Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 novembre 2013

Letta, Renzi, Cuperlo, Civati servi dell'Euro contro il popolo italiano

venerdì 29 novembre 2013

E adesso, povero euro?

(da Mimmo Porcaro ricevo e pubblico con immenso piacere, ricordando altresì che questo documento è stato diffuso anche attraverso la newsletter 'rifondazione no-euro' di ieri, 28 novembre 2013. Forse non tutti si spiaggeranno...)




Lasciamolo dire al Sole 24 ore, un giornale che per la sua funzione non può permettersi di raccontare troppe frottole: “Chi si illudeva che il ritorno dei socialdemocratici al governo avrebbe ammorbidito le politiche di rigore di Angela Merkel si ritrova smentito su tutta la linea: niente allentamenti, né mutualizzazione dei debiti, né solidarietà finanziaria Ue nell’unione bancaria se non come ultimissima spiaggia. Silenzio sulla crescita europea (che non c’è). Invece contratti Ue vincolanti sulle riforme degli altri”. Così Adriana Cerretelli, addì 28 novembre.
Capito? Il PD ha sempre saputo che le cose sarebbero andate così, e farà finta che sia ancora possibile ottenere, assieme al rigore, la sospirata crescita. Non si tratta di illusioni, si tratta di fare il proprio mestiere, che è, per il PD, quello di tenere i lavoratori italiani dentro la gabbia del capitalismo euroatlantico. Ma che dire della sinistra sedicente radicale, che ancora continua a coltivare speranze analoghe? “Beh – mi si risponderà – ma noi non speriamo certo nel rinsavimento della Merkel, contiamo piuttosto sulla lotta dei lavoratori europei…” . Appunto: se la Grosse Koalition tra socialdemocratici e conservatori è tirchia sull’Europa, è invece più generosa sul fronte interno. I patti prevedono infatti l’instaurazione di un salario minimo ed un allentamento delle restrizioni in tema di pensioni. Poca cosa, certo: ma cosa rilevantissima perché in assoluta controtendenza rispetto all’andazzo attuale. Insomma, diciamola chiara: con i sovrapprofitti garantiti anche dal poter godere, grazie all’euro, di una permanente svalutazione della propria moneta (quella svalutazione che, chissà perché, per l’Italia dovrebbe essere peccato capitale), la Germania finanzia il rafforzamento dell’adesione dei lavoratori tedeschi al suo modello mercantilista. Cosicché lo “spazio europeo” dimostra ancora una volta di non favorire affatto l’unità dei lavoratori, e quindi la costituzione del fronte sociale che dovrebbe democratizzarlo. Anzi.
Ma che ne è dell’altro paladino della cosiddetta Europa sovranazionale, che ne è di quel Mario Draghi che dovrebbe difendere l’euro (questo presunto “spazio avanzato” della lotta di classe) contro la miopia della Germania? Vediamo, vediamo:... “Mario Draghi non  ha bloccato la proposta di alcuni membri dell’Esbr, l’autorità per i rischi sistemici, di prevedere una valutazione del rischio superiore a zero per i titoli di stato detenuti dalle banche. E, ovviamente, che tali rischi siano ponderati in modo diverso di stato in stato, con i titoli dei paesi virtuosi ad essere valutati più sicuri di quelli dei Piigs.” Se questa scelta venisse confermata – continua Investireoggi, un sito di consulenza finanziaria che, anch’esso, non può raccontare troppe frottole – ciò “equivarrebbe a dire agli investitori che anche per la BCE i BTp ei Bonos non sono così sicuri come i Bund tedeschi. E perché mai dovrebbero acquistarli, se la stessa banca centrale li declassa?”. 
Inoltre Weidmann, il presidente della Banca centrale tedesca, “avverte Draghi che se intende andare avanti sulla strada della supervisione bancaria unica e centrale, non sarà lui a guidarla. La Germania uscirà dal cilindro [chiedo scusa per il pessimo italiano, ma io non c’entro… M.P.] l’ennesimo organismo sovranazionale e ufficialmente super-partes, per evitare che i bilanci delle sue banche siano giudicati dal board della BCE, dove ormai i tedeschi sono finiti in minoranza, come ha dimostrato l’ultimo voto di novembre con il taglio dei tassi avversato dalla Bundesbank e da pochi altri. E la BCE potrà anche scordarsi nuove misure di stimolo monetario, perché il discorso del governatore tedesco era tutto improntato ad evidenziare i difetti di simili provvedimenti, che non sarebbero tollerati da Berlino, dopo il taglio dei tassi di meno di venti giorni fa”.
Capito l’aria che tira? Mario Draghi preferirebbe tenere in piedi la zona euro, forse per evitare che una sua disgregazione ostacoli il prossimo – e per noi micidiale – trattato di partnership euro-americana. Ma Berlino, nonostante possa lucrare molto dalla moneta unica, non le sacrificherà mai la propria autonomia strategica.
Non c’è niente da fare, dunque: la sinistra radicale (se davvero vuole essere sinistra e se davvero vuole essere radicale) deve rassegnarsi a deporre la vetusta retorica dell’Europa sociale, dei movimenti, della lotta di classe continentale, per affrontare con coraggio i propri compiti storici. Ossia la ridefinizione della posizione internazionale del Paese. L’elaborazione di un nazionalismo difensivo e democratico-costituzionale come base di un’alleanza del Sud, e poi di un’Europa confederale. La riscoperta dei pregi dell’economia pubblica contro le illusioni privatistiche (comuni anche a tanto “privato sociale”, a tanta “economia alternativa”). La costruzione di  un’alleanza tra i lavoratori che oggi seguono il PD e quelli che oggi seguono il centrodestra, su un programma che mescoli pianificazione per i grandi gruppi e (vero) mercato per le PMI, innovazione scientifico-tecnologica e democrazia industriale, valorizzazione dell’immenso patrimonio paesistico-culturale dell’Italia ed espansione razionale del lavoro pubblico.
Capiamolo una buona volta: lo rompano i Piigs o lo rompa la Germania l’euro finirà. Saremo allora costretti a riscoprire la serietà, la difficoltà, la durezza di una effettiva posizione di sinistra, dunque socialista.
 

venerdì 29 novembre 2013

l'esercito italiano è sgradito in Val di Susa, è a guardia di un cantiere simbolo dello stato-mafia


post, top — 29 novembre 2013 at 09:01

I Folletti No Tav incatenano la caserma degli alpini di Rivoli

rivoli
riceviamo e pubblichiamo
Ieri sera  un gruppo di folletti della Clarea tra cui  Maddalena Libera  è sceso in città, stanchi  di veder  questi soldati in cantiere a bighellonare dietro le reti….e hanno chiuso  con una catena l’ingresso della caserma Ceccaroni di Rivoli.All’iniziale sorpresa dei militari colti impreparati da un simile evento,è seguita una puntuale sorveglianza della catena .Dopo una mezz’oretta i soldati(ormai diventati un buon gruppo ad ammirare l’artefatto)hanno finalmente trovato una tronca  con cui liberare l’ingresso così da lasciare di nuovo passare camionette e macchine …Nulla si sa dell’evento verificatosi in quel luogo,per questo è necessario renderlo pubblico…. Dimenticavamo…per rendere edotti i soldati avevamo lasciato uno scritto che non è stato apprezzato ,in quanto strappato.Eccone comunque una copia ….A presto!

giovedì 28 novembre 2013

la "fine della storia" è un programma politico globale: soffocante economicismo e politicismo alimentato da giornalisti e commentatori superpagati


Nazione italiana, Europea e Mediterranea
Il presente come storia. Coscienza storica, memoria storica, liberazione
VI parte 


Per agevolare la lettura, questo articolo di Costanzo Preve, apparso per la prima volta sulla rivista Indipendenza è stato diviso in tredici parti.  
Alla parte successiva

la distruzione della peculiarità di un sistema scolastico è il tassello per distruggere qualsiasi identità nazionale
6. La globalizzazione ipercapitalistica attuale e la cosiddetta "fine della storia" in una dittatura incontrastata dell'economia.
Siamo ora giunti al quinto ed ultimo punto della prima parte di questo breve saggio di orientamento. Si tratta del punto più importante, perché condiziona direttamente l'orientamento politico ed ideologico di ognuno nella congiuntura storica attuale. Ripetiamo qui per comodità del lettore i quattro punti preliminari già trattati. Primo, il modo migliore per impedire il ripetersi di fenomeni storici come il nazionalsocialismo tedesco di Hitler sta nel non considerarlo un'inesplicabile irruzione del demoniaco e del male assoluto nella storia, ma nel valutarlo come il punto estremo di un pericolo sempre presente, la messa in atto pianificata di un'organizzazione ideologica e tecnologica di un massacro amministrativo. Secondo, il modo migliore di considerare globalmente il fenomeno del comunismo storico novecentesco sta nel ritenerlo non certo l'applicazione dell'utopia rivoluzionaria originaria di Marx, ma piuttosto la risposta nazionale e popolare, pienamente legittima, al massacro della prima guerra mondiale imperialistica del 1914; di conseguenza, il suo fallimento irreversibile e definitivo non deve essere visto come la smentita epocale di un'illusione criminale, ma la sanzione storica di una tragica impotenza funzionale, l'impotenza funzionale del suo organismo (la classe) e del suo organo (il partito) nel far nascere una società stabilmente anticapitalistica. Terzo, il pentitismo organizzato e la retorica perdonista di oggi, lungi dall'essere una presa d'atto della natura del colonialismo imperialistico, devono essere visti come una premessa ideologica per un nuovo mercato globalizzato ed indifferente a tutto ciò che non è un parametro economico di scambio. Quarto, la scandalosa impunità garantita al sionismo deve essere vista come una conseguenza politica di un fatto culturale presupposto, il passaggio della "falsa coscienza" occidentale da un precedente antisemitismo paranoico (il popolo deicida che complotta per dominare il mondo) ad un posteriore filosemitismo schizofrenico (il popolo speciale che ha subìto prove speciali per cui gli si devono garantire privilegi speciali). Mi dispiace ripeterlo, ma chi non passa attraverso la faticosa comprensione di questi quattro punti non può neppure arrivare alla comprensione del quinto, che ora affronteremo.
La globalizzazione ipercapitalistica attuale ha bisogno di una religione di massa, e questa religione di massa è l'onnipotenza dell'economia. I nuovi idoli sono gli indici di borsa. La divinità, un tempo esteriore al mondo sociale e politico, è oggi ormai interna ad esso e si esteriorizza nello spettacolo permanente dei media. Le nuove cerimonie religiose sono officiate da mezzibusti televisivi sorridenti che si consultano con economisti che ripetono solenni parole in inglese roteando una pipa spenta. L'ideologia di questa nuova società è quella della fine della storia. E appunto qui cominciano le difficoltà. Molti pensano che la "fine della storia" sia semplicemente una pensata superficiale coniata in fretta e furia (in tempo reale) da uno sfrontato californiano dagli occhi a mandorla, un certo Francis Fukuyama, saccheggiatore di Hegel e di Kojève. Insomma, una vera e propria americanata, un'ideuzza destinata ad essere presto dimenticata e sostituita da analisi ben più serie e complesse. Ebbene, chi pensa questo è in errore, e non coglie il centro della questione. Ed il centro della questione sta in ciò, che la fine della storia non è affatto un'opinione filosofica o storiografica, ma è un programma politico globale attivamente voluto e perseguito dalle oligarchie finanziarie transnazionali per ora internazionalmente coordinate dalla superpotenza americana. Questo programma politico globale, che è appunto un programma e non un'opinione, deve essere appunto connotato esattamente per quello che è: un programma politico globale coscientemente perseguito da una nuova feroce classe sfruttatrice, e non un'opinione filosofica frettolosa e semplificata.
Se si capisce questo si parte con il piede giusto. E partendo con il piede giusto molti apparenti enigmi trovano in via di principio una via per la loro soluzione. Segnaliamone qui brevemente alcuni, sottolineando che il discorso che faremo a partire dal prossimo paragrafo sull'Italia e la nazione italiana non sarebbe comprensibile al di fuori di queste rapide considerazioni preliminari.
In primo luogo, è bene ricordare che la stessa parola globalizzazione, che pure usiamo continuamente in modo poco sorvegliato, è impropria ed inesatta. Essa è infatti la parola scelta dall'ideologia economica dominante, che non è per nulla neutrale. Il termine corretto sarebbe forse nuova mondializzazione imperialistica, per i seguenti ordini di ragioni. Primo, la teoria dell'imperialismo di inizio secolo (e di Lenin in particolare) ci sembra tuttora valida, in particolare se accettiamo la (plausibile) proposta teorica di Gianfranco La Grassa sulla "ricorsività" capitalistica della fase attuale, che appare tendenzialmente neo-imperialistica, in particolare per l'emergere dei tre poli USA, Europa e Giappone. Secondo, vi è comunque una situazione nuova, una vera e propria singolarità non ricorsiva, legata alla superpotenza americana ed al suo virtuale monopolio in due settori strategici, quello militare e quello culturale. La mondializzazione è dunque nuova, e però anche imperialistica (e quindi ricorsiva). Nella situazione attuale, è prematuro parlare di paesi subalterni come l'Italia come di veri e propri centri imperialistici (e pertanto ci sembra corretta la posizione di Francesco Labonia, in Indipendenza, n. 3, pp.3-4). È possibile che questo avvenga per una futura Europa franco-tedesco-russa, ma per il momento questa è pura fantapolitica, e non riguarda la situazione presente. La categoria di nuova mondializzazione imperialistica indica pertanto un processo contraddittorio in corso, e non una situazione già consolidata. La categoria di globalizzazione è invece impropria e fuorviante, perché indica una inesistente nuova utopia del libero scambio, resa veloce da Internet e dalle borse mondiali, che non corrisponde alla realtà, il presente dominio imperialistico americano con le sue due gambe militare e culturale. Quindi nuova mondializzazione imperialistica è meglio di globalizzazione.
In secondo luogo, è bene ricordare che questa nuova mondializzazione imperialistica comporta un indicibile svuotamento della politica, che rende obsoleta l'intera teoria liberaldemocratica classica, ridotta ormai a connotare veri e propri effetti di superficie non più espressivi dei movimenti storici strutturali. Il ceto politico professionale, tenuto sotto ricatto permanente da magistrati e giornalisti reclutati al di fuori di qualunque rappresentatività in nome di ideologie giuridiche e mediatiche falsamente oggettive, non rappresenta più interessi sociali coerenti, ma media fra lobby neocorporative. Non viviamo dunque in una democrazia, e neppure in una liberaldemocrazia (su questo punto il mio dissenso con Norberto Bobbio è esplicito e totale), ma in una nuova oligarchia plebiscitaria, che la teoria politica liberaldemocratica classica non riesce a concettualizzare neppure in modo approssimato. Lo stesso termine di "poliarchia" (alla Robert Dahl) è fuorviante, perché suggerisce un inesistente pluralismo effettivo di centri di potere diversi. No, siamo proprio purtroppo dentro una nuova oligarchia plebiscitaria, con leader politici fortemente mediatizzati il cui carisma non ha però più nulla a che vedere con quello studiato da Max Weber, in quanto si tratta di un carisma artificialmente prodotto, manipolato e montato da specialisti dei media (il nuovo clero della nuova società stratificata nella sua fase post-borghese e post-proletaria). Non è neppure esatto dire che siamo in una società della libertà (individualistica) dei moderni e non degli antichi, come sostenne all'inizio dell'Ottocento il teorico liberale Benjamin Constant, perché Constant parlava di un "privato" borghese, e non di un "privato" interamente colonizzato dalla pubblicità e dalla manipolazione mediatica della vita quotidiana.
In terzo luogo, per finire, occorre sottolineare la crucialità assoluta della questione culturale. Il soffocante economicismo e politicismo, quotidianamente alimentato dal ceto dei giornalisti e dei commentatori superpagati, non permette di comprendere questa crucialità, e di come per esempio la "riforma scolastica" dell'Ulivo sia cento volte più importante di qualunque ingegneria istituzionale da Bicamerale (chi vuole capire questo può iniziare dal libretto di Lucio Russo, Segmenti e Bastoncini, Feltrinelli, Milano 1998), se si vuole capire la devastante dinamica dell'americanizzazione culturale. La distruzione della peculiarità di un sistema scolastico è infatti un tassello della distruzione di qualunque residua identità nazionale. È un profondo, terribile errore pensare che si tratti di un problema specialistico, da affidare a pedagogisti professionisti.
Abbiamo trattato la questione culturale in un precedente saggio per Indipendenza, e non ci torniamo sopra per esclusive ragioni di spazio. Ma ripetiamo che sta qui il punto cruciale della questione in questo momento storico. Ed è allora giunto il momento di discutere il tema dell'identità storica della nazione italiana, in un'ottica nazionalitaria estranea ad ogni nazionalismo. Si tratta di note preliminari ad un discorso ancora da fare, che potrà essere fatto solo con una futura polifonia di voci. Qui vogliamo soltanto cominciare, e stimolare opinioni e prese di posizione.
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mercoledì 27 novembre 2013

La filosofia parte sempre e soltanto dalla vita quotidiana. Comprendere la Dialettica della illimitatezza e della corruzione sgombra la strada dai detriti


Dire la verità sul capitalismo e sul comunismo. Dialettica dell’ illimitatezza, dialettica della corruzione.

dic 12th, 2011 | Di | Categoria: Teoria e critica
di Costanzo Preve
Questo è un testo filosofico, sconsigliato a chi non ha pazienza e non legge le cose molte volte fino a che non le ha capite. In realtà parte da un recente accadimento dell’attualità politica, il fatto che gli ex-comunisti del serpentone metamorfico-trasformista PCI-PDS-DS-PD siano in questo novembre 2011 i principali sostenitori del commissariamento economico ultra-capitalistico dell’Italia da parte di Monti, uomo della Goldman Sachs. Dal momento però che ho staccato da tempo la spina nel conflitto drogato e manipolato Destra/Sinistra e del Partito dei B/Partito degli anti-B, non intendo perdere tempo con sciocchezze leggibili ogni giorno nel circo mediatico e visibili ogni ora in quello televisivo.
Mi occuperò di un problema di lungo periodo, chiamato dialettica. La dialettica è al cuore della comprensione filosofica dei processi storici. Ho così scritto due termini: filosofia e storia, o più esattamente comprensione filosofica dei fatti storici. Viviamo in un tempo in cui si dà per scontato che per capire il lato sociale dell’attualità basti ed avanzi l’economia, integrata dalla letteratura per quanto riguarda i conflitti psicologici degli individui. Sembra che la filosofia non abbia nessuno spazio.
Chi scrive la pensa diversamente: la filosofia, se bene usata (se male usata è una pura perdita di tempo, meglio l’enigmistica, i romanzi polizieschi e la pesca con la lenza) illumina il presente storico ancora meglio della letteratura (che pure è meravigliosa) e certamente meglio dell’economia (che invece è miserabile).
Questo testo filosofico è diviso in quattro parti, rispettivamente:
(1) Introduzione sulla dialettica.
(2) Il capitalismo, la dialettica dell’illimitatezza.
(3) Il comunismo, la dialettica della corruzione.
(4) Conclusioni aperte provvisorie.
Buona lettura. Ma buona lettura soltanto a chi leggerà con mente aperta, senza ripiegamenti identitari, presunzione di sapere già tutto (il contrario della “ironia” socratica), isterismi da politicamente corretto, boria da intellettuali so-tutto.
1. Introduzione alla dialettica
La filosofia, anche quello apparentemente più complicata, parte sempre e soltanto dalla vita quotidiana. Diffidate da coloro che dicono che essa si occupa di cose inaccessibili al buon senso e all’intelletto comune. Costoro sono l’equivalente filosofico dei piazzisti e degli imbonitori. La filosofia però elabora e sistematizza in linguaggio necessariamente specialistico (simile in questo alla fisica) questioni accessibili anche e soprattutto all’intelletto comune. È sufficiente però che l’intelletto comune non si “chiuda a riccio” , ma accetti psicologicamente il terreno della possibile comprensione.
La dialettica (risparmio qui al lettore la sua storia, cui io però ho dedicato un libro apposito) parla di come le cose cambiano e non restano ferme e sempre uguali nel tempo. Per “cose” si intendono non le scarpe, i sassi, i pesci, ma i processi, e cioè i processi di sviluppo dei fenomeni naturali e sociali. Per quanto riguarda i fenomeni naturali l’applicazione principale della dialettica è la teoria dell’evoluzione, non solo per quanto riguarda le scienze della vita, ma anche la geologia e l’astrofisica. Per quanto riguarda i fenomeni sociali, la dialettica deve tenere conto di un elemento inesistente nei fenomeni naturali, e cioè la volontà umana, che progetta e modifica il mondo che si trova davanti “dato”. In filosofia, questo fenomeno si chiama “prassi”, e non se lo sono certamente inventati Marx e i marxisti (ma andiamo!), ma il termine c’era già presso gli antichi greci (particolarmente in Aristotele) e presso i grandi idealisti tedeschi di inizio ottocento (particolarmente in Fichte).
Quindi, la dialettica parla del cambiamento e del mutamento. Ma ci sono due tipi diversi di cambiamento. Un primo tipo di cambiamento è quello che deriva da un’azione esterna di un soggetto su di un oggetto rimasto passivo (per esempio, il modellare una pietra con uno scalpello). Il secondo tipo di cambiamento è quello che deriva da un cambiamento interno alla cosa stessa (per esempio, l’invecchiamento, che avviene contro la nostra volontà).
La dialettica è la comprensione dei cambiamenti interni di un processo, comprensione applicata ai processi storici e politici. La politica, in prima approssimazione, è soltanto lo strato superficiale della storia. Se si parte dalla politica per capire la storia, non la si capirà mai. Se invece si parte dalla storia per capire la politica, non è detto che la si capisca sicuramente, ma almeno ci si può provare.
La dialettica, appunto perché pericolosa per i gruppi storicamente dominanti, è diffamata in particolare nelle facoltà universitarie di filosofia, che sono in generale costosi apparati ideologici delle stesse classi dominanti, e devono far diventare complicate le cose semplici, in modo che l’intelletto comune non le capisca (come fa, del resto, la facoltà universitaria di economia).
Non vi è qui lo spazio, e neppure la necessità, per enumerare in dettaglio tutte le numerosissime varianti della diffamazione della dialettica. Ricordo qui solo sommariamente le tre principali (ma ce ne sono molte altre):
(1) La dialettica è uno strumento dei filosofi, ma la filosofia non è una conoscenza affidabile del reale. Soltanto la scienza lo è, e la scienza non utilizza la dialettica, ma soltanto la logica comune, applicata alla matematica e all’esperimento controllato. In tremila anni i filosofi non sono mai riusciti a mettersi d’accordo con le loro chiacchiere interminabili ed indimostrabili, mentre la scienza invece ha precisi protocolli di verificazione e di falsificabilità delle ipotesi eventualmente errate.
A questa obiezione si può rispondere che, anche ammesso che la scienza non utilizzi mai il metodo dialettico (ma insigni scienziati sostengono che invece lo usa), questo riguarda solo l’oggetto delle scienze della natura (astronomia, fisica, chimica, biologia, genetica, geologia, eccetera), mentre nella storia sociale umana interviene la soggettività progettuali individuale e collettiva, che retroagisce dialetticamente con altri progetti opposti e/o convergenti.
(2) La dialettica è uno strumento sofistico per giustificare tutto ciò che avviene, ed in questo modo si può sempre giustificare e spiegare tutto, compreso il male e la malvagità umana, da Auschwitz a Hiroshima, da Stalin a Hitler. Se infatti alla storia viene attribuita una inesorabile necessità storica, allora diventa possibile giustificare tutto come prodotto di una necessità storica quasi “naturale”.
A questa obiezione si può rispondere che questo sarebbe vero se la storia fosse una branca delle scienze naturali caratterizzate dalla categoria modale delle necessità (tipo caduta dei gravi in fisica) ma questo non è. La dialettica non intende affatto giustificare tutto, al contrario. La dialettica aiuta semplicemente a capire il perché un certo processo, partito con certe intenzioni, si è rovesciato alla fine nel suo esatto contrario. Il grande filosofo italiano Vico ha parlato in proposito di “eterogenesi dei fini”, ma anche chi non conosce la storia della filosofia ha sperimentato il fatto quotidiano che spesso ci si ripropone una cosa o un progetto, e si ottiene l’esatto contrario, che non avremmo mai voluto.
(3) La dialettica è una forma di religione per intellettuali, che si inventano un mondo “alienato” a testa in giù da raddrizzare, laddove il mondo reale non è affatto a testa in giù, e quindi non deve essere affatto raddrizzata, ma va preso così com’è nel migliore modo possibile. In particolare la dialettica marxista, presupponendo che il capitalismo è un mondo alienato da raddrizzare, immagina che ci sia stato un tempo, all’origine della storia, un mondo diritto, normale, che si tratta di restaurare. Si tratta della trascrizione in linguaggio filosofico sofisticato nella concezione religiosa monoteistica per cui c’è stato all’origine un Paradiso Terrestre, perduto a causa di un Peccato Originale punito da Dio.
A questa obiezione si può rispondere che la dialettica non si occupa di una pretesa ed inesistente restaurazione di una Origine nel frattempo perduta ad opera di un Soggetto demiurgico, che non sarebbe altro che la manifestazione storico-sociale del Corpo di Cristo, in vista di un Fine Ultimo della Storia già prefissato (il comunismo, appunto, ma sarebbe un comunismo per imbecilli), ma di un’analisi degli sviluppi storici da un punto di vista interno al processo stesso, e non invece esterno.
Il discorso sarebbe appena cominciato, ma possiamo per ora terminarlo qui, in quanto verrà “applicato” a due fenomeni, trattati separatamente, ma in realtà dialetticamente interconnessi, la dialettica del capitalismo, caratterizzata dalla illimitatezza, e la dialettica del comunismo, caratterizzata dalla corruzione. Parlo ovviamente del capitalismo realmente esistente, e non di quella rappresentazione utopica di esso caratterizzata dalle presunte armonie del mercato e dalla “mano invisibile” del mercato stesso, e del comunismo realmente esistito, e non di quella rappresentazione idealizzata presa da Marx.
Impossibile scrivere queste cose senza irritare qualcuno. Ma se il filosofo si spaventasse per l’eventualità dell’irritazione e del gossip diffamatorio, tanto varrebbe smettere di filosofare ed aprire una baracchetta di pop-corn.
2. Il capitalismo: la dialettica dell’illimitatezza.
Prima di essere una società dominata dalla riproduzione di vincoli economici ben precisi, il capitalismo è un processo storico sociale caratterizzato da una specifica dialettica. Si tratta della dialettica della illimitatezza, caratterizzata dalla impossibilità di rispettare un limite definito in via religiosa, filosofica e politica. Qui diamo per scontata nel lettore la conoscenza storica della prima globalizzazione capitalistica mondiale (studiata da Wallerstein) fra il Quattrocento ed il Seicento, della periodizzazione economica del capitalismo (studiata da Giovanni Arrighi), della seconda globalizzazione imperialista di fine Ottocento, e dell’attuale terza globalizzazione capitalista (studiata in particolare da David Harvey). Mi limiterò invece volutamente al solo aspetto filosofico-dialettico del problema.
La dialettica della illimitatezza fu già studiata in modo mirabile (e di fatto filosoficamente completo) dagli antichi greci, che ovviamente non potevano applicarla ad uno ancora inesistente capitalismo, ma la applicavano all’accumulazione illimitata di ricchezze monetarie e di potere politico tirannico e dispotico che minacciava la riproduzione comunitaria della polis. Il lettore non cerchi di capirci qualcosa con i consueti manuali di storia della filosofia, costruiti sulla base della destoricizzazione e della desocializzazione. Sembra che ad un certo punto alcuni precursori delle facoltà scientifiche abbiano cominciato a dire che il mondo nasce dall’acqua o dell’aria, che c’è il vuoto oppure non c’è, che il mondo è stato fatto a caso (dei veri precursori di Odifreddi!), oppure che è stato fatto da una mente superiore (dei veri precursori di Ratzinger!). Eccetera, in un’orgia di stupidità.
Sciocchezze. I primi filosofi erano prima di tutto legislatori comunitari, che per rendersi autorevoli e credibili presso i loro concittadini in termini di proposte legislative comunitarie (nomoi), rette da un calcolo sociale della buona distribuzione dei beni (logos), che per andare incontro alla giustizia (dike) dovevano prima di tutto applicare la giusta misura (metron), dovevano apparire come conoscitori della natura (physis), visto che per i greci non esisteva nessun patto con Dio, e quindi non ci potevano essere profeti e Messia, non importa se barbuti o rasati, umani o divini.
Partendo dalla natura, appariva chiaro che mentre il limite è un principio di ordine (taxis), l’illimitato (apeiron) è invece un principio distruttore ed incontrollabile, e così come lo è in natura, così lo è anche nella società (e cioè il potere illimitato delle ricchezze). Non crediate di poter trovare queste cose nei manuali di filosofia. Li ho adoperati io stesso per 35 anni, ed è come se Galileo fosse stato costretto a servirsi di un manuale geocentrico e Darwin di un manuale fissista. Ma cosa non si fa per la pensione!
Pitagora fu il primo a sistematizzare numericamente il principio per cui il limite è migliore dell’illimitato. Platone non ne fu che un allievo ateniese passato per il dialogo socratico. Parmenide fu il primo che con il termine (solo apparentemente astratto, ed è in realtà concreto) di Essere intese indicare la metafora del mantenimento permanente “eterno” di una buona legislazione politica pitagorica capace di impedire l’irruzione distruttiva della ricchezza (metaforizzata correttamente con il termine di Nulla, che i manuali liceali ed universitari scambiano per il vuoto pneumatico). E potremo continuare. Ma ciò che conta è capire che il grande pensiero filosofico greco, di fronte ai processi di corruzione e di dissolvimento portati dalla ricchezza monetaria e dalla schiavitù per debiti (esattamente lo stesso problema cui siamo oggi di fronte, una nuova versione capitalistica della schiavitù per debiti), aveva già dialetticamente capito che senza un limite, posto dalla volontà umana ispirata dalla misura, non c’era modo di fermare e di opporsi (katechon) allo scatenamento delle potenze distruttive dell’illimitato.
Facciamola corta sulla storia dal Trecento avanti Cristo al Mille e Settecento dopo Cristo. Dal momento però che in mezzo c’è il cristianesimo, che è un fenomeno storico grande come l’Himalaya, non posso “saltare” del tutto il suo “risvolto” filosofico. Per i cristiani l’unico illimitato ed infinito è Dio, mentre gli uomini per loro stessa natura sono “finiti”. Ma la gestione simbolica di questa finitezza è delegata ad un potere particolare, le chiese cristiane (prescindo qui dalle loro divisioni sanguinose), che commisura questa finitezza ai rapporti politici di classe che di volta in volta difende, prima schiavistici, poi feudali, poi signorili, poi assolutisti ed infine capitalistici. Dio è presupposto “neutrale” rispetto all’economia, ma guarda caso è quasi sempre a fianco dei dominanti. Dio però è simbolicamente anche un limite all’illimitata prepotenza dei dominanti stessi, che infatti a fianco non hanno economisti, ma confessori. Non si tratta di pura ipocrisia, anche se l’aspetto ipocrita è provocatoriamente dominante, ed ha sempre nutrito tutti i facili anticlericalismi “laici” successivi. Il fatto però di credere in Dio era di per sé un limite, sia pure spesso fragile, alle tendenze alla illimitatezza del denaro e del potere.
Il capitalismo non può nascere, soprattutto filosoficamente, sulla base di una limitazione esterna all’economia stessa. Esso nasce quindi come filosoficamente illimitato in via di principio. L’accumulazione del capitale deve pensarsi come teoricamente illimitata, sia pure in presenza dei limiti ecologici della natura e dei limiti dovuti alla moralità umana. Bisogna quindi prestare attenzione alla nascita filosofica del nuovo tipo di limitatezza del capitalismo.
Intorno al Settecento circa (risparmio qui le pur interessanti promesse del rapporto fra capitalismo e calvinismo, a mio avviso largamente sopravvalutate) i tre “limiti” teorici al dominio incontrollato dell’economia erano nell’ordine un limite religioso (Dio), un limite filosofico (il diritto naturale, o giusnaturalismo) ed un limite politico (il contratto sociale, o contrattualismo). Perché l’economia politica potesse autofondarsi su se stessi integralmente, senza alcun bisogno di fondazione esterna che la limitasse, bisognava disfarsi dell’ordine di Dio, del diritto naturale e del contratto sociale. Chi compì questa notevole impresa fu una coppia di scozzesi, David Hume ed Adam Smith. In questa sede, non posso scendere nei particolari, e devo accontentarmi del cuore del problema.
Ripeto: il cuore del problema è l’autofondazione dell’economia politica su se stessa, senza dipendenze (e cioè senza “limiti”) da parte di fattori esterni all’economia stessa, come Dio (religione), diritto naturale (filosofia) o contratto sociale (politica). Perché l’economia possa avere un potere simbolico assoluto, non deve essere limitata da niente di “esterno”, ed apparire come completamente autosufficiente e sovrana su se stessa. Si tratta di un totalitarismo concettuale che persino le religioni non hanno mai osato sostenere in questa forma (Dio è infatti sempre un “limite” per i comportamenti umani). Qui lascio perdere i nomi, e giungo al nocciolo del ragionamento.
L’economia è sovrana, perché si basa sulla natura umana, che viene vista come portatrice di una tendenza spontanea e di un’abitudine innata allo scambio fra le attese del venditore e quelle del compratore. Questo meccanismo spontaneo non ha bisogno di nessuna fondazione esterna, che sia Dio, il diritto naturale o il contratto sociale. Seguiamo il ragionamento. Per quanto riguarda Dio, l’economia politica è scettica, e non atea o materialistica. Non c’è nessun bisogno di affermare che Dio non esiste, e che i preti sono sciamani e stregoni che approfittano delle superstizioni degli ignoranti. Questo gli economisti lo lasciano ai laicisti fanatici, ed alla loro versione plebea e stracciona posteriore, i comunisti atei che al posto di Dio mettono un altro Dio ancora più inesistente, la Storia intesa come fatalità irreversibile del progresso. Basta dire che Dio non può interferire nelle armonie economiche, e deve accontentarsi al massimo del regno della morale individuale, particolarmente sessuale. E’ veramente il massimo dell’idolatria pensare che Dio, con tutte le cose che presumibilmente ha da fare, debba occuparsi prioritariamente ed esclusivamente di scopate extra-matrimoniali (il cui aspetto etico di rilevanza non puramente e esclusivamente “privata” non mi sogno comunque di negare). In ogni caso, ciò che conta è che Dio non ficchi il suo naso ultraterreno nei meccanismi economici.
Per quanto riguarda la filosofia (a quei tempi il diritto naturale, e poi successivamente il sistema idealistico tedesco, la teoria dell’alienazione di Marx, il delirio superomistico di Nietzsche, il pessimismo di Heidegger, fino al disincanto pessimistico di Adorno, Lyotard, Sloterdijk, eccetera), è noto che essa non può dimostrare empiricamente niente di quanto afferma, e quindi è meglio che non rompa le scatole su cose serie come l’economia. Hume consiglia addirittura di bruciare tutti i libri di filosofia che pretendano di parlare della “verità”, ed in effetti se la sola verità è il PIL ed il giudizio dei mercati, a che serve parlare dell’Essere, che è del tutto indimostrabile? In quanto al contratto sociale, Hume ritiene che molti credono che esso sia “causato” dal diritto naturale, “causi” la società umana e ne sia una interpretazione (di “destra”, Hobbes, di “centro”, Locke, o di “sinistra”, Rousseau), ma la causalità non esiste neppure, ed in ogni caso non si può fondare la società economica sulla base di una premessa indimostrabile ed inesistente, come la filosofia (la filosofia?Ha-ah-ah!). Come se questo non bastasse, non si può neppure postulare una soggettività stabile preliminare, in quanto ciò che viene chiamato “soggetto” non è che un flusso mutevole di sensazioni e di impressioni (Nietzsche, su questa base, sostenne un secolo dopo che il soggetto non era che un flusso energetico di volontà di potenza, e solo un baffuto allucinato poteva pensare di essere così anche anti-borghese!).
Il lettore respiri profondamente. In questo modo, il capitalismo è fondato su di una illimitatezza potenziale assoluta, perché non esistono “limiti” esterni, come la religione, la filosofia e la politica. L’attuale e fatale “giudizio dei mercati”, cui si sono sottomessi i vari “comunisti” (ad eccezione di piccoli gruppi marginali di credenti fondamentalisti), non è che uno sviluppo dialettico di questa premessa autofondata.
Il capitalismo non è quindi per nulla “conservatore”, come lo ha creduto per un secolo l’emulsione intellettuale più stupida del sistema solare, e cioè la cultura di sinistra. Al contrario, esso è una forza rivoluzionaria, che definirò però un rivoluzionarismo nichilista. È bene comprendere questa connotazione, perché essa delimita concettualmente i confini teorici della sua comprensione. Esso è rivoluzionario, come aveva già capito Marx, perché è rivoluzione e distrugge tutti i sistemi ideologici, economici, politici e sociali precedenti, in quanto non si ferma davanti a niente, non importa se sia un residuo feudale, proletario o borghese (l’errore più stupido della tradizione di sinistra è sempre stato quello di identificare la borghesia con il capitalismo, e cioè una soggettività storica collettiva con un processo anonimo riproduttivo impersonale), in quanto la sua sola finalità è l’allargamento “infinito” ed indeterminato (apeiron) della forma di merce a tutti gli ambiti possibili di vita individuale o associata e comunitaria. Esso è nichilista, perché il semplice allargamento illimitato della forma di merce è esattamente ciò che nella filosofia greca, a partire da Parmenide, era connotato come il Nulla. I capitalisti, infatti, oggi non sono più neppure “borghesi”, anche se un tempo lo erano. Oggi sono solo delle “maschere di carattere” (Marx), dei ruoli sociali, degli agenti strategici della riproduzione capitalistica, meccanismo anonimo ed impersonale che nella filosofia contemporanea ha già avuto molti nomi (gabbia d’acciaio in Weber, dispositivo tecnico in Heidegger, eccetera). Lo studioso italiano che lo ha capito meglio (e per questo è stato silenziato dalla “sinistra” politicamente corretta) è stato Gianfranco La Grassa, e conviene leggerlo, se si riesce a superare il senso di ripugnanza delle sue espettorazioni contro la filosofia e l’umanesimo, residuo di depositi ideologici estremistici degli anni Sessanta del Novecento.
Attualmente siamo in preda alla dinamica dell’illimitatezza. I vari Lagarde, Monti, eccetera, non sono che fantocci, maschere di carattere. La dialettica permette di capire bene questo processo. Ci vuole, ovviamente, un “limite”, ma soffriamo di questa mancanza. Non mi raccontino che sono “limiti” i grotteschi movimenti impotenti, testimoniali e filosoficamente analfabeti (pacifismo, altermondialismo, indignati, eccetera). Costoro non potrebbero limitare neppure il bollire dell’acqua per il caffè. Lo stesso si può dire dei movimenti sindacali, la cui impotenza si manifesta plasticamente nei tamburi e nei fischietti dei loro riti deambulatori. Il movimento del comunismo storico novecentesco (1917-1991), oggi defunto da almeno un ventennio come fattore storico mondiale, è invece stato un limite vero (katechon), sia pure debolissimo. Non parlo ovviamente dei ciarlatani snob dei salotti di sinistra, ma proprio degli Stati comunisti ad economia pianificata ed a estensione geopolitica.
Ma questi sono finiti. Per tradimento? Ma non diciamo sciocchezze! Sono finiti per una dialettica interna, che cercherò sommariamente di descrivere adesso.
3. Il comunismo: la dialettica della corruzione.
Esiste un modo consueto per esorcizzare il problema della corruzione interna dialettica del comunismo, e cioè la distinzione tra “veri comunisti”, quelli soggettivamente rimasti tali, (fra i quali, se vogliamo usare questo termine trogloditico, ci sono anch’io) e “falsi comunisti”, o ex-comunisti (tipo Gorbaciov, Eltsin, D’Alema, Veltroni, Napolitano, eccetera). In questo modo, il problema della corruzione irreversibile del comunismo come fenomeno storico viene continuamente rinviato, per non scandalizzare gli ultimi babbioni credenti, che devono essere continuamente rassicurati con la teoria del tradimento soggettivo dei traditori (equivalente ateo della teoria del peccato e della debolezza della carne per i credenti). Io invece sceglierò un’altra strada. Da un punto di vista strettamente filosofico, io sono sempre “comunista”, e lo sono anzi molto più che in gioventù, perché ora il mio comunismo è “purificato”, e non è mescolato con le stupidaggini di “sinistra” con cui l’avevo nutrito per decenni. Ma qui intendo muovermi su di un piano strettamente dialettico, che riguarda soltanto la dinamica processuale del comunismo “concreto”, quello storico, lasciando perdere per ora le grandi idealità filosofiche, di cui sono soggettivamente un cultore (ricordo che la mia interpretazione di Marx ne fa un umanista ed un idealista).
Il comunismo moderno che conosciamo, in particolare nella variante di Marx e del marxismo, non trova assolutamente la sua origine in un movimento spontaneo delle classi popolari. Chi cerca questo movimento spontaneo può trovarlo piuttosto nel sindacalismo inglese e nel federalismo francese (Proudhon, Sorel, eccetera). Il comunismo moderno (prescindo qui dalla trasformazione della teoria del valore-lavoro di Smith fatta da Marx) ha invece avuto due matrici genetiche, entrambe borghesi al cento per cento ed al mille per mille: l’elaborazione della teoria hegeliana della coscienza infelice della borghesia ed il mito borghese del progresso. Le esamino separatamente, ma sia ben chiaro che si tratta di un’operazione scolastica, perché sono in realtà unite.
La borghesia, intesa come classe generale, e non solo come portatrice anonima ed impersonale dei rapporti capitalistici di produzione, distribuzione e consumo, è una classe contraddittoria, e quindi dialettica. Da un lato, pensa se stessa ideologicamente come classe universale, portatrice di benessere, ricchezza e progresso per tutti, e dall’altro è consapevole di essere una classe sfruttatrice, che estorce un pluslavoro da altri, e questo indipendentemente dal modo in cui lo giustifica a se stessa ed ai suoi dominati. Questo spazio dialettico contraddittorio lo chiamo “coscienza infelice” della borghesia, e mi permetto di utilizzare senza il loro consenso le grandi anime di Hegel e di Marx. In particolare il comunismo di Marx non ha assolutamente nessun rapporto con le visioni spontanee del mondo delle classi popolari del tempo, ma deriva linearmente da una geniale coniugazione dialettica della teoria smithiana e poi ricardiana del valore e della teoria hegeliana dell’alienazione. Tutti i discorsi sull’origine popolare e proletaria del marxismo, ivi compreso quello originario di Marx, sono aggiustamenti ideologici posteriori e mitologie di giustificazione e di legittimazione.
Questo è particolarmente chiaro se si riflette sulla bovina ed animalesca adesione del marxismo alla ideologia borghese del progresso, assolutamente inesistente presso gli antichi greci, che erano riusciti a pensare la giustizia, l’eguaglianza, la democrazia e la solidarietà senza bisogno di questo grottesco e mitologico succedaneo. È vero che anche alcuni “marxisti” (faccio qui solo i nomi del francese Georges Sorel e del tedesco Walter Benjamin) stroncarono queste infondata credenza, ma il grande corpaccione della sinistra, luogo storico di coltivazione secolare del marxismo, si definì sempre come “progressista”, in antinomia ed opposizione con il capitalismo, tendenzialmente connotato come “conservatore e reazionario”. Il mondo alla rovescia. In realtà il cosiddetto “progresso”, chiamato anche “modernizzazione”, era sempre e soltanto l’approfondimento sociologico ed ideologico dell’estensione della forma di merce “liberalizzata” (a partire dal cosiddetto “costume liberalizzato” dell’individualismo estremo), per cui la cultura di sinistra negli ultimi decenni, almeno dopo il mitico, mefitico e demenziale Sessantotto, fu sempre l’ala marciante della modernizzazione capitalistica, essenzialmente post-borghese, e non certo soltanto post-proletaria.
L’ideologia del progresso si basava su di una concezione sostanzialmente lineare della storia, vista come uno spazio simbolico in cui si è Avanti, e non si può andare Indietro. Naturalmente la storia reale non ha nulla a che fare con quest’immagine da asilo infantile. Un’automobile sull’autostrada può andare avanti o indietro, ma il tempo storico non è né ciclico né lineare, non gira in circolo con un “eterno ritorno”, ma neppure va avanti. Se invece si adotta questa stupida religione della storia, più falsa ed assurda del paradiso dei testimoni di Geova, in cui tigri e leoni giocano con i bambini nel giardino di famiglie americane rigorosamente monorazziali (Geova infatti pratica l’apartheid, mentre il Dio cattolico ed ortodosso ha accettato, sebbene da poco ed a malincuore, persino i matrimoni misti-quelli gay invece no, o almeno non ancora, anche se il politicamente corretto preme istericamente), la storia diventa il teatro dei vincitori, per cui i perdenti (in questo caso i comunisti) devono immediatamente sostituire le loro divinità perdenti con altre vincenti, e cioè nella fattispecie la Dittatura del Proletariato con il Fondo Monetario Internazionale, l’Eurocomunismo con la Banca centrale europea, Gramsci con Draghi e Monti, eccetera.
Vorrei insistere che qui non abbiamo a che fare con il tradimento, o almeno non solo con il tradimento. Si tratta di dialettica, della severa ed implacabile dialettica di una teoria che ha come fondamento il Nulla, anche se è un nulla diverso (ma convergente) con il Nulla della Merce. Il solo progresso che esiste, infatti, è il Progresso della Merce. Questo spiega molto dell’adattamento dei comunisti a questo processo capitalistico.
Naturalmente, abbiamo anche a che fare con le vecchie “tentazioni” del moralismo classico (piacere, ricchezza, potere, onori). Non intendo affatto negarlo. Ma la spiegazione non può essere così banale. Al di là di alcuni “asceti della rivoluzione”, statisticamente minoritari, la maggioranza dei “comunisti” da me conosciuti in mezzo secolo è composta di presuntuosi e cinici opportunisti senza Dio, che regnavano su babbioni del tutto privi di spirito critico (i trinariciuti di Giovannino Guareschi, buonanima). Ma non voglio perdermi in particolari grotteschi di costume. Meglio tornare al severo processo della dialettica corruttiva.
Ho fatto notare come l’abbattimento di Dio, sostituito da un connubio di Scienza e di Storia, dà luogo ad un esito nichilistico integrale. Per quanto concerne la Scienza, essa è effettivamente un’ideazione conoscitiva e pratica di enorme valore, motore di un “progresso” tecnologico che sarebbe sciocco negare e sottovalutare (e che personalmente non nego e non sottovaluto assolutamente), ma questo vale soltanto, ed è già molto, per la conoscenza della natura e per le applicazioni tecniche e mediche, ma nessuna “mentalità scientifica” arriverà mai a distinguere il Bene dal Male (scritti maiuscoli, ovviamente). In quanto alla storia, la sua divinizzazione finisce con il perdere tutte le conquiste etiche della vecchia religione, che magari postulava una divinità trascendente antropomorfizzata non esistente, ma conteneva giganteschi tesori espressivi non solo artistici, ma anche storici, morali e politici.
E tuttavia, Marx pensava a se stesso non come un filosofo (erroneamente, pensava di aver abbandonato il terreno della filosofia fino dal 1845, all’età di ventesette anni!), ma come uno scienziato sociale previsionale. Le due tesi fondamentali su cui aveva costruito la sua idea di comunismo erano entrambe errate. Niente di grave, la scienza procede per prove ed errori, e nessuno è perfetto. Ma le due ipotesi di Marx erano entrambe non solo un po’ sbagliate, ma molto sbagliate. Si trattava dell’errata convinzione della presunta incapacità della borghesia capitalistica di sviluppare le forze produttive, in primo luogo, e dell’errato convincimento sulla capacità rivoluzionaria della classe operaia, salariata e proletaria, in secondo luogo. E trattiamole separatamente.
Come è venuto in mente a Marx che da un certo punto in poi la classe borghese-capitalistica (da Marx non distinta nei suoi due elementi) si sarebbe rivelata incapace di continuare a sviluppare le forze produttive? Non lo so, ma posso ipotizzare che si sia trattato di un’errata analogia storica. Le analogie storiche sono ancora più ingannatrici dei miraggi del deserto. Dal momento che le classe dei padroni schiavistici, dei signori feudali e dei dominanti asiatici si erano effettivamente mostrate ad un certo punto dello sviluppo economico incapaci di sviluppare le forze produttive, Marx ne inferì (tipico caso di induzione) che lo stesso sarebbe successo anche per la borghesia capitalistica. Previsione errata. La borghesia capitalistica non è una classe come le precedenti, ma un agente storico anonimo della produzione per la produzione, e cioè per la produzione illimitata. E pensare che in altre parti della sua opera Marx sembra accorgersene. Se ne accorge, ma poi non ne tira le conseguenze.
In quanto alla capacità rivoluzionaria inter-mortale della classe operaia, salariata e proletaria, va detto che in realtà Marx non ha mai parlato di essa, ma della formazione di un lavoratore collettivo cooperativo associato, dal direttore all’ultimo manovale. Ma all’atto pratico l’intero “marxismo” veramente esistito di fatto ha ignorato questa tesi marxiana (nascosta nel Capitolo VI del Capitale, e non a caso “inedito”), e per soggetto rivoluzionario ha sempre inteso la classe degli operai salariati di fabbrica. Ora, chi li ha conosciuti (ed abitando a Torino non si poteva non conoscerli!) sa che la classe operaia senza mediazione dei partiti, sindacati ed apparati tecnici non potrebbe gestire neppure una bocciofila o una società di pesca con la lenza, e questo non a caso. Mentre infatti gli artigiani ed i contadini sono padroni delle tecniche produttive autonome della loro professione, gli operai lavorano sulla base di un processo produttivo a loro completamente estraneo e di cui non posseggano le “chiavi” per la autogestione autonoma (salvo irrilevanti eccezioni).
Ora, è terribile fondare la propria causa sulla base di tre presupposti tutti e tre inesistenti: (1) il mito del progresso, che non esiste; (2) l’incapacità della borghesia capitalistica di sviluppare le forze produttive, che non esiste; (3) la capacità rivoluzionarie della classe operaia, salariata e proletaria, che non esiste.
Le ragioni della dialettica corruttiva del comunismo sono queste, e non certo Gorbaciov che ambisce a pubblicizzare le borse Vuitton e la pizza Hunt o D’Alema che vuole pavoneggiarsi su di una barca a vela, come ogni buon capitalista o primario d’ospedale qualsiasi. Questo è solo folklore per straccioni. Ma il tema deve ancora essere approfondito, per poter avere della “corruzione” una comprensione dialettica, e non solo l’illusione moralistica per subalterni irrecuperabili.
Ricordo ancora una volta (ma non devo stancarmi, perché vado controcorrente contro il senso comune, e pretendo una “conversione” radicale qualitativa della mentalità corrente, che è antropomorfica ed antropomorfizzata) che uso il termine “corruzione” nel senso dialettico di un processo interno a una dinamica storica. Dicendo che il comunismo si è corrotto dall’interno intendo connotare un processo storico, non certo diffamare l’idea marxiana di comunismo (io stesso, a sessantotto anni di età, mi dichiaro “comunista”, ed è improbabile che cambi connotazione nel tempo che ancora mi resta da vivere). Questa dialettica di corruzione si è storicamente intrecciata con la dialettica di illimitatezza del processo di allargamento del capitalismo. Possiamo così definire il senso filosofico intimo e profondo dell’ultimo trentennio di storia dell’umanità: per ora l’illimitatezza è uscita vincitrice della corruzione.
E adesso?
4. Conclusioni aperte provvisorie. Dal mondo delle illusioni al mondo della comprensione.
Le illusioni sono state socialmente necessaria nella storia, dall’illusione dell’avvento prossimo del regno di Dio (Paolo di Tarso) all’illusione della vittoria sicura del socialismo sul capitalismo (Lenin). Occorre capirlo, e non solo fare sorrisini di disincanto. Ma il tempo della coltivazione delle illusioni mi sembra ormai passato irreversibilmente. D’ora in avanti bisogna sostituire alla dialettica delle illusioni la dialettica della comprensione.
Presa nel suo insieme, al di là di alcuni rari punti alti, l’eredità che ci lascia un secolo e mezzo di marxismo è ormai obsoleta. Non si passa dall’idealismo, sia pure radicalmente modificato da Marx, al positivismo di Engels senza doverne pagare il prezzo. C’è chi crede che l’attuale tendenza al capitalismo globalizzato, anziché essere un momento del suo sviluppo illimitato, sia stata soltanto una “risposta” al ciclo delle lotte rivendicative per la distribuzione della classe operaia fordista negli anni Sessanta del Novecento. C’è chi continua a pensare che le crisi capitalistiche siano soltanto dovute alla caduta tendenziale del saggio di profitto, oppure a squilibri fra sovrapproduzione e sottoconsumo. Questi aspetti sono certamente presenti e rilevanti, ma sono aspetti di superficie, perché la “profondità” non è questa, ma la tendenza alla illimitatezza dell’estensione della forma di merce.
La comprensione parte a mio avviso dai due punti discussi in precedenza, la piena assimilazione concettuale delle due dinamiche dialettiche della illimitatezza del capitale e della corruzione del comunismo (inteso ovviamente non come idea comunista, nella quale mi riconosco pienamente, ma come comunismo storico novecentesco realmente esistito). Una volta assimilati questi due punti, non si è ancora risolto assolutamente nulla, ma almeno la strada è sgomberata dai detriti, ed un veicolo può passarci senza restare incagliato o impantanato.
La comprensione dialettica dell’oggetto e dell’oggettività (in questo caso la dialettica capitalistica dell’illimitatezza), è ciò che si chiama l’oggetto scientifico (in tedesco Objekt). Ma per trasformare questo “oggetto” in materiale di trasformazione attraverso una prassi storica adeguata (in tedesco Gegenstand, termine usato anche dal giovane Marx, il concetto che i sostenitori del carattere unicamente “scientifico” del marxismo non capiranno mai, non più di quanto le cartomanti possano capire la metafisica) ci vuole un modo radicalmente diverso di concepire la soggettività, il soggetto ed i soggetti potenzialmente rivoluzionari, e soprattutto che cosa significa oggi “cultura critica al capitalismo”.
La situazione attuale è rovinosa. Per motivi storici che ho già ampiamente avuto modo di analizzare, oggi si crede che la cultura anticapitalistica sia in definitiva la “cultura di sinistra” sedimentatasi nell’ultimo cinquantennio nei paesi occidentali, laddove questa cultura (tolte alcune eccezioni, che confermano la regola) è proprio il risultato dialettico della individualizzazione modernizzatrice della tendenza illimitata del moderno capitalismo post-borghese. La situazione, quindi, è per ora ancora peggiore di quanto possano sospettare le correnti più pessimistiche, perché senza potersi socialmente e collettivamente sbarazzarci di questa cultura, o almeno dei suoi aspetti dominanti, non si può neppure cominciare a porre il problema.
Ma questo non comporta in me un pessimismo radicale. L’umanità sopravvive sempre agli idioti che ne vogliono monopolizzare l’interpretazione. Peccato, però, non esserci più quando questo avverrà.
Costanzo Preve,
Torino novembre 2011

http://www.comunismoecomunita.org/?p=2941

martedì 26 novembre 2013

Preve: solitudine e coerenza, con grande determinazione e coraggio personale, senza badare ai costi che avrebbe dovuto sopportare


In morte di costanzo Preve

nov 25th, 2013 | Di | Categoria: Contributi
di Eugenio Orso
Questa mattina avevo intenzione di scrivere un post dal titolo “Un’altra Europa non è possibile”, per smentire tutti coloro che ammettono la negatività dell’euro e delle “istituzioni unioniste”, puntelli della dittatura europoide, ma credono che “un’altra Europa sia possibile”, buona, giusta, democratica, e farneticano sulla possibilità futura dei cosiddetti stati uniti d’Europa. Purtroppo, a metà mattinata mi ha telefonato l’amico Luigi Tedeschi, di Roma, per comunicarmi una triste notizia. La morte del filosofo Costanzo Preve, da qualche tempo gravemente malato, sottoposto a chemioterapia e ormai quasi allettato.
Classe 1943, di padre piemontese e di madre greco-armena, laurea in filosofia alla Sorbona di Parigi, studi di ellenistica ad Atene e laurea in scienze politiche all’università di Torino, dove viveva e dove ha insegnato nei licei, Costanzo ha rappresentato, in particolare dal 1999 in poi, una delle rare voci critiche, libere e autenticamente anticapitaliste nate nel mondo marxiano e marxista europeo-mediterraneo.
Silenziato dai media, costretto, in Italia, a pubblicare le sue opere con piccole case editrici, accusato talora di rosso-brunismo dalle piccole tacche postcomuniste della pseudocultura asservita al nuovo capitalismo, Costanzo, come tutte le grandi personalità – nel nostro paese, ad esempio, Antonio Gramsci – ha semplicemente seguito la sua strada, in solitudine e coerenza, con grande determinazione e coraggio personale, senza badare ai costi che avrebbe dovuto sopportare. Per lui il silenziamento, l’isolamento e talora gli attacchi denigratori e gratuiti, per Gramsci ai suoi tempi la prigione.
In seguito all’attacco militare americano-nato in Serbia e nei Balcani per i torbidi in Kossovo, al servilismo del tristo D’Alema, che ha messo il territorio italiano a disposizione degli aggressori, e soprattutto per l’adesione incondizionata alla “guerra umanitaria” di intellettuali di sinistra della notorietà di Bobbio, Costanzo ha aperto definitivamente gli occhi e ha deciso di seguire fino in fondo la scomoda via della critica senza appello al neocapitalismo, della completa rilettura della filosofia occidentale dagli Elleni ai giorni nostri, della costruzione delle basi filosofiche per un’alternativa al pensiero unico imperante.
Costanzo Preve è ripartito dalla dialettica hegeliana, dal pensiero originale di Marx e dalla filosofia classica degli Elleni. “Ripensare Marx” e non rinnegarlo o edulcorarlo non ha rappresentato un semplice slogan, per Costanzo e per i pochi che l’hanno seguito, ma un punto di partenza ineludibile per poter comprendere le dinamiche del capitalismo del terzo millennio. E per poter iniziare a delineare i contorni di un’alternativa possibile.
Oltre Marx, ripartendo da lui e da Hegel, c’è Costanzo Preve, il più grande filosofo dell’Europa mediterranea (e non solo) all’inizio del terzo millennio. Per lo scrivente, Costanzo è stato un Maestro e un amico. Il debito di gratitudine nei suoi confronti è grande e non potrà mai essere ripagato.
L’originalità del pensiero filosofico previano, la sua solitaria e incessante ricerca di un’alternativa al capitalismo ultimo e al pensiero unico imperanti, rivalutando la funzione veritativa che gli antichi attribuivano alla scienza filosofica, è testimoniata dall’unione delle due espressioni Comunismo e Comunità. Padre riconosciuto del comunismo comunitario in Italia, Preve è stato capace di cogliere, con uno sguardo dall’alto, la sostanza dissolutoria di questo capitalismo dei vincoli solidaristici fra gli uomini, comunitari e di classe, per isolare l’essere umano e sfruttarlo nei circuiti della creazione del valore finanziario. Contrapporre al lavoro capitalistico, oggi precarizzato, super sfruttato e svalutato culturalmente, il lavoro comunistico-comunitario e un nuovo lavoratore collettivo cooperativo e associato, andando oltre Marx, come ha fatto Costanzo Preve, è un’operazione rivoluzionaria, dai contenuti trasformativi. Più di ogni altro, in quanto filosofo e pensatore tradizionale, Preve ha accolto e fatto proprio l’appello di Karl Marx, e cioè che non basta comprendere ma è necessario cambiare.
Chi scrive è certo che quanto ci ha insegnato Costanzo Preve, nella sua quarantennale opera di studioso, di pensatore indipendente, di buon Maestro, non andrà perduto. Decine di libri e di saggi illuminanti, pubblicati non solo in Italia, ma anche in Francia e in Grecia. Un’opera che si è conclusa con la pubblicazione di Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammino ontologico-sociale della filosofia (Petite Plaisance, 2013), autentico testamento di Costanzo Preve.
Partiamo dalla fine per segnare un nuovo inizio, riportando di seguito una citazione di Costanzo, tratta dal Prologo di Una nuova storia alternativa della filosofia.
“Terminato questo libro, si apre dunque la porta per un successivo cammino sul terreno della ricerca e dello studio dell’ontologia dell’essere sociale che sarà quindi apertamente anticapitalistica. Si tratterà, però, di sviluppare un anticapitalismo “comunitario” adatto al nostro tempo, che non solo rifiuti l’individualismo ipercapitalistico di oggi, ma anche le varie forme di collettivismo eterodiretto di tipo carismatico sviluppato dal defunto comunismo storico novecentesco (1917-1991), del quale è però bene non dare un giudizio interamente negativo, secondo la moda dell’antitotalitarismo che infuria fra gli “intellettuali” di oggi. Chi scrive, infatti, non è in alcun modo un “intellettuale”, ma è un allievo critico ed indipendente di Marx, sostenitore di una interpretazione comunitaria del comunismo, ed è un filosofo che considera l’ontologia dell’essere sociale il punto più avanzato del pensiero contemporaneo.”
I pochi fra noi che hanno avuto il privilegio di avere un tale Maestro, di aver goduto del tesoro inestimabile dei suoi insegnamenti, sanno bene che stando sulle spalle dei giganti si può guardare oltre, e scorgere in lontananza un nuovo tempo e una nuova società umana.
Non addio ma arrivederci a Costanzo Preve, certi che lo sviluppo del corso storico, oltre le secche del presente e il neocapitalismo distruttore, gli accadimenti e le generazioni future gli renderanno finalmente giustizia.
Fonte: Pauper Class


lunedì 25 novembre 2013

Le nazioni esistono, i popoli esistono, e soltanto le oligarchie finanziarie ed i loro intellettuali asserviti vorrebbero distruggerle

Ricordiamo Costanzo Preve +  [officina cultura]
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Nella notte tra il 22 e il 23 novembre è morto il filosofo marxista Costanzo Preve. Pensatore sicuramente originale, ha prodotto nei suoi anni numerosi testi, tra i quali possiamo ricordare "Elogio del Comunitarismo" (2006, Controcorrente); "Storia critica del marxismo" (2007, Città del sole); "Ripensare Marx. Filosofia, Idealismo, Materialismo".

Insieme al suo impegno teorico, per una rifondazione antropologica del "comunismo storico novecentesco" si è impegnato e ha espresso sempre la sua posizione sui maggiori eventi politici: dall'aggressione alla Yugoslavia alla guerra in Libia.

Ultimamente espresse la sua posizione di radicale opposizione al progetto eurista, contrariamente alla maggior parte degli intellettuali provenienti dalla sinistra, e anche per questo non possiamo che salutarlo come un nostro compagno di lotta.

Lo vogliamo ricordare nella maniera migliore, con le sue parole, riproponendo tratti di un articolo che affronta proprio il tema dell'Europa. Ciao Costanzo.


Il progetto di un’Europa politicamente e culturalmente unita è, in quanto tale, qualcosa di nobile. Esso trova le sue radici in una lunga storia, in cui peraltro le discontinuità ed i conflitti sono almeno altrettanto grandi della continuità e dell’affinità. Il discorso culturale sulle cosiddette “radici comuni” dell’Europa è molto diffuso, ma a seconda dei punti di vista diventa un gioco di aggiunte e di esclusioni. I credenti insistono sulle “radici cristiane” dell’Europa, mentre i laici cercano di toglierle in tutti i modi, ed insistono invece su temi a loro cari, come la rivoluzione scientifica e l’illuminismo. Dal momento che non sono per ora di moda nel difficile mondo dei ceti intellettuali politicamente corretti, Hegel e Marx sono però esclusi, in quanto sono ancora scritti sulla “lavagna dei cattivi”.
Le generazioni trainanti dell’unificazione politica dell’Europa sono state soprattutto due. La prima è composta da coloro che hanno vissuto il trauma della prima guerra mondiale, e sono ormai tutti defunti (Adenauer, De Gasperi, Schumann, eccetera). La seconda è composta da coloro, oggi ormai quasi centenari, che hanno vissuto il trauma della seconda guerra mondiale (il tedesco Schmidt, l’italiano Ciampi, eccetera). E’ allora del tutto chiaro il loro movente psicologico, che possiamo tranquillamente riconoscere come nobile: mai più il macello sanguinoso della prima guerra mondiale! Mai più il macello sanguinoso della seconda guerra mondiale! Pace ed unità fra i popoli europei!
E tuttavia, anche la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. L’aver cancellato Hegel e Marx come padri filosofici dell’Europa comporta anche la cancellazione della dialettica storica, e la sua sostituzione con l’innocuo moralismo kantiano e con le buone intenzioni retoriche.
In questa fine del 2011 i nodi sono giunti al pettine. L’unificazione economica europea è stata un atto di irresponsabile avventurismo storico. E allora non intestardiamoci nell’errore. Facciamo un passo indietro, finché siamo ancora in tempo.
In primo luogo, l’Europa non è un popolo o una nazione. Non esiste una nazione europea. Non esiste un popolo europeo. Chi prende in giro la bossiana Padania, dicendo che non esiste, ha effettivamente ragione (e anche io penso che la Padania non esista, già il Veneto ed il Friuli esistono molto di più), ma ha poi torto se pensa che invece l’Europa esista. Per dirla con Metternich, l’Europa è solo un’espressione geografica. L’Italia invece non lo è.
Un progetto politico, anche nobile, non può costituire una nazione. Ci vuole il consenso dal basso dei suoi cittadini. L’esempio della Bosnia dovrebbe insegnare qualcosa, se si volesse ancora imparare, e non fossimo nelle mani di manipolatori mediatici e di bombardatori Nato, con i loro vergognosi finti magistrati dell’Aia. I serbi e i croati non volevano stare insieme, e i musulmani da soli non potevano obbligarli. Un esempio contrario è la Svizzera, che infatti è un’unica nazione multiculturale. I ticinesi non sono stati costretti a stare con i tedeschi e i francesi in una grottesca “elezione maggioritaria”, ma sono in stragrande maggioranza d’accordo a starci insieme. E potremmo fare molti altri esempi.
[...]
Paradossalmente, da circa trent’anni il ceto universitario ha scoperto che le nazioni non esistono, che sono state inventate in epoca romantica da poeti e scrittori, e che sono semplici “comunità immaginarie”. Naturalmente, non è affatto vero. Le nazioni esistono, i popoli esistono, e soltanto le oligarchie finanziarie ed i loro intellettuali asserviti vorrebbero distruggerle. Non dimentichiamoci mai che, secondo la corretta impostazione di Bordieu, gli intellettuali come gruppo sociale sono un gruppo dominato interno alla classe dominante. Gli intellettuali universitari hanno un guinzaglio lungo, perché devono dare l’impressione di essere liberi opinatori, certo molto più lungo di poliziotti, militari, diplomatici, eccetera, ma hanno sempre un guinzaglio, anche se lungo. Se il gruppo dominante della classe dominante, e cioè le oligarchie finanziarie globalizzate a guida imperialistica Usa, decidono che si deve archiviare lo Stato nazionale sovrano sulla moneta, è solo questione di tempo perché i pagliacci del circo universitario “scoprano” che le nazioni sono solo “comunità immaginarie”.
Ma ovviamente non è così. Le nazioni ed i popoli non si clonano dall’alto con una decisione economica. Nessuna Bce e nessuna giunta tecnocratica Monti potrà mai farlo.
Inoltre, il continente europeo è occupato da basi militari Usa, dotate di armamento nucleare, a quasi settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Non ci può essere democrazia ad Atene con una guarnigione spartana insediata stabilmente sull’Acropoli. Non ci può essere democrazia in Europa con le decisioni strategiche di politica internazionale prese in un diverso continente.
[...]
Eppure, si vorrebbe fare l’Europa senza sovranità geopolitica. Ipocritamente ci prendono in giro dicendoci che, una volta fatta l’Europa, potremo contare di più anche rispetto agli Usa. Sfacciati mentitori! Il congedare le basi Usa in Europa non può essere l’esito finale di un processo, ma solo un presupposto per poter parlare di sovranità europea. Un bambino lo capirebbe, purché non imbonito e corrotto da giornalisti, opinionisti superpagati e professori universitari boriosi.
A un’espressione geografica che non era né un popolo né una nazione, e che per di più è occupata da basi militari straniere, si è voluto imporre una unificazione economica avventuristica. Fermiamoci prima che sia troppo tardi.
Molti degli oligarchi si sono accorti che l’Europa economica non può funzionare. Il gioielliere Bulgari (cfr. Repubblica, 6/12/2011) scrive che “la ricetta oggi non è tanto come salvare l’euro, ma come salvarci dall’euro”. Non si poteva dire meglio, ma lo scandalo è che debbano essere gli oligarchi a dirlo, perché la “sinistra” degenerata è passata dal culto del socialismo sovietico al culto dei “grandi insiemi commerciali” globalizzati (e questo tutta la sinistra, e non solo certo Bersani, Napolitano e Veltroni, ma anche Vendola, Ferrero e Diliberto, ansiosi di tornare in un parlamento commissionato e svuotato di ogni sovranità). Il santone degli economisti Joseph Stilglitz è ancora più chiaro di Bulgari: “gli economisti su entrambe le sponde dell’Atlantico non discutono più se l’euro sopravviverà, ma come far sì che il suo crollo provochi il minor sconquasso possibile” (cfr. Repubblica, 7/12/2011). Faccio notare che queste due sentenze oracolari dell’oligarchia (Bulgari e Stilglitz) sono state entrambe pubblicate da un quotidiano che nelle altre pagine urla che per salvare l’euro gli italiani sono chiamati a fare sacrifici terribili in termini di welfare ed età pensionabile.
[...]
Quest’Europa, quindi, è fuori controllo. A scadenza storica, passati i tempi nervosi dell’attualità politica, l’euro sarà servito alle oligarchie a distruggere 150 anni di risultati, sia pure modesti e miseri, di riformismo socialista e “borghese”. Gramsci non avrebbe mai potuto immaginare che questo sarebbe stato fatto, in un’inedita combinazione di tragedia, commedia e dramma satiresco, con la collaborazione attiva di alcuni mostri da lui stesso evocati, come D’Alema e Napolitano. Ma chi conosce la storia di Frankenstein non dovrebbe stupirsi.
Soltanto la dialettica, hegeliana e poi marxiana, può spiegare questo processo. Per questo la dialettica è esorcizzata, sia in alto (i sofisticati intellettuali) sia in basso (la plebaglia ansiosa di linciare prima Craxi e poi Berlusconi). Ma forse la giunta Monti, arrivata al potere con un vero golpe freddo (la minaccia al Berlusca di far fuori le sue aziende in borsa) innescherà un processo di ripensamento. Non ci spero molto, perché conosco la stupidità dei miei polli. Ma cerchiamo di crederci.

Rodolfo Monacelli - 23/11/2013

domenica 24 novembre 2013

1971 l'oro non può più garantire la massa di dollari, carta straccia, che la Fed è costretta a stampare

Al cuore della Terra e ritorno

Comprendere la crisi sistemica

di Redazione


Pubblichiamo in formato PDF scaricabile liberamente il monumentale libro in due tomi di Piero Pagliani: "Al cuore della Terra e ritorno".  L'opera, divisa in due parti, idealmente è la continuazione, dieci anni dopo, del volume «Alla conquista del cuore della Terra. Gli USA dall'egemonia sul "mondo libero" al dominio sull'Eurasia»(Punto Rosso, Milano, 2003). 

Dieci anni fa l'autore cercava di comprendere i motivi più profondi della ripresa di iniziativa imperiale degli Stati Uniti dopo l'11/9, senza fermarsi alle prime facili considerazioni legate al neo-colonialismo e rifuggendo da popolari formulazioni che giudicava sciagurate, come la nota "guerre delle multinazionali". La ricerca fu guidata dall'ipotesi di Giovanni Arrighi di essere in presenza della crisi sistemica del rapporto di scambio politico tra il Potere del Denaro e il Potere del Territorio che sotto il segno degli Stati Uniti aveva dominato la scena a partire dalla fine della II Guerra Mondiale. Una crisi che induceva gli USA a intraprendere quella che Pagliani definì una politica di "imperialismo preventivo", cioè in previsione di un futuro scontro con le grandi potenze emergenti, in particolare la Cina.

Oggi l'autore, che è un frequente collaboratore della nostra testata, rilegge i dieci anni trascorsi come un susseguirsi di tentativi inizialmente riusciti ma alla fine falliti, di gestire una crisi sistemica iniziata circa quarantacinque anni fa e che affonda le sue radici nella grande espansione materiale del dopoguerra. 

Il libro accompagnerà il lettore a interessanti conclusioni, ma formula in primo luogo le tante domande chiave che servono a comprendere la crisi.


Quali sono le cause dell'attuale crisi sistemica dell'assetto geo-socio-ecologico occidentale?

E' veramente iniziata nel 2008 oppure stiamo vivendo la lunga coda di una crisi che si era già annunciata nel 1971? Perché noti economisti e politici ogni sei mesi proclamano che stiamo uscendo dalla crisi mentre ciò si rivela sempre palesemente falso?

Quali sono le ragioni profonde della finanziarizzazione? E' veramente una "cospirazione" di centri occulti di potere, una deviazione dal percorso normale del capitalismo o invece è un'espressione naturale delle sue patologie? Quanto può prolungarsi? Su cosa si regge? Che rapporto ha con la globalizzazione e con l'aumento in tutti i Paesi occidentali del debito pubblico? Come è spiegabile che in tutta Europa la sinistra storica sia stata alfiere delle politiche economiche neoliberiste e monetariste sperimentate per la prima volta sotto la dittatura di Pinochet?

Perché l'espansionismo imperiale è consustanziale al capitalismo occidentale e al suo progetto geo-socio-ecologico? In quali modi esso contrasta la crisi e in quali l'approfondisce? Perché il Potere del Denaro non può fare a meno del Potere del Territorio?

I BRICS sono il traino futuro o stanno riducendo gli spazi di manovra espansionistici del capitalismo occidentale facendolo entrare in una nuova epoca di sottoproduzione?

La prossima fase della crisi sarà caratterizzata da una de-globalizzazione e una de-finanziarizzazione? La crisi greca è il primo esempio in Europa di violenta definanziarizzazione?

Siamo in una fase di "capitalismo immateriale" o si tratta di un errore di visuale? Siamo veramente in una fase di "capitalismo assoluto" oppure stiamo vivendo aspetti ricorrenti della storia del capitalismo in forma nuova e ad una scala diversa? Cosa è invariante e cosa, al contrario, variante in questa storia?

Chi saranno i soggetti della nuova fase storica? Come si aggregheranno in una società "liquida" in cui l'unica metrica sociale è la possibilità di accesso alle merci? Quale organizzazione è possibile in una società senza più classi di riferimento ma il cui modo di produzione tuttavia permane ferocemente classista?


Ne discendono due considerazioni principali.

La prima è che quelle che normalmente sono indicate come "crisi" (come quella dei subprime e quella del debito pubblico) sono solo questi momenti di fallimento dei tentativi di gestione della vera crisi sistemica. Quindi la crisi che stiamo sperimentando è dovuta alla finanziarizzazione solo in tanto in quanto questa è una "cura" che ha aggravato la malattia reale che ha origine nei processi sistemici di accumulazione del capitale, dove "sistemici" vuol dire non generici bensì inseriti in una particolare configurazione storica del sistema-mondo.

La seconda considerazione riguarda il futuro prossimo della crisi, che Piero Pagliani identifica in un processo, contraddittorio e contrastato, di definanziarizzazione e di deglobalizzazione.

La tesi, suffragata da un'analisi originale di un insieme di fattori storici, politici, economici e culturali, è in fondo lineare.

La crisi sistemica ha incominciato ad emergere negli anni Sessanta del Novecento proprio a causa dell'impetuoso processo di accumulazione che è andato sotto il nome di "ventennio d'oro del capitalismo" e in Italia di "boom economico", che ha prodotto una massa crescente di capitali impossibilitati a essere reinvestiti profittevolmente in attività produttive.

Inizialmente la crisi è stata gestita da una "finanziarizzazione di Stato" basata sull'inconvertibilità del dollaro in oro (il famoso Nixon shock del 1971) che ha dato luogo alla stagflazione (stagnazione con inflazione) degli anni Settanta, che finì per incrinare seriamente il rapporto di scambio tra il potere politico statunitense e l'alta finanza. Questo contrasto, a volte molto aspro, rischiò di indebolire entrambi i poteri, quello territoriale (minacciato anche sul lato militare-geopolitico dalla sconfitta in Vietnam, dalla rivoluzione iraniana, da quella nicaraguense e dall'invasione sovietica dell'Afghanistan) e quello economico-finanziario ingigantito dai capitali che fuoriuscivano dal processo produttivo.

Per questo motivo il potere politico dominante (imperiale) siglò un nuovo patto col Potere del Denaro accettando la richiesta di quest'ultimo di condividere i privilegi della finanziarizzazione di Stato. Fu così che il Volcker shock del 1979 diede inizio alla lunga stagione di finanziarizzazione privata, trainata e garantita da quella di Stato.

Nell'ambito di questo nuovo patto, «i grandi istituti finanziari, in special modo le banche d'investimento, diventavano di fatto le nuove compagnie private dotate di privilegi, ossia con la parziale facoltà di "conduzione di guerre" e di "formazione dello Stato", per conto della loro potenza di riferimento».

Come è d'obbligo nel capitalismo termoindustriale occidentale, la doppia finanziarizzazione si è basata su quella che Pagliani definisce "gerarchia ramificata di differenziali di sviluppo e di differenziali politici", differenziali che agiscono sia tra Paesi e aree, sia all'interno del singolo corpo sociale (a partire dal Volcker shock, ricorda più volte l'autore, iniziò infatti una determinatissima "lotta di classe dall'alto", di cui le recenti controriforme del lavoro Monti-Fornero rappresentano da noi l'ultima appendice in senso temporale).

Tale gerarchia è stata mantenuta da un'egemonia (rappresentata dal Washington Consensus) "corazzata di coercizione", come avrebbe detto Antonio Gramsci, ovvero armata dal "pugno invisibile ... chiamato Esercito, Aviazione, Marina e Corpo dei Marines degli Stati Uniti", come ammise Thomas Friedman nel 1999 sul New York Times nel suo "Manifesto per un mondo veloce", non a caso citato all'inizio della seconda sezione del libro, intitolata "Mani invisibili e imperi visibili".

Ma questa gerarchia ramificata è stata messa in discussione e alterata, sia nella sua componente economica sia in quella politica, dall'affacciarsi sullo scenario internazionale degli enormi competitor che sono usualmente raccolti sotto la sigla BRICS.

La reazione degli Stati Uniti e dei suo alleati al seguito, di conseguenza è stata ed è il tentativo di "controllare il centro della scacchiera mondiale", per impedire agli avversari mosse pericolose. E' ciò che ha fatto Bush jr in modo diretto e, in modo per ora più obliquo dovuto ad un assestamento strategico, Barack Obama.

Tuttavia il circuito mondiale che teneva mutuamente in piedi la globalizzazione (cioè, in sostanza, l'intercettazione del valore reale prodotto mondialmente da parte dei centri politico-finanziari dominanti) e la finanziarizzazione, si è ormai incrinato seriamente in più punti a causa dell'emergere di quei competitor politicamente indipendenti dagli Stati Uniti, cosa che rappresenta un effetto inintenzionale della globalizzazione stessa.

Ciò, secondo l'autore, fa presupporre che la nuova stagione sarà caratterizzata da processi di definanziarizzazione, che comporteranno fallimenti, privatizzazioni, frammentazione del corpo sociale e delle stesse classi, e contemporaneamente di deglobalizzazione, cioè di ricompartimentalizzazione dell'economia in regioni geopolitiche differenti e contrapposte, con un conseguente aumento della tendenza a spostare la competizione dall'ambito del rapporto tra agenti economici a quello tra Stati. Per questo motivo Piero Pagliani sollecita a essere sempre vigili nella difesa della pace, forse l'obiettivo che oggi sussume tutti gli altri.


Metodologicamente, se da una parte Marx viene utilizzato nella misura (per altro ampia) in cui "non ha senso reinventare la ruota", dall'altra le tesi del libro sono sorrette da un'ulteriore rielaborazione dei concetti di Arrighi che si avvale anche di una descrizione "pseudo-formale" (come tiene a sottolineare l'autore), ispirata da un particolare ramo della Matematica e illustrata con semplicità, e di una serie di contrapposizioni facenti capo alla dialettica esterno/interno, basilare per spiegare i meccanismi della gerarchia ramificata di differenziali di sviluppo e la natura del capitalismo come "sistema dissipativo" che necessita di "esportare entropia" e, dualmente, di appropriarsi di "natura relativamente non capitalizzata" (nella forma di materie prime, lavoro vivo o semilavorati) come modo per contrastare la caduta del saggio di profitto.

E' proprio la vitale "costruzione e ricostruzione dell'esterno" da parte dei vecchi centri capitalistici che oggi è ipotecata dai grandi competitor.

E' in questo quadro che acquista un senso drammatico l'ultima domanda che l'autore rivolge a tutti:


«La nuova epoca che ci aspetta, che sarà segnata dalla deglobalizzazione, sarà un'epoca di pace garantita da nuovi equilibri o sarà un'epoca di guerre devastanti?

La risposta non è : "Non lo possiamo sapere". La risposta dipende da noi.»


Scarica usando i sottostanti link i due tomi del libro di Piero Pagliani "Al cuore della Terra e ritorno":