Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 31 dicembre 2013

Domina soltanto chi è in possesso della totalità concettuale della riproduzione dei rapporti sociali

Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi
di Costanzo Preve

estratto

11. La legittimità del comunismo storico novecentesco e le ragioni del suo fallimento

Il principale errore di prospettiva storica e di valutazione metodologica che si può fare a proposito del bilancio del comunismo storico novecentesco veramente esistito (da non confondere con il comunismo onirico-utopico degli intellettuali marxisti, che ragionano sempre come se si trattasse di esaminare i “discostamenti” da un comunismo platonico modernizzato ideale) sta nel chiedergli “credenziali” di conformità alla lettera ed allo spirito di Marx. Dal momento che i discostamenti dalla lettera di Marx sono enormi, e non avrebbe comunque potuto essere diversamente (il modello originale di Marx è infatti strutturalmente del tutto inapplicabile), ne deriva una inevitabile condanna, che rivela soltanto l’incapacità di ragionamento storico delle “anime belle”, i soggetti culturali più stupidi della intera tormentata storia dell’umanità.

Eppure, il difetto sta nel manico, perché fu Lenin, fondatore unico ed indiscusso del modello teorico-pratico del comunismo storico novecentesco realmente esistito, ad impostare le cose nei termini religiosi della opposizione dicotomica fra Ortodossia e Revisionismo (variante ateo-materialistica della vecchia buona eresia). Lenin aveva tutte le buone ragioni di legittimazione ideologica di fronte ai suoi seguaci religiosizzati (non esiste fanatico religioso più grande dell’ateo positivista), per cui sarebbe assurdo ed antistorico criticarlo a posteriori con la pedanteria del professore universitario. Ma resta il fatto che il modello del comunismo nato nel 1917 in Russia, benemerito quanto si vuole (e per me è benemerito almeno come Gesù e Maometto, forse non di più, ma neppure di meno), non deriva per nulla dalla utopia comunista marxiana, peraltro assolutamente inapplicabile, perché fondata sull’ipotesi irrealistica della estinzione dello stato politico attraverso l’autogoverno politico integrale dei consigli dei lavoratori.

In questo modo, vengono richieste “credenziali” teoriche verbose ad un fatto storico che si legittima da solo per la sua stessa benemerita nuda esistenza, sulla base di “discostamenti” da una lettera marxiana del tutto inapplicabile, perché costruita sulla base dell’ipotesi storica (assolutamente non realizzatasi) del passaggio diretto al socialismo sulla base dello sviluppo economico capitalistico nei punti alti della produzione capitalistica stessa. Soltanto una categoria ingenua e dogmatica come quella dei “marxisti” poteva ritenere di poter presentare “credenziali” di giudizio in base ai presunti (ed anzi realissimi) “discostamenti”.

Antonio Gramsci fu uno dei pochi marxisti della sua generazione che comprese subito che nel 1917 Lenin non si era presentato ad un esame universitario di “vero marxismo” di fronte ad una commissione presieduta dal signor Kautsky (in questo caso, sarebbe stato inesorabilmente bocciato), ma aveva autonomamente ripreso lo spirito di anticapitalismo rivoluzionario radicale di Marx lasciandone cadere la lettera. E tuttavia Gramsci, come tutti i marxisti della sua generazione, riteneva in perfetta buona fede che Marx fosse stato il fondatore del marxismo, laddove non è affatto così, in quanto il marxismo inteso come formazione ideologica coerentizzata, fu una creazione esclusiva di Engels e di Kautsky nel ventennio 1875-1895, in cui il modello positivistico domina, incorpora e soffoca i residui elementi filosofici idealistici.

L’interesse storico della rivoluzione russa del 1917 e del successivo comunismo storico novecentesco fino al 1991 non sta quindi assolutamente nella sua maggiore o minore fedeltà o nel suo maggiore o minore discostamento dal pensiero di Marx, che comunque non era mai stato coerentizzato dal suo creatore, e quindi non può servire neppure teoricamente da pietra di paragone.
Il suo interesse sta unicamente nel fatto che, per la prima volta nella storia comparata dell’umanità, per la prima volta (lo ripeto) le classi dominate sembrano vincere stabilmente contro le classi dominanti, cosa inaudita e mai successa prima. Di regola, le classi dominate perdono sempre (vorrei ripeterlo: sempre) contro le classi dominanti, che in generale perdono soltanto contro altre classi dominanti più forti (gli esempi sono innumerevoli, dai proprietari romani contro i capi germanici alla nobiltà francese nel 1789 contro la borghesia, eccetera), e questo a causa di una peculiare ed inestirpabile stupidità strategica insita nel codice culturale delle classi dominate.

Domina soltanto chi è in possesso della totalità concettuale della riproduzione dei rapporti sociali. Certo, sono importanti la forza, la violenza organizzata, la tecnologia, i saperi di manipolazione ideologica, il monopolio del simbolismo religioso, eccetera, ma sopra ad ogni altra cosa è importante la proprietà concettuale della totalità dei rapporti sociali. Ora, la specifica stupidità delle classi dominate, dovuta alla loro collocazione subalterna all’interno della divisione sociale del lavoro, per cui le classi dominate dominano soltanto empiricamente il particolare separato dalla totalità riproduttiva, sta nel fatto che le classi dominate soffrono sulla loro pelle lo sfruttamento e la diseguaglianza, ma non possono mai accedere alla comprensione della dinamica della totalità riproduttiva. Ed è per questo che hanno perso sempre, ed alla fine hanno perso persino nell’unica occasione storica in cui avevano stabilmente vinto almeno per alcuni decenni del novecento. Ragione ultima, questa, della demonizzazione del novecento oggi concertata da tutta l’orchestra ideologica delle classi dominanti.

Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti-comunitario.

Abbiamo visto che, di regola, le classi dominate sono destinate a perdere sempre e comunque contro le classi dominanti per la loro inguaribile stupidità strategica, dovuta al “materialismo spontaneo” che nasce dalla loro collocazione subalterna nella divisione classista del lavoro sociale (e questo, in tutti i modi classisti di produzione, nessuno escluso). Le classi dominanti sono in possesso della sintesi “idealistica” della totalità sociale e, sulla base della conoscenza di questa totalità idealistica, possono vincere regolarmente. Il 1917 russo è quindi opera esclusiva dell’unità di direzione strategica del partito comunista di Lenin. Il partito di Lenin rappresenta infatti un esempio unico di classe dominata diretta sulla base di un sapere strategico di classe dominante.

L’eccezionalità storica di questo evento è sbalorditiva. Considero il triste fallimento di questo esperimento di ingegneria sociale sotto cupola geodesica protetta (cupola geodesica protetta definita in termini di “totalitarismo” dai servi ideologici delle classi dominanti capitalistiche) la più grande tragedia storica (sia pure certamente provvisoria e non definitiva, per fortuna) non solo del novecento, ma dell’intera storia dell’umanità. Ci furono certamente eventi immensamente più sanguinosi, ma nessuno dotato di significato storico talmente tragico. Per una sola volta nella loro miserabile storia di oppressione e di dominio le classi dominate avevano vinto contro le classi dominanti (cosa mai avvenuta prima), e questo dominio è durato solo settant’anni, con il rischio di essere stata soltanto una parentesi anomala, anziché l’apertura di un ciclo storico evolutivo.

Le classi dominanti hanno capito immediatamente chi era il nemico principale. Soltanto i “marxisti”, la categoria più stupida del lavoro intellettuale, hanno continuato a giudicare questo fenomeno storico in base al criterio del “discostamento” dalla lettera di Marx. E si sono messi a dire che si trattava di normale capitalismo di stato, di dispotismo asiatico elettrificato, di stato operaio burocraticamente degenerato, eccetera. Tutte cose plausibili, ma che passavano a lato della sconvolgente novità del fenomeno storico. Se il lettore distratto non lo avesse ancora capito, lo ripeto: di regola, le classi dominanti vincono sempre contro le classi dominate; e vincono sempre, perché sono proprietarie private non tanto e non solo delle forze produttive, quanto della totalità concettuale ideale della riproduzione sociale classista: le classi dominate sono invece vittime di una peculiare stupidità strategica, dovuta al loro materialismo spontaneo, che gli inibisce la conoscenza della totalità concettuale riproduttiva ideale (l’Uno di Platone, il Dio del cristianesimo, la Ragione dell’illuminismo, il Modo di Produzione di Marx, eccetera).

Quali sono le cause della rovina di questo meraviglioso e mai abbastanza rimpianto esperimento sociale comunista? In ultima istanza, questo fallimento è dovuto alla evoluzione dialettica distruttiva del suo stesso principio fondatore. Il partito leninista, riproposizione positivistica del pitagorismo antico, per cui la verità non sta nella somma delle opinioni maggioritarie ma in un rimando all’universale (geometrico per Pitagora, storico per Lenin), afferma la sua pianificazione economica socialista sciogliendo tutte le comunità precedenti (si tratta del fatto già correttamente rimproverato da Hegel al pur virtuoso Robespierre), e scomponendo tutte queste comunità in individui singoli ideologizzati “a sinistra”. Ma in questo modo il comunismo non diventa la rigorizzazione egualitaria del principio della comunità, ma diventa un esperimento sociale moralistico su basi individualistiche. Il comunismo collettivistico come coronamento dell’individualismo “atomistico” di sinistra.

E tuttavia, su basi individualistiche, la restaurazione capitalistica diventa tragicamente inevitabile. In una prima generazione, il dispotismo sociale egualitario delle classi dominate, carico degli elementi regressivi di invidia e di rancore verso le classi dominanti appena sconfitte e su cui si vuole bestialmente infierire, afferma il proprio potere in forma necessariamente dispotica e burocratica (senza mediazione burocratica, infatti, le classi dominate non potrebbero affermare il loro potere, perché la loro spontanea stupidità strategica gli impedirebbe di dominare la totalità concettuale della riproduzione, e Stalin ne è l’esponente esemplare, mentre invece Trotzkij rappresenta la coscienza infelice del discostamento palese dalla lettera dell’inapplicabile utopia anarcoide marxiana). In una seconda generazione (Krusciov) le classi burocratiche sorte sul terreno della pittoresca incapacità delle classi dominate di esercitare direttamente e senza intermediari il loro autogoverno politico e la loro autogestione economica (capacità certamente superiore fra i contadini sumeri ed egizi che fra gli operai fordisti della catena di montaggio), rafforzano il loro consumo parassitario sulla società e sull’economia pianificata sempre più stagnante. In un terzo momento, infine (Gorbaciov, Eltsin, dirigenti cinesi attuali, eccetera), le nuove classi medie cresciute all’interno del processo di industrializzazione socialista, piene di odio sia verso l’egualitarismo plebeo dei dominati sia verso il parassitismo burocratico dei quadri di partito, attuano una maestosa controrivoluzione sociale che restaura in forma nuova il potere assoluto delle classi dominanti, e che solo la categoria corrotta ed imbecille degli intellettuali può definire in termini di vittoria della libertà contro il totalitarismo.

Il discorso sarebbe ancora lungo, ma dobbiamo fermarci qui per ragioni di spazio e di opportunità. Io considero l’esperimento benedetto del comunismo storico novecentesco un precedente simbolico inestimabile. Esso ha infatti costituito prima di tutto un precedente. Prima di allora mai le classi dominate avevano vinto, sia pure provvisoriamente, contro le classi dominanti. Ma se è successo una volta, sia pure una sola volta, può succedere ancora. Bisogna però vedere su che nuove basi.

http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2010/09/Modo-di-produzione-comunitario-corretto.pdf

lunedì 30 dicembre 2013

il paradosso di Marx, una scienza filosofica della storia che si traveste da scienza positivistica

Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi
di Costanzo Preve

estratto

10. Il necessario riorientamento gestaltico integrale su Marx. Dal futurismo utopico del coronamento della modernità al ricollegamento ad una tradizione millenaria di difesa della comunità contro la dissoluzione individualistica

Questo capitolo non contiene l’ennesima dissertazione marxologica. Non che la marxologia non sia importante per accertare in modo filologicamente corretto che cosa ha veramente detto Marx, o per meglio dire che cosa ha inteso dire Marx con quello che ha detto. Ma la filologia è sempre e comunque una disciplina ausiliaria, perché i testi devono essere certamente capiti, ma una volta capiti devono poi essere interpretati. Ma neppure l’interpretazione è sufficiente. Una volta capiti, e una volta interpretati, i testi devono essere “inseriti” in una catena metafisica che ne faccia risaltare il significato all’interno della storia generale del pensiero umano.

Personalmente, mi sono occupato (anche) di marxologia per circa trent’anni, ma ritengo di averla interamente metabolizzata non solo in una interpretazione personale originale di Marx (Marx, filosofo umanista ed idealista, titolare di una teoria innovativa della storia basata sui modi di produzione), ma soprattutto (e questo secondo aspetto è molto più importante del primo) in un inserimento metafisico di Marx in una catena tradizionale-comunitaria, e per nulla futuristico-
prometeica della storia della filosofia occidentale e mondiale. Ho perso ovviamente molto tempo (ma questo è stato comune a molti membri della mia sciagurata generazione) con le stupidaggini per cui l’unico modo di far risaltare l’aspetto scientifico e rivoluzionario-proletario di Marx era quello di staccarlo completamente dal borghese idealista conservatore, reazionario e spiritualista Hegel. Si tratta di anni perduti, che non ritornano più. Ma forse è un bene averli persi, perché essi hanno permesso un progressivo processo di apprendimento dialettico, che non ci sarebbe stato se uno non fosse stato obbligato a congedarsi da queste stupidaggini positivistiche. E colgo qui l’occasione per ringraziare
a posteriori coloro che mi hanno rintronato le orecchie con il loro odio verso Hegel, il loro ateismo ostentato come segnale di vera scientificità darwiniana, ed il loro incontinente berciare contro l’umanesimo e la teoria dell’alienazione, perché senza di essi non avrei potuto accumulare quel fastidio e quel disgusto che fanno la base psicologica per un mutamento radicale non solo di paradigma interpretativo, ma anche e soprattutto di riorientamento gestaltico complessivo. La totalità è sempre espressiva, ma la percezione individuale della sua espressività passa sempre e soltanto attraverso una conversione personale.

Il giovane Marx incorre in un equivoco molto comune negli esordi di pensatori acuti e promettenti. Egli ritiene soggettivamente di stare esercitando una critica “materialistica” a Hegel, sulla base dei due parametri dell’ateismo e della sincera intenzione di voler esercitare in futuro una prassi rivoluzionaria antiborghese. In realtà la sua rivolta contro il Padre non è affatto materialistica, ma soltanto nominalistica, ed esordisce con un rifiuto filosofico dell’universale ideale in difesa del particolare materiale. Se Marx avesse proseguito in questo equivoco, sarebbe diventato un ennesimo irrilevante empirista, ed avrebbe probabilmente sviluppato un sistema socialista affine a quello di Ricardo e dei socialisti ricardiani, che da buoni anglosassoni antimetafisici erano appunto empiristi ed utilitaristi. Ma per sua fortuna Marx restava un hegeliano provvisoriamente travestito da nominalista. Non appena si mette a riflettere autonomamente sulla totalità sociale del suo tempo senza l’ossessivo bisogno giovanile di mostrare a tutti che aveva ucciso il padre (Hegel) e lo zio (Feuerbach), Marx fortunatamente ricade nell’idealismo, e parla infatti di alienazione di un ente umano generico. Ma da dove viene la forma di ragionamento filosofico per cui esiste un ente naturale generico (tipica categoria idealistica), che ha subito una alienazione (altra tipica categoria idealistica)? Come è possibile che dopo alcune iniziali (ed irrilevanti) mosse nominalistiche Marx ripiombi subito in un (pur riluttante e contraddittorio) idealismo?

Questo avviene perché il terreno di partenza di Marx è l’elaborazione teorica sistematica della coscienza infelice borghese, che si rende perfettamente conto di non poter universalizzare concretamente le proprie pretese veritative di origine sia illuministica sia hegeliana, in quanto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ne impedisce l’universalizzazione. E così Marx, che nel 1842 aveva compiuto una critica nominalistica a Hegel, convinto che questo nominalismo fosse una forma di materialismo, e nel 1844 aveva saggiamente elaborato il concetto ultra-idealistico di alienazione, già nel 1845 parla di modo di produzione. Non si tratta affatto di una “rottura epistemologica”. Si tratta dell’elaborazione di un nuovo campo teorico (quello della teoria dei modi di produzione, appunto), che si origina direttamente dalla precedente teoria dell’alienazione. Lo sfruttamento, infatti, è la forma specifica che l’alienazione assume nel modo di produzione
capitalistico, e viceversa, così come la teoria (filosofica) della alienazione e la teoria (economica) del valore sono la stessa cosa.

Uscito dalla casa dell’idealismo sbattendo la porta a ventiquattro anni, Marx ci ritorna a ventisei per non uscirne mai più. Ma passano solo pochi anni, ed in Europa si diffonde come un incendio inarrestabile l’immagine positivistica del mondo. Tutto ciò che può essere detto, al di fuori della letteratura, deve essere “scientifico”. Marx è un essere umano, non un superuomo nicciano. È dunque comprensibile che egli inserisca il suo progetto, che è un progetto di scienza filosofica in senso hegeliano, in una forma di scienza positivistica pura. E di qui nasce il particolare paradosso di Marx, quello di una scienza filosofica della storia che si veste (o meglio, si traveste) da scienza positivistica della presunta (ed in realtà del tutto inesistente) previsione deterministica del futuro a partire dalle contraddizioni economiche e sociali del presente.
Questo è il paradosso di Marx, storicamente parlando un paradosso felice, perché la ragione principale del successo del marxismo successivo fu proprio la sua menzogna, e cioè la pretesa di  previsione deterministica del futuro. Non c’è nulla da stupirsi, perché la ragione principale del successo del cristianesimo primitivo fu parimenti la sua menzogna, e cioè la promessa del prossimo avvento del regno di Dio. Si tratta della stessa natura del paradosso di Cristoforo Colombo, il cui successo (la scoperta dell’America) è derivato direttamente dal suo errore (l’idea di stare andando in Asia).

Si tratta di quello che io chiamo il futurismo marxista, e cioè del fatto che il successo del marxismo viene certificato (erroneamente) a partire dalla sua proiezione rivoluzionaria nel futuro. Questo futurismo, a sua volta, viene costruito sui tre elementi dell’economicismo, dello storicismo e dell’utopismo. Dall’elemento economico viene ricavata la (falsa) teoria del crollo economico del capitalismo. Dall’elemento storico viene ricavata la (falsa) teoria del progresso interminabile ed asintotico fino all’approdo alla razionalità finale. La somma di economicismo e di storicismo si chiama utopismo, e di utopismo il comunismo muore (ed infatti ultimamente di utopismo e morto).

In realtà, e questo non è che il maggiore paradosso di un pensiero fin dall’inizio dialettico, e quindi paradossale (la dialettica è infatti soltanto la forma teorica sviluppata del paradosso, il cui codice genetico è l’unità dei contrari che, unendosi, diventano opposti), Marx non dà luogo ad una sequenza futuristica, ma è al contrario inserito in qualcosa che soggettivamente avrebbe senz’altro
rifiutato (ma tutti rifiutano di avere un complesso di Edipo, senza che questo sia un argomento decisivo per la negazione dell’esistenza del complesso di Edipo stesso), e cioè la lunga tradizione della resistenza dell’elemento comunitario e solidale dell’umanità contro l’elemento privatistico e dissolutore.

Che l’individuo concreto Karl Marx (1818-1883) avesse o meno accettato o rifiutato questa auto interpretazione, che dopo la sua morte diventa necessariamente l’interpretazione di altri, è certo un fatto rilevante sul piano biografico e letterario, ma non ha assolutamente nessuna importanza sul
piano filosofico generale. La filosofia della storia di Marx può anche manifestarsi superficialmente nella forma dell’ “infuturamento” della filosofia della storia di Hegel, ma personalmente ritengo che questo infuturamento sia un elemento del tutto secondario. L’elemento principale non è l’infuturamento futuristico delle tendenze già presenti nell’oggi borghese-capitalistico, ma è il ricollegamento alla lunga tradizione della conservazione, nei tempi nuovi in cui si vive, della struttura comunitaria e solidale della società.
La comunità dei marxisti è pronta per un simile colossale riorientamento gestaltico? Ma neppure per sogno! Essendo composta in maggioranza di veri e propri “intellettuali di sinistra”, individualisti e futuristi per loro stessa storica natura, tutto questo le sembrerà un’ irritante follia. Il fatto è che, purtroppo, essa non ha più nulla a che fare con il pensiero di Marx, ma unicamente con la cosiddetta “sinistra”, che è una costellazione culturale individualistica e futuristica per sua propria essenza sociologica e politica. Se il problema afferma di essere la soluzione, ogni soluzione diventa impossibile. E questa è esattamente la situazione tragicomica in cui oggi ci troviamo, in cui le comunità presunte “marxiste” sono fra i principali ostacoli per la riscossione senza ipoteche dell’eredità di Marx.

domenica 29 dicembre 2013

State tradendo i popoli e non potete dire che non capite


 

  Goofynomics

L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...

Istruzioni per l'uso - Vi prego di leggere questo post di introduzione. Eviterete di porre domande alle quali è già stata data risposta e potrete contribuire al dibattito in modo più originale, consapevole e documentato. Dal lavoro svolto su questo blog è nato Il tramonto dell'euro (disponibile anche in Ebook su varie piattaforme: formato Epub, Mobipocket, ecc. Per sostenere questo progetto, contribuite all'associazione a/simmetrie.

Eventi o contatti coi media: Sara Cestaro, Studio FP Milano, + 39 392 5840976, + 39 340 7526938.
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sabato 28 dicembre 2013

Lezioni dalla crisi: perché il Parlamento dovrebbe sfiduciare la Commissione

(il testo del mio intervento al convegno "Morire per l'euro?", organizzato dal gruppo EFD presso il Parlamento Europeo il 3 dicembre 2013. Qui il video originale).

(English version here)


Grazie Magdi per l'invito a questo incontro così importante. Vi parlerò in inglese, e in questo c’è un’amara ironia. Perché? Perché l'inglese è la lingua del paese dov'è nata la scienza economica, almeno così come la conosciamo oggi, e che forse per questo motivo non è entrato nell'euro e sta seriamente considerando l'uscita dall'Unione Europea.

È abbastanza paradossale che per poter essere capito dalla fetta più vasta possibile di cittadini europei io debba utilizzare proprio la lingua di questo paese. È una lezione importante per quanti credono che gli Stati Uniti d'Europa siano una possibilità vera, concreta. In effetti la lezione è duplice.

Primo: qui c'è una maggioranza di italiani e la soluzione più democratica sarebbe che io parlassi in  italiano. Ma vi do una lezione di politica europea: io appartengo ad un'élite, ne vado fiero, quindi decido per voi e parlo in inglese. E questa è la prima lezione.

Seconda lezione: non sono contro l'Europa. Posso viaggiare in Europa, parlando nelle rispettive lingue con buona parte delle popolazioni che incontro. La prima volta che sono andato in Portogallo mio figlio ha detto a mia moglie: “Questo è il primo paese dove il babbo non parla la lingua locale!”, ed è vero, perché purtroppo non parlo il portoghese e non lo capisco. Ma con l'inglese si può praticamente girare il mondo, e anche l'Europa.

Fatta questa premessa, andiamo avanti con il contenuto.

Nel mio intervento cercherò di mettere i problemi che stiamo vivendo nella giusta prospettiva. La prima cosa che vi mostrerò è che gli squilibri finanziari, e quindi le crisi debitorie, derivano spesso da squilibri di distribuzione del reddito. Questo non va sottovalutato perché ci dà indicazioni positive rispetto a quello che dovremmo fare una volta fuori dall'euro. Secondo punto: il matrimonio tra moneta unica e riforme economiche è burrascoso. Ci è stato detto che la moneta unica ci avrebbe costretto a riforme che erano assolutamente necessarie, ma ora sappiamo che la letteratura economica presenta molte argomentazioni per confutare queste argomentazioni e sostenere la tesi contraria: i tassi di cambio fissi, o peggio la moneta unica, in realtà sono strumenti utili per procrastinare le riforme economiche. Poi andrò avanti presentando le due principali lezioni derivanti dalla crisi: la prima è che dovremmo cominciare da una riforma del mercato del lavoro a livello europeo, la seconda è che dovremo togliere di mezzo l'euro.

Queste sono due condizioni necessarie, per i motivi che presto vi spiegherò e che in parte sono stati spiegati anche da Antonio e da Claudio.

Un’altra premessa: la crisi della zona euro ha origine nella finanza privata. Gli squilibri finanziari nel settore privato sono stati promossi da problemi di competitività e da mercati finanziari non regolamentati. È un’impostura presentare la crisi della zona euro come crisi di debito pubblico. Questo non ve lo dice Claudio Borghi Aquilini, ma Vítor Constâncio...

E chi è questo Vítor Constâncio? Il vice presidente della Banca Centrale Europea. Sentiamo dunque la parola di questo signore con la “S” maiuscola:


“Gli squilibri han trovato origine principalmente dalle spese nel settore privato”, punto secondo:  “finanziate dal settore bancario dei paesi creditori e debitori”, punto terzo: “il mercato finanziario europeo non ha funzionato in conformità con la teoria economica” (aggiungo: secondo la sua teoria, perché altri economisti invece avevano previsto quello che poi sarebbe successo e sta succedendo), punto quarto: “l’esposizione creditoria verso i paesi sotto stress è più che quintuplicata” (e questo ve l'ha mostrato Claudio, facendo vedere che l’Italia è stata il paese meno coinvolto in questa esplosione massiccia del debito estero), e infine: “ciò ha portato alla perdita di competitività”.

Sintesi: le economie periferiche sono state drogate dal debito estero proveniente dai paesi “core”. 


Non c'è bisogno di applaudirmi perché è banale... è banale, tutto quello che dirò oggi sono banalità, qualsiasi economista lo sa, credetemi, credete a me, non a Mario Draghi! 

Andiamo a vedere la spesa pubblica primaria nella zona euro. L'Italia spesso è accusata da persone provenienti da altri paesi, per lo più esportatori di zanzare,  che l'accusano di essere uno dei paesi col settore pubblico più spendaccione, uno dei paesi meno accorti. Ciò è semplicemente falso.



Andate a vedere i dati: l'Italia ha un rapporto spesa pubblica/Pil che è vicino, e al disotto, della media della zona euro, se considerate la spesa pubblica primaria. Se aggiungete la spesa per interessi la situazione peggiora, ma non di tanto. Notate un altro dettaglio: la Francia, la Finlandia, l'Austria, il Belgio, l'Olanda, la Germania, insomma, i cosiddetti "virtuosi" spendono molto più, in rapporto al loro Pil, dell’Italia e dei cosiddetti PIGS: Portogallo, Grecia, Spagna e Irlanda. Suppongo che questi dati non vi fossero noti: molti non li conoscono, ma questi dati sono importanti perché mostrano una semplice cosa: un’intera classe politica, un intero sistema dei media vi sta mentendo. E siamo in democrazia, non è vero?

Andiamo avanti. Il mantra! Viviamo nell’economia dei mantra: dobbiamo diventare più competitivi, quindi dobbiamo comprimere i costi del lavoro (perché i costi delle materie prime sono in buona parte esogeni, per cui possiamo agire nel breve solo su quelli del lavoro), dobbiamo diventare più produttivi...

Andiamo a vedere l'esperienza storica di un’economia avanzata che spesso ci viene portata ad esempio. Perché? Perché qualcuno pensa che i nostri problemi possano essere risolti diventando gli Stati Uniti d'Europa. Andiamo allora a vedere cosa è successo negli Stati Uniti d'America.


(Fonte: Wolff, R., 2010. "In capitalist crisis, rediscovering Marx", Socialism and Democracy, 24:3, 104-146; vedi anche questo post per dati di altra fonte). 


Questo è un grafico interessante a mio modo di vedere: in blu vedete la produttività del lavoro, in rosso i salari reali. Sono indici che vanno dal 1890 al 2007, all'inizio dell’ultima crisi in sostanza. Cosa vedete? Vedete che ci sono stati periodi in cui la produttività è cresciuta più rapidamente dei salari reali, soprattutto alla fine del campione. Se crediamo al mantra, questi avrebbero dovuto essere periodi di prosperità, perché un paese dove cresce la produttività e i salari reali ristagnano diventa più competitivo. Ma guardiamo questa tabella, dove ho riportato i tassi di crescita medi delle variabili. Certo, siamo in una istituzione politica e qui le cifre forse non sono benvenute, ma vale la pena di dare un’occhiata a questi dati.



Ho sottolineato in rosso i due periodi in cui la produttività del lavoro è cresciuta più rapidamente rispetto ai salari reali; il primo periodo dal 1919 al 1932, quello nel quale è maturata e esplosa la crisi di Wall Street, il secondo periodo dal 1971 al 2011, nel quale è maturata ed esplosa la crisi della Lehman Brothers. Vedete anche che i salari reali sono cresciuti più della produttività durante il New Deal negli Stati Uniti, e allo stesso tasso di crescita della produttività dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel periodo in cui gli Stati Uniti d'America hanno liquidato gli enormi debiti di guerra accumulati per liberare l'Europa da quello che sapete voi.

La domanda è: perché le cose vanno così male quando ci comportiamo “bene”? Perché ci sono crisi alla fine dei periodi in cui siamo così competitivi? E la risposta è semplice: perché il capitalismo funziona se c'è abbastanza domanda aggregata. Non si produce per produrre: si produce per vendere. Se si reprimono i salari la domanda deve essere finanziata attraverso l'indebitamento, e ci sono diversi tipi di indebitamento che possono essere utilizzati per questo scopo. Se siete keynesiani, proteste utilizzare il debito pubblico. È successo negli anni ’80 negli Stati Uniti d'America: sembra paradossale, ma è successo sotto il governo repubblicano di Reagan, e nello stesso periodo è successo anche in Italia col socialista Craxi. Se siete invece siete liberisti, economisti conservatori, diciamo, forse potreste apprezzare il debito privato: “lasciamo liberi i capitali, lasciamo funzionare il mercato”. Se infine siete tedeschi, preferirete utilizzare il debito degli altri, praticando una politica mercantilista: prestare (incautamente) agli altri per fare in modo che gli altri comprino i vostri prodotti, naturalmente comprimendo i salari a casa vostra. Questo è quello che ha fatto la Germania. Nel breve periodo è un metodo molto furbo, non lo contesto, ma purtroppo porta ad un sistema instabile, perché favorisce un eccesso di indebitamente estero, e ora stiamo pagando il prezzo di questa instabilità.


Nel periodo della globalizzazione abbiamo visto repressione salariale ovunque nel mondo. Qui  abbiamo i dati per gli Stati Uniti, la Germania, la Francia e l'Italia. La caduta principale della quota salari è stata pari -8% in Germania, in Italia -5%, comunque c'è stata una riduzione un po' dappertutto. La compressione dei salari nel breve periodo è una politica che frega il vicino: si cerca di fare dumping salariale, di pagare il lavoro a vile prezzo, per essere più competitivi e vendere di più all'estero, crescere sulla domanda altrui (finanziata dal debito) anziché sulla propria (finanziata dal reddito). Alla fine però diventa sempre una politica che frega se stessi, perché la compressione dei salari distrugge il mercato interno e in un'Unione Economica distruggere il mercato interno significa andare contro la logica dell'economia. Perché? Perché come ha detto Alberto Alesina, che insegna all'Università di Harvard (non alla Gabriele D'Annunzio), come ha detto Alesina molto chiaramente nel 1997, quando era contrario all'euro, il beneficio principale di una unione economica è quello di godere di un vasto mercato interno che può agire da ammortizzatore rispetto a choc esterni (qui, nel suo commento a Obstfeld). Insomma, se c'è una recessione da qualche parte nel mondo noi vendiamo di meno all’estero, certo, se c'è una domanda sufficiente a casa, nel mercato interno, se il mercato interno è molto grande, non fa niente: si continua a crescere. Ora, questo non è successo nella zona euro, ma perché? Perché l’Eurozona è stata gestita come un gioco a somma zero, dove quello che vinceva la Germania veniva perso dai paesi del Sud, come ha spiegato così bene Claudio.

Il gioco a somma zero sta diventando un gioco a somma negativa. L’euro è un morto che cammina. 

  


Lo vediamo bene in questo grafico pubblicato dal Washington Post. Dopo lo shock Lehman, gli Stati Uniti, la zona euro e il Giappone sono caduti assieme, poi hanno ripreso a crescere. Ma nel 2011 c'è stato Fukushima in Giappone, Mario Monti in Italia e la troika nella zona euro. Lo tsunami è durato un giorno e poi il Giappone ha ricominciato a crescere. La troika c'è ancora, è ancora al potere nell’Europa periferica, e quel che fa davvero paura è che questo morto che cammina sta camminando nella direzione sbagliata: dovrebbe salire, invece sta scendendo. Ricordatevelo, questo grafico!

Quello che è veramente triste, dal punto di vista di un economista accademico, è che tutto questo era stato previsto dalla teoria economica. Sappiamo molto bene che i politici hanno scelto di prendere una decisione che andava contro la logica economica, perché ostacolando o alterando il funzionamento del mercato la moneta unica avrebbe avuto effetti perversi sia sul settore pubblico che su quello privato, sia dei paesi deboli che di quelli forti. Non  dimenticatevelo mai: tutti questi effetti sono ed erano noti, e sono meno evidenti per i paesi forti, ma ci sono anche per loro, ed è per questo motivo, per gli effetti avversi, perversi, sui paesi forti che ritengo che l'euro presto finirà.

Quali sono gli effetti perversi sui paesi deboli? Le cose non stanno come ci era stato detto. Una moneta forte, dicevano, avrebbe avuto come effetto la “disciplina” del settore pubblico. La letteratura economica ci dice che le cose stanno al contrario, in realtà. Se adottiamo un tasso di cambio fisso e il governo pratica una politica fiscale o monetaria troppo espansiva, non ci sono effetti sul mercato valutario. Se invece il cambio è flessibile, una volta che il paese si impegna in una politica monetaria e fiscale troppo espansiva va in deficit estero, s’indebita col resto del mondo, e il tasso di cambio svaluta. In questo caso il deprezzamento del tasso di cambio dà al mercato un segnale immediato del fatto che le cose non stanno andando per il verso giusto.

Perché mai la gente ha continuato a prestare soldi alla Grecia al ritmo del 10% del Pil greco e oltre per anni? Perché la Grecia era credibile. E perché era credibile? Perché aveva l'euro, aveva un cambio fisso, e quindi non c'erano segnali provenienti dal mercato che potessero avvertire gli agenti economici che le cose stavano andando storte. Questo è il problema: AaronTornell e Andrés Velasco l'hanno spiegato sul Journal of Monetary Economics, non sulla Pravda o su qualche rivistella italiana di provincia, no: sulla più importante rivista scientifica nel campo dell’economia monetaria, pubblicata da Elsevier, la casa editrice scientifica più prestigiosa.

Poi c’è un altro problema, sempre riferito alla creazione di incentivi “perversi”, che Martin Feldstein sottolineò sul Journal of Policy Modeling: se si prende una valuta unica si avrà un unico tasso di interesse, e questo sarà troppo basso per i paesi deboli (sia per il loro settore pubblico che per quello privato). Ora la Germania ci accusa, ci dice che abbiamo avuto condizioni di credito troppo facili, troppo buone, ed è vero! È verissimo! Ma è proprio questo l’argomento che dimostra quanto sia illogico l’euro, perché diversi paesi devono avere tassi di interesse diversi per gestire bene le loro economie. Ribadisco: tra l'altro anche il settore privato nei paesi deboli ha un incentivo indebitarsi troppo, e questo fondamentalmente è quello che ha detto Vítor Constâncio, come ricordavo all'inizio della mia presentazione. Peraltro questa argomentazione era stata esposta molto chiaramente da Roberto Frenkel e Martin Rapetti in un'altra rivista scientifica di primissimo ordine, il Cambridge Journal of Economics, circa 4 anni fa. Sottolineo la rilevanza scientifica delle riviste per evidenziare come questi studi non potessero passare inosservati ai professionisti dell'economia (a meno che non intendessero ignorarli per motivi di tattica politica).

Attenzione: ci sono effetti perversi anche sui paesi forti, ed è importante sottolinearlo. Se si abolisce il rischio di cambio, se si eliminano i segnali legati ai tassi di cambio, le istituzioni finanziarie e private dei paesi forti presteranno troppo all'estero. Le banche tedesche hanno prestato troppo all'estero. Non ti puoi indebitare troppo se non c'è nessuno che presta troppo. Avete mai cercato di avere i soldi della vostra banca? E allora sapete come vanno le cose. La moneta unica poi ha un altro incentivo perverso, per i paesi forti, oltre a quello di spingerli a prestare troppo. Come ha spiegato Claudio, la moneta unica è troppo debole per i paesi forti, come la Germania, e consente dunque ad essi di fare grandi profitti rispetto esportando verso i paesi deboli. Il rovescio della medaglia è che questa facilità di far profitti col cambio drogato disincentiva gli investimenti produttivi. Il settore privato non finanziario dei paesi forti investe troppo poco a casa propria. Hans-Werner Sinn, un importante economista tedesco, ha presentato questa argomentazione, non un economista americano “invidioso”, o un “pigro” economista italiano, no, è un professionista bravo, che ammiro (non sempre), ed è soprattutto un economista tedesco.



Andiamo a vedere i dati: la Germania è il paese col più basso rapporto tra investimento e PIL in Europa nel periodo 1999-2007. Insomma: dimenticatevi la favoletta dalla Germania che è competitiva perché investe tanto. Scordatevelo,va bene?

Andiamo avanti.

Cosa ha fatto la Germania?



Ha fatto una politica assolutamente standard di dumping salariale, esattamente quella che, ironia della sorte, rimproveriamo alla Cina, dove però i salari crescono e la povertà cala. I paesi del Nord ci danno la colpa della crisi perché non avremmo fatto le riforme strutturali. Cosa sono le riforme strutturali? Sono pagare un po' meno i lavoratori. La Germania ha cominciato a farlo nel 2002. In nero vedete la quota salari in Germania dal 2002 al 2007, e il suo crollo dopo le cosiddette riforme Hartz, un tipo che pare avesse abitudini abbastanza simili a quelle di Berlusconi (ma questo è un altro discorso, non voglio entrare nei pettegolezzi). La discesa dei salari è impressionante, e ha reso possibile un aumento di competitività proprio perché il tasso di cambio coi principali partner era fisso (ne riparlerò dopo).

Ma questa politica dei redditi slealmente competitiva ha costi sociali nascosti.


Osservate l’andamento della disuguaglianza del reddito in Germania: vedete quanto è aumentata rapidamente dopo l'approvazione delle cosiddette riforme strutturali? La Germania è il paese della zona euro dove le diseguaglianze sono cresciute di più in questo periodo: la povertà cresce, cresce il divario fra Est e Ovest, e quello tra lavoratori strutturati e lavoratori precari o con contratti atipici.

Due condizioni sono necessarie per superare la crisi.

Primo, armonizzare i mercati del lavoro dei paesi membri, riportando i salari reali in linea con la produttività del lavoro ovunque nella zona euro, perché se un paese fa il giochetto sporco della Germania comprimendo le dinamiche dei salari reali al di sotto della dinamica della produttività alla fine saltiamo tutti. Dobbiamo regolamentare nuovamente i mercati finanziari europei, e naturalmente dobbiamo smantellare l'euro, e dobbiamo farlo ora, sia per motivi di breve termine che per motivi di lungo termine. Analizziamo questi punti. 

 (Fonte: Reinhart, C., Sbrancia, B., 2011, "The liquidation of government debt", BIS Working Papers, N. 363).

Andate a vedere la linea rossa, che descrive un secolo di debito pubblico nei paesi avanzati. Abbiamo due picchi evidenti, e una evidente fase di discesa ordinata. Partiamo da qui: questa fase (nel box rosso) è quella in cui come vi ho detto prima i paesi avanzati hanno liquidato l'enorme debito accumulato a causa del secondo conflitto mondiale. È un periodo che va diciamo dal 1946 fino al 1971. Guardate la situazione attuale: c’è stato un aumento improvviso del debito pubblico, dovuto al bisogno di salvare la finanza privata, che ha imposto ai governi uno sforzo enorme, che si è tradotto in un massiccio e improvviso accumulo di debito pubblico. Per quanto riguarda il debito pubblico, la situazione attuale è molto simile a quella vissuta alla fine della Seconda guerra mondiale. Veniamo da trent'anni di guerra del capitale contro il lavoro. Cos’è successo a quel tempo, cosa è stato fatto dai governi dopo la Seconda guerra mondiale?

Due cose. La prima l'abbiamo già vista in precedenza: questo è il periodo in cui i salari reali sono cresciuti in linea con la produttività, quindi c'è stata una equa distribuzione del reddito. La seconda è che abbiamo regolamentato i mercati finanziari. Consideriamo questo punto. La liquidazione dell'enorme debito dopo la Seconda guerra mondiale è stato resa possibile da due cose: intanto, da quello che gli economisti chiamano "repressione finanziaria" (io la chiamerei piuttosto "regolamentazione finanziaria"). Carmen Reinhart e  Belen Sbrancia hanno analizzato questo processo storico nel loro paper del 2011. La seconda cosa che ha facilitato il rientro del debito è stata l'equa distribuzione del reddito: il capitalismo funzionava come afferma (o pretende) di funzionare, cioè pagando i fattori della produzione in funzione della produttività. Ciò ha favorito la crescita e ha evitato l’accumularsi di ulteriori debiti per assorbire la produzione, rendendo possibile il rientro dai debiti pregressi, perché qualsiasi problema di debito è sempre un problema di crescita del reddito.

Cosa vuol dire repressione finanziaria? Dovremmo reintrodurre per esempio qualche forma di regolamento, di norma Glass–Steagall, cioè separare le banche commerciali dalle banche d'investimento, perché il modello tedesco di banca universale non ha funzionato. Dovremmo riconsiderare la posizione delle banche centrali. L'indipendenza della banca centrale è stata additata come una minaccia alla democrazia da economisti come Josef Stiglitz o Axel Lejonhufvud (che è meno noto al grande pubblico, ma è comunque un economista keynesiano molto importante).

Cosa vuol dire adeguata distribuzione dei redditi? Ci sono diverse proposte: ne prendo una di un economista tedesco, per mostrarvi che i tedeschi non sono i miei nemici, sono amici, perché viviamo nello stesso mondo e viviamo in questo mondo per un periodo molto breve: la vita è breve e non val la pena di viverla male quando abbiamo i mezzi tecnici per vivere molto meglio. Un'equa distribuzione del reddito vuol dire che il salario nominale contrattuale dovrebbe aumentare al tasso della crescita della produttività aumentato dall'obiettivo d'inflazione (se decidiamo di conservare un obiettivo d’inflazione comune fra paesi europei).

Questo significa equa distribuzione del reddito: che chi produce sia remunerato in proporzione al proprio contributo.

L'euro è un morto che cammina. Avete notato la dichiarazione di Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank, quando ha detto che il prossimo stress test del settore bancario sarà eseguito considerando diversi coefficienti di rischio per i titoli sovrani? Capite cosa vuol dire? Vuol dire che il "whatever it takes", il "faremo qualsiasi cosa" di Draghi, era un bluff, perché se avesse ragione Draghi i titoli pubblici avrebbero rischio zero. Questo significa che in Germania qualcuno è stufo di questa situazione e vuole smantellare l'euro. Le dichiarazioni di Hans-Werner Sinn, sul fatto che Berlusconi sia stato messo da parte perché stava preparando l'uscita dall'euro dell'Italia dice molto: Sinn ha sempre detto che i paesi del Sud dovrebbero uscire dall’euro (e lui è un economista tedesco), e se è lui che fa questa affermazione, si tratta di un segnale politico molto importante. Le opinioni dei nostri Letta, Renzi, Napolitano, e dei loro bardi, sono irrilevanti.

I motivi di breve periodo per smantellare l'euro sono ovvi: la flessibilità del cambio consentirebbe un riequilibrio simmetrico degli enormi squilibri accumulati durante il periodo dell'euro. Ci sono però anche motivi di lungo periodo. Per integrare le rispettive economie i paesi europei non possono rinunciare a due caratteristiche dei tassi flessibili. La prima è la funzione di segnalazione (signaling): il tasso flessibile dà un segnale rapido e chiaro al mercato se c'è qualcosa che sta andando storto in un paese. La seconda è la funzione di adempimento degli accordi: questa funzione è stata evidenziata nel 1957 da James Meade, venti anni prima di vincere il Nobel (nel 1977). Si tratta, ve lo sottolineo, di un economista illustre, che poi è stato dimenticato, ingiustamente, perché molto attuale, e nel mio libro concludo la mia proposta di politica economica utilizzando appunto un articolo che lui scrisse nell'anno in cui sono stati firmati i Trattati di Roma (1957).


Meade dice che se un governo europeo vuole utilizzare politiche monetarie o di bilancio in modo non cooperativo, a esclusivo fine di stabilizzazione interna, se per esempio, usando le sue parole “nella presente situazione di surplus delle partite correnti le autorità tedesche dovessero usare la politica monetaria per contenere l’inflazione... bisognerà fare maggior ricorso all’arma della variazione del cambio”. La flessibilità del tasso di cambio è un'arma difensiva contro il comportamento non  cooperativo di altri stati membri di un’Unione Economica e Monetaria, ed è l’arma più efficace, perché di fronte a politiche di dumping sociale così forti come quelle praticate dalla Germania il tasso nominale tedesco si sarebbe apprezzato. Sarebbe andata così: “Cari tedeschi, va bene, siete bravi, avete fatto le riforme senza aspettarci, che bello! Così facendo oggi violereste l'art. 5 del Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea, ma che gli fa, siamo amici, va bene così. Ora i vostri prodotti costano di meno, fantastico! Ci piacciono molto, benissimo! Siete un paese in surplus, che bello, vi facciamo anche un applauso...” Ma se dieci anni or sono per comprare i prodotti tedeschi avessimo dovuto comprare la valuta tedesca, questa, essendo molto richiesta, si sarebbe apprezzata, e così alla Germania non sarebbe servito a molto schiacciare i salari dei propri lavoratori!

Noi viviamo in un sistema sovietico dove abbiamo pianificato il prezzo più importante per un paese, il prezzo della sua valuta.

Un’ultima osservazione.

Cosa dovreste fare, in qualità di deputati europei? Visto che difendendo l'euro a tutti i costi la Commissione sta distruggendo, con politiche di austerità rese necessarie dall'euro, le prospettive di sopravvivenza dell'unione europea, perché questo è quello che sta succedendo, allora voi deputati dovreste utilizzare il vostro potere di sfiduciare la Commissione Europea e costringerla a dimettersi. Perché la Commissione sta distruggendo l'Europa, e questo non è quello che ci si aspetta da lei. Forse non avete i numeri per farlo ora, ma dopo le prossime elezioni le cose potrebbero cambiare, come avevo previsto ormai due anni fa, e se non segnalate il vostro dissenso verso questa situazione assumete un rischio politico e probabilmente dovrete anche pagare un costo politico.

State attenti, e buona fortuna!
(avviso ai sognatori: potete anche far finta di non capire le parole in rosso. Fatti vostri. Quando vi inseguiranno coi forconi io, pur deprecando un simile comportamento inumano ed inelegante, non piangerò, perché mi avete veramente rotto i coglioni. Econ102 l'abbiamo fatta tutti, e voi spesso in università più prestigiose della Sapienza, dove l'ho fatta io. Quindi potete prendere in giro chi vi pare, ma non me, e fra un po' nemmeno tanti altri. Dite la verità, cazzo, ditela! Avete poco tempo, lo capite o no? Jens è vivo e lotta insieme a noi...)