Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 marzo 2014

11 settembre 2001 due aerei tre torri



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Sette osservazioni sulla crisi ucraina

di Piero Pagliani

La reazione russa era obbligata. Apre scenari da brivido, ma segue ferreamente e coerentemente la logica della III guerra mondiale in cui il mondo è immerso

Prima osservazione. La crisi in corso in Ucraina è l'ennesima riprova che le crisi sistemiche portano inesorabilmente a guerre mondiali. Per favore, basta stupirci delle guerre. La crisi sistemica del Seicento fu risolta dalle guerre anglo-olandesi che durarono più di vent'anni. La c
risi sistemica scorsa fu risolta da una guerra mondiale di trent'anni che iniziò nel 1914 e terminò solo nel 1945. La guerra mondiale scatenata dall'odierna crisi sistemica è iniziata ufficialmente l'11 settembre del 2001, cioè tredici anni fa e oggi rischia di entrare in una fase nuova e più devastante.

Seconda osservazione. L'odierna crisi sistemica, si è conclamata ufficialmente il 15 agosto del 1971 quando Nixon dichiarando che il Dollaro non era più convertibile in oro, dichiarò implicitamente che la moneta imperiale era garantita esclusivamente dalla potenza politica, militare, diplomatica, culturale e solo infine economica degli Stati Uniti. Gli stessi motivi per cui quella moneta aveva corso mondiale obbligatorio. Basta, per favore, ripetere che la crisi attuale è iniziata con lo scoppio della bolla dei subprime o, al più, con quella della "New Economy". Sono due episodi della crisi sistemica principale.

Terza osservazione. La crisi ucraina sembra confermare l'ipotesi che ho avanzato in "Al cuore della Terra e ritorno": siamo entrati in una fase di deglobalizzazione, ovvero di suddivisione del sistema-mondo in compartimenti geo-economici separati e potenzialmente contrapposti. Un'altra conferma è il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip), cioè la cosiddetta "Nato economica", in corso di negoziazione. Di conseguenza la finanziarizzazione come l'abbiamo sperimentata a partire dal Volcker shock del 1979 e poi diventata virulenta negli ultimi venti anni, subirà una radicale trasformazione, dato che era sostenuta dalla globalizzazione. In relazione a questa accezione del concetto di "finanziarizzazione", dobbiamo aspettarci unafase di definanziarizzazione che accompagnerà, anche se non in modo meccanico, quella di deglobalizzazione. Questa definanziarizzazione richiede di scambiare il più possibile valori finanziari con valori reali. Il che, in parole povere, vuol dire cercare di riempire un enorme sacco vuoto con ricchezza reale, cosa che non può non portare a disastri e scompensi per innanzitutto richiede un aumento del saggio di profitto (da cui le "riforme del lavoro") e l'assalto all'arma bianca del dominio pubblico. Come placebo per l'ormai irrecuperabile "piena occupazione", al fine del necessario controllo sociale verrà probabilmente introdotto un "reddito di sussistenza", operando così una ghettizzazione istituzionalizzata di parti sempre più ampie delle crescenti "classi subalterne", per più di una generazione. Uno scenario sociale, culturale e antropologico agghiacciante.

Quarta osservazione. Con la crisi ucraina gli Stati Uniti e la Nato sono ritornati ai vecchi amori della Guerra Fredda: le forze politiche fasciste. L'accoglienza di Kerry al nazista Oleh Tjahnybok, leader di Svoboda, ne è l'emblema. Nel 2009 era stata la volta dell'Honduras a subire un golpe old fashion orchestrato dall'entourage della famiglia Clinton ed eseguito da gorilla fascistoidi addestrati nella "Scuola delle Americhe". In Medio Oriente ormai non si nasconde più l'utilizzo imperiale di manovalanza fondamentalista antidemocratica. Ad ogni modo, in Europa era dai tempi del colpo di stato dei colonnelli in Grecia che non si assisteva più a un uso aperto di personale fascista in Europa (utilizzo coperto c'è stato invece ad esempio durante le guerre che hanno distrutto la Jugoslavia. Anzi, possiamo considerare le guerre nei Balcani un punto di snodo, in cui forse per la prima voltacooperarono con le forze imperiali sia fascisti sia jihadisti. La differenza è che oggi, per l'appunto, il loro utilizzo è palese, aperto, quasi rivendicato.

Quinta osservazione. Il ricorso da parte imperiale di forze che formalmente sono direttamente contrastanti coi valori professati dall'Impero, è un probabile sintomo dell'indebolimento delle sue capacità egemoniche, cioè delle sue capacità a far condividere come universali i propri interessi particolari. Da tempo, infatti, il "modello" occidentale ha dimostrato di non essere in grado di essere universalmente applicato e di creare più problemi di quanti ne riesca a risolvere, sia in termini di sviluppo, sia in termini di stabilità sociale e internazionale.
 
Sesta osservazione. Il colpo di stato in Ucraina (ché tale è stato, indipendentemente dal fatto che il regolarmente eletto presidente Janukovič fosse corrotto e incapace), eseguito come avevo previsto assieme ad altri osservatori, pochi purtroppo, durante lo svolgimento dei giochi olimpici di Soči, è avvenuto grazie a finanziamenti statunitensi e tedeschi (non solo accertati, ma addirittura dichiarati), è stato politicamente sostenuto, a volte persino in loco, da pezzi grossi della politica e della diplomazia Atlantica (Kerry, McCain, Ashton) e infine è stato attuato utilizzando reparti paramilitari fascisti a volte addestrati direttamente in basi Nato. In poche parole, è stato un assalto atlantico alle frontiere occidentali della Russia, con ciò stracciando in una volta i Trattati di Parigi ed Helsinki su cui si basava la sicurezza collettiva europea dopo la fine dell'Urss.

E' stata quindi una mossa pericolosissima, cosa che testimonia delle gravi difficoltà che l'Occidente sta sperimentando a causa della crisi sistemica.

Settima osservazioneLa reazione della Russia era obbligata. Ciò non vuol dire che non apra scenari da brivido, ma solo che segue ferreamente e coerentemente la logica della terza guerra mondiale in cui siamo immersi. L'avventurismo occidentale, che è testimone di una preoccupante dose di arrogante disperazione, sta nel fatto che si è compiuta la mossa ucraina pur sapendo che al 90% Mosca avrebbe reagito in modo brutale e deciso. Do per scontato che le dinamiche concitate di questo scorcio di crisi sistemica possano indurre anchemosse particolarmente pericolose e imbecilli. Ma qui mi sembra che siamo di fronte a una inquietante amnesia storica. Non ci si ricorda più che la Russia (e spero che si capisca perché non dico "Unione Sovietica" in questo contesto) al costo di centinaia di migliaia di morti sgominò la VI armata del generale Friedrich Paulus a Stalingrado, invertendo le sorti della II Guerra Mondiale? Non ci si ricorda più che la Russia al prezzo di venti milioni di mortiricacciò i nazisti fino a issare la bandiera rossa sul Reichstag? Si pensa che quelle cose siano successe perché c'era Stalin al Cremlino? Sbagliato. Stalin ebbe bisogno di evocare non una resistenza comunista, bensì la Grande Guerra Patriottica benedetta dai pope.

Una guerra le cui radici affondavano totalmente nella tradizione russa, dove i Tedeschi erano i Cavalieri Teutoni e l'Armata Rossa gli stormi di contadini-soldati guidati dal principe Aleksandr Nevskij.

Non dice niente il fatto che Putin abbia avuto per la Crimea anche l'appoggio delle opposizioni?
Cosa credete che pensino i Russi quando vedono i nazisti della Galizia prendere in ostaggio le piazze ucraine? Non si chiamava "Galizien" la prima unità non tedesca di SS?

Se i decisori occidentali non hanno più voglia di leggersi la Storia si vadano almeno a vedere il film di Eisenstein e quando i Cavalieri Teutoni caricano i Russi sul lago Peipus gelato si facciano venire anche loro un po' di sano, istruttivo e saggio gelo alla fronte vedendo come è andata a finire:
 
MoraleC'è necessità di Pace. C'è un'enorme necessità di Pace. C'è un'urgentissima necessità di Pace. Per il nostro Paese c'è bisogno di una politica di neutralità. Innanzitutto dovrebbe ritornare a svolgere quel ruolo di mediazione che lo ha contraddistinto a partire dalla fine della II Guerra Mondiale almeno fino all'inizio degli anni Novanta. Già questo sarebbe un notevole passo avanti. Alternativamente, il nostro Paese potrebbe essere tirato dentro una guerra devastante in men che non si dica, senza che nemmeno se ne accorga. C'è bisogno che si rilanci un movimento di pacifismo attivo. C'è bisogno di capire che guerra e crisi sono due facce della stessa medaglia. C'è bisogno di un rilancio dell'idea stessa di "democrazia". All'inizio della crisi, tra gli anni Sessanta e Settanta c'era coscienza di ciò. Oggi che questa coscienza è ancora più necessaria di allora siamo invece paralizzati in uno stato catatonico sia delle capacità di analisi e comprensione, sia di quelle di mobilitazione politica. Non abbiamo più la capacità di elaborare un'idea indipendente, che guardi al di là del nostro naso. Al massimo siamo al carro dei problemi suscitati dall'avversario e riusciamo - spesso malamente - solo a ragionare su quelli. Eppure siamo di fronte a un cambio di civiltà. Forse a un cambio dell'idea stessa di civiltà. Dovremmo con tutte le nostre forze evitare che ciò si trasformi in una catastrofe, perché la catastrofe non è assolutamente ineluttabile (la storia del mondo è piena di cambiamenti di civiltà), ma evitarla dipende da noi. Eppure non riusciamo a far niente e la catastrofe la rischiamo in continuazione.

venerdì 7 marzo 2014

oggi in politica il nemico è il Pd



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Femminismo materialista

Sogni…disincanto…fessure…….

di Elisabetta Teghil

Gli anni del femminismo sono stati gli anni del desiderio. Di fronte alla “miseria” offerta dal trascinamento dal femminista al femminile, l’accento sul femminismo e sulla nostra liberazione si presenta come altro, come una scommessa, un impegno oltre il presente. Momento attuale che pretende di annullare il conflitto e la ribellione e di piegare tutte/i rassegnate/i al dominio della merce.

E, a questo progetto, rinnovato ma sempre uguale, di oppressione su di noi, a questa dissipazione della libertà e dell’esistenza, le complici tendono a negare le loro responsabilità.

Anzi, chiamandosene fuori, se ne rendono, proprio in questo modo,attive e partecipi anche e, soprattutto, nel banale dispiegamento della vita quotidiana.

In prima fila ci sono le femministe riformiste, socialdemocratiche, le ortopediche del “politicamente corretto”, psicologhe, assistenti sociali, psichiatre, poliziotte “buone”…direttore di carceri… piddine e le loro appendici e similari e annesse e connesse… che nella loro non bella moltitudine, nella forza che viene loro dai media e dalle Istituzioni, si mostrano e sono particolarmente disponibili alla cultura mortifera che ammorba il presente: vittimismo, quote rosa, comitati per le pari opportunità….sono note di una stessa partitura, sono la favola delle vecchie idee con lieto fine che si ripromette di sottomettere le esistenze concrete dei soggetti reali al rinnovato dominio del capitale e del patriarcato.

L’aspetto più evidente è l’assenza del soggetto, della donna, dell’oppressa. La declinazione delle proprie responsabilità è compresa entro lo scenario della moderna autopromozione.

Il femminismo della falsa coscienza appare oggi al suo culmine e si coniuga con la cultura del rifiuto della politica, del superamento del separatismo, della negazione della lotta di classe, con l’affermazione ottusamente ottimistica che, in fondo, qui ,in questa società, si può essere felici.

Tutto questo nasconde la presa di distanza opportunistica da ogni responsabilità e salva la faccia mobilitandosi per gli avvenimenti del passato o di altri paesi.

In questo contesto ci si trasforma in cantori dell’esistente e delle sue ragioni: se pure storia c’è stata, anch’essa non c’è più e si sfocia, come conseguenza naturale, nel darwinismo sociale, nella condanna delle/dei più deboli, di chi non ce l’ha fatta.

Le oppresse/i e le sconfitte/i sono l’altro, il disordine, generano la paura e quest’ultima si traduce in una sorta di ossessiva coazione all’ordine.

L’unica via indicata da sempre dai teorici reazionari, oggi è diventata il mantra ossessivo della sinistra riformista. Bisogna tenere a bada le oppresse e gli oppressi, rinchiuderli nel recinto del dominio: è questo il territorio della politica socialdemocratica e riformista, quello che definisce e impone le regole del gioco della vita.

Siamo rinchiuse in una gabbia di segni ideologici e culturali della società patriarcale e borghese, una gabbia che hanno costruito per noi e l’hanno chiamata “normalità”.

La nostra “normalità” è così l’esecuzione automatica, inconscia, della programmazione che il capitale, in cui attualmente il patriarcato si esprime, ha costruito per noi.

All’ingiunzione di regole di comportamento dettate dall’ideologia vincente si accompagnano sempre precisi divieti, stigma e punizione.

Per questo il divieto e la paura di infrangerlo e relative conseguenze soffocano il nostro presente e il nostro futuro.

E non soltanto la nostra vita, ma anche le nostre lotte vorrebbero che fossero rinchiuse  nella gabbia preparata per noi. Vorrebbero farci correre sulla ruota come i criceti, con l’illusione di arrivare da qualche parte, con l’illusione di cambiare qualcosa e vorrebbero farci girare sempre in tondo. Vorrebbero farci fare processioni per chiedere qualche grazia  che una volta elargita sarebbe comunque un atto di potere e come tale, con lo stesso atto, potrebbe essere tolta.

Questa gabbia si può spezzare solo ponendo le nostre pratiche sociali e politiche in rapporto antagonistico con l’intera società borghese patriarcale che per attuare le strategie di controllo sociale usa strumenti diversi e,tra questi strumenti, in questo momento neoliberista, hanno un’importanza fondamentale la socialdemocrazia e il riformismo, comprese le componenti femminili, che nelle reti della comunicazione quotidiana fanno la guerra alla memoria e all’identità del movimento femminista, manipolandone la storia, strumentalizzando l’oppressione di genere, di razza, i diritti umani….falsificando la lettura della società e tentando di farne dimenticare la struttura e la divisione in classi.

Creando, così, una società che fa dell’antirazzismo-razzista, dell’antisessismo-sessista e della strumentalizzazione dei diritti il grimaldello per addomesticare le coscienze.

Per questo esclude dal circuito della vita politica, se non dalla vita stessa, tutte/i quelle/i che non si rassegnano a quelle regole, siano femministe, siano valsusine, nomuos, nodalmolin, immigrate/i senza permesso di soggiorno, lavorator/trici espulsi/e dal mondo del lavoro….. Si produce così una ideologia che non si presenta come tale, ma tale è, cioè quella della fine dell’ideologia. Quest’ultima si rappresenta e si racconta come democrazia moderna, come cultura dell’integrazione, del progresso di cui si tessono generosamente le lodi.

Tutto questo si accompagna al venir meno della speranza di una vita migliore che valga la pena di essere vissuta, che invece per i cantori di questa società già sarebbe e chi non se ne accorge e non ne gode è responsabile e se si ribella rientra nel campo del penale e del patologico.

E’ demonizzato ogni tentativo passato o presente di cambiamento che prenda le mosse da un’idea di soggetto che voleva e vuole sottrarsi alla mercificazione della vita portata a sviluppo nella sua totalità con il neoliberismo, forma compiuta e attuale dell’autoespansione del capitale.

Impostazione che relega ogni forma di opposizione e di alterità nel campo del nulla e dell’inutilità.

Il soggetto, l’individuo, per sopravvivere deve scomparire nascondendosi nelle pieghe dell’esistente a cui non è permesso in nessun modo di opporsi.

Si teorizza la fine di ogni possibilità di lotta, di liberazione o di invenzione.

Il capitalismo sarebbe “superato”, la società patriarcale “non ci sarebbe più”.

In questo contesto il separatismo femminista ha una rilevanza vitale perché, come pratica di sottrazione rispetto al maschile dominante, svela la natura strutturale dell’oppressione di genere, ribadendo l’origine socio-economica dei ruoli e di quelli sessuati, smascherando il tentativo di riduzione della lotta delle donne ad una generica conflittualità tra i sessi che dovrebbe essere risolta secondo la visione riformista/neoliberista attraverso un collaborativo confronto fra maschile e femminile con l’annullamento delle differenze politiche, dei ruoli nella società, della storia e della memoria della conflittualità, non solo di genere, e della divisione in classi della società.

La scomparsa o il tentativo di rimuovere il desiderio di lottare si accompagna al venir meno della speranza di una vita migliore, cammina con la sussunzione reale della vita al neoliberismo.

Per questo assume un’importanza fondamentale il recupero della storia e della memoria del movimento femminista, storia e memoria che vengono stravolte, manipolate, falsificate riducendo la trasgressione femminista ad un percorso di emancipazione dai tratti deterministici dove il miglioramento della nostra condizione sarebbe graduale e ineluttabile in una società che progredisce nell’attenzione alle diversità e ai diritti.

In questa società il soggetto tende a rimpicciolirsi mimetizzandosi nelle pieghe dell’esistente a cui pare non possa più opporre niente e tanto meno inventare qualcosa d’altro.

E’ la fine di ogni possibilità di liberazione.

Tutto passa attraverso le Istituzioni e dentro le Istituzioni, nella partecipazione a queste ultime.

Ma, proprio da questa situazione nasce la necessità, anche solo reattiva, di dire no all’angoscia mortifera che accompagna la vita.

E’ necessario spezzare la “normalità” in cui ci vogliono imbrigliare cercando, trovando, creando fessure, crepe, spiragli, squarci che si aprono ogniqualvolta c’è, della normalità, una sospensione.

Nei momenti in cui si rompe il meccanismo di assuefazione, per motivi che possono essere occasionali o provocati…. che possono avvenire nella vita quotidiana o nelle lotte.. si aprono scenari e immaginari oltre la ragionevolezza, oltre la possibilità…..

Tanto più si cantano peana a questa società come migliore dei mondi possibili e orizzonte insormontabile, si sbandierano sulla stessa giudizi positivi che presuppongono tutt’al più qualche miglioramento, che magari coincide con quello personale o di categoria, tanto più è necessario l’impegnarsi che è addirittura di sopravvivenza e il sottolineare la differenza e l’alterità che nascono dalla consapevolezza del dolore, delle lacerazioni, delle sofferenze in cui sono gettati gli oppressi tutti e le donne in particolare.

E’ necessario recuperare la voglia di esprimere il desiderio e lo sforzo di realizzarlo.


Raccontata la presunta realizzazione delle nostre aspettative, siamo precipitate nello smarrimento e nello spaesamento e, nella sua impudenza, il sistema non solo pretende che si debba accettare la realtà, ma che si debba prendere parte attiva alla rappresentazione teatrale.

Agli oppressi/e è negato anche ogni virtuoso impegno per il cambiamento che non passi per la cooptazione individuale, armi e bagagli, nelle file degli oppressori in un ruolo di servizio.

L’iper borghesia o borghesia imperialista si ripropone come nuova aristocrazia, riducendo alla disperazione , nel suo processo di autovalorizzazione, non solo le classi tradizionalmente sottomesse, ma anche le restanti frazioni della borghesia.

E’ stata spazzata via la vecchia rappresentazione del potere e delle gerarchie sociali nate dalla rivoluzione borghese.

Da qui la necessità di individuare le fessure, i momenti di rottura, i punti di fuga e di imparare ad esistere e resistere in questa società contemporaneamente feudale, aristocratica e nazista.

Abbiamo permesso ai conquistatori di questa società di distruggere tutte le forme di resistenza e, addirittura i segni e i segnali. Non ci sono più, o almeno così vorrebbero, cartelli segnaletici.

Ma noi pensiamo e dobbiamo oltrepassare la miseria morale, politica, economica di questa vita che è il nostro tempo.

Proprio nella stagione del disincanto dobbiamo trovare i motivi per recuperare e, magari, vivere, il desiderio e l’esigenza del paradiso perduto.

Dobbiamo ritrovare la dimensione del femminismo materialista, della lotta di classe attraverso pratiche politiche diffuse, critiche e creative, di cui è parte imprescindibile la denuncia delle forme date dal potere patriarcale e neoliberista, e produrre soggettività e solidarietà.

In questa società, mai così classista, razzista e patriarcale, dobbiamo porci i problemi decisivi della libertà, dell’esistenza e della vita dei/delle più. Problemi che non vogliamo e non possiamo eludere.

Praticare e diffondere la ricerca di altro e la critica all’insostenibilità di questa società.

Come femministe materialiste, senza illusioni ma senza remissione, diciamo ancora no e affidiamo la nostra vita alla nostra capacità di inventarla insieme con le altre.

Nulla è scontato. Nulla è dato una volta per tutte. Dentro l’attacco terroristico del dominio si svela la violenza delle Istituzioni che produce solitudine e disperazione, ma si riscopre anche il desiderio gioioso di negazione.

E’ sempre lo stesso vento che si leva a spingerci verso lo stesso obiettivo, la liberazione nostra e degli oppressi tutti.

La strada non è senza asperità e intralci, ma è l’unica che vale la pena di percorrere.

Se questa esistenza ha un senso è disconoscere che la sua esistenza sia giustificata e giustificabile.

Ci deve essere e c’è il senso dell’altro e, prima ancora, della possibilità.

Ogni cosa che è potrebbe anche essere diversa.

Il senso della possibilità è la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, è sconfessare quello che è, è costruire quello che non è.

Tutto ciò disvela quanto falso sia tutto quello che le socialdemocratiche e riformiste ammirano e quanto sia necessario ricomporre la ricerca di segni e tracce del possibile.

Questo passa attraverso la composizione di desiderio e passione, voglia e obiettivi. E’ l’unione tra il soggettivo e il senso del reale, la pratica di vita e la nostra immaginazione.

E’ negare le identità spacciate per presupposte e definitive e pensare ai nostri sogni, alle nostre differenze .

Il vivere non è statico, non è “moderno”, ma ne è l’attraversamento, il passaggio tra le fessure che permettono di individuare la possibilità di oltrepassare gli involucri del paesaggio stesso.

Questo dà il senso al femminismo materialista di superare l’orizzonte ostruito dalla siepe dell’emancipazionismo, una politica asservita alla conservazione dell’esistente e utilizzata come pratica di autopromozione.

Questo è un modo di impegnarci in cui vita e politica non siano separate, che si dipana nella trasformazione del possibile, che fa i conti con la pesantezza del momento, ma mette in pratica l’idea che un’altra società sia possibile.

E’il rifiuto, senza compromessi dell’arroganza e intolleranza di questa società neoliberista che gattopardescamente tutto cambia per non cambiare niente e che ripropone il principio da rifiutare, il principio di sempre, del normativamente costituito, che rinnova il consenso e recupera la legittimazione di questa società razzista e patriarcale spostando sempre l’attenzione al passato e ad altri paesi, così da mascherare quelli che sono i suoi veri intenti.

E tutto si risolve nel correre a tamponare la crisi di legittimazione che questa società e il suo dominio hanno.

Un’impostazione che perpetua la dicotomia governanti/governati e si traduce, quando si ottiene qualche cosa, in una concessione da parte del potere.

Si perpetua, in un meccanismo che si riproduce, il rapporto Stato che detiene il potere e “altro” che sono i cittadini/e e, questi ultimi/e, diventano soggetto solo in quanto sono assoggettati. Si omette che lo Stato possiede il monopolio della forza che pretende legittima, e la esercita in maniera tale da essere, sì, legale, perché legalmente convalidata, ma illegittima per la rottura del contratto sociale.

Per cui lo Stato reprime i popoli, le classi, i generi che disubbidiscono e si ribellano, ma non si limita a sottometterli e a punirli, pretende dagli oppressi il pentimento ed il riconoscimento della legittimità del dominio e, a questo scopo, servono i socialdemocratici, le componenti socialdemocratiche riformiste del femminismo, le prefiche della non violenza, le vestali della legalità, le ong, le onlus, i media…..

La ri-legittimazione del dominio si presenta come la necessità prioritaria del capitale e si dispiega attraverso il neocolonialismo nei paesi del terzo mondo e nel disciplinamento e nella colonizzazione del quotidiano e dei territori nelle società occidentali.

L’adesione a questa offensiva a tutto campo di riaffermazione del dominio si presenta e vuole essere avallata come fondamento di ogni virtù.

Da qui la necessità di riaffermare la soggettività dei popoli, delle donne, degli oppressi tutte/i, la loro autonomia e la loro libertà per loro stessi/e e per gli altri/e.

Si tratta del diritto alla vita dei popoli e delle singole/i di fronte all’omologazione delle nuove forme di oppressione che qui e ora si manifestano e che producono sofferenza, chiusura dello spazio sociale, annullamento di ogni dissenso.

In pratica è necessario smascherare quella che è l’essenza dello Stato autoritario, la richiesta di ordine, di legalità che è divenuta debordante e che nega, all’origine, la partecipazione delle singole/i alla vita pubblica, se mai questa fosse possibile, e le vicende della Val di Susa ne sono l’esempio più lampante.

Uno Stato che reprime il diritto di ribellione, che pretende il riconoscimento del monopolio del dominio e della violenza e una legittimazione anticipata e concessa una volta per tutte alle sue scelte.

Per questo il femminismo materialista ha una funzione importante per indagare le forme attuali dei sistemi liberali e per venire così all’individuazione e ottenere i requisiti necessari all’affrancamento da questa società e alla costruzione di un’altra attraverso una radicale modificazione nei processi di socializzazione e nella stessa costruzione dei soggetti.

La storia ha le sue leggi e i suoi soggetti, e noi siamo parte del soggetto.

Il femminismo o è liberatorio o non è.

Mai c’è stato bisogno del femminismo materialista e del separatismo come in questa stagione buia della vittoria della società del capitale e del patriarcato attuata attraverso i socialdemocratici/che e i riformisti/e.

Viviamo nella negazione appassionata del presente e del desiderio felice nel presente per il futuro.

Lungo questo cammino troveremo anche le anticipazioni del nuovo, nella pratica sovversiva comune.

Ribellarsi è giusto contro il nuovo oscurantismo, la mascherata, ma non tanto, colonizzazione borghese patriarcale del quotidiano.

http://www.sinistrainrete.info/societa/3484-elisabetta-teghil-femminismo-materialista.html

terrorismo di stato

venerdì 07 marzo 2014

No Tav, lacrimogeni contro gesti simbolo

Imputato si fa interrogare, non merito questo trattamento




(ANSA) - TORINO, 7 MAR - "Le forze dell'ordine hanno lanciato una quantità enorme di lacrimogeni contro noi manifestanti quando abbiamo dato vita a quello che era solo un gesto simbolico e innocuo contro il cancello del cantiere del Tav": lo ha detto oggi nell'aula bunker delle Vallette, a Torino, Davide Ziglioli, il primo dei 53 No Tav imputati per gli scontri del 2011 che ha accettato di farsi interrogare. "Mia figlia aveva 6 giorni di vita. Non merito questo trattamento"

i carabinieri dovrebbero prendere coscienza che sono al servizio del popolo e non di istituzioni marce e corrotte

Teresi: “Trasferire processo trattativa? Un paradosso”

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Dopo le critiche del pm e di Ciancimino Mori e De Donno pensano alla querela

di Miriam Cuccu - 7 marzo 2014
Proseguono le polemiche contro il processo per la trattativa Stato-mafia. Questa volta gli ex ufficiali dell’Arma Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni, imputati al processo in corso a Palermo per aver preso parte attivamente al dialogo con pezzi di Cosa nostra insieme a uomini delle istituzioni, hanno chiesto che il dibattimento venga trasferito ad altra sede per motivi di “pubblica incolumità”. A loro dire, infatti, esisterebbero una serie di elementi critici che minerebbero le condizioni di sicurezza, come i messaggi di morte di Riina al pm Nino Di Matteo o il ‘blitz’ nell’abitazione del giudice Roberto Tartaglia per cercare dei documenti. E all’immediata critica del coordinatore delle indagini sulla trattativa, il pm Vittorio Teresi, e di Massimo Ciancimino, che ha definito l’istanza “una vergogna”, Mori e De Donno avrebbero manifestato la volontà di sporgere querela. 

“Che si chieda di spostare il dibattimento sulla trattativa Stato-mafia da Palermo e da un'aula bunker costruita proprio per celebrare il primo maxi processo alle cosche è ‘un paradosso’. Lo Stato deve reagire alle minacce riaffermando la propria presenza, non facendo marcia indietro” ha commentato Teresi, che definisce l’istanza “eticamente sbagliata”. “Negli anni del maxi-processo – ha spiegato il pubblico ministero – ci furono tensioni fortissime e i magistrati vennero minacciati ripetutamente, per tutta risposta in tempi brevissimi si costruì quest'aula proprio per ribadire la presenza dello Stato. Anche in quel caso si fecero richieste analoghe per legittima suspicione. Ma vennero respinte”. Secondo il magistrato palermitano Mori e De Donno “continuano con il loro 'peccato originale' pensando che davanti alla minaccia di un pericolo lo Stato debba arretrare”. Inoltre la rabbia manifestata dalle parole di Riina dal carcere di Opera “riguarda la celebrazione del processo, quindi spostarlo non servirebbe a nulla”. Proprio le minacce di nuove stragi e attentati, ha ipotizzato Teresi, sarebbero state manifestate dal boss corleonese per creare un clima di maggiore tensione nel quale sarebbe maggiormente giustificabile un eventuale trasferimento del processo. Non si deve dimenticare che, proprio in nome del rischio per le condizioni di sicurezza dei magistrati, all’indomani della minaccia espressa da Riina di voler fare “la fine del tonno” a Di Matteo, il pm di punta della trattativa è stato costretto a rinunciare all’esame del pentito Giovanni Brusca che per 
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l’occasione si svolse in trasferta a Milano. Già in quel momento lo Stato, invece di fare quadrato intorno al magistrato attualmente più esposto, ha optato per un clamoroso passo indietro. Come a dire: Riina, al 41 bis da più di vent’anni, ha ancora un potere tale da influenzare l’attuale andamento del processo che svelerebbe i rapporti che intercorrono tra Stato e mafia.
“Assistiamo a degli attacchi nei confronti della nostra attività e, soprattutto, dell'impianto accusatorio del processo per la trattativa che riteniamo immotivati. Ma sarebbe bene che chi parla, avesse conoscenza degli atti processuali e rispetto per le decisioni che già un gup ha preso rinviando a giudizio gli imputati” è la dichiarazione che Di Matteo ha rilasciato soltanto pochi giorni fa, a ridosso delle audizioni previste a Palermo davanti alla Commissione antimafia.
Le recenti ‘preoccupazioni’ sollevate dalla Dna nella sua relazione circa “nuovi problemi di natura giuridica e fattuale” sono solo uno degli ultimi ‘attentati’ al proseguimento del processo, che seguono di poco l’anteprima del libro “La mafia non ha vinto. Nel labirinto della trattativa” di Lupo e Fiandaca, rispettivamente storico e giurista, nel quale i due saggisti definiscono la trattativa “legittima” e “a fin di bene”. Ma la lista è lunga. Dopo le calunnie subite da Di Matteo, accusato perfino di avere orchestrato da solo gli ordini di morte di Riina, dopo i procedimenti disciplinari (è attesa per il 10 marzo la sentenza della Cassazione sull’archiviazione del provvedimento nato a seguito dell’intervista del pm sulle intercettazioni tra Napolitano e Mancino) l’ultimo dei quali ai danni di Teresi, per aver criticato le motivazioni dell’assoluzione in primo grado al processo Mori-Obinu, la strada imboccata dai magistrati di Palermo per indagare sul dialogo tra Stato e mafia è sempre più osteggiata, su tutti i fronti.     

          

i cecchini ucraini hanno un padre ed una madre, Stati Uniti ed Europa

Obamovich, l’amerikano

Obama
Bisogna ammetterlo, Berlusconi è un genio inconsapevole. Quando diede ad Obama dell’abbronzato tanto per fare un po’ di squallida ironia così apprezzata dal suo popolo, aveva evocato una realtà che si è sempre più concretizzata: il primo presidente nero a Washington rappresentava una novità e un progresso solo all’interno degli Usa, ma quasi per nulla all’esterno, nonostante le accoglienze entusiastiche delle folle europee o africane e quel premio nobel per la Pace che ora grida vendetta. Era il risultato di un profondo cambiamento etnico della popolazione americana e delle sue esigenze, l’espressione di una retorica peculiare, ma senza la volontà di scalfire di un millimetro la politica imperiale bianca, anzi dandole ancora più mano libera per conseguire  alcuni risultati interni.

Tutta la vicenda siriana, i fatti di Libia di Egitto e ora dell’Ucraina lo dimostrano. E così come a suo tempo erano state evocate le armi di distruzioni di massa per distruggere l’Irak o la partecipazione dei talebani di Kabul all’11 settembre per invadere l’Afganistan anche Obama non si sottrae alla macchina delle menzogne. Dopo aver organizzato il golpe a Kiev, ora dice che il referendum per l’annessione alla Russia della Crimea “non rispetta la Costituzione”, “violerebbe la legge” e ” non coinvolge il governo legittimo ucraino”. Ora ci sarebbe da chiedersi a quale costituzione si riferisca Obama: a quella che c’era fino a tre settimane fa per la quale un referendum è perfettamente fattibile? A quale legge visto che il nuovo parlamento Ucraino, comunque illegittimo perché non eletto da nessuno, non ha legiferato in merito? La democrazia, quella vera, ha delle regole che non possono essere sovvertite: un Parlamento e un governo non eletti non possono acquistare legittimità perché Obama e la Merkel lo riconoscono dopo averlo creato.
E poi l’assoluto grottesco di aver giustificato il golpe a Kiev in nome di una confusa e vaneggiante autodeterminazione dei popoli, per poi negare lo stesso principio per il referendum in Crimea. Chissà, forse la costituzione ucraina non prevedeva che il potere potesse passare di mano con un colpo di stato perpetrato da truppe paramilitari. E tuttavia non ci è risparmiata la farsa delle sanzioni alla Russia, colpevole del fatto che la stragrande maggioranza degli abitanti della Crimea è russa e non vuole più appartenere a un Paese dove sono stati cancellati i diritti delle minoranze. Ma non sono queste anguillesche giravolte attorno all’evidenza che inquietano, è ciò che ci sta dietro: la totale sovrapposizione della Nato all’Europa dentro un paradigma da guerra fredda che non riesce a cambiare i suoi dogmi. Ma soprattutto il tentativo sempre più scoperto degli Usa di mantenere la preminenza mondiale attraverso lo strumento militare in un universo sempre più multipolare, nel quale i 320 milioni di americani, nonostante le bolle per tenere altissimi i consumi, sono destinati a perdere la centralità economica.
L’Europa in questo quadro ha da molto tempo perso l’occasione di essere un occidente alternativo e dall’inizio della crisi non interpreta più nemmeno la parte del poliziotto buono: è sempre più indistinguibile da un’appendice amerikana con la classica kappa e sarà completamente assorbita dopo il varo del patto transatlantico che decreterà in via definitiva il governo della finanza e delle multinazionali. Saremo solo una grande ucraina.

iniziamo a liberare la mente dalle nebbie degli accadimenti del Medio Oriente

I Saud contro il Qatar, tensione tra i tiranni del Golfo

Pubblicato il 7 marzo 2014
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68th Session Of The United Nations General Assembly Begins



Il supporto ai Fratelli Musulmani da parte di Doha è all’origine della clamorosa spaccatura di un’organizzazione che era in predicato di diventare un’unione e che forse non lo diventerà più.
Il ritiro degli ambasciatori d’Arabia Saudita, Bahrein ed EAU dal Qatar è un evento clamoroso e inaudito nella trentennale intesa tra i monarchi del Golfo, che ora appare spaccata più di quanto non appaia dal fatto che il Qatar siede da solo sul banco degli imputati. Kuwait e Oman infatti non si sono uniti alla condanna e non si sono allineati ai voleri dei sauditi, veri motori dell’iniziativa. La motivazione della quale è chiara e appena dissimulata dall’apparente vaghezza del comunicato ufficiale, che parla del mancato rispetto da parte di Doha dell’accordo tra i paesi del Golfo che l’impegna a non interferire nei rispettivi affari interni e dice che l’azione si è resa necessaria «per proteggere la loro sicurezza e stabilità».
Toni duri, il Qatar presentato come una minaccia alla stabilità della penisola appare inverosimile, a meno che non s’intenda con questo un leggero accenno di modernismo, due toni sopra il tetro spartito che si suona nei paesi vicini, ma ancora nettamente a favore di un modello di governo assolutistico. La dinastia del Qatar non fa il tifo per la repubblica. Fa invece l tifo per i fratelli musulmani, che nell’Islam sunnita rappresentano l’unico modello alternativo alle tirannie del Golfo, alle monarchie più o meno simili di Giordania o Marocco o alle dittature che fino a pochi anni fa costituivano l’alternativa laica a questo ricco menu. Un’idea di democrazia islamica che si può pur sempre opporre come alternativa alla temutissima teocrazia in salsa iraniana, che però non prevede la figura del tiranno. Al padrone assoluto del Qatar la cosa non dà fastidio, per i sauditi invece la crescita di un soggetto politico panarabo e sunnita che prescinda dai saggi consigli dei Saud e che diventi egemone in grandi paesi come Turchia ed Egitto, è intollerabile.
I Fratelli Musulmani con la loro fissazione per andare al potere vincendo le elezioni, ai sauditi non piacciono proprio e lo hanno dimostrato sostenendo i militari in Egitto e gli jihadisti in Siria, che con i Fratelli Musulmani ci vanno già duri e non sono compatibili e il fatto che Doha ne supporti la causa e addirittura protegga alcuni di loro, come l’influente predicatore Yusuf Qaradawi, al quale il Qatar regolarmente offre spazio anche su al Jazeera. Proprio il canale satellitare è un’altra spina nel fianco, perché ospitando una varietà di voci dal mondo arabo e oltre finisce anche per diffondere critiche alle monarchie sorelle. L’emittente ha riferito del rovesciamento di Morsi come un golpe e si rifiuta di bollare come terroristi i membri della fratellanza, anche per questo quattro dei suoi giornalisti sono stati arrestati con accuse che spaziano dal complotto al terrorismo e altri 16 sono stati chiamati in causa dalla giustizia egiziana. L’ostilità allo jihadismo sunnita in Siria e Iraq, il supporto ai governi di Libia e Tunisia, l’attenzione alla causa palestinese, persino l’aver riferito della repressione in Bahrein, sono tutte iniziative incomprensibili per i sauditi, se non come intollerabili offese personali e come attacco alla sacralità del modello delle monarchie delle sabbie, il vero valore in difesa del quale si dovrebbe rinsaldare il GGC secondo i Saud, che ovviamente in caso di una unione finirebbero per fare la parte del leone e costringere al vassallaggio anche quanti dei colleghi finora sono riusciti a smarcarsi.
All’egemonia saudita non si sottrae solo il Qatar, da dove la dinastia si è lanciata nell’agone internazionale con il peso dei suoi soldi e la leggerezza di un paese con circa un milione di abitanti nativi e altrettanti espatriati. Anche l’Oman e il Kuwait resistono all’osmosi con i sauditi, il sovrano del primo rifiuta ogni idea d’unione e in Kuwait nemmeno la dinastia apprezza l’idea di vedere materializzarsi uno stato di polizia una volta uniti eserciti e poliziotti. Che è invece il sogno dei Saud, che così potrebbero dare la caccia ai loro nemici nei paesi vicini, una fissa che i Saud coltivano fin dall’attacco alla Mecca del 1980, quando parte dei rivoluzionari sauditi riuscì a riparare in Kuwait dopo un sanguinoso assedio e una strage nella moschea sacra.
Il protagonismo degli al Thani era chiaramente fuori misura per le possibilità del Qatar, anche se in origine la scommessa è sembrata andar bene, con la fratellanza piazzata in Turchia e in Egitto e in ascesa in Libia e Tunisia, mentre in Siria l’opposizione armata dal Qatar si avvicinava a Damasco. Poi un disastro dopo l’altro: Ennada è entrata in crisi in Tunisia, Erdogan si è infilato in una tempesta, Morsi è stato sbattuto in galera insieme a tutti i suoi, il Libia non si è capito più niente e in Siria l’opposizione sostenuta dal Qatar è finita a combattere contro lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL-ISIS), una depravazione jihadista che ha spinto persino i qaedisti a schierarsi con i loro nemici fin troppo secolarizzati. Chi finanzi l’ISIS non si sa, ma si dice e il dito finisce invariabilmente puntato verso Riyad da dove tradizionalmente si muovono soldi e combattenti, non necessariamente per iniziativa del governo, che comunque osserva e tollera senza reprimere, risultando molto più feroce negli sventurati che ogni tanto s’azzardano a chiedere qualche timida riforma o gli sciagurati che scendono in strada a protestare, che proprio non si può.
TURKEY-QATAR-DIPLOMACY
Non che ai sauditi vada molto meglio, visto che sostenendo i generali egiziani hanno sicuramente irritato i partner occidentali e visto che non si può dire che i corposi investimenti che hanno affrontato abbiano dato grandi frutti, se non la riuscita destabilizzazione dell’Egitto. La delusione è stata testimoniata nei giorni scorsi anche dall’esautorazione da parte dei Saud di Bandar Bin Sultan (aka Bandar Bush) dal ruolo di coordinatore esterno della rivolta contro Assad. Lo show down contro il Qatar segnala forse la frustrazione dei Saud per gli scarsi risultati, ma è anche coerente con la pretesa di bollare la fratellanza come un’organizzazione terroristica e cercare d’imporre la propria volontà al Qatar, dove il giovane sceicco Tamim bin Hamad al-Thani ha sostituito a giugno il padre nemmeno anziano, confermandone le vicinanze e la linea in politica estera. Il che per i sauditi e i loro vassalli significa infrangere l’accordo firmato nel novembre scorso, nel quale le dinastie s’impegnavano a non sostenere «chiunque minacci la sicurezza e la stabilità del GCC siano gruppi o individui attraverso operazioni di sicurezza dirette o l’influenza politica e a non sostenere i media ostili». Quest’ultimo riferimento sembra fatto proprio per tacitare al Jazeera e semmai stupisce che le autorità del Qatar abbiano firmato un testo tanto impegnativo.
Il Qatar per parte sua ha espresso «amarezza e sorpresa» per la decisione dei consociati, annunciando che non ritirerà i suoi ambasciatori dai tre paesi e di continuare s sentirsi impegnato il mantenimento della sicurezza e della stabilità dei paesi del GCC. Dall’Oman non è giunto alcun commento, lo speaker del parlamento del Kuwait Marzouq al-Ghanim si è detto preoccupato dalle implicazioni della mossa saudita, anche se non ha parlato a nome del governo. «Comprensione» per l’iniziativa è invece stata espressa da Badr Abdelatty, il portavoce del ministero degli Esteri egiziano, che ha aggiunto che il Qatar «Deve distanziarsi dalle politiche che alimentano la divisione e la frammentazione dell’unità araba».
Per ora i due governi restano sulle loro posizioni, il Qatar ha ribadito che «appoggia il popolo arabo contro l’oppressione», mentre dall’Arabia Saudita si quotano fonti anonime che spiegano che a Doha devono cambiare posizione su molte questione e che a Riyad s’aspettano fatti e non parole. Non è detto che quello che ora appare come un muro contro muro, possa degenerare o portare a una frattura definitiva del GCC, in passato le monarchie del Golfo hanno risolto offese ben peggiori in maniera tutto sommato bonaria, però allo stesso tempo è difficile immaginare la dinastia del Qatar, questa dinastia che coltiva sogni da protagonista nel panorama internazionale, andare a Canossa dai sauditi e abdicare alla propria esibita modernità, piegandosi nell’inchino del vassallo.