunzione del lavoratore sono solo 300-500 il 2-3‰ su un monte cause di lavoro di 160 mila206.

Inoltre non è certo che per questo motivo che gli investitori stranieri non vengono da noi, a tal proposito lo stesso Monti ha riferito che il sovrano del Quatar , da lui incontrato, gli aveva detto che le remore ad investire in Italia erano due: lentezza burocratica e corruzione207, l’art. 18 non era citato; più o meno nello stesso periodo il presidente della Confindustria Squinzi parlando della riforma Fornero, imperniata sulla “contrazione” della’art. 18 la definì una “vera boiata”, cosa che destò grandissimo scalpore perché non si era mai visto un presidente della Confindustria che trattasse con tanto esplicito disprezzo la politica del Governo.

Ad onor del vero però Monti una sua idea di riforma del lavoro ce l’aveva e consisteva nel tutelare non tanto il posto di lavoro ma il lavoratore, secondo un modello che ha avuto la sua massima espressione in Danimarca dove il lavoratore che perde il lavoro è accompagnato a trovare altri posti di lavoro alternativi e nel frattempo gode di una indennità di disoccupazione di 1.600 euro superiore allo stipendio medio di un lavoratore italiano, che come si è visto si aggira sui 1.439 euro; ovviamente il lavoratore licenziato in Danimarca non può rifiutare il nuovo posto di lavoro che gli viene offerto per cui può capitare che un professore universitario finisca col fare il postino208.

Senza dubbio una riforma avanzata ma che interviene sugli effetti non certo sulle cause: la disoccupazione in Danimarca è al 7,5% ed imporre ad un professore universitario di fare il postino non è certo moralmente condannabile, ma è economicamente assurdo, se produci un urbanista, uno specialista di letteratura nordica, un informatico etc. impegnerai delle risorse sia dello Stato che del singolo, mandarlo poi a fare il postino significa ammettere che quelle risorse sono state sprecate e questo non è certo razionale economicamente. Il modello danese, dunque, non manca di contraddizioni e limiti ma è soprattutto un modello che richiede un notevole esborso economico (un’indennità di disoccupazione da 1.600 euro mensili non è cosa da poco) ed infatti in quel paese la spesa per gli ammortizzatori sociali assorbe il 3,37% del PIL contro l’1,84% italiano209, e qui vale la solita considerazione che non puoi fare le nozze con i fichi secchi: se vuoi imitare il modello danese, pur con i limiti che indubbiamente vi sono, devi spendere come in Danimarca e non come in Italia altrimenti fai solo una caricatura da quattro soldi (nel senso letterale del termine).

Ancora. La vicenda incredibile e vergognosa degli esodati: l’aumento dell’età pensionabile lascia un numero enorme di lavoratori, precedentemente spinti ad andare in pensione anticipata, senza stipendio e senza pensione per alcuni anni. Il governo tecnico si accorge del problema ed emana un decreto per 65 mila esodati, che potranno usufruire del vecchio regime, epperò dall’INPS trapela che il numero vero degli esodati è di gran lunga superiore sarebbero più di 300 mila; il Ministro Fornero insorge con una strana e contorta smentita secondo cui i dati sarebbero imprecisi e non critici, a sua volta il dott. Plateroti, vicedirettore del giornale della Confindustria rileva che qualche settimana prima il dott. Mastrapasqua, direttore dell’INPS, aveva fornito il dato in una audizione alla Camera senza che la signora Fornero obiettasse alcunchè210, per cui la tardiva smentita della signora Fornero appare alquanto dubbia. Peraltro il governo ha dovuto estendere la platea ad altri 55 mila esodati e poi ancora ad altri 10 mila, ed altri 10 mila ancora, ma quale sia il numero reale non lo sappiamo ancora, più volte ci è stato detto che sarebbe stato reso pubblico ma, mentre chiudo questo articolo, ancora rimaniamo a valutazioni fatte da fonti indipendenti, il governo tace e da più parti gli si fa notare che tecnici che giocano con i numeri e con la vita delle persone, non sono uno spettacolo edificante211.

Al di là di confusione e di improvvisazione quello che colpisce è che il governo non abbia valutato la conseguenza dell’innalzamento dell’età pensionabile in un momento di crisi pesantissima. Se aumenti l’età, con esuberi che crescono continuamente (i 35 mila delle banche solo per fare un esempio) il rischio, non solo in Italia, è che crei persone che si troveranno senza stipendio e senza pensione e che non potranno consumare e sostenere così l’economia (a parte ogni considerazione morale, che, per gli imbecilli, non ha peso alcuno ma che per me ce l’ha). Anche qui l’impressione che si ricava è di un governo che procede a tentoni ed alla giornata, e che non sa valutare in anticipo le conseguenze della propria azione, sono tecnici appunto.

Non meno fallimentari sono stati i provvedimenti sulla spending review, provvedimenti volti a ridurre gli sprechi per i quali ci sarebbe un vasto campo basti pensare agli aerei F35 che ci dovrebbero costare 12 miliardi di euro per difenderci non si sa bene da quale pericolo che viene dall’aria212, o ai costi enormi di corruzione ed evasione fiscale, invece accade che si riducano le spese per la ricerca scientifica, sicchè 30 scienziati faranno appello a Monti perché tali tagli siano revocati213, mentre il prof. Giovannini dirigente dell’Istat osserva che, a causa dei tagli, dal gennaio 2013 non potrà più produrre statistiche, il che è il colmo per un governo di tecnici e di economisti214. Si riducono, accorpandole, le province ma senza licenziare i dipendenti, il che è giusto ma riduce il risparmio a molto poco (si parla di qualche centinaio di milioni).

Nel frattempo la ragioneria centrale dello Stato ci fa sapere che l’Italia non riesce ad usare i fondi strutturali europei per i quali ha ottenuto 59,4 miliardi nel periodo 2007-2013, di cui sono stati spesi solo 16,1 miliardi, rimangono non spesi 43,3 miliardi che l’Italia perderà se non saranno usati per la fine del 2013215; il governo ha cercato di fare qualche cosa ma senza grandi risultati216.

Ancora, l’anno scorso sulla scia di una bella ricerca di Nunzia Penelope ho rilevato che il governo non riscuoteva ben 45 miliardi l’anno di propri crediti, 450 miliardi negli ultimi 10 anni217, una cifra enorme, ma non risulta che si sia fatto nulla, il nostro Stato non è nei guai solo per i debiti ma anche per i crediti che non riesce a riscuotere.

Infine l’evasione fiscale e la corruzione: 120 miliardi le tasse evase per il governo, molte di più per il Tax Research londinese come si è visto, e anche per la nostra Corte dei Conti, che stima il peso di evasione e corruzione a 200 miliardi l’anno218, ciò che viene rilevato anche da altre fonti219. Inoltre la Banca d’Italia a metà 2012 pubblica uno studio secondo cui l’evasione concerne il 31% del PIL (e non il 17-18% come sostiene il governo), in quanto oltre al PIL legale nascosto (18-19%) c’è il PIL della criminalità, un altro 12%, il che con una pressione fiscale del 45% del PIL fa ascendere il volume delle tasse evase a 220-230 miliardi220. Intendiamoci non voglio sostenere che occorra pagare le tasse sul commercio di coca o lo sfruttamento della prostituzione, ma che quei capitali e quelle risorse andrebbero confiscati e reimmessi nell’economia legale in attività legittime e tassate.

Befera, responsabile dell’Agenzia delle Entrate ammette che il fenomeno è enorme ma non si dimette per la palese inutilità della sua agenzia, che andrebbe sciolta (dati i risultati) in sede appunto di speding review. Gli obiettivi della lotta all’evasione che vengono proposti sono sempre 10-12 miliardi l’anno da recuperare, il che, come ho detto negli anni passati221, è uno spot per l’evasione fiscale poiché il rischio statistico di incappare nella maglie del fisco è minimo (il 5-6% delle probabilità), poi se ti beccano comincia la lotta defatigante dei ricorsi e se tutto manca la PA può dimenticarsi di riscuotere il suo credito, cosa frequentissima, che all’occorrenza può essere incentivata (corruzione). Si noti poi che queste cifre non hanno nulla di eccezionale: che in Italia circa 1/3 del PIL sia occultato è cosa che era già stata rilevata nel libro bianco del Ministero delle Finanze nell’ormai lontano 1977222. Basterebbe, dunque, che lo Stato annullasse l’enorme massa delle esenzioni IVA (oltre 38 miliardi), poiché i gruppi sociali che dovrebbero pagare quella tassa la evadono largamente, un’esenzione doppia è veramente eccessiva (lavoratori autonomi ed imprenditori si autoesentano evadendola), ma nessuno ipotizza queste soluzioni che sarebbe “staliniste” o da Stato di polizia tributaria, e così il bilancio dello Stato salta e scopriamo che il welfare è un lusso che non ci possiamo permettere, come le pensioni oltre i 1000 euro, e conseguentemente si tagliano i consumi e lo sviluppo economico e oscilliamo tra ristagno e recessione da oltre 20 anni.

La corruzione, un’altra tassa enorme che fa lievitare del 40% il costo delle opere pubbliche, come rileva la Corte dei Conti223, e ad ottobre il governo conferma questi dati pubblicando un libro bianco sulla corruzione da cui si evince che il nostro tasso di sviluppo nel periodo 1970-2000, con una corruzione “normale”, sarebbe stato doppio e ancor più elevato negli anni più recenti. Nel frattempo il parlamento approva la legge anti-corruzione, che solleva critiche pesantissime per la sua timidezza in tema di ritorno ad un vero falso in bilancio (dopo la controriforma di Berlusconi), di prescrizione, di concussione (lo scorporo del reato in due ipotesi di cui una più lieve devitalizza in parte la norma), mentre il reato di auto-riciclaggio (il reinvestimento delle mazzette avute come prezzo della corruzione) non è previsto224. Ad ottobre l’On. Buongiorno, presidente della Commissione Giustizia della Camera, dichiara in un’intervista ad “Otto e mezzo” ( TV LA7 ), che nell’attuale legislatura non c’è stato grande interesse per la lotta alla corruzione, la Camera si è occupata di altro, del lodo Alfano (le vicende giudiziarie di Berlusconi) e dell’ipotesi di ridurre l’incidenza delle intercettazioni telefoniche, ciò che certo avrà terrorizzato mafiosi e corrotti. Non sembra che il nuovo governo segni una seria inversione di tendenza rispetto al passato.

Un panorama nel complesso disastroso e sin anche in un giornale come “Repubblica”, filo-montiano dalla prima ora, si ritrovano giudizi molto pesanti sul governo (ci si rende conto che la liberazione del Berlusconi ha avuto costi pesantissimi) tra questi citiamo quello di Riva , secondo cui il governo ha preso decisioni “di insolita durezza” “poi ha creduto o ha fatto finta di credere che chissà quali stimoli alla crescita potessero venire da provvedimenti di dubbia efficacia e di mal certa gestione, come i decreti sulla liberalizzazione e la semplificazione”, quanto alla riforma dell’art. 18 è definito “un inutile teatrino”225.


C) I nodi irrisolti dell’economia italiana


L’economia italiana presenta vari nodi irrisolti con cui il governo tecnico avrebbe dovuto confrontarsi e cioè: a) L’enorme debito pubblico; b) la disoccupazione in particolare quella dei giovani; c) la bassa produttività e competitività del nostro sistema economico.

Sul primo punto è evidente che bisogna trovare un mezzo per ridurre il debito, poiché il peso oppressivo degli interessi mangia una parte rilevante della ricchezza nazionale, che può emigrare all’estero (impoverendo il paese), dal momento che una fetta consistente del nostro debito è in mani straniere che, in questi ultimi tempi, come si è visto, non prediligono l’investimento in Italia anzi sono in fuga dal nostro paese. Fioriscono, dunque, i piani per il rientro dal debito e si mira alla vendita dell’enorme patrimonio edilizio pubblico (carceri e caserme e dismesse per fare un esempio) e girano cifre e valutazioni rilevanti ma anche molto criticabili in dettaglio226. Senza, però, entrare nei particolari dei singoli progetti, due cose in via generale sono da porre in rilievo: quando vendi in una situazione profonda crisi, non vendi ma svendi a prezzi di strozzo, chi compra, in genere, sono fondi speculativi specializzati in “operazioni avvoltoio” che sono tra i pochi a disporre della liquidità necessaria, inoltre, caserme o carceri non sono facilmente riciclabili e richiedono ulteriori spese di intervento ai fini della riconversione ad altri scopi profittevoli.

Si corre il rischio, cioè , di ottenere molto poco; inoltre (e questo rilievo è anche più pesante) si interviene sugli effetti e non sulle cause (la produzione del debito), per cui se continuano ad operare le cause che hanno prodotto il buco nero che divora tutto, c’è il rischio che si buttino anche le poche entrate ottenute, già in passato si sono operate vendite di rilievo (ad. es. azioni ENI) e non è cambiato nulla. Occorrerebbe una politica di intervento sulle cause che manca del tutto.

Sui giovani e sulla loro disoccupazione Monti in un’intervista a “Sette” del 27/7/12 ha detto: “Esiste un aspetto di generazione perduta purtroppo. Si può cercare di ridurre al minimo i danni, ma più di attenuare il fenomeno con parole buone credo che chi (…) partecipa alle decisioni pubbliche debba guardare alla crudezza di questo fenomeno e dire: facciamo il possibile per limitare i danni alla generazione perduta, ma soprattutto impegniamoci a non ripetere gli errori del passato e a non creare altre generazioni perdute227. Qui con estremo candore, Monti ammette che non sa cosa fare davanti alla disoccupazione giovanile, le sue esortazioni del passato, del tipo “non fossilizzatevi nella ricerca di un noioso posto fisso”, oppure “cercate di andare all’estero”, nascondono una verità molto semplice: il governo dà per scontato che l’attuale generazione di giovani sia perduta, non sa cosa fare (al di à di qualche palliativo e di qualche buona parola) anzi potremmo dire che Monti è conscio di aver dato un contributo alla “perdita” dell’attuale generazione di giovani. Un’economista, per quanto ottocentesco come Monti, non può ignorare che se si eleva l’età pensionabile, in un momento in cui l’occupazione si contrae stabilmente in Italia e all’estero (per cui l’invito di andare all’estero è platonico)228, si contraggono altresì gli sbocchi occupazionali per i giovani: è stato stimato, infatti, dal CNEL, che nel 2020, grazie alla riforma Fornero, gli over 57 al lavoro saranno il 46,9% contro il 25% attuale, cresceranno gli occupati vecchi e si ridurranno parallelamente i giovani a causa dell’aumento dell’età pensionabile229.

La risposta a questi rilievo è che il prolungamento dell’età pensionabile era obbligato per salvare i conti degli enti previdenziali, ma una risposta di questo genere è assolutamente miope. La disoccupazione giovanile è l’espressione della contrazione del mercato del lavoro che non produce nuovi posti, per cui i giovani rimangono a piedi, la loro disoccupazione è l’espressione di una tendenza generale del sistema, non è un problema che riguardi solo i giovani, non sono loro una generazione perduta ma è il sistema che si sta perdendo o disfacendo; inoltre abbiamo visto che se l’occupazione si contrae, si riduce il numero dei contribuenti e dei contributi agli enti previdenziali per cui i loro conti saltano, così assieme alla “generazione perduta” si perdono pure i conti degli enti previdenziali, sempre che si sappia guardare al di là del proprio naso.

In sintesi se non si risolve il problema dell’occupazione giovanile non si risolve il problema dell’occupazione in generale ed il sistema rimane stabilmente depresso, e la depressione del sistema manda in tilt gli enti previdenziali.

Il terzo e ultimo nodo dell’economia italiana è la bassa produttività e competitività, che, in passato, dal ’70 al ’79 aveva uno dei tassi di crescita della produttività più elevati al mondo230. Chi, come me, quegli anni li ha vissuti ricorda benissimo le lamentazioni delle industriali sulla bassa produttività dei nostri operai, troppo conflittuali e poco diligenti sul lavoro, per cui gli investimenti erano scarsamente dinamici; è una tesi che contestai allora231, adesso, “a babbo morto”, apprendiamo che erano balle. Ma, dopo esserci tolta questa piccola pietra dalla scarpa, occorrerà considerare il perché oggi la produttività è bassa e la risposta è semplice: in Italia non mancano gli investimenti, ma sono carenti gli investimenti in macchinari e tecnologia: tra il 2000 e il 2010 il peso degli ammortamenti sul fatturato cala dal 6,5% al 3,8%, mentre la vita dei macchinari passa da 10 a 16 anni, livello bassissimo per UE ed OCSE232. D’altro canto se l’economia ristagna e gli impianti rimangono inutilizzati (54% è il tasso di utilizzo nell’industria dell’auto, come si è visto) investire di più diventa difficile. Inoltre aumentare la produttività crea una situazione occupazionale in caduta libera, come abbiamo più volte sottolineato, il che acuisce il ristagno-calo dei consumi e scoraggia nuovi investimenti in macchine e tecnologie. Un altro circolo vizioso insolubile, e dal momento che il circolo vizioso è insolubile il governo “saggiamente” non fa nulla.

http://www.sinistrainrete.info/marxismo/2430-antonio-carlo-la-putrescenza-del-capitalismo-contemporaneo-e-la-teoria-del-crollo-.html 

sabato 15 dicembre 2012

Con l'uscita dall'Euro i capitali e le merci non potranno girare liberamente

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L'"agenda Bagnai" e la maldicenza e mediocrità molto tenaci

di Alberto Bagnai 

Tesi
luca grignani ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Una cortesia":

Comincio a notare anche qui sul blog di Bagnai una certa qual avversione verso la sovranità monetaria.....

Antitesi

Da "Il tramonto dell'euro", p. 277:


E dopo che si fa?

autonomia energetica attraverso le rinnovabili
Proviamo allora a unire i puntini.
 
Questa crisi richiede un deciso cambio di paradigma, che è fuori dalla portata di chi si ostina a difendere l’esistente, per difetto etico (collusione col potere, incapacità di ammettere un errore), o politico (incapacità di immaginare un cambio di rotta senza sopportare enormi costi in termini elettorali). Il nuovo paradigma, evidentemente, deve muovere dal superamento degli errori del vecchio, e da una percezione chiara, e articolata per priorità, dei problemi che abbiamo di fronte. Problemi, giova ricordarlo, che quando non sono stati creati, non sono stati nemmeno risolti dall’entrata nell’euro. Problemi, va anche detto, che non sono tutti alla nostra portata, né come singoli, né come collettività nazionale. Tuttavia se prima non si acquisisce una consapevolezza, è impossibile proporre un’azione politica tale da coinvolgere altri soggetti (siano essi il vicino di casa, o altre nazioni europee). L’agenda di quello che si può fare parte anche da una visione costruttiva, e non scaltramente distruttiva, di quello che non si può fare, o non da soli, o non adesso.
 
Il quadro sopra delineato chiarisce che l’uscita dall’euro, di per sé, non risolverebbe tutti i problemi. Ma questo nessuno potrebbe pensarlo, nessuno l’ha mai né creduto né detto né in Italia né altrove. Le analisi dei possibili percorsi di uscita dall’euro abbondano e sono facilmente consultabili su Internet. Da inventare c’è veramente poco, e nessuna fra le analisi proposte, che esamineremo in dettaglio, considera l’uscita dall’euro come risolutiva. Chi sostiene il contrario è disinformato o in cattiva fede.
 
Se abbiamo unito bene i puntini, l’agenda mi sembra sia evidente: bisogna smontare pezzo per pezzo le istituzioni partorite dai paradigmi fallimentari che hanno messo in crisi la nostra economia e soprattutto la nostra democrazia, seguendo quattro linee guida:
 
1)      Uscire dall’euro, come affermazione di sovranità e di democrazia, riprendendo il controllo della politica valutaria.
 
2)      Ristabilire il principio che la Banca centrale è uno strumento del potere esecutivo, e non un potere indipendente all’interno dello Stato.
 
3)      Riprendere il pieno controllo della politica fiscale, non più costretta ad agire in funzione prociclica (cioè a rispondere alle crisi con tagli).
 
4)      Adottare, nella misura consentita dagli atteggiamenti dei partner commerciali, e propugnare nelle sedi istituzionali, una politica di scambi con l’estero basata sul principio che squilibri persistenti della bilancia dei pagamenti, quale ne sia il segno, cioè siano essi surplus o deficit, devono essere simmetricamente combattuti, secondo il principio che abbiamo definito dell’External Compact.
 
Queste quattro linee guida hanno una serie d’implicazioni. Precisiamo subito le più importanti.
 
Riprendere il controllo della politica valutaria significa, in primo luogo, lasciare che il tasso di cambio nominale torni a un valore più allineato con i fondamentali dell’economia. Per l’Italia, oggi, ciò implica una svalutazione non catastrofica, di un ordine di grandezza verosimilmente inferiore a quello sperimentato dalla lira dopo la crisi del 1992, o dall’euro nei primi due anni della sua introduzione. In nessuno di questi due precedenti storici l’Italia è stata devastata dall’iperinflazione. Discuteremo fra breve, razionalmente, quale sarebbe l’impatto di questo provvedimento sul nostro tenore di vita. Ma riprendere il controllo della politica valutaria significa anche rientrare in possesso di uno strumento che consenta di difendersi da shock esterni, siano essi determinati da crisi economiche, siano essi il risultato di politiche deliberate di aggressione commerciale (nelle pagine precedenti abbiamo visto esempi dell’uno e dell’altro caso).
 
Riprendere il controllo della politica monetaria significa:
 
1)      Rifiutare il dogma dell’indipendenza della Banca centrale, e quindi l’art. 104 del Trattato di Maastricht, il quale al primo comma recita:
 
È vietata la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della BCE o da parte delle Banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “Banche centrali nazionali”), a istituzioni o organi della Comunità, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l'acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della BCE o delle Banche centrali nazionali.
 
Se ciò comporti un’uscita dall’Unione, o solo una sospensione dell’applicazione del Trattato, è materia controversa, la cui soluzione dipende comunque dall’atteggiamento delle controparti europee (ne parleremo più avanti). Certo, alla luce di quanto abbiamo detto finora, l’Italia, se intende difendere i valori fondanti della propria Costituzione, non può più permettersi di aderire a un progetto d’integrazione continentale fondato sul principio antidemocratico della costituzione di un “quarto potere” monetario indipendente. L’insofferenza crescente nelle sedi internazionali verso questo principio e verso l’ideologia ad esso sottostante potrebbero consigliare atteggiamenti interlocutori alle controparti europee.
 
2)      Rivedere la riforma bancaria del 1994, ripensando il concetto di banca “universale” o “mista”, di derivazione tedesca, da essa introdotto, e ristabilendo la separazione delle funzioni fra banca commerciale e banca d’affari, sancita in Italia dalla legge bancaria del 1936. Quest’ultima si ispirava al Glass-Steagall Act del 1933, che aveva riformato il sistema bancario statunitense smantellando i meccanismi che avevano fomentato la speculazione borsistica prima della crisi del 1929. Oggi numerosi commentatori (ad esempio, Stiglitz, 2012) attribuiscono all’abrogazione del Glass-Stegall Act una responsabilità diretta nella crisi finanziaria statunitense, e nei paesi anglosassoni è animato il dibattito sul cosiddetto ring fencing (separazione delle funzioni)[1].
 
3)      Reintrodurre il “vincolo di portafoglio”, cioè l’obbligo per le banche di acquistare titoli di Stato fino a una certa quota del proprio attivo. Questa norma, introdotta nel 1973, aveva lo scopo di contenere il costo del debito pubblico, favorendone il collocamento. Essa venne abrogata nel 1983, “anche grazie all’incessante pressione di Mario Monti” (Zingales, 2012). Andreatta (1991) ricorda che il progetto complessivo di “divorzio” prevedeva la “costituzione di un consorzio di collocamento tra banche commerciali”, ma che “i tempi non erano maturi per affrontare questi aspetti e la Banca d’Italia preferì procedere solo sul nuovo regolamento della sua presenza nelle aste”. Prevalse insomma la “linea Monti”, che, come sempre, aveva motivazioni ideali “alte” (favorire l’efficienza allocativa del mercato), e conseguenze politiche più spicciole (orientare il conflitto distributivo). Vedremo che la reintroduzione di un simile vincolo viene data per scontata da tutte le proposte più sensate di smantellamento dell’euro, sia che provengano da economisti di sinistra come Sapir (2011b), sia da economisti espressione della comunità finanziaria come Bootle (2012).
 
Riprendere il controllo della politica fiscale significa evidentemente ripudiare gli obiettivi di pareggio di bilancio e di rientro coattivo del debito verso soglie prive di particolare valore economico, come quelle stabilite dal Fiscal Compact. Ciò posto, la politica fiscale dovrebbe: 
 
1)      Nel breve periodo, stimolare l’economia attraverso una politica di piccole opere volte:
a.       alla riqualificazione del patrimonio pubblico (edilizia scolastica, patrimonio artistico e archeologico, ecc.);
b.      alla messa in sicurezza del territorio (viabilità locale, monitoraggio e gestione del rischio idrogeologico, ecc.);
c.       all’integrazione e riqualificazione degli organici della pubblica amministrazione, stabilizzando le posizioni precarie, normalizzando i percorsi di carriera e le procedure di reclutamento.
 
Queste misure devono avere come obiettivo complementare quello di rilanciare l’occupazione, riportando rapidamente il tasso di disoccupazione sotto al 6%, e riattivando il tessuto economico del paese, tramite la valorizzazione del tessuto delle piccole e medie imprese.
 
2)      Nel medio-lungo periodo, finanziare e gestire misure che favoriscano la crescita sostenibile e la competitività del paese, da orientare secondo i seguenti assi prioritari:
 
a.       Definire le linee di un piano energetico nazionale che affronti il tema del contenimento degli sprechi e dell’incentivazione delle energie rinnovabili, adeguando il paese alle best practices europee, con l’obiettivo minimo di rispettare l’obiettivo definito dalla strategia europea 20-20-20 (Parlamento Europeo, 2008), rispetto alla quale l’Italia si trova in ritardo (Deutsche Bank, 2012), e l’obiettivo strategico di ridurre la dipendenza da fonti fossili, che vincola la crescita del paese.
b.      Adeguare, anche in questa ottica, gli investimenti in istruzione e ricerca al livello dei partner europei, portando la spesa in ricerca e sviluppo dall’1% al 2% del Pil, riaffermando il ruolo chiave dello Stato nell’incentivazione e nella tutela della ricerca fondamentale.
c.       Recuperare il digital divide (ritardo nell’uso delle tecnologie digitali) che separa l’Italia dagli altri paesi industrializzati e ne penalizza la crescita, adeguando il paese ai requisiti dell’Agenda Digitale Europea (Unione Europea, 2012c; Messora, 2011).
d.      Adeguare la dotazione infrastrutturale del paese, con particolare riguardo alle reti di trasporto locale.
e.       Promuovere una riforma strutturale della Pubblica Amministrazione volta all’abbattimento dei costi della politica e della corruzione, incidendo in particolare sulla disciplina delle società a partecipazione pubblica (disciplina delle nomine, ripristino dei controlli di legittimità sugli atti, ecc.), e su quella delle autonomie locali attuata con la riforma del Titolo V della Costituzione (Barra Caracciolo, 2011).
 
Certo, immagino le perplessità: queste sono solo affermazioni di principio, ma poi, le difficoltà pratiche, le ritorsioni degli altri paesi, l’Italia è piccola, la liretta, il mutuo di casa, l’iperinflazione... Giusto! Si tratta, in effetti, di affermazioni di principio, che devono essere precisate nel contenuto (ma questo è un compito politico, e questo non è un programma elettorale), e, soprattutto, che lasciano indietro due ordini di problemi: come gestire in pratica l’uscita (cosa succede al mutuo, ecc.), e come guidare il paese nella fase di transizione (come contenere l’inflazione, come comportarsi rispetto ai partner europei, ecc.). Ne parleremo, promesso. Prima, però, sgombriamo il campo da equivoci pericolosi.
 

mercoledì 12 dicembre 2012

Monti non c'è buona fede, vuoi svendere l'Italia

Quelli che “ci vuole credibilità per attirare i capitali esteri…”

si può essere così imbecilli!
(Chiedo scusa se vi ho trascurato, so che avete sentito la mia mancanza – soprattutto i moderatori! – ma come sapete ho avuto di peggio da fare).
Il mondo ideale del luogocomunista è un mondo austero, popolato da virili lavoratori a torso nudo, dal bicipite tornito e dalla mascella squadrata (come in un affresco littorio o sovietico), che producono, producono, producono, senza preoccuparsi troppo di chi comprerà. In questo mondo sobrio e severo nessuno regala niente, devi meritarti tutto. Come dicono gli economisti: non ci sono pasti gratis, non ci sono free lunch, e, naturalmente, non bisogna vivere al di sopra dei propri mezzi.
O meglio…per quanto questo possa sembrare strano, i luogocomunisti, sì, proprio loro, in realtà sono convinti che al mondo un free lunch ci sia. Quale? Non ce la farete mai, ve lo dico io: i capitali esteri! Sì, proprio quei capitali dei quali, a sentire il governo, abbiamo tanto bisogno per risolvere tutti i nostri problemi, inclusi, guarda un po’, quelli della Sanità, al punto che per attirarli, questi capitali, facciamo strame dei diritti dei lavoratori.
Cerchiamo di ragionare, non è difficile (tranne che per i luogocomunisti). Quando ti fai prestare soldi? Normalmente, quando ne hai bisogno. E quando si ha bisogno di soldi? Normalmente, quando non si guadagna, e quindi non si risparmia, abbastanza. Ma se ti prestano soldi, contrai un debito, no? Certo!
E i tuoi redditi futuri, se contrai debiti, aumentano o diminuiscono? Dipende da cosa fai coi soldi che ti prestano, ma una cosa è certa: dai redditi futuri dovrai in ogni caso detrarre gli interessi che paghi al tuo creditore. Un dato sul quale i luogocomunisti glissano con eleganza.
L’esilarante paradosso del luogocomunismo è questo: le stesse persone che “lo Stato, come una famiglia, non deve fare debiti”, vedono poi la panacea dei problemi del paese nel contrarre ulteriore debito estero. Perché il debito del “sistema paese” verso l’estero non aumenta solo quando il governo vende all’estero un titolo di Stato (il debitopubblicobrutto che i luogocomunisti vogliono abolire). Il debito estero aumenta anche se un imprenditore (o lo Stato) italiano cede all’estero un’azienda, vendendo un pacchetto di controllo. Infatti le statistiche, correttamente, collocano la cessione a un investitore estero del controllo di una azienda italiana tra le passività estere dell’Italia (chi non ci crede legga pag. 74, e chi non lo sa non è un economista).
Ma poi scusate, il problema non era che “abbiamovissutoaldisopradeinostrimezzi”? E la soluzione sarebbe? Farsi prestare altri soldi dall’estero!? Ci vuole molto a capire che, se un’azienda italiana passa in mano estera, l’Italia è meno ricca? Per i luogocomunisti evidentemente sì. E ci vuole molto a capire che, dopo, i redditi che l’azienda produce verranno molto probabilmente espatriati, riducendo il reddito nazionale e aggravando la bilancia dei pagamenti? Pare di sì.
Notate: in entrambi i casi (vendita di un titolo all’estero, cessione di un’azienda all’estero) in Italia affluiscono capitali dall’estero, cioè il paese si fa prestar soldi, contrae un debito, accumula passività. La posizione patrimoniale netta del paese si deteriora, ma c’è una differenza: per il “sistema paese” il debito contratto vendendo un’azienda è ben più costoso di quello contratto collocando un titolo (pubblico o privato), per il semplice e ovvio motivo che il capitale di rischio normalmente riceve una remunerazione più elevata. So che anche qui, formati al divino insegnamento del pubblicobruttoprivatobello, non mi crederete, ma un esempio lo avete avuto sotto gli occhi: guardate che bella fine ha fatto l’Irlanda, che per attirare i capitali esteri ha slealmente praticato una politica di dumping fiscale! I capitali privati esteri sono arrivati, e il paese è rimasto schiacciato sotto il loro costo (mentre il debitopubblicobrutto era esiguo, al 24% del Pil).
Non so se è chiaro: le ripetute esortazioni a vendere i “gioielli di famiglia” (cioè le imprese italiane, specie pubbliche, soprattutto se remunerative) a capitalisti stranieri, allo scopo di ridurre il debito pubblico, se fossero in buona fede sarebbero deliranti! Equivarrebbero a dire: sbarazziamoci di un debito che costa molto, per contrarne uno che costa di più (in termini di redditi destinati a lasciare il paese). In generale, la politica di “credibilità” del governo Monti, vista alla luce della bilancia dei pagamenti, equivale a quella di una persona che, perso il lavoro, non si preoccupa di trovare un’altra fonte di reddito, ma va in un negozio a comprare un bel vestito costoso, che lo renda più “credibile” presso la banca alla quale vuole chiedere in prestito i soldi per campare un altro mese (sì, sto parlando di questo). Ma l’austerità ha distrutto ulteriori redditi, si è risolta in un colossale spreco di risorse, proprio come l’acquisto del vestito “credibile”.
Il problema è che l’austerità è la risposta giusta all’ennesima domanda tragicamente sbagliata: “come facciamo a sembrare credibili per farci prestare soldi che ci facciano tirare avanti per un po’?” La domanda giusta sarebbe: “come facciamo a rilanciare la nostra economia, creando reddito e quindi risparmio, ed evitando così di farci incaprettare dai mercati?” E la risposta lo sapete qual è, è dentro di voi, ed è giusta: uscendo dalla trappola dell’euro e riacquistando sovranità monetaria, per rilanciare la competitività e stimolare la domanda interna.
Questo, vi assicuro, lo sanno anche i tecnici, è scritto anche nei loro libri. Ma la buona fede, è evidente, non c’è: c’è invece l’ovvia intenzione di favorire i creditori esteri, facilitando in tutti i modi (col dumping sociale, con la distruzione del sistema produttivo italiano) l’acquisto da parte loro di attività reali italiane (aziende, ospedali, immobili, marchi di fabbrica, know-how), che in caso di uscita dall’euro non potrebbero svalutarsi (mai visto un capannone restringersi dopo una svalutazione!), e garantirebbero bei profitti (da espatriare rigorosamente all’estero).
Ne riparliamo dopo il Monti bis, o preferite evitare?

http://www.sinistrainrete.info/politica-economica/2444-alberto-bagnai-quelli-che-ci-vuole-credibilita-per-attirare-i-capitali-esteri.html