Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 15 febbraio 2014

Renzi è la palude, la politica ha una logica e delle regole, non si possono ignorare


La Mandrakata di Leonardo Mazzei


14 febbraio. Verso il "governissimo Renzi"? Macché! L'ennesimo "governicchio" di una classe dirigente che non sa che pesci prendere e che alla fine dovrà ubbidire ai diktat delle tecno-oligarchie europee e applicare politiche antipopolari.

Chissà perché lo chiamano Renzi 1, come se il "2" fosse cosa scontata. In realtà la confusione sotto il cielo è grande, e per ora siamo semmai al Renzi zero, un oggetto per adesso senza forma, con una maggioranza pittoresca, ed un programma certo immaginabile ma che ancora non c'è.

Molte cose si chiariranno nei prossimi giorni, limitiamoci perciò ad alcune note su questo ennesimo Colpo di Palazzo, dopo i due precedenti del novembre 2011 (arrivo di Monti) e dell'aprile 2013 (governo Napo-Letta).

1. Disegno sistemico o guerra per bande?

Per prima cosa bisogna domandarsi da cosa nasca questa accelerazione, questa spinta fortissima verso un governo Renzi. Si tratta di un vero e proprio disegno sistemico, con il coinvolgimento ed il sostegno attivo dei principali poteri in gioco, od è semplicemente un episodio della guerra per bande che, frutto della crisi della politica secondo-repubblichina, imperversa ormai da anni? 

Probabilmente entrambi i fattori giocano la loro parte ma, per quel che è possibile dire oggi, il secondo (la guerra per bande) ha un ruolo prevalente. Il gruppo che si raccoglie attorno a Renzi mostra una sete di potere smisurata, ha un leader che certo non si pone limiti, un partito-stuoino la cui minoranza di "sinistra" (!) è stata la prima a stendergli il tappeto rosso verso il traguardo governativo. Questo per ricordarci che non tutte le "bande" sono sempre in grado di lottare per il potere od una parte di esso, a volte si accontentano più modestamente di vivacchiare e di prendere tempo. Ecco allora che l'avere allontanato la prospettiva elettorale fornirà nell'immediato al segretario del Pd un certo numero di amici in più. 

2. L'ultima carta?



Detto questo, non è che i centri del potere economico —nazionali ed europei— siano stati a guardare. Per loro Renzi era una carta di riserva, da giocarsi alla bisogna. Non una carta come le altre, però. Una carta un po' più forte, in virtù di una certa popolarità del soggetto in questione. Popolarità coltivata mediaticamente da anni, in parte assai sovrastimata, in parte reale. 

Era questo il momento di giocare una simile carta? Lorsignori si saranno di certo posti la domanda. Sta di fatto che le esternazioni del presidente della Confindustria Squinzi sul "nullismo" di Letta sono arrivate puntuali. E così pure l'annuncio della scoperta dell'acqua calda, cioè delgolpe del 2011, sulle pagine del Corriere. Uscite non casuali, senza dubbio, ma che più che ad un disegno organico fanno pensare ad una mossa disperata: Renzi come ultima carta per tentare l'impossibile quadratura del cerchio tra le regole della gabbia europea, che non si ha il coraggio di mettere in discussione, e le esigenze di un'economia nazionale sempre più in crisi.

3. Non c'è due senza tre?



Il killer dalla Smart blu ha liquidato l'inconsistente Letta in quattro e quattr'otto. Prima un incontro da cafoncello per comunicargli lo sfratto, poi una relazione da bocciofila alla Direzione del Pd per annunciare la Terra Promessa: il... 2018! Almeno i suoi predecessori, anch'essi non eletti, avevano una mission più definita: imporre i più pesanti sacrifici del dopoguerra agli italiani il primo, far passare a nuttata della crisi politica-istituzionale seguita al voto del febbraio 2013 il secondo. Di Renzi vedremo, ma il 2018 è molto, molto lontano.

La quadratura del cerchio di cui al punto 2 è il nodo intorno al quale tutto ruota. E non è un nodo che si possa sciogliere con qualche trovata pirotecnica che certo non ci verrà risparmiata. Ne sanno qualcosa sia Monti che Letta. Il primo - presentato come l'austero ed incorruttibile salvatore della patria - ha certo svolto il suo lavoro omicida, ma ha poi finito per fracassarsi le ossa con un modesto risultato elettorale ed il successivo disfacimento della sua improvvisata creatura politica. Del secondo, che doveva arrivare al 2015 con un treno carico di "crescita", riforme istituzionali e presidenza europea, ci parlano le cronache di questi giorni. 

Facile essere proiettati in alto nelle aspettative iniziali, dato che tutto manca in questo Paese fuorché una stampa servile nei confronti del vincitore di turno. Più difficile misurarsi con i bilanci consuntivi, quando i conti non tornano e gli amici vanno alla ricerca di nuovi padroni. Che dire allora, se non che non c'è due senza tre? 

A questo esito Renzi potrebbe sfuggire solo cambiando di 180 gradi la politica di asservimento all'Unione Europea. E' possibile una simile svolta? Assolutamente no. 
Il sindaco di Firenze potrà al massimo fingere di "battere i pugni sul tavolo". Anzi, già ci sembra di assistere a questa sceneggiata. Una cosa hard che Letta non avrebbe mai potuto permettersi. Ma come risponderà al teutonico e fermo no che gli verrà cortesemente comunicato? Difficile che possa andare oltre ad un'impeccabile imbronciatura del suo volto da ragazzotto un po' suonato.

4. Un azzardo senza alternative?

Qualcuno si è chiesto come mai Renzi abbia smentito se stesso così clamorosamente. L'uomo che diceva che non sarebbe mai andato al governo senza un'investitura popolare (magari truccata con unalegge truffa, ma questo è un altro discorso), si appresta ora a varcare la soglia di Palazzo Chigi in virtù dell'investitura... delle primarie del Pd, cioè del voto di 2 milioni di persone su 48 milioni di elettori... E l'uomo che gridava contro le "larghe intese" si accinge ora a governare con la stessa maggioranza che contestava... Se questo ci dice già abbastanza sulle qualità di colui che qualcuno ha ribattezzato coeRenzi, è però assai probabile che ci sia dell'altro.

Del resto è stato lo stesso segretario del Pd a parlare di azzardo. Perché allora una simile mossa, fra l'altro assai malamente preparata? In proposito possiamo soltanto avanzare un'ipotesi, l'unica che ci pare sensata: perché Renzi e la sua banda non potevano aspettare due anni. A rovinare i piani iniziali di costoro, costringendoli all'azzardo, sono stati due fatti: la sentenza della Corte Costituzionale sul Porcellum e l'inevitabile allungamento dei tempi dell'entrata in vigore della nuova legge elettorale.

Con il Porcellum Renzi sarebbe andato alle elezioni quanto prima, confidando ovviamente sulla conquista del premio di maggioranza. Privato del Porcellum egli è subito ricorso ai ripari, congegnando con il suo degno compare un super-Porcellum ancor più adatto allo scopo. Mossa magistrale, quanto antidemocratica, ma con alcuni inconvenienti anche per la banda Renzi. Perché è vero che gli era riuscito il non improbo compito di far accettare a tutti i suoi parlamentari, compresa la famosa "sinistra", tutte le sue porcherie: dal premio di maggioranza, agli sbarramenti stile Turchia, alle liste "democraticamente" bloccate. Questo gli era riuscito, così com'era riuscito al suo sodale di Arcore con i transfughi con la fregola da rientro di Ncd.

Ma questa era la parte più semplice, più complicato far accettare ai tacchini l'idea dell'approssimarsi del Natale. Ora, siccome anche i tacchini hanno un cervello, questi si sono messi a pensare e gli si è accesa una lampadina: come si può andare al doppio turno con il bicameralismo perfetto? Che si possono fare due doppi turni? Ora, per la verità, la stessa cosa si può dire anche del premio di maggioranza, che può benissimo consegnare due diverse maggioranze. Ma in effetti immaginare due doppi turni, magari con diversi soggetti in campo nelle due camere in palio, questo era un po' troppo anche per chi ha architettato senza arrossire la "norma salva-Lega" e quella "salva-Sel". Ma allora, ecco la logica conclusione dell'ingegnoso tacchino, la legge elettorale potrà andare in vigore solo al momento dell'abolizione del Senato. [Abolire il Senato significa infatti cambiare la Costituzione, il che implica un iter molto più lungo che non quello della legge elettorale. Ndr] (1) Campa cavallo, e non solo perché si tratta di materia costituzionale. Il Natale è stato così allontanato, per la gioia dei tacchini, ma non quella del sindaco di Firenze.

Ecco allora che la situazione è precipitata. Renzi si è reso conto della trappola. Non si trattava più di aspettare qualche mese, come ancora pensava quando parlava di elezioni ad ottobre, ma di anni. Una prospettiva impensabile per lui e per il famelico gruppo di potere che gli si è raccolto attorno, e che presto vedremo all'opera con la sua ansia accaparratrice e devastatrice di ogni diritto sociale. Dal loro punto di vista l'azzardo era ormai senza alternative. E per questo l'hanno compiuto. 

5. Duemiladiciotto che?

Vediamo ora in cosa consiste l'azzardo. Dell'impossibilità di far quadrare il cerchio Europa-ripresa abbiamo già detto, ma oltre a questa missione impossibile c'è un altro piccolo particolare a disegnare i contorni di questa folle scommessa. Ed esso consiste nell'avere come decisivo e determinante compagno di strada una formazione che dichiara apertamente di far parte della coalizione avversaria.

Ora, se questo poteva avere un senso in un governo a termine, se vogliamo di "scopo" come in teoria era quello che sta facendo le valigie, come potrà mai funzionare un simile assetto di maggioranza in un governo che si pretende di legislatura? Qui l'azzardo è totale. Come non pensare che Ncd ad un certo punto lavorerà per il logoramento del premier per poi andare alle elezioni, mettendo così la coalizione di centrodestra (cioè la propria) nelle migliori condizioni per vincere?

Forse il segretario del Pd, forte più che altro della sua presunzione, pensa di poter sganciare un giorno Alfano da Berlusconi. Speranza assai poco fondata visto il personale politico di Ncd, la sua storia, il suo (per quanto ristretto) bacino elettorale. Tutti elementi che fanno pensare esattamente il contrario di quel che Renzi spera possa un giorno avvenire. Nel frattempo, colui che aveva tanta fretta di approvare la legge elettorale avrà forse ora convenienza a metterla per un po' in stand by, perché il 37% del premio di maggioranza appare assai più alla portata della coalizione berlusconiana che non ad una per ora inesistente coalizione renziana. 

L'azzardo è dunque totale e senza rete, altro che 2018! Forse anche per questo alcuni centri di potere hanno alla fine deciso di giocare una carta che pensavano di tenersi in mano ancora per qualche tempo. La scommessa è così folle che lo scommettitore avrà bisogno di tanti sostegni, che certo non verranno forniti gratis. Ed alla fine, se fallimento sarà, come pensiamo e come di certo ci auguriamo, anche la sconfitta di Renzi, come quelle di Monti e di Letta, non avrà né padri né madri. Sarà solo sua, come in effetti si merita.

6. Una classe dirigente che non sa più che pesci prendere


Se questo è il quadro, non sarà difficile comprendere quanto sia grave ormai la crisi della classe dirigente (e non solo quella politica) del nostro Paese. Una classe dirigente che non sa che pesci prendere, né a quale santo votarsi. E' in questo paesaggio crepuscolare che sta la risposta alla domanda iniziale, perché anche i più importanti centri del potere economico (e, più specificatamente, finanziario) desidererebbero sì una risposta di tipo sistemico ma, nella difficoltà di elaborarla, altro non sanno fare che partecipare anch'essi ad una guerra per bande senza fine. "Se la crisi italiana non ha sbocchi, che almeno il mio portafoglio si rimpingui": questo è il loro motto, questa è in ogni caso la loro pratica.

Dove sarebbe, del resto, la novità del governo Renzi? Se la maggioranza è la stessa, del programma non sappiamo nulla. Tanto per questi figli del "pensiero unico" liberista il programma non può essere che quello solito: privatizzazioni, deregolamentazione del rapporto di lavoro, sacrifici senza fine per il popolo lavoratore. Che se poi, per qualsiasi motivo, vi fosse qualche intoppo, interverrebbe comunque il "pilota automatico" dei trattati europei e della Bce.

A questo proposito —e nessuna prova sullo stato della classe dirigente potrebbe essere più decisiva— il signor Renzi, al pari di chi lo appoggia, continua a non dir niente del Fiscal Compact. Eppure sarà proprio questo trattato a disegnare qualità e quantità della prossima finanziaria, alias legge di stabilità. Una irresponsabilità che non ha bisogno di commenti. Una irresponsabilità che verrà pagata dalle classi popolari, ma che potrebbe travolgere lo sbruffone fiorentino assai prima di quanto si possa pensare. 

7. L'Europa, le elezioni europee

Gira e rigira, si ritorna all'Europa. E' naturale che sia così, ed è qui che casca l'asino. Hai voglia di parlare di crescita, quando devi obbedire a Bruxelles! Lo hanno fatto Berlusconi, Monti e Letta. Il primo finì per accontentarsi di quella dei capelli, al secondo crebbe il naso per le infinite bugie sulla "fine del tunnel", il terzo ha visto accrescersi solo la propria bile. Dato che ognuno è forte nel suo campo, a Renzi crescerà ancora la sfacciataggine. E magari comincerà a trastullarsi, come Letta, con gli zerovirgola col segno più dopo aver perso quasi il 10% di pil dal 2007.

Ma non saranno questi giochini a salvarlo. Né basteranno gli iniziali peana degli scribacchini di corte. In tempi di crisi anche la "luna di miele" si accorcia. I famosi "cento giorni" di un tempo si riducono ormai ad un paio di mesi. Mesi in cui non mancheranno le trovate, i fuochi d'artificio, l'esercizio di una certa arte populista. Poi, come sempre avviene in questi casi, non resterà che il vuoto.

Ma questo riguarda un futuro un po' più lontano, anche se non lontanissimo. Occupiamoci invece del futuro che è già davanti a noi. In questo futuro prossimo lo sbruffone comincerà a scoprire le carte, ma lo farà in maniera guardinga, perché si porrà innanzitutto un traguardo politico ben preciso: quello di sfangare il passaggio elettorale di maggio. Un traguardo certo non estraneo alla stessa decisione di licenziare subito Letta.

8. Un governo di minoranza ed illegittimo per tre motivi


Guardando le cose dal nostro punto di vista, da quello cioè di chi si augura un incartamento del blocco dominante, come condizione in grado di rendere più vicina una vera sollevazione popolare, è un bene che la "carta Renzi" sia stata infine giocata. Esiste forse la possibilità che quello che nasce come l'ennesimo governicchio si trasformi, per qualche qualità nascosta del premier, ingovernissimo? Ci sentiamo di escluderlo, come si sarà capito dal ragionamento fin qui svolto.

In ogni caso, per battere al più presto una simile ipotesi, sarà importante il risultato delle elezioni europee. Un risultato che ci consegnerà comunque un governo di minoranza, dato che non c'è alcuna possibilità che la somma dei voti delle forze che andranno a comporre la prossima maggioranza parlamentare arrivi al 50%.

Ritrovarsi in minoranza è dunque il primo motivo di illegittimità. Il secondo sta nel fatto che questo governo (e questo primo ministro) nessuno lo ha eletto, mentre il terzo risiede nell'illegittimità dello stesso parlamento che si appresta a dargli la fiducia. Illegittimità derivante dall'essere stato eletto con una legge giudicata incostituzionale dalla Consulta.

Governo illegittimo dunque. Da non riconoscere, da contestare e contrastare da subito. Governo illegittimo per tre motivi, ma più sarà forte il primo, con una chiara sconfitta elettorale a maggio delle forze che lo sostengono (anzitutto il Pd), e prima archivieremo anche questa terza carta di lorsignori. Quella carta giovanilista e pataccara con cui vorrebbero rendere più accettabili gli infiniti "sacrifici per l'Europa" richiesti dagli eurocrati di Bruxelles.

NOTE 

[1] L'art 138 della Costituzione contempla il procedimento di revisione costituzionale e di formazione di leggi costituzionali, differenziandolo dal procedimento di formazione della legge ordinaria previsto dagli artt. 70 ss. Cost.

Secondo parte della dottrina, l'art 138 (norma sulla produzione relativa alle leggi costituzionali ed alle leggi di revisione costituzionale) sarebbe a sua volta suscettibile di revisione, a condizione, tuttavia, che non venga eliminato il carattere rigido della Costituzione. A questa stregua, sarebbe possibile modificare il procedimento di revisione costituzionale, purché rimanga sempre un procedimento aggravato, prevedendo una procedura rinforzata rispetto a quella necessaria per l'approvazione della legge ordinaria. Si tratta, peraltro, di un punto controverso.

L'articolo 138 prevede che il Parlamento si esprima su una legge costituzionale con due votazioni (due per il Senato e due per la Camera in maniera incrociata). Per la prima votazione non è richiesta alcuna maggioranza qualificata e, perciò, la legge costituzionale o di revisione costituzionale può essere approvata anche a maggioranza semplice. Nella seconda votazione è richiesta la maggioranza assoluta per dar corso ad un procedimento referendario di tipo confermativo, oppure la maggioranza dei 2/3 dei componenti che confermerebbe senza bisogno di referendum la reale necessità di approvazione della legge o della revisione.

Tra prima e seconda votazione è comunque richiesto l'intercorrere di un tempo di almeno 3 mesi per permettere ai parlamentari di prendere piena coscienza di ciò che è stato votato permettendo una seconda votazione più consapevole.

venerdì 14 febbraio 2014

non il lavoro ma profitti, una economia mondiale da rottamare

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Appunti sulla guerra valutaria II

Stefano Lucarelli


Dopo un’anno di incremento delle borse mondiali (2013), iniziano le prime avvisaglie di un’instabilità congenita (strutturale), questa volta  derivante dalle tensioni valutarie che hanno attraversato, in particolar modo, i paesi emergenti. In questo articolo Stefano Lucarelli fa il punto della situazione, con un’analisi attenta e puntigliosa della situazione in atto, mettendo in luce come i movimenti dei capitali internazionali siano ancora attratti dalla supremazia del dollaro Usa. Un altro tassello della “critica della crisi”. La prima puntata degli Appunti sulla guerra valutaria può essere letta qui.

* * * * *
1. Il 2013 è stato un anno caratterizzato da menzogne, o – se preferite – da maldestri tentativi di governare le aspettative sui mercati finanziari, sulle relazioni industriali, sul futuro degli assetti istituzionali nazionali ed europei. Tra aggiustamenti al ribasso sui tassi di crescita europei, magie statistiche e comunicative volte a sottostimare il tasso di disoccupazione e a concentrare l’attenzione mediatica sulla sola disoccupazione giovanile (tagliando in questo modo fuori dall’agenda politica i disoccupati e i precari dai 25 anni in su), si giunge al capolavoro del ministro Fabrizio Saccomanni: subito dopo Capodanno l’uomo venuto da Banca d’Italia per far sì che il Tesoro torni degno di tal nome, cerca di diffondere fiducia nel Belpaese invitando gli italiani a gioire per il calo dello spread.
Lo fa nelle stesse ore in cui la BCE certifica una restrizione creditizia record in Europa. Nessuna contraddizione: la riduzione dello spread fra tassi di interesse vigenti in Germania e in Italia c’è, ma non si deve al calo dei tassi nostrani, bensì all’aumento di quelli tedeschi! Come si può leggere in Pinocchio (per la precisione nel capitolo 17, un capitolo pieno di sciagure, Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi: però quando vede i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice una bugia e per castigo gli cresce il naso.): “Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo” Pinocchio era avvezzo alle bugie dal naso lungo, mentre Saccomanni – che non è certo un burattino bambino, ma un adulto – è un maestro di quelle dalle gambe corte. Sentite qua quella di pochi giorni fa al vertice di Davos: “L’economia italiana si è stabilizzata nel terzo trimestre e abbiamo forti indicazioni che nel quarto ha ripreso a crescere [...] So che le stime della Ue e della Banca d’Italia sono minori perché i loro modelli econometrici non prendono in considerazione completamente alcune misure come il pagamento degli arretrati [da parte della Pubblica amministrazione] e altri incentivi” [Saccomanni, forti segnali di ripresa nell’ultimo trimestre del 2013, Il Sole 24 Ore, 23 Gen. 2014 ]. Come se i mancati pagamenti della Pubblica Amministrazione non impattassero sulla solvibilità delle imprese private, sulla loro competitività, sullo stesso gettito fiscale e non avessero effetti sulla domanda effettiva.
Le bugie dalle gambe corte sono quelle che vengono presto a galla; non sono frutto di grande fantasia – come le bugie dal naso lungo – sono piuttosto delle mezze verità che servono da espediente retorico per nascondere l’altra faccia della realtà, quella più scomoda. Nel caso di Saccomanni queste mezze verità servono a portare avanti la procedura fallimentare che gli è stata affidata in sordina, che si tradurrà nella liquidazione di ciò che il Governo italiano considera proprio patrimonio. Ed egli lo dice chiaramente: “L’obiettivo di raccogliere quattro miliardi nel 2014 dalla privatizzazione di Poste Italiane potrebbe essere raggiunto. [...] Si comincia con Poste poi vediamo” [Saccomanni, forti segnali di ripresa, cit.].

2. In tutto questo l’andamento della crisi in Europa non ha presentato dei segnali di cambiamento decisivi: l’Unione Monetaria Europea regge, ma sembra accantonare elementi di instabilità che lasciano sempre intravedere la possibile ridefinizione dell’area dell’euro.
Non si stanca di ricordarlo Jacques Sapir che a commento delle recenti dichiarazioni di Angela Merkel (“Presto o tardi, senza la coesione necessaria, la moneta esploderà” lo riporta Philippe Ricard in un articolo del 21 Dic. 2013 su Le monde) scrive sul suo blog: “la Germania è perfettamente consapevole che una prospettiva federale è indispensabile per la sopravvivenza dell’euro, ma essa stessa non vuole – e la possiamo perfettamente capire – pagarne il costo. Quindi tutto ciò che propone ai suoi partner sono dei “contratti” che li portano a sostenere la totalità dei costi d’aggiustamento necessari per la sopravvivenza dell’euro, mentre essa sola trarrà profitti dalla moneta unica. Ma tali “contratti” non faranno altro che spingere l’Europa del sud e la Francia verso una recessione storica dalla quale questi paesi usciranno socialmente e industrialmente triturati.” [J. Sapir, Madame Merkel et ses ‘contracts’, 25 Dic. 2013]
L’instabilità si riscontra nell’andamento del mercato valutario almeno a partire dal 5 Settembre 2013: a questa data 1 dollaro vale 1,311 euro; si assiste ad una svalutazione continua sino al 27 ottobre quando 1 dollaro vale 1,38 euro; poi è l’euro a svalutarsi sino al 14 novembre (1 dollaro vale 1,345 euro); ben presto l’euro torna a rivalutarsi rispetto al dollaro oscillando attorno a 1,37 – senza scendere sino ad oggi sotto 1,35 – sfiorando due volte un tasso di cambio pari a 1,38 (l’11 Dic e il 30 Dic).
La discesa altalenante del valore del dollaro rispetto all’euro è densa di conseguenze politiche che cominciano a creare turbamento. A tal riguardo, Axel Weber, l’ex capo della Bundesbank e attuale presidente di UBS, ha rilasciato pochi giorni fa a Davos delle dichiarazioni estremamente significative: “L’Europa è sotto scacco. Sono ancora veramente preoccupato. La situazione dei mercati è migliorata, ma non l’economica reale della maggior parte dei paesi. [...] I mercati stanno ora sottovalutando i rischi, specialmente in periferia. Mi aspetto che alcune banche non riescano a passare i test nonostante la pressione politica. Non appena questo diventerà evidente, ci sarà una reazione finanziaria nei mercati” [A. Evan-Pritchard, Crippled eurozone to face fresh debt crisis this year, warns ex-ECB strongman Axel Weber, The Telegraph, 22 Jan. 2014 – Traduzione italiana qui].

3. Come si è arrivati a questo punto? I mesi di settembre e ottobre sono stati caratterizzati dalla debolezza del dollaro, in un clima di caos artificioso costruito dai Repubblicani. Questi hanno diffuso l’idea di un possibile default statunitense approfittando soprattutto dell’incertezza circa le nuove politiche monetarie che la Fed avrebbe adottato. La contrattazione con i Democratici puntava anche a ridurre al minimo le possibilità di una reale riforma del sistema sanitario nazionale, ma questa strategia ha trasmesso una grande incertezza sui mercati finanziari, che ha finito con diffondere un malcontento eccessivo. La nomina di Janet Yellen (il 9 Ottobre) ha cominciato a diffondere un sentiment dominante tra gli operatori finanziari, che – con dopo qualche settimana – è stato compreso anche dai Repubblicani più ottusi. (Tuttavia il problema tutto politico del rischio default dovrà essere nuovamente discusso dal Congresso in Febbraio). La Yellen gode di una credibilità molto alta in buona parte del mondo accademico che conta. Qualche merito per questo, lo ha anche suo marito, il premio Nobel George Akerlof, autore di uno dei principali contributi alla base dei modelli teorici che incorporando le asimmetrie informative, giungono a riportare in auge delle indicazioni di politica economica volte a sostenere la domanda (nel breve periodo), The market for “lemons”: quality, uncertainty and the market mechanism, pubblicato sul Quarterly Journal of Economics nel 1970. È curioso che gran parte della stampa americana oggi scriva che Janet Yellen sia coautrice di quel lavoro, quando in realtà non è nemmeno presente nei ringraziamenti. Ciò che i mercati hanno compreso è che la politica monetaria della Yellen sarà costruita per incrementare il tasso di partecipazione al lavoro: la FED difenderà una politica monetaria accomodante fintanto che questa sarà in grado di generare una riduzione del tasso di disoccupazione. Stando ad alcune simulazioni che la stessa first lady della FED ha illustrato nel Novembre del 2012 durante un seminario alla University of California di Berkley: il tragitto dei tassi della FED deve puntare a minimizzare la deviazione dell’inflazione dal 2% e la deviazione del tasso di disoccupazione dal 6%. In particolare – diceva la Yellen – “la politica ottimale per introdurre questo ‘approccio equilibrato’ [...] consiste nel tenere i tassi vicini allo zero fino all’inizio del 2016, circa 4 trimestri in più rispetto a quanto indicato dalla linea di riferimento standard. Bisognerà poi tenere i tassi sotto questa linea fino al 2018.” [la lezione può essere vista qui. Le parti più rilevanti sono dal minuto 29 al minuto 39].
Il 14 Novembre 2013 Janet Yellen tiene il suo primo discorso ufficiale dopo la nomina a governatore della FED. Si tratta di un discorso che finisce col compensare gli effetti del taglio dei tassi che la Banca Centrale Europea aveva attuato il 7 Novembre. Questa manovra – inefficace per quel che concerne l’economia reale (per le ragioni spiegate da A. Terzi, BCE il taglio dei tassi non allontana la deflazione, 15 Nov. 2013) – aveva comunque modificato al ribasso le aspettative dei tassi futuri, incidendo così sull’andamento del tasso di cambio: l’euro tornava a svalutarsi in modo deciso nei confronti del dollaro. Solo per poco tempo: l’illusione di una ripresa significativa dell’export europeo è durata circa una settimana sino al 14 Novembre.
In dicembre Ben Bernanke ha ufficialmente abbandonato la guida della FED mettendo in atto una diminuzione graduale nell’acquisto dei titoli da parte della banca centrale americana. Siamo di fronte a ciò che in gergo si chiama tapering, che – come si è affrettato a precisare Bernanke – comporta una riduzione della liquidità aggiuntiva sul mercato e non un rialzo dei tassi di interesse. L’effetto immediato che si è avuto è stato quello di diminuire il flusso di capitali verso i così detti Paesi in via di sviluppo.
Nell’ultima audizione del 2013 alla Commissione sugli affari economici e monetari del Parlamento Europeo, il governatore della BCE Mario Draghi ha usato parole di fuoco nei confronti di coloro che mettono in discussione la tenuta dell’Euro: “L’euro è irreversibile [...] Se un Paese pensasse di lasciare l’euro per evitare le necessarie riforme strutturali si sbaglierebbe di grosso: dovrebbe anzi effettuare riforme più dure fuori dalla protezione dell’euro”. Queste parole hanno da un lato contribuito a ridurre le scommesse sull’uscita dall’UME degli Stati indebitati, dall’altro hanno contribuito a rafforzare l’euro nei confronti del dollaro. Questo risultato non riflette tuttavia i così detti fondamentali, non solo dei Paesi dell’Unione Monetaria Europea strutturalmente in deficit commerciale, ma anche dei Paesi più forti, che cominciano a sentirsi sempre meno in grado di sostenere le proprie esportazioni.
Al 27 Gennaio la situazione sui mercati valutari è la seguente: l’euro si trova sui massimi degli ultimi anni nei confronti di diverse valute (1 euro vale 1,36 dollari USA, 1,385 yen, 13.74 rand sudafricani). Lo yen Giapponese si trova ai minimi nei confronti del dollaro USA, della sterlina UK e dell’euro. Le Borse sia negli Stati Uniti che in Europa sono sui massimi di sempre (lo SP500 – l’indice che riflette l’andamento di un paniere di azioni formato dalle 500 imprese statunitensi a maggiore capitalizzazione – è a 1.802, il DAX – l’indice che riguarda i 30 titoli a maggiore capitalizzazione della Borsa di Francoforte – è a 9.400).
Le valute dei Paesi emergenti sono interessate da una grande svalutazione. Si tratta di una situazione che non costituisce di per sé una novità: tra Maggio e Luglio 2013 dopo le prime dichiarazione di Bernanke sulla possibile interruzione di una politica monetaria accomodante da parte della Fed, a farne le spese erano state soprattutto il real brasiliano e la rupia indiana. In questi giorni tutto ciò avviene senza però che gli operatori sui mercati finanziari statunitensi siano preoccupati dalla possibilità di un rialzo dei tassi di interesse (la Yellen su questo punto è stata molto chiara). Venerdì 17 Gennaio il peso argentino ha fatto registrare il più grande declino giornaliero degli ultimi dieci anni. Lo hanno seguito la lira turca e il real brasiliano (-25% dal Luglio 2013). Nei giorni successivi le vendite valutarie hanno coinvolto anche la Thailandia, la Malaysia, l’Indonesia e le Filippine. La rupia indiana ha continuato a svalutarsi rispetto al dollaro (-20% dal Luglio scorso). Anche il rublo è sceso (del 33% dal Luglio scorso).
Tra gli analisti inizia a serpeggiare l’idea che le economie emergenti non siano poi così forti: la spiegazione più diffusa (figlia a ben vedere della teoria del saving glut di cui Bernanke è fautore) è che dal 2008 ad oggi questi Paesi avrebbero accumulato riserve in dollari senza impiegare i capitali per fare cambiamenti strutturali in grado di porre le condizioni per investimenti dall’estero che guardassero al lungo periodo. Non sembra dello stesso avviso uno dei banchieri centrali più interessanti da leggere, Raghuram Rajan – attuale governatore della Reserve Bank of India, già chief economist al Fondo Monetario Internazionale, che con Janet Yellen condivise prima del crash del 2007, la sorte di Cassandra inascoltata dalla comunità degli economisti e dei policy makers statunitensi – che ha recentemente dichiarato tutto il suo sconcerto: “International monetary cooperation has broken down. Industrial countries have to play a part in restoring that, and they can’t at this point wash their hands off and say we’ll do what we need to and you do the adjustment.”

4. I capitali che si muovono (e continueranno a muoversi) dai Paesi emergenti vanno in parte anche verso l’Euroarea, per lo più verso la Germania. L’8 Gennaio 2014 il segretario del Tesoro USA, Jacob Lew ha espresso al ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble preoccupazione per lo squilibrio che continua a caratterizzare la bilancia dei pagamenti tedesca. Lew ha anche suggerito una soluzione che stenta a convincere coloro che governano sotto il cielo di Berlino: il sostegno della domanda interna attraverso aumenti salariali e nuovi investimenti in infrastrutture. C’è una guerra valutaria in corso – anche se lo si continuerà a negare – e gli USA hanno bisogno di sapere che parte vuole fare l’Europa. Nei sogni a stelle e strisce è dal vecchio continente che dovrebbe giungere sostegno alla domanda globale. In parole povere – che non credo stenteremmo a trovare in poco tempo nella mente di un americano medio – la cosa potrebbe essere detta nei termini seguenti: “fratelli noi vi creiamo le condizioni perché dal mondo sottosviluppato i capitali ritornino all’Europa che conta, ma voi vi date una regolata e la smettete con l’austerity alla tedesca e ci aiutate a riprenderci! Quindi la BCE deve imparare un po’ dalla FED!”
La più recente Research Note (30 Gennaio 2014) redatta dall’Institute of International Finance segnala una instabilità dei flussi di capitale verso i Paesi emergenti: “Emerging market conditions have continued to be quite choppy, including a significant market correction in early 2014”. Il Box 4 di questa Research Note è molto interessante perché ci consente di ragionare sul nesso sottile ed ostile fra sconvolgimenti monetari globali e condizioni lavorative o, meglio, soggettività: ci si chiede quanto sia solido il mercato del lavoro americano. La possibile riduzione del tasso di disoccupazione, dunque la possibile ripresa dell’export negli Stati Uniti, è la variabile principale che può incidere sulle aspettative di chi opera sul mercato dei capitali. Ciò che però non è chiaro – si legge nel Box– è quanti lavoratori scoraggiati ritorneranno a cercar lavoro, e quali saranno gli skills di persone che – aggiungo – hanno vissuto i loro ultimi anni facendo i conti con nuovi stili di vita, fatti anche di sfratti e food stamp nation (i buoni governativi per la nutrizione supplementare che nel 2011 interessano circa 45 milioni di cittadini, secondo i dati del Congresso). Insomma, ciò che abbiamo di fronte è un problema di produzione di soggettività: una convenzione finanziaria – che creda nella possibilità che gli USA tornino ad essere un Paese capace di conciliare le esigenze di Wall Street con quelle dei settori orientati all’esportazione di beni e servizi – non abbisogna solo della collaborazione europea; questa convenzione non può essere durevole senza una qualche certezza riguardo ai rapporti sociali che verranno a determinarsi anche dentro gli Stati Uniti. Gli USA oggi sono un Paese in cui esiste una potenziale indisciplina, una rabbia fatta di rancore celato, una maggiore consapevolezza di ciò che significa vivere a contatto con la povertà (come nella trilogia di Suzanne Collins, The Hunger Games). Una federazione di Stati sospesi tra l’indubbia capacità di Janet Yellen di dar senso alla sovranità monetaria del dollaro, e il sogno rivoluzionario di un’adolescente armata di arco e frecce (la Katniss Everdeen nata dalla penna della Collins) che rischia di contagiare una generazione.

5. Siamo dinanzi ad una crisi durevole in cui si cerca di rilanciare nuove forme di accumulazione attraverso l’espropriazione di risorse al di fuori dei tradizionali circuiti di valorizzazione: è così sul piano delle relazioni globali, dove le periferie mondiali vedono allontanarsi i flussi di liquidità necessari a sostenerne la crescita (indirizzati in parte anche a compensare le contraddizioni che i nuovi modelli di crescita hanno determinato); è così in Europa, dove – nonostante le pressioni esplicite ed implicite di marca statunitense, rimane fortissimo il desiderio tedesco di appropriazione dei patrimoni posseduti dai cittadini di quegli Stati piegati dall’austerity. Ai PIIGS si suggeriscono oggi riforme strutturali per evitare di svelare la procedura di liquidazione cui sono soggetti; è così anche sul piano delle singole esistenze come mette in luce la non banale narrazione di Hunger Games, ma anche Carmelo Buscema nel suo L’Epocalisse finanziaria. Rivelazioni (e Rivoluzioni) nel mondo digitalizzato [Mimesis, 2012] – un saggio che somiglia ad un flusso di coscienza dove vengono messe in mostra le ricchezze che, pur nella povertà, le soggettività hanno ancora a disposizione. Il che ridà lustro ad una tentazione forte cui è soggetto ogni potere, anche nell’epoca della biopolitica: la schiavitù delle esistenze.
Per indagare oggi sui nessi esistenti fra ricchezza, speculazione, schiavitù e auto-valorizzazione può essere utile rileggere un vecchio romanzo di Marc Twain, che un tempo veniva consigliato alle scuole elementari: Le avventure di Hukleberry Finn. Ecco cosa pensa a riguardo lo schiavo fuggiasco Jim (capitolo 8).
« “Una volta sono stato padrone di quattordici dollari, ma ho cominciato a fare speculazioni, e mi sono rovinato.
“Che razza di speculazioni, Jim?”
“Be’, prima ho speculato in scorte vive”
“Scorte vive?”
“Bovini. Ho investito dieci dollari in una vacca, ma mi è passata la voglia di rischiare dei soldi con le scorte vive, perché quella vacca mi è morta tra le mani.”
“Di modo che hai perduto tutti e dieci i dollari.”
“No, non li ho perduti tutti. Ne ho perduto quasi nove. Ho venduto la pelle e il sego per un dollaro e dieci centesimi.”
“Così che ti sono rimasti cinque dollari e dieci centesimi. Allora cosa ne hai fatto? Altre speculazioni?”
“Sì. Voi conoscete quel negro con una gamba sola, che appartiene al vecchio padron Bradish? Be’, lui fonda una banca, e dice che quelli che ci mettevano un dollaro ricevevano quattro dollari alla fine dell’anno. Allora i negri ci portano tutti i loro soldi, ma non avevano molto. Io ero il solo che aveva un capitale, ma io volevo più di quattro dollari, così dico che, se non posso avere di più, fondo una banca anch’io. Be’, naturalmente quel negro non vuole che gli faccia la concorrenza, perché dice che non c’era abbastanza lavoro per due banche, così mi lascia depositare i miei cinque dollari, con l’impegno di pagarmene trentacinque alla fine dell’anno.”
“Io allora li deposito. Poi penso che dovevo investire i trentacinque dollari subito, per continuare a farli fruttare. C’era un negro, chiamato Bob, che aveva preso un barcone, e il suo padrone lo sapeva. Allora io glielo compero, e gli dico che gli davo i trentacinque dollari alla fine dell’anno, ma qualcuno ruba il barcone quella stessa notte, e il giorno dopo il negro con una gamba sola dice che la banca era fallita. Così che nessuno è più rimasto con un soldo.”
“Che ne hai fatto dei dieci centesimi, Jim?”
“Quelli avevo intenzione di spenderli, ma poi faccio un sogno, e il sogno mi dice di consegnarli a un negro chiamato Balaam, che tutti chiamano l’Asino di Balaam, e che è un tipo piuttosto balordo. Ma lui è fortunato, mentre io non lo sono. Il sogno mi dice di fare investire i dieci centesimi da Balaam, e che lui li faceva aumentare.  Balaam prende i dieci centesimi, e quando si trova in chiesa sente il predicatore che gli dice che chi dà ai poveri dà al Signore, e i denari gli vengono centuplicati. Così che Balaam prende i dieci centesimi, e li dà a un povero, e resta a vedere che cosa capitava.”
“E cosa è capitato, Jim?”
“Non è capitato un corno. Non sono mai riuscito a incassare quei soldi, e neanche Balaam c’è mai riuscito. Ormai non impresto più un centesimo senza garanzie. Siete sicuri di riavere i vostri denari centuplicati, dice il prete! Solo che mi riesca a riavere quei dieci centesimi, e sarò più che soddisfatto, e riconoscente per giunta!”
“A ogni modo tutto va bene, Jim, dato che un giorno o l’altro torni a essere ricco”
“Sì, e anzi, a ben pensarci, sono già ricco anche adesso. Io posseggo me, e valgo da solo ottocento dollari. Potessi avere tutti quei soldi, non chiedo più altro!”»

giovedì 13 febbraio 2014

i nemici dei cittadini NoTav sono i demagoghi del Pd

editoriale, post — 11 febbraio 2014 at 19:06

220.786,8 volte NOTAV! ltf non ci fa paura!

colpevoliNon abbiamo parole per descrivere quanto stiamo provando tutti e tutte. Abbiamo raggiunto oggi la cifra alla quale Alberto, Loredana e Giorgio erano stati condannati a pagare perchè colpevoli di difendere la nostra terra.
Avevamo chiesto appoggio e solidarietà concreta ai notav di tutta Italia e la risposta è stata incredibile. Un gesto di cuore che dimostra chi è più forte: non bastano le condanne, le manette, le prigioni a piegare il nostro spirito combattiv; abbiamo fatto diventare un bonifico un atto di resistenza!
Ci batteremo in ogni modo per farla trovare lunga ad Ltf a cominciare dal processo, imbastito ad arte solo per arrivare a questa condanna con l’idea di spaventarci e piegarci uno per volta. Così non è stato ed ora proseguiamo con la campagna di raccolta fondi per le spese legali e per il sostegno ai NO TAV incarcerati e colpiti da misure restrittive.
Ci attrezziamo per resistere un minuto più di loro.
( La situazione alle 16:30 di oggi, 11 febbraio, è la seguente: 220.786,8 euro)
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mercoledì 12 febbraio 2014

Napolitano esponente dei capitali mondiali


Napolitano fa politica, prima di Monti con Monti, ora con Letta, non è il capo dello stato garante.

Napolitano si comporta come un capo politico, con un potere ancora più grande, diventato enorme con la irrituale richiesta e relativa accettazione del secondo mandato.

La nostra Repubblica parlamentare diventata nella testa di Napolitano con l'asservimento della Tv, giornali e radio, Repubblica presidenziale ha proclamato Letta il delfino che deve attuare gli indirizzi politici della Presidenza della Repubblica.

Dopo una galleggiamento inutile di dieci mesi, con stupidaggini continue tipo decreto legge SalvaRoma, fatto opportunamente ritirare, e la mini Imu, il governo Letta e' agli occhi di tutti un governo incapace ed inutile.

Renzi forte del voto popolare, attraverso la farsa delle primarie. Farsa in quanto hanno partecipato le clientele del Pd e quelli che ancora credono che gli asini volano, tanti. Non c'è stato giorno che non ha attaccato più o meno giustamente il governo Letta, ripeto incapace ed inutile.

Nel breve giro di qualche settimana si è formato l'asse Napolitano e Letta da una parte, dall'altra Renzi affiancato da Prodi iniziato nell'invito a partecipare  alla farsa delle primarie, Renzi è il rappresentante del capitale industriale e finanziario di piccolo cabotaggio italiano.

Renzi, come sempre hanno fatto i demagoghi del Pd, ha riesumato Berlusconi, il delinquente, soccorendolo appena è stato sbattuto fuori dal Senato, facendo con lui un patto per fare la legge elettorale il Porcellum bis anticostituzionale, e legandolo al suo carro, cosa che è stata gradita dal delinquente trovandoci il suo tornaconto, spezzare l'isolamento raggiunto qualche settimana prima, grazie essenzialmente al lavoro e alla presenza del M5S che ha impedito alla demagogia del Pd si salvare il delinquente in prima battuta, in Parlamento.

Con l'asse Napolitano-Letta si è schierato e diventato strumento consapevole Grasso, il garante del Senato, che nonostante il parere della maggioranza dei rappresentanti del Senato ha schierato questi come parte lesa sulla compravendita dei senatori  fatta dal delinquente a novembre 2010, compravendita permessa da Napolitano che dette al delinquente il tempo necessario per gli acquisti improri dei senatori degli altri partiti e continuare ad avere la maggioranza  per il suo governo al Senato.

Nel frattempo ha ingrossato l'asse Renzi-Prodi, Squinzi il presidente di Confidustria che si accorge della desertificazione dell'industria italiana e comincia a chiedere il conto all'asse Napolitano-Letta-Grasso.

Interviene la Rizzoli con Friedman e quindi anche la Fiat di Marchionni con  i cespugli degli Agnelli a sostenere Renzi-Prodi-Squinzi. Nulla è un caso e neanche la tempestiva propaganda dell'Uscita del libro di Friedman che mette in luce la distorsione del ruolo che Napolitano ha sempre interpretato in sfregio alla Costituzione.

Tutto ciò è per costringere Napolitano ad abbandonare la Presidenza della Repubblica? Può essere. Questa è una manovra per far ricoprire a Draghi il posto della massima istituzione della Repubblica italiana? Può essere. Forse per Prodi è arrivato il momento tanto sospirato per divenire un padre della Patria, divenendo Presidente? Può essere.

Ma detto tra noi questa cosa ci interessa relativamente perchè al di la delle differenze di interpretazioni del ruolo che le varie personalità tutte indistintamente sono al servizio del Capitale finanziario mondiale che vuole dall'Italia i suoi notevoli risparmi e far soldi con le privatizzazioni essenzialmente delle municipalizzate degli enti locali, non disprezzando certamente aziende come l'Eni e le Poste Italiane.

Ribadisco l'Italia deve investire per inventare il lavoro per tutta la sua Comunità e questo lo può iniziare a fare solo se riesce a uscire dalla dittatura dell'Euro riacquistando la Sovranità Nazionale, Politica, Monetaria ed essenziale Territoriale.

Oggi i politici e alcuni gruppi ed associazioni, non ci interessa la pretestuosa divisione destra/sinistra, che hanno chiaro in testa e riescono per questo a trasmetterla sono Salvini della Lega Nord, Alemanno e il Coordinamento nazionale della Sinistra contro l’euro.

Dobbiamo costruire insieme il Fronte Unico per uscire dall'Euro in maniera che l'elezioni del 25 maggio 2014 ci veda protagonisti e che si riesca a dare un segnale forte ed inequivocabile ai servi dell'Euro, ai demagoghi del Pd e chiunque vuole che il popolo italiano si trasformi nel nuovo schiavo moderno.

martelun

martedì 11 febbraio 2014

Bolla altro che ripresa

ATTENZIONE … sta esplodendo la bolla del post-2007
Scritto il 10 febbraio 2014 alle 15:16 da carloscalzotto@finanza

La bolla dei mercati emergenti, in cui le banche europee ed americane hanno riversato centinaia di miliardi di denaro speculativo elargito dalle banche centrali, sta esplodendo e facendo crollare non solo le valute di quelle nazioni ma anche i mercati finanziari nella regione transatlantica.
Solo nel 2013 sono usciti dal “carry trade” nei mercati emergenti ben 59
miliardi di dollari, sulla base della percezione di un imminente cambiamento della politica monetaria della Fed e di altre banche centrali.
Gli analisti che attribuiscono cause distinte alle singole crisi – le turbolenze politiche di Erdogan per i crollo della lira turca, l’attacco speculativo all’Argentina per il peso o l’atteso raffreddamento della crescita cinese – vedono gli alberi ma non la foresta. Come la bolla dei subprime fu l’episodio scatenante del crollo del sistema nel 2007, così quella dei mercati emergenti è una delle molteplici bolle che le banche centrali hanno ricreato negli ultimi cinque anni con la loro politica monetaria iperinflazionistica. Il sistema è oggi più indebitato, più marcio e pronto a squagliarsi di cinque anni fa.
Secondo una ricerca pubblicata dalla Sueddeutsche Zeitung, le banche europee hanno tanti titoli tossici da aver bisogno di aumentare il capitale di almeno 770 miliardi di euro. Le banche nel cuore dell’Eurozona sono le più bisognose: 485 per le banche di Francia e Germania, di cui 285 per la sola Francia. Il calcolo è stato fatto da Sascha Steffen, docente alla European School of Management and Technology a Berlino, e Viral Acharya della New York Stern School of Business (vedi).
Lo studio anticipa quello che dovrebbe essere il risultato della Assets Quality Review attualmente condotto dalla BCE e atteso per la tarda primavera. La BCE ha promesso solennemente di fotografare la situazione reale delle banche, e i suoi dati sono attesi con suspence. Un risultato inferiore a queste cifre non sarebbe credibile.
In questo contesto vanno collocate le insolite dichiarazioni dell’ex capo della Bundesbank Axel Weber, attuale presidente del Consiglio della UBS. Parlando a Davos, Weber ha preannunciato la crisi di una grande banca e il riemergere della crisi del debito sovrano.

Weber si è detto convinto che qualche grande banca in Europa, “nonostante le pressioni politiche”, fallirebbe lo stress test della BCE e sarà costretta all’aumento di capitale, ma incapacitata a farlo. Allora si presenterebbe l’opzione di un intervento governativo, ma ciò riaccenderebbe la crisi del debito sovrano del 2011-2012, se si vuole evitare che la banca fallisca.
Weber ha tracciato l’identikit del Monte dei Paschi di Siena, che se non riesce a raccogliere l’aumento di capitale dovrà ricorrere al salvataggio statale. Il fabbisogno di MPS è relativamente piccolo, ma abbastanza da costringere il governo a sforare i conti in caso di salvataggio, con prevedibili effetti sullo spread.

Mario Draghi, anch’egli a Davos, ha tradito il nervosismo dei banchieri centrali chiedendo che il Fondo di Risoluzione Unico (SRF) giunga a regime prima del 2023, la scadenza stabilita dai governi europei. Draghi ha anche ventilato la possibilità che la BCE acquisti cartolarizzazioni dalle banche. Altri partecipanti al World Economic Forum hanno espresso preoccupazione per le prossime elezioni europee, che promettono di premiare i partiti anti-Euro. La cosa più importante è che alcuni di questi partiti sostengono l’”End Game” per l’oligarchia finanziaria, e cioè il ritorno al regime di separazione bancaria. Niente più salvataggi bancari con soldi dei contribuenti o con prelievi forzosi, ma si separa il settore commerciale da quello speculativo e si lascia quest’ultimo al proprio destino. source Movisol

http://finanzanostop.finanza.com/2014/02/10/attenzione-sta-esplodendo-la-bolla-del-post-2007/

lunedì 10 febbraio 2014

il dollaro su una giostra costretta ad accelerare per acchiappare i profitti

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Consigli (o sconsigli) per gli acquisti

Militant


Alcuni libri sono come le ciliegie… uno tira l’altro. E’ capitato così che leggendo La bolla del dollaro, un libro che consideriamo davvero importante e che a breve recensiremo, ci siamo imbattuti in un volume altrettanto importante scritto da Duccio Basosi e pubblicato nel 2006 dai tipi delle Edizioni Polistampa: Il governo del dollaro.Sulla scorta di fonti originali e poco conosciute il testo affronta uno degli snodi più importanti della storia recente del capitalismo, ovvero il passaggio dal gold-dollar standard uscito dalla conferenza di Bretton Woods al dollar standard su cui ancora oggi poggia il sistema monetario internazionale. Forse potrà sembrare strano star qui a sottolineare l’importanza di un libro che affronta avvenimenti ormai vecchi di oltre quarant’anni eppure l’analisi di quanto avvenne allora si rivela indispensabile per comprendere le radici della crisi che dal 2007 scuote il modo di produzione capitalistico e, al contempo, le contraddizioni interimperialistiche che caratterizzano il presente. Da questo blog abbiamo più volte sottolineato come la crisi finanziaria rappresenti solo l’epifenomeno di una crisi sistemica ben più profonda legata alla caduta tendenziale del tasso medio di profitto e all’esaurimento del ciclo di accumulazione fordista che aveva caratterizzato i “gloriosi” 30 anni post bellici. Abbiamo anche scritto di come tutto questo si sia tradotto in una crisi di egemonia dell’imperialismo statunitense costretto a confrontarsi in primo luogo con l’emersione del blocco imperialista europeo. Ebbene il testo di Basosi contribuisce a far luce proprio sulla genesi di questa situazione rivelandosi dunque di estrema utilità ed interesse non solo per lo storico o l’economista ma anche per il militante politico, ma procediamo con ordine…

La sera del 15 agosto del 1971 il pubblico americano era in attesa che iniziasse un nuovo episodio di Bonanza ma invece degli attori della fortunata serie televisiva sugli schermi apparve il faccione del presidente Richard Nixon che annunciava l’adozione di quattro importanti provvedimenti di politica economica destinati a cambiare le sorti del mondo e a cui lui stesso aveva dato il nome di New Economic Policy, NEP. Nonostante il richiamo involontario di Nixon alle disposizioni leniniane del 1921 le quattro misure prevedevano:
a) Stimoli alla crescita e agli investimenti
b) Blocco totale dei salari e dei prezzi per 90 giorni
c) Sospensione unilaterale della convertibilità aurea del dollaro
d) Istituzione di una sovrattassa temporanea del 10% su tutte le importazioni
Con queste misure il presidente statunitense assestò un colpo mortale al sistema monetario internazionale partorito nel 1944 a Bretton Woods, un sistema che gli stessi Stati Uniti avevano allora fortemente voluto e contribuito a realizzare. Il passaggio dai cambi fissi a quelli fluttuanti chiamò in causa la natura stessa del rapporto tra gli stati e tra questi e le forze economiche. Il passaggio alla libera fluttuazione delle valute avviò anche, nel lungo periodo, la transizione a nuove forme economiche e produttive che misero fine al capitalismo fordista-keynesiano così per com’era conosciuto.
Il lavoro di Basosi sottopone a revisione critica le interpretazioni dominanti su questo importante passaggio storico secondo cui gli stessi Stati Uniti furono travolti dalla crisi del sistema monetario internazionale riscontrando invece in quanto avvenuto il risultato di una precisa volontà politica dell’amministrazione statunitense. Ciò ha spinto l’autore ad allargare lo sguardo ben oltre la singola data del 15 agosto 1971 arrivando così ad abbracciare e ad analizzare la politica economica internazionale di Nixon lungo l’intero periodo del suo mandato presidenziale.
Il sistema di Bretton Woods era stato concepito come parte del “grande disegno” rooselveltiano ed estendeva le ricette macroeconomiche keynesiane su scala internazionale grazie ad un sistema di cambi fissi e ad una gestione “multilaterale” delle politiche economiche. Pur ridotto al solo campo occidentale il sistema aveva sancito l’egemonia statunitense sul mondo non sovietico attraverso il ruolo dominante del dollaro (convertibile in oro al prezzo di 35 dollari l’oncia) come mezzo di pagamento e strumento di riserva internazionale. Fin dagli inizi il fatto che la bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti fosse strutturalmente in deficit non aveva generato problemi né politici né economici per via del ruolo militare ricoperto dagli USA e per lo stato di minorità delle altre economie uscite distrutte dalla seconda guerra mondiale. La crescita impetuosa dell’economia europea e giapponese modificò questa condizione chiarendo agli stessi ambienti dell’amministrazione statunitense come la vera minaccia per gli USA, almeno dal punto di vista economico, provenisse proprio dai paesi capitalisti alleati che stavano progressivamente conquistando quote sempre più rilevanti del mercato mondiale.
Nel periodo tra il 1960 e il 1967 il tasso di crescita del Pil reale nei paesi europei fu mediamente del 5% mentre il Pil USA dal 1967 iniziò a decelerare dal 2,7% fino al -0,3% del 1970. Il reddito nazionale degli USA, che nel 1950 rappresentava il 36% del reddito mondiale, alla fine degli anni ’60 era sceso al 30%. Nello stesso periodo le esportazioni manifatturiere sul totale delle esportazioni dei 6 paesi più industrializzati erano passate dal 25 al 18.5%. Contemporaneamente le riserve auree erano scese dai 17.8 miliardi di dollari del 1960 ai 10.8 del 1968. Il 1960 segnò anche un altro punto di non ritorno, i dollari in circolazione all’estero avevano superato le riserve auree di cui disponeva la Federal Reserve
Subito dopo il suo insediamento, tra il 23 febbraio e il 2 marzo del 1969, Nixon fece un viaggio in Europa portando il tema della riforma del sistema monetario internazionale all’ordine del giorno degli incontri bilaterali anche se in termini ambigui per evitare di incrinare i rapporti con le varie leadership. La collaborazione europea era essenzialmente concepita come strumentale ad un disegno i cui termini erano tutti interni alla politica globale statunitense. Dunque, nonostante in quel periodo nell’amministrazione Nixon prevalessero ancora gli orientamenti “multilaterali e gradualisti”, già dal 1969 iniziò a prendere forma l’idea di un abbandono unilaterale del sistema di Bretton Woods e si cominciò a disegnare la strategia con cui “giustificare” tale scelta a livello internazionale.
A raffreddare definitivamente ogni speranza di riforma “condivisa” del sistema monetario internazionale arrivò poi la decisione dei sei paesi membri della Comunità Economica Europea di procedere verso la creazione di una Unione Economica e Monetaria (UEM). Si trattava di un percorso che per quanto di lungo periodo (un decennio) andava oggettivamente in una direzione diametralmente opposta a quella desiderata da Washington. Ad acuire ulteriormente le tensioni fra gli alleati contribuà inoltre la decisione da parte di Nixon di adottare una politica passiva di bilancia dei pagamenti. Violando volontariamente le regole di Bretton Woods Nixon mirava a neutralizzare, o quantomeno a limitare, i vincoli imposti proprio dalla bilancia dei pagamenti alla libertà di movimento globale degli Stati Uniti. In questo modo i paesi europei non solo erano chiamati a sorreggere il dollaro in virtù degli accordi di non conversione ma, per mantenere i propri tassi di cambio entro i margini consentiti da Bretton Woods, erano costretti ad aumentare corrispondentemente la propria offerta di moneta fino a renderla di fatto dipendente dalle scelte di Washington, con la conseguenza di importare inflazione.
Nella primavera del 1971 iniziò dunque a prendere forma concreta la chiusura unilaterale della finestra aurea dal momento che, agli occhi degli Usa, si era esaurita ogni possibile via negoziale alla riforma del sistema monetario internazionale e si stavano progressivamente contraendo i margini di manovra concessi dalla politica passiva di bilancio. Ma se il “che fare” era ormai chiaro, tempi e forme erano invece fortemente influenzati dalla percezione dei paesi europei come competitori economici. L’unificazione monetaria costituì dunque sia un campanello d’allarme sia un fattore decisivo nel determinare le forme con cui praticare una scelta già fatta,
Come ricorda l’Autore parte della storiografia ha sempre interpretato il periodo seguente al 15 agosto come il tentativo affannoso di rimettere insieme i cocci del sistema monetario internazionale. In realtà questo tentativo corrispondeva esclusivamente alla volontà europea, mentre per gli Stati Uniti la questione si poneva in termini assai diversi. Per gli Usa l’obiettivo non fu mai quello di tornare a prima della promulgazione della NEP ma quello di sfruttare i rapporti di forza che quest’ultima aveva creato per rilanciare il proprio ruolo globale.
Sulla scorta di una serie di vicende di politica internazionale (Vietnam, Iran, ecc) molte ricostruzioni storiche tendono ad enfatizzare la crisi attraversata dagli Stati Uniti nel corso dell’intero decennio degli anni 70. Secondo Basosi queste interpretazioni sembrano però non cogliere tutte le implicazioni della nuova posizione globale degli Stati Uniti proprio in relazione delle loro strategie di rilancio anche se è innegabile che, proprio in virtù del mutamento in atto nella struttura economica internazionale e nell’economia statunitense, la forma della proiezione globale Usa non sarebbe più stata la stessa.
Al fondo della politica statunitense stava prendendo forma la visione di un “nuovo mondo economico” mirante alla completa liberalizzazione dei flussi di capitali attraverso le frontiere. Questa nuova visione imponeva anche una serie di riflessioni sul ruolo del potere statale in un’economia sempre più sbilanciata verso il lassaiz-faire del mercato. La tendenza delle multinazionali a reinvestire i propri profitti direttamente all’estero era una tendenza ormai consolidata che nessuno si sognava di contrastare, essa implicava però un drenaggio continuo di risorse che minacciava di lasciare perennemente deficitaria la bilancia dei pagamenti statunitense.
Andava dunque ripensato il ruolo che il potere statunitense avrebbe dovuto svolgere in funzione di appoggio al processo di internazionalizzazione e deregolamentazione della produzione e della finanza, e al tempo stesso andava analizzato il rapporto tra l’avanzamento di questo processo e il mantenimento di un potere adeguato. L’estensione globale delle corporation e della finanza richiedeva cioè un’adeguata capacità globale di intervento politico e militare da parte degli Usa. In un contesto simile il dollar standard a cambi flessibili uscito dopo il 15 agosto del 71 presentava evidenti vantaggi per il governo degli Stati uniti che poteva maneggiare, ormai senza più il vincolo formale della convertibilità aurea, la valuta perno del sistema monetario internazionale.
La stampa dei dollari inflazionati non permetteva soltanto di contenere le tensioni sociali interne ma anche di scaricarle all’estero attraverso l’inflazione e il disordine dei mercati valutari determinando così continue difficoltà politiche oltre che economiche alla Comunità Europea. In questo contesto se la volontà europea di accelerare la costruzione dell’unione monetaria veniva rafforzata, le basi di un suo possibile successo si restringevano paurosamente mese dopo mese per via dei differenziali inflazionistici dei diversi paesi.
Tra il 1973 e il 1977 nonostante lo shock petrolifero avesse fatto quadruplicare i prezzi del greggio gli Stati uniti furono l’unico paese a vedere aumentati i propri consumi di petrolio (+20%). Potendo compensare gli acquisti di greggio con l’emissione di valuta di riserva del sistema monetario internazionale essi furono in grado di ammortizzare le difficoltà, che pure incontrarono, molto meglio degli altri paesi industrializzati. L’esplosione della crisi energetica trasformò in pochi mesi e in maniera radicale il problema monetario internazionale. Il dollaro, da valuta sovrabbondante e inflazionata, divenne ben presto il bene rifugio per eccellenza e il mezzo più ricercato per il pagamento del petrolio. Tra il 1975 e il 1982 il reinserimento nei circuiti economici dei “petrodollari” fu un affare enorme; gli enormi flussi di denaro che raggiunsero i paesi produttori non potevano essere reinvestiti in loco e, grazie al peso politico degli Usa, furono reinvestiti soprattutto a vantaggio delle più grandi banche statunitensi.
Nella prima metà degli anni 80 Reagan gettò il peso della finanza statunitense sul piatto della guerra fredda, a costo di un deficit commerciale enorme egli attrasse un flusso di capitali di dimensioni quasi analoghe attraverso cui fu finanziato un programma di innovazione tecnologica teso a ristabilire il primato militare sull’URSS. Nel 1999 il deficit Usa raggiunse la cifra di 346 miliardi di dollari mentre l’indebitamento netto toccò la cifra altrettanto strabiliante di 1704 miliardi di dollari, pari al 20% del Pil. Infine, le imprese multinazionali divennero, nel corso degli ultimi tre decenni del 900, protagoniste assolute della scena economica mondiale. Sulle prime cento di queste ben 27 sono nordamericane.
Attribuire alla politiche di Nixon la paternità di una quantità simile di avvenimenti è ovviamente fuori luogo. Anche perché a causa del Watergate Nixon potè essere protagonista solo in parte di quanto accadde dopo la fine di Bretton Woods. Solo dal punto di vista economico andrebbero citati, per esempio, almeno altri due passaggi significativi:
a)    La definitiva svolta monetarista della FED avvenuta il 1° novembre del 1978 sotto la presidenza democratica di Carter;
b)    Le politiche pro business adottate dal presidente Reagan a partire dalla fine del 1980
Resta il fatto però che, come ricorda l’Autore, rispetto all’insieme dei fenomeni descritti le scelte di Nixon ebbero un valore costituente.
Duccio Basosi, Il governo del dollaro, Edizioni Polistampa