Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 19 luglio 2013

è lecito domandarsi in che mondo viva Napolitano


Cronache del Quirinale: lo stiamo perdendo

Avvengono cose inaudite, ma non si possono responsabilizzare in alcun modo i ministri. E dunque non si può rischiare la messa in mora  di un governo che sta contrastando la crisi. Questo il succo, altrettanto inaudito, del monito che viene dal Quirinale dove ormai regna una grande, ma sinergica confusione tra marasma senile e tutela del ceto polittico.
Napolitano e ScalfariIl messaggio del presidente è allarmante non solo per la difesa ad oltranza dell’inciucio, anche di fronte a fatti gravissimi, ma anche per la distanza ormai incolmabile tra il Colle e la realtà, quella che casca addosso ai cittadini tutti i giorni, che si legge in chiaro nelle cifre disastrose della produzione industriale, della disoccupazione, del debito pubblico, che diviene evidente come un lampo nel buio. Un governo che finora non ha potuto che rinviare ogni cosa, visto che non c’è accordo su nulla se non sull’occupare il potere , appare invece al presidente  come l’unico baluardo contro la crisi e così dal Quirinale giungono vere e proprie fantasie su “riconoscimenti e apprezzamenti per la sua capacità di iniziativa e di proposta”. Che per sovrammercato “nessuno può seriamente negare”.
Sullo sfondo sempre le famose riforme ridotte ad acacadabra per bambini, le improbabili azioni di un governo “necessario” in grado di far “far  variare positivamente il clima di fiducia verso l’Italia”. Insomma le solite cose che sentiamo da più di due anni, il bricolage con vuoto a perdere che ha imposto Monti, la firma di trattati europei distruttivi della nostra economia, poi le larghe intese prive di senso, un attivismo da ballo di San Vito che è solo la manifestazione di una malattia del Paese e della sua classe dirigente. Il tutto condito dalla confusione evidente tra una narrazione impudica che trasforma i pesci in faccia in successi inesistenti e i disastri reali. Così è lecito domandarsi in che mondo viva Napolitano, quanto dei suoi incessanti moniti siano da attribuire a una scadente ammuina politica e quanto invece al suo trasferimento dentro una bolla di gessosa irrealtà dove non più c’è più distinzione tra i fantasmi e le persone, tra le idee e i comunicati stampa.
E’ inutile girarci intorno: qui siamo di fronte a un declino. Al quale si dovrebbe porre rimedio prima che bizzosità e ossessioni senili prendano il sopravvento, prima che i corazzieri vengano scambiati per ministri con l’elmo di Scipio e viceversa. E prima che il Paese venga stritolato.

giovedì 18 luglio 2013

Il Pd ha distrutto vite, sogni e sentimenti deve scomparire

La Presidente del Pd sardo, lascia il partito

 
La lettera aperta con la quale motivo le mie dimissioni dal PD. È lunga, vi avverto.
"Vergogna.
Nella vasta gamma di sentimenti che ho provato in questi ultimi anni, e in special modo da quando ricopro un ruolo di primo piano nel Partito Democratico, questo mi mancava. Rabbia, delusione, sgomento, sfiducia, sì. E a tratti rassegnazione. Poi tornavano la determinazione e la speranza, ora ammetto irragionevole, di riuscire a cambiare questo partito dall'interno. Quello che provo oggi, però, è un sentimento nuovo che non trova più una giustificazione proporzionata al danno morale che il Pd sta infliggendo ai suoi elettori, ai militanti, agli iscritti. A me. Dalle primarie ritoccate per la scelta dei parlamentari, alla drammatica vicenda dell'elezione del Capo dello Stato come anticamera al calice ben più amaro del Governo "di scopo" con il PDL di Berlusconi; ai 101 parlamentari del Partito Democratico che, uccidendo politicamente Prodi, hanno gettato una prima pietra tombale sulla speranza di una qualsiasi decente prospettiva che si fondi sulla fiducia, la tensione ideale e i bisogni veri di un popolo tenuto e guardato a distanza. Un patrimonio di migliaia di militanti e iscritti che ne costituiscono la vera ossatura e che stiamo disperdendo con un'apparente, ostinata premeditazione. L'amarezza e il sentimento di sfiducia che abbiamo lasciato loro dopo questi mesi assurdi ci stanno inchiodando a un destino fatale, per il Pd e tutto il centrosinistra. Sì, perché se gli eventi gravissimi che si sono succeduti dal giorno dopo le elezioni meritavano un forte e aperto dissenso verso il partito e questo governo, quelli di oggi ci consegnano il ritratto di una classe politica alla bancarotta morale e civile. Il mancato ridimensionamento dell'acquisto degli F35, promesso da Bersani e dal Pd, è il penultimo atto di arrogante noncuranza di fronte alle vere emergenze delle aziende che falliscono, di chi ha perso il lavoro, degli esodati, della scuola e dell'università che affondano sotto la scure dei tagli di bilancio. I nostri parlamentari sardi non si sono distinti per dissenso. Come sul resto. L'ultimo, è stato recapitare nelle mani di un dittatore al potere la moglie e la figlia di 6 anni del suo principale oppositore derubricandolo a imbarazzante incidente internazionale da risolversi con il prepensionamento di un opaco funzionario. Non è solo Alfano a doversene andare a casa, sia chiaro, ma tutto questo improbabile Governo e una bella quantità di Parlamentari che, equamente distribuiti tra la Camera e il Senato, sono stati nominati esclusivamente per garantire la sopravvivenza di un dannoso, pervasivo sistema di potere. Si cancelli il Porcellum, anche con decreto. Sono certa che Sel e M5S non farebbero mancare il loro appoggio. In mancanza di una nuova legge elettorale si torni almeno al Mattarellum. E poi, scioglimento delle Camere. Perché, come diceva Berlinguer: "Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire." Purtroppo, la nostra credibilità è andata perduta e non dobbiamo nasconderci che una larga parte dei nostri militanti, iscritti, simpatizzanti percepisce il Governo attuale come il frutto di un accordo tra oligarchie. Un Governo che a Berlusconi serve, non più solo ad allontanare i suoi processi, ma a evitare le conseguenze di condanne che a un comune cittadino costerebbero ben altro castigo. Lui, invece, può degnamente rappresentare il Senato della Repubblica con una condanna a 7 anni e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Su questo, Letta e Epifani si sono limitati a dire che rispettano la sentenza della magistratura quando invece avremmo dovuto votarne l'ineleggibilità. Da qualunque lato la vogliamo guardare, per quante giustificazioni vogliamo trovare, penso che il governo con questo centrodestra sia un danno collaterale inaccettabile e che un gruppo dirigente che ha condotto (per imperizia o per oscuro calcolo) il nostro partito a uno stato di così grave necessità difficilmente possa recuperare la fiducia di chi oggi pensa che il suo voto non serva a cambiare niente. Berlinguer diceva: "I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. " Era il 1981 e oggi subiamo drammaticamente gli effetti di questa mostruosa degenerazione. Si può cambiare? È dura. Ma sì, si può. Si deve, se vogliamo dare una speranza, non tanto e non solo al Pd o al centrosinistra, quanto al nostro Paese e, per quanto ci riguarda più da vicino, la Sardegna. Con qualche rara eccezione, in questi sessant'anni e più di sciupata Autonomia, la classe politica che si è alternata al governo della nostra regione ha amministrato l'enorme capitale di persone, culture e territorio in modo miope o, spesso, dissennato. Una politica industriale pesante e a corto respiro, la svendita di larghe fette di paradiso ambientale destinate a servitù militari che costituiscono il 70% dell'intero presidio su suolo nazionale, hanno compromesso per sempre ecosistemi unici al mondo, senza neanche il lascito di un po' di ricchezza condivisa con le multinazionali del petrolio o delle armi. Dobbiamo essere onesti, se la politica ha fatto qualche passo sul fronte dei poligoni militari, è stato sulla spinta di un tenace comitato e di pezzi della società civile che, insieme alle inchieste di un giornalista cagliaritano, hanno convinto un risoluto magistrato ad aprire un processo che ha potuto individuare una parte di responsabilità, politica e militare, per i pesanti danni dell'inquinamento. Il tema del ricambio della classe politica è cruciale e non più rinviabile. Ma non servono un semplice rinnovamento generazionale, o un congresso guidato dai soliti, intramontabili capicorrente. Serve una svolta culturale, un affrancamento dal potere del capo locale. È necessario sottrarsi al suo ricatto, e riconoscere che in nome dei vantaggi che ne possiamo ricevere (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti), accettiamo iniqui favoritismi e arbitrarie discriminazioni. Quindi, o si cambia profondamente, o si muore. Il presupposto per competere con un centrodestra regionale in ripresa è riconquistare l'attenzione e la fiducia di quelle persone che non ci votano più, rifugiandosi chi nell'astensione, chi nel voto di protesta. Le primarie possono essere, se le lasciamo aperte alla partecipazione di tutti, una straordinaria occasione di rilancio, non solo per chi ne avrà in capo la leadership ma per tutto il centrosinistra. A patto che si abbiano lungimiranza e coraggio nel proporre ai sardi persone e programmi credibili, che segnino una forte discontinuità con quella parte di classe dirigente che ancora oggi occupa, a vari livelli, le istituzioni, i consigli di amministrazione, gli enti regionali, le organizzazioni sindacali e, nonostante gli scandali e l'inopportunità di evidenti contiguità con i partiti, le fondazioni bancarie. Invece, tutto scorre, come se niente fosse. La scuola e l'università dovrebbero essere le priorità di un qualunque soggetto politico che, nel segno dell'innovazione, si voglia candidare a costruire la Sardegna dei prossimi 30 anni. Diversamente, non ci sarà classe dirigente, formata e consapevole delle enormi sfide che ci attendono. A questi temi decisivi, aggiungerei la difesa dell'ambiente e del territorio, con un progetto di sviluppo alternativo all'industria chimica e pesante che ha invece caratterizzato le politiche degli anni della Rinascita fino alla attuale devastante crisi; un progetto capace di riconvertire, dove si può, impianti obsoleti e abbandonati da società rapaci e ormai delocalizzate in paesi dove la manodopera a basso costo consente ampi margini di guadagno con il minimo investimento. Serve un'idea di valorizzazione delle nostre risorse naturali che non siano la ricerca del metano a migliaia di metri di profondità del sottosuolo o la cessione di ampi territori alle multinazionali dell'eolico e del fotovoltaico, per di più senza che ci sia una significativa ricaduta sulla nostra economia. Piuttosto, serve credere e investire sul nostro potenziale nel settore dell'agricoltura; sulle nostre specialità, sulla cultura e sul turismo, nelle coste come nelle nostre splendide zone interne. Stiamo invece assistendo, senza che ci sia stata una vera opposizione, alla svendita e alla mostruosa cementificazione che, in tutta la Sardegna e in modo particolare in Costa Smeralda, Cappellacci e il centrodestra stanno consentendo con i vari piani casa. Purtroppo, la resistenza al cambiamento è connaturata all'essere umano. Nonostante milioni di anni di evoluzione ci dicano il contrario, continuiamo a pensare che la sopravvivenza nostra o del nostro gruppo, sia più importante del miglioramento di tutta la specie. A questa convinzione sacrifichiamo qualunque cosa, anche di fronte all'evidenza che non è più il bene comune ciò che stiamo perseguendo. In fondo, è stato questo il male che ha colpito i partiti e, alla fine, la nostra società. Le vicende che nelle ultime settimane hanno occupato le pagine dei giornali, il Parlamento e l'aula del Consiglio regionale parlano anche e soprattutto di questo. Da noi, anche il passaggio vergognoso sulla legge elettorale approvata di recente con l'esclusione della doppia preferenza di genere ci restituisce il ritratto di una classe politica, per lo più maschilista e retrograda, arroccata su una montagna di insopportabili privilegi. Si capisce che un'assemblea regionale che su 80 consiglieri conta sole 7 donne e che ha dovuto ridurre sensibilmente il numero dei seggi nel parlamento sardo, non tema di cancellare la rappresentanza di genere femminile; l'eliminazione del listino del Presidente renderà questa eventualità drammaticamente concreta. Il rischio che venisse affossato l'emendamento esisteva, in tanti l'abbiamo denunciato e si è concretizzato. E quel voto segreto, anche su una questione come questa, è stato offensivo e vile. Il Gruppo del Partito Democratico ha poi presentato una nuova proposta di legge con un solo articolo, proprio sulla doppia preferenza. Era una nuova occasione, la nostra battaglia di civiltà. Dicevano si sarebbe discussa nel giro di qualche giorno. Che fine ha fatto? Come in altre occasioni, dalla Sardegna alla Penisola, assistiamo pressoché inermi a delle vuote enunciazioni. Sembra tutto finito nel nulla, soverchiato da altri problemi, affrontati solo per titoli e per distogliere l'attenzione dalle insufficienze di un Consiglio regionale ormai concentrato quasi esclusivamente sulle prossime elezioni. Come Presidente del Pd sardo, vivo la contraddizione tra il sentimento calpestato del militante e la responsabilità del dirigente di partito. E l'equivoco, alimentato da chi pretende il silenzio di fronte a colpevoli mancanze, che io debba rappresentare chi governa e rovina il Pd piuttosto che i suoi elettori e la base. Lascio questo Pd perché, pur con il rispetto verso le tante persone che ho cercato di rappresentare con dignità e onestà e verso le quali resta immutata la vicinanza, la stima e la disponibilità a un lavoro comune, non mi riconosco affatto in chi lo governa realmente a livello nazionale e regionale. Ma le energie che ho profuso in tutti questi anni nella speranza di poter incidere positivamente sul cambiamento, pur con i miei errori che certamente non sono mancati, non si esauriranno con la rinuncia al mio ruolo di rappresentanza. Proseguirò, con rinnovata passione e determinazione, l'impegno politico. Solo, proverò a seguire una strada più coerente con il mio sentire. Perché torniamo a dire, come Berlinguer: «Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati insieme...»

Valentina Sanna

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martedì 16 luglio 2013

lo sviluppo tecnologico ha sempre meno bisogno di lavoro e di lavoratori per espandersi

 
Prospettive economiche per i nostri (pro)nipoti?di Giorgio Gattei 

Nell'era della "disoccupazione tecnologica", il reddito di cittadinanza dovrebbe essere quella parte di profitto a cui il capitale rinuncia per garantirsi la domanda di merci 

Piuttosto che intervenire sulle condizioni di fattibilità pratica del reddito di cittadinanza, su cui non ho competenza, vorrei interrogarmi sul significato storico che può assumere il dibatterne oggi. Infatti io lo giudico un argomento economico cruciale posto dalla mutazione radicale che sta subendo la “maniera capitalistica del produrre”.Finalmente, dopo un anno di passione sulla tenuta dei conti pubblici, si è arrivati a discutere della disoccupazione, di cui però si possono dare due tipi. C’è la disoccupazione provocata dalla “insufficienza di domanda effettiva” (ossia dalla domanda assistita da moneta): essendo necessaria manodopera per produrre le merci, se queste non trovano domanda adeguata, l’occupazione necessariamente calerà. Da qui il rimedio a simile disoccupazione - che è detta “keynesiana” perchè riconosciuta magistralmente da J. M. Keynes - che consiste nel rilancio della domanda tramite aumento dei consumi delle famiglie e/o dello Stato. 

C’è però anche un altro tipo di disoccupazione, di cui poco si parla e di cui aveva ben detto Giorgio Lunghini oltre un decennio fa quando ha osservato che «la relazione biunivoca e stabile tra produzione di merci e occupazione di lavoro vivo è mutata: è ancora vero che, se la produzione cala l’occupazione cala, ma non è più vero l’inverso, che se la produzione riprende anche l’occupazione riprende» (1).

È questa la disoccupazione tecnologica – o “ricardiana” perchè individuata da D. Ricardo fin dal 1821 – che è provocata dalla “sostituzione di macchine a lavoro”, così che anche a rilanciare gli investimenti i disoccupati crescono invece di diminuire perchè i posti di lavoro che si guadagnano dove si producono le “macchine” non compensano quelli che si perdono dove s’introducono le “macchine”.

Per come la giudico io, la disoccupazione attuale è soprattutto “ricardiana”, essendo dovuta al trapasso dal fordismo ad una “maniera post-fordista” del produrre che, se qualcosa vuol dire, può significare soltanto “sostituzione d’informatica al lavoro”. Ne risulta un eccesso di manodopera che viene espulsa dalla produzione e che, non sapendo come gestirla, resta lì (almeno finché sopporta la propria esclusione). Questa disoccupazione ha però origini lontane essendosi presentata in Italia fin dagli scorsi anni ’90, ma allora era stata recuperata mediante la “precarizzazione” del mercato del lavoro giudicandosi che, a salari stracciati, le imprese avrebbero assunto quei lavoratori “usa e getta”. In effetti così è stato, come documentano le statistiche, ma con la brutta conseguenza di un calo storico della produttività del lavoro perchè, se si possono costringere i precari a lavorare di più, non gli si può però imporre di lavorare meglio. Da qui la comparsa di una occupazione flessibile a bassa produttività di cui tutti hanno finito per lamentarsi (2) e contro la quale ha provato a muoversi la cosiddetta “riforma Fornero” imponendo alle imprese l’obbligo di trasformare, dopo un certo tempo, le occupazioni a tempo determinato in posti fissi, così che, gravate da un maggior onere salariale, si decidessero a cavalcare anche la via dello sviluppo tecnologico. Ma le imprese, dovendo passare alle “macchine”, hanno preferito licenziare i precari piuttosto che stabilizzarli e così quella disoccupazione “ricardiana” è tornata sulla scena. E ora come recuperarla? 

Non tutti sanno che anche Keynes ha parlato della disoccupazione “ricardiana” in uno scritto del 1930 che, a leggerlo oggi, appare del tutto consono al momento: «l’efficienza tecnica è andata intensificandosi con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a risolvere il problema dell’assorbimento della manodopera ed il sistema bancario e monetario del mondo ha impedito che il tasso d’interesse cadesse con la velocità necessaria al riequilibrio». La conseguenza è «una nuova malattia di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno molto parlare nei prossimi anni: vale a dire la “disoccupazione tecnologica”. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera». A rimedio di questa disoccupazione Keynes proponeva di lavorare meno per lavorare tutti: «turni giornalieri di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore» potrebbero essere la soluzione «affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito fra quanta più gente possibile» (3).

Ed invero durante la miglior stagione del fordismo (gli anni ’60-‘70 del Novecento) è stato ridotto il tempo di lavoro calcolato in giornata, settimana, anno e “vita” lavorativa perchè compensato dagli incrementi di produttività consentiti dall’introduzione del “lavoro alla catena”, mentre l’occupazione è cresciuta fino a rasentare il livello del “pieno impiego”. Ma adesso? Intanto quello slogan keynesiano non è più presente nella sua interezza, ma soltanto a metà: si offrono ai disoccupati “lavori socialmente utili” che si aggiungano alla occupazione produttiva delle imprese, in cui si presume che gli orari di lavoro restino invariati. Ciò si deve al fatto che, quando si parla di recupero della disoccupazione, si riconosce che, oltre ai maggiori posti di lavoro, necessita pure un maggior reddito, come peraltro era implicito nello slogan keynesiano se quel “lavorare meno per lavorare tutti” sottintendeva la condizione che ciò avvenisse a parità di salario così da aumentarne la massa complessiva. Ma come evitare che la maggiore occupazione addebiti un maggior onere salariale alle imprese che sono già di per sé in difficoltà? S’immagini che, per dar lavoro a tutti, sullo stesso posto di lavoro si debbano inserire due lavoratori a mezza giornata invece di uno solo a giornata intera. A mantenere lo stesso salario ad entrambi, l’impresa dovrebbe pagare un doppio salario, a meno che il secondo lavoratore non venisse pagato da altri come ad esempio dallo Stato. Il che porterebbe al paradosso di due lavoratori produttivi dentro la stessa impresa, con il primo pagato dal privato ed il secondo dal pubblico (le decontribuzioni annunciate dal “decreto del fare” del governo Letta per i nuovi assunti non si muovono forse in questa direzione?). 

Se però oggi siamo alle prese con una disoccupazione tecnologica, quell’impresa non ha affatto bisogno di aggiungere manodopera alle macchine che pur gli si chiede di introdurre. Al contrario, ha bisogno di diminuirla. E allora esageriamo. Immaginiamo che anche il primo lavoratore diventi superfluo perchè la sostituzione di macchine a lavoro ha raggiunto il limite di una produzione di merci a mezzo di sole macchine, come previsto da Ricardo in una straordinaria lettera a McCulloch del 30 giugno 1821: «e se le macchine potessero fare tutto il lavoro che adesso fanno i lavoratori, non ci sarebbe più domanda di manodopera e nessuno avrebbe più titolo a consumare qualcosa a meno che non fosse un capitalista». Evidentemente Ricardo non immaginava che ci potessero essere anche “lavori socialmente utili”, ma non è questo il punto. A metterli in esecuzione non si pone il problema di finanziarli, visto che comunque costano?

La prospettiva teorica necessaria già c’è, depositata nelle pagine di Produzione di merci a mezzo di merci (1960) di Piero Sraffa, come peraltro lucidamente riconosciuto Paolo Sylos Labini in uno scritto dedicato all’ipotesi estrema di una produzione interamente robotizzata (4). Vediamone l’articolazione logica. Se producessero senza più impiegare lavoratori, i capitalisti guadagnerebbero un profitto “massimo” non avendo più salari da pagare. Ma siccome devono vendere le merci prodotte, avrebbero necessità di una domanda effettiva da parte dei “non più lavoratori” e a questo scopo dovrebbero accontentarsi di realizzare in moneta un profitto minore di quello massimo, destinando la differenza a reddito di quei non-lavoratori. Sarebbe questo il reddito di cittadinanza misurato dalla parte di profitto a cui i capitalisti rinuncerebbero per assicurarsi la domanda effettiva adeguata alla vendita delle merci prodotte. Solo successivamente a questa determinazione spetterebbe alla cittadinanza destinataria di quel reddito decidere come spartirlo tra i propri componenti, ad esempio a prescindere oppure in contraccambio di un lavoro “socialmente utile”. Ciò sarebbe comunque una questione politica successiva alla decisione delle imprese di ridursi ad un profitto “normale”, al posto di quello massimo che la produzione di merci a mezzo di sole macchine consentirebbe, per assicurarsi la conversione in moneta delle merci così prodotte.

Se mai questa è la prospettiva economica a venire se non proprio dei nostri nipoti, almeno dei pro-nipoti, allora la discussione attuale sulla “messa in cantiere” fin da subito di una qualche misura di “reddito di cittadinanza” potrebbe essere un utile procedura d’avvicinamento ad una realtà prossima ventura. 

1) Lunghini G. 1995, L’età dello spreco, Boringhieri, Torino. 

2) Cfr. Saltari E. e Travaglini G. 2008, “Il rallentamento della produttività del lavoro e la crescita dell’occupazione. Il ruolo del progresso tecnologico e della flessibilità del lavoro”, Rivista Italiana degli Economisti, 1 pp. 3-38. 

3) Keynes J. M. 1991, “Prospettive economiche per i nostri nipoti”, in La fine del laissez-faire e altri scritti, Boringhieri, Torino.

 4) Sylos Labini P. 1989, “Valore e distribuzione in un’economia robotizzata”, in Nuove tecnologie e disoccupazione, Laterza, Bari. 

http://www.sinistrainrete.info/teoria-economica/2924-giorgio-gattei-prospettive-economiche-per-i-nostri-pronipoti.html

lunedì 15 luglio 2013

Riprendiamoci la vita e i sogni: Fronte Unico per uscire dall'Euro


lunedì 15 luglio 2013

Quello che i marxisti non dicono

1. La migliore proposta politica possibile.
Uno degli aspetti più sorprendenti delle discussioni sull'euro è il ritardo o la reticenza nell'assumere la proposta politica dell'uscita da euro e UE da parte del variegato mondo della sinistra radicale, dei marxisti e dei comunisti. Su tratta di un tema sul quale io credo valga la pena di spendere qualche pensiero. Si potrebbe obiettare che occuparsi di un tale mondo, stante la sua residualità e ininfluenza, non serve davvero a nulla. Nonostante la verità di questa osservazione, ritengo lo stesso che le riflessioni che seguono possano essere utili. E' evidente infatti che in Italia e in Occidente stenta moltissimo a coagularsi un movimento di opposizione e contestazione nei confronti della deriva distruttiva e barbarica dell'attuale “capitalismo assoluto”. D'altra parte l'esperienza prova che un tale movimento, che sappia dar vita ad autentiche forze politiche di opposizione, è condizione necessaria per poter contrastare la barbarie incipiente. Ma visto che da anni o decenni ci sono stati, in Italia e probabilmente un po' dappertutto, i più vari tentativi in questo senso, e tutti sono falliti, è probabile che occorra una riflessione non banale sulla natura di questi fallimenti, per sperare di costruire qualcosa che possa sottrarsi a questo destino.
Un esempio eclatante di un tale fallimento è proprio quello del variegato mondo della sinistra radicale, comunista, marxista, che pure aveva ed ha il vantaggio di una tradizione culturale di grande spessore. Se da questo mondo continuano infatti ad arrivare analisi teoriche generali interessanti e utili, manca completamente la capacità di elaborare una proposta politica sensata. E manca perfino la capacità di riconoscere una proposta politica sensata (come quella dell'uscita da euro e UE) quando ci si imbatte in essa. Nel caso appunto dell'uscita da euro e UE, si tratta di una situazione paradossale, perché, per i motivi che cercheremo adesso di spiegare, essa è realmente la migliore proposta politica che un anticapitalista possa assumere nella situazione attuale.
Prima di provare ad argomentare quest'ultima affermazione, sono necessarie due precisazioni.
In primo luogo, parlando del mondo della sinistra radicale che non prende una posizione chiara di uscita dall'euro non si intende negare, ovviamente, l'esistenza di qualche realtà che invece ha preso una posizione di questo tipo: fra questi, a mia conoscenza, ci sono i Comunisti-Sinistra Popolare di Marco Rizzo, il Campo Antimperialista, il Movimento Popolare di Liberazione, la Rete dei Comunisti (che fa riferimento alla rivista Contropiano), il gruppo che gestisce il sito Marx XXI. Possono ovviamente esserci altre realtà. Il punto è che quelle che ho elencate sono in sostanza eccezioni, almeno fino ad ora, mentre la maggioranza del mondo della sinistra radicale non sembra aver  compreso quello che ho affermato sopra, il fatto cioè che la proposta politica di uscita da euro e UE è la migliore proposta politica che possa essere fatta, oggi in Italia, dal punto di vista di un anticapitalismo radicale.
In secondo luogo, l'affermazione che ho appena fatto, e che nel seguito argomenterò,  necessita di una premessa, cioè del fatto che non è possibile oggi in Italia (e in generale nei paesi avanzati) un progetto politico di rivoluzione, presa del potere e abbattimento del capitalismo da parte di un proletariato rivoluzionario. Se fra i miei lettori c'è qualcuno che non condivide questa premessa, e crede quindi che una rivoluzione comunista sia oggi una concreta possibilità storica, lo prego di interrompere la lettura a questo punto: si tratta di una persona che ha una cosa molto importante da fare, appunto concretizzare la possibilità di una rivoluzione comunista, e non sarebbe giusto che perdesse tempo a leggere un articolo che non gli fornirà nessun aiuto per questo importante compito. Vada a fare la rivoluzione, si abbia i nostri migliori auguri, e quando ci sarà riuscito ci faccia sapere.

Veniamo ora a quanto sopra affermato a proposito di una concreta politica anticapitalistica. Quali dovrebbero essere le caratteristiche di una seria proposta politica di questo tipo, nella situazione attuale?

Come sappiamo tutti (tutti quelli che sono rimasti a leggere questo articolo, dopo che se ne sono andati coloro che credono all'attualità della rivoluzione), non solo non c'è oggi una concreta possibilità rivoluzionaria, ma siamo di fronte, da decenni, ad una massiccia offensiva dei ceti dirigenti del capitalismo mondiale, diretta alla distruzione di tutti i diritti conquistati in precedenza dai ceti subalterni. La classi popolari sono passate, in questi decenni, da una sconfitta all'altra. Non mi dilungo sulla forza e pervasività delle ideologie che sostengono l'attuale capitalismo (l'azienda come modello sociale universale, il consumismo, la competizione), sullo sbandamento, sulla confusione e sulle divisioni delle forze di alternativa, perché sono cose note a tutti. In queste condizioni, è chiaro che le uniche politiche che si possono tentare, con qualche speranza di efficacia, sono politiche di difesa e di limitati contrattacchi, che permettano, in caso di successo, di radunare e rinfrancare le forze di opposizione, mostrando concretamente che, nella guerra che ci hanno scatenato contro, è possibile almeno qualche parziale vittoria.
Se si vuole una concreta proposta politica anticapitalista, essa dovrebbe per prima cosa tentare di contrastare i progetti dei ceti dominanti su qualche punto qualificato: non porsi l'obiettivo della rivoluzione, ma quello del contrasto di qualcuno degli aspetti della situazione  attuale, voluti dai ceti dominanti per meglio piegare la società alle esigenze del capitalismo assoluto. Questo è il primo punto qualificante di una politica di radicalità anticapitalistica. D'altra parte, per avere qualche speranza di successo, una politica anticapitalistica deve collegarsi alla difesa degli interessi dei ceti subalterni. Occorre cioè non solo contrastare i disegni dei ceti dominanti, ma farlo su questioni nelle quali siano seriamente coinvolti gli interessi e i livelli di vita dei ceti popolari, in modo da poter affermare con verità che la vittoria nella battaglia intrapresa può aprire concrete possibilità di miglioramento della vita. Infine, poiché il proletariato in quanto tale è oggi incapace di iniziativa politica e del tutto privo di autonomia ideologica, è chiaro che una tale lotta non potrà farla il proletariato da solo ma avrà bisogno dell'alleanza con altre classi popolari. La battaglia cioè potrà essere vinta solo se sarà una “battaglia di popolo” molto più che una “battaglia proletaria”. Riassumendo, una concreta proposta politica anticapitalistica oggi deve attaccare qualche aspetto importante della costruzione sociale dei ceti dominanti, mostrando che in tal modo si possono difendere gli interessi dei ceti popolari in senso lato (proletari e non).
Sembra del tutto evidente, a chi scrive, che la proposta di uscita da euro e UE è, rispetto a questi requisiti, la migliore possibile, nella situazione data.
In primo luogo, si tratta infatti di una proposta che contesta alcuni degli strumenti che i ceti dominanti si sono dati, negli ultimi decenni, per svolgere il loro attacco, la loro lotta di classe: appunto euro e UE. Sul fatto che euro e UE rappresentino proprio questo rimando al libro scritto con Tringali [1] e, per quanto riguarda l'euro, al libro di Bagnai [2]. Poiché la strategia dei ceti dominanti, in questa fase, mette al centro proprio euro e UE, è chiaro che una proposta politica di attacco a queste realtà è qualcosa che mette in questione aspetti importanti della realtà istituzionale costruita dai ceti dominanti per la guerra di classe che da decenni vanno svolgendo.
In secondo luogo, si tratta di una proposta che permette di impostare una politica di difesa degli interessi dei ceti subalterni. Non mi posso dilungare qui sulle motivazioni di queste affermazioni, e rimando quindi ai due libri citati e ai tanti siti in rete che si occupano di tali questioni [3]. E' comunque ormai sempre più evidente che la minaccia della catastrofe economica che si avrebbe al crollo dell'euro e i conseguenti vincoli europei sono gli strumenti con cui, nei paesi PIGS, viene efficacemente perseguita la distruzione di diritti e redditi dei ceti subalterni, ed è altresì evidente che dentro all'euro e ai suoi vincoli è impossibile un reale mutamento delle politiche economiche di tali paesi. Se si vuole dunque tentare un qualsiasi tipo di politica economica favorevole ai ceti subalterni, l'uscita dall'euro appare condizione necessaria e preliminare. Insisto su questo punto: come abbiamo scritto con Tringali nel libro citato, è certo che l'uscita da euro e UE rappresenta una condizione necessaria, preliminare ma non sufficiente per la difesa dei ceti popolari. Su questo ritornerò nel seguito, discutendo alcuni interventi di Emiliano Brancaccio. Il punto è che la necessità di cui s'è detto è rigida: se si vuole colpire qualche altro punto del fronte di attacco dei ceti dominanti,  per esempio le politiche di austerità o il Fiscal Compact, si arriva comunque al tema dell'euro, sia perché esse vengono giustificate appunto con la necessità di restare nell'euro, sia perché, se si rimane nell'euro, è quasi impossibile rifiutare le politiche di austerità, perché nell'euro si è persa ogni sovranità e ogni possibilità di scegliere la propria politica economica. La proposta politica di uscita dall'euro permette così di unificare le varie proteste che le attuali politiche di austerità stanno facendo crescere, dando ad esse un obiettivo che trascende le singole proteste, e pemette ad esse, se acquisito dai vari gruppi in lotta, un importante salto di qualità e di coscienza.
In terzo luogo, la proposta di uscita dall'euro viene incontro agli interessi di strati popolari più ampi del lavoro dipendente: artigiani, piccoli imprenditori, piccoli commercianti, giovani professionisti senza prospettive, e così via, che subiscono anch'essi in prima persona il tracollo economico del paese conseguente alle politiche di austerità imposte dalla permanenza nell'euro. Questo fa sì che potenzialmente si tratti di una proposta di grande forza, di una battaglia che può effettivamente essere vinta. E dovrebbe essere chiaro come una vittoria in una simile battaglia cambierebbe notevolmente la situazione politica, rinfrancando e irrobustendo le forze degli oppositori allo “stato di cose esistente”. Una battaglia vinta, anche se non è la battaglia finale, ha sempre un effetto positivo sui ceti subalterni, specie nella realtà attuale nella quale tali ceti sono da decenni sottoposti al bombardamento ideologico secondo il quale non vi è alternativa e ogni resistenza ai poteri dominanti è illusoria.

2. Una discussione con Brancaccio.
Sono queste le ragioni per le quali sostengo che la parole d'ordine dell'uscita dall'euro dovrebbe essere fatta propria senza esitazione dagli ambienti della sinistra radicale (marxista e comunista o più genericamente anticapitalista). Questa tesi può essere ulteriormente approfondita prendendo in esame alcuni interventi recenti di Emiliano Brancaccio (qui e qui), per mostrare come, a partire da essi, che pure non assumono in maniera esplicita la posizione dell'uscita dall'euro, si possano capire ancora più chiaramente le ragioni a favore di tale uscita.
In questi interventi, Brancaccio discute le possibili conseguenze dell'uscita dall'euro. Egli argomenta, sia sul piano teorico sia su quello dell'evidenza empirica relativa ad episodi passati di sganciamento di un paese da un regime di cambi fissi, che le conseguenze sui salari possono essere diverse. La conseguenza che ne sembra trarre l'autore è che, piuttosto che schierarsi per la permanenza o l'uscita dall'euro, occorrerebbe pensare a una serie di misure che possano, in caso di deflagrazione dell'eurozona, proteggere i ceti subalterni da ricadute negative. In sostanza, dice Brancaccio, l'uscita dall'euro può essere gestita in modo più favorevole ai ceti subalterni o in modo ad essi sfavorevole, cioè “da sinistra” o “da destra”, per usare le espressioni di Brancaccio.
Pur non credendo più all'utilità delle categorie di “destra” e “sinistra”, non posso che concordare con ciò che dice Brancaccio. Mi pare si possano fare due osservazioni, per sviluppare quanto fin qui detto. La prima è che sembrerebbe possibile sostenere che, per quanto “brutta” possa essere l'uscita dall'euro, la permanenza sia ancora più brutta. Cioè che, se anche l'uscita dall'euro fosse gestita in modo negativo per i ceti popolari, i costi dell'uscita, per tali ceti, potrebbero comunque essere minori rispetto ai costi della permanenza. Questo lo si intuisce anche dai dati che riporta Brancaccio: se davvero la deflazione salariale necessaria per salvare l'euro è dell'ordine del 30% rispetto all'attuale livello salariale, se davvero in Grecia si è avuto un crollo dei salari reali di diciotto punti e un crollo del salario minimo del 44%, allora viene da pensare che perfino l'uscita “da destra” dall'euro sia meno disastrosa, rispetto a simili esiti, per i ceti subalterni. Insomma, per usare il linguaggio di Brancaccio, se si può essere d'accordo sul fatto che è possibile uscire dall'euro “da destra” oppure “da sinistra”, occorre però aggiungere che la cosa più “di destra” di tutte è appunto rimanerci, nell'euro.
Ma l'osservazione più importante è però un'altra. Infatti, è mia opinione che i due articoli di Brancaccio sopra citati mostrino, con grande chiarezza, e forse al di là delle intenzioni dell'autore, l'enorme vantaggio politico per i ceti subalterni, dell'uscita dall'euro. Infatti, cosa fa in sostanza Brancaccio in questi articoli? Egli esamina le conseguenze, sulle diverse classi sociali, di diverse possibili scelte di politica economica, e suggerisce che la sinistra si mobiliti a favore delle scelte di politica economica più favorevoli ai ceti subalterni. Una cosa normalissima, si dirà. Certo, una cosa normalissima, che da decenni in questo paese è impossibile fare. In Italia da decenni non è più possibile una autentica discussione di politica economica, perché non è più possibile decidere alcunché sull'economia: da decenni in Italia i dati fondamentali delle politiche economiche sono decisi altrove. La politica economica è obbligata dai vincoli europei, prima dalla necessità di entrare “in Europa”, poi di entrare nell'euro, poi di rimanerci. Con l'adesione ai vincoli europei e poi all'euro il nostro Paese ha rinunciato ad avere una propria politica economica, all'interno della quale si possano fare delle scelte che, inevitabilmente, favoriranno alcuni e non altri. Ecco dunque l'inestimabile vantaggio dell'uscita dall'euro: quello di riprendere in mano la possibilità della democrazia, della decisione collettiva. Nello scrivere gli articoli citati, Brancaccio è portato a discutere di possibili scelte diverse di politica economica non per motivi ideologici, perché lui è di sinistra o marxista o quant'altro, ma per motivi strettamente logici: infatti uscire dall'euro significa riprendere in mano alcuni strumenti della politica economica nazionale, e nel momento in cui li riprendi in mano, è ovvio che devi porti il problema di cosa farne. Insomma, il fatto stesso che Brancaccio, nello scrivere gli articoli citati, sia portato inevitabilmente a discutere di scelte diverse di politica economica, ci fa capire con tutta la chiarezza necessaria cosa significa l'adesione ai vincoli europei e all'euro: significa appunto la perdita della possibilità di scegliere e quindi lo svuotamento della politica e della democrazia. E simmetricamente ci fa capire cosa potremmo ritrovare, uscendo da euro e UE: appunto la possibilità di scegliere, di decidere e quindi anche di combattere. In una parola, la politica. Ecco dunque la vera natura di euro e UE: si tratta di una espropriazione della politica e della democrazia.
Torniamo allora al discorso iniziale. Avevamo detto che la proposta politica di uscita da euro e UE è la migliore proposta politica possibile, nelle condizioni date. L'esame delle tesi di Brancaccio ci fa intuire che essa è addirittura l'unica proposta politica possibile, perché è l'unica proposta che riapra lo spazio alla politica. Qualsiasi altra proposta politica, se non prevede l'uscita da euro e UE, accetta il fatto che le fondamentali politiche economiche del paese siano decise altrove, non dagli elettori, dal Parlamento e dal Governo di questo paese. E allora si tratta evidentemente di proposte prive di qualsiasi serietà, qualunque sia il radicalismo del quale si ammantano.

3. Obiezioni non convincenti
Speriamo adesso che la tesi che abbiamo esposto all'inizio sia più chiara. Ma se quanto abbiamo fin qui sostenuto è ragionevole, si ripropone la domanda iniziale: perché la sinistra radicale, di ispirazione marxista e comunista, non assume con forza e decisione la parola d'ordine dell'uscita dall'euro? Perché anzi non l'ha sostenuta per prima?
Si tratta di una domanda rispetto alla quale non ho risposte sicure. Ne accennerò solo alla fine di questo scritto, perché dobbiamo prima vedere se nella posizione maggioritaria della sinistra radicale ci siano delle ragioni valide. Potrebbero infatti esserci delle validissime ragioni contrarie all'uscita dall'euro, che fin qui non abbiamo preso in considerazione, a contrastare le ragioni favorevoli che ho sopra esposto, per cui la posizione della maggioranza della sinistra radicale sarebbe il ponderato risultato di un bilanciamento fra ragioni opposte. Ora, non posso naturalmente conoscere tutte le possibili obiezioni elaborate negli ambiti della sinistra radicale. Ne conosco però un certo numero, grazie al fatto che da circa un paio d'anni sostengo in varie occasioni le tesi che ho fin qui esposto. Cercherò di discutere nel seguito alcune di queste obiezioni, senza indicare luoghi precisi, perché non si tratta di polemizzare con specifiche persone o gruppi ma di criticare uno “spirito” diffuso negli ambienti di cui stiamo discutendo.
1.Un primo gruppo di obiezioni consiste in sostanza nel dire che con l'uscita dell'euro non si cambiano radicalmente le condizioni attuali. Naturalmente, dato che i nostri critici sono in genere persone intelligenti, le obiezioni non vengono formulate in questo modo. Ma nella sostanza a questo si riducono. Si può dire che con l'uscita dall'euro la struttura attuale del capitalismo finanziario rimarrebbe immutata, oppure far  notare che l'uscita dall'euro non toccherebbe l'attuale disposizione dei poteri nazionali e internazionali, per cui l'uscita eventuale verrebbe gestita ovviamente in modo opposto agli interessi dei ceti subalterni, e non toccherebbe neppure la struttura del capitalismo internazionale, con la sua gerarchia di imperialismi in competizione.
Si può iniziare a replicare a queste obiezioni con una domanda: ma se invece si resta nell'euro, questo ci permetterebbe di incidere sull'attuale situazione del capitalismo finanziario, sulla struttura gerarchica degli imperialismi o sul potere dei  ceti dominanti nazionali? Quello che intendo dire è che, se si deve discutere la validità della proposta politica di uscita dall'euro, le conseguenze dell'uscita devono essere confrontate con le conseguenze della permanenza nell'euro, e le obiezioni che vengono formulate contro la proposta dell'uscita devono venire “testate” andando a vedere cosa presumibilmente accadrebbe se invece nell'euro ci si rimane. Ora, è evidente che dal punto di vista delle obiezioni qui esaminate, non cambia assolutamente nulla a restare o a uscire dall'euro: esse quindi non sono obiezioni all'uscita dall'euro.
In realtà, sono obiezioni a qualsiasi politica che sia oggi concretamente proponibile. Esse infatti non tengono conto della realtà di cui abbiamo parlato all'inizio. Siamo in una situazione di profonda sconfitta, che dura da decenni. Stiamo cercando una proposta politica che possa permettere di difendere i ceti popolari e di ottenere qualche limitata vittoria. E' chiaro, è banalmente ovvio, che in queste condizioni non si può pensare di cambiare la struttura del capitalismo internazionale, e neppure di abbattere dall'oggi al domani i ceti dominanti nazionali e internazionali. Non c'è nessuna proposta politica concreta che possa oggi cambiare radicalmente questi dati di fatto. In sostanza, come abbiamo detto sopra le obiezioni che abbiamo esaminato,  riducendole all'osso,  si riducono a dire che con la nostra proposta non si cambia radicalmente la situazione globale. Alla fin delle fini, l'obiezione è che con l'uscita dall'euro non si abbatte il capitalismo.  Ma abbiamo già detto sopra cosa pensiamo di questa obiezione.
Analogo discorso si può fare per obiezioni più semplici e dirette, che in sostanza vogliono dire la stessa cosa: come quella secondo la quale lira ed euro sono in ogni caso strumenti del capitalismo, oppure, come ci è stato detto in un dibattito pubblico, essendo l'euro un semplice strumento del potere capitalistico, se si abbatte l'euro, allora il potere capitalistico si creerà un altro strumento, e quindi non serve combattere l'euro. Che è come dire che i soldati dell'Armata Rossa non dovevano colpire i panzer tedeschi, perché erano solo strumenti del nazismo e distrutto uno il nazismo ne avrebbe fabbricati altri, e che i vietnamiti non dovevano abbattere i B52 che li stavano bombardando, per gli stessi motivi. Non c'è bisogno, credo, di aggiungere nulla a quanto già detto per criticare questa posizione.
2. Un secondo gruppo di obiezioni riguarda il fatto che l'uscita dall'euro potrebbe non rappresentare una autentica difesa dei ceti popolari. Essa potrebbe avere effetti negativi proprio sui livelli di vita dei ceti che si vogliono difendere. Possiamo essere brevi su questo punto perché lo abbiamo già trattato discutendo gli articoli di Brancaccio. Ribadiamo il punto: l'uscita dall'euro è condizione necessaria per riprendere in mano la politica economica e quindi per poter fare politiche economiche favorevoli ai ceti subalterni.  A questo possiamo aggiungere ancora la seguente osservazione. E' vero che di fronte all'uscita dall'euro i meccanismi impersonali del capitalismo potrebbero provocare controreazioni negative, e i poteri dominanti nazionali e internazionali potrebbero reagire colpendo il nostro paese in maniera da far pagare ai ceti subalterni il prezzo di una simile scelta. Il punto è, come al solito, che questo vale per qualsiasi proposta politica concreta che si possa fare nella situazione attuale. Nessuna proposta politica concreta può ragionevolmente pensare di abbattere il capitalismo e i suoi gruppi dominanti, nel breve e medio periodo, e quindi qualsiasi cosa si faccia si sarà sempre esposti ai contraccolpi “impersonali” del meccanismo capitalistico e a calcolate ritorsioni da parte dei ceti dominanti. Vogliamo raddoppiare gli stipendi dei lavoratori? Vogliamo investire nella scuola e nell'assistenza sanitaria? Vogliamo bloccare i movimenti dei capitali? Ognuna di queste proposte, e anche tutte assieme, e anche qualsiasi altra cosa si possa proporre che non sia l'abbattimento del capitalismo, lascia in piedi la logica capitalistica con i suoi vincoli, e lascia ai poteri dominanti la possibilità di ritorsioni:  cosicché c'è sempre la possibilità che vengano annullati i vantaggi per i ceti subalterni che si potevano sperare da esse.
Altre obiezioni le abbiamo discusse nel libro con Tringali, sopra citato, e quindi non riprenderò le nostre argomentazioni ma mi limiterò ad enunciarle (mettendo fra parentesi, in pillole, le nostre risposte): abbiamo bisogno di stare nell'UE per non perdere peso geopolitico (è invece proprio restandoci che stiamo perdendo sia peso economico sia peso politico),  la tesi dell'uscita dall'euro è venuta originariamente dalle destre (vero o falso che sia, la cosa non ha ovviamente nessuna importanza), con la proposta di uscita dall'euro si vuole tornare alle svalutazioni competitive (quando invece la proposta serve a difendere il nostro paese dalla svalutazione competitiva che ha operato la Germania grazie all'euro), non bisogna uscire da euro/UE ma bisogna cambiarli (impossibile in mancanza di un soggetto sociale alternativo capace di azione a livello europeo).

4. Conclusioni
Le obiezioni alla proposta di uscita dall'euro, che circolano negli ambienti della sinistra radicale, ci sembrano in generale poco convincenti. Almeno quelle a noi note.
Eccoci allora tornati al problema iniziale: perché la proposta dell'uscita dall'euro non può essere accettata? E proprio da coloro che dovrebbero esserne i sostenitori più convinti? Perché i marxisti non dicono “usciamo dall'euro”?  Come ho detto sopra, non ho risposte precise. Credo si tratti del manifestarsi di alcuni difetti di fondo del mondo della sinistra marxista e comunista, difetti che sono all'origine della sua attuale irrilevanza. Da una parte vi sono quei piccoli partitini che hanno come unica prospettiva politica quella dell'allenza col centrosinistra, e quindi non possono semplicemente accettare l'uscita dall'euro come una possibile proposta politica. Dall'altra vi è l'infinitesimale mondo della sinistra ancora più a sinistra (bordighisti, trotskisti e così via), per la quale il discorso è diverso rispetto ai precedenti, ed è probabilmente legato ad una radicale incapacità di fare politica, e quindi anche solo di pensare a qualcosa che possa assomigliare ad una proposta politica concreta, reale, capace di incidere sul serio nella realtà.

E' mia convinzione che una qualsiasi forza di autentica alternativa debba avere presenti questi limiti della sinistra radicale, marxista e comunista, per poterli superare e non ripeterne gli errori. Cominciando appunto a dire, finalmente “fuori dall'euro, fuori dall'UE”.

(Marino Badiale)


[1] M.Badiale, F.Tringali, La trappola dell'euro, Asterios 2012.
[2] A.Bagnai, Il tramonto dell'euro, Imprimatur 2012.
[3] Fra i quali http://goofynomics.blogspot.it/, http://tempesta-perfetta.blogspot.it/, http://vocidallestero.blogspot.it/, oltre ai siti marxisti citati sopra.

http://il-main-stream.blogspot.it/2013/07/quello-che-i-marxisti-non-dicono.html