L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 22 novembre 2014

il Pd ci sta affamando in questo modo l'Italia non uscirà mai dalla crisi

La crisi del debito privato in Italia. Vediamo perché i consumi non ripartono

Pochi pongono l'accento all'aumento del debito privato, che sarebbe la vera causa della mancata ripartenza dei consumi. Il reddito delle famiglie, in termini reali, si è portato, infatti, ai livelli di 20 anni fa.

 

In queste settimane, si fa un gran parlare sul perché il bonus Irpef degli 80 euro del governo Renzi, ormai nelle buste paga da 5-6 mesi, non abbia ancora determinato una ripartenza dei consumi delle famiglie, i quali al contrario mostrano una persistente contrazione. Certo, si potrebbe controbattere che il calo sarebbe stato ancora più marcato senza gli 80 euro, ma non era evidentemente questo lo scopo del premier, che mirava a sostenere la spesa privata, non semplicemente ad attenuarne la caduta.
Mettendo insieme un pò di dati, potremmo riuscire a comprendere quanto stia accadendo in Italia. Partiamo da quello forse più drammatico, la disoccupazione. La percentuale di coloro che cercano un’occupazione e non la trovano è del 12,6%, ai massimi di sempre. E oltre il 40% dei giovani della fascia compresa tra i 15 e i 24 anni non riesce a trovare lavoro. E dovremmo tenere conto dei famosi “Neet” (“Not in education, employment and training”), ossia di circa 2 milioni di giovani, che non studiano e non lavorano.

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In Italia, lavora mediamente il 55% della popolazione in età lavorativa (15-64 anni), circa il 15% in meno della Germania e il 10% in meno della media europea. Ne consegue che non solo abbiamo una percentuale altissima di disoccupati, ma anche quelli che lavorano sono pochi. In sostanza, esiste una fascia ampia di italiani, che nemmeno cerca un’occupazione (vedi al Sud, le donne, etc.), perché sa di non poterla trovare.
E con prospettive così cupe sul fronte del mercato del lavoro, difficilmente le famiglie spendono un bonus, per quanto strutturale, preferendo risparmiare gli 80 euro per le avversità. Inoltre, l’abbattimento dell’Irpef a livello nazionale, tramite il bonus, è stato spesso compensato o più che compensato dall’aumento della pressione fiscale locale (Regioni e Comuni), per cui le famiglie hanno risparmiato da un lato per pagare dall’altro.

La crisi del debito privato

Se fino a qui sembrano ragionamenti sin troppo noti, esiste un problema, che non si affronta convintamente nel nostro paese, quello del debito privato. Concentrati a ragionare su come sostenere il debito pubblico, abbiamo forse dimenticato che alla fine del 2012, le famiglie e le imprese risultavano indebitate per 1.900 miliardi, il 126% del pil. Una percentuale relativamente bassa, che ci pone tra le economie più solide del pianeta. E, tuttavia, è cresciuta del 52% del pil dal 1999. Anche in questo caso, nulla di drammatico, siamo nella media europea. Solo la Germania ha registrato nel frattempo una sua riduzione (-20% del pil).

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Ma la differenza con gli altri paesi sta tutta in un altro dato: il reddito reale disponibile delle famiglie – quello che resta loro, tolte le imposte e i contributi previdenziali e tenuto conto dell’inflazione – fatto 100 nel 2001, salito fino all’apice di 106 nel 2007, oggi è crollato a meno di 70, lo stesso livello del 1995.
Ma se abbiamo lo stesso reddito reale disponibile di 19 anni fa, il debito privato è quasi il doppio di quello di allora, essendo passato dal 66% al 126% del pil. Dunque, a parità di reddito, le famiglie e le imprese sono più indebitate e ciò ci porta a ipotizzare che: o si comprimono i consumi e gli investimenti per pagare i debiti o non si pagano i debiti per potere continuare a consumare e investire.
Questa seconda scelta farebbe esplodere, però, il mercato del credito, che è in parte quello che sta avvenendo in questi anni, quando le sofferenze bancarie si sono portate ai massimi di sempre e i crediti deteriorati sono schizzati ormai a 333 miliardi, l’80% del capitale bancario e delle riserve.

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Per concludere, le famiglie non consumano, perché il loro reddito è fermo a quello di 20 anni fa, mentre nel frattempo sono raddoppiati i loro debiti. Il secondo fenomeno è comune a tutte le economie avanzate e, anzi, in Italia è persino meno accentuato, ma all’estero si cresce, mentre la perdurante stagnazione della nostra economia crea un problema di sostenibilità non solo del debito pubblico, ma anche di quello privato. D’altronde, i dati sul pil ci dicono che la nostra ricchezza, in termini reali, è tornata ai livelli del 2000, unico caso in Europa. Lo stesso hanno fatto i consumi.

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http://www.investireoggi.it/economia/la-crisi-del-debito-privato-in-italia-vediamo-perche-i-consumi-non-ripartono/ 

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