L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 8 giugno 2014

Egitto, con mille contraddizioni una Nazione che rimane unita

Quattro domande (ai giornalisti) sull’Egitto
7 giugno 2014
Pubblicato da renata morresi
di Marco Alloni

Cari giornalisti, sono così stanco che temo riuscirò a fatica a completare questo articolo. Vedete, mentre in Egitto si appresta a guidare il paese Abdel Fattah El-Sisi – che si scrive Abdel Fattah El-Sisi, non Al Sisi, non Sisi, non El-Sissi, e si pronuncia con la “acca” aspirata, non con la “à” accentata, Abdel Fattà – io sto compiendo un trasloco da una parte all’altra della capitale. Il Cairo è rovente: intorno ai 42 gradi durante il pomeriggio. E i lavoratori (‘ommal) non hanno modo di caricare la masserizia la sera: quindi si procede tutti sotto le vampate. Ora mi sono ritirato nella mia caffetteria-ufficio e aspiro a pieni polmoni l’aria condizionata, il tempo di redigere queste righe per voi.
Perché per voi? Perché siete così più stancanti della calura, delle vampe, della siccità! Seguo tra un carico e l’altro le vostre cronache, vi osservo e ascolto mentre la sera mi informate solerti di quel che sta accadendo in Egitto. Leggo i vostri commenti su Facebook, i vostri tweet, i vostri post. E mi domando quali motivazioni, oltre alla conservazione del “posto”, vi spingano a insistere sempre sugli stessi punti.

Non che io non mi spieghi la vostra coerenza: indovinata la formula, l’approccio che suscita il proverbiale “mi piace”, capisco perfettamente che nulla valga come la difesa del conformismo. E tuttavia: perché non osare un soprassalto critico rispetto all’Egitto, perché irretirlo in questa estenuante litania? Possibile non possa essere detto altrimenti? Vedete, anche un bambino capisce che da un punto di vista estremamente generico stiamo assistendo a una “restaurazione militare”. E anche il meno informato dei vostri lettori comprende che il “ritorno dei militari” non è propriamente l’espressione compiuta di quelle che sono le istanze della rivoluzione del 2011. Ma se queste sono ovvietà, perché insistere ancora sulle ovvietà e non interrogarle?

Non risolverò il problemino al posto vostro, non vi servirò su un piatto d’argento l’alternativa analitica alle vostre ecolalie. Ma vi porrò – sono troppo stanco per fare di più – quattro semplici domande. 1) Credete voi, in buona fede, che si debba parlare strico sensu di un “ritorno dei militari”, che cioè El-Sisi sia perfettamente equiparabile a Nasser, Sadat e Mubarak? Oppure questo “ritorno dei militari” merita quanto meno una problematizzazione? 2) Credete voi realmente, sempre in buona fede, che il popolo egiziano sia lo stesso oggi di tre anni fa, e che quella che chiede sia davvero una “restaurazione militare”eo ipso? Oppure è un popolo antropologicamente mutato, che tale “restaurazione” la accetterà solo nei termini ed entro i limiti formali di un ritorno alla stabilità? Ovvero, credete davvero che – per dirla con Kapuscinski – il “superamento della paura” non varrà in futuro anche per El-Sisi, come è valso per Mubarak, Tantawi e Morsi? 3) Nel ricorrere disinvoltamente alla locuzione “restaurazione militare”, siete voi consapevoli della realtà in cui essa si instaura? Ovvero, avete la misura effettiva della mancanza totale di alternative – compresa quella di Sabbahi – oppure tale mancanza vi pare ininfluente al fine di un giudizio sensato sull’Egitto? 4) E se l’alternativa che voi rivendicate – non essendo quella rivoluzionaria in senso stretto, di fatto priva di concreta organizzazione partitica – è quella islamista, siete consapevoli del carattere eversivo che ha rappresentato durante un anno di presidenza Morsi o vi fate bastare l’aspetto esteriore delle “elezioni democratiche” (che tali non furono)?

Ripeto, non risponderò in vostra vece a queste domande. Ma sarei lieto se, tra queste vampe incandescenti, qualcuno usasse la delicatezza, quando scrive di Egitto, di considerarle cruciali. Perché davvero non se ne può più di categorismi, astrazioni e apriorismi. Non se ne può più di essere qualificati “militaristi” perché contrari a una governance islamista, “antirivoluzionari” perché realisti e devoti alla Realpolitik o addirittura “islamisti” o “Fratelli musulmani” se avversi alla giunta militare e ad Abdel Fattah El-Sisi. Non se ne può più di veder ricadere nella solita dicotomia bushiana (“Or you are with us or you are against us”) chi semplicemente si misura con la realtà e non con i suoi sterili paradigmi.

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http://www.nazioneindiana.com/2014/06/07/quattro-domande-ai-giornalisti-sullegitto/


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