L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 25 aprile 2012

www.ucuntu.org - Catania 1 - la lotta alle mafie è esercizio di lotta al potere corrotto e di classe dello Stato italiano

Nota editoriale
Questo documento – il promemoria del Giudice Giambattista Scidà, Presidente Emerito del Tribunale dei Minori e protagonista prestigiosissimo, da oltre un quarto di secolo, dell'antimafa a Catania – è uno strumento indispensabile per la comprensione di almeno una delle possibili interpretazioni del “caso Catania”, di cui la stampa ufficiale non ritiene di dovere dar conto al lettore. Di che si tratta?
La città di Catania, tormentata da un sistema politico-mafoso fra i più potenti d'Italia, non ha mai potuto contare, in tutti questi anni, su un impegno giudiziario anche lontanamente paragonabile a quello del pool palermitano. Non è storia di oggi ma degli anni Ottanta (mancate indagini sull'omicidio Fava), Novanta (enucleazione delle responsabilità imprenditoriali), Duemila (privatizzazione della città da parte dei monopoli). L'inquietudine della società civile si accresce ora, e trova forse
un' “ultima goccia” decisiva, nella pubblicazione di un documento che ritrae insieme un boss mafoso e il principale candidato a una carica importantissima nel Palazzo: compresenza, per quanto auspicabilmente priva di significati penali, che non aumenta certo la fducia dei cittadini nel Palazzo.
Il nostro mestiere di giornalisti ci impone di accertare e diffondere una notizia che non può essere negata all'opinione pubblica. Non certo per avversioni o simpatie personali o per volere schierarsi nelle faide che, disgraziatamente, consumano in questi tempi non solo la classe politica, ma parte della giustizia siciliana. Ma perché non è in nostro potere di privare i lettori del loro diritto alla verità. Il nostro non è prevalentemente, come si dice oggigiorno, “giornalismo investigativo” (non lo fu quello di Giuseppe Fava), né corre dietro agli scoop; per noi l'investigazione è solo
una parte di un processo complesso di ricostruzione e racconto della realtà
che al centro ha la cultura e la società.
La nostra verità, insomma, non si estrinseca mai in un “viva questo e abbasso quello”, non grida, non cerca facili notorietà; ma cerca di rappresentare al lettore un quadro il più possibile fedele e veritiero di un mondo che, come i veri giornalisti sanno, è articolato e difficile e non si lascia rinchiudere in facili ovvietà.
Questo modo di pensare, in questo momento , non è molto popolare. Le idee del giudice Scidà non sono state contestate, sulla stampa ufficiale, ma aggredite. Ultimamente l'attacco ha raggiunto (sempre attentamente guardandosi dall'affrontare in qualsiasi modo la descrizione dei fatti) forme odiose e personali e se n'è resa responsabile, nell'edizione locale, “Repubblica”.
Il che apparirebbe incongruo, pensando all'impegno civile di cui questa testata ha sempre dato prova a Palermo e sul piano nazionale. Ma non lo è, purtroppo, se si considera il ruolo che questo giornale (o meglio, il suo editore) ha sempre avuto a Catania. Aperta alleanza con Ciancio, silenzio sugli affari, autocensura dei contenuti (fino a poco tempo fa si evitava di distribuire la cronaca) in ossequio all'alleato. E questo non per scelte “ideologiche” o culturali, ma banalmente per la comunanza d'affari col piccolo Berlusconi catanese.
Hanno questi interessi un ruolo nell'attacco personale e violento a Scidà, nella difesa dunque del Sistema catanese qui ed ora? Non lo sappiamo. Ma, non essendo affatto arbitrario né privo di connessioni con schieramenti vecchi e nuovi, è un dubbio che dobbiamo consegnare – con tutto il resto – al lettore.
Al quale, per l'ennesima volta, forniamo dunque non la Verità rivelata o lo scoop maiuscolo ma, più semplicemente, un utile strumento di lavoro.
Questo è sempre stato il nostro principio e il nostro stile e questo, sommessamente, intendiamo mantenere.
Riccardo Orioles

tratto da http://www.ucuntu.org/pdf/ScidaCasoCatania.pdf

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