Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 giugno 2013

Il gioco diventa serio uscire dall'Euro non e' una passeggiata, non possiamo sbagliare

Brancaccio sul documento del M5S: “Il reddito di cittadinanza non basta. Occorre un piano per creare occupazione”

Lettera43.it, 24 giugno 2013
Il vademecum degli economisti pentastellati: «Col sussidio i disoccupati diventano subalterni di chi lavora». Sull’exit strategy dall’euro, l’esperto Brancaccio: «Senza contromisure, rischio di svendere agli stranieri».
di Paola Alagia
Dietro la proposta di un referendum sull’euro lanciata da Beppe Grillo, c’è di più. Analisi, discussioni e pareri, tutti confluiti in un report di 71 pagine dal titolo “Documento di supporto per il laboratorio di economia del Movimento 5 stelle”. Segno di quanto nell’entourage grillino il tema della crisi e soprattutto di un’eventuale exit strategy per superare l’euro sia centrale. Lettera43.it è in possesso del vademecum pentastellato, frutto dell’attività del sito Economia cinque stelle che coinvolge numerosi attivisti e alcuni parlamentari del movimento. In tutto sono cinque gli scenari tratteggiati in questo «manifesto-riferimento», che presto deve essere oggetto di riflessione tra deputati e senatori del M5s.
PRO E CONTRO L’USCITA DALL’EURO. Si parte con «cosa succede se il nostro Paese rimane nell’euro così com’è», quindi si scandagliano le modalità in cui «il governo italiano potrebbe chiedere di riformare i trattati europei in materia economica» e «quali sono le condizioni, i vantaggi e gli svantaggi dell’introduzione di una moneta per i Paesi dell’Unione europea più forti e di una per quelli più in difficoltà». Dopo l’analisi su «cosa accadrebbe nel caso di immissione in corso di una seconda valuta in Italia», però, si fa strada, quasi ad excludendum, l’ultimo scenario, «pro e contro dell’uscita del nostro Paese dall’euro», con l’assunto che «il recesso dall’Eurozona appare come la scelta ottimale», che sembra riassumere meglio l’orientamento prevalente nel gruppo di lavoro.
NO ALLA MONETA A DUE VELOCITÀ. La linea della via d’uscita, insomma, è caldeggiata, seppure in maniera diversa, da economisti non organici al movimento come Alberto Bagnai ed Emiliano Brancaccio che, non a caso, sono citati nello studio. Non i soli esperti di economia, tra l’altro, che fanno capolino nel documento. C’è spazio per il pensiero di Gustavo Rinaldi, Giuseppe Pennisi e Luca Fantacci. Oltre che di Loretta Napoleoni. Sebbene la tesi dell’euro a due velocità dell’economista vicina al M5s, nella bozza, venga derubricata a «un’ipotesi priva di senso macroeconomico».
L’ECONOMISTA BRANCACCIO ALL’OSCURO DEL DOCUMENTO. Brancaccio, raggiunto da Lettera43.it, si sofferma su alcuni punti chiave enunciati nel lavoro, del quale era del tutto all’oscuro: «In passato sono stato contattato da alcuni attivisti e gestori del sito Economia cinque stelle, così come da esponenti di altre realtà politiche», premette l’economista napoletano che insegna all’Università del Sannio, «ma di questo studio in particolare non sapevo nulla. Non sono mai stato coinvolto nella redazione del testo né finora l’ho mai letto». Certo, vedere il suo nome al fianco di quello di Bagnai lo lascia abbastanza perplesso: «Non conosco le ultime evoluzioni del pensiero del collega, ma accostarci significa mettere insieme tesi un po’ diverse sull’uscita dall’euro». «A mio avviso», sottolinea Brancaccio, «un’exit strategy dall’euro dovrebbe prevedere meccanismi che salvaguardino i salari, impediscano ulteriori sperequazioni dei redditi e contrastino qualsiasi rischio di svendita a buon mercato dei capitali nazionali. Su questi punti decisivi alcuni colleghi favorevoli all’uscita dall’euro mi sono sembrati fino a oggi un po’ distratti».
È A RISCHIO L’EUROZONA. Al di là di questo, comunque, l’economista campano apprezza l’impegno dei pentastellati: «La probabilità di una deflagrazione della zona euro resta alta: potrebbe sopraggiungere per ragioni oggettive, indipendentemente dai nostri auspici pro o contro la moneta unica. Ecco perché è necessario cominciare in ogni caso ad affrontare la questione». Proprio per tale ragione Brancaccio critica la sinistra, che «sul tema continua a sonnecchiare, mentre a destra sembrano già preparati a sfruttare l’opportunità».
BANCONOTE A BORSE CHIUSE. Nel merito delle proposte sviscerate, tuttavia, non mancano i dubbi dell’esperto. A cominciare dall’idea del Laboratorio del M5s di «stampare le banconote prima dell’annuncio di uscita» e quindi di comunicare l’abbandono dell’euro «di venerdì sera, o comunque a mercati e banche chiusi, impedendo di ritirare dagli sportelli bancomat fino al giorno di riapertura dei mercati, purché si abbiano già pronte le nuove banconote da far circolare; in caso contrario occorrerebbe limitare i prelievi». «Mi pare illusorio credere che dare la notizia di venerdì sera sia una soluzione risolutiva», sottolinea Brancaccio, «come se un evento del genere possa rimanere nel chiuso di una stanza, senza creare aspettative da parte degli investitori». Secondo il professore, insomma, «sperare nell’effetto sorpresa non risolve il problema. La fase di transizione da un regime di cambi fissi è delicata e complessa, ma non mancano i meccanismi per poterla gestire in modo razionale, a cominciare dall’introduzione di controlli sui movimenti di capitali».
PERICOLO DELLO SHOPPING ESTERO. Tra le modalità di uscita dalla moneta unica, il gruppo di attivisti del M5s ha avanzato anche la proposta di «deprezzamento del cambio reale italiano». Ecco perché sul fronte della domanda estera «occorre ridurre l’import ed aumentare l’export: per far ciò noi dobbiamo deprezzare il cambio reale». A questo riguardo l’esperto concorda che il vero problema italiano siano i conti esteri e non tanto quelli pubblici, «ma la svalutazione del cambio», ha messo in guardia, «oltre a essere un’opzione per recuperare competitività, aumentare l’export e ridurre l’import, serba dei rischi da non sottovalutare». Quali sarebbero gli effetti collaterali? «Per esempio, il pericolo che si crei una situazione favorevole ai soggetti esteri che vogliono fare shopping a buon mercato dei nostri capitali nazionali è dietro l’angolo. Occorre adottare contromisure».
CONTRO IL REDDITO DI CITTADINANZA. Il gruppo di studio pentastellato non è poi tentato da soluzioni quali il doppio regime di cambio e la moneta complementare, definiti «palliativi temporanei» nel vademecum economico. Salta anche all’occhio, tra le ipotesi stroncate nel quarto scenario, quella delle «distribuzioni monetarie su base pro capite». Gli attivisti, infatti, bocciando la linea degli economisti Warren Mosler e Marshall Auerback, si dicono contrari pure a proposte quali il reddito di cittadinanza tanto caro a Grillo: «Non si rende un buon servigio né ai disoccupati né alla società mantenendoli in una condizione di estraneità al mondo del lavoro e di effettiva subalternità rispetto a chi ha un impiego». Un aspetto degno di nota, secondo Brancaccio: «È interessante che degli attivisti individuino dei limiti in una proposta che ha carattere di mero sussidio. Abbiamo bisogno di un piano di politica economica che punti direttamente a creare occupazione e sviluppo».
LA RISTRUTTURAZIONE DEL DEBITO. Una contraddizione, questa sì più grande, riguarda casomai l’ultimo post del comico ligure sulla ristrutturazione del debito pubblico che fa dire a Brancaccio: «Dentro il M5s dovrebbero decidersi: la ristrutturazione del debito è logicamente alternativa all’uscita dall’euro di cui si parla nello studio. Delle due l’una». Tertium non datur. (*)
(*) Il ragionamento delinaeto era in realtà diverso. Nella intervista affermavo che una ristrutturazione unilaterale del debito, attuata senza risolvere il problema del disavanzo delle partite correnti, implica l’esigenza per il paese di tornare a chiedere prestiti all’estero appena dopo avere rifiutato di pagare quelli assunti in precedenza. Questà eventualità sarebbe funesta, il che chiarisce che la ristrutturazione, presa a sé stante, è una soluzione logica alternativa e potenzialmente caratterizzata da  più inconvenienti rispetto a uno sganciamento dalla moneta unica. E.B.http://www.emilianobrancaccio.it/2013/06/24/brancaccio-sul-documento-del-m5s-il-reddito-di-cittadinanza-ha-dei-limiti-occorre-un-piano-che-punti-a-creare-occupazione/

venerdì 28 giugno 2013

uno scatto culturale per uscire dall'Euro

Ristrutturare il debito

di Guido Viale

Spese militari, grandi opere, pensioni d'oro, evasione: anche cambiando molte voci della spesa l'Italia non potrà evitare il tracollo e lo spettro della Grecia. Lo dicono le cifre degli 80-90 miliardi di interessi sul debito, più i 45-50 per riportarlo al 60% del Pil. È giunto il momento di ristrutturare il nostro debito pubblico?

Ci siamo assuefatti a convivere con un meccanismo economico e finanziario che ci conduce inesorabilmente a una progressiva distruzione del tessuto produttivo del paese e delle istituzioni fondanti della democrazia: in questo quadro la perdita di imprese, posti di lavoro, know-how e mercati in corso è irreversibile, come lo è la progressiva abolizione dei poteri degli elettori, del Parlamento e, soprattutto, degli Enti locali: cioè dei Comuni, che sono le istituzioni del nostro ordinamento giuridico più vicine ai cittadini. La Grecia, avanti a noi di un paio di anni in quel percorso di distruzione delle condizioni di esistenza di un'intera popolazione imposto, con una omogeneità impressionante, a tutti i paesi europei del Mediterraneo, ci mostra come alla devastazione provocata dai diktat della finanza e dalla governance europea non ci sia mai fine.

Il Governo italiano non sa dove trovare otto miliardi per soddisfare le richieste su Iva e Imu a cui Berlusconi ha subordinato la sua permanenza nella maggioranza. Ma nessuno mette in discussione il fatto che ogni anno lo Stato italiano riesca sempre a trovare - e paghi - 80-90 miliardi di interessi ai detentori del debito pubblico italiano. E nessuno dice che dall'anno prossimo, a quegli 80-90 miliardi se ne dovranno aggiungere ogni anno altri 45-50 per riportare in 20 anni il debito pubblico al 60 per cento del PIL. Nel frattempo il PIL cala e il debito cresce mentre interessi e quota del debito da restituire aumentano; e nessuno sa o dice dove troverà tutto quel denaro che, con il pareggio di bilancio in Costituzione, non può che essere estratto da nuove tasse - ovviamente a carico di chi già le paga - facendo precipitare ancor più in una spirale senza fine occupazione, redditi, bilanci aziendali e spesa pubblica, cioè scuola, sanità, pensioni, ricerca, salvaguardia del territorio e del patrimonio artistico. C'è stata una cessione di sovranità a favore della finanza internazionale sia in campo economico che politico e ciò a cui molti di noi si sono assuefatti è l'idea che a tutto ciò "non c'è alternativa".

Quell'alternativa va dunque trovata, ma bastano i pochi numeri citati per capire che a queste condizioni nessuna promessa, o anche solo proposta, di "rilancio produttivo" e di lotta alla disoccupazione e alla povertà ha la minima possibilità di funzionare; e che coloro che le fanno, ignorando volutamente questo quadro, mentono; forse anche a se stessi. Certo, all'interno del bilancio statale si potrebbero spostare molte poste: per esempio dalla spesa militare a quella civile; dalle grandi opere inutili e costose al reddito di cittadinanza; dalle 100mila pensioni oltre i 90mila euro (per un totale di 13 miliardi all'anno!) a quelle sotto i 10mila; oppure recuperare fondi dall'evasione: in fin dei conti il debito pubblico italiano (2.040 miliardi) è meno della somma dell'evasione fiscale e degli interessi sul debito degli ultimi 20-25 anni: e in gran parte, probabilmente, i beneficiari sono gli stessi.

Il debito pubblico italiano, con gli interessi, è insostenibile e incompatibile con qualsiasi prospettiva che non sia la chiusura e il degrado progressivo di tutte le nostre fonti di sostentamento; lo Stato italiano, come quello greco, di fatto è già fallito. Ridurre in misura sostanziale il debito svendendo il patrimonio pubblico, più che un'illusione è un imbroglio: la svendita della quota pubblica di Eni, Enel, FS, Finmeccanica e Fincantieri oggi frutterebbe poco più di 100 miliardi, meno di quanto continueremmo a pagare ogni anno tra interessi e quota di restituzione; la svendita di tutto il demanio e degli immobili di Stato ed Enti locali a prezzi di mercato frutterebbe ancor meno.

Meno che mai potrebbe funzionare, per rimettere in piedi il tessuto economico, "l'uscita dall'euro", che probabilmente si verificherà comunque come conseguenza dello sfascio di tutto l'edificio dell'UE a cui ci sta portando la sua governance; non prima, però, di aver ridotto a zero il potenziale economico di metà del continente. Né c'è da sperare che dopo le elezioni tedesche la musica cambi... Che una svalutazione anche consistente possa far ripartire esportazioni e domanda interna a un'economia ormai in frantumi è una mera illusione: il quadro internazionale è profondamente cambiato e niente è più come prima. E che il problema principale non sia la sopravvalutazione dell'euro ma il blocco della spesa pubblica lo dimostra il fatto che le imprese italiane rimaste solide hanno esportato e continuano a esportare anche con l'euro.

Il fatto è che senza una radicale ristrutturazione del debito (il suo consolidamento; o un "default" controllato; o una moratoria sul pagamento degli interessi) ben più radicale di quella attraverso cui, senza dirlo, è già passata la Grecia (senza peraltro trarne alcun beneficio, perché è stata insufficiente e tardiva) e possibilmente adottata congiuntamente da tutti i paesi non più in grado di far fronte al loro debito, non c'è che il tracollo. Ma ristrutturare il debito non basta. Senza una radicale riconversione del tessuto economico per dare nuovi sbocchi alle imprese che hanno perso il loro mercato interno o estero; o a quelle che per produrre fanno più danni che benefici - e non sono poche, dall'Ilva all'industria bellica, per non parlare dell'auto - non c'è alcuna possibilità di salvare quel che resta dell'apparato produttivo italiano, del suo patrimonio impiantistico, del suo know-how, dell'occupazione. E meno che mai di creare i milioni e milioni di nuovi posti di lavoro necessari a restituire a tutti un presente e un futuro decenti.

Una riconversione del genere non può essere fatta che mettendo al centro l'obiettivo della sostenibilità: sia per spostarsi sulle produzioni che hanno un futuro, anche di mercato; sia per prevenire i costi sempre più pesanti, e destinati a crescere, provocati dai cambiamenti climatici. Tutto ciò richiede produzioni e consumi ecologici e processi che esigono decentramento e ridimensionamento degli impianti, la loro differenziazione in base alle caratteristiche del territorio, la partecipazione ai processi decisionali di maestranze, cittadinanza attiva e governi locali e, soprattutto, riterritorializzazione (cioè rilocalizzazioni): attraverso accordi diretti tra produttori e consumatori o utilizzatori che non annullano certo le funzioni del mercato, ma che le regolano e lo sottraggono, senza cadere nel protezionismo, a quella competitività selvaggia e globalizzata che è solo una corsa verso il sempre peggio.

In questo processo un ruolo cruciale possono e devono giocarlo i servizi pubblici locali riconquistati al controllo dei poteri pubblici e, attraverso di loro, di una cittadinanza capace di imporre nuove forme di democrazia partecipata. E' l'unica strada per sottrarsi al dogma del "non c'è alternativa" e andrebbe sottoposta a una a un confronto pubblico tra tutte le forze che si ritengono "alternative"; ma soprattutto tra quelle miriadi di organizzazioni che operano, spesso in silenzio. per costruire un modo di vivere e convivere diverso, a volte senza nemmeno realizzare di essere la parte attiva di quel 99 per cento della popolazione vessata dal capitale finanziario. Un confronto del genere andrebbe esteso anche a livello europeo (con un occhio alle prossime elezioni) per ricavarne un programma generale, di respiro internazionale nel suo impianto, ma articolato e sorretto da una molteplicità di proposte, di rivendicazioni, di buone pratiche e di casi di successo a livello locale.

Per chi si pone in questa prospettiva governo significa innanzitutto autogoverno e le cose da fare non sono la "sintesi" - come spesso si dice e si cerca di fare - tra le mille istanze differenti che agitano il movimento; occorre invece aiutare queste stesse forze a fare loro stesse questa sintesi: a riconoscere nel proprio agire l'embrione insostituibile e irrinunciabile di un programma di governo alternativo. In tutti i luoghi dove già sono all'opera, queste forze sono le sedi potenziali di un'aggregazione di istanze consimili, di un confronto tra rivendicazioni diverse ma convergenti, di una volontà di coinvolgere nei propri progetti il governo del territorio. La riformulazione di un programma e l'aggregazione intorno a esso delle forze disponibili è la condizione per legittimare il rigetto dei patti di stabilità e per sostenere le ragioni di questa prospettiva a livello europeo.

Su questa stessa strada si costruiscono anche le premesse per fare fronte alle ritorsioni che immancabilmente seguirebbero alla scelta di ristrutturare i debiti; ma anche alle conseguenze di un'eventuale dissoluzione dell'euro causato dall'impasse politica in cui sta precipitando la governance europea; e, ancor più, per prevenire il progressivo deterioramento delle condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione, se le cose continueranno a procedere nella direzione in cui le spinge il governo delle larghe intese.

http://www.sinistrainrete.info/politica-economica/2883-guido-viale-ristrutturare-il-debito.html 

giovedì 27 giugno 2013

Programma di Trasformazione

mercoledì 26 giugno 2013

28 tesi

Le recenti disavventure del Movimento 5 Stelle indicano con chiarezza, ancora una volta, la questione centrale per il Paese: la creazione di una forza politica alternativa, che sappia efficacemente opporsi alla degradazione nella quale i ceti dirigenti ci trascinano.
In questo documento Bontempelli ed io abbiamo cercato di delineare le idee di fondo di un movimento politico di alternativa. Trattandosi di tesi, l’argomentazione logica ed empirica a loro sostegno è lungi dall’essere completa. Precisazioni ed approfondimenti potranno emergere dalla discussione con le persone interessate. Il documento, che ha già circolato in rete, risale al 2008.
(M.B.)

Per salvare la vita. 28 tesi contro la barbarie.
Marino Badiale, Massimo Bontempelli

1. Il modo di produzione capitalistico ha ormai storicamente svelato la sua natura spaventosamente distruttiva su molteplici piani. Esso ha creato ricchezza economica ad un livello mai raggiunto da alcun sistema precedente. Ma la creazione capitalistica di nuova ricchezza ha dimostrato di essere, allo stesso tempo, creazione di nuove povertà, distruzione della socialità degli esseri umani, della loro sanità psichica, dell’ambiente naturale adatto alla loro vita biologica, delle risorse per il loro futuro. Esso è ormai la maledizione del genere umano, che è condannato, per creare e distribuire ricchezza secondo i rapporti di produzione capitalistici, in maniera sufficiente a mantenere un minimo di equilibrio sociale, a vivere in modo sempre più distruttivo nei confronti della natura e di se stesso.

2. La critica più penetrante fino ad ora compiuta del modo di produzione capitalistico è stata quella di Marx. Egli ha indagato la logica dell’accumulazione capitalistica mostrandone il carattere autoreferenziale e illimitato. Marx ha creduto che la logica autoriproduttiva del capitalismo portasse in sé una contraddizione per la quale il proletariato sarebbe cresciuto al suo interno come classe antagonistica dell’intero sistema, fino a rovesciarlo e ad instaurare la società comunistica dei liberi ed eguali, in cui ciascuno avrebbe prodotto secondo le sue capacità e ricevuto secondo i suoi bisogni. Il comunismo novecentesco ha assunto questa idea come dogma condiviso. Ma la realtà della storia è stata sotto questo aspetto completamente diversa. Del comunismo nel senso marxiano del termine non si è mai vista traccia. Ciò che nel Novecento si è fregiato di questo nome è stato un impasto, in proporzioni diverse nei diversi tempi, luoghi ed individui, di lotte di liberazione e nuove oppressioni, orrori ed eroismi, aperture generose ed ottusità fideistiche.

3. Marx è stato a tal punto convinto che il comunismo sarebbe dialetticamente scaturito dallo sviluppo contraddittorio del capitalismo da definirlo come il movimento reale che abolisce lo stato presente delle cose. La definizione è tanto celebre quanto clamorosamente invalidata dalla storia. La storia ci ha insegnato che il movimento che abolisce lo stato presente delle cose non è il comunismo che supera il capitalismo, ma è bensì il capitalismo stesso che nel suo processo di accumulazione allargata del plusvalore trasforma continuamente le condizioni da cui ogni volta muove. Non è affatto vero, dunque, che il capitalismo sia un sistema socialmente conservativo. Esso conserva ferreamente soltanto la logica della sua autoriproduzione e della conseguente gerarchizzazione classista, ma innova di continuo costumi, tecniche, rapporti sociali e condizioni ambientali.

4. L’alternativa cruciale del secolo da poco iniziato sarà quella tra un disfacimento del capitalismo prodotto dalla sua potenza distruttiva operante sulle sue stesse precondizioni antropologiche ed ecologiche, ed una fuoriuscita da esso in qualche misura socialmente promossa e controllata. Soltanto questo secondo lato dell’alternativa eviterà al genere umano una crudele ed orribile regressione. Perché questa alternativa possa darsi è necessario che si costituisca una soggettività operante in tale direzione. Vi sono almeno quattro condizioni necessarie perché una tale soggettività possa nascere. La prima è una decisa e totale rottura, da parte di chi mira a costruirla, con l’intero ceto politico che gestisce le istituzioni pubbliche, senza più alcuna contiguità con nessuna delle sue articolazioni. Il ruolo che tale ceto svolge è infatti quello di far accettare alle masse popolari la situazione di lento depauperamento imposta dal sistema socioeconomico vigente, e di rendere impossibile la protesta o incanalarla in direzioni che non mettano in questione i presupposti del sistema. Perciò le contrapposizioni interne al ceto politico non hanno più nessuno spessore politico o ideologico, e sono semplici scontri sulla distribuzione di posti e prebende fra gang contrapposte. E’ quindi corretta la caratterizzazione del ceto politico come Casta.
Il fatto  che esso non decida nulla per quanto riguarda gli aspetti fondamentali della dinamica sociale non significa che il suo ruolo sia irrilevante: è infatti l’ingranaggio che deve mantenere nella passività masse sempre più impoverite sia sul piano materiale sia su quello culturale.

5. La seconda condizione necessaria per la costituzione di una soggettività politica anticapitalistica è che essa non abbia più nulla a che fare con la parola ed il concetto di comunismo. Il comunismo può essere oggi solo un oggetto di indagine storica. Parlare di comunismo in termini di attualità politica significa occultare i problemi concreti di una fuoriuscita dal capitalismo con una fraseologia che dà l’illusione di conoscere mezzi e fini dell’anticapitalismo. Rispetto al problema della costruzione di un pensiero e di una pratica politica effettivamente anticapitalistiche l’idea comunista rappresenta ormai un’occlusione mentale e un intralcio concettuale. Di che cosa essa consiste, infatti, oggi? Escludiamo pure la cosiddetta sinistra radicale, semplice sottocasta della casta politica, per la quale l’idea comunista non è neppure un’idea, ma una pura denominazione di riferimento ad una tradizione: il marchio della ditta, insomma. Cosa rimane? Rimangono conventicole con i loro giornaletti e i loro capetti, per le quali l’idea comunista si riduce ad alcune formule tenute insieme da un pensiero ristretto. Ogni orizzonte di problematiche e di possibilità che compaia fuori dal perimetro delle loro formule è da esse vissuto come una minaccia identitaria, alla quale rispondono con la riproposizione astratta delle loro formule, che spegne ogni pensiero concreto.

6. A partire dalla metà degli anni Venti del Novecento l’intero mondo del comunismo nei paesi occidentali non ha più prodotto una prospettiva politica concreta di fuoriuscita dal capitalismo. Questa dato di fatto riguarda gruppi ideologicamente lontanissimi fra loro, operanti in paesi diversi e nelle più diverse situazioni economiche, sociali e politiche. Si tratta quindi di un dato strutturale. E’ evidente che solo attraverso una gravissima deformazione ideologica della realtà le conventicole comuniste possono mantenere la loro illusione di un anticapitalismo fondato ed illuminato dall’idea comunista. Fatte salve le eccezioni individuali, la verità è che il tipo medio dell’aderente a tali conventicole non vuole una concreta prospettiva politica anticapitalistica, perché essa lo costringerebbe ad uscire dal suo rassicurante recinto identitario, a confrontarsi con la realtà e a scoprire, in questo  confronto, quanto povera e vuota sia la sua ideologia.

7. La terza condizione è la necessità di evitare proclamazioni astratte di anticapitalismo. L’anticapitalismo va declinato in obiettivi specifici, che devono rappresentare l’unica materia di discussione e di mobilitazione in ambito politico, mentre la discussione sul modo di produzione capitalistico e sulla necessità del suo superamento deve essere coltivata, ed è importante che lo sia,  nella sfera teorica. Una soggettività politica che non voglia rimanere in eterno ultraminoritaria deve porsi l’obiettivo di parlare a settori consistenti delle fasce sociali medie e basse. In tale contesto, ogni proclamazione anticapitalistica appare astrazione ideologica ed estremistica. Questa astrazione può essere superata, e l’anticapitalismo può diventare concreto, solo se esso viene realizzato tramite obiettivi specifici, realizzati per loro stessi, per il loro valore di giustizia. Insomma, l’anticapitalismo non è oggi un obiettivo motivante in se stesso, e potrà diventare operante nella realtà soltanto se verrà tradotto dal linguaggio che ne ha storicamente istituito la nozione in altri linguaggi. Il rapporto tra l’anticapitalismo e gli obiettivi particolari deve corrispondere a quello concepito da Hegel fra fondamento e fondato, in cui il fondamento si inabissa, per così dire, nel fondato, e vi scompare nella misura in cui il fondato lo realizza come fondamento.

8. La quarta condizione è che l’anticapitalismo non venga collegato ad un modello di società futura da realizzare, e neppure ad un percorso predefinito di fuoriuscita dall’attuale sistema. Modelli di questo tipo, nella condizione attuale, hanno l’unico effetto di chiudere la mente rispetto alle novità che la storia porta con sé. E’ importante ricordare quello che la ricerca storica ha ormai acquisito: le rivoluzioni vere, quelle che hanno realmente segnato la storia, come la Rivoluzione Inglese, la Rivoluzione Francese o la Rivoluzione Russa, hanno avuto esiti storici che nessuno dei suoi protagonisti aveva previsto. I rivoluzionari inglesi volevano la società puritana, i rivoluzionari francesi le virtù civiche di Sparta o Roma, i rivoluzionari russi il comunismo. La storia ha avuto tutt’altri percorsi. Se si riuscisse ad innestare un processo rivoluzionario di fuoriuscita dal capitalismo, esso avrebbe percorsi non immaginabili, e coinvolgerebbe soggetti e realtà a priori non prevedibili. Un modello precostituito impedirebbe l’apertura mentale necessaria per avvalersi dei mezzi effettivi che la storia ci offre per orientare una fuoriuscita dal capitalismo. Gli esiti di una rivoluzione non sono mai, e oggi meno che mai, prefigurabili in anticipo. Le rivoluzioni si realizzano strada facendo.

9. Un percorso di fuoriuscita dal capitalismo non potrà dunque essere guidato da un modello predefinito di società, e neppure potrà seguire una strada disegnata in anticipo. Ciò non può essere confuso con una rinuncia ai principi a favore di una visione empiristica e pragmatistica della politica. Al  contrario, soltanto un pensiero forte e principi valoriali non contingenti possono orientare la fuoriuscita dal capitalismo. Il punto è che un riferimento valoriale, come hanno chiarito duemilacinquecento anni di riflessione filosofica, ha senso solo se si pensano i valori come una rete trascendentale (e non trascendente: purtroppo questa distinzione non può essere approfondita qui) di significati che non si confondono con configurazioni specifiche di società e con specifici percorsi storici. Così intesi, i valori sono principi da cui sono assiologicamente derivabili e fondabili scelte particolari in situazioni particolari.

10. I valori cui fare riferimento possono essere nominati in molti modi: si può parlare di Libertà, Uguaglianza, Fraternità, oppure semplicemente di Giustizia, attribuendo a questa espressione il senso filosofico del dare a ciascuno ciò che gli spetta secondo la dignità dell’essere umano. E’ chiaro che solo una discussione filosofica può chiarire il senso del richiamo a questi valori, e che una tale discussione fondazionale non può essere il prerequisito dell’azione politica del singolo. I valori indicati hanno però anche un senso intuitivo, oltre ad un significato filosofico, e questo è particolarmente vero per la nozione di Giustizia: mentre per esempio Libertà e Uguaglianza potrebbero essere fraintese (e la libertà essere intesa come libertà di sfruttamento, l’uguaglianza come un annullamento collettivistico delle differenze individuali), intuitivamente è chiaro che un mondo dove molti patiscono la fame mentre nelle società avanzate l’obesità è un problema sociale, è un mondo ingiusto.

11. Una volta soddisfatti i quattro prerequisiti fondamentali enunciati nelle tesi precedenti, quali potrebbero essere le politiche derivate dai valori di un soggetto anticapitalista? Per capirlo, occorre riflettere sulla natura del capitalismo contemporaneo. Il capitalismo come tale è mosso a livello sistemico dall’imperativo dell’accumulazione del plusvalore e a livello individuale dalla ricerca del profitto. Questa dinamica si traduce in una incessante spinta allo sviluppo e all’innovazione. Fino a pochi decenni or sono, questo meccanismo si è mostrato compatibile, sia pure, ovviamente, in modo non automatico ma attraverso lotte e conflitti, con un generale sviluppo di civiltà e in particolare con una serie di importanti conquiste ottenute dai ceti subalterni. Negli anni Settanta del Novecento le cose cominciano a cambiare. Il meccanismo capitalistico, per mantenere accumulazione e profitti, assume la configurazione detta (impropriamente, ma conserviamo i termini per capirci) neoliberista e globalizzata, nella quale viviamo da circa trent’anni. In questa fase le conquiste socialdemocratiche ottenute dai ceti subalterni nella fase precedente non sono più compatibili col meccanismo dell’accumulazione capitalistica, e devono essere distrutte. E’ questo l’unico modo per rilanciare lo sviluppo capitalistico. Tale sviluppo significa quindi, nella fase attuale, distruzione dei diritti dei lavoratori, impoverimento di fasce sempre più larghe della popolazione, asservimento di ogni istituzione pubblica ai fini del profitto privato. E inoltre distruzione sempre più spinta dell’ambiente naturale e del territorio in cui si vive. Le idee-guida, sul piano politico, di un soggetto anticapitalista dovrebbero quindi essere richieste di concreto contrasto di questi processi in quanto valorialmente inaccettabili.

12. Lo schema generale dell’azione politica di un soggetto sociale anticapitalista dovrebbe essere il seguente: attraverso un’azione di contrasto agli sviluppi contemporanei si dovrebbe iniziare, in ambiti determinati, a disarticolare l’attuale organizzazione dell’economia e della politica. Occorre però avere chiaro che una tale disarticolazione non è una cosa innocua: proprio perché il capitalismo è ormai penetrato in tutti gli ambiti della vita sociale, un inizio di disarticolazione avrà effetti imprevedibili, esponendo la società a contraccolpi di vario tipo. Di fronte a tali contraccolpi occorrerà reagire, ovviamente anche con i compromessi e le concessioni che la situazione imporrà, facendosi guidare dai fondamentali principi cui abbiamo accennato, e dall’esigenza di sottrarre ambiti sempre più vasti dell’economia e della società alla presa della logica capitalistica. Queste reazioni indurranno ulteriori contraccolpi, e questa dinamica di azioni e reazioni, largamente imprevedibile, traccerà il percorso di fuoriuscita dal capitalismo.

13. In Italia l’azione e il pensiero di un soggetto anticapitalista può ricevere un inquadramento generale nella denuncia della ininterrotta violazione, da parte del ceto economico e politico dominante, delle leggi costituzionali, e in un’agitazione politica che ne chieda il rispetto. La Costituzione della Repubblica Italiana è nata storicamente da un compromesso fra forze diverse, in un’epoca diversa dalla nostra, e ha espresso una serie di principi del tutto incompatibili con il capitalismo come si è evoluto nel nostro tempo, tanto è vero che le sue norme non sono mai state rispettate. Il richiamo alla difesa della Costituzione (difesa nel senso di battersi per esigerne una attuazione che non c’è mai stata) ha dunque questo senso: porre richieste di civiltà comprensibili a tutti e “irricevibili” all’interno dell’attuale ordinamento economico e sociale. L’enorme vantaggio di questa strategia politica è che essa può permettere di uscire dal minoritarismo politico e di agganciare i sentimenti e le aspirazioni di larghe fasce della popolazione. Predicare l’anticapitalismo oggi significa chiudersi in un ghetto a ripetersi parole vuote, mentre chiedendo la fine della precarietà del lavoro, dei sottosalari, degli orari pesanti, delle produzioni che feriscono e uccidono, dei servizi mercantilizzati, come il rispetto della Costituzione esige, si può sperare di essere ascoltati. E non ha importanza il fatto che chi è disposto a battersi per simili obiettivi non sia su posizioni anticapitaliste: se siamo convinti che essi siano incompatibili con l’attuale ordinamento economico e sociale, la loro richiesta è oggettivamente anticapitalistica.

14. Facciamo un esempio. Una proposta politica fondamentale per una forza anticapitalistica oggi in Italia dovrebbe essere quella di massicce assunzioni di personale a tempo indeterminato da parte delle amministrazioni pubbliche per rendere efficienti e realmente disponibili a tutti una serie di servizi sociali, servizi che oggi non funzionano proprio per mancanza di personale. Occorrono più infermieri e medici per rendere effettiva l’assistenza sanitaria (oggi sempre più carente, specie in servizi come l’analisi diagnostica, le guardie mediche, il pronto soccorso), più magistrati e più impiegati e cancellieri per rimettere in sesto un apparato giudiziario disastrato (una giustizia lenta e farraginosa è un vantaggio per i potenti che possono permettersi di pagare gli avvocati), più tecnici per i servizi di difesa del territorio, di controllo e prevenzione delle nocività ambientali e delle sofisticazioni alimentari, più ispettori per il controllo e la prevenzione degli infortuni sul lavoro. L’elenco potrebbe continuare a lungo.
Questo piano di assunzioni massicce dovrebbe essere finanziato sul piano monetario riducendo alcune spese statali (fine di tutte le missioni militari all’estero, abolizione dei privilegi della casta politica e delle rete di clientele e poteri ad essa legata), eliminando l’evasione fiscale, sottoponendo ad alti prelievi fiscali le grandi concentrazioni di ricchezza finanziaria ed immobiliare, espropriando le ricchezze della criminalità organizzata. Ma la retribuzione di questi nuovi lavoratori dovrebbe essere, in parte, non monetaria, sotto forma di servizi gratuiti che le stesse massicce assunzioni renderebbero possibili.
Essendo le assunzioni finalizzate a rendere effettivamente fruibili a tutti i servizi sociali, esse dovrebbero inoltre essere compiute contrastando severamente ogni tipo di pratica clientelare.
Una misura di questo tipo da una parte rappresenterebbe un aiuto concreto alle persone, perché servizi sociali efficienti alzano la qualità della vita, oltre a rappresentare una forma di reddito indiretto. Dall’altra rappresenterebbe un deciso attacco al problema della disoccupazione. Essa inoltre implicherebbe necessariamente l’abbandono delle grandi opere ad alta intensità di capitale (TAV, Ponte sullo stretto e simili), che hanno solo la funzione di permettere l’accumulazione del capitale, per investire piuttosto in un lavoro di manutenzione, in tutti i sensi, delle fondamentali strutture della nostra società, che oggi stanno lentamente cadendo a pezzi.
Una lotta che metta al proprio centro richieste di questo tipo può trovare la sua ispirazione ideale e il suo fondamento giuridico nella Costituzione. Ad esempio l’articolo 4 non soltanto riconosce il lavoro come diritto e dovere di ogni cittadino, ma vincola anche lo Stato a promuovere le condizioni che rendano effettivo tale diritto, e gli articoli 41, 42, 43 fondano il diritto dello Stato ad intervenire nella vita economica quando sia in gioco un “preminente interesse generale”.

15. L’incapacità di capire il carattere rivoluzionario di un simile appello alla Costituzione è indice di profondi limiti da parte delle realtà politiche e culturali (oggi disperse e minoritarie) che dicono a parole di opporsi alla dinamica distruttiva del mondo contemporaneo. Come si potrebbe altrimenti rinunciare a presidiare una trincea così avanzata come quella della carta costituzionale? Certo, occorre che la difesa della Costituzione non sia intesa come lo è generalmente da coloro che se ne propongono difensori, nel senso di un rispetto di regole formali violate dal cesarismo berlusconiano. Così intesa, la difesa della Costituzione non è tale, perché ignora niente meno che tutti i principi sanciti nella prima parte del testo costituzionale. Inoltre, questa difesa non può oggi passare per nessuna delle istituzioni dello Stato, perché esse sono in mano al ceto politico dominante. Quel che servirebbe sarebbe incoraggiare e promuovere lotte in difesa dei principi definiti dalla Costituzione etico-sociali ed economici.

16. La difesa della Costituzione è importante anche in relazione ai principi da essa definiti civili, che sono quelli più strettamente “liberali”: libertà della persona, habeas corpus, libertà di opinione, libertà di associazione, diritto per gli accusati di essere processati da una magistratura indipendente dal potere politico e soggetta solo alla legge. Si tratta di diritti e garanzie che l’evoluzione del capitalismo sta erodendo. Le innovazione legislative fatte approvare in vari paesi occidentali con il pretesto dell’11 settembre compiono passi significativi nelle direzione dell’erosione di tali principi. La nozione stessa di “terrorismo” è una scatola vuota che permette al potere ogni forma di arbitrio. Questa evoluzione ha una sua logica. Se non si riesce a realizzare una fuoriuscita dal capitalismo, assisteremo ad una fase nella quale il potere dello Stato dovrà intervenire in modo sempre più esplicito e diretto a sostegno dell’accumulazione capitalistica, che risulterà sempre più difficile e sempre più dannosa per il genere umano. Questo intervento statale non potrà più permettersi il lusso delle garanzie liberali. E’ il modello del capitalismo “alla cinese”. E’ quello che ci aspetta, e contro un tale orrore anche la difesa dei diritti “liberali” è  un utile strumento di resistenza.

17. Il riferimento alla Costituzione implica un’attribuzione di valore al principio di legalità che è di aiuto, se ben intesa, nella lotta al capitalismo. Un aspetto decisivo del capitalismo contemporaneo è infatti l’ossessiva ricerca del profitto senza limiti e a breve e brevissimo termine, inattuabile nell’ambito delle stesse leggi vigenti: di qui il carattere criminale di una parte sempre più grande dell’economia capitalistica contemporanea. Criminale nel senso di essere legata a pratiche di truffa e di corruzione, e nel senso di lasciare uno spazio crescente all’economia delle grandi organizzazioni criminali, che si confonde sempre di più con quella “legale”. Gli esempi sono innumerevoli. Basti pensare ai collegamenti che si devono instaurare fra imprese industriali del nord e camorra per lo smaltimento illegale dei rifiuti, secondo le denunce dell’ormai famoso “Gomorra” di Roberto Saviano. Basti pensare a come il commercio delle armi porti necessariamente ad analoghi collegamenti, visto che le armi iniziano con l’essere prodotte legalmente da rispettabili industrie e finiscono poi in mano a criminalità e gruppi armati di vario tipo. Basti pensare a quali devono essere i legami che rendono possibili la “ripulitura” dell’immenso fiume di denaro sporco prodotto da attività come appunto il commercio di armi o la droga, e a come questo fiume di denaro accresca, in questi tempi di capitalismo finanziario, il potere di chi, nel mondo dell’economia “ufficiale”, riesce a sfruttarlo. E si potrebbe continuare notando come l’illegalità sia ormai un aspetto strutturale dell’economia contemporanea. La richiesta di un controllo di legalità sulle azioni dei potenti della politica e dell’economia ha un carattere di resistenza e ostacolo al dispiegamento della logica dell’attuale sistema sociale ed economico, ed il vantaggio di poter raccogliere consensi anche tra chi non comprende la natura del capitalismo, mettendo in difficoltà, se ben condotta, i ceti economici e politici dominanti. Ciò è tanto più importante in Italia, un paese nel quale le organizzazioni criminali rappresentano una componente fondamentale della struttura di potere del capitalismo presente e futuro. Le zone del sud controllate dalle varie mafie rappresentano una probabile prefigurazione di ciò che ci aspetta, se non riusciamo a mettere in campo una forza antagonista rispetto alla barbarie cui ci porta il capitalismo.

18. L’incomprensione di questo valore della legalità, nelle condizioni attuali, è un altro indice della totale incapacità di pensare una proposta politica concreta e praticabile da parte delle piccole minoranze antisistema. Si potrebbe parlare, a questo proposito, di una vera “volontà di impotenza”. Lo si capisce con chiarezza pensando al sospetto con cui negli ambienti dell’estrema sinistra si guarda agli scontri che in questi anni hanno segnato i rapporti fra politica e magistratura, e all’indifferenza sul tema dell’autonomia della magistratura. La magistratura è ovviamente una delle strutture del sistema di potere attuale. Il punto è che, per varie ragioni che non possiamo qui approfondire, è proprio dalla magistratura, dall’azione di una sua parte minoritaria, che sono venute in questi anni alcuni significativi ostacoli alle scelte dei ceti dominanti. Nella magistratura ci sono i giudici che assolvono i responsabili delle torture di Genova 2001, ma anche quelli che accusano i dirigenti della Thyssen di omicidio volontario. Ci sono magistrati collusi in varie forme col potere e magistrati che indagano sulle loro collusioni. Una volta eliminata l’autonomia della magistratura, avremo sempre e solo sentenze come quella di Genova. Una forza anticapitalistica deve agire su queste contraddizioni, e autonomia della magistratura e rispetto della legalità sono i principi su cui farlo. Non capire questo è un madornale errore politico.

19. Per dare organicità a una prospettiva di fuoriuscita dal capitalismo occorre un elemento radicalmente nuovo rispetto alla tradizione della sinistra, cioè la critica allo sviluppo, critica che oggi si riassume nella formula della decrescita.
La parola può non piacere o risultare fuorviante. Ma non si può evitare di usare le parole entrate nel linguaggio sociale. Chi conosce la storia delle idee sa che quando Marx inizia a parlare di “comunismo” la parola era equivoca e fuorviante, perché associata ad utopie e sogni di palingenesi religiosa.
Un punto fondamentale da comprendere, nella discussione sulla nozione di decrescita, è la distinzione fra beni d’uso da una parte e merci dall’altra. “Merce” non è sinonimo di bene o servizio, ma è un bene o servizio prodotto per il mercato in vista di un profitto e dotato quindi di un prezzo. Non c’è dunque alcun rapporto necessario tra aumento quantitativo delle merci, diffusione del benessere e progresso delle conoscenze. Per un lungo periodo storico, fino a tutti gli anni Sessanta del secolo scorso, l’allargamento della scala di produzione di merci, pur con tanti risvolti negativi, è stato effettivamente associato, in un quadro storico complessivo, alla diffusione del benessere economico, all’ampliamento della libertà individuale, all’avanzamento dei costumi e delle conoscenze. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, però, l’ulteriore aumento quantitativo dei beni prodotti per il mercato è stato sempre più correlato, non accidentalmente (come mostra una vasta letteratura economica e sociologica), alla crescita delle diseguaglianze sociali, alla riduzione delle risorse destinate alla protezione sociale, a minori diritti del lavoro dipendente, alla diminuzione del tempo libero dal lavoro, allo sviluppo di processi di de-emancipazione e di marginalizzazione, cioè a indicatori precisi di un diminuito benessere della maggioranza della popolazione e di una minore libertà individuale.
E’ interessante notare come questa verità abbia finito per rendersi visibile anche all’interno di saperi accademici lontani da intenti di critica anticapitalistica. Si veda ad esempio S.Bartolini, Manifesto per la felicità,  Donzelli 2010.

20. Un altro punto da comprendere riguardo alla decrescita è che essa, proprio perché riguarda le merci e l’incorporazione di energia e materie prime nei prodotti, non i beni ed i servizi in quanto tali, non è affatto un progetto francescano di rinuncia alla ricchezza economica (o almeno non lo è nell’idea a cui qui si fa riferimento, ad esempio di Latouche o Pallante; certamente ci sono idee non condivisibili di decrescita, come al tempo di Marx c’erano idee non condivisibili di comunismo o socialismo). Non è neppure un de-sviluppo. E’ un rifiuto della logica dello sviluppo, dello sviluppo come vincolo indiscutibile, con cui si vogliono ricattare quanti non vogliono accettare investimenti economici che devastano il territorio. Ed è una presa d’atto delle necessità non di fruire di meno beni, ma di consumare meno merci, e soprattutto meno energia e meno territorio.
La decrescita è l’uscita della mente dal pensiero unico (o pensiero zero, come giustamente lo definisce Emanuel Todd) imposto dal modo di produzione capitalistico che, esigendo l’accumulazione di plusvalore, esige una scala sempre più ampia di produzione di merci, e quindi un’accettazione della necessità dello sviluppo.
I sedicenti antagonisti del sistema che non vogliono rinunciare all’idea dello sviluppo, più o meno corretto (da una diversa distribuzione della ricchezza, dalla sostenibilità ambientale ecc.) sono al rimorchio del pensiero unico. Lo sviluppo, più o meno corretto, è quello che sostengono tutti gli esponenti della casta politica e del ceto economico dominante, nazionale e internazionale.

21. Diversi sono, nel nostro tempo, i casi in cui una vita migliore e più libera è correlata ad una minore quantità di merci. Nei paesi più sviluppati una dieta più sana presuppone il consumo di una minore quantità dei tanti prodotti altamente sofisticati e calorici dell’industria alimentare. Nelle città degli Stati Uniti una minore esposizione ai rischi presuppone una diminuzione delle armi da fuoco vendute e comprate. Una più libera fruizione delle nostre spiagge e delle nostre scogliere presuppone una minore quantità di colate di cemento sulle nostre coste. E via dicendo.
In diversi altri casi, invece, la libertà individuale e la creatività mentale richiedono che la disponibilità di beni e servizi non diminuisca, oppure che aumenti. Ma attenzione: una disponibilità accresciuta di beni e servizi può essere realizzata anche in un contesto non di sviluppo, ma di decrescita. Un esempio: immaginiamo che il nostro sistema sanitario cominci a svolgere una seria attività di prevenzione ecologica delle patologie mediche, e, con un’immaginazione ancor più sganciata dalla realtà attuale, che il nostro sistema politico e amministrativo produca e faccia rispettare leggi che riducano drasticamente i rischi di infortuni sul lavoro e di contatto nell’ambiente con sostanze patogene. In una tale situazione il cittadino fruirebbe di migliori servizi sanitari e potrebbe maggiormente disporre di quei beni preziosi che sono cure mediche attente alle persone e basate su buone informazioni ambientali, nel quadro non di uno sviluppo, ma di una decrescita dell’economia. Infatti il contributo del sistema sanitario allo sviluppo dell’economia è dato dalla quantità di farmaci immessi sul mercato, di apparecchi diagnostici smerciati, di tempi di degenze ospedaliere, che evidentemente diminuirebbero nel caso di un’efficace prevenzione di diverse patologie e di una drastica diminuzione di malattie e infortuni sul lavoro.

22. La crisi da cui è stata investita l’economia capitalistica mondiale è una crisi che è stata prodotta dallo sviluppo e che risulterà distruttiva per le masse popolari se sarà gestita secondo le logiche dello sviluppo, come unanimemente richiedono i ceti dominanti.
Ci viene detto che la crisi non è il prodotto del mercato e dello sviluppo, ma di banchieri troppo avidi e di mercati finanziari troppo poco regolati. Coloro che lo dicono sono gli stessi che hanno lasciato campo libero alla rapine finanziarie e che hanno deregolamentato i mercati con leggi precise che hanno date precise, e lo hanno fatto perché il capitale, che non riusciva ad accumularsi passando attraverso una produzione su scala sempre più ampia di merci, potesse accumularsi  come capitale fittizio attraverso la circolazione. Questa accumulazione di puri segni di valore era destinata ad essere sgonfiata dall’impossibilità di passare tutta attraverso le merci.
La crisi finanziaria è stata dunque soltanto l’epifenomeno di una crisi latente di sovraproduzione, che essa stessa ha attualizzato. Dire perciò che non siamo al 1929 è un esorcismo. Siamo proprio ad un 1929, cioè ad una crisi finanziaria che innesca una crisi di realizzo del plusvalore.

23. Tutti ripetono che occorre far riprendere i consumi con adeguate iniezioni di liquidità nella circolazione monetaria per rimettere in moto lo sviluppo dell’economia. Una simile strategia o sarà del tutto inefficace, o capovolgerà la deflazione in forte inflazione. In entrambi i casi la disoccupazione aumenterà e cresceranno le disuguaglianze di reddito.
L’unica via per evitare un dramma sociale è passare dai consumi privati, fonte di profitto per il capitale, a consumi collettivi di pubblici servizi gratuitamente offerti. La proposta di assunzioni massicce nella pubblica amministrazione, di cui abbiamo parlato nella tesi 14, è uno strumento concreto per rendere possibile questo passaggio. Esso naturalmente non basta. Un tale passaggio è possibile solo attraverso un profondo cambiamento culturale che consiste nel dare valore non al consumo di oggetti acquisiti sul mercato ma alla sicurezza di una vita garantita nei suoi bisogni di base e ricca di possibilità di relazioni umane.
Ma tutto questo altro non è che la decrescita, cioè la fine del vincolo dello sviluppo.

24. Questo tipo di politica implica un forte impegno economico e sociale dello Stato, e un forte senso di solidarietà nel corpo sociale. Ma la configurazione storica che nei paesi occidentali ha coniugato forte impegno statale e solidarietà nazionale è quella dello Stato-nazione. La politica che qui indichiamo come necessaria per superare la barbarie capitalistica prossima ventura richiede quindi una riconquista di indipendenza e sovranità dello Stato-nazione, e un deciso contrasto a tutti quei fenomeni, normalmente riassunti sotto l’impreciso termine di “globalizzazione”, che in questi decenni hanno via via eroso e svuotato gli Stati-nazione, per sottoporli al potere delle oligarchie economiche internazionali e del loro Stato di riferimento: gli USA.

25. Fin qui abbiamo parlato delle conseguenze negative dello sviluppo per la vita sociale. Non spendiamo molte parole per ricordare le conseguenze negative per l’ambiente naturale, perché su di esse c’è ormai una vasta letteratura e anche un’attenzione crescente da parte di media e forze politiche e intellettuali. Ricordiamo solo che il peggioramento dell’ambiente non è una astrazione ma si traduce in peggioramento della qualità della vita (depauperamento ed avvelenamento delle falde acquifere, pessima qualità dell’aria respirata, accumulo di rifiuti non smaltibili senza danni, nocività degli alimenti, dai pesci al mercurio alle carni agli ormoni e agli antibiotici ecc.). La crescente invivibilità dell’ambiente per effetto dello sviluppo è una tale evidenza, di cui ciascuna persona psichicamente sana ha percezione quotidiana, che per negarla bisogna essere o privilegiati che hanno ancora per lungo tempo i mezzi per sottrarsi a gran parte delle sue venefiche conseguenze, o sciocchi resi tali da una radicale atrofia dell’anima.

26. In Italia uno dei modi in cui si manifesta la nocività dello sviluppo è quello di progetti economici che tendono a invadere e distruggere il territorio con strutture e opere di vario tipo. Questa invasività e queste devastazioni sono inevitabili, all’interno dell’odierno meccanismo dello sviluppo. Infatti lo sviluppo non può fare a meno dell’accumulazione di realtà fisiche sul territorio (strutture produttive, infrastrutture edilizie come autostrade e aeroporti, strutture commerciali, mezzi di trasporto, rifiuti che occorre smaltire in qualche modo). Ma il territorio italiano è saturo (altrove la situazione può essere diversa): l’Italia è un paese piccolo e sovrapopolato, il cui territorio è stato da tempo invaso dalle realtà fisiche legate allo sviluppo. Non essendoci più spazio libero, le nuove strutture fisiche necessarie per lo sviluppo possono inserirsi solo in una realtà fisica e sociale già organizzata, mettendone in crisi gli equilibri. In parole povere, le nuove strutture devono invadere la vita quotidiana degli abitanti del territorio, sconvolgendola. L’opposizione da parte degli abitanti del territorio attaccato è dunque naturale e istintiva, non necessariamente derivante da opzioni politiche e ideologiche generali, e quindi può certo presentare molti limiti, specie nella fase iniziale. Il punto cruciale sta però nel fatto che essa va nella direzione della critica dello sviluppo, anche se i suoi attori possono non averne coscienza. Con questo intendiamo dire che la prospettiva della critica dello sviluppo è l’unica che renda coerenti queste lotte, dando ad esse un valore e un respiro generali. Al di fuori di tale prospettiva, queste lotte possono essere facilmente criticate e isolate indicandole come espressione di egoismi locali che devono cedere il passo all’interesse generale. La risposta a questa critica sta appunto nell’indicare il rifiuto dello sviluppo, cioè la decrescita, come interesse generale del paese. Queste lotte hanno quindi, al di là della coscienza dei singoli individui che vi partecipano, un carattere di radicale contestazione dell’attuale ordinamento economico e sociale.

27. Dopo aver indicato qualche obiettivo concreto di un movimento anticapitalista, riprendiamo il tema del rapporto fra tali obiettivi e il fine generale dell’anticapitalismo. Abbiamo detto che un movimento anticapitalista dovrebbe, nella sua azione politica, evitare ogni declamazione anticapitalistica e porre delle richieste concrete e comprensibili a quegli strati della popolazione che rimarrebbero indifferenti alle denunce dei mali del capitalismo come tale. Si potrebbe scorgere in questa impostazione una specie di trucco machiavellico o di “doppia verità”. Non è così, e il discorso fin qui svolto permette di capirlo. Gli obiettivi di cui abbiamo discusso vanno perseguiti perché sono validi in sé e per sé, e si può discutere se essi sono validi in sé e per sé solo se si fa riferimento ad una rete di valori, come indicato nelle tesi 9 e 10. Solo se rappresentano autentiche richieste di  civiltà, esse potranno uscire dalle ultraminoritarie cerchie anticapitaliste e agganciarsi alle aspirazioni dei ceti subalterni. La richiesta di pensioni garantite dalla collettività deve essere perseguita non perché essa metterebbe in crisi il capitalismo finanziario che non avrebbe la risorsa dei fondi pensione, ma perché è indecente che la vecchiaia sia in balia dei capricci delle Borse. L’abolizione del lavoro precario deve essere richiesta non perché è incompatibile con l’attuale fase del capitalismo, ma perché la condizione della precarietà umilia chi la vive. Il territorio deve essere difeso dai progetti invasivi perché vivere in un ambiente decente è un diritto di ogni essere umano. E così via. Ciò che distingue l’anticapitalista è il sapere che queste richieste, essendo incompatibili con l’attuale organizzazione sociale ed economica, ne implicano il superamento.

28. Un movimento anticapitalista deve riuscire ad attirare le migliori energie intellettuali e morali del nostro paese, e crediamo che seguendo le linee generali che abbiamo tracciato ciò sia possibile. Poiché tutti, tranne le solite conventicole di  cui abbiamo parlato, si rendono conto di come siano vuote le parole della tradizione rivoluzionaria della sinistra (“comunismo”, “proletariato” e simili), quando si agitano tali parole vuote si allontanano tutti, tranne i pochi che si riconoscono in quel linguaggio. Non si può chiedere a qualcuno di  impegnare la propria vita su parole vuote. Si può chiedere invece di lottare per la giustizia e per il rispetto della dignità degli esseri umani, se si riesce a riempire queste parole con dei contenuti. E abbiamo fin qui spiegato come questo può essere fatto. Terminiamo con un ricordo di poco tempo fa. Partecipammo ad una assemblea di anticapitalisti nella quale ci si ritrovò in pochissimi. Qualcuno chiese “ma perché alle nostre iniziative non ci sono i giovani?”. Era facile osservare che neppure di meno giovani ce n’erano molti. La domanda è allora: perché l’anticapitalismo non interessa a nessuno? Perché, ed è ovviamente una risposta quasi tautologica, l’anticapitalismo delle conventicole non dice niente che interessi agli esseri umani che abitano questo pianeta. Il lato drammatico di tutto questo sta nel fatto che oggi c’è una impellente necessità di un movimento anticapitalista, che lotti contro la regressione e la barbarie cui il capitalismo sta portando la civiltà umana. Abbiamo fin qui abbozzato le linee generali di una tale movimento. E’ davvero ora di iniziare. Prima che sia troppo tardi

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