Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 25 maggio 2013

Un Paese che parla solo di tasse o di “costo del lavoro” è un Paese che non ha più niente da dire o da proporre

Pasquale Cicalese: Il salario sociale globale di classe come meccanismo di accumulazione

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Il salario sociale globale di classe come meccanismo di accumulazione

Il caso Cina

di Pasquale Cicalese

“Torniamo, al punto di partenza concettualmente più logico dal punto di vista del proletariato: la questione del salario; essa, in un preciso significato di classe, si pone correttamente come contraddizione della forma specifica di carattere di merce della forza-lavoro. Nella concezione critica marxiana, il salario è da in­tendere esclusivamente nella sua determinatezza sociale, e in termini reali (ossia non nominalmente monetari) e relativi (rispetto alla dinamica della ricchezza della nazione). Il salario - spiegava Marx - “vale non per il sin­golo individuo ma per la specie”. Il salario si concepisce perciò come grandezza sociale innanzitutto perché ri­guarda il proletariato intero come classe. Il salario non si esaurisce pertanto nell’acquisto diretto delle merci di sussistenza con la *spesa del reddito dei lavoratori*, ma è composto anche dall’insieme di *prestazioni colletti­ve* che derivano dalla ricchezza sociale generale”. G.Pala, Classe, salario, Stato.
Ti svegli la mattina presto per studiarti i mercati asiatici, gli unici ormai di qualche interesse. Lo fai andando a dormire presto, con i bimbi, perché tanto Wall Street non ti interessa, è tutta carta straccia, e poi tua moglie pensa che un film di Tim Burton valga di più dei tuoi studi, forse a ragione. Capita così che la mattina presto assisti agli sconvolgimenti industriali e monetari provenienti da quell’area, mentre l’Occidente continua imperterrito a guardare a New York, con i suoi 50 mila senzatetto.
E poi ti vedi le prime pagine dei giornali economici e capisci già l’andazzo della giornata. Succede così che un giorno qualunque in prima pagina sul Sole 24 Ore il corrispondente da Pechino Francesco Sisci, uno che vive in quel paese da 30 anni, ha studiato in quelle università e ha contatti diretti con la dirigenza, ti informa di un piano decennale 2013-2023 di 5 mila miliardi di euro finalizzato all’urbanizzazione di 400 milioni di persone in città medio piccole, dell’ordine di 1-2 milioni di abitanti. Ti vengono in mente tante cose.
Soprattutto quando vieni informato che il piano ha come fulcro la riforma dell’hukou, quel sistema in vigore dal 1958 che non permette al proletariato migrante nelle grandi città di usufruire dei diritti di cittadinanza.
Ebbene, quel sistema verrà smantellato, e a centinaia di milioni di persone daranno diritti sociali quali l’istruzione, l’alloggio popolare e la sanità gratuita, una grande discriminazione viene meno.
Salario sociale globale di classe, prestazioni universali per decine e decine di milioni di persone, le stesse che in Occidente invece stanno via via smantellando. Tocca leggere il giornale padronale per saperlo, i siti di sinistra non ne parlano affatto, parlano dei grillini…
Qualcosa era nell’aria, da anni: alla fine della prima decade del ventunesimo secolo la dirigenza cinese svoltava con la contro-controriforma sanitaria, che stabiliva il ritorno alla sanità pubblica, gratuita e universale, un percorso decennale che veniva inaugurato con la decisione di costruire 1200 ospedali regionali. Poi dal 2005 iniziava un percorso di reflazione salariale, con aumenti del salario nominale del 15% annuo. Nel 2010 il colpo di grazia: il Consiglio di Stato decide la costruzione di 6 milioni di alloggi popolari, chiaro segno che lasciava presagire la riforma dell’hukou.
Ora si va oltre, molto al di là dell’immaginario: il piano da 40 trilioni di yuan, per l’appunto 5 mila miliardi di euro, prevede l’urbanizzazione di 400 milioni di persone e contemporaneamente un forte aumento della produttività agricola. Tutto tiene, città e campagna, l’obiettivo è basare la crescita futura reflazionando la domanda interna: dalla debolezza esterna, per l’appunto dell’Occidente, alla forza interna.
Chi finanzierà tutto ciò? Ebbene, l’ampliamento delle prestazioni universali gratuite, dalla casa alla sanità, unite alla reflazione del salario nominale, aumenterà la massa salariale che verrà canalizzata in parte nel risparmio e in parte nel consumo. Se pensiamo che il 65% dei lavoratori italiani ha redditi insufficienti per sopravvivere ci possiamo rendere conto di quel che accadrà. La massa di risparmio del proletariato cinese, anche attraverso una riforma pensionistica che assumerà anch’essa il carattere di prestazione universale, verrà canalizzato su un fortissimo ampliamento di obbligazioni di Stato finalizzati al piano. Ma già oggi la massa di risparmio di quel popolo ha dimensioni gigantesche, pari a 10 mila miliardi di dollari.
Un’altra fonte di entrata per il piano sarà il collocamento azionario di quote minoritarie di centinaia di imprese pubbliche in modo che si sviluppi un florido mercato finanziario parzialmente aperto all’esterno.
Del resto gli occidentali vivono di “fiat money”, di liquidità delle banche centrali che non sanno dove collocare: la Cina gli offre gentilmente questa possibilità, l’importante, in ogni caso, è reflazionare il mercato interno; se poi lo si fa anche con capitali esteri ben venga, c’è in ogni caso lo scudo nazionale delle riserve valutarie, dell’ordine di 3300 miliardi di euro, a proteggere gli interessi di quel Paese. Va da sé che ciò presuppone un’ulteriore tappa verso l’internazionalizzazione della moneta cinese e, quindi, una minore incidenza dell’uso del dollaro e dell’euro nelle transazioni commerciali che passa anche attraverso una forte diminuzione dei surplus delle partite correnti e della bilancia commerciale. Il piano, infatti, ha come fulcro una massiccia operazione di aumento delle importazioni, inizialmente di materie prime e successivamente di beni tecnologici legati all’edilizia e all’ambiente, una politica commerciale capace di trascinare l’intera economia mondiale mediante la rivoluzione del mercato e del commercio mondiale. A beneficiarne saranno inizialmente paesi produttori di materie prime come Australia, America Latina e Africa e successivamente i paesi produttori di beni tecnologici e di beni di consumo, in cui potrebbe incunearsi il nostro stesso Paese, se non fosse che qui si va dietro al feroce anticinese Casaleggio…
Si conferma in tal modo il dato storico del panorama economico post-crisi: in Occidente la “fiat money” produce capitale fittizio e deflazione salariale, uniti all’abbattimento del salario sociale globale di classe e alla miseria del proletariato e della “classe media” che provocano un corto circuito economico di natura depressiva; in Oriente l’universalizzazione delle prestazioni sociali è alla base di un nuovo modello di sviluppo delle forze produttive e di accumulazione che trascina con sé l’intero mercato mondiale.
C’è da aggiungere in ogni caso che l’accumulazione dell’ultimo trentennio in Cina, caratterizzata da un vero e proprio “comunismo di guerra”, e il successivo salto verso la reflazione del mercato interno sono stati possibili solo attraverso un forte aumento medio annuale dei tassi di produttività totale dei fattori produttivi mediante una fortissima qualificazione della forza lavoro dove ha giocato un ruolo fondamentale la possente spesa in istruzione e ricerca. La ricchezza sociale che ne è conseguita, resa possibile anche dal fatto che il 72% del valore aggiunto industriale è generato dai colossi pubblici, con una tassazione statale alla fonte che diminuisce fenomeni di elusione ed evasione fiscale e che ha permesso di avere bilanci statali in salute nonostante massicce spese in investimenti, offre la chance di quello che l’editorialista del Financial Times Martin Wolf consigliava al popolo cinese, cioè di “rilassarsi un po’ e divertirsi dopo tanto lavoro”….Questa ricchezza sociale porta con sé fenomeni redistributivi attraverso l’ampliamento delle prestazioni universali che ha come effetto la generazione di un forte risparmio da parte del proletariato industriale cinese e un portentoso processo di aumento della domanda interna, non solo investimenti ma anche consumi domestici. Forse non è socialismo, come tanti a sinistra pontificano, ma non c’è ombra di dubbio che, contrariamente agli occidentali, quella gente sa perfettamente come si utilizzano le leve per lo sviluppo delle forze produttive e per i processi di accumulazione che si diramano per tutto il mercato mondiale mediante una forte diminuzione dei surplus delle partite correnti, che nel giro di 7 anni sono passati dal 10 al 2% del pil cinese, nel mentre la tanto decantata Germania l’aumentava dal 5,7 al 6,5%, imponendo ai paesi europei una feroce deflazione salariale e l’austerità, a modo di dire dei deficienti sicofanti “economisti” austro monetaristi e chicagoan, “espansiva”…
Curioso poi il fatto che tali massicce politiche fiscali espansive da parte della dirigenza cinese vengano accompagnate da una feroce lotta all’asset inflation, non ultimo l’aumento dal 2 al 20% delle tasse sui profitti di compravendita di immobili, attraverso un’epocale sterilizzazione monetaria da parte della People’s Bank of China, nel mentre l’Occidente si dà allegramente alla “fiat money”, alla moneta fiduciaria: la prima accumula mega impianti industriali, scuole, ospedali, alloggi popolari e una sorte di nuova Inps, la seconda accumula invece autentica “carta straccia”.
Ancora, ma se non saranno il dollaro e l’euro la base dell’internazionalizzazione dello yuan, su quale asse sarà basato questo processo? Ebbene, la risposta si può trovarla nella decisione presa dalla banca centrale cinese, che nell’autunno del 2012 comunicava l’acquisto nei prossimi anni di 10 mila tonnellate d’oro, aumentando la quota del metallo giallo rispetto al totale delle riserve valutarie, ora ferma ad un misero 2%. La storia si ripete: come nella strategia di Baffi del periodo ‘60’-’70, l’accumulo d’oro si accompagna all’universalizzazione delle prestazioni sociali; immaginate un’Italia degli anni settanta all’ennesima potenza, questa sarà la Cina ora guidata da Xi Jinping che ha annunciato il piano decennale da 5 mila miliardi di euro.
Era un’Italia protesa verso la modernità mediante le lotte sociali, che fu ricacciata nel giro di qualche decennio in una sorte di feudalesimo post-industriale dominato dalla rendita e dalle mafie da parte di una delle peggiori borghesie del mondo, che ha il “demone” del fisco e che ha “suicidato” un intero Paese.
Chissà perché in Cina non si parla mai di fisco, tema all’ordine del giorno da vent’anni nella feudale Italia assieme al costo del lavoro. Un Paese che parla solo di tasse o di “costo del lavoro” è un Paese che non ha più niente da dire o da proporre.
Forse la dirigenza cinese studierà la decadenza italiana per non fare gli stessi errori, almeno si spera.

venerdì 24 maggio 2013

il dollaro sempre più carta straccia

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Economia USA e crisi

di Joseph Halevi

La dinamica della crisi economica statunitense va affrontata da un punto di vista storico. Contrariamente a quanto di norma si ritiene, tale crisi non è un problema interno degli Stati Uniti propagatosi poi all’esterno, ma è il frutto dei rapporti che si sono sviluppati nel tempo fra gli Usa e il resto del mondo. Il crescente indebitamento estero, che ha alimentato la domanda interna degli Usa a partire dal 1971, è stato l’elemento trainate anche della domanda delle economie industrializzate, in particolare Europa e Giappone e, successivamente, della Cina. La situazione attuale, dunque, non può essere compresa se non si considera l’interesse di tali paesi a dirigere il loro flusso di esportazioni verso gli Stati Uniti.
Questi i concetti economici che stanno alla base della nostra analisi:
- l’accumulazione capitalistica è vincolata dalla domanda e solo occasionalmente dall’offerta di materie prime o di lavoro;
- i prezzi, come insegna la teoria di Paolo Sylos Labini, si formano sulla base dei margini di profitto che le imprese riescono a caricare sui costi grazie al loro potere oligopolistico. Non vi è nessun legame sistematico tra margini di profitto e investimenti produttivi.
Da quanto sopra enunciato discende che non vi sono leggi generali che spiegano l’andamento dell’economia e quindi l’unico approccio possibile è quello storico.
Premettiamo che la crisi attuale non è americana, bensì mondiale. Gli Stati Uniti ne sono il fulcro, semplicemente perché gli altri blocchi e paesi, dall’Unione Europea alla Cina e al Giappone, hanno scientemente incentrato il loro processo di accumulazione capitalistica sul grande paese d’oltre oceano. I tentativi delle classi dirigenti politiche europee di scaricare sugli USA la responsabilità principale della crisi, dopo almeno due decenni di elogi del sistema finanziario americano e della flessibilità del mercato del lavoro (che in pratica ha significato la caduta dei salari), è pura demagogia populista simile a quella che negli anni della Grande Depressione portava gli allora governi d’Italia e di Germania a denunciare le ‘plutocrazie’ anglosassoni.
Il ruolo centrale degli USA nell’economia mondiale è divisibile, dal 1940 in poi, in due fasi1. La prima fase va dal 1940 al 1971 e termina con l’annuncio da parte del Presidente Richard Nixon della fine del cambio fisso tra dollaro e oro e, di conseguenza, del cambio fisso tra il dollaro e le monete dei paesi capitalistici ‘avanzati’. In questa fase l’azione USA a livello mondiale ha un effetto trainante sulle economie capitalistiche avanzate, Europa occidentale e Giappone, e sui paesi di nuova industrializzazione come la Corea del Sud e Taiwan. Lo scontro militare ed economico avviene nei confronti dell’ex-periferia coloniale, in quanto dal Piano Marshall alla ricostruzione dell’economia nipponica, gli USA operano con uno schema in cui il ruolo delle ex colonie e dell’America latina rimane quello, assai incongruente, di fornire simultaneamente materie prime a basso prezzo e funzionare da mercato per i prodotti industriali occidentali. La politica americana viene condotta attraverso la spesa pubblica militare sia in relazione a guerre vere (Corea a Vietnam) sia in relazione alle alleanze politiche (Nato, Giappone, Corea, Taiwan). La massiccia spesa USA genera un enorme effetto moltiplicativo sia sul mercato interno sia nei paesi occidentali. Negli Stati Uniti il periodo fino al 1960 si caratterizza per una crescita del consumo inferiore al prodotto nazionale lordo a causa della grande espansione del complesso oligopolistico militar-industriale. I salari reali tuttavia aumentano grosso modo allo stesso ritmo della produttività, per cui il potere d’acquisto della popolazione si accresce senza creare problemi di indebitamento. Tale trend positivo arriva all’apice nel pieno della guerra del Vietnam grazie alla quale l’industria raggiunge un tasso di utilizzazione della capacità produttiva di oltre il 90%, un limite che non verrà mai più toccato dopo la svolta del 1971. In questo periodo la quota dei salari sul prodotto interno lordo aumenta malgrado il conflitto nel sudest asiatico. Negli anni Sessanta, sebbene lo scambio di merci fosse ampiamente attivo, la bilancia dei pagamenti Usa si deteriora a causa del saldo passivo delle partite invisibili (servizi e trasferimenti). Col regime di cambi fissi allora vigente, squilibri anche piccoli non corretti hanno effetti cumulativi che riducono i margini della politica economica e creano un problema di credibilità per il dollaro, apertamente denunciato da de Gaulle nel 1965. Ne scaturisce la decisione di Nixon di abbandonare Bretton Woods quando alla crisi politica indotta dalla guerra nel Vietnam si aggiunge il passivo della bilancia dei pagamenti.
La svolta del 1971 apre la seconda fase che forse sta terminando con questa crisi e che si contraddistingue per la non cooperazione economica degli USA con l’Europa e il Giappone, mentre questi restano legati a Washington attraverso le esportazioni. I mutamenti avvenuti nel 1971 si concretizzano in una scelta di fondo che unifica politica economica, sistema finanziario e posizione militare degli USA solo con l’elezione di Ronald Reagan nel 1980. La scelta della presidenza Reagan è quella di trasformare il fronte interno nel perno della forza internazionale degli Usa. Viene dunque gettata alle ortiche l’alleanza big business-big unions che aveva contraddistinto il periodo 1940-71 e che era sopravvissuta in maniera anemica nel decennio Nixon-Ford-Carter. Come recentemente ammesso da Paul Volcker, presidente della Banca Federale durante il primo mandato di Reagan, la disinflazione di quel periodo non è il risultato della politica monetaria restrittiva, bensì il prodotto dell’attacco frontale ai sindacati durante la grande crisi occupazionale del 1981-1982. Il ruolo della politica monetaria è quello di riproporre la centralità forte del dollaro sul piano internazionale e di aprire spazi alle grandi imprese oligopolistiche per ristrutturarsi e delocalizzarsi su una base geografica mondiale. Quasi contemporaneamente il rilancio della spesa pubblica militare di Reagan ristabilisce il ruolo centrale del complesso militar-industriale il cui orientamento era entrato in crisi con la fine della guerra del Vietnam, con i trattati Start che limitavano lo sviluppo missilistico, ed infine con la sconfitta iraniana nel 1979. Quest’ultima, di gran lunga più grave della vicenda vietnamita, colpisce il complesso militar-industriale in quanto lo Scià era uno dei maggiori destinatari delle esportazioni di armamenti ai massimi livelli di innovazione tecnologica. Danneggia anche il complesso della multinazionali USA del petrolio. Inoltre la perdita dell’Iran colpisce in maniera considerevole il circuito finanziario dei petrodollari e il loro collocamento nelle banche USA. Con la politica Volcker-Reagan gli interessi dei settori militar-industriali, energetici e finanziari vengono accorpati in una strategia coerente che va a scapito dei salari e della produzione industriale civile nazionale.
Cosa accade a questo punto? La politica reaganiana, caratterizzata da alti tassi di interesse, elevato deficit pubblico e alto valore del dollaro, porta a un rilancio della domanda interna, a una delocalizzazione massiccia e a un notevole aumento delle importazioni. La delocalizzazione e l’outsourcing trasformano gli USA in un’economia globale d’importazione ove il deficit estero continua a espandersi anche quando il dollaro riprende a calare dopo gli accordi del Plaza del 1985. In questo contesto si cementa la tossicodipendenza dal mercato statunitense dell’Europa, del Giappone, dell’est e sudest asiatico. Per l’Europa non Deutschland le esportazioni nette verso gli USA costituiscono la via di scampo che salva la bilancia commerciale, altrimenti in deficit nei confronti della Germania. Quest’ultima infatti realizza in Europa enormi avanzi commerciali. In Giappone, Corea ed Europa, in momenti diversi, viene compressa la domanda interna e la domanda globale dipende essenzialmente dall’American Dream. La funzione e l’obiettivo di questi paesi diventano prevalentemente quelli di riciclare il deficit statunitense in direzione degli USA stessi. Ma negli anni Ottanta irrompe il capitalismo cinese tramite accordi diretti con Washington (infatti alla Cina, già ammessa nel 1980 al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, viene subito conferito lo stato di nazione favorita). Negli anni Novanta l’uovo si rompe ed invece di un pulcino esce un aquilotto famelico che si prende assai rapidamente il grosso delle importazioni nette USA. La strategia di Europa e Giappone non funziona più, ma tali paesi si sono nel frattempo privati di alternative economiche e istituzionali, per cui non possono che continuare nella stessa direzione: puntare sulla domanda estera netta USA.
Gli USA devono quindi crescere per assorbire le esportazioni mondiali. Ed in effetti lo fanno, ma come? Prendiamo come riferimento le serie storiche pubblicate annualmente nell’Economic Report of the President (edizione 2008, disponibile in rete). Tra l’anno di partenza della serie, il 1959, ed il 1980, l’aumento del prodotto interno lordo USA è leggermente inferiore alla crescita del reddito personale diponibile (cioè il reddito della famiglie al netto delle tasse). Quest’ultimo aumenta più rapidamente della spesa per consumi. Quindi nell’insieme il bilancio corrente delle famiglie migliora. Dopo il 1980 il reddito disponibile aumenta meno del prodotto interno lordo, ma la spesa per consumi cresce significativamente di più del prodotto lordo. Ne consegue che la tendenza del reddito disponibile è opposta a quella della spesa delle famiglie. E’ in questo divario che si inserisce il crescente indebitamento americano. Sarebbe tuttavia fuorviante concludere che l’espansione della spesa per consumi sia dovuta ad una frenesia irrazionale. Essa scaturisce dalle condizioni materiali di vita negli Usa, in particolare dall’aumento vertiginoso delle spese mediche, cui si deve sommare la crescita delle spese per l’istruzione. Nei confronti delle prime il rapporto del presidente fornisce solo i dati nominali, mentre non riporta gli esborsi per le seconde. Usando le spese mediche e considerando che la dinamica dei rapporti tra prodotto lordo nominale e spesa nominale per consumi da parte delle famiglie non si discosta molto dalla serie reale, osserviamo che il peso delle spese per la sanità sul totale dei consumi, passa dal 5% nel 1959, all’8% del 1980, al 17% del 2006. La dimensione del problema che conduce il lavoro dipendente non dirigenziale nel vortice dell’indebitamento, si percepisce osservando l’andamento del rapporto tra il reddito salariale lordo ed il reddito lordo delle famiglie nel loro complesso. Tale rapporto raggiunge il massimo nel 1970 toccando il 73%, poi scende gradualmente fino a toccare il 67% nel 2006.
Dopo il 1970 gli Usa accentuano la loro trasformazione in un’economia trainata dai consumi, per cui la composizione del prodotto lordo è vieppiù determinata dai settori dei beni di consumo. Tuttavia il reddito lordo delle famiglie – e quindi anche quello disponibile – cresce meno del Pil. Se la spesa per consumi si fosse limitata alla dinamica del reddito disponibile e di quello salariale in particolare, la crescita del Pil sarebbe stata inferiore e la tendenza alla stagnazione sarebbe presto emersa. L’economia della bolla speculativa si annida nel divario crescente tra il reddito delle famiglie e le percepite necessità di spesa da un lato e la reale tendenza alla stagnazione dall’altro. La formazione della bolla è stata resa a sua volta possibile dalle politiche monetarie e fiscali. Non si tratta però unicamente di un’idea geniale di Alan Greenspan, per il quale l’alleggerimento fiscale per le classi abbienti e il credito facile dal rischio assicurato attraverso le cartolarizzazioni diventano lo strumento principale per rafforzare sia i rapporti di classe che la dinamica economica. La costruzione di una bolla creditizia si impone durante tutti gli anni Ottanta e Novanta di fronte al riprodursi di una fragilità finanziaria sconosciuta nei precedenti decenni. Assistiamo infatti al fallimento della banca Continental Illinois agli inizi degli anni Ottanta, al crollo di Wall Street nel 1987, al recupero dal fallimento di oltre cento banche texane nel 1988, al salvataggio delle Savings and Loans nel 1989, delle società finanziarie USA impelagatesi in Messico nel 1995, fino alla megaoperazione di rifinanziamento della Long Term Capital nel 1998. Ognuna di queste azioni richiede una grande elargizione di liquidità, in cui le istituzioni interessate non sono in pratica tenute a rimborsare i denari. Tale ‘politica’ instaura volutamente un clima di rischio morale spingendo le società finanziarie ad allargare la cerchia dei clienti, coadiuvate da misure legislative che cancellano le barriere che impedivano alle banche commerciali di giocare in borsa.
Tuttavia, anche l’espansione del rischio morale riguarda un processo che ha radici nella realtà dell’economia. Non si tratta pertanto unicamente di errori o eccessi. Ad ogni manifestazione della fragilità finanziaria si aprono delle crisi e dei fallimenti di organismi il cui recupero richiede l’apertura di altri terreni di azione. Le crisi bruciano delle fonti di lucro, mentre le massicce iniezioni di liquidità offrono la possibilità di far fruttare i soldi coinvolgendo altri strati sociali nel processo di indebitamento, contando sulla dispersione del rischio attraverso i cosiddetti ‘veicoli di investimento complessi’. Senza l’allargamento della sfera di potenziale contagio la stagnazione riemergerebbe attraverso la dinamica del prodotto lordo verso quella, più contenuta, del reddito personale. In effetti la bolla appare sostenibile fintanto che la componente principale si situa nel settore finanziario per cui l’instabilità si presenta come un crisi di liquidità. Ma già con la crisi delle società ‘tecnologiche’ dotcom del 2000, simile alle crisi di sovrainvestimento nelle ferrovie private alla fine del diciannovesimo secolo, il problema comincia a diventare reale. L’economia viene però rilanciata combinando l’emissione illimitata di liquidità in seguito all’attacco al World Trade Center di New York il 9/11/2001 con il vasto rilancio del deficit di bilancio connesso alla spesa militare per le guerre in Afghanistan ed in Iraq. La quantità di liquidità disponibile permette di allargare le maglie dell’indebitamento ad ulteriori strati di popolazione, proprio quelli più insolventi, che non potranno (nel 2007) pagare i debiti facendo così crollare il castello di carte.
Si tratta di un meccanismo unico, in cui scompare la dicotomia tra interno ed estero. Le imprese USA delocalizzano ed usufruiscono del potere oligopolistico per ottenere i margini di profitto desiderati attraverso la catena di valorizzazione. Produrre in Messico o in Cina permette di mantenere prezzi abbordabili per una popolazione (quella USA) i cui salari reali sono in calo e per la quale capitoli di spesa come la sanità e l’istruzione sono un vero incubo. I paesi con la domanda interna stagnante e la Cina contribuiscono attivamente alla rivitalizzazione di tale meccanismo. Acquistano titoli USA che permettono a Washington di allargare il deficit estero senza pressione sui propri tassi di interesse, rendendo pertanto possibile l’erogazione di ulteriori prestiti interni in un contesto ove la base di reddito diventa, assurdamente, un aspetto secondario nella concessione di crediti. E’ un meccanismo globalmente fallimentare il cui fulcro era negli USA, ma che Washington da sola non avrebbe potuto mantenere così a lungo.
* Joseph Halevi insegna Economia all’Università di Sidney ed è collaboratore de “Il Manifesto”.
[1] Nel 1940 entra in vigore il programma lend and lease con il quale gli USA finanziano lo sforzo bellico britannico. La disoccupazione americana comincia a calare rapidamente ponendo fine alla Grande Depressione.

lunedì 20 maggio 2013

Eurocentrismo una politica errata


Piccola risposta al saggio
"SUL LIBRO DI M. BADIALE E F. TRINGALI, " di Michele Nobile

La norma fondamentale della nostra Costituzione è espressa nel terzo comma dell’art. 41: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Con questa norma i costituenti sceglievano un modello dirigista (N. IRTI, L’ordine giuridico del mercato, op. loc. cit.), un dirigismo che deve svolgersi nel rispetto della sacrosanta tutela costituzionale dell'iniziativa economica privata, ma pur sempre di direzione politica dell'economia si tratta.

L’insieme dei principi e dei valori espressi dalle altre norme del titolo (nonché altri principi e valori che trovano fondamento in altri luoghi della costituzione) non sono affidati al mercato, al libero incontro e scontro delle forze e quindi di fatto e di diritto al dominio del capitale. Sono invece realizzati mediante un programma. Il programma si esprime mediante prese di posizione e interventi. Questa norma dice chiaramente che l’attività economica soggiace alla decisione politica, la quale si esprime nella legge. Lo Stato è consapevole della forza del denaro, vi si oppone e, pur utilizzandola, la disciplina.

Ferma la libertà d’iniziativa economica privata e fermi i limiti sanciti nel secondo comma dell’art. 41 Cost., lo Stato, per mezzo della legge, programmava chi produceva determinati beni e servizi; cosa si produceva e vendeva; cosa non si doveva produrre e vendere; come si produceva e vendeva.

Lo Stato si riservava di stabilire prezzi equi per beni e servizi essenziali (equo canone e scala mobile, per esempio). Legiferava per realizzare i valori costituzionali e, per raggiungere l’obiettivo, poteva prevedere monopoli pubblici, discipline vincolistiche in settori economici di rilevanza pubblica, imporre prezzi minimi e massimi, imporre dazi all’importazione o all’esportazione, e altri strumenti di protezione di uno o altro settore dell’industria italiana.

Lo Stato, desideroso di tassare le rendite e i grandi patrimoni o i grandi centri di produzione di profitti, poteva limitare o vietare la libera circolazione dei capitali, al fine di impedirne la fuga, in caso di aumento dell’imposizione. La legge poteva prevedere aiuti di Stato a tipi di industrie e attività; vietare la produzione e la commercializzazione nel territorio dello Stato di determinati beni; ignorare il valore della concorrenza -ignorare la concorrenza non significa imporre in ogni settore monopoli o oligopoli, bensì, semplicemente, non perseguire ossessivamente la concorrenza e preferire una sana e regolata competizione (1); condizionare l’esercizio di attività commerciali a licenze e autorizzazioni di vario tipo a tutela di uno o altro interesse; prevedere minimi tariffari nell’esercizio delle professioni, vietare la pubblicità delle attività professionali; accettare una inflazione modesta (o relativamente modesta) a tutela dell’occupazione (e quindi dei salari); limitare il potere delle banche commerciali di creare denaro, fissando un’alta riserva frazionaria (intorno al 25% fino alla metà degli anni Ottanta); consentire il finanziamento, attraverso le banche commerciali, soltanto della produzione e non del consumo (come avveniva fino alla seconda metà degli anni Ottanta); perseguire l’autosufficienza alimentare della nazione e pertanto tutelare in modo assoluto l’agricoltura. Lo Stato poteva fare ed effettivamente fece gran parte di ciò che ho indicato e molto altro. Ciò che non fece non deve essere imputato al programma economico costituzionale; bensì alla volontà politica che, pure nella dialettica politica del tempo, risultò dominante.

questo x quanto riguarda la Costituzione non vuole assolutamente essere esaustivo,
si vorrebbe partire da queste piccole cose tenendo nella massima considerazione a tutto il paragrafo: "Il richiamo alla Costituzione dello Stato capitalista italiano: una posizione politicamente arretrata e interclassista" per non parlare qui e là dei vari richiami alla Costituzione che c'è nel saggio di recessione.

Per la parte fondamentale su quali sono gli obiettivi che ci si propone nella lotta x uscire dall'euro:
1) obiettivi di politica economica
2) obiettivi di lotta di movimenti sociali di massa
e quindi la contrapposizione tra il punto 1 e il punto 2

Aggiungo una mia personale visione.
La lotta x uscire dall'Euro dovrebbe selezionare ed aggregare idee e soggettività diverse, anche settori e soggettività capitaliste, l'importante è essere consapevoli del vasto fronte che si sta creando, e questo è un dato reale, in questo momento bisogna unire tutte le forze proprio in funzione della protezione dei substrati più deboli, economicamente e socialmente della popolazione, che coinvolgerà sempre di più tutti le classi escluse l'élite del capitalismo (capitale eurocentrista).

Questa lotta è il presupposto primo x creare, mobilitare, coinvolgere vasti settori sociali e di massa, perché diciamocelo chiaramente questa politica è talmente intrisa di Eurocentrismo che non vorrà mai uscire dall'Euro, e l'unica strada che si ha è quello di convincere la grande massa del popolo italiano a fare questa grande forzatura,

Nel risvegliare le masse da una situazione oggettivamente insostenibile, siamo obbligati a confrontarci anche tra noi, a conoscerci, ad annusarci, le idee devono obbligatoriamente uscire fuori e gli obiettivi posti "dalla trappola dell'euro" e non solo da esso, sono obiettivi che possono attivare forti movimenti sociali di massa.

Ripeto non siamo tutti uguali a capire e voler uscire dall'euro, ci sono indiscutibilmente soggettività che hanno come fine ultimo di avere una società in cui il fine è come, cosa e quanto produrre che non è certamente questo modo di produrre teso unicamente a creare profitto x pochi (capitalismo). Queste soggettività hanno un doppio lavoro oltre quelle di fare uscire fuori sempre in tutte le occasioni le contraddizione dell'Euro, quello di selezionare sempre di più teste pensanti, organizzarle, e creare una classe dirigente alternativa pronta a coprire gangli vitali dello stato.

Se riusciamo e dobbiamo riuscirci, a creare movimento di massa, a stare in un movimento di massa e lì che si comincia a giocare una partita ancora più importante perché in certi momenti un periodo brevissimo equivale ad anni di altri periodi e solo se ci si arriva organizzati, determinati, con una visione convincente, con un'offerta adeguata si può vincere.

martelun