Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 4 ottobre 2012

una donna forte e vera

I politici corrotti e collusi con il Sistema delle Mafie li si riconosce.
Dipende da noi togliergli il potere

Facciamo appello ai siciliani e alle siciliane che non si rassegnano, che non piegano la testa, che sono convinti che una alternativa vera e credibile sia possibile. Questa Sicilia c'è stata in questi anni, ha lavorato e costruito nei movimenti, nell'associazionismo, nel mondo del lavoro e delle professioni,
tra le mura di una scuola, negli enti locali. Non ha ceduto al ricatto delle clientele e del malaffare. Si è rifiutata di sostenere un governo come quello di Raffaele Lombardo e non ha accettato l'idea che per vincere ci si può alleare con chiunque. E' questa la Sicilia che invitiamo ad esserci.
Ci incontreremo da tutta la Sicilia 
Domenica 21 ottobre - ore 10.30
Cinema Rouge et Noir – Piazza Verdi – Palermo
Giovanna Marano  Claudio Fava
Saranno con noi i protagonisti di storie di 'ordinaria resistenza' e testimonial del mondo della cultura, dell'arte e dello spettacolo.
Cari amici tutti è entrata in funzione la macchina organizzativa per il Libera Sicilia Day che si terrà a Palermo domenica 21 Ottobre. Una occasione per ritrovarci da tutta la Sicilia insieme a movimenti, associazioni, singole personalità che stanno facendo questa battaglia insieme a Giovanna Marano e Claudio Fava per cambiare la Sicilia.
Una occasione per dare voce a chi opera nei territori, a ch
i in questi anni non ha piegato la testa, a chi continua a battersi ogni giorno.
Per fare tutto ciò vi invitiamo a costituire in ogni comune della Sicilia un comitato per il Libera Sicilia day. Pian piano vi aggiorneremo su tutte le caratteristiche organizzative e su quello che accadrà.
Gli amici di Palermo si stanno facendo carico di un apericena di autofinanziamento, una festa tra quanti vogliono sostenere questo particolare evento. L'apericena si terrà il 18 ottobre, buffet aperto preparato dai compagni e dalle compagne, buona musica e poi ci siamo noi! :) Anche su questo notizie vi arriveranno di aggiornamento sulle modalità di partecipazione.
Due passi avanti...

  Lettera di Giovanna Marano agli studenti
7 ottobre 2012 
Care studentesse, cari studenti,
ho ancora davanti agli occhi l’immagine dei vostri certificati elettorali bruciati davanti Palazzo d’Orleans: un gesto forte e simbolico per annunciare il vostro intento di non andare a votare alle prossime elezioni.
Vedete, voi giovani siete come delle spugne critiche nei confronti della società. E quello che avete assorbito in questi anni di crisi è malessere, precarietà, sconforto, assenza di prospettive, ingiustizia. Vi siete ritrovati a fare i conti con un debito di cui non avete alcuna responsabilità e che sta mettendo a repentaglio il vostro futuro. Avete visto le vostre scuole crollare a pezzi. Avete visto i vostri genitori in difficoltà nel sostenere spese sempre più alte per garantirvi il diritto allo studio. Avete conosciuto l’angoscia di madri e padri che hanno perso il lavoro o di fratelli maggiori che nonostante tutti i loro sforzi il lavoro non sono riusciti ancora a trovarlo. E in tanti casi sono fuggiti all’estero.
A fronte di tutto questo, l’attuale classe dirigente che fa? Continua a traccheggiare in ruberie, sprechi, ostriche e champagne. Si comporta come una casta, solidale al suo interno, sorda verso l’esterno. Gli scandali di queste ultime settimane ne sono l’esempio. Come fidarsi della politica, dunque? Come dare torto alla vostra rabbia?
Care studentesse, cari studenti, non posso darvi torto. Ma al contempo vi dico di non commettete l’errore di credere di essere i soli a sentire dentro tale rabbia, tale indignazione. Ci sono tante persone oneste e perbene che da anni lottano contro il sistema di potere che ha distrutto e impoverito il nostro Paese, la nostra Isola. E che ogni giorno si impegnano contro l’esercizio spregiudicato e criminale del potere, contro il malaffare, contro la criminalità in tutte le sue forme. Non è con l’astensione che manderemo un segnale alla vecchia classe politica, ma con la partecipazione, con l’impegno. In altre parole costruendo e scegliendo progetti e partiti sani.
Rinunciare al voto significa rinunciare alla possibilità di scegliere tra cattiva politica e buona politica. Significa garantire alle clientele di determinare ancora una volta l’accesso ai luoghi della rappresentanza democratica, lasciando liberi non voi, ma quei notabili che del bene pubblico ne fanno da troppo tempo un uso distorto, privato.
Non scegliere, significa farsi scegliere. Per questo, vi invito a riprendere in mano le vostre tessere elettorali. E a dare al vostro spirito critico lo strumento più forte che la democrazia ci ha consegnato: il voto.
Un abbraccio
Giovanna Marano

6 ottobre 2012  Giovanna Marano dalla manifestazione NO MUOS: "Le notizie che arrivano oggi dalla magistratura, che ancora una volta ha sopperito alla latitanza della politica, ci rincuorano. Dimostrano che le denunce del movimento erano fondate e ci fortificano nella lotta contro questa opera, che pro
segue senza se e senza ma. Il nostro programma di governo è ispirato a un modello ecosostenibile. Il Muos, oltre ad avere un impatto ambientale nocivo, fa riecheggiare nella nostra isola presenze di natura militare, che in passato ci siamo tanto impegnati per smantellare. Noi continuiamo a volere una Sicilia che sia culla di un Mediteraneo di pace, non certo terra di militarizzazione."
 
5 ottobre 2012. La lettera di Claudio Fava in risposta a quanto scritto su Repubblica dal prof. Giovanni Fiandaca e da padre Cosimo Scordato. Vi prego di darne diffusione.
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> Gentile direttore,

ho letto l'intervento del professor Fiandaca e di Cosimo Scordato, le loro legittime richieste alla politica per ritrovare il piacere del voto il 28 ottobre. Comprendo, condivido: ma non mi basta. Ciò che Fiandaca e Scordato chiedono è una sobrietà di spesa necessaria ma non sufficiente.
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Nel nostro programma di “LiberaSicilia” i tre punti sollevati nella loro lettera sono tutti raccolti (riduzione del numero dei parlamentari all'Ars, riduzione delle loro indennità, abolizione del finanziamento ai gruppi politici), ma abbiamo ritenuto di spingerci oltre. Il punto non sono solo i privilegi del ceto politico ma il parassitismo di una spesa regionale volta solo alla cura del consenso elettorale. Le indennità vanno ridotte, ma vanno azzerate le buone uscite garantite agli ex deputati attraverso la collocazione a riposo nei consigli di amministrazione di enti inesistenti. Ci sono dirigenti politici usciti dall'Ars ed entrati nei CdA con prebende da 200 mila euro l'anno. Quegli enti, inutili e costosi, vanno liquidati. Subito. Vanno liquidate, subito, le molte e costose forme di privilegio che i governi Cuffaro e Lombardo hanno garantito ai loro cortigiani.
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> Se un giornalista incassa 16 mila euro al mese per rappresentare virtualmente l'ufficio del Presidente nella sede di Bruxelles, è cosa che indigna quanto la paga di un parlamentare. Se le 800 consulenze sono servite, nella quasi totalità, a retribuire famigli ed amici senza produrre un solo valore aggiunto per l'amministrazione regionale è cosa che mi risulta più intollerabile del numero dei parlamentari all'Ars. Potremmo continuare, ma il senso è chiaro: va data fiducia non solo a chi azzera i privilegi ma anche a chi intende - contestualmente - riabilitare la spesa regionale, restituirla alla funzione che le è propria, sottrarla a un'idea privata, baronale, opaca della politica.
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> Tutti punti di merito, se mi è concesso, che da tempo intendiamo realizzare con il nostro progetto al governo della regione.
Sulla scorta di queste idee e di questi valori, che penso siano condivisi, ci farebbe piacere se fossero al nostro fianco in questa battaglia durissima.

> Claudio Fava

Incontro con i candidati ieri pomeriggio (4 ottobre 2012). Più che un appuntamento elettorale è stata una bellissima sessione di lavoro, partecipata, in cui si sono affrontati i punti più sentiti del programma di governo: il lavoro giovanile, il lavoro in genere, lo sviluppo di una agricoltura sostenibile, biologica e a chilometro zero, la promozione della nostra università e della ricerca scientifica, lo sblocco 
dei finanziamenti europei, la promozione del turismo, la cura del territorio, la cura dei beni culturali, la prevenzione degli incendi, la deriva astensionista che ci marca ai fianchi. Quello che risulta evidente è la partecipazione ad un progetto politico, che è quello di LIBERA SICILIA, di un una massa critica di elettorato molto preparato, propositivo, abituato al lavoro orizzontale. Una risorsa, come dice Ottavio Navarra , che è cresciuta nei nostri ultimi momenti peggiori e che costituisce adesso una base da cui partire. I due candidati molto preparati e pronti ad accogliere i suggerimenti della base, bravi Claudio e Giovanna!
http://www.facebook.com/groups/494789423872712/

mercoledì 3 ottobre 2012

Mancino chiama, Napolitano risponde, non si vuole la verità sul Patto tra questo Stato e Cosa Nostra

Il ‘Movimento Agende Rosse’ parte civile nel processo per la trattativa Stato-mafia

Il 29 ottobre a Palermo ci sarà la prima udienza del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, istruito dalla Procura di Palermo.
«Abbiamo intenzione, come Movimento Agende Rosse, insieme a tutte le altre associazioni e movimenti che vorranno essere con noi, di organizzare un sit-in per sostenere quei magistrati della procura di Palermo che, a causa delle indagini che stanno portando avanti con determinazione, sono sottoposti ad un fuoco concentrico di sbarramento e ad attacchi anche dai gradi più alti delle istituzioni».
A dirlo è Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso in via D'Amelio 20 anni fa.

«Io mi sono già costituito parte civile nel nuovo processo che si svolgerà a Caltanissetta per la strage di via D'Amelio, ma per me è ancora più importante il processo che si svolgerà a Palermo -spiega poi- perchè si indaga su quella trattativa che ritengo sia stata la causa scatenante dell'assassinio di Paolo e perchè a Palermo, contrariamente a quanto avvenuto a Caltanissetta, le indagini non si sono arenate quando è stato il momento di chiamare in causa istituzioni e servizi deviati».

«Ritengo però -prosegue il fratello del magistrato assassinato- che la mia costituzione di parte civile come persona, avrebbe scarsa probabilità di essere accettata perchè in questo processo non posso, come congiunto di Paolo, essere considerato parte offesa. Ritengo quindi che sia legittima, ed è la strada che intendo perseguire, la costituzione di parte civile da parte del Movimento delle Agende Rosse, rappresentato dall'Associazione che ha già una sua personalità giuridica».

Posted in: giustizia,mafia,trattativa Stato - Mafia

La valigetta di Paolo Borsellino, il fratello racconta la sua verità



Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Valentina D’Anna   
Martedì 02 Ottobre 2012 14:18
La valigetta che Paolo Borsellino portava con sé il giorno della strage di via D’Amelio torna agli onori della cronaca e si riaccende il dibattito sull’agenda rossa del magistrato e sulle cause scatenanti dell’attentato.
In una recente intervista - pubblicata in esclusiva dal mensile ‘S’ – Carmelo Canale, allora maresciallo dei carabinieri e fidato collaboratore di Paolo Borsellino, incriminato dalla Procura di Palermo e poi assolto, ha mostrato la valigetta del giudice che gli fu donata da Agnese Borsellino pochi giorni dopo la strage.
La valigetta, che presto potremo vedere al Museo della legalità presso la Legione dei carabinieri di Palermo, avrebbe dovuto contenere la famosa agenda rossa, mai ritrovata e divenuta il simbolo del mistero che ancora oggi avvolge le stragi e la trattativa tra Stato e mafia.
La borsa di Paolo Borsellino è oggi devastata dall’esplosione, ma unicamente nella parte anteriore. Al contrario il retro e l’interno sono rimasti intatti e ciò conferma che l’agenda rossa con gli appunti del giudice e tutte le sue annotazioni sulla trattativa Stato-mafia e i personaggi coinvolti, avrebbe dovuto essere integra.
Furono in tanti il 19 luglio 1992 ad avere accesso a quella borsa e alcune foto scattate dai cronisti Rai immortalarono il capitano dei carabinieri, Giovanni Arcangioli, allontanarsi prima con la borsa e riporla poi nuovamente all’interno dell’auto del magistrato. Ma nulla è mai stato accertato e l’unica verità rivelata è l’eterno dubbio.
Salvatore Borsellino, cosa significa nell’immaginario collettivo la borsa di suo fratello Paolo?
“Spero che possa ricordare a tutti l’elemento più importante, ovvero l’agenda rossa. Chi ha ucciso Paolo sapeva che non far sparire quell’agenda avrebbe reso tutto inutile. Le immagini scattate quel giorno dai giornalisti hanno mostrato chi ha preso la borsa dall’auto per poi riporla nuovamente dentro, magari sperando che una seconda esplosione, che effettivamente c’è stata, la distruggesse completamente. Ma non è stato così e oggi abbiamo la prova che l’agenda rossa, la scatola nera della prima repubblica, come l’ha definita Travaglio, è stata sottratta il 19 luglio 1992″.
Paolo Borsellino dichiarò di essere un testimone della strage di Capaci e di avere molto da dire in merito, ma non fu mai sentito dalla magistratura. Perché?
“L’accelerazione sull’attentato a Paolo Borsellino, avvenuto appena 57 giorni dopo la strage di Capaci, era volta proprio a impedire la testimonianza di Paolo”.
Quali sono i suoi rapporti con Carmelo Canale?
“Avevo un buon rapporto con Carmelo Canale, soprattutto perché sapevo essere stato un fidato collaboratore di Paolo. Ma dopo il processo in cui è stato coinvolto, lui non ha più contattato la nostra famiglia. Rispetto la magistratura che lo ha assolto, ma il suo silenzio mi lascia perplesso. Inoltre, mi stupiscono le sue dichiarazioni in merito all’indagine mafia-appalti quale causa scatenante della strage di via D’Amelio. Certamente quella era un’indagine importante, ma sono fermamente convinto che la sia stata la trattativa Stato-mafia ad aver ucciso Paolo Borsellino”.
Cosa è cambiato in questi 20 anni?
“Il cambiamento è dato dalla magistratura che oggi, dopo 20 anni di scellerato silenzio da parte di personaggi istituzionali, sta indagando sulla trattativa tra Stato e mafia. Il cambiamento è dato dal processo per falsa testimonianza a Nicola Mancino che non soltanto nega l’incontro con Paolo Borsellino avvenuto il 1 luglio 1992, ma che addirittura dichiara di non averlo riconosciuto. Credo che nessun italiano nel luglio 1992 avrebbe potuto non riconoscere il volto di Paolo, giornalmente ripreso e fotografato da televisioni e giornali. Qualcos’altro, invece, non cambia perché le istituzioni a volte dimenticano di dare il giusto onore al duro lavoro di magistrati quali oggi Ingroia e Di Matteo”.
Crede che riusciremo mai a conoscere la verità?
“A Caltanissetta è in corso la revisione del processo sulla strage di via D’Amelio perché le dichiarazioni di Spatuzza e Tranchina confermano un assoluto depistaggio delle prime indagini. Il prossimo 29 ottobre si svolgerà, inoltre, l’udienza preliminare del processo sulla trattativa Stato-mafia e in entrambi i processi io e il movimento Agende Rosse ci costituiremo parte civile”.
Noi, a 20 anni dalla strage di via D’Amelio continuiamo a sperare, come dichiarò Salvatore Borsellino, che non siano gli storici a rivelarne la verità, bensì i giornalisti.

lunedì 1 ottobre 2012

Perchè No? Le probabilità di vittoria sono raddoppiate

DUE PASSI AVANTI, ANALISI DI CLAUDIO FAVA
Non sarà un presunto cavillo di forma a fermarmi.(…) Da cittadino italiano e siciliano, da candidato alla presidenza di un progetto politico forte e condiviso, non mi rassegno, non rinuncio, non mi ritiro: anzi, rilancio. Sono in campo accanto a Giovanna Marano. Con la stessa ambizione di ieri: restituire ai siciliani una politica che si prenda cura della
loro vita e dei loro diritti. Un’ambizione condivisa dai tanti che in queste settimane sono cresciuti e si sono raccolti attorno a noi. Ma forse proprio l’idea che questa terra potesse finalmente liberarsi dalle tossine del passato, l’idea che anche la Sicilia diventasse buon laboratorio di democrazia e non più terra di appartenenze e di obbedienze ha destato molte preoccupazioni. A Sicilia e a Roma.(…) Per cui, un passo indietro e due avanti: non più un presidente ma una coppia di presidenti, una squadra, un uomo e una donna che intendono con ancor più forza portare avanti il progetto di LIBERA SICILIA.CLAUDIO FAVA e GIOVANNA MARANO. Lo stesso simbolo, la stessa idea civile, la stessa convinzione che oggi tutto questo sia possibile. È stata una scelta di responsabilità. Una scelta per me convinta e al tempo stesso dolorosa: la convinzione di poter offrire a una splendida candidata come Giovanna Marano il compito di raccogliere questa sfida, il dolore di aver subito – io, voi, tutti – una violenza politica da parte di chi ha costruito, fra Termini Imerese e Roma, la campagna d’opinione sui presunti vizi di forma della mia candidatura. Gli stessi che adesso, con umana miseria, imbeccano i giornalisti di qualche foglio amico per far credere che questa trappola sia stata pensata dentro i nostri partiti. Che sono invece il nostro punto di forza. La determinazione con cui SEL e Nichi mi hanno accompagnato in questi mesi, la convinzione con cui hanno sostenuto le mie scelte di questi giorni sono state il mio punto di forza. Questa forza, questa convinzione adesso deve diventare l’anima della nostra campagna elettorale. Con Giovanna, con i nostri assessori, con i candidati, con le donne e gli uomini che si sono riconosciuti nelle parole libere di questo progetto. Governare senza firmare cambiali, partecipare senza chiedere permesso, scegliere senza dover obbedire a nessuno. È la Sicilia che vogliamo e che c’è già: aiutatemi in queste settimane a far sì che questa Sicilia sappia di sé, che mantenga intatto l’orgoglio della sfida. Io ci sono e ci sarò. Con la nostra faccia, col vostro cuore questa terra la libereremo. CLAUDIO FAVA

Stralcio di una dichiarazione di Claudio Fava

domenica 30 settembre 2012

gli Stati Uniti e la preda siriana


Siria, un altro tassello del mosaico

Antiper

Per sviluppare una riflessione sulla situazione siriana è necessario collocarla all’interno del tentativo di ristrutturazione dell’egemonia nord-americana ed europea in atto da anni in Medio Oriente. Dobbiamo legare il particolare contesto siriano con il più generale quadro internazionale che si caratterizza, da un lato, per le cosiddette “rivolte arabe” e per i loro discutibili esiti attuali [1] e, dall'altro, per la crisi economica di lunga durata del modo di produzione capitalistico, vera forza motrice di questi avvenimenti.

Lungo la “linea immaginaria” che collega il Marocco al Pakistan (quello che alcuni hanno definito il “Grande Medio Oriente”), negli ultimi 20 anni si sono succedute senza soluzione di continuità guerre civili, guerre di aggressione imperialista o combinazioni di entrambe. Dalla guerra civile algerina a quella siriana, dalla guerra contro l'Iraq del 1991 a quella libica del 2011, è il conflitto permanente per la ristrutturazione delle sfere di egemonia dopo il crollo dell'URSS ciò che ha contraddistinto quest'area (come del resto anche altre aree).

Quella “linea immaginaria” pone idealmente l'uno di fronte all'altro l'imperialismo “atlantico”, egemone negli ultimi secoli, e le cosiddette “aree emergenti”. È una linea, si potrebbe dire, che divide il vecchio assetto otto-novecentesco guidato prima dall'impero inglese e poi da quello nord-americano dall'assetto che verrà, ancora il larga misura in pectore; è la linea di scontro tra il passato che non vuole morire e il futuro che cerca di nascere. E non è affatto scontato che da questo scontro debba uscire un solo vincitore. È anzi probabile che, almeno nel medio termine, possa determinarsi un equilibrio di tipo multipolare, ciò che gli USA stanno tentando in tutti i modi di scongiurare ricorrendo al principale “vantaggio competitivo” del quale dispongono: la potenza militare.

In questo scenario la Siria rappresenta effettivamente un elemento di grande importanza. Non è un caso che USA ed Europa, assieme ai propri alleati regionali (la Turchia su tutti, ma anche l’Arabia Saudita, Israele, il Qatar...), stiano tentando da oltre un anno di far implodere l’equilibrio del paese utilizzando forze mercenarie adeguatamente equipaggiate. E non è un caso che parte di queste forze mercenarie provengano, come composizione di uomini ed armi, da quelle che hanno operato in Libia.

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La situazione siriana ha subito un'ulteriore recrudescenza nelle ultime settimane con il tentativo di dare la spallata finale ad Assad, al momento senza riuscirci; i paesi che operano per cogliere questo obbiettivo - gli USA, anzitutto - continuano a ritenere l'opzione militare “diretta” possibile, anche se al momento sembrano preferire ancora l'appoggio esterno per consentire all'insorgenza interna di realizzare la destabilizzazione del paese e la costruzione di un nuovo equilibrio. É in questo senso che va la costruzione dell’Esercito di Liberazione Siriano (ELS), autore di numerosi massacri a danno delle popolazioni civili che i media occidentali ed arabi hanno venduto all’opinione pubblica mondiale come opera del governo siriano, con l'obbiettivo di alimentare l'indignazione dell'“opinione pubblica” internazionale e dunque di preparare il terreno, ove ve ne fosse la necessità, di un intervento militare diretto oppure, come già avviene da tempo, consentire ai paesi imperialisti di sostenere manifestamente i “ribelli” [2]. Il risultato è una drammatica guerra civile che l’imperialismo nord-americano ed europeo alimenta e che ha, come principale vittima, il popolo siriano.

***

Prima della guerra civile, la società siriana era certo una società ricca di contraddizioni, anche a causa del suo tessuto culturale multi-etnico e multi-religioso entro cui convivevano 40 diverse confessioni; una società che ricordava, per alcuni aspetti, la federazione jugoslava prima dello smembramento operato dalla NATO.La Siria è stata negli anni fonte di sostegno politico ed organizzativo per diversi movimenti di liberazione e di resistenza anti-imperialista e anti-sionista fra cui quello palestinese e quello libanese, così come lo era stata la Libia della prima Jamahiriya. Anche questo è un aspetto che va ricordato. E, sopratutto, la Siria rappresenta un pilastro dell'assetto che, con l'Iran, costituisce il principale bastione di resistenza agli interessi geo-strategici nord-americani ed europei nella regione.

Proprio a Teheran si è tenuta, il 9 agosto scorso, una riunione alla quale hanno partecipato delegazioni di 30 paesi chiamate ad affrontare la “questione siriana” da un punto di vista ben diverso da quello USA-UE. La risoluzione finale, per esempio, propone un “cessate il fuoco” di 3 mesi e l’avvio di un dialogo tra il governo siriano e quella parte dell'opposizione che non si è resa responsabile di azioni terroristiche; si tratta, dunque, di una posizione sostanzialmente favorevole al governo Assad. Il Ministro degli Esteri iraniano Salehi ha riassunto chiaramente la posta in gioco: “È necessario usare tutte le capacità esistenti per salvaguardare la sicurezza e la stabilità regionale ed opporsi ai nemici della regione del Medioriente” [3].Ma quello che colpisce maggiormente è che nel “gruppo di Teheran” vi siano una serie di “potenze energetiche” molto importanti (Iran, Iraq, Venezuela, Russia...) che possono prefigurare un'“alternativa energetica” globale, disastrosa per gli interessi degli USA che hanno sempre fatto del controllo delle fonti di approvvigionamento energetico uno dei capisaldi della propria egemonia globale [4].

***

Per ogni paese capitalistico, la cosiddetta “bolletta energetica” è un elemento fondamentale nel calcolo del saggio di profitto. Bolletta troppo cara significa spese in capitale costante troppo alte e saggi di profitto troppo bassi.Controllare direttamente le fonti energetiche significa dunque, per i capitalisti, diminuire i costi di produzione e agire in controtendenza alla caduta tendenziale del saggio di profitto che è uno degli elementi cardine che caratterizzano la dinamica del modo di produzione capitalistico. Insomma, si potrebbe sintetizzare, è un modo, se non proprio per superare, quanto meno per alleviare la crisi.

È palese che in Siria, come in tutto il “Grande Medio Oriente”, non sono in gioco i “diritti umani” o altre amenità care anche ad ampi settori del cosiddetto “movimento”, ma qualcosa di molto più concreto e vitale per gli interessi dal grande capitale. Dobbiamo saper cogliere lo scontro di interessi geo-politici che si gioca in Medio Oriente, nella cosiddetta “primavera araba” e anche nella “questione siriana” che ne rappresenta, come detto, un anello specifico.

Da questo punto di vista è interessante il modo in cui Henry Kissinger affronta la questione siriana
“Per prevenire il ripetersi di questa carneficina, il Trattato di Westfalia separò la politica estera da quella interna. Gli stati, costruiti su basi culturali e nazionali unitarie, erano sovrani entro i propri confini; la politica estera era contenuta entro margini ben definiti. Per i fondatori (di questo ordine internazionale, NdT), i nuovi concetti di interesse nazionale e di equilibrio tra le potenze ponevano un limite, non un ampliamento, al ruolo della forza” [5]

“Il sistema di Westfalia non fu mai applicato integralmente al Medio Oriente. Solo tre stati della regione araba avevano una base storica: Turchia, Egitto e Iran. I confini degli altri riflettevano la spartizione delle spoglie del defunto Impero Ottomano tra i vincitori della Prima Guerra Mondiale, con attenzioni minime alle divisione etniche e settarie. Questi confini furono conseguentemente soggetti a ripetute dispute, spesso militari” [6]
In sostanza, Kissinger dice: la pace di Wesfalia [7] era basata sul principio della “non ingerenza” negli affari interni di un paese [8]; ma questo principio, secondo Kissinger, non poteva valere per il Medio Oriente perché a parte alcuni paesi tutti gli altri erano stati disegnati a tavolino dopo la spartizione dell'Impero Ottomano, ciò che produceva continue tensioni e guerre in cui si era costretti ad intervenire “umanitariamente”.Ma ecco il “colpo di scena”

“L'intervento militare, umanitario o strategico, ha due pre-requisiti: primo, il consenso o la governance dopo il rovesciamento dello status quo è critico. Se l'obbiettivo è quello di deporre uno specifico potere dominante, una nuova guerra civile può determinarsi nel successivo vuoto di potere dal momento che gruppi armati possono contestare la successione e paesi esterni possono scegliere una o l'altra parte.Secondo, l'obbiettivo politico deve essere esplicito e realizzabile in un periodo di tempo sostenibile dal punto di vista interno. Dubito che la situazione siriana abbia queste caratteristiche. Non possiamo rischiare di essere trascinati di espediente in espediente in un intervento militare indefinito dentro un conflitto che prende un crescente carattere settario. Per reagire ad una tragedia umana dobbiamo stare attenti a non favorirne un'altra.” [9]

Il ragionamento di Kissinger è semplice: si intervenga pure - o per ragioni “umanitarie” o per ragioni “strategiche”, poco importa -, ma solo a condizione che sia certo, stabile e amico lo scenario che viene a sostituire quello su cui si interviene. Ed aggiunge che forse, da questo punto di vista, la situazione siriana non è così favorevole.Questo passaggio può anche essere letto come una critica all'impostazione Bush che con il suo attacco all'Iraq nel 2003 ha, sì, detronizzato Saddam Hussein ma ha anche creato, soprattutto grazie alla Resistenza, una situazione di ingovernabilità che ha reso necessario un sostanziale accordo con il nemico iraniano ed i suoi alleati (la comunità sciita irachena) nonché, successivamente, con una parte del vecchio establishment sunnita post-baathista.

In altra parte del suo intervento Kissinger fa riferimento anche al timore che Cina e Russia avrebbero di veder applicata la dottrina dell'“intervento umanitario” al proprio territorio come motivazione dell'atteggiamento recalcitrante a schierarsi a fianco dei “volenterosi” nord-americani ed europei. Quello che Kissinger finge di non sapere è che il reiterato posizionamento di Cina e Russia contro risoluzioni ONU che possano aprire la strada all'azione militare diretta contro la Siria è dovuto a ben altro che al timore di essere a propria volta aggredite da un intervento “umanitario” (cosa, al momento, assai improbabile), quanto piuttosto dal timore di vedersi gradualmente ridimensionate dal punto di vista economico internazionale.

***

Siamo di fronte ad un quadro di scontro globale che per il momento si gioca ancora solo su un terreno di carattere indiretto, regionale, e dove le scintille “dirette” avvengono prevalentemente negli ambiti meno “drammatici” della “cyberwarfare” [10] o della diplomazia internazionale. Ma si tratta - e, con l'approfondirsi della crisi, sempre di più si tratterà - di uno scontro all’ultimo sangue per accaparrarsi risorse energetiche, umane, mercati di sbocco, zone di influenza...

Sono l’approfondimento della crisi ed il manifestarsi di sempre maggiori contraddizioni gli elementi chiave del quadro generale che va colto anche nella vicenda siriana e nella più generale “rivolta araba”; il quadro di uno scontro tra le potenze imperialiste storiche e di queste con nuove potenze emergenti, per ridefinire i reciproci rapporti di forza. Anche per questo, mentre sosteniamo il popolo siriano martoriato da una guerra voluta, condotta e diretta dall’imperialismo nord-americano ed europeo, auspichiamo la rivolta dei popoli arabi contro l’imperialismo e per il socialismo, rifiutando di diventare - consapevolmente o meno - la truppa di appoggio di una o dell’altra frazione in lotta anche se, ovviamente, non siamo indifferenti agli esiti dello scontro.

E poiché “internazionalismo” non vuol dire tifare per l'una o l'altra squadra, ma combattere, in primo luogo, l’imperialismo di casa propria, sapendo distinguere tra una lotta consapevolmente antimperialista ed una lotta o una resistenza che si colloca oggettivamente contro i piani dell’imperialismo, non è mai inutile ribadire il fatto
“...che i proletari debbano farsi macellare stoicamente dagli imperialisti per difendere un’astratta sovranità nazionale, uno Stato non loro, magari sotto il tallone di un qualche rais locale, è cosa che ci pare davvero improponibile (e che possono proporre solo quei “terzomondisti” incalliti che scambiando la solidarietà internazionale - cioè l’appoggio alle lotte negli altri paesi - con l’internazionalismo - cioè il legame tra lotta interna e lotte “esterne” - si fanno propaganda e si appuntano medaglie con le lotte, la morte e la prigionia dei rivoluzionari degli altri paesi)” [11].

È del tutto evidente che il quadro internazionale che abbiamo di fronte non è quello degli '60-'70
“Siamo perfettamente consapevoli che oggi non abbiamo a che fare con Che Guevara e con Ho Chi Min, ma con resistenze che si caratterizzano in ben altro modo. Dal nostro punto di vista si tratta, è bene chiarirlo, di un enorme passo indietro. Se negli anni '60 la resistenza in Vietnam, la rivoluzione a Cuba, le lotte anti-coloniali in Africa... prefiguravano uno scenario di profonda trasformazione sociale e culturale, generalmente caratterizzato da una ispirazione progressista o marxista, oggi siamo di fronte ad una situazione ben diversa” [12]

Se ne esistessero le condizioni la parola d'ordine non potrebbe essere che quella di “trasformare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria”, anche in Siria; invece, ci si deve accontentare di qualcosa più cauto, ma comunque impegnativo e dire che contro la guerra imperialista si sta dalla parte dei popoli, sempre e comunque; e in Siria, come in Iraq o in Libia, dentro lo scenario globale che abbiamo tratteggiato, c'è sempre un ben preciso tipo di scontro, lo scontro tra gli interessi delle varie frazioni dell'imperialismo comunque collocate e quelli delle masse popolari: come possano questi due interessi coniugarsi, sia pure all'insegna della deposizione dei “rais”, è un vero mistero.

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