Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 16 novembre 2013

legge di (in)stabilità ci destabilizza ma Letta e Napolitano fanno i finti tonti al servizio degli stranieri

Un articolo di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini su la Repubblica del 14 novembre 2013 
Nonostante la politica di austerità dei governi guidati da Monti e da Letta, il rapporto tra debito e Pil continua la sua irresistibile ascesa raggiungendo il picco record del 133% nel 2013 per poi toccare il 134% nel 2014. Arrivati a questo punto nessuno può negare che le politiche di risanamento deprimono la crescita e fanno aumentare inesorabilmente il peso del debito: l’austerity porta al disastro !
Se consideriamo le recenti critiche del Fondo Monetario Internazionale e del Tesoro degli Stati Uniti all’enorme surplus di parte corrente della Germania che ha persino superato quello cinese, possiamo scorgere un mutamento nel clima delle relazioni internazionali. Sia il Tesoro che il FMI hanno esortato il governo di Angela Merkel a ridurre il surplus di esportazioni della Germania in modo da stimolare la crescita e non la deflazione nel resto dell’Eurozona. E la stessa Commissione europea potrebbe aprire un’inchiesta sulla Germania, primo passo della procedura di sorveglianza sugli squilibri di parte corrente. Ciò perché, con il suo enorme surplus commerciale, la Germania ha superato la soglia critica oltre la quale il paese viene messo sotto osservazione.
Dietro l’attacco alla Germania, c’è dunque la crisi dell’Eurozona che è ben lungi dall’essersi esaurita e che potrebbe propagarsi in altri paesi avanzati. Gli Stati del Sud Europa dovranno subire almeno altri cinque anni di alta disoccupazione, bassa crescita e continue vessazioni da parte dei creditori prima di potersi risollevare. A ciò si aggiunge il fatto che l’euro è troppo forte per questi paesi ma non per la Germania: alcune stime indicano che senza i paesi del Sud Europa il tasso di cambio del blocco eurotedesco sarebbe più vicino a 1,80 dollari che al valore attuale di 1,35. Questa situazione permetterà alla Germania di realizzare avanzi delle partite correnti pari a circa il 5% del Pil almeno fino al 2018, mentre per i paesi periferici la musica sarebbe ben diversa: il deficit delle partite correnti potrebbe ampliarsi notevolmente in presenza di un’economia che non dà segni di ripresa e di una disoccupazione che non accenna a calare.
Recentemente il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, uno dei tedeschi più illuminati, ha riconosciuto che  la ripresa economica è stata ostacolata dalle politiche di risanamento imposte ai paesi in difficoltà. Martin Schulz ha addirittura affermato che “qualcuno deve assumersi la responsabilità per questi errori devastanti e un simile dramma. Qualcuno deve essere colpevole e pagarne le conseguenze”. Queste parole forti e condivisibili non sono, però, accompagnate da proposte all’altezza della gravità della situazione. Le ricette di Schulz infatti sono vaghe o inconsistenti: “dare maggior sostegno ai giovani a trovare lavoro, creare maggior stabilità nel settore bancario grazie all’Unione bancaria, rafforzare il mercato, dare la caccia senza quartiere a evasori ed elusori fiscali e aprire l’Europa a nuovi mercati e investimenti stranieri”.
Sarebbe, invece, opportuno che i grandi paesi come la Francia, l’Italia e la Spagna, anche sfruttando il mutato contesto internazionale che sta mettendo sotto pressione la Germania, prendano una forte iniziativa per modificare i Trattati Europei. Più volte abbiamo insistito sulla necessità di costruire una Banca Centrale sul modello della Federal Reserve, creare un debito pubblico sovranazionale, emettere gli eurobond per finanziare un grande piano di sviluppo a livello continentale. L’obiettivo è quello di costituire finalmente uno Stato federale con un bilancio, una politica estera, una politica della difesa, una politica industriale ed energetica comuni, come avvenne negli Stati Uniti alla fine del 1700 sotto la guida di Alexander Hamilton.

venerdì 15 novembre 2013

se Francesco muore e perchè gli interessi dei poteri occulti della Chiesa, dello Stato e della 'Ndrangheta si sono saldati insieme

Chiesa e ‘Ndrangheta, un’inchiesta aperta

Chiesa e ‘Ndrangheta, un’inchiesta aperta

14 novembre 2013 17:24

Gratteri (statoquotidiano)
Foggia – “NON c’è rito di affiliazione che non richiami la religione”. “’Ndrangheta e Chiesa camminano per mano”. E ancora: “La pulizia di Papa Bergoglio preoccupa la mafia”. Sono solo alcune dichiarazioni recenti, queste, rilasciate dopo la pubblicazione di Acqua santissima (Mondadori, in libreria dal 29 ottobre), l’ultimo lavoro firmato Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, due tra i nomi più importanti a livello nazionale per quanto riguarda la denuncia della malavita organizzata. Sabato 16 novembre, alle ore 19.00, alla libreria Ubik d Foggia, il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e il giornalista e massimo esperto mondiale di ‘ndrangheta presentano il loro ultimo libro. Dopo l’emozionante incontro di martedì 5 novembre dalla Sala Rosa, in memoria di Giovanni Panunzio e dedicato al libro di Lionello Mancini, la rassegna Lib(e)ri per Reagire mette il punto a questa prima, importante parentesi, dedicata alle storie impegnate e impregnate di legalità. A conversare con Gratteri e Nicaso, l’autore e giornalista Nicola Perilli (per Barattolibro-Amnesty), il referente di Libera Foggia Sasy Spinelli, la studentessa e redattrice de Il SottoSopra Simona Colucci. Introduce e modera, il direttore artistico della libreria Michele Trecca (sono partner della rassegna anche Foggia Città Aperta, il Presidio del Libro e il Comune di Foggia). Acqua santissima (Mondadori, 2013; collana: Strade Blu Saggi; pagine 204; euro 17,50). A partire dall’Ottocento e per decenni gli uomini della ‘ndrangheta hanno beneficiato del silenzio e dell’indifferenza (spesso interessati) della Chiesa. Solo dagli anni Cinquanta cominciano a registrarsi le prime denuncie e le prime lettere pastorali, e la ‘ndrangheta diventa un «cancro esiziale». Nicola Gratteri, procuratore aggiunto presso la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, e Antonio Nicaso, studioso tra i massimi esperti mondiali di ‘ndrangheta, raccontano le storie dei tanti sacerdoti e vescovi che hanno accettato le logiche della ‘ndrangheta, e dei pochi che, invece, hanno avuto il coraggio di far sentire la propria voce e di denunciare un’organizzazione criminale che ha spesso modellato i propri riti di affiliazione sulle cerimonie liturgiche della tradizione cattolica, servendosi delle feste religiose e dei simboli cristiani per creare alleanze, costruire vincoli e rafforzare così il proprio potere. E lanciano un chiaro messaggio: o si consolida la coraggiosa esperienza pastorale finora maturata o il potere devastante della ‘ndrangheta continuerà inesorabilmente ad affermarsi nelle città, nei paesi, nelle campagne, ma soprattutto tra i giovani. “La speranza c’è e si chiama Francesco. Se riuscirà a dimostrare che la linea più breve tra due punti non è l’arabesco, come sosteneva Ennio Flaiano, vinceranno le ragioni della speranza. Ma tra quei due punti, bisognerà tracciare una linea retta”.
Nicola Gratteri. È uno dei magistrati più esposti nella lotta alla ‘ndrangheta. Ha indagato sulla strage di Duisburg e sulle rotte internazionali del narcotraffico. Insieme ad Antonio Nicaso ha scritto Fratelli di sangue (2009), La malapianta (2010), La giustizia è una cosa seria (2011), La mafia fa schifo (2011) e Dire e non dire (2012) tutti pubblicati da Mondadori.
Antonio Nicaso. Storico delle organizzazioni criminali, è uno dei massimi esperti di ‘ndrangheta nel mondo. Ha scritto diversi libri, tra cui alcuni best seller internazionali.
Redazione Stato

http://www.statoquotidiano.it/14/11/2013/chiesa-e-ndrangheta-uninchiesta-aperta/172469/ 

mercoledì 13 novembre 2013

Stati Uniti la battaglia delle idee




LA NOSTRA RIVOLUZIONE INVISIBILE

DI CHRIS HEDGES
truthdig.com

"Vi siete mai chiesti come sia possibile che i governi e il capitalismo continuino ad esistere nonostante tutto il male e i problemi che causano nel mondo?" scriveva Alekandr Berkman nel suo saggio "L'Idea è la cosa". "Se vi siete mai posti la domanda, allora la vostra risposta sarà stata che ciò succede dal momento che le persone supportano queste istituzioni e le supportano perché ne hanno fiducia."

Berkman aveva ragione. Finché i cittadini hanno fiducia nelle idee che giustificano il capitalismo, le istituzioni private e statali che sono al servizio dei padroni corporativi rimangono inattaccabili.

Nel momento in cui queste idee si sgretolassero, i pilastri rappresentati da queste istituzioni che sostengono la classe dirigente, si sfalderebbero per poi crollare. La battaglia delle idee si sta facendo pian piano strada. E' una battaglia che lo stato corporativo sta decisamente perdendo e un numero sempre maggiore di Americani se ne rende ormai conto. Sanno che siamo stati spossessati del nostro potere politico e deprivati delle nostre libertà civili, quelle più semplici e a noi care. Adesso viviamo sotto lo sguardo fisso del sistema di sicurezza e di sorveglianza più intrusivo della storia. Metà del paese vive in povertà. La restante metà, se lo stato corporativo non verrà capovolto, si troverà pure in miseria. Queste verità non sono più segrete.

Sembrerebbe che il fermento politico negli USA sia spento, ma non è vero. Da una parte all'altra dello spettro politico, le idee che sostengono lo stato corporativo stanno rapidamente perdendo la loro efficacia. Queste idee emergenti sono comunque soltanto il primo passo di una lunga sequenza. La destra si è ritirata in un fascismo cristiano e una celebrazione della cultura armata. La sinistra cerca di ricompattarsi e ridefinire il proprio status dopo decenni di feroce repressione dello stato nel nome dell'anti-comunismo. La repulsione della popolazione per l'elite dirigente è pressoché universale. Quale idea avrà maggior peso nell'immaginario pubblico?

La rivoluzione di solito scoppia durante eventi che in circostanze normali sarebbero considerati insignificanti o atti d'ingiustizia visti come secondari da parte dello Stato. Ma una volta che viene accesa la miccia, così com'è successo negli USA, basta un attimo per scatenare le fiamme della ribellione popolare. Nessuno e nessun movimento può dar vita alle fiamme. Nessun sa dove e quando questo incendio scoppierà. Nessuno conosce quale sarà la sua estensione. Quel che è certo, è che sta arrivando una rivolta popolare. Il rifiuto da parte dello stato corporativo di dare ascolto perfino alle minime ingiustizie della cittadinanza, insieme al miserabile fallimento nel porre rimedio alla crescente repressione statale, alla disoccupazione cronica e alla sotto occupazione, all'enorme lavoro per il risanamento del debito che sta strozzando più di metà della popolazione americana, nonché alla perdita di speranze e la diffusa disperazione porteranno inevitabilmente delle ripercussioni negative.
"Poiché la rivoluzione è l’evoluzione che raggiunge il suo punto di ebollizione, non si può ‘fare’ una vera rivoluzione così come non si può accelerare la bollitura del tè", scrisse Berkman. "E' il fuoco da sotto che lo fa bollire: quanto velocemente arriverà al punto di ebollizione dipende da quanto è forte il fuoco."

Agli occhi delle elite e dell'establishment, quando scoppia la rivoluzione, essa sembra essere inaspettata e arrivare in modo improvviso. Ciò succede perché il vero lavoro del fermento e della coscienza rivoluzionaria non è visibile agli occhi della società di massa, viene notato solo dopo che esso è stato quasi interamente compiuto.

Nel corso della storia quelli che hanno cercato un cambiamento radicale hanno dovuto dapprima screditare le idee che inchiodavano ai piani alti l'elite dominante e costruire idee alternative per la società, le quali spesso erano inserite in un utopico mito rivoluzionario. L'unione di socialismo attuabile come alternativa alla tirannia corporativa - come descritto nel libro "Imagine: Living in a Socialist USA" e sul sito Popular Resistance - è per me di primaria importanza. Quando gran parte della popolazione ha cambiato le sue idee e la visione di una nuova società fiorisce nell'immaginazione popolare, il vecchio regime ha i giorni contati.

Una sommossa priva di idee e di una nuova prospettiva non rappresenta mai una minaccia per l'élite. La rivolta di popolo senza una direzione e un'idea chiara che la sostenga piomba nel nichilismo, nella violenza e nel caos generale. Si consuma. E' per questo che non sono d'accordo con alcuni punti degli anarchici Black Bloc. Credo nella strategia. Come molti altri anarchici, incluso Berkman, Emma Goldman, Pëtr Kropotkin e Mikhail Bakunin.

Nel momento in cui l'elite dominante sarà pubblicamente sconfitta, sarà già avvenuto un processo di quasi totale perdita di fiducia nelle idee che sostengono la struttura portante di questa classe dominante - nel nostro caso nel capitalismo e nella globalizzazione del mercato libero. E, come scrisse Berkman, per far in modo che la gente se ne renda conto possono volerci anni, "la rivoluzione sociale lenta, tranquilla e pacifica diventa veloce, militante e violenta". "L'evoluzione diventa rivoluzione".

Ci muoviamo in questa direzione. Non dico questo perché sono un sostenitore della rivoluzione. Preferirei piccole riforme per l'incremento di una democrazia funzionante. Vorrei un sistema in cui le nostre istituzioni sociali permettano ai cittadini di destituire in modo non violento chi comanda. Vorrei un sistema in cui le istituzioni sono indipendenti e non sotto l'influsso del potere corporativo. Ma purtroppo non viviamo in un tale sistema. La rivolta è rimasta l'unica soluzione. L'elite al comando, una volta che le idee che giustificano la loro esistenza saranno morte, faranno ricorso alla forza bruta. E' il loro modo per tenersi stretto il potere fino all'ultimo. Se un movimento popolare non violento è in grado di disarmare ideologicamente i burocrati, i civili e la polizia - allora una rivoluzione non violenta è possibile. Ma se lo stato può organizzare violenza effettiva e prolungata contro i dissidenti, si genera una violenza rivoluzionaria reattiva o quello che lo stato chiama: terrorismo. Le rivoluzioni violente di solito danno vita a rivoluzionari spietati come i loro avversari. "Chiunque combatta i mostri dovrebbe fare attenzione che in questo processo non diventi egli stesso un mostro", scrive Friedrich Nietzsche. "E se guardi a lungo nell'abisso, l'abisso guarderà dentro di te".

Le rivoluzioni violente sono sempre tragiche. Io e molti alti attivisti cerchiamo di mantenere la nonviolenza nelle nostre sommosse. Cerchiamo di risparmiare al paese la ferocia della violenza domestica, sia da parte dello stato che dei suoi oppositori. Non c'è garanzia di riuscita, in particolar modo con lo stato corporativo che controlla un enorme sistema interno di sicurezza e il corpo di polizia militare. Ma dobbiamo provare.

Le corporazioni, libere da ogni legge, i regolamenti governativi e le restrizioni interne stanno rubando più che possono, nel modo più veloce, non lasciando un solo cent. Ai manager delle corporazioni non interessano gli effetti del loro saccheggio. Molti credono che i sistemi in cui stanno saccheggiando crolleranno. Sono stati accecati dall'avidità e dall'arroganza. Credono che la loro ricchezza oscena possa comprargli sicurezza e protezione. Avrebbero dovuto occupare il loro tempo a studiare meno management nella Business School e più storia e natura umana. Si stanno scavando la fossa.

Il nostro cambiamento al totalitarismo corporativo è in aumento come ogni cambio di forme totalitarie. I sistemi totalitari ondeggiano sù e giù, a volte facendo un passo indietro prima di farne due in avanti, erodendo il liberalismo democratico. Questo processo è stato adesso completato. Il "consenso dei cittadini" è una beffa crudele. Barack Obama non può sconfiggere il potere corporativo e prima di lui George W. Bush o Bill Clinton. A differenza dei suoi due predecessori, Bush non si rese conto del processo totalitario favoreggiato dalla presidenza. Dal momento che Clinton e Obama e il loro partito democratico, capiscono i ruoli distruttivi stavano e stanno al gioco, devono essere visti i più cinici e complici della rovina del paese. I politici democratici parlano nella classica lingua della classe liberale del tipo condividendo le sofferenze della gente, ma allo stesso tempo permettono alle corporazioni di privarci della nostra ricchezza e del nostro potere personale. Sono vere e proprie maschere del potere corporativo.

Lo stato corporativo cerca di tenere costante la nostra finta rappresentanza nei processi politici ed economici. Mentre crediamo di partecipare alla vita politica, una menzogna sostenuta attraverso enormi campagne propagandistiche, tramite infiniti e assurdi cicli di elezioni e a uno spettacolo sfarzoso in un teatro politico vuoto, i nostri oligarchi corporativi rimangono comodamente nei loro jet privati, nelle sale del consiglio, nei loro attici e residenze di lusso. Dal momento che il fallimento economico del capitalismo corporativo e della globalizzazione è allo scoperto, l'elite dominante è sempre più nervosa. Sanno benissimo che se muoiono le idee che giustificano il loro potere, sono spacciati. E' questo il motivo per cui le voci dei dissidenti - così come sommosse spontanee come quella del movimento Occupy Wall Street - sono duramente represse dallo stato corporativo.

"... molte idee, una volta prese per vere, arrivano ad esser viste come sbagliate e cattive", scrisse Berkman nel suo saggio. "Successe lo stesso con le idee sul diritto divino dei re, della schiavitù e della servitù. Una volta tutto il mondo credeva che queste istituzioni fossero giuste e immutabili. Quando queste superstizioni e false credenze cominciarono a essere combattute da pensatori progrediti, esse vennero screditate e persero la loro presa sulla mente delle persone. Finalmente le istituzioni che rappresentavano queste idee vennero abolite. Gli intellettuali direbbero che sono sopravvissute alla loro utilità e perciò sono morte.

Ma come hanno fatto a sopravvivere alla loro utilità? A chi erano utili e come sono morte? Sappiamo già che erano utili solo alla classe dominante e furono spazzate via tramite sommosse e rivoluzioni popolari."

Chris Hedges
Fonte: www.truthdig.com
Link: http://www.truthdig.com/report/item/our_invisible_revolution_2013102828.10.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SIMONE CATANIA

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=12558


martedì 12 novembre 2013

L'Euro imploderà e noi gestiremo la crisi, non sarà facile ma abbiamo capacità e idee

AddThis Social Bookmark Button

Euro: si può uscire a sinistra

di Mimmo Porcaro


Un recente articolo di Roberta Carlini suggerisce fin dal titolo che l’uscita dall’euro può essere pensata ed attuata solo da destra, argomentando la tesi col dire che, se all’inizio dell’unione monetaria qualche borbottio si era fatto sentire anche a sinistra, ormai il discorso anti-euro è decisamente egemonizzato dalle formazioni politiche di area opposta. Ma questa, mi spiace dirlo, non è una notizia. La vera notizia è piuttosto che, dopo decenni di inebetita accettazione della moneta unica, anche all’interno della sinistra qualcuno comincia a proporre di consegnare l’euro alle nostalgiche raccolte dei numismatici. Ne parla la sinistra francese, con dovizia di argomenti. Ne parla, con la serietà di chi vive momenti drammatici, la stessa Syriza.  Ne discute addirittura anche la Linke, e addirittura grazie ad uno dei suoi padri nobili: proprio quell’Oskar Lafontaine che aveva salutato positivamente la nascita della nuova moneta. E, qui da noi, nell’imminente congresso di Rifondazione Comunista si discuterà un emendamento che propone l’uscita dall’euro, legandola al progetto di una soluzione tendenzialmente socialista della crisi italiana. La vera notizia, quindi è che si delinea finalmente un’uscita a sinistra dall’euro. E che questa proposta è talmente sensata che anche chi vi si oppone, immaginando improbabili terze vie, è costretto a riconoscere, il carattere nefasto della moneta unica, mentre chi pure continua, come Christian Marazzi, a vedere un futuro per l’euro come moneta comune accanto alle monete nazionali, deve ormai dire con una certa nettezza che l’euro è la quintessenza del monetarismo, che esso non è assolutamente riformabile e che ci si deve attrezzare a gestirne l’inevitabile e “naturale” rottura. Eppure, nonostante le discussioni in corso, le dure critiche, le continue conferme fattuali del ruolo dell’euro nell’acuire automaticamente le divergenze tra le economie europee  e tra le classi tutto ciò non si traduce ancora in una condivisa proposta di uscita (magari prudente, magari graduale) dal meccanismo della moneta unica. Perché?   Obiezioni abituali all’idea dell’uscita   I motivi sono molti, e profondi. E non sono soltanto quelli che si manifestano nelle affermazioni più abituali: “ i rischi dell’uscita sono eccessivi”, “la svalutazione non risolve tutto”, “il neoliberismo non si identifica solo con l’euro”. E, in ogni caso, “non si può proporre ciò che propone la destra”. Affermazioni a cui si può rispondere ricordando che se uscendo si rischia, restando si è certi di finire nel baratro. Che le risorse per impostare le vere soluzioni dei problemi italiani non potranno essere reperite fintanto che un Paese in deficit commerciale come il nostro avrà la stessa moneta di un Paese in surplus. Che l’euro è la più forte delle politiche neoliberiste perché fa apparire l’attacco al welfare e ai salari non come il frutto di una scelta ma come una necessità “naturale”. E infine che non è vero che la destra (italiana) propone l’exit: essa per ora annusa l’aria, dice e non dice, lancia qualche ballon d’essai. Ci da ancora un po’di tempo, quindi, per proporre la nostra versione dell’inevitabile uscita. E per rammentarci che sempre, quando vogliono realmente uscire dalla crisi del capitalismo, destra e sinistra tendono inevitabilmente ad occupare spazi contigui perché entrambe devono conquistare, per vincere, le classi che dalla crisi sono più colpite. La destra non si è mai vergognata di appropriarsi delle parole d’ordine della parte avversa, facendone poi un uso alquanto…originale. Perché dovrebbe vergognarsene la sinistra, soprattutto quando quelle parole d’ordine appaiono di destra solo perché la stessa sinistra radicale, rincitrullita dal liberoscambismo, non le ha fatte proprie per tempo, mentre invece sono chiaramente coerenti con quanto scritto sulle vecchie e gloriose bandiere della sinistra stessa: controllo democratico della finanza, investimenti pubblici diretti, stato sociale, sovranità popolare? Eppure non si riesce a farlo. Per il persistere di orientamenti politici e culturali magari nobili, ma ormai controproducenti. Ma anche per motivi molto più prosaici. Cominciamo dai primi. 


L’Europa non è uno spazio ottimale  

L’Europa, si dice, è l’unità territoriale minima per rendere efficace qualunque tipo di politica economica, e di politica tout court. Nel mondo contemporaneo, in cui si muovono giganti come gli Usa e i Brics, ogni entità politica più piccola dell’Unione europea sarebbe incapace di fare alcunché. Nel gergo di noialtri comunisti questa tesi viene in genere riformulata così: poiché il “livello” del capitale è ormai continentale (in quanto la produzione è integrata su scala europea) il “livello” della lotta di classe non può che essere continentale anch’esso: questo è l’unico modo per controllare, almeno potenzialmente, catene del valore che ormai si estendono “dal Manzanarre al Reno”, e oltre. Tesi, queste, non peregrine. In effetti l’Europa sarebbe davvero uno spazio economico-politico ottimale, così come sarebbe davvero opportuno poter agire dentro confini talmente ampi da contenere – e quindi controllare – le reti di produzione volutamente frammentate dal capitalismo. Ma il condizionale, qui, è davvero d’obbligo. L’Unione europea sarebbe uno spazio politico ottimale, ma non lo  è , semplicemente perché è uno spazio che, proprio grazie all’euro, non consente nessun’ altra politica che non sia quella funzionale alle necessità di accumulazione del capitale. E’ uno spazio che non dà scelte, e che quindi consente solo politiche antipopolari. L’Unione europea non espande la sovranità popolare, non le consente di agire su scala più vasta, ma semplicemente la elimina: in basso assegnando agli Stati nazionali (ad eccezione dello Stato dominante, quello tedesco) il mero compito di disciplinare i lavoratori e di trasferirne i risparmi verso il capitale finanziario; in alto,  sostituendo la sovranità sulla moneta con la sovranità della moneta (che è peraltro una moneta analoga a quella dello Stato dominante). Quindi purtroppo l’idea di utilizzare lo spazio europeo per una politica di più ampio raggio non è realisticamente proponibile. Purtroppo bisogna ripiegare, ma non già su uno spazio esclusivamente nazionale, bensì su poli internazionali meno estesi dell’Unione europea (quale potrebbe essere il polo sudeuropeo) ma forse più capaci di proiezione esterna (verso l’area mediterranea, il Medio oriente ed i Brics) perché non più vincolati ad una moneta rigida come l’euro, che fa temere ad ogni potenziale alleato il rischio di finire strangolato da un debito inestinguibile. E capaci, su questa base, non già di tagliare le reti produttive che li legano al resto d’Europa, ma di gestirle in maniera maggiormente negoziata. Purtroppo chi vuole costruire un vero Stato democratico europeo deve prima distruggere il semi-Stato attuale.   Perché non ci sentiamo nazione?   Non sono pochi gli europeisti di sinistra disposti a condividere, in tutto o in parte, quanto ho appena scritto. Ma subito dopo si fermano, atterriti da un ostacolo insormontabile: “non possiamo certo tornare al nazionalismo!”, “non possiamo certo isolarci dal mondo!”, e così via. Entra in gioco, qui, un caratteristica profonda della cultura del nostro Paese, ossia la persistente difficoltà dell’Italia a pensarsi come nazione. Difficoltà comprensibile: la Repubblica democratica nasce proprio sulle ceneri di una velleitaria avventura nazionalista; lo sviluppo postbellico e l’improvviso benessere goduto dal Paese sono stati vissuti anche come effetto dell’apertura della nostra economia al mercato mondiale. Decisamente dipendente dall’estero per capacità militare, per fonti energetiche e materie prime, l’Italia si è volontariamente legata, come socio minore, all’alleanza atlantica ed ha fatto a lungo di necessità virtù, deponendo (per fortuna) ogni forma di sciovinismo, ed individuando sempre negli organismi internazionali la principale sede di decisione. L’universalismo cattolico ed una versione sempre più soft dell’internazionalismo comunista hanno certamente rafforzato questa attitudine, il cui esito più concreto ed importante è stato individuato proprio nell’Unione europea, e nell’euro stesso. Sulla base di questa collocazione geopolitica subalterna e delle culture che l’hanno, ad un tempo, mascherata ed illusoriamente nobilitata, sono da noi attecchite ideologie che altrove hanno avuto assai minore fortuna: la diffusa convinzione che lo Stato nazionale non conti più nulla; la pretesa che esso possa essere felicemente superato dalle istanze sovranazionali e dall’autonomia del “sociale”; il globalismo che immagina un mondo piatto, privo di confini, dove gli scontri tra blocchi economico-politici sono soltanto un evitabile incidente di percorso; l’idea, infine, che siccome noi non ci comportiamo veramente come nazione nemmeno gli altri debbano farlo: da ciò la persistente illusione sul fatto che “alla fine” la Germania ed i suoi diretti satelliti rinunceranno alla loro gretta strategia mercantilistica e nazionalistica a favore dei nobili ideali del “mondo interconnesso”. Tutto questo insistente chiacchiericcio viene oggi soverchiato dal fragore della crisi, che mostra la vera natura dell’Unione europea, la persistente importanza degli Stati forti nel gestire le gravissime turbolenze economiche, l’emergere di gravi conflitti trai diversi blocchi mondiali. E, soprattutto, l’esaurimento della rendita di posizione che aveva consentito all’Italia di progredire dal punto di vista sia economico che sociale  pur nel contesto di una subordinazione geopolitica. E proprio questo è il punto: se la collocazione atlantica ci ha consentito, in passato, di situarci comunque in un’area economica espansiva (anche se ultimamente trainata solo dalla droga finanziaria), oggi questo non è più possibile. Anche l’idea di allontanarci dal rigorismo tedesco per beneficiare del “keynesismo” americano è illusoria: sia perché questo “keynesismo” è in realtà una bolla gigantesca, sia perché la strategia fondamentale degli Stati uniti è quella dell’estensione del più integrale liberoscambismo a tutta l’Europa (unita o meno), è quella della completa demolizione dei limiti posti al movimento dei capitali, e quindi cozza con le esigenze di un Paese come il nostro che, per ricostruire una base produttiva distrutta da decenni di rapine berlusconiane e di svendite prodiane, ha bisogno proprio di rendersi il più possibile autonomo dal capitale finanziario mondiale, di regolarne i movimenti, di riconquistare una capacità di manovra pubblica. Una scelta difficile   L’Italia deve quindi riconoscere che non può più identificarsi senza riserve nelle istituzioni del capitalismo atlantico, ed in particolare nell’euro, pena il proprio crescente immiserimento. E che quindi deve costruire, insieme ad altri, un’autonoma posizione internazionale (di potenziale raccordo tra Nord e Sud, Ovest e d Est) come condizione di un’autonoma strategia di crescita civile interna. La difficoltà nel liberarsi dell’euro e nell’immaginarsi senza Unione europea non è che il sintomo, a mio avviso, della sorda percezione e della subitanea rimozione di questo problema epocale, la cui soluzione imporrebbe una decisa e difficile cesura con la cultura politica e con la prassi della sinistra italiana, anche della parte migliore di essa. Difficile ma non impossibile. Se solo si diradasse la nebbia globalista in cui siamo immersi si vedrebbe che, dalla Comune di Parigi alla guerra antinazista dell’Unione Sovietica, dalla Resistenza italiana alle varianti latinoamericane del socialismo, nessuna grande esperienza di emancipazione sociale ha mancato di riferirsi in qualche modo alla nazione. Si vedrebbe che quando il comando del capitale si presenta anche come distruzione o indebolimento dello Stato nazionale, la difesa dello spazio nazionale può essere una forma non di repressione, ma di ripresa della lotta di classe. Si vedrebbe che l’internazionalismo non è – appunto – globalismo, ma patto progressivo tra lavoratori che, avendo riconquistato protagonismo politico nel proprio spazio nazionale, possono proprio per questo costruire uno spazio più ampio, e così resistere in maniera più efficace alle dinamiche del capitalismo mondiale. E la nebbia in cui siamo immersi può essere diradata se le nuove, e peggiori, condizioni sociali imposte dalla crisi sono lette e spiegate da nuove, e migliori, idee sul futuro del Paese.   


Rompere l’alleanza tra lavoro e capitale europeista  

Ma la battaglia ideale non basta. Perché i motivi dell’insano attaccamento all’euro non sono semplicemente culturali, ma, come dicevo, anche molto prosaici. Più che l’attaccamento all’euro conta qui – passatemi l’espressione – la fame di “euri”. Quella del ceto politico PD, che trova linfa e sostegno nell’essere parte integrante del blocco dominante “eurista”. Ma anche quella del ceto sindacale che sopravvive grazie all’indiscussa accettazione della prospettiva europea, che comporta in cambio legittimazione, partecipazione ad enti bilaterali, alla gestione della formazione ed altro. Ma anche quella di una parte delle associazioni civili (e dei movimenti di cui esse sono struttura portante) che pur seguitando a criticare in tutti i modi le idee neoliberiste, accettano senza batter ciglio le pratiche neoliberiste della governance, che implicano riduzione dello Stato, sussidiarietà, e, ovviamente finanziamento diretto (tramite fondi europei) delle associazioni stesse. Ma ciò che più importa è che, purtroppo, la traballante struttura dell’euro è sostenuta soprattutto dallo stesso blocco sociale che sostiene la sinistra, ossia da quei lavoratori della grande industria, del pubblico impiego e delle nuove professioni intellettuali, nonché dai pensionati,  che, pur vedendo sempre più minacciata la propria relativa stabilità, temono che le inevitabili difficoltà dell’uscita dall’euro si riversino soprattutto sulle loro spalle. Temono, insomma, più il futuro del presente. Mentre i lavoratori meno stabili ed i microimprenditori (che sono quasi sempre proletari costretti alla partita IVA), in stato di crescente disperazione, temono più l’oggi che il domani ed oscillano tra l’astensione e l’appoggio alla retorica antisistema – ed antieuropea – della destra. Dobbiamo quindi concluderne che i lavoratori cosiddetti garantiti sono gli avversari di oggi? Tutt’altro. Questo è proprio l’atteggiamento della destra, è l’atteggiamento di Grillo (ma non certo di tutto il M5S), che consiste nel mettere i lavoratori gli uni contro gli altri per poi fregarli tutti insieme, distruggendo ogni tipo di struttura sindacale e di autonomia politica. No. Noi dobbiamo ovviamente puntare sull’unità di tutti i lavoratori. Ma dobbiamo anche riconoscere che, in determinati momenti storici, i lavoratori più deprivati sono gli unici capaci di scelte politiche radicali. E che quindi bisogna prendere le mosse proprio dall’organizzazione di questi lavoratori, dall’alleanza tra essi ed una parte delle piccole e medie imprese, dalla definizione di un programma per la rinascita economica e civile del Paese. E che successivamente bisogna, su questa base, riconquistare un rapporto unitario con la parte “forte”, ma in realtà sempre più debole, del lavoro, momentaneamente alleata col grande capitalismo europeista. Anche il lavoro apparentemente stabile, infatti, è e si sente continuamente minacciato di declassamento sociale, e questa sensazione si accrescerà sempre di più. Dobbiamo accompagnarla chiarendo il ruolo negativo dell’euro e la possibilità di un’uscita a sinistra. Ossia di un uscita che non si traduca semplicemente in svalutazione ed inflazione (anche se la svalutazione ci è fisiologicamente necessaria ed anche se l’inflazione non consegue automaticamente, ed in misura proporzionale, alla svalutazione), ma comporti controllo dei capitali e dei prezzi, indicizzazione delle retribuzioni, nazionalizzazione del credito, ripresa della sovranità monetaria, quindi della politica industriale e quindi della stabilità occupazionale. E comporti una rivendicazione della sovranità nazionale come condizione della sovranità popolare, e la rivendicazione di una nuova costruzione europea basata sul coordinamento graduale delle diverse economie, ma soprattutto su motivi più politici che economici: sulla scelta, cioè, di un ruolo di gestione cooperativa e pacifica dei conflitti mondiali.   Tutto questo si può fare. In fondo i lavoratori più disperati si rivolgono a destra perché nessuna sinistra ha offerto loro una pur minima speranza. E quelli meno disperati sostengono al momento il grande capitale europeista non solo perché hanno ancora qualcosa da perdere, ma anche perché nessuno ha mai offerto loro un’alternativa credibile. La speranza e l’alternativa potranno essere offerte soltanto da una formazione politica che capisca che “sinistra”, da sola, è una parola vuota che ben può associarsi a corruzione parlamentare, bellicismo, colpevole adesione culturale all’ideologia del più forte. La “sinistra senza aggettivi”, tanto cara a Niki Vendola; combina solo disastri: serve una sinistra che ritrovi gli aggettivi che la legano alle grandi ideologie di emancipazione popolare, al comunismo, al socialismo, allo stesso cattolicesimo sociale. Serve aver chiaro che non si tratta solo di “uscire a sinistra dall’euro”, ma di uscire dalla crisi del Paese con un inizio di strategia socialista.

lunedì 11 novembre 2013

tutti dobbiamo impegnarci per costruire l'Alternativa

Il teorema della Merkel

Scritto da Diego Fusaro
Pubblicato Lunedì 11 Novembre 2013, ore 7,00


Alternativlos, “senza alternative”: è questo il teorema di Angela Merkel, la “parola chiave” alla cui luce si può leggere la politica tedesca e, con essa, quella dominante nell’odierna Europa, il lager economico di cui siamo prigionieri. Tale teorema si pone come successore logico e cronologico del there is no alternative di Margaret Thatcher.

Tutte le scelte politiche vengono oggi compiute – non solo dalla Merkel, sia chiaro – sotto il segno della presunta inesistenza di alternative. In questo modo, le scelte soggettive, sempre in senso oscenamente neoliberale, in direzione della privatizzazione selvaggia e della liberalizzazione integrale, vengono presentate come necessitate, sistemiche, obbligate e inaggirabili: l’effetto, fin troppo noto, è sempre quello della deresponsabilizzazione degli attori sociali, le cui scelte soggettive sono, appunto, puntualmente rimandate alle sacre e indiscutibili leggi del sistema, alla situazione emergenziale indotta dalla crisi. Quest’ultima – per chi ancora non l’avesse capito – non è un fenomeno passeggero, ma è un preciso modo, avrebbe detto Foucault, di “governamentalizzare” le esistenze, piegandole alle decisioni neoliberali presentate subdolamente come necessità emergenziali dettate, appunto, dal tempo della crisi.

Del resto, è ampiamente noto che l’odierno mondo capillarmente pervaso dalla forma merce non pretende di essere perfetto: semplicemente nega l’esistenza di alternative, convincendo le menti non delle proprie qualità, ma del proprio carattere fatale, intrascendibile e destinale. Ha scritto Zygmunt Bauman (La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli 2000, p. 80): “I criteri della ragione e razionalità dell’azione, adottati in passato per guidare l’attività di definizione dell’agenda svolta dalle istituzioni politiche moderne, non si applicano più all’agenda svolta dal gioco delle forze di mercato. Quest’agenda non è né razionale né irrazionale, non risuona dei precetti della ragione né milita contro di essi. Semplicemente, essa è, così come sono le catene montuose e gli oceani: un’apparenza che trova spesso conferma nella frase preferita dei politici: ‘non ci sono alternative’”.

L’assenza di alternative è il modo in cui la coartazione che le tradizionali dittature ottenevano tramite la violenza nella sua forma esteticamente più lampante viene oggi garantita in forma impersonale e anonima, come se, appunto, fosse responsabilità univoca del sistema della produzione.

Il mondo del fanatismo dell’economia non permette chanches: impone l’adattamento ai suoi movimenti sottratti – con buona pace di Habermas – a ogni agire comunicativo e a ogni etica del discorso. Ciò si traduce, nell’immaginario comune, in formule che, nella loro limpidezza, valgono anche più della “vuota profondità”, come la qualificava Hegel, dei sofisticati sistemi filosofici in cui non di rado trova oggi cittadinanza (in primis nel rifiorire di vecchi e nuovi realismi): “non c’è più niente da fare”, “non esistono alternative”, “il mondo non può essere cambiato”, “ce lo chiede l’Europa”, e molte altre ancora dello stesso tenore.

In questo scenario, il teorema della Merkel esprime con grande trasparenza la spirito del nostro tempo, in cui destra e sinistra esprimono in forme diverse lo stesso contenuto e, in questo modo, rendono possibile l’esercizio di una scelta manipolata, in cui le due parti in causa, perfettamente interscambiabili, alimentano l’idea della possibile alternativa, di fatto inesistente.

Vi è, a questo proposito, un inquietante intreccio tra i due apoftegmi attualmente più in voga presso i politici – “non esistono alternative” e “lo chiede il mercato” –, intreccio che rivela, una volta di più, l’integrale rinuncia, da parte della politica, a operare concretamente in vista della trasformazione di un mondo aprioristicamente sancito immodificabile e – con la grammatica della Merkel – alternativlos.


È sul dogma dell’assenza di alternative, del resto, che è costruita l’odierno ordine eurocratico, come ricordavo poc’anzi. La Germania riesce oggi a ottenere con lo spread, con le sacre leggi dell’economia, della finanza e del debito, ciò che non era riuscita a ottenere nella seconda Guerra Mondiale con i carri armati.

In particolare, l’integralismo dell’economia riesce a ottenere, con le leggi anonime e impersonali del mercato, ciò che le dittature tradizionali potevano raggiungere solo mediante l’uso delle armi e dei carri armati. Il sofisticato teorema dell’assenza di alternative è l’ideologia di una classe dominante che vuole perseguire il perverso sogno della soppressione delle alternative, trasformando l’esistente in necessità sistemica, in unica realtà possibile.

Dichiarare il mondo intrasformabile è il primo passo da compiere per renderlo effettivamente tale,alternativlos. Compito di un pensiero autenticamente critico è oggi, più che mai, riaprire il senso della possibilità oggi desertificato dall’imperante mistica della necessità.





domenica 10 novembre 2013

Fronte Unico per uscire dall'Euro è il primo mattone per costruire un modo di produrre diverso

04/11/2013

La Rivoluzione impossibile di Eugenio Orso & Anatolio Anatoli

Una domanda ricorrente, che si sente ripetere sempre più spesso e che, apparentemente, non trova una risposta, è “perché non scoppia una rivoluzione?”. La situazione sociale è a precipizio, i soprusi del potere neoliberista, tradotti in manovre finanziarie d’esproprio dai governi nazionali collaborazionisti, continuano senza soste, gli apparati produttivi e l’occupazione in paesi come l’Italia sono già alla corda, i redditi popolari si contraggono di giorno in giorno, ma non vi è alcun cenno di una reazione politica e sociale organizzata, per fermare la mano dei massacratori finanziari, mercatisti ed europoidi. La domanda “perché non scoppia una rivoluzione?”, essendoci tutti i presupposti, è più che giustificata e non solo in relazione alla situazione italiana.
Nel presente post cercheremo di rispondere in estrema sintesi a questa domanda, articolando la risposta in quattro punti principali, corrispondenti ad altrettante concause che hanno portato la situazione politica e sociale a questo estremo, neutralizzando il dissenso all’interno della società.
1)    La flessibilizzazione e l’idiotizzazione di massa socialmente organizzate hanno avuto pieno successo. Il processo ultraventennale di distruzione delle sicurezze materiali, per i dominati (lavoro precario sottopagato in luogo di lavoro stabile tutelato), e di azzeramento della coscienza politica e sociale nelle masse, ha rappresentato e rappresenta un elemento strutturale del neocapitalismo, un presupposto irrinunciabile per la sua affermazione. Al punto tale che il pd – il più importante cartello elettorale italiano liberaldemocratico al servizio della classe globale dominante – si permette, stando al governo, di estendere il blocco delle retribuzioni al pubblico impiego fino alla fine del prossimo anno, per il taglio ineludibile della spesa pubblica, affamando la sua stessa base di consenso. Sappiamo bene qual è il peso elettorale del pd nel pubblico impiego e, in particolare, in settori come quello della scuola, molto penalizzati in questi ultimi anni. Eppure, i sondaggi rivelano incrementi di consensi percentuali di questo partito-servo delle eurocrazie globaliste, che non possono essere dovuti soltanto al probabile collasso dell’altro socio politico all’interno del sistema, cioè del pdl, o all’altrettanto probabile perdita di consensi di m5s. Ancor peggio, perché Matteo Renzi, l’astro nascente del collaborazionismo politico italiano filo europoide, filo tedesco e filo globalista, molto probabilmente guiderà l’annientamento finale dell’Italia con i voti di coloro che dovrebbero avversarlo. Il suddetto non è un idiota semi-visionario che pontifica alla Leopolda (una specie di San Sepolcro a rovescio, come programma), come mostrano di credere alcuni, ma un neoliberista per convenienza, abile “performer” sulla scena politica, incaricato della demolizione finale del paese. Fra Berlusconi e Mendella (chi se lo ricorda Giorgio di Rete Mia, il Berlusconi mancato, nonché venditore di case in Romania?), fra la politica televisiva che alimenta lo Spettacolo e il messianesimo spicciolo, ecco spuntare un nuovo “salvatore dell’Italia”, un paio d’anni dopo il non eletto Mario Monti. Il sindaco di Firenze rappresenta la sintesi del berlusconismo, del lib-lab, del neoliberismo “di sinistra” e della politica-Spettacolo (in senso debordiano). Infatti, fidando sull’efficace idiotizzazione di massa, che fa digerire al popolo politiche contrarie ai suoi interessi vitali, i “poteri esterni” hanno scelto Renzi per i motivi anzidetti e perché è un traditore in vendita, disposto a completare il saccheggio dell’Italia occupata. Lo farà pienamente cosciente di farlo, con il sorriso sulle labbra, e quindi è doppiamente colpevole. Dopo di lui il deserto più totale. Questo farabutto è stato in “joint venture” con l’infame Ichino (l’apostata del pci che ha scritto i nullafacenti, definendo lo stipendio del dipendente “odiosa rendita parassitaria”) contro il lavoro dipendente e, in particolare, contro il suo ultimo santuario di stabilità e diritti, cioè l’impiego pubblico. Questo farabutto (Renzi) vuole demolire completamente uno stato sociale che già non funziona, inoculando germi come quello della “flexsecurity”. E’ un sostenitore delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni (ben oltre la celebre “lenzuolata” di Bersani!) per svendere all’incanto gli asset produttivi nazionali e in generale il patrimonio pubblico. Nello stesso tempo, Renzi vorrebbe diminuire il costo del lavoro (e quindi il potere d’acquisto degli italiani) per rianimare la tanto santificata competitività. Il suddetto è un pubblicista del denaro elettronico e della limitazione estrema della circolazione del contante, soluzione ottimale non tanto per “combattere l’evasione”, come si millanta, ma per un efficace e capillare controllo della popolazione. Eppure possiamo essere sicuri che la base elettorale del pd lo sosterrà, forse in grande maggioranza. Pensionati, impiegati pubblici, insegnati e altri soggetti voteranno in massa, “fiduciosi”, per Matteo Renzi, acclamandolo come il “nuovo che avanza” e seguendolo come si segue un pifferaio magico che ti porta verso il baratro. La probabile ascesa politica di Renzi, in un'Italia “terminale”, costituirà la miglior prova del successo elitistico, conseguito flessibilizzando e idiotizzando le masse popolari.


2)    Il mito degli “stati uniti d’Europa”, dietro il quale si nasconde l’unione monetaria europoide quale strumento di dominazione delle élite neocapitalistiche, è stato truffaldinamente diffuso, con successo, a livello di massa. Il fine è di imprigionare interi popoli nell’eurolager e di togliere l’acqua al pesce del dissenso “euroscettico”. Berlusconi e parte del pdl che lo segue stanno pagando caro il loro cauto “euroscetticismo”, in buona parte elettoralistico, la loro relativa inaffidabilità e per questo motivo le élite europoidi hanno deciso di marginalizzarli, o addirittura di eliminarli dalla scena. Meglio non rischiare, anche se Berlusconi, alla fine, ha sempre abbassato vigliaccamente la testa davanti ai grandi “poteri esterni” (come nel caso macroscopico dell’avvento di Monti o in quello dei bombardamenti sulla Libia). Il pd, invece, e soprattutto la sua “ala liberal”, insiste con l’europeismo più sfrenato, con le mitologie fasulle dell’unione dei popoli “democratica”, “dal basso”, con il necessitarismo degli “stati uniti” a moneta unica privata. Tutta propaganda becera e vuota che il pd può permettersi, essenzialmente perché la sua base di consenso è completamente idiotizzata e perciò consenziente, nonostante la prospettiva futura di subire i morsi della fame. Inoltre, ci sono le “regole europee” da rispettare acriticamente, devolvendo “spontaneamente” anche i residui di sovranità nazionale agli organi sopranazionali euroglobalizzanti. La prospettiva del dominio del mercato, cioè della sottomissione agli interessi della classe global-finanziaria deterritorializzata, è quella espressa dai collaborazionisti piddini, confortati dal fatto che la loro base è ormai una congerie d'idioti politici e sociali, orfani della classe di appartenenza e disposti a bere qualsivoglia fandonia. In sostanza, è sempre la diminuzione dell’essere umano, provocata artificialmente nel passaggio dal capitalismo del secondo millennio a quello del terzo, che favorisce l’accettazione del truffaldino mito degli “stati uniti d’Europa” (di natura elitistica), impedendo ai dominati di ribellarsi. In Italia, possiamo notare come il pd, oltre ad agire politicamente recependo sempre e comunque i diktat del potere euroglobale, riesce a propinare alla sua base le fandonie europeiste con un certo successo, non mettendo mai in discussione la moneta unica privata.  Temiamo che se continuerà il “cammino europeo” del paese, senza scossoni politici e sociali, l’internamento nell’eurolager sarà la sola prospettiva che avranno gli italiani per i prossimi anni. 


3)    Il tradimento della sinistra, nei confronti della sua stessa base di consenso, e l’estinzione dei comunisti hanno favorito la schiacciante vittoria del neoliberismo, in particolare in Europa e in modo molto particolare in Italia, paese in cui esisteva il più grande partito comunista dell’Europa occidentale. Scriveremo solo l’indispensabile su questo punto, avendo già trattato diffusamente l’argomento in passato. Dopo la fine del mondo bipolare Usa-Urss, all’internazionalismo proletario, caduto in disuso, si è sostituito “il villaggio globale”, cioè il mito della globalizzazione unificante per l’umanità. Ancor peggio, lo stato nazionale sovrano è stato avversato per legittimare il governo sopranazionale (nella sostanza non di natura elettiva e “democratica”) e gli organi della mondializzazione (fra i quali la uem, la bce e la commissione europea), secondo i peggiori incubi spinelliani, o meglio “spinellati”. In certi casi la classe, e con lei il vecchio mito dell’operaio-massa, è stata sostituita da una vaga moltitudine, di natura filosofica, inesistente da un punto di vista sociologico e inserita, guarda caso, in un contesto sociale nuovo, squisitamente a-classista, caratterizzato dall’atomizzazione e dall’isolamento dei singoli. Il monopolio della lotta di classe è stato consegnato alle élite globaliste, inibendo la protesta sociale. Tutto questo con la fattiva collaborazione della sinistra e degli apostati del comunismo, in posizione subordinata rispetto ai centri di interesse sopranazionali del neocapitalismo. L’accettazione delle dinamiche mercatiste “a sinistra” è completa, pur temperata da tracce, sempre più sparute, di laburismo. Il testimone della protesta sociale e dell’antagonismo, un tempo nelle mani della sinistra e soprattutto dei comunisti, non l'ha raccolto nessuno, come possiamo facilmente constatare in Italia. Così è stato mandato definitivamente in soffitta, a far compagnia alla Rivoluzione. Sinistra neoliberista, componente essenziale del partito unico neocapitalistico, e residui di comunismo individualistico post sovietico, completamente rifluito negli immaginari nuovo-capitalistici, oggi dominano incontrastati, turlupinando le masse pauperizzate. Renzi, Letta, Bersani e Vendola, nonostante gli screzi a scopo elettoral-propagandistico e qualche rivalità reciproca, sono dalla stessa parte e la loro politica è unica, come il pensiero dell’epoca. In conclusione, precisiamo che un discorso simile riguarda i sindacati (cisl a suo tempo con Monti e scelta civica, cgil con il pd, fiom con il sel) i quali soffocano la protesta con scioperetti inani e remano bellamente contro i lavoratori, firmando accordi-capestro. Quello che abbiamo definito (forse un po’ semplicisticamente per essere compresi) “il tradimento della sinistra e l’estinzione dei comunisti”, sul piano politico è un fenomeno evidente, che si accompagna al “tradimento del sindacato”, al “tradimento degli intellettuali”, dei giornalisti e via elencando.


4)    L’assenza di gruppi politici (e di economisti, di sociologi, di politologi) con un piede dentro il sistema, inseriti nelle sue logiche, ma nello stesso tempo ribelli, portatori di nuove istanze e di nuovi programmi strategici economico-politici, disposti a rischiare mettendosi contro gli interessi sovrani della classe globale dominante, è un’evidenza. La strada scelta, nel caso tali gruppi compaiono sulla scena della storia, potrà essere quella dell’affermazione elettorale, giocando secondo le regole liberaldemocratiche. Nell’Italia desertificata questi gruppi mancano completamente, mentre in Francia – potenza nucleare e paese chiave dell’Europa continentale, escludendo la Russia – qualche sorpresa potrebbe forse riservarla il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, anche se noi siamo piuttosto scettici in proposito. L’unica alternativa alla lotta armata rivoluzionaria (oggi purtroppo impensabile) è la formazione e la significativa presenza, all’interno del sistema, di gruppi e partiti politici che “remano contro” il sistema stesso, per la riacquisizione della sovranità nazionale e la subordinazione dell’economia alla politica, capaci di coagulare intorno a sé un vasto consenso popolare. Questi gruppi non seguirebbero la via rischiosa dell’insubordinazione nei confronti delle oligarchie euroglobaliste per etica e buoni sentimenti (mettendo in pericolo la loro stessa incolumità fisica), ma per appropriarsi la sovranità e la decisione politico-strategica all’interno dei vecchi stati nazionali.
Il punto 4 ci porge l’occasione per delineare possibili, futuri scenari del tutto nuovi. Nel caso i predetti gruppi dovessero comparire, in situazioni di forte tensione sociale e di precipitazione verticale degli eventi, sarà forse possibile sottrarsi definitivamente al giogo neocapitalistico (ed europoide) in due fasi, sintetizzabili in poche righe come segue:
1)    Fase “propedeutica” alla Rivoluzione vera e propria, dirigista, sovranista, keynesiana, di rigetto del libero mercato (globale) e dell’eurolager. Le forze che la domineranno – non propriamente definibili rivoluzionarie, ma, al più, “protorivoluzionarie” – avranno un piede dentro il sistema, pur ribelli, e guideranno la transizione. In Italia potrebbero manifestare qualche lineamento spiccatamente nazionalista, definibile “di destra”.

2)    Fase rivoluzionaria vera e propria. Emergeranno in contesti culturali, politici e sociali “rimessisi in movimento”, liberati dal giogo neocapitalistico, sopranazionale e neoliberale, le vere forze rivoluzionarie. Si ricomporrà il quadro del conflitto sociale non più sbilanciato da una parte sola, emergeranno nuove élite antagoniste, per la fuoriuscita dal capitalismo. Un po’ come i bolscevichi di Lenin dopo la (breve) fase menscevica, solo con tempi presumibilmente più lunghi. 
Ne consegue che se anche all’inizio le idee socializzanti e neocollettivistiche non troveranno uno sbocco concreto, lo troveranno in seguito quando, alla fine della transizione, si manifesterà una nuova spinta rivoluzionaria nella società. La chiave di tutto questo processo storico sarà la riacquisizione della piena sovranità, monetaria e politica. Solo così la Rivoluzione impossibile potrà ridiventare possibile.