Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 3 maggio 2013

offerta: comunismo

Antiper: Dialogo sugli spaghetti allo scoglio e sugli uomini

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Dialogo sugli spaghetti allo scoglio e sugli uomini

Antiper

Contributo in forma di dialogo [1] per l'Assemblea Costituente di Areaglobale del 7 aprile 2013

Che senso ha oggi caratterizzarsi in senso comunista? Non vi pare che anche le recenti elezioni politiche abbiano mostrato chiaramente che non esiste alcuna domanda di comunismo? Non rischiate di mettere sul mercato una merce che nessuno ha intenzione di comprare?

Effettivamente, nonostante una diffusa volontà dichiarata di cambiamento - e, diciamo pure, la sua oggettiva necessità -, non emerge alcuna esplicita domanda di cambiamento in senso comunista proveniente dalla società italiana. E tanto meno dalle elezioni.

Si potrebbe però osservare che, sebbene 50 sfumature di grigio sia oggi un libro molto più letto della Divina Commedia, ciò non rende 50 sfumature di grigio un libro migliore della Divina Commedia né, tanto meno, l'autrice di 50 sfumature di grigio migliore di Dante Alighieri. Oppure, si potrebbe osservare che prima di Copernico (e, per molto tempo, anche dopo) era “naturale” ritenere che fosse il sole a ruotare attorno alla terra, sebbene le cose stessero esattamente all'inverso. Molto spesso il “senso comune” è profondamente influenzato dall'ideologia - ovvero dalla “narrazione” - della classe culturalmente egemone. E dunque, per raggiungere la verità – o, quanto meno, una maggiore conoscenza della verità - dobbiamo riuscire ad estirpare da noi stessi la falsa coscienza che ci viene instillata dentro giorno dopo giorno. Dobbiamo, dunque, smettere di raccontare a noi stessi delle favole.

Sebbene oggi esista una diffusa domanda di cambiamento, certamente non esiste una diffusa domanda di cambiamento in senso comunista. Ma proviamo a porre la questione in un altro modo: può esistere, oggi, una diffusa domanda di cambiamento in senso comunista, una diffusa domanda di comunismo?

100 anni prima che fosse progettato il primo computer esisteva forse una domanda di computer? Ovviamente no; è stato lo sviluppo storico-tecnologico e la progettazione del primo computer che hanno reso possibile una domanda di computer. L'offerta ha creato la propria domanda. E questa è una legge molto più generale di quanto si possa credere [2]. Quando entriamo in un supermercato per comprare un detersivo possiamo scegliere magari tra 10 tipi diversi di detersivo, ma non possiamo scegliere l'undicesimo, semplicemente perché non c'è. Abbiamo facoltà di scegliere - di decidere la nostra domanda -, ma solo in base all'offerta che non noi, ma i produttori di detersivi e il supermercato hanno deciso per noi. I compratori possono comprare solo ciò che i venditori hanno deciso di vendere. E non possiamo neppure decidere di non comprare perché non potremmo lavare. Ora, se tra questi detersivi ce n'è uno in offerta a metà prezzo come pensiamo che si regolerà il consumatore impoverito dalla crisi? Non è forse vero che sceglierà proprio quello a metà prezzo e che fare la spesa al supermercato vuol dire guardare anzitutto i prodotti “in offerta” e addirittura comprare cose in offerta in supermercati diversi?

Si può dunque dire che l'offerta, nella maggior parte dei casi, determina la propria domanda. E questo non vale, ovviamente, solo per i detersivi, il formaggio o il vino che compriamo al supermercato. Vale anche per le merci culturali e politiche che ci vengono vendute. Possiamo cambiare canale, ma possiamo forse scegliere cosa viene trasmesso dai diversi canali? Se abbiamo di fronte dieci detersivi uguali che differiscono solo per il colore della scatola o se abbiamo di fronte dieci talk che differiscono solo per il presentatore diversamente e al tempo stesso egualmente servile, possiamo davvero dire di avere libertà di scelta? Avere libertà di scelta non vuol dire, anzitutto, avere la possibilità di costruire o di discutere i contenuti politici e culturali dell'offerta?La “merce comunismo” è sparita dagli scaffali e forse sarebbe meglio dire che sono sparite dagli scaffali le merci “a marchio comunista”; alcuni rari esemplari di prodotti “a marchio comunista” vengono ancora venduti, ma sono da lungo tempo scaduti e giustamente nessuno se li vuole più comprare. Bisogna dunque produrre una nuova offerta per costruire una nuova domanda.

***

Si potrebbe dire che la domanda di comunismo è come un piatto di spaghetti allo scoglio e che, così come non esiste un albero da cui staccare un piatto di spaghetti allo scoglio, così non esiste un albero da cui staccare il frutto già bell'e pronto della domanda di comunismo. In natura esistono, certo, tutti gli ingredienti per cucinare gli spaghetti allo scoglio (il grano per fare gli spaghetti, le vongole, le cozze, le olive per fare l'olio, l'acqua, il sale...), ma se non esistono gli strumenti per cucinare (la padella, i fornelli, il fuoco...) e se non esiste il cuoco che conosce la procedura per cucinare il piatto, la somma degli ingredienti del piatto non fa il piatto.

Ecco, così come la natura sforna spontaneamente gli ingredienti per gli spaghetti allo scoglio, allo stesso modo la realtà sforna, magari confusamente e contraddittoriamente, gli ingredienti della domanda di comunismo: che cosa sono, infatti, l'insoddisfazione del presente e la sempre maggiore incertezza per il futuro, la crisi e le sue conseguenze sociali, la perdita di diritti che sembravano acquisiti per sempre e la crescente insicurezza della vita stessa, la decadenza culturale e persino, oseremmo dire, morale di questo “basso impero”, la richiesta di democrazia reale e diretta, la spinta verso un cambiamento profondo... se non, appunto, alcuni degli ingredienti della domanda di un cambiamento sistemico?Questi ingredienti possono diventare vera e propria domanda di comunismo ovvero consapevolezza che solo in una società comunista le aspirazioni ed i bisogni dei lavoratori possono davvero trovare il loro soddisfacimento reale? Sì, ma servono cuochi e fornelli.


Oggi però le persone non chiedono cambiamenti sistemici. Chiedono al più l'eliminazione degli sprechi e della corruzione, la moralizzazione della politica, la scelta di buoni amministratori, il mantenimento delle proprie condizioni di vita. Non ragionano in termini di cambiamenti nel lungo termine. E oggi una trasformazione in senso comunista non è certo all'ordine del giorno...

A prima vista può sembrare ovvio constatare che le persone si muovono soprattutto per obbiettivi di breve termine. Ma questo non è affatto così vero come sembra. Capita molto spesso che le persone compiano delle scelte che influenzino la loro vita immediata in vista del raggiungimento di obbiettivi di lungo – e a volte di lunghissimo – termine. Se un giovane si iscrive ad una certa facoltà universitaria o ad un certo istituto tecnico è verosimile che intenda acquisire le competenze per svolgere un certo tipo di lavoro in cui presume che sarà impiegato per lunga parte della propria vita, o per tutta. Miliardi di persone nei secoli hanno aderito a religioni ed hanno osservato comportamenti tali da far loro realizzare obbiettivi di lunghissimo termine, collocati addirittura dopo la loro morte, come la salvezza dell'anima, o molto dopo la loro morte, come la resurrezione del corpo dopo il Giudizio Universale.

Quindi il punto non è il lungo o il breve termine. L'osservazione però ci permette di puntualizzare una cosa: il nostro non è un approccio escatologico, una cosa del tipo  “unitevi a noi e così meriterete domani il regno (rosso) dei cieli”. Noi non annunciamo l'avvento del comunismo così come i profeti annunciavano quello di Cristo. Il comunismo per noi è ancora “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” [3], non quello futuro. È il cambiamento qui ed ora [4], e anzitutto il cambiamento come scelta della lotta per il cambiamento.

Ecco allora che il termine movimento va inteso in due accezioni: movimento come azione oggettiva della storia e movimento come azione politica soggettiva, consapevole, finalizzata ad uno scopo. L'azione della storia predispone già tutta una serie di condizioni oggettive per il superamento dell'attuale modo di produzione. Ma questo superamento non avverrà spontaneamente. Il comunismo non è il destino ineluttabile dell’umanità e se non lo si vuole, da sé, non verrà, perché nessuna forma di relazione tra gli uomini può realizzarsi a prescindere o a dispetto dalla volontà degli uomini sebbene neppure tale volontà, da sola, possa bastare [5].


Come rispondere alla caratterizzazione di “utopico” che in genere viene attribuita ad una trasformazione sociale in senso comunista?

La gamma della critica anti-comunista si svolge sempre tra due poli: il comunismo sarebbe bello, ma non si può fare perché la “natura dell'uomo” [6] lo rifiuta e quindi può esistere solo come modello puramente ideale; oppure si può fare ma, proprio per la “natura dell'uomo” - che viene concepita a seconda dei casi come “naturalmente” egoistica o come “naturalmente” libertaria – esso può essere solo imposto; pertanto, il comunismo reale non può esistere che sotto forma di totalitarismo e come assenza di democrazia. Non come, per dire, è successo agli schiavi portati dall'Africa o ai “nativi americani” o ai popoli africani, asiatici e latino-americani colonizzati... che sono stati tutti condotti nel capitalismo con le buone maniere della democrazia borghese...

La critica anti-comunista si basa, in sostanza, sulla costruzione di un'antropologia o, per meglio dire, di una vera e propria metafisica che dovrebbe dimostrare alternativamente l'irrealizzabilità o l'indesiderabilità del comunismo.

Ad esempio, quando si vuole mostrare che il comunismo “è possibile, ma non è bello” ci si riferisce prevalentemente alla sconfitta del primo tentativo di costruzione del socialismo iniziato con la Rivoluzione d'Ottobre nella Russia del 1917 e che, secondo la vulgata, sarebbe poi sfociato in regimi “comunisti” totalitari.Ora, è naturale che, in sede storica, i “perdenti” abbiano sempre torto per la semplice ragione che i “vincenti” hanno la facoltà di (ri) scrivere la storia – e la memoria - a proprio piacimento. Ma poniamoci le seguenti domande: il tipo di società in cui viviamo oggi, il capitalismo, è forse sempre esistito? Evidentemente no. Ed è forse sorto da un giorno all'altro a sostituire la società precedente? No davvero e, anzi, questo passaggio si è realizzato attraverso una transizione durata almeno 6 secoli, se si considera come “primo tentativo” l'esperienza dei Comuni medievali (sviluppatasi dall'XI secolo a partire, soprattutto, dall'Italia del Nord) e proseguita con altre esperienze come quella delle Repubbliche del XIV secolo [7] (le Repubbliche marinare, la Repubblica di Firenze) o anche della Lega Anseatica (che fu la base su cui sarebbe successivamente sorta la prima egemonia capitalistica moderna, quella olandese del 1600).

"Noi vediamo dunque come la stessa borghesia [8] moderna sia il prodotto di un lungo processo di sviluppo, di una serie di trasformazioni nel modo di produzione e di scambio. Ciascuno di questi stadi di sviluppo della borghesia era accompagnato da un corrispondente progresso politico [9]. Ceto oppresso sotto il dominio dei signori feudali, associazioni [10] armate e autonome nell'età dei Comuni [11], qui repubblica cittadina indipendente [12], là terzo stato tributario della monarchia [13], poi al tempo della manifattura contrappeso alla nobiltà nella monarchia cetuale o in quella assoluta e ancora pilastro fondamentale delle grandi monarchie, la borghesia si conquistò infine l'assoluto dominio politico dopo la nascita della grande industria e del mercato mondiale nel moderno Stato rappresentativo. Il potere statale moderno è solo un comitato che amministra gli affari comuni dell'intera classe borghese” [14].

Perché la borghesia ha potuto impiegare 5-6 secoli per completare la propria transizione verso il potere politico mentre i lavoratori devono essere dichiarati spacciati dopo un primo tentativo iniziato circa un secolo fa e durato un arco di anni relativamente breve? Non sembra proprio a nessuno che questa, più che una constatazione, assomigli piuttosto ad una (pia) speranza delle classi attualmente dominanti?


Una speranza, tuttavia, che fa presa tra i lavoratori...

Il primo tentativo di costruzione del socialismo è stato sconfitto e questo ovviamente ha avuto - ed ha - un'influenza molto negativa sulla fiducia che un altro tentativo possa determinarsi ed avere successo in tempi brevi.Ma il primo tentativo di costruzione del socialismo, più che da un avversario migliore, è stato sconfitto dall'immaturità delle condizioni storiche necessarie affinché esso potesse consolidarsi, esattamente come era successo al primo tentativo di conquista del potere politico da parte della borghesia nel XIII e XIV secolo.E, come per la borghesia, vale anche per i lavoratori il fatto che essere stati sconfitti la prima volta non implica dover essere sconfitti per sempre. Questo, ovviamente, le classi dominanti lo sanno molto bene, visto il loro apparentemente inspiegabile bisogno compulsivo di dichiarare la “morte del comunismo” o la “morte di Marx” [15] un giorno sì e l'altro giorno anche. Quelli che non lo sanno o, per meglio dire, non lo sanno più – e da qui deriva la loro crisi politica – sono purtroppo i lavoratori; e noi siamo qui anche per ricordarglielo.


Ma il discorso della natura umana non vi sembra confermato dal modo in cui gli uomini si comportano gli uni verso gli altri? Questo comportamento è forse razionale, pacifico, reciprocamente “misericordioso”?

L'assunzione secondo cui la “natura” dell'uomo sarebbe intrinsecamente competitiva e aggressiva, che senza la presenza di un potere sovrastante che ne regoli gli istinti gli uomini si troverebbero naturalmente in una condizione di guerra permanente tutti contro tutti e che dunque, una tal condizione renderebbe impensabile lo sviluppo di una società comunista, autogestita, intrinsecamente cooperativa e solidale, non è un argomento nuovo. Non è nuovo e non esiste da sempre, esattamente come il capitalismo.

Viviamo in una società in cui la maggior parte degli individui ha – almeno apparentemente - smesso di domandarsi se esista e quale sia il senso della propria esistenza. Ci svegliamo ogni mattina, ci alziamo, lavoriamo, studiamo…; ci muoviamo dentro relazioni sociali costituitesi nel corso di migliaia di anni che abbiamo ereditato da ciò che è venuto prima di noi. Ma quante volte ci domandiamo come queste relazioni si siano affermate, in quale misura “naturalmente” e in quale misura “artificialmente”? Quante volte riflettiamo sul fatto che queste relazioni possono non costituire l’orizzonte ultimo del genere umano?La filosofia ha dibattuto ampiamente il tema dell’essenza dell’Uomo. Sarebbe impossibile – ed anche inutile – ripercorrere le tappe di tale dibattito; semplificando, si possono però individuare due tesi principali: la prima afferma la natura egoistica e individualistica dell’Uomo [16]; la seconda afferma che l’Uomo è un essere storico e sociale [17]. Per Marx
«…l’essere umano non è un’astrazione immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà, esso è l’insieme dei rapporti sociali» [18].

Non esiste, dunque, una “vera” natura dell’uomo rintracciabile a prescindere da qualunque contesto storico-sociale e che possa essere riconosciuta anche nell’ipotetico uomo isolato e senza relazioni sociali, in quel Robinson Crusoe di cui lo stesso Marx parla nell’ambito della critica all’economia politica inglese.

L’uomo è un essere sociale e, in quanto tale, la sua essenza è inscindibile dai concreti rapporti entro cui egli svolge la propria esistenza:
«La mia coscienza universale non è altro che la forma teoretica di ciò di cui la comunità reale, l’essere sociale, è la forma vivente» […] «Anzitutto bisogna evitare di fissare di nuovo la “società” come astrazione di fronte all’individuo. L’individuo è l’essere sociale» […] «La vita individuale dell’uomo e la sua vita come essere appartenente ad una specie non differiscono tra loro» [19].

L’essenza dell’uomo è una essenza di genere (“ente naturale generico” – gattungswesen -, ovvero ente naturale – animale - appartenente ad un genere - umano -) [20] che non esiste aprioristicamente se non in modo puramente “generico”, ma si costituisce storicamente. Proprio in questa accentuazione dell’elemento storico dell’essenza umana risiede una delle ragioni di maggior contrasto con la concezione materialistico-naturalistica di Feurbach.

Marx osserva:

«Nel senso più letterale, l’uomo è uno zoon politikon, non solo un animale sociale, ma anche un animale che solo in società può isolarsi».

Qui il termine “isolarsi” deve essere inteso come “individualizzarsi” [21], “costituirsi come individuo singolo (sich vereinzeln)” [22]. Marx prosegue:
«La produzione del singolo, del tutto al di fuori della società, è una rarità, che può capitare ad un individuo civilizzato che sia stato gettato dal caso in una condizione selvaggia, ma che già possiede dinamicamente le forze sociali; insomma, è un’irrealtà (Unding), così come lo sarebbe lo sviluppo della lingua, in mancanza di individui che vivano assieme e che comunichino tra loro attraverso il linguaggio».

Qui Marx individua la condizione per la costituzione delle persone in “libere individualità” ovvero il pieno dispiegamento della dimensione sociale delle relazioni umane.

Ogni affermazione sulla “natura umana” che prescinda dall'analisi delle condizioni sociali e storiche in cui essa si presenta è una forma di metafisica. Noi siamo il prodotto della nostra vita, del nostro essere sociale.
“anche le idee, le opinioni e i concetti, insomma, anche la coscienza degli uomini, cambia col cambiare delle loro condizioni di vita, delle loro relazioni sociali, della loro esistenza sociale. Cos'altro dimostra la storia delle idee, se non che la produzione intellettuale si trasforma assieme a quella materiale? Le idee dominanti di un'epoca sono sempre state soltanto le idee della classe dominante. Si parla di idee che rivoluzionano un'intera società; con queste parole si esprime semplicemente il fatto che entro la vecchia società si sono formati gli elementi di una nuova, e che la dissoluzione delle vecchie idee procede di pari passo con la dissoluzione dei vecchi rapporti d'esistenza” [23]

Il modo in cui comunichiamo, in cui mangiamo, in cui ci vestiamo, in cui abitiamo... e quindi anche il modo in cui pensiamo e agiamo è storicamente determinato. Nascendo e vivendo in una società che sviluppa l'egoismo, l'individualismo e la violenza gli uomini tendono inevitabilmente a diventare egoisti, individualisti e violenti. Ma in una società che sviluppa solidarietà, cooperazione e pace gli uomini tendono a diventare solidali, cooperativi e pacifici. Si potrebbe dire, semplificando, che auspichiamo una società comunista anche perché tira fuori il meglio delle persone laddove, al contrario, il capitalismo ne tira fuori il peggio.


Diciamo che questo ragionamento è condivisibile: che fare?

È sempre più evidente che ci troviamo di fronte ad una fase di aperta decadenza del modo di produzione capitalistico e di sempre più chiara insostenibilità del suo modello di sviluppo e di consumi. Lo dicono un po' tutti; persino le classi dominanti sono ormai consapevoli del fatto che la crescita del PIL significa ormai ben poco, sia perché nonostante un enorme investimento necessario per realizzarla [24] questa crescita è assai ridotta (e oltre tutto drogata dall'iper-speculazione finanziaria), sia per il fatto che la sua effettiva ripartizione sociale non è assolutamente fonte di benessere diffuso (e quindi nessuno si rallegra del punto di PIL faticosamente guadagnato se in tasca non gli viene nulla). Del resto
“A partire dalla nascita del capitalismo industriale, all'inizio dell'800, ad oggi la diseguaglianza tra il 20% più ricco dell'umanità e il 20% più povero, la "forbice" in termini di reddito, è cresciuta dal 3 a 1 del 1820 al 72 a 1 del 1992. Quindi è evidente che almeno a livello globale, se non a livello delle singole nazioni, il capitalismo produce tendenzialmente una forte diseguaglianza e una diseguaglianza crescente. A volte, come negli anni '70 in Italia, può succedere che almeno in termini economici, anche in un paese capitalistico,  sebbene con un intervento statale più forte che da altre parti e che nella stessa Italia nei decenni successivi, si abbia una riduzione parziale della diseguaglianza, ma se consideriamo il sistema a livello globale, a livello mondiale, invece osserviamo che questa dinamica è praticamente sempre ascendente cioè la diseguaglianza aumenta” [25]

Se ipotizziamo che negli ultimi 20 vi sia stata una tendenza alla polarizzazione analoga a quella antecedente possiamo tranquillamente affermare che oggi il 20% più ricco possiede una ricchezza che è almeno 80 volte quella posseduta dal 20% più povero. Il risultato è la distribuzione della coppa di champagne



Da quanto detto consegue che quel 3% ipotizzato dall'OCSE come crescita media globale nei prossimi 50 anni [26] deve essere concepito in questi termini: la maggior parte della ricchezza concentrata nelle mani di un pugno di capitalisti; poco o nulla al resto del mondo [27]. Se sei nel “pugno” sai cosa fare: difendere questo mondo a tutti i costi.

Nonostante l'appropriazione della ricchezza da parte di una minoranza sempre più piccola della popolazione mondiale [28] si osserva una tendenziale diminuzione del saggio di profitto nelle attività produttive, parzialmente compensata - illusoriamente e transitoriamente - dai profitti fittizi (e spesso semplicemente finti) derivanti dalle attività speculative. Con saggi di profitto bassi e in una condizione di sovrapproduzione l'unica misura che le classi dominanti ritengono praticabile per tamponare la crisi nell'immediato (a parte le guerre di rapina, la distruzione del capitale concorrente e l'accaparramento di risorse strategiche) è la progressiva espropriazione di salario sociale dei lavoratori e il progressivo saccheggio indiscriminato della natura.

***

Il modello di sviluppo capitalistico è basato esclusivamente su un parametro esclusivamente “quantitativo”: l'entità del profitto accumulato che, per essere ampliata, deve incessantemente sostituire desideri (spesso del tutto inutili o addirittura dannosi) a bisogni, che ovviamente non sono solo di carattere materiale, ma anche di carattere intellettuale, spirituale, emotivo, creativo. Lo spazio dei bisogni viene mortificato e mercificato per essere riempito di oggetti i quali, tuttavia, riempiono il vuoto solo per un attimo per poi riconsegnarci, subito dopo, ad un vuoto ancora più angosciante.Questo modello di sviluppo deve essere sostituito con un modello basato su parametri di tipo “qualitativo” (come il soddisfacimento dei bisogni socialmente e storicamente determinati delle persone), capace di rispettare gli uomini e l'ambiente in cui essi vivono.

Abbiamo bisogno di una radicale inversione di rotta. Ma “essere radicale” diceva Marx “vuol dire cogliere le cose alla radice” e “la radice, per l’uomo, è l’uomo stesso” [29]. Per cogliere le cose alla radice dobbiamo costruire un mondo dal cui centro vengano espulse le  divinità del denaro, del profitto, del potere... e in cui vengano posti gli uomini e le donne con i loro bisogni materiali e immateriali, un mondo in cui “l’uomo è per l’uomo l’essenza suprema” un mondo nel quale “l’imperativo categorico” è quello di “rovesciare tutti i rapporti nei quali l’uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole...” [30].

***

A scanso di equivoci, dire “fase di decadenza” non significa pensare “crollo imminente” del sistema né, tanto meno, sua spontanea sostituzione con ciò che a noi piacerebbe. Al contrario, la fasi di declino e di decadenza scatenano spesso il tentativo disperato delle classi dominanti di ritardare, con ogni mezzo, la propria fine.

Ecco, il nostro compito deve essere quello di contribuire con tutti i mezzi di cui disponiamo ad avvicinare quella fine, una fine che, dialetticamente, è anche un inizio. Non l'inizio del regno di Dio ma, al contrario, l'inizio del regno dell'uomo, finalmente consapevole della propria potenza creatrice, finalmente libero.

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Note

[1] Quella che segue è la ricostruzione di un confronto ipotetico che potrebbe essere avvenuto in qualunque momento, oltre che nelle settimane che hanno preceduto l'assemblea del 7 aprile, con una serie di compagni e compagne che ci hanno rivolto una serie di domande e che hanno formulato riflessioni che meritano di essere approfondite anche in quanto esprimono un diffuso “senso comune”.Antiper darà il proprio contributo allo sviluppo del movimento politico Areaglobale continuando ad occuparsi soprattutto di quel particolare terreno di lavoro che è l'approfondimento e la divulgazione teorica, un terreno arduo ma necessario e senza il quale nessun impegno politico può definirsi serio.

[2] Più in generale, ad esempio, di quanto non creda la sinistra neo-riformista, ferma sulla convinzione errata che sia la domanda a generare l'offerta e, di conseguenza, che per uscire dalle crisi capitalistiche sia sufficiente aumentare il reddito dei lavoratori ovvero i consumi ovvero la domanda. Cfr la critica alle posizioni cosiddette “sotto-consumistiche” contenuta nella raccolta di interventi La grossa crisihttp://www.areaglobale.org/index.php/it/interventi/grossa-crisi

[3] Karl Marx – Fredrich Engels, Manifesto del partito comunista.

[4] Come, a dire il vero, qui ed ora è il sollievo della pena che gli uomini provano per la consapevolezza della propria necessaria e inevitabile fine terrena, un sollievo prodotto dalla promessa di un aldilà eterno che pure è collocato in un lontano e imprecisato futuro (il Giudizio Universale, la resurrezione dei corpi...).

[5] Cfr Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, in Marx-Engels, Opere scelte, pag. 485: “Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione”.

[6] Spesso ricondotta ad istinti prettamente animaleschi (dall'“homo homini lupus” di Hobbes, tra gli altri, agli “animal spirits” di Keynes).

[7] Fredrich Engels, Prefazione all'edizione italiana del 1893 del Manifesto del partito comunista: “Il Manifesto riconosce appieno il ruolo rivoluzionario giocato nel passato dal capitalismo. La prima nazione capitalistica è stata l’Italia. La conclusione del Medioevo feudale e l’inizio della moderna era capitalistica sono segnate da una figura grandiosa : è un italiano, Dante, l’ultimo poeta medievale e insieme il primo poeta della modernità. Come nel 1300, una nuova era è oggi in marcia. Sarà l’Italia a darci un nuovo Dante, che annuncerà la nascita di questa nuova era, l’era proletaria?”

[8] “Con borghesia si intende la classe dei capitalisti moderni, che posseggono i mezzi di produzione sociale e impiegano il lavoro salariato; con proletariato la classe dei moderni lavoratori salariati che, non possedendo nessun mezzo di produzione, per vivere sono ridotti a vendere la loro forza-lavoro”. [Nota di Engels nell'edizione inglese del 1888].

[9] Nell'edizione inglese del 1888 viene qui aggiunto: “di questa classe”.

[10] Nelle edizioni tedesche del 1883 e 1890, e in quella inglese del 1888, questo termine è al singolare.

[11] “Comune” era il nome che presero, in Francia, le nascenti città anche prima di conquistare dai loro signori e padroni feudali autogoverno e diritti politici come "terzo stato". Detto in generale, per quanto riguarda lo sviluppo economico della borghesia, come nazione tipica viene qui considerata l'Inghilterra; per quanto riguarda lo sviluppo politico, la Francia. [Nota di Engels nell'edizione inglese del 1888]. Era questo il nome conferito alle comunità urbane dai cittadini di Italia e Francia, dopo che ebbero acquistato o estorto i loro iniziali diritti di autogoverno dai loro signori feudali. [Nota di Engels nell'edizione tedesca del 1890].

[12] Aggiunto nell'edizione inglese del 1888: “(come in Italia e in Germania)”.

[13] Aggiunto nell'edizione inglese del 1888: “(come in Francia)”.

[14] Karl Marx – Fredrich Engels, Manifesto del partito comunista

[15] Cfr Antiper, Lenin, uomo del futuro: “Non passa giorno che il capitalismo non decreti la “morte di Marx” e con essa quella di qualsiasi ipotesi di superamento rivoluzionario della società capitalistica. Ma questo decretare quotidianamente la morte di qualcuno - che si era già peraltro dichiarato defunto il giorno prima - non è solo un rito scaramantico. E' piuttosto la distribuzione della "dose giornaliera" di quella particolare forma di ideologia che la classe dominante ha creato apposta per noi e che consiste in un solo, semplice, ma potente messaggio: il capitalismo sarà anche pieno di difetti e di malfunzionamenti (come si vede anche dalle conseguenze sulla vita delle persone delle crisi economiche e della devastazione della natura), ma è non superabile. E come lo sappiamo? Perché abbiamo visto “come è andata a finire in Russia”... Ora, l'insuperabilità storica del modo di produzione capitalistico è chiaramente una favola; per usare il linguaggio di Marx, un'ideologia. Ma il capitalismo è riuscito - e tuttora riesce – ad usare la sconfitta del primo tentativo di "costruzione dell'alternativa", per dire che non c'è alternativa”.

[16] Spesso si fa riferimento al “modello giusnaturalistico” di Thomas Hobbes per il quale “l’uomo è un lupo per l’uomo” (homo homini lupus). Per Hobbes nello “stato di natura” la situazione è quella della “guerra di tutti contro tutti” (bellum omnium contra omnes) per cui si rende necessario un ente – lo “stato assoluto”, il Leviatano – non sottoposto ad alcuna ulteriore sovranità e capace di regolare i rapporti tra gli uomini.

[17] E qui i riferimenti possono andare da Aristotele a Marx.

[18] Karl Marx, Tesi su Feuerbach, VI

[19] Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, pag. 110.

[20] Karl Marx, Introduzione a Per la critica dell’economia politica, 1857

[21] Karl Marx, Introduction to a Contribution to the Critique of Political Economy, MEIA: «Man is a Zoon politikon [political animal] in the most literal sense: he is not only a social animal, but an animal that can be individualised only within society».

[22] Costanzo Preve, Marx inattuale, p.175, Bollati Boringhieri, 2004.

[23] Karl Marx – Fredrich Engels, Manifesto del partito comunista.

[24] A causa della sovrapproduzione di valore esistente e ai bassi rendimenti in termini di profitto dei settori produttivi.

[25] Massimiliano Lepratti, Lezione su Fernand Braudel. La rottura con la storiografia tradizionale e la nuova visione del capitalismo nella storia.

[26] Cfr, Antiper, 2060, marzo 2013

[27] “Il più vasto studio sulla ricchezza personale mai intrapreso indica anche che nel 2000 l’1% degli adulti più ricchi possedeva da solo il 40% della ricchezza mondiale, e che il 10% ne deteneva il l’85%, mentre la metà più povera della popolazione adulta del mondo doveva spartirsi soltanto l’1%”, in La distribuzione della ricchezza mondiale. Il 2 per cento della popolazione adulta possiede oltre la metà di tutta la ricchezza mondiale, Le scienze, 6 dicembre 2006.

[28] Si tenga inoltre conto che quando si parla di “20%” si deve intendere quella serie di paesi che formano il 20%, all'interno dei quali, però, la distribuzione della ricchezza è a sua volta progressivamente polarizzata, come ben sanno Marchionne e gli operai di Pomigliano.
[29] Karl Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, in La questione ebraica ed altri scritti giovanili, traduzione di Raniero Panzieri, Editori Riuniti , Roma 1969, p. 101


[30] Ibidem.
http://www.sinistrainrete.info/marxismo/2734-antiper-dialogo-sugli-spaghetti-allo-scoglio-e-sugli-uomini.html 

mercoledì 1 maggio 2013

Letta la casta dell'inciucio non fa gli interessi dell'Italia


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Un altro passo verso il precipizio

di Jacques Sapir

L'area Euro, sotto l'effetto combinato delle politiche di austerità, sta sprofondando nella crisi. Eppure il dibattito sulla politica economica non è mai stato così intenso. Rimane il fatto che si scontra con la capacità di immaginazione dei leader politici, sia in Germania che in Francia o in altri paesi, che rimane profondamente strutturata attorno al discorso dell’austerità.

Le radici dell'austerità erano finora ritenute inconfutabili. Ma un recente lavoro consente di mostrare che, dietro l'apparenza di seria accademia, c'era un sacco di ideologia.

La disoccupazione ha recentemente raggiunto il 12% della popolazione attiva, ma con picchi di oltre il 25% in Spagna e Grecia. L’attività economica continua a regredire in Spagna, Italia e Portogallo e, ora, è il consumo che inizia a sgretolarsi in Francia, annunciando, come previsto in questo blog, un ulteriore deterioramento della situazione economica a breve termine.


Infatti, secondo paese della zona Euro, la Francia, grazie alla forza dei suoi consumi, aveva fino a questi ultimi mesi scongiurato il peggio per l'area dell'Euro. Ma se i consumi francesi continuano a contrarsi al ritmo seguito fin da gennaio, le conseguenze saranno significative, in Francia e nei paesi limitrofi, prima di tutto in Italia e in Spagna.


Una politica che ha condotto l'Europa in una situazione di stallo

Questo deterioramento generale della situazione economica pone apertamente il problema dell'austerità adottata da tutti i paesi, dal 2011, a partire dalla Grecia che c'era stata costretta dall'Unione europea, seguita da Portogallo e Spagna. Ma la volontà tedesca di continuare lungo il percorso di questa politica è innegabile, ed è stata recentemente ribadita. Perché, allora, tale caparbietà? Ci sono anzitutto evidenti interessi che spingono la Germania a difendere questa politica «austeritaria».

L'area dell'euro porta alla Germania circa 3 punti di PIL all'anno, sia attraverso il surplus commerciale, che viene realizzato per il 60% a scapito dei suoi partner nell'area dell'euro, sia attraverso gli effetti indotti delle esportazioni. Possiamo quindi capire perfettamente che, stante queste condizioni, la Germania tiene all'esistenza dell'area Euro. Tuttavia, se Berlino volesse che la zona euro funzionasse come dovrebbe, accetterebbe la transizione verso un esteso federalismo di bilancio e  un sistema di trasferimenti nell'Unione. Questa è un’evidenza nota agli economisti, e non solo. Nel mese di ottobre 2012, durante il Valdai Club, il presidente Vladimir Putin ha sottolineato che un'Unione monetaria non poteva operare come un paese eterogeneo senza un potente federalismo di bilancio.

Ma se la Germania dovesse accettare questo federalismo, dovrebbe accettare quindi un trasferimento di una parte significativa della sua ricchezza ai suoi partner. Solo per la Spagna, la Grecia, l'Italia e il Portogallo, i trasferimenti necessari per sistemare le economie nei confronti della Germania e della Francia sarebbero tra i 245 e 260 miliardi di euro, ossia tra 8 e 10 punti di PIL all'anno, e questo per almeno dieci anni. Un tale livello di trasferimenti (non è impossibile che sia ancora più elevato) è assolutamente esorbitante. La Germania non ha i mezzi per pagare tale somma senza mettere a rischio il proprio modello economico e distruggere il sistema pensionistico.

La Germania ha quindi voluto mantenere i benefici dell'Eurozona, ma senza pagarne il prezzo. Ecco perché sempre, infatti, ha rifiutato l'idea di una “Unione di trasferimento”. Anzi, il problema non è tanto ciò che “vuole” o “non vuole” la Germania; l’importante è ciò che può sopportare. Ed essa non può sopportare un prelievo dall'8 al 10% delle sue ricchezze. Smettiamo quindi di pensare che "la Germania pagherà", antica antifona della politica francese risalente al trattato di Versailles nel 1919, e guardiamo in faccia la realtà. La Germania ha già notevoli riserve sull’Unione bancaria, che aveva accettato con riluttanza nell'autunno del 2012. Con la voce del suo ministro delle finanze, ha appena dichiarato che si dovrebbero modificare i trattati esistenti perché questa unione bancaria possa vedere la luce. È certamente possibile modificare le fonti dei trattati, ma tutto il mondo sa che ci vorrà del tempo. In altre parole, la Germania rinvia al 2015 e molto probabilmente al 2016 l'entrata in vigore dell’Unione bancaria, di cui ha anche ridotto largamente il campo di applicazione. Possiamo anche considerare che gli argomenti della Germania riguardo la "costituzionalità" dell’Unione bancaria siano pretesti. Può essere, ma la signora Merkel ha alcune buone ragioni per voler garantire la perfetta legittimità dei testi.  La recente creazione del nuovo partito euroscettico 'Alternativa per la Germania', un partito che i sondaggi vedono attualmente al 24% delle intenzioni di voto, è una minaccia credibile per gli equilibri politici in Germania.

In queste condizioni, possiamo ben capire che non c'è nessun'altra scelta per la Germania che non sia difendere una politica di austerità per l'area dell'Euro, nonostante le conseguenze economiche e sociali assolutamente catastrofiche che crea questa politica. Da qui a credere che la Germania voglia "espellere" i paesi del "Sud" dell'Europa, la strada è lunga. Semplicemente, essa non può pagare per gli altri. Da questo punto di vista, attribuire un cosiddetto “piano segreto” alla signora Merkel sul tema e credere che qualcuno possa condurre un'eroica battaglia per mantenere questi paesi nell'eurozona, è una di quelle sontuose sciocchezze di cui  alcuni politici hanno il segreto.

Ma c’è effettivamente una dimensione ideologica, presumibilmente “fondata”  sulla teoria economica.


L'origine della politica dell’austerità


L'antifona che l’onere del debito comprometta la crescita, e che solo una politica di austerità sia in grado di alleviare il peso di questo debito, è parte dell’apparente evidenza contenuta nella "saggezza delle nazioni". Questa cosiddetta evidenza aveva trovato una forma di giustificazione in un testo pubblicato da due noti autori  (uno dei quali era capo economista dell’FMI): Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff. Le conclusioni di questo testo, che è stato successivamente pubblicato, erano che oltre un rapporto debito-PIL del 90%, l'impatto del debito è molto negativo sulla crescita. La conclusione era ovvia: è necessario intervenire se si sono raggiunti tali livelli. Questa è la logica adottata dalla gestione di Jean-Marc Ayrault in Francia chenella seconda metà del 2013 va rafforzando l’austerità fiscale e di bilancio. Ad ogni modo, tutto ciò è in contrasto con tutta una serie di studi che indicano che l’austerità ha conseguenze drammatiche sulla crescita. I riferimenti sono presenti su questo blog. Ma i fautori dell'austerità a oltranza potevano sempre affermare che, qualunque fossero le conseguenze dell'austerità, l'imperativo del debito rappresentava una vera priorità per ritrovare la crescita. Questo è proprio il discorso tenuto da François Holland e Jean-Marc Ayrault.

Si dà il caso però che questo documento contenesse degli errori significativi, rivelati in uno studio  scritto da tre economisti, un caso, questo, che ha provocato una certa agitazione nel piccolo mondo  accademico. In primo luogo, Reinhart e Rogoff hanno arbitrariamente escluso alcuni anni dal campione che hanno creato e che avrebbe dovuto coprire il periodo 1946-2009. Tre importanti paesi sono stati così esclusi negli anni dell'immediato dopoguerra: l'Australia, il Canada e la Nuova Zelanda. Ora, in questi tre paesi  si ha allo stesso tempo un rapporto di debito elevato e un tasso di crescita elevato. Inoltre, i due autori dello studio di  riferimento hanno dato un peso ai loro dati in un modo molto curioso, che porta, ancora una volta, a ridurre l'influenza sui calcoli dei paesi in cui  sono presenti un grande debito pubblico e una forte crescita. Infine, la replica dei calcoli dello studio originale fatta dai tre economisti mostra che si è verificato un errore non trascurabile in uno dei fogli Excel utilizzati da Reinhart e Rogoff . Il risultato è che Herndon, Ash e Pollin concludono che i paesi con un rapporto debito PIL oltre il 90% hanno avuto storicamente una crescita del 2,2%, e non una decrescita dello 0,1%, come affermato da Reinhart e Rogoff .

L'errore sul file di Excel è sicuramente quello che ha provocato più commenti, ma in realtà è un errore minore. Per contro, l'omissione di certi paesi in certi momenti e i pesi utilizzati, sono indici di gran lunga più gravi che Reinhart e Rogoff hanno "arrangiato" i loro calcoli per ottenere risultati in linea con la loro ideologia. Questo getta un dubbio ben più profondo riguardo ai metodi di alcuni economisti e sulla serietà delle persone che li seguono.


Le conseguenze disastrose delle politiche di austerità


Tutti i paesi, uno dopo l'altro, hanno intrapreso politiche di svalutazione interna suicida, politiche che sono gli equivalenti delle politiche di deflazione degli anni '30 che portarono Hitler al potere. Così è in Spagna e in Grecia, con disoccupazione e austerità devastanti. Ma le conseguenze non si limitano a questo. Infatti, la politica di austerità sta mettendo un popolo contro l'altro. Il paradosso qui è totale. L’Europa, ai sensi dell'Unione europea, che di solito si presenta come un fattore di pace sul continente, è ormai diventata un fattore di aggravamento di conflitti e di rinascita di vecchi odi.

Nel caso della Francia, sono chiare le conseguenze dell'austerità. Se si vuole assolutamente ridurre il costo della manodopera nel tentativo di ripristinare la competitività dell'industria senza svalutare, è chiaro che ci vorranno prestazioni sociali e salari più bassi. Ma allora sono i consumi, che già si restringono come vediamo oggi, che crolleranno. Inevitabilmente ne vedremo le conseguenze sulla crescita; oggi le stime più credibili indicano che per l'economia francese l'anno 2013 si tradurrà in stagnazione, nella migliore delle ipotesi, e in una contrazione dello 0,4% del PIL, nell’ipotesi più probabile. Le ultime proiezioni IMF mostrano prospettive di crescita significativamente ridotte per il 2013. Una differenza di - 0,4% del PIL tra le previsioni fatte nel mese di gennaio e quelle fatte nel mese di aprile è in realtà molto significativa sulla traiettoria che stiamo seguendo.



Il risultato sarà ovviamente un aumento significativo della disoccupazione. Se vogliamo abbassare i costi del lavoro del 20%, probabilmente dovremo aumentare la disoccupazione della metà, arrivando oltre il 15% della popolazione attiva, o 4,5 milioni di disoccupati ai sensi della categoria «A» nell'OSA e 7,5 milioni per categorie A, B e C, comprendenti tutte le categorie di disoccupati. Inoltre, nell'area dell'euro, già la Spagna e l'Italia competono con la Francia nella deflazione salariale. Quindi dovremmo fare meglio di Madrid e Roma, ossia raggiungere non il 15% ma il 20% di disoccupazione. Quale politico se ne assumerà la responsabilità? Quali saranno le conseguenze politiche?

Inoltre, e in maniera inquietante, i profitti del business e degli investimenti produttivi si stanno sgretolando. Questo implica che l'ammodernamento dell'apparato produttivo sarà ritardato e che quanto guadagniamo, se del caso, con le politiche di svalutazione interna, lo perderemo in produttività.
Source: INSEE

Per ora i nostri dirigenti, in particolare in Francia, fanno spallucce. Il Presidente della Repubblica, François Hollande, ripone tutte le sue speranze in un'ipotetica ripresa degli Stati Uniti per alleggerire il peso del fardello dell'austerità. Egli ha tuttavia già ammesso che questo potrebbe non verificarsi nella seconda metà del 2013, come aveva annunciato fin dall'inizio, e ha spostato la sua previsione all'inizio del 2014. Ma, come l'orizzonte che fugge davanti a colui che cammina, la ripresa degli Stati Uniti continua a spostarsi in avanti.

È un'illusione credere che la domanda estera arriverà a salvarci. La crescita degli Stati Uniti è molto inferiore a quanto previsto, e il FMI corregge verso il basso le previsioni a riguardo. Quanto alla crescita cinese, questa sta rallentando mese per mese. François Hollande spera che saremo salvati dalla cavalleria; ma la cavalleria non arriverà, o, come i tragici giorni del giugno 1940, arriverà “troppo poco, troppo tardi”.

Aggiungiamo che i calcoli fatti dal governo sul 2014 mancano singolarmente di affidabilità. Il governo mantiene il suo obiettivo per il 2014 al 2,9% del rapporto deficit/PIL. Tuttavia, questo nel 2013 sarà non il 3% ma il 3,7% (al meglio) o il 3,9% (al peggio). Una riduzione dello 0,8 - 1% del disavanzo significa una politica di tagli o l'emergere di nuove risorse fiscali per 16 - 20 miliardi di euro. Ma questa pressione fiscale, dato un moltiplicatore della spesa pubblica  che molto probabilmente è 1.4 (se non di più), si tradurrà in un calo dell'attività economica tra 22,4 e 28 miliardi.

Questo si tradurrà in una diminuzione delle entrate fiscali da 10,3 a 12,9 miliardi di euro. Il guadagno totale delle misure di bilancio o fiscale sarà quindi tra 5,7 a 7,1 miliardi. Se il governo intende realizzare a tutti i costi l'obiettivo di disavanzo che si è prefissato, deve ridurre la spesa o aumentare i prelievi di 45 miliardi di euro e non di 16 miliardi come previsto inizialmente. Ma questo prelievo del 2,25% del PIL si tradurrà quindi in un calo dell'attività economica intorno al 3,1%. Sapendo che la previsione di crescita fatta dal governo è + 1,2% di PIL nel 2014, questo si tradurrà, se la previsione è affidabile, in una recessione del -1.9% del PIL. Se si considera semplicemente una contrazione della spese o un aumento delle imposte da 16 miliardi, l'effetto negativo sulla crescita sarà "solo" di 22,4 miliardi, o 1,1 per cento del PIL, e ci sarà nel 2014 una crescita del + 0,1% del PIL, con un deficit pari al 3,5%. Questi calcoli mostrano bene l'inutilità delle politiche di austerità nelle attuali condizioni, come confermato da un recente studio di Natixis che tuttavia tiene conto di un moltiplicatore della spesa pubblica dell'ordine di 1, mentre noi crediamo che il valore del moltiplicatore sia piuttosto quello di 1.4 per la Francia di oggi.

Più che mai, si pone la questione della sopravvivenza dell'eurozona. Le tendenze alla sua frammentazione stanno ormai aumentando. Vediamo che i problemi dei paesi molto diversi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l'Italia convergeranno a breve termine, probabilmente nel corso dell'estate 2013. In questi paesi la crisi fiscale (Grecia, Italia), la crisi economica, la crisi bancaria (Spagna, Italia) si stanno ormai sviluppando in parallelo. Pertanto è altamente probabile che avremo una violenta crisi nell'estate del 2013, o all'inizio dell'autunno. È il momento di regolare i conti. L'Euro non ha indotto la crescita sperata quando è stato creato. Ora è un cancro che corrode parte dell'Europa. Se vogliamo salvare l'idea europea c'è ancora tempo, ma la dissoluzione dell'eurozona deve essere rapidamente decisa. Questa soluzione si imporrà come un’evidenza schiacciante e dovrà riunire i responsabili delle varie formazioni politiche. Tuttavia, bisogna agire rapidamente. Ancora una volta, il tempo non aspetta.

Traduzione di Ugo Sirtori
 http://www.sinistrainrete.info/europa/2747-jacques-sapir-un-altro-passo-verso-il-precipizio.html