L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 22 gennaio 2014

L'Europa non è un popolo o una Nazione


Ricordiamo Costanzo Preve +  [officina cultura]
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Nella notte tra il 22 e il 23 novembre è morto il filosofo marxista Costanzo Preve. Pensatore sicuramente originale, ha prodotto nei suoi anni numerosi testi, tra i quali possiamo ricordare "Elogio del Comunitarismo" (2006, Controcorrente); "Storia critica del marxismo" (2007, Città del sole); "Ripensare Marx. Filosofia, Idealismo, Materialismo".

Insieme al suo impegno teorico, per una rifondazione antropologica del "comunismo storico novecentesco" si è impegnato e ha espresso sempre la sua posizione sui maggiori eventi politici: dall'aggressione alla Yugoslavia alla guerra in Libia.

Ultimamente espresse la sua posizione di radicale opposizione al progetto eurista, contrariamente alla maggior parte degli intellettuali provenienti dalla sinistra, e anche per questo non possiamo che salutarlo come un nostro compagno di lotta.

Lo vogliamo ricordare nella maniera migliore, con le sue parole, riproponendo tratti di un articolo che affronta proprio il tema dell'Europa. Ciao Costanzo.


Il progetto di un’Europa politicamente e culturalmente unita è, in quanto tale, qualcosa di nobile. Esso trova le sue radici in una lunga storia, in cui peraltro le discontinuità ed i conflitti sono almeno altrettanto grandi della continuità e dell’affinità. Il discorso culturale sulle cosiddette “radici comuni” dell’Europa è molto diffuso, ma a seconda dei punti di vista diventa un gioco di aggiunte e di esclusioni. I credenti insistono sulle “radici cristiane” dell’Europa, mentre i laici cercano di toglierle in tutti i modi, ed insistono invece su temi a loro cari, come la rivoluzione scientifica e l’illuminismo. Dal momento che non sono per ora di moda nel difficile mondo dei ceti intellettuali politicamente corretti, Hegel e Marx sono però esclusi, in quanto sono ancora scritti sulla “lavagna dei cattivi”.
Le generazioni trainanti dell’unificazione politica dell’Europa sono state soprattutto due. La prima è composta da coloro che hanno vissuto il trauma della prima guerra mondiale, e sono ormai tutti defunti (AdenauerDe GasperiSchumann, eccetera). La seconda è composta da coloro, oggi ormai quasi centenari, che hanno vissuto il trauma della seconda guerra mondiale (il tedesco Schmidt, l’italiano Ciampi, eccetera). E’ allora del tutto chiaro il loro movente psicologico, che possiamo tranquillamente riconoscere come nobile: mai più il macello sanguinoso della prima guerra mondiale! Mai più il macello sanguinoso della seconda guerra mondiale! Pace ed unità fra i popoli europei!
E tuttavia, anche la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. L’aver cancellato Hegel e Marx come padri filosofici dell’Europa comporta anche la cancellazione della dialettica storica, e la sua sostituzione con l’innocuo moralismo kantiano e con le buone intenzioni retoriche.
In questa fine del 2011 i nodi sono giunti al pettine. L’unificazione economica europea è stata un atto di irresponsabile avventurismo storico. E allora non intestardiamoci nell’errore. Facciamo un passo indietro, finché siamo ancora in tempo.
In primo luogo, l’Europa non è un popolo o una nazione. Non esiste una nazione europea. Non esiste un popolo europeo. Chi prende in giro la bossiana Padania, dicendo che non esiste, ha effettivamente ragione (e anche io penso che la Padania non esista, già il Veneto ed il Friuli esistono molto di più), ma ha poi torto se pensa che invece l’Europa esista. Per dirla con Metternich, l’Europa è solo un’espressione geografica. L’Italia invece non lo è.
Un progetto politico, anche nobile, non può costituire una nazione. Ci vuole il consenso dal basso dei suoi cittadini. L’esempio della Bosnia dovrebbe insegnare qualcosa, se si volesse ancora imparare, e non fossimo nelle mani di manipolatori mediatici e di bombardatori Nato, con i loro vergognosi finti magistrati dell’Aia. I serbi e i croati non volevano stare insieme, e i musulmani da soli non potevano obbligarli. Un esempio contrario è la Svizzera, che infatti è un’unica nazione multiculturale. I ticinesi non sono stati costretti a stare con i tedeschi e i francesi in una grottesca “elezione maggioritaria”, ma sono in stragrande maggioranza d’accordo a starci insieme. E potremmo fare molti altri esempi.
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Paradossalmente, da circa trent’anni il ceto universitario ha scoperto che le nazioni non esistono, che sono state inventate in epoca romantica da poeti e scrittori, e che sono semplici “comunità immaginarie”. Naturalmente, non è affatto vero. Le nazioni esistono, i popoli esistono, e soltanto le oligarchie finanziarie ed i loro intellettuali asserviti vorrebbero distruggerle. Non dimentichiamoci mai che, secondo la corretta impostazione di Bordieu, gli intellettuali come gruppo sociale sonoun gruppo dominato interno alla classe dominante. Gli intellettuali universitari hanno un guinzaglio lungo, perché devono dare l’impressione di essere liberi opinatori, certo molto più lungo di poliziotti, militari, diplomatici, eccetera, ma hanno sempre un guinzaglio, anche se lungo. Se il gruppo dominante della classe dominante, e cioè le oligarchie finanziarie globalizzate a guida imperialistica Usa, decidono che si deve archiviare lo Stato nazionale sovrano sulla moneta, è solo questione di tempo perché i pagliacci del circo universitario “scoprano” che le nazioni sono solo “comunità immaginarie”.
Ma ovviamente non è così. Le nazioni ed i popoli non si clonano dall’alto con una decisione economica. Nessuna Bce e nessuna giunta tecnocratica Monti potrà mai farlo.
Inoltre, il continente europeo è occupato da basi militari Usa, dotate di armamento nucleare, a quasi settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Non ci può essere democrazia ad Atene con una guarnigione spartana insediata stabilmente sull’Acropoli. Non ci può essere democrazia in Europa con le decisioni strategiche di politica internazionale prese in un diverso continente.
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Eppure, si vorrebbe fare l’Europa senza sovranità geopolitica. Ipocritamente ci prendono in giro dicendoci che, una volta fatta l’Europa, potremo contare di più anche rispetto agli Usa. Sfacciati mentitori! Il congedare le basi Usa in Europa non può essere l’esito finale di un processo, ma solo un presupposto per poter parlare di sovranità europea. Un bambino lo capirebbe, purché non imbonito e corrotto da giornalisti, opinionisti superpagati e professori universitari boriosi.
A un’espressione geografica che non era né un popolo né una nazione, e che per di più è occupata da basi militari straniere, si è voluto imporre una unificazione economica avventuristica. Fermiamoci prima che sia troppo tardi.
Molti degli oligarchi si sono accorti che l’Europa economica non può funzionare. Il gioielliere Bulgari (cfr. Repubblica, 6/12/2011) scrive che “la ricetta oggi non è tanto come salvare l’euro, ma come salvarci dall’euro”. Non si poteva dire meglio, ma lo scandalo è che debbano essere gli oligarchi a dirlo, perché la “sinistra” degenerata è passata dal culto del socialismo sovietico al culto dei “grandi insiemi commerciali” globalizzati (e questo tutta la sinistra, e non solo certo Bersani, Napolitano e Veltroni, ma anche Vendola, Ferrero e Diliberto, ansiosi di tornare in un parlamento commissionato e svuotato di ogni sovranità). Il santone degli economisti Joseph Stilglitz è ancora più chiaro di Bulgari: “gli economisti su entrambe le sponde dell’Atlantico non discutono più se l’euro sopravviverà, ma come far sì che il suo crollo provochi il minor sconquasso possibile” (cfr. Repubblica, 7/12/2011). Faccio notare che queste due sentenze oracolari dell’oligarchia (Bulgari e Stilglitz) sono state entrambe pubblicate da un quotidiano che nelle altre pagine urla che per salvare l’euro gli italiani sono chiamati a fare sacrifici terribili in termini di welfare ed età pensionabile.
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Quest’Europa, quindi, è fuori controllo. A scadenza storica, passati i tempi nervosi dell’attualità politica, l’euro sarà servito alle oligarchie a distruggere 150 anni di risultati, sia pure modesti e miseri, di riformismo socialista e “borghese”. Gramsci non avrebbe mai potuto immaginare che questo sarebbe stato fatto, in un’inedita combinazione di tragedia, commedia e dramma satiresco, con la collaborazione attiva di alcuni mostri da lui stesso evocati, come D’Alema e Napolitano. Ma chi conosce la storia di Frankenstein non dovrebbe stupirsi.
Soltanto la dialettica, hegeliana e poi marxiana, può spiegare questo processo. Per questo la dialettica è esorcizzata, sia in alto (i sofisticati intellettuali) sia in basso (la plebaglia ansiosa di linciare prima Craxi e poi Berlusconi). Ma forse la giunta Monti, arrivata al potere con un vero golpe freddo (la minaccia al Berlusca di far fuori le sue aziende in borsa) innescherà un processo di ripensamento. Non ci spero molto, perché conosco la stupidità dei miei polli. Ma cerchiamo di crederci.
Rodolfo Monacelli - 23/11/2013

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