L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 aprile 2012

www.ucuntu.org - Catania 4 - la lotta alle mafie è esercizio di lotta al potere corrotto e di classe dello Stato italiano



Nel clima creato dalla vicenda della nuova Pretura, l'inchiesta del CSM su Catania, provocata dal prof. D'Urso e dal Comandante della GdF, venne facilmente esorcizzata.
Poteva mettere in luce inveterate prassi devianti della Procura della Repubblica, ma fu ridotta a tenzone attorno alle responsabilità di due persone. La realtà di Catania, ben più vasta e più profonda nel tempo, non ne sarebbe emersa per nulla.
Quando Uffici Giudiziari di Torino, competenti per connessione, procedettero penalmente contro magistrati di Catania (dicembre '84), la protesta unì l'establishment tradizionale e i “progressisti”: tutti pretesero, rumorosamente, che quell'affare fosse consegnato alla Procura della Repubblica di Messina, ex art. 11 CPP.

Il dissenso fu di pochi. Connessione a parte, Messina era a sua volta soggetta, per lo stesso art. 11, alla competenza di Catania; l'autonomia di ciascuna delle due sedi, rispetto all'altra, non poteva non sofrirne. E a Messina occupava posizione eminente un magistrato catanese, già stato a capo di un importante Ufficio della sua città.
Il processo rimase a Torino, e la paziente decifrazione di un diario in sequestro rivelò che l'autore aveva raccomandato un capomafia a colleghi di altre sedi, recandosi a visitarli nei rispettivi uffici. Era uno squarcio nel sottosuolo della “città senza mafia”.

Scomparso Fava, Catania venne disarmata: meno uomini, meno volanti, meno uomini sulle volanti. La città si trovò ceduta alla malavita, che poteva scorrerla da un capo all'altro, con i traffici e lo spaccio di droga, con le rapine e le estorsioni,
con i furti in casa e gli scippi. Impossibile un adeguato controllo del territorio, impossibili investigazioni adeguate; al sicuro i grandi latitanti, Santapaola in testa.

La protesta, pubblica, viene dalla giustizia per i minori : un articolo del Presidente del Tribunale, in settembre dello stesso '84, su I Siciliani che i ragazzi di Fava tengono in vita; rimostranze al Guardasigilli, a Catania, in presenza e nel silenzio dei capi di altri Uffici; un appello, in gennaio dell' '85, al Ministro degli Interni, Scalfaro, per il diritto della città alla restituzione dei presidî necessari : Catania non può aspettare assunzioni di agenti e carabinieri, ha bisogno di equità nuova e sollecita nel riparto delle risorse disponibili, o anche la lotta alla droga sarà irrisoria. Non c'è occasione di interventi, in convegni e in altre riunioni, che il magistrato trascuri.

Il quotidiano di Catania, ormai padrone del terreno, può permettersi di sottacere avvenimenti importanti, come l'affollatissimo convegno di Albatros, svoltosi nell'aula del Consiglio Comunale il primo dicembre dell' '86. E' l'associazione di cento catanesi, sorta per una lotta nuova e vera alle tossicodipendenze, che parta dalla lotta all'offerta di droga : lo Stato torni a presidiare Catania; il Comune imposti un'articolata politica giovanile; il Servizio Sanitario Nazionale faccia la sua parte con competenza e decisione. È deplorevole, dice il presidente del sodalizio – e il pubblico fervidamente attento gremisce anche l'atrio, sino alle scale – che un
Ospedale spenda 245 milioni l'anno - con l'aggiunta di altri 40, annui del pari, di compenso per l'uso dei mobili e di altre utilità - nella locazione passiva di una villa, nuova sede dei suoi uffici amministrativi, mentre confina in un piccolo garage (pareti rustiche; unica apertura la saracinesca d'ingresso) il Centro Accoglienza Tossicodipendenti.

I lettori del giornale catanese non sapranno nulla di questa intensa giornata cittadina.
Voliamo per un momento da quel tempo all'anno ora in corso, 2010, e a queste ultime settimane. E' passato da allora un quarto di secolo, e un altro convegno, di rilevanza ancora maggiore, è incorso nella censura de La Sicilia. Si è svolto a
Palazzo Biscari, il 28 ottobre, con grande concorso di pubblico, proprio sul tema del ruolo avuto dall'informazione nel cosiddetto “caso Catania”, (il quale è sempre attualissimo, più drammaticamente attuale che mai).

Nel sottacere l'evento la Repubblica non è da meno de La Sicilia.

tratto da http://www.ucuntu.org/pdf/ScidaCasoCatania.pdf

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