L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 11 giugno 2014

a settembre il massacro sociale: tagli, tasse e vendita di aziende pubbliche, mentre il TTIP avanza nella melma

VENGHINO SIGNORI! VENGHINO! di Piemme

11 giugno. CHE CI È ANDATO A FARE PADOAN A WALL STREET?

Sappiamo una cosa per certa, che il neoliberismo è quello stato in cui il capitalismo si manifesta nella forma che gli è più congenita, quella del demone che scatena tutta la sua crudeltà divorando tutto ciò che gli capita a tiro, come Saturno i suoi stessi figli. Credessimo alla filosofia della storia hegeliana, ci piacerebbe pensare che questo sia davvero l'ultimo stadio, il capitolo finale del ciclo biologico della bestia. 
Piegata l'ondata operaia degli anni '60 e '70, posto fine al "ciclo keynesiano", il capitale si è dato ad una caccia sfrenata al profitto (suo impulso vitale), razziando ogni risorsa disponibile. Dal saccheggio di quelle del cosiddetto "terzo mondo" è passato all'estorsione su larga scala delle proprietà pubbliche e dei beni comuni negli stessi paesi imperialistici. Seppure in maniera e con ritmi diseguali a seconda delle nazioni, tutto il privatizzabile è stato privatizzato, a cominciare dalle banche centrali e dalla facoltà di emettere moneta, per sbranare poi ogni sorta di cespite statale, come pure i risparmi dei cittadini, erosi da una crudele politica tributaria .

In Italia questo processo ebbe inizio con il famigerato "divorzio" del 1981 tra Ministero del tesoro e Banca d'Italia, primo atto di quel processo per mezzo del quale lo Stato, se ora voleva spendere più di quanto incassava, doveva indebitarsi, non più solo coi propri cittadini, ma sui mercati finanziari internazionali, preda dunque dello strozzinaggio, più noto come "crisi del debito pubblico". La rapina su larga scala (preceduta da una martellante campagna mediatica tesa a mettere sotto accusa che ogni azienda pubblica era sinonimo di inefficienza, spreco e improduttività) procedette spedita in Italia negli anni '90. Serviva uno shock per giustificare la consegna del bottino. L'operazione giudiziaria di "mani pulite" era quello che ci voleva: occorreva spedire in galera alcuni ladruncoli di partiti ormai marci e capitani d'industria vecchio stampo per distogliere lo sguardo dei cittadini dal fatto che si stava preparando il più grande ladrocinio della storia italiana moderna.


Da allora è stata una valanga di privatizzazioni di aziende pubbliche, tutte giustificate con la coppia di criteri per cui: il privato sarebbe stato più efficiente e quindi i cittadini ne avrebbero tratto vantaggio con una diminuzione dei costi. I risultati sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere.

Che c'entra Pier Carlo Padoan?
Egli da un paio di giorni è in vista negli Usa. Dopo essersi incontrato con il Segretario al Tesoro americano Jack Lew per confermare l'adesione convinta dell'Italia al Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), si è recato nel tempio del capitalismo-casinò, Wall Street. 
Da New York il corrispondente de Il Sole 24 Ore scrive: «Wall Street ha ricevuto Pier Carlo Padoan in un clima di accresciuta fiducia nell'Italia, che può offrire opportunità di migliorare ancora la percezione del paese e gli investimenti in arrivo».
Investimenti in arrivo? Non si intende solo il flusso speculativo rialzista orientato all'acquisto del debito pubblico italiano, o delle obbligazioni e delle azioni delle banche —flusso favorito dalla politica monetaria espansiva della Federal reserve, e che al primo stormir di fronde potrebbe rovesciarsi nel suo contrario.
 
Il piazzista Padoan ha incontrato alcuni alcuni grandi pescecani della finanza per presentargli un'appetitosa mercanzia: la privatizzazione di Enav, Poste e Fincantieri. Ovvero ciò che resta di aziende pubbliche strategiche. Gli squali, ovviamente, hanno gradito le pietanze: 
«Martedì sera al suo arrivo a New York, Padoan è stato ospite d'onore di una tavola rotonda con opinion makers americani organizzata presso il think thank Council of foreign relations. Gli interlocutori hanno chiesto delucidazioni sulla strategia riformatrice del governo, a cominciare proprio dall'avanzata dei progetti di privatizzazione (...)  Padoan ha rassicurato i (presenti) e come elemento cruciale ha sottolineato le privatizzazioni, citando gli esempi più vicini quali Poste e Fincantieri, ambiziose sia per l'obbiettivo di rendere più competitire le azienze coinvolte che di reperire risorse destinate a ridurre il debito pubblico. E ha parlato di una spending review che consentirà di reperire risorse per il taglio delle tasse». [Marco Valsania, Il Sole 24 Ore, 11 giugno]
Sono davvero stucchevoli le trappole semantiche del giornale della confindustria: si dice una cosa per significare il suo opposto: la svendita a prezzi di saldo viene chiamata "ambiziosa strategia riformatrice"; giustificandola poi col solito mantra liberista: "rendere più competitive le aziende". Cosa significhi "rendere più competitive" lo si è visto negli anni: spezzatini e fusioni motivati da scopi speculativi, tagli drastici di personale, disinvestimenti. I limoni, una volta spremuti, verranno poi rimessi sul mercato al miglior offerente.

Se c'è un'opposizione vera in questo Paese, questa dovrà far sentire la sua voce. Dovrà impedire le privatizzazioni annunciate dal governo di Matteo Renzi. Dovrà impedire l'adesione al Ttip. Dovrà prepararsi alla grande battagli contro il Fiscal compact.
http://sollevazione.blogspot.it/2014/06/venghino-signori-venghino-di-piemme.html 

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