Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 settembre 2013

Il Piano di Lavoro, per essere credibile, deve essere affiancato ad un chiarimento sull'Eurozona e un nostro ruolo in Europa


sabato 21 settembre 2013
L'illusione del "Vincolo esterno"
di Emiliano Brancaccio
Intervento al Convegno Produzione di lavoro a mezzo di lavoro (Cgil Nazionale, Roma 19 settembre 2013)

Probabilmente Guido Carli non avrebbe gradito il titolo di questo convegno: “un grande piano del lavoro per uscire dalla crisi”. E’ noto infatti che Carli fu uno dei più accaniti oppositori delle logiche di “piano”; un oppositore tenace, in un’epoca in cui la “pianificazione” andava indubbiamente di moda. Carli tuttavia non somigliava molto ai rozzi propagandisti del nostro tempo. Anzi, egli ammise in più occasioni, in termini più o meno espliciti, che il piano può costituire una modalità di governo dell’economia assolutamente moderna.
Carli in particolare sosteneva che una politica fondata su una legislazione vincolista, sul controllo amministrativo, sull’azione di governo finalizzata alla gestione degli scambi e della produzione, in ultima istanza una politica ispirata da una logica di piano, per essere attuata necessita di uno Stato efficiente, di uno Stato ben strutturato, di uno Stato moderno. Come per esempio egli riteneva che fosse l’apparato statale francese. Al contrario, per Carli, una politica liberista, di completa liberalizzazione dei mercati, costituisce l’unica soluzione possibile per gli apparati statali inefficienti, antiquati, disastrati. Come egli riteneva essere lo Stato italiano [1]. Dunque, potremmo dire: il piano come possibilità dei moderni. E il liberismo come necessità degli antiquati.
La tesi di Carli in Italia è stata pervasiva. Una logica di piano, o anche solo una logica di politica economica che vagamente evocasse il piano, in Italia è stata quasi sempre messa ai margini del discorso politico con argomentazioni simili a quelle di Carli: si è ritenuto cioè che il nostro Stato fosse troppo inefficiente, e che dunque persino il più blando dei piani da noi non avrebbe mai funzionato.
Il fatto che in Italia vi sia stata tutta questa sfiducia nella possibilità di mettere realmente in funzione la macchina dello stato, il fatto che sia maturato una sorta di tabù verso qualsiasi ipotesi che potesse rafforzare lo Stato, che potesse anche solo lontanamente evocare una logica di piano, questo fatto ha generato un vuoto. Un vuoto che è stato colmato da una serie di pie illusioni.
Una tipica illusione di successo è stata la grande fiducia nel cosiddetto “vincolo esterno”. Si tratta di una espressione guarda caso ancora una volta di Carli, che è stata poi declinata in termini talvolta raffinati, talvolta estremamente rozzi, da vari protagonisti della vita istituzionale e politica italiana. Protagonisti al governo del paese, così come ai vertici di Bankitalia. I fautori del vincolo esterno ci dicevano in buona sostanza che i vincoli imposti dall’Europa sul governo della moneta, sui bilanci pubblici, sui tassi di cambio, eccetera, avrebbero miracolosamente trasformato i piccoli ranocchi del frammentato stagno capitalistico italiano in algidi principi della modernità, in vere e proprie avanguardie del capitalismo moderno. Insomma, modernizzare il capitalismo italiano, renderlo più centralizzato e quindi più forte: alcuni padri della patria si sono sinceramente illusi che il vincolo esterno potesse fare tutto questo.
Oggi possiamo affermare che non è andata esattamente così. Anzi, per certi versi la dinamica del capitalismo italiano è andata in direzione esattamente opposta. I piccoli proprietari, i ranocchi, anziché evolvere, anziché diventare principi, si sono in realtà difesi dal vincolo esterno rafforzando un blocco sociale fautore delle prebende dello Stato, del lassismo in campo fiscale e contributivo, della precarizzazione del lavoro. In chiave più strettamente politica, potremmo affermare che la resistenza, la virulenza del blocco sociale berlusconiano – che naturalmente sopravviverà a Berlusconi – è esattamente il prodotto del fallimento dell’ideologia del vincolo esterno.
Eppure, il palesato fallimento dell’ideologia del vincolo esterno non ci sta affatto portando a discutere della necessità di superare i vecchi tabù e di riprendere il tema della modernizzazione e del rafforzamento dell’apparato dello stato ai fini dell’avvio di una seria politica industriale, di programmazione, di una pur accennata logica di piano. Non sta avvenendo nulla di tutto questo. Piuttosto, in Italia rischiamo di passare dalla illusione del vincolo esterno a una illusione esattamente speculare: quella secondo cui il ritorno ai cambi flessibili costituirà la panacea di tutti i nostri mali. In fin dei conti è sempre il vecchio liberismo secondo Carli: una idea disincantata di liberismo come necessità degli antiquati, come unica chance per il nostro capitalismo un po’ straccione, e per il nostro Stato disastrato. Solo che ora si tratta di un liberismo speculare, che alla ideologia del vincolo esterno potrebbe sostituire l’ideologia del cambio flessibile. Del resto, che la tesi del cambio flessibile sia destinata a recuperare gli antichi fasti, che sembri destinata ad avere rinnovato successo politico nel nostro paese, lo si deve a un motivo in fondo semplice: l’attuale assetto della zona euro resta tuttora tecnicamente insostenibile.
Dunque, anche per cercare di uscire da questa diatriba tra illusioni speculari, per cercare di smarcare il discorso politico da questo liberismo duale, un po’ maniacale, oserei dire un po’ italiota, io credo sia positivo che la CGIL, la principale organizzazione sindacale del paese, si faccia carico di recuperare un discorso sul “piano”. Sul “piano del lavoro” [2].
Questa idea, di modernità di una logica di “piano” – sia pure, beninteso, un piano morigerato, tra molte virgolette – questa idea rappresenta io credo una opportunità per cercare di produrre un avanzamento dialettico rispetto a una discussione che altrimenti rischia di rimanere totalmente prigioniera delle illusioni speculari del vincolo esterno da un lato e del cambio flessibile dall’altro.
Ovviamente, qualsiasi discorso che possa anche solo vagamente accennare a una logica di piano, o quanto meno a una logica che miri alla messa in funzionamento dell’amministrazione dello stato per fini di politica economica, qualsiasi discorso del genere non può prescindere dai legami con l’assetto macroeconomico [4]. Sotto questo aspetto io vedo due rischi.
Uno è quello di pretendere di restare nei vincoli dati. Illustri colleghi hanno suggerito negli ultimi tempi linee di indirizzo di politica economica che in quanto tali sono senz’altro innovative, modernizzatrici, ma che pretendono di dispiegarsi nell’ambito angusto e mortifero dei vincoli di bilancio del Fiscal Compact. Ecco, io mi permetto di nutrire un certo scetticismo nei confronti di queste pretese, e in generale di qualsiasi tentativo di modernizzare il capitalismo italiano entro quei vincoli. Questo modo di ragionare rischia in realtà di affossare qualsiasi tentativo di superamento della dicotomia liberista tra l’illusione del vincolo esterno e l’illusione del cambio flessibile.
C’è tuttavia anche un altro rischio. E’ il rischio di trascurare dei vincoli che esistono di fatto, e che possono piombarci addosso da un momento all’altro. In tal caso non mi riferisco tanto al vincolo di bilancio pubblico. Mi riferisco piuttosto al vincolo della bilancia delle partite correnti. A questo proposito mi pare di rilevare che le stime del CER relative all’applicazione del piano del lavoro della CGIL segnalino almeno nel breve periodo un’impennata del disavanzo verso l’estero [3]. Ecco, questo mi sembra un problema. Nell’attuale assetto dell’eurozona, qualsiasi eventuale impennata del disavanzo verso l’estero, anche se solo temporanea, potrebbe creare grande instabilità. Si capisce allora che il piano del lavoro della CGIL, per essere credibile, deve essere affiancato a un chiarimento sull’eurozona, sul nostro ruolo in Europa.
A questo riguardo leggo, sempre nel piano, che la CGIL avanza alcune proposte di riforma della politica monetaria europea. Sono proposte senz’altro ragionevoli, che si aggiungono alle molte altre discusse in varie sedi in questi anni. Io credo tuttavia che il principale sindacato italiano dovrebbe forse soffermarsi in primo luogo su quelle criticità della zona euro che più direttamente si ricollegano al tema della contrattazione. Per esempio, sarebbe opportuno rimarcare il fatto che tra il 2000 e il 2010 in Germania la crescita dei salari nominali è stata di 15 punti percentuali inferiore rispetto alla crescita salariale media dell’eurozona. La Germania, insomma, ha attivato una feroce competizione al ribasso sui salari relativi. Questo è stato senza dubbio uno dei fattori chiave della crescita degli squilibri nei conti esteri intra-europei, e costituisce probabilmente uno dei fattori che potrebbe condurre alla distruzione della zona euro. In questi anni sono state avanzate varie proposte per cercare di affrontare questo problema. Tra di esse c’è lo “standard retributivo europeo” [5], che è stato inserito in vari manifesti politici e che la stessa CGIL ha fatto proprio in una recente audizione al CNEL. Ad ogni modo, la scelta della specifica modalità tecnica di risoluzione del problema non è il punto essenziale. L’importante, io credo, è che il sindacato affronti a viso aperto il nodo che più direttamente lo coinvolge: la contrattazione salariale è uno dei fattori chiave della crisi dell’unione monetaria europea.
Infine, sempre allo scopo di tenere ben saldo il legame tra piano del lavoro e quadro macroeconomico, occorre tener presente che ognuna delle proposte di riforma avanzate, siano esse nel campo della politica monetaria o della contrattazione salariale, oggi non trovano alcuno spazio politico per essere sviluppate. La Germania si oppone alle riforme, e vi si opporrà anche nel prossimo futuro, temo. Ciò significa che la zona euro continuerà a muoversi lungo un sentiero insostenibile. Per questo motivo credo sia bene tenere a mente che, in caso di deflagrazione dell’Unione, esistono modalità alternative di affrontarla. Adoperando espressioni che ultimamente sembrano infastidire alcuni apologeti di un ingenuo interclassismo ma che restano oggettivamente valide ed efficacemente sintetiche, potremmo dire che esistono modi “di destra” e modi “di sinistra” di gestire una uscita dall’euro. Ma di questo, credo, avremo modo di riparlare.
[1] Carli, G. (1996). Cinquant’anni di vita italiana. Laterza, Roma-Bari.
[2] CGIL (2013). Il piano del lavoro. Conferenza di programma, 25-26 gennaio.
[3] Gruppo di lavoro del CER (2013). Simulazioni di impatto di politiche fiscali alternative, in Pennacchi, L. (a cura di). Tra crisi e “grande trasformazione”. Libro bianco per il Piano del lavoro 2013, Ediesse (p. 602).
[4] Brancaccio, E., Passarella, M. (2012). L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa. Il Saggiatore, Milano.
[5] Brancaccio, E. (2012). Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a ‘European wage standard’, International Journal of Political Economy, 2.
La riproduzione di questo intervento è consentita citando la sede in cui si è tenuto, riportando le note e menzionando la fonte.

giovedì 19 settembre 2013

Stop alla Consorteria Guerrafondaia Statunitense



#1 Martelun 2013-09-19 19:34

Mi piace credere che Obama, ma non gli Stati Uniti e Putin sono stati abilissimi a stoppare la decisione politica della Consorteria Guerrafondaia Statunitense di uccidere bambini siriani.
Primo passo x l'attacco all'Iran-Persia x proseguire contro Russia e Cina.

Un'apparente locuzione di Kerry a Parigi e' stata presa al volo da Putin x annunciare insieme al ministro degli Esteri siriano, che x caso si trovava a Mosca di aderire e lasciare tutto l'armamento di gas a organismi internazionali.

Questo e' stato l'avvio che ha privato la Consorteria Guerrafondaia Statunitense, comprensiva di Israele, della scusa x iniziare guerra mondiale.

Guerra mondiale, in quanto sia la Cina sia la Russia sia l'Iran-Persia non potevano ne possono permettersi di essere sconfitti a uno ad uno dalla Consorteria Guerrafondaia Statunitense. Tutti siamo consapevoli, soprattutto i paesi interessati che l'obiettivo di fondo è mantenere l'egemonia, politico, militare economica sul mondo.

La Consorteria Guerrafondaia Statunitense ci riproverà in tutte le maniere ad accampare una motivazione qualsiasi per perseguire i suoi interessi, tant'è che ancora ad oggi c'è battaglia sul come deve essere formulata, all'Onu, la mozione x formulare l'accordo di Ginevra tra Russia e Stati Uniti sul gas siriano. La penale su cui si spinge è l'attacco automatico alla Siria se non rispetta integralmente gli accordi di smantellamento.

Come se nessuno sapesse che un accordo di tale genere presume tempo, soldi e possono intercorrere mille impedimenti, magari anche volontariamente provocati, e quindi bisogna dare alla politica il mandato pieno di gestirlo.

Possiamo fin da ora cominciare a costruire un movimento internazionale, a interfacciarci con movimenti internazionali x cercare di capire quello che si muove e come si muove, con il presupposto che non esistono blocchi monolitici ma che all'interno di ogni situazione si evidenziano, si evidenzieranno contraddizioni e solo la capacità politica di interpretare e proporre porterà ad una soggettività veramente rivoluzionaria che non si ponga steccati ne limiti nel suo agire.

mercoledì 18 settembre 2013

A fare politica si impara con il tempo


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I “precari” avranno mai una coscienza di classe?

Il ruolo della scuola pubblica

Christian Raimo

Che vuol dire quindi cultura del lavoro?
Mio nonno – operaio – non credo abbia mai letto molto Hegel o Marx in vita sua ma mi ha trasmesso quel paio di cose fondamentali: 1) che il lavoro nobilita nel senso hegeliano, in quanto dà all’essere umano la consapevolezza di poter trasformare la natura; 2) che una coscienza di classe è sentita prima ancora che teorizzata. La condizione sociale di mio padre è, a miei occhi, il frutto migliore di una comunità fondata sul lavoro, come Costituzione aveva voluto all’articolo 1. La sua etica lavorista e aziendalista, il suo rapporto con gli altri dipendenti e con i sindacati, sono stati la forma di un mondo per cui per dirla – contro la Thatcher – non gli individui ma la società esiste, ed è fatta in primis dalle persone che lavorano insieme. Nessuno della mia famiglia ha fatto politica attivamente: questa cultura (ossia questa consapevolezza) era immediata. Passava, sono convinto, attraverso grandi e piccole narrazioni. Ho presente che nelle storie che mi raccontavano da bambino mio nonno e mio padre c’erano i racconti della guerra ma c’erano anche un sacco di racconti di fabbrica: scioperi, vertenze, aneddoti della vita interna tra la mensa e i laboratori.
E oggi? Mi viene in mente quello che dice Stanley Aronowitz in Post-worknon esiste una coscienza di classe se non c’è un racconto di classe, non esiste una rivendicazione di diritti sul lavoro se prima non c’è un racconto comune su cosa vuol dire lavoro. Ossia, per farla breve, esiste il movimento operaio, la cultura operaia, se ci pensate con i suoi canti, i suoi riti, le sue feste, le sue date fondamentali, i suoi eroi, ed è una meravigliosa e secolare storia; non esiste un movimento precario, una cultura precaria. Nonostante, per fare un esempio sempre dal mondo anglofono, Guy Standing abbia provato un paio di anni fa a realizzare nel suo libro The precariat. The new dangerous classun’operazione di sintesi storica e geografica dei nuovi lavoratori globali. Ma è una forzatura, a mio avviso, una sintesi in vitro. È difficile e forse impossibile definire il “precariato” una classe. Per semplici, preliminari ragioni, linguistiche prima ancora che storiche.
Precario dice in sé una condizione di debolezza, oggettiva e non soggettiva. Precario è una condizione deficitaria, semanticamente definisce per difetto rispetto a stabilePrecario è una parola onni-significante, in sociolinguistica si definirebbe un plastismo, ossia una parola talmente adattabile a tanti significati diversi da non essere più utile a dirci qualcosa. In questo senso la cultura del lavoro è oggi una questione più che una risorsa.
È difficile: A) riconoscere una condizione e B) pensare che questa condizione ci definisca e che anzi la rivendichiamo come parte fondamentale della nostra identità se questa condizione è essenzialmente dolorosa, deficitaria, mancante, spersonalizzante…
La cultura del lavoro oggi è un processo complicato perché il capitalismo avanzato è veramente molto avanzato, e mette a lavoro tutto, comprese non solo le nostra facoltà cognitive, ma anche – se ci pensiamo – le nostre psicosi. Per fare un esempio, io non sono soltanto un consumatore migliore se sono portato a fare shopping compulsivo, ma sono in un certo senso un lavoratore migliore se per esempio sono ansioso. Sono un lavoratore più produttivo se sono un manager che sviluppa una control-freakness, se sono un ufficio stampa con manie narcisistiche, se sono uno che fa più lavori e ha un bipolarismo accentuato. Già riconoscere questa condizione come una condizione patologica determinata anche dalle forme del lavoro contemporaneo non è facile. Il rischio successivo è di fare di questa condizione patologica la condizione di rispecchiamento. Un orgoglio patologico, se ci si pensa. Una coscienza di far parte di una comunità di traumatizzati vissuta come coscienza di classe.
Quale cultura del lavoro si può sviluppare da tutto questo? Come abbiamo provato a considerare, il capitalismo avanzato mette tutto a profitto. Sia il trauma che produce, sia il racconto del trauma. Non è vero che non si parli di precariato, di lavoro, etc… Ma se ne parla quasi sempre come un elemento oggettivo. In questo senso si è sviluppato negli ultimi anni un consumo culturale legato al precariato. Film, libri, canzoni, format televisivi, spot televisivi hanno raccontato moltissimo questa nuova scena sociale, questo mondo vissuto dai precari. In due modi: oggettivandolo ossia spesso neutralizzandolo (eliminandole la prospettiva soggettiva, quindi eliminandone la potenzialità di conflitto), e – passaggio ancora più importante – rendendolo merce. Mister Precarietto con i suoi 700 euro al mese, sempre a casa di mamma e papà, senza futuro chissà che farà, è diventato uno dei personaggi più diffusi delle narrazioni contemporanee. Il racconto della sfiga, della lamentazione, del paradosso di adulti che non riescono a essere adulti è diventato un genere letterario.
Ora, la domanda ovviamente è cosa si può fare per uscire dall’impasse. Io penso che una data cardinale come punto di svolta nella politica italiana degli ultimi due anni sia stata il 14 dicembre 2010. Era il giorno in cui Berlusconi riusciva ad avere la fiducia dopo lo strappo di Fini raccattandosi gli scherani di Scilipoti. Per strada a Roma c’era una manifestazione degli studenti dell’Onda che veniva attaccata dalla polizia in piazza del Popolo. Quello che mi fu chiaro lì era che la rabbia che la generazione post-Genova aveva maturato era una rabbia non ingenua, ma una specie di rabbia disincantata.
Lì in molti, chi era in strada e chi era davanti alla tv, hanno ancora potuto riconoscereche il nodo cruciale è il deficit assoluto di democrazia. Chi mi rappresenta in Parlamento, in tv, sui giornali, nella politica? Qualcuno che in questi anni non si è arreso al cinismo ha ricominciato a pensare che l’ingenuità in politica può diventare una colpa. Ciò che è venuto dopo: i referendum, le occupazioni, le manifestazioni anti-Tav, mostrano una forma nuova politicizzazione che ha bisogno di tempi lunghi, percorsi personali, fiducie, incontri… Se una condizione traumatica deve trasformarsi in una soggettività politica, occorre anche un’autocoscienza che sia in parte terapeutica. È anche normale che quindi la risposta a In che direzione lavorare? è In qualunque direzione, per me. Dovunque ci rialfabetizzi a un linguaggio comune.
Quello che personalmente non mi ha fatto diventare cinico in questi anni sono state delle comunità non politiche che svolgevano un ruolo di supplenza rispetto a questo deficit di confronto pubblico: la comunità intellettuale, le comunità religiose… per altri magari sono stati i gruppi femministi, per altri ancora i gruppi di lavoro teatrale, per altri le riviste… ognuno ha cercato in piccolo un luogo di minima appartenenza. Ora questi percorsi hanno la forza e la consapevolezza per arrivare a una convergenza?
La verità è che molte esperienze di aggregazione dal basso a sinistra si sono rivelati al massimo dei frankenstein elettorali, da Uniti contro la Crisi, Uniti per l’Alternativa, a Alba: e sono fallite nel giro di poco. Ma prendiamo l’esperienza del Teatro Valle, che arriverà a festeggiare una grande vittoria politica, a essere una fondazione. Si è visto che la forza del mettersi insieme vale se è trasformativa, non se è un’addizione. La vitalità del Valle è il principio di autocritica. Il Valle poteva essere un segno vuoto, un aggregato del peggiore centrosocialismo, non è stato così. Se doveva essere pensato come luogo di trasformazione politica doveva essere un luogo di autoformazione, che è quello che è stato e che è. Non bastava un’agenda di contenuti, ma occorreva la vita. Vuoi sapere cosa pensano quelli del Valle? Vai lì e frequenta questo posto un mese. C’è gente che cambia idea al Valle, molto; c’è gente che fa delle cose talmente belle che non ci rinuncerà per nulla al mondo. C’è un confronto continuo di idee tra persone che fanno un lavoro simile. Un confronto il cui scopo principale è ricostruire un contesto di dibattito credibile. All’inizio il principio che ci si è dato come imprescindibile era proprio quello della carità. Ossia, eravamo giunti alla convinzione che la mancanza di politica fosse stata compensata da anni con il cattivo metadone dello schierarsi: le tifoserie dell’opinionismo sono tuttora il fantasma della discussione. Quello che non facevamo da anni e che ci è sembrata un’esperienza gioiosa è stato fare assemblee, discutere fino a tarda notte, stendere documenti e passarli al vaglio di centinaia di persone, discutere, avere ragione e avere torto. Per fare questo i luoghi dovevano essere per forza neutri, da ricolonizzare… Anche per questo le occupazioni o nel piccolo quello che accaduto con TQ sono stati dei soggetti orizzontali, senza leader, non c’è nulla che non venga ridiscusso mille volte: perché si è visto come le scorciatoie sul coinvolgimento della società civile producano mostri da una parte (vogliamo, per dire, parlare della candidatura dei vari Calearo alle penultime elezioni?) e perché è diventato evidente che la ripoliticizzazione deve passare per forza per una lunga e continua autoformazione. Non è meraviglioso poter essere finalmente in disaccordo e potersi parlare? Non è meraviglioso riconoscersi nelle battaglie di qualcun altro?
Tutto questo porterà a nuove forme della democrazia che non siano i partiti né i fantasmi futuristici evocati dai Casaleggio di turno? Nuove forme della democrazia nell’era dellapost-democrazia, come la chiama Colin Crouch? Si può declinare così questa questione. Se sì, allora direi che prima di pensare a quali procedure sono utili per stimolare partecipazione e deliberazione, mi chiederei perché è così macchinosa e difficile la transizione da una politica che aveva fiducia nei partiti a una politica per cui quei partiti sono diventati dei mostri inutili.
Io ho una sensazione. La sensazione è che nel Novecento ci siano state delle importanti agenzie di educazione informale all’uguaglianza, che oggi sono molto più deboli.
Dove è che io ho imparato il valore dell’uguaglianza? Quand’è che l’ho vissuto questo valore? Penso prima di tutto in famiglia, nell’esperienza della fratellanza. Io ho una sorella, e credo che sia stato fondamentale sapere tutti i giorni della mia infanzia che c’era qualcuno accanto a me che aveva i miei stessi bisogni, qualcuno con cui rispecchiarmi. Questa solidarietà fraterna è stata, esageriamo, in nuce un piccolo esempio di coscienza di classe: una contrapposizione, un’alleanza buona contro i nostri genitori. Oltre la famiglia, anche la società in un modo o nell’altro era un’agenzia di educazione informale all’uguaglianza. Se mi ricordo i racconti di mio nonno, sia i racconti familiari appunto in cui parlava delle decine di fratelli e cugini con cui si doveva dividere lo spazio e il cibo, mi ricordo anche i suoi racconti di guerra e i suoi racconti di fabbrica. L’esperienza terribile della solidarietà nella guerra e anche e soprattutto la vita di fabbrica mostravano senz’appello una condizione di uguaglianza, nella fragilità certo, nello sfruttamento anche.
Oggi quest’educazione informale è molto meno rilevante nella formazione personale.Metà dei miei studenti sono figli unici, un buon quarto ha fratelli o sorelle ma di un solo genitore: quello che apprendono spesso questi ragazzi è di essere speciali, unici in qualche modo; è più difficile che sperimentino l’uguaglianza. La stessa cosa è evidente sul lavoro. Le decine di tipologie di contratto oggi disponibili sono l’indice di una frammentazione della condizione lavorativa. L’utilizzo indiscriminato delle partite Iva addirittura sottintendono una condizione di solitudine che è simile a quella della monade. Non esiste un ambiente di lavoro, l’ambiente di lavoro sei tu.
E allora la domanda che mi faccio: cosa vuol dire partecipazione oggi se non ho imparato che cos’è l’uguaglianza, se per me uguaglianza non è un valore? Secondo me l’unica agenzia forte che ancora riesce in questa pedagogia dell’uguaglianza è la scuola pubblica. Per questo penso che sia il baluardo su cui una politica di sinistra deve concentrare in modo prioritario tutte le sue energie. Come posso utilizzare nuovi strumenti di partecipazione dal basso, se non ho imparato mai a confrontarmi nemmeno coi miei compagni di classe?
Fatta questa lunga premessa mi viene da citare un libro del 2011 di Donatella Della Porta,Democrazie (edito da il Mulino)che con un ottimismo contagioso, fa una lunga disamina del crollo delle ideologie novecentesche e della fiducia della forma-partito, e poi racconta come dai movimenti degli anni Sessanta fino al Forum di Porto Alegre fino ai bilanci partecipativi si possa oggi imparare molto.
Ma il discorso sulle nuove forme di democrazia è tutto da costruire, non esistono soluzioni facili. Oggi i social network o la rete in generale darebbero da sé la possibilità di rendere più democratico il discorso pubblico. Ma questo, vediamo (anche se sappiamo quanto un twitter o un facebook hanno contribuito a trasformazioni epocali come le complicate primavere arabe) non è un processo automatico. La rialfabetizzazione politica è un processo lungo: quando negli ultimi anni ho ricominciato a partecipare a assemblee politiche, ho visto che molte persone non avevano neanche la capacità di stare a sentire senza parlare addosso, ho visto conflitti personali che non riuscivano a essere trasformati in contrasti di idee… A fare politica si impara col tempo.
Quello che ho riscontrato che le persone che venivano da esperienze di discussione di gruppo – da ambienti cattolici o femministi, per esempio – avevano per esempio una maggiore capacità di gestire le dinamiche collettive. E questo è un po’ un discrimine: fare un monologo di due ore in un’assemblea a favore della democrazia partecipativa – ogni riferimento a Grillo è puramente casuale – ecco è un tipico esempio di quello che accade all’inizio di questa rialfabetizzazione politica. Si parte dagli errori.
Perché la verità è che io sono, come molti della mia generazione, un figlio del consumismo. Credo di aver passato, se sommiamo le ore, almeno due anni buoni della mia vita vigile a guardare o a ascoltare pubblicità. Credo di aver passato altri due anni buoni della mia vita in fila in macchina. Ecco, la mia educazione politica è stata ed è un continuo tentativo di smarcarmi da una società che dia per scontato il linguaggio pubblicitario e l’ideologia dei consumi. Oggi credo che se dovessi sintetizzare in una frase la mia prospettiva politica, farei mie le parole di Godard: «La pubblicità è il fascismo della nostra epoca». Forse, rispetto a qualche anno fa, penso di essere meno isolato a pensarla in questo modo.
Anche la mia formazione politica rispetto a dei temi come la decrescita, l’ecologia, la sostenibilità, è avvenuta attraverso l’immaginazione di un sistema socio-economico diverso da quello capitalistico consumistico. Fondamentalmente, un mondo che non condivide il feticismo per le merci che invece molti di noi hanno bevuto con il latte (letteralmente, se uno pensa ai biscotti del Mulino Bianco). Questa consapevolezza politica può partire solo da un’esperienza personale. Non si difende il vegetarianesimo se non si è vegetariani. Non si difende il consumo critico se non lo si pratica. In questo senso il discorso sulla conversione ecologica che fannoAlexander Langer o Guido Viale è un modello di politica di lungo respiro che, dopo anni di marginalità (il suicidio di Langer è difficile non interpretarlo anche come una delusione politica), può finalmente diventare centrale.
L’aspetto che per me oggi rimane una risorsa enorme da un punto di vista politico, e che invece è sottosfruttata politicamente a sinistra, è la forza ideale del cristianesimo. Se diventano concetti chiave dei nuovi movimenti politici quello di beni comuni, quello di cooperazione, quello di consumo critico, è chiaro che ci può essere una convergenza tra la capacità profetica della Chiesa, che questo Papa ha rialimentato, e le nuove militanze. Come accadde con il pacifismo e il no-global negli anni Novanta, prima che questa sintonia venisse – insieme a molto altro – distrutto a Genova.
In tutto questo occorre capire che ruolo centrale hanno quelli che in questi anni sono stati i presìdi della democrazia. Il ruolo centrale che per me, abbiamo detto, ha la scuola. La scuola, l’università, le biblioteche, i giornali. Anzi, a scandirlo meglio: i maestri, i professori, i bibliotecari, i giornalisti. Una grande trasformazione culturale (che vuol dire in seconda battuta sociale e politica) è possibile soltanto se i protagonisti di questa trasformazione sono i mediatori culturali. Essere educati all’equità o alla sostenibilità vuol dire apprendere un diverso modello di vita comune. In questo senso credo che oggi una nuova buona politica in Italia deve pensare di tesaurizzare quella militanza informale, non espressamente politica, che in questi anni berlusconoidi di scandali giudiziari e incompetenze politiche ha svolto un enorme ruolo di supplenza. Se uno si domanda qual è l’informazione critica che ci ha accompagnato pensando un diverso tipo di società, di cittadinanza, etc… certo non mi viene da pensare al giornalismo d’inchiesta, anche a quello meritorio, che però ha finito con l’esaurire nella dimensione legale il bisogno di giustizia sociale.
Come scriveva Pierluigi Sullo in una sua puntata di democrazia km zero di qualche anno fa: mi sta bene imparare dal Fatto o da Report che per l’appalto di quell’inceneritore o di quel cantiere i politici Tizio e Caio hanno intascato varie tangenti, ma la domanda più importante in questo modo viene inevasa: s’aveva da fare quell’inceneritore? s’aveva da aprire quel cantiere? Il legalismo di questi anni ha generato mostri. Se uno va in libreria vede che il settore saggistica è pieno di libri-inchiesta, una grande Laqualunquopoli. Questo modo di informarsi, questo modo di studiare la società intorno a noi, ci deresponsabilizza, ci rende passivi da un punto di vista etico, illudendoci di darci una prospettiva politica. Su questo tipo di deresponsabilizzazione di massa sono cresciuti e stanno ancora crescendo i fenomeni dell’antipolitica: il travaglismo, il dipietrismo, il grillismo, anche il savianismo. Che sono significativi certo ma per come evidenziano una richiesta d’impegno. Una buona politica dovrebbe essere capace di trasformare questa richiesta in un processo di lungo periodo. Nutrire gli strumenti di educazione alla cittadinanza invece di quelli del consumismo dell’impegno.
Ora, come mutare questo consumismo dell’impegno in un impegno reale, in una politica praticata? Qui farei un discorso duplice. Il primo e scontato è il coordinamento, e la messa a frutto di esperienze di lotta diverse, diffuse sul territorio, con obiettivi e metodi differenti. Il punto, per dirla in termini marxiani, è capire come far crescere una coscienza di classe e che cosa vuol dire una nuova classe. È per me evidente che nei nuovi movimenti sociali non si è formata ancora una nuova coscienza di classe perché non esiste un’identità di classe. L’identità culturale, abbiamo detto, precede quella politica. Ma la coscienza di classe non può non passare da un percorso personale di conversione, di cambiamento di mentalità, un ripensamento del nostro modo di consumare e quindi di vivere.
Il secondo aspetto che secondo me va tenuto in considerazione è quello performativo. Ai movimenti sociali in questi ultimi anni è mancata un po’ la capacità di ottenere un consenso – direi più che mediatico – carismatico. Le forze antisociali, antidemocratiche, antidiritti si fanno forza di un’enorme capacità di autopromozione. Si scambia l’aspetto comunicativo per quello mediatico, per quello parresiastico (alla Saviano per dire, ossia nell’incarnazione di un’ideale), mentre io penso che manifestare una giusta conflittualità sociale in un mondo come quello di oggi, dove l’agire è quasi sempre parola, vuol dire diventare molto bravi nella performatività. La sfiducia nella forme classiche della rappresentanza così come l’incantamento per dei guitti come Grillo deriva anche dall’incapacità di molti politici di trovare un codice comunicativo che sia al tempo stesso convincente e bello. Il giustizialismo ha fatto leva molto sulle nostre passioni tristi, le rivendicazioni, le recriminazioni, i risentimenti: vorrei immaginare una pratica politica capace di tesaurizzare forme di retorica non pubblicitaria, far nascere passioni non tristi, e addirittura se possibile pensare una pratica politica di tipo artistico. Ma qui mi fermo, non voglio cominciare voli pindarici che mi facciano sembrare un velleitario.

domenica 15 settembre 2013

possibili, probabili, imprescindibili implicazioni al crac dell'euro


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Le conseguenze del disamore

Mimmo Porcaro

A fine primavera eravamo in pochi, a sinistra, a sostenere la necessità di rompere con l’euro, se non con l’Ue in quanto tale, facendo finalmente eco a coloro che già dall’inizio – onore al merito – avevano capito che l’euro era una iattura per i lavoratori europei. A fine estate il numero dei critici della moneta unica di colpo si è accresciuto: sarà la presa di posizione di un leader come Lafontaine e di alcuni dirigenti spagnoli, sarà la rottura delle reticenze da parte di Le Monde Diplomatique, sarà la durezza della realtà, fatto sta che ormai anche tenaci europeisti come Alfonso Gianni sono costretti ad immaginare, quantomeno, una pur improbabile via di mezzo tra euro e no. E fatto sta che, pur prendendo garbatamente le distanze dalle posizioni anti-euro, Mario Candeias – figura di spicco della Fondazione Rosa Luxemburg – deve dichiarare che nulla ci si può attendere dai lavoratori tedeschi (alleati agli esportatori del loro Paese) e che una riforma dell’Ue può partire solo dal sud Europa: che è come dire implicitamente che un “movimento europeo” è impossibile e che si deve ripartire da un’alleanza tra nazioni che rivendicano almeno una parte della loro sovranità.

Questo coro di critiche all’Unione (tanto ampio da includere anche studi di provenienza bocconiana: si veda, in Costituzionalismo.it, il recente lavoro di Luca Fantacci ed Andrea Papetti) ci esime, almeno per questa volta, dal tornare sui motivi che le legittimano; così come ci riserviamo di analizzare in seguito le diverse proposte di uscita totale o parziale dalla situazione attuale. Per adesso vorremmo solo indicare alcune conseguenze di questo improvviso “disamore” verso l’euro, ossia alcune implicazioni di quelle proposte, spesso sottovalutate dai loro stessi autori.

Prima implicazione:
 ogni seria, pur se moderata, riforma della situazione attuale porterebbe alla dissoluzione della zona euro e quindi probabilmente alla fine dell’Unione. E ciò per il semplice fatto che la frazione dominante del capitalismo europeo (quella bancaria) ed il Paese dominante dell’Unione (la Germania) sono certamente convinti fautori dell’euro, ma solo dell’euro così com’è: perché la sua stabilità garantisce i creditori; perché la sua netta sottovalutazione rispetto ai valori dell’economia tedesca (una vera e propria svalutazione stabile) avvantaggia gli esportatori di quel Paese; perché l’impoverimento indotto nei paesi debitori, anche se da una parte fa diminuire la domanda di merci tedesche, dall’altra favorisce nettamente la centralizzazione del capitale nel nucleo forte d’Europa. Quindi questo euro va bene, ma ogni altra forma no. Per conseguenza anche chi non se la sente di proporre decisamente la rottura e pensa piuttosto ad una riforma dei trattati o ad una moneta comune deve prepararsi a gestire, in caso di vittoria, la crisi ed il collasso dell’intera costruzione comunitaria. E se non lo fa è un irresponsabile. Siamo troppo netti, troppo dogmatici? Escludiamo a priori tendenze riformiste nel capitalismo tedesco? No: diciamo soltanto che al momento non si vede nessuna, ma proprio nessuna di queste tendenze (nemmeno, per intenderci, nei socialdemocratici tedeschi), che al momento dalla Germania possono venire solo alcune concessioni tattiche e che una tendenza riformista potrebbe eventualmente mostrarsi solo di fronte ad una decisa posizione dell’Europa del sud, del tipo “O si cambia o ce ne andiamo”. Siamo in grado di fare una proposta del genere, magari anche in sede di elezioni europee?

Seconda implicazione: è ora che il nostro Paese ripensi radicalmente la propria collocazione internazionale, affrancandosi dal rapporto servile con l’occidente neoliberista e rivolgendosi all’area mediterranea ed ai Brics, Paesi che per amore o per forza devono puntare su economie semi-regolate e sulla limitazione di quella libera circolazione dei capitali che ha distrutto la forza dei lavoratori. Altrimenti passeremmo dalla padella dell’Ue alla brace della zona atlantica di libero scambio, divenendo terreno di conquista del capitale Usa. L’uscita da sinistra dall’euro richiede l’uscita dalla subordinazione atlantica e dunque anche dalla Nato: ogni diversa soluzione sarebbe peggiorativa. Quello che si prospetta è insomma un tornante assai serio e pericoloso, ma ineludibile. E, per coloro che sventolano la bandiera rossa, è una grande occasione per superare le condizioni strutturali che hanno reso impossibile, in Italia, ogni seria ipotesi socialista. Ma anche per coloro che si attestano sulla difesa della Costituzione la scelta è inevitabile, giacché i più grandi insulti alla Carta fondamentale sono venuti proprio dall’alleanza atlantica, con la guerra, e dall’Unione europea che eliminando la sovranità nazionale ha distrutto il presupposto elementare della democrazia e della Costituzione stessa. Saremo consapevoli della necessità e della durezza della scelta? Sapremo costruire la forza politica ed il consenso popolare necessari a gestire questo passaggio davvero epocale?

Terza implicazione: 
come i preti che, per tener buoni borghigiani e villici, facevano affrescare le chiese medievali con truculente immagini dell’inferno, i fanatici dell’euro ci terrorizzano con l’elencazione delle infauste conseguenze della rottura, ossia svalutazione galoppante, crollo di tutti gli indicatori interni, salari falcidiati, miseria, fame. Si tratta di palesi esagerazioni contro le quali è doveroso polemizzare sempre, senza però cadere in una opposta e colpevole faciloneria. L’uscita dall’euro implicherebbe davvero, in un primo momento, seri problemi, ed è anche per questo che il Paese sceglierà questa soluzione solo quando sarà disperato. Tali problemi potrebbero essere risolti o attenuati solo da misure di tipo semi-socialista: la limitazione dei movimenti del capitale, la protezione dei salari, la nazionalizzazione delle imprese strategiche e soprattutto delle banche (che altrimenti sarebbero facile preda di acquisizioni ostili in quanto colpite dalla rivalutazione del loro debito con l’estero); la centralizzazione della politica industriale. Insomma: una pur parziale prospettiva socialista non è più un pio desiderio di alcuni di noi ma una necessità imposta dalle esigenze di sopravvivenza del Paese. Il che ci costringe a fare sul serio e a non parlare più solo di diritti e reddito, ma anche di proprietà e di organizzazione della produzione. Ne saremo capaci?

Quarta implicazione:
 tutto quello che si è detto sopra presuppone un significativo ampliamento e mutamento del nostro fronte sociale. Bisogna prendere atto che i lavoratori stabilmente occupati, anche se sono un elemento essenziale per la trasformazione del Paese, sono al momento alleati col capitale europeista e che le strutture sindacali e politiche a cui essi fanno normalmente riferimento sono vere e proprie cinghie di trasmissione dei desideri di quel capitale. Questa frazione di lavoratori non può più, almeno per adesso, essere considerata come la guida del nostro fronte, ed il rapporto col mondo del lavoro non può risolversi tutto nella relazione con questo o quel sindacato maggioritario, fosse anche quello più “di sinistra”. Pur continuando la nostra battaglia politica all’interno del lavoro stabile e dentro/contro i sindacati maggioritari, la nostra principale cura deve essere quella di aggregare lavoratori precari, atipici ed autonomi, e comunque tutti coloro che sono costretti a proporre soluzioni radicali della crisi attuale. E deve essere quella di sfondare il blocco sociale della destra aggregando (oltre a parti non irrilevanti della piccola-media impresa esportatrice) le frazioni più deprivate del proletariato e i piccoli imprenditori già berlusconiani attorno ad un programma che, pur mantenendo fermo il valore della lealtà fiscale, rimandi il pieno recupero della piccola evasione ad una futura fase di ripresa economica, e riduca sensibilmente le sanzioni attuali. In un primo momento i soldi non vanno rastrellati tra i (numerosi) piccoli evasori, ma presi ai grandi evasori e alle banche (nazionalizzazione) e sottratti capitale finanziario internazionale (ridefinizione del debito e nuovo ruolo della Banca d’Italia). Solo dopo si potrà procedere ad una graduale regolarizzazione fiscale e ad un graduale superamento delle arretratezze della piccola impresa. Sapremo uscire dalle vecchie abitudini mentali ed immaginare un fronte sociale davvero nuovo, capace di farci divenire, potenzialmente, forza maggioritaria nel Paese?

Se risponderemo positivamente a tutte queste domande la fine dell’euro segnerà la nascita di una vera e nuova sinistra italiana, inevitabilmente orientata al socialismo. Altrimenti sarà gestita da qualche capopopolo avventurista o rimandata sine die dall’ineffabile PD: in ogni caso la conseguenza sarà la rovina dell’Italia.