Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 febbraio 2014

100 miliardi d'oro, il demagogico Pd li vuole regalare alle banche private

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Bankitalia: i 100 miliardi che gli italiani rischiano di perdere

Intervista a Claudio Borghi Aquilini

Un putiferio normativo, un vuoto legislativo, e un rischio da brividi. Nella grande complicazione e confusione del decreto legge del Governo, sulla rivalutazione delle quote di Bankitalia e mini-Imu, si può notare soprattutto questo pasticcio illogico. Claudio Borghi Aquilini, professore di Economia degli Intermediari Finanziari all’Università Cattolica, analizza il decreto e lo definisce sospetto. E non nasconde le sue preoccupazioni. Dice Borghi Aquilini: «Il Movimento 5 Stelle ha fatto una dura lotta contro il decreto che conteneva la rivalutazione delle quote di Bankitalia curiosamente “infilato” nel provvedimento legato all’Imu. Ha fatto bene. Peccato che a giudicare da quanto hanno detto i grillini, temo che non abbiano capito che cosa sia il vero rischio di questa manovra e abbiano pensato che la rivalutazione del capitale di Banca d’Italia a 7,5 miliardi veniva fatta con soldi pubblici che vengono messi in Bankitalia e regalati alle banche. Il problema non sta in questi termini».


In altre parole, per far comprendere la questione, non è che si è staccato un assegno di oltre sette miliardi a favore delle banche?

No, quella è stata una rivalutazione, un’operazione contabile. Anzi le banche ci pagheranno anche le tasse. Il punto non è la rivalutazione fatta sul capitale fissato nel 1936.


Lei ha parlato di illogicità, ha sottolineato l’illogicità del decreto su Bankitalia.

Il problema è lo stato giuridico di Bankitalia. La qualifica di Bankitalia è di ente di diritto pubblico e discende dal R.D. del 1936. Questa qualifica è stata ribadita da alcune sentenze, ma non c’è nessuna legge chiara in proposito. Qui si parla di quotisti, e non di azionisti. Infatti, anche se, sempre più spesso, si parla di azionisti, resta il fatto che non hanno i diritti che normalmente spettano all’assemblea degli azionisti. Non nominano il Governatore di Bankitalia. In definitiva ci si trova di fronte a una bizzarria, a un totale vuoto legislativo.


Nel 2005 fu approvata una legge che imponeva il passaggio allo Stato.

Legge che è rimasta lettera morta e quindi la situazione resta bizzarra. Questo accrocchio mai definitivamente sanato avrebbe dovuto risolversi mettendo Bankitalia anche formalmente come proprietà pubblica. In tutto questo, il governo alla ricerca di soldi, che cosa ti inventa? Fa rivalutare le quote di Bankitalia così fa pagare le tasse sulla plusvalenza. Poi il governo placherà le stesse banche con i dividendi. In altre parole, il governo dice: pagatemi adesso che devo tirare avanti, ma state tranquilli che vi ripago in futuro con i dividendi. E fino a questo punto siamo di fronte a fuffa, robetta.


Ma allora, professor Borghi qual è il problema vero?

Il problema grosso non è quello e (anche se non piccolo) non è nemmeno il regalo quando queste quote saranno rivendute a caro prezzo. La questione vera è se comincio a considerare le quote di Bankitalia come azioni vere, con valore reale. Se i privati ci pagano le tasse, se mettono a bilancio un valore rilevante, non ci troviamo più di fronte a una formalità. Insomma, Bankitalia diventa privata. Parliamoci chiaro: basta un tribunale “amico” che, preso atto della novità, dia ragione ai “proprietari” privati, che magari nel frattempo sono diventati stranieri.


E quindi qui arriviamo al rischio o all’incubo.


Già, stiamo arrivando, perché qui sorge quello che ho chiamato il “problemuccio” dell’oro, tanto per farci capire. L’Italia è il terzo possessore di oro nel mondo. È dato in gestione e deposito alla Banca d’Italia. È oro dello Stato, degli italiani che lo hanno messo come in una cassetta di sicurezza. Il problema è che, anche in questo caso, nel completo vuoto legislativo, non è mai stato ben chiarito a che titolo è stato dato in gestione e deposito. Qui non si tratta più di fuffa e robetta, ma di cento miliardi di euro. Al di fuori dell’oro a Bankitalia rimangono qualche riserva, un po’ di valute straniere e i debiti Target2, che tra l’altro non vuole nessuno.


Allora, professore, non ci faccia stare con il fiato sospeso.

Quindi, il punto, il nocciolo della questione, non è la rivalutazione, ma essere certi che l’oro sia confermato come patrimonio indisponibile e non privatizzato. È chiaro, il punto? C’è una questione ulteriore da sottolineare a tale proposito: il governo ha bocciato gli ordini del giorno, come quello di Fratelli d’Italia, che chiedevano solo di ribadire che l’oro non è di Bankitalia ma nostro, degli italiani.


Quindi se la Bce dovesse “bussare cassa”, se si dovesse ricorrere alla riserve come nel 1992, con una “bruciatura” che abbiamo ancora sulla pelle, ci sarebbero quei 100 miliardi di oro?

Già. Tanto ti dovevo...ci manca pure che dopo averci fregato 50 miliardi di MES ci fregano pure 100 miliardi di oro. A quel punto siamo a posto. Con il rischio privatizzazione e l’oro a disposizione.

venerdì 7 febbraio 2014

la riduzione di quantitative easing produce deflazione e la crisi economica si stabilizza come la disoccupazione

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I BRICS fanno scoppiare la bolla del credito

Il rischio è uno shock deflazionistico mondiale

di Ambrose Evans-Pritchard


Sul Telegraph Ambrose Evans-Pritchard analizza le tendenze dell'economia globale: USA e Cina in contemporanea  intraprendono politiche restrittive per contrastare le bolle, i paesi emergenti si difendono alzando i tassi per evitare fughe di capitali, e l'unica senza spazi di manovra rimane l'Europa, che con le sue politiche monetarie ortodosse ha già abbandonato le difese rispetto alla deflazione e alla esplosione del debito. Sorge spontanea la domanda finale:  perché stanno lasciando che accada...?

Metà dell’economia mondiale è a un briciolo di distanza da una trappola deflattiva. L’FMI dice che la probabilità che ciò accada potrebbe essere ora del 20%.

Una circostanza importante è che le 2  superpotenze monetarie - USA e Cina – starebbero entrambe adottando misure restrittive che portano verso tale 20% di rischio, senza dubbio perché hanno concluso che le bolle speculative stanno diventando un pericolo ancora più grande.

"Dobbiamo essere estremamente vigili" ha detto a Davos Christine Lagarde del FMI. "Il rischio di deflazione è quel che accadrebbe se ci fosse uno shock in quelle economie che ora hanno tassi di inflazione bassi, ben al di sotto del target. Credo che nessuno possa negare che nell'eurozona l'inflazione è ben al di sotto l’obiettivo dichiarato."

Non è difficile immaginare quale potrebbe essere lo shock. Già ci troviamo davanti alla Turchia, l’India e il Sud Africa che stanno tutti tirando il freno, costretti a difendere le loro valute a causa del prosciugamento della liquidità globale.

La Banca Mondiale nel suo ultimo rapporto - Flussi di capitale e  Rischi nei Paesi in via di Sviluppo - ha avvertito  che il tapering degli stimoli da parte della Banca Centrale USA potrebbe giocare un "tiro mancino" al sistema internazionale.


"Se le reazioni del mercato al tapering fossero precipitose, i paesi in via di sviluppo potrebbero vedere diminuire i flussi di denaro fino all’80% per diversi mesi" dice il report. Un quarto di queste economie rischiano un arresto improvviso. "Anche se questi aggiustamenti potrebbero durare poco, essi rischiano di infliggere gravi tensioni, accrescendo potenzialmente i rischi di crisi".

Il rapporto dice che potrebbe esserci bisogno di controlli sui capitali per superare la tempesta - o tecnicamente per superare la "Impossibile Trinità" di autonomia monetaria, tasso di cambio stabile e libera circolazione dei capitali. William Browder di Hermitage dice che è esattamente qui che la crisi ci sta portando, e sarà una brutta sorpresa per gli investitori scoprire che il loro denaro è bloccato – come è già successo a Cipro e sta succedendo anche in Egitto. La reazione a catena diventa auto-avverante. "La gente inizierà a chiedersi quale sarà il prossimo paese" dice Browder.

I mercati emergenti rappresentano ormai la metà dell'economia mondiale, quindi ci stiamo muovendo in acque inesplorate. Dopo la crisi-Lehman circa 4000 miliardi di dollari di fondi esteri si sono riversati sui mercati emergenti, gran parte dei quali da allora si muovono sulla strategia del "momentum money", che arriva tardi alla festa. Il FMI dice che circa 470 miliardi di dollari sono direttamente legati al QE della Fed. "Non sappiamo quanto di questo denaro stia per uscire di nuovo da questi mercati, o quanto velocemente," ha detto un funzionario del Fondo.

Un paese dopo l'altro è ora costretto a politiche restrittive. Più l’andazzo continua, e più il problema si diffonde, tanto maggiore è il rischio che esso si trasformi in uno shock globale deflazionistico.
Martedì notte la Banca Centrale della Turchia ha preso misure drastiche  per fermare la fuga di capitali, raddoppiando il suo tasso di riacquisto dei bond dal 4,5% al 10%. Questo porterà in breve tempo l'economia a un punto morto e, in ultima analisi, può rivelarsi futile come la difesa ideologica della sterlina da parte della Gran Bretagna nel settembre 1992 (uscita dallo SME, ndT).

Mercoledì il Sud Africa ha alzato i tassi di mezzo punto al 5,5% per difendere il “rand” e l’India martedì li ha alzati di un quarto di punto all’8%, tutti costretti a stringere i denti con la crescita che va esaurendosi. Il Brasile e l’Indonesia ci sono già dentro da mesi, a tentar di frenare un deprezzamento della valuta che rischia di andar fuori controllo da un momento all'altro.


Altri paesi sono messi meglio - soprattutto perché le loro partite correnti sono in surplus - ma perfino loro stanno perdendo spazi di manovra. Il Cile e il Perù avrebbero bisogno di tagliare i tassi per contrastare il crollo del prezzo dei metalli, ma in questo clima di tensione non osano farlo.

La Russia ha un piede nella recessione, ma non può intervenire per riavviare la crescita, dato che il rublo è sprofondato al minimo storico rispetto all'euro. La Banca Centrale sta bruciando le riserve di valuta ad un ritmo di 400 milioni di dollari al giorno per difendere la moneta, facendo di fatto una politica restrittiva. Per quanto riguarda l'Ucraina, l'Argentina e la Thailandia, sono già fuori controllo in mezzo alla bufera.

La Cina sta marciando al  ritmo proprio, con un conto capitale chiuso e riserve da 3800 miliardi di dollari, ma anch'essa sta trasmettendo un potente impulso deflazionistico a tutto il mondo. L'anno scorso la Cina ha investito altri 5000 miliardi di dollari in nuovi impianti e investimenti fissi – quanto gli USA e l’Europa insieme - inondando l'economia globale di altra capacità in eccesso.

I mercati hanno una fede commovente nel fatto che gli stessi responsabili della spettacolare bolla del credito da 24000 miliardi di dollari – una volta e mezza più grande del sistema bancario degli Stati Uniti - stavolta riusciranno a sgonfiare la bolla con delicatezza, con un'abilità che è mancata alla Fed nel 1928, alla banca del Giappone nel 1990 e alla Banca d'Inghilterra nel 2007.

Manoj Pradhan, di Morgan Stanley, dice che la Banca Centrale della Cina sta cercando di rientrare dai debiti e alzare i tassi allo stesso tempo, cosa che "amplifica i rischi per la crescita". Si tratta di un'impresa eroica, come effettuare interventi chirurgici senza anestesia. È l'esatto opposto di quello che ha fatto la Fed dopo il 2008, quando il QE ha aiutato ad assorbire lo shock. Morgan Stanley dice che il 45% di tutto il credito privato in Cina deve essere rifinanziato nel corso dei prossimi 12 mesi, quindi allacciate le cinture.

Inoltre, la Cina sta facendo fatica a mantenere floride le sue industrie al tasso di cambio corrente. Patrick Artus, di Natixis, dice che i salari in continuo aumento - e la caduta di produttività – fanno sì che ora produrre l'Airbus A320 a Tianjing costi il 10% in più che produrlo a Tolosa.

Le implicazioni sono evidenti. La Cina prima o poi può tentare di ribassare lo yuan per mantenere le sue quote di mercato, al di là di ciò che dicono al Congresso degli Stati Uniti, in parte per fermare il Giappone che sta guadagnando terreno grazie alla sua svalutazione del 30% con l’Abenomics. Albert Edwards della Société Générale dice che questo potrebbe rivelarsi lo shock deflazionistico finale, in confronto al quale la crisi asiatica del 1998 scomparirebbe.

L’Europa ha già lasciato crollare le sue difese dietro una linea Maginot di politica monetaria ortodossa. I dati Eurostat mostrano che Italia, Spagna, Olanda, Portogallo, Grecia, Estonia, Slovenia, Slovacchia, Lettonia, così come i paesi con il cambio ancorato all’euro come Danimarca, Ungheria, Bulgaria e Lituania, sono entrati tutti in piena deflazione sin dal mese di maggio, come la pressione fiscale si è inasprita. I prezzi sono in caduta in Polonia e in Repubblica Ceca dal mese di luglio, e in Francia dal mese di agosto.


La crescita dell’aggregato monetario europeo M3 è stata negativa per otto mesi, contraendosi ad un tasso dell’ 1,1% rispetto al trimestre precedente. Secondo gli ultimi dati della Banca centrale europea, il credito bancario al settore privato è sceso di 155 miliardi di euro in tre mesi.

Prima di Natale Mario Draghi della BCE ha parlato della necessità di un "margine di sicurezza" contro la deflazione, ma ora sembra stranamente passivo, come sottomesso alla Bundesbank. A Davos l’ho sentito ripetere due volte - spento, senza convinzione - che l'inflazione core è semplicemente tornata dove era nel 1999 dopo la crisi asiatica e nel 2009 dopo la crisi-Lehman, e quindi va bene.

Ma non siamo in circostanze neanche lontanamente paragonabili. Questi due eventi si sono verificati all'inizio di un nuovo ciclo di credito. Oggi siamo quasi al quinto anno del vecchio ciclo – che è già molto maturo - e l’80% dell'economia globale applica misure restrittive o tagli agli stimoli. Per come stanno le cose, la prossima recessione spingerà il sistema economico occidentale oltre la soglia della deflazione

Gli Stati Uniti hanno un margine leggermente maggiore, ma non molto. La crescita dell’aggregato monetario M2  sta rallentando anche più velocemente di quanto fatto nei nove mesi prima del crollo di Lehman nel 2008, ma allora la Fed non si interessò più di tanto di questi dati, quindi è fin troppo possibile che ripeta lo stesso errore. La Fed sta sicuramente sfidando la sorte, con 10 miliardi di dollari di bond tapering ad ogni meeting, in un contesto di deflazione incipiente, come continua a sottolineare il capo della Fed di Minneapolis, Narayana Kocherlakota.

Quelli che pensano che la deflazione sia innocua dovrebbero ascoltare Haruhiko Kuroda della banca del Giappone, che ha vissuto 15 anni di prezzi in calo. I profitti aziendali si sono prosciugati. Gli investimenti in tecnologia si sono atrofizzati. L'innovazione è svanita. "Ha provocato una mentalità molto negativa, in Giappone," ha detto.

Il Giappone ha avuto i più alti tassi di interesse reali del mondo avanzato, cosa che ha causato una spirale di interessi composti che ha portato l’onere del debito a crescere, mentre il PIL nominale si contraeva.

Un esito simile in Europa porterebbe all’esplosione delle traiettorie del debito del Club Med. Comprometterebbe ogni speranza di arrestare il declino economico dell'Europa o di ridurre la disoccupazione di massa prima che le democrazie dei paesi afflitti siano in serio pericolo. Perciò, perché stanno lasciando che accada?                                                                                                              

giovedì 6 febbraio 2014

quando i servi vogliono superare i padroni

Siamo alla farsa! La Procura cita le Ue come persona offesa dai notav

Schermata 2014-02-06 a 01.31.13Ormai il senso del ridicolo è stato superato da tempo, ma la procura di Torino non è ha mai abbastanza. Forti del clima che si respira tra le aule del Palagiustizia di Torino e della campagna per la costruzione del nemico pubblico notav ora i pm con l’elmetto si superano e nel processo a carico dei 4 notav incarcerato con l’accusa di terrorismo ed eversione, citano come “persona offesa” l’Unione Europea nel procedimento in corso.
Per giustificare un accusa che non sta in piedi per la sua esagerazione le tentano tutte e questo è uno dei piani utilizzati. Già i capi d’imputazione sono un qualcosa d’indicibile rispetto ai fatti contestati; già la richiesta di rito immediato, fissato il 14 maggio prossimo, era l’asso nella manica; il trattamento carcerario di massima sorveglianza a danno dei 4 notav faceva capire l’accanimento in atto ed ora ecco il colpo di scena dello spettacolo messo in piedi: parti civili Ue, Presidenza del Consiglio, forze dell’ordine, alpini e operai Ltf pronti a chiedere milioni di euro.
La notizia che è rimbalzata ovunque è proprio quella di aver indicato la Ue tra le parti offese ma i Pm lo sapranno che l’Unione Europea non ha mai richiesto all’Italia la costruzione di una linea ad alta velocità tra Torino Lione?

ai demagoghi del Pd la desertificazione industriale dell'Italia non interessa


La privatizzazione della disperazione sociale da Fabbrica Italia a Electrolux di Eugenio Orso

Scritto il primo di febbraio 2014
Qual è la ragione più profonda della passività sociale che caratterizza le masse pauperizzate d’Italia, paese in cui una famiglia su tre è ormai da considerarsi povera, una passività che continua – o addirittura aumenta – mentre procedono spediti deindustrializzazione, taglio delle paghe e dei redditi, disoccupazione indotta?
Gli ultimi accadimenti che riguardano la struttura industriale italiana riportano tutti, inequivocabilmente, a un processo, in fase avanzata, di ridimensionamento drastico della struttura produttiva nazionale e di desertificazione industriale in molte aree del paese. L’aria è così rarefatta e la direzione di marcia così scontata che gli allarmi non suscitano, ormai, alcuna sorpresa. Né possono provocare alcuna reazione di massa, dentro o fuori gli schemi politici e sindacali dell’epoca.
Due sono gli accadimenti più significativi occorsi nel mese di gennaio di questo 2014, che si annuncia ferale. Il primo è la formalizzazione della fine della vecchia Fiat, così come la conoscevamo, e la nascita di una capogruppo con sede all’estero. Non si tratta che dell’ultimo atto d’internazionalizzazione (e di snazionalizzazione, per quanto riguarda l’Italia) di un colosso industriale che già da anni, informalmente, non può più dirsi italiano. Il secondo accadimento – ancor più significativo del primo – è il ricatto del gruppo svedese Electrolux che punta al ridimensionamento drastico delle produzioni in Italia e/o al taglio brutale delle paghe. Gli stabilimenti del gruppo sono in Friuli, in Veneto, in Romagna e in Lombardia. Questo ricatto è illuminante e ha un grande valore anche sul piano simbolico, poiché, in tal caso, si avanza di buon passo nel processo di “cinesizzazione” del fattore-lavoro in Italia e in Europa, comprimendone i costi senza troppe cerimonie. Si dovrà parlare, d’ora in avanti, esclusivamente di fattore-lavoro (per l’appunto) i cui costi potranno essere compressi all’estremo, fino alla soglia minima di sopravvivenza o anche al di sotto. Parlare di lavoratori, guardando alle persone e ai loro diritti, in queste contingenze storiche è ormai neocapitalisticamente anacronistico. Sorriderà compiaciuto, nella tomba, l’agente di cambio anglo-olandese David Ricardo – padre del liberismo economico e “bestia nera” di Marx, nonché classico dell’economia – la cui legge dei salari altro non prevedeva, per i lavoratori, che il minimo per la sopravvivenza di sé e del proprio nucleo familiare (il cosiddetto salario di sussistenza). Il modello Electrolux, se applicato diffusamente in grandi numeri, supererà le sue attese, perché in futuro, nei semi-stati neocapitalistici come l’Italia, si potrà andare liberamente molto al di sotto del minimo.
Dopo il modello Fabbrica Italia marchionnista, adottato da una Fiat infedele al paese (quella “finanziaria e globale” del manager canadese Marchionne e degli eredi Agnelli, gli ebrei Elkann), ecco spuntare il modello Electrolux, non limitato al settore degli elettrodomestici. Un modello fondato su un ricatto brutale, da realizzare per le vie brevi. O il taglio delle paghe senza alcuna vera contrattazione, oppure la delocalizzazione delle produzioni altrove (nella fattispecie in Polonia) e la chiusura degli stabilimenti italiani. Il sistema dell’economia mondiale lo permette, anzi, lo incoraggia. Si avanza così di un passo, oltre Marchionne e la Fiat “internazionalizzata” oggi fusa con Chrysler in FCA, verso il pieno dominio del mercato globale e la totale libertà di scelta del Capitale Finanziario. Si passa dall’attacco portato con successo alla contrattazione nazionale collettiva da una Fiat ancora formalmente italiana, con sede nella penisola, ma fuori dal sindacato padronale di confindustria (cosa che all’epoca provocò una certa sensazione), a un attacco più diretto per colpire al cuore le deboli resistenze residue al progetto neocapitalistico. Un progetto che prevede la compressione estrema del fattore-lavoro e la totale libertà nella scelta delle aree d’investimento, non più ostacolata da alcuna barriera. Infatti, dello stato sovrano non c’è più alcuna traccia, in Italia, e si è definitivamente affermato, dal direttorio Monti-Napolitano in poi, un semi-stato europoide e neocapitalistico. Un semi-stato “da operetta”, estraneo agli interessi della popolazione italiana e tenuto formalmente in vita dai veri decisori, come supporto locale ai processi di globalizzazione economico-finanziaria in atto. In questo contesto generale, il “sub-mercato” europoide che imprigiona l’Italia si muove nella stessa direzione dei grandi mercati asiatici e del Pacifico. La rotta, per tutti, è stabilita dagli agenti strategici neocapitalistici (espressione usata da Gianfranco la Grassa e dal compianto Costanzo Preve) che attraverso le “istituzioni” sopranazionali controllano ferreamente la penisola, le sue risorse (popolazione compresa) e il suo patetico semi-stato.
Ciò che più conta, in questa sede, è rilevare che nel passaggio dalla marchionnista Fabbrica Italia al modello Electrolux di relazioni industriali (scriviamo pure così, con amara ironia) si compie la privatizzazione della disperazione sociale – fra le masse immemori dell’antica ed estinta lotta di classe – con il supporto decisivo dei media, di economisti e intellettuali, della politica collaborazionista nel semi-stato italiano e dalle centrali sindacali al servizio del neocapitalismo. Si compie, altresì, il passaggio dal lavoro che può essere ancora oggetto di tutele, rapportato alla persona umana e alla sua esperienza esistenziale, al mero fattore-lavoro neocapitalistico, che non può avere alcun diritto (fra un po’ neppure i fasulli “diritti umani” neoliberali) perché concepito come un qualsiasi bene e servizio nel circuito produttivo, artificiosamente disgiunto dal suo prestatore. I lavoratori, in quanto tali, diventano delle non-persone. Non-persone come lo furono gli schiavi del mondo antico e aristotelico, ridotti a “oggetti animati” destinati a usare altri oggetti, inanimati, di proprietà dello stesso padrone. “Oggetti animati” di cui è possibile liberarsi chiudendo interi stabilimenti produttivi, se non si accettano inaccettabili (in altre epoche) riduzioni di paga. Il modello Electrolux, necessitato dal funzionamento stesso del neocapitalismo, lascia al “prestatore del servizio” e portatore del fattore-lavoro, soltanto due alternative – altrettanto drammatiche, da scontare in silenzio nella dimensione privata – che sono schiavitù o disoccupazione.
Dopo aver abilmente disgiunto la persona dal fattore-lavoro, negando l’unità dell’esperienza esistenziale umana, si privatizza anche la conseguente disperazione sociale di massa, rendendola un mero dramma individuale e individualizzato, privo di rappresentanza politica nel semi-stato e orfano delle vecchie tutele sindacali. Non è più possibile, in questi contesti, alcuno sbocco in termini di conflitto verticale, o lotta di classe fra dominanti e dominati. Non esistono più rappresentanze effettive per i futuri schiavi, o i futuri espulsi dal ciclo produttivo. Il dramma è vissuto esclusivamente nel privato, da invisibili e anonimi prestatori del servizio lavorativo, il suo esito è scontato e la possibile dimensione mediatica che può avere – come nel caso “di scuola” Electrolux, oggetto dei soliti, disgustosi talk-show – è totalmente fuorviante (colpa delle tasse sul lavoro, della spesa pubblica da tagliare, del costo della burocrazia e delle sue lungaggini), se non apertamente apologetica delle dinamiche neocapitalistiche e mercatiste. Ecco cosa impongono l’”apertura al mercato” e la cosiddetta competitività in uno scenario globale, per agganciare una chimerica ripresa produttiva e occupazionale nel semi-stato. Che la riduzione di paga richiesta per mantenere la produzione in Italia sia di poco più del 10%, come millanta la proprietà, o addirittura del 50%, oppure, più probabilmente, vicina a una percentuale intermedia fra le due, poco importa. Comunque finisca la vicenda degli stabilimenti italiani di Electrolux, il dado è tratto, il ricatto è servito ed è il Capitale Finanziario a dettare imperiosamente la sua legge.

mercoledì 5 febbraio 2014

la lotta per uscire dall'Euro eliminerà scorie e detriti

ERA ORA! La sinistra contro l'euro si unisce

3 febbraio. C'era attesa per le conclusioni dell'Assemblea svoltasi ieri a Firenze. Gli organizzatori del Convegno di Chianciano Terme avevano detto: "sinistra contro l'euro, se ci sei batti un colpo"! Non solo una prima risposta, c'è stata, è sorto il Coordinamento nazionale della Sinistra contro l’euro. Un'importante inversione di tendenza dopo anni di dispersione a sinistra, di fallimenti di tutti i tentativi aggregativi basati su presupposti astratti e identitari. Questa volta si fa sul serio, ci si misura con i nodi strategici che il Paese deve sciogliere se vuole evitare una catastrofe di portata storica. Si esce dalla bolla ideologica per cacciare dal potere le sette oligarchiche dominanti;  ci si getta nella mischia per essere lievito della più larga alleanza democratica e anti-euro(peista), per impedire che la sollevazione popolare alle porte sia strumentalizzata da forse reazionarie —siano esse liberiste o tipo Front National in Francia. Occorre fare ancora molta strada, tuttavia. Siamo solo qualche centinaio di attivisti. Occorre diventare molte migliaia.

Un successo per niente scontato l'Assemblea di Firenze, se si considera la pluralità di soggetti politici e culturali presenti, per non parlare di coloro che hanno partecipato a titolo personale proveniendo dalle più diverse regioni del Paese.

Tra i gruppi e le associazioni, oltre a MPL e Bottega Partigiana, c'erano delegazioni dell'area No Euro di Rifondazione comunista, della Me-Mmt, del Partito Umanista, di Euro Truffa-Alza il pugno, di L.U.P.O., dei Meridionalisti Italiani, dell'associazione Qualcosa di Nuovo, della Marcia della Dignità, oltre ad attivisti del Movimento 9 Dicembre e del Movimento 5 Stelle. Impossibilitati a partecipare hanno inviato i loro saluti il Movimento R-Evoluzione e Bandiera Rossa in Movimento.

L'Assemblea ha avuto inizio con l'introduzione di Leonardo Mazzei il quale, a nome dei promotori, ha messo subito in chiaro quale fosse lo scopo dell'Assemblea: dare vita ad un coordinamento unitario della sinistra no-euro. Ha quindi sottoposto all'Assemblea un Documento politico [che alleghiamo più sotto], come base politica di questo coordinamento.

Numerosi gli interventi. Mentre gli amici della Me-Mmt e di Euro Truffa-Alza il pugno hanno assicurato piena disponibilità a collaborare con il nuovo polo della sinistra contro l'euro, tutti gli altri gruppi presenti hanno deciso di farne parte. 
Il Documento politico è stato quindi approvato per acclamazione.

L'Assemblea —dopo aver anche approvato un Ordine del giorno contro la Legge truffa elettorale e per la più ampia mobilitazione per impedirne l'approvazione— ha deciso di dare al neonato raggruppamento il nome provvisorio di Coordinamento nazionale della Sinistra contro l’euro.

Con spirito di concretezza figlio della drammaticità dei tempi che viviamo, ha infine eletto un Comitato Operativo nazionale di 17 membri il quale, riunitosi subito dopo la conclusione dell'Assemblea, ha aprovato il seguente comunicato:

« Organizzata dai Promotori del Convegno  “OLTRE L’EURO. LA SINISTRA, LA CRISI, L’ALTERNATIVA”, si è svolta a Firenze il 2 Febbraio, un’Assemblea Nazionale, cui hanno partecipato forze politiche e associazioni della sinistra-no euro, che considerano la riconquista della sovranità nazionale, popolare e democratica, il principale terreno di lotta di questa fase.
Solo battendo il blocco oligarchico dominante si potrà evitare al Paese la catastrofe, difendere e applicare la Costituzione e tenere aperta la strada per la fuoriuscita dal capitalismo. Una battaglia di portata storica che potrà essere vinta solo dando vita alla più larga alleanza popolare, attraverso la fondazione di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale, che ponga la Costituzione come sua base e cornice valoriale. La battaglia contro la gabbia dell’euro non può essere lasciata alle destre populiste.

-      L’Assemblea, svoltasi in un clima unitario ed inclusivo, dopo aver  approvato nelle sue linee generali il documento politico che alleghiamo, ha deciso di dare vita al Coordinamento Nazionale della sinistra contro l’euro;

-      L’Assemblea ha eletto un Comitato Operativo di 17 membri  a cui è stato affidato il compito di consolidare il Coordinamento, di portare a termine il processo costituente e di incontrare ogni forza interessata alla fondazione di un nuovo CLN;

-      Fanno parte del Comitato Operativo: Giuseppe Amini, Ugo Boghetta, Claudia Castangia, Leopoldo Cattaneo, Shirin Chehayed, Valerio Colombo, Beppe De Santis, Fabio Frati, Giuseppe Giordano, Tony Manigrasso, Leonardo Mazzei, Angela Matteucci, Rodolfo Monacelli, Luigi Nanni, Moreno Pasquinelli, Mimmo Porcaro, Antonio Stacchiotti;

-      L’Assemblea ha infine approvato un Ordine del giorno contro la legge truffa elettorale, dando incarico al Comitato Operativo di verificare la possibilità di promuovere una campagna unitaria a scala nazionale per impedire che questa legge truffa sia approvata dal Parlamento.

Il Coordinamento Nazionale della sinistra contro l’euro
(Bottega Partigiana, Meridionalisti Italiani, Movimento Popolare di Liberazione, Movimento R-Evoluzione, No Euro Rifondazione, Partito Umanista)».

11)   Uscita unilaterale dall’eurozona.

22)   Disdetta dei trattati fondanti dell’UE (da Maastricht al Fiscal Compact)

33)   Nazionalizzazione della Banca d’Italia e del sistema bancario.

44)   Politica economica volta al raggiungimento della piena occupazione.

55)   Emissione della nuova valuta sovrana.

66)   Controllo sui movimenti di capitale.

77)   Piani di “Lavoro Garantito” per il raggiungimento della piena occupazione.

88)   Moratoria sul debito pubblico.


Il tutto entro il quadro di una decisa difesa dei redditi e dei diritti dei lavoratori.

martedì 4 febbraio 2014

ecco quello che propone Renzi chi? sui risparmi degli italiani

PARTE DELLA POLITICA ECONOMICA E FISCALE DI RENZI?: ASSALTO AI RISPARMI ! 
il alle 10:46 da Paolo Cardenà

Ormai non perde occasione per ribadire che parte della sua ricetta  di e fiscale per “rilanciare” il paese, si fonda anche sull’innalzamento della tassazione delle “rendite” finanziarie, oggi al 12.5% per i titoli di stato e al 20% per le altre attività finanziarie (obbligazioni, conti correnti, azioni, ecc ecc).
Poche sere fa è stato ospite della trasmissione di Rai2 Virus, condotta da Nicola Porro, e ha ribadito che sarebbe sua intenzione innalzare il prelievo al 28%.
A dire il vero, Renzi, insieme a buona parte dei suoi colleghi, non nascondono neanche che sarebbe auspicabile l’introduzione di una imposta patrimoniale, ignorando che esiste già e che colpisce in maniera strutturale il patrimonio finanziario degli italiani, con un’aliquota posta allo 0.20% annuo. E questo tema lo abbiamo già affrontato QUI
Ritornando al discorso della tassazione delle “rendite” finanziarie, giusto per far comprendere quanto potrebbe essere distruttiva l’ipotesi avanzata da Renzi, vi sottopongo un breve ragionamento dal quale è assai facile comprendere l’assurdità di una proposta del genere.
Se si dispone di 100 mila euro investiti in obbligazioni che, ad essere generosi, offrono una cedola del 3% all’anno, ci si porta a casa 3 mila euro all’anno lordi, ai quali va tolta la ritenuta fiscale.
Siccome Renzi dice che vorrebbe alzarla al 28%, ciò significa che la cedola annua lorda subirebbe una tassazione di circa un terzo, ed esattamente 840 euro. Ecco quindi che la rendita finanziaria si ridurrebbe a 2160 euro.
Ma non finisce qui. Perché il patrimonio finanziario di cui si dispone subisce un’altra aggressione fiscale per via dell’imposta di bollo calcolata sui 100 mila euro, che da quest’anno è stata elevata allo 0,20%, strutturalmente, salvo ulteriori inasprimenti. Quindi altri 200 euro, che fa diminuire la rendita ottenuta dall’investimento a 1960 euro netti.
Poi c’è il discorso inflazione.
Eccettuato l’ultimo anno, mediamente, l’inflazione, in Italia, negli ultimi 10 anni, è oscillata intorno al 2,5%, a voler essere buoni. Quindi sopra il target della Bce fissato al 2%.
Ipotizziamo quindi che, nel medio periodo, il livello di inflazione sia simile a quello subito nel decennio passato: quindi il 2,5% annuo, anche se la dinamica potrebbe essere addirittura peggiore.
Ciò significa che al montante costituito dal patrimonio maggiorato della rendita netta (cioè 100.000+1.960= 101.960 euro) si dovranno sottrarre altri 2.600 euro, circa.
Ecco quindi che, a fine anno, si sarà ottenuto un rendimento reale negativo, che andrà ad erodere il patrimonio di circa 600 euro all’anno. A questo si dovranno aggiungere anche i costi di intermediazione della banca, gli oneri riferibili alla tenuta dossier titoli e le commissioni di gestione del conto corrente agganciato al dossier. Quindi, in soldoni, il rischio è che i 100.000 euro di patrimonio finanziario, a fine anno, diventino quasi 99.000 euro reali, con una perdita reale di valore di circa 1.000 euro. E questo se si capitalizzasse la cedola netta ricevuta, cioè se non la si spendesse. Perché, altrimenti, il saldo sarebbe anche peggiore, è ovvio.
C’è da aggiungere che il patrimonio risparmiato (100.000 euro), magari è stato accumulato in età lavorativa grazie ai flussi di reddito, sui quali sono state pagate le relative ai livelli stratosferici a tutti noti.
Se non lo avete capito, per il momento sono riusciti a distruggere l’impresa e il lavoro. Ora cercheranno di distruggere l’ultimo baluardo rimasto: i risparmi degli italiani.
Il concetto potrebbe anche essere espresso prendendo in prestito dalla fisica il principio dei vasi comunicanti. Secondo questo principio, un liquido contenuto in due o più contenitori comunicanti tra loro, in presenza di gravità, raggiunge lo stesso livello dando vita ad un’unica superficie equipotenziale. Cioè, i liquidi, sui diversi contenitori, raggiungono lo stesso livello.
Ecco: applicate questo principio all’economia e comprenderete quel che sta accadendo e quel che accadrà ai vostri risparmi, se ne avete.
Detta in parole più semplici, i vostri risparmi sono il contenitore pieno. I debiti (di stati, banche ecc ecc) sono il contenitore vuoto. Basta collegare i due contenitori e i livelli dei liquidi (in questo caso debiti e crediti) tenderanno a compensarsi, posizionandosi su uguali livelli .
E quale sarebbe il collegamento che permette una simile compensazione?
Che piaccia o no è l’autorità che ha lo stato di imporre espropri, confische e nuove tasse, colpendo materia imponibile, qualsiasi essa sia, nelle forme più fantasiose possibili. Patrimonio e risparmi compresi.

http://finanzanostop.finanza.com/2014/01/28/parte-della-politica-economica-e-fiscale-di-renzi-assalto-ai-risparmi/

lunedì 3 febbraio 2014

Napolitano ci spieghi la necessità ed urgenza

Rivalutazione quote Banca d’Italia … una toppa peggiore del buco

Scritto il alle 13:49 dacarloscalzotto@finanza

C’erano davvero caratteri di “urgenza” e “necessità” nell’approvazione del sulla delle di Banca d’Italia?
Il Comunicato stampa del ministero dell’Economia chiarisce un solo aspetto: l’esautorazione del Parlamento e il predominio delle questioni finanziarie sui principi democratici.
L’aumento delle quote di Banca d’Italia da 156.000 a 7,5 miliardi di
euro ha sollevato nelle scorse settimane diverse critiche e dubbi, tanto da spingere il Ministero dell’Economia e delle Finanze a emanare un comunicato stampa, lo scorso 29 gennaio, per sottolineare sin dal titolo che non è stato fatto “nessun regalo alle banche”.
Nel merito il comunicato chiarisce ben poco, visto che, rispetto alle numerose critiche circolate in questi giorni, si limita a segnalare che: “nessun “regalo” è stato fatto alle banche, perché la rivalutazione del capitale e una più equilibrata ripartizione delle quote di partecipazione alla Banca d’Italia non comportano alcun onere per lo Stato.”
Se questo è l’argomento migliore, appare decisamente debole, per non dire di peggio. Poniamo che camminando per strada io trovi un portafogli pieno di soldi. Lo raccolgo, e do il contenuto a un mio amico. Per me il gesto non comporta “nessun onere”, ma per il mio amico è un regalo non da poco. Detta in altre parole, secondo un ragionamento logico ancora prima che economico, il fatto che non ci sia un onere per lo Stato non significa in alcun modo che non sia stato fatto un regalo alle banche. La pochezza delle argomentazioni non fa che rafforzare molti dei dubbi sollevati.
Ma non è questo l’aspetto peggiore. Alcune domande critiche sulla revisione delle quote sono state pubblicate la scorsa settimana in un post sul blog di Non con i miei soldi (http://www.nonconimieisoldi.org/blog/banca-ditalia-alcune-domande/). Il post si chiudeva con una domanda, “sulla forma, non sulla sostanza, ma è probabilmente la più importante da rivolgere ai nostri politici. Per quale motivo esattamente si è ricorsi allo strumento del Decreto Legge del governo per la rivalutazione delle quote? Secondo la Costituzione italiana, il riscorso al Decreto Legge è possibile “in casi straordinari di necessità e di urgenza”. Dov’è in questo caso la straordinaria necessità e urgenza che impedisce un normale iter parlamentare?”
Ed è qui che la risposta del governo appare la proverbiale toppa peggiore del buco. Sempre nel comunicato stampa del 29 gennaio si legge che: “la riforma di un assetto risalente al 1936 era peraltro divenuta ormai urgente in vista dell’entrata in vigore del nuovo sistema unico di supervisione bancaria in ambito europeo”. Peccato che, come si legge sul sito della Bce: “l’assunzione delle nuove competenze di vigilanza bancaria da parte della Bce è prevista per l’autunno 2014”. Prevista per il prossimo autunno. Siamo a gennaio. Sette – otto mesi di tempo, come minimo, non sono sufficienti per pensare a un dibattito parlamentare? Rappresentano una “straordinaria urgenza”?
Ma prima ancora, nel merito, cosa sarebbe successo di cosi terribile, se al momento dell’entrata in vigore del sistema unico di supervisione bancaria l’Italia non avesse ancora completato il processo di revisione delle quote? Se lo avessimo approvato dopo qualche settimana o anche qualche mese, quali terrificanti conseguenze ci sarebbero state? In altre parole, oltre a mancare qualsiasi presupposto di “straordinaria urgenza”, è davvero difficile ravvedere i criteri di “straordinaria necessità” che possano giustificare il ricorso al decreto legge e impedire un normale iter e dibattito parlamentare.
Rispetto a questa per lo meno traballante e stiracchiata interpretazione delle basilari regole democratiche, è in un passaggio finale del comunicato stampa che si tocca l’apice: il governo ricorda come “i contenuti e gli effetti del decreto legge sono stati ampiamente illustrati e discussi dal Ministro dell’Economia e delle Finanze in due audizioni presso le commissioni competenti di Camera e Senato. Nel corso dell’esame del provvedimento sono stati approvati emendamenti di iniziativa parlamentare con il parere favorevole del governo”. source
Bontà sua, il governo accetta di partecipare a ben due audizioni parlamentari e arriva addirittura a dare parere favorevole ad alcuni emendamenti parlamentari. Quale benevolenza e magnanimità!
La faccenda della rivalutazione delle quote di Banca d’Italia è preoccupante e poco chiara in sé, e continua ad esserlo a maggior ragione dopo questo comunicato stampa. Preoccupante nella sostanza, ma ancora prima nella forma. Il comunicato chiarisce una cosa sola: la progressiva esautorazione del Parlamento, in particolare per tutto quanto afferisce al sistema bancario e finanziario. I tempi della finanza non possono aspettare quelli della democrazia. Non disturbare il manovratore, si va avanti per decreti legge e iniziative del governo. Non è possibile pensare a una discussione o porre domande. D’altra parte, se il livello delle risposte è quello che leggiamo nel comunicato stampa dello scorso 29 gennaio, forse è meglio non farle per niente, le domande.

la Verità avanza e loro hanno paura, Tv, giornali,radio questo potere si muove compatto come falange

Attacco alla democrazia

Velvet Secret

Prima di tutto, a vedersi scorrere davanti l’ennesima rissa farlocca tra parlamentari, la prima cosa di cui viene voglia è, almeno, una rissa vera. Cosa sono quei buffetti, quelle carezze, quelle cravatte che svolazzano, quelle signore e quei signori che si puntano il dito sul naso e poi dicono: “Che fai, mi tocchi”?
Ma lasciamo perdere.
In queste ore possiamo ammirare la compattezza (quella sì, marziale) con cui i mezzi d’informazione e i partiti politici si rincorrono nello sport preferito di queste ore, la caccia/lapidazione del “Grillino”. Colpevoli di aver interrotto la seduta della camera prima, e della commissione affari costituzionali poi, infine responsabili di aver formalmente ipotizzato un prolungato attentato alla costituzione da parte del capo dello stato (e averne quindi chiesto la messa in stato d’accusa), i parlamentari M5S sono sotto il fuoco di fila: “antidemocratici” (Sel), “fascisti” (Pd), “squadristi” (Forza Italia), “utili idioti” (Fratelli d’Italia), “irrispettosi” (Lega Nord). Per non parlare delle voci di scandalo che si sono levate dai quotidiani Corriere, Repubblica, Stampa, Messaggero, Unità, Manifesto, Secolo d’Italia, e persino un po’ dal Fatto Quotidiano.
Rodotà, ex candidato al colle del movimento, lo condanna senza appello e solidarizza con Napolitano. Violante parla di clima “microinsurrezionale”, lui che se ne intende, Renzi di “cose da codice penale”, la Boldrini promette sanzioni, mentre qualcuno propone di accusare il M5S di “attentato contro organi costituzionali dello stato”.
Di fronte a tutto questo spettacolo inutile vorremmo dire alcune cose.

La prima: a nessuno importa niente degli organi costituzionali, del parlamento, delle risse tra deputati, dei “questori” di Montecitorio minacciati e dei 5stelle schiaffeggiati. Sia chiaro, non scambiamo i nostri auspici (da sempre volti alla delegittimazione complessiva dell’apparato istituzionale) per una “pancia” del paese ipotetica e frutto delle nostre idealizzazioni: è proprio così. La parte più calma della popolazione, quella che è stata educata a certi “valori” e ha ancora i nervi abbastanza saldi per crederci o ricordarli, è del tutto indifferente a ciò che sta accadendo nei palazzi romani, anzi pensa ad altro ma con una certa qual punta di insofferenza. L’altra parte, quella che non ha più un controllo totale sul proprio sistema nervoso (per ragioni socialmente variegate: disoccupati, cassintegrati, esodati, licenziati/licenziandi di fabbrica, iperprecari, commercianti falliti/in via di bancarotta), di fronte alle reazioni perbeniste dell’“arco democratico” si incazza sempre di più. L’idea che circola per le strade è di farlo saltare in aria il parlamento, figuriamo se ci si impressiona per due schiaffi. Ciò che addolora le persone, semmai, è la certezza che non ci scapperà il morto.
Secondo: dal punto di vista istituzionale e formale, i 5 stelle hanno ragioni da vendere. Il vittimismo dell’arco Sel-Pd-Lega-Ncd-SceltaCivica-Casini-ForzaItalia-Fratellid’Italia (speriamo di non aver dimenticato nessuno) somiglia a quello del lupo contro l’agnello. Anzitutto, la legge promulgata ieri su Imu e Bankitalia è l’ennesimo abominio del potere: dopo aver bombardato la popolazione per un anno con il discorso sull’Imu, al punto che oggi chi ha una casa paga di più ma è contento basta che la smettano con l’infinita tarantella e la presa in giro dei nuovi nomi per le stesse tasse, il decreto che permette almeno di non pagare anche la vecchia tassa viene accorpato dal governo furbetto con una legge che svende alle banche private quote enormi di finanza pubblica, accelerando ancora la trasformazione della società (in atto da decenni) in una giungla spolpata e setacciata dai predatori della grande finanza.
Ora, il processo di ridefinizione autoritaria dello stato proprio di questa epoca passa proprio attraverso il ricorso continuo a questo genere di giochi di prestigio: ricordate il decreto “contro il femminicidio” che conteneva anche norme draconiane contro chi osa avvicinarsi (anche soltanto camminando con le mani in tasca) al cantiere Tav di Chiomonte? I tg si limitarono a dire: “I 5stelle votano contro la legge sul femminicidio”, senza spiegare il trucco di Letta&C. e dando in pasto all’opinione pubblica il fatto nudo e crudo che i 5stelle volevano, in soldoni, che le donne venissero ammazzate. Adesso avrebbero dovuto stare zitti zitti e buoni buoni e assumersi la responsabilità o di imporre una tassa esosa a tutti gli italiani senza alcun motivo, o di votare una manovra finanziaria abnorme cui sono radicalmente, e giustamente, contrari; e l’“antidemocratico” non sarebbe chi inventa questi trucchetti (Letta) e chi li esegue senza batter ciglio (Boldrini), ma chi cerca di smascherarli. Lo stesso vale per la legge elettorale: Pd e Forza Italia si accordano per una legge a loro immagine e somiglianza, che renderà il ricorso alle urne poco più di una ridicola scampagnata domenicale (come già in gran parte è) per la stragrande maggioranza degli elettori, visto che il 37% dei votanti, che (esclusi i non aventi diritto e gli astenuti) è circa il 18% della popolazione, deciderà per cinque anni la vita di tutti con una posticcia maggioranza assoluta.
Potrebbero, i 5S, che parlano di democrazia diretta in rete e sono l’unica forza elettorale che tutte le altre hanno interesse a distruggere, farsi menare per il naso e stare anche zitti? E potrebbero non attaccare (a loro modo, cioè basandosi sulle leggi e sulla costituzione) il capo dello stato che dal 2011 (cioè da quando si autoproclamò dittatore in pectore dichiarando guerra alla Libia senza l’avallo del governo e del parlamento, ma in seguito a una semplice riunione del consiglio supremo di difesa) governa l’Italia come un monarca in barba alle regole della repubblica in nome delle quali i comuni mortali vengono invitati a votare, a sottomettersi alle istituzioni e non di rado, se smettono di credere a tutte queste fandonie, a varcare la soglia del carcere? Secondo la logica legalitaria dei 5S è del tutto coerente chiedere la sua messa in stato d’accusa per una serie di episodi che effettivamente denunciano ciò che tutti i confindustriali e gli accademici ripetono da anni, e cioè che con Napolitano si è passati alla repubblica presidenziale de facto e questa situazione va regolata (ciò che i 5S non vogliono) de jure (attraverso le famose “riforme costituzionali” su cui proprio Napolitano insiste da tempo).
Tutto questo, sia chiaro, per ciò che concerne la forma, ma serve pur sempre a capire. Le presunte intemperanze dei 5stelle sono il minimo che un gruppo d’opposizione parlamentare dovrebbe fare nel momento in cui è oggetto di una demonizzazione continua di Tv e carta stampata e dell’esclusione scientifica dalla discussione parlamentare con trovate burocratiche, richiami all’ordine durante gli interventi in aula (impagabili le continue interruzioni della Boldrini), tagliolette e ghigliottine per impedire gli emendamenti. Insomma davvero il boato di indignazione presunta è, se non altro, ancora una volta un modo per non far capire un’acca di quel che succede, ammesso (e purtroppo concesso) che qualcuno sia ancora così ingenuo da dare un credito ai meccanismi di dissenso propri della delega parlamentare.
Da ciò, per riprendere il nostro avvio sulle risse vere e su quelle presunte, si pone il problema, ben diverso, della sostanza: ovvero del conflitto politico, perché anch’esso può essere reale o fasullo. Ai partiti senz’altro bruciano i nove milioni di voti del M5S lo scorso febbraio, ma il vero obiettivo di tutta questa canea non sono loro, siamo noi: non intesi come questa o quella tendenza politica in seno alla società (tanto meno chi, come noi, mai voterebbe i 5S, e mai voterebbe in generale), bensì come corpo sociale enorme e variegato di persone che hanno tutto l’interesse non soltanto a cacciare i partiti dal potere, ma anche ad attentare effettivamente all’impianto generale del sistema politico (gli “organi costituzionali”) salvo non averne i mezzi. Ciò che infastidisce è che l’azione mediatica del M5S soffi sul fuoco di una rappresentazione timida eppure pericolosa dell’agone politico che molti italiani hanno o cominciano a prendere in considerazione: nelle ridicole “bagarre” del parlamento il Pd e Berlusconi vedono una inquietante trasfigurazione del desiderio di rivolta che cova nel paese senza esprimersi, che quei comportamenti potrebbero istigare o, come dicono i politici, “legittimare” (come se la rabbia popolare, quasi fosse un’istituzione dello stato, avesse bisogno di “legittimazioni” da parte di chicchessia).
Può sembrare ridicolo; ma la psicologia di un popolo moderno – vale a dire un popolo di telespettatori, molto più che di elettori o internauti – può, in effetti, essere un po’ “ridicola”, se così ci vogliamo esprimere, e non per questo meno pericolosa per chi governa in tempi di crisi. In altre parole, l’odio per il parlamento c’è davvero nelle nostre città, e cresce; ma chiunque abbia a cuore sé stesso e il suo prossimo non deve temere per gli organi costituzionali e la “democrazia” sotto attacco, deve invece cospirare quotidianamente affinché quell’attacco smetta di essere inscenato nel teatrino di Montecitorio e dilaghi in tutto il paese. I parlamentari M5S non fanno altro che ciò che è proprio di tutti i soggetti interessati a guadagnare potere: tirano acqua al loro mulino, gridando al pane che qualcuno toglie a noi, ben attenti a restare nel campo di inquadratura delle telecamere. E noi, che facciamo? Vorremmo che molti di coloro che guardano con indifferenza e distacco la lapidazione mediatica del “parlamentare grillino” cominciassero a chiederselo sul serio.

domenica 2 febbraio 2014

Boldrini applicando strumento non previsto dal Regolamento Camera diventa eversiva

Rivalutazione quote Bankitalia: denunce a 130 Procure

di 02 febbraio 2014| Ora 13:46
La sede della Banca d'Italia, a via Nazionale, Roma.
ROMA (WSI) - Riceviamo e pubblichiamo un comunicato di Adusbef e Federconsumatori, che depositeranno un esposto-denuncia lunedì prossimo 3 febbraio a 130 Procure della Repubblica ipotizzando tra gli altri, il reato di peculato; alla Procura Generale della Corte dei Conti; alla Commissione Europea.

RIVALUTAZIONE QUOTE BANKITALIA: SU ‘FURTO’ DI 7,5 MILIARDI A FAVORE BANCHE SOCIE, CON TANGIBILE RISCHIO SU ORO E RISERVE, ADUSBEF E FEDERCONSUMATORI PRESENTANO ESPOSTI DENUNCE A 130 PROCURE, CORTE DEI CONTI, COMMISSIONE UE IPOTIZZANDO I REATI DI PECULATO, DANNO ERARIALE ED AIUTI DI STATO MASCHERATI. AD INTESA-S.PAOLO (30,3% QUOTE) - UNICREDIT (20%) 3,5 MLD EURO NETTI.

Il contestato decreto sulla rivalutazione delle quote della Banca d’Italia, il cui capitale detenuto da banche ed assicurazioni passerà da 156.000 euro a 7,5 miliardi di euro, che oltre a configurare un aiuto di Stato mascherato alle banche socie, potrebbe concretizzare ipotesi delittuose dato il trasferimento forzoso dallo stato patrimoniale di Bankitalia (Ente Pubblico), costretta ad attingere dalle riserve ordinarie e straordinarie (22,6 miliardi di euro al 31.12.2012), per ricapitalizzare le banche socie con un apporto di 7,5 miliardi lordi (6,6 miliardi di euro netti), finirà davanti la Procura Generale della Corte dei Conti per danno erariale,alla Commissione Europea per aiuti di Stato, a 130 Procure della Repubblica con ipotesi di peculato.

La parte del leone per Intesa San Paolo, che detenendo il 30,3 % del capitale di Bankitalia, avrà un gentile regalo di 2 miliardi di euro netti; Unicredit (22%) riceverà un bonifico a spese della collettività, pari 1,452 miliardi; al terzo posto le Assicurazioni Generali con 415 milioni di euro; al quarto la Cassa di Risparmio di Bologna, che avrà un maxi assegno di 409 milioni di euro; al quinto posto l’Inps del collezionista di poltrone Mastrapasqua, che riceverà 330 milioni di euro netti; al sesto la Carige, con 264 milioni; al settimo la Bnl con 184 milioni netti; seguita da Mps (165 milioni); Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli (138,6 milioni); Cassa di Parma e Piacenza con 132 milioni netti; Carifirenze, con 125,4 milioni di euro, tutti al lordo della tassazione pari al 12%,il cui ammontare totale è di 900 milioni di euro.

Senza contare il rischio tangibile che le banche o fondi di investimento italiani ed esteri, che entreranno nella "public company" di una Bankitalia privatizzata dal Governo Letta-Saccomanni, in nettissima controtendenza rispetto alle Banche Centrali di tutta Europa (pubbliche o semipubbliche), acquistando le quote eccedenti il 3% che le vecchie azioniste dovranno dismettere, potranno rivendicare il diritto alle riserve in oro ed in valuta, appostate nel bilancio al 31.12.2012, per la somma di 132,556 miliardi di euro.

Un ulteriore regalo a banche e banchieri azionisti di Bankitalia, è rappresentato dalla pioggia dei dividendi annui, i quali fissati al tasso del 6%, ben 24 volte il tasso di riferimento Bce dello 0,25%, oppure se si preferisce 12 volte in più dei tassi di rendimento dei BTP attorno al 3%, porteranno nei bilanci delle banche socie ben 450 milioni di euro.



Adusbef e Federconsumatori, dopo aver esaminato con i loro migliori legali i profili giuridici e le palesi forzature nel conferimento a banche e soggetti privati del patrimonio pubblico (così come sono configurate ed appostate le riserve straordinarie della Banca d’Italia), raffigurati specie nel papocchio dell’art.6, depositeranno un esposto-denuncia lunedì prossimo 3 febbraio a 130 Procure della Repubblica ipotizzando tra gli altri, il reato di peculato; alla Procura Generale della Corte dei Conti, che dovrà valutare l’ingente danno erariale; alla Commissione Europea, per i lapalissiani aiuti di Stato mascherati alle banche socie, proprio alla vigilia degli stress test europei sulle banche italiane.