L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 12 giugno 2014

l'onestà intellettuale è un valore che serve, è fondamentale e necessario

contropiano2

Il fascino discreto della crisi economica

Intervista a Giorgio Gattei*

Continua il ciclo di interviste ad economiste ed economisti italiani sulla crisi economica ancora in corso. Dopo Joseph Halevi, è la volta di Giorgio Gattei
800px-Scene from an Inquisition by GoyaDomanda: L'emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un'enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono invece che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite la caduta del saggio tendenziale di profitto, che è una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa? 
Io non ho mai capito perchè gli economisti eterodossi debbano litigare sulla causa della crisi! Certamente siamo alle prese con un fenomeno complesso che può autorizzare molteplici spiegazioni, ma tutte riconducibili ad un fattore comune: che si tratta di una crisi di sovrapproduzione (di merci e di capitale), il che significa che l'offerta è venuta a superare la domanda.
Almeno su questo dovrebbero tutti concordare, dopo di che resta da chiedersi se questa sovrapproduzione sia dovuta ad un eccesso d’offerta oppure a un calo di domanda. Quale scegliere delle due alternative? La seconda certamente, come fin dal settembre 2010 una conferenza congiunta del Fondo Monetario Internazionale e della Organizzazione Internazionale del Lavoro aveva stabilito spiegando che la sovrapproduzione in atto era provocata da una caduta della domanda aggregata. Però la domanda aggregata è composta dai due elementi principali dei consumi e degli investimenti, così che il suo calo può dipendere dalla riduzione dei primi oppure dei secondi (nella realtà i due fenomeni sono intrecciati, ma per capirci meglio è opportuno distinguerli).
Il calo dei consumi. Essi sono calati perchè sono diminuiti i salari a seguito di quel fenomeno storico ormai riconosciuto a cui s’è dato il nome di “Grande Contrazione Salariale”. Praticamente dagli anni ‘80 i lavoratori sono stati messi sotto pressione dalle politiche d’occupazione della “reaganomics”: flessibilità e precarizzazione, delocalizzazione e licenziamenti. Si è prodotta così una riduzione della massa salariale complessiva che ha trascinato con sé un calo dei consumi tamponato sul momento con la concessione esagerata di “credito al consumo” anche verso chi non aveva titolo per averlo, come i cosiddetti clienti NINJA: “No income, no job or asset” (non ho reddito, non ho lavoro nè patrimonio), a cui le banche offrivano comunque aperture di credito rischiosissime. E’ stata questa la stagione dei titoli (di credito) “tossici”, crollata disastrosamente nella “crisi dei mutui suprime”. Il fatto è che per sostenere durevolmente i consumi si dovrebbero aumentare salari e stipendi e non ricorrere all’azzardo dell’indebitamento delle famiglie. Ma ciò richiederebbe il rovesciamento di quella tendenza alla maldistribuzione dei redditi avvenuta dagli anni ‘80 in poi che finalmente ha preso ad essere denunciata  dagli economisti più avvertiti. 
Il calo degli investimenti. Ma perchè mai devono calare? Essi dipendono dalle aspettative di profitto al netto degli interessi che si devono pagare se i soldi non si hanno, oppure che si possono guadagnare se si tengono i soldi in banca. Ora, se le aspettative di profitto si fanno incerte perchè la situazione economica non è positiva oppure se i tassi di interesse risultano troppo elevati, non converrà fare investimenti con la conseguenza di ridurre i profitti prodotti e farne cadere il relativo saggio. Come si vede, comunque la si metta, il risultato è lo stesso: una domanda insufficiente ad acquistare tutta la produzione offerta sul mercato con la minaccia di una caduta dei prezzi (deflazione) che è quanto di più nocivo per l’economia: se so che a produrre ai costi di oggi venderò domani a prezzi ribassati, oggi non produco ed i denari che possiedo li tengo “in forma liquida”, ossia in stand by, aspettando tempi migliori. Se sono in tanti a comportarsi così, la crisi può prolungarsi a lungo, come aveva spiegato Keynes nella Teoria generale dell’occupazione,  dell’interesse e della moneta (1936), perché allora “il sistema sembra capace di rimanere in una condizione cronica di attività inferiore al normale per un periodo considerevole senza una tendenza decisa verso la ripresa o verso la rovina totale”.
Se quanto sopra detto è plausibile, dove sta la divergenza sulla “causa originaria” della crisi? Ciascuno potrà privilegiare l’aspetto che gli sembra più caratteristico, ma comunque la lezione che ne esce è comune, e cioè che il sistema capitalistico al momento è coinvolto in una crisi di sovrapproduzione per effetto di una offerta che supera la domanda, con le imprese che fanno fatica a fare profitti e molte sono indotte a chiudere o a licenziare manodopera. Si arriva così al fenomeno della disoccupazione di massa che dovrebbe essere il problema più importante oggi da risolvere per tutti gli economisti, e non soltanto per quelli eterodossi. 

Domanda: Analizzando l'andamento dell'economia mondiale, si può notare che l'economia americana, seppur in maniera ancora debole, appare in ripresa, mentre la “Zona Euro” arranca. É quindi sensato pensare che vi siano elementi peculiari dell'Unione Monetaria Europea che hanno contribuito ad aggravare la crisi. Quali sono questi elementi e qual è stato il ruolo da essi giocato? Più in generale, se per alcuni l'UE è una struttura neutra, addirittura con un potenziale di maggiore democratizzazione, per altri è un'istituzione di classe e uno strumento d’imposizione di politiche conservatrici. Qual è il ruolo di classe giocato in Europa dalla Unione Monetaria? 
Per capire come la crisi si muova a livello internazionale differenziando gli Stati Uniti dalla Europa, bisogna tenere conto di un elemento analitico ulteriore: quando si decide di fare investimento, si tiene conto non tanto del tasso di interesse monetario, ma del tasso di interesse reale che è dato dal tasso d’interesse monetario diviso per  il livello dei prezzi. Questo è ovvio perchè nel fare investimento bisogna considerare che, oltre a pagare l’interesse alle banche qualora i soldi si prendano a prestito, le merci prodotte dovranno poi essere vendute tenendo conto dei prezzi a venire. Ora, in presenza di un’offerta maggiore della domanda, i prezzi sono previsti a calare (deflazione), il che vuol dire che, a parità d’interesse monetario, l’interesse reale aumenterà scoraggiando l’investimento. Per questo il profitto precedentemente guadagnato può finire per restare inoperoso nelle mani dei risparmiatori. Inoperoso? Qui opera un fenomeno che ancora a molti risulta difficile da capire. La scienza economica ortodossa ha sempre insegnato (insegna tuttora) che bisogna ridurre i salari per far aumentare gli investimenti perchè i profitti non possono che essere reimpiegati nella produzione. Ma proprio gli economisti eterodossi hanno mostrato che ai capitalisti è offerta l’alternativa dell’investimento finanziario che non muove né produzione né occupazione ed è un gioco “a somma zero” perché quel che (ad esempio in Borsa) una parte guadagna vendendo a caro prezzo, l’altra lo perde perchè compera a quel prezzo. Il fatto è che la funzione del risparmiatore non è affatto coincidente con quella dell’investitore e che il primo preferirà indirizzarlo verso operazioni speculative se le iniziative produttive dell’investitore gli appaiono sul momento poco redditizie o troppo rischiose. 
Tutto questo è esattamente successo negli anni ‘30 del secolo scorso e Keynes ne aveva magistralmente spiegato il perchè. E’ poi seguito un lungo periodo di tempo in cui presso gli economisti aveva preso piede l’idea che il ripetersi di quella Grande Crisi Deflattiva fosse diventato impossibile, così da confinarla ad un caso unico nella storia: è successo, ma non succederà più. Eppure essa si è riproposta in Giappone negli anni ’90 con un ristagno di prezzi e produzione che stenta ancora a trovare soluzione. Paul Krugman ne aveva subito scritto un libro dal titolo profetico Il ritorno della economia della depressione (1999) per avvertire che la minaccia di una “crisi keynesiana” sovrastava tuttora l’economia capitalistica, come si sarebbe dimostrato dal 2007 in poi. Ma come intervenire per rilanciare gli investimenti?
La prima soluzione che viene alla mente è quella di abbassare i tassi monetari d’interesse, che però non è decisione di spettanza delle autorità politiche ma dei “mercati” che non sono affatto condizionabili. Negli Stati Uniti si è allora intervenuto sul tasso d’interesse reale, diminuendolo mediante l’aumento dei prezzi ottenuto con la stampa di maggiore moneta (le politiche di quantitative easing adottate dalla Federal Reserve). Ma ciò non provoca inflazione? E qui le “anime belle” si sconvolgono, essendo state educate a considerare l’inflazione sempre brutta e pericolosa. Ma la deflazione è peggio – aveva già ammonito Keynes - perchè se la prima “stimola eccessivamente, l’altra intralcia la produzione della ricchezza e qui la deflazione è più dannosa” per le conseguenze negative di recessione e disoccupazione. Ciò spiega le politiche inflattive messe in atto dalla Federal Reserve che tra i propri compiti statutari ha pure quello di mantenere la disoccupazione ad un livello tollerabile. Ma l’inflazione non danneggia le famiglie, ci si domanderà? Non proprio, perchè in presenza di disoccupazione l’aumento dei prezzi, inducendo i capitalisti ad investire di più, accresce gli impieghi, aumenta i salari e fa salire i consumi favorendo ulteriori investimenti; ma poi anche perchè, quando la maggior produzione arriva sul mercato, i prezzi delle merci, solo temporalmente aumentati, calano a seguito della crescita dell’offerta. Ecco perchè l’inflazione (in giusta misura) può risultare conveniente sia alle imprese che alle famiglie, come provato adesso dali Stati Uniti in cui la produzione è in ripresa (addirittura alcune imprese, che avevano delocalizzato, stanno tornando a casa) e la disoccupazione è calata.
Se passiamo invece all’Unione Europea sono dolori perchè la sua Banca Centrale non ha tra gli obblighi statutari quello di mantenere bassa la disoccupazione, ma solo quello di tenere i prezzi stabili, né può prestare denaro agli Stati ma soltanto a banche private. Si dice che ciò sarebbe la conseguenza del fatto che la “filosofia” della Banca Centrale Europea sarebbe stata influenzata dai governanti tedeschi indelebilmente traumatizzati dalla memoria della Grande Inflazione sofferta negli anni 1919-23. Ma da allora tanta acqua è passata sotto i ponti e loro non sono stati capaci di cambiare? Qui piuttosto valgono interessi materiali ben precisi perchè una politica inflattiva, che favorisca gli investitori riducendo il tasso d’interesse reale, danneggia i risparmiatori che vedono diminuire i valori dei loro assets patrimoniali. Bisogna tener presente che sono due le “razze” dei capitalisti: gli industriali, a cui convengono interessi reali bassi per produrre a minor costo e cambio basso per esportare di più, e i finanzieri a cui invece fa più comodo interessi reali alti e cambio “forte”.
Anche tra gli nazioni può operare questa contraddizione, come ad esempio in Europa che è un insieme asimmetrico di Stati con la Germania (“nocciolo duro”) che presta alla “periferia” mediterranea” i propri capitali. La periferia, che prima o poi dovrà ripagare questi prestiti, preferirebbe una politica inflattiva per restituirli in moneta svalutata, ma ciò non conviene ai risparmiatori tedeschi che sono creditori e sono invece favorevoli ad una politica deflattiva chiamata, per occultare il loro interesse egoistico, “di rigore”. Ma pure all’interno della Germania agisce quel contrasto d’interessi del capitale industriale a quello finanziario con il primo che è necessariamente debitore per i finanziamenti bancari ricevuti per la produzione, ed il secondo, costituito da grandi risparmiatori come i fondi di investimento e anche i fondi pensione, che è creditore e perciò contrario a politiche inflattive. La BCE sta al centro di questi due conflitti: quello tra il “nocciolo duro” creditore e la “periferia” debitrice e quello che oppone gli industriali debitori ai banchieri creditori. E se finora hanno dominato gli interessi della Germania e della finanza, come la situazione evolverà in futuro sarà anche l’effetto delle conseguenze delle elezioni europee appena compiute.

Domanda: In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ha senso una guerra di posizione all'interno dell'accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi, ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o non sarebbe meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?
E’ questa una domanda un po' complicata. Il pensiero economico che oggi è dominante è quello della “supremazia del mercato” quale è uscito dalla controrivoluzione monetarista degli anni ’80 del secolo scorso. I suoi sostenitori sono stati bravissimi, non soltanto nel costruire progressivamente un’opinione pubblica favorevole al “mercato” e contraria allo “Stato”, ma soprattutto nel favorire una strategia d’occupazione dei posti di potere nell’accademia, nella stampa, nella televisione così da relegare ai margini gli oppositori. Il grande pubblico, che sente soprattutto e dappertutto le loro opinioni, si conforma in merito. Certamente permangono piccoli nuclei di resistenza, ma che forse è appena renitenza. Cosa allora potranno mai fare coloro che vi aderiscono? Innanzi tutto cercare di non vendersi mai al “nemico” e poi produrre teorie interpretative che siano antagoniste al cosiddetto “pensiero unico”, così da dar luogo ad un pensiero economico divergente.
Però bisognerà diffonderle queste concezioni economiche alternative! E come? Sfruttando tutti gli spazi possibili di discussione, ma non in maniera indiscriminata. Su questo, io sono piuttosto selettivo. Seleziono i miei interventi sulla base di una regola ben precisa: niente contraddittorio! Non partecipo insomma ad occasioni, eventi e quant’altro in cui siano presenti anche degli avversari, non avendo alcun interesse a confrontarmi con loro. Io ho le mie idee e non le cambierei certamente ascoltandoli, ma lo stesso vale per loro che resteranno solidi nel loro guscio. E allora perchè confrontarsi? Per il pubblico che assiste allo spettacolo (che proprio di questo, piuttosto che di un confronto di idee, qui si tratta) che può essere influenzato da uno dei due contenenti. Ma da chi? Da quello che è più abile alla discussione, chei sa “porgere” meglio gli argomenti, che conosce come “accarezzare” il pubblico, che insomma è più “attore”. E siccome è proprio questo che io non so fare, non capisco perché dovrei accettare dei confronti in cui, a prescindere dal contenuto delle mie idee, sarei già in partenza soccombente almeno per la forma espositiva. Se m’immagino a confronto con un politico o con un “animale da spettacolo”, non necessariamente più intelligente di me ma più abile dal punto di vista della forza di persuasione, è ovvio che il pubblico sarà più impressionato da lui che da me. Ma se così è (come è), perché dovrei garantirgli tanto risultato positivo? Che si presenti da solo ed esponga la propria argomentazione cercando d’influenzare il pubblico. Come peraltro faccio io quando argomento, da solo o in incontri simpatetici, le mie opinioni e i presenti mi ascoltano decidendo poi liberamente cosa farsene di quanto ho detto. E gli organizzatori? Se non sono soddisfatti della mia opinione, possono sempre organizzare un altro incontro con qualcuno che la pensi diversamente da me.
La seconda parte della domanda riguarda invece la possibilità di riformare il capitalismo e quindi di partecipare alla sua gestione (pro quota, naturalmente). A questa domanda posso rispondere molto semplicemente che sono in una condizione di tale emarginazione intellettuale che non ho alcun rischio di sentirmi offrire qualche responsabilità di gestione. Se mai mi proponessero di fare (che so?) il ministro, non so come mi comporterei perchè la carne è debole. Ma per non cadere in simili tentazioni faccio il possibile per evitare gli incarichi pubblici. Preferisco essere un “battitore libero” che parla del mondo, fregandosene bellamente della sua gestione. Rivendico una divisione del lavoro: ci sono i profeti che “gridano nel deserto” e ci sono i potenti che governano le città. Io preferisco fare il profeta (anche se non sto proprio in mezzo ad un deserto), giusta quella regola dei primi cristiani di “essere nel mondo, ma non di questo mondo”. Essendo ormai prossimo alla pensione e non avendo finora mai ricevuto alcuna offerta di “cogestione”, non credo che mi possa più capitare. Per cui, non essendomi mai trovato nella situazione e prevedendo che non mi succederà più, rispondo che, per quanto mi riguarda, il problema della “gestione del mondo” non si è posto e non si pone.

Domanda: Dal suo punto di vista, dove vede in questo momento sia in Italia che in generale nel resto del mondo movimenti e/o contraddizioni più interessanti, con un potenziale di rottura? Pensiamo ad esempio al ruolo della logistica in Italia. 
E’ questa è una bella domanda: dove trovare a livello europeo, a livello italiano, una eventuale linea di frattura sociale? Negli anni ’60 fu geniale avere trovato la situazione di rottura nei lavoratori addetti alla catena di montaggio. La catena di montaggio era l’elemento di maggior rigidità della produzione fordista perchè non la si poteva interrompere. E allora bastava anche un piccolo stop per per bloccare l’intero processo. La mia generazione aveva scoperto una rigidità nella continuità della circolazione capitalistica a livello del processo di produzione. Per questo nel cosiddetto “post-fordismo” (un termine che non vuole dire niente, tranne che ormai non siamo più nel fordismo) è stata prorpio la catena di montaggio a venir subito superata con la robotizzazione, così che quel fattore di rigidità non ci presentasse più. E’ da qui che deriva quella condizione d’inferiorità dei lavoratori in fabbrica rispetto ai diktat dei padroni, a cui i sindacati possono opporre soltanto lotte d’autodifesa e poco più.
Ma allora, in questa nuova condizione capitalistica dove potrà mai stare un elemento di rottura? Nei miei studi marxiani sono arrivato al secondo libro del Capitale. Ricordo che Marx al capitale ha dedicato tre libri, con il primo, conosciutissimo, che analizza magistralmente lo sfruttamento della forza lavoro in fabbrica. Negli anni ’50-’60 era soprattutto questo primo libro che a sinistra si studiava per muoversi con cognizione di causa all’interno delle lotte. Ma Marx ha scritto anche un secondo libro che è dedicato al semplice fatto che le merci prodotte vanno poi vendute e che le condizioni di vendita non sono le stesse della produzione differendo per luoghi, tempi e attori economici. Così, dopo aver esaminato il processo di produzione del capitale, Marx ha analizzato come funziona il suo processo di circolazione scoprendo che il plusvalore (diciamo il profitto) che i capitalisti arrivano a guadagnare dipende da due condizioni intrecciate. La prima è che si sfruttino al meglio (dal punto di vista capitalistico, naturalmente!) gli operai: se non si sfruttano, non viene fuori niente, come è evidente. Ma posto che il potere dispotico dei capitalisti sia tale da realizzare il massimo dello sfruttamento, non verrebbe fuori ancora niente se non si realizzasse monetariamente sul mercato il plusvalore prodotto nella fabbrica. Ecco la necessità di scrivere quel secondo libro per mostrare il secondo momento di vita del capitale quando, prese le merci prodotte, le deve far arrivare fino ai consumatori per vendergliele, incassare i quattrini e poi reinvestirli (se del caso) in altra accumulazione.
In questo grande settore della circolazione sono presenti prima di tutto le istituzioni e i lavoratori che devono far sì che le merci incontrino i consumatori – è la distribuzione commerciale. Poi c’è il pagamento del prezzo e quindi tutto quell’insieme di istituzioni e lavoratori impegnati a far sì che il denaro dalle tasche delle famiglie, per intenderci, finisca nelle casse delle imprese che hanno prodotto le merci – è il sistema bancario e finanziario. Infine ci sono, strategici all’interno di questo meccanismo, quelli che trasportano le merci dai luoghi di produzione ai posti di consumo: è il grande settore della logistica che muove le merci per far sì che, prodotte là, vengano consumate qua. Tutte queste operazioni di commercializzazione, finanziarizzazione e trasporto vengono svolte in un tempo reale che non è un tempo logico-astratto. Ed il tempo che le merci ci mettono per uscire dalla fabbrica e trasformarsi in denaro è chiamato da Marx tempo di rotazione. A questo punto la funzione del capitale e dei lavoratori nei settori della circolazione è semplicemente quella di far sì che questo tempo di rotazione sia il più corto possibile, che invece che metterci un anno ci metta sei mesi, che invece di sei mesi ne bastino tre. Con quale vantaggio? Di poter ripetere più volte il processo d’accumulazione del profitto: se si riuscisse a realizzare un secondo investimento ogni mese, invece che in un anno, si guadagnerebbe dodici volte il plusvalore o profitto di un anno solo.
Per questo la formula di valorizzazione del capitale non dice solo che il profitto del capitalista dipende dello sfruttamento dei lavoratori (come spiegato nel primo libro del Capitale), ma che dipende da quello sfruttamento moltiplicato per il numero di volte che il processo di circolazione si ripete in un arco di tempo determinato, mettiamo in un anno. Per questo il profitto annuale del capitalistico è il prodotto dello sfruttamento dei lavoratori produttivi e della efficienza dei lavoratori della circolazione. Ma è un prodotto e che cosa vuol dire? Vuol dire che, come il profitto diventa zero se non si non si realizza lo sfruttamento, altrettanto diventa zero se non si realizza la circolazione, ossia che, come i lavoratori delle fabbriche devono produrre plusvalore, anche i lavoratori della circolazione devono “produrre” rotazione (un esempio per far capire la cosa: se sono in macchina e ho bisogno di andare più veloce, posso spingere sull’acceleratore sfruttando di più il motore, ma posso anche cambiare marcia velocizzando l’albero motore).
A questo punto è possibile intravedere l’elemento di rigidità del post-fordismo, che non sta più tanto nella fabbrica (almeno nei paesi capitalistici maturi) dove la classe operaia produttiva è stata pesantemente ridimensionata, dalla introduzione del “macchinismo informatico”, ma nel fatto che le merci devono comunque correre, devono girare per arrivare ai consumatori e realizzare in moneta il proprio valore e che, se non arrivano a farlo, è come se quel valore (e plusvalore) non fosse mai stato prodotto. Ecco allora che la scontro di classe si sposta (il capitale lo sa, i lavoratori nel loro complesso un po’ meno) negli ambiti della circolazione che sono: distribuzione, finanza e trasporto. Soprattutto nel trasporto di merci fisiche che devono essere pur tuttavia caricate e scaricate da personale umano sottopagato, eppure assolutamente strategico. Ecco l’elemento di rigidità materiale che ancora sopravvive: le merci fisiche, non le merci elettroniche che corrono per la rete automaticamente, vanno ancora trattate manualmente da lavoratori salariati che, se stoppano il loro lavoro, bloccano la valorizzazione complessiva del sistema, proprio allo stesso modo in cui l’operaio dell’officina Fiat, bloccando la propria catena di montaggio, interrompeva l’intera linea di produzione. Ma per capirlo bisogna prendere coscienza che il sistema capitalistico è un sistema di produzione, ma anche di circolazione e che la circolazione è altrettanto decisiva e strategica quanto la produzione. Così che quei lavoratori della logistica, come i “facchini” che protestano alla Granarolo, quei facchini assunti da false cooperative con salari da fame, possono arrivare a bloccare la circolazione del capitale alla stessa maniera in cui lo possono farle quegli autotrasportatori che, in quanto padroni del proprio mezzo di produzione, non sono direttamente assimilabili ai lavoratori salariati e che la sinistra considera con supponenza lasciando ad altri la gestione delle loro rivendicazioni economiche.

* Gattei insegna storia del pensiero economico ed analisi economica presso l'Università di Bologna. Nella sua ricerca si è occupato della teoria del valore, dei prezzi e della distribuzione e delle teorie dei cicli economici. Fra i suoi scritti più recenti ricordiamo “Storia del valore lavoro” (2011, Giappichelli editore).
http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/3806-giorgio-gattei-il-fascino-discreto-della-crisi-economica.html 

Nessun commento:

Posta un commento