Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 4 ottobre 2013

Il Pd partecipa e finanzia le guerre umanitarie e' complice delle morti di bambini e donne

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La via “maldestra”

di Elisabetta Teghil

La velocità con cui si è realizzata in Italia la trasformazione del PD in partito neoliberista che cerca qui di imporre i dettami di quella ideologia e gli interessi dei circoli atlantici, capofila dello smantellamento dello Stato sociale e sponsor delle guerre neocolonialiste, ha creato nuovi spazi per la sinistra riformista e socialdemocratica che spera di ritagliarsi un ambito, sia pure solo in termini elettorali gestendo in qualche modo il movimento.

E’ la miseria dei partitini, a sinistra del PD, che implementati nell’omologazione dentro il dettato di potere, hanno come unico scopo la propria riproduzione.

Questo è il senso della manifestazione del 12 ottobre prossimo “La via maestra”, trasformazione e appiattimento che si riduce tutto ad un problema di difesa della Costituzione, mentre non è altro che un tentativo presuntuoso e maldestro di dirigere il dibattito e di ritagliare il movimento a propria immagine e somiglianza.

Nella crisi del riformismo, nell’incapacità di rappresentare anche solo dal punto di vista dei numeri elettorali, interessi di classe o segmenti di essi, si strumentalizza tutto e tutti e volutamente si omette che il PD ha violato e viola la Costituzione là dove vota, partecipa e finanzia le guerre umanitarie e foraggia le scuole private. I promotori de “La via maestra” nel loro malandato barcone fanno salire persone e sigle che si sono distinte per accordi, alleanze, complicità con il PD e che, come ieri hanno chiesto a gran voce l’aggressione alla Jugoslavia e alla Libia, oggi chiedono l’intervento “umanitario” in Siria.

Senza pudore.

Questa gente si offre da “gendarme” dentro il movimento in cambio di un piccolo spazio istituzionale, magari ritagliato dai cascami del finanziamento pubblico ai partiti, in una logica tutta interna al gioco delle compatibilità istituzionali. Il tutto si risolve in un problema di Costituzione, ma, se un domani fosse utile, invocherebbero il contrario, come già hanno fatto con le guerre neocoloniali, a seconda se stavano al governo o all’opposizione.

Non è altro che l’assunzione e la partecipazione ai meccanismi di controllo sociale e produzione di consenso propri del sistema occidentale. Nello stadio neoliberista queste iniziative si offrono come perfezionamento del sistema stesso. Questo genere di manifestazioni è destinato, nella migliore delle ipotesi, solo ad alimentare illusioni infantili come quelle che hanno determinato la ridicola frenesia elettoralistica alle ultime comunali a Roma.

I promotori ricordano quelli che fanno il gioco delle tre carte e ogni volta presentano le loro iniziative come la “costituente di sinistra” omettendo che occorre collocarsi assumendosi la responsabilità di aprire un fronte di lotta, qui, nei paesi del dominio imperialista, un fronte di ricomposizione di classe nella metropoli capitalista, che sappia rapportarsi con le lotte diffuse nel paese e nel terzo mondo, che parta dal rifiuto dei processi di produzione e di riproduzione sociale nella denuncia precisa e puntuale degli apparati che governano questi processi e dei gangli istituzionali che li perpetuano.

E’ questa tensione e questa volontà politica che si vorrebbe chiudere con iniziative come “la via maestra”, accompagnate, se necessario, dall’aggressione, dalla delazione, dalla consegna alla polizia, magari dettando le righe delle sentenze della magistratura, delle diverse situazioni di lotta che pure in Italia ci sono. E in questo sono figli della tradizione della demonizzazione fatta di volta in volta degli autonomi… dei black bloc…dei violenti/e… facendo balenare, non tanto velatamente, l’accusa di terrorismo.

Questa è la tradizione a cui si richiamano.

Sono partecipi del realizzarsi, sia pure con ritardo rispetto agli altri paesi europei, del progetto neoliberista che è il furto delle lotte in questo paese,la pauperizzazione dei lavoratori, della piccola e media borghesia, dei liberi professionisti, dei lavoratori cognitivi, la strumentalizzazione della violenza sulle diversità e dei diritti umani. Non contenti di aver gestito in passato le lotte in termini corporativistici, oggi si offrono come consiglieri del re, portando in dote una strumentazione più avanzata e più raffinata di controllo del conflitto sociale.

Un messaggio immediatamente massmediato e spettacolarizzato dalla comunicazione, quella stessa che ha demonizzato ogni manifestazione di protesta e di autodifesa collettiva.

Gli stessi media partecipi di una campagna tesa a giustificare lo smantellamento dello stato sociale dietro l’alibi della crisi, a far accettare la colonizzazione di aree geografiche e, in definitiva, a far sottostare alle regole e alla legalità del sistema sociale neoliberista, non a caso queruli e tutti eccitati, dipingono l’iniziativa come valida e utile.

Alla fine dei conti, un messaggio, quello de “La via maestra” e dei coristi dei media, che è uno fra i tanti dello stesso tenore che sono stati diffusi in questo ultimo periodo, solo leggermente più sofisticato.

Ma, in realtà, è l’accettazione del sistema economico sociale e politico che ha sdoganato il razzismo e la guerra fra i poveri. Una situazione resa possibile per l’assenza di un punto di vista di classe in grado di evidenziare le cause reali del momento determinate dall’autovalorizzazione del capitale. Queste iniziative si fanno complici, con il loro invito a cooperare con l’attuale sistema, del suo miglioramento e del suo perfezionamento.

In Italia l’imposizione, da parte dell’iper-borghesia, che possiamo definire altrimenti borghesia imperialista, della propria valorizzazione come priorità assoluta, ha determinato la rottura del patto sociale e la ridefinizione degli assetti istituzionali.

E’ questo l’aspetto fondante che spiega l’attacco ad alcuni passaggi della Costituzione e la velleitarietà di chi pensa di curarne le manifestazioni esteriori, nel solco di chi riduce, rendendosene complice, tutto ad un problema di tangenti e di moralità.

Da qui la necessità, per imporre questo passaggio epocale, di avere il consenso delle masse e, là dove non arriva il PD, si offrono i partitini della così detta sinistra radicale e le iniziative come quelle de “La via maestra”. E gli uni e le altre fanno appello ai più barbari e più “umani” stati d’animo prodotti dall’insicurezza e dalla miseria crescente.

Oggi, si riapre concretamente la necessità della ricomposizione di classe imperniata intorno all’attualità di uscire da questa società. Un processo all’altezza della sfida messa in atto dal grande capitale.

lunedì 30 settembre 2013

l’odierna Europa non è altro che un progetto criminale

Fusaro vs De Monticelli

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Fusaro vs De Monticelli

Uno scambio di riflessioni

Di seguito la risposta di Diego Fusaro ad una severa critica  nei suoi confronti pubblicata da Roberta De Monticelli sul sito Phenomenology Lab e riportata in calce

"Cara Roberta,
chiamato in causa dalla tua appassionata e appassionante riflessione, ti rispondo. Lo faccio in privato, per correttezza. Se poi tu riterrai opportuno, renderò pubblica la risposta. Mi sembra corretto fare così con una collega, per di più decano, che stimo e con cui sono seriamente felice e onorato – al di là di ogni retorica – di potermi confrontare su questi temi decisivi. Nel rispetto dell’interlocutore, credo sia più giusto fare così. Spero, naturalmente, in un’analoga amicizia e in un’analoga stima da parte tua, nonostante la differenza delle visioni (o proprio in forza di essa, se, come credo, è sempre bene valorizzare le differenze!).
Credo che, in fondo, combattiamo contro la stessa cosa, se – come tu dici – è contro la “mente prigioniera” che lotti. È ciò contro cui lotto anch’io. Certo, bisogna capire di che cosa è prigioniera oggi la mente: converrai con me che le ideologie cambiano e che di volta in volta è l’ideologia dominante a imprigionare le menti.
Oggi credo sia difficile dimostrare che l’ideologia dominante non sia quella neoliberale, l’ideologia perfettamente compiuta che – ecco il punto – liquida come ideologia tutto ciò che esula dall’orizzonte neoliberale presentato come modo naturale di pensare, esistere e produrre. È questa, ahinoi, la prigione che tiene in cattività le menti oggi. Non era forse Socrate che si muoveva nello spazio pubblico dell’agorà per destrutturare le false opinioni – le ideologie,potremmo anche dire – radicate nella mente dei concittadini?
Mi sfugge dunque il senso del tuo richiamo a Socrate, che – se non ti conoscessi di persona e se non conoscessi la tua intelligenza – sembrerebbe solo un insulto degno di Sallusti e non di Roberta De Monticelli. Perché demonizzare a priori il proprio interlocutore (grande o piccolo che sia) presentandolo come la negazione vivente di Socrate? La filosofia si dice e si pratica in molti modi. Io ben capisco la tua visione della filosofia (pur non condividendola personalmente); tu escludi a priori la mia, negandole il titolo stesso di filosofia.
Sono anch’io un europeista convinto, come Erasmo e Spinelli, ma poi anche come Kant: ed è proprio per questo – sottolineo: per questo! – motivo che sono contro l’odierna eurocrazia, che dei sogni di Spinelli e di Kant è il pervertimento. Cosa c’entra l’odierna Europa del debito e dell’asservimento economico dei popoli con il nobile progetto di Spinelli e di Kant? Perché continuare a negarsi – a proposito di mente prigioniera! – che l’odierna Europa non è altro che un progetto criminale per portare a compimento quel processo – avviatosi nel 1989 – di privatizzazione integrale delle esistenze e di smantellamento coatto dei diritti sociali? Perché, in nome della passione della verità e della denuncia delle storture del mondo, ostinarsi a non vedere che la funzione della moneta unica non è servire i popoli, ma asservirli, rinsaldando il potere dell’aristocrazia finanziaria e del grande capitale europeo, cifra macabra di un’Europa finanziaria in cui i popoli e le nazioni non contano più nulla né come soggetto politico, né come soggetto sociale?
Per tornare, una volta di più, al tema del berlusconismo: non ho mai sostenuto ciò che tu continui ad attribuirmi, presentandomi come un berlusconiano larvato. Sono allievo di Hegel e di Marx, non di Pera o di Schifani! Come già dicevo, il punto del problema sta altrove, se solo si sappia guardare più in là dell’asfissiante teatrino dello scontro berlusconiani-antiberlusconiani. Il problema non è tanto la volgarità patetica del Cavaliere, ma la metamorfosi della sinistra. In che senso?
Come già scrivevo, l’antiberlusconismo ha permesso alla sinistra di occultare la propria adesione supina al capitale dietro l’opposizione alla contraddizione falsamente identificata nella figura di un’unica persona, secondo il tragicomico transito dal socialismo in un solo paese alla contraddizione in un solo uomo. Così facendo, la sinistra si è potuta volgarmente riciclare, aderendo al monoteismo del mercato e dirottando su un’unica persona la contraddizione contro cui combattere. Come l’odierno antifascismo in assenza integrale di fascismo, così l’antiberlusconismo ha svolto il ruolo di fondazione e di mantenimento dell’identità di una sinistra ormai conciliata con l’ordine neoliberale.
Ingiustizia, miseria e storture d’ogni sorta hanno così cessato di essere intese per quello che effettivamente sono, ossia per fisiologici prodottidell’ordo capitalistico, e hanno preso a essere concepite come conseguenze dell’agire irresponsabile di un singolo individuo. La cessazione palese dell’ostilità verso il nomos dell’economiaè stata riconvertita in conflitto moralistico-legalistico verso un unico individuo. È una tragedia sociale, politica e culturale. Forse la più grave degli ultimi trent’anni.
Anche sull’affaire Assad mi attribuisci parole e posizioni che non sono le mie e mi vedo pertanto costretto a rettificare. Capita che popoli e nazioni oppresse talvolta si ribellino, sia pure a modo loro e con i mezzi che sono loro a disposizione e che l’anima bella occidentale è subito pronta a bollare come “terrorismo”,“integralismo”, ecc. Non si tratta ovviamente di approvare tutti questi mezzi,né di giustificarli in ambito morale o politico. Si tratta, però, di capire il fatto – di per sé chiaro come il sole – che i mezzi estremi impiegati dall’imperialismo possono provocare reazioni estreme. Questo il punto. Non sto affatto con Assad, per il quale non nutro personalmente alcuna simpatia: ma non accetto neppure che si usi Assad – presentandolo ipocritamente come il nuovo Hitler – per aggressioni imperialistiche stabilite a priori (da quant’è che si doveva attaccare la Siria? A quando risale l’inserimento della Siria nelle liste di proscrizione globali?).
Non sono affatto un sostenitore della Siria in quanto tale, ma nel probabile nuovo conflitto tra gli aggressori USA e gli aggrediti siriani sto senza se e senza ma dalla parte di questi ultimi: o vogliamo negare la legittima difesa agli aggrediti? Non schierarsi non è degno di un intellettuale, ed è tipico solo dell’anima bella di cui diceva Hegel. Di più:non schierarsi significa legittimare ciò che è, i rapporti di forza quali sono.
Ripeto: non nego che Assad sia un personaggio poco raccomandabile (ho mai detto forse il contrario?), nego però il teorema – degno della mente prigioniera di cui sopra – per cui bisogna sempre da capo intervenire militarmente, usando i diritti umani come foglia di fico per coprire oscene aggressioni imperialistiche (Iraq, Libia, Siria, ecc.). Tutto qui: né più, né meno.
Non penso ovviamente che il capitalismo sia il nuovo Dio che tutto decide, ed è anzi ciò contro cui combatto: e, tuttavia, sì, lo ammetto senza remore, penso che la contraddizione primaria sia il nesso di forza capitalistico, con il classismo che genera a propria immagine e somiglianza e che – mi pare di capire – resta sempre ai margini della prospettiva della questione morale. Il fatto stesso che si citi la falsa alternativa tra Bush e Obama mi pare sintomatico: sono davvero così diversi? O non sono entrambi manifestazioni della stessa contraddizione che sfocia nel bombardamento etico?
Come già dicevo, il proceduralismo democratico e il formalismo delle norme attualmente non presentano il benché minimo interesse per i nove decimi dell’umanità sofferente: la quale lotta per sopravvivere e per poter accedere al benessere minimo, orientandosi secondo visioni non proceduralistiche, bensì contenutistiche. Esse presentano, quale contenuto, la legittima richiesta di riconoscimento e di uguaglianza, sia pure espressa in una maniera che il lessico proceduralista inquadra come fondamentalistica. Questo è il punto. Ciò non significa – si badi – che io neghi la responsabilità degli individui, ci mancherebbe altro!  Significa solo che tengo – o, almeno, provo a tenere – in debita considerazione la storicità (che è esattamente ciò che manca nella prospettiva kantiana, come ben rilevò Croce);la quale – come sapeva Marx – è un nostro prodotto dal quale poi siamo tuttavia condizionati nel nostro agire. Per questo, nel mio piccolo, rigetto l’alienazione capitalistica e le patologie che le sono consustanziali. Se non credessi nella libertà degli individui di dire di no, non avrebbe senso pensare e agire, sperare e lottare: non trovi?
Vengo ora alla replica della domanda che tu mi poni: “lo sviluppo del capitalismo è sostenibile, nel rispetto di regole severe”?. Se si impongono regole severe, non è più capitalismo: il capitalismo ha come fondamento esattamente l’annullamento di ogni regola che non sia quella che il mercato si autoimpone (da cui i continui starnazzamenti dei neoliberali contro i lacci e i lacciuoli della politica sociale)! Quello che tu dici, è per me accettabilissimo! Viva le regole che limitano l’economia! Ben venga la gestione con norme rigide e severe della produzione! Ma questo non si chiama forse primato della politica sull’economia,id est egemonia del governo degli uomini sui meccanismi della produzione e dello scambio? Non è questo forse un tentativo di dare regole all’economia limitandola e riconducendola al servizio dell’uomo? Se questo è, siamo d’accordissimo, ed è peraltro quello che vado sostenendo da tempo. Il punto è che ciò significa uscire dal capitalismo, e mi fa davvero piacere che tu – che pure non parli, salvo errore, di uscita dal capitalismo – di fatto proponga quella tesi! Come si può gestire politicamente e con regole il mercato rimanendo in Europa, che è esattamente la neutralizzazione della possibilità politica dei popoli di decidere sovranamente sulla propria esistenza? Come puoi armonizzare la tua aspirazione a porre limiti e leggi all’economia e, insieme, approvare l’apparato burocratico che la rende irrealizzabile? Come non vedere che il solo modo per realizzare ciò che tu dici – regole per il mercato – ci vuole la politica, la quale a sua volta,per operare, dev’essere liberata dall’egemonia dell’economia sancita dalla moneta unica?
Ti ripropongo quel che ti dicevo qualche mese fa: saresti d’accordo a organizzare insieme un dibattito su questi temi al “Punto Rosso” o il qualche altro luogo pubblico di nostro gradimento? Che ne dici? A me farebbe molto piacere e ne sarei onorato. Ti ringrazio fin da ora per aver preso in considerazione le mie tesi con serietà e passione, un caro saluto,
Diego."

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Dalla più vecchia al più giovane: perplessità per aprire un dibattito

By Roberta De Monticelli

Ma che sventura.

Ho scoperto ieri in un consiglio di facoltà di essere il “decano” della mia facoltà – cioè la più vecchia ancora in ruolo. Bene, la mia vita è stata splendidamente varia e interessante, nulla da obiettare. Ma che strano destino, fra molti privilegi, sembra delinearsi in questo crepuscolo della Repubblica per una vecchia prof. che – a parte le sue lezioni e i suoi libri – ha passato gli ultimi dieci anni a combattere il totalitarismo mentale – la sindrome della “mente prigioniera”, la chiamava il grande Czeslaw Milosz – che tutti ci minaccia, e che è socratica vocazione combattere.

Che sventura che la più vecchia, finita una stagione di battaglie e nel mezzo di una speranza (nel nostro piccolo) di rinnovamento, almeno di questa piccola accademia dove il meglio della vita umana potrebbe fiorire negli studi e nella ricerca – debba imbattersi con sconcerto e incredulità in questa pagina scritta dal più giovane, bel virgulto di speranze (anche per il mondo umiliato e sofferente dei suoi coetanei, dei nostri ragazzi, in questa agonizzante Repubblica):

http://eidoteca.net/2013/09/18/la-situazione-siriana-intervista-al-filosofo-diego-fusaro/

Per constatare che il totalitarismo mentale o la prigionia interiore cresce e si diffonde, più tenace che mai, affascinando probabilmente molti della sua generazione, altrimenti non si spiegherebbe il consenso di cui il giovane “filosofo” (perdonate, perdonami Diego le virgolette, ma non è possibile usare il nome della vocazione di Socrate  per chi pensa in modo tanto contrario a Socrate!) gode in rete e nei media.

Oh caro Diego Fusaro, perché è a te che voglio parlare, e non è la prima volta che ci provo. Ti ho ascoltato oracoleggiare da economista  sull’euro e l’Europa in uno spezzone di una trasmissione che davvero assomigliava a una gabbia – non di matti forse ma di cialtroni urlanti, e questo, poverino, non è colpa tua, il livello medio dei dibattiti televisivi è quello che è. Ne so qualcosa. E pazienza, ho spento l’occhio catodico demenziale, pregando l’anima di Altiero Spinelli di aver pazienza, in fondo c’è buona volontà oltre la catastrofe che tu suggerisci come buona via (uscire dall’euro), e certo che un’Europa politica, che finalmente riduca la sovranità degli stati membri anche nel resto della politica e non solo nell’economia,  è infine la cosa per cui bisognerebbe combattere giorno e notte.

Già ero rimasta sorpresa di apprendere da una precedente pagina in rete che il tuo peggior nemico nel dibattito pubblico è chiunque si ostini ad essere antiberlusconiano – personalmente preferirei non dover dare un nome proprio alla mentalità viscidamente truffaldina, mafioseggiante e protervamente impunita dei palazzinari e puttanieri (mi scusino i miei studenti) che con l’aiuto di una classe politica senz’arte né parte da vent’anni a questa parte diffondono l’osceno e lo chiamano libertà o forza italia o qualsivoglia altra bestemmia garbi loro. Preferirei non dare un nome proprio a questa mentalità non maggioritaria certamente ma ben radicata, che con l’aiuto di leggi infami si è impadronita di quasi tutta la Cosa Pubblica, fino a ridurla all’agonia in cui versa. Ma infatti non è più un nome proprio quello, non più di quanto lo siano altre designazioni dei ricorrenti flagelli in cui si condensa per una o due generazioni la banalità del male. Anche se il nome di origine propria che meglio designa l’umanità che il berlusconismo lascia erede di se stesso è: la razza nana degli scilipotidi.

Ma aprire una qualunque pagina in rete, e trovarmi faccia a faccia con l’inconcepibile – Diego: la tua difesa di Assad e dello stato siriano dal vero Nemico : il capitalismo o l’imperialismo statunitense – no, a me questo sembra davvero troppo per cambiare pagina e tornare a cose più urgenti. Come dire, sentirti dire queste cose e star zitti, è quasi come sentir lodare Stalin o Hitler e far finta di niente. Non è che perché uno non ha tutto il potere che questi due scatenarono contro il mondo, che la sua efferatezza è meno grave, mi pare. E allora davvero fammi capire il tuo argomento, Diego. Sono dunque solo ideologia e menzogna quelle che descrivono Bashar Assad come un autocrate responsabile di alcuni eccidi fra quelli spaventosi nella storia dell’uomo? Non c’è alcun fatto nell’autocrazia siriana? Bada bene, riconoscere alcuni fatti non significa affatto rimuoverne altri: per esempio che in alcune provate occasioni Israele e gli stessi Stati Uniti hanno usato eccome i famigerati gas, i mezzi dello stragismo più vigliacco e disumano che ci sia. Non fraintendermi dunque – non ho alcuna difesa d’ufficio da fare. Ma – perché è questo il vero punto della mia incredulità, e, se vorrai, del contendere, anche nel caso delle cose patrie: è possibile che tu creda veramente, caro Diego, che sia il “capitalismo” l’autore di tutta a) la violenza politica e bellica (scenario internazionale) b) la corruzione del diritto, dell’etica, del linguaggio e della logica che stanno uccidendo questa nostra Repubblica (scenario nazionale)? Oh Diego, dunque questo tu insegni? Il “capitalismo”, questa prosopopea, decide dei gas e delle bombe, decide delle leggi elettorali e delle leggi ad personam, decide di sopprimere o stravolgere una Costituzione, decide di Guantanamo o di Abu Omar, decide magari anche di mettere in cattedra te o (frittata già fatta) me? E non fa proprio la minima differenza che a fare il presidente degli Stati Uniti sia un Bush o un Obama, e a fare – si parva licet – il nostro Presidente sia un uomo che ancora nel ’56 non ci vedeva giusto su carri armati e altre contingenze del Reale, che come si sa è Razionale, o (speranza che sfiorammo e che svanì) un grande costituzionalista che ha speso la vita a dare delicate articolazioni normative all’idea di giustizia? E non ti sfiora il dubbio che, comunque tu lo voglia chiamare, un modo di funzionamento della vita economica pur centrato sul mercato cambi come dal giorno alla notte a seconda delle regole e delle istituzioni in cui gli è concesso di funzionare, e che queste non sono leggi interne di un noumeno detto “capitalismo” ma norme che siamo noi a chiedere o a rifiutare? O che, se la repubblica mondiale del diritto auspicata da Kant ancora non esiste, l’antidoto al regime di una potenza unipolare non sia Carlo Marx – ma proprio un po’ più d’Europa?

Ma con domande così larghe e accorate un dibattito forse non può cominciare. E allora lancio il guanto e ti sfido a una replica semplice: come commenteresti tu la tesi di Sylos Labini (2002), citata da Barbara Spinelli (“la Repubblica”, 18/09/2013): che “lo sviluppo del capitalismo è sostenibile”, se lo è,  “nel rispetto di regole severe”? Che è in mancanza, o nella violazione di queste, che una civiltà si ammala? E quello che tu chiami “il fanatismo dell’economia” non è forse un aspetto dell’abdicazione (tutta politica) della “politica” a governare le cose umane con ragione e giustizia, e non una “legge” inesorabile del “capitalismo”? Perché se tale fosse, a chi o a cosa si appella il tuo richiamo al “pathos anti-adattativo” e al gramsciano “spirito di scissione”, che crescono (speriamo) in noi?