Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 aprile 2014

dovunque nel mondo dopo le privatizzazioni i costi per i consumatori aumentano

Privatizzare l'energia è stato un errore

NIGERIA - Abuja. 11/04/14. Le privatizzazioni del settore energetico nigeriano non hanno portato ai risultati sperati. A lamentarsi è stato il Presidente, Trade Union Congress, il signor Bobboi Kaigama, che ha detto al giornale punchng.com: «La privatizzazione del governo federale di imprese pubbliche ha portato più male che bene».


A pensarla diversamente invece il Direttore Generale, Ufficio di imprese pubbliche, il signor Benjamin Dikki che ha detto che l'esercizio aveva portato all'accumulo di oltre fondi pensione N3tn in depositi stabili che aveva aiutato le banche a concedere prestiti a lungo termine per clienti aggiungendo che la riforma sarebbe estesa presto ad altri settori. Kaigama ha partecipato recentemente insieme al Vice Segretario Generale, TUC, il signor Simeone Amachree  a una due giorni organizzato dal BPE a Ibadan, sulla privatizzazione del settore energetico. Kaigama in quella sede ha detto: «La privatizzazione ha inflitto più dolori per le persone povere attraverso la perdita di posti di lavoro, riduzione del reddito, forte aumento dei prezzi e l'accesso ridotto ai servizi sociali di base». La critica era rivolta in particolari modo alla vendita del Power Holding Company della società subentranti della Nigeria. E poi ha aggiunto: «Per oltre un decennio la classe dirigente capitalista della Nigeria ha compiuto sforzi per vendere la PHCN per il cosiddetto settore privato. Ma i lavoratori del settore dell'energia elettrica si sono visti fare promesse che poi non sono state mantenute. «Sia il governo che le aziende private hanno rinnegato le suddette promesse. E i consumatori ora sono costretti a pagare tassi più elevati il costo dell'energia mentre il servizio di fornitura la fornitura dell'energia elettrica è peggiorata». E ancora, secondo il capo TUC, la proposta di vendita delle raffinerie dal governo federale non riuscirà a risolvere il problema degli approvviggionamenti dei prodotti petroliferi del paese, sollecitando l'Assemblea Nazionale inoltre a fare controlli in merito alla vendita di Petroleum Industry Bill fatta in circostanze discutibili».

la ricetta del Capitale in Francia ed in Italia è uguale, non possono avere fantasia

FRANCIA, LE PEN, “BISOGNA AVERE PAURA DI VALLS”

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Politici d’opposizione simili in tutto il mondo. Anche in Francia, all’indomani dell’arrivo della nuovasquadra di governo, parole di offesa e accusa arrivano nei confronti del nuovo Premier, Manuel Valls.

A lanciarle è Marine Le Pen leader del Front National.
A pochi giorni dal grande successo del partito di estrema destra francese alle elezioni municipali, Marine Le Pen continua la sua campagna elettorale in vista delle europee che si terranno a fine maggio, attaccando il nuovo governo.
La leader del Front National, infatti, ha affermato di essere “terrorizzata” da Valls.
“Mi fa paura e ha pochissimo rispetto per la libertà d’espressione” afferma la Le Pen riferendosi alla proposta del nuovo Premier di voler controllare gli hashtag di Twitter per limitare i contenuti xenofobi e discriminatori. Una “censura” secondo la Le Pen.
Le autorità francesi sono all’origine, infatti, dell’87% delle richieste provenienti da tutto il mondo di soppressione di alcuni contenuti indesiderati sul social network.

Marine Le Pen inoltre accusa Manuel Valls di voler fare una politica “di estremismo liberale”.
Ma le critiche della leader di estrema destra non si limitano al Premier francese e varcano anche i confini arrivando all’Europa, in vista delle prossime elezioni di maggio. La Le Pen infatti assicura che “ne la Merkel, ne Barroso, ne la Commissione europea” potranno dettare la loro politica. “Non siamo liberi” accusa la Le Pen, rivendicando una “Francia sovrana” che “non si pieghi difronte alle istituzioni”.
La leader del FN ha inoltre chiesto che, se il suo partito dovesse ottenere lo stesso successo delle amministrative anche per le europee, François Hollande “si rimetta al popolo”. “Potremmo riservare molte sorprese” alle europee, spiega la Le Pen.
I primi sondaggi parlano, per il partito di estrema destra, al 22% delle intenzioni di voto (sondaggio Ifop-Sud Ouest) poco dietro i numeri dato al partito UMP che si piazzerebbe al 24% e davanti al PS – PRG, terzo con un 19%.

fonte: http://news.you-ng.it/2014/04/10/francia-pen-bisogna-paura-valls/


la Germania piena di contraddizioni sarà la protagonista x l'implosione dell'euro

12/04/2014

Perché il modello tedesco è dannoso per l’Europa

Nociva la crescita basata su bassi salari e super export. Dibattito intorno al libro della Szarvas

«Qual è la colpa dei tedeschi? Aver generato una riforma che ha tolto dal centro del mercato del lavoro 7 milioni di persone, destinate a lavori a bassissimo salario. Ma è questa la ragione della concorrenzialità tedesca?».
 
Nei tempi in cui si discute di Jobs Act, contratto unico, flessibilità, e mentre riecheggia sempre più spesso l’idea «Riforme Schroder uguale modello per il sistema Italia in crisi» (e non solo), l'economista Marcello De Cecco, professore di Applied Economics alla Luiss, si fa domande e si dà risposte, e in poche battute mette a fuoco la questione: «Non è la creazione di posti di lavoro da fame a far crescere un Paese, perché questo abbassa solo i consumi interni. No, la concorrenza della Germania è quella fatta spostando la produzione nelle aziende di Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, 30 km di distanza e manodopera qualificata per cinque soldi. Ed è quella fatta con ampi investimenti nella ricerca e in strutture, come i Fraunhofer Instituten, che conducono ricerca applicata e fanno da ponte tra ricerca di base e aziende», aumentati ancora di più negli ultimi 15 anni».
«Che poi - continua De Cecco - non ha nessun senso dire “portiamo in Italia la riforma Schroder” perché già ci sta, e pure peggio. Prenda lo stipendio di un operaio qualificato Fiat e lo confronti con uno della Volkswagen: non c’è paragone, i nostri operai al confronto fanno la fame. La prima fascia dei nostri lavoratori guadagna la metà rispetto ai tedeschi. E i prezzi delle merci sono gli stessi nei due Paesi. Il mercato secondario, quello a basso reddito, è già uguale alla Germania, se si considera anche il lavoro nero».
Cosa è diventata la Germania a circa 10 anni dall’introduzione dall’Agenda 2010 di Schroder, lo abbiamo raccontato pochi giorni fa con questo articolo e le sue infografiche. Lì, abbiamo mostrato come dietro ai dati positivi di disoccupazione (la più bassa d’Europa) e crescita del Pil (sopra la media Ue27), esistono anche i dati della disuguaglianza (aumentata) e della povertà (il 22,8 % dei lavoratori tedeschi è a basso reddito, il 16,1% della popolazione è a rischio povertà). Numeri raccolti dalla giornalista Patricia Szarvas nel suo ultimo libro Ricca Germania poveri tedeschi che alla solidità platealmente proclamata del mercato del lavoro tedesco, ha contrapposto una fascia, ampia, di fragilità. 
Una fragilità non priva di rischi.
Proprio mentre mettevamo in pagina quei dati, il Governo Merkel ha annunciato in grande stile l’introduzione di un salario minimo a 8,50 euro/ora, tema forte della campagna elettorale dei socialisti ora al governo con Merkel. Il Ddl ha avuto grande eco sui giornali internazionali, che lo hanno salutato come il miglioramento delle sorti di quel 22,8% di lavoratori a basso salario- circa 7 milioni di tedeschi - esclusi dalla ricchezza e dai numeri mirabolanti creati dal Paese in questi anni, pur essendone gli artefici
Ma è davvero così? Può un salario minimo di 8,50 euro/ora migliorare le condizioni dei lavoratori nel Paese in cui la soglia che definisce il basso reddito è di 9,14 euro/ora? Può la Germania correggere in questo modo la fragilità che si porta in seno? E' un tema molto interessante che riguarda in fondo tutta l'Europa.
Marcello De Cecco la butta sul ridere: «È successo che i socialisti (la Spd, ndr) sono andati da Merkel e le hanno detto: “Noi abbiamo dichiarato che i meridionali d’Europa sono brutta gente, ora voi dateci questi 8,50 euro di salario minimo e facciamoci la coalizione di governo”. Ma 8,50 non sono sufficienti, è una mossa elettorale dei socialisti. È come quei genitori che ti dicono: “Eccoti 1000 lire, e non te le spendere tutte, metti dei soldi da parte”».  
La giornalista Patricia Szarvas è d’accordo nel considerarla una misura insufficiente, ma ci vede anche un primo passo avanti, utile almeno per migliorare la condizione di quei lavoratori che oggi prendono 7 euro, 5 euro, addirittura 2 euro all’ora (i circa 7 milioni di persone che citava De Cecco) e vivono in aree in cui il costo della vita magari è un po’ più basso di Berlino o Francoforte». 
Così anche Giulio Sapelli, storico ed economista italiano, che vede nelle riforme Hartz e Schroder di 10 anni fa «un colossale errore», «l’inizio della decadenza tedesca». Per due motivi precisi: «l’aumento della produttività non si ottiene con l’abbassamento del costo del lavoro. Il plusvalore non si crea così, ma con le eccellenze tedesche: «apprendistato ottimo, istruzione formidabile, merci che “non si vendono ma si acquistano”». Tutti elementi, questi, che per Sapelli sono ora ad alto rischio. E in secondo luogo, il modello tedesco del lavoro introdotto a inizio Duemila «sta distruggendo la domanda interna dei consumi, creando uno sbilanciamento tra mercato interno minimo e surplus commerciale enorme».
Proprio per questo, afferma Sapelli, «Credo che l’introduzione di un salario minimo in Germania sia un buon passo, nonostante vada contro la mia ostilità di fondo a un eccessivo coinvolgimento dello Stato nella regolazione del mercato del lavoro» (Sapelli si dice a favore della contrattazione diretta tra singola impresa e sindacato, «senza paura di dialogare», pur garantendo una base comune di regole). Anzi, aggiunge «Farebbe bene anche all’Italia, perché è assurda l’idea che la liberalizzazione crea occupazione. E invece alle pmi italiane, quelle dove il sindacato non c’è, il salario minimo farebbe proprio bene, e non è escluso che possa trovare anche il consenso del mondo artigiano»
Il punto chiave, insomma, è per tutti lo stesso: un Paese che tiene in pancia così tanti milioni di poveri e atipici si espone ad ampi rischi e apre molte questioni
Uno. Mentre molti economisti, sulla scia di uno studio pubblicato da Deutsche Bank lo scorso novembre, ritengono che fissare un salario minimo porterà alla perdita di molti posti di lavoro (la Deutsche parla di 1 milione), Patricia Szarvas vede nel salario minimo la strada per fare «un po’ di pulizia» tra quelle aziende che finora sono sopravvissute solo grazie ai sussidi statali, sussidi utili infatti a integrare gli stipendi dei lavoratori assunti a bassa retribuzione (questa l’idea di fondo delle riforme Schroder). «È il modo per creare una economia più genuina, solida, di lungo termine permettendo solo alle imprese capaci di dare stipendi solidi di rimanere vive». 

sarà la Germania a far implodere l'Euro?

Il modello sino - tedesco prepara il prossimo crack?

Blog post del 11/04/2014
  

A breve distanza uno dall’altro sono apparsi su autorevoli media internazionali due articoli alquanto preoccupati, e preoccupanti, sulla situazione economica cinese. Il primo è apparso il 3 aprile sul sito del New Yorker, autorevole rivista americana, con il titolo “La Cina sarà la prossima Lehman Brothers?”, il secondo sul Financial Times del 10 aprile con il titolo “La Cina è nervosa per i dati commerciali”. La preoccupazione del FT si basa sul dato relativo al commercio internazionale: a marzo le esportazioni cinesi sono calate del 6,6% e il dato fa seguito al calo del 18% di febbraio. Come è noto il commercio internazionale è stato il motore principale della tumultuosa crescita di quella che è oggi la seconda economia mondiale e si appresta a essere la prima entro un paio di decenni (ma per il Pil totale non per il reddito pro capite). Quello che però normalmente si considera meno è il contributo che la crescita cinese ha dato all’intera economia mondiale, dato che ha alimentato anche una considerevole corrente di proprie importazioni. Ebbene anche queste sono calate dell’11,3%. Nel corrente anno si prevede una crescita del Pil di solo il 7,4%. Lo so che fa ridere definire “solo” una crescita del 7,4%, visto che noi europei ci siamo abituati in questi ultimi anni a cifre molto più misere, se non addirittura negative, ma la potenza asiatica viaggiava a tassi di crescita a due cifre, tant’è che il dato di quest’anno sarà il peggiore dal 1990, e segue il già “scarso” 7,7% del 2013. Molte volte sono le “variazioni” più che i dati assoluti a determinare shock pericolosi, a invertire le aspettative e provocare pericolosi avvitamenti.

Il New Yorker invece basa la sua preoccupazione sul rischio di esplosione della bolla immobiliare e sul livello di indebitamento dell’economia cinese. L’economia cinese si starebbe pericolosamente avvicinando al “Minsky moment”, dal nome dell’economista keynesiano che ha studiato le crisi finanziarie. Cioè il momento in cui le autorità e il mercato avvertono che c’è una bolla in atto e cominciano a tirare i remi in barca, ma questo gesto diventa la scintilla per far deflagrare il tutto. Anche in Cina si è assistito alla crescita del “sistema bancario ombra”, che in gennaio ha ancora erogato finanziamenti per 160 miliardi di dollari, ma in febbraio ha praticamente azzerato il flusso. Il livello di indebitamento dell’economia cinese, l’altra faccia del boom immobiliare, che era pari al 125% del Pil nel 2008, è arrivato al 200% nel 2013 (l’indebitamento del settore pubblico sarebbe solo del 45%). Insomma la situazione cinese somiglierebbe sempre più a quella dell’Arizona, della Florida e del Nevada del 2007. Le autorità e i media cinesi si mostrano sereni e avvertono che la situazione è sotto controllo, e lo stesso livello del debito pubblico dovrebbe spingere a considerazioni più tranquillizzanti … Ma potrebbero dire altro?
Più vicini a casa nostra notiamo che la Germania nel 2013 ha registrato una stasi nelle esportazioni (nelle importazioni meno 1%) e questo ha fatto sì che il Pil sia cresciuto solo dello 0,4% (0,7% nel 2012) mentre nel 2010 era cresciuto del 4% e nel 2011 del 3,3%. Anche in questo caso è il trend che va considerato.
Entrambe le situazioni sono il frutto di sistemi economici cresciuti, scientemente, su uno squilibrio: la crescita attraverso il commercio estero, cioè attraverso un meccanismo che non rimette in circolo la ricchezza prodotta, o meglio che la rimette solo fino a quando il resto delle economie sono in grado di assorbire le loro esportazioni, cosa questa che non può avvenire in eterno. Infatti quegli squilibri, che creano crediti in capo ai paesi esportatori, determinano debiti in quelli importatori, e questi a un certo momento devono mettere il freno per non depauperare le proprie riserve e rischiare il default. Inoltre i paesi cronicamente esportatori, i quali perseguono una politica di potenza, perché i loro surplus si trasformano in capitali internazionali, sono costretti a praticare una politica deflazionistica, di sacrificio per la propria domanda interna, e spingono gli altri paesi a fare lo stesso, anche per impedire che il debito estero si trasformi in debito pubblico interno, con il risultato di prosciugare la fonte da cui dovrebbe sgorgare la domanda globale all’origine delle loro esportazioni. La ricchezza che non torna in circolo va a gonfiare la finanza e le bolle.
Sono questi squilibri, nel commercio internazionale e nella deflazione salariale interna, ad aver provocato la crisi e. oggi, a impedire il superamento. Il sistema economico deve mantenere una sua armonia, quando questa armonia viene rotta si hanno le crisi. I singoli paesi non possono essere perennemente esportatori o perennemente importatori, queste situazioni devono alternarsi. Non per niente Keynes a Bretton Woods invitava a prendere provvedimenti anche nei confronti dei paesi in surplus e non solo di quelli in deficit, principio questo che ha trovato una sua collocazione, sia pure blanda, nello statuto del Fmi ed è forse il caso che qualcuno più autorevole del sottoscritto lo invocasse in termini cogenti, di applicazione normativa.
Alle origini del pensiero economico, quando il sistema economico era più semplice, più facilmente intellegibile, e quindi gli analisti non venivano distratti da epifenomeni che occultavano la realtà, il sistema economico veniva considerato alla stessa stregua di un organismo, all’interno del quale la ricchezza circola come il sangue nel corpo animale. Non per niente, si potrebbe dire, i due primi pensatori che meritano un capitolo proprio nella storia del pensiero economico sono stati due medici: l’inglese William Petty (1623 – 1687) e il francese François Quesnay (1694 – 1774), quest’ultimo medico personale della Pompadour. Il concetto, possiamo altresì dire, è stato indirettamente confermato dai Classici, anche se non affermato esplicitamente, quando hanno assunto come modello di funzionamento del sistema economico quello circolare, cioè di una ricchezza che circola, e a ogni giro si ritrova cresciuta (per i marxisti si potrebbe richiamare il modello D – M – D’). Se vogliamo ancora, lo stesso titolo del testo più importante di Sraffa, “Produzione di Merci a Mezzo di Merci”, che ha ridato fiato e prospettiva alla speculazione dei Classici (non dimentichiamo neanche che uno degli ultimi libri di Sylos Labini si intitola “Torniamo ai Classici”), richiama questo modo di vedere l’economia. Ora, in un sistema globalizzato il concetto diventa vero a livello mondiale. Se questa armonia viene smarrita le conseguenze negative sono inevitabili.

Stati Uniti, Nato e governo ucraino golpista la loro corsa è ridicola ed infantile

Gli Stati Uniti superano la linea rossa nei confronti della Russia




venerdì, aprile 11, 2014

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 04/04/2014
10168001Il 2 aprile, Sergej Lavrov ha avuto una conversazione telefonica con John Kerry in cui ha sottolineato la necessità di sforzi congiunti per un ampio dialogo in Ucraina nel promuovere il consenso nazionale accettabile per tutte le regioni d’Ucraina. In risposta, Kerry prometteva che gli Stati Uniti erano interessati a continuare la ricerca di approcci concordati, mentre allo stesso tempo una delegazione di Kiev aveva colloqui a Bruxelles sull’adesione dell’Ucraina all’alleanza militare della NATO. Non è chiaro per quali motivi la Casa Bianca abbia deciso che il Cremlino sia d’accordo ad estendere l’alleanza ai propri confini, lungo i 2.295 km di confine russo-ucraino (di cui 1974 a terra e 321 km sul mare). Sergej Lavrov ha osservato di aver visto un’immagine interessante su internet: “Una mappa della Federazione russa e basi militari statunitensi intorno ad essa. Sembra molto impressionante. Ce ne sono oltre un centinaio. E c’è la citazione di un soldato statunitense: ‘Come osano i russi essere così vicini alle nostre basi?” Con l’adesione dell’Ucraina alla NATO, non sarebbe più una questione di “basi”; c’è ovviamente il desiderio di trasformare uno Stato vicino e  amico in un punto d’appoggio militare, e il confine russo-ucraino nel fronte con filo spinato. Mosca non permetterà che accada, e per il momento da solo degli avvertimenti. Il ministero degli Esteri della Russia ha ufficialmente avvertito l’Ucraina contro la modifica dello status di Paese non allineato. Kiev dovrebbe ricordare che l’incombente integrazione euro-atlantica dell’Ucraina, durante la presidenza di Jushenko, portò al congelamento dei contatti politici russo-ucraini, al deterioramento nelle relazioni economiche e a una spaccatura profonda nella società ucraina. Mentre la NATO si spinge nella sua ultima impresa antirussa, nel frattempo il capo della diplomazia statunitense John Kerry, che s’è già guadagnato il soprannome di ‘John Fraud Kerry’, ha di nuovo mentito alla comunità internazionale sul fatto che Washington starebbe cercando “un accordo”.
Parlando delle differenze tra Russia e NATO sulla Crimea, il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen ha dichiarato la sospensione della cooperazione militare tra l’Alleanza e la Russia. La decisione è stata presa dai ministri degli Esteri dei Paesi membri della NATO, che il 1° aprile dichiaravano la cessazione di ogni tipo di cooperazione militare e civile con la Federazione russa. Va notato che ciò non avrà assolutamente alcun effetto sulla sicurezza della Russia, poiché non vi era praticamente alcun cooperazione tra Mosca e Bruxelles, con l’eccezione dell’interazione trascurabile sull’Afghanistan. Su iniziativa di Bruxelles, i progetti congiunti di Russia e NATO su elicotteri e addestramento dei funzionari antidroga in Afghanistan, saranno interrotti. Sugli elicotteri, ciò riguarda i pezzi di ricambio di decine di motori, mentre non vale neanche la pena menzionare la droga. Durante i 12 anni in cui le forze NATO hanno occupato l’Afghanistan, il volume della produzione di oppio è aumentato di 44 volte, e il Paese è diventato leader indiscusso nella minaccia globale della droga, anche per l’Europa, dove si consuma fino al 25 percento dell’eroina dell’Afghanistan. Ovviamente, il rifiuto di formare 30-40 afghani in Russia per combattere il traffico di droga organizzato dagli USA, non indebolirà la Russia. L’alleanza però non ha fretta di rinunciare al centro di transito della NATO ad Uljanovsk per trasportare persone e merci in Afghanistan. Evidentemente attende di vedere cosa la Russia ne dica, per poi raccontare rumorosamente al mondo del ‘sabotaggio’ di Mosca del processo di pace in Afghanistan.
La decisione della NATO di sospendere la cooperazione militare e civile con Mosca è solo aria fritta e la leadership della NATO, che vorrebbe mantenere il dialogo politico con la Russia, ne è consapevole. Pur contando su tale dialogo, comunque, la NATO prende una posizione  fondamentalmente inaccettabile per il Cremlino; cerca di presentare la situazione in modo tale che l’Ucraina sia presumibilmente molto più importante per la sicurezza della NATO che per la sicurezza della Russia. Da quando l’Ucraina è un “elemento chiave della sicurezza euro-atlantica”, come dichiarato dai ministri degli Esteri della NATO? Washington non ha trasformato abbastanza Paesi europei da Stati sovrani in “elementi” della strategia statunitense in Europa? Nel 1990, la NATO aveva 16 membri. A questi se ne aggiunsero altri 12, tutti vicini ai confini della Russia. Ora vogliono ampliare la lista, ancora. Il ministro della Difesa statunitense Chuck Hagel vuole la guerra: “E’ il momento di stare con il popolo ucraino sostenendone l’integrità territoriale e la sovranità. E lo facciamo”. L’amministrazione Obama vuole che Mosca perda il sonno per la minaccia militare alle frontiere della Russia, e che la Russia non possa più contrastare con successo l’espansione degli Stati Uniti, come avvenuto con la Siria e l’Iran. Questo è precisamente il motivo per cui il presidente del Comitato sull’intelligence della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, Mike Rogers, ha iniziato a sostenere che dopo la Crimea, la Russia aveva intenzione di invadere Georgia e Armenia. Non vi è alcun dubbio che tale paranoia non trovi supporto nella società statunitense, a differenza dell’Europa demoralizzata e divisa. Gli statunitensi sono rimasti scioccati quando Hillary Clinton ha paragonato pubblicamente il Presidente Putin a Hitler. Molti negli USA sono inorriditi da tale donna intenta a diventare il presidente degli Stati Uniti e che può in effetti riuscirci. Come si sa, il sistema elettorale statunitense è lungi dall’essere perfetto, e l’espressione della volontà del popolo, simile al referendum in Crimea, lì non sarebbe semplicemente possibile. I responsabili della Casa Bianca non hanno il sostegno di tutta la nazione. C’è una buona ragione per cui gli ultimi tre presidenti degli Stati Uniti hanno fallito in politica estera: il mondo associa i nomi di George Bush e suo figlio George W. Bush con la guerra e la violenza, come il nome di Obama. Il cinquantasette per cento degli statunitensi intervistati non gradisce le azioni di Barak Obama sugli eventi in Ucraina, mentre quasi altrettanto (54 per cento) ne critica le azioni verso la Russia. Molti vedono la reazione di Washington in Ucraina come il desiderio di Obama di vendicarsi per la sconfitta in Siria, così come l’invidia personale per Putin, la cui reputazione internazionale è incomparabilmente superiore a quella del presidente degli Stati Uniti. Agli occhi della comunità internazionale, il presidente russo è il leader di maggior successo del 21° secolo. Gli statunitensi, invece, tendono a pensare che la politica estera di Obama sia il peggiore difetto del capo della Casa Bianca. E’ impossibile considerare le azioni dell’amministrazione Obama sull’Ucraina qualcosa di diverso da una dimostrazione d’impotenza verso la crescente influenza internazionale della Russia. Washington ha usato l’Ucraina come pretesto dei neoconservatori statunitensi per provocare lo scontro con Mosca. Il colpo di Stato di Kiev s’è rivelato perfetto in ciò, ma ‘la risposta della Crimea’ della Russia ha sconfitto i piani statunitensi degli Stati Uniti per la ‘grande scacchiera’. Il presidente Obama ha voluto ferire il Presidente Putin chiamando la Russia “potenza regionale”. Ha soddisfatto i golpisti a Kiev con il suo commento, ma l’Ucraina non sarà il premio di consolazione del perduto prestigio internazionale degli USA. Quasi un quarto (24 per cento) delle persone sulla Terra è convinto che la maggiore minaccia alla pace siano gli Stati Uniti d’America, che si credono “l’unica potenza mondiale”.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti sempre protagonisti nella Rivoluzione a Pagamento in Siria

​​Siria, i ribelli chiedono più sostegno

11 - 04 - 2014Emanuele Rossi



Se un ribelle del sud ha la necessità di riposarsi dai giorni di battaglia, può raggiungere la sua famiglia nelle città giordane vicine al confine con la Siria; quando poi deve tornare alla guerra, ci sarà chi alla frontiere chiuderà un occhio per permettere il passaggio. E se ha bisogno di armi, non deve far altro che chiamare il centro di comando di Amman, per farsele inviare.

Tutti smentiscono sulla sua esistenza, ma è un «open secret», come lo ha definito Ben Hubbard sul New York Times. Dalla piattaforma logistica, l’intelligence giordana (con quella saudita e americana), ha fornito – se n’era parlato – armi, munizioni, Manpads anticarro, assistenza, ma in modo troppo tiepido. Almeno a detta di molti comandanti che combattono il conflitto tra le forze di opposizione nelle zone a sud. Anche il fantomatico Fronte Meridionale, in realtà non sembra essersi costituito nel modo scoppiettante con cui se n’era parlato all’inizio.

Il conflitto stalla: da un lato i ribelli si vantano di essere “certificati”, non contaminati dalle presenze fondamentaliste – anche grazie al rigido controllo dei confini operato dalla Giordania, differentemente da quello che da sempre succede in Turchia -; al-Nusra non è una potenza, l’Isis è quasi assente in queste regioni. Ma dall’altro, lamentano la poca consistenza degli aiuti. Quasi come se fosse tutta soltanto un’operazione per tenere il conflitto lontano da Amman, e c’è qualcuno come Bashar al-Zoabi, il capo della Yarmouk Division, che dice che se veramente si fosse voluto, «Assad sarebbe stato sconfitto in 10 giorni». Ma non si è voluto.

John McCain – senatore dall’Arizona, diventato sempre figura chiave dei conservatori alla Camera Alta – in un’intervista alla CNN l’altro ieri, aveva parlato della necessità di aiutare l’Ucraina con l’invio di armi (almeno come deterrenza), contestando in un parallelo la politica di Obama in Siria, dove la Casa Bianca avrebbe «ormai abbandonato il Free Syrian Army». Dalle parole dei capi combattenti di questi ribelli, si capiscono le difficoltà che incontrano nel tenere uniti gli organici: il generale Abdullah Qarayiza, che guida un gruppo nella città siriana di Nawa (a pochi chilometri dal confine giordano) ha raccontato al Nyt di aver ricevuto 25 mila dollari in contanti per pagare i suoi uomini: «50 dollari ciascuno – ha detto – nemmeno per le sigarette!». E i soldi presi alla centrale operativa di Amman diventano ancora meno davanti agli altri, quelli dei jihadisti (finanziati dai privati), che godono di stipendi, ricoveri, cibo, armi, e sono in grado di prendersi cura anche delle proprie famiglie.

Tra gli uomini che combattono al sud, comincia a serpeggiare un dubbio: come se gli Stati Uniti non volessero veramente concludere questo conflitto. C’è chi pensa che in fondo, sia tutta una strategia per tenere la Siria impegnata militarmente e proteggere Israele, e chi dice che a questo punto Obama non sa più cosa sperare: battere Assad significherebbe aprire alla possibilità di una pericolosa deriva islamista – soprattutto perché senza le forze dei ribelli jihadisti, ormai è difficile vincere, e la storia insegna -, ma d’altra parte ogni forma di sostegno al presidente sarebbe impensabile. Allora la soluzione migliore sembra essere diventata quella di lasciar combattere la guerra: il rischio, però, è che dall’altro lato delle barricate, Russia e Iran continuino ad aumentare il sostegno al governo siriano – ieri si è visto un drone iraniano di ultima generazione sorvolare Goutha, il quartiere di Damasco tristemente noto per la vicenda dell’attaccocon le armi chimiche di agosto scorso, e la Tv di stato ha fatto sapere che l’Iran invierà anche un carico extra di aiuti alimentari all’esercito e alle popolazioni lealiste.

In questo modo Assad potrebbe riuscire a schiacciare le forze ribelli, cominciando da quelle “buone” – ormai le più deboli nonostante quello che doveva essere il supporto internazionale -, riprendendo il controllo, in uno stato pieno di instabilità e contraddizioni (aumentate anche dalla presenza di chi resterà a combattere la jihad).

http://www.formiche.net/2014/04/11/la-timida-assistenza-ai-ribelli-siriani-al-sud/

venerdì 11 aprile 2014

Siria, la Rivoluzione a Pagamento sovvenzionata con armi, merci e denaro dalla Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Stati Uniti ed Europa

Siria: ribelli e Turchia dietro gas sarin, monta imbarazzo Ankara

Inchiesta Seymour Hersh, strage per provocare attacco Usa

09 APRILE, 18:29
Alcune delle vittime dell'attacco chimico del 21 agosto nella periferia di DamascoAlcune delle vittime dell'attacco chimico del 21 agosto nella p

(ANSAmed) - ANKARA - Provoca grave imbarazzo in Turchia, ma anche negli Usa e nei Paesi occidentali, una ricostruzione fuori dal coro dell'attacco chimico attribuito l'anno scorso al regime di Assad pubblicata in questi giorni. Stando a presunte rivelazioni d'intelligence furono infatti i ribelli siriani con l'aiuto di Ankara a bombardare con gas sarin il 21 agosto 2013 un quartiere periferico di Damasco, causando una strage attribuita alle forze governative, per fare scattare un attacco Usa in Siria: e ad affermarlo é un mostro sacro del giornalismo d'oltreoceano, il premio Pulitzer Seymour Hersh, nel quadro di un'inchiesta ripresa oggi con enfasi anche sulla stampa turca.

La ricostruzione di Hersh, che ha fatto scattare le smentite di Ankara e Washington, si basa in particolare sulle rivelazioni di un agente segreto Usa di cui il veterano dei reporter investigativi americani protegge l'identita'. Secondo Hersh - Premio Pulitzer nel 1970 per un reportage sul massacro di My Lai in Vietnam nel 1968 da parte delle truppe Usa - l'attacco dell'agosto 2013 fu una trappola predisposta dai servizi turchi per convincere Barack Obama a dare l'ordine di attacco contro Damasco. Il presidente americano piu' volte aveva indicato l'uso di armi chimiche da parte del regime Assad come una 'linea rossa' che avrebbe provocato un intervento militare.

Nonostante la smentita di Damasco, che con l'appoggio di Russia e Iran ha subito accusato i ribelli, il presidente americano secondo Hersh ha dato al Pentagono l'ordine di preparare un attacco entro il 2 settembre. Ma due giorni prima un rapporto dei servizi britannici - spiega Hersh - ha dimostrato agli americani che il Sarin usato a Damasco - decine di morti - non era quello stipato nei depositi del regime. Cosi il 31 agosto Obama inizio' una prudente marcia indietro, condizionando l'operazione a un voto del Congresso, che fu negativo. La Casa Bianca poi avvio' con la Russia un piano di disarmo chimico della Siria. L'intervento Usa non ci fu.

"Ora sappiamo che che fu una azione 'coperta' attuata dagli uomini del premier (turco Recep Tayyip) Erdogan per spingere Obama oltre la linea rossa", ha detto l'ex-007 Usa a Hersh. Secondo la fonte, i servizi militari avrebbero appreso che il gas Sarin era arrivato ai ribelli dalla Turchia. Ankara avrebbe anche fornito l'addestramento all'uso delle armi chimiche. Erdogan, che fin dall'inizio della crisi siriana ha voltato le spalle all'ex-amico Assad e si e' schierato con i ribelli sunniti, e' stato accusato dall'opposizione turca di appoggiare anche i gruppi jihadisti e vicini ad Al Qaida.

A fine marzo ha suscitato violente polemiche in Turchia l'uscita su YouTube della registrazione di una riunione segreta di dirigenti turchi su un possibile intervento militare in Siria. Nella riunione il capo dei servizi segreti Hakan Fidan, vicino a Erdogan, ha detto fra l'altro di essere pronto a mandare i suoi uomini in Siria a lanciare missili verso il territorio turco per giustificare un attacco dell'esercito di Ankara. (ANSAmed).

http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/politica/2014/04/09/siria-ribelli-e-turchia-dietro-gas-sarin-monta-imbarazzo_4d82b2ed-c0b5-462d-8fe9-dd1ad0ca63f6.html

Siria, la Rivoluzione a pagamento ha usato i gas, istintivamente tutto il mondo lo sapeva come consapevolmente gli Stati Uniti

L'inchiesta di Hersh

Siria: "Furono i ribelli ad usare il gas per convincere gli Usa ad attaccare"

I ribelli e non il regime di Assad, furono loro, secondo la ricostruzione del premio Pulitzer Seymour Hersh, ad utilizzare le armi chimiche in Siria. Una trappola orchestrata da Ankara per scatenare l'intervento americano nel conflitto


(foto archivio)

Non il regime di Bashar al-Assad ma i ribelli. Furono loro, secondo l’inchiesta condotta da Seymour Hersh, ad usare le armi chimiche in Siria. Una scelta maturata però altrove, in Turchia, per convincere e costringere gli Stati Uniti ad intervenire militarmente.

Nella ricostruzione fatta dal giornalista americano che vinse il premio Pulitzer nel 1970 per il reportage sul massacro di My Lai del marzo 1968 durante la guerra del Vietnam, in cui le forze armate americane uccisero deliberatamente almeno 109 civili, l’attacco dell’agosto con il sarin fu, in sostanza, una trappola preparata apposta per Washington che, solo all’ultimo momento, si accorse di come stavano le cose e annullò l’ordine di attacco.

Era la fine del 2012 quando l’intelligence americana si convinse che i ribelli siriani stavano ormai perdendo la guerra. Un esito inaccettabile per il premier turco Recep Tayyip Erdoğan che i ribelli aveva sostenuto politicamente e, cosa più importante, economicamente. E a questo punto sarebbe maturata la decisione di trascinare nel conflitto gli Usa, gli unici in grado di capovolgere l’esito della guerra.

La politica del presidente Obama era però chiara, c’era un limite preciso che Assad avrebbe dovuto superare per scatenare l’intervento degli Stati Uniti, e quel limite non era stato passato. L’utilizzo di armi chimiche avrebbe però segnato il salto di qualità in grado di far alzare in volo i bombardieri a stelle strisce.

Così ad Ankara maturò la decisione di far utilizzare ai ribelli le armi chimiche di cui erano già in possesso, realizzate anche con l’aiuto turco, e addossarne la responsabilità ad Assad. L’attacco andò in scena il 21 agosto.

Un’operazione apparentemente ben congeniata. Al punto che navi e aerei americani erano già stati dislocati in modo da colpire Damasco. Persino la data dell’attacco era pronta, gli Usa avrebbero colpito la Siria la mattina del 2 settembre, un lunedì. All’ultimo momento però il presidente Obama, informato della reale situazione e delle responsabilità turche e dei ribelli, fermò l’attacco. Era il 31 agosto.

Quel giorno Obama, che non poteva ammettere di essersi sbagliato asserendo che Assad era l’unico in Siria ad essere in possesso di un arsenale chimico, e non potendo accusare apertamente Ankara, alleato Nato, si smarcò chiedendo un voto del Congresso per dare il via libera all’operazione. Nel frattempo prese corpo l’accordo orchestrato insieme al presidente russo Vladimir Putin in cui Assad prometteva di consegnare il suo arsenale chimico per farlo distruggere. Accordo che, disarmando il presidente siriano, smontava le condizioni per cui Washington avrebbe di nuovo corso il rischio di trovarsi in una situazione simile.

Il testo integrale (in inglese) dell’inchiesta di Hersh.

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Siria-furono-i-ribelli-ad-usare-il-gas-per-convincere-gli-Usa-ad-attaccare-2518df17-898d-4f14-96f3-d7e01057c74c.html