Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 maggio 2013

in Parlamento esiste un’unica, reale, opposizione: quella di M5S.

Luca Michelini: Da Monti a Letta

E-mail Stampa PDF
AddThis Social Bookmark Button

Da Monti a Letta

di Luca Michelini

Abbiamo chiesto a Luca Michelini, professore di Storia del pensiero economico (Dipartimento di Scienze politiche, Università di Pisa), un commento sull’attuale crisi politica italiana.  Nell’articolato intervento che trovate nel seguito del post Michelini invita a «sporcarsi le mani direttamente, vincendo ogni snobismo» e a prendere atto che «almeno per ora» il M5S è  «un’unica forza politica che nei fatti si sta dimostrando all’opposizione di questo sistema economico-politico»

«1. Giorgio Napolitano è stato rieletto Presidente. La maggioranza parlamentare che lo ha eletto è la stessa del governo Monti, voluto, a suo tempo, fortemente da Napolitano. L’operazione Monti avrebbe potuto avere un senso, forse, se, e soltanto se, fosse riuscita a cambiare radicalmente la destra italiana, a farla maturare: l’avesse cioè indotta a liberarsi, politicamente, di Berlusconi, nonché delle proprie indelebili tradizioni reazionarie. Una politica economica di destra quale quella di Monti, inoltre, avrebbe dovuto ricadere interamente sulle spalle parlamentari della destra. D’altra parte, è difficile prevedere e valutare che tipo di “regime” sortirebbe nel caso in cui lo Stato italiano, come durante il fascismo, fosse costretto a salvare l’intero sistema economico, stante la perdurante presenza di Berlusconi[1], che non è difficile immaginare potrebbe vincere le prossime elezioni[2].
Napolitano, invece, ha preferito percorre tutt’altra strada, coinvolgendo il Pd nel sostegno al governo Monti.

2. E’ necessario chiedersi per quale motivo il Pd si è fatto coinvolgere in questa operazione e per quale motivo oggi abbia rinnovato l’alleanza con il Pdl.
La risposta è semplice, per quanto sgradevole a molti militanti democratici: perché l’ideologia montiana costituisce, al fondo, l’indelebile ragione sociale del Pd; perché il Pd è fortemente compromesso con la destra italiana, avendola legittimata prima e salvata più volte in seguito.
Ammesso e non concesso che allearsi con M5S, dopo l’elezione alla presidenza di Rodotà, costituisse un rischio, il rischio che si corre alleandosi con Berlusconi è incomparabilmente maggiore.
Ma come mai proprio ora il Pd paga così tanto, con una sollevazione di massa dei propri militanti ed elettori, la scelta di allearsi con il Pdl?

3. Le cause che hanno portato all’implosione del Pd, che è un dato di fatto e che prescinde dal tempo, purtroppo lungo, della sua agonia fratricida, sono numerose e di importanza diversa.
Come dicevo, quella più importante rimanda all’origine stessa del Pd, che è stato un tentativo di importare in Italia il liberismo-di-sinistra stile Tony Blair, quello infaticabilmente promosso dal “Corriere della sera”, di cui Monti è stata una voce fondamentale.
Si tratta di una ideologia complessa. Essa è stata utilizzata dai Paesi egemoni geo-politicamente per eliminare pericolosi concorrenti industriali e politici. A questo servono, infatti, le liberalizzazioni (anzitutto dei mercati del lavoro e dei capitali), le privatizzazioni e l’esaltazione della contrapposizione tra lo Stato, visto come un “parassita”, e il mercato, considerato l’unico capace di produrre in modo efficiente ricchezza. Tutto ciò certo non serve, come i fatti dimostrano, ad assicurare la “crescita” e tanto meno “lo sviluppo economico” di un Paese come il nostro. E poiché si volevano smantellare sistematicamente, anche se a piccoli e volutamente confusi passi, tutte le conquiste “progressiste” della Prima Repubblica (conquiste spesso ricche di contraddizioni, dato il “sistema” vigente dopo il 1945), si doveva ricorrere ad una classe dirigente di “sinistra”, per origini organizzative e culturali, per realizzare “le riforme” (sic!) con il dovuto controllo (in termini meno compromettenti: con il dovuto consenso) sociale.

4. “L’operazione Monti” è perfettamente riuscita anche perché la sinistra ha una macchia d’origine indelebile: ammanta di retorica “progressista” la banale sete di potere. La retorica ha assunto le più diverse forme, facendo divenire mera ideologia, cioè mera propaganda, intere tradizioni di pensiero e sacrificando, con ciclica regolarità, sull’altare della “ragion di Stato” del momento, le menti migliori di cui dispone (l’ultimo caso è quello di S. Rodotà) e buttando a mare le regole della democrazia, ben oltre i limiti imposti dai ricorrenti “stati d’eccezione” (e ben oltre i limiti imposti dai “momenti rivoluzionari”). Le classi dirigenti del c.d. Terzo stato hanno il tradimento (sia chiaro: non solo del Terzo stato, ma della Patria) e il machiavellismo nel sangue: gli esempi sono innumerevoli. Con il crollo del Muro di Berlino, insomma, è la nomenklatura ad essersi riprodotta, adeguandosi ai tempi mutati.
Questa nomenklatura si è perfettamente trovata a proprio agio con Monti e non ha avuto alcun tentennamento nell’inserire l’assurdo pareggio di bilancio in Costituzione. A scelte deliberate si è data la veste di ineluttabili necessità. Ci si è deliberatamente sottomessi al ricatto dei “mercati finanziari”, lasciati volutamente liberi nel giocare d’azzardo con il debito pubblico: prima, attraverso la separazione tra Tesoro e Banca centrale, ora, come docili esecutori della geo-politica tedesca. Come da copione sperimentato nei decenni, si è invocata la ben nota politica dei “due tempi”, che ora ha assunto questa veste: prima si mettono a posto i conti, poi si cresce.  Il tutto mettendo sotto accusa, come sempre, la Costituzione: come se essa non fosse stata anche il risultato dell’esperienza della Grande Crisi del 1929, cioè dell’antecedente storico della crisi attuale.

5. E la destra, che ruolo ha giocato in questo vero e proprio gioco al massacro?
In nome dell’ideologia (della retorica pubblicitaria) del libero mercato, in nome delle divine capacità dell’imprenditore di governare non solo la propria azienda, ma l’intero sistema, essa in effetti si è ritagliata, tramite il controllo dello Stato (senza del quale spesso nemmeno esisterebbe, come dimostra il caso di Mediaset), sacche di rendita monopolistica. Venendo così a costituire, di fatto, un pericoloso focolaio di nazionalismo economico, guardato con sospetto dal capitalismo dominante a livello globale.
Tutta immersa nei propri, esclusivissimi affari, questo (inconsapevole) nazionalismo da burletta, che si indigna per i “marò”, ma che si fa soffiare sotto il naso la Libia (senza batter ciglio), è stato  utilizzato per continuare lo smantellamento della nostra statualità (scuola, giustizia ecc.) e della nostra economia (della nostra Nazione, insomma), venendo poi sacrificata, ciclicamente, quando il momento lo richiedeva. I “mercati finanziari”, però, non hanno mai portato il colpo fino in fondo, naturalmente: un po’ per paura di creare un pericoloso precedente anti-mercato (la tematica dei conflitti d’interesse, p.es., è molto spinosa, perché rischia di incrinare… l’intero sistema vigente); ma soprattutto perché il gioco “dell’alternanza”, il pressapochismo affaristico, lo svuotamento progressivo della sovranità parlamentare e popolare, erano e sono funzionali al disegno finale: il caso Libia ne è ancora un esempio emblematico.

6.
Ma il fatto è che, ora, i tempi sono radicalmente mutati. Il sistematico smantellamento e snaturamento delle organizzazioni (sindacati, cooperative, partiti: tutti leaderistici, populistici, antidemocratici, anche se in grado diverso) e delle culture politiche della sinistra (comunista, socialista, cattolico-democratica, azionista, liberal-socialista ecc.) al fine di costruire un partito liberal-liberista (ma non laico, naturalmente) venato da talune velleità di giustizia sociale (sempre pronte, però, a far penetrare la logica del profitto nelle residue sacche di statualità: scuola, sanità ecc.), deve improvvisamente fare i conti con una crisi di carattere sistemico. La ristretta élite di potere che ha governato l’epoca delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni è messa alle strette, perché la crisi ne mette potentemente in forse l’egemonia e il sistema economico che essa garantisce. Matematica dimostrazione del pericolo che corrono le élites di potere che hanno governato il Paese per un Ventennio, è l’esito delle elezioni, che hanno visto la pesante sconfitta di tutti i partiti della c.d. Seconda Repubblica, il flop di Monti e l’esplosione elettorale del M5S, una massiccia astensione dal voto.

7. Forse è ancora presto per dirlo, e spero vivamente di sbagliarmi, ché l’antico sapere democristiano potrebbe riservarci delle gradite sorprese; ma, dai primi passi compiuti, il governo Letta sembra volere continuare la filosofia di fondo della c.d “agenda Monti”. Alcuni indizi: le dichiarazioni di Letta sul mercato del lavoro, che si vorrebbe ancora più flessibile e implementare tramite l’incentivazione fiscale; quelle sul rilancio della ricerca attraverso (par di capire) finanziamenti privati. Anche il dibattito Pd-Pdl sull’Imu lascia intendere che ci si stia muovendo ancora all’interno della agenda Monti. L’Imu, infatti, è una patrimoniale tutta interna alla logica perversa del fiscal compact, cioè interna ad una logica per cui la redistribuzione di ricchezza non è affatto funzionale ad un massiccio programma di investimenti pubblici (nella scuola, nella sanità, nei trasporti, nella riqualificazione energetica e urbanistica ecc.) e, quindi, ad un programma di rilancio dell’economia, anche privata.
Il governo Napolitano-Letta non una parola ha speso sull’esigenza di rendere efficiente ed egualitaria la giustizia, anzitutto civile. Non un cenno al tema delle televisioni e dell’informazione e tanto meno al conflitto d’interesse di Berlusconi. Nessun cenno alla natura del nostro sistema finanziario: nessun cenno alla necessità improrogabile di nazionalizzare il Monte dei Paschi di Siena. Ha invece messo in programma un inquietante progetto di “riforma” (sic!) della Costituzione.
Infine, considerare il cambio di rotta nelle politiche economiche europee come precondizione per mettere in campo in Italia politiche di piena occupazione, significa voler deliberatamente ignorare la resuscitata politica di potenza di Francia e di Germania.

8. Esiste, dunque, un’alternativa all’implosione del sistema economico-politico oggi dominante: quella che esso si arrocchi ulteriormente, dal punto di vista politico, istituzionale e sociale. Portando fino alle estreme conseguenze le politiche fin qui seguite: riducendo, cioè, il nostro Paese sostanzialmente ad una colonia, sempre salvaguardando sacche di rendita per alcune élites politico-economiche nazionali, magari garantite da un sistema presidenzialistico.
L’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, nonché l’attuale “stato d’eccezione” che sta vivendo il nostro Paese, con un governo del Presidente della Repubblica senza precedenti e tenacemente proteso a violare le più elementari regole della democrazia – anzitutto il rispetto e il ruolo dell’opposizione, oggi costituta dal solo M5S[3], nonché la totale mancanza di informazione  – lasciano intendere che ci stiamo dirigendo verso questa direzione di ulteriore arroccamento.
Il rilancio di politiche del lavoro di stampo liberista, insomma, non è affatto un errore teorico e politico, come è pur opportuno rilevare[4]; è una scelta consapevolmente perseguita. Lo scopo è quello della ri-proletarizzazirizzazione e de-politicizzazione di larghe fasce di popolazione in funzione di logiche si sviluppo non più nazionali. Purtroppo, lo “stato d’eccezione” non sembrerebbe volgersi ad un indispensabile New Deal, né sembra voler far valere con forza, e con gli inevitabili rischi, il proprio peso in Europa. E’ comunque difficile valutare le conseguenze di una possibile implosione dell’euro, vuoi motu proprio, perché l’euro cessa di fatto di servire da moneta intra-europea, vuoi per “colpa” di qualche Paese che prima o poi si ri-approprierà, per non soccombere, della sovranità monetaria e finanziaria, su una nazione come la nostra (sic!) dove il liberal-liberismo e l’affarismo sembrano aver fatto tabula rasa di ogni pensiero alternativo perfino nei luoghi dove sarebbe più naturale trovarlo.

9. Sarà banale ed economicistico ricordarlo, ma la sinistra non è il parto di qualche cervellotico o esaltato pensatore o di un qualsivoglia gruppo organizzato, ma è il frutto del sistema economico capitalistico.
Ed è altrettanto banale ricordare che è sempre il capitalismo a generare soluzioni di destra radicale alla crisi, secondo programmi che interiorizzano, distorcendole in senso totalitario o autoritario (le celebri “rivoluzioni passive” di italiana memoria), anche alcune tipiche istanze progressiste.
La crisi sistemica dell’economia mondiale e di quella europea in particolare, oggi invoca una politica di governo totalmente differente da quella liberal-liberista. Nella vulgata e nelle analisi più accorte, essa si definisce di stampo “keynesiano”: che per venti anni è stata semplicemente ostracizzata dal Pd e perfino dalla CGIL (i testi del montiano Ichino, erano considerati Vangelo[5]), che ora, invece, pare l’abbia ri-scoperta[6].
Più in generale, rinasce prepotente, e dalla logica delle cose, l’esigenza di superare la logica del profitto, come dimostrano i mille rivoli delle opposizioni sociali, prim’ancora che politiche, oggi presenti nel Paese. Per certi versi, e a tratti, queste opposizioni sono maggioritarie, come ha dimostrato il referendum sull’acqua.
Per ora queste opposizioni hanno uno sbocco politico progressista, con M5S. Certo: si tratta di un movimento caotico e magmatico; fatto sta che hanno proposto come presidente della Repubblica Stefano Rodotà, cioè tra i massimi teorici che oggi può vantare la sinistra italiana e la Repubblica nel suo insieme.
In ogni caso, se la crisi dovesse aggravarsi, non è difficile prevedere che anche in Italia, che ne è la culla, nasceranno forti aggregazioni di destra estrema, come in Grecia e in Ungheria. Fratelli d’Italia (il nazionalismo-burletta all’ennesima potenza) è da presumere che sia nato (nel disegno di… Berlusconi) a questo scopo e inseguendo questa speranza. Brunetta forse ha colto nel segno, quando ha invocato la pacificazione politica come scopo del patto Pd-Pdl. Ma è possibile pensare, come sembra pensare Napolitano, che il capitalismo sia un sistema economico pacifico e pacificabile? La storia ci insegna che è l’esatto contrario.

10. Le convulse vicende che hanno portato alla rielezione di Napolitano alla presidenza della Repubblica e all’insediamento del governo Letta hanno dimostrato che ora in Parlamento esiste un’unica, reale, opposizione: quella di M5S.
Sono numerosi gli osservatori, soprattutto di sinistra, che mettono in luce le criticità
di questa aggregazione politica. Solo “Micro-Mega”, che pur non si nasconde queste criticità, è al fianco della neo-nata formazione, se pur mantenendo tutta la propria indipendenza di giudizio. L’ultimo numero del “Ponte” (aprile 2013), p.es., è particolarmente critico nei confronti di M5S. Non entro nel merito delle critiche rivolte ora all’offerta (ruolo dei leader, statuto, organizzazione, ruolo del web, metodo di selezione e qualità delle classi dirigenti ecc.) ora alla domanda (a quale elettorato di rivolge, quali siano le caratteristiche del “consumatore medio” italiano di politica, quale programma economico abbia ecc. ) che contraddistingue la vita di questa nuova formazione (un nuovo genere di “imprenditorialità politica”). Non entro nel merito perché esse sono in gran parte condivisibili. Direi di più: non è difficile presumere che siano condivise anche dai milioni di italiani che hanno votato M5S e dalla stessa classe dirigente del movimento, Grillo&Casaleggio compresi. Il dato più rilevante e più interessante, però, è proprio questo: che, finalmente, tutto, in politica, è in forte movimento. E la direzione che prenderà questo movimento dipende, anche se in piccola misura, da ciascuno di noi.
La sempre più esigua élite di intellettuali di sinistra è come se continuasse ad aspettare che altri, finalmente, mettano in piedi un vero partito o movimento di sinistra. E’ però del tutto evidente che questo tentativo ha perso di credibilità, perché le élite politiche e sociali astrattamente di sinistra, non solo molto raramente guardano alle élites intellettuali (alle loro analisi, cioè), ma hanno completamente perso di credibilità e di capacità d’azione.
Ora si tratta di sporcarsi le mani direttamente, vincendo ogni snobismo. Qui ed ora è venuto il momento non di inventare un “nuovo linguaggio” finalmente capace di suscitare il vero movimento che “abolisce lo stato di cose presenti”. E’ venuto, invece, il momento di offrire, là dove è possibile, il proprio contributo (utilizzando, ciascuno, il linguaggio che gli è proprio) per risolvere problemi concreti. Fuori dal Parlamento esistono molti luoghi dove offrire questo contributo, perché esiste ancora una diffusissima opposizione sociale. In Parlamento, ora, esiste un’unica forza politica che nei fatti si sta dimostrando all’opposizione di questo sistema economico-politico: questa forza è M5S. E’ da qui che ora si può e si deve ripartire per proporre ragionamenti, analisi sulle cause della crisi e possibili rimedi. Non vedo, purtroppo, altri movimenti seriamente disposti ad ascoltare e seriamente disposti ad agire. Non vedo altri spazi di democrazia. Almeno per ora».


[1]
              Stante, cioè, la perdurante presenza di un imprenditore che, dopo aver realizzato un partito proprio, cioè di sua proprietà, ed aver tentato di realizzare un proprio Parlamento, una propria giustizia, un proprio sistema dell’informazione (Mediaset più Rai) ecc., dovesse anche gestire l’intero sistema economico-finanziario.
[2]              Dando credito politico a Napolitano: c’è però da dubitare che i prevedibili tentativi di Napolitano di “sterilizzare” politicamente Berlusconi (Senatore a vita?) possano sortire l’effetto (forse) voluto.
[3]              Davvero difficile non concordare con il seguente post di Grillo: L’elettore non conta nulla: http://www.beppegrillo.it/2013/05/lelettore_non_conta_nulla.html#commenti.
Difficile, cioè, non considerare del tutto fallimentare e impresentabile non solo la strategia del Pd, ma anche quella di SEL. La cui politica sembrerebbe tutta all’insegna della furbizia: furba nel voler sfruttare le primarie per conquistare la leadership della coalizione; furba nel non voler creare un partito; furba nel voler costruire il potere del capo sul web; furba nel ritagliarsi una rappresentanza parlamentare assolutamente sproporzionata rispetto alla forza elettorale; furba nell’accettare una presidenza della Camera che per logica e rispetto delle regole della democrazia non gli spettava; furba nel passare ora all’opposizione, quando almeno l’alleanza con Monti, se non proprio con Berlusconi, era nelle cose fin dall’inizio. Ora SEL si gioca la partita della vita: ma tante furbate non penso possano fargli meritare la necessaria  credibilità. Come nel caso del Pd, solo il dramma potrà risolvere la questione della sconfitta politica delle elezioni.
[4]              Cfr. E. Brancaccio, Sul mercato del lavoro Letta dice il falso: http://www.emilianobrancaccio.it/2013/05/01/sul-mercato-del-lavoro-letta-dichiara-il-falso/
[5]           Da iscritto al Pd, Ichino ha costituito una delle voci fondamentali del “Corriere della sera” nell’era del “liberismo di sinistra”.
[6]           Alludo a Tra crisi e “grande trasformazione”. Libro bianco per il Piano del Lavoro 2013, a cura di Laura Pennacchi, Roma, Ediesse, 2013. C’è da augurarsi che il Piano non costituisca l’antecedente per l’ennesima vampata d’intelligenze, come quella di Laura Pennacchi.

giovedì 16 maggio 2013

analisi degli antagonismi tra e dentro le classi sociali

sabato 4 maggio 2013

Augusto Graziani: la scienza moderna delle classi sociali

il manifesto, 4 maggio 2013
L’economista Augusto Graziani compie oggi ottant’anni. Un’occasione per riscoprire la modernità di un metodo di ricerca basato sull’analisi degli antagonismi tra e dentro le classi sociali. Un metodo che ha permesso a Graziani di anticipare gli snodi della attuale crisi europea.
di Emiliano Brancaccio
Augusto Graziani celebra oggi il suo ottantesimo compleanno. Nato a Napoli nel 1933, esponente di punta delle scuole italiane di pensiero economico critico, già senatore e accademico dei Lincei, nell’arco di quasi mezzo secolo di pubblicazioni Graziani si è cimentato con successo nella infaticabile opera di tessitura di una sottile trama logica, in grado di tenere coerentemente assieme ricerca teorica pura, didattica e divulgazione. Per questa sua missione gramsciana, riuscita a pochi altri ed oggi considerata impossibile dalla stragrande maggioranza degli economisti, Graziani ha saputo farsi apprezzare non solo da studenti e colleghi ma anche da un più ampio pubblico di estimatori, tra cui i lettori dei suoi editoriali pubblicati sul manifesto e su varie altre testate nazionali.
Come molti economisti della sua generazione, Graziani ha in più occasioni partecipato al dibattito sulla critica della teoria neoclassica dominante. La sua posizione sull’argomento è apparsa fin dall’inizio peculiare. A suo avviso, la sfida per la costruzione di un paradigma economico alternativo dovrebbe riguardare in primo luogo il metodo. La teoria neoclassica poggia sull’individualismo metodologico, un criterio di analisi della società che può essere rozzamente sintetizzato nella massima thatcheriana secondo cui la società non esiste, ed esistono solo uomini, donne e famiglie. Questa chiave di lettura della realtà asseconda il senso comune, ma proprio per questo pregiudica ogni possibilità di comprensione dei reali meccanismi di funzionamento del capitalismo, all’interno del quale i singoli individui contano solo in quanto componenti di gruppi, coalizioni, e classi sociali. Per Graziani, dunque, l’edificazione di una teoria del capitalismo scientificamente valida richiede in primo luogo il recupero e l’aggiornamento di un metodo di ricerca basato sullo studio degli antagonismi tra gruppi di interesse, e in ultima istanza tra le classi: vale a dire, quel metodo che era tipico degli economisti classici e di Marx, che lo stesso Keynes adoperò in molti suoi scritti, e che per lungo tempo è rimasto sommerso e dimenticato sotto il peso dell’approccio individualistico prevalente.
In epoche dominate dall’illusione del monadismo o da rigurgiti di ipocrisia interclassista, la scelta epistemologica di Graziani è stata senza dubbio scomoda, e ha rischiato più volte di condurlo all’emarginazione. Basti ricordare la critica che sull’Unità egli rivolse al modo in cui Achille Occhetto stava gestendo la nascita del PDS: un tentativo abborracciato di rappresentare indistintamente le classi e le culture politiche, evitando precisi riferimenti alla tutela degli interessi dei lavoratori subordinati (una critica lungimirante, che a fortiori potrebbe essere rivolta ai contenitori politici del tempo presente). Da un punto di vista strettamente scientifico, tuttavia, è interessante notare che quella scelta di metodo è stata in un certo senso premonitrice. Negli ultimi anni, infatti, gli studi sui conflitti tra gruppi sociali hanno fatto breccia tra le mura della stessa teoria dominante. Basti pensare a Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, i cui modelli macroeconomici non si basano sul comportamento dei singoli individui ma partono direttamente dall’analisi di aggregati sociali come i sindacati dei lavoratori e le grandi imprese dotate di potere di mercato. Tra l’approccio critico di Graziani e l’approccio prevalente di Blanchard resta però una differenza sostanziale. Per Blanchard l’esistenza di tali aggregati sociali rappresenta una “imperfezione” del mercato che, se rimossa, consentirebbe di ottenere un migliore impiego delle risorse produttive: ridurre il potere del sindacato, ad esempio, consentirebbe di comprimere i salari monetari e i prezzi e di aumentare quindi la domanda di merci, la produzione e l’occupazione. Per Graziani, invece, l’antagonismo tra gruppi sociali non costituisce una “imperfezione” ma rappresenta un fattore immanente al modo di produzione capitalistico. La lotta di classe c’è, insomma, anche qualora non ve ne sia più coscienza. Persino quando il sindacato viene ridotto a brandelli essa continua a produrre effetti, ad esempio cancellando gli ultimi scampoli di tutele legali dei singoli lavoratori. La conseguenza ultima è al limite un aumento dei profitti per occupato, non un aumento del numero complessivo di occupati. Del resto, ad avviso di Graziani non è certo liberando il capitale dai lacci e lacciuoli della legge che si può raggiungere l’agognato obiettivo di una piena e stabile occupazione dei lavoratori. Lo schiacciamento dei salari e dei diritti, infatti, non favorisce in quanto tale la domanda di merci e quindi non implica un aumento delle assunzioni. Per raggiungere il pieno impiego occorre in realtà una ben diversa azione collettiva, antagonistica rispetto alle logiche del capitale. A partire, afferma Graziani, da una estensione dell’intervento dello stato alla diretta gestione di alcuni processi produttivi, ben oltre la mera erogazione di spesa pubblica.
Una rinnovata analisi di classe non si presta tuttavia soltanto a esaminare il tipico conflitto tra capitale e lavoro. Essa consente anche di gettare uno sguardo smaliziato sugli antagonismi interni a ciascuna classe sociale, come quelli tra capitali grandi e capitali più piccoli, che possono poi sfociare in conflitti economici tra nazioni avanzate e nazioni meno sviluppate. Seguendo questo metodo Graziani ha scritto pagine illuminanti sulla storia economica e politica dell’Italia, e sul tema controverso della integrazione europea. Un aspetto cruciale della questione verte sulle trasformazioni dell’industria italiana avvenute nell’ultimo ventennio del secolo scorso. Il declino della grande industria privata e pubblica, la privatizzazione e la vendita di interi settori produttivi a gruppi stranieri, e la proliferazione di imprese di piccole dimensioni assai più disinvolte nella gestione della forza-lavoro, anziché accrescere l’efficienza dell’economia nazionale hanno di fatto provocato un suo progressivo indebolimento rispetto ai principali competitori esteri, in primis la Germania. Graziani indaga a fondo su queste divergenze, anticipando per molti versi il concetto di “mezzogiornificazione” europea coniato da Krugman: vale a dire, un dualismo che da caso speciale confinato ai rapporti tra Nord e Sud dell’Italia, diventa sintomatico degli antagonismi tra paesi centrali e paesi periferici di tutta l’Unione europea. Oltretutto, contrariamente alle opinioni prevalenti, la nascita della moneta unica europea non ha contribuito a ridurre tali divergenze ma ha finito per accentuarle. Una prova è fornita dalla persistenza di un’inflazione più alta in Italia e negli altri paesi periferici  rispetto alla Germania e ai suoi satelliti. La fragilità del tessuto produttivo italiano, unita a una aggressiva politica di contenimento dei salari tedeschi, allargano la forbice tra i prezzi dei due paesi. L’adozione di una moneta comune impedisce di attenuare il divario tramite la svalutazione del cambio. L’implicazione è che l’Italia e gli altri paesi deboli sono destinati a importare troppo e ad accumulare disavanzi verso l’estero. Ci si trova così di fronte al dilemma dei nostri giorni. Nella totale evanescenza di iniziative per una riforma atta al ribilanciamento dei rapporti interni all’Unione, le opzioni sono soltanto due: o i paesi periferici frenano la tendenza a importare attraverso continue politiche di austerità, oppure la deflagrazione dell’euro diventa una possibilità concreta.
L’eventualità di un tracollo dell’euro, evocata da Graziani nei mesi in cui l’entusiasmo verso la moneta comune era alle stelle, suscitava il bonario scetticismo di numerosi colleghi. In un convegno tenutosi a Napoli nel 2003, Alberto Quadrio Curzio ed altri non nascosero una certa sorpresa di fronte all’insistenza con cui Graziani accennava al rischio di una disgregazione dell’Unione monetaria. Di fronte a tanto stupore Graziani replicò con un aneddoto malizioso. Egli invitò i colleghi a prelevare dai portafogli una banconota in euro, e li esortò a notare un dettaglio intrigante: il numero di serie di ogni biglietto reca chiaramente l’indicazione della singola nazione emittente (la lettera S vale per l’Italia, la X per la Germania, la U per la Spagna, la Y per la Grecia, e così via). Quindi fece notare che le ragioni di questa notazione non sono mai state chiarite dalla Banca centrale europea: «Può trattarsi di una semplice procedura tecnica; oppure, come alcuni sospettano, potrebbe trattarsi di una misura precauzionale, nel senso che, se un giorno l’Unione monetaria europea dovesse sciogliersi, si potrebbe stabilire con precisione l’origine di ogni biglietto e quindi l’obbligo di riconversione gravante su ciascuno dei paesi». Capitò così di vedere studenti e professori trarre un po’ goffamente le banconote dalle tasche. In un misto di incredulità e preoccupazione, tutti esaminarono i numeri di serie. Graziani aveva ragione: i biglietti sono formalmente attribuiti alla Bce, ma chiunque può agevolmente distinguere tra euro emessi dalla Banca d’Italia ed euro emessi dalla Bundesbank o dalla Banque de France. Fu una piccola rivelazione, la scoperta di un microscopico bug nell’algoritmo apparentemente irreversibile dell’Unione. Graziani osservò la platea con occhi più sottili del solito. Fu l’unico segnale lanciato dal suo corpo minuto, da sempre votato al più rigoroso understatement. Ricordando oggi quello sguardo, è inevitabile chiedersi se sia stato ancora una volta capace di intravedere il futuro.
Emiliano Brancaccio

Tra i contributi analitici di Augusto Graziani particolare rilievo assumono i saggi dedicati alla teoria monetaria: tra questi, spicca The monetary theory of production (Cambridge University Press 2003) e, a un livello più elementare, La teoria del circuito monetario (Jaca Book 1996). I manuali di Graziani vengono considerati dei casi esemplari di chiarezza espositiva e completezza del dibattito tra scuole di pensiero: Macroeconomia e Prezzi e distribuzione (Edizioni scientifiche italiane, 1992 e 1993). Sulla storia politica ed economica italiana, resta illuminante Lo sviluppo dell’economia italiana (Bollati Boringhieri, 2° ed. 2000). Una raccolta di articoli divulgativi e di saggi brevi è riportata in I conti senza l’oste (Bollati Boringhieri 1997). Le prospettive della moneta unica europea sono esaminate in “La politica monetaria della Banca centrale europea” (Rivista italiana degli economisti, Supplemento al n. 1/2004). Una bibliografia degli scritti di Graziani è contenuta in The monetary theory of production. Tradition and perspectives (Palgrave Macmillan 2005; a cura di G. Fontana e R. Realfonzo).