Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 agosto 2012

I singoli impegnati nella lotta rivoluzionaria rappresentano l’unità minima di resistenza e di critica al potere


28/06/2012

I Rivoluzionari e le masse di Eugenio Orso

Presento la seconda parte dell’ultimo capitolo di un mio saggio non destinato alla pubblicazione (né in carta né in forma di e-book), che ho scritto fra il marzo e il maggio di quest’anno al solo scopo di “chiarirmi le idee” su temi scottanti, destinati in futuro a diventare di attualità.
Il capitolo si intitola La Rivoluzione, I Rivoluzionari e le masse e la prima parte, dedicata alla Rivoluzione, breve e introduttiva, la ho pubblicata in questo blog il 21 di giugno.
La seconda parte del capitolo, che pubblico oggi, riguarda specificamente I Rivoluzionari e le masse.
Avverto che certi passaggi potranno risultare un po’ ”criptici”, per chi legge, in quanto per comprenderli integralmente è necessario leggere tutto il saggio, ma ci si deve accontentare, perché il resto del mio scritto è destinato (per quanto tempo ancora non posso saperlo) a restare riservato.
Buona lettura
Eugenio Orso
II) I Rivoluzionari e le masse.
I singoli impegnati nella lotta rivoluzionaria rappresentano, perciò, in ogni contingenza storica possibile e individualmente considerati, l’unità minima di resistenza e di critica al potere in essere, mentre, collettivamente considerati ed organizzati nella lotta, diventano quella forza collettiva che propriamente chiamiamo “I Rivoluzionari”.
Critica esercitata con l’uso della ragione e “critica delle armi” in certe condizioni storiche, in determinate congiunture che I Rivoluzionari devono affrontare, sono per noi la stessa cosa, ambedue accettabili e necessarie, la seconda rappresentando una prosecuzione della prima con altri mezzi.
I Rivoluzionari quali agenti principali del cambiamento, dell’Emancipazione e della Liberazione, e le classi dominate da liberare, sono però due forze diverse e distinte, che non devono essere confuse o sovrapposte, e lo sono in modo particolare nel nostro caso storico, a questo livello di coscienza di sé e di potenza del Nuovo Capitalismo.
La vecchia classe operaia, salariata e proletaria del dopoguerra italiano, subendo al suo interno l’egemonia di quel PCI, predecessore di PDS, DS, Pd, che ha avvelenato tutta la vita politica nazionale, fino alla terminale schizofrenia eurocomunista (secondo l’analisi di Costanzo Preve), non ha potuto essere in alcun modo soggetto rivoluzionario trasformativo dell’esistente.
Questo processo storico, che ha interessato la penisola per decenni, è iniziato nel 1956 ed è giunto fino alla fine formale del PCI, ma non si è definitivamente concluso con questa, perché ha assunto nuove forme, molto più subdole, adattandosi ai mutati scenari politici, geopolitici e sociali, dopo il crollo dell’URSS e l’avvio della globalizzazione neoliberista, attraverso la nefasta sequenza PDS-DS-Pd, eredi sempre più degeneri e totalmente asserviti al Nuovo Capitalismo di “quel” PCI che li ha preceduti.
Al fallimento e all’estinzione dei movimenti antagonisti di allora nati nella fabbrica (come le BR di Renato Curcio e Mario Moretti), affiancatisi a quelli studenteschi e “borghesi” critici come potenziale brodo di coltura delle forze rivoluzionarie, ha contribuito in modo determinante lo stesso PCI, che da un lato esprimeva una politica rivendicativa di natura socialdemocratica (solo un po’ più spinta di quella della SPD tedesca uscita dalla Bad Godesberg del 1959, per intenderci), mantenendo, però, sempre vivo – per scopi elettorali e di consenso, di potere amministrativo da conservare ed estendere e di controllo politico di massa – il mito della centralità della classe operaia (progressivamente svuotato di contenuti rivoluzionari ed intermodali effettivi), in una struttura di partito che era ancora in parte leniniana, derivata dalla strutturazione dell’originario partito dei rivoluzionari, pur mitigata da formule altisonanti come quella, allora ben nota e fin troppo discussa, del “centralismo democratico”.
Secondo il filosofo Costanzo Preve, il Partito Comunista Italiano, socialdemocratico più che comunista, revisionista nei fatti e rivoluzionario solo a parole, ormai sostanzialmente interno al capitalismo di allora come tutto l’”Arco costituzionale” del quale lo stesso PCI era parte integrante, ha preteso di mantenere il controllo sull’”ebollizione” movimentista, operaista, antagonista, particolarmente nei fermenti sociali e politici a cavallo degli anni sessanta e settanta, ma è difficile “controllare l’acqua che bolle nella pentola”, di per sé imprevedibile e pronta a debordare, e la situazione, pur senza che si inneschi un vero e proprio processo rivoluzionario, o che si verifichino sanguinose e generalizzate insurrezioni di massa, gli è in parte sfuggita di mano.
Un partito comunista che abbandonata per sempre la via italiana al socialismo, si trasformava in utile “ruota di scorta” del capitalismo occidentale a guida statunitense, nel mondo bipolare USA – URSS di allora.
Su questa via si sono incamminati, nei decenni post-bellici, il comunista “liberale” Giorgio Amendola e il suo allievo degenere Napolitano (che ben conosciamo per i suoi trasformismi e le sue abiure), ma anche lo stesso, amatissimo, Enrico Berlinguer e il celebre capo sindacale “rosso” della CGIL Luciano Lama.
La nascita dei CUB all’interno delle fabbriche (fra i quali il più noto e aggressivo, a Milano, era quello della Pirelli), che riuscivano ad imporre le loro decisioni al sindacato, il sorgere dei GAP, delle BR, di Potere Operaio, di Prima Linea, per citare alcune organizzazioni armate extrasistemiche dell’epoca, molto note e attive nella lotta armata, ne costituiscono altrettante prove.
La classe operaia, salariata e proletaria, nonostante la persistenza del mito dell’operaio-massa e “l’effervescenza” movimentista (Mario Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana. Le BR nate e inserite nell’”effervescenza” della società di allora, oltre che dall’iniziale radicamento nella fabbrica) ben testimoniata dall’innesco del sessantotto, dal cosiddetto autunno caldo e dagli sviluppi negli anni successivi, non poteva dirsi una classe sociale propriamente rivoluzionaria, ed infatti non lo è stata, grazie alla “conversione” socialdemocratica del PCI nei decenni postbellici, all’estensione del welfare e alla seduzione consumistica, e non ci ha condotti per mano in un Mondo Nuovo postcapitalistico, in cui si stabiliscono nuovi rapporti di produzione e originali assetti politici.
Valga per tutti la negazione del carattere rivoluzionario della classe operaia, sinteticamente esposta da Costanzo Preve:
«Per un secolo, finito il tempo delle rivoluzioni borghesi inaugurate a Parigi nel 1789, la rivoluzione è stata associata strettamente al soggetto politico operaio, salariato e proletario. Si è trattato sempre e solo di un mito di mobilitazione di tipo soreliano, perché i proletari di tutto il mondo non si sono mai uniti [ ... ]»
[Etica comunitaria, progresso e rivoluzione, Costanzo Preve intervistato su questi temi da Luigi Tedeschi]
Ancor meno la costituenda classe Pauper, crogiolo del vecchio ordine sociale per quanto riguarda i dominati, dagli operai orfani dell’omonima classe ai ceti medi impoveriti, passando per le vecchie e le nuove forme di marginalità sociale ed inglobando in sé qualche milione di immigrati, potrà rappresentare in futuro un soggetto rivoluzionario autentico, in grado di garantire il superamento del vigente ordine sociale e politico neocapitalistico.
Dalla seconda metà degli anni ’50 agli anni ’80, nella stessa fabbrica, oltre che nelle scuole, nelle università e nel mondo borghese critico di allora, sono nati soggetti politici non allineati con il PCI (extraparlamentari, operaisti, antagonisti, propugnatori della lotta armata), frutto di quella ”effervescenza” (Moretti) e di quella “ebollizione” (Preve), nello stesso tempo sociali e politiche, mosse sia dalla radicale critica allo sfruttamento capitalistico nei recinti della fabbrica sia (e in certi casi almeno in apparenza) da una coscienza infelice borghese che di lì a non molto si sarebbe estinta.
La compresenza della duplice contraddizione che ha animato il capitalismo nello stadio dialettico, quella fra Borghesia e Proletariato e quella, parallela, sviluppatasi all’interno della Borghesia stessa (la coscienza infelice e critica borghese), in quegli anni hanno agito rendendo il movimento operai-studenti ipercritico nei confronti dello stesso PCI, che partecipava sempre più attivamente alla difesa del sistema e alla gestione del potere (amministrazione delle regioni “rosse”, internità all’“Arco costituzionale”, adesione al consociativismo, “compromesso storico”, condanna del “terrorismo rosso” venduto come nero, collaborazione con i nuclei di carabinieri del generale Alberto Dalla Chiesa, eccetera).
All’”ebollizione” sociale e all’”effervescenza” movimentista, manifestatesi in quegli anni, ha dato il suo fondamentale contributo lo stesso PCI, dopo l’iniziale fase della ricostruzione, mantenendo in vita schizofrenicamente il cosiddetto mito operaio, assieme a quello della rivoluzione anticapitalista, a fronte di una politica socialdemocratica-rivendicativa di sostanziale internità al capitalismo.
Oggi non assistiamo ad alcuna “effervescenza” sociale, né dentro né fuori le fabbriche superstiti.
Non c’è più alcuna traccia di quel solidarismo di classe (classe operaia vera e propria, tecnici, altri lavoratori dipendenti ed altre figure professionali create dalla divisione del lavoro capitalistica) che pretendeva di modificare dal basso le stesse relazioni industriali, le turnazioni e le condizioni di lavoro, acquisendo con una lotta dura, che non escludeva a priori l’uso della violenza, spazi di libertà sempre maggiori sottratti ai “padroni”.
Il fatto che non c’è più solidarietà di classe e unione fra i dominati per avviare le lotte anticapitaliste del presente, non è tanto la conseguenza della “ristrutturazione” del capitale che ha ridotto le grandi concentrazioni operaie, ma della circostanza che la nuova classe dominata non è ancora formata, e al più si può parlare (al momento presente ed ancora per qualche tempo) di masse di dominati-pauper, preludio della nuova Pauper class neocapitalistica.
I sindacati devono soltanto fingere di rappresentare le istanze dei lavoratori, in quanto si sono trasformati in ruote di scorta delle direzioni aziendali, in CAF per l’assistenza fiscale ai tesserati e abbassano la testa ovunque davanti alle politiche neoliberiste, pur di mantenere i loro centri di sub-potere.
Il sindacato ascaro di quest’epoca, mero centro di servizi per i tesserati, truffa i lavoratori con scioperi e forme di lotta puramente testimoniali, graditi al potere, per poi approvare accordi-capestro fingendo di aver strappato qualche sostanziale miglioramento al governo o alla controparte (come nel caso della libertà di licenziamento per motivi economici o disciplinari, temperata dalla decisione del giudice) e di contare ancora qualcosa nel punto più basso della catena di comando neocapitalistica.
Fuori delle fabbriche, quelle finora non delocalizzate, sopravvissute alla crisi strutturale, alla concorrenza globale, alla contrazione del credito bancario e alle manovre governative, ugualmente non c’è traccia di “effervescenza” o di “ebollizione”, perché l’atomizzazione sociale ha agito in profondità, è scomparsa la coscienza infelice borghese (che produceva rivoluzionari e soggetti critici) assieme al solidarismo operaio (sorgente di antagonismo sociale e politico), e nessuno riesce più ad immaginare alternative al Nuovo Capitalismo globale, in questa apparente “End of History” e delle speranze.
In fondo, qualche buona ragione l’ha Mario Moretti, quando – nel libro-intervista Brigate Rosse. Una storia italiana, ricordando il primo avvio della epocale trasformazione capitalistica, giunti allo scadere dei “trenta gloriosi” anni postbellici di compromesso fra Stato e Mercato – afferma con parole semplici e chiare «Il padrone ristruttura e lo stato reprime. Il movimento viene battuto da tutti e due. Il padrone gli toglie di sotto i piedi il terreno che conosce. Prendete la Pirelli che ho citato più volte, c’è il movimento più forte, più nuovo, più fluido; se il Cub vuole, il sindacato deve indire lo sciopero. E là ci sono le prime azioni di guerriglia. Eppure la Brigata della Pirelli muore presto. Muore quando la Pirelli si ristruttura. La prima ristrutturazione fu clamorosa per il senso di sconfitta che lasciò. Proprio mentre era più grande la nostra forza …»
Molti decenni sono passati da allora, e la “ristrutturazione” dei padroni alla quale ha accennato Moretti è ormai quasi completata, anzi, sono cambiati persino i padroni, quelli veri che decidono, non più borghesi culturalmente e legati alla dimensione nazionale, ma globalisti “deterritorializzati”, e la grande trasformazione ha portato ad un nuovo modo storico di produzione sociale, che fra i suoi elementi strutturali annovera la fondamentale manipolazione antropologico-culturale dei dominati, volta ad evitare che si ripetano antagonismi, movimentismi ed insubordinazioni diffuse, come è accaduto negli anni sessanta-settanta ai quali Moretti si riferisce.
Oggi non c’è più l’humus dal quale può nascere un vero movimento antagonista, seppur composito al suo interno, dagli intellettuali e dagli studenti agli operai ed ai precari, mancano le condizioni e le leve perché si costituisca un vero collettivo politico metropolitano, perché si sviluppi una resistenza generalizzata di fabbrica che ricorre al sabotaggio, o all’intimidazione delle spie, dei sindacalisti gialli e dei servi, e tanto meno sono riproducibili le Brigate Rosse della “propaganda armata”, o simili organizzazioni che praticavano la critica al sistema con l’uso delle armi.
Ma attenzione: ciò non significa che la lotta armata non è più la via per sconfiggere questo capitalismo, o almeno, più ragionevolmente, per provocarne ed accelerarne la crisi, perché l’esito al quale si deve puntare, partendo dagli spazi nazionali e unificando le lotte frammentate, è l’innesco della Guerra Sociale di Liberazione, nonostante una diffusa passività delle masse, che paiono (e in buona misura purtroppo sono) ampiamente inerti e prostrate.
Anche allora – negli anni delle BR – come oggi, in cui la situazione è a dir poco drammatica, la classe dominata, per quanto ancora cosciente di sé, unificata dalla solidarietà e disposta alla lotta, non si è palesata come classe rivoluzionaria, capace di guidare il resto della società fuori dei recinti storici del capitalismo.
Moretti è indubbiamente un rivoluzionario, un rivoluzionario che è stato sconfitto per quanto generosamente si sia speso nella lotta, la classe alla quale ha fatto riferimento, per la quale ha condotto la lotta armata, in funzione della quale ha dovuto prendere decisioni drammatiche, non era rivoluzionaria (o almeno non lo era più), ma non è questo il vero motivo della sua sconfitta.
I Rivoluzionari e la classe dominata (nel nostro caso, la Pauper class che si sta rapidamente formando) sono due forze ben distinte, due “curve” che provengono da direzioni diverse, e il “punto di tangenza” decisivo fra i due può verificarsi soltanto in particolari condizioni storiche, quando l’azione dei Rivoluzionari è coronata da successo, il potere si indebolisce, e i tempi diventano maturi per tentare l’assalto ai palazzi in cui si annida.
Mario Moretti e le Brigate Rosse questo fatidico “punto di tangenza”, preludio di una svolta storica, non lo hanno mai incontrato nel loro sanguinoso e lungo percorso.
Ma oggi la situazione è ben più grave per I Rivoluzionari di quanto era ai tempi di Moretti e delle BR, perché il terreno sotto i piedi manca completamente, non è neppure possibile, come lo è stato a quei tempi, immaginare un insediamento sia pure temporaneo nelle unità produttive superstiti, o nei quartieri metropolitani, in cui ci sono, al più, le vecchie e tollerate “riserve indiane” dei centri sociali, e c’è un’esplosione (in molti casi silenziosa) di situazioni di marginalità e di impoverimento che non generano antagonismo e non producono espressioni politiche alternative.
Il “riflusso nel privato” della montante disperazione sociale, priva di effettivi sbocchi politici, che si estrinseca, al più, attraverso suicidi ed esplosioni incontrollate di violenza individuale, è la prova più drammatica e tangibile, verificabile ormai quotidianamente, che le masse-pauper quale preludio della futura Pauper class non costituiscono in alcun modo l’”intelletto attivo” della trasformazione storica, e che da loro, perciò, non ci si deve aspettare la fatidica “scintilla” che dà inizio all’incendio rivoluzionario.
La situazione è così grave che non sembra rimediabile nel breve, e può rappresentare, semmai, il terreno di coltura di istanze puramente insurrezionali, in una saldatura fra la “vecchia” marginalità superstite e le nuove povertà, economiche e culturali, destinate ad estendersi lambendo fasce sempre più ampie del cosiddetto ceto medio, fino ad estinguerlo.
«Tutto il potere al popolo armato» è uno slogan brigatista, e se poteva avere qualche senso quaranta anni fa, dato il panorama sociale di allora, oggi suonerebbe come una bizzarria da avanspettacolo, una battuta, non del tutto comprensibile, di qualche comico televisivo che vuole strafare (e che magari, come il celebre e ben pagato Crozza, ha la tessera del Pd in tasca).
In questo senso e solo in questo, il neocapitalismo sta realizzando una “società senza classi”, o più precisamente, “senza coscienza di classe”, senza alcuna solidarietà fra gli uomini, priva di vere tradizioni da tramandarsi, composta di moltitudini-masse impoverite completamente prigioniere dei suoi immaginari, passivizzate per neutralizzarle ed incapaci persino di pensare che può esistere un’alternativa al mercato, al signoreggiare della “finanza creativa”, all’ordine economico e sociale che gli Investitori impongono.
Abbiamo capito che I Rivoluzionari e le masse-pauper sono due cose distinte e ben diverse, come già chiarito in precedenza, due forze destinate ad incontrarsi soltanto in una particolare congiuntura storica, resa possibile dall’azione rivoluzionaria e dall’indebolimento del sistema.
Sappiamo bene che tracciare un preciso profilo del rivoluzionario impegnato nella futura Guerra Sociale di Liberazione è molto arduo, dopo la morte delle classi novecentesche e l’estinzione della coscienza critica borghese, che il dominio neocapitalistico è assoluto ed impone il suo ordine sociale ed economico, la sua cultura egemone subordinata agli scambi commerciali e alla creazione del valore, mentre il suo alfabeto e la sua lingua spengono qualsiasi critica e penetrano ovunque, ma pur sinteticamente e con qualche imprecisione si può tentare di farlo, anche se i tratti che attribuirò alla figura del rivoluzionario potranno sembrare a qualcuno puramente “ideali”, e a molti (per ciò che scriverò alla fine) addirittura criminali.
L’origine sociale dei rivoluzionari sarà negli strati più alti della Pauper class, e durante il periodo di transizione nei ceti medi impoveriti (principalmente quelli legati al lavoro intellettuale) e nei sub-strati più alti della vecchia classe operaia, ma elementi borghesi, non entranti a far parte della nuova classe dominante globale, potranno costituire altrettante leve potenziali per le forze rivoluzionarie.
Come è evidente, si tratterà di una vera e propria élite, dalle origini piuttosto eterogenee, opposta a quella neocapitalistica, ed in parte, com’è inevitabile, ancora legata al vecchio ordine sociale, ai suoi mondi culturali, alle sue tenaci sopravvivenze.
Un'élite che non proporrà quale scopo finale della Rivoluzione, dopo una possibile vittoria nella Guerra Sociale di Liberazione, il definitivo ritorno al passato, all’irripetibile esperienza storica del comunismo sovietico, da un lato, o all’ultimo capitalismo del secondo millennio (dirigista, keynesiano, “nazionale”, moderatamente emancipativo) dall’altro lato.
Ancor meno l’élite rivoluzionaria potrà proporre la sostituzione della globalizzazione neoliberista con una “globalizzazione buona”, centrata sull’integrazione culturale delle popolazioni a livello mondiale e su una generica ed ambigua democratizzazione di singoli processi di integrazione sopranazionali (ad esempio, un’illusoria Europa dei popoli, che nasce dal basso, in sostituzione dell’Unione Europea Monetaria imposta a suon di trattati), questo perché la globalizzazione è interamente un prodotto neocapitalistico, così come oggi la conosciamo, e quindi, o si accetta in blocco, per quel che è, per le sue rilevanti implicazioni culturali e sociali, o si respinge in blocco e si combatte senza quartiere.
L’unica vera integrazione sopranazionale (e penso in primo luogo all’Europa) potrà aversi se e quando ci sarà il superamento della frantumazione delle lotte rivoluzionarie e la loro unificazione in aree geopolitiche vaste.
Per gestire una difficile transizione, per difendere e consolidare il potere rivoluzionario, centralizzandolo una prima volta a livello nazionale, si dovrà ricorre a “vecchi strumenti” di politica economica, fiscale e industriale, disponibili ed immediatamente utilizzabili, ed aspetti come quello della riacquisizione della sovranità politica e monetaria, delle nazionalizzazioni (a costo zero) di strutture produttive strategiche, delle pesanti limitazioni imposte al mercato e alla libera iniziativa economica privata (escrescenze crematistico-tumorali esaltate dal neocapitalismo), potranno sembrare – ma soltanto sembrare – un ritorno al passato, al ventesimo secolo, al sovietismo e alla sua esperienza collettivista con tratti capitalistico-classisti, oppure al keynesismo assitenzial-militare e all’”economia mista” caratterizzata dallo stato-imprenditore.
Lo stato e le sue istituzioni, una volta conquistate dai rivoluzionari che si muoveranno anzitutto, nelle fasi iniziali del conflitto, in una dimensione nazionale, dovranno per forza di cose essere mantenute e utilizzate, al netto di collaborazionisti, rinnegati e neoliberali, per scongiurare il collasso e il caos, ma con la prospettiva di trasformale (o in certi casi di sopprimerle senza rimpianti) in un futuro più lontano.
Decisiva sarà, inizialmente, la superiorità riattribuita alla Politica rispetto all’economia, a quella infezione crematistica rappresentata dall’ultraliberismo, dal mercato egemone, dalla proprietà e dall’iniziativa privata intangibili.
Finanza “creativa” e pubblicità saranno destinate ad un rapido ridimensionamento e alla scomparsa, per l’elevata nocività socio-ambientale e per la funzione che hanno avuto di importanti e irrinunciabili strumenti di dominazione neocapitalistica.
I “servizi”, particolarmente quelli di natura finanziaria moltiplicatisi più dei pani e dei pesci, e le “merci” saranno progressivamente sottomessi ai Beni, da intendersi, in modo proprio, come produzioni necessarie per la riproduzione delle basi materiali della vita associata.
Il debito pubblico, riappropriandosi il controllo della moneta, si rivelerà per quel che è: il presupposto di un ricatto espropriativo, operato dall’Aristocrazia globale sul piano finanziario, nei confronti degli stati e delle popolazioni.
Istruzione e sanità dovranno tornare in mani pubbliche, e i pochi spazi residui rimasti nella disponibilità dei “privati” (penso in modo particolare, qui, in Italia, alla storica “lobby” della chiesa cattolica, alle sue scuole e ai suoi ospedali), ma destinati ridursi e a sparire nel medio periodo, dovranno essere costantemente monitorati.
Il settore immobiliare, oggetto di pingui estrazioni di valore e fonte di crisi pilotate ad arte dai globalisti, in grado di far collassare interi stati, quando speculativamente gonfiato, dovrà essere posto sotto il controllo centralizzato rivoluzionario, attraverso massicce statalizzazioni e la ripresa su vasta scala della cosiddetta edilizia popolare, con conseguente assegnazione di alloggi a basso costo che resteranno di proprietà pubblica.
Tutto questo non vorrà dire, però, che una nuova élite rivoluzionaria – la quale agirà in nome e per conto delle masse-pauper, con o senza attribuzione formale del mandato – avrà lo sguardo rivolto al passato capitalistico, o a quello sovietico, e vorrà riattivare, in futuro, così com’erano, formazioni sociali novecentesche che il corso storico ha inesorabilmente superato.
Avendo fatto la frittata ed impedito il ritorno delle uova, attraverso i trattati internazionali, le valute sopranazionali, le organizzazioni mondialiste private anteposte agli stati, avendo sapientemente attivato il complesso di politiche e di prassi noto come “globalizzazione”, esprimendo ormai d’autorità la governance globale che vale il governo del mondo e il controllo di tutte le sue risorse, forse l’Aristocrazia globale si illude che non ci sia più alcuna possibilità di tornare alla proprietà pubblica, o a quella collettiva preludio di una totale socializzazione, alla superiorità della Politica sull’economia, al controllo nazionale della moneta e delle politiche economiche.
La stessa interdipendenza delle economie nazionali e l’ampiezza della speculazione finanziaria negli spazi globalizzati, che sembra non incontrare ostacoli, dovrebbero rendere inapplicabili, da parte di singoli stati ribelli, il modello collettivista o i modelli capitalistici novecenteschi alternativi a quello liberista.
Ma i decisori dell’élite globalista, facendo abilmente la frittata che impedisce il ritorno alle uova, non hanno considerato un particolare decisivo: pur non essendoci la possibilità di resuscitare integralmente le vecchie formazioni sociali novecentesche, esistono ancora, “in sonno”, i vecchi strumenti d’ostacolato all’ultralibersimo, al libero mercato globale, alla formazione della famigerata Open Society di Mercato, ed esiste la possibilità di usarli con efficacia in un contesto rivoluzionario e trasformativo.
Nazionalizzazioni, espropri del “privato” che colpiscono il grande capitale finanziario, e requisizioni di proprietà nelle mani di dominanti e sub-dominati, per l’estensione massima della proprietà pubblica, mantengono la loro efficacia, in un contesto di cambiamento rivoluzionario, anche se non è in alcun modo possibile resuscitare, così com’era nel novecento, la formazione sociale dispotico-collettivista rappresentata dall’Unione Sovietica, o l’”economia mista” italiana, con forti iniezioni di capitale pubblico nel produttivo, dei tempi postbellici dell’IRI e del boom economico.
Con molta moderazione, e pur non essendo autenticamente rivoluzionario (o almeno rivoluzionario fino alle estreme conseguenze), il cosiddetto socialismo bolivariano del latinoamerica, a partire dal tanto esecrato Chavez in Venezuela, ha dato una prima, coraggiosa dimostrazione di quanto affermo.
In mancanza del nuovo si utilizza quello che c’è in cantiere, ma si può utilizzare, pur essendo vecchio e già usato (in qualche caso abusato), seguendo nuove logiche d’impiego e perseguendo nuovi scopi.
Riappropriare la sovranità monetaria, ad esempio, può non avere soltanto la funzione, già ampiamente sperimentata nel secolo precedente, di rendere competitive le produzioni nazionali all’estero svalutando la moneta e di riuscire, così, a sostenere occupazione e consumi interni attraverso maggiori esportazioni, ma potrà consentire di conseguire un obiettivo nuovo e più ambizioso, cioè quello di interrompere i venefici flussi della globalizzazione economico-finanziaria, scardinando l’ordine neocapitalstico.
I Rivoluzionari non punteranno a riattivare il profilo produttore-consumatore così come si è affermato nel novecento, sostituendolo all’attuale binomio ultraliberista precario-escluso, ma semplicemente ad interrompere i flussi finanziari globalizzanti, i meccanismi riproduttivi neocapitalistici, il dispiegarsi del progetto demiurgico-dispotico che si nasconde dietro la globalizzazione neolibersita, e a tale scopo saranno costretti dalle circostanze ad utilizzare strumenti di politica economica e sociale, oggi all’apparenza del tutto superati e inapplicabili, presenti nelle “cassette degli attrezzi” sovietico-marxista e/o dirigista-keynesiana.
Le stesse rilocalizzazioni di attività produttive manifatturiere, se il know-how non è ancora completamente “evaporato”, non sono una cosa impossibile da realizzare, e il tanto esecrato protezionismo, principale lascito dell’epoca mercantilista, oltre a garantire posti di lavoro e reddito, nel breve periodo, alle masse pauperizzate, riassorbendo la disoccupazione gonfiata dalle dinamiche neocapitalistiche, potrà contribuire ad interrompere i flussi della globalizzazione.
Vi è certo una differenza rilevante, fra la nazionalizzazione di alcune industrie strategiche, oggi svendute ai privati, o in procinto di finire nelle mani al grande capitale finanziario, e la collettivizzazione di tutte le strutture produttive (che implica riappropriarsi integralmente i mezzi di produzione in essere), ma in determinate condizioni è necessario accontentarsi, nel breve, di questo primo ed insufficiente passo.
Nel caso dell’Italia, in cui la struttura produttiva industriale, per imposizione esterna e “scelte strategiche” palesemente suicide, antinazionali nella sostanza, è per molta parte frammentata, fragile, divisa in centinaia di migliaia di piccole e medie industrie, molte delle quali con meno di dieci o quindici dipendenti (o addirittura sotto i cinque), una collettivizzazione forzata di tutte le imprese e gli stabilimenti, nel breve periodo, non rappresenterà purtroppo una soluzione praticabile e concretamente gestibile.
Allora ci si dovrà accontentare, all’inizio del processo trasformativo della struttura economico-produttiva, di una gestione diretta della dimensione medio-grande – nazionalizzando in prima battuta soltanto l’industria di medie e grandi dimensioni, dal settore energetico a quello automobilistico, e naturalmente il sistema bancario nella sua totalità a supporto della produzione e dell’occupazione – ma ponendo sotto uno stretto controllo pubblico la gestione privata, frammentata, caotica, inefficiente, della PMI.
Per quanto riguarda il settore commerciale e distributivo, il passaggio dal privato al pubblico dovrà riguardare in prima battuta la grande distribuzione, sottratta al capitale finanziario e consegnata all’iniziativa statale, mantenendo provvisoriamente il piccolo commercio privato per l’impossibilità, nel breve – data la sua estrema frammentazione, all’origine della “pesantezza” e dell’”irrazionalità economica” della rete distributiva nazionale – di sopprimerlo e di riconsegnare alla collettività il controllo totale di questo settore.
E’ anche evidente che con la progressiva scomparsa del libero mercato, imposta dal governo rivoluzionario, i prezzi e le tariffe, dai prodotti alimentari all’energia e ai trasporti, saranno determinati per via politica, e non potranno più essere lasciati in balia della fantomatica “legge della domanda e dell’offerta”.
Uno degli scopi sarà quello di creare occupazione effettiva, di distribuire mezzi di sussistenza alla popolazione senza vincoli mercatistici o efficientistici (mascheramenti della creazione del valore neocapitalistica), per integrare i dominati nel processo trasformativo rivoluzionario e rompere gli schemi di natura crematistica imposti nel precedente ordine.
Considerando che il mercato non è un meccanismo autoregolantesi, che può soppiantare lo stato e la politica e vivere di vita propria “gestendo” l’intera società umana – come hanno fatto credere per decenni i pubblicisti mediatici ed accademici del neoliberismo selvaggio – ma soltanto un sistema di razionamento, esproprio ed esclusione utilizzato come un’arma dall’Aristocrazia globale, I Rivoluzionari procederanno alla demolizione progressiva di questo “tempio dell’iniquità sociale e del nichilismo valoriale” a partire dagli spazi nazionali, ponendo gli aspetti economici dell’esistenza (tutti, nessuno escluso, ed in particolare quelli che hanno assunto una natura crematistico-finanziaria) sotto lo stretto controllo centralizzato dei loro governi.
Tutte le misure accennate sommariamente fino ad ora – non essendo questo un trattato di economia politica e non essendo mia intenzione di “spulciare” nei documenti statistici e macroeconomici appesantendo lo scritto, inutilmente, con copiosi flussi di dati – riportano alla necessità impellente, che soltanto la Rivoluzione potrà soddisfare, di porre una volta e per tutte l’economia sotto il controllo della Politica, epurandola dei tratti nuovo-crematistici ipostatizzati nell’universalità del mercato.
Al di là di queste mie parziali e brevi note – propedeutiche per tracciare un primo profilo degli agenti futuri della Rivoluzione – è chiaro che un programma politico articolato potrà nascere soltanto dalla prassi rivoluzionaria, sul “campo di battaglia”, ed è altrettanto chiaro che per costruire il nuovo bisogna prima distruggere, demolire, annichilire le fonti del potere nemico, ma non sempre si potrà farlo in tempi brevi e in modo drastico, dovendo evitare i rischi di implosione e il caos, o i subdoli tentativi di “restaurazione” di nemici sopravvissuti e mascherati, realizzati manovrando una parte delle masse pauperizzate ancora sotto il controllo del vecchio sistema.
Una certa “decrescita” sarà imposta, inevitabilmente, dalle circostanze, perché la rottura dell’ordine globale, che si è affermato attraverso le crisi economiche, finanziarie, commerciali e geopolitiche, non potrà che generare nuove crisi attraverso i suoi ultimi “colpi di coda”, che si sostanzieranno nei cali dei flussi commerciali a livello mondiale, in riduzioni generalizzate dei volumi di produzione, in ulteriori riduzioni dei redditi e dei consumi di massa, in Europa, ma non soltanto nel vecchio continente.
La conseguente situazione di instabilità e di “decrescita forzata ed infelice”, contestuale alla frantumazione dell’ordine globale – e, per quanto ci riguarda direttamente, al superamento dell’Europa unionista depositaria di una moneta unica “privata” – dovrà essere gestita dai Rivoluzionari garantendo a tutti il “relativamente poco, ma sicuro”, riducendo con trasferimenti di risorse decisi in modo autoritario e centralizzato, in situazioni di contrazione dei consumi e della produzione, quella forbice dei redditi, aperta dal Nuovo Capitalismo, che oggi sta raggiungendo la sua massima ampiezza.
E’ auspicabile che nel tempo I Rivoluzionari, quale guida della società dopo la sconfitta dei globalisti, favoriscano con le loro politiche una trasformazione culturale – ed inevitabilmente, anzi, auspicabilmente antropologica – che renda impossibile, per le generazioni future, anche soltanto poter concepire l’idea dell’iniziativa economica crematistico-individuale e della proprietà privata, che per sopravvivere, in attesa di tempi migliori, potranno celarsi furbescamente dietro lo schermo della piccola “proprietà individuale”.
Se nella nuova società si arriverà, dopo qualche decennio – uscendo dal tunnel della “decrescita forzata” e delle crisi generate dal collasso dell’ordine globale – a considerare naturale persino la socializzazione degli abiti che ciascuno indossa, oltre che degli immobili e dei mezzi di produzione, degli strumenti finanziari e monetari soggetti ad uno stringente controllo collettivo, la trasformazione culturale ed antropologica, indotta dall’azione dei Rivoluzionari, avrà avuto pieno successo e un rilievo storico destinato a riverberarsi sulle epoche successive.
Se gli unici diritti intangibili, e riconosciuti alla sola classe dominante, nel progetto demiurgico neocapitalistico sono l’iniziativa economica dei singoli e la proprietà privata, imposti con una tale forza (e una tale violenza) da pregiudicare lo stesso diritto alla vita del resto dell’umanità, il progetto demiurgico opposizionale ed alternativo dei Rivoluzionari, altrettanto forte e “radicale”, dovrà necessariamente attaccare ed estinguere questi capisaldi del nemico.
Ed ora proviamo a delineare alcuni tratti caratteristici, di fondo, della figura del rivoluzionario futuro, che per ora si possono definire soltanto “ideali”.
Come si è già accennato in precedenza, l’origine sociale degli agenti della Rivoluzione non potrà che essere nel lavoro intellettuale, “contemplativo” dei ceti medi declassati, in quello operaio qualificato, ma sempre più mortificato economicamente e svalutato culturalmente, nella precarietà intellettuale e nella vecchia classe dominante borghese, per la parte della stessa che non è stata assorbita dalle stratificazioni della Global class.
Ciò non escluderà una componente immigrata, quale avanguardia, culturalmente più evoluta e più consapevole, del lavoro immigrato ed in non pochi casi semischiavo.
Per quanto il mix di culture contraddittorio, caratterizzato da una certa “separatezza” dei gruppi, dalla persistenza di tradizioni eterogenee e di insofferenze reciproche, prodotto dall’immigrazione neocapitalistica forzata abbia investito in pieno, ormai, molti paesi europei, e fra questi da un paio di decenni l’Italia, trasformandoli rispetto a ciò che erano mezzo secolo fa, i fondamenti della nostra cultura sono e resteranno europei, e rimanderanno, seppur sempre più remotamente, ai greci ed ai romani, alle radici della filosofia, della politica e del diritto.
Queste caratteristiche culturali peculiari, che rendono unica l’Europa, non potranno restare totalmente estranee al mondo eterogeneo degli immigrati, con il trascorrere delle generazioni, ma la maggior garanzia per una vera integrazione degli stessi non potrà che avvenire dalla condivisione delle lotte di liberazione, e dalla partecipazione delle loro avanguardie a queste lotte, accettando ed assimilando progressivamente i fondamenti della cultura europea, in buona misura estranei all’occidente neocapitalistico immerso nella globalizzazione.
Per questa via, si potrà sventare il tentativo di affermazione definitiva della cosiddetta Open Society, che non significa integrazione, ma de-emancipazione per tutti ed atomizzazione per i gruppi (autoctoni e immigrati), non significa progressivo miglioramento delle condizioni economiche e di lavoro, ma, al contrario, “cinesizzazione” del fattore-lavoro, accelerata dalla concorrenza interna di popolazioni più povere costrette a spostarsi nel mondo per sopravvivere, non significa maggiore libertà, se non in termini puramente astratti e formali, ma, all’opposto, maggiore paura e isolamento per tutti, immigrati compresi.
Dato il generale movimento a ribasso di redditi e condizioni di vita, dissolutivo dell’ordine sociale precedente, mettere fin d’ora fianco a fianco, spalla a spalla nella lotta, ceti medi, operai specializzati e tecnici, il precariato intellettuale, elementi della vecchia borghesia proprietaria spodestata e i migliori fra gli immigrati, non dovrebbe sembrare un’ipotesi troppo ardita, e infatti non lo è, perchè per tutti questi soggetti il nemico principale è comune, e lo è anche il nemico secondario, quello sub-dominante nazionale, nelle sue varie specializzazioni non esaurite dalla politica.
Naturalmente una vera élite, e a questa regola non sfugge l’élite rivoluzionaria, dovrebbe essere composta soltanto dagli elementi migliori, più coscienti e più combattivi presenti nei gruppi sociali che la esprimono, e quindi sarà composta da minoranze, non di rado sparute, che per le loro caratteristiche e le loro scelte si staccano dalla massa.
Ma sarà proprio l’élite rivoluzionaria che rappresenterà la massa Pauper, affermando i suoi stessi interessi vitali, pur senza averne formalmente il mandato ed all’inizio anche contro la sua apparente volontà.
Compito dei Rivoluzionari sarà quello di elaborare, nelle varie fasi della lotta, fin dalla prima fase ed ancor prima dell’innesco della Guerra Sociale di Liberazione, un programma politico per poter gestire la dimensione nazionale attraverso le strutture di potere e le istituzioni esistenti, un programma suscettibile di cambiamenti e di aggiustamenti “in corso d’opera”, che servirà (come già accennato in precedenza) per orientare la trasformazione rivoluzionaria della società.
Non è possibile anticipare con precisione i punti di questo programma, determinato dalle contingenze del momento, dal mutare repentino della situazione, dalle emergenze che si presenteranno durante l’azione rivoluzionaria, dalla connessione con i bisogni effettivi della massa, e quindi, pur avendo tentato di prevederne qualche linea generale di sviluppo, con molta moderazione, è bene non scadere nella profezia, e non volendo in alcun modo mettere in campo arti divinatorie, passare oltre dopo un ultimo, breve chiarimento.
Nel lungo periodo, che approssima i tempi storici, sarà forse possibile passare da una gestione centralizzata e sicuramente autoritaria del potere – necessaria per non far fallire la rivoluzione e per evitare che nascano ibridi in cui si cela il DNA liberista – ad un nuovo modo di produzione dai lineamenti comunistico-comunitari, che implicherà una profonda revisione dei meccanismi di potere nella società, ed un passaggio da una gestione verticistica, volta ad eliminare nel tempo qualsiasi traccia della libera iniziativa economica e della proprietà privata, ad una gestione autenticamente socializzante, che redistribuirà il potere su un piano orizzontale.
Per passare da un prolungato “stato di eccezione rivoluzionario”, gestibile soltanto da governi direttoriali e autoritari (la Dittatura), all’affermazione piena di un modo di produzione comunistico-comunitario postrivoluzionario e postcapitalistico, oltre al consolidamento delle conquiste rivoluzionarie e all’interruzione definitiva dei flussi di globalizzazione e di potere neocapitalistici, dovrà verificarsi un cambiamento generazionale talmente rilevante (difficilmente realizzabile in una sola generazione), che riporterà alla nascita dell’”uomo nuovo” e alla comparsa, per la prima volta, di quel lavoratore cooperativo collettivo associato, preconizzata una prima volta nell’ottocento da Karl Marx ed auspicata, oggi, dal suo libero allievo e interprete Costanzo Preve.
Ma questa trasformazione riguarderà, come detto, tempi ancora lontani dal nostro, e perciò in qualche misura imperscrutabili, mentre per gli anni a venire, pensando ad un arco temporale dell’ampiezza di almeno un trentennio (corrispondente ad una generazione), lo “stato di eccezione rivoluzionario”, sostituendosi allo “stato di eccezione liberaldemocratico” che oggi riguarda l’Italia (direttorio globalista affidato a Monti) ed ha riguardato la Grecia (direttorio di Papademos), imporrà un governo direttoriale saldamente nelle mani dei Rivoluzionari.
La controdemiurgia rivoluzionaria non potrà che tradursi, sul piano politico, in caso di vittoria negli spazi nazionali sulle sub-oligarchie, in una forma dittatoriale di governo destinata a governare la transizione.
La dittatura è stata demonizzata dai neoliberali fino al parossismo e usata come minaccia, come autentico “spauracchio”, manipolando la storia dei secoli pregressi, con il solo scopo di evitare critiche sostanziali all’impianto di potere liberaldemocratico, ma è stata poi subdolamente adottata, sotto parvenza di “legalità democratica e costituzionale”, dall’Aristocrazia globalista per governare indirettamente l’Italia e la Grecia attraverso Monti e Papademos.
Si può dire che i decisori globali, valendosi dell’opera mistificatoria degli apparati ideologico-massmediatici ed accademici, hanno buttato fuori dalla porta la Dittatura, ma con la piena complicità dei sub-dominanti politici nazionali, italiani e greci, l’hanno fatta rientrare furbescamente dalla finestra, resa irriconoscibile, ibridata con una liberaldemocrazia in putrefazione che mantiene i suoi riti, per governare due paesi (per ora soltanto due) dell’area europea mediterranea.
Ma la Dittatura, al di là dalla demonizzazione strumentale alla quale è stata sottoposta negli ultimi decenni, è l’unica forma di governo che consente di gestire in modo ottimale l’emergenza, di fronteggiare con decisione pericoli interni ed esterni, di affrontare con strumenti adeguati uno stato di eccezione, o addirittura d’assedio (si veda il caso storico di Cuba), che può prolungarsi nel tempo, coprendo lo spazio di interi decenni.
Ciò che è stato vero fin dai tempi della Roma repubblicana e consolare sarà vero anche per I Rivoluzionari.
Nel lunghissimo periodo, invece, esaurita l’emergenza, consolidate le conquiste rivoluzionarie essenziali, educata almeno una generazione alla socialità, al lavoro collettivo per la produzione di beni, in quanto tali, e più non di merci “sensibilmente sovrasensibili” (in quanto tali), pronti per l’abbandono definitivo di quel valore di scambio che crea valore astratto, astrattizzando un mondo interamente valorizzato, e per il ritorno alla dimensione etica del valore d’uso, una redistribuzione democratica e capillare del potere nella nuova società, in quelle forme comunistico-comuniatarie auspicate anche da chi scrive, non solo sarà possibile, ma diventerà necessaria.
Tornando ad un futuro più prossimo a noi, riconsegnando alle nebbie della storia più lontana i tempi storici che è molto arduo e rischioso esplorare, possiamo continuare nella difficile opera di tracciare alcuni lineamenti della figura del rivoluzionario di domani, pur con qualche comprensibile imprecisione ed approssimazione.
Le caratteristiche degli agenti della Rivoluzione dipenderanno in buona misura dall’asprezza e dall’intensità del conflitto sociale e politico con la classe dominante globale, e in prima battuta con le concentrazioni di potere sub-dominanti negli spazi nazionali.
I Rivoluzionari, per affrontare un nemico spietato e privo di etica, totalmente insensibile davanti alle questioni sociali, sempre più separato dal resto dell’umanità, dovranno combattere in una situazione di “sospensione dell’umanità” ed in una pre-Westafalia in cui lo scontro sarà totalizzante e mortale, in cui non si faranno prigionieri.
Le guerre culturali sono sempre le peggiori, in quanto guerre di sterminio di culture avverse e di intere popolazioni, e la Guerra Sociale di Liberazione, che avrà significativi aspetti culturali, non farà eccezione alla regola.
Combattere in “sospensione dell’umanità” significa combattere, con ogni arma disponibile, contro un nemico considerato “non umano”, e come il nostro attuale nemico ha disumanizzato il resto dell’umanità, riducendolo a semplice risorsa a sua disposizione (fattore-lavoro in luogo di lavoratori, neoschiavitù in luogo di diritti), così I Rivoluzionari procederanno a disumanizzare il nemico, come necessario punto di non-ritorno nella lotta che gli consentirà di compiere – e di giustificare in primo luogo davanti a sé stessi – gli attacchi “biologici” selettivi individuali che in una situazione non bellica, in tempo di pace, farebbero inorridire persino coloro che li compiranno.
Se fin d’ora è fuor di dubbio l’intrinseca sostanza “criminale” di tali attacchi, oggetto della parte operativo-militare del presente scritto, così sarà fuori discussione la necessità di sferrarli sistematicamente, in un contesto bellico, per indebolire progressivamente l’”anello debole” nazionale della catena di potere globalista.
Perciò I Rivoluzionari non avranno alternative e dovranno, in tal senso, sacrificarsi, pianificando e portando a compimento simili azioni.
Per poterlo fare è necessaria la preventiva disumanizzazione del nemico, in primo luogo per la stessa determinazione e la “saldezza interiore” dei militanti rivoluzionari impegnati nello scontro, ma ciò può non risultare troppo arduo, visti i crimini fino ad ora commessi scientemente dal nemico stesso, e quelli, ancor più grandi, che potrà commettere in futuro.
Un nemico disumano fin nella sua più intima sostanza, sempre più arrogante ed impudente nel pianificare e portare a compimento, alla luce del sole, azioni socialmente criminali che colpiscono indiscriminatamente milioni di individui (riduzione delle pensioni, contratti di lavoro precari-capestro, sfruttamento schiavistico del lavoro dei paesi “non in sviluppo”, neoschiavitù precaria in occidente, eccetera), o vere e proprie stragi di massa (provocando i suicidi degli “incapienti”, partecipando alle guerre di sterminio in difesa della democrazia e dei “diritti umani”, come quella irakena o quella afgana, o nel caso della Libia) si disumanizza perciò con molta maggiore facilità.
Tenuto conto che le azioni di lotta qui descritte si concretizzeranno in lesioni permanenti e vere e proprie mutilazioni, inferte a soggetti dei due sessi e di ogni fascia d’età, ed in certi casi comporteranno la soppressione di chi subisce l’attacco, ciò potrà creare non pochi problemi (di coscienza, di ordine psicologico) ai militanti che le porteranno a compimento, e quindi, la disumanizzazione del nemico, la diffusione dell’odio sociale e della necessità di vendetta sociale costituiranno, in riferimento agli stessi militanti, altrettanti, indispensabili, “rinforzi psicologici”.
Da un punto di vista etico, la condanna senza appello accomuna sin d’ora Aristocrazia globale e gruppi sub-dominanti, perché la prima decide e i secondi traducono in politiche concrete tali decisioni, scendendo nei dettagli ed integrandole, rendendosi in tal modo pienamente corresponsabili delle stragi di massa, sociali ed effettive, pianificate dalla prima.
Il combattente del futuro dovrà essere molto motivato e disposto al sacrificio di sé, dovendo compiere simili azioni, ed allora non possiamo non fare riferimento ai metodi di lotta, alla disciplina, alla disposizione al sacrificio individuale ed alla spietatezza nel compimento delle azioni di guerra dei Taliban afgani, gli studenti armati delle scuole coraniche.
Certo, l’ideale sarebbe poter disporre sul campo di simili formidabili combattenti, in grado di esprimere un elevato potenziale di lotta (e di necessaria ferocia), una motivazione ed un coraggio notevoli, una grande determinazione e un notevole spirito di sacrificio nel compiere atti violenti estremi (cavare gli occhi, decapitare, tagliare orecchie e naso, non è cosa semplice e indolore per chi la fa), al netto, però, di ogni residuo teologico oscurantista islamico.
Queste caratteristiche non sono innate, perché sono il frutto di un certo ambiente culturale, della durezza della vita in un paese che è fra i più poveri del mondo, ma soprattutto di un conflitto inestinguibile, di una lotta incessante contro nemici potenti e tecnologicamente superiori, iniziata con l’invasione sovietica del dicembre del 1979 (occupazione russa di Kabul), proseguita con la guerra civile dopo il ritiro sovietico e la temporanea affermazione dei Taliban (dal 1996 al 2001), seguita dall’invasione statunitense (dell’ottobre 2001) e ad oggi non ancora conclusasi.
Quando la lotta è dura e senza quartiere, protraendosi nel tempo e causando lutti e distruzioni, quando il confronto si sostanzia in un conflitto culturale, che è il più sanguinoso e si risolve soltanto con la completa sconfitta di una delle due parti (implicando la ferocia della guerra di sterminio, non di rado biologico), o i combattenti acquisiscono caratteristiche simili a quelle dei Taliban, per contrastare un nemico potente e senza scrupoli, e si “sospende l’umanità” per poter combattere con la dovuta durezza rispondendo colpo su colpo, o si va inevitabilmente verso la sconfitta e l’estinzione.
Ciò potrà valere anche per I Rivoluzionari del futuro, nonostante il grado d’istruzione più elevato, una diversa origine culturale e una vita meno dura di quella dei miliziani Taliban.
Del resto, lo sterminio ordinato dall’Aristocrazia globale, è iniziato da qualche tempo anche in Europa, spostandosi rapidamente da un piano squisitamente socioeconomico (rimozione delle garanzie per il lavoro, controriforme del welfare e delle pensioni, interdizione assoluta per le politiche socialmente riequilibratici e di redistribuzione dei redditi), ad un piano effettivo, con la condanna alla morte fisica, all’autosopressione di coloro che sono diventati “inutili”, dei più poveri, dei vecchi e nuovi marginali, dei disoccupati cronici e dei falliti economicamente (proliferazione dei casi di suicidio, esplosioni di follia individuale con uccisione dei familiari, dei vicini, dei passanti, eccetera).
Risulta evidente la necessità neocapitalistica di ridurre il numero delle unità potenziali di forza-lavoro, in quanto eccessivo, sovrabbondante per il nuovo ruolo assegnato all’Europa e all’Italia nel mondo globalizzato, un ruolo di secondo piano che renderà non più sostenibili alti livelli di vita e di consumo diffusi a livello di massa, come accadeva nel passato, e che richiederà, in molti casi, forza-lavoro dequalificata in luogo delle pregresse “risorse ad alto potenziale” e ad alto reddito.
A cosa servono professionalità ed esperienza, elevata scolarizzazione, se quando va bene, e il lavoro si trova, si devono pulire marciapiedi sbrecciati con la ramazza (vecchia occupazione di ripiego, dequalificata e “socialmente utile”), portare a domicilio cibo-spazzatura a basso costo (cattering e simili), o lavare le scale di un condominio degli anni sessanta (in qualità di precari in una falsa cooperativa)?
Tutto ciò non è un inevitabile esito di trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche che si sono “autoprodotte” sfuggendo al controllo umano, ma, al contrario, l’effetto dei desiderata della classe dominante, che opera al massimo livello della decisione politico-stragegica per estendere il proprio potere ed assicurare la riproducibilità allargata neocapitalistica.
Lo sterminio sistematico del sociale e della popolazione, iniziato in Grecia e in Italia, ma destinato all’”esportazione” in molti altri paesi d’Europa che subiscono il giogo eurounionista, e che già oggi sono in aperta difficoltà, posti sotto ricatto, con la disoccupazione a due cifre per effetto di tali politiche, è la via scelta dai nuovi dominanti per plasmare d’autorità il mondo (e riplasmare il vecchio continente) “a loro immagine e somiglianza”.
Arrestare (o almeno rallentare) questo sterminio generalizzato, da non intendersi esclusivamente in termini sociali, sarà cura della controviolenza rivoluzionaria, estrema nello forme ipotizzate, ma selettiva e non di massa come quella elitista, e che avrà ben poche alternative praticabili, o addirittura nessuna alternativa, come sarà più chiaro nel prossimo futuro.
Disponibilità al sacrificio personale e autodisciplina, caratteristiche non più facilmente riscontrabili nella popolazione italiana ed europeo-occidentale di oggi, saranno dunque fondamentali per poter affrontare i rigori della lotta rivoluzionaria e della Guerra Sociale di Liberazione.
Decenni di diffusione degli “stili di vita” consumistici e neocapitalistici hanno fiaccato ampi strati della popolazione, favorendo un rapido mutamento antropologico che dovrebbe vanificare qualsiasi velleità di lotta contro il sistema e all’esterno del sistema stesso.
Questo mutamento antropologico e culturale, accelerato negli ultimi mesi dalle politiche espropriative del direttorio di Monti, indubbiamente sembra “togliere l’acqua al pesce”, rendendo problematici il reclutamento e la formazione delle forze rivoluzionarie.
Un simile mutamento, nella società comporta quello che io definisco “il riflusso nel privato della disperazione sociale”, senza possibilità di sbocchi politici, un fenomeno oggi ben visibile – provocato dall’azione congiunta delle politiche neocapitaliste ed ultraliberiste e dall’uso ultradecennale degli strumenti di dominazione non economici – che si estrinseca nella proliferazione dei suicidi per motivi economici e nelle esplosioni improvvise di follia individuale.
Si tratta di un problema grave, del quale per ora non si vede la soluzione.
Sembra che questo mutamento dell’uomo (dominato economicamente e psicologicamente) in una sorta di neoschiavo precario, in fattore-lavoro compresso economicamente e svalutato culturalmente, in neopauper che ricorderà sempre meno una perduta opulenza, in escluso perché inutile nei processi di creazione finanziaria del valore, costituisce un grande successo (forse il maggiore in assoluto) dell’azione dei globalisti e dei loro apparati di potere.
Non solo le possibilità di aggregare ed unificare in aree vaste una vera lotta antisistemica sembrano ridursi al lumicino, ma anche lo stesso nascere di una protesta anticapitalistica cosciente e politicamente organizzata, per quanto frammentata sul territorio o per categoria-gruppo di dominati-pauper, sembra che sia un evento sempre più raro.
A fronte di masse completamente disintegrate dal punto di vista culturale, ed inerti sul piano politico, nella nuova classe inferiore in formazione e nei residui delle vecchie classi sociali che stanno perdendo d’importanza e si stanno assottigliando (classe operaia, ceto medio, borghesia) vi sono sempre meno individui coscienti, critici, motivati e disposti a lottare con la dovuta durezza.
Sembra che non vi siano spazi per la formazione di una futura élite rivoluzionaria, né per la nascita di un’area di consenso e di supporto (all’élite stessa) in questa società frammentata e pauperizzata che al più potrà implodere, crollare su se stessa come un edificio minato, come da tempo alcuni prospettano.
Allora, in relazione alle forze rivoluzionarie inesistenti, o che esistono soltanto in embrione, con numeri molto limitati, e non sono al momento visibili, ci si può chiedere «Che fare?», riproponendo dopo più di un secolo il vecchio quesito leniniano.
In sintesi e in conclusione, i principali problemi che abbiamo di fronte, per quanto riguarda la possibilità rivoluzionaria in una società completamente dominata dall’Aristocrazia globale e dai processi di accumulazione neocapitalistici, sono i seguenti:
(1) L’alternativa politica (e più in profondità la necessaria trasformazione culturale).
(2) Le forme di lotta da adottare.
(3) Le forze rivoluzionarie che metteranno in atto le forme di lotta e costruiranno l’alternativa politica.
Il primo, cioè l’alternativa politica che esprime un programma, si chiarirà “sul campo di battaglia”, durante la lotta, in un'elaborazione dinamica dei punti principali del programma stesso.
Il secondo, riguardante le forme delle azioni rivoluzionarie future, è l’oggetto del presente saggio ed il problema qui trova una prima (per quanto non ancora sufficiente) sistemazione, prospettando soluzioni che attendono di essere messe in pratica.
Ma il terzo elemento – le forze rivoluzionarie che dovranno mettere in pratica le forme di lotta prospettate – è un problema che per ora (e per chissà quanto tempo ancora) è destinato a restare aperto, un problema la cui risoluzione è decisamente superiore alle forze dello scrivente.
E’ chiaro che la questione, sia dal punto di vista delle forze rivoluzionarie sia da quello del nemico globalista, non riguarda puri automi che nei processi soggiacciono interamente al «realismo dell’autoregolazione sistemica» (come scrisse furbescamente Lyotard nella celebre Condizione postomoderna, del 1979, per legittimare le trasformazioni capitalistiche), ma ci riporta con prepotenza alla “spaccatura” della società in classe dominante e classe dominata, mai come ora aventi interessi contrapposti e inconciliabili (nonostante la passività delle masse-pauper), e quindi richiama con prepotenza il conflitto verticale, la lotta di classe (oggi monopolizzata dai dominanti), il Polemos più che l’”agonistica” che informa la teoria dei giochi, o in altri termini, una contraddizione insanabile di natura dialettica che in futuro potrà esplodere con estrema violenza.
Nonostante tutto, il discorso, più in profondità, riporta sempre alla natura umana e alla capacità di reazione dell’uomo, alla possibilità concessagli di pensare un futuro diverso e di modificare il corso storico.
L’oggetto limitato del presente saggio, che si conclude qui, mi solleva dall’incombenza di continuare questo discorso, ma è chiaro che è proprio l’elemento umano, al di là delle “spersonalizzazioni sistemiche” e delle credenze diffuse che mettono il nostro destino nelle mani del sovraindividuale, ad essere determinante nella futura lotta contro il neocapitalismo e perciò, ben al di là delle forme che dovranno assumere le azioni rivoluzionarie future, saranno gli uomini che decideranno l’esito dello scontro, e non gli algoritmi informatico-finanziari, gli indicatori economici, i sistemi d’arma convenzionali o i droni militari.
Si può sempre sperare, anche contro ogni speranza, che la storia ci riservi qualche sorpresa positiva, mutando repentinamente il suo corso.
E’ già accaduto e potrà accadere ancora.
Al fatalismo indotto dalla propaganda sistemica, alla credenza diffusa che dalla prigione neocapitalistica globalizzata non si può uscire, all’inerzia delle vittime sistemiche, opponiamo un motto antico:
«Spes contra spem».