Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 9 agosto 2013

No agli Stati Uniti, alla Germania e alla Cina

Il patto: Renzi a capo di un’Italia svenduta alla Germania

Stanno cercando di vendere l’Italia: Renzi e De Benedetti alla Germania, Prodi alla Cina. In cambio, dai futuri padroni puntano a ereditare il controllo su un paese che, grazie a loro, sarebbe ridotto a un semplice protettorato. Pur nei suoi aspetti sgradevoli e controversi, la battaglia che Napolitano ha affidato a Letta e Alfano mira a scongiurare la svendita rovinosa del paese, mantenendo un rapporto strategico con gli Usa proprio per evitare la capitolazione definitiva di fronte a Francia e Germania, interessate a “smontare” il loro competitore più scomodo: l’Italia è ancora la seconda potenza manifatturiera d’Europa. E’ la tesi del professor Giulio Sapelli, secondo cui persino il governo Monti fu un tentativo di limitare i danni. Sapelli denuncia un vero e proprio complotto contro l’Italia, organizzato da un establishment che include “Repubblica”, settori di Bankitalia e dirigenti di Confindustria che fanno capo a Luca Cordero di Montezemolo. L’uomo su cui punterebbero? E’ Matteo Renzi.
I renziani, che remano contro il governo Letta, «sono organici al gruppo di De Benedetti», dichiara Sapelli a Lorenzo Torrisi, in un’intervista pubblicata Giulio Sapellida “Il Sussidiario”. «Oltre a volere un capitalismo subalterno al sistema franco-tedesco, perseguono un altro scopo: dare una spallata definitiva alle componenti di sinistra, sia cattoliche che ex Pci, all’interno del Pd». Quando ha incontrato la Merkel a Berlino, Renzi non ha spiegato di cosa abbiano parlato. D’Alema, ricorda Sapelli, ha auspicato che Renzi avesse detto alla Merkel che la sua politica è sbagliata. Invece: «Il fatto che non abbia detto nulla mi fa venire il dubbio che abbia offerto il suo assenso alla politica della Cancelliera». Il punto centrale resta l’industria, ovvero la piccola e media impresa, cuore del sistema-Italia: «Dobbiamo chiederci come saremo dopo la crisi: saremo ancora la seconda potenza manifatturiera o no?».
Sapelli denuncia le manovre di «un piccolo establishment che si sta muovendo per ottenere un’integrazione subalterna dell’Italia al capitalismo franco-tedesco». Letta e Alfano? «Hanno avuto un atteggiamento fermo nei confronti dell’Europa, e a questi signori non piace: vogliono quindi che il governo cada». Da chi è formato questo establishment? «Sicuramente da quella parte di Confindustria che fa riferimento a Montezemolo, così come da De Benedetti: basti vedere il comportamento di “Repubblica” che arriva a chiedere apertamente le dimissioni di Alfano», dopo lo scandalo kazako. Secondo Sapelli, una parte di Confindustria «vuol vedere l’Italia subalterna a Francia e Germania perché ormai non ha più nessuna fiducia in uno sviluppo autonomo manifatturiero del nostro paese», e quindi «lavora e pensa a un’integrazione subalterna di ciò che rimane dell’industria italiana sotto Montezemolol’ombrello protettivo franco-tedesco: in sostanza crede che l’Italia non ce la possa fare, e cerca di venderla al prezzo migliore».
La grande stampa riflette la battaglia in corso dietro le quinte: se “Il Sole 24 Ore” «ha preso solo una sbandata», bocciando il governo Letta, il “Corriere della Sera” «ha una posizione oscillante», e se “La Stampa” preme sempre di più su via Solferino, al “Corriere” è in atto uno scontro che mette in evidenza le divergenze radicali all’interno del mondo bancario, co-azionista del quotidiano milanese: «La linea subalterna e rinunciataria si scontra con quella di Bazoli e Guzzetti. Questi ultimi sanno che verrebbe messo in discussione il ruolo delle banche, anche grazie all’appoggio di una parte di Bankitalia». Il ministro Saccomanni, che viene da Bankitalia, in un recente convegno sulle soluzioni al “credit crunch” «ha aperto le porte ai credit fund, cioè allo shadow banking». Di fatto, per Sapelli, si tratta di un attacco frontale a Bazoli e Intesa, banca che «cerca ancora di difendere un po’ di rapporto con l’industria italiana», come già fatto dallo stesso Passera. «Non a caso anche le banche popolari, che hanno rapporti con le imprese sul territorio, sono De Benedettistate prese a bastonate da Bankitalia».
A partire dal drammatico esperimento-Monti, secondo Sapelli, Napolitano ha perseguito «un obiettivo chiaro: un’integrazione non subalterna dell’Italia nel processo europeo, una non-distruzione della nostra industria a seguito del cambiamento che ci sarà dopo la crisi». Secondo l’economista, «a questi signori, a questo establishment, il fatto che siamo la seconda potenza manifatturiera d’Europa sembra dare fastidio». Via Monti, ecco Letta e Alfano. Ma la regia è sempre la stessa, quella di Napolitano: «Con questo esecutivo, si erano messi insieme gli unici due schieramenti contrari all’egemonia tedesca: il gruppo sociale raccolto intorno a Berlusconi e Prodiquello che finalmente, grazie alla crisi e grazie a Letta, ha capito che l’Italia non può essere subalterna».
Oltre a Francia e Germania, poi, ad avere interessi sull’Italia «c’è anche la Cina, che ha un “ambasciatore” in Prodi: in pratica si tratta di trovare le imprese da vendere a Pechino, che sta espandendo sempre di più la sua influenza in Europa». La Cina ultimamente però vacilla, è in crisi, «grazie proprio al sistema dello shadow banking che Saccomanni invoca per l’Italia». Di certo, aggiunge Sapelli, questo disegno agli americani non sta bene, «perché gli Usa non vogliono un’Italia “tedesca”: la Germania è una potenza anti-americana, quindi non vogliono che aumenti il suo peso nel nostro paese». E questo per Sapelli «è un bene, perché non credo che l’Italia – da sola, in Europa, senza gli Stati Uniti – abbia un avvenire». Il professore pensa che l’avvenire italiano sia «organicamente legato al rapporto con gli Usa». Ultima annotazione, la Fiat: la banda Marchionne, secondo Sapelli, non fa parte del club che progetta la svendita del made in Italy. Per una sola ragione: per l’industria torinese, l’Italia non esiste già più. «La Fiat fa gli interessi degli Agnelli, che oggi vogliono diventare sempre meno italiani».

 http://www.libreidee.org/2013/08/il-patto-renzi-a-capo-di-unitalia-svenduta-alla-germania/

giovedì 8 agosto 2013

Questo è l'obiettivo anche x l'Italia


Beni Comuni

Grecia. Il saccheggio che non ci raccontano

I media ci tengono informati su gran parte di quel che accade in Grecia, ma non ci raccontano il silenzioso saccheggio di coste, laghi, boschi e sorgenti che si sta compiendo lontano dalle telecamere, scrive dalla Spagna Gustavo Duch nell'articolo che segue. Una questione drammaticamente importante, di cui avevamo già parlato a marzo, e che meriterebbe le prime pagine di tutta la stampa internazionale.

di Gustavo Duch - 7 Agosto 2013

regione skouries
I media ci tengono informati su gran parte di quello che accade in Grecia, è essenziale se teniamo conto che questo paese funziona da laboratorio di politiche di salvataggio finanziario più che preoccupanti.
Sappiamo che, dall’inizio della crisi, ciascun lavoratore e ciascuna lavoratrice greca hanno perso in media il 40 per cento del loro salario, mentre l’aumento del prezzo dei prodotti di base, come il latte, e quello delle tasse portano a un bilancio familiare insostenibile e insopportabile.
Come nel nostro paese (la Spagna), cresce il tasso di disoccupazione, spariscono i sussidi, si tagliano i servizi di base, come la sanità, e si definiscono politiche del lavoro che ci trasformano in paesi "low cost". Ma vi è un’altra realtà meno conosciuta, o meglio nascosta, di questi esperimenti di salvataggio che dobbiamo conoscere e analizzare, perché i risultati di simili esperimenti in Spagna stanno diventando progressivamente sempre più visibili.
Mi riferisco ad un’altra delle imposizioni della troika per ridurre il debito greco: mettere in vendita tutte le risorse naturali o sfruttarle senza limiti. In Grecia i meccanismi utilizzati comportano la modifica di disposizioni di legge che, come dice Roxanne Mitralias, militante ambientalista, "bene o male chiudevano la strada al supersfruttamento delle risorse naturali".
Con le nuove normative, si arriva a mettere in discussione la Costituzione, che impediva lo sfruttamento privato della costa e delle foreste, spiega Roxanne. Per esempio alla fine di gennaio 2013, il lago di Casiopea, nell’isola di Corfù, è stato venduto a NCH Capital e, dalla primavera del 2012, le spiagge si possono dare in concessione per 50 anni, il che presumibilmente scatenerà un’ondata di privatizzazioni che sfocerà nella costruzione di villaggi turistici (assai poco rispettosi della natura) ed esclusivi per la clientela più danarosa.
D’altronde, lo sfruttamento delle risorse minerarie sta rendendo la mappa della Grecia caratterizzata da molti luoghi di conflitto. Si parla di sacche di petrolio in mare, che, se saranno rinvenute, non porteranno benefici a nessuno tranne che alle imprese straniere che sfruttano i giacimenti. Nel nord del paese, nella regione di Skouires, da oltre un anno è in corso una grande mobilitazione sociale, repressa costantemente dai corpi speciali della polizia, per difendere i boschi da un progetto (di due imprese, una greca e un’altra canadese) per l’estrazione di oro da una miniera.
Una lunga lista, fin troppo simile, la troviamo anche in Spagna, dove vengono ripetute le stesse chimere: petrolio nelle Canarie, miniere a cielo aperto per estrarre oro in Galizia, uranio in Catalogna, fracking in molti punti del nord della penisola. Come in Grecia, bisogna denunciare le due norme che il governo centrale utilizza per servire il territorio su un piatto d’argento e totalmente sventrato a chi vuole approfittarne, per permettere il saccheggio dei nostri beni comuni.
Da un lato abbiamo la legge di protezione e uso sostenibile della costa, che sostituisce la legge sulle coste del 1988 e che viola fondamentali principi costituzionali. Ai sensi di questa legge, beni pubblici potrebbero passare nelle mani di investitori privati, resterebbero prive di tutela zone di alto valore come terreni paludosi o paludi marine, e potrebbero essere prosciugate le spiagge per essere inserite in progetti di urbanizzazione.
Dall’altro lato, la legge sulla razionalizzazione e la sostenibilità dell’amministrazione locale, la legge Montoro, che, millantando attenzione al raggiungimento di una supposta efficienza, punta a smantellare i sistemi di governo dei piccoli municipi e dei distretti per poter mettere in vendita le montagne e i suoli pubblici che questi comuni o i consigli dei residenti hanno gestito collettivamente nel corso di centinaia di anni.
Di nuovo, una legge che dimentica che parliamo di beni di proprietà pubblica, proprietà che, secondo la Costituzione, sono inalienabili, imprescrittibili e insequestrabili. Possiamo consentire la vendita della natura per pagare salvataggi bancari o favorire i guadagni di una manciata di speculatori?
Se pensiamo al pianeta come ad un sistema di cui siamo parte, un sistema con boschi e suoli come polmoni e montagne e fiumi come arterie, un sistema in cui conviviamo con una fantastica diversità di esseri viventi e che è l’unica garanzia per la vita dei nostri discendenti, porre l’interesse privato al di sopra di quello pubblico è un fatto di una miopia e una mediocrità tremende.
Si profila un’aggressione che forse ai nostri governanti potrà sembrare di scarsa importanza. Con quello che sta accadendo, a nessuno interesserà che vendiamo o bruciamo svariati boschi o arenili, staranno certamente pensando coloro che sono alla testa di questo saccheggio silenzioso. E invece, anche in questo caso, la loro visione delle cose è vecchia e superata. La società ha preso coscienza dell’importanza del più umile degli alberi, come abbiamo visto ad Instanbul, a piazza Taksim, o in mille altri posti.

Fonte: Palabre-ando (Articolo pubblicato anche dal Periodico de Catalunya il 19 luglio 2013.)
Traduzione di Massimo Angrisano: Comune-info
http://www.ilcambiamento.it/beni_comuni/grecia_saccheggio_non_raccontano.html 

domenica 4 agosto 2013

M5S una forza reale e fresca, capace di imparare e crescere



ACCUSE INFONDATE, PROSPETTIVE DA COSTRUIRE PER IL MOVIMENTO 5 STELLE

di Piotr Zygulski e Federico Stella
Riteniamo doveroso scrivere queste righe perché – pur non essendo iscritti al MoVimento 5 Stelle né identificandoci con esso – pensiamo che alcune delle critiche mosse quotidianamente a tale forza politica, che costituisce l’unica reale opposizione in Parlamento, siano in gran parte infondate. In modo particolare, vogliamo indirizzare questo articolo a chi “da sinistra” è solito attaccare il Movimento 5 Stelle, non rendendosi conto dell’incredibile errore politico commesso. Oltre alle ripetute offensive mediatiche, il MoVimento è stato vittima di attacchi anche da parte di forze e soggetti che, in un modo o nell’altro, si collocano in una prospettiva di opposizione e di critica al sistema politico italiano. Citiamo i numerosi interventi del collettivo Wu Ming e del Partito Comunista dei Lavoratori che anche in campagna elettorale “gufavano” contro l’ascesa dei cinquestelle. Esaminiamo in questa sede due delle principali critiche, tra cui quella di un presunto leaderismo e quella di un eccessivo purismo che avrebbe creato, di fatto, una situazione di stallo e di ingovernabilità.
L’accusa di leaderismo al Movimento 5 Stelle è ormai una cantilena ridondante che sembra non accettare repliche. Di fronte a chi avanza questo genere di accuse non v’è possibilità di controbattere, perché chi le fa, generalmente, non tiene conto di tutta una serie di problematiche tipiche del caso italiano. Sotto gli occhi di tutti è il fatto che il Movimento 5 Stelle sia una forza politica nuova anche a livello organizzativo, nata e cresciuta in un modo del tutto inconsueto. Beppe Grillo è (era?) un comico, il blog – ai primi tempi pluripremiato da riviste internazionali – è di sua proprietà, il marchio pure, e l’intera campagna elettorale si è basata prevalentemente sul carisma di questa persona, che è stata mostrata quasi ossessivamente anche dai mezzi di comunicazione. Questa serie di particolarità ha portato a formulare da più fronti una generica accusa di leaderismo e di partito personale. A nostro avviso essa è fuori luogo, poiché tende a ignorare la disastrosa situazione mediatica e culturale in cui l’Italia ristagna da almeno vent’anni. Il cosiddetto “leaderismo” del signor Grillo e la sua ingombrante e scenografica presenza sono serviti da “cavallo di Troia” per entrare energicamente in un’opinione pubblica in larga parte assuefatta. Proprio grazie ai suoi interventi le acque si sono smosse, o perlomeno increspate, sino a giungere ad un vero e proprio tsunami elettorale – ma non solo – che si è abbattuto sul sistema politico italiano. Come ha avvisato Giulietto Chiesa, un’onda del genere sarà seguita sicuramente da altre. Grazie alle urla di Beppe Grillo, dietro le quali però si trovano parole di ragionevole buonsenso, molte persone prima disinteressate o disilluse dalla politica sono tornate ad informarsi e a interessarsi dei problemi reali di questo paese, prendendo coscienza che molte di quelle che i media ci propinano come emergenze nazionali sono in realtà inezie, utilizzate come armi di distrazione di massa. E, soprattutto, cosa ancora più importante, si è creato un nuovo soggetto aggregante che vuole porsi al di là della destra e della sinistra capitalistiche, il quale si pone in prospettiva critica nei confronti delle scelte politiche ed economiche di orientamento liberista compiute da governi dell’uno e dell’altro colore. Tutto ciò anche senza necessariamente possedere un pedigree di “sinistra” o di marxismo. Questo ultimo aspetto che abbiamo sottolineato non può essere sottovalutato, ma anzi deve essere analizzato e compreso, senza pregiudizi né atteggiamenti snobistici e settari.
Tornando a Beppe Grillo, è sotto gli occhi di tutti che con le sue spigliate capacità comunicative è riuscito a intercettare il malessere collettivo che si stava diffondendo nel paese, orfano di un soggetto politico di riferimento, convogliandolo in un unico MoVimento, inizialmente sottovalutato dai media, che però non hanno potuto ignorarlo quando il fenomeno ha assunto dimensioni ragguardevoli. Molto probabilmente senza un “leader” – in realtà si tratta di una figura comunicativa e di garanzia, anche dell’unità interna – tutto ciò non sarebbe stato possibile e gli scenari avrebbero potuto essere persino peggiori di quelli attuali. Abbiamo detto che a un’onda di tale portata probabilmente, e ce lo auguriamo, seguiranno delle altre. Ma è stato importante rompere il “naturale” bipolarismo italiano centro-destra/centro-sinistra, smarcarsi – anche se non del tutto – dall’osceno teatrino berlusconiani/antiberlusconiani, dato da molti per assodato, mostrare come sia possibile racimolare un notevole consenso elettorale e, infine, proporre un nuovo concetto di “militanza”, in cui l’elettore non solo deve sentirsi un membro attivo di un movimento comunitario, ma deve anche esserlo, intervenendo in prima persona nelle discussioni locali e nazionali, senza più delegare. Insomma, ognuno è chiamato a riscoprire nell’essenza della natura umana il zoòn politikòn aristotelico.
Parlare del presunto leaderismo del Movimento 5 Stelle è funzionale a mettere in ombra quella che è stata la più importante e benemerita – seppure anomala – funzione di Grillo nel panorama politico italiano. La sua presenza ha ridestato una carica politica ormai sopita da anni a seguito di promesse non mantenute, scelte impopolari, malcostume della “casta” politica, ma soprattutto della sottomissione del politico alla sfera del tecnico-economico, avallata anche e soprattutto dal centro-sinistra. Le sinistre radicali, talvolta sedicenti comuniste, hanno costituito un’utile stampella alle forze sistemiche, in quanto hanno abbracciato sovente battaglie secondarie finendo con il perdere di vista le fondamentali questioni della sovranità economica, politica e militare del nostro Paese. Per fare un esempio su tutti, il bombardamento della Jugoslavia che, pur essendo stato criticato a parole, non portò a conseguenti dimissioni dei ministri “comunisti italiani” che continuavano assai ambiguamente a sedere negli scranni dei governi euro-atlantisti ProdiD’Alema e Amato per tentare di “cambiare le cose dall’interno”… E di nuovo tutti insieme appassionatamente, anche con il “Partito della Rifondazione Comunista” nel fallimentare Governo Prodi 2 (2006-2008) e le questioni secondarie cui accennavamo prima sono state portate prepotentemente nell’agone politico, senza peraltro concludere nulla. Questa apoteosi di “bertinottismo radical-chic” che ha recentemente assunto con Ingroia le forme di un esasperato legalitarismo “arancione”, anch’esso miseramente fallito, spesso hanno persino costituito in falsa coscienza le propaggini ideologico-culturali del capitalismo stesso (si vedano a tal proposito le riflessioni di Jean-Claude Michéa e Alain de BenoistCostanzo Preve e Diego Fusaro).
Anche l’accusa di prepoliticismo rivolta al Movimento 5 Stelle dovrebbe essere ridimensionata. Se è vero che molti dei cavalli di battaglia del MoVimento sono istanze di stampo pre- (o meta-)politico, che talora scivolano in un fastidioso moralismo che rischia di annientare la politica, va anche detto che in questa fase l’azione prepolitica è essenziale, considerate le disastrose condizioni italiane, ove il sistema clientelare e partitico tende da decenni a essere di ostacolo allo sviluppo culturale, politica e morale della nazione. Se non si abbatte un certo malcostume con la trasparenza, l’onestà e il buon senso è impossibile ragionare in termini politici. L’azione prepolitica del Movimento 5 Stelle è, quindi, in questa fase importante per ristabilire le condizioni base per poter fare politica. Tuttavia occorre superare la sfera della morale individuale in quella dell’eticità comunitaria, che hegelianamente distinguiamo, pena l’ennesima delegittimazione della politica e la continua subordinazione della stessa alle imposizioni economico-finanziarie. Sconfitta su sconfitta, sino a giungere a “cifre da prefisso telefonico” – per prendere in prestito una espressione azzeccata del filosofo Costanzo Preve – lo spazio del dibattito politico italiano si era pressoché appiattito, lasciando agire indisturbate le oligarchie finanziarie che detengono il vero potere. In questo modo, inoltre, si è spianato il terreno all’avanzata delle cosiddette “destre populiste”, non doverosamente protezioniste ma intrinsecamente razziste, come di fatto sta accadendo in altri paesi, si pensi ad Alba Dorata in Grecia.
Si badi che non è nostra intenzione fare un’apologia del Movimento 5 Stelle, ma semplicemente smentire le accuse più infondate. Noi ci poniamo in una prospettiva comunista, ma siamo tenuti a comprendere la natura di questa realtà politica che ha raccolto quasi nove milioni di voti, riuscendo quindi a catalizzare gran parte del dissenso crescente nel Paese che restava privo di un soggetto politico di riferimento. Le sinistre italiane – più o meno radicali – si sono mostrate palesemente non all’altezza, sotto ogni profilo, di proporsi come soggetti politici di riferimento e, come l’economista Emiliano Brancaccio ha già osservato, c’è da chiedersi se il treno non lo abbiano perso definitivamente. Probabilmente non ha tutti i torti Diego Fusaro quando scrive che “la sinistra è il problema e, insieme, si pensa come la soluzione”.
Rammentando quindi quanto commesso dai governi di centro-sinistra negli ultimi vent’anni, cade anche l’accusa di purismo nei confronti del Movimento 5 Stelle. Per anni i partiti di sinistra sono stati accusati di connivenza, di promettere in campagna elettorale e di fare l’esatto contrario in parlamento, per anni si è sentito ripetere il tedioso mantra del partito di governo e di lotta, con i conseguenti risultati contraddittori, tragici a dir poco. Così procedendo, una dialettica perversa ha condotto molte energie antisistemiche che non condividevano tale operato a frantumarsi in una miriade di partiti e movimenti fortemente identitari e autoreferenziali, chiusi in codici ideologici tra la buona volontà oppositiva e quella testimoniale, con vene di folklore. Alcuni di essi decidono di non presentarsi alle elezioni, per preservare intatta la propria verginità. Il MoVimento 5 Stelle avrebbe potuto restare extraparlamentare per scelta, ma ha preferito sporcarsi le mani, andando incontro alle conseguenze del caso.
Ora che finalmente questa forza politica è riuscita ad ottenere un consenso elettorale di ampia portata – sebbene non sufficiente a garantirle un ruolo di governo – e a mantenere le promesse assunte con gli elettori, tentando di restare coerente e di rispettare la linea esposta a chiare lettere e senza possibilità di equivoci, sentiamo levarsi da più parti accuse di purismo, se non di vera e propria ottusità, per non aver voluto fare alleanze con il Partito Democratico, quando prima delle elezioni avevano sempre dichiarato che ogni tipo di alleanza sarebbe stata negata e che avrebbero dibattuto caso per caso sulle singole proposte di legge. Esattamente l’opposto di quanto avvenuto in casa PD, dove però in questi giorni si è distinta l’onestà intellettuale della senatrice Ricchiuti che ha affermato: “abbiamo ingannato i nostri elettori”; pur avendo promesso, infatti, che non si sarebbero mai alleati con il PDL, alla fine si sono ritrovati assieme nel Governo Letta, giungendo persino a sostenere apertamente l’operato del vicepremier Angelino Alfano su cui pendeva una mozione di sfiducia individuale.
Secondo il nostro punto di vista, la lettura, comparsa mesi fa sul Fatto Quotidiano, tendente a dipingere la realtà interna del Movimento 5 Stelle come spaccata in ortodossi (puristi e utopisti) e riformisti, è fuorviante. Che ci siano tendenze eterogenee all’interno del MoVimento e fuor di dubbio, tuttavia il problema non è colto nel suo fulcro. Il Movimento 5 Stelle si è presentato come un soggetto politico esplicitamente votato al superamento del sistema partitocratico esistente. Progetto condivisibile o non condivisibile, attuabile o non attuabile? Lo si vedrà “sul far del crepuscolo”; forse in molti lo hanno votato senza conoscerlo o crederci appieno, ma il punto principale sta altrove. Per la prima volta nella storia della nostra nazione, un’organizzazione politica entrata in Parlamento non ha preso per i fondelli gli elettori, ma ha mantenuto una linea, nei limiti della ragionevolezza e delle possibilità concrete, coerente con quanto affermato prima delle elezioni. E anche questo per noi non è poco. Infatti, oltre a essere un precedente di cui tutti quanti ormai dovranno tenere conto, rappresenta una svolta emancipativa del fare politica e del comportamento morale, indispensabile da assumere nei confronti degli elettori. Anche questa è prepolitica? Sì e no. Rispondiamo affermativamente, perché si tratta di un gesto che serve a creare le condizioni minime di base e di decenza per poter svolgere l’azione politica; rispondiamo negativamente, perché rifiutare alleanze con chi ha contribuito alla svendita del Paese rappresenta un atto politico chiaro e preciso. Prendiamo atto che non tutti gli elettori abbiano condiviso o compreso appieno questo gesto – complice la disinformazione dei media – e di conseguenza si è potuta verificare una lieve emmorragia in uscita verso l’astensione; qualcuno è stato richiamato nostalgicamente dal canto delle sirene dei partiti tradizionali (pochi da PD, una manciata in più dal PDL), ma è anche vero che senza questa prassi politica una vera e propria rottura con il passato non sarebbe stata possibile.
La partecipazione è un’altra delle potenzialità del Movimento 5 Stelle. Spesso lo si critica perché in fin dei conti a votare in rete sono solo poche migliaia di persone, ma così non ci si rende conto che gli strumenti di democrazia diretta proposti dal M5S sono tra i più avanzati e originali tra quelli comparsi fino ad ora nello scenario politico. Forse si potrà dire che è un po’ troppo ottimista, per il fatto che fa affidamento su uno strumento come la rete che in Italia, quando è utilizzata, in molti casi lo si fa in modo sterile. Oppure si ha una visione erronea delle potenizalità di Internet, con un dibattito sempre polarizzato tra tecnofobia e tecnomania. Certo, si tratta di un mezzo, e non di un fine o, ancor peggio, di un nuovo impalpabile soggetto che agirebbe spontaneamente. Dietro ci deve essere pur sempre il cittadino, il vecchio animale politico, altrimenti è come avere una città fantasma. Senza dubbio potrebbe essere giovevole un’educazione alla partecipazione diretta digitale, comunque sta al cittadino decidere come utilizzare questo strumento, scegliendo se partecipare attivamente oppure se voltarsi individualisticamente dall’altra parte. L’agorà si trova lì, se poi all’assemblea pubblica partecipano solo in tre, saranno quei tre – nel bene e nel mate – ad assumere la decisione, anche se sarebbe sempre auspicabile la maggiore partecipazione possibile.
Il motto pentastellato “uno vale uno”, a nostro avviso limitante e specchio di un egualitarismo un po’ ingenuo, ma che riteniamo esagerato definire “nichilista”, potrebbe essere tranquillamente sostituito da una espressione molto più efficace quale “tutti sono utili e nessuno è indispensabile”. Gli evidenti limiti di questo slogan non hanno impedito, tuttavia, di lasciar emergere figure quali Alessandro Di Battista, Carlo SibiliaFederica Daga e Luigi Di Maio, cittadini che hanno mostrato, nonostante l’inevitabile inesperienza e alcune prese di posizione che personalmente non condividiamo, di saper ricoprire “con disciplina e onore” il loro ruolo, nonché di essere degli abili comunicatori. A questo proposito ci chiediamo come sia possibile continuare ad avanzare accuse di incapacità, di inesperienza, di improvvisazione ai parlamentari del Movimento 5 Stelle quando il nostro parlamento è stato – ed è tuttora – occupato da personaggi di incompetenza inaudita, che di certo non portano lustro al nostro Paese. Senza fare nomi – è inutile sparare sulla Croce Rossa – i lauti stipendi di queste donne e uomini catapultati in Parlamento suonano come un’offesa per milioni di lavoratori, di studenti e di famiglie che ogni giorno devono fare enormi sacrifici per vivere dignitosamente. Al contrario, i parlamentari del M5S hanno portato freschezza, passione ed onestà in un ambiente in putrefazione. Costringendo gli avversari, in alcuni casi, a giocare sul loro terreno. Scusate, questo non ci sembra poco.
Una nota di critica è però indispensabile. Qui ci ricolleghiamo anche a quanto detto, tra gli altri, da Stefano D’Andrea in un suo intervento solo in parte condivisibile: la vaghezza della politica estera. Su questo punto è necessario assumere una linea esplicitamente definita; non si tratta di una questione accesoria. In modo particolare, riguardo il futuro dell’eurozona e la strategia geopolitica che la nostra nazione dovrebbe adottare (eurocentrica, euratlantica, eurasiatica, neutralista o isolazionista) Grillo e il Movimento 5 Stelle hanno sempre avuto posizioni poco chiare, lasciando trasparire, ai più ben disposti, idee confuse sul tema, mentre, ai più smaliziati, opportunismo. Noi crediamo e speriamo si tratti del primo caso. Va però detto che – senza illuderci troppo – parrebbe che le acque si stiano smuovendo: un recente post di Grillo lascia intravedere una maggiore chiarezza sulla questione che potrebbe aprire la porta a nuovi scenari ancora tutti da scrivere. Non essendo Grillo né un dittatore, né tantomeno una figura che detta incondizionatamente la linea, è evidente che questo recente articolo rispecchia un dibattito che lentamente sta emergendo all’interno del Movimento 5 Stelle sul ruolo dell’Italia nell’eurozona e sulle scelte di politica economico-monetaria da adottare. Infatti, non ci dobbiamo dimenticare che la metodologia di discussione politica interna al M5S è ancora “sperimentale”, perchè mai fino ad oggi si era cercato di creare un meccanismo partecipativo di tale portata che si avvantaggia dei mezzi informatici per fare rete. Di conseguenza, è ovvio che alcuni sviluppi siano ancora lenti e talvolta contraddittori; evidentemente la piattaforma di dibattito interno deve ancora prefezionarsi e sarà necessario del tempo per permettere di sviluppare in modo ottimale gli strumenti di democrazia partecipativa che permettano realmente alla base di dettare la linea politica. Ma su questo vogliamo essere fiduciosi e speriamo sinceramente che il Movimento 5 Stelle riesca a proporre un modo di far politica che sia non solo nuovo e digitale, ma soprattutto efficace e compiutamente democraticopartecipativo, che possa sopravvivere ai continui colpi di cui è vittima.
Siamo consci che il percorso da fare non sia semplice, soprattutto quando si sta cercando di risvegliare la coscienza politica dei cittadini in un panorama desolato come quello italiano, ma nonostante questo ci preme sottolineare che sulle questioni di politica internazionale non si possa rimanere sprovveduti, valutando caso per caso singolamente quando si presenta, oppure abbandonarci a un infantile sentimentalismo dei diritti umani a senso unico, propagandato da imponenti ONG che, nella loro pretesa di apparire indipendenti, sono al servizio diretto dell’imperialismo americano, di cui ne costituiscono l’impalcatura ideologica per “esportare la democrazia”. Per citarne una, emblematica, laHuman Rights Watch, finanziata quasi interamente dallo speculatore George Soros. Comunque sia, oltre alla già più volte menzionata questione dell’eurozona, il Movimento 5 Stelle dovrebbe esplicitare chiaramente come si pone nei confronti della Russia, dell’Iran, della Siria, dei socialismi nazionali sudamericani, della delicata questione del Tibet. Non basta lanciare una battuta condivisibile sulMedioriente, è indispensabile assumere posizioni coerenti e definite ad ampio raggio. Il dibattito interno, anche in prospettiva di un ruolo più determinante all’interno delle istituzioni, che implica ad esempio rapporti diplomatici con ambasciatori, dovrebbe accelerare e strutturarsi unitariamente su questi punti che talora passano in secondo piano di fronte alle urgenze della nostra situazione nazionale, ma che in realtà sono decisivi per la collocazione dell’Italia nel contesto internazionale. Da tali scelte di campo dipende pressoché ogni margine di manovra interna al nostro Paese.