Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 14 dicembre 2013

Che vergogna vedere Napolitano, Letta e Renzi che nascondono la testa sotto la sabbia. Sono indegni di rappresentare gli italiani

Talking Dead

di Sandro Moiso

“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.1
Non siamo stati noi a suggerirglielo. Hanno fatto tutto da soli.

Speravano di prolungare la vita dei morti al governo scoraggiando legalmente le arruffate speranze elettoralistiche grilline e renziane. Speravano nell’ennesimo, pirandelliano gioco delle parti. Invece si sono dati una bella zappata sui piedi. Diciamolo pure: se li sono proprio amputati. La Consulta lo ha detto elegantemente: “Il Porcellum ( legge n. 270 del 21 dicembre 2005, altrimenti detta “legge Calderoli”) è una legge incostituzionale!

E anche se il dubbio che dietro alla decisione della Consulta vi sia anche qualche fibrillazione dei partiti maggiormente propensi ai possibili “inciuci” legati al sistema proporzionale sia più che legittimo, ciò non toglie che Pietro Alberto Capotosti, presidente emerito della Corte costituzionale, in un’intervista abbia potuto dichiarare: “Dal giorno dopo la pubblicazione della sentenza questo Parlamento è esautorato perché eletto in base a una legge dichiarata incostituzionale”.
Fine. Stop. Il gioco è finito, anche se durerà ancora troppo a lungo con gli strascichi di discussioni, accuse reciproche, sceneggiate napoletane, giravolte, piroette filosofico-giuridiche, paso doble e tanghi della gelosia. Come ben dimostra la lotta di tutti contro tutti che si è immediatamente aperta nelle sedi istituzionali.
Ora, nonostante gli sforzi del nonno della patria di tranquillizzare gli animi e convincere i cittadini che nella sentenza non è contenuto niente di grave per l’attuale governo in carica, quello che deve saltare immediatamente agli occhi, qualora vi fosse ancora qualche dubbio, è che gli attuali governanti e i partiti che fanno loro da corollario non sono altro che dei golpisti al governo.
Compreso l’ex-PdL-FI-NCD e con buona pace dell’esagitato Berlusconi.

Sono dei fantasmi che nessuno vorrebbe avere in casa, anche se lo stridere delle loro catene o, almeno, di quelle con cui hanno avviluppato questo paese fa ormai soltanto ridere.

Nonostante il disgusto che suscitano. Infinito e rivoltante come quello suscitato da una carogna, gonfia e putrefatta.
In un paese in cui oltre 18 milioni di persone (il 29,9 %) sono a rischio povertà, mentre nella zona euro solo la Grecia è messa peggio con il 34,6% della popolazione.

Il 21 novembre 1946 il partigiano Giuseppe Dossetti, uno dei 75 membri della Commissione per la Costituzione, presentò una proposta relativa al diritto di resistenza da inserire nella Costituzione della Repubblica Italiana: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino». Doveva costituirne l’art. 3 e si ispirava all’articolo 21 della Costituzione francese del 19 aprile 1946: ” Qualora il Governo violi le libertà e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza sotto ogni forma è il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri”. In Sottocommissione fu approvato con 10 voti a favore, 2 astenuti e 1 contrario, ma non riuscì a superare l’esame dell’Assemblea Costituente.
DC, cui pure apparteneva l’”estremista” Dossetti, PCI, Chiesa e Stati Uniti avevano messo al riparo la classe dirigente italiana dal rischio rappresentato dalle possibili esuberanze delle classi oppresse.

Così, oggi, dall’alto si può impunemente ribadire che i seggi parlamentari rubati, le gozzoviglie dei governanti e dei partiti tutti sono perfettamente legali. “Il Parlamento e il Governo sono perfettamente legittimi” si continua a ripetere attraverso la maggioranza dei media, riprendendo le parole del Capo dello Stato.

Ma le parole di Capotosti, riportate da ben pochi mezzi di informazione, rimangono inequivocabili: ”Dal giorno dopo la pubblicazione della sentenza questo Parlamento è esautorato perché eletto in base a una legge dichiarata incostituzionale. Quindi non potrà più fare niente [...] La sentenza entrerà in vigore quando sarà pubblicata sulla Gazzetta ufficiale, presumibilmente verso la fine di gennaio” Quindi il giorno dopo “i deputati che sono stati eletti grazie al premio di maggioranza diventano illegittimi“. Infatti, sottolinea, “l’annullamento che pronuncia la Corte costituzionale ha effetto retroattivo2
Berlusconi, Brunetta e Grillo si sono immediatamente lanciati all’assalto dei 148 deputati in più ottenuti dal PD alla Camera grazie al “premio di maggioranza”, definito oggi incostituzionale, e dello stesso Presidente della Repubblica, per il quale richiedono l’impeachment.

Questo non ci farà certo piangere né, tanto meno, schierare a difesa degli assetti governativi attuali o di re Giorgio in nome di un confuso antifascismo a-classista, buono per tutte le stagioni. PD e Presidenza della Repubblica già da soli bastano per sbraitare contro gli “assalti della Destra e del populismo”.

Già, sbraitano. E come non farlo, vista la sentenza di morte contenuta nel giudizio del solito Capotosti: ”a Montecitorio devono ancora convalidare tutti e 630 i deputati. Diciamolo chiaramente: questa sentenza ha un effetto dirompente[...] In teoria, dovremmo annullare le elezioni due volte del Presidente della Repubblica, la fiducia data ai vari governi dal 2005, e tutte le leggi che ha fatto un Parlamento illegittimo”.
C’è da ridere al pensiero di questo esercito di naufraghi che affondano tra le onde del disastro dilaniandosi a vicenda. E c’è ancor più da ridere guardando Grillo, Brunetta, Berlusconi e lo stesso neo-reuccio del PD che cercano di trarre vantaggio elettorale da una sentenza che li condanna esattamente come i loro avversari. Morti, finiti, defunti. TUTTI!
Sarà per questo che, parallelamente alla sentenza della Consulta, si è mossa di nuovo anche la commissione Affari Costituzionali del Senato. A sorpresa i ‘governisti’ del Pd insieme al NCD e Scelta Civica hanno approvato l’istituzione di un comitato ristretto che entro gennaio proverà a cercare un accordo sulla legge elettorale. Per cercar di salvare capra e cavoli. Travolti da un mare di merda.
Ma se il Capo dello Stato, il Centro Sinistra (quello vecchio dalemiano) e l’altro Centro Sinistra (quello nuovo renziano), il Centro Destra (quello nuovo alfaniano), il Populismo grillesco e l’altro Centro Destra (quello vecchio berlusconiano) hanno iniziato a muovere le loro miserevoli pedine, riempiendo la scacchiera politica di mosse così prevedibili da far rimpiangere una partita a scacchi tra Franco e Ciccio e Fantozzi, ci sarebbe stato da aspettarsi che almeno gli autentici “difensori” della Costituzione, i tre cavalieri di Libertà e Giustizia (Landini, Rodotà e Zagrebelsky) impugnassero la sentenza per dimostrare che contro la Costituzione non si deve e non si può andare impunemente.
E, invece, no. Niente. Silenzio. Anzi, nemmeno silenzio-assenso, perché quando uno dei tre ha parlato è stato per difendere l’opinione espressa da Napolitano che, nella giornata di domenica, lo ha poi pubblicamente ringraziato. “Il Parlamento attuale è delegittimato, ma non annullato [...] Per il principio di continuità dello Stato: lo Stato è un ente necessario. L’imperativo fondamentale è la sua sopravvivenza [...] Perfino nei cambi di regime c’è continuità, ad esempio dal fascismo alla Repubblica3.
Siamo grati a Gustavo Zagrebelsky per averci confermato ciò che, da inguaribili antagonisti, già sospettavamo da anni ovvero che non ci sia mai stata una effettiva discontinuità tra regime fascista e regime parlamentare repubblicano, ma le sue parole confermano che la carta Costituzionale, sventolata ad ogni piè sospinto quando si tratta di distogliere l’attenzione dei lavoratori dalla lotta di classe, è comodamente ignorata quando può servire come arma contro l’oppressione del capitale e dei suoi faccendieri politici. Grazie per il chiarimento. La Costituzione, anche per voi, è solamente un feticcio.
Ma il problema rimane: il Parlamento è incostituzionale e così pure il Governo Letta; incostituzionale è stata la rielezione di Giorgio Napolitano; incostituzionali tutti i governi dal 2006 in avanti e tutte le leggi approvate nel delirio berluscomontilettiano. Parità di bilancio, legge Fornero, salvataggio delle banche (MPS in testa), grandi opere, tutte sono da buttare, insieme ai tanti voti di fiducia, alle missioni militari e chissà quanto altro ancora. Al macero, via, sciò.

E’ la più grande arma che il movimento antagonista potesse sperare di avere tra le mani. Chi la vorrà davvero impugnare? Chi saprà e vorrà trarne le conseguenze?

Il movimento dei forconi forse? Oppure una decisa e, finalmente, chiara opposizione di classe che sappia indirizzare anche le proteste del primo, oltre il populismo?

Il fatto stesso di essere costretti a ricordare questo estremo principio (la sopravvivenza dello stato – NdA ) significa che siamo ormai sull’orlo del baratro4.

Da anni in Italia governi e parlamenti legiferano pur essendo illegittimi. Oggi sappiamo che sono soltanto dei morti che parlano. Coraggio compagni… occorre solo una spinta per ributtarli nella fossa da cui stanno cercando di uscire!

Speranza, vita, coraggio e dignità il popolo venezuelano non arretra

Venezuela una vittoria rilevante

di Ângelo Alves | da www.avante.pt

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Traduzione di Marx21.it

La destra reazionaria e golpista venezuelana ha visto nella morte del presidente Chavez, nel marzo di quest'anno, l'occasione per fare retrocedere le conquiste che il popolo venezuelano aveva ottenuto nel corso degli ultimi 15 anni di trasformazioni progressiste e rivoluzionarie. Il capitalismo ha toccato il fondo nella società venezuelana, dimostrando quanto criminale, inumano e violento possa essere. Installatisi sulla testa di masse immense di gente povera, senza diritti, indigente, il grande capitale venezuelano e l'imperialismo avevano eretto un sistema di potere che ancora oggi, per diversi aspetti, non è stato distrutto. Un sistema che le stesse classi dominanti hanno sempre usato per ostacolare il processo rivoluzionario in Venezuela.



Ma il processo bolivariano è andato avanti. Ha restituito al popolo venezuelano la speranza, i diritti, la vita, il coraggio e, molto importante, la dignità. Il popolo ha oggi in Venezuela una grande arma: la sua unità. E' tale unità che è stata al centro della resistenza a boicottaggi, golpe, manovre di ingerenza, destabilizzazione e campagne diffamatorie che dopo la morte di Chavez si sono intensificate e hanno raggiunto un punto critico nel percorso che ha portato alle elezioni della scorsa domenica.

Ancora una volta, e sull'esempio del golpe petroliero del 2001/2002, la destra golpista ha tentato di tutto: black out, tagli dei rifornimenti, boicottaggio economico, provocazioni, minacce e campagne internazionali. E' stato un momento decisivo e la lotta di classe ha raggiunto e raggiunge il culmine. Il governo di Nicolas Maduro e le forze rivoluzionarie e progressiste hanno risposto con fermezza, a fianco del popolo. Si sono radicalizzate le misure di trasformazione economica, si è avanzato con la Ley Habilitante (per proteggere i diritti economici dei venezuelani, ndt) e non ci sono state esitazioni. Il risultato è sotto gli occhi. Le forze che portano avanti il processo bolivariano sono riuscite ad ottenere una vittoria elettorale notevole. Mancando ancora il conteggio dei voti in 34 municipi, il PSUV, il PCV e i loro alleati conquistano 234 municipi, la destra golpista 67. Un risultato notevole e ottime notizie, da cui emerge il rafforzamento dei comunisti venezuelani che passano a governare da otto a nove municipi. La conclusione può essere una sola: il popolo venezuelano dà una lezione al mondo e un violento “ceffone” all'imperialismo e al golpismo. Come? Affermando la sua unità attorno ai suoi diritti e aspirazioni.


giovedì 12 dicembre 2013

Napolitano devi dimetterti non sei Garante



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L’imbarazzante caso Napolitano

di Aldo Giannuli


Che Napolitano sia stato il peggiore degli 11 Presidenti della Repubblica è cosa che abbiamo già scritto, ma ora si tratta di andare un po’ oltre e giudicare i suoi comportamenti sotto un profilo strettamente giuridico dato che che il M5s si appresta a chiederne la messa in stato d’accusa. Dunque, entriamo nel merito. Non c’è dubbio che Napolitano stia abusando, molto più di Cossiga, del suo potere di esternazione: non passa giorno che non inviti maggioranza parlamentare e governo a far qualcosa (approvare l’indulto, una nuova legge elettorale di cui prescrive il carattere bipolare e non proporzionale, approvare la legge che penalizza il negazionismo storico, approvare la legge di stabilità e in che tempi ed in che modi, riformare la giustizia, intervenire sulla normativa in materia di immigrazione ecc. ecc.), inoltre non si contano i “messaggi ufficiosi alla azione” sotto forma di comunicati del Quirinale o dichiarazioni stampa più o meno informali.


In particolare in materia di “canone storico”, il Presidente si sente obbligato ad emanare istruzioni in tema di strategia della tensione, di bilancio di 150 anni di unità nazionale, di antifascismo e questione del negazionismo, di storia delle relazioni internazionali della Prima Repubblica, anche se, di questa funzione pedagogica del Capo dello Stato non si rinviene traccia nel testo costituzionale. Persino i risultati elettorali sono vivacemente commentati da una autorità che, non fosse altro per il suo ruolo super partes, sarebbe meglio tacesse in proposito (“Non sento alcun botto”… ricordate?).

Questa, incontinentia exprimendi non è l’innocua manifestazione di affezione logorroica senile, ma ha una palese funzione politica. A partire dall’insediamento del governo Monti, Napolitano si è comportato esattamente come il Presidente della Repubblica francese: una sorta di super Presidente del Consiglio, con un’ unica variazione di rilievo: nel caso francese il Capo dello Stato presiede il Consiglio dei Ministri (art. 32 Costituzione della repubblica francese), qui non ci siamo ancora arrivati. Ma ci stiamo avvicinando, come dimostra il fatto che il Presidente ha preso a riunire presso di sé i capigruppo della maggioranza. Una cosa che nessun suo predecessore aveva mai fatto.

In diverse occasioni il Presidente ha esplicitamente legato la sua permanenza al Quirinale a precise condizioni quali l’approvazione delle riforme costituzionali e, di conseguenza, la permanenza in carica del Governo Letta e la sopravvivenza della legislatura almeno sino al 2015. Sin qui, per la verità, non avevamo mai visto un Presidente condizionare la sua permanenza alla sopravvivenza di un determinato governo. E questo sia perché, legando la sua sorte a quella di un governo o di una maggioranza, il Presidente cessa la sua funzione arbitrale, sia perché, l’eventuale crisi di governo minaccerebbe di trasformarsi in una crisi istituzionale senza precedenti, sommando le dimissioni del Capo dello Stato a quelle del Presidente della Repubblica. E’ vero che il Presidente del Senato assumerebbe ipso facto le funzioni di Capo dello Stato, ma, se si rendesse necessario farlo, il Presidente provvisorio avrebbe il potere di sciogliere le Camere? E non stiamo parlando di fantascienza: ad aprile il partito di maggioranza non è stato in grado di compattarsi su un nome (persino su quello del suo fondatore sono mancati 101 voti) ed, alla fine, si è dovuti ripiegare sulla rielezione dell’uscente.

E, dunque, queste continue esternazioni (sostenute dalla minaccia intermittente di una crisi istituzionale senza precedenti) hanno la funzione di dettare l’agenda al governo ed alla maggioranza parlamentare. E già queste segnala una tacita trasformazione della forma di governo attraverso l’alterazione dei rapporti funzionali fra i vari soggetti costituzionali.

Quel che è ulteriormente sottolineato dal ruolo del Capo dello Stato quale rappresentante internazionale del paese. In passato ci sono stati Presidenti che hanno perseguito di fatto indirizzi di politica internazionale diversi da quelli del governo: su questo piano, Gronchi fu sicuramente più in sintonia con l’Eni che con il governo, Saragat ebbe una sua politica iper atlantica spesso confliggente con quella dell’allora ministro degli Esteri Moro e di Cossiga potremmo dire cose analoghe. Ma con Napolitano è accaduto qualcosa di più: in particolare con il manifestarsi della crisi del nostro debito sovrano, il Presidente ha assunto una funzione di vero ed unico punto di riferimento della diplomazia internazionale (si pensi alla famosa telefonata della Merkel che, a rigore, avrebbe dovuto esser fatta all’allora Presidente del Consiglio Berlusconi). Va detto, però, che nell’eccezionalità della situazione incideva in modo determinante l’assoluta impresentabilità internazionale di Berlusconi (anche io, al posto della Merkel, non avrei telefonato a Palazzo Chigi ma al Quirinale). Dunque, non tutto può essere fatto risalire alla volontà di Giorgio Napolitano, occorrendo tener presente le dinamiche oggettive in atto. Questo, tuttavia, non toglie che delle trasformazioni istituzionali si siano determinate e questo anche grazie al persistere della prassi di Napolitano anche dopo la caduta del governo Berlusconi. Anzi, con Monti, la proiezione internazionale del Capo dello stato si è accentuata ancor più, per culminare nel viaggio a Berlino nel giorno stesso delle elezioni politiche (altro episodio senza precedenti) della cui inopportunità c’è poco da dire e dei cui contenuti, peraltro, abbiamo saputo poco o nulla.

Qui si segnala una sostanziale trasformazione del ruolo del Capo dello Stato da garante della Costituzione in garante dei trattati internazionali sottoscritti dal paese (in primis quelli relativi all’adesione all’Euro) e del suo debito pubblico. In questo senso il Presidente finisce per avere una funzione a due facce: una di rappresentanza del paese verso l’Estero (come è giusto che sia) ma l’altra di rappresentante della comunità internazionale, ed in particolare quella europea verso l’Italia. Il processo di trasformazione istituzionale diventa più chiaro se i comportamenti del Presidente vengono letti insieme all’introduzione in Costituzione del vincolo di pareggio di bilancio, Così come acquista un senso ancora più preciso il processo di revisione costituzionale avviato proprio su ispirazione del Presidente e con una prassi assolutamente non conforme al dettato costituzionale. Il punto non sta tanto nel merito delle riforme prospettate (abolizione del bicameralismo perfetto e riduzione dei parlamentari) che, in sé, sono misure correttive dell’architettura costituzionale assai condivisibili. La questione è essenzialmente procedurale.

Il punto è che si parla di occasionale “deroga” alle procedure di revisione previste dall’art 138, introdotta da una revisione compiuta attraverso le procedure del 138. Ma la Costituzione non prevede alcuna possibilità di deroga: si può riformare l’art 138 e, da quel momento in poi eventuali revisioni seguirebbero le nuove modalità, ma non è possibile fare una legge che dica “Per questa volta seguiamo un percorso diverso”. In una Costituzione rigida non esiste il concetto di emergenza per il quale si può derogare occasionalmente da essa.

Ma allora, perché inventarsi una procedura ad hoc così discutibile piuttosto che riformare l’art. 138? Perché la prassi adottata è semplicemente incostituzionalizzabile. Per riassorbire in Costituzione la procedura in questione, occorrerebbe modificare l’art 138 in questo modo: “Il progetto di revisione costituzionale è affidato ad un comitato di saggi scelti fuori dal Parlamento e di nomina governativa, la cui lista sia successivamente approvata dal Parlamento.  A tale comitato spetta la redazione definitiva ed inemendabile della riforma da sottoporre all’approvazione delle Camere”. Neanche nella Costituzione del Burkina Faso è dato leggere una cosa del genere.

Ed ecco, allora, lo stravagante escamotage della “deroga” che, tutto sommato, ha allungato i tempi richiedendo un primo processo di revisione per poi procedere al successivo di merito.

Sarebbe bastato procedere direttamente alla revisione sui due punti in questione (bicameralismo e numero parlamentari) e la legge costituzionale sarebbe già in linea di arrivo. La cosa acquista senso dove si comprenda che il succo della questione non è nel merito delle attuali riforme ma nel metodo con cui esse vengono introdotte, e che costituisce un precedente destinato ad aprire la porta a ben altre modifiche della carta costituzionale.

A rendere la cosa ancor più prossima ad una aperta rottura costituzionale è la circostanza che vede il promotore nel Presidente della Repubblica che, avendo giurato di osservarla fedelmente, spetterebbe semmai, il compito di difensore d’ufficio della Costituzione vigente ed in particolare delle sue norme di tutela.

A tutto questo occorre aggiungere che anche nell’esercizio delle sue attribuzioni sussidiarie, Napolitano ha manifestato una certa irritualità. E’ il caso del modo in cui ha usato il potere di grazia nel caso del colonnello Joseph Romano condannato per il rapimento di Abu Omar. Poco dopo il suo primo insediamento, Napolitano aveva fatto sapere che, per criteri di opportunità, non avrebbe concesso la grazia in caso di condanne troppo recenti, per evitare di far sembrare l’atto una sorta di quarto grado di giudizio. Ma dal momento della sentenza passata in giudicato a quello della Grazia a Romano erano passati meno di sei mesi. La deroga al principio generale veniva giustificata con l’opportunità di adottare un principio che si sarebbe invocato per la vicenda dei nostri marò arrestati in India. Peraltro, solo dieci giorni prima della decisione presidenziale, la grazia era stata sollecitata dal Presidente Usa Barak Obama. Non è chiaro per quale motivo l’India avrebbe dovuto far proprio un criterio di clemenza usato dall’Italia per un condannato statunitense, ma è chiaro che il Presidente intende il potere di grazia come un atto eminentemente politico e, in questo caso, di politica estera.

Una riprova all’incontrario è la vicenda Sofri: come si ricorderà, il Presidente Ciampi aveva concesso la grazia all’ex dirigente di Lotta Continua, ma l’allora Guardasigilli Castelli aveva rifiutato la controfirma. Ne era sorto un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale che aveva dato ragione al Presidente ritenendo che la controfirma ministeriale non fosse un elemento necessario per la concessione della grazia. Nel frattempo, tuttavia, Ciampi aveva terminato il settennato. E’ certamente vero che la concessione delle misure di clemenza sono un potere della persona che ricopre la carica pro tempore e non dell’istituzione in quanto tale,  per cui non c’era alcun automatismo e Napolitano era libero di scegliere, ma un minimo di far play istituzionale nei confronti del suo predecessore avrebbe consigliato di dar corso alla grazia che, invece, non è stata più concessa. E’ palese che questa tacita sconfessione dell’operato di Ciampi era determinata non da criteri di clemenza, ma da valutazioni di ordine strettamente politico nelle quali non è difficile scorgere sia i problematici rapporti fra potere politico e potere giudiziario, sia le antiche ruggini fra il gruppo dirigente comunista e Sofri nelle varie stagioni della sua vita.

Anche nella nomina dei senatori a vita è palmare che si sia trattato di precise scelte politiche pensate a supporto di una particolare formula di governo. Non sono certamente in dubbio gli alti meriti, ad esempio, di Carlo Rubbia, Renzo Piano e Claudio Abbado ma che siano stati scelti tutti in una precisa area politica -come poi ha dimostrato il loro conseguente comportamento di voto- è un fatto. Ad esempio, si poteva pensare anche a Dario Fo-che è un Premio Nobel come Rubbia- ma abbiamo il sospetto che a questo proposito abbia pesato la sua vicinanza al M5s e, pertanto, il suo più che probabile voto contrario al governo Letta.

Anche nella nomina del giudice costituzionale Giuliano Amato sorge lo stesso dubbio, considerando che mai era accaduto che nella Corte entrasse un ex Presidente del Consiglio.

Dunque, l’insieme della prassi di Napolitano suggerisce l’immagine di un Capo dello Stato che persegue un preciso indirizzo politico con tutti i mezzi a sua disposizione. Ma può il Presidente della Repubblica avere un indirizzo politico? Si badi, non un indirizzo costituzionale, che rientra perfettamente nelle sue funzioni arbitrali, ma un indirizzo propriamente politico. Una prassi così debordante dei poteri presidenziali non altera i rapporti di forza fra le diverse istituzioni, causando quindi un sostanziale mutamento della forma di governo? Fu precisamente sulla base di queste considerazioni che l’allora Pds chiese la messa in stato d’accusa dell’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che, per la verità, si era spinto assai meno su questa strada di quanto non abbia fatto il suo attuale successore. Ma si sa che il Pd non eccede in coerenza. Una volta si sarebbe detto “opportunisti senza principi”.

Veniamo ora alla situazione attuale.

Il M5s ipotizza una messa in stato d’accusa che Forza Italia sembra voler votare. Nel plenum delle Camere riunite Fi (128 seggi complessivi) e M5s (156) dispongono di 284 seggi su 951 totali, ma potrebbero aggregare la Lega (36 seggi) e la pattuglia dei fuorusciti del M5s e forse qualche parlamentare delle forze politiche minori, sfiorando i 340 seggi. E questo senza calcolare come possa essere risolta la questione dei 148 seggi di Pd e Sel ottenuti con il premio di maggioranza. Peraltro occorre considerare che la votazione per la messa in stato d’accusa del Presidente si svolge a scrutinio segreto e le sorprese sono sempre possibili. Ma lasciamo da parte le ipotesi più lontane. Ricordiamo che Leone si dimise al semplice annuncio della richiesta di messa in stato d’accusa da parte del Pci ed anche nel caso di Cossiga non si giunse al voto per l’accavallarsi delle elezioni politiche e delle sue dimissioni. Insomma, sulla messa in stato d’accusa di un Capo dello Stato non si è mai arrivati a votare e si capisce il motivo: anche se “assolto” un Capo dello Stato difficilmente può restare al suo posto se una parte rilevante del Parlamento lo sfiducia così apertamente, perché la sua funzione arbitrale è ovviamente finita.

Vero è che si può cercare di bloccare la procedura nell’esame istruttorio, ma immaginiamo che alla fine si voti e ci siano circa 300 voti favorevoli alla messa in stato d’accusa: questo significherebbe che l’opposizione non riconosce il Capo dello Stato come arbitro super partes, mentre il suo salvataggio sarebbe dipeso dai soli voti della maggioranza, confermando quindi l’immagine del Presidente come capo di una maggioranza parlamentare. Per di più, in termini di voti popolari, Fi e M5s rappresentano grosso modo il 50% o poco più e questo è un Parlamento politicamente delegittimato dalla sentenza della Corte.

Infine, lo stesso Napolitano ha condizionato la sua permanenza in carica al buon esito della riforma costituzionale che, a questo punto, con il passaggio di Fi all’opposizione, appare del tutto improbabile, quantomeno al Senato. Sappiamo che tutto è possibile e che non è la faccia quello che manca, ma non sarebbe il caso di trarne le conseguenze e prima ancora che sopraggiunga una crisi di governo che, sommandosi a quella del Quirinale, determini uno tsunami istituzionale senza precedenti?



mercoledì 11 dicembre 2013

Il comunismo è il figlio della coscienza infelice borghese. La quale tende a trasformarsi in una classe globale postborghese priva di coscienza infelice cioè in "oligarghie capitalistiche"


Finalmente! L’atteso ritorno del nemico principale.
Considerazioni politiche e filosofiche

di Costanzo Preve

1. Introduzione. Sul nemico principale. Commento di una recente formulazione di Alain de Benoist
2. Le mort saisit le vif (Marx). Il peso inerziale ormai insopportabile della storia
tricentenaria del profilo della filosofia politica moderna e della sua variante subalterna postmoderna
3. Il primato dello struzzo. Lo struzzo come animale totemico-tribale del passaggio dal realismo storico-politico al moralismo ostensivo testimoniale
4. L’imbecillità socialmente organizzata. Per una nuova teoria degli intellettuali e delle strutture ideologiche
5. Il nemico principale in economia: il capitalismo e la società di mercato
6. Il nemico principale in politica: il liberalismo
7. Il nemico principale in filosofia: l’individualismo
8. Il nemico principale nella società: la borghesia
9. Il nemico principale in geopolitica: gli Stati Uniti d’America
10. Conclusione. Verso un radicale riorientamento gestaltico nella visione complessiva del mondo storico e politico

8. Il nemico principale nella società: la borghesia

Parlando di “borghesia” bisognerebbe sapere esattamente cosa si intende, perché nessun altro termine si presta tanto a fastidiosi e pittoreschi equivoci. In primo luogo, il termine dovrebbe essere strettamente limitato al contesto storico del capitalismo, evitando di chiamare “borghesi” i cavalieri romani (equites), i mercanti ed i banchieri medioevali e la nobiltà di toga dell’assolutismo francese. Gli storici che usano incautamente questo termine dovrebbero essere puniti con lente scudisciate, ma questo non avviene, a causa dello stesso umanitarismo “borghese”. Personalmente, nutro addirittura dubbi sul fatto che si possano chiamare “borghesi” a pieno titolo persino gli illuministi francesi del settecento e Kant, anche se non c’è dubbio che costoro abbiano aperto la strada alla legittimazione del mondo borghese-capitalistico propriamente detto.

Secondo, la tradizionale definizione marxista di “borghesia”, intesa come l’insieme sociale (e sociologico) dei proprietari privati capitalistici dei mezzi di produzione, può soltanto connotare un’articolazione dello “scheletro” del concetto di modo capitalistico di produzione, ma non ci dice praticamente nulla del contesto storico e culturale. Ed infatti i marxisti, consapevoli di questa insufficienza economicistica, ci aggiungono inutili appendici, tipo arte borghese
(Beethoven, Stendhal, Tolstoj, Dickens, eccetera) e filosofia borghese (Voltaire, Kant, Hegel, eccetera). Il malcostume è diffuso, ed io stesso ci sono spesso cascato, e mi dichiaro colpevole. In realtà, il solo modo di evitare questi pasticci terminologici, sarebbe quello di distinguere con chiarezza il concetto di capitalismo (largamente strutturale, anonimo, impersonale, riproduttivo
ed economico) ed il concetto di borghesia (largamente culturale, psicologico, comportamentale). Ma questo non viene fatto, perché si dà per scontato che là dove c’è borghesia, automaticamente c’è anche capitalismo, e che la borghesia è il soggetto demiurgico che ha creato il capitalismo, lo accompagnerà fino alla sua fine, e se per caso esiste una fine della storia ed il capitalismo è eterno (fino ovviamente al collasso del sistema solare), la borghesia sarà anch’essa eterna come lui.

Ma invece non solo questo approccio è errato, ma anche il solo modo per essere sicuri di non capirci mai niente. Sebbene l’espressione possa sembrare a prima vista inutilmente tecnica, macchinosa e pesante, sarebbe bene abituarsi a distinguere sempre fra l’insieme degli agenti strategici della riproduzione capitalistica (che è una funzione di un ruolo strutturale copribile da
diversi soggetti storici) e la borghesia propriamente detta, intesa come soggettività collettiva politico-culturale. Se ci si abitua a questa distinzione, si vedrà che il processo di produzione capitalistico può tranquillamente essere messo in moto da soggetti non-borghesi (la minoranza religiosa dei parsi indiani, i samurai giapponesi, i mercanti, i banchieri ebrei, eccetera), laddove la borghesia vera e propria deve essere indagata sotto due dimensioni, la dimensione storica della sua costituzione all’interno della crisi dei rapporti sociali feudali e signorili europei (è l’aspetto più noto, ma anche quello di gran lunga meno importante), e l’aspetto filosofico della sua dimensione culturale dialettica contraddittoria (è l’aspetto meno noto, ma anche quello di gran lunga più importante e ricco di insegnamenti anche per l’oggi, laddove il primo ha un interesse esclusivamente erudito, storico-archeologico).

La borghesia è infatti una classe sociale che produce una soggettività collettiva estremamente dialettica. È collettiva, ma anche anticomunitaria e quindi la sua soggettività è necessariamente scissa. È una classe particolare, che promuove i suoi interessi egoistici attraverso valori mercantili “materialistici” (altro che “idealismo” come connotazione filosofica della borghesia, come sostengono i confusionari poco informati!), riducendo a posteriori mille e cinquecento
anni di storia signorile a parassitismo e superstizione, e nello stesso tempo è una classe che si pensa come universalistica, titolare dell’illuminismo (e cioè del “rischiaramento” scientifico dell’intelletto umano) e della conoscenza della teologia del progresso del genere umano. Marx connotò come ideologia e come falsa coscienza il fatto di presentare come universalistico un programma particolaristico, in cui la borghesia europea (e poi americana) si pensa come la guida del genere umano in quanto tale. Marx ha ragione, certamente, ma cade lui stesso in una forma di falsa coscienza (peraltro inevitabile ed anche socialmente necessaria), perché dimentica che lui stesso era un prodotto purissimo ed integrale della coscienza infelice borghese stessa, e dal punto di vista culturale non aveva praticamente nulla a che fare con le identità culturali dominate
(prima contadine ed artigiane, poi progressivamente operaie, salariate di fabbrica e proletarie).

Si tratta di un fatto noto, ma come direbbe Hegel, non esiste nulla di meno conosciuto dell’apparentemente noto. La coscienza infelice (si tratta di una figura fenomenologica di origine hegeliana, che mi permetto di utilizzare liberamente al di fuori di ogni contesto religioso) è un  prodotto filosofico borghese di tipo dialettico, in quanto deriva dalla scissione, dolorosamente percepita, fra gli interessi egoistici e particolaristici dei valori mercantili contrapposti al (preteso)
parassitismo ed alla (pretesa) superstizione feudale-signorile e la “copertura filosofica” universalistica con cui questi interessi sono legittimati sul piano della conoscenza e della verità universalistica (rivoluzione scientifica, liberalismo politico, ideologia della tolleranza, illuminismo europeo, idealismo tedesco, positivismo scientifico, eccetera).

Il comunismo (da tenere ben distinto dal socialismo, che ha invece avuto quasi sempre un’origine operaia e popolare, ed appunto per questo si basa su di una sintesi teorica più confusa, incerta e contraddittoria – si tratta di un fatto che sfugge alla stragrande maggioranza dei commentatori) è stato storicamente un prodotto pressoché integrale dell’elaborazione radicale, rigorosa e sistematico-sistematizzata della coscienza infelice borghese, nella misura in cui
quest’ultima è il luogo filosofico privilegiato per la presa di coscienza dolorosa della totale incompatibilità fra gli interessi egoistico-particolaristici e la prospettiva universalistica di legittimazione. Il comunismo, quindi, è un prodotto integrale della coscienza infelice borghese (e vorrei che il termine “integrale” venga sottolineato nella sua provocatoria dirompenza).

Marx, laureato in filosofia, era figlio di un avvocato benestante. Lenin, avvocato, era figlio di un preside. Sorel era un ingegnere in pensione benestante. Conosco solo due dirigenti comunisti di origine realmente popolare, l’operaio tedesco Dietzgen, filosofo dilettante ma geniale, e l’osseto-georgiano Stalin. Se il lettore ne conosce altri, me li comunichi. In America Latina, conosco
l’avvocato Castro ed il medico Guevara. E potrei continuare. Il lettore non deve pensare che si tratti unicamente di poco rilevanti dati personali di tipo biografico, e “ciò che conta” è soltanto l’approdo. L’approdo è magari neutrale e poco rilevante per un ingegnere o un medico di origini popolari, in quanto si tratta in questo caso di un approdo a competenze filosoficamente “neutrali”. Ma quando si ha a che fare con profili culturali genesi ed approdi sono invece dati
essenziali per la conoscenza del problema.

Si è allora di fronte ad un paradosso dialettico. La borghesia, intesa come insieme di agenti funzionali e strutturali della riproduzione capitalistica (un “orrore economico” anonimo ed impersonale, gabbia d’acciaio per Weber e dispositivo tecnico per Heidegger), deve distruggere la propria componente di coscienza infelice, dalla quale deriva storicamente non certo l’innocuo sindacalismo rivendicativo (nei termini del sociologo Bauman, la cosiddetta “economicizzazione del conflitto”) ma proprio la contestazione globale della propria funzione storica, che nel novecento (ma ancora oggi, non si è infatti ancora trovato un altro nome, e finché non si è trovato nei fatti lo si tiene) ha assunto il nome di “comunismo”.

All’interno della riproduzione allargata del modo di produzione capitalistico, la vecchia borghesia dialettica (interessi economici particolaristici versus
coscienza infelice universalistica) tende a trasformarsi in modo endogeno (tipo girino-rana e bruco-farfalla) in una classe globale postborghese priva di coscienza infelice. Sociologicamente parlando, il fenomeno è chiaro, ma aspettiamo ancora una convincente e nuova teoria delle classi sociali all’altezza di questa comprensione. Sul piano letterario, è evidente il passaggio dal grande romanzo borghese ottocentesco all’odierno minimalismo narcisistico, attraverso il momento della letteratura della crisi del realismo (Kafka, Joyce, eccetera). Sul piano estetico, l’assoluta dominanza oggi dell’estetica del brutto (Mavrakis) dovrà essere prima o poi fatta oggetto di analisi storica. Sul piano filosofico, tutta la storia della filosofia posteriore al fiorire dell’analisi dialettica della coscienza infelice borghese (da Kant a Marx, passando per Fichte a Hegel) è un unico, ossessivo episodio di apologia del relativismo e del nichilismo. E senza citare ancora una volta l’aurea opinione del maestro cinese Mo Ti ricordata nel capitolo precedente, solo un ingenuo può continuare a non capire che sia il relativismo che il nichilismo (ma il nichilismo non è altro che un relativismo sistematizzato; logicamente rigo rizzato e reso coerente) non sono altro che analgesici ed anestetici della coscienza infelice stessa, nella sua istanza di conoscenza e di verità.
E potremmo continuare nell’analisi, ma lo spazio è quello che è.

Per questa ragione, personalmente, tendo a non usare più il termine di “borghesia” (non c’è qui una critica a De Benoist, ma solo una doverosa precisazione), in quanto una borghesia priva di coscienza infelice non è più una vera borghesia. Marx elaborava la coscienza infelice borghese in teoria critica del capitalismo, mentre Bill Gates con in braccio i suoi negretti assistiti elabora
soltanto il complesso psicologico di colpa delle nuove svergognate oligarchie finanziarie. Credo che il termine di “borghesia” debba essere ormai consegnato agli storici, ai filosofi ed agli studiosi di storia delle idee e della letteratura. Il termine da usare oggi è piuttosto “oligarchie capitalistiche”. Queste oligarchie capitalistiche, globalizzate ma pur sempre radicate in un contesto statale, nazionale e geopolitico, sono oggi largamente postborghesi, come del resto le classi dominate e subalterne (fra cui anche la parte inferiore dei ceti medi, colpiti dal nuovo lavoro detto flessibile e precario) sono oggi largamente postproletarie.

Questo è lo scenario su cui oggi deve essere individuato il nemico principale nella società.

martedì 10 dicembre 2013

nel Capitalismo i più forti si rifiutano di aiutare i più deboli ed i più ricchi si rifiutano di dividere le loro ricchezze. I ricchi, per mantenere soldi e potere hanno e uccideranno sempre


Finalmente! L’atteso ritorno del nemico principale.
Considerazioni politiche e filosofiche

di Costanzo Preve

1. Introduzione. Sul nemico principale. Commento di una recente formulazione di Alain de
Benoist
2. Le mort saisit le vif (Marx).
Il peso inerziale ormai insopportabile della storia
tricentenaria del profilo della filosofia politica moderna e della sua variante subalterna
postmoderna
3.Il primato dello struzzo. Lo struzzo come animale totemico-tribale del passaggio dal
realismo storico-politico al moralismo ostensivo testimoniale
4. L’imbecillità socialmente organizzata. Per una nuova teoria degli intellettuali e delle
strutture ideologiche
5. Il nemico principale in economia: il capitalismo e la società di mercato
6. Il nemico principale in politica: il liberalismo
7. Il nemico principale in filosofia: l’individualismo
8. Il nemico principale nella società: la borghesia
9. Il nemico principale in geopolitica: gli Stati Uniti d’America
10.Conclusione. Verso un radicale riorientamento gestaltico nella visione complessiva del mondo storico politico.


7. Il nemico principale in filosofia: l’individualismo

Lo scrittore francese Péguy fece notare una volta un paradosso, per cui spesso gli stessi che giudicavano positivamente il “moderno” giudicavano negativamente il “capitalismo”, senza rendersi conto che in realtà, a considerarli da vicino, il moderno ed il capitalismo coincidono. In realtà il paradosso di Peguy era molto meno paradossale di quanto sembrava, perché il codice genetico del pensiero detto “progressista”, o anche di “sinistra”, consiste proprio nell’accettare il
moderno e nel respingere il capitalismo, e cioè nel volere il moderno senza capitalismo.

È possibile volere il moderno senza capitalismo, o si tratta di un programma contraddittorio? A lungo il pensiero “progressista”, a partire da Marx, rispose di si, e chiamò sbrigativamente “dialettica” questa pretesa, per cui il socialismo-comunismo avrebbe “ereditato” gli aspetti positivi della modernità (progresso scientifico, razionalismo filosofico, eguaglianza politica, libertà di espressione, rafforzamento dell’autonomia dell’individuo, indebolimento della sovranità religiosa, eccetera) e ne avrebbe “superato” gli aspetti negativi (individualismo
anomico, diseguaglianza sociale sulla base della proprietà privata, indebolimento delle solidarietà comunitarie, eccetera). Dal momento che questo programma ha già quasi trecento anni, mi sembra corretto tentarne un primo bilancio storico.

Prima di tutto, un dubbio iperbolico, per usare un termine di Cartesio. Siamo sicuri che la separazione del moderno dal capitalismo sia un’operazione fattibile, oppure ci si è troppo illusi sulla sua praticabilità? È certo un dubbio iperbolico, ma anche un dubbio legittimo. Il filosofo francese Jean-Claude Michéa, uno dei pochi pensatori che abbia affrontato di petto la questione, ha dei dubbi, e ritiene che la contraddizione principale del presente stia nel fatto che la società
mercantile riesce a conservarsi soltanto facendo appello a valori non mercantili che nello stesso tempo tenta in tutti i modi di distruggere. Così si esprime anche Jacques Juilliard: «La società liberale sopravvive soltanto continuando ad attingere a fondo perduto in valori preliberali comuni alle società cristiane, aristocratiche e proletarie». Detto altrimenti, l’individualismo può
mantenersi pubblicamente soltanto presupponendo il mantenimento privato dei valori comunitari. E Michéa formula così il paradosso: «l’eguaglianza puramente astratta delle monadi-cittadine finisce sempre per accrescere le diseguaglianze reali e rafforzare così il dominio di classe». Michéa raggiunge così Castoriadis, che parla di «società delle acque basse», caratterizzata dal disincanto come valore, dal narcisismo come profilo antropologico e dal nichilismo come nuova metafisica di fondazione.

Tutto questo, ed altro ancora, richiede una diagnosi filosofica, che non è ancora stata fatta, anche perché la corporazione universitaria dei filosofi è soprattutto interessata a non farla, e quindi il problema afferma di essere la soluzione. È interessante anche la posizione di Joseph Ratzinger, filosofo cattolico tedesco in questo momento papa con il nome di Benedetto XVI (ma qui ne
parlo esclusivamente come filosofo, non come papa, perché soggettivamente non mi sento membro del suo pur rispettabile gregge). Ratzinger diagnostica nel relativismo il male filosofico principale del nostro tempo, e nello stesso tempo si dichiara costantemente a favore della forma occidentalistica di capitalismo, appena un po’ “ingentilita” da genericità habermasiane politicamente corrette. E così come il paradosso della cultura di sinistra stava nel volere il moderno e non volere il capitalismo, senza mai approfondire la contraddizione di questa
affermazione, nello stesso modo il cristianesimo vorrebbe il capitalismo, ma lo vorrebbe senza relativismo. Contraddizione potente, perché la base filosofica del capitalismo è l’individualismo, l’individualismo è necessariamente relativista (ogni individuo è relativo alle proprie insindacabili e sovrane valutazioni), ed il solo “assoluto” del capitalismo è il valore di scambio, che non è
un’opinione ma una attualità empirica oggettiva. Ed in questo modo la cultura
di sinistra e la cultura cristiana ufficiale sono in preda alla stessa insanabile contraddizione, in quanto la prima vuole il moderno e non vuole il capitalismo (che sono la stessa cosa), e la seconda vuole il capitalismo (solo un po’ ingentilito da geremiadi moralistiche) e non vuole il relativismo (che sono la stessa cosa). Il profano chiederà educatamente: se ne esce? Ed il filosofo (in questo caso, la mia modesta persona) risponderà: no, non se ne esce, e non se ne uscirà senza riformulare in modo radicalmente nuovo l’intera questione.

Per una volta, lasciamo da parte i tradizionali fantoccioni della tradizione occidentale, e rivolgiamoci al maestro Mo Ti, un filosofo ed organizzatore militare cinese dei tempi di Socrate. Mo Ti inquadra la questione che ci interessa in modo impeccabile, e vale la pena citarlo: «In una società in cui ognuno considera di fatto valido il proprio criterio di giudizio e disapprova quello degli altri, la conseguenza è che i più forti si rifiuteranno di aiutare i più bisognosi, ed i più ricchi si rifiuteranno di dividere le loro ricchezze». Non si poteva dire meglio. Mo Ti mostra così a vantaggio di quali classi sociali vada questo genere di teorizzazioni, e come senza parametri oggettivi e veritativi di valutazione sia impossibile qualunque fondamento etico.

Benché io conosca abbastanza bene la storia della filosofia occidentale, non ho mai trovato una formulazione del problema più efficace di quella del vecchio maestro cinese Mo Ti, per cui la mancanza di un fondamento veritativo e la conseguente diffusione del relativismo può portare ad una sola conclusione, e cioè che i più forti si rifiuteranno di aiutare i più deboli ed i più ricchi si
rifiuteranno di dividere le loro ricchezze. È difficile aggiungere qualcosa a tanta chiarezza concettuale ed espressiva. Mi raccomando caldamente con il lettore perché, proseguendo la lettura, non dimentichi mai il concetto di fondo espresso dall’antico filosofo cinese Mo Ti, per cui il solo interesse sociale cui corrisponde il relativismo delle opinioni insindacabili  dell’individuo è quello del ricco che in questo modo dispone dell’argomento teorico che lo legittima a non dividere le sue ricchezze, perché l’eventuale divisione delle ricchezze non è più
un fondamento comunitario veritativo, ma è derubricata ad una delle tante opinioni soggettive possibili. Del resto molti secoli dopo, Nietzsche disse anche lui qualcosa di simile, in un contesto opposto di rivendicazione della volontà di potenza individuale di una soggettività provocatoriamente slegata da ogni obbligo sociale.

Il capitalismo occidentale, o più esattamente la società capitalistica occidentale di mercato, la sola forma di civiltà umana che ha posto il suo fondamento nell’individuo, programmaticamente concepito come isolato (il cosiddetto “robinsonismo” di Marx), e programmaticamente concepito come titolare esclusivo ed assoluto di un insindacabile giudizio sul mondo. In nessun altro
contesto filosofico del mondo si era affermata in modo tanto palese la tesi per cui non c’è differenza fra verità ed opinione, e la stessa verità è solo un’opinione fra le altre, perché mentre esistono criteri “oggettivi” nelle scienze della natura, questi criteri non esistono nella società. Ancora una volta ribadisco che questo non è né casuale né strano, in quanto non esistono ovviamente società senza Assoluti, ed in questo caso l’Assoluto resta, ma è il valore di scambio, cui effettivamente l’individuo è apparentemente “relativo”, perché vi si relaziona appunto “in relazione” al proprio potere d’acquisto.

Certo, nella storia della filosofia ci sono state in passato situazioni apparentemente (ma solo apparentemente) analoghe. Pensiamo alla sofistica greca, ed alla lotta che contro di essa intraprese l’ateniese Socrate. Ma questa analogia è solo apparente. La società ateniese di quei tempi, caratterizzata da un modo di produzione di piccoli produttori e proprietari indipendenti
(ed in cui lo schiavismo, pur già esistente, non caratterizzava ancora l’intera sintesi sociale), era ancora basata su fondamenti comunitari, e l’individualismo appariva ancora una patologia marginale e controllabile. La stessa cosa può essere detta per altre situazioni storiche, di cui non esiste qui lo spazio e la necessità per una analisi più approfondita.

La cultura dell’attuale forma degenerata di sinistra è a tutti gli effetti una forma di individualismo relativistico che finge di criticare il capitalismo e nello stesso tempo ne adotta in forma esasperata e caricaturale il fondamento filosofico (negazione della verità, negazione del carattere conoscitivo e non semplicemente metodologico dell’attività filosofica, esaltazione di ogni tipo di marginalità, frammentazione del genere umano in “omo” ed “etero”, adozione del
cosiddetto “marxismo” in versione puramente sindacalistica, futuristica ed antitradizionalistica, eccetera). Se costoro, oltre a Negri, Foucault e Agamben, leggessero anche il vecchio maestro cinese Mo Ti coglierebbero forse il centro del problema, per cui l’apologia del relativismo individualistico ed il rifiuto della verità, spacciata per residuo metafisico, è funzionale ad una cosa sola, e cioè a fornire ai ricchi l’argomento fondamentale per rifiutare la divisione delle
ricchezze.

Ed a questo punto, l’essenziale è stato detto.