Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 20 dicembre 2013

il percorso per l'uscita dall'Euro ci darà la/le soggettività politica/che che avvieranno il cambiamento

Populismo e imperialismo

Note sul movimento dei “forconi”

Collettivo City Strike – Noi saremo tutto - Genova

Il carattere distintivo dell’imperialismo contemporaneo è che “tutto il mondo è già territorialmente spartito tra i paesi più ricchi”, cioè la spartizione della terra tra gli Stati è terminata. È proprio da questa circostanza che deriva la particolare asprezza della lotta per una nuova spartizione del mondo, la particolare asprezza dei conflitti che porta alle guerre (V. I. Lenin, Per la revisione del programma del partito).
Le mobilitazioni dei “forconi”, in maniera un po’ inaspettata, hanno catturato l’attenzione dell’intero mondo politico. Percepiti come qualcosa di non dissimile da una sagra folcloristica hanno finito, attraverso alcune giornate di mobilitazione sparse in parti non irrilevanti del territorio nazionale, con l’obbligare un po’ tutti a ragionare sul significato e il senso di quella che, a detta degli organizzatori, si è presentata come l’inizio della “rivoluzione popolare”. I reportage sulle manifestazioni sono talmente tanti che pare superfluo starne a riportare l’ennesima sintesi. Scoop giornalistici a parte, ciò su cui sembra importante intervenire è il dibattito che, a sinistra, si è aperto intorno a queste giornate.

Andando all’osso, di fronte ai “forconi”, all’interno del movimento comunista e antagonista, si sono delineate due posizioni. La prima, sostanzialmente maggioritaria, ha identificato i “forconi” come movimento apertamente neofascista e ne ha tracciato il profilo tenendo costantemente a mente la genealogia propria del fascismo. In tal senso, e molto giustamente, sono stati richiamati alla mente le fasi “diciannoviste” e “sansepolcriste” dei fasci di combattimento e, con questi, tutta l’epopea “radicale” che ha tenuto a battesimo il fascismo. A partire da ciò, la netta chiusura nei confronti di quanto si andava delineando. In tale ottica i “forconi” rappresentano la classica risposta della piccola borghesia di fronte a una crisi economica che, ogni giorno che passa, la fa precipitare sempre più tra le schiere del proletariato, se non addirittura in una condizione di povertà tout court. La sintesi di questa posizione è tanto chiara quanto netta: nessuna relazione, anche solo conoscitiva, con un movimento i cui tratti fascisti sono ampiamente evidenti. Posizione classica del movimento comunista anche se meno ortodossa di quanto, a prima vista, possa sembrare, poiché fattasi egemone nel post ’45 come ricaduta immediata della Grande guerra patriottica.

La seconda posizione che ha fatto capolino nel movimento è quella che ha preso le mosse da Info Aut e dalle realtà politiche e sociali che si cristallizzano intorno alle posizioni dell’Askatasuna, in linea di massima l’area di “Autonomia/Contropotere”, alle quali si sono aggiunte, pur con qualche differenziazione, organizzazioni prone all’ortodossia marxista-leninista. Per questi compagni, i “forconi”, rappresentano un polo della contraddizione propria della crisi, raggruppano al loro interno settori proletari e in via di proletarizzazione i quali devono essere strappati all’influenza dei movimenti neofascisti. Una posizione che, con ogni probabilità, nasce dall’aver toccato con mano come a Torino, almeno questo è ciò che immaginiamo, la trasversalità sociale del movimento dei “forconi”.

Una posizione molto meno eterodossa di quanto possa apparire poiché, proprio il rapporto con i “movimenti popolari della destra radicale”, è stato oggetto di un dibattito piuttosto intenso tra le file del movimento comunista tedesco negli anni Venti del secolo scorso. Lo stesso Dimitrov, che non può certo essere accusato di poca ortodossia, agli inizi degli anni Trenta del Novecento rimproverava ai militanti comunisti tedeschi il non saper intervenire dentro le assemblee naziste nelle quali venivano affrontate questioni quali la disoccupazione, il caro vita, la condizione operaia ecc. Infine, ma non per ultimo, occorre ricordare come Lenin stesso, rispetto alla situazione italiana del Primo dopoguerra, lamentò l’incapacità del movimento operaio italiano di sapersi relazionare con quella massa piccolo borghese che andava a ingrossare le fila del movimento di D’Annunzio. Una massa che poteva andare ovunque e che la classe operaia avrebbe dovuto cercare di arruolare tra le proprie formazioni. Massa che, fatto non secondario, proveniva quasi per intero dell’esercito e che si mostrava particolarmente incline, se solo politicamente indirizzata, a riversare nella lotta politica tutto il suo sapere militare.

Si tratta di due posizioni antitetiche, entrambe le quali possono vantare una buona dose di ortodossia insieme a una certa sensatezza, le quali però, a nostro avviso, sono accomunate dal medesimo errore: osservano l’albero senza vedere la foresta. Ciò che diventa importante, pertanto, è comprendere il fitto intreccio della foresta nella quale siamo immessi. Di tutto ciò, l’albero “forconi”, non è che una pianticella il cui compito si limita a dare “legittimità di popolo” a un insieme di interessi, nazionali e sovranazionali, che stanno dando vita a una partita mortale sia tra le forze borghese locali, sia tra gli schieramenti imperialisti internazionali. La questione non è banale e occorre provare ad affrontarla in tutte le sue sfaccettature evitando, contrariamente a quanto avvenuto, di considerare i “forconi” il cuore della questione.

Con ogni probabilità, per comprendere al meglio di che cosa i “forconi” siano attori più o meno consapevoli, occorre riportare le parole pronunciate l’undici dicembre dal premier Letta: “Oggi, con il voto di fiducia al Governo, si delineano in maniera inequivocabile le forze politiche pro Europa e le forze antieuropee”. Esattamente qua si pone il nodo della questione.

Sicuramente il progetto della costituzione del Polo imperialista europeo è, per una quota della borghesia nostrana, il progetto principe. Questo progetto accomuna, in una sorta di neo “patto d’acciaio”, il PD, i gruppi del Centro e SEL. Un progetto che, in tutti questi anni, ha potuto mantenersi egemone in virtù delle continue oscillazioni del principale partito della destra, il PDL, il quale, pur non essendo mai stato troppo europeista, non è mai stato neppure troppo antieuropeista. Tirando a campare, in mezzo a tutte le questioni private del suo leader, il PDL ha rinverdito, nei confronti del progetto imperialista europeo, una sorta di “né aderire, né sabotare”. Una linea di condotta che è stata possibile mantenere sino a quando la messa in forma del Polo imperialista non ha conosciuto passaggi operativi che ben poco spazio lasciavano a quel: manana che, nei confronti dell’Europa, ha caratterizzato i Governi capeggiati da Berlusconi. Nel momento in cui l’Europa ha iniziato a viaggiare a ritmi serrati non vi è più stato spazio per i tentennamenti.

Il golpe consumato da Draghi, Monti e Napolitano ha segnato esattamente questo passaggio. La situazione di stallo verificatasi nelle ultime elezioni politiche che hanno portato, tra l’altro, a consumare un’ulteriore eccezione quale la rielezione di Napolitano a Presidente della Repubblica, non ha fatto altro che reiterare quel malinteso del quale le forze di destra del nostro Paese sono state maestre. In mezzo, ovviamente, tutte le vicissitudini di Silvio Berlusconi continuamente alle prese con una serie imprecisata di procedimenti penali. Sulla base di ciò ha preso vita il Governo “delle larghe intese”, il cui collante sembrava essere il salvacondotto per Berlusconi. Così non è stato e, subito dopo, quel progetto governativo è andato in fumo. Ma su che cosa è saltato il Governo? Cosa differenzia realmente il blocco dei partiti di destra dagli altri? Certo la “decadenza” di Berlusconi ma sarebbe per lo meno miope pensare che tutto il problema stia lì. I raggruppamenti politici sono pur sempre il risultato e l’effetto di condizioni e interessi materiali che nessuna personalizzazione e spettacolarizzazione della politica è in grado di scongiurare. Non per caso, sino a quando gli interessi personali di Berlusconi hanno avuto il sopravvento sugli interessi materiali del suo blocco sociale, si è osservata una non secondaria perdita di consensi da parte del PDL mentre, ricostituita Forza Italia e posizionatasi all’opposizione, si è assistito al suo deciso recupero. Ma tra i due schieramenti qual è la reale posta in palio? Perché, a differenza di quanto accade negli altri Paesi europei, in Italia tra le due maggiori rappresentanze parlamentari esistono, di fatto, contraddizioni apertamente insanabili? La questione vera e centrale è l’adesione o meno al progetto di costituzione del Polo imperialista europeo. Un passaggio tutt’altro che indolore.

Qua entra pesantemente in ballo il blocco o i blocchi sociali che trovano nei partiti di destra la loro rappresentanza politica. Questi settori sociali sono radicalmente ostili al progetto europeista perché, per loro, comporterebbe la morte. Significherebbe perdere per intero o in gran parte quelle postazioni di rendita, potere e prestigio che il nostro sistema politico, economico e sociale gli ha garantito per decenni. Questi settori, almeno all’interno del corpo elettorale, sono decisamente maggioritari. Se, con una buona dose di realismo, ipotizziamo che alle prossime elezioni politiche l’astensione si attesterà intorno al 40%, quindi che gran parte del proletariato e dei subalterni non si presenterà alle urne, tra il restante 60% del corpo elettorale ben più della metà (M5S, Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia insieme alle altre formazioni di destra) fa dell’uscita dall’Euro e dello stralcio dei trattati europei il proprio programma politico immediato. La partita tra le forze della borghesia, in Italia, è tutt’altro che chiusa, anzi.

Sotto tale profilo l’Italia rappresenta realmente l’anello debole dell’ipotetica catena imperialista europea poiché, i blocchi sociali della destra, differiscono non poco da quelli dei restanti partiti affini europei. In Grecia, Portogallo e Spagna sono Governi di destra a gestire in prima persona il progetto europeista e a mostrarsi, tra l’altro, come i più solerti esecutori delle politiche criminali degli organi imperialisti sovranazionali. In Italia non è così. In Italia i partiti di destra possono esistere e prosperare, in virtù della composizione socio - economica di questo Paese, solo se assumono in toto le retoriche proprie del populismo e coltivando modelli politici, economici e sociali diversi e distanti da quelli necessari alla costituzione di un forte Polo imperialista europeo e per di più non si tratta, come ad esempio in Germania, di una posizione di nicchia.

Su questa ipotesi, infatti, i partiti di destra sanno di avere dalla loro gran parte del Paese. Alla costituzione del progetto imperialista europeo risultano avverse sia le classi sociali subalterne, sia tutto quell’insieme di ceti, gruppi e segmenti di classe che possono dirsi borghesi e possidenti. In poche parole circa i due terzi del Paese. Si dirà: ma tutto ciò cosa c’entra con i “forconi”? C’entra e anche tanto. Ciò che è stato posto in scena in queste giornate è stata una “mobilitazione di popolo” il cui collante era esattamente il rifiuto dell’Europa. Una mobilitazione di “popolo” alla quale ha immediatamente fatto da riscontro l’adesione neppure troppo velata di notevoli pezzi di Stato.

Gli atti simbolici compiuti dalle forze dell’ordine in aperto appoggio e solidarietà con il “popolo” insieme alla palese mano libera concessa ai dimostranti indica come, i “forconi”, non siano altro che la punta di un iceberg di dimensioni e consistenza non proprio irrilevante. L’intreccio tra apparati statuali e “popolo” mostrano al meglio come la “battaglia antieuropeista” goda di un ampio consenso che va dalle forze dell’ordine, passa per i militari e attraversa gli apparati burocratici. In altre parole, parti considerevoli della macchina statuale, si ritrovano esattamente sulla stessa linea strategica dei “forconi”. Le sponde istituzionali che tanto i partiti di destra quanto il Movimento 5 Stelle hanno immediatamente fornito ai “forconi” mostrano come questo strano movimento si collochi a tutti gli effetti dentro uno schieramento di forze per nulla irrilevanti delle quali, per molti versi, ne rappresenta l’aspetto fenomenico. Dentro questo movimento non vi è nulla di spontaneo, tranne forse l’ingenuità della sua base, ma un’articolazione tattica di un progetto strategico coltivato, in primis, da corposi pezzi statuali in unità con blocchi e ceti sociali piuttosto corposi.

Ma tutto questo significa che siamo di fronte a una contrapposizione tra un blocco borghese progressista e uno reazionario? Assolutamente no. Su ciò occorre essere estremamente chiari e lasciarsi alle spalle ogni retaggio analitico legato alle vicende del Secondo conflitto mondiale. La scena politica attuale, se qualche antecedente storico lo ha, questo va trovato in quanto andato in scena nel corso del Primo conflitto mondiale piuttosto che a in ciò che ha dato vita alla coalizione antinazista nel Secondo.

Oggi non vi è alcuna Grande guerra patriottica da condurre, nessuna guerra di liberazione nazionale alla quale aderire ma il ben più prosaico e realistico conflitto tra diversi blocchi imperialisti che ben poco, nella sostanza degli obiettivi politici, si differenziano tra loro. Il fatto che, nel nostro Paese, uno di questi - PD/Sel - vanti origini interne al movimento operaio e si autorappresenti come “democratico e progressista” ha un valore pari a zero. Il fatto che, donne e uomini di questo raggruppamento, ogni 25 aprile intonino qualche canto resistenziale non è altro che la riprova di quanto camaleontica e cinica sappia essere la borghesia. Alla prova dei fatti l’effetto che ha Bella ciao intonata da costoro è pari all’idea di libertà, eguaglianza e fratellanza che emanava in Algeria La marsigliese quando usciva dalla gola del colono. Non c’è un imperialismo di destra e uno di sinistra ma un insieme di comitati d’affari delle borghesie imperialiste impegnate a spartirsi il mondo. Il sangue dei proletari e dei subalterni il bottino al quale mirano. Ed è esattamente a questo punto che occorre allargare l’orizzonte dell’analisi emancipandola dai ristretti ambiti localistici.

Sarebbe estremamente sbagliato pensare che tutto quanto accade sia il semplice frutto di questioni nostrane il che, nell’epoca del capitalismo globale, prenderebbe immediatamente il sapore della bega condominiale. Non per caso abbiamo parlato di blocchi imperialisti, di alleanze imperialiste e ci siamo ben guardati dal contrapporre il progetto imperialista europeo a una sorta di nazionalismo indipendentista. Ciò che infatti deve essere chiaro è che, i “forconi” e tutto quanto si portano appresso, sono ben distanti dall’incarnare la Nazione o una sorta di patriottismo antimperialista. Per “forconi” e affini in gioco non vi è alcuna autonomia e indipendenza nazionale ma il rigetto di un progetto imperialista al fine di coltivare l’inserimento all’interno di altri blocchi dove, lo status socio – economico dei ceti dei quali questo movimento è espressione, non rischia di essere posto in discussione più di tanto. Tanto per fare un esempio, per costoro, fare dell’Italia un immenso “parco giochi” turistico, sul modello della Cuba di Batista, con l’aggiunta di zone produttive speciali di tipo messicano diventa un progetto quanto mai allettante. Per forza di cose, quindi, gli interessi dei “forconi” e dei segmenti sociali rappresentati dalla destra non possono che inserirsi, trovando sponsor e alleati più o meno occulti, in altri blocchi imperialisti, il cui interesse, ovviamente, è impedire che il progetto imperialista europeo vada a buon fine. Qua la partita immediatamente si allarga e, per forza di cose, “il movimento 9 dicembre” non può che diventare una pianticella insignificante della foresta imperialista.

Come si è visto di recente il rapporto tra gli USA e gli Stati europei si è fatto particolarmente teso. Per quanto ancora formalmente alleati, entrambi si guardano con sospetto. Da tempo la NATO, venuto meno il nemico per antonomasia, è entrata palesemente in crisi. Allo stesso tempo la nascita dell’Euro e soprattutto ciò che potrà diventare una volta che il processo di unificazione politica dell’Europa sarà portato a compimento, non è certo qualcosa che riempie di gioia il dollaro. In poche parole se, a breve, l’Europa assumesse per intero i contorni di uno Stato continentale forte di una popolazione di circa cinquecento milioni di persone, con una base produttiva ampiamente invidiabile e una forte Banca centrale, i restanti blocchi imperialisti si ritroverebbero tra i piedi un concorrente che in quanto potenza economica, finanziaria, politica e militare sarebbe in grado di creare a tutti problemi più che seri. La stessa supremazia militare statunitense potrebbe essere velocemente azzerata mentre, sotto il profilo produttivo, l’Europa imperialista, dove la maggior parte dei salariati sarebbero ridotti nella condizione del colonizzato, sarebbe in grado di competere, pressoché alla pari, con tutti gli altri giganti. Evidentemente sono in molti a essere interessati affinché il banco europeo salti. L’Italia ha tutte le caratteristiche perché il colpo possa essere tentato dal suo interno.

Qua non si tratta di fare della dietrologia o di aderire incondizionatamente a una qualche “teoria del complotto” ma, ben più realisticamente, tenere a mente la possibile quantità degli attori in gioco. Del resto ciò che è vero per gli Usa non lo è di meno per la Russia, la Cina o l’India. Tutte queste potenze, che tra l’altro stanno acquistando a man bassa interi pezzi d’Italia a prezzi stracciati, hanno tutto l’interesse che dentro il progetto imperialista europeo si situi un cuneo in grado di complicare le cose. Ecco che, allora, ciò che nasce come appendice folcloristica assume immediatamente tratti ben diversi. Sotto tale ottica i “forconi” diventano la cartina tornasole di un gioco politico del quale, con ogni probabilità, loro stessi hanno un sentore a dir poco vago. La vera partita che si sta giocando è tra le forze imperialiste le quali, dentro la crisi, non possono far altro che combattersi senza esclusioni di colpi. Paradigmatico, al proposito, quanto sta accadendo in Ucraina. In quello scenario, al fine di limitare e incrinare una non secondaria area di influenza dello “Orso russo”, l’imperialismo europeo si serve senza remora alcuna di un insieme di forze apertamente fasciste e naziste. Ad assediare i Palazzi del potere ucraino, infatti, sono quei “nazionalisti” diretti eredi di coloro i quali, nel 1941, appoggiarono senza indugi l’Operazione Barbarossa e, nel corso della guerra, si mostrarono tra i più feroci e convinti sostenitori di quello “Ordine nuovo” apportato dalle Divisioni Panzer teutoniche. La quantità di crimini di guerra compiuti da costoro, tra i quali un antisemitismo talmente acceso da essere persino imbarazzante per gli stessi ideatori della “soluzione finale”, non hanno nulla da invidiare a quanto posto in opera dalle stesse armate nazifasciste. Inoltre, proprio tali organizzazioni “nazionaliste”, si mostrarono particolarmente feroci e spietate nell’organizzare la guerra contro le forze partigiane e le popolazioni che le sostenevano. Gran parte degli eccidi dei civili ucraini fu infatti opera delle formazioni armate nazionaliste. Tutto ciò è bene tenerlo costantemente a mente poiché, senza troppi rigiri di parole, mostra come l’imperialismo, al fine di raggiungere i suoi obiettivi, non si ponga, per un verso, alcun limite morale così come, dall’altro, del tutto irrilevanti appaiono le convinzioni e le basi ideologiche degli alleati di turno. Molto più prosaicamente ciò che è costantemente applicata non è altro che la legge del beduino, ossia: il nemico del mio nemico è mio amico. In Ucraina, un movimento nazionalista per molti versi affine a quello dei “forconi”, si ritrova in piena sintonia con l’ipotesi imperialista coltivata da PD, SEL e i partiti di Centro; mentre, per la destra nostrana, un movimento in apparenza così vicino come quello ultranazionalista e reazionario ucraino è quanto di più distante possa esservi. In tutto ciò non vi è nulla di misterioso e ancor meno di poco comprensibile. Per le forze imperialiste, di strategico, vi è solo il raggiungimento dei propri fini. All’interno di tale ottica tutte le alleanze sono e diventano possibili. Proprio in Ucraina, oggi, se ne ha un’ulteriore e non secondaria conferma. Non dobbiamo mai dimenticare che, se da un lato la lotta tra capitale e lavoro salariato rimane la contraddizione principale della fase imperialista, i conflitti interimperialistici non sono mai tempeste in un bicchiere d’acqua. Dentro la crisi e la competizione globale, questi si fanno, ogni giorno che passa, più acuti e laceranti rendendo concreta la possibilità di veri e propri scenari di guerra.

Attraverso questa necessaria parentesi abbiamo mostrato come, nell’era attuale, sia come minimo miope leggere gli accadimenti locali scorporati dalla loro dimensione internazionale. Ciò che i “forconi” ci raccontano, allora, è l’acutizzarsi di crisi e conflitti interborghesi e interimperialistici con i quali non solo saremo costretti a convivere ma obbligati a confrontarci. Tanto per dire: se l’Italia uscisse dall’Europa, per approdare direttamente nell’orbita statunitense o russa, è evidente quanto banale che la “linea di condotta” delle avanguardie comuniste non potrebbe rimanere identica a quella elaborata per la lotta all’interno del Polo imperialista Continentale. Scenari sicuramente futuri e incerti ma non così distanti e improbabili da non dover essere considerati.

Detto ciò rimane da capire, dentro tale contesto, in che modo debbano muoversi e orientarsi le avanguardie comuniste. Da tempo ripetiamo che la costituzione della soggettività politica è il nodo imprescindibile da sciogliere. Senza organizzazione politica non solo è impensabile contrastare i progetti dell’imperialismo ma diventa persino difficile ipotizzare una lotta di resistenza di lunga durata. Eppure, pur nell’indubbia difficoltà del momento, le masse operaie e proletarie, danno segni di vitalità non proprio effimeri, come dimostra la quantità e la qualità crescente nel nostro Paese degli scioperi operai, delle lotte sui posti di lavoro, di quelle contro la devastazione dei territori, delle battaglie per la riappropriazione del salario indiretto, contro sfruttamento e precarietà, contro l’ azzeramento dei diritti all’istruzione, alla salute, alla mobilità. Sarebbe l’ora che altrettanta vitalità venisse mostrata dai gruppi e dalle organizzazioni comuniste e antagoniste. Il fatto che, oggi, un fenomeno come quello dei “forconi”, trovi così tanto spazio tra la nostra stampa è l’indice di una drammatica arretratezza. Condurre la battaglia per il Partito significa esattamente emanciparsi dall’impasse del presente avendo fortemente a mente che il tempo stringe. Di fronte a noi non abbiamo un ciclo più o meno lungo di sviluppo pacifico del capitalismo. Non abbiamo un’età dell’ oro della borghesia all’interno della quale le forze proletarie e comuniste possono lavorare con estrema calma.

Di fronte a noi abbiamo una situazione che, fatte le dovute tare del caso, ricorda quella in cui sulla fine degli Venti del ‘900 versava l’URSS rispetto al mondo capitalista. In quel contesto fu necessario e obbligatorio colmare in dieci anni, cento anni di arretratezza. Solo in quel modo fu possibile presentarsi, con tutte le carte in regola, all’appuntamento con la Storia. Noi oggi abbiamo da colmare una voragine i cui prodromi possono essere fatti risalire agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso. Oltre trent’anni di controrivoluzione dove, sotto tutti gli aspetti, il movimento comunista è stato posto sotto assedio e massacrato. Lo è stato sul piano della teoria, attraverso il sistematico attacco al marxismo; lo è stato sul piano politico, attraverso la delegittimazione del leninismo; lo è stato sul piano organizzativo, attraverso la messa in mora della forma partito. I risultati che la controrivoluzione ha ottenuto non sono stati pochi e sarebbe stolto ignorarli. Tuttavia l’irrompere prepotente della crisi ha scompaginato non poco le carte e tutto si è rimesso in moto. Un dato oggettivo e materiale che ha ribaltato, almeno in potenza, l’intero scenario politico. Nessun oggettivismo, però, è in grado di per sé di rovesciare una situazione. Si può anche giocare avendo il vento a favore, il che rappresenta indubbiamente un bel vantaggio, ma per vincere la partita è pur sempre necessario fare goal e da solo il pallone non entra nella porta avversaria. Per quanto le condizioni climatiche possano giocare a nostro favore, è pur sempre necessario che una difesa blocchi l’iniziativa avversaria, che un centro campo prenda tra le mani le redini del gioco e che le punte applichino degli schemi in grado di eludere le difese avversarie. Tutto ciò, ovviamente, non può essere frutto di semplici condizioni oggettive favorevoli. Così come le condizioni climatiche favorirono, ma non furono decisive, l’azione dell’Armata Rossa contro il nazifascismo, allo stesso modo la crisi, di per sé, non garantisce la vittoria delle forze operaie e proletarie.

L’Armata Rossa vinse perché un pensiero politico strategico informava il suo agire allo stesso modo, il proletariato, può vincere se costruisce il suo “quartiere generale”. Questo il passaggio, non rimandabile, a cui le avanguardie comuniste sono chiamate. Il tutto dentro un contesto che, drasticamente, si presenta come una fatidica corsa contro il tempo. “Socialismo o barbarie” indica esattamente la storia del nostro presente ed è bene ricordare che, in non poche occasioni, a imporsi non è stato il socialismo bensì le barbarie, con conseguenze per le classi subalterne e gli sfruttati che nessuno può permettersi a cuor leggero di dimenticare. Per questo tutte le nostre energie e risorse debbono essere utilizzate, senza tentennamenti, per la costruzione della soggettività politica, dell’organizzazione che senza più inutili pudori bisogna ricominciare a chiamare col nome proprio di partito. La decisione in questo caso non è più rimandabile, continuare a temporeggiare, a guardarsi intorno, a rimandare, sempre di più equivale perdere la battaglia senza nemmeno essere in grado di entrare nel vivo dello scontro. Vuol dire scegliere la resa incondizionata e rendersi responsabili, di fronte alla Storia, delle sue conseguenze.

Sappiamo di non essere i primi, né gli unici che premono su questo tasto e come, inoltre, il problema che ci poniamo abbia dato corpo a esiti svariati non particolarmente efficaci, in cui si è fatta parecchia confusione, anteponendo spesso alla costruzione del partito come processo necessario a cui bisogna contribuire, la costituzione formale di una organizzazione; quindi di fatto scambiando il proprio embrione organizzativo come il nucleo costituente del partito o almeno come prima articolazione della sua ossatura fondamentale. Per noi lavorare per la costruzione del partito vuol dire innanzitutto contribuire allo sviluppo delle condizioni reali che lo rendono possibile: elaborazione di una linea strategica, formazione e preparazione teorico-ideologica dei quadri, sviluppo delle forme organizzative concrete tra soggettività politiche che si danno una prospettiva comune, affinché il partito possa essere costituito il prima possibile, facendo fare un salto qualitativo ai soggetti coinvolti in questa tendenza di accumulo di forze soggettive. In questo senso ci sembra utile "forzare l'orizzonte" nell'accelerazione di questo processo, nella misura in cui si anticipano teoricamente gli sviluppi di una tendenza in atto, per non inseguirla poi faticosamente nella pratica. Non si tratta di “bruciare le tappe” ma di porre l’accento su quale sia il nodo principale senza il cui scioglimento alcun reale avanzamento appare possibile.

Hic Rhodus, Hic Salta!

giovedì 19 dicembre 2013

l’Europa non cambia, fuori dall’euro per un’altra Italia un’altra Europa


  Goofynomics

L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...

Istruzioni per l'uso - Vi prego di leggere questo post di introduzione. Eviterete di porre domande alle quali è già stata data risposta e potrete contribuire al dibattito in modo più originale, consapevole e documentato. Dal lavoro svolto su questo blog è nato Il tramonto dell'euro (disponibile anche in Ebook su varie piattaforme: formato Epub, Mobipocket, ecc. Per sostenere questo progetto, contribuite all'associazione a/simmetrie.

Eventi o contatti coi media: Sara Cestaro, Studio FP Milano, + 39 392 5840976, + 39 340 7526938.
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 mercoledì 18 dicembre 2013


Ugo Boghetta

(ricevo da mariof e volentieri pubblico, più che altro per darvi un po' di speranza)


Ti copio l'intervento di Ugo Boghetta al congresso di RC (stralcio):


"... Volenti o nolenti L’unica proposta innovativa è la centralità dell’euro, l’uscita dall’euro.

Questa proposta è la coerente conseguenza del documento 1 che afferma che abbiamo sbagliato sulla moneta unica e che l’Europa può saltare. In effetti è l’euro ed il suo cane da guardia BCE a far saltare l’Europa. Una moneta unica per economie tanto diverse non è stata in effetti la scelta migliore come afferma un premio nobel per l’economia.

Le economie forti, la Germania in primis, hanno una moneta sottovalutata. Per le deboli è il contrario. Rigida la moneta, inevitabile è la riduzione di salari, pensioni, occupazione. La recessione che ne segue avvita i bilanci su se stessi e prepara tagli continui al welfare. Nell’incertezza la Finanza imperversa.

La causa della crisi dell’Europa sta anche nell’aver ritenuto gli Stati un limite. Ciò per favorire una sovranazionalità tecnocratica, mentre le decisioni che contano sono comunque prese sempre più dalla sola Germania.

Per questi errori l’ideale europeista è stato travolto. L’Europa divide popoli e proletariati.L’euro funziona come gli Orazi e i Curiazi. Le destre vanno a nozze in nome di beceri e mai sopiti nazionalismi. Per questo pensare a movimenti sincronici di contestazione su tutto il continente è tanto idealistico quanto irrealistico.

Ma la politica va veloce. Le larghe intese fra Merkel e SPD tolgono qualsiasi speranza per cambiare questa Europa, e l’utilità di disobbedire o rompere i trattati. L’Europa è irriformabile. Si è detto che non si può rimettere il dentifricio nel tubetto, ma la storia più volte, dall’impero di Alessandro Magno in poi, ha cambiato dentifricio e tubetto.Accadrà anche questa volta.

L’Europa va dunque ripensata. É il ritorno allo SME come dice Lafontaine, è un’Europa confederale, è lo spazio euro-mediterraneo? La discussione è aperta. Il tema è sempre più all’attenzione anche in Italia e nei nostri partiti fratelli: Linke, Portoghesi, la stessa Syryza. Il PCE.

Dobbiamo cambiare approccio. Rischiamo di essere comunisti senza Marx poiché non studiamo la struttura vera dell’Europa attuale, altro che critica dell’economia politica.L’analisi è istituzionale, le proposte politiciste. Rischiamo di essere comunisti senza Lenin perché non analizziamo la situazione concreta.

I comunisti del catechismo denunciano che l’uscita dall’euro non è l’attacco al cuore del capitalismo! È vero. Ma quasi sempre è accaduto che l’attacco venisse portato ad una contraddizione secondaria o all’anello debole. E lo scontro contro l’euro è oggi possibile proprio utilizzando le energie negative, le contraddizioni, le fratture che esso stesso produce.

Rischiamo di essere comunisti senza Gramsci poiché, incapaci di affrontare la questione nazionale, non elaboriamo analisi e proposte adeguate alla composizione di classe del nostro paese: per la costruzione di un blocco sociale e storico alternativo; per l’egemonia ideologica e culturale; per innestare il cambiamento dei rapporti sociali verso il Socialismo del XXI secolo; per dare alla Rifondazione un oggetto concreto: l’elaborazione di un socialismo dinamico, plurale, a democrazia partecipata.

Solo cambiando, e solo così, potremo tentare di affrontare i nodi storici del paese: uno Stato volutamente inefficiente, il familismo amorale, la mafia, la cultura italberlusconiana, l’ipocrisia del centro-sinistra, soprattutto la marginalità dei lavoratori, senza il protagonismo dei quali non c’è uscita dalla crisi. Così stanno le cose.

Allora un partito comunista responsabile si attrezza per un exit strategy. Prepara a questo evento i lavoratori, le classi popolari, i sinceri democratici che difendono la Costituzione. Solo dentro a questa rottura storica le nostre proposte potranno entrare in connessione con i conflitti sempre più duri che stanno nascendo e nasceranno. E la presenza nei conflitti, il radicamento, il partito sociale stanno in una prospettiva generale.

È in questa rottura che acquistano senso reale la difesa dei salari e delle pensioni, un nuovo e diverso intervento pubblico per un altro modello economico e sociale, la nazionalizzazione del credito, la difesa dei beni comuni, la democrazia partecipata. È una proposta politica, non solo una soluzione economica. Questo si fatica a capire. La sovranità popolare non può che essere riconquista del potere sulla moneta e sulle scelte economiche e politiche. Ma è anche la conquista di uno spazio più alla portata dei conflitti.

L’uscita dall’euro è la fine degli alibi, fa tornare la politica e lo scontro chiaro fra opzioni ed interessi diversi. In questo modo si smascherano i poteri forti e la lumpenboghesia italiota che si nascondono dietro alla naturalità dell’euro. Solo così potremo cercare di contrastare il populismo di turno: Grillo ieri, Renzi oggi. Solo in questo modo la proposta di costruire un fronte popolare classista e democratico ed un soggetto politico plurale trova un bandolo, un filo rosso, un catalizzatore.

...

Si dice che si deve ancora approfondire. Certo c’è tanto da approfondire. Ciò però dovrebbe valere anche per quella disobbedienza o rotture dei trattati quasi mai citate nei congressi: tanto non fanno danno. C’è da approfondire ma l’essenziale è noto. A breve ci sono le europee. Penso che il nostro slogan debba essere grosso modo: l’Europa non cambia, fuori dall’euro per un’altra Italia un’altra Europa.

Non ci sono più alibi. Nemmeno per noi. Avanziamo dunque con determinazione questa proposta. Solo cosi possiamo tentare di parlare alla testa ed alla pancia dei lavoratori, delle classi popolari, dei democratici, ad un paese esausto e di mobilitare un partito altrettanto esausto."



(Dixit. E ovviamente la mozione da lui sostenuta al congresso risultò minoritaria, contro la linea della "tabellina dello zero", quello che si sente molto fico a parlare di tubetto e dentifricio, senza rendersi conto che questa linea argomentativa è la stessa dell'esimio prof. Boldrin! Ma qualcuno che ha capito, batti e ribatti, siamo riusciti a trovarlo. Continuiamo. Ieri sera ero a cena con tre che hanno capito, ad esempio. Contano poco, ovviamente (per ora). Ma molto meglio che perder tempo con cartelli che dicono che la Spagna è fuori del tunnel perché la disoccupazione è al 26% ma è in calo di due punti rispetto all'anno precedente, e si dimenticano di dire che il deficit pubblico spagnolo è oltre al 7% del Pil, e il Fmi ne prevede il rientro sotto al 3% nel 2018! Il che, poi, significa che noi dovremo continuare, via fondi "salvastati", a dare soldi agli spagnoli perché questi rimborsino le banche tedesche. Volete fare la pubblicità a un'Europa di figli e figliastri dove noi siamo figliastri senza meritarcelo? Feel free, but not in my name).


(ah, un'altra cosa, così evitiamo di perdere tempo. "La mettiamo in collegamento" lo dici a tua sorella, caro autore televisivo, chiaro? Soprattutto se vuoi far vedere roba del genere di quella sopra. Te lo dico senza acredine. Tu devi fare il tuo lavoro, io finora non ho avuto bisogno di te, ricordati che sul web tutto resta, e ricordati che io sto tanto bene a casa mia. Il mercato della menzogna si sta prosciugando, e a voi la pubblicità serve. Parlatene con il vostro CEO).

(pacatamente, e ricordando che tutti siamo utili e nessuno indispensabile. Io, poi, se rinasco voglio essere inutile...).

(Oddio! "Rischiamo di...". Più che un rischio è una certezza. Ma certo, se non leggete Bagnai perché non cita Marx né Gramsci, poi il risultato è che siete comunisti senza Marx né Gramsci. Lo scambio di figurine lasciatelo agli accademici di stretta osservanza cantabrigense, cazzo! Voi siete persone che dovrebbero affrontare i problemi dei lavoratori, no? E allora concentratevi sugli argomenti, non sul pedigree ideologico!)

http://goofynomics.blogspot.it/2013/12/ugo-boghetta.html

mercoledì 18 dicembre 2013

Attraverso la paura si obbligano le donne a rinunciare a comportamenti propri, frutto delle proprie attese e, pertanto, la paura soffoca il presente e il futuro.



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"L’impossibile è il nostro possibile"*

di Elisabetta Teghil



L’accumulazione di informazioni è il processo costitutivo della produzione e riproduzione sociale e, di conseguenza, anche dell’esistenza stessa del femminismo. La lotta per l’informazione è quindi anche una lotta per la nostra liberazione.

La lettura degli avvenimenti storici è il movimento dell’informazione , è il processo di memoria dei collettivi umani, delle formazioni sociali determinate, delle classi, di frazioni di esse e di gruppi specifici.

Pertanto, la facoltà di conservare e accumulare informazioni è un passaggio obbligato per il femminismo. Per questo, l’informazione che è segno, testo, linguaggi, ha sempre un carattere di genere e di classe.

Il femminismo è un sistema di sistemi di segni, di lingue, di scelte e delle loro concrete manifestazioni come testi.

All’origine del femminismo c’è la contraddizione insanabile tra genere e società patriarcale, ma questa non è appiattibile su una generica contraddizione fra i sessi.

Il patriarcato è correlato funzionalmente alla società capitalista e, nella stagione del neoliberismo, questa connessione prevede una specifica modellizzazione della società patriarcale. Ogni sistema modellizzante rispecchia una realtà oggettiva ad esso esterna ed è, di questa , segno ideologico. 

La società patriarcale che vive nell’involucro capitalista, nella determinazione attuale neoliberista, racchiude in sé una triplice determinazione : si presenta come strumento di conoscenza, come mezzo di comunicazione sociale, come dispositivo per il controllo del comportamento. Dato il controllo che la borghesia esercita sui codici , sui canali di comunicazione e sulle modalità di decodificazione e di interpretazione del messaggio, gli oppressi e anche la donna in quanto tale si trovano ad essere inconsapevoli protagonisti di una realtà che li sottomette, contraria alle loro esigenze e alle loro aspettative.

Quindi, per gli oppressi tutti, in un campo sociale determinato la prima esigenza è la necessità di sopravvivere appropriandosi della lotta per la vita, ma l’individuo, pur essendo autosufficiente come tale, non può prescindere dall’essere una parte di un insieme.

Questo perché affermandosi il dominio reale del patriarcato in tutti i rapporti sociali , anche l’alienazione della coscienza sociale individuale tende a farsi generale.

La donna oggetto è anche una forma della coscienza , anzi , la forma per eccellenza, la sua forma automatica. Programmare la coscienza della donna oggetto è il lavoro fondamentale della formazione semiotica-ideologica borghese patriarcale. La donna è ristretta tra le coordinate dei segni ideologici della borghesia , è riproduttrice inconsapevole del programma che le è stato imposto. Il suo essere donna è il dramma dell’esecuzione automatica, inconscia, di questo programma fabbricato per lei dal patriarcato.

Per questo si opera la censura e la rimozione delle pratiche alternative, trasgressive e “illegali”.

Si esercita una censura a tutto campo rispetto a testi della memoria che non sono omogenei con l’ideologia dominante.

Quelle memorie che non vengono censurate, vengono catturate e rimosse.

E’ un meccanismo per cui i modelli trasgressivi rispetto ai codici dominanti e alle programmazioni “automatiche” del comportamento, vengono neutralizzati.

Quando non funziona la censura , la manipolazione ,la rimodellizzazione, scatta la punizione delle refrattarie. Anche questo attraverso la calunnia, l’isolamento, i manicomi e la galera.

Attraverso la paura si obbligano le donne a rinunciare a comportamenti propri, frutto delle proprie attese e, pertanto, la paura soffoca il presente e il futuro.

Tutto questo per tarpare la trasgressione dei codici di comportamento dominanti.

Quello che è censurato, rimosso, riletto si trasferisce, per via semiotica, dentro l’individuo.

Tuttavia poiché la donna, nell’ambito dei rapporti sociali capitalistici patriarcali, ha una posizione subordinata, l’interiorizzazione delle forme feticistiche dell’ideologia borghese, e cioè la programmazione dei suoi comportamenti, non potrà mai avere un carattere stabile e definitivo. I processi di manipolazione, di rimozione, di demonizzazione delle pratiche trasgressive e, dunque, il sedimentarsi di letture omogenee alla società patriarcale, sono anche alla base della lotta di liberazione della donna, come pratica sociale.

Il controllo e il condizionamento della nostra coscienza non è un processo senza scampo, non è un obiettivo da realizzare in futuro, ma vive nella quotidianità e non si esaurisce in una vetta conquistata. La società patriarcale è attualmente forte , ma anche instabile e la nostra lotta non è sconfitta per sempre tanto quanto non è mai definitiva, ma è pratica sociale dentro le contraddizioni materiali storicamente determinate.

Ed è proprio a partire da questa pratica sociale che il femminismo continua a sviluppare il suo linguaggio, la sua alterità.

Questo permette di promuovere un processo incessante di presa di coscienza delle stesse leggi di formazione della coscienza.

La nostra liberazione si consolida nel corso della nostra lotta contro tutte le manifestazioni del dominio del patriarcato. E’ coscienza del noi.

L’emancipazionismo non è liberazione, ma ne è un surrogato. E’ la donna ,ridotta come il maschio, a consumatrice di merce e lei stessa merce. E poiché anche la merce è messaggio, quest’ultimo diventa merce.

In definitiva la produzione della memoria sociale si svolge nel quadro di ben determinati rapporti sociali e quindi, ora e qui,non è nient’altro che un lavoro e, pertanto, merce come ogni altra merce.

L’esistenza di un evento è inseparabile dal suo essere comunicato, pertanto il silenzio è un tentativo di annullamento dei suoi possibili effetti. E’ evidente la regolamentazione del flusso delle informazioni entro tutte le reti delle comunicazioni, la selezione dei testi che possono essere ricordati e quelli che devono essere dimenticati, la produzione, la circolazione di testi disinformanti, inquinanti e sostitutivi con la speranza che alcuni perdano la capacità di riprodursi e di espandersi attuando un processo di pauperizzazione della storia del femminismo.

L’arma strategica del controllo sociale utilizzata dall’iper borghesia o borghesia imperialista in questa fase storica è la socialdemocrazia, attraverso l’informazione e la ricostruzione avvelenata e la trasformazione dell’emancipazione da strumento, da mezzo, a fine, gettando nell’oblio il femminismo che ha violato il suo spazio ideologico. Perciò il nostro compito è gridare che il re è nudo, che falso è il mito che la socialdemocrazia emancipatoria ha costruito di se stessa, è rivendicare il carattere trasgressivo del femminismo che ha violato le norme in cui ci vogliono tenere legate.

E’ rifiutare quell’insieme di codici funzionali alla riproduzione dei rapporti sociali patriarcali e alla loro traduzione in memoria collettiva. Compito tanto importante quanta è l’importanza che a questa operazione attribuisce la classe dominante poiché l’esperienza passata condiziona quella futura.

Per noi l’unica memoria possibile è quella della trasgressione liberatoria che cammina sulle gambe del principio che l’impossibile per questo sistema è il nostro possibile e che il nostro possibile anzitutto è la nostra liberazione. Pertanto conquistare una memoria autonoma e collettiva, così come è stata fino a qui praticata da tanti rivoli del movimento femminista è riconquistarne l’identità rivoluzionaria.

La nostra memoria è produzione di nuove possibilità di fronte agli scenari presenti, è ricordare per trasformare.

Di qui l’impegno di generare una nostra memoria, di fissarla in una pluralità diversificata di linguaggi, nel momento che le anime belle della socialdemocrazia si mostrano intolleranti e settarie con la pretesa di avere il monopolio del femminismo, mentre per noi l’emancipazione non è stata il frutto di una lotta per l’emancipazione stessa, ma è venuta, a cascata, dalla lotta di liberazione e non intendiamo farci imbalsamare e subire le catene patriarcali solo perché alcune donne ne fanno parte.

Produrre memoria femminista è ribellione, scontro culturale, è sottrarsi al racconto reticente, manipolato e censurato, è ricollegarci alle pratiche sociali antagoniste e liberatorie, è rottura della cinghia di trasmissione dei valori dominanti, è far evadere i nostri sogni, le nostre speranze. Siamo convinte che tutto è politico, che il privato è politico, che il sociale è il privato e come lo abbiamo detto in passato lo riaffermiamo anche adesso che l’informazione, il racconto, la storia non sono neutre, buone per tutte.

La socialdemocrazia cristallizza le regole del patriarcato negli schemi dell’emancipazione nobilitata con il principio della razionalità.

Da tutto questo ci dobbiamo affrancare così come dall’ideologia della neutralità, del progresso, della positività, insita e data per scontata, della presenza delle donne nelle situazioni di comando, di controllo e di repressione.

Questa speranza che in ciò risieda una qualche possibilità automatica di liberazione è infondata prima ancora che per motivi politici perché è fondamentalmente e fortemente irragionevole. Non è da questo impianto che possiamo aspettarci la nostra liberazione.

Non abbandonare mai la lotta di liberazione è l’unica via per costruirla. E’ rivoluzione sociale e culturale, rivoluzione totale nel cuore della società capitalista e patriarcale.


Proprio perché il passato è tanta parte del futuro, l’offensiva a tutto campo che mira a raccontare la lotta armata in questo paese è soprattutto tesa ad espellere dalla scena la stessa tradizione rivoluzionaria. Per questo si utilizza la storia recente per esorcizzare ogni speranza trasformatrice e liberatoria con un’operazione di lobotomizzazione dei soggetti e delle pratiche potenzialmente alternative.

Oggi, il sistema ha trascinato il dibattito politico non sulla condanna della lotta armata, ma addirittura sulla condanna della stessa possibilità di una via che non consideri le attuali istituzioni e situazioni come intangibili ed insuperabili, che non prometta fedeltà a questo Stato e a questo sistema. In definitiva, non sono in gioco le modalità dello scontro, del conflitto, ma lo scontro e il conflitto stesso.

Da qui l’opportunità, anzi la necessità, di un dibattito che non avvenga per rimozione, ipocrisie, per rassegnazione e subordinazione, che non avvenga come quello che c’è stato finora.

Verità a tutte/i note sulla matrice della lotta armata vengono negate quando non rovesciate addirittura nel proprio opposto. Da qui una rilettura che oscura e confonde anni di lotte aperte e dichiarate in una melassa di misteri, di fantasiose ricostruzioni di cui l’ultima “i protagonisti erano in buona fede” bontà loro, ma eterodiretti.

Con una pletora di esperti/e che non brillano certo per obiettività e coraggio culturale.

Proprio per l’uso che di questa storia è stato fatto, bisogna che quelle che rifiutano il principio, che questa società vuol fare passare, che la storia è finita, che pensano che la nostra liberazione passi anche attraverso la rottura dell’involucro capitalista/ neoliberista in cui è attualmente avvolto il patriarcato, comincino a leggere la storia recente di questo paese al di là di tutte le rimozioni e manipolazioni e ribadiscano alcune elementari verità storiche.

La storia del movimento femminista è discontinua e disomogenea, ma farsene espropriare è come abdicare al patrimonio e alla ricchezza del movimento stesso e questo non può divenire merce di scambio per la promozione di alcune, tanto meno al mercato di una lettura di comodo ai fini della promozione personale.

Per il femminismo materialista esiste un problema concreto, quello di fare i conti con la propria storia che è anche un pezzo importante delle nostre vicende personali e perché no, della storia di questo paese.
* Intervento all'Incontro Nazionale Separato del 14 dicembre "I ruoli, le donne, la lotta armata/Questioni di genere nella sinistra di classe".

martedì 17 dicembre 2013

non il popolo americano, non la nazione americana, ma soltanto la superpotenza geopolitica imperiale americana è il nemico principale


Finalmente! L’atteso ritorno del nemico principale.
Considerazioni politiche e filosofiche

di Costanzo Preve

1. Introduzione. Sul nemico principale. Commento di una recente formulazione di Alain de Benoist
2. Le mort saisit le vif (Marx). Il peso inerziale ormai insopportabile della storia
tricentenaria del profilo della filosofia politica moderna e della sua variante subalterna postmoderna
3. Il primato dello struzzo. Lo struzzo come animale totemico-tribale del passaggio dal realismo storico-politico al moralismo ostensivo testimoniale
4. L’imbecillità socialmente organizzata. Per una nuova teoria degli intellettuali e delle strutture ideologiche
5. Il nemico principale in economia: il capitalismo e la società di mercato
6. Il nemico principale in politica: il liberalismo
7. Il nemico principale in filosofia: l’individualismo
8. Il nemico principale nella società: la borghesia
9. Il nemico principale in geopolitica: gli Stati Uniti d’America
10. Conclusione. Verso un radicale riorientamento gestaltico nella visione complessiva del mondo storico e politico

9. Il nemico principale in geopolitica: gli Stati Uniti d’America
La dimensione geopolitica delle relazioni internazionali è generalmente fatta oggetto del comportamento dello struzzo, che finge che non esista, perché se dovesse ammetterne l’esistenza anche solo in via di ipotesi cadrebbe come un castello di carte il suo profilo moralistico da “anima bella”, che non vuole a nessun costo sporcarsi le mani con la dura realtà circostante. Ho già molto insistito sulla figura dello struzzo nei capitoli precedenti, e vorrei tornarci brevemente sopra, perché oggi lo Struzzo è animale totemico per eccellenza della filosofia capitalistica della scienza. Tutto il carnevale epistemologico contemporaneo dell’orchestra universitaria (Popper, Lakatos, Kuhn, Feyerabend, darwinisti fanatici e tarantolati, eccetera) è in proposito complementare al suo lato (solo apparentemente) polare, il carnevale relativistico-nichilistico, ed in questo modo lo Struzzo, che in generale è tenuto a ficcare il capo sotto la sabbia, è chiamato di tanto in tanto a tirarla fuori, ma non per guardarsi intorno in una savana percorsa da animali feroci, ma per guardare soltanto in un cannocchiale, in un telescopio o in un vetrino da laboratorio. E naturalmente non ne usciremo presto.

La figura struzzesca dell’”anima bella”, che non vuole sporcarsi le mani con l’imbarazzante realtà circostante, è una possibile derivazione della coscienza infelice, già a lungo evocata nel capitolo precedente. Ma mentre la direzione espansiva della coscienza infelice va nella direzione della conoscenza veritativa e dialettica della totalità espressiva, come ha ben chiarito Lukàcs, il più grande filosofo comunista novecentesco (un laureato in legge ed in filosofia figlio di un ricco ebreo ungherese), la direzione narcisistica patologica della coscienza infelice va invece verso l’anima bella, una figura favorita ovviamente dalle oligarchie al potere, perché trasforma l’impotenza in supremo valore morale. Finché infatti ci si limita a testimoniare dolorosamente la propria aporetica inquietudine, non si rompono le scatole alle oligarchie dominanti.

Per sua propria natura, la geopolitica è un “oggetto sporco”, che nessuna anima bella vorrà mai toccare neppure con la punta delle dita. Essa non si occupa infatti di cose gratificanti per le anime belle, come la pietà verso negretti disidratati, la commiserazione verso migranti imbarcati su carrette sfondate dal mare, la partecipazione emotiva ad assemblee operaie che protestano verso eventuali chiusure e delocalizzazioni, il senso di superiorità estetica del semicolto povero
verso le manifestazioni di lusso dei paperoni circondati da sicofanti ed attricette con le tette in posizione balistica di combattimento, eccetera. Tutto questo, ed altro ancora, gratifica il senso di superiorità morale dell’anima bella verso le schifezze oligarchiche che lo circondano, anche se non sempre è facile separare con un reagente chimico l’avversario morale e la semplice invidia subalterna del pidocchioso. Ma anche eliminata l’invidia, e lasciando soltanto il senso universalistico della moralità offesa e del senso estetico del buon gusto del semicolto, resta pur  sempre il fatto che l’anima bella, anche nel caso che sia una Vera ed Autentica Anima Bella senza secondi fini, continua a non poter avere uno sguardo efficace sul mondo.

La geopolitica, invece, ci comunica che il corpo umano non è fatto solo di guance rosse e profumate, ma è fatto anche di intestini e (con rispetto parlando) di merda. In questo senso, occuparsene è qualcosa di assolutamente catartico. Si entra in un mondo di rapporti di forza, che sarebbe inutile censurare, in cui non è necessario aderire ideologicamente ed approvare i contenuti politico-ideologici di un paese o gruppo di paesi (Europa, USA, Brasile, mondo arabo, India, Cina, Iran, Giappone, eccetera), ma di cui è bene prendere atto preliminarmente.

Se si giunge a considerare gli USA il nemico geopolitico principale, è evidente che a questa conclusione non si può giungere soltanto per ragioni interne allo scacchiere geopolitico stesso, ma per ragioni esterne alla considerazione geopolitica pura. Ci vuole infatti prima un giudizio di valore filosofico sul mondo attuale, da cui consegue e deriva in seconda istanza, ma solo in seconda istanza, un giudizio di fatto sui rapporti geopolitici globali. Se infatti una persona fosse
in via di principio favorevole al capitalismo, alla società di mercato, all’individualismo, al liberalismo politico, eccetera, non si vede perché dovrebbe volere l’indebolimento strategico degli USA. Ne dovrebbe invece volere l’egemonia culturale e militare, il rafforzamento strategico, il dominio mondiale (
hard o soft che sia, con le buone o con le cattive, eccetera).

Si tratta di un’ovvietà. La geopolitica, quindi, non è mai primaria ed originaria, ma è sempre un convincimento geopolitico secondario che deriva da una preliminare valutazione filosofica sulla natura, buona o cattiva, del capitalismo, dell’individualismo, del liberalismo e della società di mercato. E qui veniamo agli USA propriamente detti.

Individuare gli USA come nemico geopolitico principale non significa affatto essere anti-americani (come l’essere contro il sionismo non comporta affatto essere anti-semiti), e nello stesso tempo non significa affatto “approvare”, e neppure identificarsi con realtà come la Russia post-sovietica degli oligarchi sfrontati o la Cina dei capitalisti-confuciani. Ma neppure per sogno! Questa sembrerebbe una ovvietà, ma nel piccolo mondo di malignità e fraintendimenti in
cui viviamo è bene chiarire tutto ciò che c’è da chiarire.

Gli USA si comportano da più di mezzo secolo come un impero mondiale, ma finché esisteva il benemerito e mai abbastanza rimpianto campo socialista guidato dall’URSS non riuscivano ad esserlo del tutto. Dopo il 1991, invece, si tratta di un programma praticabile, anche a causa della fine del benemerito gaullismo in Francia, della sparizione virtuale del benemerito nazionalismo arabo (variante Nasser, variante Saddam, eccetera), del tragicomico crollo del comunismo
sovietico, ed infine dell’adesione servile e bovina dei nuovi stati est-europei ex-comunisti (altro che socialismo dal volto umano, autogestione operaia, ed altre favolette per gonzi!). E tuttavia, anche se non esiste più un campo socialista (al di fuori dei due benemeriti stati-canaglia di Cuba e della Corea del Nord), ed un campo nazionalista (al di fuori dei benemeriti Iran, Sudan, Venezuela e Birmania, che Dio conservi a lungo!), esistono ancora conflitti di tipo non più ideologico-politico, ma soltanto economico-geopolitico. Questo, mi sembra, è un fatto, non è una opinione.

Ma qui si apre appunto la questione. L’anima bella, e cioè l’esito terminale moralistico di “sinistra” della dialettica dissolutiva della originaria coscienza infelice borghese, se ne ritrae inorridita. Ma come, se non sono più in ballo “valori”, ed anzi ormai sono tutti uguali (inoltre, l’Iran opprime le donne, la Birmania opprime gli Shan ed i Karen, il Sudan opprime il Darfur, la
Russia opprime la Cecenia, la Cina opprime il Tibet, eccetera), allora non resta che “tirarsi fuori”, condannare tutti, conservare pura, illibata ed intatta la propria anima bella, ed al massimo belare in modo pecoresco e testimoniale “pace” in tutte le lingue del mondo, in modo che Dio, oppure l’Evoluzione della Specie (sono infatti due le varianti, per credenti e per atei), sappiano che noi restiamo con le mani pulite, e non ce le sporchiamo sostenendo dittatori di ogni tipo.

Bene, questa evoluzione narcisistico-pecoresca è il provvisorio esito terminale di una deriva regressiva della coscienza infelice borghese. Ma non dimentichiamo che ce ne è stata anche un’altra, quella che ha portato all’universalismo comunista di Marx, con tutti i difetti che in separata sede potremmo imputargli (scientismo, progressismo, economicismo, storicismo, utopismo, e via “ismeggiando”). Bene, se teniamo fermo l’universalismo comunista come
reazione legittima alle insanabili contraddizioni dell’identità borghese (e lo scrivente vorrebbe che si sapesse che lo “ha tenuto ben fermo”), allora il fallimento dell’esperimento di ingegneria sociale dispotico-egualitaria sotto cupola geodesica protetta chiamato comunismo storico novecentesco (da non confondere con il comunismo utopico-scientifico di Marx – l’ossimoro è
chiaramente intenzionale) non, ripeto non , e sottolineo non, comporta affatto la fine capitalistica della storia, ma solo una sorta di dolorosa interruzione di un progetto storico che resta legittimo, quello di una società comunitaria senza classi e senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Per questa ragione è interesse universale, in questo momento storico, che un’unica superpotenza non riesca a conseguire un dominio strategico mondiale,
hard o soft che sia. E siccome questa superpotenza, oggi, è anche il supremo garante strategico-militare del capitalismo (1), della società di mercato (2), del liberalismo politico (3), della teologia interventistica dei diritti umani
(4), della nuova religione olocaustica del complesso di colpa interminabile dell’umanità (5), della sottomissione dell’Europa costretta alla cosiddetta “posizione del missionario” (6), della proliferazione di basi militari atomiche in tutto il mondo (7), del modello culturale televisivo del rimbecillimento antropologico universale (8), della secolarizzazione del presunto mandato
messianico assegnato da Dio ad una nazione protestante eletta (9), più altre determinazioni che qui non riporto per brevità, ne consegue che non il popolo americano, non la nazione americana, ma soltanto la superpotenza geopolitica imperiale americana è il nemico principale.

La potenza strategica degli USA, oggi, garantisce la sintesi di tutte le determinazioni prima discusse. Non si tratta certamente di “demonizzarla”, come si usa dire oggi ipocritamente. Chi ha una visione del mondo razionalistico-dialettica, ovviamente, non demonizza nessuno. In quanto la demonizzazione è appunto il portato di una visione religioso-messianica. Ecco perché è bene
auspicare un suo indebolimento, anche se i fattori geopolitici che ne possono causare un indebolimento (Russia, Cina, mondo arabo, Iran, Asia Centrale, nazionalismo latino-americano, eccetera), presi uno per uno, e considerati “moralisticamente”, possono farci storcere il naso.

Personalmente, non storco il naso. Considero la geopolitica un male necessario, e considero le geremiadi delle anime belle nei termini del dilemma di una lettera di Napoleone Bonaparte ad un fratello debole e scemo re di Spagna: «Stupidità o tradimento?».

Il dilemma è peraltro di facile soluzione. L’anima bella, essendo stupida per giudizio analitico (l’anima bella è stupida come il corpo è esteso), può anche essere sempre in piena purezza e buona fede, ma si presta all’intrusione del consapevole tradimento.

lunedì 16 dicembre 2013

il Pd anche di Renzi vuole liberalizzazione selvaggia ed europeismo a tutti i costi. Sono nostri nemici

Il trionfo di Renzi

Scritto da Diego Fusaro
Pubblicato Lunedì 16 Dicembre 2013, ore 8,09

Si è già molto discusso del trionfo di Matteo Renzi alle “primarie” del Partito Democratico. Se ne è discusso, ovviamente, sempre all’interno del coro fintamente polifonico del pensiero unico politicamente addomesticato: che del “rottamatore” Renzi ha fatto, per lo più, il grande elogio o, più raramente, la critica in nome di altri candidati che avrebbero potuto avere la meglio.

Al di là della chiacchiera irrilevante e politicamente corretta, sempre pronta a intonare le usuali serenate per lo status quo permeato dal dilagante fanatismo dell’economia, sono altre le considerazioni che occorre svolgere, senza troppe perifrasi e violando consapevolmente il tabù del politically correct. Ed è quello che proverò telegraficamente a fare qui di seguito.

“Non cambiamo campo, ma solo i giocatori”, ha affermato, col suo usuale inopportuno lessico postmoderno Renzi: non è tanto una excusatio non petita, quanto piuttosto (una volta tanto!) una tragica verità. Infatti – per chi non se ne fosse accorto – la cosiddetta sinistra il campo l’ha già cambiato parecchi anni or sono: ed è dunque del tutto naturale che sul campo in cui sta attualmente giocando – quello del neoliberismo selvaggio legittimato dalla cultura ultracapitalista della sinistra stessa, passata armi e bagagli dalla questione sociale al giustizialismo, da Carlo Marx alla signora Dandini –  si limiti a cambiare di tanto in tanto i giocatori. Da Bersani a Renzi, da D’Alema a Prodi: tutte “maschere di carattere”, avrebbe detto Marx, che hanno segnato, ciascuna a modo loro, il trionfo del capitale presso il polo sinistro che tradizionalmente lo combatteva. Appunto, si è trattato di sostituzioni di giocatori – sempre con il lessico calcistico pop di Renzi –, senza che il campo cambiasse mai veramente.
Se Bersani univa, in modo quasi schizofrenico, un linguaggio da cooperativa anni Settanta con la supina accettazione delle leggi del mercato presentate come destino insindacabile, in Renzi non vi è nemmeno più la maschera ideologica: il capitale parla apertamente, senza giri di parole, facendo esplicitamente mostra di sé nel patetico linguaggio neoliberista del “rottamatore”. Di diritti sociali, tutela per gli esclusi, difesa del lavoro non v’è nemmeno più traccia verbale nei vuoti discorsi di Renzi (si potrebbe con diritto parlare, in termini hegeliani, di “vuota profondità”). È il discorso del capitalista che ormai apertamente si esibisce anche a sinistra, rivelando l’ormai avvenuta colonizzazione dell’immaginario da parte del capitale.

La sola immagine che mi viene in mente, quando ripenso a questo disgustoso spettacolo, è il famoso quadro di Edvard Munch, L’urlo: dove però il volto trasfigurato dal dolore e immortalato nell’atto di gridare scompostamente è quello di Carlo Marx, sineddoche delle due determinazioni irrinunciabili del rifiuto incondizionato del presente come destino e della ricerca di un riscatto per le offese non redente che si sono accumulate nella storia e che oggi sembrano aver raggiunto il loro grado massimo. La sinistra Pd di cui Renzi è a capo incarna esattamente la rinuncia a questo, la volgare riconciliazione con l’ordine ingiusto santificato come il solo possibile.

Occorre considerare serenamente da dove si è storicamente partiti e dove si è attualmente giunti. Che cosa, in altri termini, lega tra loro la nobile figura di Antonio Gramsci con il profilo da copertina di “Vanity Fair” di Matteo Renzi? Renzi e la cosiddetta “sinistra Pd” rappresentano oggi il fronte avanzato della modernizzazione capitalistica, del neoliberismo trionfante e della distruzione di ciò che si era ottenuto tramite anni di scontri di classe e di diritti guadagnati sul campo. Ed è, appunto, in nome di tutto questo che occorre opporsi a Renzi e alla sua volgare adesione all’ordine neoliberale.

Non soltanto la sinistra Pd è oggi il baluardo della riproduzione culturale del capitale (politicamente corretto, difesa dei mercati e dell’eurocrazia, ecc.): è anche, paradossalmente, il luogo in cui si rinnega il passato anticapitalista, cioè appunto la grande tradizione legata ai nomi di Marx e Gramsci. Non è difficile capire perché. La destra non deve rinnegare un passato che non le appartiene. La sinistra PD, dal canto suo, deve consegnarsi ciecamente allo zelo del neofita: i convertiti alla religione del capitale devono essere più realisti del re, poiché su di loro pende la spada di Damocle del loro passato (il caso di Massimo D’Alema è, sotto questo profilo, esemplare).

Ciascuno di noi, al cospetto di un tale patetico spettacolo, è chiamato a porsi la domanda che a suo tempo sollevava Piero Gobetti: “che ho a che fare io con i servi?”. Sta tutto qui, in fondo, il segreto del rapporto che ciascuno di noi può decidere di instaurare con il Pd oggi. È, forse, la principale pietra di paragone per valutare la propria collocazione nell’odierno mondo della barbarie capitalistica, nel terreno della distruzione dei diritti sociali e della difesa del lavoro.

In questa tragica parabola sembra condensarsi, in effetti, la tragicomica vicenda di quello che Costanzo Preve chiamava il “serpentone metamorfico Pci-Pds-Ds-Pd”, ossia la parabola di una sinistra passata dalla triade Marx, Gramsci e difesa degli ultimi al patetico pantheon composto da antiberlusconismo rituale, liberalizzazione selvaggia ed europeismo a tutti i costi. Analizzata in questa prospettiva, la vicenda è tragica, anche se naturalmente il giubilante “popolo della sinistra” non lo sa e pensa che il trionfo di Renzi sia una vittoria storica della sinistra stessa. Come usa dire, la situazione è tragica ma non seria.

Come ho già più volte dichiarato, se la sinistra smette di interessarsi alla questione sociale e, più in generale, alla galassia di problemi che potrebbero compendiarsi nell’espressione programmatica “ripartire da Marx”, è opportuno smettere di interessarsi alla sinistra. È da Marx e da Gramsci che occorre ripartire, non certo da Matteo Renzi. Il “rottamatore”, in buona compagnia con i suoi consorti di partito, ha già smentito e, di più, rinnegato da tempo Marx e Gramsci. Come diceva Benjamin, “nemmeno i morti saranno al sicuro, se il nemico vince. E questo nemico non ha smesso di vincere”.