Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 24 agosto 2013

costruiamo un'Italia antica

C’è differenza tra vecchio e antico.
 
L’antico presuppone un qualcosa di prezioso, da curare con amore e conservare con attenzione e infinita cura.Esso esprime emozioni e sensazioni.
Vecchio è invece qualcosa di trasandato, di trascurato, di sciatto, che non suscita emozioni, e la cui passata grandezza la si può leggere solo nei segni impietosi del tempo.
Ecco. L’Italia è un paese vecchio.
Il paese più bello del mondo, uno dei più antichi, il paese cha ha dato la civiltà al mondo, è un paese vecchio.
È un paese vecchio perché trascura le ricchezze che ha: la bellezza della sua terra, l’arte della sua terra, la storia della sua terra. È un eufemismo dire trascura: sarebbe meglio dire rovina, manda in malora.
È un paese vecchio perché non ha rispetto per niente e per nessuno.
È un paese vecchio perché non riesce più ad esprimere nulla, se non astio e contrapposizioni continue.
Infatti è rimasto all’età dei Comuni, ai piccoli campanilismi di paese, al manicheismo medioevale.
È stanziale: i soldi, la macchina, il calcio, i figli, la casa, qualche sfizio… il  mondo nasce e finisce lì.
Non ci sposta per lavoro, non si cambia casa, si rimane dove si nasce, possibilmente vicino a mamma, a papà.
È dunque un paese provinciale, retrogrado, incolto; chiuso nel suo piccolo mondo, non  vuole aprirsi alle nuove idee, alle nuove esperienze.
Continua ad esprimere idee obsolete, lontane dai grandi flussi di pensiero e di azione che animano altri popoli. Impera il qualunquismo più becero.
È un paese vecchio perché non sa proteggere i suoi figli, perché non sa opporsi con determinazione ad una politica vessatoria ed opprimente, e soprattutto incapace.
È un paese vecchio perché ha scelto – e continua a scegliere – amministratori sciatti e trascurati, irresponsabili, molto spesso opportunisti, quasi sempre incapaci.
È un paese vecchio perché lo sport nazione è dire NO a tutto, come i bimbi capricciosi e viziati..
No a questo. No a quello.No a tutto, No a tutte le innovazioni, No a tutte le novità. NO. E basta. No e solo No.

È un paese vecchio, perché ha saputo esprimere forze politiche come la lega e il berlusconismo…
Berlusconismo: nella  Storia – quella vera - abbiamo il giuseppinismo, il bonapartismo, il mazzinismo, il giansenismo…Possono esistere punti di convergenza  tra questi grandi movimenti ed il berlusconismo?
Può il berlusconismo essere assunto tra i grandi movimenti politici storici?
Il berlusconismo può essere considerato quasi alla stregua dei grandi movimenti ideologici del passato e contemporanei?
È un paese vecchio, perché  ha permesso che il suo territorio fosse percorso in lungo e in largo da coatti travestiti da nobili, assurti al rango di profeti.
Guitti e pagliacci, irresponsabili senza etica, parlano e straparlano; circondati da una corte di cortigiani, novelli vati, pretendono … pretendono e ricattano e si comportano
come monarchi assoluti.

Basta guardarsi intorno, per capire.
Comunque, non tutto è perduto… esiste molta parte buona  ed è su questa che dobbiamo fondare le nostre aspettative, per avere un mondo migliore. Alla prossima.

Aglaia

mercoledì 21 agosto 2013

Letta terrorista contro i cittadini NoTav


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Gioco di società : il Tav, il femminicidio, l’odio, le armi, lo Stato…

di Elisabetta Teghil

Siamo d’estate perciò lanciamoci in un gioco di società dato che, soprattutto, in questa stagione i giochi impazzano.

Naturalmente questo invito vale per tutte/i, sia per quelle/i che si possono permettere le vacanze –se la godano fino in fondo perché potrebbe essere l’ultima vista la china che ha preso questo sistema sociale- che per quelle/i che sono rimaste/i a casa a cui va tutta la nostra affettuosa solidarietà.

Il gioco di società che vorrei proporre consiste in questo: andare a vedere quali sono gli articoli più commentati nei siti e nei blogs. Scopriremmo che sono quelli che riguardano il movimento NoTav e, partendo da questo dato, fare il “Gioco dell’oca incazzata”, gioco inventato da un collettivo femminista qualche anno fa per scoprire come ci vogliono turlupinare.


In un paese dove ci si lamenta della scarsa sensibilità civica e della poca partecipazione civile, si scopre che il Tav “coinvolge e appassiona i cittadini italiani”.

Ma questo interesse si manifesta con una valanga di commenti negativi e magari aggressioni verbali ai NoTav e con una miriade di spam.

La contrarietà a qualsiasi lotta ha delle caratteristiche di fisiologicità, ma in questo caso assume caratteri biblici che non trovano riscontro nelle pur tante vicissitudini che questo paese sta passando.
Allora è fondato il sospetto che, utilizzando la rete e la tecnologia, ci siano strutture organizzate all’uopo che hanno l’incarico di monitorare e disturbare gli articoli che riguardano la lotta contro il Tav.

Ne scaturisce la plausibile ipotesi che dietro la volontà di realizzare l’opera a tutti i costi ci siano forti interessi di svariata natura e non solo economici.

D’altra parte un governo, quello attualmente in carica, che non brilla certo per decisionismo, trova il tempo, con l’alibi di occuparsi del femminicidio, di introdurre un nuovo pacchetto sicurezza con norme più stringenti e repressive nei confronti della lotta NoTav e questo la dice lunga.


I decreti-legge nello spirito della Costituzione sono dettati dall’urgenza. Tanto è vero che il Parlamento li ratifica successivamente, entro sessanta giorni.

Si è usato il vecchio metodo, ma il gioco ormai è scoperto, di utilizzare un tema intorno a cui c’è consenso, in questo caso la condanna del femminicidio, per far passare l’obiettivo vero che è l’incremento della militarizzazione del territorio, l’uso e l’abuso dell’esercito che assume connotati polizieschi, la proliferazione di norme che permettano la persecuzione delle lotte sociali.

Le argomentazioni portate avanti ricordano le guerre umanitarie: si fanno per il bene di quei popoli e, anche se questi non lo capiscono, poi lo capiranno.

Così i frutti che possono ottenere i dirigenti politici di questo sventurato paese sono tanti. Quello che oggi vale per il Tav, domani sarà applicato al Muos e alla miriade di servitù militari che oltraggiano e offendono il territorio e le popolazioni locali di tanta parte dell’Italia, isole comprese.

Ne discende una forma di razzismo molto forte. Le popolazioni locali sono lette e trattate come i popoli del terzo mondo. Da civilizzare perché ignoranti e arretrate.

Gaza è a casa nostra. Il carcere è a cielo aperto.

Come gli sfortunati popoli del terzo mondo fanno da cavie, così è per i valligiani della Val di Susa, per i siciliani di Niscemi, per i sardi che subiscono le servitù militari……

Si testa così quello che domani sarà fatto nelle grandi città dove si dà per scontata la rivolta.

Si applica il principio teorizzato da Romano Prodi che disse che il vero problema non era un treno, ma che la questione era politica.

Era ribadire il primato dello Stato, meta-concetto utile per tutte le stagioni.

Le decisioni che lo Stato prende, a tutela degli interessi neoliberisti di cui è il portavoce, nei riguardi di qualsivoglia argomento, ambito, struttura, territorio… non sono passibili di cambiamento, messa in discussione a nessun titolo. Le popolazioni locali, in un abusato gioco delle parti, possono venire ascoltate, per finta, per ribadire la finta democrazia borghese che vale solo quando vengono prese le decisioni già “decise”.

E se questo gioco delle parti aveva una sua qualche parvenza di possibilità nella scelta keynesiana, ora nella stagione neoliberista, le popolazioni si possono solo assoggettare, qui e nel terzo mondo, e,se non lo fanno con la servitù volontaria, la scelta dello Stato è quella delle armi, vere e/o tecnologiche e/o massmediatiche, ma senza possibilità di mediazione alcuna.

E’ questo il senso di questo nuovo pacchetto sicurezza: la chiusura progressiva di qualsiasi margine di mediazione, non sono tollerate dissidenze di nessun tipo e a nessun titolo.

Da qui la coerenza, non l’assurdità, della magistratura torinese che accusa in maniera palesemente infondata i valligiani e i solidali di terrorismo ed eversione.


Per ritornare alla valanga di commenti/disturbo/boicottaggio sul NoTav, accanto alle forze storicamente deputate alla repressione, oggi scendono in campo gli esperti della guerra psicologica, le prefiche della non violenza, le vestali della legalità, i think tank e i trolls.


E’ il trionfo del neoliberismo e pertanto chi se ne fa carico in prima persona è il partito neoliberista per eccellenza in Italia, il PD, terminale degli interessi delle multinazionali.

Da qui l’inconsistenza di chi parla di un gruppo dirigente, quello del PD, inadeguato e mediocre, di una sua politica balbettante e incerta, magari masochista, e il vaneggiamento di quelli/e che si sono esposti/e troppo al sole e parlano di una ricostruzione della sinistra intorno ad un PD rinnovato.


Il Tav, inscatolato in se stesso, labirintico nei caratteri, mortifero nel messaggio, stringe lo sguardo del fautore dell’opera in una morsa d’angoscia, di potere, di rapina.

Si vuole uccidere anche e soprattutto una valle, una per tutte, dispiegata a misura dell’essere umano sulle note della speranza e della lotta di generazioni passate e presenti, per realizzare un’arida topografia tratteggiata dal pennino tecnografico e dalla distruzione dell’ambiente e dalla mercificazione.

Il neoliberismo dà le vertigini a chi ne ha sposato la causa.


Il capitale è metabolismo sociale e, in quanto tale, occupa tutto il vivente. Da qui l’aggressività e la violenza nei confronti del territorio, tanto più quando una comunità si ritrova e sperimenta nuove relazioni sociali.

Il neoliberismo porta la morte in tutta la società, socializza la morte nelle relazioni sociali, attraverso l’inquinamento, le guerre umanitarie, la distruzione dello Stato sociale, il crollo della sanità pubblica. E’ un attacco a tutto campo all’essere umano minacciato nelle sue stesse radici, nella sua natura biologica.

Non c’è nessuna crisi, quello che chiamiamo crisi e per certi versi lo è con riferimento alle condizioni materiali della vita, non è altro che lo stadio raggiunto dal capitale nella stagione neoliberista con il processo di trasformazione della materia in merce e della distruzione delle economie altre e di sussistenza.

E’ la sottomissione dell’organico all’inorganico, della vita alla morte.

Per questo la guerra all’antagonismo sociale, in cui in prima fila sono i riformisti, tradotti in italiano, il PD, che spingono perché si normalizzi, si intimidisca, si sequestri un’intera area sociale e geografica prima che sia troppo tardi, premono più di ogni altro per una ridefinizione del diritto e una sua ridefinizione in termini di guerra sociale

In questa stagione la giustizia si integra nella società neoliberista, annulla i residui della separazione dei poteri e smaschera l’inconsistenza di chi ci credeva.

Non è più centrale la figura del reato, vero o presunto, ma il comportamento del cittadino/a.

L’accento viene messo solo ed esclusivamente sulla sfera comportamentale. Il processo giuridico e mediatico si risolve in un giudizio sul comportamento e da qui scaturisce la condanna, dettata da una condotta, vera o presunta, antisociale e antistatale.

La repressione nei confronti dei valligiani/e e dei/delle NoTav è programmata per incatenare tutta la società diversa e tutte le alterità. La particolarità di questa piccola grande guerra contro la valle esalta al pari di quelle poliziesche, le funzioni della giustizia, quelle dei partiti socialdemocratici, degli addetti alle guerre psicologiche, dei trolls.

Il loro scopo, passando attraverso gli interessi economici, è anche e per certi versi, soprattutto, quello di intimidire, ghettizzare, demonizzare un’intera area sociale e serve per immunizzare, anestetizzare ogni latente e nuova sensibilità e ogni forma di disagio e di rifiuto della società neoliberista.

L’uso strumentale dell’attenzione al femminicidio e alla violenza di genere per far passare politiche securitarie, che è il contraltare sul fronte interno del pinkwashing sul fronte esterno, strumento che il neoliberismo usa per sostenere le “guerre umanitarie”, è particolarmente odioso, ma questo sarebbe niente se non fosse anche estremamente pericoloso per noi donne, tanto pericoloso da far diventare urgente ed imprescindibile una presa di posizione forte e di condanna drastica e totale verso questo tipo di politiche.

La risposta che questo decreto legge dà al problema della violenza di genere è di tipo penale, corporativo, vittimizzante, infantilizzante: le donne vengono lette come esseri da tutelare di fronte ad aggressioni brute dovute non si sa bene a quali raptus e quindi ignorando completamente la natura strutturale della violenza di genere.

Viene incentivata la delazione, la denuncia anonima, la donna è privata di qualsiasi autodeterminazione, vengono introdotte norme che aprono scenari di arbitrio e persecutorietà da parte dello Stato che, se lo riterrà utile, potrà accusare chiunque (tanto la denuncia è anonima) di violenza e ricattare chiunque.

Questa impostazione, mentre non porterà nessun vantaggio alle vittime di violenza, sempre più infantilizzate e dipendenti, fomenterà un odio molto forte nei riguardi del genere femminile.

Già ora, nel comune sentire, sta passando il discorso che le donne sono la rovina della famiglia, che i maschi, i mariti, i partners… devono vivere in miseria dopo la separazione, vengono loro negati i figli che vengono dati sempre alla compagna… sono senza casa, costituiscono associazioni di mutuo soccorso… confondendo l’aggredita con l’aggressore e dimenticandosi tra l’altro che se non è possibile pagare un affitto o vivere con uno stipendio solo… non è certo colpa della donna, ma semmai di una società che dà stipendi da fame e insicurezza generalizzata, una società basata sui ruoli, sulla gerarchia, sul possesso materiale ed affettivo… e, quindi, farebbero bene, a costituirsi in gruppi politici di opposizione a questo sistema invece che in lamentose congreghe… dicevo, già ora, nel comune sentire sta passando questo discorso, potete solo immaginare l’odio che può scaturire dall’impostazione di questo decreto-legge. E’ lo stesso meccanismo con cui nel terzo mondo sono state fomentate le guerre interetniche e religiose: evocato un mostro è poi difficile trovare il bandolo per tornare indietro.

Per questo l’oca è sempre più incazzata.

domenica 18 agosto 2013

dell’avvallo dato da Luciano Lama e Enrico Berlinguer ai licenziamenti e alla cassa integrazione degli anni ottanta


Detroit è morta, viva Detroit!

di Sandro Moiso

E’ stata la capitale mondiale dell’auto. La Parigi dell’Ovest del XIX secolo americano. Un tempo fu  Fort Pontchartrain du Détroit, fondato nel 1701 dai francesi e poi conquistato dai fucilieri  del maggiore inglese Rogers. Fu al centro della guerra franco-indiana e poi della guerra del 1812 tra gli Stati Uniti e il Regno Unito. Oggi, con i suoi settecentomila abitanti è praticamente una sorta dighost town, cui rimane il merito di essere la capitale di quella che fu chiamata rust belt a partire dagli anni ottanta del secolo appena concluso. Eppure, eppure…



Heavy Music
 Non fatevi fregare dalle critiche compiacenti: l’ultimo album di Iggy and the Stooges fa cagare! Molto peggio del penultimo e senza paragoni rispetto a quelli degli anni sessanta e settanta. Il chitarrista James Williamson non ricorda nemmeno vagamente gli assalti sonici di Raw Power, Iggy s’è giocato la voce ai dadi e il resto del gruppo…beh, meglio lasciar perdere. EppureReady To Die, con la foto di copertina che ritrae Iggy  avviluppato da  una cintura esplosiva  sui fianchi e sul torace nudo può rappresentare simbolicamente (e non solo per il titolo) un ottimo punto di partenza per un viaggio a ritroso nella storia politica, sociale,economica e culturale della città del Michigan. Un viaggio, come quello di Iggy, a ritroso verso la gloria di un tempo, oggi forse definitivamente perduta.
 Perché proprio a partire dagli Stooges? Perché Detroit fu una delle capitali del rock alternativo e del rock blues degli anni sessanta e settanta.
Tutti ricordano i luoghi sacri del rock’n'roll: Memphis e la Sun Records, San Francisco e la scena acida e psichedelica, New York e la provocazione delinquenziale dei Velvet prima e del primo, selvaggio punk poi; i fuori di testa texani e i compiti bostoniani indecisi tra psichedelia selvaggia e pop. Ma Detroit ragazzi…oh, Detroit!?! Fu la patria di quella che Bob Seger battezzò con il titolo di un suo brano: Heavy Music.
 Musica rock infarcita di blues e chitarre metalliche, di provocazione politica e incitamento alla rivolta. Piena zeppa di cantanti furiosi  e esplosioni soniche free form rubate al jazz più innovativo di quegli anni. I Motor City 5 (MC5) legati al White Panther Party e a John Sinclair, gli Up che si facevano fotografare armati fino ai denti con baionette e fucili M-1 (riparleremo più avanti di questo modello di fucile), Iggy che si contorceva sulla scena come un rettile mentre il resto del gruppo inscenava truculentissime gag a base di sangue (vero) e svastiche (false) come simbolo del potere dominante.
E poi Sun Ra che si spostava lì da Chicago, con la sua Arkestra, per partecipare al festival annuale della cittadella universitaria di Ann Arbor, più famosa per la riottosità dei suoi studenti che per la qualità delle sue accademie. E ancora Alice Cooper, incontrastato re del glam, benedetto agli esordi dal genio di Zappa che lo volle per la sua (fallimentare) Bizarre Records oppure la Tamla Motown (Motor Town) una delle grandi etichette di musica nera: innovativa, arrabbiata e fiera di esser tale.
I Rationals e il loro garage venato di  blues e, in seguito, i Grand Funk Railroad, in origine pesanti e metallici forse più dei veicoli prodotti dalla Ford della loro originaria Flint; la James Gang e gli assoli rock blues infiniti, Bob Seger con il suo Sound System ispirato al soul e alla cultura blue collar, fino ai catastrofici Destroy All Monsters di Ron Asheton (ex- Stooges) e della indemoniata cantante  Niagara nei primi anni ottanta. Senza dimenticare il grande Sixto “Sugarman” Rodriguez, i cui testi costituiscono sicuramente uno dei prodotti più genuini della street e class culture della Detroit di quegli anni. Qualcuno o qualcosa è stato certamente dimenticato, ma già questi bastano  a dar vita a un bel gruppo di kamikaze sonori e culturali.
Oggi la stampa nazionale e internazionale parla della crisi di Detroit come del fallimento del welfare e delle conseguenze della globalizzazione, ma ignora tutto ciò e quello che qui seguirà perché dovrebbe porsi domande imbarazzanti. Come, ad esempio: Da dove proveniva tutta questa energia? Quale era il tessuto sociale e culturale che la propagava? Perché è finita?


Società multirazziale, lotta di classe e laboratorio sociale
Nel 1820 la città, sorta sule rive del fiume Detroit nella regione dei Grandi Laghi, contava 1.422 abitanti; nel 1900 ne contava 285.704, nel 1920 ben 993.678, mentre nel 1950 raggiunse la cifra di 1. 849.568. Una crescita esponenziale, legata soprattutto all’industria dell’auto, da quando Henry Ford, nel 1904, iniziò a realizzare lì la prima vettura”di massa”: la Model T. Mentre, sempre nella stessa città, anche i fratelli Dodge (John Francis e Horace Elgin) e Walter Chrysler iniziavano a  produrre automobili. Crescita demografica dovuta dunque all’enorme massa di diseredati, bianchi e neri e di differenti nazionalità, che si riversò  nella città a caccia di un posto di lavoro.
Con la seconda guerra mondiale e lo sviluppo delle industrie belliche l’afflusso, soprattutto dagli stati del Sud, divenne gigantesco, finendo anche con l’aumentare le tensioni razziali e di classe che già si erano manifestate nel corso delle lotte sindacali degli anni trenta e delle race riot  del 1943. Ancora oggi una qualsiasi cartina stradale ci mostra, figurativamente, qual’era la posizione centrale di Detroit rispetto all’industria americana.
A circa 380 chilometri ad Est sorge Chicago, che era stato l’altro grande collettore di manodopera nera e immigrata più o meno negli stessi decenni e in cui, dalla seconda metà dell’Ottocento, l’industria della carne in scatola (con relativi mattatoi e macelli) aveva fato da traino. Un po’ più a sud, sulla riva opposta dello stesso lago, si trova Cleveland, con i suoi impianti industriali in disuso, e poche miglia più a sud di questa troviamo Akron, ex-capitale della gomma  e della produzione di pneumatici.
Scendiamo ancora e troviamo, non molto distante, Pittsburgh con le sue acciaierie e, verso est, Buffalo, centro portuale ed industriale da tempo riciclato in città turistica e “culturale”. Siamo nel cuore del cuore delle vecchie regioni industriali. Là dove il conflitto sociale può vantare decenni di storia e gli IWW avevano giocato le loro sorti e quelle del sindacalismo d’industria nei primi quarant’anni del XX secolo. Si potrebbe dire di essere in prossimità di quello che, in un tempo neppure troppo lontano, è stato  il cuore del conflitto sociale degli Stati Uniti.
Ancora nel 1972, Detroit costituiva  il quartier generale dell’industria dell’auto, quella che all’epoca dava lavoro ad un americano su sei. E proprio in quell’anno Lawrence M. Carino, Presidente della Camera di Commercio di Detroit, poteva dichiarare: ”Detroit è la città dei problemi. Se ne esistono, noi probabilmente li avremo. Sicuramente non ne avremo l’esclusiva. Ma certamente li avremo prima di altri…La città è ormai diventato il laboratorio vivente  per il più completo studio possibile sulla condizione urbana in America*.


Cinque giorni a luglio
Nel momento in cui rilasciava questa dichiarazione, Carino doveva ancora avere ben in  mente i cinque giorni del luglio 1967 in cui la città era stata protagonista della più grande rivolta urbana della storia degli Stati Uniti dopo quella di New York del 1863 contro la leva obbligatoria istituita nel corso della Guerra Civile. In quel caso fu l’artiglieria ad essere usata contro i rivoltosi nelle strade di New York City, mentre a Detroit si fece ricorso ai carri armati e all’aviazione in dotazione alla Guardia nazionale.
Tutto era iniziato a causa di un intervento della polizia per chiudere un locale privo della licenza di vendita per le bevande alcoliche che si trovava nei locali della United Community League for Civil Action, sull’angolo della Dodicesima Strada  con Clairmount Street nel Near West Side. Gli agenti pensavano di trovare poca gente poiché erano le 3:45 del mattino di una domenica. Invece nei locali si trovavano 82 afro-americani intenti a festeggiare alcuni loro amici appena tornati dal servizio in Vietnam. Come la polizia tentò di arrestarli tutti, nelle strade si radunò una folla enorme che costrinse gli agenti ad una precipitosa ritirata sotto una pioggia di bottiglie e sassi. Era il 23 luglio.
Nel corso dei giorni successivi vi furono 43 morti (34 neri e 9 bianchi, tra i quali l’unico agente di polizia ucciso durante i disordini), 1189 feriti, 7200 arresti e 2000 edifici distrutti. Furono assaltati supermercati e negozi, mentre la polizia lamentò (senza mai provarlo veramente) la presenza di cecchini tra i manifestanti. Per sedare i disordini fu richiesto prima l’intervento della Guardia Nazionale, autorizzato dal Presidente Johnson il 25 luglio, e, successivamente, di reparti aviotrasportati dell’esercito.
Di fatto la città finì con l’essere occupata militarmente da 8000 soldati della Guardia Nazionale e 4700 paracadutisti del 32° Airborne oltre che da 360 agenti della Michigan State Police. Nei giorni successivi la presenza massiccia di truppe sul territorio urbano contribuì ad incrementare il numero degli uccisi, dei feriti e degli arrestati, ma rischiò anche di degenerare in scontri a fuoco tra soldati della Guardia nazionale (prevalentemente bianchi) e paracadutisti (prevalentemente neri). Tanto che  fu ordinato ai paracadutisti di far ricorso alle armi soltanto su ordine o in presenza di un ufficiale bianco.
Con il 27 luglio la rivolta ebbe termine e l’ordine tornò a regnare su Motor City, ma il segnale era stato allarmante e l’establishment politico ed economico si rese conto che le conseguenze sociali e politiche avrebbero potuto essere ben più gravi. Dopo quella rivolta la rabbia nera perse, però, le sue connotazioni esclusivamente razziali per conseguire una maggiore coscienza di classe che si sarebbe da lì a poco manifestata attraverso nuove e più politicizzate forme di organizzazione.
John Lee Hooker per primo si fece cantore della rivolta con il suo blues Motor City Is Burning, ma anche il cantautore canadese Gordon Lightfoot le dedicò la sua Black Day in July. Ma si può tranquillamente affermate che fu proprio la rivolta a cambiare l’attitudine di numerose rock band che fino a quell’anno erano state prevalentemente legate al garage per poi passare dopo quegli eventi ad un atteggiamento più rabbioso ed impegnato. Primi fra tutti i Motor City 5 di Fred Sonic Smith, Wayne Kramer  e Rob Tyner.
I danni furono calcolati intorno ai 500 milioni di dollari;  tra gli arrestati più di 6000 erano adulti e quasi un migliaio gli adolescenti. Il più giovane aveva 4 anni e il più vecchio 82, mentre 5000 persone rimasero senza casa. Quando agli inizi del XX secolo gli afro-americani erano emigrati dagli stati del Sud verso il Nord, in quella che è ancora de finita la Grande Migrazione, la popolazione cittadina, come si è già visto, si era enormemente incrementata, ma non così l’offerta e la disponibilità di case per nuovi venuti. In questo modo i neri di Detroit furono pesantemente discriminati sia sul piano sociale che su quello lavorativo.
Nei primi anni sessanta la loro condizione era parzialmente migliorata e si andava formando una classe media di origine afro-americana, ma alla vigilia della rivolta molti appartenenti alla comunità nera si ritenevano insoddisfatti o delusi dai lenti progressi di cui erano testimoni e/o attori. La commissione di inchiesta formata dopo la fine della rivolta accertò che, prima della rivolta, il 45% degli agenti di polizia operanti nei quartieri abitati prevalentemente da afro-americani erano decisamente “anti-negro” (come li definì la stessa commissione) e che un altro 34% era costituito da agenti significativamente marchiati dal pregiudizio razziale.
Nell’insieme il corpo di  polizia della città di Detroit era formato al 93% da agenti bianchi a fronte di un 30% di residenti neri nella città. Così era facile che gli agenti di pattuglia si rivolgessero ai maschi neri di qualsiasi età con il termine “Boy” e alle donne di colore con i termini confidenziali “Honey” o “Baby”. Queste ultime venivano poi spesso fermate ed arrestate per “prostituzione” se camminavano da sole per strada. Senza contare, poi, che un certo numero di residenti in città, non solo neri, dichiarò che uno dei problemi principali durante la rivolta di luglio era stato costituito dalla brutalità e dal comportamento aggressivo della polizia.



DRUM along the Great Lakes

 Meno di trenta giorni dopo che la Guardia nazionale aveva terminato di occupare militarmente le strade di Detroit, H.Rap Brown prese la parola di fronte ad una folla enorme stipata dentro e fuori il teatro di Dexter Avenue, situato a meno di un miglio da quello che era stato l’epicentro della ribellione. “Sono qui presenti delle persone che possono rappresentare la lotta dei neri americani meglio di quanto io possa fare – iniziò col dire – Gente di Detroit, per esempio”. Con queste parole l’oratore era intenzionato a suscitare l’interesse dei presenti nei confronti di un nuovo organo di informazione della comunità nera: l’Inner City Voice.
Il giornale era nato nell’ottobre del 1967 e il suo primo titolo di testa era stato “MICHIGAN SLAVERY”, accompagnato da un editoriale di fuoco che avrebbe costituito da subito la cifra stilistica e politica della  redazione: ”Nella Rivolta di Luglio abbiamo dato un segnale significativo a chi amministra il potere bianco, ma apparentemente il nostro messaggio non è stato recepito…Noi stiamo ancora lavorando troppo duramente, venendo pagati troppo poco; stiamo ancora vivendo in pessime abitazioni e stiamo mandando i nostri figli in scuole di scarso valore educativo e stiamo ancora pagando troppo la merce dei negozi e siamo ancora trattati come cani dalla polizia. Ancora non possediamo nulla e non controlliamo nulla…In altre parole noi siamo ancora sfruttati dal sistema e abbiamo ancora la responsabilità di dover rompere la schiena a questo sistema. Soltanto delle persone che sono forti, unite, armate  e che conoscono il nemico possono affrontare la lotta che ci attende. Pensaci Fratello, difficilmente le cose andranno meglio, la Rivoluzione deve andare avanti**.
Il giornale si definiva come la voce della comunità rivoluzionaria nera e non era l’ennesima pubblicazione underground tipica di quegli anni. I suoi redattori avevano militato già in varie formazioni radicali. Alcuni di loro avevano già sfidato il Dipartimento di Stato nel 1964 recandosi a Cuba e avevano avuto modo di colloquiare con  lo stesso Ernesto “Che” Guevara. Non c’è da stupirsi, quindi, del fatto che il mensile, tirato in 10mila copie, si occupasse sia delle condizioni di vita e di lavoro a Detroit, che dei fatti internazionali e della lotta contro la guerra in Vietnam o delle  strutture militari e logistiche necessarie allo sviluppo della lotta armata.
Si può dire che su queste basi si sviluppò una esperienza politica e sindacale che trascese ben presto i limiti della lotta per il riconoscimento dei diritti del popolo nero, fondendo questa richiesta con la necessità di un’azione autonoma del proletariato nero e bianco. C’era l’attenzione per il nascente movimento del Black Panther Party ad Oakland in California, ma anche per le condizioni di lavoro e le richieste sindacali all’interno delle numerose fabbriche dell’area di Detroit.
Tale esperienza politica nasceva in un contesto in cui, proprio a seguito della rivolta di luglio, anche  il capitale aveva intrapreso un’azione di rinnovamento della città. Tale progetto si andava strutturando intorno al New Detroit Committee (Comitato per la Nuova Detroit) che raccoglieva i maggiori rappresentanti dell’industria automobilistica, della grande distribuzione mercantile, delle principali banche ed assicurazioni. Oltre che tutti gli uomini politici e gli amministratori locali legati a doppio filo agli interessi economici dei primi.
Tale comitato si riprometteva di affrontare il problema del degrado urbano, ed in particolare dei quartieri della inner city (che erano stati i maggiori protagonisti della rivolta), attraverso un processo di ristrutturazione edilizia che prevedeva la costruzione di nuovi edifici dall’architettura ardita destinati ad ospitare banche, hotel, centri commerciali, lussuosi condomini, centri congressi e, naturalmente, i nuovi uffici amministrativi e di rappresentanza delle imprese coinvolte.
Sulle rovine della rivolta, degli incendi e degli autentici bombardamenti del luglio 1967, si intendeva quindi avviare un programma di speculazione edilizia e finanziaria travestito da nuova possibilità di migliorie economiche e di  sviluppo che avrebbero dovuto, sulla carta, coinvolgere anche gli insoddisfatti e i proletari protagonisti dei riot precedenti. Naturalmente il primo atto di tale “rinnovamento” sarebbe stato costituito dall’allontanamento forzato dei residenti neri, poveri bianchi e studenti dall’area centrale che si trovava  tra il fiume (lungo il quale si sarebbe sviluppata la nuova area commerciale) e la Wayne State University.
A fronte  di questo  progetto, che sarebbe stato negli anni successivi alla base della deindustrializzazione e della delocalizzazione delle fabbriche negli stati del Sud, i rappresentanti della comunità nera e dei lavoratori afro-americani si trovarono nella posizione di dovere e potere proporre soluzioni alternative. Politiche, economiche e sociali. E da qui nacque un’esperienza di proposta politica, basata sull’esperienza e le necessità reali del territorio e dei suoi abitanti, che avrebbe marcato la differenza tra i gruppi radicali di Detroit e quelli della maggioranza delle altre città americane. Da San Francisco a Chicago fino a quelle della Costa Orientale.
Nei primi sei anni di attuazione del progetto la qualità media della vita in città scese a nuovi minimi e naturalmente quelli ad essere più duramente colpiti furono i lavoratori dell’industria che costituivano più del 35% della popolazione urbana complessiva. I quali si resero ben presto conto che la Nuova Detroit significava, per loro, lavorare più a lungo e più velocemente, pagare più tasse ed ottenere, in cambio,  meno servizi sociali e salari fortemente ridotti dall’inflazione conseguente alla speculazione. Mentre la delocalizzazione industriale, le nuove esigenze  manageriali e il declino dell’industria automobilistica facevano sì che  il mantenimento o la ricerca di un posto di lavoro si facesse sempre più difficile.
Così, a fronte dei cambiamenti indotti dall’azione del New Detroit Committee, i rivoluzionari, raccolti in nuove formazioni politiche e sindacali come il DRUM (Dodge  Revolutionary Union Movement), l’ELRUM (Eldon Avenue Revolutionary Union Movement), il Wildcat Group o la League of Revolutionary Black Workers si trovarono a dover confrontarsi non soltanto con la classe dirigente delle fabbriche, ma anche con le direzioni sindacali del vecchio sindacato dei lavoratori dell’auto (UAW, United Auto Workers) e con gli stessi operai bianchi, spesso di origine italiana  o polacca, che costituivano ancora l’aristocrazia operaia di quel settore di industria. Mentre i lavoratori  neri continuavano ad occupare i posti di lavoro più ardui, pericolosi ed insalubri.
L’altro fronte continuava ad essere rappresentato dal dipartimento di polizia cittadino che aveva resistito a qualsiasi ristrutturazione. Così la violenza organizzata dello stato e la violenza non organizzata che aveva preso vita nelle strade con la rivolta di luglio divennero via via sempre più “istituzionali”, trasformando Motor City in quella che fu poi chiamata Murder City. Mentre il numero  deglii omicidi e  delle armi in circolazione andava crescendo esponenzialmente.
Così il ristretto gruppo di militanti rivoluzionari che si era raccolto inizialmente intorno al mensileInner City Voice, vide allargarsi le proprie schiere insieme ai propri compiti, finendo col dar vita a una serie di azioni, fuori e dentro le fabbriche, che avrebbero favorito l’insorgere di altre formazioni e richieste radicali dentro la città e i suoi dintorni; non solo tra i neri afro-americani, ma anche tra gli americani bianchi poveri provenienti dai monti Appalachi.
Più che in qualsiasi altro luogo negli Stati Uniti, il movimento guidato dai lavoratori neri finì col definire i propri obiettivi in termini di potere reale. Il potere di controllare l’economia e, concretamente, il ciclo della produzione attraverso i suoi tempi e modi. I rivoluzionari di Detroit non si lasciarono rinchiudere in uno scontro con le forze dell’ordine fine a se stesso o in un confronto puramente “scolastico”. Il movimento nel suo insieme cercò di integrare al proprio interno tutte le richieste e le forme di lotta nate negli anni precedenti per dar vita d un vero network  di poteri insorgenti da contrapporre alla rete del potere politico ed economico istituzionale.
In contrapposizione agli interessi politici, economici e finanziari rappresentati dal fasullo Rinascimento di Detroit proposto dal Committee, il movimento nato tra gli operai neri della città diede vita ad una straordinaria sequenza di azioni, apparentemente separate ma, in realtà, fortemente interconnese, nelle fabbriche, nelle strade, presso le Corti di Giustizia, i media, le scuole e durante le riunioni sindacali. Finendo col conquistare anche una parte significativa del proletariato industriale bianco e con l’interagire positivamente con tutte le istanze collegate alle necessità della vita quotidiana della classe lavoratrice.


Una vicenda esemplare
Il 15 luglio 1970, James Johnson, un operaio afro-americano, entrò nello stabilimento Chrysler di Eldon Avenue, in cui lavorava, con un fucile M-1 infilato nella gamba della sua tuta da lavoro. La fabbrica era stato luogo di numerosi scioperi a gatto selvaggio durante l’anno, mentre, nello stesso impianto, un operaio ed un’operaia erano morti in incidenti sul lavoro nelle due settimane precedenti. Il rumore assordante,le chiazze d’olio e le macchine difettose che caratterizzavano l’impianto circondavano Johnson quando si imbattè in uno dei capisquadra coinvolti nella sua sospensione dal lavoro, avvenuta il giorno precedente. James estrasse la carabina e prima che avesse finito di sparare un caposquadra bianco, un altro nero e un addetto alla manutenzione degli impianti giacevano uccisi sul pavimento della fabbrica.
Pochi lavoratori di Eldon conoscevano Johnson. Non era identificabile come militante dell’ELRUM o del Wildcat Group. Non partecipava mai alle riunioni ed assemblee sindacali, era soltanto uno delle migliaia di lavoratori che parlavano poco e ridevano meno. Non andava a bere nei bar vicini alla fabbrica, era un lettore della Bibbia e l’unica sua fonte di orgoglio era costituita dalla casetta che egli stava costruendo per sé e per sua sorella.
Pochi giorni dopo il fatto, Kenneth Cockrel assunse la difesa di James Johnson. Cockrel era uno dei sette membri del Comitato Esecutivo della Lega dei lavoratori neri rivoluzionari, mentre tra i lavoratori dello stabilimento andava crescendo la simpatia nei suoi confronti dopo che si era saputo  che la sua sospensione dal lavoro era  dovuta al suo rifiuto di accettare una accelerazione dei tempi di lavoro. Oltre che per una storia, di ritardi nel pagamento del salario e di perdita di ferie già acquisite, in cui lo stesso lavoratore era stato ingiustamente trattato dalla direzione.
Pochi giorni dopo i fatti, l’ELRUM distribuì un volantino il cui titolo recitava: “Onore a  James Johnson” in cui,  dopo una sintetica biografia dell’operaio nero, si contestavano le tremende condizioni di lavoro interne allo stabilimento di Elmond, il razzismo che ne contraddistingueva i rapporti di classe e le difficoltà, che talvolta rasentavano la passività, con cui l’UAW finiva quasi con l’avvallare tutto questo. Simili volantini apparvero anche in fabbriche molto lontane da Detroit, come la General Motors di Fremont (California) e la Ford di Mahwah (New Jersey).
Per lo svolgimento del processo, Cockrel ottenne che la giuria fosse adeguata al caso, razzialmente e sessualmente integrata, e non esclusivamente formata da bianchi. Così dieci dei dodici giurati avevano esperienza diretta di lavoro nella città di Detroit, due erano operai del settore automobilistico e tre donne erano sposate con operai dello stesso settore.
La difesa, dopo aver ricordato la travagliata esperienza di vita di Johnson (che già a 5 anni aveva assistito allo smembramento del corpo di un cugino a seguito di un linciaggio), segnata dall’ignoranza, dalla povertà e dall’emarginazione legata alla sua condizione “razziale”, passò a descrivere le condizioni di lavoro di Eldon, ritenuto con buona ragione uno dei più pericolosi impianti industriali degli Stati Uniti, e l’incapacità, o impossibilità, dell’UAW a difendere le condizioni dei lavoratori nello stesso impianto.
All’apice di questa linea difensiva Cockrel ottenne che l’intera giuria si trasferisse presso l’impianto per poter giudicare con i propri occhi ciò che era stato affermato nell’aula del tribunale. Dopo di che la giuria assolse Johnson in quanto non responsabile dei propri atti. Dal giorno successivo e nelle settimane seguenti molti operai di Elmond si presentarono al lavoro portando in bella vista nella tasca posteriore della tuta un giornale che rilanciava a caratteri cubitali l’assoluzione di James. Ancora nel novembre del 1973 Johnson, rappresentato da un legale che faceva parte della Motor City Labour League, ottenne dalla Chrysler un risarcimento dei danni causatigli dalla stessa industria per un totale di 75 dollari per ogni settimana, a partire dalla data della sparatoria in fabbrica.


Detroit, Torino, Zombieland 
Oggi, nonostante il buco 20 miliardi dollari che ha portato la città sull’orlo della bancarotta , qualcuno parla ancora di Rinascimento di Detroit e di rilancio della sua industria dell’auto. Soprattutto la più che asservita informazione italiana  che tesse ancora le lodi di Sergio Marchionne e delle scelte FIAT. Così viene sottolineato come il dimezzamento degli stipendi degli operai della Chrysler abbia permesso a questa industria di rilanciare la produzione di veicoli di lusso come la Jeep Grand Cherokee. Lo stabilimento della Chrysler è rimasto l’unico in città, le altre industrie si sono trasferite fuori o altrove, e occupa 4663 dipendenti dei 20mila che ancora trovano impiego negli stabilimenti automobilistici cittadini, a fronte dei duecentomila che un tempo erano occupati negli stessi.
Un’area urbana grande come quelle di San Francisco, Boston e l’isola di Manhattan messe insieme è abitata da 700mila persone di cui l’ottanta per cento è costituito da afro-americani, mentre almeno ottantamila edifici risultano essere completamente vuoti ed inutilizzati. Questo è il risultato non della crisi e della globalizzazione oppure del Welfare State, ma delle scelte che il capitale ha operato, e continua ad operare, là dove la classe ha acquisito livelli di coscienza e di auto-organizzazione tali da metterne in gioco la catena di comando e la sua stessa esistenza.
E’ la dimostrazione pratica di come il capitale sia “condannato” a rivolgersi alla speculazione finanziaria e alla rendita fondiaria nel tentativo di continuare a mantenere elevati tassi di profitto quando la lotta operaia ne riduce i margini e di come tale scelta sia destinata ad aggravare non solo le condizioni di vita dei lavoratori, ma anche quelle dell’accumulazione capitalistica che in questo modo si priva della massa di lavoro vivo e di plusvalore necessari alla sua esistenza e riproduzione.
E’ la storia di Torino dagli anni ottanta ad oggi; è la storia della fuga del capitale FIAT e della famiglia Agnelli dall’investimento produttivo e dallo scontro con una classe organizzata per chiudersi nell’investimento speculativo in acque minerali ed alloggi di lusso a Parigi. E’ la storia dell’asservimento dei sindacati ufficiali alle esigenze dei padroni e della produzione e dell’avvallo dato da Luciano Lama e Enrico Berlinguer ai licenziamenti e alla cassa integrazione degli anni ottanta. E’ la storia  di chi, come Sergio Chiamparino, passa dal ruolo di Sindaco della città a quello di Presidente della fondazione della banca con cui ha contribuito ad indebitare irrimediabilmente la città (San Paolo) e che ha fatto sì che Torino diventasse la seconda città più indebitata d’Italia dopo Roma.
E’ la storia, dunque, degli stabilimenti FIAT torinesi dove sono rimasti al lavoro più o meno ottomila dipendenti a fronte dei 120-150 mila che li caratterizzavano negli anni settanta (senza contare le decine di migliaia di operai che lavoravano nelle medie, piccole e piccolissime fabbriche dell’indotto dell’auto, ormai quasi del tutto scomparse, nell’area torinese). Dei milioni di metri quadri che si libereranno per la speculazione edilizia una volta chiusa Mirafiori, così come in altre forme accadde con la chiusura degli stabilimenti del Lingotto (lautamente pagati, alla FIAT, dal comune di Torino, per farne centri commerciali, spazi espositivi e centri congressi). E’ la storia futura di Milano e del suo già fallimentare e truffaldino Expo…ma è anche la storia della lotta di classe, destinata sempre a risorgere e a coinvolgere lavoratori, donne, studenti, giovani disoccupati ed artisti squattrinati nel tentativo di dar vita ad un mondo migliore, totalmente diverso dalla Zombieland che il capitale è soltanto capace di realizzare.
Ed è per questo che, metaforicamente, possiamo tranquillamente continuare a scandire:Detroit è morta, viva Detroit!

Dan Georgakas, Marvin Surkin, Detroit: I Do mind Dying, South End Press, Cambridge, Ma, 1998, prima edizione 1975, pag.1

** Dan Georgakas, Marvin Surkin, op. cit. pp.15 – 16
 
Postilla
L’Autore, nel dichiarare tutto il suo debito di riconoscenza nei confronti di Dan Geogakas e Marvin Surkin e del loro testo Detroit, I Do Mind Dying. A Study in Urban Revolutio, citato in nota, auspica che, a 38 anni dalla sua prima edizione e a 15 dalla ristampa, il libro trovi finalmente un editore italiano disposto a pubblicarne la traduzione considerata la sua importanza per la comprensione della storia, dello sviluppo e delle dinamiche delle  lotte operaie e urbane, non soltanto statunitensi 
 http://www.sinistrainrete.info/societa/2981-sandro-moiso-detroit-e-morta-viva-detroit.html.