Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 ottobre 2013

Il profitto è l'unica regola che segue il Capitale


1)     Tassa sulle transazioni finanziarie

2)    Sistema bancario ombra. All’interno del sistema finanziario, il sistema bancario ombra svolge funzioni importanti, ad esempio creando ulteriori fonti di finanziamento e offrendo agli investitori alternative ai depositi bancari. Esso però può anche rappresentare una potenziale minaccia per la stabilità finanziaria di lungo periodo. Il fallimento disordinato di entità del sistema bancario ombra può comportare un rischio sistemico, sia direttamente che attraverso la sua interconnessione con il normale sistema bancario. Queste attività ed entità restano soggette ad un livello di regolamentazione e vigilanza meno stringente rispetto al resto del settore finanziario, il rafforzamento della regolamentazione bancaria potrebbe spingere una parte consistente delle attività bancarie al di là dei confini dell’attività bancaria tradizionale e verso il sistema bancario ombra

3)     I mercati dei prodotti derivati. Dovranno essere scambiati non più sui mercati ‘over the counter' (vale a dire fuori dei circuiti borsistici ufficiali) ma su mercati o piattaforme regolamentati, sotto il controllo delle autorità di vigilanza. Tutte le informazioni relative a tali scambi dovranno essere canalizzate in centri di raccolta (trade repositories) a cui le autorità potranno avere accesso anche per fini di politica economica

4)     Realizzazione delle regole e delle procedure per smantellare e rimpicciolire le istituzioni finanziarie “troppo grandi per fallire”, le quali rappresentano una reale ed immediata minaccia per le finanze pubbliche

5)     Forti controlli sull' economia finanziaria non bancaria sommersa, hedge funds e private equità firms

6)     Regolamenti per regolare le attività bancarie di investimento a rischio dalle altre operazioni bancarie

7)     Eliminazione dei paradisi fiscali

8)     Porre un freno ai bonus e ad altri piani remunerativi del settore finanziario irresponsabili ed eccessivi

9)     Stretta normativa per le agenzie di rating creditizio, per mettere fine all’attuale oligopolio e limitare i conflitti d’interesse. Va ridotta la dipendenza delle istituzioni finanziarie dalle agenzie di rating. Nessuno dovrà più affidarvisi in maniera meccanicistica. Occorre invece ridurre gradualmente la loro rilevanza, evitando tutti i rischi potenziali destabilizzazione dei mercati

10) Fornire ai consumatori una protezione finanziaria, per esempio, contro i prestiti predatori, sia tramite la normativa che il completo coinvolgimento del personale nei processi di controllo

11) Sostegno ai servizi finanziari che servono l’economia reale, quali cooperative bancarie, società mutue di assicurazioni e servizi finanziari pubblici

12) Basilea III, aumento del capitale delle banche e della liquidità rispetto ai livelli attuali. Regole da applicare a gennaio 2013, ma disattese dal Sistema bancario internazionale di comune accordo

13) Fallimenti controllati. Ogni Paese dovrà comunque garantire un quadro istituzionale che preveda la possibilità di liquidare banche a rischio sistemico senza che il sistema finanziario mondiale corra rischi gravissimi e senza che si debba attingere al denaro pubblico 

Queste erano in linea di massima le proposte individuate subito dopo la crisi del 2007/08, dal G20 e che rimbalzavano da un giornale all'altro da uno schermo TV americano a quello europeo, proposte per impedire che schoc economici cosi gravi non si potessero ripetetere. 

Passata la paura tutto è rimasto come prima, il Sistema delle Finanze, comprensivo di tutto le banche, è diventato ancora più ipertrofico e si fanno soldi attraverso carta straccia, lo stesso dollaro è diventato carta straccia tutto in attesa della prossima bolla, che scoppierà ,ma che al momento non si riesce ad individuare da dove partirà.

Potrebbe partire dal non finanziamento del Quantitative Easing, 85 miliardi di dollari al mese immessi dalla Fed di cui la maggior parte servono per comprare titoli del tesoro degli Stati Uniti ,ma una parte finisce nel Sistema Finanziario ad ingrossare la possibilità della speculazione internazionale.

E' solo di qualche settimana fa il solo annuncio dell'abbassamento degli 85 miliardi mese che ha portato scompiglio su tutte le borse internazionali e di conseguenza l'annuncio è stato ritirato di corsa, adesso la Fed è in mano a  Janet Yellen e a lei il difficile compito di gestire questo grande problema

Dall'altra parte c'è il capitale che sta conducendo un'offensiva a tutto campo contro il lavoro e dove può elimina diritti e abbassa i salari, mette in concorrenza a livello internazionale il mondo del lavoro, immette nei sistemi industriali più maturi gli immigrati dalle parti più povere della terra e li mette in diretta concorrenza con i lavoratori nativi allo scopo di precarizzare tutto il Lavoro.

Un'offensiva a tutto campo in cui valuta l'opportunità di spostare una produzione da un paese all'altro damblè, vedi la Fiat, produce in Serbia, Turchia, Polonia, Brasile e ultimamente negli Stati Uniti dove i nuovi operai invece di essere pagati 24 dollari ora sono pagati 14 dollari ora,quasi la metà. Questo esempio rimane come paradigma per tutto il Sitema Produttivo Internazionale.

Bernanke, grande studioso della crisi economica degli anni '30 ha giustamente introdotto il Quantitative Easing nel Sistema Paese degli Stati Uniti, come ha fatto la Banca del Giappone e la Banca Centrale Cinese ma le prime due hanno rilasciato credito che non è stato utilizzato per  innovare il Sistema Produttivo ma è servito per sostenere il Sistema Finanziario che non ha prodotto, ne può produrre altro che successive e maggiori bolle speculative.

La Banca Centrale Cinese ha si indirizzato il credito verso la produzione ,ma essenzialmente verso il mattone, grandi opere cementifice ,ma non ha spostato di una virgola il problema, ha solo creato una grande bolla immobiliare che potrebbe scoppiare in ogni momento.

Il Capitale non sa fare altro che muoversi per produrre profitto, soldi, non ha lungimiranza, non gli importa della vita e della morte degli uomini, del sangue e ossa, delle viscere e della carne pensa solo a generare soldi dalla vita di ognuno di noi, in ogni gesto, in ogni pensiero che facciamo, è intrinseco nella sua natura, nel suo essere.

Oggi noi ci troviamo di fronte alla necessità di dire basta, così non possiamo ne vogliamo andare avanti, oggi abbiamo la capacità di individuare un modo di produrre oggetti in maniera diversa da come il Capitale, da secoli, ci propone, oggi diciamo a voce alta che possiamo vedere cosa ci necessità produrre e quindi indirizzare la produzione a fare quello che abbiamo individuato, adesso possiamo capire quanti oggetti ci necessitano e quindi produrli.

Adesso noi valutiamo che tutti gli uomini hanno la necessità e la voglia di lavorare, di avere un lavoro dignitoso, abbiamo gli strumenti tecnologici, abbiamo la capacità di ripartire il lavoro fra tutti, lavorando di meno, ma lavorando, inseriti tutti in un contesto sociale dove la dignità diventa ed è valore.

"produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile".

Per fare ciò abbiamo bisogno di costruire una soggettività politica, delle soggettività politiche all'altezza di questi compiti. Anche qui la tecnologia ci aiuta possiamo farlo, dobbiamo farlo. Soggettività politica/politiche che saranno selezionate dagli avvenimenti, soltanto chi riuscirà a stare al passo degli avvenimenti potrà proporre e trovare soluzioni.

 "la polemica non è un male, è solo una forma di confronto crudo sincero, diciamo tutto quello che pensiamo fuori dai denti, e vediamo se riusciamo a far venir fuori le capacità di cui siamo portatori e spenderle per il Bene Comune. Produrre, organizzare, trovare soluzioni, impegnarci a far rete, razionalizzare e mettere in comune, attingere alle nostre risorse".

martelun

giovedì 10 ottobre 2013

Grillo ha ragione



“Liberare” i migranti senza “arrestare” i capitali? Un suicidio politico

emilianobrancaccio.it, 10 ottobre 2013
Contestare il reato di immigrazione clandestina senza aprire una contesa più generale per il controllo dei movimenti di capitale e per un’alternativa di politica economica, costituisce un suicidio politico. Spunti di riflessione per una “sinistra” allo sbando, da tempo incapace di dare coerenza logica alle fondamentali battaglie contro l’avanzata dei movimenti xenofobi e razzisti.
di Emiliano Brancaccio
       
Pubblicato sul Financial Times il 23 settembre scorso, il “monito degli economisti”  denuncia la mancata volontà delle classi dirigenti europee di concepire una svolta negli indirizzi di politica economica, e individua in tale mancanza una causa delle “ondate di irrazionalismo che stanno investendo l’Europa” e dei relativi “sussulti di propagandismo ultranazionalista e xenofobo”.  La recente tragedia di Lampedusa costituisce un esempio terrificante delle conseguenze di questa palese ignavia politica. Il riferimento non è solo al raccapricciante tentativo del Presidente della Commissione europea Barroso di mettere un velo su questa vicenda ricorrendo a una elemosina europea.  Il problema sta pure nel modo in cui le forze di sinistra si sono lanciate in una battaglia per l’abolizione del reato di immigrazione clandestina previsto dalla legge Bossi-Fini.
Naturalmente, nessuno qui nega che sia giusto cercare di intercettare il moto di sdegno che ha attraversato il paese, di fronte alla notizia che i superstiti del disastro di Lampedusa subiranno anche la beffa di essere imputati per il reato di clandestinità. Ma bisogna rendersi conto che oggi più che mai la politica non può esser fatta solo di sdegno o di mani passate sulla coscienza. Soprattutto in tempo di crisi, la politica è alimentata in primo luogo dalla volontà dei singoli e dei gruppi di difendere i propri interessi, di dar voce alle proprie istanze. Le forze di sinistra dovrebbero ricordare che siamo nel mezzo di una catastrofe occupazionale che dall’inizio della crisi ha visto crescere i disoccupati di 7 milioni di unità in Europa e di un milione e mezzo soltanto in Italia. Per le forze politiche avverse agli immigrati si tratta di una manna, di un terreno elettorale fertilissimo. Se non si vuole che la lotta contro il reato di immigrazione clandestina si trasformi in un boomerang dal punto di vista dei consensi, occorre allora collocare quella lotta in una più generale analisi della crisi e in uno sforzo di individuazione delle risposte politiche realmente in grado di fronteggiarla.
A questo scopo, bisognerebbe iniziare a fare i conti con il nuovo “liberismo pragmatico” di questi ultimi tempi,  che da un lato difende a spada tratta la deregolamentazione finanziaria e la relativa, completa libertà di movimento internazionale dei  capitali, e dall’altro lato asseconda aperture alternate a repressioni sul versante delle migrazioni di lavoratori. Il problema è che fino a quando i capitali potranno liberamente spostarsi da un luogo all’altro del mondo, la quota del prodotto sociale attribuita ai profitti e alle rendite resterà indipendente e quindi prioritaria rispetto alla quota destinata al lavoro. Prima che arrivino a intaccare seriamente i profitti, le eventuali pressioni salariali e fiscali verrebbero infatti inibite dalla minaccia di una fuga dei capitali all’estero. Per i lavoratori residenti, dunque, sotto queste condizioni non ci saranno molte possibilità di influire sulla distribuzione del prodotto sociale. Essi saranno costretti a ripartire con gli immigrati una parte residuale della produzione. Questa ripartizione del residuo evidentemente rischia di scatenare la più classica guerra tra poveri, specialmente in una fase in cui la produzione cade o ristagna. Scopo dei reati di clandestinità e dei controlli repressivi alle frontiere può allora consistere nel tenere questa guerra a un livello di bassa intensità. Queste misure assumono cioè il ruolo di “cuscinetto” tra nativi e stranieri, che può essere sgonfiato o meno a seconda delle circostanze, e che permette di gestire lo scontro tra lavoratori interni ed esterni secondo i fini prioritari della riproduzione del capitale.
Qualcuno avrà forse notato che nel ragionamento suddetto non vi è spazio per alcuni tipici luoghi comuni della politica corrente, come quelli secondo cui «l’immigrazione è indispensabile alla nostra economia» oppure «gli immigrati, in quanto giovani, sono gli unici in grado di evitare il collasso del nostro sistema previdenziale». Queste affermazioni trovano il loro appiglio nei teoremi della economia neoclassica dominante, dai quali scaturisce il fantasioso convincimento secondo il quale la disoccupazione non esiste, e quindi l’immigrato contribuisce automaticamente alla crescita del prodotto sociale. Per quanto costituisca tuttora uno degli alibi preferiti da parte dei policymakers europei, questa tesi è priva di fondamento, è smentita dai dati empirici e dai fatti storici. Né vale la tesi della teoria mainstream più recente, secondo cui i mercati del lavoro sarebbero segmentati, per cui il lavoro svolto dagli immigrati sarebbe complementare e non si sostituirebbe mai a quello dei nativi. La verità è che in condizioni di libera circolazione dei capitali – e di relativo smantellamento della produzione pubblica – non è certo la volontà dei singoli ma è il meccanismo di riproduzione capitalistica, con la sua instabilità e le sue crisi, che decide della distribuzione, della composizione e del livello della produzione e dell’occupazione. In un simile contesto l’immigrato non costituisce di per sé un fattore di crescita della ricchezza. Piuttosto, è la dinamica capitalistica a determinare il suo destino, ossia il suo impiego in aggiunta oppure in sostituzione – e quindi in competizione – con i lavoratori nativi. Bisognerebbe insomma guardare in faccia la realtà, e abbandonare sia gli alibi della teoria dominante sia le fantasiose rappresentazioni del conflitto suggerite dagli ultimi epigoni del negrismo. Il migrante, infatti, non rappresenta necessariamente né una “forza produttiva” né una “forza complementare” né tantomeno una “forza sovversiva”, ma può al contrario rivelarsi, suo malgrado, uno strumento di repressione delle rivendicazioni sociali.
Alla luce di quanto detto, dovrebbe esser chiara un’esigenza: alle giuste mobilitazioni contro il reato di immigrazione clandestina bisognerebbe affiancare, in primo luogo, il rilancio delle proposte finalizzate al controllo politico dei movimenti di capitale. Dove per controllo dovrebbe intendersi il ridimensionamento dei mercati finanziari e il riassorbimento, nell’ambito della dialettica politica, della questione cruciale del riequilibrio dei conti esteri. Il ripristino di una rete di controlli sui capitali è una delle condizioni necessarie per impedire che lo scontro distributivo e occupazionale continui ad esprimersi solo tra i lavoratori, in particolare tra nativi e migranti. Potremmo affermare, insomma, che se l’intenzione fosse davvero quella di “liberare” i migranti allora bisognerebbe iniziare ad “arrestare” i capitali, ad imbrigliarli cioè in un sistema di controlli simile a quello che sussisteva fino agli anni ’70 del secolo scorso [1]. Se non sussisteranno le condizioni per collocare la partita per una più civile legislazione sull’immigrazione in una contesa più generale sulla politica economica, la predizione del “monito degli economisti” sarà confermata: una sempre più vasta prateria di consensi verrà  lasciata all’onda nera dei movimenti xenofobi.
                                                               Emiliano Brancaccio

[1] Per approfondimenti, si rinvia al capitolo “Contro il liberoscambismo di sinistra”, in Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, “L’auterità è di destra. E sta distruggendo l’Europa”, Il Saggiatore, Milano 2012.

mercoledì 9 ottobre 2013

abbiamo bombardato umanamente la Libia e per il presidente Napolitano «non siamo entrati in guerra»

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Di cosa l'Italia deve proprio vergognarsi

di Manlio Dinucci

«Vergogna e orrore»: questi termini usa il presidente della repubblica Napolitano a proposito della tragedia di Lampedusa. Più propriamente dovrebbero essere usati per definire la politica dell’Italia nei confronti dell’Africa, in particolare della Libia da cui proveniva il barcone della morte. I governanti che oggi si battono il petto sono gli stessi che hanno contribuito a questa e ad altre tragedie dei migranti.

Prima il governo Prodi sottoscrive, il 29 dicembre 2007, l’Accordo con la Libia di Gheddafi per «il contrasto ai flussi migratori illegali». Poi, il 4 febbraio 2009, il governo Berlusconi lo perfeziona con un protocollo d'attuazione. L'accordo prevede pattugliamenti marittimi congiunti davanti alle coste libiche e la fornitura alla Libia, di concerto con l’Unione europea, di un sistema di controllo militare delle frontiere terrestri e marittime. Viene a tale scopo costituito un Comando operativo interforze italo-libico. La Libia di Gheddafi diviene così la frontiera avanzata dell’Italia e della Ue per bloccare i flussi migratori dall’Africa. Migliaia di migranti dell’Africa subsahariana, bloccati in Libia dall’accordo Roma-Tripoli, sono costretti a tornare indietro nel deserto, condannati molti a sicura morte. Senza che nessuno a Roma esprima vergogna e orrore.

Si passa quindi a una pagina ancora più vergognosa: quella della guerra contro la Libia. Per smantellare uno stato nazionale che, nonostante le ampie garanzie e aperture all’Occidente, non può essere totalmente controllato dagli Stati uniti e dalle potenze europee, mantiene il controllo delle proprie riserve energetiche concedendo alle compagnie straniere ristretti margini di profitto, investe all’estero fondi sovrani per oltre 150 miliardi di dollari, finanzia l’Unione africana perché crei suoi organismi economici indipendenti: la Banca africana di investimento, la Banca centrale africana, il Fondo monetario africano. Grazie a un attivo commerciale di 27 miliardi di dollari annui e a un reddito procapite di 13mila dollari, la Libia è prima della guerra il paese africano dove il livello di vita è più alto, nonostante le disparità, e viene lodata dalla stessa Banca mondiale per «l’uso ottimale della spesa pubblica, anche a favore degli strati sociali poveri». In questa Libia trovano lavoro circa un milione e mezzo di immigrati africani.

Quando nel marzo 2011 inizia la guerra Usa/Nato contro la Libia (con 10mila missioni di attacco aereo e forze infiltrate), il presidente Napolitano assicura che «non siamo entrati in guerra» ed Enrico Letta, vicesegretario del Pd, dichiara che «guerrafondaio è chi è contro l'intervento internazionale in Libia e non certo noi che siamo costruttori di pace». «Pace» di cui le prime vittime sono gli immigrati africani in Libia che, perseguitati, sono costretti a fuggire. Solo in Niger ne rientrano nei primi mesi 200-250mila, perdendo la fonte di sostentamento che manteneva milioni di persone. Molti, spinti dalla disperazione, tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa. Quelli che vi perdono la vita sono anch’essi vittime della guerra voluta dai capi dell’Occidente. Gli stessi governanti che alimentano ora la guerra in Siria, che ha già provocato oltre 2 milioni di profughi. Molti dei quali già tentano la traversata del Mediterraneo. Se anche il loro barcone affonda, c’è sempre un Letta pronto a proclamare il lutto nazionale.
 
http://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/3093-manlio-dinucci-di-cosa-litalia-deve-proprio-vergognarsi.html 

lunedì 7 ottobre 2013

(Prima) dopo l'uscita dall'Euro un programma economico e politico assai serio, capace di attrare a sè un forte consenso popolare

Mimmo Porcaro: L'Euro preso sul serio

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L'Euro preso sul serio

di Mimmo Porcaro

La questione dell’uscita dall’euro non può più essere esorcizzata. E così, opportunamente, Riccardo Bellofiore e Francesco Garibaldo (due studiosi delle cui analisi ci siamo sempre giovati) hanno discusso in un denso articolo le tesi di Alberto Bagnai, che della moneta unica è lucido e tenace avversario. L’hanno fatto senza esorcismi, appunto, e senza eccessive semplificazioni (anche se, per dirne una, né dal libro dal blog di Bagnai si può dedurre che questi creda che la svalutazione risolve tutto o quasi), ma anche senza convincere chi, come noi, vede nelle tesi di Bagnai un importante contributo alla definizione di una strategia che liberi i lavoratori ed il paese dal giogo che da tempo è stato loro imposto. Vediamo meglio.

Bellofiore e Garibaldo ritengono che Bagnai ben descriva gli squilibri tra le economie dell’Unione europea ed il ruolo in essi giocato dalle bilance dei pagamenti, ma non credono che siano questi squilibri ad aver generato la crisi europea – che è piuttosto una conseguenza della crisi del capitalismo anglosassone e quindi del modello neoliberista in quanto tale – né credono che il recupero della sovranità monetaria e dunque della possibilità di svalutare possano risolvere i problemi dell’innovazione produttiva e della redistribuzione del reddito. Anzi: come l’esperienza italiana dimostra la sovranità monetaria e la svalutazione possono ben essere compatibili con politiche economiche pro-business; ed in più le svalutazioni di oggi (in un ambiente mondiale assai turbolento, conflittuale e segnato dalle incognite derivanti dalla crisi di un intero modello economico) possono avere esiti del tutto imprevedibili. A nulla serve quindi che Bagnai ci tranquillizzi mostrando (ed in maniera non convincente, secondo i due critici) come le svalutazioni di ieri non siano affatto state catastrofiche: quelle di oggi lo potrebbero essere.

Bagnai, se crede, saprà senz’altro rispondere molto meglio di noi a queste critiche. Qui ci limitiamo a dire che, da punto di vista di chi propende per l’uscita dall’euro, esse non sembrano risolutive. E’ infatti ben probabile che la crisi europea, nei suoi peggiori aspetti, sia un effetto di quella statunitense: ma il punto è che l’Unione europea – nata anche, nelle illusioni di qualcuno, per temperare il potere di Washington e quello dei mercati finanziari – non è riuscita a far muro contro l’onda lunga della crisi atlantica (ed anzi alla fine l’ha usata per disciplinare i paesi del sud). Il punto è che sono stati proprio gli squilibri trai paesi europei (lasciati volutamente irrisolti dai vertici dell’Unione) ad aggravare gli effetti della crisi esponendo la parte debole del continente alla speculazione. Essendo una “moneta senza stato”, ossia non essendo l’espressione di un vero stato unitario, l’euro ha infatti lasciato sguarniti gli stati più deboli: è servito a suo tempo a togliere sovranità monetaria (e quindi strumenti di manovra) a quegli stati ma non è servito, al momento del bisogno, a sostituirla con la garanzia dell’appartenenza ad una forte comunità economica.

Inoltre, se è certamente vero che la sovranità monetaria e la possibilità di svalutare possono tranquillamente essere messe al servizio di politiche che fanno aumentare le esportazioni e i profitti senza indurre investimenti (e quindi senza creare lavoro, domanda interna, ecc.) è altrettanto vero che nella situazione attuale entrambe si presentano ormai come condizione necessaria, anche se certamente non sufficiente, per qualunque tipo di politica economica che voglia anche solo moderatamente intervenire sui meccanismi di formazione del capitale, e poi sulla sua destinazione. Per quanto male si possa dire della svalutazione (ma Bagnai ci ha spiegato con sufficiente chiarezza in che senso essa possa essere considerata un meccanismo fisiologico, e non un atto criminale) è evidente a tutti che un paese che è ormai in deficit commerciale permanente, come il nostro, non può essere condannato in eterno ad avere la stessa moneta di un paese in surplus. Anche perché, corrispettivamente, il paese in surplus ha la stessa moneta di un paese in deficit: insomma l’euro è sopravvalutato rispetto all’economia italiana e sottovalutato rispetto a quella tedesca, e così inibisce le esportazioni di chi dovrebbe aumentarle e favorisce quelle di chi già esporta. Se a ciò si aggiunge che gli squilibri commerciali sono anche e soprattutto squilibri tra crediti e debiti (cosa essenziale, a cui Bellofiore e Garibaldo non danno qui sufficiente risalto) e che questi implicano che il denaro costi di più nei paesi più deboli, appare chiarissimo anche a chi economista non è che l’euro funziona come un meccanismo che fa star peggio chi sta male e fa star meglio chi sta bene, rendendo impossibile ai primi di accumulare capitale da investire e consentendo ai secondi di attrarre capitale nei propri confini. Funziona come un vantaggio competitivo permanente per le economie già forti, aumenta necessariamente gli squilibri, rende molto difficile saldare i debiti e quindi condanna alcuni paesi alla subordinazione costante. Ed in questi paesi condanna soprattutto i lavoratori: perché se non si svaluta la moneta e se la carenza di domanda e di capitali deprime l’innovazione, la competitività può essere cercata solo svalutando i salari.

L’uscita dall’euro si presenta quindi non certo come la salvezza, ma come la condizione preliminare di ogni tipo di politica economica e di ripresa produttiva. Bellofiore e Garibaldo insistono sul fatto che la bilancia commerciale non fa che registrare i rapporti tra le imprese, e che i problemi di questi rapporti non si risolvono agendo sulla bilancia stessa, ma intervenendo direttamente sulla produzione industriale, sull’innovazione ecc. . In tal modo si connettono a quel particolare modo di eludere la questione dell’euro che consiste nel dire, con Marx, che la moneta è frutto dei rapporti sociali, e che quindi prima si devono trasformare tali rapporti e solo dopo, semmai, si parlerà della forma monetaria che ne è espressione. Ma in tal modo non si capisce, a differenza di Marx, che la moneta non è soltanto espressione, bensì anche forma concreta di funzionamento di determinati rapporti sociali: rapporti che non possono essere modificati se non si modifica anche la moneta stessa. Cosicché, intervenendo sull’euro, in realtà si interviene direttamente (anche se non conclusivamente) sulle relazioni tra classi e tra Stati di cui l’euro è espressione e modalità di esistenza. E, nel nostro caso, si offre alla nostra economia quel po’ di respiro che consente di intervenire sui nodi effettivamente cruciali della formazione del capitale (che oggi deve tornare ad essere in buona misura pubblico), dell’innovazione (che richiede un forte e centralizzato intervento statale), del salario (che deve crescere grazie a nuova occupazione e grazie al riconoscimento del ruolo imprescindibile del lavoro nella gestione dell’innovazione stessa). Tutte cose impossibili se non c’è (o se non si può creare) denaro.

Ma, avvertono i due critici, uscire dall’euro e svalutare ci esporrebbe, oggi, ad incertezze e rischi molto maggiori di quelli di ieri, e di quelli che Bagnai sembra immaginare. Questo è un punto di analisi importante, su cui concordiamo: nell’attuale situazione di turbolenza mondiale un’operazione di riconquista, anche parziale, della sovranità monetaria, comporta conseguenze e controeffetti che devono essere assolutamente presi in considerazione. Vuol questo dire che si debba perciò rinunciare all’exit? No: vuol dire che la cosa deve essere affrontata sapendo che l’uscita non è la soluzione definitiva ma l’apertura di nuovi problemi, problemi che potranno essere affrontati solo grazie ad un programma economico e politico assai serio, capace di attrare a sé un forte consenso popolare. E che essa implica, per avere un significato di sinistra, misure radicali quali: indicizzazione dei salari, controllo dei prezzi e del movimento dei capitali, nazionalizzazioni, forte politica industriale, e – last but not least – sganciamento del nostro paese dal riferimento preferenziale al capitalismo atlantico e conseguente apertura al sud europeo, al mediterraneo, ai Brics. Non quindi, come temono Bellofiore e Garibaldo, un semplice ritorno alla nazione, ma la creazione di un nuovo spazio internazionale. Un passaggio molto radicale, certo, che proprio per questo fatica ad essere proposto e tentato. Un passaggio ricco di incognite, nel quale ci impegneremo solo quando la situazione sociale diverrà insopportabile. Ma nel restare fermi non ci sono incognite: c’è piuttosto la certezza di andare verso il completo impoverimento del paese.

Qual è, invece, la soluzione proposta da Bellofiore e Garibaldo? Essi riconoscono, e non è poco che “la sopravvivenza dell’euro nel breve e nel medio termine, in questo quadro, non può che danneggiare il lavoro e le classi popolari, senza per altro che vi sia garanzia alcuna che la moneta unica sia davvero in grado di costituirsi, fuori dalla tempesta, su base stabile”. Prevedono però che, grazie alle OMT di Draghi (le misure che consentono – in forme limitate ed in cambio di duri sacrifici – l’acquisto di titoli di stati in difficoltà da parte della Bce) non vi sarà nessuna precipitazione della crisi della moneta unica. E propongono di puntare non già allo smantellamento dell’euro, ma ad una sua radicale riforma, oppure alla sua sostituzione con una moneta comune, come risultato di una lotta di classe non rinchiusa negli spazi nazionali, ma finalmente dispiegata su scala sovranazionale.

Possiamo parzialmente concordare sul fatto che non sia alle viste alcun crollo imminente dell’euro. Non tanto perché le misure di Draghi abbiano finalmente dato (come pensano i nostri due interlocutori) una dimensione almeno parzialmente sovranazionale alle scelte economiche europee: in realtà gli stati in difficoltà possono ottenere gli acquisti di bond da parte della Bce solo se tutti gli altri stati sono d’accordo sulle loro intenzioni di “risanamento”. Piuttosto conta il fatto che al momento nessuna frazione delle classi dominanti europee ha veramente interesse a rompere la macchina: non la Germania, che ci guadagna, non le classi dirigenti italiane e sudeuropee, che grazie al ”vincolo esterno” sono ormai felicemente dispensate dal render conto ai propri elettori, non i nostri grandi capitalisti, che in Europa trovano se non altro uno spazio consono alle politiche di privatizzazione che li hanno rimpinguati. Nella situazione attuale, e a meno di particolari shock economici, la fine dell’euro può essere provocata solo da una ribellione sociale dei popoli europei e da una direzione politica che sappia indicare con chiarezza sia gli obiettivi che le forme dell’azione.

Quanto agli obiettivi, diciamo subito che l’idea di una “moneta comune” europea non ci convince affatto. Non soltanto perché è difficilmente comprensibile e comunicabile, laddove un secco “no euro” sarebbe molto più efficace. Ma perché questa idea, che nasce per risolvere il problema degli squilibri fra le diverse economie nazionali, presuppone, per essere attuata, che quegli squilibri siano già stati magicamente superati. Nella versione più diffusa (che è quella di Frédéric Lordon) l’euro sarebbe una vera e propria moneta-merce solo nelle relazioni tra economie europee ed estero. All’interno varrebbero le monete nazionali – inconvertibili tra di loro e con la valuta extraeuropea – e l’euro sarebbe solo una moneta scritturale che regolerebbe i rapporti trai diversi paesi europei, rapporti che prevedono la negoziazione continua di svalutazioni e rivalutazioni e/o (ma ciò è più chiaro in altre versioni) meccanismi che impongano il risparmio a chi è in deficit ma anche la spesa a chi è in surplus. Ora, a parte il fatto che, restando intatte le attuali gerarchie tra economie europee, l’obbligo formale alla negoziazione delle svalutazioni favorirebbe inevitabilmente le arre più forti, c’è il fatto macroscopico che, essendo la moneta comune una valuta puramente scritturale e quindi non una merce, essa non è tesaurizzabile e quindi cozza inevitabilmente contro gli interessi del creditore, il quale vive proprio dell’essere il detentore di una merce particolare: il denaro. E creditori sono, in Europa, lo stato più forte e la frazione più significativa del capitalismo, quella bancaria. “Fare” la moneta comune significherebbe quindi aver messo in un angolo Germania e banche, e quindi aver già distrutto l’Unione per quel che oggi è.

Quanto alle forme d’azione, infine, qui si manifesta una delle più grandi illusioni ancora accarezzate dalla sinistra radicale: quella secondo cui uno spazio “più grande” sia necessariamente uno spazio più favorevole alla lotta dei lavoratori e dei movimenti civili. Per cui, se c’è la globalizzazione, viva la globalizzazione: tanto la democratizzeremo “dal basso”. E se c’è l’Europa, viva l’Europa: tanto la trasformeremo in Europa “sociale”. Peccato che sia l’una che l’altra abbiano messo in competizione i lavoratori di tutto il mondo, e che l’Europa, lungi dall’essere semplicemente uno spazio “più ampio” e quindi per ciò stesso (chissà perché) migliore, abbia mostrato di essere piuttosto un meccanismo che più funziona più rende impossibile la propria democratizzazione, perché frantuma il soggetto che dovrebbe “migliorarla”. Lo squilibrio, santificato dall’euro, fra economie e stati europei si traduce infatti in una divisione dei lavoratori: tra chi dal mercantilismo ossessivo ottiene almeno qualche briciola e chi paga solo dazio. E tutto ciò non può che aggravarsi.

Vogliamo dire che siamo contro le lotte su scala europea? Tutt’altro. Si facciano, si organizzino. Anzi: i gruppi dirigenti della “sinistra-sinistra” si abituino a passare il 70% del loro tempo in Europa o comunque a dedicarlo all’organizzazione di movimenti continentali. Dimostrino così che il richiamo all’Europa ed al mondo non è più, come a volte è stato per tutti noi, un trucco per non impegnarsi in cose concrete. Si faccia tutto ciò: ma il risultato positivo di questa azione sarà, con le inevitabili eccezioni, un movimento soprattutto sudeuropeo, che sarà infine inevitabilmente indotto a proporre quantomeno un’uscita regolata e consensuale dalla moneta unica, pur nel quadro di permanenti accordi cooperativi.

E si faccia comunque presto, perché altre minacce incombono, forse peggiori dello stesso euro. Fra poco tutta la costruzione europea mostrerà di essere stata solo la preparazione di un’area atlantica di libero scambio, un’area che imporrà alle nostre produzioni gli standard statunitensi, imporrà definitivamente ai nostri stati di privatizzare praticamente tutto, renderà più acuta la concorrenza tra lavoratori. L’esistenza di un’area europea come spazio già predisposto al libero afflusso dei capitali è lo scivolo che ci porta dritti alla TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), e non è escluso che l’insistenza di Draghi a tenere in piedi l’euro ricorrendo addirittura a misure “non convenzionali” sia dovuta anche al desiderio di non far fallire questo grande progetto che, pietra tombale sulla globalizzazione, coinvolgerebbe definitivamente il nostro Paese, ridotto a misera periferia, in un conflitto con quei Brics che invece dovremmo imitare quantomeno sul punto del controllo dei capitali.

Ogni giorno, ogni secondo in più di sopravvivenza dell’euro ci avvicina irreversibilmente alla TTIPP, e quindi alla distruzione integrale delle basi sociali ed istituzionali per l’azione efficace di una qualunque vera sinistra: è bene che gli “amici” dell’euro tengano conto anche di questo.

domenica 6 ottobre 2013

teorici marxisti che hanno perso il contatto con la realtà

Letto tutto di un fiato il saggio di Riccardo Bellafiore e Francesco Garibaldo su http://www.sinistrainrete.info/europa/3076-riccardo-bellofiore-francesco-garibaldo-euro-al-capo "Euro al capolinea" speravo di più ho trovato di meno, senza prospettive, senza sogni, nulla nulla nulla.

Mi sono avvicinato a questo saggio con venerazione per i nomi prestigiosi da cui è stato scritto, dal fatto che si metteva in rilievo punti deboli della tesi di Bagnai e quindi per rimpolpare le poche basi teoriche di cui dispongo, ma che delusione.

Delusione prima di tutto politica, perché piena di aspettative su quali sfracelli di proposte avrebbe condotto questa analisi a tutto tondo sulla lotta tra gli emarginati, lavoratori e precari contro gli uomini del Capitale e invece si trova liquidato in tre righe messe in grassetto le credenze degli autori:
"La nostra convinzione è che una pura e semplice uscita dall’euro non sia la soluzione, che anzi gli effetti domino possono essere gravi, e la pressione per l’austerità che ne risulterebbe più e non meno elevata" senza un perché e un per come, ma buttata lì come sentenza inappellabile.

e poi altre due convinzioni: "Ma non crediamo che cambi il segno di questa uscita dalla moneta unica la pura difesa del lavoro su scala nazionale, o di un’area particolare d’Europa (detto tra parentesi, le contraddizioni dell’euro si ripeterebbero su una scala minore, come se per esempio si volesse costruire l’Europa del Sud)". Altre due sentenze che complementari alla prima la rafforzano "austerità più o meno elevata".

Ma i nostri troppo esperti per finire in questo modo miserrimo e allora rilanciano "Quello di cui vi sarebbe bisogno sono piuttosto lotte coordinate e proposte politiche uniche della sinistra su scala europea, a partire dai conflitti del lavoro e dei soggetti sociali".

Bene rilanciano su posizioni in apparenza logiche e strutturate ma che già altre volte sono state criticate, solo in questa maniera si spegne qualsiasi volontà per non fare nulla, porlo su un piano europeo irragiungibile non a livello teorico ma nell'attuale realtà in cui viviamo in cui l'offensiva che gli uomini del Capitale stanno portando avanti, a livello globale, è talmente elevata che noi a malapena riusciamo ad annusarci, a riconoscerci, sperduti come siamo nei piccoli cortili individuali dove ognuno di noi è rinchiuso.

Oggi, come Roberto Bufagni giustamente afferma, "se aspettiamo la lotta transnazionale della sinistra, aspettiamo un bel pezzo". 

e poi il capolavoro, che potrebbe sembrare l'annientamento politico di qualsiasi prospettiva: "L’alternativa vera che abbiamo davanti non ci pare essere quella tra esplosione a breve dell’area dell’euro o ritorno alle valute nazionali in Europa";

e invece è proprio questa frase rivelatrice della vera paura di Bellafiore e Garibaldo di cui dottamente si fanno carico, e non come loro la vogliono intendere spezzandola tra esplosione dell'euro o ritorno alle valute nazionanali ma nella ricomposizione di questa: esplosione dell'euro e ritorno alle valute nazionali.

Questa è la vera e unica possibilità che abbiamo di fronte capace di realizzarsi. 

Mettiamola in questo modo, da una parte il prosciugamento di tutte le ricchezze materiali, culturali e spirituali dei paesi periferici dell'Europa creando desertificazione come il sud dell'Italia lo è oggi nei confronti del nord se continuiamo a stare nell'area Euro e dall'altra la possibilità oggettiva di riappropriarci della Sovranità Nazionale, Monetaria e Politica che ha bisogna di una costruzione di una soggettività che raccolga il malessere che sale dalla Nazione, dai giovani che non hanno prospettive e che comunque dicono "se ci fosse lavoro" in cui nel loro essere non distinguono neanche se questo sia precario, pagato malissimo e magari privo di dignità.

Raccogliere il malessere non basta, ma bisogna incanalarlo, dargli direzione, forza, progettualità. Bisogna organizzarlo in costruzioni politiche chiare, che si muovano senza tentennamenti. Fin da adesso dobbiamo cominciare a mettere in discussione il modo di produzione.

L'acciaio dell'Ilva è un prodotto strategico per l'Italia, non si può lasciare ai Riva, piccoli capitalisti che hanno sempre comprato i favori di questa politica, di questi politici con spiccioli per arricchirsi sulle spalle degli operai e degli abitanti di Taranto. Sui primi derubandoli con salari di fame e sui secondi mangiando l'ambiente facendoli ammalare.

Sanificare i processi di produzione significa spendere 4 miliardi di euro, espropriare i Riva dei soldi che hanno e Nazionalizzare l'azienda è fattibile non è anticostituzionale, anzi.

Dobbiamo avere in mente cosa produrre e certamente il Tav che è un'opera inutile, costosa e dannosa non può rientrare nella casistica, certamente produrre energia rinnovabile, agire sulla produzione del risparmio energetico a tutti i livelli è uno dei primi tasselli da implementare.

La "Lettera degli economisti" del 14 giugno del 2010 proponeva e propone i beni da produrre, la maniera di come produrre: "un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile".

Nel 2010 hanno tentato di entrare nelle istituzioni europee per reindirizzarle, oggi possiamo dire che l'Europa li ha ignorati e si è mossa applicando l'Austerità di cui tutti oggi ne viviamo le conseguenze, ma la medesima ricetta la si può e la si deve applicare a livello Nazionale, che non è altro che un primo passo verso una situazione di riequilibrio sociale, di giustizia sociale.

In tutta l'Europa indidualità con autonomia ed indipendenza intellettuale hanno capito, e sono sempre di più, che l'Euro è una gabbia che non porta da nessuna parte ed imploderà, per questo si sta creando una controffensiva che ha il compito di fiaccare le forze e le intelligenze che si stanno muovendo contro l'Euro.

Da una parte nascono comitati e movimenti che spostano il dibattito dalla moneta unica alla moneta comune, sottraendo forze ed energie alla lotta per uscire dall'Euro con motivazioni altisonanti ma insignificanti e pretestuose, se si avesse la forza di trasformare l'Euro da moneta unica a moneta comune si avrebbe la forza di cambiare la struttura di questo Euro.

Dall'altra, come dimostra questo scritto, si rilancia: "lotte transnazionali in grado di imporre un vincolo sociale e un cambio di rotta", impossibili ed improbabili su un piano nazionale figuriamoci su un piano europeo o internazionale. Un altra maniera per distogliere forze ed energie per uscire da questa botte di ferro in cui siamo rinchiusi.

Noi per conto nostro rilanciamo la parola d'ordine Fronte Unico per uscire dall'Euro, riapropriazione della Sovranità Monetaria, Nazionale e Politica

martelun