Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 5 maggio 2012

www.ucuntu.org - Catania 9 - la lotta alle mafie è esercizio di lotta al potere corrotto e di classe dello Stato italiano


Capitolo IV: Il sangue di Rizzo
Di lotta alla mafia, anche di San Giovanni, si occupavano in gruppo tre Sostituti Procuratori, quando un rapporto a carico di mafiosi coinvolse anche Rizzo.

Venuto a conoscenza dell'imminente cattura, questi la eluse e avvertì molti altri imputati (è falso che sia stato arrestato e poi scarcerato dal Tribunale in sede di riesame). Il Tribunale annullò le misure, per lui, latitante, e per parecchi altri, o latitanti o carcerati, ma la Cassazione rimosse (12/02/1997) i provvedimenti del Tribunale; Rizzo, rabbiosamente frustato, lasciò trasparire che non appena in carcere avrebbe cantato.
Lo uccisero prima, il 24 di quel febbraio.

A Catania, nessun crimine ha mai pesato, come ha fatto questo, sulla Giustizia, sovvertendone il corso per moltissimi anni.

Decenni di stretto sodalizio con i Laudani, in un ruolo speciale, implicante contatti e rapporti con pubblici ufficiali e operatori economici, avevano fatto di Rizzo un pericoloso conoscitore di segreti del clan. Il suo pentimento ne avrebbe svelato struttura e connessioni, messo gli inquirenti sulle tracce dei suoi capitali, smascherato referenti non sospetti, gettato nel fango funzionari che favori avessero fatto alla cosca, o favori ne avessero ricevuto. Con i Laudani, ce l'aveva: ne era stato abbandonato, "dopo tutto quello che egli aveva fatto per loro"; e anche imprecava contro un certo bastardo di giudice di Roma, esoso fornitore, per non meno di centinaia di milioni di lire, di soffiate circa imminenze di arresti. Solo i capi clan sapevano che cosa egli sapesse e potevano fare previsioni circa ciò che avrebbero detto.

L'eliminazione di lui, necessaria al clan, giovava a molti, affrancandoli per sempre dalla sua offensiva, ma nello stesso tempo assoggettava ad un servaggio nuovo e spietato quanti di costoro fossero uomini delle Istituzioni, chiamati come tali a perseguire l'autore.

Perseguito e convinto, il mandante poteva reagire asserendo d'aver commesso anche per loro il delitto che si voleva punire in lui solo; e già con questo egli avrebbe sradicati dalla vita civile. E se egli trovava intollerabile il pagare, soltanto lui, per un delitto che era giovato anche loro, chi poteva proteggerli da altre sue reazioni, anche fisicamente distruttive? La tremenda potenza della quale egli era armato poteva suggerire prudenza oltre che in quella specifica area di inchiesta, nella ricerca dei suoi capitali e nel perseguire i suoi referenti più qualificati.

Capitolo V: Volontà di non sapere e rivincita della verità
Identificato il cadavere -arso- di Rizzo, le cronache giornalistiche del 29 febbraio dissero tutto: di lui, al corrente di tutti i segreti dei Laudani, dell'infortunio occorsogli in Cassazione, il 12, e della causale dell'omicidio, voluto dal clan per prevenirne l'arresto e le rivelazioni. La Procura (il gruppo Antimafia; Il Procuratore Capo; gli altri Sostituti. cui fosse toccata la notizia di reato, prima della identificazione dei resti) dovevano mettersi in caccia della verità, dalla imponente rilevanza per il procedimento in corso (il primo "ficodindia").

C'eerano molte cose da fare: i sequestri dei libri contabili e corrispondenza, sequestri di beni, indagini e sequestri presso banche, convocazioni di persone che si potessero presumere informate. Non fu fatto nulla, da nessuno; e nel giugno dell'anno dopo, '98, venne chiesta l'archiviazione.

Ma di lì a poco la verità, non voluta cercare, irruppe essa in Procura. L'esecutore materiale del delitto rese confessione e chiamò correità, quali mandanti, il capo clan, Laudani Alfio, ed altri. Era il '98 o il '99, ma nessuna iscrizione nel registro degli indagati fu fatta sin oltre il marzo del 2001, sebbene nel 2000 lo staff della Procura si fosse accresciuto di un pezzo forte, col rientro di Gennaro, in veste di Procuratore Aggiunto. Iscrizioni sopraggiunsero solo ad aprile del 2001, dopo che la Procura Generale ebbe avocato un altro procedimento per l'omicidio di Atanasio, a carico del Laudani: al che poteva seguire avocazione, per connessione anche di questo.

Richiesta di comunicazione degli atti ci fu in effetti da parte dei Sostituti assegnatari del procedimento avocato, ma ad essa fu opposto, dal Procuratore Capo, netto rifiuto: le indagini in corso -egli disse- esigevano speciale riservatezza. Il Procuratore Generale si acconciò.

Deve essere molto impropabile successo la ricerca, in tutta la storia della Magistratura italiana, di precedenti di un tale rifiuto o di una siffatta acquiescenza.

All'inagurazione dell'anno giudiziario 2002 (12 gennaio) qualcuno riuscì a dire -presente Gennaro; presente; verosimilmente, l'on. Finocchiaro- le parole giuste: a proposito di San Giovanni (luogo nel quale si incontravano tutte le devianze, tutte), e di quell'assassinio col quale erano stati seppelliti ontosi segreti, e a concludere -interrotto con immoderata insistenza dal Presidente della Corte, "per l'ora già tarda"- auspicando che ad occuparsi delle indagini fossero mani che non tremano".
(il testo dell'intervento in Città d'Utopia, 2002).

Rinvio a giudizio fu chiesto un anno appresso; ma intanto veniva negata la capacità del Laudani, di partecipare coscientemente alle udienze, e la negazione, fatta propria dalla Procura, caparbiemente, anche contro irrestibili evidenze di simulazione (conclamate dalla CC di Parma, che deteneva l'imputato; conclamate dal Tribumale di Sorveglianza di Bologna) ha impedito la celebrazione del processo sino al 2009. ( si veda per il seguito il capitolo XVIII)

tratto da http://www.ucuntu.org/pdf/ScidaCasoCatania.pdf

giovedì 3 maggio 2012

www.ucuntu.org - Catania 8 - la lotta alle mafie è esercizio di lotta al potere corrotto e di classe dello Stato italiano


Il dott. Gennaro dirà in seguito che nell'atto notarile fu indicata per motivi fiscali, somma molto inferiore a quella pagata (una frode richiesta dal simulato vendi; e dirà che il prezzo effettivamente corrisposto era ammontato a 240 milioni.Lo stesso prezzo, ci sarebbe da chiedere, che per un alloggio simmetrico?, senza compenso, dunque, per il parecchio avuto in più?

Peraltro, lo stesso computo che approda alla somma di 240 milioni ha bisogno, per raggiungerla, di includere spese successive all'acquisto.

Capitolo III: Intermezzo romano
Nel '93, vacante il posto di Procuratore della Repubblica, pervenne al Consiglio (alla sua Commissione Uffici Direttivi, di cui faceva parte Gennaro) un ampiamente motivato appello: si facesse cadere la nomina sopra un estraneo all'ambiente - a costo, se necessario, di riaprire i termini per la presentazione di istanze. L'autore denunciava lo scandalo di viale Africa, evocando l'antecedente di via Crispi. Per tutta risposta, la Commissione propose il più "intraneo" degli aspiranti, Procuratore Aggiunto da ben 11 anni. La proposta fu seguita da voto unanime del plenum. L'eletto è stato in carica per un decennio, sino al novembre 2006.

Nessun partito aveva interesse a mutamenti di stile nella gestione dell'Ufficio; il partito dell'onorevole Finocchiaro, dal quale era stato denunciato l'appalto di viale Africa, era adesso positivamente interessato a che mutamenti non intervenissero, data la pendenza, a carico di suoi uomini, di indagini per estorsione, in danno di un grande imprenditore, costretto, secondo asserito da lui, a cedere per prezzo inadeguato la proprietà del palazzetto di via carbone, sede della Federazione provinciale PC. Infine, nessuno dei Sostituti si era sentito di rifiutare sottoscrizione all'auspicio che il posto di Procuratore venisse dato alla giunta.

Nello stesso '96 il CSM si trovò investito di altra questione riguardante Catania. Il 9 febbraio di 4 anni prima, due magistrati in servizio a Catania, dove uno di essi dirigeva un importante ufficio a competenza distrettuale, avevano reso testimonianze di opposto tenore davanti alla VII Sezione del Tribunale di Roma persistendo nelle rispettive contrastanti dichiarazioni nel corso di un lungo confronto, che in sentenza fu detto drammatico. Uno dei due aveva mentito; uno dei due portava il fatto a conoscenza del CSM, chiedendo accertamenti.

L'esposto venne archiviato, con motivazione dalla grossolanamente evidente fallacia, senza che l'autore fosse stato sentito; e negata gli fu riapertura della pratica, sempre senza sentirlo, pur dopo che egli, avuto accesso al provvedimento di archiviazione, ne ebbe messo in luce l'erroneità.

Nel '98 - ancora in CSM il dottor Gennaro, anche se non più componente della Commissione Direttivi - fu messo a concorso il posto di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Messina. Era un affare di estrema importanza per Catania, sotto tre profili:

A.Il Distretto di Messina era territorialmente competente, ai sensi dell'art. II CPP, per tutti i procedimenti riguardanti magistrati in servizio nel Distretto di Catania.

B. Poteva considerarsi imminente una legge di riforma, abolitiva della perniciosa reciprocità, per cui Messina, competente per Catania, si trovava a sua volta soggetta alla competenza degli uffici di questo Distretto (il Procuratore che indagasse su magistrati della Procura di Catania, poteva essere indagato dal Procuratore di quest'ultima sede). Il bilancio appariva del tutto favorevole a Catania. Denunce contro magistrato catanesi, proposte da privati, erano state seguite da incriminazioni, risultate poi senza giustificazione. La riforma avrebbe dato agli Uffici messinesi l'autonomia di cui non avevano mai potuto godere, e spogliato Catania della possibilità di comprimerla.

C. Pendeva, a Catania, procedimento per omicidio di mafia (24/02/1997) per il quale non era stata fatta alcuna indagine, o per il quale non era stata chiesta archiviazione degli atti, senza che indagini fossero compiute. L'affare, di per sé grave in ragione della carenze, andava giudicato gravissimo data l'identità della vittima ed il suo ruolo nella situazione mafiosa di San Giovanni la Punta.

Per quel posto di Procuratore Gennaro aveva sostenuto, senza fortuna, un candidato della sua stessa corrente, a suo tempo eletto al CSM (1990) con i voti di Catania, e che ora, nel '98, doveva con i suoi voti far succedere a lui, Gennaro, il catanese D'Angelo (già Pretore come Gennaro al tempo della nuova Pretura, e poi dominus, quale Sostituto Proc. Rep. del processo per viale Africa).

Fallito quel disegno, anche per effetto di un esposto tempestivamente giunto da Catania, Gennaro passò a patrocinare la nomina di un catanese, veterano della locale Procura. Una tale nomina avrebbe abolito di fatto l'alterità voluta da legislatore dell'Ufficio indagante rispetto all'Ufficio di appartenenze dei magistrati indagati.

Il dott. Gennaro esplicò attività proporzionata nel suo fervore alla importanza della posta in gioco, adoperandosi presso la commissione, di cui non faceva più parte, perché questa proponesse il dott. Vincenzo d'Agata.

Anche questo tentativo, possente, fallì per l'incontro tra le serene osservazioni critiche, assolutamente esenti da inflessioni personalistiche, pervenute dalla medesima fonte catanese delle precedenti, e l'alta coscienza del magistrato presidente della Commissione.

Sopraggiunse di lì a poco la legge di riforma dell'art. II, ma non per questo cessò la mutua dipendenza, tra le due sedi, che già tanti mali aveva prodotto. Procedimenti per mafia, a carico di magistrati della Procura di Messina, erano pendenti a Catania quando a Messina ebbero luogo (2001-2004) indagini, anche queste ex art. 416 bis CP, a carico di magistrati della Procura di Catania. Pendono ancora a Catania affari del genere.

tratto da http://www.ucuntu.org/pdf/ScidaCasoCatania.pdf

mercoledì 2 maggio 2012

www.ucuntu.org - Catania 7 - la lotta alle mafie è esercizio di lotta al potere corrotto e di classe dello Stato italiano


Il pericolo cui resteranno esposti, per tanto tempo, ambedue gli interessati; il bisogno di proteggersene, in qualunque modo; e la posizione di uno dei due nella procura della Repubblica di Catania (ossia nell'organo che per promuovere giustizia dovrebbe attaccarne gli interessi morali e materiali) produrranno sconvolgimenti profondi dell'attività istituzionale.

La villa di Gennaro è difforme dalla concessione edilizia, e non per dettargli come l'ampiezza delle finestre, non dovrebbe essere detta abitabile, ne potrebbero esserne effettuati allacci alle reti municipali e dell'Enel. Il magistrato ottiene tutto, e anche attacco senza ritardo alla rete telefonica, per intervento di Rizzo.

Al seguito di quell'alloggio, tutti gli altri, della stessa lottizzazione, vengono costruiti in difformità.

Non è forse deplorevole che un magistrato - del PM per giunta - richieda o accetti illegalità nella costruzione dell'alloggio che deve essere suo, nella circoscrizione stessa del suo Ufficio?

Sanatoria sarà poi concessa a Gennaro, a firma di funzionari del Comune, nel 2000, nel corso di indagini della Procura della Repubblica di Catania, condotte da Sostituti e coordinate da lui, nuovo Procuratore Aggiunto, sul Capo dell'Amministrazione.

L'Allogio di Gennaro, in villa bifamiliare, non è simmetrico all'altro, non è la metà del tutto, è più che la metà. Alloggi simmetrici, in altre ville, sono stati pagati 240 o 250 milioni di lire ciascuno. Quanto ha pagato Gennaro per il suo, che simmetrico non è? Secondo il Calì, già citato, i magistrati e politici ottenevano sconti di centinaia di milioni. Chiamato dal PM di Messina, a seguito di quelle dichiarazioni, Calì non le ha smentite; si è solo avvalso della facoltà di non rispondere, ma aggiungendo parole univocamente significative: se ne asteneva perché "piccolo così..."

Poiché nell'atto notarile di compravendita si legge che Gennaro aveva pagato il prezzo di lire 165 milioni. Bisognerebbe concludere che aveva speso, per un alloggio più grande dell'alloggio contiguo, molto di meno di quanto dovuto sborsare da ogni altro acquirente per avere meno: per un immobile appena eguale all'immobile confinante.

tratto da http://www.ucuntu.org/pdf/ScidaCasoCatania.pdf

martedì 1 maggio 2012

www.ucuntu.org - Catania 6 - la lotta alle mafie è esercizio di lotta al potere corrotto e di classe dello Stato italiano


E Gennaro? E' tempo di riassumerne l'opera tra Catania e San Giovanni la Punta.

CAPITOLO II : Nel “teatro” di San Giovanni la Punta. Un processo a carico di molti mafiosi coinvolge Sebastiano Laudani, patriarca dell'omonimo clan (temibile clan, in lotta cruenta con altri per il predominio), ed il fglio Gaetano. La Procura li incrimina per un tentativo di omicidio, ma non per mafia. Per conseguenza non intervengono provvedimenti del genere consueto nei procedimenti ex art. 416 bis CP (ricerche e sequestri di cose e documenti; perquisizioni). Avuto sentore della cattura che comunque li minaccia, i due si danno alla latitanza; passerà un anno prima che vengano presi. Nel definire il processo, anni dopo, la Corte d'Assise (Presid. Curasì) rileverà sobriamente (sent. n.10 del '92) lo spessore criminale del Sebastiano, quale risulta dai più importanti rapporti : in contrasto (è lasciato al lettore di rilevare) con i limiti della imputazione.

Il magistrato del PM che ha gestito fno al termine l'istruttoria sommaria entra da privato, aspirante all'acquisto di unalloggio, in quel comune di S. Giovanni la Punta, che è regno dei Laudani e del loro storico manager e prestanome nel campo dell'edilizia, Rizzo Carmelo. Una società di due soci (un ingegnere e un geometra) nella quale è entrato il Rizzo, attraverso la moglie, intraprende la costruzione di ville bifamiliari su terreno ceduto in permuta da un Arcidiacono. Il magistrato stipula preliminare di compravendita di parte predominante di una di tali ville: di quella che la società, intestata ad inesistenti “Di Stefano”, prenderà a costruire
subito, per prima. Egli è seguito a ruota da un professionista di Catania (il dott. X, in questo scritto) che si assicura la metà giusta di un'altra villa, da costruirsi su lotto contiguo.

Il magistrato è il dott. Gennaro, già Pretore; il dott. X è cognato del magistrato Anna Finocchiaro fratello di suo marito.

Rizzo non cesserà di menar vanto di quelle vendite, a compratori tanto qualifcati il cui nome innalza e qualifca lui. In un lussuoso dèpliant del '96, che deve esaltarne le realizzazioni di imprenditore, le ville di Gennaro e del dott. X illustrano la copertina.

Dopo la morte di Rizzo (1997), un uomo di lui dirà davanti al Tribunale che lo giudica (è quello di Catania, sezione II, 2002), che dal suo principale (“da noi...” gli piacerà dire) venivano a comprar case magistrati e politici; e di uno degli acquirenti saprà rendere facilissima, pur senza nominarlo, l'identifcazione nel Gennaro.

Installatosi nella nuova abitazione, con la famiglia, a metà del '90, Gennaro stipula atto defnitivo (not. Gagliardi) in gennaio del '91. Nel rogito, si presta a far fgura di costruttore e venditore, in luogo della Di Stefano, l'insospettabile Arcidiacono, che nulla ha costruito e niente incassa del
prezzo : è solo l'intestatario, ancora per otto giorni soltanto, del suolo ceduto da tempo alla Società.

Il dott. X, che non ha alternative al contrarre con la famigerata Di Stefano, trova prudente astenersene. Stipulerà solo due anni dopo, nel '93 (atto notarile del 24 maggio), all'esito, favorevole al Rizzo (decreto del 7 stesso mese) di un procedimento per misure di prevenzione, personali e patrimoniali, proposte dal Questore. I giudici non ritengono ci sia prova di connessioni dell'imprenditore con i Laudani; X può comprare tranquillamente dalla Di Stefano, senza timore che l'immagine della Finocchiaro ne sia danneggiato : se è “pulito” Rizzo, pulita è la società.

Ma il cielo si oscura ben presto. C'è appello; è apparso sulla G.U. il DPR 11/3/'93, di scioglimento del Consiglio Comunale di San Giovanni, proprio per l'infuenza che su di esso esercita Rizzo. E la Questura spedisce irrefutabili prove delle connessioni negate, che sono antiche e strette. Solo rudi interventi sulla composizione del fascicolo di causa (rimandiamo per questo a MicroMega, marzo 2006, art. di Giustolisi e Travaglio) possono scongiurare riforma del provvedimento di primo grado.

La conferma salva Rizzo, e salva da Rizzo tutti coloro che egli coinvolgerebbe nella propria rovina se dovesse perdere la disponibilità del patrimonio e subire esilio da San Giovanni.

Tutto bene, dunque, per tutti? Si, ma soltanto per un certo tempo. Il peggio deve ancora venire, e verrà per entrambi, per il dott. X e per il dott. Gennaro. Durerà, quel peggio, dall'inizio del nuovo secolo sino al 2009.

tratto da http://www.ucuntu.org/pdf/ScidaCasoCatania.pdf

lunedì 30 aprile 2012

Spazziamo via Monti e Draghi


Cominciamo da Monti.
Napolitano è il mentore del governo Monti-Fornero. E' lui che ci ha imposto un economista neoliberista convinto.

Per Monti, e Napolitano, i disoccupati, i precari, i giovani, i pensionati, le piccole medie imprese non sono nell'agenda e quindi qualsiasi cosa succeda non è oggetto del loro interessamento. Esclusa la retorica, questa si dispensata a piene mani, dai fautori del neoliberismo.

Equità non c'è traccia, i 50 miliardi che si potrebbero raccogliere con un patto con la Svizzera per i capitali degli evasori italiani li depositati come hanno fatto la Germania, la Gran Bretagna, e per ultima l'Austria, non si fà. I ricchi evasori non si toccano. Come non si toccano i patrimoni.

La retorica di Monti ci dice che si sta lavorando per la crescita, ma tutti sanno che la politica di austerità e di recessione intrapresa dal governo Monti-Fornero attraverso un aumento pauroso della tassazione non potrà mai e mai portare crescita, solo restrizione sempre più conclamata di diminuizione della domanda.

Persino il suo amico, Draghi, governatore della BCE, gli suggerisce che il consolidamento fiscale fatto solo con l'aumento delle tasse è recessivo. Bisogna agire sul fronte del taglio della spesa, bisogna fare misure "strutturali".

Prendiamo per buono il discorso di Draghi sul fatto che la politica del governo Monti-Fornero non porterà crescita, ma bocciamolo sul fronte delle riforme strutturali. In quanto le riforme strutturali di Draghi sono lo smantellamento dello stato sociale, aumentare le liberalizzazioni (come se queste siano la panaccea) e privatizzare tutto il possibile, dalle acque, all'energie, ai servizi, tutto quello che è rimasto ancora in mano allo Stato.

In una famiglia prima di vendere i gioielli si cerca di provvedere in altro modo.

La risposta a Monti la da Draghi.
La risposta da dare a Draghi sono due. Una è contingente e riguarda al taglio delle spese che possono tranquillamente cominciare dal non continuare la guerra in Afghanistan, sono soldi degli italiani, e l'altra quella di non comprare gli F-35, non c'è li possiamo permettere.

La seconda, sempre contigente, è quella di combattere la corruzione, 60 miliardi ogni anno, che ci porta ad essere uno dei paesi più corrotti al mondo, siamo conosciuti anche per un paese di mafiosi.
Combattere la corruzione significa combattere le mafie con mezzi e strumenti adeguati e questo sì che c'è lo possiamo permettere.

La terza, sempre contingente, è quella di combattere l'evasione, veramente, sempre senza retorica, l'evasione si annida nelle società per azioni, nelle Srl, nelle Partite d'Iva, cinque milioni di contribuenti, escludendo i precari costretti ad aprire le Partite d'Iva. Oggi lo Stato, se vuole, con gli strumenti tecnici che ha a disposizione può tranquillamente sapere chi evade, quando e quanto evade.
La domanda è ma il governo Monti-Fornero è veramente interessato a ciò?

Sulla non contingenza c'è da dire che l'Italia manca di progettualità.
Oggi possiamo permetterci di dire dove vogliamo andare? La forma economica del Capitale in cui siamo sommersi è valida? Il mondo va bene per i sei miliardi che l'abitiamo o va bene solo per una piccolissima parte? Le risorse che abbiamo appartengono a tutta l'umanità o solo a quella minoranza di ricchissimi?

L'Italia manca di progettualità perchè oggi deve decidere che cosa produrre, come produrre e quanto produrre e ... inventarsi il lavoro per tutti.
Oggi deve decidere come inserirsi, quale ruolo assumere nel mondo.
Oggi dovrebbe avere la capacità di proiettare il suo futuro nell'area mediterranea e intraprendere con tutti i popoli di quest'area rapporti di scambio e di buon vicinato.

Questo significherebbe sapere mettere in discussione rapporti antichi e consolidati e iniziare quella "fuga" in avanti che potrebbe portarci a vivere in una società basata sulla cooperazione e sulla collaborazione.

martelun