Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 17 gennaio 2013

rabbia istintiva non è costruzione di un Progetto Alternativo

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15 ottobre e repressione. Una riflessione

Militant

Ritorniamo, con un ragionamento più strutturato, sulle sei condanne di qualche giorno fa per il 15 ottobre, allargando il discorso in generale alle forme repressive che hanno preso corpo per quella giornata. Queste sei condanne non sono le prime: già nove persone, infatti, sono state condannate – tutte con rito abbreviato – a pene che vanno dai 2 ai 5 anni per il reato di resistenza – aggravata o pluriaggravata – a pubblico ufficiale. Le ultime sei condanne – tutte a sei anni, senza distinguere le condotte dei singoli imputati –, invece, sono state per il reato di «devastazione e saccheggio»: e non faremo finta di sorprenderci che i compagni siano ancora condannati con reati previsti dal codice fascista o che non sia stato tenuto conto della gestione della piazza (una piazza autorizzata) messa in pratica delle forze dell’ordine.

La macchina repressiva dello Stato, dunque, continua a fare alacremente il suo lavoro, sostenuta da una parte dell’opinione pubblica che, all’indomani del 15 ottobre, partecipò alla campagna delatoria messa in piedi da «Repubblica» e da altri quotidiani e contribuì a rafforzare e a legittimare la retorica dei «buoni» contro i «cattivi», dei «black bloc» violenti infiltratisi per rovinare il corteo ai manifestanti pacifici.
In prima linea, questi ultimi, nella collaborazione con la polizia per identificare e consegnare quanti gli sembravano vestiti un po’ troppo di nero…

Si tratta, però, di una retorica poco aderente alla realtà. Il 15 ottobre la radicalità della piazza ha scavalcato le strutture che avevano contribuito a costruire quella giornata e le assemblee e i passaggi politici che l’avevano preparata. Abbiamo scritto, fin dalle ore immediatamente successive, che a piazza San Giovanni aveva preso parola – in modo indubbiamene rabbioso e, in alcuni aspetti, pre-politico – una parte del “nuovo proletariato” emerso dalle trasformazioni del mondo del lavoro degli ultimi trent’anni (vedi). Si trattava di una massa di persone in gran parte priva di riferimenti politici – teorici e organizzativi – precisi, che ha scavalcato gruppi, strutture, movimenti, sindacati e partiti: una parte consistente del nuovo proletariato metropolitano che si è resa disponibile alla lotta e al conflitto radicale e senza mediazioni. E il movimento, inadeguato nel canalizzare questa rabbia e questa determinazione, si è mostrato tanto più inadeguato nel gestire la repressione di quelle giornate, che ha colpito già alcune decine di persone.

Davanti a condanne enormi – e lo diciamo senza sorpresa: al di là di ogni provocazione ironica, infatti, sappiamo lo Stato non processa se stesso e, dunque, poco ci stupisce che le condanne per l’uccisione di Federico Aldrovandi siano inferiori a quelle per l’incendio di un blindato – possiamo dire quasi spropositate anche per un regime liberal-democratico, la presa di parola dei compagni e dei movimenti appare insufficiente.

Non lanciamo comodi anatemi: noi per primi facciamo autocritica e avvertiamo la nostra insufficienza e inconsistenza. Eccetto poche eccezioni – a cui rendiamo merito, se ha senso rendere merito per qualcosa che dovrebbe essere patrimonio condiviso per i compagni –, come ad esempio la Rete Evasioni, eccetto alcuni compagni che si sono impegnati con presidi, comunicati, raccolte di fondi per i denunciati del 15 ottobre, ci sembra che questi processi siano molto poco sentiti dalla maggior parte del movimento. Forse molti compagni non hanno ancora una lettura adeguata della repressione, abituati a pensare che le sue forme più dure riguardino solo alcune aree. Del resto, la repressione di quella giornata ha mirato finora a punire con condanne esemplari persone e compagni non strutturati o appartenenti a realtà piccole o periferiche: lo scopo era evidentemente quello di frazionare la solidarietà e, in parte, è stato raggiunto.

Il silenzio dei compagni sembra andare nella direzione che le istituzioni si pongono, quella di considerare la repressione come un «giusto monito» – come ha detto Alemanno a commento delle pene inflitte ai 5 compagni di Teramo – diretto a chi intende ribellarsi. Quanti compagni e quante compagne, infatti, continueranno ad assumersi la responsabilità di compiere azioni che potrebbero comportare gravi condanne se sapranno di non avere dietro un movimento solidale, complice e partecipe?

Il nuovo proletariato metropolitano, composto in gran parte di giovanissimi, che ha preso parola il 15 ottobre, è un soggetto non destinato a sparire e che, anzi, sarà probabilmente sempre più presente sulla scena pubblica di tutto il mondo: le città – soprattutto quelle grandi – sono infatti destinate a diventare sempre più lo scenario privilegiato dei sommovimenti e degli scontri sociali. Si calcola, infatti, che entro il 2020 il 70% della popolazione mondiale vivrà in una città: la repressione, come messo in luce in un bell’articolo di Elisabetta Teghil di questi giorni, si rivolge e si rivolgerà sempre più spesso proprio al contesto urbano. E, in questo ambito, sempre più frequentemente si assisterà al protagonismo rabbioso di questa nuova massa di proletari metropolitani insoddisfatti e frustrati per la precarietà delle loro esistenze, acutizzata nei momenti di endemica crisi economica del sistema capitalista: reprimere queste prese di parola con condanne durissime significa spaventare anche quanti agiscono spinti più dalla rabbia che dall’analisi politica. Essi mettono in gioco loro stessi ma se, poi, tornano a casa non solo senza aver migliorato la loro condizione esistenziale – fatto del resto prevedibile – e con qualche livido in più ma anche con la consapevolezza che i fermati e gli identificati saranno condannati a pene durissime nel silenzio e nella solitudine pressoché totali, probabilmente non torneranno in piazza all’appuntamento successivo. Penseranno che non ne vale la pena.

Ed ecco che così la repressione raggiunge il suo scopo principale: non tanto quello di punire chi ha commesso azioni ritenute illegali, quanto quello di incutere timore, evitare che il fronte si estenda e la lotta si generalizzi, costruendo percorsi che possano davvero mettere in discussione questo sistema economico e sociale. “Normalizzazione” economica e repressione politica e sociale vanno a braccetto: in tempi di governo tecnico, nessuna forma di dissenso può essere tollerata e, quindi, ciascuna di esse viene perseguitata e pesantemente punita.

Il silenzio che circonda queste condanne, del resto, non è che l’ovvio riflesso delle difficoltà di gestione di quella giornata: il fatto che non sia stata assunta dal movimento nella sua interezza, infatti, ha fatto avvertire fin dalle prime ore che la repressione sarebbe stata facile e non avrebbe trovato alcuna risposta da parte dei compagni. I denunciati si sono trovati – eccetto le eccezioni di cui sopra – a dover gestire i processi quasi da soli, come se fossero questioni private e senza far emergere, quindi, che si tratta di processi politici, che riguardano tutti e tutte.  Del resto, quella della riduzione dei processi e delle pene alla sfera privata sembra essere una delle nuove tendenze delle politiche repressive, su cui probabilmente dovremmo riflettere: sia sufficiente pensare che negli ultimi mesi, in tutta Italia, sono state notificate a compagni e compagne numerose multe – anche del valore di diverse migliaia di euro – per blocchi stradali e manifestazioni non autorizzate. Si tratta di procedimenti amministrativi, accertati dalla Polizia stradale, che riguardano personalmente i compagni che le ricevano e che frazionano la solidarietà: far diventare una multa una questione politica diventa molto difficile.

Ovvio riflesso di questa solitudine, è stata anche la scelta di tutti i condannati finora di scegliere il rito abbreviato: una scelta che non critichiamo sotto il profilo personale, ma che avvertiamo come perdente non solo dal punto di vista politico ma anche da quello più strettamente processuale. Le pene sono state, finora, infatti pesantissime. Non ci dilunghiamo si questo: siamo infatti d’accordo con l’articolo uscito ieri su infoaut. Pensiamo, però, che una più adeguata assunzione di responsabilità collettiva e una più capillare campagna contro la repressione aiuterebbe a far diventare patrimonio condiviso tra i compagni che non ci si può fidare della giustizia e dei suoi sconti né si può pensare che la propria innocenza possa aiutare in un processo con un valore politico.

Ed è anche per questo che, invece, pensiamo che sia necessaria un’assunzione di responsabilità collettiva e compatta da parte dei compagni per giornate come il 15 ottobre: un fronte unito contro la repressione che significhi non solo solidarietà attiva verso i compagni denunciati ma anche continuazione delle lotte e dello scontro sociale.


rabbia istintiva non è costruzione di un Progetto Alternativo 

Sono uno di quelli che non ha capito niente di quello che è successo il 15 ottobre 2011.
Sono uno di quelli che ha detto ma chi sono questi ragazzi, quanta rabbia c'è in questi gesti, come è possibile che persone politicizzate fanno ciò con tale ingenuità da rasentare la follia?
Avevo scambiato gli scontri come una grossa provocazione messa in piedi dalle istituzioni per mettere all'angolo l'espressività e la forza di un movimento al suo nascere.
Ma in quei giorni via via che il tempo è passato diverse scorie sono andate vie ed è rimasto l'essenziale la spontaneità e la ribellione di quei ragazzi è stata naturale.

Ebbene ho annotato la condanna e come giustamente metti in rilievo faccio parte della massa che ha assistito inerte il 15 ottobre e inerte alla condanna.

Istintivamente non mi sento di solidarizzare con loro, li sento estranei lontani dal mio modo di pormi, lontano dal mio modo di far politica. Soltanto fermando il pensiero e razionalizzando non si può che solidarizzare con loro, non per i tipi di comportamenti fatti in quel contesto, ma perché derivano appunto da una rabbia che esprime la non possibilità per fare altro, dove non vi sono vie d'uscite credibili, dove la vita è bruciata prima di essere vissuta.

La consapevolezza di una insufficienza ed inadeguatezza la avverto ed è sul ritardo di una proposta, di proposte da offrire per uscire fuori dall'isolamento individuale in cui siamo spinti inesorabilmente. Proposte, proposta che ci fa uscire fuori dal ghetto, utilizzando strumenti che ci sono ma che siamo incapaci ad adoperare, perché li riteniamo inutili, superflui non all'altezza delle analisi e delle prospettive che facciamo.

La lotta rivoluzionaria contro il capitalismo bisogna unirla alla strategia rivoluzionaria e alla tattica rivoluzionaria per tutte le rivendicazioni democratiche.

Il 24 febbraio 2013 ci sono le elezioni, in cui forse meno della metà dei cittadini vorranno esprimere la loro opinione attraverso il voto. Questa è un'occasione in cui non ci si può tirare indietro.
C'è da fare una battaglia democratica.

Il Parlamento è espressione della classe dominante. Che comunque ha bisogno assoluto di coinvolgere i cittadini nella sua proposta di rappresentanza, facendo credere che con il voto le regole democratiche sono rispettate, nel frattempo quello che succede tra una votazione e l'altra non fa parte del repertorio democratico ma diviene un prassi del quotidiano che non tocca i fondamentali del sistema democratico. La corruzione, le clientele, gli abusi e soprusi sono parte integrante del sistema e ci sono gli organi preposti per limitare, eliminare questo andazzo.

Coinvolgimento dei cittadini perché nessun sistema democratico si può permettere che un parlamento è la rappresentanza della minoranza in quanto la maggioranza non si è fatto coinvolgere nel gioco della votazione è una contraddizione stridente, come si può dire che si governa per la nazione se la maggioranza ha evitato la trappola delle votazioni? Tutte le azioni di governo sono inficiate nel nascere e non  hanno nessuna credibilità. Che poi si possa andare avanti lo stesso, mascherando l'arcano, questa è un'altra storia.

Tutti i partiti sono sulla stessa lunghezza d'onda, tutti vogliono applicare l'agenda Monti che tradotta vuol dire la continuazione delle politiche di austerità per le classi subalterne, per i dominati. Tutti vogliono continuare a stare nell'Euro. E ci sono stati degli imbecilli al Parlamento che hanno messo il Fiscal Compact all'interno della Costituzione legando ancora di più le mani agli italiani. Reperire 50 miliardi di euro ogni anno per 20 anni dal 2015 + 90 miliardi di euro annui da pagare per gli interessi sui 2000 miliardi di debito.

Fanno eccezione il M5S e Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia.

La crisi del 2007/08, nata negli Stati Uniti, in cui ancora siamo immersi ha portato in luce le contraddizioni della costruzione dell'Euro che Albero Bagnai nel “Il tramonto dell'euro” e Sergio Cesaratto e altri in “Oltre l'austerità” hanno ben evidenziato. O si esce dall'Euro o si muore per almeno i prossimi 20 anni. Uscire dall'Euro riacquistare la Sovranità Nazionale e Monetaria, chiudere, come giustamente sottolinea Emiliano Brancaccio, la circolazione di capitali e di merci e allora possiamo giocare la partita.

Questi partiti sono talmente presi nella loro parte che parlare di uscire dall'Euro sono presi da paralisi, i servi sciocchi dell'informazione non aprono neanche un minimo di dibattito per questa unica possibilità di uscire dalla crisi e si assiste imperterriti giorno dopo giorno a guitti e funanboli su promesse miracolanti ma dopo le elezioni, prima non si può.

La tattica rivoluzionaria è cogliere le contraddizioni nel sistema e metterle in evidenza, divaricarle. La tattica rivoluzionaria è la rivendicazione di tutte le istanze democratiche.

Già in altra parte ho analizzato sommariamente le varie anime che ci sono in Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia, non perdo tempo. Il percorso politico di questo magistrato nasce dalla lotta a Cosa Nostra, un ottima palestra per tutti i rivoluzionari.
Nasce dallo scontro con la politica saldata con le istituzioni dell'Italia fino alla più alta carica del paese, la Presidenza della Repubblica. L'oggetto dello scontro è la verità sulla trattativa tra questo stato e Cosa Nostra.

La politica ha fermato la verità e solo la politica può rimuovere gli ostacoli verso lei, dal momento che questi partiti a tutto pensano meno che a ricercare la verità sulla trattativa, il passaggio alla politica è stato un fatto obbligato da parte di Ingroia.

La grande novità è stata il fatto che è diventato un importantissimo catalizzatore di vari partiti, i quali per motivi diversi erano tutti in mezzo al guado, ma la cosa più importante ha portato in politica in primissimo piano tutto quel ricco patrimonio, quell'arcipelago infinito, che si è formato dalla morte di Falcone e Borsellino rosicchiando e contestando al Sistema delle mafie terreno e prepotenze violente.

Carico di questo patrimonio vivo come non mai è riuscito ad imporre ai partiti passi “incontro”, passi indietro, precisi e rigorosi, significa che sta facendo tutto bene? Significa che non farà errori? Significa che ha una ideologia marxista? No significa che lotta per la legalità è una istanza fondamentale della democrazia, e la tattica rivoluzionaria  prevede che tutte le istanze democratiche sono il nostro terreno, la nostra palestra per abituarci alle battaglie alle lotte rivoluzionarie contro il capitalismo coniugando ad una strategia rivoluzionaria.

Non possiamo delegare ai proletari pieni di rabbia del 15 ottobre 2012 le istanze rivoluzionarie, e poi affermare che dobbiamo fare autocritica, affermare che avvertiamo la nostra inconsistenza e insufficienza. Non basta, come non basta sviluppare un senso di solidarietà prima, durante e dopo la condanna. Bisogna scendere nell'arena e combattere, ognuno con i propri strumenti, dobbiamo saper coniugare la teoria con la pratica metodo, non mi stancherò mai di dirlo  attualissimo.

Rivoluzione civile, insieme al M5S, è l'unico che vuole lottare per una politica antiliberista e antimontiana, sta a noi fornire legna da ardere nella fucina del cantiere aperto, che probabilmente rimarrà cantiere anche dopo le elezioni.

Legna da ardere significa far presente che Hollande ha ottenuto la sua guerra privata e che da qualche giorno ha iniziato i bombardamenti umanitari, dopo che da almeno un anno i servi dell'informazione hanno preparato il terreno usando argomenti già usati per la guerra in Afganistan.
Significa far presente che in Turchia sono schierati i missili Patriot della Nato e che li vogliono usare prima o dopo per continuare la destabilizzazione della Siria.
Significa che le morti di tre donne del Kurdistan, rappresenta una minaccia alla Turchia se non si impegnasse nella sua guerra con la Siria.
Significa far presente che i soldi pubblici per gli armamenti ci sono sempre mentre la disoccupazione dilaga, i salari si impoveriscono.
Significa che dare 4 miliardi al Monte dei Paschi vuol dire: nazionalizzazione.
Significa che l'Ilva ha la necessità di essere nazionalizzata perché i Riva non hanno né soldi, 4 miliardi, né l'intenzione di bonificare i processi della produzione dell'acciaio.
Significa seguire con attenzione la Sardegna dove il livello di guardia per rivolte sociali è stato superato ed è diventata una polveriera dove queste istituzioni, questi partiti, l'unica risposta che danno è la repressione.

Come si vede la legna da ardere è molta e molta altra si potrebbe raccogliere ma occorrono braccia forti, menti acute ora adesso subito e tutti insieme.


domenica 13 gennaio 2013

un periodo di battaglie per tutte le questioni concernenti le trasformazioni economiche e democratiche


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Chiamare le cose con il loro nome

di Elisabetta Teghil


I soliti noti ci raccontano che, in Italia, ci sarebbero due sinistre: una sarebbe identificabile con il Partito Democratico, l’altra con i partitini frutto dell’implosione di Rifondazione Comunista.

La prima, di impronta riformista, sarebbe l’erede della tradizione socialdemocratica, la seconda si definirebbe come radicale, anticapitalista e, in questa stagione, anti-neoliberista.

La prima viene rappresentata, perché di rappresentazione si tratta, dato che non fa nulla per darne conferma, come attenta allo stato sociale, con una vocazione pacifista e con un’attenzione ai diritti dei lavoratori.

Peccato che anni di governo ne abbiano dimostrato la natura guerrafondaia, in particolare nell’aggressione alla Jugoslavia e alla Libia, nonché quella neoliberista con il proliferare legislativo che ha minato il diritto allo sciopero, lo stato sociale e che ha attuato la svendita del patrimonio pubblico ai privati.

La lettura di questa che alcuni insistono ancora, non si sa bene perché, come diceva Luigi Pintor, a chiamare sinistra, omette a piè pari che la socialdemocrazia si è fatta destra moderna, assumendo caratteri reazionari, caratteristiche clericali e punte fasciste.


La seconda di radicale non ha nulla, perché radicale non significherebbe altro, al di là della demonizzazione che ne è stata fatta, che andare alle radici del problema. Tutto si riduce, invece, nel gestire o, meglio, nel tentare di gestire, cosa che le riesce sempre meno, i movimenti e/o il dissenso in senso lato.

Questo è il suo compito nella divisione capitalistica del lavoro politico. In cambio, posti in parlamento, qualche carica governativa, qualche incarico locale.


Questa versione di una doppia sinistra è accompagnata dal ritornello che, in Italia, ci sarebbe un’anomalia, la presenza di Berlusconi, che, però, non viene affatto raccontata per quello che è, e cioè il terminale di frazioni della borghesia i cui interessi sono asimmetrici rispetto a quelli delle multinazionali anglo-americane (da qui le campagne mediatiche guidate dalla bibbia neoliberista, il Financial Times). Si falsificano così gli elementi in gioco dimenticando che il PD è, delle multinazionali anglo-americane e dei circoli atlantici, in questo paese, proprio il referente, e ne tutela gli interessi anche a scapito della borghesia o di frazioni della borghesia nazionali.

E la così detta sinistra radicale è collusa con questo progetto e ne è partecipe, sia pure in un ruolo di servizio.

E’ in questa confusione, voluta, di ruoli e di letture, che proliferano i partiti che vengono dalla così detta “società civile“ e le rivoluzioni così dette “colorate” e che avviene la promozione ad icone della sinistra di personaggi che con quest'ultima nulla hanno a che fare.

Da dove partire?

Dallo smascherare l’improvvisa apparizione della crisi che non è dovuta a improvvide scelte, ma è il frutto maturo del capitalismo nella sua necessità imprescindibile autoespansiva che deve distruggere le economie marginali e di sussistenza e, pertanto, gli effetti non sono né sgraditi, né non previsti, ma il grimaldello usato in questa stagione per ridefinire i rapporti di forza fra gli Stati, le multinazionali e le classi.


Se il mondo si comincia a cambiare chiamando le cose con il loro nome, come ci ricorda Rosa Luxemburg, dobbiamo svelare la vera natura dell’abolizione del proporzionale e dell'immunità parlamentare, della pretesa di eleggere nelle cariche pubbliche solo persone senza condanne definitive, la diffusione del concetto che “la politica è sporca”, che la lotta di classe è obsoleta, che l’ideologia è superata, che la circolazione monetaria va abolita.

Non c’è nulla di vero in tutto ciò, serve solo a destrutturare le forme di resistenza al neoliberismo.

La lotta all’evasione fiscale non è altro che una forma di rapina legalizzata nei confronti dei beni delle famiglie per sfamare il moloch insaziabile delle banche e della finanza, con una quota importante da riservare all’apparato repressivo che deve rendere impossibile la ribellione a questo stato di cose.

Il moltiplicarsi della legislazione penale e dell’apparato repressivo renderà impossibile il manifestarsi di forme organizzate di protesta, già messe in preventivo.


I diseredati tutti vengono trattati come potenziali terroristi e chi se ne deve e se ne farà carico sono l’esercito e la Nato.

Quest’ultima ha già studiato, attraverso un progetto apposito, “Urban Operations in the year 2020”, come affrontare le sommosse, i disordini,  le rivolte.

Nei paesi del terzo mondo vengono messe in atto e sperimentate tecnologie di controllo, forme di repressione e vengono utilizzate forze militari speciali, affiancate da quelle mercenarie.

Si testa, alla periferia dell’impero, quello che domani sarà fatto nelle baraccopoli urbane in occidente.

Le forme dure e devastanti di violenta repressione che oggi vengono impiegate in tante parti del mondo, saranno impiegate anche nel cuore dell’occidente.

La povertà è terrorismo, il dissenso è tradimento, la dimensione privata è inutile.


L'iper-borghesia, in piena offensiva, sta operando una serie di crimini contro l’umanità da far impallidire quelli nazisti.

Nessuna nefandezza è più risparmiata ai popoli del terzo mondo e nessuna nefandezza sarà risparmiata ai cittadini occidentali.

Non ci sarà una guerra civile, ma una guerra ai cittadini/e.

Da qui la rielaborazione del ruolo della Nato che dovrà fare operazioni belliche, in ambiente urbano, nelle città occidentali.

In questo contesto acquisterà sempre maggiore importanza il ruolo di media, dei Think Tanks, delle prefiche della non-violenza, delle vestali della legalità e degli addetti alla guerra psicologica, spesso travestiti da bloggers e da trolls.

Tutto verrà fatto accettare attraverso nobili motivazioni: la lotta alla mafia, all’evasione fiscale, agli ultras, alle bande giovanili, alla droga…..ci dovremo abituare alla presenza dei militari nelle città, ai droni che sorvolano il cielo urbano, ai continui posti di blocco, ai lampioni intelligenti, alle telecamere che riprendono tutto e tutti e al controllo ambientale di case e posti di lavoro.

Tutto sarà lecito contro terroristi, sobillatori e rivoltosi.

Tradotto in parole povere, contro i cittadini e le cittadine tutti/e.

E' in atto un attacco a tutto campo alle condizioni di vita e al ruolo nella gerarchia sociale della piccola e media borghesia, di quelli/e socializzati dallo studio, dei lavoratori cognitivi, della piccola imprenditoria e del commercio al dettaglio, dei liberi professionisti. In definitiva della borghesia nazionale che, come nei paesi del Terzo Mondo, sarà ridotta a un ruolo di servizio a vantaggio dell'iper-borghesia, quest'ultima con connotati sovranazionali, i cui interessi non coincidono più con il paese di origine, ma con quelli delle multinazionali.

Non ci sarà più spazio per una politica e per forme, sia pure parziali, di autonomia.

Da qui il silenzio che accompagna la presenza di basi militari straniere in Italia e dell'Italia nella Nato. Argomento tabù, quando non oggetto di lodi sperticate da parte di chi si colloca a sinistra solo per raccogliere malcontento, per fini personali, il che sarebbe il male minore se, poi, non portasse questo in dote al progetto neeoliberista.

E, per realizzare questo, è necessaria la militarizzazione dello Stato che passerà attraverso lo slittamento delle prerogative dell’esercito che acquisterà vere e proprie funzioni di polizia territoriale e della polizia che si militarizzerà.

A questo proposito giova ricordare a tutti quelli che, rifacendosi a Keynes, chiedono a gran voce l’intervento dello Stato, che lo Stato mai è stato così presente come adesso.

E’ in questo contesto che acquisteranno importanza nuove figure militari/civili, le Ong e i corpi militari e di polizia privati, le Agenzie delle Entrate.

La guerra di quarta generazione non avrà un fronte, ma introdurrà gli omicidi mirati ed extra-legem nei confronti dei dissidenti e degli oppositori, rompendo la tradizionale distinzione fra guerra interna e guerra esterna.

L’indifferenza che ha accompagnato e accompagna le operazioni militari in molte aree del mondo, dall’Iraq all’Afghanistan, dal Libano alla Siria, passando per la Jugoslavia e la Libia, la mancanza di ogni forma di opposizione nell’opinione pubblica e nei partiti, ha creato le premesse perché tutto questo possa essere utilizzato, secondo le indicazioni dell’”Urban….” anche negli agglomerati occidentali.

Questo scenario è più vicino di quanto possiamo immaginare, stante la guerra senza esclusione di colpi che le multinazionali si stanno facendo per la ridefinizione dei rapporti di forza.


Da qui il ritardo, sempre da parte dei soliti noti, della lettura sulle varie forme di attuazione delle forme statuali di governo, secondo cui una democrazia parlamentare, pur con tutte le sue miserie e i suoi limiti, non viene mai letta come pericolosa, ma anzi come il male minore ( e per certi versi lo era) rispetto alle forme autoritarie.

Ma proprio questa chiave impedisce di fare chiarezza sul neoliberismo che sta introducendo, a passi da gigante, una società di stampo nazista.

E’ in questo contesto che si è prodotto il frutto avvelenato del concetto di superamento della differenza tra destra e sinistra, che si può e si deve rimuovere, smascherando la natura reazionaria, oggi, della socialdemocrazia che si è fatta destra moderna, e questo permette di mettere in luce le differenze che sempre esistono fra destra e sinistra.

E quest'ultima è o sarà di classe o non sarà.

martelun scrive
"Dobbiamo unire la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo al programma rivoluzionario e alla tattica rivoluzionaria per tutte le rivendicazioni democratiche: repubblica, milizia, elezione dei funzionari da parte del popolo, parità dei diritti per le donne, autodeterminazione dei popoli, ecc. Finchè esiste il capitalismo, tutte queste rivendicazioni sono realizzabili soltanto in via d'eccezione e sempre in forma incompleta, snaturata. Appogiandoci alla democrazia già attuata, rivelando che essa è incompleta in regime capitalista, noi rivendichiamo l'abbattimento del capitalismo, l'espropriazione della borghesia, come base indispensabile per l'eliminazione della miseria delle masse e per l'introduzione completa e generale di tutte le trasformazioni democratiche.
Alcune di queste trasformazioni saranno iniziate prima dell'abbattimento della borghesia, altre nel corso di questo abbattimento, altre ancora dopo di esso. La RIVOLUZIONE SOCIALE non è un'unica battaglia, ma tutto un periodo di battaglie per tutte le questioni concernenti le trasformazioni economiche e democratiche, le quali saranno portate a compimento soltanto con l'espropriazione della borghesia. Precisamente in nome di questo scopo finale, dobbiamo dare una formulazione coerentemente rivoluzionaria ad ogni nostra rivendicazione democratica. E' perfettamente possibile che gli operai di un determinato paese abbattano la borghesia prima dell'attuazione completa anche di una sola riforma democratica fondamentale. Ma è assolutamente inconcepibile che il proletario, come classe storica, possa vincere la borghesia se a questo non si sarà preparato attraverso l'educazione nello spirito  del democratismo più coerente e più decisamente rivoluzionario."  (ottobre 1915 Lenin Vladimir Ilich Ulianov)

http://www.sinistrainrete.info/analisi-di-classe/2500-elisabetta-teghil-chiamare-le-cose-con-il-loro-nome.html