L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 9 giugno 2014

facciamo il punto, sul pagliaccio Renzi

 Renzi trionfa, noi rilanciamo il conflitto

di Piotr Zygulski e Alessandro Volpi

renziNon c’è dubbio: il vincitore delle elezioni europee è Matteo Renzi e di conseguenza hanno vinto anche le oligarchie economiche che hanno sostenuto la sua scalata a Palazzo Chigi; da questo dato di fatto deve partire ogni valutazione politica.
Il significato della tornata elettorale, come era prevedibile, è stato prevalentemente nazionale: il boom del PD ha fornito la tanto agognata legittimazione popolare che mancava al “sindaco d’Italia”, e a tutti gli indecisi l’occasione per salire sul carro del vincitore. Con il senno del poi risulta evidente che la sostituzione della marionetta Letta – il quale, a un anno dal giuramento, avrebbe sofferto di una fase ciclica negativa – con Renzie era stata fatta con una puntualità svizzera. L’esplosione dei consensi era annunciata. Si è verificato quel processo che tecnicamente viene definito «overconfirmation», secondo la teoria dei politologi Schmitt e Reif che nel 1980 mostrarono la correlazione tra consenso ai partiti di governo e tempo che intercorre tra entrata in carica del governo e “elezioni di secondo ordine” come, nel nostro caso, le europee.
Forte dell’entusiasmo delle prime settimane di governo, delle promesse appena lanciate – dalla nuova legge elettorale agli 80 euro in busta paga – e dell’ampio sostegno mediatico di regime, «l’ebetino di Fi-Renzi» non poteva che fare il boom: è stata una perfetta operazione di marketing che ci ricorda i tempi d’oro del Berlusca.
Non si può però nemmeno negare che il M5S ci abbia messo del suo con la sua grave ambiguità sulla queastio europaea: nel cercare di accaparrare più voti possibili sullo spettro che va dall’eurofilia all’anti-europeismo – dall’inizio della campagna elettorale con i vaghi “7 punti” alle battute conclusive di Grillo che molti ha lasciato interdetti: «Io sono per uscire, Casaleggio per restare [nell’Euro]» – ha finito per perdere voti sia su un fronte, sia sull’altro.
Anche a causa di questa poca chiarezza, il M5S a molti non è sembrato credibile e quindi non è riuscito ad intercettare né quella fetta dell’elettorato che lo considerava eccessivamente euro-scettico, né quella sparuta minoranza che, come noi, lo criticava per l’eccessivo moderatismo “altreurista”, uno scimmiottamento delle posizioni della Lista Tsipras, certamente potenziato dalla carta del “referendum sulla permanenza nell’Euro” che però veniva spesso presentata come “arma di ricatto” e non di certo come via prioritaria. Tuttavia, se vorrà stringere alleanze per costituire un gruppo parlamentare europeo, dovrà necessariamente guardarsi attorno e sbilanciarsi in qualche direzione, ed ecco che tutti i nodi vengono al pettine: Farage e l’EFD lo spingeranno verso un maggiore euroscetticismo, i Verdi di Bové e della Keller, al contrario, verso un maggiore europeismo, la sinistra europea GUE/NGL invece verso un maggiore anticapitalismo.
Oltre alla scarsa importanza attribuita a queste votazioni da parte di un elettorato, come quello grillino e di centrodestra, tendenzialmente più incline all’astensionismo, un altro fattore determinante dell’emorragia di voti subita dal M5S alle Europee è stata la contraddizione tra ciò che il MoVimento è veramente e ciò che la gente pensa che sia, e se non verrà superata gli creerà problemi gravi. Non ha votato Cinquestelle chi, per esempio, lo aveva fatto nel 2013 nutrendo quelle fallaci “speranze” di un appoggio a un eventuale governo di centrosinistra, respinte dal M5S con integerrima dignità e onore. Nel Parlamento italiano i “portavoce” a cinque stelle hanno fatto quello che, nella loro posizione, era auspicabile facessero: una vera opposizione. Ma gli italiani, popolo storicamente avverso alle rivoluzioni, ha paura di rompere in modo deciso. L’“opinione pubblica” italiana chiede di «cambiare verso» e di «costruire», anche se è la prima a non sapere bene cosa. E questa volta, come ha fatto notare Andrea Scanzi, ha scelto Renzi per il «suo saper incarnare un cambiamento morbido e garbato, prossimo al gattopardismo: il suo essere scaltro e rassicurante». «Cambiare sì, ma non troppo…» e sopratutto «Costruire!» Cosa? «Non mi interessa!».
In questa incertezza, gli 80 euro – l’unico vero elemento demagogico e populistico di questa campagna elettorale – sono una certezza, anche se poi il «costruttore» usa lo stesso progetto e gli stessi materiali di un palazzo già crollato, di cui si vedono ovunque le macerie. Così facendo non sa – oppure, in una sorta “sindrome di Stoccolma”, finge di non sapere – che dietro alla retorica del «fare», e del «fare le riforme», specie se fatte “alla “Frankestein”, si nascondono ulteriori privatizzazioni, precarizzazioni, deregolamentazioni, vantaggi per le oligarchie, smantellamento dei diritti dei lavoratori, delle tutele sindacali e dell’intero stato sociale, con conseguente riduzione del potere d’acquisto per il “99%” dei cittadini. Se non lo avete capito, lo ripete anche Napolitano: «Questa necessità di stabilità, che ho sempre richiamato, è stata largamente compresa dagli italiani», quindi occorrono «riforme […] per un’economia più competitiva». Il filo conduttore neoliberale in salsa italiana è sempre il medesimo, da Andreatta e Ciampi a Monti-Letta-Renzi, passando per Dini e Amato, possibilmente con il braccio che si regge sulla stampella sinistra. Questa è la stabilità che dura da vent’anni, non sarà forse ora di adoperarci per farla tramontare, anziché avallarla in modo più o meno acritico?
In questo triste scenario, in questo “mondo capovolto”, il servilismo succubo agli interessi anti-italiani dei nostri governanti viene premiato e definito “credibilità internazionale”. Nuovamente c’è chi ha approfittato degli italiani intimoriti dagli incubi apocalittici che immediatamente vengono prospettati sui mezzi di comunicazione ogniqualvolta si osi accennare all’uscita dall’Euro, ben attenti a nascondere che tutto quello che viene terribilmente annunciatosta già accadendo oggi, all’interno dell’Eurozona, come sottolineano gli economisti non allineati pensiero unico dominante. Si tratta ancora una volta di un “governare con la paura”, una rinnovata strategia della tensione – che usa i media invece delle bombe – per escludere in partenza le forze realmente critiche dell’esistente.
Renzi – e il PD, ma solo di riflesso – ha stravinto e i potentati economico-finanziari potranno così dormire sonni tranquilli ancora per un po’, vasta parte di quella che si è soliti definire “opinione pubblica” continua a non comprendere che senza distruggere radicalmente quello che c’è e gettare nuove fondamenta non si può costruire alcunché. Da notare però un dato che ci sembra da non trascurare: il partito più votato dalle classi più colpite dalla crisi è il M5S, invece il PD è riuscito nel giro di un anno a raddoppiare il proprio consenso tra le piccole e medie imprese e tra i cattolici praticanti, quindi forse chi parla di “democristianizzazione” del partito non ha tutti i torti, anche se va fatto un uso estremamente cauto – perché il più delle volte assistiamo ad un abuso – di «quello strumento imperfetto e largamente ingannatore che è l’analogia storica», ma cui «l’uomo non può fare a meno di ricorrere», come diceva saggiamente Costanzo Preve.
Meglio stendere un velo pietoso sulla pseudo alternativa al PD, la Lista Tsipras, da molti accolta come il rilancio della sinistra europea in Italia, che purtroppo ha confermato tutti i nostri timori. Gli eletti in quota SEL sono la perfetta rappresentanza dei radical chic nostrani, a partire da Barbara Spinelli, che pare intenzionata a rimangiarsi la promessa di cedere il posto al primo dei non eletti, dimostrando così un attaccamento preventivo alla poltrona. Stesso tempismo quello di Gennaro Migliore, il “piddino” di SEL, che a pochi giorni dalle elezioni ha proposto un «partito unico della sinistra» per sostenere Renzi ed entrare tutti insieme nel gruppo del PSE nel Parlamento Europeo; idem per il neoeletto Curzio Maltese, «giornalista militante antiberlusconiano» che subentra a Moni Ovadia, euforico per successo della sinistra «che ha il triplo dei voti di Berlusconi». Alla lettura dei risultati Maltese ha prontamente dichiarato: «Il nostro obiettivo è allearci con il PD e con i partiti socialisti». Anche i rifondaroli hanno espresso il peggio di loro stessi con l’elezione della dirigente Eleonora Forenza, una neofemminista che sostiene le Pussy Riot, le teppiste blasfemeanti-Putin foraggiate, tra gli altri, anche dallo speculatore Soros. La Forenza pare proprio non rendersi conto che il femminismo odierno – che vede la propria apoteosi politica nell’infilarsi polli nella vagina – è ormai diventato un’ideologia ancillare al capitalismo americano, come affermano, con accenti diversi, anche Nancy Fraser ed Élisabeth Badinter. Consoliamoci con il fatto che i comunisti antieuro di altri stati europei – come la CDU in Portogallo o il KKE in Grecia – hanno ottenuto buoni risultati.
L’unica forza politica – se si esclude Fratelli d’Italia, una specie di SEL di destra, con il piede in due scarpe ma con il culo ben ancorato nell’atlantico – chi sembrava aver colto la necessità dell’uscita dall’Euro era la Lega Nord di Matteo Salvini, il quale è riuscito a riportare a casa una bella fetta d’elettorato che dopo la stagione degli scandali si era allontanata, orientandosi nel 2013 verso il M5S o l’astensione. Ma la mancata elezione di Claudio Borghi, economista No-Euro di grande spessore e protagonista della campagna elettorale “Basta Euro Tour” accanto al leader del Carroccio in ogni sua tappa e apparso più volte anche in televisione, conferma il pregiudizio sull’arretratezza dell’elettorato leghista che, in barba al nuovo corso della Lega 2.0, ha votato in massa sì lo stesso Salvini, ma anche tutta una serie di “feudatari” locali – in genere consiglieri provinciali e regionali – anziché apprezzare la candidatura indipendente del professore, che era superiore agli altri, con il risultato che, se malauguratamente Salvini opterà per un collegio settentrionale, in Parlamento Europeo siederà nuovamente Borghezio (sì, proprio quel Borghezio!).
Sarebbe stupido non ammetterlo: la situazione politica in Italia come sempre «è grave, ma non è seria» (cit. E. Flaiano), però un dato da cui ripartire, per rilanciare una speranza, sembra esserci. Come lo studioso postmarxista Gianfranco La Grassa ha fatto notare, il dato rilevante delle elezioni è la progressiva scomparsa del blocco politico «berlusconiano» e la convergenza verso il PD di Renzi di tutte le forze che si oppongono al cambiamento che vanno a costituire un «unico blocco reazionario da eliminare». Questa semplificazione dello scenario politico – anche se, in questa formulazione, forse eccessivamente schematica – lasciandosi alle spalle la dicotomia berlusconismo/anti-berlusconismo   permette di superare anche quella tra destra/sinistra, e di riproporre lo scontro in termini di élites/popolo o, se preferite, dominanti/dominati, alto/basso, categorie che forniscono una rappresentazione dello scenario presente più appropriata, come afferma il Front National di Marine Le Pen, ma anche Fausto Bertinotti.
Chi vuole riaprire la speranza in un mondo altro deve prendersi l’impegno di rilanciare sempre più il conflitto in questi termini, appoggiando tatticamente di volta in volta chi lascia almeno intravedere nuovi scenari geopolitici ed economici e contribuendo ad aprire qualche fessura nella presente congiuntura storica. Se in qualche modo si riuscirà a riconquistare un certo grado di sovranità nazionale, democratica e popolare, poi potremo di nuovo dividerci sulle grandi questioni ideali che un tempo contrapponevano destra e sinistra, ma che purtroppo oggi, nella integrale subordinazione dello spazio politico all’ordine neoliberale, rimangono solo cimeli o, nei casi più deliberati, armi di distrazione di massa.
http://www.sinistrainrete.info/europa/3799-pzygulski-e-avolpi-renzi-trionfa-noi-rilanciamo-il-conflitto.html

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