L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 giugno 2014

Alternativa al Capitalismo tutti gli individui, nessuno escluso, delle Comunità



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Contro il muro

L'origine comune della crisi ecologica e della crisi economica

di Claus Peter Ortlieb

sedie25255b525255dSe nei centri capitalisti, la discussione pubblica interpreta la crisi economica, nonostante la sua persistenza, come un fenomeno puramente passeggero, invece si accorge perfettamente del fatto che la crisi ecologica proviene dalle stesse fondamenta del modo di vita moderna. E' troppo evidente, infatti, la contraddizione tra l'imperativo economico della crescita, da una parte, e la finitezza delle risorse materiali e della capacità dell'ambiente di assorbire i rifiuti prodotti dalla civilizzazione, dall'altra. Da alcuni anni, la catastrofe climatica annunciata occupa il primo piano della discussione, anche se oggi se ne parla un po' meno, date le nuove priorità derivanti dagli sforzi di far fronte alla crisi economica. L'obiettivo dei 2° C, grazie al quale si dovrebbe essere in grado di evitare i peggiori effetti del riscaldamento globale, viene ormai considerato del tutto irraggiungibile. Eccetto il calo che si è registrato durante l'anno di recessione 2009, l'emissione mondiale di CO2 continua ad aumentare inesorabilmente, e a sua volta il cambiamento climatico comincia a rafforzarsi, segnatamente liberando un surplus di gas serra provenienti dallo scongelamento del permafrost, o diminuendo la riflessione delle radiazioni solari nello spazio a causa dello scioglimento dei ghiacciai. Tuttavia, il cambiamento climatico non rappresenta che uno dei campi di battaglia su cui si combatte la "guerra del capitale contro il pianeta", come la chiamano i sociologhi statunitensi John Bellamy Foster, Brett Clark e Richard York nel loro straordinario libro (anche se in molti paesi non è mai stato tradotto) intitolato "The Ecological Rift. Capitalism’s War on the Earth", New York, Monthly Review Press, 2010.
All'acidificazione degli oceani, alla crescente scarsità d'acqua, all'erosione del suolo, al rapido declino della biodiversità e all'inquinamento da prodotti chimici, si vengono ad aggiungere dei processi di sviluppo economico strettamente legati fra di loro e distruttivi dell'ambiente, ognuno dei quali è sufficiente da sé solo a rendere inabitabile, a medio termine, vaste porzioni della Terra. Più in particolare, i dati raccolti nel quadro del cambiamento climatico hanno messo in evidenza dove si trovano i responsabili di questa catastrofe ormai difficilmente evitabile, e che riguarderà innanzitutto i poveri: nel 2010, l'emissione di CO2, pari a 4,4 tonnellate per abitante nell'insieme del pianeta, era di 17,3 tonnellate per gli USA, 9,3 per la Germania, 7,0 per i paesi europei membri dell'OCSE, 5,4 per la Cina, 1,4 per l'India e 0,9 per l'Africa. La Cina, come si vede, nel corso degli ultimi dieci anni, ha felicemente recuperato il suo ritardo, visto che nel 2004 la sua emissione di CO2 per abitante era ancora inferiore alla media mondiale. Questo attiene chiaramente al suo tasso di crescita che rimane sempre elevato, mentre i paesi dell'OCSE fanno fronte ad una recessione e vedono così diminuire leggermente le loro emissioni di CO2.
Molti altri dati mettono ancora in evidenza la forte correlazione esistente fra superamento dei limiti naturali e sviluppo della ricchezza capitalista. Con poche eccezioni, si può grosso modo dire che più uno Stato è ricco e sviluppato, più contribuisce alla distruzione generale dell'ambiente. E' raro che quelli che provocano tale distruzione vengano toccati in prima persona dalle ripercussioni. Ancora, grosso modo: i paesi sviluppati guidano la "guerra contro il pianeta" ma, quanto alle conseguenze, i primi a sentirle sono i paesi poveri. Non c'è dubbio che questa sia una delle ragioni che spiega perché si combattono sempre i sintomi, senza mai attaccare le cause. Ma se si scava un po' più in profondità, si scopre che la vera ragione risiede nell'importanza che sembra avere ancora oggi la crescita economica ai fini del benessere della società moderna. Le crisi sono sempre delle crisi di crescita. Affinché dei paesi come, per esempio, il Portogallo possano uscire dalla loro situazione critica, ci dovrebbe - è il parere generale - una crescita del PIL del 3% l'anno per dei decenni, crescita che nessuno sa da dove dovrebbe provenire; la Cina, dai calcoli dei suoi dirigenti, ha bisogno di una crescita annuale di almeno il 7% e per questo moltiplica i programmi di rilancio; del resto, anche i vertici del G8 o del G20, nonostante le loro divergenze, riconoscono a loro volta, all'unanimità, che deve essere fatto tutto per stimolare la crescita mondiale. Evidentemente, abbiamo a che fare con un dilemma: in concorrenza con gli altri o meno, ogni società moderna deve assolutamente crescere, altrimenti rischia di andare in frantumi e di ritrovarsi nella situazione degli Stati del "socialismo realmente esistente" alla fine degli anni 1980, o nella situazione di quelli delle recenti "primavere arabe" - le ideologie democratiche o islamiste accusate di aver portato a questi capovolgimenti non sono altro, in entrambi i casi, che puro folklore. Ma d'altra parte, il tipo di crescita di cui stiamo parlando fa aumentare, in proporzione, la distruzione dell'ambiente. Alla fine, ci ritroviamo col dover scegliere fra decomposizione sociale e saccheggio delle risorse naturali.
La questione è perciò quella di sapere se questo dilemma abbia una soluzione. Il problema, in questo caso, è che la coscienza borghese considera come sacrosanti il modo di produzione capitalista e le sue categorie: lavoro, merce e denaro, salario e profitto, Mercato e Stato. La fine del mondo sembra meno inconcepibile del rovesciamento di questa formazione sociale assai specifica storicamente. Ora, fintanto che il capitalismo passa per qualcosa di così naturale come quest'aria che respiriamo e di cui presto rischiamo di rimanere senza, sarà impossibile trovare una risposta adeguata alla questione di un esito possibile al nostro dilemma. Ogni dibattito sulla crisi ambientale gira forzatamente a vuoto e assume degli aspetti stranamente irreali, dal momento che tutte le parti ragionano solo su delle basi fittizie, per produrre, nel migliore dei casi, delle soluzioni apparenti - cosa di cui tutti sono perfettamente coscienti. Quello che salta all'occhio con maggior evidenza per quanto riguarda i falchi dell'economia - a parte la loro pura e semplice negazione del problema - è che una risorsa economicamente improduttiva come una foresta pluviale sfugge alla loro visione percettiva quanto sfugge il futuro che si trova al di là dell'attuale ciclo di valorizzazione. Per quel che riguarda i periodi un po' lontani, essi fanno volentieri ricorso a quel che si chiama "tasso di attualizzazione", per mezzo del quale fanno sparire i costi futuri. L'ex-economista in capo della Banca mondiale, Nicholas Stern, nel rapporto datato 2006 che porta il suo nome, ha valutato in anticipo il costo in dollari del cambiamento climatico - grazie a cui il dibattito sul clima ha potuto veramente cambiare di marcia, nel senso che, alla fine, era questione di soldi. Dopo il rapporto Stern, il costo di un cambiamento climatico incontrollato fino alla fine del secolo raggiungerebbe tra il 5 ed il 20% del PIL mondiale, mentre le contromisure necessarie non richiederebbero che un investimento dell'1% del PIL mondiale nei vent'anni a venire, finanziato, per esempio, attraverso una carbon tax. La questione, con un tale genere di calcoli, è sempre quella di sapere come vengono comparati tra loro i costi futuri con i costi da sostenere oggi. Il rapporto Stern prevede un'attualizzazione dell'1,4% l'anno, che vuol dire che un costo di mille dollari da sostenere in 90 anni, oggi figura nei libri contabili sotto forma di 285 dollari. Quello che gli economisti classici sostengono - William Nordhaus, professore di economia a Yale, in testa - è che si tratta di un'attualizzazione fissa troppo bassa, poiché in virtù della crescita economica, il mondo sarà senza dubbio nell'avvenire ben più ricco di quanto lo sia attualmente. Nordhaus allora rifà i calcoli con un'attualizzazione del 6% l'anno: il mille dollari pagabili in 90 anni ora corrispondono a soli 5 dollari di oggi, ne consegue che i costi futuri possono essere largamente ignorati. La crisi ambientale viene così rimossa dal calcolo, non esiste più.
Aziende e governi procedono in un modo un po' meno brutale, essendo obbligati a prendere in considerazione le inquietudini dei loro clienti ed elettori. E' qui che interviene una strategia che ha già fatto le sue prove, quella del "greenwashing", che consiste nell'accontentarsi di far finta di proteggere l'ambiente e il clima. Nel caso delle imprese, è chiaro che ad esse interessa solo la loro immagine verde (e sociale), che devono definire con la massima cura se vogliono che i loro prodotti vengano consumati senza cattiva coscienza. Quello che succede dietro la bella facciata, però, non ha praticamente alcuna importanza, dal momento che non si vede. Da parte loro, i governi devono innanzitutto compiere la loro missione: garantire che la valorizzazione del capitale incontri meno ostacoli possibili. E' per questo che li abbiamo eletti, e da questo dipende la loro capacità di agire al di là delle sole entrate fiscali. La protezione dell'ambiente - anche quando, naturalmente, si insiste sulla sua importanza - non ha altra scelta che adattarsi a questo letto di Procuste, che al bisogno può anche essere dipinto di verde. In Germania, questa logica è particolarmente evidente quando si tratta degli interessi dell'industria automobilistica, che è il cuore del modello economico tedesco: beninteso, nelle conferenze internazionali, si concorda sul fatto che bisogna assolutamente ridurre le emissioni di CO2 che proviene dal traffico stradale; man non appena qualcuno perviene a delle misure concrete - come la Commissione europea nel 2007, quando reclamava che si tassassero, a partire dal 2012, le auto che rilasciavano più di 130 grammi di CO2 per chilometro - un buon ministro dell'ambiente tedesco (Sigmar Gabriel) vede in questo solo un semplice "attacco della concorrenza contro i costruttori di automobili tedesche". Quanto alla famosa rottamazione del 2009, un programma di rilancio a favore dell'industria automobilistica e di rovina ambientale di prim'ordine, veniva presentata sotto l'etichetta verde di "qualità ambientale".
I partiti politici esclusi dal governo e i gruppo extraparlamentari, al contrario, possono permettersi di ridefinire le priorità nel senso di un migliore equilibrio e di spingere alla riconciliazione fra economia ed ecologia - riconciliazione alla quale non credono neppure loro, fintanto che non sono obbligati a concretizzarla. Appaiono allora dei concetti quali "New Deal verde", "Ciclo ecologico di Kondratiev", ecc., con cui si intende una nuova e lunga onda di accumulazione capitalista basata sulle "tecnologie verdi" e che prenda le consegne dall'attuale "capitalismo finanziario". A tal riguardo si sottolineano i benefici che questo comporterebbe in termini di nuovi impieghi e di sviluppo economico; come se, improvvisamente, l'ecologia non costituisse più un ostacolo per l'economia ma, al contrario, la via più breve verso dei nuovi profitti. Nel dibattito pubblico tedesco, si intendono evidentemente degli impieghi e dei profitti per la Germania, leader del mercato. Una trasposizione al mondo intero, del resto, sarebbe impossibile: finché l'energia verde rimarrà più cara dell'energia fossile, non potrà imporsi in senso alla concorrenza capitalista. E viceversa: essa costerà meno - eventualmente - solo passando attraverso un processo di razionalizzazione che espellerà enormi quantità di lavoro vivente (ma anche, insieme, di profitti) fuori dalla sua produzione. Sarebbe allora la fine di questi nuovi impieghi che si ipotizzavano, nel migliore dei casi, in Germania, ma assai più verosimilmente in Cina.
L'obiettivo di una "crescita economica sostenibile" che traduca questi concetti - obiettivo in favore del quale si è pronunciato, per esempio, il vertice dell'ONU sullo sviluppo sostenibile, che si è tenuto a Rio de Janeiro nel 2012 - si rivela essere, quale che sia l'estensione che si dà al concetto di sostenibilità, una contraddizione nei termini, rispetto a quello che si intende, in ogni caso, per crescita economica nel senso corrente. (Ma quale altro senso potremmo darle?) A tenere questo genere di discorsi, non si fa altro che nascondere la problematica ambientale-climatica e si tenta di persuadere che è possibile conciliare l'inconciliabile. Stimando che non si arriverà mai a disaccoppiare crescita economica e distruzione accelerata dell'ambiente, gli avvocati di una "società della decrescita" ne hanno tratto la conclusione logica che convenga sbarazzarsi del tutto del concetto di crescita. Data la stretta correlazione fra modo di produzione capitalista e feticismo della merce, bisogna ipotizzare, secondo la letteratura consacrata alla decrescita, un vero e proprio programma di abolizione. In pratica, tuttavia, Horst Köhler, ex Presidente della Repubblica Federale Tedesca, non esita ad invocare, senza che nessuno lo contraddica, una "economia di mercato sociale ed ecologica" - come se potesse esistere un'economia di mercato non capitalista. Si spera, insomma, che gli imprenditori non corrano più dietro al profitto ma si sforzino di rendere "sostenibile" la loro produzione. Ci si guarda bene dal rimettere in discussione il denaro in quanto mezzo della socializzazione; bisogna solo che il nostro rapporto con il denaro diventi un tantino più serio - capiamoci: più parsimonioso - di quanto sia stato negli ultimi anni. E naturalmente, in mezzo a questo ambito della decrescita, abbondano anche i discepoli di un Silvio Gesell, i quali ritengono la rendita essere la fonte di tutti i mali e stigmatizzano il "capitale accaparratore". A discapito di qualsiasi analisi pertinente circa la profonda correlazione esistente tra concetto di crescita e modernità, sembra che alla fine non si arrivi altro che ad una critica tronca del capitalismo - e questa a volte può perfino essere peggio di nessuna critica.
Chiunque voglia sfuggire all'imperativo della crescita deve innanzitutto comprendere in che cosa consista. Dare la colpa al consumo eccessivo, significa mancare il problema oggettivo, perché, contrariamente a quello che vogliono farci credere i manuali di macroeconomia, il consumo non è affatto il fine della produzione capitalista. Se così fosse, non ci sarebbe bisogno di pubblicità. Si sa, l'etica protestante dell'ascesa e della rinuncia che oggigiorno numerosi ideologhi della decrescita predicano di nuovo, in effetti è sempre stata presente, fin dall'inizio del capitalismo: guadagnare denaro, non per gettarlo dalla finestra ma per ottenere sempre ancora più denaro, costituisce il fine in sé delirante di ogni attività economica. Il capitalismo è al contempo condannato a crescere: finché può, non smette di produrre merci; appena non può più farlo, entra in crisi. In un tale processo, il consumo è semplicemente un mezzo. Dal momento che produrre merci non è sufficiente, bisogna venderle, se si vuole che il denaro si moltiplichi.
Per capire bene, dobbiamo distinguere qui fra produzione di plusvalore, prodotto concreto e utilizzo delle risorse. Ottenere sempre più plusvalore è il vero fine della produzione e quello che la stimola. Il plusvalore risulta dallo sfruttamento del lavoro, ma bisogna notare che per quanto riguarda la ricchezza astratta creata dal lavoro, quello che conta non è l'attività fisica: conta solo il tempo di lavoro corrispondente al "dispendio di una determinata quantità di muscoli, di nervi, di cervello umano, ec.". Questa richiesta astratta ha non di meno bisogno di un substrato materiale, e la realizzazione del plusvalore necessita che le merci siano prima fabbricate, ma in seguito siano consumate, cosa che presuppone una domanda sufficiente e solvibile.
Con l'aumento della produttività nel corso della storia del modo di produzione capitalista, il rapporto quantitativo è considerevolmente cambiato tra, da una parte la ricchezza astratta misurata in tempo di lavoro, dall'altra il dispendio di materiale richiesto alla sua produzione. L'aumento della produttività trova la sua motivazione nel perseguimento di profitti supplementari per ogni azienda che possa produrre in modo più conveniente rispetto alla concorrenza. Quest'evoluzione porta a far sì che il lavoro vivo sia sempre più espulso dal processo di produzione e venga rimpiazzato con delle macchine. Costi di manodopera sempre più inferiori permettono di produrre sempre più ricchezza materiale. Tuttavia, poiché quest'abbondanza di beni non è il vero fine della produzione, il tempo di valoro non viene per niente ridorro - come sarebbe materialmente possibile e ragionevole - ma si procede ad un calcolo inverso: la produzione della stessa ricchezza astratta, misurata in tempo di lavoro, necessita di un prodotto concreto sempre più importante e - a causa della sostituzione della forza lavora con delle macchine - di un utilizzo delle risorse che cresca ancora più rapidamente. Si tratta di tendenze inverse, come quando la spesa di energia per il prodotto finito si riduce nella misura in cui si accresce l'efficacia energetica. Il rapporto quantitativo tra spesa in materiale e tempo di lavoro è comunque chiaro: cresce continuamente nei settori produttori di plusvalore, cosa di cui ci si può convincere osservando, per esempio, l'evoluzione dell'investimento materiale e monetario che richiede ciascuna impresa industriale.
In questa "contraddizione in processo" (Marx) - che consiste nel fatto che il capitale espelle sempre più dal processo di produzione il lavoro vivo, sullo sfruttamento del quale si basa ancora la forma della ricchezza, motivo per cui è costretto ad utilizzarlo - si trova l'origine comune alle crisi economiche ed ecologiche. Il substrato materiale di questa ricchezza astratta che non può fare altro che crescere oltre misura è bello che finito, cosicché l'espansione deve necessariamente sbattere contro un muro impenetrabile che è rappresentato, da una parte dalla domanda solvibile limitata (crisi economica), e dall'altra parte dai limiti naturali (crisi ecologica).
A tal riguardo, anche il trattamento dei sintomi della crisi - che, a rigore, è ancora possibile all'interno del sistema capitalista - sfocia su una contraddizione: il minimo tentativo per cercare di attenuare la crisi economica per mezzo di programmi di stimolo innesca una maggior distruzione dell'ambiente. All'inverso, per frenare quest'ultima, bisognerebbe prescrivere all'economia mondiale un lungo periodo di profonda depressione, con tutte le conseguenze che comporterebbe, in termini di livello di vita e di aiuti sociali, per le donne e per gli uomini prigionieri del modo di produzione capitalista. Effettivamente, l'unica piccola caduta nella curva di crescita dell'emissione mondiale di CO2 si situa a livello dell'anno 2009, anno di recessione.
Sarebbe necessario mettere in piedi una società pianificata secondo dei criteri dettati unicamente dalla ricchezza materiale, dalla sua produzione e dalla sua distribuzione. Ma, nel capitalismo, la preminenza della ricchezza astratta e l'obbligo di moltiplicarla in permanenza, vietano questa soluzione, come ha costatato Robert Kurz, in un contesto più generale, alla fine del suo "Libro nero del capitalismo":
«I problemi che dobbiamo risolvere sono di una semplicità davvero sorprendente. Si tratta, in primo luogo, di impiegare le risorse esistenti (e sovrabbondanti) di materiali naturali, mezzi di produzione e, innanzi tutto, capacità umane, di modo da garantire a tutti gli uomini una vita buona e piacevole, liberata dalla miseria e dalla fame. Va da sé che sarebbe stato facilmente realizzabile da molto tempo se la forma organizzativa della società non si fosse posta sistematicamente come ostacolo a questa rivendicazione elementare. In secondo luogo, bisogna mettere fine alla dissipazione catastrofica delle risorse, essendo queste, secondo la logica capitalista, consacrate a dei progetti faraonici insensati e distruttivi. E' inutile precisare che la responsabilità di questa "cattiva allocazione" così flagrante e pericolosa per la collettività, non è altro che dell'ordine sociale dominante. E in terzo luogo, infine, c'è a maggior ragione un interesse primario di convertire il tempo sociale disponibile - che, a causa delle forze produttive della microelettronica, si è accumulato in quantità colossali - in tempo libero della stessa durata per tutti, in luogo di una "disoccupazione di massa" per gli uni e di un'accelerazione dei tempi per gli altri.
Si potrebbe giurare che ci troviamo in una favola folle, dove l'assurdo sembra normale al punto che quello che accade diviene del tutto incomprensibile: la coscienza sociale, come colpita da un malefico incantesimo, ha completamente rimoso quello che si trova direttamente a portata di mano, e non si dà più nemmeno la pena di menzionarlo. Nonostante il fatto, di un'evidenza assolutamente lampante, che un utilizzo relativamente ragionevole delle risorse comuni è oramai del tutto inconciliabile con la forma capitalista, si continua a dibattere quei "concetti" e quegli approcci che presuppongono proprio questa forma.»
Non si contestano dunque i meriti di quelle azioni puntuali volte a preservare l'ambiente. Ma la "pace con la natura" che tutti reclamano, potrà avvenire solo quando sarà abolito il capitalismo.
(apparso su Konkret, novembre 2013 )
fonte: Critique Radicale de la Valeur

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