Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 dicembre 2013

Imbecilli, non siete capaci neanche di discutere sulla prossima caduta dell'Euro



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Digressioni

Sei Premi Nobel (P.Krugman, M.Friedman, J.Stigliz, A.Sen, J.Mirrless, C.Pissarides): “l’Euro e’ una patacca” Sei Premi Nobel per l’economia, di diverse ideologie, ci dicono tutti la stessa cosa:l’Euro e’ una patacca insostenibile. Gli ultimi due ad aggiungersi alla lista di Nobel che sostengono cio’ sono James Mirrless e Christopher Pissarides. Tra un po’ rischiamo di perdere il conto. 

Partiamo da Paul Krugman che ci spiega perche’ “L’euro è campato in aria”:
 … penso che l’euro fosse un’idea sentimentale, un bel simbolo di unità politica. Ma una volta abbandonate le valute nazionaliavete perso moltissimo in flessibilità. Non è facile rimediare alla perdita di margini di manovra. In caso di crisi circoscritta esistono due rimedi: la mobilità della manodopera per compensare la perdita di attività e soprattutto l’integrazione fiscale per ripianare la perdita di entrate. Da questa prospettiva, l’Europa era molto meno adatta alla moneta unica rispetto agli Stati Uniti. Florida e Spagna hanno avuto una stessa bolla immobiliare e uno stesso crollo. Ma la popolazione della Florida ha potuto cercare lavoro in altri stati meno colpiti dalla crisi. Ovunque l’assistenza sociale, le assicurazioni mediche, le spese federali e le garanzie bancarie nazionali sono di competenza di Washington, mentre in Europa non è così.

l’Europa sarà sempre fragile. La sua moneta è un progetto campato in aria e lo resterà fino alla creazione di una garanzia bancaria europea. … Ricordiamoci però una cosa: l’Europa non è in declino. È un continente produttivo e dinamico. Ha soltanto sbagliato a scegliersi la propria governance e le sue istituzioni di controllo economico, ma a questo si può sicuramente porre rimedio.

Passiamo a Milton Friedman, che gia’ nel 1998 spiegava che la Moneta Unica e’ un Soviet e Bruxelles e Francoforte prenderanno il posto del Mercato  (clicca sul Titolo per vedere l’articolo integrale; sotto gli estratti piu’ significativi):
Niente di sbagliato, in generale, a volere un’unione monetaria. Ma in Europa c’e’ gia’ ed e’ quella esistente di fatto tra Germania, Austria e Paesi del Benelux. Niente vieta che, se ci tiene, l’Italia aderisca a quella. Il resto e’ una costruzione non democratica“.

Piu’ che unire, la moneta unica crea problemi e divide. Sposta in politica anche quelle che sono questioni economiche. La conseguenza piu’ seria, pero’, e’ che l’euro costituisce un passo per un sempre maggiore ruolo di regolazione da parte di Bruxelles. Una centralizzazione burocratica sempre piu’ accentuata. Le motivazioni profonde di chi guida questo progetto e pensa che lo guidera’ in futuro vanno in questa direzione dirigista.….

Ma non vedo la flessibilita’ dell’economia e dei salari e l’omogeneita’ necessaria tra i diversi Paesi perche’ sia un successo. Se l’Europa sara’ fortunata e per un lungo periodo non subirà shock esterni, se sara’ fortunata e i cittadini si adatteranno alla nuova realta’, se sara’ fortunata e l’economia diventera’ flessibile e deregolata, allora tra 15 o 20 anni raccoglieremo i frutti dati dalla bendizione di un fatto positivo. Altrimenti sara’ una fonte di guai“.

Cosa prevede succedera’?  Una riduzione della liberta’ di mercato. A Francoforte siedera’ un gruppo di banchieri centrali che decidera’ i tassi d’interesse centralmente. Finora, le economie, come quella italiana, avevano una serie di liberta’, fino a quella di lasciar muovere il tasso di cambio della moneta. Ora, non avranno piu’ quell’opzione. L’unica opzione che resta e’ quella di fare pressione sulla Ue a Bruxelles perche’ fornisca assistenza di bilancio e sulla Banca centrale europea a Francoforte perche’ faccia una politica monetaria favorevole. Aumenta cioe’ il peso dei governi e delle burocrazie e diminuisce quello del mercato. Sarebbe meglio fare come alla fine del secolo scorso, quando, col Gold Standard, l’Europa aveva gia’ una moneta unica, l’oro: col vantaggio che non aveva bisogno di una banca centrale.

…Quello che c’e’ da dire sul mercato unico, piuttosto, e’ che e’ reso piu’ complicato proprio dall’Unione monetaria che rende piu’ difficili le reazioni delle economie, toglie loro strumenti e le rende piu’ dipendenti dalle burocrazie”.

Passiamo a Joseph Stiglitz, che ci spiega che l’Euro o cambia oppure è meglio lasciarlo morire (clicca sul Titolo per vedere l’articolo integrale; sotto gli estratti piu’ significativi):
Il progetto europeo, per quanto idealista, è sempre stato un impegno dall’alto verso il basso. Ma incoraggiare i tecnocrati a guidare i vari paesi è tutta un’altra questione, che sembra eludere il processo democratico, imponendo politiche che portano ad un contesto di povertà sempre più diffuso.

Mentre i leader europei si nascondono al mondo, la realtà è che gran parte dell’Unione europea è in depressione. La perdita di produzione in Italia dall’inizio della crisi è pari a quella registrata negli anni ’30. …

…La realtà tuttavia è che la cura non sta funzionando e non c’è alcuna speranza che funzioni; o meglio che funzioni senza comportare danni peggiori di quelli causati dalla malattia….. L’Europa ha bisogno di un maggiore federalismo fiscale e non solo di un sistema di supervisione centralizzato dei budget nazionali.

….E’ poi necessaria un’unione bancaria, ma deve essere una vera unione con un unico sistema di assicurazione dei depositi, delle procedure risolutive ed un sistema di supervisione comune. Inoltre, sarebbero necessari gli Eurobond o uno strumento simile.

I leader europei riconoscono che senza la crescita il peso del debito continuerà a crescere e che le sole politiche di austerità sono una strategia anti-crescita. Ciò nonostante, sono passati diversi anni e non è stata ancora presentata alcuna proposta di una strategia per la crescita sebbene le sue componenti siano già ben note, ovvero delle politiche in grado di gestire gli squilibri interni dell’Europa e l’enorme surplus esterno tedesco che è ormai pari a quello della Cina (e più alto del doppio rispetto al PIL). In termini concreti, ciò implica un aumento degli stipendi in Germania e politiche industriali in grado di promuovere le esportazioni e la produttività nelle economie periferiche dell’Europa.

Quello che non può funzionare, almeno per gran parte dei paesi dell’eurozona, è una politica di svalutazione interna (ovvero una riduzione degli stipendi e dei prezzi) in quanto una simile politica aumenterebbe il peso del debito sui nuclei familiari, le aziende ed il governo (che detiene un debito prevalentemente denominato in euro).

I leader europei continuano a promettere di fare tutto il necessario per salvare l’euro. La promessa del Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, di fare “tutto il necessario” ha garantito un periodo di tregua temporaneo. Ma la Germania si è opposta a qualsiasi politica in grado di fornire una soluzione a lungo termine tanto da far pensare che sia sì disposta a fare tutto tranne quello che è necessario.

E’ vero, l’Europa ha bisogno di riforme strutturali come insiste chi sostiene le politiche di austerità. Ma sono le riforme strutturali delle disposizioni istituzionali dell’eurozona e non le riforme all’interno dei singoli paesi che avranno l’impatto maggiore. Se l’Europa non si decide a voler fare queste riforme, dovrà probabilmente lasciar morire l’euro per salvarsi.

L’Unione monetaria ed economica dell’UE è stata concepita come uno strumento per arrivare ad un fine non un fine in sé stesso. L’elettorato europeo sembra aver capito che, con le attuali disposizioni, l’euro sta mettendo a rischio gli stessi scopi per cui è stato in teoria creato.

Passiamo ad Amartya Sen, con la recente intervista “Che orribile idea l’euro” (clicca sul Titolo per vedere l’articolo integrale; sotto gli estratti piu’ significativi):
«….. Mi preoccupa molto di più quello che succede in Europa, l’effetto della moneta unica. Era nata con lo scopo di unire il continente, ha finito per dividerlo».

«L’euro è stato un’idea orribile. Lo penso da tempo. Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata. Una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa. I punti deboli economici portano animosità invece che rafforzare i motivi per stare assieme. Hanno un effetto-rottura invece che di legame. Le tensioni che si sono create sono l’ultima cosa di cui ha bisogno l’Europa. ….».

«Quando tra i diversi Paesi hai differenziali di crescita e di produttività, servono aggiustamenti dei tassi di cambio. Non potendo farli, si è dovuto seguire la via degli aggiustamenti nell’economia, cioè più disoccupazione, la rottura dei sindacati, il taglio dei servizi sociali. Costi molto pesanti che spingono verso un declino progressivo».

«È successo che a quell’errore è stata data la risposta più facile e più sbagliata, si sono fatte politiche di austerità. L’Europa ha bisogno di riforme: pensioni, tempo di lavoro, eccetera. E quelle vanno fatte, soprattutto in Grecia, Portogallo, Spagna, Italia. Ma non hanno niente a che fare con l’austerità. È come se avessi bisogno di aspirina ma il medico decide di darmela solo abbinata a una dose di veleno: o quella o niente. No, le riforme si fanno meglio senza austerità, le due cose vanno separate».

«La Germania ha sicuramente beneficiato della moneta unica. Oggi abbiamo un euro-marco sottovalutato e una euro-dracma sopravvalutata, se così si può dire. Ma non credo che ci sia uno spirito del male tedesco. Non ci sono malvagi in questa cosa terribile che sta succedendo. È che hanno sbagliato anche i tedeschi. E si è finiti con la Germania denigrata. ….».

E’ il turno di James Mirrless, che nel suo intervento a Venezia all’Auditorium Santa Margherita per il ciclo ‘Nobels colloquia 2013′ dell’Università Ca’ Foscari, ha testualmente detto che “all’Italia conviene uscire dall’Euro subito” (clicca sul Titolo per vedere l’articolo integrale; sotto gli estratti piu’ significativi):
«Non voglio suggerire politiche per mutare la situazione attuale e mi sento a disagio nel fare raccomandazioni altisonanti, perché non ho avuto il tempo di valutarne le conseguenze. Però, guardando dal di fuori, dico che non dovreste stare nell’euro, ma uscirne adesso».

«L’uscita dall’euro non risolverebbe in automatico i problemi dell’Italia, visto che, ad esempio, rimarrebbero le questioni derivanti dalle politiche adottate dalla Germania. Ma non è comunque corretto collegare le conseguenze di un’eventuale uscita da Eurolandia al venir meno della lealtà e fedeltà come membri dell’Unione europea. Finché l’Italia resterà nell’euro non potrà espandere la massa di moneta in circolazione o svalutare: ecco perché si impone la necessità di decidere se rimanere o meno nella moneta unica, questione non facile da dirimere, perché la gente toglierà il denaro dai conti in banca prima che questo accada.

Probabilmente, dovreste sostenere il costo di un’eventuale uscita, come avvenuto in Gran Bretagna (che non ha mai abbandonato la sterlina), ma dovete essere pronti a pagare questo prezzo».

«Se l’Italia tornasse in grado di svalutare ci sarebbe sicuramente la possibilità di arricchirsi per chi togliesse in tempo i soldi dalle banche; ma, per la Gran Bretagna, è valsa la pena, perché poi ha avuto un andamento economico soddisfacente”. ”Tutto ciò non comporta automaticamente l’aumento o la riduzione della pressione fiscale. Però, in una certa misura, raccomanderei misure di sostegno ai redditi, per aumentare il potere d’acquisto della popolazione. Ma solo temporaneamente”.   ”Se l’Italia dovesse uscire dall’euro alcuni grossi problemi continuerebbero ad esistere, perché la Germania continua a mantenere i livelli dei prezzi troppo bassi. E, se la Germania continuerà questo atteggiamento, cosa che non intende cambiare, anche per l’Italia continuerebbero le difficoltà di oggi».

«Uscire dall’Euro significa fuggire, la crisi si può affrontare resistendo ad essa e combattendo, ma i Paesi che scelgono di combattere lo facciano considerando anche l’opzione della fuga. Mi sento però a disagio, come persona esterna, nell’offrire soluzioni, anche perché mi chiedo se abbiate abbastanza manager economici in grado di mettere in atto e gestire l’espansione che potrebbe esserci».

E passiamo infine a Christopher Pissarides, nobel per l’economia nel 2010, presidente del new Centre for Macroeconomics che dichiara “Abbandonare l’Euro” dopo esserne stato nel passato un fautore (clicca sul Titolo per vedere l’articolo integrale; sotto gli estratti piu’ significativi):
«L’Unione Monetaria ha creato una generazione persa di giovani disoccupati e dovrebbe essere dissolta». «Sono completamente stato ingannato. Allora, l’euro sembrava una grande idea, ma ora ha prodotto l’effetto contrario di quello che si aveva in mente ed ha bloccato crescita e la creazione del lavoro. In questo momento sta dividendo l’Europa e la situazione attuale non è sostenibile».

«L’Euro divide l’Europa e la sua fine e’ necessaria per ricreare quella fiducia che le nazioni europee una volta avevano l’una all’altro. Non andremo da nessuna parte con l’attuale linea decisionale ed interventi ad hoc sul debito. Le politiche perseguite ora per salvare l’euro stanno costando all’Europa lavori e stanno creando una generazione persa di giovani laureati. Non certo quello che i padri costituenti avevano in mente».

Conclusioni

   
    Che’ l’EURO fosse un esperimento destinato al fallimento, c’era chi ce lo diceva gia’ nel 1971: L’Economista Kaldor nel 1971 spiegava con precisione millimetrica il perche’ l’Euro avrebbe fatto collassare il sistema.
  
    I nostri lettori sanno gia’ le ragioni della crisi:  Esclusiva – L’Intervista in forma integrale all’economista Alberto Bagnai – Euro e Crisi.
  
    Abbiamo visto che ogni studio ci dice che un ritorno alla valuta nazionale e’ conveniente per l’Italia (Esclusiva simulazione di cosa accadrebbe con Euro - con e senza austerity - e senza Euro), ed un pessimo affare per la Germania (Nove studi e rapporti a confronto sul break-up dell’Euro).
  
    Abbiamo analizzato il perche’ della Crisi (Capire la Crisi dell’Europa in 80 slides), spiegato perche’ all’italia conviene uscire (EURO: Analisi di dettaglio del perche’ all’Italia conviene uscire), analizzato la svalutazione del 1992 (Analisi della Svalutazione del 1992-1995) e spiegato perche’ necessario farne un’altra in termini difensivi (La necessità di una bella svalutazione difensiva).
  
    Abbiamo demolito una per una le argomentazioni dei fautori dell’EURO (Fact Checking alle argomentazioni pro-euro: smontiamole una ad una).
  
    Infine abbiamo spiegato cio’ che i Nobel hanno ribadito, cioe’ che l’Euro e’ il vero nemico dell’Europa (Meglio l’Europa o l’Euro?), e spiegato perche’ alla fine il Leviatano Sovietico-Burocratico crollera’ (Ecco perche’ la DISGREGAZIONE dell’EURO e’ lo scenario piu’ probabile).

venerdì 27 dicembre 2013

la Germania punta agli squilibri commerciali, nessuna illusione

un vento nuovo dall'America Latina

di Alfonso Gianni
26 marzo 2012

Mentre in Europa trionfa la logica  dell'austerità e della liquidazione delle politiche di bilancio contenuta nel cosidetto Fiscal Compact; mentre il nostro Senato si appresta a discutere in quarta e finale lettura l'introduzione in Costituzione del principio del Pareggio di Bilancio, che, se venisse approvata (fu approvata da quegli stessi imbecilli che ora sono al governo, nota del curatore) con la maggioranza dei due terzi, non potrebbe essere sottoposta a nessun referendum popolare; mentre non solo la sinistra moderata si schiera a favore della riduzione del debito a tappe forzate e inneggia all'autonomia della Bce dal potere politico, ma anche donne e uomini che si proclamano radicali corrono a firmare appelli, come quello italo-tedesco, che chiedono ai rispettivi parlamenti nazionali di ratificare in fretta quello che è una pietra tombale sulle loro residue possibilità di decisione in materia di politica economica (il parlamento tedesco non ha approvato il trattato sul Fiscal Compact, ndc); mentre quindi in Europa avviene il fenomeno all'apparenza strano, ovvero, per dirla con le parole del titolo dell'ultimo libro di Colin Crouch, "la strana non-morte del neoliberismo", malgrado le evidenti bocciature subite dall'inizio di questa crisi; mentre tutto questo accade, dal Nuovo Continente provengono voci nuove e affatto diverse.

Per sentirle bisogna spingersi ben più a Sud di Obama.
Per esempio in Argentina, ove un ramo del Parlamento ha già approvato un nuovo Regolamento organico della Banca centrale. Si tratta di una modifica importante e significativa. In sostanza viene cambiata la missione principale della Banca centrale argentina, che non consisterebbe più soltanto nel "preservare il valore della moneta", ossia occuparsi della stabilità monetaria, ma diventerebbe quello più impegnativo di promuovere "lo sviluppo economico con la giustizia sociale, l'occupazione e la stabilità finanziaria".

I modi con cui avverrebbe necessitano di ulteriori discussioni e approfondimenti. Ed è soprattutto chiaro che bisogna tenere conto della storia economica-monetaria specifica dell'Argentina, soprattutto per quanto riguarda la famigerata parità dollaro- peso alla base della crisi del 2001 e dello shock che ne seguì. Ma, pur considerando tutte le specificità e restando prudenti sul giudizio delle modalità ancora da definire con le quali il principio sarà implementato, è evidente che siamo ad una svolta di tipo epocale.

Crolla infatti uno dei mantra dell'ideologia neolibeista, ossia la autonomia della Banca centrale, la sua assoluta dedizione alla stabilità monetaria, ovvero alla lotta all'inflazione, che ha minato nel profondo la sovranità in materia di politica economica degli stati. E' esattamente su questo principio che è fondata la Banca centrale europea e gli articoli del Trattato di Maastricht che ad essa si riferiscono, nonché gli ultimi aggiustamenti, come il già citato Fiscal Compact, che lo peggiorano.

Il percorso del provvedimento non è ancora ultimato. Si attende il responso del Senato argentino.

Non sappiamo ovviamente quanto questo servirà ad una rinegoziazione con il "Club di Parigi" e quanto invece , la qual cosa sarebbe largamente preferibile, ad incrementare effettivamente un nuovo tipo di sviluppo interno. Ma mi pare chiaro che in America Latina le logiche keynesiane stanno conoscendo una nuova stagione.

Tanto più che questo non avviene in chiave nazionalistica  e non è limitato a questo o a quel paese. Lo dimostra l'esperienza e il dibattito attorno al "Sucre". Sucre è un acronimo perfetto. Indica il nome di uno dei più valorosi luogotenenti di Simon Bolivar, Antonio Josè de Sucre e allo stesso tempo racchiude le iniziali del Sistema unitario di pagamento a compensazione regionale. Il Sucre, insomma, è una moneta virtuale non coniata, ovvero un'unità di conto per gli scambi internazionali, l'ultima incarnazione del celebre Bancor pensato, ma senza successo, da John Maynard Keynes ai tempi della Conferenza di Bretton Woods del 1944.

E' stata adottata dai paesi dell'Alba (Allianza bolivariana para America Latina y el Caribe), l'alleanza che poggia le sue fondamenta su Venezuela, Cuba, Ecuator e Bolivia, più altri paesei minori, tra cui il Nicaragua, sorta di contrapposizione all'Alca voluta dagli Usa. In pratica funziona così - ha spiegato in una intervista al Manifesto, Manuel Ceresal, docente a Caracas ascoltatissimo da Hugo Chavez - : se un importatore venezuelano paga la banca commerciale in bolivar, questi ritornano alla banca centrale; quest'ultima li cambia in sucre, poi li trasferisce via web alla banca centrale della Bolivia che li converte nella moneta nazionale con cui regola la transazione con ò'esportatore boliviano.

Si noterà che il dollaro non compare mai in questi passaggi. E che il progetto intende combattere gli squilibri commerciali, puntando alla tendenziale  parità tra esportazioni e importazioni. L'esatto contrario di quanto succede in Europa nel rapporto fra la Germania e gli altri paesi che invece si fonda esattamente sul surplus della prima e il deficit  della bilancia dei pagamenti di tutti gli altri.

Infatti Manuel  Ceresal non lesina critiche a come si è sviluppato il processo di unificazione europea, mettendo il dito proprio sul "volontarismo" dell'euro che avrebbe stordito l'Europa, ovvero la convinzione che l'unità monetaria in fondo bastasse come atto fondativo e che il resto sarebbe venuto da sé.

In effetti bastava, ma solo al capitale. Non certo al mondo del lavoro. E lo stiamo scontando amaramente.


mercoledì 25 dicembre 2013

Rompere definitivamente con queste categorie filosofiche e politiche x costruire Alternative

Finalmente! L'atteso ritorno del nemico principale

di Costanzo Preve

1. Introduzione. Sul nemico principale. Commento di una recente formulazione di Alain de Benoist
2. Le mort saisit le vif (Marx). Il peso inerziale ormai insopportabile della storia
tricentenaria del profilo della filosofia politica moderna e della sua variante subalterna postmoderna
3. Il primato dello struzzo. Lo struzzo come animale totemico-tribale del passaggio dal realismo storico-politico al moralismo ostensivo testimoniale
4. L’imbecillità socialmente organizzata. Per una nuova teoria degli intellettuali e   delle strutture ideologiche
5. Il nemico principale in economia: il capitalismo e la società di mercato
6. Il nemico principale in politica: il liberalismo
7. Il nemico principale in filosofia: l’individualismo
8. Il nemico principale nella società: la borghesia
9. Il nemico principale in geopolitica: gli Stati Uniti d’America
10. Conclusione. Verso un radicale riorientamento gestaltico nella visione complessiva del mondo storico e politico

10. Conclusione. Verso un radicale riorientamento gestaltico della visione complessiva del mondo storico e politico

Le conclusioni teoriche e pratiche di quanto detto fino ad ora non sono neppure particolarmente difficili da trarre, se si riesce a cogliere il punto fondamentale della questione, e non si fa nel modo preferito dalla casta intellettuale, specializzata nel vedere sempre e solo gli alberi, e mai la foresta.
Ma dov’è la foresta allora? La foresta sta in un fatto fondamentale, per cui da un lato si vuole soggettivamente (ed anche in buona fede) contestare l’insieme della società in cui viviamo (che pochi connotano ormai come “capitalista”, dato che il politicamente corretto ha delegittimato la parola, ma molti continuano a considerare “ingiusta”, il che in definitiva è poi lo stesso, ed addirittura meglio sul piano simbolico), e dall’altro si continua ad utilizzare in questa contestazione l’apparato categoriale e concettuale che le oligarchie dominanti lasciano “filtrare” verso il basso attraverso i loro apparati ideologici ed intellettuali ben selezionati e ben sorvegliati.

Mi rendo perfettamente conto che è molto più facile presentarsi alle elezioni facendo leva su strati psicologici identitari di appartenenza, interessarsi alle boccaccesche avventure femminili di un Berlusconi ormai in preda a manie presenili, inscenare riti pecoreschi di ostensione di buoni propositi, accompagnati o meno da bande di incappucciati, eccetera, piuttosto che porsi radicalmente il problema della riforma radicale delle categorie politiche con cui soggettivamente intendiamo criticare l’infame sistema in cui viviamo. Eppure, lo ripeto, questo è il problema.

Problema per ora insolubile a breve (e forse purtroppo anche a medio) termine, se prendiamo in esame quattro configurazioni ideologiche: il sapere universitario organizzato politicamente corretto, l’evoluzione mercatistica del pensiero di destra, il tradizionalismo conservatore del pensiero della vecchia sinistra, ed infine l’evoluzione dissolutiva e narcisistica del profilo individualistico della nuova sinistra. In questa sede non si potrà fare un’analisi dettagliata per ragioni di spazio, ma almeno si potranno tracciarne alcune linee di fondo.

Il sapere universitario organizzato politicamente corretto (parlo ovviamente solo delle facoltà di filosofia e di scienze sociali, e non di quelle di medicina e di scienze naturali, che pure sarebbe ingenuo ritenere del tutto “neutrali”) è oggi un fattore di ostacolo alla comprensione della totalità espressiva del mondo. Esso si è strutturato (con eccezioni puramente testimoniali, e quindi statisticamente irrilevanti) nell’ultimo mezzo secolo sulla base di un codice progressistico di centro-sinistra fondato su di una variante liberalizzata ed individualistica di capitalismo, o più esattamente di Occidente a Guida Americana (OGA). Prevalgono in esso i codici del totalitarismo in storiografia, la negazione delle nazioni come semplici “comunità” immaginarie, l’ossessiva psicologizzazione narcisistica dei rapporti sociali, il politicamente corretto con l’ossessiva attenzione esclusiva alle minoranze sessuali, il disprezzo verso il popolo accusato di
populismo e di rimbecillimento televisivo, l’apologia del relativismo e del nichilismo in filosofia
(che come ho detto in precedenza è di fatto un seppellimento delle istanze veritative che derivavano dalla coscienza infelice borghese), eccetera. Se vogliamo trovare il peggio dei codici filosofici esistenti nel mondo, possiamo rivolgerci con sicurezza ai codici universitari. E tuttavia, questo è già avvenuto in altri casi storici. Ad esempio, nel passaggio storico dal Quattrocento al Settecento, l’intero apparato del sapere universitario dovette essere abbandonato e radicalmente rifondato. Sono sicuro di poche cose, ma di una lo sono, e cioè che lo stesso dovrà avvenire nei prossimi due secoli, a meno che questo indegno sistema capitalistico si rafforzi ancora di più. Se si indebolirà, l’indegno baraccone universitario dovrà essere radicalmente modificato.

L’evoluzione mercatistica della cultura di destra è un fatto relativamente prevedibile, in quanto da circa due secoli c’era sempre stata una destra conformista, liberale in politica, liberista in economia, che aveva riciclato il precedente aristocraticismo signorile in aristocraticismo industriale e finanziario (a livello torinese, dal principe Emanuele Filiberto al principe avvocato Agnelli). La sostituzione degli scudi e degli spadoni con i libretti d’assegni e le quotazioni in borsa non può ovviamente lasciare intatti i profili culturali di riferimento. E siccome oggi per governare è obbligatorio assumere formalmente un codice politicamente corretto, l’avvicinamento ideologico di Massimo D’Alema e di Gianfranco Fini non indica assolutamente
un inesistente “tradimento” dei valori politici originali (il conflitto fra fascisti e comunisti ha oggi lo stesso statuto ideologico e storiografico del conflitto fra guelfi e ghibellini), ma un adeguamento sistemico a funzioni strutturali di gestione del consenso e dell’economia. Gli eredi nichilisti del vecchio fascismo e del vecchio comunismo, infatti, devono riunificarsi nella nuova lotta politicamente corretta contro il cosiddetto “populismo”. Questo populismo, purtroppo, oggi è dominato da un codice securitario e paranoico con risvolti provinciali stico-razzisti, ideologicamente funzionali ad una nuova eventuale guerra di “civiltà” di un occidente americano-sionista contro il resto del mondo. È un peccato, ma è così. Speriamo che in futuro il
populismo possa prendere vie più utili e feconde (l’ideale sarebbe Chàvez, anche se è improbabile, ma non è ancora proibito sognare).

Il codice culturale della vecchia sinistra è fermo al 1945, da allora non è mai stato intenzionalmente rinnovato, e questo non tanto per pigrizia o stupidità, quanto perché rispondeva nell’essenziale ai problemi di legittimazione politica di un sistema sociale ancora caratterizzato da un capitalismo industriale, dalla sovranità monetaria dello stato nazionale, da un tessuto familiare di costumi ancora tradizionale, dalla produzione fordista di fabbrica, dalla politica economica keynesiana, dal riferimento simbolico dell’antifascismo cerimoniale e rituale, dalla contrapposizione ideologico-simbolica comunismo/anticomunismo, dalla frequenza religiosa non ancora di nicchia, eccetera. Questo mondo è praticamente scomparso nel ventennio 1980-2000, ma sono mancate le soggettività culturali che potessero attuare la grande trasformazione necessaria. O meglio, è mancata del tutto la committenza politica, sociale e culturale che avrebbe potuto essere interessata a questa trasformazione. Non è che oggi potenzialmente non esistano i Labriola, i Gramsci, eccetera, che avrebbero potuto iniziare questo processo di trasformazione dei paradigmi culturali. Certamente esistono, perché le potenzialità dell’innovazione culturale sono un dato biologico esistente in ogni generazione, e non solo in alcune generazioni magicamente privilegiate e toccate da una forza creativa divina. Se però non esiste committenza politica e sociale, diretta o indiretta, queste individualità potenziali avvizziscono e spariscono. Come ha scritto una delle mie autrici preferite, la bizantina Anna Comnena, il tempo passa, e porta con sé nel nulla sia le grandi opere che le piccole opere. Per questa ragione il profilo del personaggio tipico della vecchia sinistra cumula in sé sia elementi paranoici che elementi schizofrenici. Da un lato, come ogni buon paranoico, vede ovunque provocazioni, infiltrazioni, complotti, fascisti e populisti. Dall’altro, come ogni buon schizofrenico, fa l’elogio del moderatismo capitalistico, e nello stesso tempo celebra rituali religiosi sul mito sociologico proletario e sulla perenne attualità dell’antifascismo in conclamata e totale assenza di fascismo.

Per finire, la cosiddetta nuova sinistra rappresenta una interessantissima (per i sociologi ed i letterati) degenerazione narcisistica dell’individualismo, dovuta al divorzio fra la critica di tipo artistico-culturale alla ipocrisia borghese e la critica di tipo economico-sociale al capitalismo. Secondo l’ipotesi storiografica dei sociologi francesi Boltanski e Chiapello, da me ripetutamente accennata, ma che non mi stanco mai testardamente di riproporre ogni qual volta ne ho l’occasione (e lo faccio perché lì sta il cuore della questione) la sinistra in Europa si era costituita storicamente sulla base di una alleanza fra i ceti popolari, che contestavano il carattere disumano della produzione capitalistica che li sfruttava e li spremeva come limoni, ed i ceti intellettuali, che invece contestavano l’ipocrisia della morale borghese. Si trattava, con tutta evidenza, di una variante della dialettica della coscienza infelice. Ma mentre in Marx ed Engels, e poi Lenin, Gramsci, eccetera, questa coscienza infelice evolveva dialetticamente in consapevole contestazione rivoluzionaria globale del sistema capitalistico, nel ceto intellettuale narcisisticamente degenerato questa contestazione non evolveva in modo rivoluzionario (una cartina di tornasole sta nell’antipatia degli intellettuali per Hegel e nella loro simpatia spontanea per Nietzsche), ma si avvitava su se stessa. E quando lo stesso capitalismo, evolvendo per ragioni interne di allargamento del mercato, cominciò a distruggere da solo gli aspetti conservatori e “retrogradi” del codice morale borghese tradizionale, la massa narcisista si intruppò felice (in proposito, non dimentichiamo mai che il mitico Sessantotto è stato il mito di fondazione e la leggenda metropolitana di questo ipercapitalismo individualistico liberalizzato nei costumi), ed il ceto intellettuale diventò il gruppo sociale più omogeneo alla legittimazione dell’attuale riproduzione sociale.

Chi vuole opporsi a questo sistema deve quindi sapere che è impossibile continuare nell’equivoco, per cui esso è criticato sulla base di apparati categoriali e concettuali selezionati e filtrati dal nostro stesso nemico. Non è mai successo infatti (ed io mi vanto di possedere un’ampia conoscenza della storia universale comparata, dagli antichi egizi ad oggi) che una guerra venisse condotta sulle carte militari fornite direttamente dal nemico. Ammetto che la realtà supera in proposito tutte le simulazioni di tipo fantapolitico. Ma non dobbiamo stupirci, perché se non si sa neppure quale sia il nemico, come potremmo meravigliarci che lo sciocco gli faccia guerra con le stesse carte militari che il nemico gli ha fornito?

Diciamo quindi grazie a chi, magari con alcuni errori di dettaglio, almeno restaura il problema della individuazione del nemico principale.

Torino, giugno 2009

http://www.comunismoecomunita.org/wp-content/uploads/2009/04/Il-nemico-principale.pdf

lunedì 23 dicembre 2013

bugiardi e servi, l'Euro ''prima o poi esplodera', senza la coesione necessaria"

L'Europa sta per esplodere ma non ditelo agli europei!
fabio sebastiani

Ecco il "dietro le quinte" del vertice Come era prevedibile, all'indomani del risultato delle elezioni tedesche, interpretato da Merkel e Spd in chiave fortemente nazionalista, esplodono le contraddizioni nel seno dell'Europa. La lotta tra i capitali si fa più cruenta, evidentemente perché vengono toccati interessi troppo importanti. L'accordo sull'Unione bancaria non è andato come raccontano Letta e Saccomanni, quindi. Il quadro che esce dalla ricostruzione dei due giorni di vertice fatto da Le Monde è molto crudo e realistico. A suffragare questa versione ci sono addirittura le parole di Romano Prodi, che parla della necessità di consolidare uno schieramento dei paesi del Sud contro la Germania. Qualche avvisaglia che il vertice fosse rimasto indigesto a molti era arrivata dalla "rivolta" del Parlamento europeo che proprio sulle norme di supervisione sulle banche aveva parlato di esautoramento dei poteri istituzionali. 

In pratica, al Consiglio europeo di Bruxelles del 19 e 20 dicembre, c'e' stato un vero e proprio ''Quasi tutti contro Angela Merkel''. Le Monde cita ''conversazioni ricostituite sulla base di note interne'' di numerose delegazioni. Solo il presidente della Bce Mario Draghi e quello della Commissione europea Jose' Manuel Barroso hanno appoggiato la cancelliera secondo il giornalista Philippe Ricard. Non e'
piaciuta a quasi nessuno - scrive - la sua ricetta per uscire dalla crisi dei debiti sovrani: e cioe' ''la firma di contratti vincolanti tra ogni capitale e la Commissione europea per inquadrare le riforme, in cambio, se del caso, di un incentivo finanziario''. Anche alleati tradizionali della Germania hanno preso le distanza, come l'austriaco Werner Faymann, che ha ricordato la necessita' di rispettare i parlamenti nazionali e la sovranita' di ciascuno. Scettico, ma per ragioni opposte (gli incentivi) anche l'olandese Mark Rutte e il finlandese Jyrki Katainen.

Il fronte del Sud
Tra i paesi del sud - scrive sempre Le Monde - il fronte del no e' stato guidato dallo spagnolo Mariano Rajoy, contrario a qualsiasi perdita di sovranita', mentre il francese Francois Hollande e' rimasto discreto, come anche il belga Elio di Rupo: preferiscono aspettare le elezioni europee del maggio 2014 prima di prendere posizione in maniera definitiva.
Secondo il quotidiano parigino, la Merkel si e' innervosita piu' di una volta, convinta che l'euro ''prima o poi esplodera', senza la coesione necessaria'', o temendo che a un certo punto ''si uscira' dai binari'', come e' quasi successo con la crisi greca. La cancelliera e' convinta che sia meglio spendere 3 miliardi di euro adesso per ottenere una serie di cambiamenti, che spenderne 10 od oltre in futuro per un programma di salvataggio. Ma nessuno o quasi la pensa come lei.

Se Prodi si arrabbia
Che tiri un’aria da catastrofe imminente lo conferma anche Prodi, che in quanto a questioni europee non è proprio l’ultimo arrivato. ''Non si esce in modo stabile dalla crisi solo obbligando i Paesi piu' deboli a dolorosi aggiustamenti fiscali. Se non sono accompagnati da una riforma delle politiche dei trasferimenti e da mutamenti sostanziali delle politiche economiche anche dei Paesi piu' forti, l'esito finale non puo' che essere la deflazione''. E visto che ''non possiamo aspettarci un prossimo cambiamento di rotta da parte della Germania'', e' necessaria ''una politica comune da parte di Francia, Spagna e Italia''. Scrive l'ex premier in un editoriale pubblicato da Messaggero, Mattino e Gazzettino. ''A Bruxelles la spaccatura fra Nord e Sud si sta sempre piu' trasformando in un match Germania contro tutti, nel quale la Germania, forte del proprio ruolo politico ed economico, gioca una partita solitaria anche nei confronti dei suoi tradizionali alleati'', osserva Prodi.
''Di fronte ai nostri colleghi europei, abbiamo l'obbligo di mettere in atto le riforme necessarie per migliorare il nostro sistema economico, ma possiamo essere solo noi in grado di dire a Bruxelles quali sono le riforme piu' utili e, dopo un accordo con la Commissione, metterle in atto'', scrive Prodi, secondo cui ''adottando questi comportamenti saremo capaci di portare avanti un'efficace politica comune con Francia e Spagna, in modo da indurre i nostri amici tedeschi a sottoscrivere le correzioni necessarie per dare finalmente sostanza alla ripresa economica''. ''Con queste linee di condotta il nostro governo – conclude l'ex premier - diventera' piu' forte e autorevole e sara' in grado non solo di godersi il panettone anche per il prossimo Natale ma, soprattutto, non sara' costretto a gustarlo obbligatoriamente accompagnato da un contorno di wurstel''.

www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2013/12/22/38717-leuropa-sta-per-esplodere-ma-non-ditelo-agli-europei-ecco/

domenica 22 dicembre 2013

in embrione, soggettività ed organismi politici si stanno formando nella lotta contro l'Euro

Nella crisi economica in atto, in Europa l'unica proposta convincente e quella di uscire dall'Euro che apre delle prospettive e un futuro per l’Italia.

Dal 2007/08 viviamo la crisi mondiale del neoliberismo-capitalismo totalizzante, i profitti della finanza sono sostenuti attivamente dagli stati attraverso l’immissione di liquidità.
Gli Stati Uniti hanno una crescita asfittica, con una disoccupazione al 7% e con un mondo del lavoro pienamente precarizzato.

La crisi ha messo in evidenza  come l’Euro è stato costruito e viene gestito e del suo inserimento e dei suoi rapporti all'interno del Capitalismo Totalizzante.

La costruzione dell’Euro basato essenzialmente su cambio fisso, inflazioni , sistemi produttivi e tassazioni diverse avrebbe portato e ha portato bilance commerciali in negativo escluso per la Germania. Non è stato prevista, volutamente, nessuna camera di compensazione.

La gestione dell’Euro è stata condotta dalla Germania con i: Patti di Stabilità, Fiscal Compact, Pareggi di bilancio nelle Costituzioni.
La Germania ha comandato e le classi dirigenti e politiche italiane hanno ubbidito.

Le classi dirigenti e politiche italiane hanno tradito il popolo italiano assecondando gli interessi dei Capitali europei e mondiali e non salvaguardando i bisogni della propria gente.

Le classi dirigenti e politiche italiane dirigono il loro agire per mantenere ed alimentare gli enormi profitti per il capitale tedesco, europeo e mondiale, togliere stato sociale (impoverimento della scuola pubblica, riduzione/eliminazione delle pensioni, privatizzazione della sanità pubblica), riduzione dei redditi, aumento della disoccupazione e istituizione della precarietà come forma unica di lavoro, attraverso le politiche di austerità.

L’Eurocentro, le classi dirigenti e politiche l'unica cosa che vogliono è di mantenere i profitti del capitale, per realizzare questo devono sottrarre tutto ai vari ceti sociali lasciandogli solo l’indispensabile per sopravvivere: servo moderno.

La crisi mondiale non finirà, il Sud America con formule diverse sta cercando la sua strada, la Cina ha deciso di sviluppare il suo mercato interno. Gli Stati Uniti e il Giappone e la Gran Bretagna immettono liquidità alimentando una bolla finanziaria che inevitabilmente scoppierà.

La prospettiva di uscire dall'Euro, riprenderci la Sovranità Nazionale, Politica. Monetaria e Territoriale è l'unica soluzione possibile.

Nessuno ci regalerà niente, quello che riusciremo a fare dipende solo da noi, dalle nostre idee, convinzioni, tenacia, pazienza, umiltà, capacità di comunicare e capacità di trasmettere tutto ciò.
Sarà una lotta dura e dolorosa che non lascerà le cose nella maniera con cui partiamo.

Uscire fuori dall’Euro sarà problematico e NON indolore, è in questa battaglia che si foggeranno soggettività politiche, organismi politici che siano all'altezza di condurre la Nazione fuori dal baratro.

Nella lotta contro l'Euro, in embrione, si stanno costruendo soggettività ed organismi politici che saranno i prodomi del cambiamento, quanto questo sarà profondo ed incisivo non si ha la possibilità di sapere.

Organismi politici che nascono a tavolino anche  partendo da prospettive politiche comuni nascono già morte e non potranno far fare alle soggettività coinvolte nessun salto qualitativo. Solamente gli organismi politici che si forgiano nella battaglia, nel percorso di lotta potranno accumulare e far crescere soggettività politiche adeguate e incisive.

Il filo conduttore, allo stato dell'arte, è l'uscita dall'Euro. Primo mattone assoluto per potere proporre cambiamenti radicali in cui la comunità abbia come obbiettivo l'invenzione del lavoro per tutti.

Il 26 e il 27 ottobre 2013 a Pescara.
Il 7 dicembre 2013 a Roma.
L'11 e 12 gennaio 2014 a Chianciano.
Il 18 gennaio 2014 a Civitavecchia.
Sono stati e saranno momenti di riflessione per fare il punto e ripartire nella lotta contro l'Euro.

L'albero della storia è sempre verde.

martelun 

addio Costanzo

Nella notte tra venerdi 22 e sabato 23 novembre 2013 è morto Costanzo Preve.
Costanzo Preve è stato uno dei più importanti filosofi marxisti, saggista e analista politico.
La sua riflessione può essere distinta in due distinti periodi.
Nel primo periodo (1975-1991), si è opposto al Postmodernismo cercando di recuperare alla storia del comunismo i pensatori marxisti più originali e innovativi (l’ultimo Lukács, l’ultimo Althusser, Ernst Bloch, Adorno).
Il secondo periodo, che corrisponde alla fine del “comunismo storico novecentesco” si pone contro tutti i tentativi di una rifondazione puramente formale del comunismo, lavorando a una sua generale rifondazione antropologica, evidenziando sempre più una discontinuità teorica e politica con la sinistra italiana. Sarà in questo periodo che elaborerà il concetto di Comunitarismo.
Ha collaborato per anni con la nostra comunità umana e politica e, in questo momento di cordoglio e di dolore, non possiamo fare altro che ringraziarlo. Spetta a tutti coloro che lo hanno seguito in questi anni portare avanti la sua opera e le sue idee.
Ciao compagno