Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 15 marzo 2014

Matteo Renzi chi? il commediante nonché Presidente del Consiglio del Governo italiano

Marco Carrai paga l'affitto a Renzi e ottiene incarichi pubblici

Risolto il mistero si chi pagava l'affitto della residenza fiorentina di Matteo Renzi.



Risolto il mistero della residenza fiorentina del premier Matteo Renzi. Chi ha pagato l’affitto all’ex sindaco di Firenze? Si tratta del suo amico Marco Carrai: “l’ospitalità che ho dato a Matteo Renzi, amico da anni, gli ha consentito di mantenere appoggio e residenza a Firenze durante la sua funzione di Sindaco“.
Matteo Renzi, divenuto sindaco, l’1 ottobre 2009 trasloca, al prezzo di mille euro al mese, in una mansarda a 400 metri dal suo ufficio, presto si lamenterà di non riuscire a starci dentro visti i mutui da pagare con uno stipendio di circa 4.900 euro netti al mese. Renzi allora decide di trasferirsi a un chilometro da piazza della Signoria in un attico di cinque vani in via degli Alfani 8. Un appartamento dove l’attuale presidente del Consiglio resta per circa 3 anni, dal 14 marzo 2011 al 22 gennaio 2014.

Marco Carrai è direttore generale della Fondazione Big Bang di Renzi e, in quanto tale, gestisce i finanziamenti alle campagne elettorali (i primi pagamenti con Paypal andavano proprio a Carrai, tanto che l’utente riceveva il messaggio «hai inviato un pagamento di x euro a Marco Carrai») ed è presidente del Comitato per la candidatura di Matteo Renzi. A livello comunale, il sindaco gli ha conferito i massimi incarichi possibili: è stato nominato presidente dell’Aeroporto di Firenze, consigliere delegato della municipalizzata Firenze Parcheggi, consigliere della Fondazione Carifirenze (azionista di Intesa San Paolo al 3,2%).

Carrai, viene da una delle più note famiglie imprenditoriali del Chianti (costruzioni, immobiliare e dintorni) è anche socio e consigliere di una delle aziende di famiglia, la Carrai Paolo e figli. A livello imprenditoriale personale, Carrai è presente in diverse società, tutte a Firenze. Lo spin doctor di Renzi detiene anche alcune partecipazioni attraverso la holding D&C, di cui è presidente del consiglio di amministrazione e socio al 50% (l’altro socio è Federico Dalgas): il 20% di Beauty Lab srl (prodotti per toeletta), il 51% di C&T crossmedia (produzioni cinematografiche), e il 9% di Cki (alberghi). Inoltre, è socio al 12% della società di informatica Ourfuture, della quale è anche presidente e amministratore delegato, e al 14,2% della società di consulenza Cambridge management consulting.
Alessandro Maiorano contattato telefonicamente ci fa sapere: “sono appena uscito dalla procura e ho depositato un integrazione al mio esposto denuncia presentato il 27 Gennaio 2014 su questa vicenda, ho chiesto alla procura di fare luce su altri sei punti fondamentali, ho chiesto di andare a fondo anche sulla figura di Marco Carrai che a questo punto non può più rimanere nell’ombra”.

La questione è tutt’altro che conclusa, visto che Marco Carrai ricopre ruoli pubblici come il suo amico Matteo Renzi. In questa vicenda più andiamo a fondo e più si aggiungono quesiti scontati ma anche sconcertanti: E’ normale che Marco Carrai che ricopre ruoli pubblici paghi l’affitto di casa al sindaco della sua città? Infine, va sottolineato che in tutta questa vicenda, solo il coraggio e la determinazione di Alessandro Maiorano, hanno permesso di smascherare l’intreccio di favori tra Carrai e il primo ministro Matteo Renzi; quest’ultimo secondo noi, in una nazione normale avrebbe già dovuto dimettersi. Attendiamo fiduciosi che gli inquirenti approfondiscano tutti i punti sollecitati nell’esposto di Maiorano. 

fonte: lafucina.it

Hegel è nostro padre e non ci fermeranno



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Democrazia autoritaria

di Elisabetta Teghil

La Repubblica rifondata sulla sicurezza interna è una scelta dello Stato e dell’iper-borghesia o borghesia imperialista contro la conflittualità sociale e dettata dalla necessità di realizzare compiutamente il neoliberismo. Quest’ultimo è un’ideologia nel senso più compiuto del termine come visione onnicomprensiva della società. E’ l’approdo inevitabile dell’autoespansione del capitale così come l’iper-borghesia è l’autovalorizzazione di una borghesia transnazionale.

Il neoliberismo ha bisogno dello smantellamento delle situazioni economiche marginali e di sussistenza, l’iper-borghesia dell’emarginazione sociale ed economica di tutti gli altri strati della borghesia. Da qui le guerre neocoloniali e il rovesciamento di governi asimmetrici a questo progetto. Ed, altresì, il depauperamento di ampi strati della popolazione nei paesi occidentali.

La così detta crisi non è qualche cosa di inatteso o di correggibile con questa o quella formula, ma è un momento costitutivo della società neoliberista.

In questo quadro con una scelta voluta e programmata, si è usato il termine terrorista per compattare la società contro il “nemico”, contro cui agire, legiferare e serrare i ranghi.

Il terrorista sarebbe il male per eccellenza, il morbo contagioso contro il quale ogni essere normale dovrebbe sentire l’esigenza di lottare.

Il male contro il bene e quest’ultimo si identificherebbe con l’esistente ordinato, il migliore dei mondi possibili, connaturato dal fascino di un teorema immutabile. Non a caso la socialdemocrazia moderna, divenuta destra, entra di forza nella gestione della società, arrogandosi il monopolio del progresso e della verità assoluta.

Tutto ciò non è una misura congiunturale, ma un’iniziativa a tutto campo, una scelta strategica, l’instaurazione di una democrazia autoritaria.

In questa stagione anche il garantismo con i suoi limiti, perché spesso ai principi non corrispondeva alcun diritto sostanziale, è accantonato.

Il teorema del 7 aprile è stato la prova generale con cui è avvenuto il passaggio dalla criminalizzazione de facto a quella de iure, dalla repressione dei singoli individui alla persecuzione politica e storica di un’intera generazione conflittuale, messa sotto accusa.

In questo nostro tempo c’è un crescendo di formulazioni tecnico-giuridiche che accantonano l’impianto giuridico di stampo liberale uscito dall’unità d’Italia rispetto al quale la prima cesura era stata fatta con l’avvento del fascismo.

A partire dagli anni ’80 c’è stato un salto quantitativo e qualitativo.

Sono penalizzati e intesi come reati penali i picchetti, le manifestazioni e gli scioperi spontanei, le disubbidienze civili, tutto quello che non rientra nei canali istituzionali prefissati. Tutto è teso a ristabilire in ogni momento e in ogni situazione il controllo sociale.

Non si tratta più di reprimere questo o quell’antagonista o quella frazione sociale organizzata autonoma e autodeterminata, si tratta di risolvere la questione sociale in Italia.

Per questo il codice penale così come l’abbiamo ereditato dalla Rivoluzione Francese, dove l’intervento sanzionatorio dello Stato è ammesso solo quando l’individuo commette un reato che viola la legge penale, è stato superato perché non si risponde penalmente per quello che si è commesso, ma per quello che si è.

L’esempio più macroscopico sono i Cie che, rendendo penalmente perseguibili i/le migranti irregolari, hanno attuato il trascinamento dal reato per colpa al reato d’autore (Taterschuld). E questo vale soprattutto per tutti quelli che sono ai margini del mondo del lavoro e della società e per chi si impegna in politica.

E per fare due esempi conosciuti: Manolo Morlacchi in Italia e Arnaldo Otegi in Spagna.

Si è perseguiti per quello che si è con riferimento all’estrazione familiare, sociale, all’etnia, al tipo di vita, al modo di essere, alla collocazione politica….e tutta questa persecuzione penale è al servizio del controllo sociale.

Non è più necessario che l’alterità sia praticata, è sufficiente scriverne il desiderio.

E’ la messa sotto accusa permanente di tutta la società antagonista.

E’ la teoria che non avrai altra società all’infuori di questa.

E’ la conferma che questa società si sta incardinando sui principi giuridici della società nazista di cui non riprende i rituali oleografici, ma ne è impregnata dei valori etici ed esistenziali.

Per questo la distruzione di ogni autonomia nei rapporti sociali, nel territorio, nei luoghi di lavoro, è la garanzia di una radicale estirpazione dell’antagonismo di classe, la condizione di una società normalizzata, priva di zone d’ombra, subalterna al grande capitale, illuminata in ogni ora del giorno e della notte in tutti i posti privati e pubblici da un controllo rigoroso, diffuso e molecolare. Questo è il senso delle telecamere, dei lampioni intelligenti, delle intercettazioni ambientali, telefoniche e della rete, nonché della raccolta dei dati e della mappatura genetica attraverso il DNA.

Siccome la povertà, l’infelicità, il dolore diventano di massa, vanno sublimati nella lotta al terrorismo, nella delazione, nel qualunquismo, nella droga, nell’apatia e dissipati nel suicidio.

Tutto ciò non è nuovo, è già stato embrionalmente preannunciato dalle posizioni e dalla linea dei socialdemocratici a cominciare dallo loro mosca nocchiera, il PD, e già realizzato negli USA. Lo sbocco sociale non poteva che essere nella militarizzazione del territorio, nella cooptazione di persone provenienti da ceti oppressi per garantire l’oppressione dei più, nella intercambiabilità dei ruoli pur nella divisione dei compiti, fra poliziotti, magistrati,ong, onlus….

Una spada di Damocle pende su tutti/e, alla prima svista, alla prima riga di troppo, magari un’intervista o una presa di posizione “ardita”, partono le denunce accompagnate da una martellante campagna mediatica, vedere Erri De Luca.

Abbiamo il diritto di esercitare la libertà di pensiero e di parola purché sia conforme al dettato vincente e imperante.

Il risultato è una democrazia autoritaria legata a sanguinosi colpi militari o a crudeltà di tipo coloniale nel terzo mondo o nei paesi occidentali periferici e che da noi passa attraverso la realizzazione di una società che, dietro la maschera della modernità, è contemporaneamente feudale, aristocratica e nazista.

In questo contesto le continue modifiche introdotte nel codice penale e nel codice di procedura penale ne sono gli strumenti tecnici. Da qui la riformulazione dei reati associativi e la loro estensione, la pletora delle sempre nuove ipotesi penali, il ricorso estensivo alla pena detentiva, l’inasprimento delle pene producono un’esplosione della percentuale di cittadini sottoposti a misure cautelari e a libertà vigilata e/o controllata. Come, del resto già negli Stati Uniti.

Ed ancora, la frantumazione o riproduzione della pena attraverso la divisione dei processi.

Anche qui l’ingresso dell’allora PCI e dell’oggi PD nell’area dei poteri giudiziari, con l’accantonamento dei magistrati di scuola liberale, ha prodotto un nuovo approccio che ha ridefinito il diritto in termini di guerra sociale e ha creato tanti Vysinskij.

Anche la difesa, oggi, è un’appendice valida solo se rispetta la filiera imputato-difensore-organo giudicante. Se l’avvocato mette in discussione questa gerarchia piramidale, viene emarginato quando non incriminato. La forma inquisitoria, oggi,si basa tutta su un’istruttoria dove il rapporto accusa-difesa è del tutto svantaggioso per quest’ultima. L’unica norma che non è cambiata è l’assenza dell’assistenza dell’imputato durante il fermo nelle stazioni di polizia e nelle caserme dei CC. Ma siccome pensano di essere furbi, e invece sono osceni, hanno prodotto una legge sulla tortura solo per lavarsi la faccia e per dire che si sono messi in regola con le aspettative della società civile mentre hanno abilmente eluso il problema.

La fase dell’attuale modo sociale di produzione è quella del dominio reale del capitale che si caratterizza come metabolismo sociale in un processo di sottomissione di tutta la vita ai propri bisogni di auto valorizzazione attraverso la trasformazione di tutto in merce.

Il capitale sussume tutto il corpo sociale tendendo sempre più a farsi società, anzi a caratterizzarsi come unico rapporto sociale. Il capitale diventa società,mentre lo Stato si fa carico di legittimare e difendere tutte le relazioni di dominio che sono insite nel capitale-società. Lo Stato diventa società, mentre la società nel suo insieme tende sempre più ad organizzarsi sul modello dell’organizzazione statale.

E’ la realizzazione del progetto/programma nazista.

Lo Stato sottopone a comando e a controllo preventivo e repressivo tutti i momenti in cui si produce antagonismo sociale.

Proprio per questo sono i riformisti e i socialdemocratici quelli in prima fila a sostenere e a promuovere la ridefinizione del sistema giuridico e costituzionale, magari presentandosene per motivi elettorali o di spendibilità politica come paladini. Paladini della Costituzione contro la destra, mentre quest’ultima perdente e tagliata fuori , viene utilizzata, in termini occasionali e strumentali, così come la chiesa cattolica, per nascondere che l’attacco alla Costituzione( non solo disatteso, ma cominciato con il governo D’Alema con l’aggressione alla Jugoslavia e il finanziamento pubblico alle scuole private) è uno dei compiti fondamentali che si è dato il PD al servizio degli interessi delle multinazionali e, in particolare, di quelle anglo-americane.

Da qui le miserevoli campagne dei così detti partitini della sinistra radicale che insistono nel dire che la povertà assoluta economica e morale del paese è causata dalla destra. In questo modo pensano di autopromuoversi e assolvono il PD e i socialdemocratici.

L’unica soluzione che prospettano è quella del ritorno a Keynes, omettendo che lo Stato non è vero che non è presente, anzi non lo è mai stato come in questa stagione, ma lo è nell’apparato bellico che è diventato un vero e proprio volano dell’economia. Per poter sostenere economicamente la produzione bellica e la mastodontica organizzazione repressiva devono sottrarre le case di proprietà ai cittadini/e e mettere mano ai loro risparmi. Questo è il senso della guerra all’evasione fiscale. Si taglia alla sanità, all’istruzione, allo Stato sociale, ma si incrementa contemporaneamente l’organico di Equitalia e delle tante polizie che circolano in questo paese.

A conferma che Equitalia è un’altra istituzione poliziesca .

Da qui lo smascheramento della vera natura di una “crisi” che taglia i posti di lavoro, non permette più concorsi e assunzioni,ma aumenta il personale in divisa e quello di Equitalia. Personale in divisa i cui vertici non assolvono più un ruolo di servizio, sia pure ben retribuito, ma vengono cooptati nel salotto buono della borghesia in posti di prestigio e di comando.

E’ una guerra unilaterale che si sviluppa all’interno della società e necessita della militarizzazione del territorio e dell’abbattimento delle ultime parvenze di democrazia. Pertanto, le formule giuridico-penali sono continuamente integrate, inasprite e, sempre più spesso, viene applicata la pena di morte extra-legem.

Per fare tutto ciò non bastano i soli corpi separati dello Stato. I militari devono essere pronti a diventare polizia. E’ necessaria la guerra psicologica e culturale, servono le prefiche della non violenza, le vestali della legalità e i sindacati collaborazionisti.

La posta in gioco è grande, si tratta di intimidire, ghettizzare, demonizzare non solo l’Altro, ma l’intera area sociale e territoriale in cui questo si annida e si muove.

Per questo i socialdemocratici premono perché si sequestri un’intera area sociale e per la ridefinizione del diritto in termini di guerra.

Non è più centrale la figura del reato, ma la collocazione della persona, le sue scelte, la sua sfera comportamentale, che viene svuotata di ogni contenuto politico e ricondotta in termini di criminalità generica e, là dove può tornare utile, viene usata la parola magica e totemica di terrorista.

E’ la promozione dei media a vere e proprie figure istruttorie che non sono più al servizio del potere, ma ne sono parte costituente.

E’ consequenziale che, in questa situazione, il giudice sia un poliziotto togato il cui compito è definire e sancire sotto specie di reato quanto già è stato fissato circa la collocazione, le scelte e la personalità del soggetto. Il concetto di prova si è rovesciato, non è più l’accusa che deve dimostrare, ma si pretende dall’imputato la prova della sua innocenza.

Questa giustizia ha perso il suo arcano, il suo simbolismo per cui tanto aveva lavorato la cultura liberale, si è desacralizzata, si è banalizzata, si è smascherata da sola e non poteva che essere così perché il patto sociale che ha governato questo paese nel dopoguerra è saltato: l’iper-borghesia nel suo processo di auto valorizzazione ha rotto con la restante borghesia.

Tornano in gioco quelli che si presentano come sinistra radicale che fanno finta di difendere la Costituzione dagli attacchi della destra dimenticando volutamente che è la socialdemocrazia che la sta stravolgendo, che non difendono più il proporzionale, che appoggiano il premio di maggioranza, che aderiscono al principio che il candidato o il deputato condannato venga rimosso, penalizzando così le scelte dell’elettore e naturalmente quelli che si sono magari impegnati nelle lotte sociali, che promuovono come rappresentanti della sinistra persone, giornali, centri studi che non sono altro che portatori degli interessi del grande capitale e, in questa stagione, in particolare, delle multinazionali anglo americane, dei circoli atlantici e del progetto neoliberista.

C’è un’anomalia italiana, ma non è quella di cui parlano, bensì è data dal fatto che il partito che di questi interessi è portatore e mallevadore, il PD, non riesce ad avere il consenso elettorale a causa della resistenza ostinata di strati sociali che hanno cogestito in passato il potere e che tentano disperatamente di non esserne espulsi. La loro resistenza, però, è segnata. Con scandali, ricatti e scissioni non casuali, saranno eliminati politicamente a conferma che un funzionario dei Servizi conta molto più di tanti presuntuosi intellettuali che valgono la comparsata in televisione e non basta certo il recensirsi e l’elogiarsi vicendevolmente.

Un coagulo di interessi che si racconta di sinistra, per suscitare l’empatia che questo nome evoca, ha consegnato i giovani delle periferie e gli operai alla destra reazionaria o alla protesta interclassista, e non ha nessuna intenzione di fare i conti con le proprie responsabilità, anzi le scarica sui giovani stessi e sugli operai accusandoli di ignoranza e di non capire quanto di bello e buono fa per loro.


E’ uno scenario nuovo che detta nuove sfide, ma non è una novità in assoluto perché è avvenuto anche qualche cosa di simile in concomitanza con l’avvento del fascismo.

La differenza fondamentale è che la soluzione reazionaria oggi cammina con le gambe del PD.

Ripetere l’errore della condanna del social fascismo promossa dalla terza internazionale consiste proprio nell’allearsi con il PD, perché questa è la novità: la socialdemocrazia che in passato ha creato spesso le condizioni per l’avvento del nazifascismo ed è stata caratterizzata dalla persecuzione dei comunisti, conservava, però, una natura riformista e gradualista, mentre, oggi, si è trasformata in destra moderna. È un controsenso, non in termini, ma in sostanza, volersi alleare con i fautori della società neoliberista per combattere il neoliberismo.

Pertanto è suicida percorrere la strada dell’alleanza con il PD, annessi , connessi e collaterali, ma è necessario suscitare e promuovere l’alleanza e la sinergia fra le classi e le frazioni di classe che vogliono opporsi al neoliberismo, ad una società fortemente classista, piramidale, colonialista, guerrafondaia, in definitiva una situazione che promuove l’iper-borghesia a nuova aristocrazia e le restanti frazioni della borghesia al ruolo di servizio, che fa piombare gli oppressi in una società feudale e che realizza una società nazista non solo per il controllo sociale serrato che si espande in ogni momento della vita, ma per l’eliminazione dei momenti di mediazione tra i cittadini e lo Stato.

Tutto questo è una democrazia autoritaria.

Il problema non è la sommatoria dei partiti, è più precisamente capire quanto e di che cosa questi sono il terminale.

Questa è la scommessa di oggi, una ricomposizione di classe che si opponga alla società che si sta attuando della democrazia autoritaria, una ricomposizione dove il ruolo egemonico sarà di chi saprà assolvere la funzione trainante, non per ruolo storico predefinito, ma perché sarà capace di questa ricomposizione di essere collettore ed elemento unificante, costruendo una prospettiva di uscita da questa società.

http://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/3509-elisabetta-teghil-democrazia-autoritaria.html

15 marzo Coordinamento nazionale della sinistra contro l'Euro

«SIAMO L'ALA SINISTRA DEL CLN CHE VERRÀ» Luigi Nanni e Ugo Boghetta

15 marzo. In vista della II. Assemblea delCoordinamento nazionale della sinistra contro l'euro, si è svolta il 9 marzo scorso, a Perugia, una riunione di presentazione degli scopi del Coordinamento. Pubblichiamo l'intervento di Luigi Nanni avanguardia operaia storica del polo chimico ternano, oggi uno dei portavoce della Marcia della Dignità, e quindi l'introduzione di Ugo Boghetta, esponente dell'area no-euro del Prc e membro del Coordinamento nazionale della sinistra contro l'euro.

L'INTERVENTO DI LUIGI NANNI



L'INTRODUZIONE DI UGO BOGHETTA


un Piano paese lo si può costruire solo fuori dall'Euro






CE LA FARA' LO SPACCONE RENZI?
di Leonardo Mazzei
 13 marzo. Lo show del premier e i vincoli dell'euro
Com'è nello stile del personaggio, per ora siamo agli annunci, anzi allo show. Vedremo poi cosa seguirà. Occorre una certa prudenza nel giudicare il senso complessivo delle scelte comunicate ieri dal presidente del consiglio. Tanti gli interrogativi che non hanno ancora una risposta, dato che per ora si conoscono i titoli ma non il contenuto dei singoli provvedimenti. Limitiamoci dunque ad alcune considerazioni di carattere generale.



1. Il piccolo Berlusconi cresce

Lo stile non è tutto, ma ha la sua importanza. Dopo aver incassato alla Camera un sì assai risicato alla super-truffa della sua legge elettorale, Renzi ha deciso di giocare immediatamente all'attacco sul terreno fiscale e del lavoro. Lo ha fatto in maniera smaccatamente elettoralistica, promettendo mille euro di sgravi fiscali ai 10 milioni di lavoratori con un reddito netto inferiore ai 1.500 euro mensili. I primi effetti in busta paga dovrebbero arrivare a maggio, il mese delle elezioni europee...


Manterrà questa promessa? Non lo sappiamo, ma ancor meno sappiamo sui meccanismi tecnici che dovrebbero portare a questo risultato, probabilmente un mix di maggiori detrazioni e ricalibratura delle aliquote Irpef. Da dove arriveranno questi 10 miliardi ancora non si sa, ma di certo i tagli di spesa di Cottarelli non saranno sufficienti. L'imprecisione è tale che Berlusconi, quello vero, ha parlato di una manovra che fa apparire la famosa "finanza creativa" di Tremonti come una cosa da ragazzi. Una valutazione che probabilmente nasconde una certa invidia per il suo clone in salsa piddina...

Il giudizio di Emiliano Brancaccio


)

2. La svolta che non c'è, ma sembra che ci sia

Attenzione, perché questo è un punto delicato. Se è vero che non c'è alcuna vera svolta di politica economica, né potremmo attendercela da un governo come questo, è altrettanto certo che l'illusione della svolta potrà in una certa misura affermarsi per qualche tempo. 


E' vero che gli italiani, al settimo anno di crisi, sono meno creduloni di quel che erano in tempi meno recenti, ma il segnale è chiaro: dopo anni di politiche austeritarie a senso unico, è arrivata una manovra in cui molti avranno un "avere" e non solo un "dare". Naturalmente il "dare" arriverà, non fosse altro in materia di tagli, che certo non si esauriranno in una decurtazione delle auto blu e delle sedi Rai, le uniche e modestissime voci (insieme all'abolizione del Cnel) ad oggi enunciate da Cottarelli. E tuttavia, almeno sul piano propagandistico, un segnale di svolta è stato dato. Di fronte ad esso sarebbe sbagliato limitarsi a dire, in maniera altrettanto propagandistica, che nulla è cambiato.


Si dovrà dunque mettere in luce il vero costo della manovra fiscale per le classi popolari (ad esempio nei giorni scorsi si è parlato di interventi sulle pensioni di reversibilità e su quelle di accompagnamento), così come bisognerà ricordare che le riduzioni Irpef verranno in buona parte erose dall'aumento delle addizionali regionali e comunali, nonché dalle aliquote della nuova Tasi. Si dovrà denunciare tutto ciò, ma avendo ben chiaro - questo è il punto politico decisivo - che il governo Renzi non è la semplice continuazione dei governi Monti e Letta. Questi erano dei meri esecutori degli ordini di Bruxelles. Renzi è invece un concentrato di presunzione e sete di potere, una miscela esplosiva che lo rende meno affidabile agli occhi degli eurocrati che vigilano dalla Commissione Europea e dall'alto dell'Eurotower di Francoforte. Da qui gli avvertimenti, arrivati con la velocità di un fulmine, da Rehn e Draghi. Insomma, per costoro, Renzi è (almeno potenzialmente) il nuovo Berlusconi, un personaggio di cui possono fidarsi solo fino ad un certo punto. Ed è anche per questo che il testo dei provvedimenti ancora non c'è: evidentemente in queste ore qualcuno si sta consultando con i capoccioni dell'Europa, per attuare eventualmente qualche aggiustamento in corsa.


3. In termini macro-economici una manovra comunque modesta


Chiarito che non siamo di fronte ad una semplice continuità con i predecessori, va però detto che quella annunciata non è una manovra choc come qualcuno potrebbe pensare. In termini di crescita, dieci miliardi non sono una cifra enorme. Renzi spera che quella cifra (pari allo 0,6% del Pil) si trasformi totalmente in consumi, ma a parte il fatto che questo è altamente improbabile, quale sarà invece l'effetto negativo sull'economia dei tagli (teoricamente equivalenti) che verranno attuati?


Detto in altri termini, la manovra fiscale ha una sua forza propagandistica, ma non appare tale da poter determinare una svolta qualitativa nella recessione infinita che attanaglia l'economia italiana dal 2007-2008.


4. Sull'occupazione il nulla, o - peggio - l'aumento della precarietà 


Che la manovra non abbia un vero respiro strategico è dimostrato dall'assenza di un qualsiasi piano anti-disoccupazione. Per Renzi la linea è comunque quella della riduzione dei diritti e dell'aumento della precarietà, con l'incremento da 1 a 3 anni del limite per i contratti a termine. Tutto ciò in base all'indimostrato assunto secondo cui solo con la più barbara deregulation le imprese torneranno ad assumere.


Si tratta della classica impostazione liberista, tanto utile a lorsignori per spremere fino all'ultima goccia i giovani lavoratori precari, quanto fallimentare non solo nella creazione di veri posti di lavoro (che a lorsignori non gliene può fregare di meno), ma anche dal punto di vista dell'agognata ripresa economica fondata sull'aumento della competitività e sulla riduzione del costo del lavoro.

5. Il liberismo in salsa renziana


Da ormai 35 anni tutti i politici ammessi nelle stanze dei bottoni del civilizzato occidente sono immancabilmente liberisti. Con diverse sfumature, ma tutti liberisti. Renzi non poteva fare eccezione. E la politica di diminuzione delle spese per ridurre le tasse è un cardine della visione liberista. Ma naturalmente esistono modi assai diversi di perseguire l'uno e l'altro risultato. Almeno in astratto si possono ridurre le spese sia tagliando le pensioni che riducendo le spese militari; così come si possono diminuire le tasse alle classi popolari piuttosto che ai percettori dei redditi più elevati.


In questo, se agli annunci seguiranno i fatti, Renzi sembra discostarsi dai suoi predecessori, almeno per quel che concerne l'aspetto fiscale, mentre sul lato dei tagli di spesa sarà verosimilmente più in linea con i governi precedenti. La sua è, per certi aspetti, una strada obbligata. Siccome, contrariamente alle apparenze, la politica dei sacrifici non è certo archiviata, essa potrà essere continuata solo con un deciso abbellimento.


E, d'altra parte, la spremitura dei ceti popolari è giunta ormai ad un punto insopportabile, tant'è che gli euristi più avvertiti riconoscono ormai l'inevitabilità - ai fini della permanenza dell'Italia nell'eurozona - di una patrimoniale di grandi dimensioni. Istruttiva a tal proposito la telefonata "estorta" all'ex ministro Fabrizio Barca.


Da questo, oltre che da considerazioni elettoralistiche, il "liberismo alla Renzi". Un matrimonio, vedremo quanto riuscito, tra ortodossia liberista e populismo di necessità.




6. Ma chi glielo spiega all'Europa? 


Il problema, per l'apprendista stregone fiorentino, sarà ora spiegarlo all'Europa. Entrano qui in ballo innumerevoli questioni, che non affronteremo nel dettaglio in questa sede. Certo, gli eurocrati saranno ben felici dell'ulteriore deregulation in materia di assunzioni, ma molto meno della manovra fiscale, per non parlare del crono-programma di pagamento dei debiti alle imprese e degli stanziamenti annunciati per l'edilizia scolastica, l'assetto idrogeologico, il piano casa.


Solo per il pagamento alle imprese, se i conti del governo (fonte Bankitalia) si riveleranno corretti, sono in gioco 68 miliardi di euro. Quattro punti di Pil che andranno ad appesantire in egual misura lo stock del debito, al di là del complicato meccanismo messo in piedi per mandare in porto l'operazione.


E' vero che, prima o poi, questi debiti dovevano essere saldati, ma la tempistica potrebbe irritare non poco i controllori di Bruxelles. E non è impossibile che - anche in questo caso - vengano introdotte modifiche sostanziali a quanto annunciato da Renzi.


Ad ogni modo, pur scontando tutte queste incertezze, è probabile che un confronto con l'UE debba aprirsi. Vedremo con quale sviluppo e con quale esito. Fino a qualche tempo fa si poteva pensare ad un atteggiamento soft fino alle elezioni europee. L'avvertimento di Olli Rehn, scritto qualche giorno fa appositamente per l'Italia, pur facendo finta di parlare anche di Slovenia piuttosto che di Finlandia, lascia invece intendere una durezza maggiore.


Al di là di ogni altra considerazione, non è male che i veri nodi - quelli disegnati dai vincoli europei del "sistema euro" - vengano a galla al più presto. Un bel problema per il Berlusconi 2.0 attualmente al governo, un bel fascio di luce sulla sovranità, cancellata più che limitata, del nostro Paese. 


7. Conclusioni

Comunque vada, le misure annunciate dal governo sono soltanto dei pannicelli caldi del tutto inefficaci di fronte alla portata ed alle ragioni di fondo della crisi. Se Renzi fosse coerente dovrebbe cancellare subito sia il pareggio di bilancio che il Fiscal Compact. Passi necessari per arrivare ad affrontare il decisivo nodo dell'euro.


Ma questo non lo farà di certo. L'autore di una legge elettorale che definire fascista è poco, visto che la famigerata legge Acerbo del 1923 era meno antidemocratica della sua, è deciso ad asfaltare la democrazia in compagnia del suo degno compare di Arcore, quanto pavido di fronte ai diktat delle oligarchie euriste dominanti.


E' questo il punto decisivo, quello sul quale lo spaccone fiorentino andrà prima o poi a schiantarsi.

http://sollevazione.blogspot.com/2014/03/ce-la-fara-lo-spaccone-renzi-dio.html

Tremonti costruì i capannoni Renzi chi? precarizza. Il lavoro non si costruisce in questa maniera


Renzismo, riforme e prossimo governo d’emergenza 

diEugenio Orso



Posso sbagliarmi, ma la mia impressione è che se l’Italia apparentemente “cambia verso” con Renzi, pur non cambiando i vincoli esterni alle politiche economiche, ai “cento giorni per cambiare” seguirà una sonora botta in testa, un forte rigurgito di crisi e la ripresa in grande stile del massacro fiscale e occupazionale, che subirà un’altra accelerazione (com’è accaduto con il governo Monti). Perché sostengo questo? Di seguito cercherò di spiegarne le ragioni.
La nuova legge elettorale è cosa quasi fatta, pur con limitazioni e qualche incertezza, perché in odor d’incostituzionalità quanto la precedente. Non mi riferisco a cazzate come le “quote rosa” bocciate dalla camera, che sono un subdolo espediente per far scordare al popolo bue i veri problemi. Tanto per intenderci, mi riferisco a cosette come il ricco premio di maggioranza in termini di seggi (15% con il 37% dei voti), che dovrebbe assicurare la governance liberaloide. Seguiranno lo JobsAct, che Renzi da lunga pezza va sbandierando ai quattro venti, ma che rappresenterà un’”ufficializzazione” della precarietà in ingresso nel mondo del lavoro, e la questione del taglio del cuneo fiscale – 10 miliardi di euro in più per i più bassi redditi di lavoro dipendente – con ampio respiro propagandistico, ma forse, una volta tanto, con qualche effetto concreto. Gli agognati e pubblicizzati 1.000 euro in più all’anno per chi guadagna (fino a) 1.500 euro netti il mese, se ci saranno non saranno disponibili in busta paga prima di maggio. Tutto un accavallarsi di riforme eterogenee e provvedimenti per i quali bisognerà definire la copertura, cioè chi paga, o dove si taglia in termini di spesa pubblica (ma a questo ci pensa l’ex fmi Cottarelli). Tenendo in debito conto, però, che da Monti in poi le linee di politica strategica sono sempre quelle fissate a suo tempo dalla bce, tali da rendere la “coperta delle coperture” sempre più corta. Resta ancora in piedi il problema della sorte del senato, che secondo alcuni potrà “affossare” il governo Renzi.
Il mio sospetto è che anche in questa occasione si stia giocando sporco, molto sporco. Di mezzo ci sono le elezioni per il parlamento europide, che questa volta acquisteranno il valore di termometro della febbre antieuropoide in Europa. Per quanto il vero governo della falsa Europa sia saldamente nelle mani della famigerata commissione e dell’altrettanto famigerata bce, che non consentiranno – in accordo con i crucchi – di derogare al rigore contabile, un parlamento invaso da “populisti”, nazionalisti, antieuro e simili potrebbe non far piacere ai padroni del vapore. Tanto più che ciò potrebbe preludere a una consistente affermazione delle predette forze nei parlamenti nazionali. Anche l’Italia, per la quale la presidenza di turno europoide scatta il 1° di luglio, potrebbe essere a rischio, nel caso di affermazioni (impreviste?) dei poco graditi m5s e lega.
Per ora, si da pieno corso ai primi cento giorni di riforme dell’esecutivo Renzi, magari mettendo in tasca ai lavoratori dipendenti qualche spicciolo per non farli morir di fame, però con il monito che ci viene dal detto popolare “passata la festa, gabbato lo santo”. Infatti, le elezioni per il parlamento europide si terranno a fine maggio (fra il 22 e il 25, se ricordo bene) e al primo luglio l’Italia subentrerà alla Grecia nella presidenza del consiglio unionista, mantenendo la carica per sei mesi. Significativo che la commissione europoide, con Olli Rehn agli affari economici e monetari, ha ricordato senza mezzi termini, bocciando le manovre renziane, che l’Italia è un “sorvegliato speciale” obbligato a ridurre il debito pubblico, e che a giugno si tireranno le conclusioni. Questi tre elementi, considerati congiuntamente, sono utili per comprendere dove si andrà a parare e con quali tempi.
Indipendentemente dal fatto che il senato scompaia dalla faccia della terra, o che gli si attribuiscano in tempi brevi funzioni diverse da quelle della camera, dopo maggio il rito elettorale in Europa si sarà concluso e i seggi assegnati, compresi i 73 italiani. Subito dopo la commissione euronazi sarà presumibilmente durissima con l’Italia, per le enormi dimensioni raggiunte dal debito pubblico e per gli insufficienti tagli di spesa, imponendo politiche rigoriste ancor più stringenti e letali. A rischio la discesa progressiva del debito, il rispetto del solito 3% deficit/ pil, e quindi la sacra eurozona, che è il nuovo sacro romano impero germanico-monetario. Probabile che lo spread btp/bund riprenderà a salire, magari fino a cinquecento o seicento punti, e che i Mercati&Investitori puniranno duramente l’Italia con la speculazione. Si renderanno perciò necessari interventi drastici, in tempi brevi. Ben oltre la “spending review” per il 2014 del censore Cottarelli. Privatizzazioni a tappeto di aziende pubbliche e municipalizzate, per fare cassa svendendo a buon mercato, altri tagli alle pensioni, tagli ai servizi pubblici e aumenti delle tariffe, aumenti delle aliquote iva, prelievi sui risparmi, patrimoniali, e chi più ne ha più ne metta. Altro che cantieri di lavoro per ristrutturare tutte le scuole d’Italia, con incentivazione degli insegnanti! Deflazione e disoccupazione saranno ancora dietro l’angolo, più minacciose che pria. Le elezioni politiche, con la legge elettorale per la camera nuova di zecca (e forse, ma molto forse, con la riforma del senato), non ci saranno almeno per un annetto, a causa del semestre italiano di presidenza europea che “sconsiglierà” il ricorso alle urne e dell’emergenza economico-finanziaria.
Dopo le elezioni per il parlamento europide, a partire da giugno del corrente anno, ci si troverà davanti a una situazione senza scampo, di lacrime, sangue, sacrifici e tagli, che vanificheranno le piccole regalie renziane (se veramente nel frattempo ci saranno) ai lavoratori dipendenti con bassi redditi. Del resto, sulle “regalie” al lavoro sottopagato ci potrà essere una marcia indietro già nel 2015, se il precipitare della situazione lo richiederà.
Quale governo potrà dare il colpo di mannaia finale al paese, abbassando la testa davanti al probabile diktat di Barroso, Olli Rehn e della commissione euronazi? Un secondo esecutivo Renzi, appoggiato da forza italia con il pretesto dell’emergenza? Oppure un governo tecnopolitico, con ampia maggioranza dal pd a fi in ossequio al nuovo “arco costituzionale”, guidato da una personalità esterna al parlamento, ma diversa da Renzi? Più probabile la seconda soluzione, perché Renzi non potrà rimangiarsi tutte le sue promesse – crescita, occupazione, “battaglia in Europa” per allentare il rigore, eccetera – con politiche rigoriste, depressive e deflattive in pieno precipitare della crisi. A quel punto, quando la situazione si farà dura e i duri cominceranno a giocare, il “sindaco d’Italia” si sarà bruciato, le sue ciance e le sue promesse non faranno più presa sui gonzi. Poco importerà, perché le elezioni si rinvieranno “sine die” e qualcun altro potrà sostituire in tempo utile Matteo Renzi, nel ruolo di specchietto per le allodole piddino.
Ci sarebbe ancora una domanda: chi sarà il nuovo presidente del consiglio, con tutta probabilità esterno al parlamento? Una “grande personalità”, apprezzata in Europa e in America, come Mario Draghi? Qualche altro aspirante “proconsole”, gradito alla grande finanza occidentale? Certo, la risposta è in tal caso importante, ma le élite euroglobali non hanno un solo nome a disposizione, per governare l’Italia. La loro forza è che hanno sempre più di un’alternativa … e purtroppo molti servitori.

giovedì 13 marzo 2014

Il capitalismo ha la forza delle armi e la padronanza della conoscenza, noi siamo deboli ma abbiamo idee e strategie


Ucraina: da “periferia” a frontiera di guerra

Nicola Casale, Raffaele Sciortino


Non è facile prevedere l'evoluzione dello scontro in Ucraina. Da un lato, si è visto all’opera il meccanismo ben oliato delregime change impulsato da Occidente non per via militare ma grazie alla mobilitazione di una parte della popolazione sulla base di uno scontento reale (a scanso di complottismi). Accompagnato dal pervasivo dispositivo della comunicazione sul cui terreno le postdemocrazie occidentali sono semplicemente imbattibili: il popolo ucraino sovrano ha scelto, Putin è l’aggressore… Quale anima democratica (o fan delle Pussy Riot)1 potrebbe nutrire dubbi? Se poi i russi di Crimea vogliono il referendum per la loro, di sovranità… infrangono il diritto internazionale.

Questa volta, però, l’incedere oramai parossistico della marcia imperialista (si può dire o urtiamo i diritti umani?) – sotto il nobelpremiato Obama: Libia, poi Siria, forse Venezuela, senza contare quanto avviene in Africa centrale o si prepara in Asia ai danni della Cina – è arrivato aiconfini della Russia. E se l’attivismo di innesco di Berlino pare ora voler frenare, viste le possibili conseguenze in Europa, Washington invece provoca, la Clinton paragona Putin a Hitler (inquietante refrain già sentito…), Obama sbava di rabbia e vorrebbe, una volta per tutte, coalizzare il mondo contro la Russia.
Per gli Usa la destabilizzazione dell'Ucraina è, comunque vada, un fatto positivo per il quale non hanno mai smesso di lavorare negli ultimi quindici anni. Mosca è quella che rischia di più ma a sua volta non può recedere del tutto perché la minaccia è altissima: associarsi all'Occidente in posizione di servile subordine o misurarsi con provocazioni continue e uno sfiancamento permanente. E se finora Putin sta dimostrando una notevole saldezza di nervi, non è detto che riesca a conservarla a lungo anche perché la contrapposizione oramai aperta tra nazionalisti ucraini e popolazione russofona può facilmente sfuggire di mano (che è poi quel che qualcuno spera). In ogni caso, qualunque tipo di compromesso comporterà danni pesanti per qualcuno e la storia non finirà qui.
Insomma, invece delle litanie sul diritto internazionale – sempre con due pesi e due misure nel determinare aggrediti/aggressori, autodeterminazioni legittime/illeggittime – sarebbe bene mettere a fuoco quanto con la crisi globale si stiano rinfocolando tensioni internazionalivecchie e nuove su tutto lo scacchiere geopolitico mondiale. Certo, le mosse dei vari soggetti non sono già consapevolmente ordite sulla base di un progetto esplicito di precipitazione bellica, cercano “semplicemente” di rispondere ai problemi che si pongono sul piano immediato. Tuttavia, è proprio questo a dirci quanto la situazione sia grave, quanto oramai l'evoluzione generale dello scontro tenda sempre più verso un conflitto generalizzato ai vari livelli. Colpa del nuovo csar?
Proviamo allora a ragionare con un minimo di lucidità sull’insieme e non sui singoli pezzi, se anche non si ha modo per ora di far valere praticamente la nostra voce al di fuori e contro ogni deriva imperialista e nazionalista e contro il futuro di guerra che il capitalismo in crisi va preparando. Lucidità non facile perché abbiamo davanti un groviglio quasi inestricabile, e in parte contraddittorio, fra il rinnovato Drang nach Osten occidentale, la reazione difensiva (in senso borghese) di Mosca e una mobilitazione sociale, di “ceti medi” e giovani innanzitutto, ma non solo, che partendo da istanze reali finisce nel supporto di piazza a un governo filo-occidentale, filo-Fmi, nazionalista anti-russo e con presenze simil-neonazi!


Ucraina: tra due forni, ma è finita

Finora l’Ucraina ha goduto di una residua rendita di posizione, pur dentro gli sconvolgimenti del post-’89. Facendo sponda sul lato russo per proteggersi dalla concorrenza economica occidentale - non solo per le forniture di energia ma anche per i mercati di sbocco - ha potuto evitare quelle devastanti ristrutturazioni al proprio apparato industriale che hanno invece completamente cambiato il tessuto economico-sociale degli altri paesi europeo-orientali. Al tempo stesso, i vari governi che si sono succeduti hanno giocato a far sponda anche su Unione Europea e Stati Uniti-Nato in funzione, ora più velata ora più aperta, anti-russa permettendo agli “oligarchi” di continuare la politica dei due forni.
Se in questo modo le ricchezze sono andate nelle tasche di questi ultimi invece di essere direttamente appropriate da “competenti” manager occidentali – è anche vero che in questo modo è stata fin qui rinviata anche la resa dei conti con il proletariato che non a caso ha potuto usufruire di “prezzi politici” quasi alla sovietica o almeno evitare tagli più dolorosi a posti di lavoro e prestazioni sociali (su questi aspetti è importante l’intervista a un sindacalista rivoluzionario ucraino riportata in http://www.commonware.org/index.php/cartografia/280-maidan-e-le-sue-contraddizioni). In cambio la classe lavoratrice tradizionale, collocata soprattutto nell’est e nel sud del paese e maggiormente rappresentata da russofoni, ha continuato nella sua attitudine di sostanziale passività sociale e politica e delega al partito di quegli oligarchi impropriamente considerati qui da noi “filorussi”. Un’attitudine che spiega la diffidenza prima verso la mobilitazione di Maidan, e oggi le reazioni in senso nazionalista grande-russo a fronte del nuovo governo di Kiev che promette di rompere col compromesso sociale introducendo le ricette del Fmi. Insomma, questa parte del proletariato – a meno di voler essenzializzare il dato “etnico” – è al momento decisamente schierata con la Russia per il motivo che vi vede la possibile conservazione del posto e delle condizioni di lavoro, consapevole che un'apertura verso ovest vorrebbe dire scomparsa di molte aziende e soprattutto del welfare.
In ogni caso la precipitazione attuale è insieme espressione e causa dell’eclisse definitiva della tenuta per l'Ucraina di una posizione intermedia. È arrivata l'ora di chiudere ogni legame col passato "socialista", ma la modalità cambia radicalmente se lo si fa al modo tedesco o al modo russo. Yanukovich sperava di rimandare la resa dei conti. Si è bruciato e, con lui, si è definitivamente bruciata la possibilità per l'Ucraina di continuare a lucrare sulla sua posizione di frontiera. Prodigi della crisi globale che scongela ogni cosa a partire dalle linee di faglia geopolitiche…
È in questo quadro che da un lato la pressione occidentale – non nuova ma ravvivata dal ghiotto boccone – e la mobilitazione di quei settori della popolazione ucraina non coperti o non più soddisfatti dei vecchi assetti, dall’altro, sono andate a convergere ponendo fine al compromesso di cui sopra.


I nodi di Maidan

Si tratta dei "ceti medi" – categoria quanto mai vaga e ambigua, va da sé, da assumere in senso allargato a comprendere anche qualunque proletario che giustamente si percepisce come “cittadino” espropriato da una cricca di oligarchi. Strati sociali e giovani indotti a pensare che solo una situazione di "libertà" economica dà la possibilità di sfruttare il proprio capitale o le proprie capacità (vere o presunte): investire su se stessi, la chiave del successo. Per questi settori non solo ogni residuo di “collettivismo” è anatema, ma la stessa autorappresentazione nazionalista – qui forse la differenza di fondo con l’estrema destra organizzata – fa perno su una nazione di individui. È del tutto naturale che essi propendano per la sponda Ovest e in particolare si illudano sull’accoglimento immediato dentro la “civile famiglia europea”. Vi vedono maggiori possibilità di affermazione, più "libertà" individuale, vi ripongono speranze di maggiore mobilità (dato essenziale per i giovani e per chiunque abbia intenzione di emigrare o sia già fuori dal paese).
Piazza Indipendenza, soprattutto nella prima fase, ha messo in luce tutto ciò. Ma ciò che questa volta ha portato ben oltre la prima “rivoluzione arancione” è stato l’intreccio di tre fattori che hanno condotto la situazione al punto di rottura. Primo, una più forte e trasversale istanzaanti-corruzione – pervasiva e ambivalente (http://www.commonware.org/index.php/cartografia/226-corruzione-contributi-al-dibattito-1) – con la rabbia comprensibilmente amplificata da una situazione economico-sociale sempre più insostenibile. Secondo, la presenza organizzata, addestrata e pagata (sulle attività dell’ambasciata Usa a Kiev: http://www.counterpunch.org/2014/02/24/the-brown-revolution-in-ukraine/) di una destra ultranazionalista militante (e militare, come si è visto) capace di raccogliere lo scontento anche di strati proletari profondi (soprattutto della parte occidentale del paese, non russofoni) e attivare aspettative “anti-sistema” in perfetto stile nazional-socialista (più Sa che Ss, per ora). Terzo, la più diretta ingerenza dall’esterno, questa volta non solo statunitense ma anche direttamente tedesca.
L’applicazione da manuale del metodo “non violento” di Gene Sharp ha così fatto da preludio al golpe vero e proprio – impulsato dagli Usa per far saltare l’accordo in extremis siglato tra Berlino e Yanukovich (non a caso la Nuland, la Neocons alla corte di Obama responsabile per l’Ucraina, aveva detto: “fuck the EU” scandalizzando la ben educata Merkel). Qui va inserita l’”indiscrezione” (casuale?) sul lavoro dei cecchini della destra che avrebbero sparato sia sui poliziotti che sui manifestanti per far saltare la situazione (http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/10910-la-grande-truffa-?). Sembra alquanto veritiera ma non cambia la sostanza della questione. Non la cambia perché le "rivoluzioni colorate" non sono soltanto delle straordinarie pulp fiction (anche se sangue vero ha iniziato a scorrere) ad uso dell'opinione pubblica occidentale per convincerla che ci si sta premurando di realizzare i desideri degli altri popoli oppressi dai loro stessi governanti. Sono anche il sintomo della disgregazione interna di determinate società, giunte al limite della loro sopravvivenza dopo essere state per anni aggredite economicamente e con un sottile assedio mediatico che celebra i fasti dell'Occidente in contrasto con le miserie di lì.
L'imperialismo, insomma, ha a tutt’oggi una capacità attrattiva su una parte significativa, non ristrette frange, di popoli rimasti indietro nello sviluppo capitalistico invece di provocarne, come in cicli definitivamente trascorsi, reazioni antimperialiste. L’aggancio con le grandi manovre geopolitiche “esterne” sta esattamente in questo intreccio di fattori soggettivi e oggettivi che rende ridicola ogni lettura complottista (e/o “antimperialista” filo-russa) e legittimista rispetto al vecchio regime. Né Russia né Cina, per dire solo dei due principali “emergenti”, hanno quella presa sull’immaginario e sulle prospettive della propria gente e soprattutto dei giovani (per non parlare del nullo appeal fuori), ma se non riescono sul breve-medio periodo a crearsi una solida base sociale di consenso nel ceto medio “allargato” rischiano all’interno dei loro stessi confini. (Le riforme in vista in Cina puntano anche a colmare questa lacuna, ma non ne sarà pacifico il risultato visto il contesto globale di crisi).
Tutto ciò è per certi versi paradossale se solo guardiamo al fatto che dentro il mondo "libero" lamiddle class è in profondissima crisi, dagli Usa obamiani ai... 9D nostrani. Del resto, la fenomenologia superficiale della mobilitazione di Maidan potrebbe far pensare ai diversi occupy di questi anni. Non che non ci siano assonanze (la questione andrebbe approfondita) anche se a detta degli osservatori più perspicaci è mancato l’elemento fondamentale dell’autorganizzazione e dell’autodecisione (pur nella spontaneità propria di un fenomeno relativamente di massa) né la piazza è stata di per sé “ingenuamente” immune al discorso nazionalista più duro. Ma la differenza fondamentale è appunto di “ciclo di aspettative” – lì ci si aspetta ancora molto dal mercato, in Occidente inizia a emergere per quanto confusissima una percezione del declino – e, su tale base, la determinante geopolitica fa il resto. Dura lex sed lex. Kiev è l’ultimo lembo dell’’89 ma i tempi per il riscontro fra desideri e realtà questa volta saranno assai più brevi.
Resta il nodo politico di fondo, maledettamente ingarbugliato, per ogni prospettiva antagonistica “dal basso a sinistra”: la questione dell'individuo. L'uscita dal "socialismo reale" nei paesi dell’Europa orientale e la fine del compromesso capitale-lavoro in quelli occidentali hanno aperto le condotte e l'individualismo è dilagato dando in prima battuta una carta in più alle forze del mercato rispetto alle precedenti fasi e condizionando in maniera ambivalente qualunque ripresa di conflitto sociale. Autentiche e sacrosante spinte alla realizzazione dell'individuo rischiano così seriamente di finire diritte nelle fauci del capitalismo più aggressivo. Ma qualunque reazione regressiva non ha presa. Non ci sarà risposta seria a questo nodo fino a che non sorgeranno lotte radicali in grado di porre la questione dell'individuo come terreno di scontro contro i padroni del mondo, che sono gli stessi che se ne fanno oggi paladini. Nel frattempo si tratterà di vedere se l'Occidente farà prima a far saltare le altre pedine, e magari qualche pezzo importante, della scacchiera mondiale – energizzando un sistema marcio – o se viceversa vedrà finalmente scoppiare al proprio interno quella crisi sociale e politica di cui i vari occupy sono stati fragili avvisaglie.


Berlino tira la volata…

Una relativa novità nella vicenda ucraina sta nell’attivismo crescente della politica estera tedesca, che ha condotto in prima persona la corsa alla riconquista del territorio orientale salvo farsi soffiare all’ultimo da Washington, almeno per ora, il risultato più favorevole (v. il sitohttp://www.german-foreign-policy.com/de/news/). Come nella vicenda jugoslava, infatti, Germania e Usa marciano uniti ma perseguono, sulla lunga distanza, obiettivi divergenti.
Per Berlino la tappa ucraina è la prosecuzione dell'espansione tedesca-europea verso est iniziata a partire dall'’89: conquista di mercati per le proprie merci e, soprattutto, acquisizione di braccia a basso costo. Ma la domanda cruciale è: perchè la Germania ha accelerato questa spinta fino a rischiare i rapporti fin qui buoni con la Russia di Putin? Perchè non c'è alcuna possibilità di sopravvivenza per il capitalismo europeo a (inevitabile) guida tedesca se non conserva la sua forte connotazione produttiva industriale, stante la scarsa o nulla potenza finanziaria e militare rispetto agli Stati Uniti, la mancanza di energia a basso costo, e una collocazione comunque centrale nella concorrenza capitalistica che non permette la pura conservazione di rendite di posizione. Ma l'apparato industriale si preserva solo se alimentato da capitali alimentati da profitti alimentati da forza-lavoro sufficientemente produttiva. Negli ultimi venti anni i risultati sono stati notevoli: la grande industria tedesca si è ulteriormente espansa con l’allargamento della cerchia dei paesi destinati alla subfornitura (ciò che l'Italia non è riuscita a fare avendo praticamente perso la sua grande industria non ultimo per disfarsi del proletariato organizzato; la Francia fa con crescenti difficoltà; e la GB ha rinunciato a perseguire aggrappandosi alla sterlina sotto la protezione del dollaro).
Non per caso, si diceva, questa nuova tornata per l’inglobamento economico dell’Ucraina è stata portata avanti dalla Ue e da Berlino in particolare, con la proposta di un trattato che non prospetta affatto l'adesione immediata alla Ue – si parla di secondo cerchio dell’Unione Europea – ma impone una lunga fase di “preparazione delle normative” che dovrebbe aprire completamente i mercati ucraini ai prodotti europei, smantellarne l'industria non competitiva (praticamente tutta), ingabbiarne i lavoratori in molto più produttive industrie di subforniture, smantellare il residuo di welfare, con correlata sostituzione degli odiosi oligarchi con amabili manager del tutto disinteressati sul piano personale ma dediti all'implementazione del "pensiero unico capitalistico".
Lo scontro con la Russia si colloca, per la Germania, esattamente a questo livello. Perchè Mosca a sua volta può sopravvivere economicamente esclusivamente se è contornata da un "estero vicino " che non sia troppo aggressivo sul piano della concorrenza e della competitività industriale. In questo senso il progetto di Unione Doganale Euroasiatica di Putin stava minacciando la penetrazione europea-tedesca per due solidissimi motivi. Primo, Putin sta cercando di fare il massimo sforzo per diversificare le capacità produttive russe sganciandole dalla monoproduzione di petrolio e gas e operare un rilancio dell'investimento industriale senza cadere completamente sotto le grinfie della produzione tedesca di macchine. Secondo, questa politica ha bisogno dei suoi tempi per anche solo provare a mettersi all’altezza degli standard competitivi occidentali, dunque ha bisogno per un certo periodo di un "ambiente protetto", un circuito di paesi che hanno una esigenza analoga di riconversione industriale cui offrire energia a prezzo contenuto e capitali generati dalla rendita petrolifera. In sintesi, l’obiettivo è puntare a un’ampia area economica regionale non del tutto subordinata alle centrali occidentali e al dominio del dollaro (altro terreno di confronto delicatissimo, questa volta con gli Usa, anche a prescindere dagli immediati effetti finanziari e monetari pesanti per i paesi emergenti, e quindi anche per la Russia, dovuti al tapering messo in atto dalla Federal Reserve). Ma i bastoni tra le ruote di questo progetto, come si vede, sono belli grossi.
L'attacco tedesco alla Russia dunque c'è, in duplice senso: espansione economica nel suo "estero vicino", ma anche il prodromo di un successivo attacco alla stessa economia russa. Anche per Berlino infatti è questione di mantenere e rinsaldare un'Europa unita come grande area regionale, pena la dissoluzione come capitalista di rango tanto della Germania quanto dell’intera Europa , ma può farlo solo... ritornando su vecchie strade, per ora con mezzi economici. Abbiamo così uno scarto che rappresenta a tutti gli effetti un approfondimento delle tensioni dovute alla crisi globale: il rapporto di “buon vicinato” con Mosca può continuare ma solo a queste condizioni di subordinazione. Chi pensava a un asse dalla Germania alla Cina via Russia di tipo non conflittuale, nella prospettiva armonicista di un multipolarismo post-egemonia americana senza destabilizzazione del sistema globale (à la Arrighi), è servito.
Questo non significa che i rapporti russo-tedeschi debbano deteriorarsi irrimediabilmente da subito. Anzi, all’immediato l'Europa a guida tedesca è tentata di usare una carta di "compromesso" – padrino Schroeder? – che potrebbe lasciare un po' scoperti e in affanno gli Usa, anche se non è detto che la giochi davvero. In generale, costretta a uscire dal “guscio” di nano politico sulla scena internazionale, Berlino non sembra ancora aver optato - o forse non è ancora stata costretta a farlo - per una strategia precisa oscillando tra una ricontrattazione più favorevole dell’alleanza atlantica (v. trattative con Washington per il Ttip e il chicken game trattenuto sulla posta in palio dell’euro: http://www.sinistrainrete.info/europa/1916-raffaele-sciortino-chicken-game-ancora-sulleurocrisi.html) per un rinnovato assalto occidentale al resto del mondo e un Alleingang con tutti i rischi del caso, in primis lo scontro con gli Usa.


Gli Usa incassano ma…

Se la Germania ha condotto la corsa verso l'Ucraina, gli Stati Uniti erano pronti da tempo a sfruttare l’opportunità. Per Washington la conquista economica è essenzialmente basata sull'inasprimento del vampiraggio finanziario alle nuove condizioni costituitesi con la globalizzazione. Al credito internazionale direttamente fornito agli stati dagli anni Cinquanta fino alla crisi del debito degli Ottanta è andata sostituendosi la piena e onnivora libertà per il capitale finanziario di raggiungere anche il singolo "cittadino" in ogni anfratto della vita. Di questa biopolitica del capitale finanziario il compact Washington-Wall Street è il supremo garante politico-militare e profittatore economico: governare l’impero con il debito, ovvero con il dollaro.
Ora, se i segnali di regionalizzazione, ovvero i tentativi di costruire aree economico-politiche più autocentrate negli scambi commerciali e industriali e de/centralizzate rispetto alla finanza internazionale a stelle e strisce (e all'Europa che, sia pure in quota diversa, partecipa a questo tipo di sfruttamento), dovessero concretizzarsi in maniera consistente (a partire dalla Cina, ovviamente) - il sistema che fa perno sugli Stati Uniti già scosso da una crisi da cui non riesce a risollevarsi nonostante le enorme iniezioni di liquidità creata dal nulla, risulterebbe a serio rischio. Per Washington questo è semplicemente inaccettabile (e a ruota per l’Europa). Dunque Merkel e Obama hanno lo stesso interesse a impedire che la Russia costruisca intorno a sé una di queste zone, ma divergono sui motivi, e divergerebbero anche nel caso che tali zone si concretizzassero: per gli Usa sarebbero esiziali, mentre per l'Europa ci sarebbe ancora la possibilità di allacciare scambi commerciali-industriali, più o meno, "alla pari".
Ciò spiega, nella vicenda ucraina, il maggior accanimento yankee sia nel portare il proprio uomo al governo a Kiev (Yatseniuk) scalzando il favorito tedesco (Klitschko) sia nell’acuire il più possibile le tensioni con Putin (con i soliti galletti, tra gli europei, a fare da utili idioti, perfino peggio di inglesi e italiani, questi ultimi finora sulle lunghezze d’onda tedesche).
Ovviamente, hanno il loro peso anche considerazioni prettamente strategiche (riposizionamento della Nato e revisione della strategia nucleare) e geopolitiche. Dalla II guerra mondiale in poi il pensiero strategico del Pentagono è sostanzialmente improntato alla geopolitica mackinderiana, con le varianti del caso. I fronti di "distruzione creativa" aperti da Obama, oramai più numerosi di quelli bushiani!, contro chiunque resista alle politiche imperialiste, si adattano a pennello all’indicazione (operativa) di Mackinder: “Ogni esplosione di forze sociali, anziché dissiparsi in un circuito circostante di spazio incognito e di caos barbarico, verrà riecheggiata dal lato più lontano del globo, e gli elementi deboli nell’organismo politico ed economico andranno di conseguenza in mille pezzi”. Chiaro, no? Non solo; quei fronti a ben vedere si dispongono lungo quelle linee di faglia che servono ad accerchiare e destabilizzare “la regione pivot della politica mondiale, la vasta area dell’Euro-Asia” (oggi in realtà curvata sul versante cinese più che russo). Non ultimo, un caveat importante: “se la Germania dovesse allearsi con la Russia”...
Alla luce di ciò, è evidente che al momento la Russia è quella che rischia di più, in tutti sensi. E' sotto aggressione da venticinque anni, ne hanno progressivamente smantellato tutto il circuito di alleanze, ed oggi la si fa apparire come aggressore (giudizio condiviso da molti “sinistri”, che non riescono ad ammettere che la loro cara Europa, questa volta, non è “inesistente” o in "ritardo", ma sta conducendo un'aggressione imperialista in piena regola – chissà se nelle liste Tsipras si parla di questo oltre che di voti). Se perde tutta l'Ucraina, la Russia rischia di scomparire sotto la frammentazione che ha già rischiato ai tempi di Yeltsin e da cui stava faticosamente uscendo. Gioca per la vita o per la morte. Ma anche la Cina guarda assai preoccupata all’escalation occidentale, al di là degli interessi economici in Ucraina (affitto di terre). La Cina è l’obiettivo di lungo periodo del nuovo containment statunitense, il pivot to Asia. E non a caso Pechino sta dando un discreto ma sostanziale appoggio a Mosca. Dunque, anche su questo versante, un ulteriore scarto della crisi globale come crisi sistemica. Ma nulla è più garantito neanche per Washington (http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/8976-kill-kill-kill-for-growth).
Al di là delle dinamiche geopolitiche il punto politico di fondo è che siamo di fronte a chiari segnali di incasinamento sistemico. E i venti di guerra, per quanto siano improbabili precipitazioni immediate tra big player, non sono però più questione di mera rievocazione storica. Gli Usa sembrano oramai strutturalmente incapaci di uscire dalla crisi globale senza rovinare e destrutturare anche stati non marginali per poter approfondire la rapina finanziaria a scala globale. L’Europa deve procedere, se non vuole destrutturarsi e uscire da un gioco che si fa sempre più duro, sulla linea indicata dalla Germania (altro che fine dell'austerity e importazione della ricetta monetaria della Federal Reserve di cui si straparla non solo nei circoli renziani, e passi, ma anche in certa sinistra).
Tuttavia la situazione interna nello stesso Occidente è a rischio crescente di esplosione sociale, mentre in Egitto le mobilitazioni accennano a riprendersi con un carattere più decisamente di classe, il che potrebbe riaprire tutti i giochi. Ma non li risolverebbe di per sé in senso antagonista. Al di là del giudizio che si dà di Maidan (ma vale per Tahrir, Taksim…) è evidente che più si scende nei gironi della crisi e più si accorcia la distanza, diciamo così, tra questioni di classe e dimensioni geopolitiche. Ciò può indurre impotenza nella sinistra antisistemica, che sembra ed è al momento fuori dai grandi giochi. Ma questa impotenza non si supererà se non si inizia a mettere a fuoco il nesso tra lotte immediate, necessariamente “spurie”, e spunti di "programma" che non dall’esterno ma da quelle condizioni e dinamiche sociali possono emergere. È in gioco la capacità di sviluppare autonomia nelle nuove condizioni del capitale globale e delle eterogenee e contraddittorie soggettività in campo. Il nodo di fondo -inaggirabile con escamotage organizzativi- è l’ambivalenza di una domanda radicale e ineludibile di una sfera individuale di desideri e potenzialità, anche attraverso un’azione collettiva, che però si ferma ancora sulla soglia di una propria soluzione autonoma di potere e di costruzione sociale antagonista al mercato, perché ritiene sufficienti le piattaforme di socializzazione offerte dal capitalismo (eventualmente non il proprio ma quello dei paesi più “civili”) che si tratterebbe “solo” di depurare e democratizzare perché si dia effettiva libertà per tutti. Ma inaggirabile è anche il nodo dell’estensione dell’antagonismo di classe in senso internazionale e internazionalista.
Al prossimo giro si tratterà di vedere se la dinamica si disloca un tantino più avanti.
http://www.colbertnation.com/the-colbert-report-videos/432806/february-04-2014/pussy-riot-pt--1