L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 16 agosto 2014

Via dall'Euro, Fronte Unico per uscire dall'Euro

AUTUNNO ITALIANO ALLE PORTE CON DUE SOLE POSSIBILITA': VIA DALL'EURO O PRELIEVO FORZOSO (RAPINA) DAI CONTI CORRENTI

venerdì 15 agosto 2014
Come previsto su queste colonne ancora a novembre dello scorso anno, la deflazione è giunta funesta in Italia e quasi tutta Europa. I dati sul Pil tedesco sceso in territorio negativo e la stagnazione della Francia, sono solo due delle conseguenze in atto. 
E il mostro liberato dalle politiche di austerità volute dalla Germania della cancelleria Merkel, imposte dagli oligarchi della ue e attuate in modo prono dai tre governi voluti dal presidente Napolitano, ovvero Monti, Letta e Renzi, ha iniziato a sferrare il colpo di grazia all’economia italiana: in tutte le principali città oggetto di rilevamento Istat, i prezzi al dettaglio sono in discesa.
In apparenza questo potrebbe essere visto in modo positivo: se i prezzi sono più bassi, la gente ha maggiori possibilità di acquistare, ma in realtà esso dimostra lo stato di incancrenimento dell’economia. Infatti, il calo dei prezzi è l’ultima arma che rimane alle aziende per tentare di vendere i propri prodotti, ma è anche quella maggiormente inefficace, perché i meccanismi psicologici che si celano dietro di essa  rappresentano la dissoluzione della società.  Infatti, a fronte di un calo dei prezzi, spesso non segue l’aumento dei consumi, ma, al contrario, un ulteriore calo poiché i consumatori preferiscono ridurre ulteriormente le proprie spese per il timore che la situazione possa ulteriormente peggiorare.
La spirale che si innesca è la seguente: calo dei consumi, riduzione del personale, taglio dei prezzi, ulteriore calo dei consumi, minori entrate fiscali, aumento del debito pubblico, innalzamento dei tassi sul debito, bancarotta dello stato.
Questo fenomeno è ben conosciuto, e passa sotto il nome di “trappola della liquidità” dove, anche in presenza di un costo del denaro prossimo allo zero nessuno è disponibile ad acquistare od investire.
La cosa assurda è che siamo giunti in questa situazione nonostante l’esperienza del passato ci avesse fornito gli strumenti e le conoscenze per non arrivarci. Soprattutto a partire da Monti, infatti, in Italia sono state attuate le stesse politiche che portarono alla grande depressione degli USA ed al successivo contagio europeo che portò all’ascesa delle grandi dittature. Se Keynes potesse tornare per qualche istante sulla terra, prenderebbe a calci non solo i suoi colleghi universitari, ma l’intera classe politica italiana ed europea che ha dimostrato di non aver minimamente compreso il suo insegnamento, frutto non di astratte teorie, ma di attenta osservazione della realtà. Esattamente quanto accaduto con Laffer, i cui insegnamenti sulla pressione fiscale sono stati regolarmente snobbati nonostante l’evidenza dei fatti gli abbia più volte dato ragione.
A questo punto, cosa può accadere?
Due sono le possibilità: la prima è che si continui sulla strada intrapresa dai governi di “nonno Giorgio”, ovvero austerità, tasse, prelievo forzoso ed infine collasso dello stato con milioni di poveri. La seconda è prendere atto che tutto quello che è stato fatto fino ad ora è stato un fallimento e che deve essere radicalmente invertita la direzione.
Questo deve essere fatto con un’azione shock, in grado di far percepire chiaramente alla popolazione che si è deciso di rompere drasticamente con il passato. Questo shock potrebbe essere costituito dal l’uscita dell’Italia dall’euro, con la ripresa della sovranità monetaria e l’avvio di una seria azione di investimenti a favore delle piccole e medie imprese, della ricerca scientifica e delle infrastrutture.
Non stiamo parlando dei vecchi finanziamenti a pioggia di stampo democristiano che hanno portato al dissesto dell’economia italiana, ma di investimenti mirati, sulla falsa riga di quanto sta facendo il governo Orban in Ungheria.
Certo, si tratterebbe di una “rivoluzione” rispetto al pensiero economico dominante dei cattedratici italiani capeggiati dai vari Monti, Zingales, e compagnia cantando, ma è l’unica strada percorribile, soprattutto perché la cura da loro consigliata ha dimostrato che più che far guarire il paziente lo ha portato sull’orlo della morte.
Serve coraggio, ma la situazione è tale che non può più essere gestita da politici allevati in batteria come i polli, buoni solo a ripetere frasi fatte sull’importanza dell’euro, della ue e del risanamento dei conti pubblici. Proprio come quelli che pretendono di governarci oggi.
Luca Campolongo

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