Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 luglio 2013

Keynes, l'uomo che voleva riformare il capitalismo


Introduzione a
John Maynard Keynes, Esortazioni e profezie
(Il Saggiatore, Milano 2011; orig. 1931)

La rivoluzione da Mosca a Cambridge

di Emiliano Brancaccio
Pareva destinato a diventare una reliquia, un polveroso cimelio del periodo tra le due guerre. Ed invece, dopo il fallimento di Lehman Brothers dell’ottobre 2008 e l’inizio della cosiddetta Grande Recessione, il nome di Keynes è tornato improvvisamente a risuonare nei dibattiti di politica economica. Si tratta, beninteso, di una evocazione ancora spettrale, che per adesso incide solo in termini marginali e confusi sulle azioni pratiche delle autorità monetarie e di bilancio. Ma già il solo fatto che Keynes venga nuovamente menzionato nell’agorà politica appare a molti un segnale minaccioso, un potenziale incentivo all’eversione del precario ordine finanziario costituito.
Il rinnovato interesse per l’eresia keynesiana costituisce un segno del terremoto che dall’inizio della crisi ha iniziato ad agitare il campo di battaglia delle teorie e delle politiche economiche. Come però tipicamente capita alle visioni per lungo tempo sommerse e dimenticate, il pensiero di Keynes risulta oggi appannato da una vulgata approssimativa, per molti versi fuorviante. Si consideri ad esempio una delle sue più celebri affermazioni: «Nel lungo periodo saremo tutti morti». Questa frase viene spesso affiancata ad un’altra sua enunciazione, scritta diversi anni dopo: «Se il Tesoro si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse ad una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate, e queste fossero riempite poi fino alla superficie con i rifiuti della città, e si lasciasse all’iniziativa privata [..] di scavar fuori di nuovo i biglietti [..], non dovrebbe più esistere disoccupazione». Basandosi su queste due frasi giustapposte, svariati commentatori hanno preteso di descrivere Keynes come un intellettuale frivolo, irresponsabile, incurante del futuro, fautore dello sperpero e della dissipazione di risorse produttive.
Con buona pace dei veri esegeti di Keynes, questa chiave di lettura risulta oggi diffusa e influente. Dopotutto, è esattamente attraverso di essa che si è cercato di spacciare la recessione iniziata nel 2008 come il frutto avvelenato di un disinvolto “keynesismo” da parte delle autorità di politica economica statunitensi. Basterebbe tuttavia rileggere interamente i brani dai quali le due affermazioni sono tratte per rendersi conto del terrificante equivoco generato da simili interpretazioni. Consideriamo in primo luogo il caustico giudizio di Keynes sul «lungo periodo». La frase è contenuta in una critica del 1923 agli esponenti ortodossi della teoria quantitativa. Questi ritenevano che la quantità di moneta fosse “neutrale”, ossia irrilevante ai fini dell’andamento dell’economia reale: ogni variazione dell’ammontare di banconote avrebbe solo determinato, a loro avviso, una variazione proporzionale del livello dei prezzi e nulla più. Keynes all’epoca risultava ancora parzialmente legato alla tradizione ricevuta ed evitò quindi di attaccare alla radice le basi logiche della teoria quantitativa. Egli tuttavia già riteneva assurda l’idea di una perfetta proporzionalità tra i movimenti della massa monetaria e i movimenti del livello dei prezzi. Per Keynes, la relazione tra l’una e l’altra variabile era resa instabile da numerosi fattori, dai mutamenti nella preferenza per la liquidità degli agenti economici alle oscillazioni dell’occupazione e della distribuzione del reddito. La teoria quantitativa, pertanto, poteva al limite esser considerata ammissibile solo in un lontano e indeterminato «lungo periodo»; quando cioè «l’uragano» della crisi e della redistribuzione delle ricchezze avesse già prodotto i suoi danni tremendi e quindi fossimo, per l’appunto, «tutti morti». Se dunque si volesse parlare di irresponsabilità, questa andrebbe individuata non certo nella frase di Keynes ma nella cieca fiducia degli ortodossi nelle discutibili previsioni della teoria dominante. Riguardo poi al brano del 1936 dedicato al sotterrare e allo scavar banconote, con esso Keynes intendeva criticare la tendenza degli uomini di governo e dei banchieri dell’epoca ad autorizzare gli investimenti pubblici in disavanzo soltanto per l’estrazione dell’oro, e di negarli invece per attività socialmente più utili, come la costruzione di case o la produzione pubblica di beni collettivi. Eppure, faceva notare il nostro, indipendentemente dalla loro destinazione entrambi i tipi di investimenti finanziati in deficit attivano il medesimo meccanismo moltiplicativo, che alimenta la domanda e la produzione e consente quindi di assorbire la disoccupazione. C’era insomma, in quella frase, una evidente ironia verso l’auri sacra fames degli esponenti di governo, una esecrabile e irrazionale cupidigia per l’oro che tuttavia paradossalmente li induceva a impiegare lo strumento della spesa in disavanzo nel modo giusto, sebbene per scopi ottusamente circoscritti.
Sono questi solo alcuni dei fraintendimenti che al giorno d’oggi circondano il pensiero di Keynes e che sotto vari aspetti ne ostacolano il recupero e il possibile aggiornamento. Un tale cumulo di equivoci, si badi, non è del tutto casuale. Esso costituisce in primo luogo l’esito di un rapporto di forza. Basti ricordare, a questo proposito, che fra le tesi principali di Keynes vi è quella secondo cui non bisognerebbe affidare alla Borsa e ai mercati finanziari il compito di orientare l’accumulazione del capitale. Keynes avrebbe pertanto considerato aberrante la scelta, compiuta in questi anni, di situare la finanza privata al centro del regime di accumulazione mondiale e di mettere le autorità di politica economica al suo completo servizio. Una lettura genuina dell’opera keynesiana risulterebbe quindi nemica degli attuali, enormi poteri ruotanti intorno a Wall Street e alla City. Sembra lecito allora supporre che le fuorvianti volgarizzazioni di Keynes suggerite dagli opinionisti della moderna industria dei media abbiano potuto diffondersi anche grazie a un clima politico decisamente poco favorevole alle convinzioni più profonde dell’economista britannico. Tuttavia non è solo alle approssimazioni giornalistiche che si possono imputare le odierne incomprensioni sulla visione keynesiana del capitalismo. La stessa accademia ha in questi anni contribuito a ingenerare grande confusione. Basti citare un esempio su tutti: John B. Taylor, il principale esponente della tesi che di fatto scagiona la finanza privata e semplicisticamente attribuisce all’intervento statale la responsabilità di aver causato la recessione iniziata nel 2008, si professa orgogliosamente «New Keynesian». Siamo insomma ben al di là di quello che velenosamente Joan Robinson definì “keynesismo bastardo” e contro il quale si scagliò negli anni Settanta del secolo scorso. Siamo ormai al cospetto di un Keynes usurpato dai suoi antagonisti logici, appeso per i piedi e sbandierato come una specie di trofeo di guerra.
 C’è dunque oggi così tanta nebbia intorno a Keynes che la ripubblicazione dei testi originali sembra costituire l’unica via per tentare nuovamente di afferrare la grandezza e la potenziale attualità delle sue tesi sul funzionamento del regime capitalistico di accumulazione. Questo in fondo è il senso ultimo della riproposizione di Essays in persuasion, un libro nel quale Keynes volle raccogliere venticinque tra i suoi più brillanti saggi scritti nel periodo tra il 1919 e il 1931. Si tratta di opuscoli e articoli pubblicati su quotidiani o riviste, ai quali si aggiungono alcuni estratti di celebri pamphlet politici, come Le conseguenze economiche della pace, o di opere teoriche, come La riforma monetaria e il Trattato della moneta. Originariamente pubblicati nel novembre del 1931, gli Essays uscirono in Italia per la prima volta nel 1968 con un titolo leggermente modificato: Esortazioni e profezie. La presente ristampa non contiene modifiche di sorta rispetto alla prima edizione italiana, che a sua volta riproduceva quasi integralmente il testo inglese originario.
Il volume è suddiviso in cinque sezioni. Le prime tre parti sono dedicate alle grandi polemiche degli anni Venti nelle quali Keynes si era «gettato senza riserve»: la controversia sui debiti di guerra, la politica di deflazione e il ripristino della parità aurea prebellica. Nelle sezioni finali l’autore spazia invece su temi più generali: dal giudizio sul socialismo sovietico, al rapporto tra liberalismo e laburismo, all’idea che in un futuro non lontano l’umanità possa esser definitivamente liberata dall’assillo del «problema economico».
Esortazioni e profezie è un titolo estremamente indovinato. Lo stesso Keynes, nella prefazione, arriva a definirsi «una Cassandra che non è mai riuscita a influire in tempo sul corso degli eventi», e rivela che avrebbe egli stesso desiderato porre in luce, fin dal titolo, le virtù premonitrici del suo libro. Questa declamata preveggenza non può in effetti dirsi esagerata. Essa trova riscontri in numerosi passi del volume e raggiunge forse il suo apice in un brano inquietante, dedicato alle conseguenze del Trattato di pace del 1919. Keynes è certo che la Germania non sia materialmente in grado di provvedere al pagamento delle riparazioni e dei debiti di guerra imposti dai paesi vincitori. Per questo motivo decide di lasciare l’incarico di rappresentante britannico alla Conferenza di pace, e lancia un avvertimento: «Se diamo per scontata la convinzione che […] per anni e anni la Germania debba esser tenuta in miseria, i suoi figli rimanere nella fame e nell’indigenza, il paese circondato da nemici […] Se noi mirassimo deliberatamente alla umiliazione dell’Europa centrale, oso farmi profeta, la vendetta non tarderebbe». Nell’irrealtà delle decisioni della Conferenza, mentre tutti partecipano alla messinscena di un trattato insostenibile, Keynes dunque intravede già l’ombra di Hitler, l’incendio del Reichstag, l’abisso disumano del secondo conflitto mondiale. In questa tragica consapevolezza egli tuttavia è solo, impotente, e il suo allarme cade nel vuoto.
Molte altre volte Keynes vestirà i panni della Cassandra inascoltata. Col tempo tuttavia imparerà a diluire le sue istanze ideali in un materialismo intuitivo, sempre più smaliziato. Egli prenderà coscienza del fatto che le battaglie si vincono in primo luogo grazie «all’incontenibile pressione degli eventi», e solo in seconda istanza per «il lento decadere dei vecchi pregiudizi». I suoi scritti rivelano, in questo senso, il tentativo sempre più raffinato di situarsi sul crinale del processo storico, di cogliere in anticipo le congiunture, i punti di rottura, di intervenire nel modo e nel momento giusto per cercare di piegare il corso degli eventi nella direzione dei lumi piuttosto che del buio. Che per Keynes essenzialmente significava riformare il capitalismo, liberandolo dalla opprimente e desueta ideologia del laissez-faire.
E’ forse proprio a causa di questa ambizione, eminentemente politica, che gli stessi scritti teorici di Keynes risultano mutevoli, talvolta sfuggenti. L’urgenza politica di persuadere sembra cioè costringere anche il teorico in un limbo perenne, tra conservazione e rivoluzione concettuale. I saggi contenuti in questo volume appaiono in tal senso emblematici. Il Keynes della tradizione ricevuta affiora di continuo, come quando la disoccupazione viene concepita quale mero fenomeno di squilibrio tra risparmi e investimenti, sia pure duraturo. Si tratta, è bene chiarirlo, del concetto di squilibrio descritto nel Trattato della moneta, un testo che alcuni interpreti considerano già altamente innovativo e difficilmente compatibile con la teoria neoclassica. Il principio della domanda effettiva e la connessa eresia della disoccupazione di equilibrio, contenuti nella Teoria generale del 1936, sono però ancora di là da venire. Ciò nonostante si può già trovare, in queste pagine, una descrizione dei tipici paradossi del risparmio e quindi anche una critica cristallina ai dogmi indiscussi della austerità: «Vi sono oggi molti benpensanti, animati da amor di patria, i quali ritengono che la cosa più utile [..] sia risparmiare più del solito. Costoro [..] ritengono che la giusta politica in un momento come questo consista nell’opporsi all’allargamento della spesa per lavori pubblici [..]. Ma quando vi è già una forte eccedenza di manodopera [..] il risultato del risparmio è soltanto quello di aumentare questa eccedenza [..] Inoltre, quando un individuo è escluso dal lavoro [..] la sua ridotta capacità di acquisto determina ulteriore disoccupazione [..] La valutazione migliore che posso formulare è che quando si risparmiano cinque scellini, si lascia senza lavoro un uomo per una giornata». Ineccepibile eppure eversivo, forse ora ancor più di allora. Perché negare che il risparmio si tramuti interamente in investimento significa di fatto evidenziare una gigantesca contraddizione insita nel capitalismo individualistico governato dalla finanza privata. Un capitalismo che proprio sulla separazione tra risparmio e investimento vive e prospera, ma a quanto pare su di essa rischia pure di implodere. Inoltre, letta da un’altra angolazione, la critica dell’austerità pone in luce un problema di coordinamento del mercato che sotto date condizioni può rivelarsi fatale: «i singoli produttori ripongono qualche speranza illusoria su iniziative che, intraprese da un singolo, lo avvantaggerebbero, ma che non giovano a nessuno nel momento in cui diventano condotta generale [..] se un determinato produttore, o un determinato paese, taglia i salari, si assicurerà così una quota maggiore del commercio internazionale fino al momento in cui gli altri produttori o gli altri paesi non facciano altrettanto; ma se tutti tagliano i salari, il potere d’acquisto complessivo della comunità si riduce tanto quanto si sono ridotti i costi». Per giunta, la spirale deflazionista così attivata potrebbe determinare una crescita del valore reale dei debiti in grado di scatenare insolvenze e fallimenti. Se poi la caduta dei salari, dei prezzi e dei redditi oltrepassa un certo limite, anche le banche potranno esser trascinate nel precipizio. E’ questo un pericolo che i banchieri negheranno fino all’ultimo, essendo connaturato al loro mestiere «salvare le apparenze». Ma la realtà è che una reiterata competizione al ribasso potrà determinare tali e tante bancarotte da scuotere le fondamenta stesse dell’ordinamento capitalista, «creando terreno fertile per agitazioni, sedizioni, rivoluzioni». Recentissimo del resto era il successo dei bolscevichi in Russia, e il borghese Keynes non perdeva occasione di ricordarlo agli apologeti dell’ortodossia, quei «vecchi signori rigidamente abbottonati nelle loro finanziere».
E’ già tanto per un intellettuale educato nella cittadella, per uno che fu insider politico come pochi altri economisti al mondo. Eppure c’è di più. I saggi raccolti in questo volume contengono infatti dei passi teoricamente stravolgenti, persino più avanzati rispetto alla stessa opera magna del 1936. Come ad esempio quelli dedicati alla distribuzione del reddito: «La verità è che siamo al bivio tra due teorie della società economica. L’una sostiene che i salari dovrebbero essere determinati facendo riferimento a quanto è “giusto” e “ragionevole” in un rapporto tra classi. L’altra, la teoria del Moloch economico, afferma che i salari dovrebbero essere determinati [..] tenendo presente soltanto l’equilibrio generale». L’affermazione, si badi, non va interpretata in chiave superficialmente etica. A un livello più profondo essa è dichiaratamente teorica e quindi implica, sia pure solo di sfuggita, una critica radicale della dottrina neoclassica dei prezzi e della distribuzione. Sia pure in nuce, già si avverte quel potenziale legame teorico con Sraffa, e quindi con Marx, che molti oggi con acutezza continuano a tessere.
Di tracce della eversione keynesiana il lettore ne troverà dunque molte, in queste pagine. Anche quando il nostro avanza la proposta massimamente conservatrice, nonché tardiva, di tenere la Gran Bretagna dentro la gabbia del gold standard pur di ricandidarla alla leadership del sistema monetario internazionale, il criterio suggerito risulta scandalosamente eterodosso: «l’introduzione di un forte dazio straordinario» all’importazione di merci, al fine di rendere la rigida difesa del cambio compatibile con una politica di espansione dell’occupazione. Una evidente provocazione per gli acritici fautori del liberoscambismo, ieri come oggi numerosi tra le alte schiere e persino tra gli eredi del movimento operaio. Una indicazione tuttavia ancora una volta difficilmente contestabile sul piano della logica, e che fornisce pure qualche utile spunto di riflessione per l’oggi, in una Unione monetaria europea afflitta da un assetto istituzionale autocontraddittorio e forse insostenibile.
Verrebbe a questo punto lecito chiedersi se questa perenne determinazione illuminista a sfidare il pregiudizio costituisse in ultima istanza un tratto irriducibile della personalità profonda di Keynes, una sorta di compulsione bene indirizzata. Una rapida ricognizione biografica confermerebbe senza difficoltà tale congettura. Storia personale, curiosità, rapporti: dall’influenza di Moore alla frequentazione di Bloomsbury, fu una vita improntata alla demolizione delle vecchie convenzioni e al continuo desiderio di spostare in avanti il limite della prospettiva di governo della società. Basti pensare al fermo intendimento non solo di considerare la sessualità questione eminentemente politica, ma addirittura di intuire che un tema così dirompente non dovesse mai esser confinato a «una classe ristretta di individui istruiti, solo una crosta sulla massa del magma umano». Una intuizione, questa, che sembra ancora oggi sfuggire ai più.
Sarebbe tuttavia un errore ridurre il “caso Keynes” a mera eccezione individuale. La modernità di Esortazioni e profezie non è la semplice risultante di una personalità fuori dal comune. Il vero motivo per cui, a distanza di ottant’anni dalla pubblicazione, questo libro arriva ancora oggi a sorprenderci, è che esso venne scritto nel corso di uno straordinario momento dialettico nella storia dell’umanità. La nascita dell’Unione sovietica da un lato e la crisi delle potenze capitalistiche dall’altro permisero a Keynes di osare quel che nel recinto del potere borghese era stato fino ad allora considerato inosabile. Non va dimenticata, a questo riguardo, la previsione contenuta in Prospettive economiche per i nostri nipoti, forse una delle più ardite in tutta l’opera keynesiana: in un futuro non lontano «l’amore per il denaro come possesso, e distinto dall’amore per il denaro come mezzo per godere dei piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po’ ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali». Ebbene, proprio nell’avventura sovietica Keynes non nasconderà di intravedere una occasione di sperimentazione, di accelerazione del tempo: «Il leninismo comporta, con chiarezza e quasi a mo’ di sfida, un’impostazione non sovrannaturalistica, e la sua essenza, sul piano emotivo ed etico, s’incentra nell’atteggiamento dell’individuo e delle comunità di fronte all’amore del denaro [..] Intendo dire che tenta di costruire l’intelaiatura di una società in cui i motivi pecuniari come motori dell’azione avranno un’importanza relativa diversa, in cui l’approvazione sociale sarà distribuita in maniera diversa». Keynes, che aveva visitato la Russia rivoluzionaria, che aveva più volte espresso il suo orrore per «l’atmosfera di oppressione» percepita, che si lasciò persino andare a frasi grette contro una non meglio precisata «natura russa ed ebraica» all’opera tra i comunisti, si assunse comunque la responsabilità di comunicare al suo mondo che quello sovietico era il vero «laboratorio della vita», e che ai bolscevichi occorreva dare una chance: «un aiuto e non un impedimento». L’uomo di Cambridge dovette insomma rendersi conto che quel che avveniva a Mosca rappresentava il pungolo necessario per scuotere il mondo borghese, per aprire una vera dialettica. Lo scopo era di render concreta anziché utopica la diversa “rivoluzione” che egli aveva in mente per l’Occidente capitalistico, della quale avrebbe poi nella Teoria generale delineato con maggior precisione i contorni: in estrema sintesi, una politica monetaria e di bilancio centrata sulla socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento, al fine di determinare sviluppo economico in condizioni di piena occupazione, una distribuzione più equa delle ricchezze ed anche la definitiva eutanasia del rentier.
Keynes fu dunque figlio di un’epoca straordinaria, durante la quale lo scontro fra capitalismo e socialismo raggiunse livelli di massima tensione. Il suo intelletto venne chiaramente forgiato dalla disputa tra i due sistemi, le sue idee furono modellate su di essa, e il suo successo dipese anche dal fatto che egli riuscì perennemente a situarsi nel mezzo di quella colossale controversia. Non tutti i biografi rimarcano questo aspetto, eppure esso risulta decisivo e suscita pure alcuni fondamentali interrogativi per il tempo presente. In un’epoca in cui la minaccia di un Grande Altro sembra poco avvertita, viene infatti da chiedersi se possa davvero crearsi uno spazio politico per l’eresia keynesiana o ci si debba invece accontentare di un Keynes sempre più depotenziato, ridotto all’osso di una flebile politica di attenuazione del ciclo economico. Ad avviso di chi scrive, è proprio l’apparente mancanza di un’alternativa di sistema che impone oggi di rileggere Keynes esaltando gli aspetti più innovativi del suo pensiero. In particolare, vi è motivo di ritenere che l’unico modo per impiegare efficacemente Keynes nella dialettica delle idee sia di portare alle estreme conseguenze la sua critica del laissez-faire attraverso un rinnovato approfondimento del rapporto fra la dottrina keynesiana e la pianificazione statale. Keynes riteneva, a questo riguardo, che la socializzazione dell’investimento atta a garantire la piena occupazione potesse avvenire senza necessariamente intaccare la proprietà e il controllo privato dei mezzi di produzione. Ma accennò pure alla esigenza di pianificare nel campo dei trasporti, dell’urbanistica, della conservazione dell’ambiente naturale, in tutti i settori in cui il singolo individuo non sarebbe in grado di raccogliere i benefici della sua attività, e persino in materia di localizzazione territoriale dell’industria. Molti hanno giustamente sottolineato le ambiguità e le contraddizioni insite in questa posizione. Si tratta però di contraddizioni feconde, che la crisi in atto impone di riesaminare e sviluppare. Potremmo dire, in questo senso, che una lettura di Keynes al tempo stesso più fedele e più innovativa rispetto alla vulgata, consentirebbe di estrarre dal suo pensiero l’idea che lo Stato non dovrebbe più relegarsi nella mera e abusata funzione di ancella dei mercati finanziari e prestatore di ultima istanza per il capitale privato, ma dovrebbe piuttosto diventare un creatore di prima istanza di nuova e stabile occupazione. Di prima istanza, si badi, è cioè non per fini di mera assistenza, ma in primo luogo per la produzione di quei beni collettivi che dovrebbero considerarsi fondamentali per il progresso civile dell’umanità e che sfuggono alla ristretta logica dell’impresa capitalistica privata. In un futuro non lontano questa idea tuttora scabrosa potrebbe costituire il vero discrimine tra una prospettiva di benessere materiale condiviso e un nuovo tracollo economico mondiale. Che tuttavia essa riesca o meno ad affermarsi politicamente è questione indeterminata, che atterrà alla dinamica ventura dei rapporti sociali di riproduzione delle merci, delle vite e delle idee.
                                                                          Emiliano Brancaccio
Introduzione alla ristampa di John Maynard Keynes, Esortazioni e profezie (Il Saggiatore, Milano 2011; orig. 1931). La riproduzione è consentita citando il volume da cui è tratta.http://www.emilianobrancaccio.it/2013/07/11/la-rivoluzione-da-mosca-a-cambridge/

venerdì 12 luglio 2013

Il Pd e' morto, finalmente

venerdì 12 luglio 2013

Il demenziale liberoscambismo della Sinistra: Brancaccio VS Revelli

All'indomani delle elezioni europee del 2009, la rivista Micromega organizzò una tavolta rotonda sulle sorti di una sinistra radicale che non riusciva ad eleggere nemmeno un deputato. Partecipavano il sociologo Alessandro Dal Lago, il politologo Marco Revelli, e l'economista Emiliano Brancaccio. A quest'ultimo si deve lo spostamento della discussione attorno a temi concreti, più che su rimpianti e vane formule ideologiche. La sua proposta di una concreta politica economica per la Sinistra, imperniata sul blocco dei movimento di capitale, viene respinta da Revelli con soprendente fermezza. Chi conosce Revelli sa che certi toni non gli appartengono. Eppure la semplice proposta di Brancaccio viene bollata di nazionalismo, di ritorno al passato, di essere di destra, di occhieggiare a valori e simbologie razziste... insomma, se sei per il blocco dei movimenti di capitale sei xenofobo. 

Questa chiusura a riccio, da parte di un intellettuale che ha avuto e ha una non trascurabile influenza negli ambienti della Sinistra, aiuta a capire perché quest'ultima è morta e sepolta. Queste persone hanno completamente perduto ogni riferimento "di classe". Non sono in grado di percepire cosa minaccia i lavoratori (nel caso, l'apertura dei mercati), non sono comunque disposti a farvi fronte, e di conseguenza i lavoratori non li votano più. As simple as that. Al posto dell'analisi dei rapporti di forza tra le classi, e della difesa politica degli interessi dei ceti di riferimento, la Sinistra ha abbracciato vuoti concetti, parole d'ordine astratte, dimostrando anche una sorprendente rigidità (per non dire pigrizia) intellettuale.

Ha vinto Revelli insomma, e la Sinistra è morta. Si vede che era destino. Certo, se avesse "vinto" Brancaccio... ma ora godetevi questo scambio. Vi assicuro, è imperdibile. Ho ritagliato le parti più interessanti. Chi vuole leggere l'originale lo trova qui. (C.M.)



Emiliano Brancaccio: (...) credo che per affrontare correttamente un discorso su quale futuro attenda la sinistra in Italia occorra sviluppare una breve analisi preliminare.
Il dato da cui penso sia necessario partire è che le ultime elezioni hanno confermato una tendenza già ben visibile da molti anni: i lavoratori subordinati – soprattutto i lavoratori con minori tutele che operano nel settore privato e con mansioni esecutive – hanno da tempo abbandonato i partiti socialisti e comunisti, cioè i partiti eredi più o meno legittimi della tradizione del movimento operaio, e hanno indirizzato sempre di più il loro voto verso le destre, specialmente verso le destre populiste. Questa tendenza è in atto in Europa e in Italia da circa un quarto di secolo, e non sembra minimamente arrestarsi. Anzi, secondo i dati di cui disponiamo, pare addirittura che stia rafforzandosi.
Ora, questi stessi lavoratori appaiono oggi particolarmente sensibili alle rivendicazioni legate alla difesa degli interessi territoriali e nazionali. Potremmo dire che nella loro visione il vecchio conflitto di classe svanisce, e viene soppiantato dal conflitto territoriale. Questo spostamento delle rivendicazioni dalla classe al territorio si compie in modo istintivo, ma non è né casuale né irrazionale. Questi lavoratori infatti percepiscono che l’apertura internazionale dei mercati e la conseguente maggiore circolazione mondiale dei capitali, delle merci e in parte anche dei lavoratori – in una parola la cosiddetta «globalizzazione capitalistica» – ha alimentato una guerra sempre più feroce tra i lavoratori. È una guerra mondiale tra poveri che deteriora le condizioni di lavoro, intensifica lo sfruttamento, comprime i salari e lo stato sociale, e crea quindi anche i presupposti per la crisi economica.
Ebbene, per difendersi da questa guerra i lavoratori evidentemente cercano risposte politiche. E bisogna ammettere che al momento essi trovano risposte soltanto a destra. Infatti, soprattutto a seguito della crisi, le destre (non soltanto le destre populiste e xenofobe, anche le destre tradizionalmente conservatrici) hanno accentuato i loro propositi di difesa dei capitali nazionali, si sono votate al protezionismo commerciale e hanno sempre di più insistito sul blocco dell’immigrazione quale valida risposta al conflitto tra i lavoratori che viene oggettivamente alimentato dalla globalizzazione.
Ora, è noto che una classica alternativa di sinistra al blocco dell’immigrazione consiste nel blocco dei movimenti di capitale. Vincolare questi movimenti significa infatti impedire ai capitali di scorrazzare liberamente da un capo all’altro del mondo a caccia dei massimi rendimenti, cioè delle maggiori possibilità di sfruttamento del lavoro. Significa quindi impedire ai capitali di mettere in sfrenata concorrenza i lavoratori a livello globale. Il problema è che oggi si parla di continuo di blocco dell’immigrazione ma non si spende nemmeno una parola sul blocco dei movimenti di capitale. E questo silenzio è uno dei numerosi sintomi della situazione di totale «imbambolamento» nel quale versano le sinistre.
Ma perché c’è questo silenzio? Come si spiega questo imbambolamento? Riguardo ai partiti socialisti europei, la risposta a mio avviso è che essi in questi anni non hanno semplicemente assecondato la globalizzazione capitalistica. In Europa i socialisti sono stati i principali fautori dell’apertura dei mercati. E hanno cercato di giustificare questo loro pieno sostegno alla globalizzazione sulla base di un totale travisamento dei fatti. Alcuni esponenti del socialismo europeo sono stati addirittura capaci di spacciare l’odierno internazionalismo del capitale (l’odierna apertura dei mercati) come una variante aggiornata del vecchio internazionalismo operaio (cioè del solidarismo internazionale che caratterizzava il movimento dei lavoratori). E invece bisognerebbe ricordare che i due movimenti sono in irriducibile conflitto, poiché se esiste l’internazionalismo del capitale allora la competizione globale tra lavoratori si intensifica e quindi l’internazionalismo operaio inevitabilmente deperisce e muore. Per quanto riguarda poi le sinistre comuniste, anticapitaliste e cosiddette «radicali», abbiamo troppo spesso assistito a comportamenti grotteschi, dettati da ignoranza e furbizia. Nel periodo di massimo splendore del movimento altermondialista, vi fu in effetti l’opportunità di lanciare una reale sfida per l’egemonia ai partiti socialisti, che all’epoca celebravano entusiasti le grandi virtù del liberismo. Accadde invece che ci si perse attorno a una serie di proposte folkloristiche e risibili, come ad esempio quella di contrastare la globalizzazione creando piccole comunità di autoproduzione e autoconsumo, magari nel nostro quartierino.
Ecco, secondo me in quella fase si sono perdute delle occasioni importanti. E in parte ciò è dipeso anche dal fatto che i gruppi dirigenti della sinistra «radicale» non hanno mostrato alcun interesse verso la possibilità di fare piazza pulita del folklore, per contendere realmente l’egemonia ai partiti socialisti. Invece sono apparsi più interessati a tenersi le mani libere per conquistare di tanto in tanto qualche contentino, qualche prebenda da quegli stessi partiti. Dunque, se i dirigenti della sinistra «radicale» se ne devono andare, un buon motivo per farlo è che hanno avuto delle occasioni storiche e le hanno malamente sprecate. 

Marco Revelli:  Dico subito che sono in radicale dissenso con quanto ha appena detto Brancaccio. In particolare sull’affermazione secondo la quale la chiusura dell’azione politica – e in particolare delle politiche economiche – entro i confini dello stato nazionale avrebbe potuto rappresentare la risposta vincente di una sinistra radicale rispetto alla resa delle sinistre socialiste e tradizionali alla globalizzazione e al liberismo.
Io non credo che si possa inseguire la destra sul terreno della rinazionalizzazione del confronto e del conflitto. Non è un caso che buona parte delle destre, anche quelle che sono state iperliberiste fino a ieri, riscoprano la dimensione nazionale. Certo, è una logica che forse paga dal punto di vista elettorale, ma è un dato di fatto che i neonazionalismi o i neoregionalismi abbiano tutti un segno di destra, siano ispirati da logiche di recinzione dell’identità, di costruzione più o meno artificiale di un «noi», di un’identità collettiva che si esprime nel rifiuto dei flussi provenienti dall’esterno, dell’«altro» in ogni suo aspetto, in primo luogo dei flussi di persone, di migranti, ma poi anche dei flussi di capitale.
Non credo che si possa inseguire su quel terreno la destra perché ogni volta che si sono affermate logiche di recinzione nazionalistica, protezionistica, incentrate sull’identità nazionale, si è aperta la strada a soluzioni catastrofiche dal punto di vista politico: a dinamiche aggressive, belliciste, autoreferenziali, di cui il nazionalsocialismo è stata l’espressione estrema e più abominevole.
A me preoccupa moltissimo il segno con cui si stanno connotando le dinamiche politiche nella crisi; mi preoccupa moltissimo l’atteggiamento che una parte del mondo del lavoro sta assumendo nella ricerca di politiche di difesa. E che la questione della «difesa sociale» di quello che è stato il tradizionale insediamento di massa della sinistra, cioè del «mondo del lavoro», non sia una priorità assoluta. Una sfida per molti aspetti drammatica, e oggi in gran parte perduta. Rifiuto però nettamente l’idea che ciò possa passare attraverso una rinazionalizzazione del conflitto e della politica. Cioè attraverso un forzato e artificiale ritorno alle condizioni del secolo scorso, quello che a buona ragione poté effettivamente essere definito il «secolo del lavoro».

E.B.  È positivo che Revelli abbia espresso il proprio dissenso in maniera netta. I grandi problemi di fronte ai quali ci troviamo hanno bisogno di prese di posizione chiare, e la mia posizione è alternativa rispetto a quelle da tempo sostenute da Revelli.(...)  Dunque il punto di fondo è questo: se noi continuiamo a manifestare una certa pruderie, una certa inquietudine nei confronti della proposta di bloccare i capitali e di ridurre l’apertura dei mercati, rischiamo di cadere in un equivoco colossale. Mi spiego: io sostengo che un’epoca di rinnovata coesione e protagonismo del movimento dei lavoratori a livello globale, un’epoca di nuovo «internazionalismo operaio», potrà fiorire solo in seguito a un processo di rinnovata segmentazione e divisione dei mercati, partendo dai mercati finanziari per arrivare eventualmente anche ai mercati delle merci.
Quando si dice di temere una «deriva nazionalista» secondo me si cade in un equivoco, perché occorre riconoscere che sul piano storico il movimento dei lavoratori si sviluppa a livello internazionale proprio in relazione a dei processi di segmentazione e di irrigidimento dei mercati finanziari e delle merci, non certo grazie a una loro apertura. Quando si è verificato un processo di apertura globale dei mercati finanziari e delle merci, la competizione è diventata sfrenata e il movimento internazionale dei lavoratori ha ripiegato su se stesso, fino a implodere. 

M.R.  I termini del dissenso con Brancaccio si sono fatti espliciti. È un dissenso molto forte, molto netto, molto polarizzato.(...)  continuo a essere convinto che la segmentazione su base nazionale dei mercati, come Brancaccio la propone, sia un’operazione devastante, in primo luogo per quanto riguarda la ricaduta di ciò sulle «culture politiche» implicate nell’operazione, e sugli atteggiamenti di massa, le dinamiche simboliche, le mentalità collettive che dovrebbero necessariamente essere mobilitate in quest’operazione di intervento massiccio sulle strutture economiche e finanziarie. Risegmentare mercati che si sono integrati significa costruire barriere, fratture, confini attraverso l’impiego di valori simbolici aggressivi, perché la rinazionalizzazione implica identità omogenee, coese, territorialmente radicate e obiettivamente fascistoidi. Vuol dire un impiego massiccio della logica «amico-nemico», l’invenzione di una qualche tradizione e di una qualche antitesi negativa, un’alterità attraverso cui simbolizzare un esterno che non c’è più, ma di cui c’è necessità se si vuole «recintare» il noi…
Il tentativo di ricondurre a logiche nazionali il primo processo di globalizzazione ha prodotto veleni a destra e a sinistra: ha prodotto il nazismo e la degenerazione della rivoluzione russa in nazionalbolscevismo. Sono assolutamente terrorizzato dall’esito che potrebbero avere tentativi di questo tipo oggi, con la potenza assunta dagli apparati di comunicazione.
Io credo che alla globalizzazione un merito possa essere riconosciuto. Non sono fra quelli che l’hanno criticata e contrastata in tutti i suoi aspetti: l’apertura dei confini asfittici delle dimensioni nazionali è stata a mio avviso un vantaggio per l’umanità. Pone ovviamente dei giganteschi problemi di governance, di gestione politica del processo, ma non possiamo rifiutare queste opportunità e queste prospettive in quanto tali.
La sinistra non è stata capace di nuotare in questo nuovo mare senza andare a ricercare ricette vecchie, ricette novecentesche. Cerchiamo di evitare che naufraghi l’intera, fragile, umanità presente e futura.

E.B.  La posizione di Revelli è sbagliata. Ed è una posizione, io dico, superata, nel senso che la traccia sviluppata da Revelli ha ispirato negli ultimi anni tutta una serie di ricerche teoriche e iniziative politiche che sono state al centro del dibattito e non mi pare che abbiano dato risultati particolarmente positivi. C’è una generica propensione globalista da parte della sinistra cosiddetta radicale che è il frutto di uno spaventoso equivoco, equivoco in cui lo stesso Revelli mi pare cada pesantemente.
Nel momento in cui si accetta l’impianto interpretativo proposto da Revelli e sostenuto da numerosi, vecchi esponenti della sinistra radicale, il flusso di voti dei lavoratori e delle fasce popolari che si indirizza verso la destra – soprattutto quella populista e xenofoba – è destinato a diventare inarrestabile. (...)
insisto sul punto che ho introdotto nel mio primo intervento. Se noi vogliamo trovare una credibile alternativa di sinistra al blocco dell’immigrazione che la destra propone con tanto successo in questa fase, allora dobbiamo proporre un altro tipo di blocco, che sia innanzitutto blocco dei movimenti di capitale. In estrema sintesi, io dico: se vogliamo «liberare» i migranti, dobbiamo «arrestare» i capitali. Se invece insistiamo su una concezione tutto sommato favorevole al globalismo, temendo che un approccio alternativo possa essere foriero di chissà quali pericoli nazionalisti e guerrafondai, secondo me ribaltiamo in modo del tutto erroneo i termini del problema: cioè non ci rendiamo conto che il blocco dei capitali è proprio la necessaria risposta di sinistra a un futuro di violenza nazionalista, fascista e guerrafondaia verso il quale stiamo drammaticamente scivolando.


11 commenti:

  1. come se i Turchi che hanno comprato la Pernigotti fossero usciti da un CIE......
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  2. E' evidente dalle sue parole, che Revelli ne fa una questione culturale generale, rifiutandosi di cogliere gli aspetti effettivi della situazione esistente e della natura stessa della globalizzazione.
    E' molto significativo che egli dica che non bisogna inseguire la destra, senza apparentemente rendersi conto che la destra non potrebbe mai essere coerenteemnte per la chiusura dei mercati e la riduzione drastica del commercio mondiale, o forse non siamo d'accordo con Revelli su cosa sia la destra oggi. A me pare che la destra sia quella che domina, quella che ha creato la crisi economica in cui ci troviamo e che tenta (vanamente a mio parere) di uscirne facendone pagare i costi alle classi meno abbienti, e credo che Revelli avrebbe da obiettare su questo (la Le Pen più pericolosa di Draghi???).
    Invece di stabilire chi insegue chi, non sarebbe il caso di chiedersi umilmente cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, possibile che dobbiamo rimanere totalmente prigionieri dei fantasmi del novecento, senza capire come la borghesia ha totalmente capovolto il suo patrimonio valoriale e si trova ora meglio attrezzata per dominare e sfruttare?
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  3. Rigoroso e chiaro Brancaccio, come sempre. Revelli è solo un chiacchierone, una cariatide sopravvalutata (indubbiamente rappresentativa della finta "sinistra" liberoscambista, ormai autodistrutta). Mino
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  4. Davvero ottimo brancaccio qui, l'ho apprezzato davvero! :)
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  5. La cosa rilevante è che Revelli non dice una parola, una sola parola, su come pensi di uscire dal turbocapitalismo senza smantellare la dittatura plutocratica mondialista.
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  6. dittatura plotoche? almeno non usiamo un linguaggio che fa la sponda a ravanelli...
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    1. Firmati, per favore. Non ammettiamo commenti anonimi.
  7. Quando le aspirazioni generali non tengono conto delle realtà concrete.
    E questo sarebbe il corifeo del materialismo??
    Mi hanno distrutto mezzo secolo di vita...
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  8. i movimenti di capitale che vuole Ravelli son quelli che delocalizzano dove il lavoro costa sempre meno, dalla cina passano al vietnam e bangladesh all'africa, non appena i lavoratori iniziano ad alzare la testa e rivendicare un briciolo della fetta di torta.
    oppure son quelli che comprano marchi italiani famosi senza nessuna garanzia che poi mantengano o incrementino la produzione qua..
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  9. Dio mio, se Lenin avesse sentito il discorso di Ravelli gli avrebbe lanciato di siciro un'anatema.
    BY
    IL VILE BRIGANTE
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  10. Scusatemi ma si è già parlato di questo? http://www.ispionline.it/articoli/articolo/europa/crisi-delleuro-tassi-bassi-e-riforme-non-bastano TARGET3 al posto di TARGET2...
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