Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 marzo 2014

solo degli imbecilli non puntano sul South Sream, il gas Russo

I nuovi blocchi e l’Italia 

di Eugenio Orso

Come pensavo anni addietro, il vero avversario del blocco neocapitalistico occidentale non può essere che la Federazione Russa, che è ben più di una qualsiasi potenza regionale. Il resto, anche se in espansione economica, ha i piedi di argilla. A partire dai cosiddetti Fragile Five, cioè dagli emergenti dalla valuta debole e dai grandi squilibri sociali, come Brasile, India, Indonesia, Turchia e Sudafrica. Così anche la Cina, legata indissolubilmente alle esportazioni e dipendente energeticamente dall’esterno, grazie a un’industrializzazione forsennata, che rivelerà in futuro le sue fragilità. Piccolo particolare, la Russia può tenere testa agli usa quanto ad armamento non convenzionale. Infatti, la situazione delle sue forze armate – cinque in tutto, missili e settore spaziale compresi – è notevolmente migliorata dopo lo sprofondo degli anni novanta. SS-25 Topol, balistici intercontinentali e SS-26 Iskander tattici sono lì a dimostrarlo, suscitando l’apprensione usa-nato-ue. Gli aspetti militari e quelli dell’armamento non convenzionale sono importanti, perché per liberarsi dell’”incubo globale”, non basterà sostituire progressivamente il dollaro con altra valuta, o paniere di valute, nei pagamenti internazionali. Così com’è importante ritrovare un equilibro fra capitale e lavoro, con un ruolo di guida della politica che imbriglia l’economia finanziaria, impedendo la libertà assoluta di circolazione dei capitali finanziari che vale la loro piena supremazia. Ciò si potrà fare solo ridimensionando in modo drastico il sopranazionale (nelle mani delle élite del denaro e della finanza) e denunciando i trattati-capestro, come quelli unionisti, per riconquistare la sovranità perduta e il diritto alla protezione delle produzioni nazionali. Disponibilità di armamenti, compresa l’arma nucleare, controllo della moneta e giustizia sociale saranno requisiti essenziali per sconfiggere il mostro liberal-globalista.
Che la globalizzazione voglia dire disuguaglianze crescenti, “desertificazione” del sociale nei paesi di più antica industrializzazione, profonde divisioni nel mondo che suscitano rischi di conflitto, è fuori discussione. In simili contesti non ci può essere una vera unificazione planetaria, ma può sorgere (o risorgere) una potenza antagonista dell’ordine mondiale, globalizzato dalla grande finanza. Una potenza in grado di mostrare la strada per l’effettiva indipendenza ai popoli assoggettati, a partire dall’Europa, prigioniera dell’unione elitista. Non si tratta di aggrapparsi a improbabili e ambiziosi progetti euroasiatici, che mettono insieme carne e pesce, comprendendo anche la Cina e l’India, ma di fare riferimento alla Russia, il cui cuore batte in Europa. La Federazione Russa come contraltare dei globalisti occidentali, che controllano con pugno di ferro gli usa, la nato e la ue e tendono a espandersi a est.
Fatte le debite premesse, si può tornare alla dimensione più angusta delle questioni nazionali. L’occasione me la porge la mail di un mio corrispondente, “deluso di sinistra”. Costui ha letto i miei ultimi post favorevoli alla Russia, nello scontro con la troika globalista usa-nato-ue, e al Fronte Nazionale Francese anti-euro, anti-ue e anti-nato. Riporto di seguito il testo della mail, che fa esplicito riferimento all’incontro Obama-Renzi in Roma.
<< Come patriota però sei scarso: mentre tu berlusconianamente ti trastulli con l’oltralpina LePen, Obama, nel silenzio quasi totale dei media e come il peggiore dei mariti ubriaconi, scappa coi soldi del gas (e degli F35). Tra l’altro preziosi euri, ahimè, magari si fosse preso le lirette.>>
Segue la firma preceduta dallo storico logo della Rote Armee Fraktion, stella rossa, mitra al centro e acronimo RAF (“deluso di sinistra” sì, ma non al punto di cadere nella trappoletta pentastellata o in quella, molto peggiore, del nuovo giovanilismo iper-riformista, che avanza con Renzi).
Conviene, a questo punto, riportare una sintesi della mia risposta al suddetto, che fa lo spiritoso e mostra di essere un po’ superficiale.
L’analisi della situazione, così come si presenta, non lascia spazio alle speranze di un riscatto motu proprio per l’Italia. Le uniche speranze concrete sono legate a un’evoluzione positiva della situazione europea e internazionale. Sempre che non si voglia credere alla baggianata propagandistica della “battaglia in Europa”, per cambiare le regole del rigore contabile, durante il semestre di presidenza italiana. E’ questa la menzogna preferita dai piddini, il cui governo collaborazionista rispetta fino in fondo le regole elitiste, mentre il paese continua a sprofondare, ma contemporaneamente millanta la loro futura “ricontrattazione” da posizioni di maggior forza. Facendo credere al popolino di voler cambiare ciò che non può essere modificato, ossia l’impianto di potere unionista. Il penoso debutto di Renzi nei salotti del potere che contano, da Bruxelles a Berlino, ne costituisce la prova più evidente.
In merito al recente incontro romano di Renzi con Barack Obama, il mio corrispondente solleva con una certa ironia la questione del gas e quella degli F35, accusandomi di avere gli occhi foderati di prosciutto e di “trastullarmi” guardando all’evoluzione della situazione politica francese (come se non fosse importante anche per noi).  E’ scontato che Obama, quale emissario politico della Global class finanziaria, imponga ai “partner” di secondo piano i suoi prodotti, dagli arei militari supercostosi e di dubbio funzionamento al gas di scisto come alternativa a quello russo.
Due sono le questioni sollevate e soprattutto la seconda, trattandosi di energia, travalica i confini dell’Italia, abbracciando l’intera Europa.
1)    I cacciabombardieri di ultima (generazione) F35 Lockheed Martin acquisiti dall’Italia, sono stati ridotti a 90 esemplari (60 a decollo convenzionale e 30 a decollo corto) dai 135 iniziali, e l’amerikano Obama vuole che non calino ulteriormente, o addirittura vorrebbe che aumentino. L’Italia, per gli F35, è un partner di secondo livello degli usa. Con il calo degli aerei in ordine da oltre 130 a 90, si sono ridotte le commesse all’Italia, che dovrebbe partecipare in posizione subordinata alla produzione dell’aereo yankee (l’ala e qualcos’altro). La produzione e vendita degli F35 non gioverà se non marginalmente alla malconcia industria nazionale, non produrrà nuovi e significativi posti di lavoro, ma rappresenta un costo non poco per il bilancio dello stato, trattandosi di oltre 150 milioni di dollari a velivolo. E’ chiaro che soprattutto in periodo di crisi le produzioni che contano e le tecnologie più evolute tendono a concentrarsi nel o nei paesi più forti, mentre la periferia che non conta subisce un processo di “desertificazione” industriale e di competenze di alto livello. Buona, al più, per estrarre risorse e forza lavoro a basso costo. A questa logica risponde Barack Obama, essendo il rappresentate politico più in vista del grande capitale finanziario. 
2)    Il gas di scisto nordamericano potrà diventare un’arma usa nel confronto geopolitico con la Russia. Il nuovo confronto est-ovest, scatenato dai globalisti occidentali, si articola su alcuni livelli. Essenzialmente i seguenti. A] Quello militare, “disturbando” con l’operazione euromaidan lo schieramento difensivo russo delle truppe e dei missili balistici tattici Iskander-M (eredi degli SS-23 , con 400 km di gittata), favorendo l’avvicinamento nato alle frontiere russe di qualche centinaio di chilometri, grazie allo stato-fantoccio ucraino. B] Quello della cosiddetta guerra dei gasdotti, scoppiata con il confronto fra il South Stream, che porta in Europa occidentale il gas russo bypassando Ucraina e Turchia, e il contrapposto Nabucco che segue la linea Turchia-Austria. Ricordiamo, in relazione al South Stream, il memorandum d’intesa Eni-Gazprom della metà del 2007 e l’evidente interesse italiano in proposito. Sempre più importante e incombente diventa il piano ordito dagli usa, con il supporto canadese, di sostituire il gas russo in Europa con il proprio “gas di scisto”, ottenuto dalle argille. Ciò comporterà uno sconvolgimento senza pari dell’ambiente naturale (in ciò la “green economy” di Obama?) e minori costi per i produttori con la prospettiva di grandi introiti. Enormi navi attraverseranno l’Atlantico per portare il gas in Europa, che dovrà provvedere ai rigassificatori per il gas americano … La Russia rischierà di esser tagliata fuori e per vendere il gas, che costituisce parte significativa delle sue esportazioni, dovrà volgersi sempre più a oriente, cioè all’Asia e alla Cina. Vi sarà un serio problema di dipendenza energetica dell’Europa dagli usa, che da tempo, con l’appendice canadese, investono a tale scopo miliardi di dollari. Il gas di scisto nordamericano sarà disponibile, in grandi quantità, fra qualche anno. Più a breve è disponibile il gas iraniano in alternativa a quello russo, nella prospettiva di “diversificazione delle fonti d’approvvigionamento” che gli usa vorrebbero si affermasse in Europa. E’ sicuramente per tale motivo che non si parla più, con una certa insistenza, di bombardamenti sull’Iran e di minaccia nucleare iraniana. La demonizzazione dell’Iran è per ora cessata, poiché il vero, il più insidioso nemico dell’”impero del male” global-finanziario sono i russi. Se i tedeschi – presunta locomotiva d’Europa – vanno cianciando che non c’è “alcuna alternativa ragionevole” al gas russo, non perfettamente allineati con gli usa, è perché dipendono per il 35% delle forniture (cito la percentuale a memoria, ma non vorrei sbagliare) proprio dalla Russia.
Per lo stato di prostrazione della popolazione italiana e per il fatto che l’Italia è ormai un paese interamente occupato, retto da collaborazionisti fra i più miserabili della storia umana, la posizione italiana nello “scacchiere” europeo non può essere autonoma e non può tener conto dell’interesse del paese. Renzi è il saltimbanco dei poteri esterni, costretto a barcamenarsi fra Obama, Merkel e unione europide, senza scontentare nessuno. Così, Obama può imporre all’Italia l’acquisto degli F35 e in prospettiva il “suo” gas, danneggiando sia l’Italia sia la Russia.
Riversare qualche speranza sul Front National, in Francia, e sulla Federazione Russa che resiste a est, non vuol dire “trastullarsi”, come pensa il mio spiritoso corrispondente, ma semplicemente riconoscere lo stato comatoso in cui versa il paese, ormai completamente desovranizzato, e fidare che eventi esterni positivi possano contribuire alla sua liberazione.  

il demagogo Pd non riesce neanche a fare gli interessi del Capitalismo italiano nel mondo

140,6 miliardi


CINA: ACCORDO CON BUNDESBANK, FRANCOFORTE DIVENTA CENTRO PER RENMINBI


(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 28 mar - Le Banche centrali di Cina e Germania - PboC e Bundesbank - hanno siglato un dichiarazione di intenti per cooperare nel 'clearing' e il regolamento di pagamenti denominati in renminbi, la valuta cinese. La piazza di Francoforte diventa cosi' il secondo centro finanziario fuori dall'Asia per questo tipo di pagamenti al fianco di Londra. Deutsche Boerse ha, inoltre, reso noto di aver concluso un accordo di cooperazione strategica con la banca pubblica cinese, Bank of China, sulla base del quale emittenti e investitori cinesi avranno accesso diretto ai mercati dei capitali tedeschi ed europei. Gli accordi sono stati siglati nel corso della visita ufficiale del premier cinese, Li Kequiang, a Berlino. La Bundesbank, ha commentato Joachim Nagel, consigliere della Banca centrale tedesca, "guarda con favore alla creazione di una piattaforma per il 'clearing' in renminbi a Francoforte. La citta' e' uno dei principali centri finanziari europei e ospita due Banche centrali. Tutto questo la rende una location particolarmente favorevole" per questo tipo di progetti. "Siamo molto grati alla Cina - ha detto il cancelliere tedesco, Angela Merkel, durante una conferenza stampa congiunta con il premier cinese - per gli sforzi sostenuti durante la crisi europea per credere nella stabilita' dell'euro. La Cina non ha mai messo in dubbio la sua fiducia nell'euro e ritengo che questo sia molto importante". La Bundesbank ha sottolineato che questi accordi, che prevedono anche la creazione di una banca di clearing in partnership, favoriranno gli scambi tra i due Paesi: Pechino e' stata l'anno scorso il terzo partner commerciale della Germania con un import/export totale di 140,6 miliardi.
red-mir-
(RADIOCOR) 28-03-14 18:31:39 (0565) 5 NNNN

sanato il processo di produzione Ilva deve andare alla Comunità di Taranto

29 marzo 2014

Ilva, ok al Piano ambientale ‘misterioso'

Lo stabilimento Ilva
Taranto. Approvato con due settimane di ritardo e non disponibile in rete. Il piano è stato approvato per decreto. E ora tocca al piano industriale
TARANTO - "Fare dell'Ilva una fabbrica salubre". Non ha temuto di esagerare, il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, nell'annunciare alla stampa il suo obiettivo: rendere l'acciaieria Ilva una "fabbrica dotata dei migliori dispositivi e delle più moderne tecnologie per la tutela ambientale, e quindi capace di stare sul mercato internazionale della siderurgia con un ruolo rilevante". 
Come raggiungere il risultato? Con il Piano delle misure di risanamento dell'impianto, approvato lo scorso 14 marzo per decreto del Consiglio dei ministri, che integra le prescrizioni dell'Autorizzazione Integrata Ambientale dell'ottobre 2012. Il Piano prevede di adottare le migliori tecniche disponibili nella produzione del ferro e dell'acciaio ed una drastica riduzione delle emissioni di benzo(a)pirene, precisando il massimo dell'attenzione al tema sanità ed agli effetti dell'impianto sull'ambiente e sulla salute delle persone. 
Il decreto approvato è la formalizzazione del Piano proposto dal comitato di tre esperti (istituito con la legge 89/2013) e pubblicato sul sito ministeriale, al fine di acquisire, nell'arco di 30 giorni, osservazioni da valutare. 
Ma, appena approvato, è già velato da mistero: il testo definitivo del Piano non è infatti consultabile, dal momento che non è ancora stato pubblicato sul alcun sito istituzionale. Una circostanza denunciata dal portavoce nazionale dei Verdi Angelo Bonelli che ha parlato di "mistero del Piano", sottolineando, tra le altre cose, anche un ritardo di due settimane, nei tempi di approvazione, rispetto a quanto prescritto da legge. 
Secondo Bonelli, la spiegazione della mancata pubblicazione del Piano approvato e del ritardo nei tempi di approvazione, "sta tutta nei commi 5 e 6 dell'art.1 del decreto Ilva 61/2013", che stabiliscono il termine massimo di 30 giorni tra l'approvazione del Piano ambientale e la presentazione del Piano industriale (da sottoporre anch'esso al Consiglio dei ministri). Rallentando il primo, il Governo avrebbe dato più tempo all'azienda per il secondo. Starebbero lì, infatti, le principali difficoltà. Il commissario governativo del gruppo Ilva Enrico Bondi è attualmente alle prese con la ricerca del finanziamento ponte da 4-500 milioni di euro per attuare l'80% delle misure ambientali previste dall'Aia. Il problema liquidità è stato confermato dallo stesso sub commissario dell'Ilva Edo Ronchi che nei giorni scorsi ha rivelato di essere in difficoltà con i fornitori, le imprese terze e anche nell'avanzamento degli ordini connessi al programma di ambientalizzazione. L'Ilva si deve procurare subito 3 miliardi di euro - 1,8 miliardi per l'Aia e 1,2 miliardi per l'innovazione - da spendere entro agosto 2016. 


// Il Piano ambientale 

Il Piano ambientale approvato stabilisce le azioni e i tempi necessari per garantire il rispetto delle prescrizioni di legge e dell'Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia). Modifica l'Aia relativamente ai tempi di attuazione delle relative prescrizioni, in modo da consentire il completamento degli adempimenti non oltre 36 mesi dopo l'entrata in vigore della legge n. 61/2013 sul Commissariamento dell'Ilva, il 3 agosto scorso. 
Tutte le prescrizioni previste dall'Aia dovranno dunque essere ultimate entro agosto 2016

Qui l'Aia nel dettaglio 

Qui la proposta di Piano ambientale del Comitato di tre esperti 

Il testo definitivo del Piano approvato non è ancora disponibile on line. 


Articoli correlati

Ilva, ancora dati allarmanti 

L'Ilva inquina ancora 

Ilva, nessun conflitto tra i poteri dello stato 

Ilva, potere d'acciaio intrappolato tra Magistratura e Ministero 

Marescotti, PeaceLink: ‘Taranto è una città compromessa' 

Chi sono i Riva 

Ilva. Se anche le banche storcono il naso 

Dentro i cancelli, ‘Nuovi sacrifici in vista' 

Marescotti, PeaceLink: ‘Taranto è una città compromessa'

 



condividi

e la Spagna non aveva il debito pubblico alto ... ma aveva e ha l'Euro


Spagna: la deflazione è già realtà, prepariamoci al peggio

 

Ci arriveremo anche noi, non preoccupatevi, ma nel frattempo la deflazione è già una realtà in Spagna.
L’Istituto di statistica spagnolo ha infatti oggi reso noto che l’indice dei prezzi al consumo nel mese di marzo è sceso (-0,2%) rispetto ad un anno fa.
Se a febbraio si era riusciti a tenere con un minimo +0,1% le acque si sono rotte a marzo, ed ora sarà difficile arginare l’ondata di piena.
La deflazione è forse la bestia più brutta e difficile da debellare, chiedere ai giapponesi per avere informazioni.
Come si possono rilanciare i consumi se l’Europa ti impone stretti vincoli che oltretutto, nel Paese iberico, sono stati ampiamente superati negli scorsi anni ed ora non è più possibile avere proroghe?
Occorrerebbe rilanciare la crescita, ma come si fa con un euro che non ne vuol sapere di calare e continua a rimanere sopravvalutato (almeno per i Paesi periferici)?
Ed allora anche in futuro chi non può spendere perché non li ha, naturalmente non spenderà, e perché dovrebbe spendere chi li ha se aspettando troverà prezzi ancora più bassi?
La deflazione è proprio una bella trappola dalla quale cercare di uscirne è un’impresa titanica, guardate che sforzi sta facendo in Giappone il Primo Ministro Shinzo Abe, e lui ha alle spalle una Banca Centrale che lo supporta, cosa può fare invece il povero Mariano Rajoy che si trova pure i bastoni fra le ruote della Bce?
Avete visto quante domande sono sorte spontanee? E non hanno una risposta, o meglio la risposta è: smettiamola con la storiella che il peggio è passato e prepariamoci al peggio che deve ancora arrivare.
Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro

la violenza sottile di Israele

Un sistema per 15 mila persone ne deve sostenere 50 mila

Israele toglie l'acqua al campo profughi di Shoafat



Israele toglie l'acqua al campo profughi di Shoafat

SHOAFAT (PALESTINA) - Ancora una volta Israele approfitta della debolezza della popolazione palestinese per colpirli nei bisogni primari. E così nel campo profughi di Shoafat dai rubinetti non sgorga più acqua, al massimo un sottile filo quando non poche gocce. 


Il problema è che Shoafat è una zona isolata dal famoso "muro di protezione" con cui le zone palestinesi sono state isolate dal mondo. E così tutti coloro le cui case sono state distrutte dagli israeliani durante le fasi di costruzione del muro, si sono ammassati nei campi profughi o nelle cittadine come Shoafat. Nel caso specifico, una cittadina da 15 mila abitanti adesso ne ospita 50 mila. Ma gli israeliani, a cui compete la costruzione e la manutenzione degli impianti idrici, si guarda bene dal provvedervi. Tutto ciò che ha fatto è stato agganciare un rubinetto in più alle condutture. Ma senza manutenzione, gli impianti idrici si logorano e l'acqua si perde in mille rivoli. Il risultato sono 50 mila persone che ora muoiono di sete, di cui Israele non si interessa. L'unica cosa che hanno fatto le autorità israeliane è stata di aumentare le forze di polizia in zona, nel caso di manifestazioni di protesta da parte dei cittadini disperati. 

venerdì 28 marzo 2014

ancora sull'Ucraina


Articoli

La rivolta ucraina “puzza” di shale gas amerikano


image
a cura della Redazione di AT.com
E’ inutile nasconderlo, gli Stati Uniti sono stati messi all’angolo dal loro sedersi sugli allori del passato e da una parte del mondo che ha deciso di scrollarsi di dosso l’ingombrante controllo di Washington attraverso (“geo”)politiche efficaci che comprendono anche la drastica riduzione dei commerci in valuta americana (cioé il dollaro statunitense).
Alla mancanza di una stabile politica estera di Obama, ha fatto da contraltare un’ascesa rapida e solida della Russia di Putin e un aprirsi all’esterno della Cina comunista turbo-capitalista. Ora l’èlite statunitense sembra essersi svegliata dal torpore e cerca di “salvare il salvabile” e chi se ne frega se per raggiungere l’obiettivo dovrà sacrificare l’Europa sull’altare dei propri interessi imperialistici: del resto sono vent’anni che gli Usa sanno solo creare (volutamente?) instabilità ovunque intervengono.
D’altronde lo zio Sam non si è fatto scrupoli nel vedere la morte di oltre 100 persone durante gli scontri in Ucraina mettendo al potere un governo fantoccio costruito a tavolino dalla sua intelligence. Un governo, quello ucraino, che dovrà firmare in fretta e furia il patto di collaborazione con l’Unione Europea, anche se l’esecutivo non esce da elezioni democratiche come tanto piace all’Occidente: però solo quando va verso i loro interessi (es. Mario Monti).
Del resto, cosa sono cento morti e lo smembramento dell’Ucraina, per un Paese che ha fatto milioni di morti negli ultimi 60 anni? Saranno catalogati sotto il file “Danni Collaterali”: del resto la democrazia deve pur essere insegnata ai rozzi abitanti degli altri continenti!
Ma oltre il danno c’è anche la beffa. Si perchè all’inizio era stato lo stesso Putin a richiedere un tavolo a tre, Russia-Ucraina-Europa, per trattare un accordo di collaborazione che rispettasse gli interessi di tutti i partecipanti; ma l’UE si è sfilata immediatamente da questa proposta preferendo trattare unilateralmente con Kiev escludendo a sua volta la Russia; quest’ultima – saggiamente – ha atteso oltre ogni ragionevole tempo prima di intervenire ed annettere la Crimea, area di sicurezza vitale per Mosca contro l’assalto dello Scudo Spaziale americano.
L’Unione Europea ha agito in questo modo mal consigliata dalla britannica Ashton Alto Commissario per gli Affari Esteri dell’UE e da O’Sullivan Capo Operativo del Servizio Esterno dell’UE (già coinvolto e magicamente uscito pulito da uno scandalo di corruzione coi fondi UE) entrambe pedine fondamentali degli USA per il controllo e l’indirizzamento dell’Unione Europea. Per farla breve, per continuare a perpetrare in questo modo la divisione fra l’Europa centro-occidentale e quella dell’Est, onde spezzare ogni potenziale veramente europeo (e non “europeista”).
Dopo aver messo le mani sull’Ucraina, Obama ha tutta l’intenzione di scatenare una nuova Guerra Fredda, e non a caso osserviamo il dispiegamento di forze militari americane nei Paesi dell’Europa centrale mentre la flotta navale amerikana incrocia nel Mar Nero.
L’obiettivo finale è prendersi lo spazio economico europeo da asservire al dollaro americano ormai moneta sempre meno utilizzata a livello mondiale ed infatti, massimo entro aprile, Washington e Bruxelles firmeranno in tutta fretta il TTIP, il trattato di libero scambio con moneta base il dollaro che consentirà agli Stati Uniti di inondare l’Europa di shale gas, di cui è grande produttore, consentendogli l’indipendenza dalle forniture russe (ma, la totale dipendenza dalle forniture amerikane!). In pratica una nuova federazione Stati Uniti d’America e d’Europa nella quale già sappiamo la sola parte che avrà voce in capitolo e quale sarà prona agli interessi del padrone d’Oltreoceano.
Di fatto gli USA ci avevano già provato nel 2010 tendendo un attacco finanziario all’Euro senza precedenti, salvatosi solo grazie alla determinazione di Draghi, all’epoca come oggi governatore della BCE. Evidentemente per la lobby finanziaria che conta i tempi non erano ancora maturi o, forse, la mossa era al tempo troppo azzardata. Nel caso fossero riusciti nell’intento di annientare la moneta unica avrebbero obbligato l’UE ad adottare il dollaro escludendo a prescindere un ritorno alle divise nazionali, essendo tale opzione economicamente insostenibile da qualunque paese europeo tale è ormai l’integrazione al sistema economico Euro-centrico.
Imbarazzante è il silenzio della Cina che, nonostante sia proprietaria di milioni di ettari a coltivazioni in Ucraina, si limita a rimanere neutrale nel Consiglio ONU e ad addestrare il proprio arsenale bellico con quello russo. Nel frattempo guarda i fatti di casa propria creando zone di libero scambio e rendendo sempre più libera la propria valuta il renmimbi garantendolo con enormi riserve d’oro. Quest’ultima cosa non possibile per il dollaro.
In ogni caso Barroso presidente della Commissione Europea (vero governo dell’UE) lo aveva detto pubblicamente: “La ragione per cui abbiamo bisogno dell’Unione europea è proprio perché non è democratica. Lasciati a se stessi, i governi eletti potrebbero arrivare a fare ogni sorta di cosa semplicemente per guadagnare voti. I governi democratici non hanno sempre ragione, se i governi democratici avessero avuto sempre ragione non avremmo la situazione che abbiamo oggi: le decisioni adottate dalle istituzioni più democratiche del mondo sono spesso molto sbagliate”.

e ci sarà un perché

E' UN CORO DI NOBEL: VIA L'ITALIA DALL'EURO. SETTE TRA LE MENTI ECONOMICHE PIU' BRILLANTI AL MONDO NON HANNO DUBBI.

venerdì 28 marzo 2014
Non vi chiediamo - cari lettori - di credere in modo fideistico a chi inneggia all'uscita dell'Italia dall'euro. Vi chiediamo di leggere cosa pensano dell'euro sette persone premiate col Nobel per il valore dei loro studi d'Economia, per l'intelligenza espressa, per le capacità d'analisi che hanno dimostrato.
Iniziamo da  Paul Krugman che ci spiega perche’: “L’euro è campato in aria” 
"Penso che l’euro fosse un’idea sentimentale, un bel simbolo di unità politica. Ma una volta abbandonate le valute nazionali avete perso moltissimo in flessibilità. Non è facile rimediare alla perdita di margini di manovra. In caso di crisi circoscritta esistono due rimedi: la mobilità della manodopera per compensare la perdita di attività e soprattutto l’integrazione fiscale per ripianare la perdita di entrate. Da questa prospettiva, l’Europa era molto meno adatta alla moneta unica rispetto agli Stati Uniti. Florida e Spagna hanno avuto una stessa bolla immobiliare e uno stesso crollo. Ma la popolazione della Florida ha potuto cercare lavoro in altri stati meno colpiti dalla crisi. Ovunque l’assistenza sociale, le assicurazioni mediche, le spese federali e le garanzie bancarie nazionali sono di competenza di Washington, mentre in Europa non è così. L’Europa sarà sempre fragile. La sua moneta è un progetto campato in aria e lo resterà fino alla creazione di una garanzia bancaria europea. Ricordiamoci però una cosa: l’Europa non è in declino. È un continente produttivo e dinamico. Ha soltanto sbagliato a scegliersi la propria governance e le sue istituzioni di controllo economico, ma a questo si può sicuramente porre rimedio".
Passiamo a Milton Friedman, che gia’ nel 1998 spiegava che "la Moneta Unica e’ un Soviet e Bruxelles e Francoforte prenderanno il posto del Mercato". 
"Niente di sbagliato, in generale, a volere un’unione monetaria. Ma in Europa c’e’ gia’ ed e’ quella esistente di fatto tra Germania, Austria e Paesi del Benelux. Niente vieta che, se ci tiene, l’Italia aderisca a quella. Il resto e’ una costruzione non democratica. Piu’ che unire, la moneta unica crea problemi e divide. Sposta in politica anche quelle che sono questioni economiche. La conseguenza piu’ seria, pero’, e’ che l’euro costituisce un passo per un sempre maggiore ruolo di regolazione da parte di Bruxelles. Una centralizzazione burocratica sempre piu’ accentuata. Le motivazioni profonde di chi guida questo progetto e pensa che lo guidera’ in futuro vanno in questa direzione dirigista.  Ma non vedo la flessibilita’ dell’economia e dei salari e l’omogeneita’ necessaria tra i diversi Paesi perche’ sia un successo. Se l’Europa sara’ fortunata e per un lungo periodo non subira’ shock esterni, se sara’ fortunata e i cittadini si adatteranno alla nuova realta’, se sara’ fortunata e l’economia diventera’ flessibile e deregolata, allora tra 15 o 20 anni raccoglieremo i frutti dati dalla bendizione di un fatto positivo. Altrimenti sara’ una fonte di guai. Cosa prevedo succedera’?  Una riduzione della liberta’ di mercato. A Francoforte siedera’ un gruppo di banchieri centrali che decidera’ i tassi d’interesse centralmente. Finora, le economie, come quella italiana, avevano una serie di liberta’, fino a quella di lasciar muovere il tasso di cambio della moneta. Ora, non avranno piu’ quell’opzione. L’unica opzione che resta e’ quella di fare pressione sulla Ue a Bruxelles perche’ fornisca assistenza di bilancio e sulla Banca centrale europea a Francoforte perche’ faccia una politica monetaria favorevole. Aumenta cioe’ il peso dei governi e delle burocrazie e diminuisce quello del mercato. Sarebbe meglio fare come alla fine del secolo scorso, quando, col Gold Standard, l’Europa aveva gia’ una moneta unica, l’oro: col vantaggio che non aveva bisogno di una banca centrale. Quello che c’e’ da dire sul mercato unico, piuttosto, e’ che e’ reso piu’ complicato proprio dall’Unione monetaria che rende piu’ difficili le reazioni delle economie, toglie loro strumenti e le rende piu’ dipendenti dalle burocrazie”. 
Ora è la volta di Joseph Stiglitz, che ci spiega che l’Euro o cambia oppure è meglio lasciarlo morire.
"Il progetto europeo, per quanto idealista, è sempre stato un impegno dall’alto verso il basso. Ma incoraggiare i tecnocrati a guidare i vari paesi è tutta un’altra questione, che sembra eludere il processo democratico, imponendo politiche che portano ad un contesto di povertà sempre più diffuso. Mentre i leader europei si nascondono al mondo, la realtà è che gran parte dell’Unione europea è in depressione. La perdita di produzione in Italia dall’inizio della crisi è pari a quella registrata negli anni ’30.La realtà tuttavia è che la cura non sta funzionando e non c’è alcuna speranza che funzioni; o meglio che funzioni senza comportare danni peggiori di quelli causati dalla malattia. L'Europa ha bisogno di un maggiore federalismo fiscale e non solo di un sistema di supervisione centralizzato dei budget nazionali. E’ poi necessaria un’unione bancaria, ma deve essere una vera unione con un unico sistema di assicurazione dei depositi, delle procedure risolutive ed un sistema di supervisione comune. Inoltre, sarebbero necessari gli Eurobond o uno strumento simile. I leader europei riconoscono che senza la crescita il peso del debito continuerà a crescere e che le sole politiche di austerità sono una strategia anti-crescita. Ciò nonostante, sono passati diversi anni e non è stata ancora presentata alcuna proposta di una strategia per la crescita sebbene le sue componenti siano già ben note, ovvero delle politiche in grado di gestire gli squilibri interni dell’Europa e l’enorme surplus esterno tedesco che è ormai pari a quello della Cina (e più alto del doppio rispetto al PIL). In termini concreti, ciò implica un aumento degli stipendi in Germania e politiche industriali in grado di promuovere le esportazioni e la produttività nelle economie periferiche dell’Europa.       Quello che non può funzionare, almeno per gran parte dei paesi dell’eurozona, è una politica di svalutazione interna (ovvero una riduzione degli stipendi e dei prezzi) in quanto una simile politica aumenterebbe il peso del debito sui nuclei familiari, le aziende ed il governo (che detiene un debito prevalentemente denominato in euro).     I leader europei continuano a promettere di fare tutto il necessario per salvare l’euro. La promessa del Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, di fare “tutto il necessario” ha garantito un periodo di tregua temporaneo. Ma la Germania si è opposta a qualsiasi politica in grado di fornire una soluzione a lungo termine tanto da far pensare che sia sì disposta a fare tutto tranne quello che è necessario. E’ vero, l’Europa ha bisogno di riforme strutturali come insiste chi sostiene le politiche di austerità. Ma sono le riforme strutturali delle disposizioni istituzionali dell’eurozona e non le riforme all’interno dei singoli paesi che avranno l’impatto maggiore. Se l’Europa non si decide a voler fare queste riforme, dovrà probabilmente lasciar morire l’euro per salvarsi. L’Unione monetaria ed economica dell’UE è stata concepita come uno strumento per arrivare ad un fine non un fine in sé stesso. L’elettorato europeo sembra aver capito che, con le attuali disposizioni, l’euro sta mettendo a rischio gli stessi scopi per cui è stato in teoria creato".
Passiamo ad Amartya Sen, con la sua recente intervista “Che orribile idea l’euro”
"Mi preoccupa molto di più quello che succede in Europa, l’effetto della moneta unica. Era nata con lo scopo di unire il continente, ha finito per dividerlo. L’euro è stato un’idea orribile. Lo penso da tempo. Un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata. Una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l’Europa. I punti deboli economici portano animosità invece che rafforzare i motivi per stare assieme. Hanno un effetto-rottura invece che di legame. Le tensioni che si sono create sono l’ultima cosa di cui ha bisogno l’Europa. Quando tra i diversi Paesi hai differenziali di crescita e di produttività, servono aggiustamenti dei tassi di cambio. Non potendo farli, si è dovuto seguire la via degli aggiustamenti nell’economia, cioè più disoccupazione, la rottura dei sindacati, il taglio dei servizi sociali. Costi molto pesanti che spingono verso un declino progressivo.                 È successo che a quell’errore è stata data la risposta più facile e più sbagliata, si sono fatte politiche di austerità. L’Europa ha bisogno di riforme: pensioni, tempo di lavoro, eccetera. E quelle vanno fatte, soprattutto in Grecia, Portogallo, Spagna, Italia. Ma non hanno niente a che fare con l’austerità. È come se avessi bisogno di aspirina ma il medico decide di darmela solo abbinata a una dose di veleno: o quella o niente. No, le riforme si fanno meglio senza austerità, le due cose vanno separate. La Germania ha sicuramente beneficiato della moneta unica. Oggi abbiamo un euro-marco sottovalutato e una euro-dracma sopravvalutata, se così si può dire. Ma non credo che ci sia uno spirito del male tedesco. Non ci sono malvagi in questa cosa terribile che sta succedendo. È che hanno sbagliato anche i tedeschi. E si è finiti con la Germania denigrata".
E’ il turno di James Mirrless, che nel suo intervento a Venezia all’Auditorium Santa Margherita per il ciclo "Nobels colloquia 2013" dell’Università Ca’ Foscari, ha testualmente detto che “all’Italia conviene uscire dall’Euro subito”.
"Non voglio suggerire politiche per mutare la situazione attuale e mi sento a disagio nel fare raccomandazioni altisonanti, perché non ho avuto il tempo di valutarne le conseguenze. Però, guardando dal di fuori, dico che non dovreste stare nell’euro, ma uscirne adesso. L’uscita dall’euro non risolverebbe in automatico i problemi dell’Italia, visto che, ad esempio, rimarrebbero le questioni derivanti dalle politiche adottate dalla Germania. Ma non è comunque corretto collegare le conseguenze di un’eventuale uscita da Eurolandia al venir meno della lealtà e fedeltà come membri dell’Unione europea. Finché l’Italia resterà nell’euro non potrà espandere la massa di moneta in circolazione o svalutare: ecco perché si impone la necessità di decidere se rimanere o meno nella moneta unica, questione non facile da dirimere, perché la gente toglierà il denaro dai conti in banca prima che questo accada. Probabilmente, dovreste sostenere il costo di un’eventuale uscita, come avvenuto in Gran Bretagna (che non ha mai abbandonato la sterlina), ma dovete essere pronti a pagare questo prezzo. Se l’Italia tornasse in grado di svalutare ci sarebbe sicuramente la possibilità di arricchirsi per chi togliesse in tempo i soldi dalle banche; ma, per la Gran Bretagna, è valsa la pena, perché poi ha avuto un andamento economico soddisfacente”. ”Tutto ciò non comporta automaticamente l’aumento o la riduzione della pressione fiscale. Però, in una certa misura, raccomanderei misure di sostegno ai redditi, per aumentare il potere d’acquisto della popolazione. Ma solo temporaneamente”.   ”Se l’Italia dovesse uscire dall’euro alcuni grossi problemi continuerebbero ad esistere, perché la Germania continua a mantenere i livelli dei prezzi troppo bassi. E, se la Germania continuerà questo atteggiamento, cosa che non intende cambiare, anche per l’Italia continuerebbero le difficoltà di oggi. Uscire dall’Euro significa fuggire, la crisi si può affrontare resistendo ad essa e combattendo, ma i Paesi che scelgono di combattere lo facciano considerando anche l’opzione della fuga. Mi sento però a disagio, come persona esterna, nell’offrire soluzioni, anche perché mi chiedo se abbiate abbastanza manager economici in grado di mettere in atto e gestire l’espansione che potrebbe esserci".
E passiamo ora a Christopher Pissarides, nobel per l’economia nel 2010, presidente del new Centre for Macroeconomics che dichiara “Abbandonare l’Euro” dopo esserne stato nel passato un fautore e acceso sostenitore.
"L’Unione Monetaria ha creato una generazione persa di giovani disoccupati e dovrebbe essere dissolta. Sono completamente stato ingannato. Allora, l’euro sembrava una grande idea, ma ora ha prodotto l’effetto contrario di quello che si aveva in mente ed ha bloccato crescita e la creazione del lavoro. In questo momento sta dividendo l’Europa e la situazione attuale non è sostenibile. L’Euro divide l’Europa e la sua fine e’ necessaria per ricreare quella fiducia che le nazioni europee una volta avevano l’una all’altro. Non andremo da nessuna parte con l’attuale linea decisionale ed interventi ad hoc sul debito. Le politiche perseguite ora per salvare l’euro stanno costando all’Europa lavori e stanno creando una generazione persa di giovani laureati. Non certo quello che i padri costituenti avevano in mente".  
Ma anche James Tobin, nobel per l’economia nel 1981, nel 2001 disse in un’ intervista allo Spiegel quanto segue:
"Per come la vedo io, l’Euro non è stato precisamente un grande successo, tale da potere essere considerato come un modello per altre regioni del mondo. I paesi dell’Euro soffrono perché l’economia europea è in una cattiva situazione. La responsabilità di questo è della banca centrale europea, perché non persegue nessuna politica.      Il presidente della banca centrale europea mi ha detto una volta che lui non ha niente a che fare con la vera economia, con la crescita e le attività. Il suo compito è controllare rigidamente i prezzi, in altre parole lottare contro l’inflazione. Se questo è tutto quello che ha da offrire la politica monetaria europea, non sorprende che l’economia sia debole in Europa".
Speriamo vivamente che dopo avere sentito cosa pensano sette tra le menti più brillanti di questa epoca, vi siate resi conto che far uscire l'Italia dall'euro non è un'idea politica, non è connessa ad una campagna elettorale, non è una fanfaronata per carpire il vostro voto alle elezioni europee. E' una questione di vita o di morte. Di tutti noi.  
max parisi
Si ringrazia il blog economico ScenariEconomici.it per il materiale di questo articolo. 


E' UN CORO DI NOBEL: VIA L'ITALIA DALL'EURO. SETTE TRA LE MENTI ECONOMICHE PIU' BRILLANTI AL MONDO NON HANNO DUBBI.

http://www.ilnord.it/c-2747_E_UN_CORO_DI_NOBEL_VIA_LITALIA_DALLEURO_SETTE_TRA_LE_MENTI_ECONOMICHE_PIU_BRILLANTI_AL_MONDO_NON_HANNO_DUBBI

il popolo italiano è pronto vuole la Nuova Lira il Pd demagogo rema contro

SONDAGGIO DATAMEDIA: IL 58,1% DEGLI ITALIANI VUOLE IL RITORNO ALLA LIRA. SOLO IL 35,8% NON VORREBBE RINUNCIARE ALL'EURO!

venerdì 28 marzo 2014
Il dato più eclatante che emerge dal sondaggio di Datamedia Ricerche condotto per Il Tempo è che il 58,1% degli italiani vuole tornare alla Lira dicendo NO all’Euro. La maggioranza dei cittadini italiani, quindi, vuole uscire dall’Euro, convinta che lasciare la moneta unica rappresenti un fatto positivo per l’economia italiana.
Solo il 35,8% degli italiani non vorrebbe rinunciare all’Euro ma la crisi prolungata che ha investito l’Italia e dipesa da tante cose e non soltanto dall’Euro.
Ormai, però, la percezione che gli italiani hanno della crisi è che la causa del malessere che stiamo vivendo economicamente dipenda prevalentemente dalla moneta unica e questo dato acquista un dato sempre più rilevante con l'avvicinarsi di maggio e delle elezioni europee.
Nel sondaggio di Datamedia emerge che gli Italiani incolpano l'Euro della crisi e alle prossime elezioni europee a ottenere più voti saranno proprio i partiti euroscettici.
Il sondaggio di Datamedia Ricerche è stato realizzato secondo i comuni criteri statistici, e quindi non è suscettibile di forzature. D'altra parte, la maggioranza per il ritorno alla lira è così ampia da inglobare anche l'errore statistico (variabile indipendente che più spostare il risultato in un verso o nell'altro del 3%) senza per questo modificare la sostanziale bocciatura italiana della valuta unica europea.
E' la prima volta che un sondaggio mostra in modo netto il disamore degli italiani per l'euro. E si noti che la campagna elettorale delle europee 2014 non è neppure iniziata. Quindi, non è da addebitare ai toni sempre accesi ed esasperati, il giudizio dei cittadini contrario all'euro.
Redazione Milano.

compito del Pd è continuare a svendere l'Italia

AddThis Social Bookmark Button

L’internazionale socialista, Renzi e la zia di Cosimo

Nuvola rossa

A sentir parlare ministri/e e sottosegretari/e, un condominio di Trastevere sembra la camera dei lord. E i giudizi dei condomini esercitazioni di alta politica (nell’interesse della collettività). Ivan Scalfarotto (riforme costituzionali): “Io primo gay al governo, chissà ora Giovanardi”. L’interrogativo è veramente tormentoso. Maria Elena Boschi (stesso ministero): “Al referendum sull’acqua ho votato no”. Davvero un buon auspicio per le riforme.

Gian Luca Galletti (ambiente) “Io dico sì al nucleare”. Come sopra (e come il resto che segue). Dario Franceschini (Beni culturali): “Patrimonio d’arte e privati? Per me nessun problema”. Federica Guidi (Sviluppo economico): “La vicenda Fiat di Pomigliano ci porta un orizzonte di speranza”. Questo è il rinnovamento di Renzi, bellezza. Il giovane in movimento che tiene ben salde le redini del comando, tanto stimato dall’azzardoso Serra, dal paninaro postmoderno Farinetti e dallo psichiatra Crepet. Oltre che dalla zia di Cosimo Ferri, come ci fa sapere il sottosegretario berlusconiano alla giustizia in odore di P3. Ma, dice, l’economia è governata dal super esperto Pier Carlo Padoan, lunga mano di D’Alema nel governo. Errore: Padoan, secondo il quale “il dolore sta producendo risultati”, è il master addestrato dal Fondo monetario internazionale e D’Alema l’apprendista stregone che da lui ha introiettato i rudimenti del liberismo.

Così assistiamo a un altro giro di valzer sulla pelle degli italiani. Dopo aver rottamato D’Alema e Bobbio, e fattosi scudo di Blair, a sua volta contestato adesso da D’Alema e dai socialdemocratici tedeschi, il rottamatore liberista fiorentino è diventato un dirigente del “socialismo europeo” nel momento stesso in cui esenta dalle tasse le multinazionali della rete. Per guadagnare qualche voto hanno ridotto la politica a un vergognoso gioco di bussolotti. Prima gli ex Pci hanno cancellato persino la parola sinistra. Adesso i liberisti ex Dc si dichiarano socialisti. E criticano l’antipolitica mentre praticano la più sfacciata antipolitica. L’avventurismo dei giovani può produrre danni ancora più gravi del conservatorismo dei vecchi, come la storia d’Italia ci insegna.


http://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/3539.html

Marco Carrai 8 e il suo amico Renzi chi?

Firenze Parcheggi & Carrai: danno erariale per 520.000 euro. Sponsorizzazioni elargite “senza criteri oggettivi” 
Carrai, a destra, inaugura un parcheggio con Matteo Renzi
Firenze Parcheggi ha chiuso il 2011 con una perdita di quasi 1,5 milioni di euro. In quell’anno l’amministratore era Marco Carrai, la stessa persona che ha pagato per tre anni l’affitto a Renzi per la casa di via Alfani 8 dove il rinnovatore dei costumi politici italiani (sic) ha tenuto la residenza per tre anni.
La Corte dei Conti ha indagato sul bilancio di quell’anno è ha scoperto che ben 520.000 euro, un terzo circa delle perdite, sono stati elargiti “senza criteri oggettivi” a fondazioni e iniziative del Comune di Firenze guidato proprio dal sindaco Matteo Renzi.
Si tratta per la Corte, di un “danno erariale”. Ovvero il danno sofferto da un ente pubblico a causa dell’azione di un soggetto – Carrai – che agisce per conto della pubblica amministrazione in quanto inserito in un suo apparato organizzativo – Firenze Parcheggi -. Con Carrai potrebbero essere chiamati a risarcire la cifra anche il presidente Carlo Bevilacqua e altri 6 componenti del Cda.
In particolare, tra le elargizioni contestate nell’inchiesta – partita a seguito di un esposto presentato dal consigliere comunale Giovanni Galli – quelle alla Fondazione Maggio Musicale e alla Fondazione Palazzo Strozzi presieduta da Lorenzo Bini Smaghi, altro amico di Renzi.

http://altracitta.org/2014/03/27/firenze-parcheggi-carrai-danno-erariale-per-520-000-euro-sponsorizzazioni-elargite-senza-criteri-oggettivi/

giovedì 27 marzo 2014

6 agosto 1945 Hiroshima tre giorni dopo Nagasaki: civili



AddThis Social Bookmark Button

Altre tre osservazioni sull'Ucraina

di Piero Pagliani

I custodi della legalità westfaliana internazionale contro il caos imperiale, la Responsibility to Protect (R2P) e il Right to Intervene (R2I), sul filo della guerra. Questa riflessione è il seguito delle «Sette osservazioni sulla crisi ucraina» pubblicate lo scorso 4 marzo

Ottava osservazione. 
È in corso da più parti un tentativo di capire se la crisi ucraina stia dimostrando la forza degli Usa o della Russia.

Incominciamo osservando che quasi sempre i termini che vengono contrapposti non sono simmetrici, bensì del tipo "Usa vs Putin" o "Comunità Internazionale vs Russia".

Nel primo caso c'è una nazione (considerata fiaccola della democrazia) che si contrappone a un individuo (considerato una sorta di aggressivo autocrate), mentre nel secondo caso c'è un ristretto club di nazioni che si autodefinisce rappresentante di tutte le nazioni del mondo e che si contrappone a un singolo Paese considerato "paria" (se non fosse così potente, in questo momento sarebbe classificato come "rogue state" senza tanti complimenti).

Questa retorica da guerra (calda o fredda non fa qui differenza) ci vorrebbe far credere che comunque la "forza della ragione" sta ad Occidente. Possiamo dubitarne, ma non è questo il punto, perché nelle relazioni internazionali durante i periodi di caos sistemico, l'idea stessa di "ragione" è sfidata da quella, per l'appunto, di "caos" nel quale concetti come "democrazia", "diritto" e, infine, "ragione" devono lasciare il posto al concetto principe di "forza".

Chi dimostra quindi più "forza"? Obama o Putin? Gli Usa o la Russia?

Io francamente non lo so, perché in questo momento sto osservando la parte centrale di una partita a scacchi ben lontana dall'essere definita, le mosse e le contromosse degli opponenti. La mia speranza è che questa partita finisca prima di uno scacco matto, perché tale situazione potrebbe spingere l'opponente in difficoltà a ribaltare la scacchiera con una mossa, ovviamente, fuori dalle regole. Penso che ci siamo spiegati.

Per ora possiamo constatare che gli Usa in Europa hanno catturato un pezzo molto importante, diciamo una torre.

Questo di per sé indica che gli Usa siano i più forti? Non penso che sia una conclusione così immediata, anche se è evidente che essi sono da tempo passati all'attacco. Lo hanno fatto nei Balcani, in Medioriente, in Nord-Africa, in Sudan. E' fuori di dubbio che in Ucraina la mossa sia stata "brillante" ed estremamente destabilizzante: oltre all'Europa, UE compresa, ha destabilizzato tutto il mondo, come vedremo nell'ultima osservazione. Ma la superiorità presunta dovrebbe essere analizzata attraverso vari parametri. Ne accenno alcuni: A) I mezzi impiegati, B) La capacità di prevenire dirompenti contromosse, C) Il significato strategico complessivo del risultato della mossa localmente vincente.

Nona osservazione
L'analisi dei mezzi impiegati dagli Usa in Ucraina è complessa. Essi pertengono a ciò che viene chiamato "Soft Power", o che potremmo meglio chiamare "Soft Power 2.0". Infatti operazioni come queste non sono novità assolute. Si pensi solo all'operazione "Valuable" con cui alla fine degli anni Quaranta i servizi segreti statunitensi e inglesi, col supporto di Grecia, Italia e Germania Occidentale, cercarono di suscitare una guerriglia anticomunista in Albania. Il tentativo finì in un disastro per almeno due motivi. Il primo è che i guerriglieri albanesi infiltrati erano ideologicamente troppo reazionari per ottenere la collaborazione della popolazione, che infatti rimase indifferente. Occorre sottolineare che proprio su questo punto ci fu una discussione tra i responsabili statunitensi e quelli inglesi che si opponevano all'utilizzo di leader albanesi dichiaratamente fascisti come invece pianificato dai primi. Il secondo fattore fu Kim Philby, agente segreto inglese da sempre comunista e al servizio dei sovietici, le cui informazioni permisero di intrappolare subito gli anticomunisti infiltrati. Un'operazione simile fu anche quella organizzata contro la Cuba castrista da John Kennedy in collaborazione con la mafia cubana e finita anch'essa in un disastro, alla Baia dei Porci.
Saltano agli occhi diverse cose. Innanzitutto la presenza dell'Unione Sovietica, la contrapposizione ideologica dovuta alla guerra fredda e la forte presa anche in Occidente degli ideali socialisti e comunisti non permettevano quelle smaccate campagne di propaganda preparatoria e d'accompagnamento a cui oggi siamo abituati, mentre costringevano a coprire accuratamente tali tipi di operazione, tanto che una volta che si capiva che erano fallite, i responsabili politici occidentali ci tiravano velocemente una riga sopra secretando tutto e lanciando i rivoltosi al loro (tragico) destino. Oggi, al contrario, possiamo sentire un pezzo grosso dell'amministrazione Obama che rivendica sfacciatamente l'appoggio finanziario degli Stati Uniti agli eversori ucraini, mentre quello logistico e militare viene dato per scontato e non si fanno soverchi sforzi per negarlo.

Una grande differenza quindi tra il Soft Power 1.0 e quello 2.0. Estremamente più elaborato il secondo, esso si giova, in Occidente, anche della virtuale scomparsa di ogni forma di opposizione politica e ideologica al capitalismo e al suo centro di raccordo internazionale, cioè gli Usa.

Eppure, come ho già cercato di argomentare, proprio qui si nota una certa debolezza nella mossa ucraina, ed essa riguarda la necessità di aver dovuto affidare le piazze a forze neonaziste inquadrate militarmente, non riuscendo l'Occidente ad esercitare quella composita attrazione ideologica, comportamentale, valoriale, economica e sociale, sulla classe media ma anche salariata, che invece si era vista in azione in varie occasioni, ad esempio durante la "Primavera di Praga" o nel movimento Solidarność in Polonia, persino nel movimento di Piazza Tienanmen a Pechino o in quello di Teheran Nord in Iran, o anche durante la "Glasnost" di Mikhail Gorbaciov nella stessa Unione Sovietica (e si dovrebbe cercare di capire come la Russia di Putin e la Cina da Jiang Zemin in poi abbiano risposto alle spinte della classe media e come lo stia facendo oggi l'Iran). Un discorso analogo credo si possa applicare alla "primavera" egiziana mentre è particolare il mix di sovversione eterodiretta e di tensioni sociali nell'America Bolivariana la quale finora ha fortunatamente dimostrato grande capacità di tenuta e di reazione.

In Ucraina quel tipo di attrazione non si è vista, o la si è vista molto mediata da urgenze d'altro tipo derivanti da fratture di carattere storico, linguistico-culturale e anche religioso. Quali esigenze sociali avrebbero infatti richiesto di preferire la Tymo?enko a Janukovyč, perfettamente intercambiabili in quanto a corruzione e incapacità? In base a ciò non riesco a condividere fino in fondo 
analisi come quella di Lorenzo Adorni pubblicata sul blog di Aldo Giannuli, che a mio avviso mette in campo un fattore reale, cioè il grande potere culturale degli Stati Uniti, ma in un luogo e in un momento errati, dove cioè la dimensione finanziaria, logistica e militare del Soft Power ha avuto un ruolo maggiore e decisivo rispetto a quella culturale-sociale, così come è avvenuto in Libia, anche se su scala diversa, e così come sta succedendo in Siria.

Decima osservazione
. L'analisi del significato strategico complessivo della mossa ucraina e delle contromosse ci porta a diversi ordini di considerazioni.

Il primo riguarda le modalità di conduzione dei conflitti moderni. Il fatto che non ci sia una esplicita e conclamata contrapposizione militare tra le grandi potenze non significa che non siamo già molto in là con quella che possiamo considerare la prima fase della III Guerra Mondiale. Lo svolgimento dei conflitti in questa fase era stato previsto per tempo dagli strateghi della Rand Corporation1:
«Le modalità della guerra dell'ultimo quarto del XX secolo potrebbero finire per somigliare a quelle del Rinascimento italiano o degli inizi del XVII secolo, prima dell'emergere di eserciti nazionali e di guerre più organizzate - con conflitti armati continui e sporadici, privi di chiari confini temporali e spaziali, intrapresi a diversi livelli da un'ampia schiera di forze nazionali e subnazionali» (Brian M. Jenkins, "New modes of conflict", 1983, p. 17).
Giovanni Arrighi, circa un decennio dopo, motivava un tale «riemergere di forme di politica militare proprie della prima età moderna in un mondo ultramoderno o postmoderno» come un segnale del caos prodotto dalla crisi sistemica. Ma un segnale di tipo particolare:
«È come se il moderno sistema di dominio, dopo essersi esteso spazialmente e funzionalmente fin dove possibile, non abbia altro luogo dove andare se non "in avanti", verso un sistema di dominio completamente nuovo, o "all'indietro", verso modelli di formazione dello stato o di conduzione della guerra propri della prima età moderna o addirittura premoderna» (Giovanni Arrighi, "Il lungo XX secolo denaro, potere e le origini del nostro tempo", Il Saggiatore, 1996, pp. 112-113).
Il secondo ordine di considerazioni riguarda l'ampiezza dell'urto destabilizzante della mossa ucraina e quindi delle contromosse strategiche complessive.

Il primo e più immediato impatto si ha in Europa, questo è evidente. E in Europa in prima linea c'è la Germania sulla quale gli esiti della mossa ucraina sono abbastanza differenziati e non uniformi. Ne parlerò in un articolo sull'Europa che spero di pubblicare tra pochi giorni, ma in linea di massima la mossa statunitense ribadisce che ogni politica ad Est dell'Europa è subordinata alle ragioni strategiche degli Usa, per quanto caotiche possano essere: "Fuck the EU!".

Ma gli effetti di destabilizzazione non finiscono in Europa. Se dal nostro continente ci spostiamo in Asia, vediamo che la crisi ucraina ha messo sotto impasse l'India.

In linea con gli storici legami tra questo Paese e la Russia (Unione Sovietica) il consigliere della sicurezza nazionale, Shivshankar Menon, ha parlato di «interessi legittimi» della Russia, pur nel contesto di «altri interessi» da negoziare, con l'auspicio di «una soluzione soddisfacente per tutti». Tuttavia l'imbarazzo del governo è confermato da un atteggiamento che è stato paragonato a quello dello struzzo «con la testa ben ficcata nella sabbia in attesa che la crisi a Kiev si possa chissà come dissolvere»2.
Le preoccupazioni in India sono tante. Tra aprile e maggio ci saranno le elezioni politiche. Tutto fa pensare che il vincitore sarà il Bharatiya Janata Party, o BJP, il partito nazionalista indù, a meno di sorprese dovute a una "terza forza" emergente tra questo partito e quello del Congresso. Il rischio è che a formare il nuovo governo sia chiamato Narendra Modi, un estremista ritenuto responsabile politico del pogrom antimusulmano che nel 2002 provocò nel Gujarat l'uccisione di circa 2.000 persone, uomini, donne e bambini, tra violenze letteralmente inenarrabili. Cattive relazioni diplomatiche con gli Usa sguarnirebbero l'India di fronte ai probabili attacchi terroristici controllati dall'Inter-Services Intelligence (ISI) pakistano, che sono aspettati come messaggio di "benvenuto" ad un probabile governo nazionalista indù a Delhi. Non solo, le capacità di eversione dimostrate in Ucraina dagli Stati Uniti spaventano l'India nella cui federazione sono presenti aree di conflitto di diverso tipo, dallo Stato di Jammu eKashmir nel Nordovest, alle inquiete "Sette Sorelle" del Nordest (Arunachal Pradesh, Assam, Manipur, Meghalaya, Nagaland, Tripura e Mizoram). In definitiva, la crisi ucraina potrebbe introdurre un cuneo negli storici rapporti di alleanza tra India e Russia.

Dal canto suo la Cina, contraria a sanzioni contro la Russia e al contempo possibilista nei confronti del nuovo governo installatosi a Kiev, sembra voler utilizzare la crisi per proporsi in unruolo globale di "moderatore". Con ciò dimostrerebbe al mondo per l'ennesima volta che la Cina risolve i conflitti mentre gli Usa li alimentano e potrebbe negoziare un allentamento della pressione di contenimento decisa da Obama (preannunciata dal famoso "Pivot to East Asia" della Clinton). Infine si noti che le preoccupazioni indiane per il Kashmir e le Sette Sorelle sono replicate da quelle cinesi per lo Xinjiang e il Tibet.

Ma ciò vuol dire che come reazione complessiva all'ennesima dimostrazione del Soft Power 2.0 da parte degli Usa, i rapporti tra Russia, India e Cina, pur tenendo distinti i propri specifici interessi e le manovre per difenderli, si potrebbero alla fine stringere ancor di più in quanto custodi della legalità westfaliana internazionale contro il caos imperiale e la Responsibility to Protect (R2P) e il Right to Intervene (R2I) ad usum Delphini.

Una politica che potrebbe attrarre la grande maggioranza degli Stati del mondo isolando, paradossalmente, la sedicente "comunità internazionale".
NOTE:
1. La Rand Corporation è un prestigioso think tank al servizio delle forze armate statunitensi, dove sono passati ben trentadue premi Nobel. Almeno la metà dei suoi studi sono coperti da segreto. A dire: è meglio smetterla con la giustificazione consolatoria che gli Stati Uniti "non capiscono", "sbagliano" o "sono ingenui". Nessun impero ha mai sofferto di questi difetti.