Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 8 marzo 2013

una discussione vera e duratura se è nostra convenienza restare nell'euro


L’uscita dall’euro trasformerebbe il deficit pubblico in un surplus

Intervista a Gennaro Zezza

Forexinfo intervista Gennaro Zezza, professore associato presso l’Università di Cassino, e ricercatore presso il Levy Economics Institute degli Stati Uniti.

Tempo fa, abbiamo pubblicato sul nostro sito il suo contributo presente all’interno dell’ebook "Oltre l’austerità", dal titolo, Crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave?.

Oggi vi proponiamo l’intervista che abbiamo realizzato con il professore di Cassino.


1) Nel suo interessante contributo sulla crisi dell’euro, Lei parla di un’ideologia "neoliberista" che è alla base della suddetta crisi appunto. Ci può spiegare in cosa consiste?

R. Quando parlo di “ideologia neoliberista” mi riferisco alle idee politiche che hanno ottenuto consenso elettorale prima con Margaret Thatcher, nel Regno Unito alla fine degli anni ’70, e poi con Ronald Reagan negli Stati Uniti. Anche se l’ideologia neoliberista è più variegata, a mio avviso ci sono tre elementi di questa ideologia che sono alla radice della crisi attuale: il primo è l’idea che se una quota maggiore del reddito va ai ceti più abbienti (e ai profitti delle imprese), gli investimenti aumenteranno, l’economia fiorirà creando posti di lavoro, e l’aumento del benessere verrà diffuso a tutti (la cosiddetta trickle-down economics). Si è quindi provveduto a ridurre le aliquote di imposta sulle fasce più alte di reddito, e la quota dei profitti sul reddito prodotto è aumentata in tutti i Paesi industrializzati. Ma se il reddito di una piccola minoranza della popolazione è aumentato rapidamente, il reddito della famiglia mediana è rimasto al palo, spingendo le famiglie verso l’indebitamento vuoi per difendere il tenore di vita relativo, vuoi per potersi permettere servizi sempre più cari, in particolare (soprattutto negli Stati Uniti) sanità e istruzione.

Un secondo elemento del neoliberismo è l’idea che i mercati, in particolare i mercati finanziari, siano efficienti e in grado di governarsi da soli. Questo ha portato ad eliminare, prima negli Stati Uniti e poi altrove, la regolamentazione che impediva alle banche tradizionali di operare in mercati più speculativi. L’ideologia prevedeva che una minore regolamentazione avrebbe consentito di finanziare un maggior numero di investimenti riducendo il rischio. Nei Paesi che hanno deregolamentato, a fronte di famiglie desiderose di espandere le proprie spese indebitandosi, è aumentata la disponibilità di credito anche a soggetti che non offrivano adeguate garanzie, perché lo sviluppo del mercato dei derivati consentiva alla banca di passare ad altri il rischio dei “prestiti facili”.

Il terzo elemento dell’ideologia neoliberista è lo specchio del secondo: i mercati sono efficienti, mentre il settore pubblico è inefficiente, corrotto, sprecone. Va ridotta la presenza dello Stato nell’economia, per avere maggiore benessere.

A distanza di oltre trent’anni dal primo governo Thatcher, dovrebbe essere ormai possibile tracciare un bilancio del programma neoliberista, e constatarne il totale fallimento: le privatizzazioni non hanno aumentato l’efficienza nella fornitura dei servizi, ma hanno senz’altro aumentato le fortune di chi ha preso in gestione i mercati prima pubblici; la deregolamentazione dei mercati finanziari ha consentito che si arrivasse alla crisi dei mutui negli Stati Uniti, che si è trasmessa rapidamente in Europa, costringendo i governi ad intervenire per salvare le proprie banche, e contribuendo in questo modo alla esplosione dei deficit pubblici; infine, la concentrazione dei redditi nelle mani di pochi ha contribuito a tener bassa la domanda, e non si è tradotta in maggiori investimenti produttivi e in un aumento duraturo del benessere.

Nonostante questi fallimenti, mi sembra che le tre idee di cui ho parlato abbiano ancora un forte fascino in Italia. E anche i movimenti contro la “casta dei politici” che si propongono di smantellare gran parte delle strutture pubbliche di governo – invece di renderle efficienti – forniscono supporto al neoliberismo.


2) Nel suo articolo, Lei parla anche della Grecia e della crisi del debito. Si parla molto in questi giorni della situazione in Grecia, si grida allo scandalo, denunciando una situazione che potrebbe degenerare in una guerra civile e poi si smentisce tutto, dichiarando che il paese è ancora in gravi difficoltà, ma che iniziano a farsi sentire i primi campanelli d’allarme sulla ripresa. Lei quale pensa sia la reale situazione della Grecia in questo momento?

R. Anche la Grecia ha subito i processi di cui abbiamo già parlato. E inoltre, come in Italia, la Grecia soffre della incapacità di raccogliere le tasse in modo equo e di gestire la spesa pubblica in modo efficiente, e questi aspetti contribuiscono ad una divaricazione nei redditi in cui solo in pochi riescono ad aumentare considerevolmente i loro redditi. Detto questo, la Grecia aveva un problema irrisolto di indebitamento con l’estero, mentre il suo debito pubblico – allo scoppio della crisi greca – non era particolarmente elevato in una prospettiva storica, e soprattutto era facilmente gestibile con interventi da parte delle istituzioni europee e della BCE. Si è deciso invece far provare ai greci a ridurre il loro debito pubblico tramite misure di austerità, per scoprire quel che noi “eterodossi” abbiamo sempre sostenuto: un taglio del deficit pubblico in una fase di crisi economica, facendo cadere la capacità di acquisto dei cittadini, provoca un calo della domanda di beni prodotti dal settore privato che è un multiplo del taglio iniziale nella spesa pubblica. La conseguenza è un calo del PIL più rapido del calo nel deficit pubblico, per cui il rapporto deficit/PIL e debito/PIL non diminuiscono, mentre la disoccupazione aumenta. Se guardiamo al PIL reale, la Grecia è tornata al livello che aveva nel 2001, è tornata indietro di 12 anni, e poiché il PIL reale non tiene conto della distribuzione dei redditi, gli effetti di cui abbiamo detto comportano probabilmente, per la famiglia mediana, una perdita di benessere ancora maggiore. Le mie stime prevedono che, senza un intervento di sostegno massiccio all’economia greca, la situazione continuerà a peggiorare almeno fino alla fine del 2014. Deboli segnali di una inversione di tendenza vengono dai conti con l’estero, che sono migliorati sia per il crollo delle importazioni, sia perché i programmi di rifinanziamento del debito hanno consentito di ridurre gli interessi pagati dai greci ai creditori esteri, ma se il governo continuerà con ulteriori misure di austerità, il miglioramento dei conti con l’estero sarà del tutto insufficiente per una ripresa dell’economia.


3) Nel suo contributo, Lei ha anche parlato di “austerità espansiva”. Ci può spiegare cosa si intende esattamente con questo termine?


R. Nessun governo potrebbe proporre e far accettare manovre di austerità nella consapevolezza che comportino un crollo della produzione e del benessere, ed un aumento della disoccupazione. Chi propugna l’austerità nei conti pubblici e il contenimento dei salari ha in mente almeno due effetti espansivi: il primo si ottiene quando il calo di prezzi e salari, relativamente a quello dei Paesi concorrenti, aumenta la competitività del Paese, e quindi le esportazioni nette. Il secondo effetto opererebbe tramite le aspettative dei consumatori/risparmiatori sui redditi futuri: se il governo taglia oggi la spesa pubblica, potrà in futuro ridurre le tasse, e quindi se il reddito futuro aumenterà si può risparmiare di meno e spendere di più.

Di questi due effetti, il primo opera lentamente ed è completamente inefficace quando l’intera zona euro persegue la stessa politica: se tutti i Paesi concorrenti riducono prezzi e salari, la loro posizione competitiva non cambia, e l’unico effetto è deprimere la domanda interna in ciascun Paese. Il secondo effetto si basa su quella che Krugman chiama la “confidence fairy”, la fatina della fiducia, e può andar bene per chi crede nelle fate, piuttosto che nei dati.


4) Dal suo testo si evince che secondo Lei una soluzione potrebbe essere quella di un’uscita dall’euro, seppur con le conseguenze che questa porterebbe. Ad oggi, essendo passati alcuni mesi dal testo sopra citato, pensa ancora che questa sarebbe una soluzione vincente per il nostro paese?


R. Le istituzioni che governano l’euro sono state impostate con una logica neoliberista, di cui dobbiamo liberarci per uscire dalla crisi. Il problema quindi non è l’euro di per sé, ma l’ideologia che impedisce interventi sulla distribuzione del reddito, sulla regolamentazione del sistema bancario, sulla gestione efficiente dei beni pubblici contrastandone la privatizzazione.

L’uscita dell’Italia dall’euro, unita alla disponibilità di una nuova Banca centrale italiana a finanziare il deficit pubblico, trasformerebbe il deficit pubblico in un surplus, togliendo ogni motivo ad ulteriori manovre di austerità. La possibilità di far variare il cambio della nuova valuta italiana, inoltre, renderebbe inutile ulteriori politiche di deflazione salariale.

Questi stessi risultati si potrebbero ottenere con una modifica radicale nell’impostazione della politica europea, ma non sembra che questa sia all’orizzonte, e quindi ritengo che dichiarare fallito l’esperimento dell’euro sia una soluzione preferibile allo status quo, soprattutto se la fine dell’euro è concertata tra i Paesi dell’eurozona.

http://www.sinistrainrete.info/europa/2626-gennaro-zezza-luscita-dalleuro-trasformerebbe-il-deficit-pubblico-in-un-surplus.html 

mercoledì 6 marzo 2013

la strada verso il mondo che ancora non esiste, da costruire passo dopo passo innanzitutto nella nostra capacità di comprendere le dinamiche del mondo che ancora esiste


Fino alla fine del vostro mondo

Fino alla nascita del nostro

Area globale

Tempi di crisi
sempre più convinti - che, sia pure seppellita sotto coltri di fango e di menzogne, una vecchia parola come comunismo continua e continuerà ad essere la bussola che indica il nuovo di cui abbiamo davvero bisogno.
Gli effetti della crisi1 economica, politica e sociale del capitalismo sono sempre più sotto gli occhi di tutti. Giorno dopo giorno la crisi spinge verso la povertà non più soltanto i lavoratori salariati, ma anche settori di quello che una volta veniva definito "ceto medio".
La crisi non colpisce tutti allo stesso modo; non siamo tutti nella stessa barca come ama ripeterci chi vuole spingerci a remare, e la ricchezza prodotta dalla società, che non viene ripartita equamente nei periodi di crescita economica2, tanto meno viene ripartita equamente nei periodi di crisi: questa è una prima constatazione da fare, aldilà delle vane proteste di una sinistra che, in preda ad un evidente delirio di impotenza, alza continuamente il tiro delle chiacchiere.
Dalla crisi usciremo — quando e se questo avverrà — sulle spalle dei lavoratori attraverso un drastico peggioramento della loro condizione sociale. Dunque, malgrado i facili slogan, saranno soprattutto i lavoratori, che non hanno provocato la crisi, a pagarne le conseguenze, come sempre è avvenuto e sempre avverrà fintanto che resterà questo sistema. E questa è la seconda constatazione che dobbiamo fare, per quanto amara essa possa apparirci.

Il patto è saltato

Da molto tempo il rapporto con la politica istituzionale è diventato un rapporto di tipo sostanzialmente utilitaristico; lo è per i capitalisti di cui i partiti istituzionali3 sono i funzionari, ma lo è anche per i lavoratori che dai partiti istituzionali si aspettano la preservazione delle proprie condizioni materiali ed il mantenimento di quello che Beverly Silver4 chiama "patto sociale" reddito in cambio di consenso e che in realtà, più che un vero e proprio patto, era il risultato di un particolarissimo e irripetibile equilibrio che oggi la crisi fa saltare definitivamente,
riducendo i margini per la re-distribuzione della ricchezza e determinando una sempre maggiore polarizzazione sociale (i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri).
Gran parte del sistema politico-istituzionale tradizionale, ormai privo di credibilità perché incapace di garantire i termini della precedente re-distribuzione, viene privato del consenso e lapidato, sia pure solo virtualmente.

Ma c'è ancora troppa fiducia

Il graduale distacco dei cittadini dai tradizionali partiti di centro-destra-sinistra non è affatto, in sé, una cattiva notizia. Al contrario, il ritiro di ogni fiducia a questi partiti è la premessa necessaria di qualsiasi ipotesi di trasformazione reale. Pertanto, non staremo qui a rammaricarci e siamo convinti che, diversamente da quanto affermano in coro i mass media di regime, non siamo di fronte ad un moto contro la politica, ma piuttosto ad un moto contro questa politica.
I lavoratori hanno perduto la propria fiducia verso i funzionari del sistema i partiti istituzionali che hanno governato l'Italia in questi ultimi decenni , ma non l'hanno ancora perduta verso il sistema nel suo complesso e non hanno ancora maturato la piena consapevolezza che il loro vero problema non è quello dei politici corrotti (che corrotti erano anche quando ricevevano ampi consensi elettorali5 e che peraltro meritano ogni stilla di odio che viene loro rivolta), ma proprio quello del sistema nel suo complesso che continua a colpirli nel reddito, nell'assistenza sanitaria e pensionistica, nel diritto all'istruzione... anche - e forse ancor più - quando l'"onesto" Monti (o l'''onesto" Bersani) sostituiscono il disonesto Berlusconi.

Onesti macellai

Ma ciò che oggi i lavoratori non hanno ancora capito saranno costretti a capirlo, quando constateranno come già stanno constatando, frugando nelle proprie tasche che il passaggio "dall'illegalità alla legalità" non è per loro fonte di alcun miglioramento della propria condizione.
In 13 mesi, il governo dei "tecnici" e degli "onesti" ha massacrato i lavoratori più dei precedenti governi degli "incapaci" e dei "disonesti". Il perché è presto detto: Berlusconi era debole e non era in grado di spingere a fondo le cosiddette "riforme", mentre a Monti è stata concessa una grande forza parlamentare e di immagine (la famosa "credibilità") che è stata usata per colpire violentemente i lavoratori (abolizione delle pensioni di anzianità, inizio dell'eliminazione dell'articolo 18, tagli sociali, ecc.).
Se vogliamo dunque auspicare la vittoria degli "onesti" non può essere certo per un fatto astrattamente etico – anche perché sarebbe grottesco parlare di etica in un mondo nel quale una "Ruby" riceve 7000 euro a notte mentre "metà della popolazione mondiale (tre miliardi di persone) vive con meno di due dollari al giorno"6 – ma in quanto tale passaggio – per parafrasare Lenin – mostrerà più chiaramente e più rapidamente ai lavoratori che il loro problema non è la mancanza di legalità nel sistema ma il funzionamento stesso, del sistema.

Il tema dell'economia criminale

Il nuovo polo politico che ha candidato Antonio Ingroia come premier pone la lotta contro le mafie, contro la corruzione e contro l'evasione fiscale non solo come elemento di legalità, ma anche come elemento di rinascita economica. Ci sono, dice Ingroia", 200 miliardi all'anno che si possono recuperare e che possono essere usati per annullare, in soli 10 anni, l'intero debito pubblico italiano (circa 2000 miliardi di euro). Si tratta di una variante di un classico della sinistra: prendiamo i soldi dove sono. Il punto è: come?

La scimmia instancabile e la Divina Commedia

In matematica8 si dice che è "statisticamente possibile" che una scimmia, posta di fronte alla tastiera di un computer, premendo i tasti a caso e avendo a disposizione un numero infinito di tentativi, possa scrivere prima o poi la Divina Commedia esattamente come la scrisse Dante. Bene: è "statisticamente possibile" che la scimmia scriva la Divina Commedia. Ma è, questo, anche realistico?
Proporsi di prendere i soldi alla mafia, ai grandi evasori, ai ricchi e ai corrotti (tutte sottocategorie della più generale categoria detta "classe dominante") è certamente meritevole. Ed è anche "statisticamente possibile". Tuttavia, senza aver rovesciato il sistema di potere che consente alla mafia di spadroneggiare, ai grandi evasori di evadere, ai ricchi di arricchirsi, ai corrotti di tangentare, ecc..., questi propositi sono assai poco realistici; tecnicamente, si potrebbero definire pie illusioni.
Il tema della lotta contro le organizzazioni criminali e contro le diffusa "illegalità dall'alto" è importante, specialmente in un paese come l'Italia che ospita 3 delle principali organizzazioni criminali del mondo (per tutta una serie di fattori storici, economici e culturali che meritano di essere approfonditi e che auspicabilmente la candidatura di Ingroia concorrerà ad approfondire).
Non è difficile distribuire la ricchezza che non abbiamo
Possiamo però chiederci: perché i soldi recuperati dalla lotta contro l'economia criminale o illegale in genere – dovrebbero essere usati a favore dei lavoratori come non viene fatto per quelli che già abbiamo raccolto tassando l'economia "legale" e, soprattutto, il lavoro dipendente? Che cosa hanno di speciale i soldi sottratti alla mafia che non abbiano quelli incassati con le imposte dirette e indirette?
In sostanza: accettiamo che non vengano distribuiti a favore dei lavoratori i soldi che abbiamo e promettiamo di distribuire a favore dei lavoratori i soldi che non abbiamo.
Ed ancora: perché, riuscendo a recuperare miliardi di euro dal contrasto all'economia criminale, dovremmo impiegarli anzitutto per ridurre il debito9, cioè per far incassare il proprio credito alle banche italiane e straniere e non, viceversa, per re-integrare ciò che in questi decenni è stato smantellato dal punto di vista sociale?
E infine. Come mai gli USA, che si presume non abbiano i problemi di economia criminale che ha l'Italia e sono famosi per la repressione dell'evasione fiscale, si trovano ad essere, ciò nonostante, il paese più indebitato del mondo per 16.000 miliardi di dollari – 140% del PIL – che è più o meno 6 volte il debito italiano – 2000 mld di euro, 120% del PIL 10?

Un'economia di bolle e di debiti

La verità è che per dimostrare di essere capace di produrre profitto, ricchezza e benessere - e dunque per vincere la battaglia contro il comunismo nel cuore dei lavoratori - il capitalismo ha permesso (ed anzi, ha stimolato attraverso le "de-regolazioni") lo sviluppo di un mercato finanziario ad alto rendimento (e ad alto rischio) capace di assorbire i capitali che languivano nel normale circuito industriale e bancario, ovviamente attraverso la creazione di grandi bolle speculative destinate periodicamente ad esplodere o a lasciare il posto a successive bolle ancora più grandi. La finanziarizzazione non è dunque un problema di etica, come si è spesso detto a sproposito, ma semplicemente il segno dei tempi di crisi generale.
Si è poi sviluppato in modo abnorme il sistema del debito, pubblico e privato (specialmente negli USA). Il crollo di Wall Street nel 2008 (con le conseguenze che ne sono derivate ed ancora ne derivano) è stato innescato, nello specifico, dall'esplosione della bolla immobiliare su cui erano basati prodotti finanziari derivati dai cosiddetti "mutui subprime". Questi mutui erano debiti ad alto rischio di insolvenza contratti dai cittadini americani per l'acquisto della casa e, specularmente, crediti ad alto rischio per le banche che li avevano concessi. Questi titoli di debito/credito sono stati trattati per anni come ricchezza reale e sono stati posti alla base di altri titoli immessi nel circuito finanziario globale. Ma questi titoli non erano ricchezza reale ed infatti, quando i debiti non sono stati pagati, i crediti non sono stati riscossi e tutta la sovrastruttura finanziaria derivata che era stata costruita sopra di essi, si è volatilizzata11.

Consigli per il futuro: prepararsi al meglio, evitando il peggio

Malgrado le rassicurazioni, peraltro sempre meno rassicuranti, la verità è che siamo ancora seduti su una bomba finanziaria pronta ad esplodere, una bomba di fronte alla quale il 2008 potrebbe essere stato solo un antipasto.
Ed è per questa ragione che gli USA, dopo aver scaricato sull'Europa le tensioni derivanti dal crack di Wall Street del 2008 e malgrado abbiano fatto di tutto per indebolire l'euro, ora temono il rimbalzo che potrebbe determinarsi da un eventuale cedimento non controllato dell'eurozona.
In ogni caso, per i lavoratori il tempo della crisi non è destinato a finire presto e, soprattutto, non è destinato a finire bene. Mentre i capitalisti si preparano a fronteggiare ogni scenario che possa delinearsi, i lavoratori sono ancora immersi nelle sabbie mobili delle "soluzioni a buon mercato", siano esse reazionarie, come votare i partiti di destra chiedendo loro di espellere gli immigrati, siano esse "progressiste", come votare i partiti di sinistra chiedendo loro di ricevere una maggiore quota del reddito nazionale.

L'epoca delle soluzioni facili è finita

Le proposte "concrete" della sinistra "per uscire dalla crisi" sono sostanzialmente tutte uguali: prendiamo i soldi dove ci sono e li mettiamo dove non ci sono. Alziamo il reddito dei lavoratori (e anche di chi non lavora) e questo maggiore reddito si trasformerà in maggiore capacità di consumo; il maggiore consumo di merci (domanda) spingerà una maggiore produzione di merci (offerta) e la maggiore produzione genererà maggiori profitti, maggiori posti di lavoro, maggiore reddito spendibile...
Bisogna riconoscere che è difficile ascoltare sciocchezze più grandi di queste che hanno anche il non irrilevante effetto collaterale di essere pensate come risolutive sia dei problemi dei lavoratori, sia di quelli delle imprese; una bella soluzione buona per tutti per uscire dalla crisi. Ecco la differenza. Mentre i padroni si spremono le meningi su come ridurre i salari dei lavoratori e aumentare i propri profitti, la sinistra si scervella su come alzare contemporaneamente i salari e i profitti. Chi vincerà? La realtà o la sinistra nel paese delle meraviglie?

E' cominciata l'epoca delle soluzioni difficili

Assistiamo da tempo al rimescolamento del quadro politico, un rimescolamento che sembra profondo, ma che in realtà è solo superficiale: che tutto cambi affinché nulla cambi. Nello specifico, che non cambi il vero punto fondamentale: nel capitalismo viviamo e nel capitalismo dobbiamo continuare a vivere. In Parlamento, in televisione e sulla "rete" ci si scontra su tutto meno che su questo punto decisivo. Ovviamente, non è un caso: ci si scanni pure dentro la gabbia, ma guai provare ad uscirne.
Dentro la gabbia, fioriscono movimenti che buttano l'amo tra i lavoratori: i "grillini", gli "arancioni", "quelli che cambiare si può"... e ce ne fosse uno che non ha in tasca una lista di risposte "pratiche" e "concrete" per risolvere ogni problema. Tutti lì a spiegare ai capitalisti come dovrebbero fare il loro mestiere e a sfornare ricette su come uscire dalla crisi, su come avere maggiore giustizia sociale, su come far funzionare lo Stato, su come far rispettare la Costituzione e così via sognando... Tutte ricette che dentro la gabbia sono troppo e fuori dalla gabbia sono troppo poco.

Gli impotenti che vogliono saccheggiare le tasche dei potenti

Il "leit motiv" sociale è semplicissimo: bisogna aiutare i più sfortunati (ci mancherebbe...) e per farlo basta far pagare le tasse a tutti, basta sequestrare i beni della mafia, basta eliminare la corruzione e le tangenti; ogni tanto si sentono anche dei "tassiamo i pescecani della finanza" o dei "tassiamo i patrimoni" o dei "tassiamo i redditi sopra a un milione di euro"... Il tutto all'insegna della concretezza (anche se qualche dubbio è lecito guardando la fine che ha fatto in Francia la proposta di Hollande12).
Ora, mentre nel cielo immaginario della sinistra i poveri se la spassano con i soldi dei ricchi, nel mondo reale sono i poveri che aiutano i ricchi a sbarcare il lunario visto che i debiti delle banche e delle imprese decotte vengono coperti con le risorse sottratte alle pensioni, alla scuola, agli ammortizzatori sociali...: in una parola, al salario sociale13.

Un dibattito fuorviante

Fatta salva un po' di economia da campagna elettorale (detasseremo questo, detasseremo quello) e un po' di retorica sulla condizione sociale dei lavoratori, dei giovani, dei pensionati... i due temi principali della prossima campagna elettorale saranno, con tutta probabilità, legalità ed Europa. In particolare, la mancanza di legalità (mafie, corruzione, evasione) e i vincoli europei (moneta unica, fiscal compact) verranno additati come i principali responsabili del malessere sociale.
Ma la violazione della legalità (magari di quella internazionale con i "bombardamenti umanitari", i golpe militari, le aggressioni imperialiste, le guerre di rapina, ecc..) e la crisi economica sono davvero patologie da cui il sistema capitalistico può essere mondato? O non sono piuttosto le forme specifiche del suo funzionamento in una certa fase o in un certo contesto economico-sociale?

Chi si guarda i piedi sbatte la testa

Il vero dibattito dovrebbe essere un altro: questo sistema economico, politico e sociale è in grado di offrire all'umanità benessere, pace, cura della salute, sviluppo culturale e intellettuale, rispetto dell'ambiente?
A parte i "miglioristi" grillini, arancioni e dell'asini/stra, che vorrebbero sostituire la versione hard del capitalismo con una versione un po' più umana anche un cieco vedrebbe che questo sistema ci sta portando, giorno dopo giorno, all'inferno della devastazione sociale e ambientale. E dunque: come possiamo non domandarci quale potrebbe essere il sistema economico, politico e sociale che possa sostituirlo?
A qualcuno può sembrare un pensiero troppo rivolto al futuro, poco "concreto"; in fondo le persone si mobilitano molto di più per ciò che non desiderano nel presente che per ciò che desiderano nel futuro. Ma chi continua a guardarsi i piedi finisce per sbattere la testa. Bisogna invece alzare lo sguardo ed affrontare il futuro cominciando anzitutto a guardare il presente con occhi diversi da quelli con cui ce lo hanno presentato fino ad oggi.

Ci danno i fiori. Niente opere di bene

Una volta i lavoratori lottavano per ottenere - e talvolta persino ottenevano - miglioramenti in termini di occupazione, pensioni, case, scuole, salute, diritti sindacali... in altri termini, di reddito14. Oggi cosa ci hanno ridotto a "pretendere"? La fedina penale pulita come segno distintivo della "buona politica". La crisi devasta la condizione sociale di milioni di persone, ma noi - le milioni di persone - che cosa chiediamo? Chiediamo l'incandidabilità dei condannati da un qualche tribunale che applica leggi approvate da quegli stessi politici corrotti e incapaci che si vorrebbe non candidare.
È un caso? No, anche questo non è un caso, ma un vero e proprio depistaggio; anzitutto, un depistaggio dei responsabili (i politici corrotti e incapaci al posto dei banchieri e degli industriali, del Vaticano e delle diverse "mafie" come la massoneria, le lobby, le organizzazioni criminali vere e proprie...) e poi un depistaggio degli obbiettivi (ci fanno chiedere una merce immateriale la legalità – che il sistema può manipolare a proprio piacimento detenendo il monopolio della legge – al posto di merci materiali salario, casa, pensioni, scuola... che, anche per effetto della crisi, il sistema non sarebbe in grado di offrire) –. I fiori al popolo, le opere di bene alle banche.

Un problema giuridico e un problema politico

Perché tra il lavoratore o lo studente arrestati durante gli scontri con la polizia per difendere il lavoro o la scuola o l'ospedale o il territorio... e il milionario incensurato Montezemolo dovremmo stare dalla parte dell'incensurato e ritenere giusto che chi lotta non possa sedere in Parlamento? Perché tra il pensionato che rubacchia al supermercato per tirare a campare e l'incensurato Monti dovremmo stare dalla parte di Monti che ha concorso a mettere in ginocchio il pensionato costringendolo a rubacchiare?
Se la povertà spinge le persone ad assaltare i supermercati, come è tornato a succedere in Argentina e come succederà sempre di più mano a mano che la crisi avanzerà, noi dobbiamo dire che fanno bene le guardie ad assassinare le persone che "assaltano" perché la difesa della proprietà privata deve venire prima del diritto a sfamarsi? È questo il messaggio che proviene dalla richiesta ossessiva di legalità oppure, talvolta, si può dire che anche l'illegalità è un diritto?

Le leggi non sono uguali e giuste per tutti

Quella della legalità è la trincea su cui i Grillo, i Travaglio, i Santoro, i Di Pietro, gli Ingroia... vorrebbero che ci attestassimo. Sono convinti che la legge sia uguale per tutti e non è vero. Probabilmente sono anche convinti che sia giusta e questo è ancora meno vero. Nel capitalismo la legge è legge del capitale, legge del padrone, ed anche se fosse effettivamente applicata a tutti in modo equo, ciò che non è, difenderebbe comunque soprattutto il padrone.
C'era il vecchio articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e in mancanza di meglio lo consideravamo uno strumento sindacale fondamentale. Oggi da cosa lo difendiamo? Lo difendiamo dal nuovo articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, modificato dal Ministro "tecnico" Fornero, che permette licenziamenti senza giusta causa senza obbligo di reintegro nel posto di lavoro. Dobbiamo, quindi, combattere la nuova legge per difendere quella vecchia. La nuova legge è meno giusta di quella vecchia, è più favorevole al padrone e meno favorevole ai lavoratori. Perché dovremmo augurarci il suo rispetto e non la sua violazione, attraverso una prassi di lotta nei luoghi di lavoro, ove questa andasse nel senso dei maggiori diritti dei lavoratori?

Problemi sociali e problemi giuridici

Persino Pier Camillo Davigo, l'ex magistrato del cosiddetto "pool mani pulite", riconosce che quando un fenomeno di illegalità diventa di massa non può più essere trattato per via giudiziaria, ma deve essere trattato per via politica.
Un aggravamento della crisi economica porterà molte persone a sviluppare pratiche di illegalità o quanto meno di "non legalità" – di massa (non pagare le tasse, non pagare il biglietto del treno o del pullman, rubare nei supermercati o nei campi, fare picchetti contro i crumiri e contro le imprese, resistere alla repressione della polizia, occupare le case...). Come si può pensare davvero di poter risolvere i problemi sociali e le conseguenze che ne derivano con la "legalità" (nello stesso modo in cui si pensava di risolvere i problemi posti dall'immigrazione con la "sicurezza")?

Euro(pa)

Il secondo "tema elettorale" – l'Europa e l'Euro – è ancora più fuorviante del primo. Come entità politica l'Europa non esiste; e non esiste neppure come entità economica sebbene sia stata per decenni un'area di libero scambio (MEC, CEE). La stessa unione monetaria è stata realizzata soprattutto per contendere il signoraggio del dollaro e per offrire al capitale finanziario europeo (e in special modo a quello tedesco) un solido strumento monetario per competere sulla scena globale.
Mai, in nessun momento, l'Europa è stata – né poteva essere – unione di popoli per promuovere la pace e la fraternità. L'Europa è sempre stata – ed è – un progetto oligarchico e imperialistico, malgrado il primo Governo Prodi, appoggiato dai desistenti di Rifondazione Comunista, ci abbia addirittura fatto pagare una vera e propria tassa "ad hoc" per permettere all'Italia di soddisfare i requisiti dell'accordo Maastricht).
Tra di noi, di sostenitori di una tal Europa, davvero non ce ne sono. Ma ogni proposta che va nel senso di proteggere gli interessi nazionali del capitale (e persino del lavoro) italiano "contro lo straniero" e che tende a produrre un solco tra i lavoratori italiani e quelli degli altri paesi è da considerarsi una proposta reazionaria, insostenibile da chi, come noi, considera l'unità di classe internazionale il bene più grande al quale devono tendere i lavoratori di ogni paese.

Reazioni

Alcuni a sinistra, credendo di essere grandi strateghi, pongono le questioni europee in termini di "Italia contro Germania" o "Sud Europa contro Nord Europa". Noi che ben ricordiamo la retorica dell'"Italia proletaria" schiacciata dalle "demo-pluto-crazie" e dagli Imperi europei, al contrario, le poniamo in questi termini: lavoratori italiani e tedeschi contro capitalisti italiani e tedeschi.
Ecco perché consideriamo reazionarie proposte come quella di costruire "l'Unione Europea dei poveri" (i cosiddetti PIIGS) e l'euro "di serie b" (entro cui l'Italia finirebbe per svolgere il ruolo che oggi svolge la Germania nell'euro) a prescindere dai contenuti politici e sociali di tali alleanze (in particolare a prescindere dalla loro natura antimperialista).
Se i paesi meridionali dell'Europa provocassero una secessione dall'Unione Europea – ammesso che non avvenga prima la secessione dall'alto dei paesi del Nord – la coalizione dei PIGS sarebbe oggi governata da leaders come Monti, Samaras, Rajoy... Come questa gente possa fare qualcosa nell'interesse dei lavoratori è un vero mistero.

Poli

Sebbene si parli diffusamente di terzi, quarti e persino quinti poli la verità è che oggi esiste un solo polo, il polo capitalistico, che comprende al suo interno tutte le tendenze, da quelle che lo vogliono riformare "da destra" a quelle lo vogliono riformare "da sinistra". Quello che manca è un "polo" - o, per meglio dire, un blocco sociale - autenticamente anti-capitalista e capace di prefigurare un'alternativa globale all'attuale modo di produzione.
Lo sviluppo di un nuovo blocco sociale anti-capitalista può fondarsi solo sulla disgregazione, prodotta dalla crisi, del vecchio blocco sociale dominante. Ma senza una visione della trasformazione sociale e politica questo blocco sociale "in pectore" non potrà restare che impotente o, addirittura, diventare preda di pulsioni reazionarie capaci di agitare, sia pure in modo esclusivamente retorico, slogan "sociali" (casa, mutuo, reddito), "anti-capitalisti", "anti-banche", "antispeculatori", "anti-mondialismo", ecc...

Un primo passo da compiere

Esiste oggi un progetto capace di esprimere quella visione della trasformazione di cui dicevamo? Evidentemente no, un tale progetto non esiste e dunque va costruito.
In questo senso, sarebbe certamente utile una proposta capace di promuovere il confronto e di sviluppare l'iniziativa politica senza essere un "minestrone del supermercato" (come lo chiamerebbe Ascanio Celestini), un minestrone che non sa di nulla perché di nulla sanno i mille ingredienti di cui è composto.
Di "movimenti arlecchino" entro cui infilare tutto ed il contrario di tutto ce ne sono già a sufficienza. Uno in più sarebbe solo un elemento di ulteriore confusione mentre la proposta che serve deve essere, anzitutto, elemento di chiarificazione: per non raccontarsi (e dunque per non raccontare) delle favole. Ecco il punto fondamentale.

Un altro senso, meno comune

L'ambizione dovrebbe essere quella di costruire un piccolo movimento politico-culturale capace di proporre un punto di vista alternativo non solo alla "narrazione" dei dominanti, ma anche, per molti aspetti, a quella dei dominati, quello che potremmo chiamare il loro "senso comune".
Questo punto di vista dovrebbe fondarsi sulla consapevolezza che il tempo dei "buoni propositi concreti" (migliorare le condizioni dei lavoratori attraverso le lotte sociali e l'azione istituzionale, ad esempio) è in larga misura finito perché non ne sussistono più i margini economici e politici.

Riformisti senza riforme

In questo contesto, il richiamo ossessivo al "concreto" si riduce a niente più che una manifestazione di pura e semplice impotenza, perché con un milione di richiami al concreto non si compra un euro di pane.
Questo riformismo senza riforme, pieno solo di vuota retorica, incapace di realizzare alcun risultato concreto, tutto preso dalla propria vacua declamazione ("vogliamo, vogliamo, vogliamo...") noi lo chiamiamo neo-riformismo per distinguerlo da quel riformismo che durante l'epoca delle "vacche grasse" qualche risultato concreto lo aveva ottenuto.

Una via di uscita c'è. Ma è, appunto, di uscita

Il rifiuto del richiamo inconcludente al concreto riguarda anche la strana moda, tanto largamente diffusa a sinistra, di indicare come "concreti" obbiettivi in realtà quasi sempre impossibili da realizzare. La "scimmia instancabile", come detto.
D'altra parte, il nostro punto di vista deve fondarsi anche sull'indisponibilità ad accettare passivamente il deterioramento progressivo della nostra condizione e sulla convinzione che si possa - e quindi si debba — provare ad uscire dalla dicotomia tra chiacchiere inconcludenti e resa, incamminandoci sulla sola strada che possa condurci fuori dalla catastrofe ovvero sulla strada del superamento di ciò che conduce alla catastrofe: la strada dell'alternativa globale al modo di produzione capitalistico.
Tra decadenza e romanticismo

Quella che stiamo vivendo non è una semplice crisi congiunturale che possa essere affrontata con una semplice azione anti-ciclica dello Stato. È la fase del graduale tramonto dello scenario capitalistico globale che aveva dominato il '90015 e, contestualmente, l'aurora di un nuovo scenario.
Per i lavoratori USA o UE significherà la perdita di molte delle conquiste realizzate negli anni della cosiddetta "golden age". Agognare romanticamente il welfare di 20 o anche solo di 10 anni fa vuol dire non comprendere che ci troviamo su un piano sociale inclinato e che tra 20 anni non solo non avremo il welfare di 20 anni fa, ma non avremo neppure quello che abbiamo oggi. Se continueremo a non prendere risolutamente in mano il nostro destino è molto probabile che tra 10 anni ci parrà come il paradiso quello che oggi ci appare come l'inferno.
Quando il Governatore della Banca Centrale Europea - l'italiano16 Mario Draghi - decreta la fine del vecchio sistema di welfare europeo17 non lo fa in modo spavaldo, ma in modo preoccupato soprattutto per la possibilità che la fine del "patto" (reddito, e dunque welfare, in cambio di consenso) possa incrinare la "coesione sociale"18 e quindi rendere necessarie dosi sempre più massicce di quel particolare tipo di Stato dal volto poco umano che recapita messaggi inequivocabili come quello inviato da Genova nel luglio del 2001.

Quando comincia la rivoluzione

"...la rivoluzione [...] non può cominciare a essere sé stessa prima d'aver liquidato ogni fede superstiziosa nel passato" (Karl Marx19). E qual è la "fede superstiziosa del passato" che dobbiamo liquidare oggi? E, innanzitutto, il sogno romantico del ritorno ad un'epoca che non può tornare.
La consapevolezza che siamo di fronte ad un passaggio irreversibile non è ancora diffusa e molti continuano a sperare che dopo la tempesta tornerà la quiete; sperano che, una volta superata la crisi, si potrà tornare ad avere ciò che si aveva. Questo invece non avverrà: quando e se la crisi verrà "superata"noi ci ritroveremo molto più poveri e molto meno liberi di prima.
Ma questo destino non è segnato. Tra illusioni neo-riformiste e rassegnazione all'arretramento c'è, se ne sapremo essere all'altezza, la strada verso il mondo che ancora non esiste, da costruire passo dopo passo innanzitutto nella nostra capacità di comprendere le dinamiche del mondo che ancora esiste.
E poiché il passato non può tornare e il presente diventa sempre più invivibile siamo costretti a prendere la strada del futuro.

Uno strumento di difesa

L'ottimismo della volontà è certo necessario in qualsiasi progetto, non solo politico, ma deve misurarsi con il realismo - se non proprio con il pessimismo - della ragione. E il realismo ci dice che tra quello che siamo in grado di mettere in campo e quello che sarebbe necessario mettere in campo esiste uno scarto molto grande che non può essere colmato solo grazie all'ottimismo e alla volontà.
E' indispensabile uno strumento per difenderci dal caos, per non arrenderci al senso di impotenza e alla frustrazione; uno strumento per mantenere lucidità di analisi e capacità di iniziativa politico-culturale anzitutto tra i lavoratori dipendenti e autonomi, tra i giovani studenti e precari. Può sembrare poco di fronte a ciò di cui ci sarebbe bisogno. Ma se impariamo a fare bene le cose più piccole forse impareremo a fare anche quelle più grandi.

Un movimento flessibile e saldo

Di fronte al declino sempre più pronunciato e sempre meno reversibile20 delle condizioni materiali dei lavoratori come vediamo il nostro futuro e quello dei nostri figli? Quale atteggiamento intendiamo assumere? La rassegnazione e l'invettiva impotente oppure la partecipazione attiva per il cambiamento? E per quale tipo di cambiamento?
È chiaro: siamo una generazione che consegnerà alla successiva un mondo peggiore per diritti civili, per qualità della vita, per aspettative culturali... di quella che aveva ricevuto in eredità. Fino a che punto possiamo restare passivi pensando che la prossima generazione è quella dei nostri figli e dei nostri nipoti? Come potremo guardarli negli occhi e dire loro che non abbiamo avuto il coraggio di combattere, che siamo stati cicale con il loro futuro?
È possibile, allora, immaginare un piccolo movimento politico capace di riunire forze che non riuscirebbero ad organizzarsi in forma più rigida, un piccolo movimento flessibile nelle forme organizzative e al tempo stesso saldo nei principi costituenti?

Sappiamo da dove veniamo...

Va molto di moda "venire dal nulla" come segno distintivo del non essere stati compromessi con nessuno. Ma in realtà le persone vengono sempre da qualche parte (anche quando fanno di tutto per farlo dimenticare) e, soprattutto, stanno sempre da qualche parte, nel senso che sono di parte.
Se una persona, di fronte al quotidiano attacco contro i lavoratori, è stata per anni a guardare e solo oggi si mobilita contro le cartelle di Equitalia che pretende di non pagare come non aveva pagato quelle dell'Agenzia delle Entrate (che pensionati e lavoratori dipendenti pagano per tutti) è per questo semplice motivo nuova?

Chi siamo è un patrimonio

Un movimento sa vedere lontano se sa sedersi sulle "spalle di giganti". Non importa che le sue idee siano sempre nuove: non dobbiamo sfornare ogni anno un nuovo prodotto come si fa con le scarpe e i telefonini. Quello che è importante è che le idee sappiano prefigurare il nuovo - il non ancora esistente - tra le maglie dell'ancora esistente.
Noi non siamo e non possiamo essere nuovi, perché portiamo dentro di noi tutto il tempo che proviene dalle rivolte degli schiavi antichi e moderni, dalle lotte dei popoli contro il colonialismo e l'imperialismo, dalla resistenza dei lavoratori di tutto il mondo contro lo sfruttamento, dalle rivoluzioni sociali per conquistare il mondo nuovo...
Portiamo il peso degli anni che abbiamo trascorso a difendere ogni trincea, a combattere ogni ingiustizia, mentre altri si preparavano ad essere nuovi sedendo dal lato dell'ingiustizia.
Le battaglie politiche che abbiamo condotto e le analisi che abbiamo sviluppato sono un patrimonio del quale siamo orgogliosi e con il quale ci presentiamo di fronte lavoratori, convinti che oggi tutto testimonia della loro validità. Anzi, se negli anni abbiamo continuato ad andare avanti pur in mezzo a mille difficoltà, è stato anche perché eravamo convinti di venire maturando strumenti di analisi utili per leggere la realtà con la minore quantità possibile di autoillusione, di falsa coscienza.
E siamo convinti - vorremmo dire, sempre più convinti - che, sia pure seppellita sotto coltri di fango e di menzogne, una vecchia parola come comunismo continua e continuerà ad essere la bussola che indica il nuovo di cui abbiamo davvero bisogno.

Questioni di unità...

C'è un vecchio adagio popolare che dice: "l'unione fa la forza". È un adagio molto appropriato per i lavoratori la cui unità è un bene prezioso. Tutti siamo per l'unità. Tutti siamo consapevoli della necessità di unirsi. Ma c'è unità e unità. Il fascismo, ad esempio, promuoveva l'unità tra lavoratori, imprese e Stato. Era il "corporativismo" e questa unità era contro i lavoratori e a favore del grande capitale.
Se siamo contro i Centri di Permanenza Temporanea - i CPT - possiamo fare le battaglie contro i CPT assieme a chi i CPT ha fatto costruire? Se siamo contro le leggi di Treu e Biagi che hanno precarizzato il mercato del lavoro, si possono fare le battaglie contro le leggi di Treu e Biagi e contro la precarietà assieme a coloro che queste leggi hanno votato o non hanno modificato, avendone avuta l'occasione? Se lottiamo contro la privatizzazione del sapere, contro l'innalzamento dell'età pensionabile, contro lo scippo del TFR, contro la polarizzazione sociale indotta anche dalla riduzione del "cuneo fiscale" a favore delle imprese, contro il rifinanziamento delle missioni militari all'estero, contro le restrizioni al diritto di sciopero, contro le aggressioni militari in Jugoslavia o Afghanistan o Iraq..., contro l'ingresso nell'Europa di Maastricht, ecc... come possiamo collaborare nelle lotte a fianco dei lavoratori, contro la guerra, per la difesa del "welfare" e del salario... con chi ha approvato tutte queste misure?

...e questioni di "tattica"

Quando poniamo a noi stessi queste domande ci rispondiamo che no, non si possono combattere i CPT con chi li ha introdotti, non si può combattere la precarietà con chi vota il pacchetto Treu e non si può lottare contro la guerra con chi rifinanzia le missioni. Ma quando poniamo queste domande ai gruppi - una volta si sarebbe detto "extra-parlamentari" (collettivi, centri sociali, associazioni di base, piccole organizzazioni politiche o sindacali...) - la risposta cambia e quasi sempre ci sentiamo rispondere: sì che si può, "è un problema loro".
Nel corso degli anni i gruppi hanno sviluppato verso la sinistra parlamentare ed ex parlamentare (autrice delle nefaste scelte di cui sopra) un rapporto di tipo parassitario. E si sa che, senza portatore, ad un certo punto anche i parassiti muoiono. Siccome siamo convinti che la crisi e l'esaurimento del ciclo del riformismo portino alla scomparsa di una certa sinistra, riteniamo che anche tutti i suoi parassiti faranno prima o poi la stessa fine. Chi vuole sopravvivere deve imparare come avrebbe detto Mao a fare con le proprie forze, materiali ed intellettuali.
Bisogna tornare alle cose semplici. Se si è contro lo scippo del TFR la battaglia sulle pensioni e sui diritti dei lavoratori non si fa con chi ha addirittura anticipato quello scippo. Punto e basta. E allora sì che il problema è loro. Idee semplici, ecco cosa ci serve, altrimenti, in mezzo a tutta questa "tattica", nessuno capisce più nulla e finiscono per dilagare le parole semplici contro gli immigrati, per la "legalità" e la "sicurezza", contro la Germania che ci sfrutta...

La fine di un 'epoca
La crisi sgretola il blocco sociale che ha unito per decenni la piccola e media borghesia con il grande capitale industriale e bancario. Questo avviene perché il grande capitale, per recuperare margini di profitto, è indotto a prelevare quote sempre maggiori di reddito dalla piccola e media borghesia.
Dopo aver ben spremuto i lavoratori - specialmente quelli più giovani a cui è stato tolto il futuro, più ancora che un reddito - lo Stato, per salvare banche e imprese decotte che non reggerebbero mai la tanto decantata "libera concorrenza" sul "libero mercato", deve tartassare anche il "ceto medio".
In questo quadro il malcontento cresce e, come la storia ci insegna, può essere indirizzato anche verso derive reazionarie, specialmente nel caso in cui crescesse una rivolta diffusa contro gli effetti della crisi perdurando l'assenza di una proposta politica capace di orientare l'energia sociale in senso contro-reazionario o, meglio ancora, rivoluzionario.
Grillo rivendica il fatto che grazie a lui in Italia non abbiamo Alba Dorata o la Le Pen. Forse sarebbe meglio dire che non li abbiamo ancora. E comunque a Grillo, cui sembrano non piacere Alba Dorata e la Le Pen, sembrano non dispiacere i neofascisti di CasaPound21. Sai che differenza...

Il neo-riformismo: un fallimento annunciato

Il punto però è un altro: cosa succederà quando anche il neo-riformismo grillino dimostrerà la propria incapacità ad andare oltre la critica populista e la suggestione di soluzioni tanto semplici quanto improbabili? Oppure, più semplicemente, quando la bolla mediatica del grillismo perderà la propria carica evocativa e comincerà a sgonfiarsi?
Grillo e Ingroia vogliono far funzionare bene il capitalismo eliminando la corruzione e le storture del sistema senza rendersi conto che il nostro problema non è come far funzionare il capitalismo, ma come farlo smettere di funzionare perché è proprio il capitalismo il problema che abbiamo di fronte ogni giorno negli uffici o nelle fabbriche, a Pomigliano o in Val di Susa, nelle "cooperative" o all'Ilva, a Fukushima o a Falluja..., il problema che distrugge la nostra vita oggi e, con la devastazione della natura, la vita dei nostri figli domani...
Per impedire che molti giovani e lavoratori possano cedere all'estrema ratio delle "albe dorate" o delle Le Pen (o delle CasaPound) e soprattutto per impedire che la devastazione sociale ed ambientale vada avanti indisturbata, c'è solo una cosa da fare: cominciare a far nascere, sin da oggi, le radici di una proposta autenticamente alternativa; per chi non ha paura delle parole, rivoluzionaria.

Un piccolo movimento con grandi ambizioni

La proposta di movimento dovrebbe essere "misurata", senza "voli pindarici". Nessuna aspettativa di grandi numeri. Ma una grande determinazione, quella sì, a costruire assieme un luogo entro cui ciascuno possa offrire il proprio contributo affinché nessuna energia, neppure la più piccola, debba andare dispersa.
Dentro uno scenario che evolve rapidamente non possiamo restare alla finestra, ma riuscire a dare forma ad un punto di vista autenticamente alternativo a quello dominante.
Per essere più "in" di questi tempi vorremmo poter dire che questa proposta "proviene dal basso". Ma non è vero: è una proposta che proviene dall'alto, dall'altissimo: è una proposta che proviene dalla più grande delle ambizioni, dall'ambizione di trasformarci e di contribuire alla trasformazione del mondo in cui viviamo, senza arrenderci all'esistente.

Il mondo che non vogliamo

Perché una cosa deve essere ben chiara. Saremo anche "ingenui", "sognatori" e "utopisti", ma un mondo nel quale i comici guadagnano milioni di euro per raccontare due barzellette o le "veline" ne prendono centinaia di migliaia per sgambettare sul tavolo, mentre milioni di lavoratori, precari, pensionati si sbattono ogni giorno per sbarcare il lunario con pochi euro, costretti ad accettare mille umiliazioni e tanti morti, feriti e ammalati per lavoro... non è certo il mondo che vogliamo.
Per questo resisteremo e continueremo a combattere ogni istante della nostra vita fino alla fine del vostro mondo, fino alla nascita del nostro.

http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/2619-area-globale-fino-alla-fine-del-vostro-mondo.html