Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 22 dicembre 2012

L'ideologia neoliberista non vuole la liberazione degli esseri umani

Elisabetta Teghil: Ricordare/Trasformare/Uscire da qui

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Ricordare/Trasformare/Uscire da qui

di Elisabetta Teghil

L’esperienza passata condiziona quella futura, per questo è necessario conquistare una memoria autonoma e collettiva del movimento femminista.

La memoria è l’occasione per produrre nuove possibilità e dare un senso agli eventi presenti e futuri.


Il femminismo è nato dalla prassi consapevole di soggetti che intendevano liberarsi e la liberazione di noi tutte è il programma del passato, del presente e del futuro.


C’è stato un momento magico in cui le donne hanno pensato di potersi riappropriare del proprio corpo, della propria sessualità, della propria vita.

E’ durato un anno? qualche anno? un mese? qualche mese? per ognuna è stato un tempo diverso, ma è bastato per prendere su di sé una consapevolezza che è potenza, che è l’aver assunto la certezza che la liberazione può essere, che non è utopia, mito, sogno o follia, ma autonomia e autodeterminazione.

La conoscenza del nostro corpo, dai primissimi timidi tentativi, si è aperta poi a ventaglio, è stata la scoperta della fisicità, la gestione della salute, della sessualità, dei desideri, della mente fino ad una grande e positiva sensazione di onnipotenza, sensazione di poter finalmente decidere di sé e per sé.

Ma, anche, consapevolezza della costruzione sociale del nostro essere e del corpo, per cui esistevano tante immagini esterne della femminilità e del corpo stesso, quante erano e sono le classi e le frazioni di classe.

Quindi, compenetrazione di conoscenze di sé e di conoscenze del “fuori”.

Ma mentre cercavamo di portare avanti questo percorso di consapevolezza e di utilizzare politicamente le correlazioni che avevamo messo in atto per spezzare l’organizzazione e l’ordine sociale classista e sessista, la risposta del femminismo socialdemocratico è stata ricostruzione dei ruoli e puntello di questo ordine sociale.

E questo processo è stato attuato attraverso appositi grimaldelli: il gratuito, la delega, le esperte e gli esperti.

L’uso strumentale del gratuito ha offuscato e nascosto come in una nebbia la differenza che esiste tra il diritto ad avere i servizi gratuiti da parte dello Stato da cui non si può e non si deve prescindere e il delegare allo stesso i propri spazi di aggregazione e di crescita politica. Oltre all’enorme mistificazione passata attraverso il concetto del ”cambiare le Istituzioni dal di dentro”.

L’affidamento di nuovo agli esperti, anzi alle esperte, perché il numero di donne che fanno le psicologhe, le sessuologhe, le psichiatre, le specialiste in senso lato del comportamento ….è notevole, ha condotto alla medicalizzazione delle esistenze da un lato e, dall’altro alla perdita della capacità di conoscersi e di riconoscersi in autonomia.

Non esistono segni “ fisici” veri e propri. L’immagine sociale del proprio corpo, con cui ogni soggetto deve fare i conti, si ottiene attraverso l’applicazione di un sistema di classificazione sociale.

I segni costitutivi del corpo sono prodotti di una fabbricazione culturale vera e propria.

Dimenticare questo ha comportato devitalizzare l’impulso rivoluzionario del femminismo, deviandone la sensibilità, l’immaginazione e l’analisi verso forme di determinazione individuale e collettiva opposte alle premesse ideali.


I sentimenti umani di reciproco riconoscimento, di mutuo aiuto e di vicendevole costruzione delle proprie esistenze, sono stati tradotti in promozione individuale e sostituiti da meccanismi di promozione sociale, isolando le soggettività indisponibili a questa soluzione e le tante non coinvolte in questo processo, mettendole nella situazione di essere represse. Chi ha fatto queste scelte si è resa complice del razzismo istituzionale che rinchiude nei Cie per condizione, della discriminazione e persecuzione di comportamenti, etnie, nazioni o parti politiche della società.


La ricerca della felicità individuale e collettiva è stata capovolta in una realizzazione personale totalmente dimentica dell’originaria azione creativa e dialettica del femminismo, capovolgimento favorito attraverso l’indirizzo dei mezzi comunicativi e formativi di massa, per cui ogni riflessione e pratica eterodiretta rispetto alle pratiche dominanti, viene rinchiusa nella logica del negativo e del patologico, da reprimere, utilizzando le componenti socialdemocratiche riformiste come agenti controrivoluzionari.

La visione esclusivamente emancipatoria della condizione della donna, annulla l’idea e gli ideali di liberazione, rimuovendo l’orizzonte comune e collettivo della libertà.


Il femminismo, oggi, viene percepito nel comune sentire come qualcosa di opportunistico, con connotazioni negative e corporative, con lo stesso meccanismo con cui la sinistra socialdemocratica ha consegnato i giovani della periferia al fascismo.


La grande vittoria del patriarcato è di aver stravolto il carattere originario e originale del femminismo e di averlo fatto attraverso la componente socialdemocratica.

E la vittoria della componente socialdemocratica è passata attraverso l’area della comunicazione sociale, attraverso la produzione di falsificazioni, la manipolazione e l’intossicazione della memoria femminista con il controllo preventivo e la condanna dei comportamenti potenzialmente antagonistici.

Il femminismo è scardinamento dei ruoli e, proprio perché il personale è politico, è scardinamento dell’organizzazione sessuata della società.

Ma, dato che nessun ambito sociale vive di sé e per sé, è scardinamento e rifiuto dei ruoli organizzativi della società tutta.

La socialdemocrazia è impostata per conservare, mentre il femminismo è un programma che fa della memoria uno strumento di consapevolezza e di forza per uscire da questa società.

Il nostro impegno è piccolo e grande allo stesso tempo e non è merce di contrattazione.

L’obiettivo è la nostra liberazione.

L’inganno parte dall’idea , volutamente falsificata, che questa società abbia nel DNA la possibilità di potersi rinnovare e che il patriarcato sia qualcosa di altro rispetto all’involucro capitalista in cui in questa stagione si perpetua.

Ma può esistere il patriarcato senza capitalismo, ma non può esistere il capitalismo senza patriarcato.

La messa in discussione dell’organizzazione sessuata, mette necessariamente in discussione l’organizzazione gerarchica, autoritaria, verticistica da cui, il patriarcato per un verso ed il capitale per un altro, non possono prescindere.


Non è trasfigurando le istituzioni che migliora la nostra condizione di genere oppresso, ma attraverso la capacità di abbattere le costruite differenze tra il maschile e il femminile, smascherando la pretesa di trasformare la storia in natura e l'arbitrio culturale e politico in naturale.


L'approccio socialdemocratico ha sostituito il concetto stesso di lotta politica con quello di delega, ha lavorato in modo che il patriarcato e le strutture patriarcali fossero percepite come qualcosa di esterno, di altro, di sovrapposto rispetto a questa società e si è risolto nella promozione individuale di alcune a scapito della stragrande maggioranza delle donne tutte, trasformando il femminismo in un arcipelago di associazioni di categoria abilitate dalla controparte a parlare a nome delle donne, nella misura in cui le stesse si sono appiattite e hanno aderito ai valori e agli interessi patriarcali.

E' lo stesso approccio con cui le Ong e le Onlus affrontano il dramma del terzo mondo, dove non denunciano le guerre neocoloniali, non mettono in discussione la depredazione delle ricchezze di quei popoli, ma portano aiuti umanitari.

Ma quelli che fanno le guerre neocoloniali e a vario titolo partecipano, compresi gli stuoli di Ong e Onlus, forma attuale dei missonari di vecchia memoria, sono, al di là delle belle parole, contro i popoli del terzo mondo, così come le socialdemocratiche e riformiste, al di là delle belle parole, sono contro le donne ed il femminismo.


Da qui, l’oblio e la “damnatio” di tutti quei collettivi e gruppi femministi che hanno fatto scelte di azione “violenta”, per usare un termine semplicistico e corrente, e armata nei confronti del patriarcato.

La teoria della non-violenza è una modalità del marketing, un vero e proprio strumento di controllo sociale e come il marketing non ha la funzione di liberare il tempo individuale, ma, al contrario, di controllarlo per massificarlo al massimo, così la non-violenza è lo strumento di una nuova servitù volontaria.


E, infatti, i termini rivoluzione e ribellione, sono diventati per le componenti femminili socialdemocratiche alla stregua di un marchio commerciale con cui fare marketing e pubblicità. Questa epidemia di ribellione non impressiona né il capitale né le sue articolazioni repressive.

Non contente, tutte queste ribelli, si autorappresentano come “scomode” per questa società. E, buon ultimo, si definiscono “disubbidienti”. E usano il meccanismo del capitalismo mediatico.

Tutto si risolve nell’ “épater les bourgeois”.

Dobbiamo avere chiavi di lettura per distinguere tutte costoro dalle vere ribelli, disubbidienti e scomode?

Non ce n’è bisogno, questo già lo fa per noi il patriarcato.

Quelle di cui abbiamo parlato, hanno i riflettori puntati su di loro, se ne parla, vengono intervistate, vengono ospitate di qua e di là.

Le altre, quelle che lo sono veramente, sono avvolte dal silenzio e dall’oblio e, quando “esagerano”, vengono stigmatizzate, demonizzate, represse...

Contemporaneamente, il tabù del sesso viene largamente sfruttato da quando si è scoperta la correlazione e il legame tra desiderio sessuale e pratiche sessuali non usuali e malinteso concetto di rivoluzione e liberazione.

Allo stesso tempo, resta fermo lo stereotipo della donna che è oggetto di piacere o soggetto domestico che, anche quando è emancipata e lavora fuori casa, è lei stessa che sorveglia la sua abbronzatura, l’odore delle sue ascelle, i riflessi dei suoi capelli, la linea del suo reggiseno o il colore delle sue calze.

Vestire casual, comprare nei negozi equo-solidali, fare sesso fuori dal coro e dichiarare la “rivoluzione necessaria”, non assolve nessuna.

Facciamo pure quello che ci pare, perché quello che ci piace, proprio perché ci piace, è buono, ma lo è, naturalmente, per noi che lo facciamo e ci piace, ma non parliamo, per favore, di libertà, di rivoluzione, di cambiamento della società.

Questa configurazione sociale si caratterizza nella preminenza progressiva della merce su ogni altro elemento e nella mercificazione di tutti i rapporti, compresi quelli sociali e affettivi, nella cultura che viene ridotta a mode che si susseguono, con l’apparire esibizionistico che prende il posto dell’autonomia individuale, nell’appiattimento della storia stessa sull’evento immediato e l’informazione istantanea, nella fuga dal conflitto sociale e nella disaffezione dalla politica, nella strumentalizzazione delle lotte di liberazione e delle diversità.

Allora diventa urgente smascherare e denunciare il ruolo di missionarie del verbo patriarcale che le socialdemocratiche e riformiste assolvono, per recuperare lo spirito del femminismo che è antagonista e liberatorio, che vuole lo scardinamento dei ruoli e delle dinamiche di oppressione comprese quelle delle donne contro le donne.

Perché la visione, la lettura, la speranza di un cambiamento totale di questo mondo non è mai venuta meno.

L'ideologia neoliberista, forma compiuta ed attuale del divenire del capitale,
non vuole la liberazione degli esseri umani, ma pretende, addirittura, la fine
di ogni forma simbolica a vantaggio esclusivo del valore mercantile.
La violenza del neoliberismo si manifesta nella sua pretesa di vietare ogni
forma di conflitto, di differenza e di declinare tutto nel suo interesse e di
sacrificare tutto alla sua conservazione ed autoespansione.


Chiarezza politica, onestà intellettuale, coraggio civile, autonomia, autodeterminazione, autorganizzazione , coscienza di classe, coscienza di genere sono gli strumenti che dobbiamo usare per proseguire il nostro percorso di liberazione.
 
http://www.sinistrainrete.info/societa/2466-elisabetta-teghil-ricordaretrasformareuscire-da-qui.html 

lunedì 17 dicembre 2012

La classe dirigente italiana è in stato confusionale


La putrescenza del Capitalismo contemporaneo e la teoria del crollo

Antonio Carlo

 Lunedì 10 Dicembre 2012

estratto


6) Italia: i disastri e le gaffes del Governo tecnico

A fine 2011 arriva in Italia il Governo dei tecnici che chiude l’era Berlusconi, e che viene presentato come il “team” dei salvatori della patria, mantra nel quale non ho mai creduto, pur detestando Berlusconi, in poche parole siamo passati dalla padella alla brace. E valga il vero.


A) Il bilancio disastroso dei tecnici


Ad inizio anno il prof. Monti presenta il suo Governo come un Governo che rompe con “buonismo” precedente, ci vuole una cura drastica lacrime e sangue175. Evidentemente negli ultimi 40 anni, quando abbiamo subito stangate a ripetizione (negli ultimi 20 tremende)176 il prof. Monti era sulla luna. In realtà il Nostro cerca solo di accreditare per nuove politiche vecchie, stantie e fallimentari: il giornale della Confindustria pubblica una rassegna analitica delle manovre fatte da Berlusoni e Tremonti con relativi costi, che sono di gran lunga superiori a quelle di Monti177, il fatto è però che la manovra del professore arriva dopo 20 anni e più di donazioni di sangue, il corpo del paese è spremuto e non può tollerare altri prelievi selvaggi, le stangate si cumulano e diventano insostenibili, ma soprattutto inutili.

Il salvataggio attribuito a Monti è inesistente, Monti ha finito di strangolarci e lo dicono i numeri che i plauditori (o struzzi) del suo governo ignorano a cominciare proprio dai numeri della finanza pubblica. Il rapporto deficit-PIL si contrae un poco, ma quello debito-PIL si impenna: a fine 2011 siamo al 120,1%, nel primo trimestre 2012 siamo al 123,3%, nel secondo trimestre l’Eurostat ci accredita di un 126,1% e dei dati più recenti da record di Bankitalia abbiamo già parlato. Si impenna inoltre il costo del debito dal 5% e più del PIL per l’anno in corso al 6% e più nei prossimi anni178, ormai lavoriamo non per pagare il debito (nessuno sa come farlo) ma per pagare gli interessi sul debito. Se questo è un salvataggio sembra un impiccagione nel senso che siamo impiccati al debito e ai suoi costi crescenti. Il perché sia ciò non è un mistero: il presidente della Federauto osserva che , a causa del crollo dei consumi di auto, lo Stato ha perso 3 miliardi di incassi tra IVA ed accise179 , in altre parole se tagli i consumi con una politica di lacrime e sangue, tagli le entrate ed il debito risale, per Watson questo sarebbe elementare, ma non per il governo tecnico. Lo stesso dicasi per l’aumento dell’età pensionabile che riduce le entrate dell’INPDAP (passato all’INPS) per i motivi che abbiamo visto; il Governo tranquillizza se c’è un deficit sarà ripianato e si pagheranno le pensioni180, il fatto è che una tale politica doveva prevenire il deficit non contribuire a riprodurlo. In altre parole si fa cassa nel breve periodo senza curarsi delle conseguenze negative di medio e lungo periodo: la miopia al potere.

Quanto al PIL doveva calare dell’1,2% invece calerà del doppio, mentre, riferisce il FMI, che i capitali stranieri abbandonano l’Italia per 235 miliardi di euro (il 15% del PIL)181, possiamo consolarci con la Spagna dove la fuga è al 27% del PIL, ma è una consolazione amara.

L’occupazione poi è in caduta libera: l’8,3% di disoccupati a fine 2011 che diventano il 10,6% a settembre 2012 (35% disoccupazione giovanile), un dato spaventoso ma irreale poiché il nostro tasso di occupazione della forza lavoro è solo al 56,9%, un tasso “spagnolo” per cui non si capisce perché noi siamo al 10,6% e la Spagna al 25% e la risposta è semplice: statistiche da struzzi. Il fatto è che lo stesso prof. Giovannini, presidente dell’Istat, rileva (settembre 2012) che nella fascia di occupazione 18-29 anni, dove stazionano 7,7 milioni di persone in età da lavoro, è occupato solo il 40,3%, il 13% cerca lavoro ed il restante 46,7% è del tutto inattivo ed assente182, non studia, non lavora e non cerca lavoro, si tratta di 3,6 milioni di persone che non sono chiamati disoccupati ma inattivi o scoraggiati, sostanzialmente si gioca con le parole e con i numeri, il tipico atteggiamento da struzzo. Realisticamente il Ministro Passera ammetta che il problema del lavoro riguarda, direttamente o indirettamente 28 milioni di italiani (i vari disoccupati, scoraggiati, inattivi , precari con relative famiglie), e cioè poco meno della metà degli italiani183.

Ma non c’è solo la disoccupazione poiché il lavoro precario è un’altra piaga: ad inizio anno sono segnalati 690 mila contratti di lavoro a termine della durata di un giorno184, mentre il 68% dei nuovi contratti di lavoro è a termine nel primo semestre 2011185, poco male poiché per l’anno in corso una ricerca del Ministero del Lavoro con Unioncamere rivela che oltre l’80% dei nuovi contratti sono a termine186; in altre parole chi ha un lavoro a tempo determinato, quando lascia il mercato del lavoro viene sostituito da precari, il lavoro cattivo che scaccia quello buono, come era un tempo con la moneta.

I salari reali sarebbero fermi a livello del 1993, negli ultimi 10 anni gli stipendi medi sarebbero cresciuti solo di 29 euro, da 1.410 a 1.439187, quanto alle pensioni l’indagine Istat-INPS, certifica che nel 2010 il 38,8% non andava oltre i 499,9 euro mensili, ed un altro 30,8% si collocava tra 500 e 999,9188. Inoltre la Corte dei Conti nel mese di novembre 2012 ha rilevato che i conti INPS sono a rischio a causa della scarsità di nuove iscrizioni, e quindi di nuovi contribuenti (allarme analogo a quello lanciato dall’ILO 30 anni or sono e di cui abbiamo parlato)189 ed ha altresì rilevato che l’esplosione del lavoro precario e sottopagato renderà ancor più inadeguate le future pensioni190.

Pesantissima la pressione fiscale che grava, secondo l’OCSE, sui salari con un cuneo del 47,9% tra salario netto e lordo, siamo al 5° posto per incidenza del cuneo nell’area OCSE e solo al 23° posto come salario netto nel 2011191. Sempre nel 2011 la pressione fiscale era al 42,9% del PIL ma il dato è invecchiato , grazie a Monti, adesso siamo al 45% e siccome l’evasione è elevatissima accade che su chi paga le tasse la pressione arrivi al 55%, con punte del 70%, dati riferiti da Befera, responsabile delle Agenzie delle Entrate ad un convegno della Confcommercio192.

Ovviamente con simili salari, pensioni e pressione fiscale i consumi sono in caduta libera: saremmo fermi a 20 anni or sono193, calano le vendite al dettaglio, 700 mila case rimangono invendute, crollano i mutui casa194, crolla il mercato dell’auto195 etc. etc.

Quanto al risparmio la recente ricerca Acri-Ipsos ha evidenziato che, nel corrente anno, il 72% degli italiani non risparmia nulla (l’anno scorso eravamo al 75%) mentre il 31% per consumare deve attingere al vecchio risparmio o indebitarsi (29% l’anno scorso)196.

Ci si consola col mantra che “le nostre banche sono solide”, il fatto è però che, ad inizio anno il presidente dell’ABI (Mussari) rileva che le banche hanno accusato perdite per 26 miliardi nel 2011197 mentre la raccolta è in calo e le sofferenze aumentano del 20%198. A fine anno di nuovo Mussari rileva che le banche hanno 35 mila esuberi199; nel complesso un panorama alquanto deprimente e ovviamente, è il caso di ripeterlo, se l’economia reale va male le banche andranno anch’esse male, a meno di un intervento di mago Merlino.

Davanti a questo quadro disastroso, il governo a fine anno lancia segnali di ottimismo: nel 2013 avremo (a fine anno) la ripresa, la famosa luce in fondo al tunnel, epperò subito dopo (inizio novembre) l’Istat dirama le sue previsioni per il 2013: PIL – 0,5% (governo – 0,2%) , disoccupazione ufficiale (molto più bassa di quella reale) all’11,4% e cioè attorno ai 3 milioni, consumi – 0,7%, (contro il – 3,2% del 2012), se questa è luce sembra quella di un perdurante incendio. Sintomatico è il dato sulla disoccupazione, soprattutto rapportato alle dichiarazioni del governo sulla riforma del mercato del lavoro, volta a ridurre le tutele per favorire le assunzioni (intervista di Monti a Matrix di inizio anno), sembra evidente che il mercato del lavoro se ne infischia delle riforme del governo tecnico, stando almeno alle previsioni dell’Istat che fornisce al Governo i dati per la sua politica economica.

Si dirà che la colpa è della crisi, ma le crisi si affrontano con la politica economica, chi crede nel futuro del capitalismo e governa deve farlo, e l’efficacia della politica del lavoro posta in essere è del tutto nulla. Ancora: un sondaggio Bankitalia fatto tra settembre e ottobre 2012 è arrivato alla conclusione che il 30% delle imprese italiane chiuderà il 2012 in rosso e ridurrà il personale, l’anno scorso i dati erano 23,6% per le perdite e 29,3% per le riduzioni del personale200.


B) I provvedimenti del Governo tecnico


Ovviamente se i risultati del governo tecnico sono stati quelli su esposti potremmo risparmiarci di analizzare in dettaglio le molte decisioni prese, tutte fallimentari, tuttavia lo faremo per evidenziare come l’attuale classe dirigente italiana sia in stato confusionale, balbetti e improvvisi, rimediando uno strafalcione dopo l’altro. Dei provvedimenti lacrime e sangue (istituzione dell’IMU, aumento di accise, IVA ed addizionali, aumento dell’età pensionabile, etc.) si è già implicitamente detto: il solito taglio di consumi, salari e pensioni che, cumulandosi ai precedenti ha portato ad una recessione da cui non sappiamo come e quando usciremo, c’è solo qualcuno che periodicamente ci dice che si vede la luce infondo al tunnel, che vi sono segni di ripresa etc., più o meno come Hoover nel 1929-32, che per questo si coprì di ridicolo e si fece per giunta la fama di menagrano perché subito dopo le dichiarazioni ottimistiche arrivavano dati disastrosi che suonavano come uno sberleffo.

Tornando ai nostri tecnici assieme al decreto “salva Italia” (quello con stangate varie) ne viene varato un altro detto “cresci Italia” volto a stimolare la ripresa. Come? Aprendo il mercato e suscitando nuove energie: bisogna cioè attaccare le lobbies che ingessano il mercato e soffocano le forze potenziali dell’economia. Ma chi sono i reprobi in questione? Il prof. Monti ben conosce gli interessi forti che dominano il mercato e condizionano la politica di bilancio e fiscale degli Stati, le IM che egli denunciò nel lontano 1997 come si è visto201. Epperò nel corso degli anni deve essersene dimenticato perché il decreto in questione colpisce tassisti, farmacisti e notai che sarebbero i veri nemici dello sviluppo economico italiano ed i veri responsabili della crisi; in verità c’è anche una puntatina contro l’esosità delle commissioni bancarie, ma dopo la levata di scudi dei banchieri rientrerà rapidamente202.

Francamente non si sa se ridere o piangere: qualche migliaio di posti di lavoro per nuovi tassisti o nuovi farmacisti (nella migliore delle ipotesi) non cambia certo il problema occupazionale italiano che ha ben altra dimensione. Inoltre, si prevede, per favorire l’imprenditoria giovanile la possibilità di creare per gli under 35 delle srl senza costi e con un solo euro di capitale (avete letto bene), costoro dovrebbero aprire il mercato alla concorrenza lottando contro le grandi ed invadenti IM che hanno ben altra potenza economica203. È come se il generale Montgomery avesse chiesto ai suoi fanti, durante la seconda guerra mondiale, di attaccare i carri Tigre tedeschi da 65 tonnellate con le sciabole di latta. Si noti poi che il giudizio dell’UE (presso cui Monti gode una notevole stima) sui provvedimenti volti ad aprire il mercato è stato fortemente negativo: con un comunicato del 6/10/12, l’UE rileva che l’Italia negli ultimi sei mesi ha realizzato il peggior risultato di sempre per quel che riguarda le norme per l’attuazione del mercato unico204.

Evidentemente, però, i provvedimenti “sciabole di latta” non bastano ed a giugno il governo vara un nuovo decreto “sviluppo Italia”, che conterrebbe 80 miliardi di investimenti, cui però nessuno crede, ed alla trasmissione “Ballarò” del 19/6/12 il sottosegretario Catricalà ammetterà candidamente che la cifra vera è poco più di un miliardo in tre anni, 350 milioni l’anno più o meno: una miseria.

C’è poi la politica del lavoro che si esprime tra l’altro nella controriforma dell’art. 18 Statuto dei lavoratori: i lavoratori hanno troppe tutele sicché i poveri capitalisti non potendo licenziarli, non assumono nuovi dipendenti205 ancora una volta un’asserzione risibile; in un paese con una disoccupazione elevatissima e dove il lavoro precario si estende a macchia d’olio, è evidente che è possibile creare disoccupazione: in un simile paese: nulla vieta ad un imprenditore di licenziare il proprio dipendente per scarso rendimento , per crisi aziendale, per utilizzo di tecnologie che rendano esuberante il lavoratore etc., in tutti questi casi esiste un giustificato motivo sia oggettivo che soggettivo, come nulla vieta ad un imprenditore di sostituire lavoratori a tempo indeterminato che si ritirino dal mercato del lavoro, con lavoratori precari o di non sostituirli affatto, o di chiudere fabbriche e trasferirsi in Serbia o Romania e così via, che da noi le tutele siano eccessive è una asserzione che non sta né in cielo né in terra, la verità è che gli unici licenziamenti che sono veramente vietati sono quelli per rappresaglia politico-sindacale o per avversione personale e cioè una minoranza trascurabile dei licenziamenti, tanto è vero che le cause di lavoro che riguardano la riassunzione del lavoratore sono solo 300-500 il 2-3‰ su un monte cause di lavoro di 160 mila206.

Inoltre non è certo che per questo motivo che gli investitori stranieri non vengono da noi, a tal proposito lo stesso Monti ha riferito che il sovrano del Quatar , da lui incontrato, gli aveva detto che le remore ad investire in Italia erano due: lentezza burocratica e corruzione207, l’art. 18 non era citato; più o meno nello stesso periodo il presidente della Confindustria Squinzi parlando della riforma Fornero, imperniata sulla “contrazione” della’art. 18 la definì una “vera boiata”, cosa che destò grandissimo scalpore perché non si era mai visto un presidente della Confindustria che trattasse con tanto esplicito disprezzo la politica del Governo.

Ad onor del vero però Monti una sua idea di riforma del lavoro ce l’aveva e consisteva nel tutelare non tanto il posto di lavoro ma il lavoratore, secondo un modello che ha avuto la sua massima espressione in Danimarca dove il lavoratore che perde il lavoro è accompagnato a trovare altri posti di lavoro alternativi e nel frattempo gode di una indennità di disoccupazione di 1.600 euro superiore allo stipendio medio di un lavoratore italiano, che come si è visto si aggira sui 1.439 euro; ovviamente il lavoratore licenziato in Danimarca non può rifiutare il nuovo posto di lavoro che gli viene offerto per cui può capitare che un professore universitario finisca col fare il postino208.

Senza dubbio una riforma avanzata ma che interviene sugli effetti non certo sulle cause: la disoccupazione in Danimarca è al 7,5% ed imporre ad un professore universitario di fare il postino non è certo moralmente condannabile, ma è economicamente assurdo, se produci un urbanista, uno specialista di letteratura nordica, un informatico etc. impegnerai delle risorse sia dello Stato che del singolo, mandarlo poi a fare il postino significa ammettere che quelle risorse sono state sprecate e questo non è certo razionale economicamente. Il modello danese, dunque, non manca di contraddizioni e limiti ma è soprattutto un modello che richiede un notevole esborso economico (un’indennità di disoccupazione da 1.600 euro mensili non è cosa da poco) ed infatti in quel paese la spesa per gli ammortizzatori sociali assorbe il 3,37% del PIL contro l’1,84% italiano209, e qui vale la solita considerazione che non puoi fare le nozze con i fichi secchi: se vuoi imitare il modello danese, pur con i limiti che indubbiamente vi sono, devi spendere come in Danimarca e non come in Italia altrimenti fai solo una caricatura da quattro soldi (nel senso letterale del termine).

Ancora. La vicenda incredibile e vergognosa degli esodati: l’aumento dell’età pensionabile lascia un numero enorme di lavoratori, precedentemente spinti ad andare in pensione anticipata, senza stipendio e senza pensione per alcuni anni. Il governo tecnico si accorge del problema ed emana un decreto per 65 mila esodati, che potranno usufruire del vecchio regime, epperò dall’INPS trapela che il numero vero degli esodati è di gran lunga superiore sarebbero più di 300 mila; il Ministro Fornero insorge con una strana e contorta smentita secondo cui i dati sarebbero imprecisi e non critici, a sua volta il dott. Plateroti, vicedirettore del giornale della Confindustria rileva che qualche settimana prima il dott. Mastrapasqua, direttore dell’INPS, aveva fornito il dato in una audizione alla Camera senza che la signora Fornero obiettasse alcunchè210, per cui la tardiva smentita della signora Fornero appare alquanto dubbia. Peraltro il governo ha dovuto estendere la platea ad altri 55 mila esodati e poi ancora ad altri 10 mila, ed altri 10 mila ancora, ma quale sia il numero reale non lo sappiamo ancora, più volte ci è stato detto che sarebbe stato reso pubblico ma, mentre chiudo questo articolo, ancora rimaniamo a valutazioni fatte da fonti indipendenti, il governo tace e da più parti gli si fa notare che tecnici che giocano con i numeri e con la vita delle persone, non sono uno spettacolo edificante211.

Al di là di confusione e di improvvisazione quello che colpisce è che il governo non abbia valutato la conseguenza dell’innalzamento dell’età pensionabile in un momento di crisi pesantissima. Se aumenti l’età, con esuberi che crescono continuamente (i 35 mila delle banche solo per fare un esempio) il rischio, non solo in Italia, è che crei persone che si troveranno senza stipendio e senza pensione e che non potranno consumare e sostenere così l’economia (a parte ogni considerazione morale, che, per gli imbecilli, non ha peso alcuno ma che per me ce l’ha). Anche qui l’impressione che si ricava è di un governo che procede a tentoni ed alla giornata, e che non sa valutare in anticipo le conseguenze della propria azione, sono tecnici appunto.

Non meno fallimentari sono stati i provvedimenti sulla spending review, provvedimenti volti a ridurre gli sprechi per i quali ci sarebbe un vasto campo basti pensare agli aerei F35 che ci dovrebbero costare 12 miliardi di euro per difenderci non si sa bene da quale pericolo che viene dall’aria212, o ai costi enormi di corruzione ed evasione fiscale, invece accade che si riducano le spese per la ricerca scientifica, sicchè 30 scienziati faranno appello a Monti perché tali tagli siano revocati213, mentre il prof. Giovannini dirigente dell’Istat osserva che, a causa dei tagli, dal gennaio 2013 non potrà più produrre statistiche, il che è il colmo per un governo di tecnici e di economisti214. Si riducono, accorpandole, le province ma senza licenziare i dipendenti, il che è giusto ma riduce il risparmio a molto poco (si parla di qualche centinaio di milioni).

Nel frattempo la ragioneria centrale dello Stato ci fa sapere che l’Italia non riesce ad usare i fondi strutturali europei per i quali ha ottenuto 59,4 miliardi nel periodo 2007-2013, di cui sono stati spesi solo 16,1 miliardi, rimangono non spesi 43,3 miliardi che l’Italia perderà se non saranno usati per la fine del 2013215; il governo ha cercato di fare qualche cosa ma senza grandi risultati216.

Ancora, l’anno scorso sulla scia di una bella ricerca di Nunzia Penelope ho rilevato che il governo non riscuoteva ben 45 miliardi l’anno di propri crediti, 450 miliardi negli ultimi 10 anni217, una cifra enorme, ma non risulta che si sia fatto nulla, il nostro Stato non è nei guai solo per i debiti ma anche per i crediti che non riesce a riscuotere.

Infine l’evasione fiscale e la corruzione: 120 miliardi le tasse evase per il governo, molte di più per il Tax Research londinese come si è visto, e anche per la nostra Corte dei Conti, che stima il peso di evasione e corruzione a 200 miliardi l’anno218, ciò che viene rilevato anche da altre fonti219. Inoltre la Banca d’Italia a metà 2012 pubblica uno studio secondo cui l’evasione concerne il 31% del PIL (e non il 17-18% come sostiene il governo), in quanto oltre al PIL legale nascosto (18-19%) c’è il PIL della criminalità, un altro 12%, il che con una pressione fiscale del 45% del PIL fa ascendere il volume delle tasse evase a 220-230 miliardi220. Intendiamoci non voglio sostenere che occorra pagare le tasse sul commercio di coca o lo sfruttamento della prostituzione, ma che quei capitali e quelle risorse andrebbero confiscati e reimmessi nell’economia legale in attività legittime e tassate.

Befera, responsabile dell’Agenzia delle Entrate ammette che il fenomeno è enorme ma non si dimette per la palese inutilità della sua agenzia, che andrebbe sciolta (dati i risultati) in sede appunto di speding review. Gli obiettivi della lotta all’evasione che vengono proposti sono sempre 10-12 miliardi l’anno da recuperare, il che, come ho detto negli anni passati221, è uno spot per l’evasione fiscale poiché il rischio statistico di incappare nella maglie del fisco è minimo (il 5-6% delle probabilità), poi se ti beccano comincia la lotta defatigante dei ricorsi e se tutto manca la PA può dimenticarsi di riscuotere il suo credito, cosa frequentissima, che all’occorrenza può essere incentivata (corruzione). Si noti poi che queste cifre non hanno nulla di eccezionale: che in Italia circa 1/3 del PIL sia occultato è cosa che era già stata rilevata nel libro bianco del Ministero delle Finanze nell’ormai lontano 1977222. Basterebbe, dunque, che lo Stato annullasse l’enorme massa delle esenzioni IVA (oltre 38 miliardi), poiché i gruppi sociali che dovrebbero pagare quella tassa la evadono largamente, un’esenzione doppia è veramente eccessiva (lavoratori autonomi ed imprenditori si autoesentano evadendola), ma nessuno ipotizza queste soluzioni che sarebbe “staliniste” o da Stato di polizia tributaria, e così il bilancio dello Stato salta e scopriamo che il welfare è un lusso che non ci possiamo permettere, come le pensioni oltre i 1000 euro, e conseguentemente si tagliano i consumi e lo sviluppo economico e oscilliamo tra ristagno e recessione da oltre 20 anni.

La corruzione, un’altra tassa enorme che fa lievitare del 40% il costo delle opere pubbliche, come rileva la Corte dei Conti223, e ad ottobre il governo conferma questi dati pubblicando un libro bianco sulla corruzione da cui si evince che il nostro tasso di sviluppo nel periodo 1970-2000, con una corruzione “normale”, sarebbe stato doppio e ancor più elevato negli anni più recenti. Nel frattempo il parlamento approva la legge anti-corruzione, che solleva critiche pesantissime per la sua timidezza in tema di ritorno ad un vero falso in bilancio (dopo la controriforma di Berlusconi), di prescrizione, di concussione (lo scorporo del reato in due ipotesi di cui una più lieve devitalizza in parte la norma), mentre il reato di auto-riciclaggio (il reinvestimento delle mazzette avute come prezzo della corruzione) non è previsto224. Ad ottobre l’On. Buongiorno, presidente della Commissione Giustizia della Camera, dichiara in un’intervista ad “Otto e mezzo” ( TV LA7 ), che nell’attuale legislatura non c’è stato grande interesse per la lotta alla corruzione, la Camera si è occupata di altro, del lodo Alfano (le vicende giudiziarie di Berlusconi) e dell’ipotesi di ridurre l’incidenza delle intercettazioni telefoniche, ciò che certo avrà terrorizzato mafiosi e corrotti. Non sembra che il nuovo governo segni una seria inversione di tendenza rispetto al passato.

Un panorama nel complesso disastroso e sin anche in un giornale come “Repubblica”, filo-montiano dalla prima ora, si ritrovano giudizi molto pesanti sul governo (ci si rende conto che la liberazione del Berlusconi ha avuto costi pesantissimi) tra questi citiamo quello di Riva , secondo cui il governo ha preso decisioni “di insolita durezza” “poi ha creduto o ha fatto finta di credere che chissà quali stimoli alla crescita potessero venire da provvedimenti di dubbia efficacia e di mal certa gestione, come i decreti sulla liberalizzazione e la semplificazione”, quanto alla riforma dell’art. 18 è definito “un inutile teatrino”225.


C) I nodi irrisolti dell’economia italiana


L’economia italiana presenta vari nodi irrisolti con cui il governo tecnico avrebbe dovuto confrontarsi e cioè: a) L’enorme debito pubblico; b) la disoccupazione in particolare quella dei giovani; c) la bassa produttività e competitività del nostro sistema economico.

Sul primo punto è evidente che bisogna trovare un mezzo per ridurre il debito, poiché il peso oppressivo degli interessi mangia una parte rilevante della ricchezza nazionale, che può emigrare all’estero (impoverendo il paese), dal momento che una fetta consistente del nostro debito è in mani straniere che, in questi ultimi tempi, come si è visto, non prediligono l’investimento in Italia anzi sono in fuga dal nostro paese. Fioriscono, dunque, i piani per il rientro dal debito e si mira alla vendita dell’enorme patrimonio edilizio pubblico (carceri e caserme e dismesse per fare un esempio) e girano cifre e valutazioni rilevanti ma anche molto criticabili in dettaglio226. Senza, però, entrare nei particolari dei singoli progetti, due cose in via generale sono da porre in rilievo: quando vendi in una situazione profonda crisi, non vendi ma svendi a prezzi di strozzo, chi compra, in genere, sono fondi speculativi specializzati in “operazioni avvoltoio” che sono tra i pochi a disporre della liquidità necessaria, inoltre, caserme o carceri non sono facilmente riciclabili e richiedono ulteriori spese di intervento ai fini della riconversione ad altri scopi profittevoli.

Si corre il rischio, cioè , di ottenere molto poco; inoltre (e questo rilievo è anche più pesante) si interviene sugli effetti e non sulle cause (la produzione del debito), per cui se continuano ad operare le cause che hanno prodotto il buco nero che divora tutto, c’è il rischio che si buttino anche le poche entrate ottenute, già in passato si sono operate vendite di rilievo (ad. es. azioni ENI) e non è cambiato nulla. Occorrerebbe una politica di intervento sulle cause che manca del tutto.

Sui giovani e sulla loro disoccupazione Monti in un’intervista a “Sette” del 27/7/12 ha detto: “Esiste un aspetto di generazione perduta purtroppo. Si può cercare di ridurre al minimo i danni, ma più di attenuare il fenomeno con parole buone credo che chi (…) partecipa alle decisioni pubbliche debba guardare alla crudezza di questo fenomeno e dire: facciamo il possibile per limitare i danni alla generazione perduta, ma soprattutto impegniamoci a non ripetere gli errori del passato e a non creare altre generazioni perdute227. Qui con estremo candore, Monti ammette che non sa cosa fare davanti alla disoccupazione giovanile, le sue esortazioni del passato, del tipo “non fossilizzatevi nella ricerca di un noioso posto fisso”, oppure “cercate di andare all’estero”, nascondono una verità molto semplice: il governo dà per scontato che l’attuale generazione di giovani sia perduta, non sa cosa fare (al di à di qualche palliativo e di qualche buona parola) anzi potremmo dire che Monti è conscio di aver dato un contributo alla “perdita” dell’attuale generazione di giovani. Un’economista, per quanto ottocentesco come Monti, non può ignorare che se si eleva l’età pensionabile, in un momento in cui l’occupazione si contrae stabilmente in Italia e all’estero (per cui l’invito di andare all’estero è platonico)228, si contraggono altresì gli sbocchi occupazionali per i giovani: è stato stimato, infatti, dal CNEL, che nel 2020, grazie alla riforma Fornero, gli over 57 al lavoro saranno il 46,9% contro il 25% attuale, cresceranno gli occupati vecchi e si ridurranno parallelamente i giovani a causa dell’aumento dell’età pensionabile229.

La risposta a questi rilievo è che il prolungamento dell’età pensionabile era obbligato per salvare i conti degli enti previdenziali, ma una risposta di questo genere è assolutamente miope. La disoccupazione giovanile è l’espressione della contrazione del mercato del lavoro che non produce nuovi posti, per cui i giovani rimangono a piedi, la loro disoccupazione è l’espressione di una tendenza generale del sistema, non è un problema che riguardi solo i giovani, non sono loro una generazione perduta ma è il sistema che si sta perdendo o disfacendo; inoltre abbiamo visto che se l’occupazione si contrae, si riduce il numero dei contribuenti e dei contributi agli enti previdenziali per cui i loro conti saltano, così assieme alla “generazione perduta” si perdono pure i conti degli enti previdenziali, sempre che si sappia guardare al di là del proprio naso.

In sintesi se non si risolve il problema dell’occupazione giovanile non si risolve il problema dell’occupazione in generale ed il sistema rimane stabilmente depresso, e la depressione del sistema manda in tilt gli enti previdenziali.

Il terzo e ultimo nodo dell’economia italiana è la bassa produttività e competitività, che, in passato, dal ’70 al ’79 aveva uno dei tassi di crescita della produttività più elevati al mondo230. Chi, come me, quegli anni li ha vissuti ricorda benissimo le lamentazioni delle industriali sulla bassa produttività dei nostri operai, troppo conflittuali e poco diligenti sul lavoro, per cui gli investimenti erano scarsamente dinamici; è una tesi che contestai allora231, adesso, “a babbo morto”, apprendiamo che erano balle. Ma, dopo esserci tolta questa piccola pietra dalla scarpa, occorrerà considerare il perché oggi la produttività è bassa e la risposta è semplice: in Italia non mancano gli investimenti, ma sono carenti gli investimenti in macchinari e tecnologia: tra il 2000 e il 2010 il peso degli ammortamenti sul fatturato cala dal 6,5% al 3,8%, mentre la vita dei macchinari passa da 10 a 16 anni, livello bassissimo per UE ed OCSE232. D’altro canto se l’economia ristagna e gli impianti rimangono inutilizzati (54% è il tasso di utilizzo nell’industria dell’auto, come si è visto) investire di più diventa difficile. Inoltre aumentare la produttività crea una situazione occupazionale in caduta libera, come abbiamo più volte sottolineato, il che acuisce il ristagno-calo dei consumi e scoraggia nuovi investimenti in macchine e tecnologie. Un altro circolo vizioso insolubile, e dal momento che il circolo vizioso è insolubile il governo “saggiamente” non fa nulla.

http://www.sinistrainrete.info/marxismo/2430-antonio-carlo-la-putrescenza-del-capitalismo-contemporaneo-e-la-teoria-del-crollo-.html