Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 19 aprile 2014

Packistan, droni e omicidi di stato

Chi guida i droni americani che bombardano in Pakistan?
  • 17 aprile 2014
  •  
  • 12.51

La base dell’aeronautica statunitense di Creech, nel Nevada. Elaborazione da Google Maps.
Il 15 aprile il canale culturale francotedesco Arte ha mandato in onda il documentarioDrone, girato dalla regista norvegese Tonje Hessen Schei. Il film indaga sulla portata e sulla legittimità degli omicidi mirati compiuti dagli Stati Uniti con i droni. Si concentra particolarmente sul ruolo del 17esimo squadrone ricognizione dell’aeronautica degli Stati Uniti, un’unità che opera dalla base di Creech, a 70 chilometri da Las Vegas, nel deserto del Nevada.ccolo estratto del documentario Drone
La tesi sostenuta nel documentario è che a pilotare i droni della Cia che colpiscono le zone nordoccidentali del Pakistan, al confine con l’Afghanistan, siano i soldati del 17esimo squadrone ricognizione.
Se fosse vera, questa rivelazione farebbe aumentare i problemi legati alla supervisione, alla responsabilità e alla legittimità degli omicidi mirati in Pakistan avvenuti durante la presidenza di Barack Obama. Il punto è che negli ultimi anni si è discusso molto del coinvolgimento della Cia negli omicidi mirati in Pakistan: essendo gestite dai servizi segreti, queste operazioni sono, appunto, segrete; sono coordinate dai vertici dei servizi, che non devono chiedere al presidente l’autorizzazione per ogni attacco e, soprattutto, non sono sottoposte al controllo e alla supervisione del congresso.
(Per questo tra i punti della riforma abbozzata – mai realizzata – da Obama circa un anno fa c’è il trasferimento di potere dalla Cia all’esercito sui targated killings)
Invece i piloti dell’aeronautica, come i militari dell’esercito e della marina, dovrebbero prendere ordini solo dal dipartimento della difesa, cioè dal Pentagono, il cui operato ricade sotto la supervisione del parlamento. Se si scoprisse che in questi anni hanno premuto il grilletto per conto della Cia i problemi di sostenibilità giuridica degli attacchi aumenterebbero, e sarebbe ancora più difficile per Obama giustificare la politica degli omicidi mirati in Pakistan. Nella peggiore delle ipotesi, si potrebbe pensare che in questi anni l’amministrazione abbia usato la segretezza garantita alle operazioni della Cia per portare avanti una strategia che il parlamento e l’opinione pubblica non avrebbero mai approvato.
Il pilota pentito
A sostegno di questa rivelazione, il documentario porta le testimonianze di sette ex piloti di droni della base di Creech. Tra di loro, l’unico che si è esposto pubblicamente è Brandon Bryant, che pilotava droni Predator fino a un anno e mezzo fa, quando ha abbandonato l’esercito per i traumi accumulati nei sei anni passati nella base del Nevada (la sua storia è stata raccontata da un articolo dello Spiegel pubblicato da Internazionale nel numero 989, 1 marzo 2013).
Bryant spiega che ha deciso di parlare dopo aver assistito a una riunione in cui alcuni esponenti dell’amministrazione Obama hanno detto di voler trasferire il controllo del programma di omicidi mirati dalla Cia all’esercito. Secondo Bryant era una sciocchezza, perché negli ambienti militari tutti sapevano che l’aeronautica era già coinvolta. “Poteva anche essere la Cia a decidere gli obiettivi, ma erano i piloti dell’Air Force a far volare gli aerei. L’etichetta della Cia è solo una scusa per mantenere segrete le operazioni. È sempre stato così”.
Il Guardian riporta il commento di Hina Shamsi, direttrice dell’American civil liberties union, un’organizzazione che difende i diritti civili e la libertà d’espressione negli Stati Uniti. Secondo Shamsi, negli ultimi dieci anni è stato creato “un apparato in cui la Cia e l’esercito collaborano nell’uso della forza letale, mettendo in pericolo il sistema di pesi e contrappesi che limita la possibilità di condurre operazioni in modo indiscriminato e cancella il principio democratico della responsabilità, che non esiste senza trasparenza”.
Secondo il quotidiano britannico, queste rivelazioni potrebbero esporre alcuni piloti dell’aeronautica in servizio a problemi legali, a causa del coinvolgimento diretto in un programma che le Nazioni unite e alcuni esperti di diritto considerano una violazione del diritto internazionale.
Alessio Marchionna lavora a Internazionale dal 2009. Editor delle pagine delle inchieste, dei ritratti e dell’oroscopo. È su twitter: @alessiomarchio

Saremo tanti e convinti Fronte Unico per uscire dall'Euro

Elezioni Europee 2014, sondaggio Infop: euroscettici in testa in tutta Europa

18-04-2014 - 

Elezioni Europee 2014, sondaggio Infop: Marine Le Pen primo partito in Francia, euroscettici in testa in tutta Europa.

Elezioni Europee 2014, sondaggio Infop
Mentre il terzo governo tecnico Renzi a rischio maggioranza e in piena campagna elettorale per le Elezioni Europee 2014 sta varando le riforme per favorire e sostenere la crescita del paese, i partiti tradizionali del Pd e di FI a causa delle scissioni interne sono crollati significativamente nei consensi elettorali: gli elettori hanno incoronato il M5S primo partito in Italia verso il 30% e inoltre i dati del sondaggio Infoprealizzato in Francia per Paris Match mostrano il Front National di Marine Le Pen primo partito inFrancia al 24%, e i partiti euroscettici in testa in tutta l'Europa.
I dati del sondaggio europeo mostrano il grande malessere popolare e la continua crescita dei consensi popolari verso partiti estremisti nazionalisti e antieuropeisti, insieme alla nascita di movimenti e gruppi anti euro e anti immigrazioni, che stanno dominando in tutta Europa; in Inghilterra, l'UKIP di Nigel Farage si appresta a diventare il primo partito davanti ai Conservatori di Cameron, ai laburisti e ai liberali, in Olanda vinceGeert Wilders, leader del partito della Libertà, in Austria, Fpo, al 20%, inBulgaria e Svezia i partiti nazionalisti sono intorno al 5%.
L'euroscetticismo, la disoccupazione e la stagnazione economica causata dalle politiche di austerity stanno cominciando a preoccupare i poteri forti del parlamento Europeo, timorosi che alle prossime Elezioni Europee i partiti nazionalisti e anti euro potrebbero riuscire ad ottenere quasi la metà dei seggi in Parlamento Europeo e secondo gli analisti dell'European Policy Institute Network la crisi economica e la disoccupazione hanno prodotto un'onda di euroscetticismo che è ormai impossibile da fermare e che diventerà un veroTsunami che si abbatterà contro la Ue il prossimo 25 maggio 2014.

anche la Turchia si converte al South Stream solo gli imbecilli (Partito Democratico) continuano a non capire

18 aprile 2014, 20:55

La Turchia propone di ospitare il South Stream

La Turchia propone di ospitare il South Stream

La Turchia ha offerto alla Russia il proprio territorio per la costruzione del metanodotto South Stream. Ankara intende discutere la possibilità di posare il tubo sulla terraferma, anziché sul fondo del Mar Nero come è programmato adesso.

La dichiarazione della Turchia è risuonata nella situzione in cui l’Europa ha sospeso le trattative con la Russia sull’approvazione normativa del South Stream. Ankara ha deciso di approffitare di questa pausa.
Le autorità turche temono che la crisi a Kiev possa creare rischi per le forniture del gas russo attaverso l’Ucraina. Si tratta di una decima parte di tutto il gas consumato in Turchia. Non solo, ma la richiesta di gas cresce di anno in anno. Il desiderio di Ankara è ben comprensibile e la sua proposta merita di essere esaminata, ma in questo caso sorge la questione delle restrizioni previste dal Terzo pacchetto energia dell’Ue, dice Serghej Suverov, capo dell’ufficio analitico della compagnia Russkij Standart:
Per la parte russa questa proposta non è la più vantaggiosa. Se il metanodotto passa per il fondo marino, è controllato praticamente tutto da Gazprom e non è soggetto alla giurisdizione dell’Unione Europea. Se il tubo passerà invece per la terraferma, la Turchia come paese associato all’Ue potrebbe assumere obblighi relativi alla regolazione del metanodotto da parte dell’Ue in conformità con le norme del terzo pacchetto che prevedono limitazioni riguardo il possesso dei metanodotti. Di conseguenza, la Turchia potrebbe ammettere alla parte terrestre del metanodotto non solo il gas russo ma anche il combustibile di paesi concorrenti della Russia, in particolare dell’Azerbaigian o della Turkmenia.
Proponendo la propria variante del tratto del South Stream da realizzare sul Mar Nero la Turchia persegue i propri interessi, ossia vuole aumentare gli acquisti del gas. Ma in questo caso non vengono presi in considerazione gli interessi di Gazprom, ritiene Aleksandt Pasečnik, direttore del dipartimento analitico del Fondo per la sucurezza energetica nazionale:
Penso che, malgrado tutto, Gazprom non vorrà rivedere il progetto per riorientarlo verso la realizzazione del metanodotto sulla terraferma, attarverso il territorio della Turchia. Ciò sposterebbe i termini di realizzazione del progetto e cambierebbe praticamente tutti i calcoli economici. Come è noto, esistono già accordi con i fornitori per la consegna a Gazprom di tubi destinati proprio al tratto marino. Sorgerebbe quindi una massa di questioni riguardanti sia i parametri tecnici che i prezzi, per cui cambiare la geografia della costruzione del metanodotto sarebbe molto difficile. Tanto più che la Russia cerca di accelerare la realizzazione del progetto e la messa in funzione del metanodotto. Secondo i piani di Gazprom, il primo gas deve arrivare in Europa già alla fine del 2015.
Gli esperti sono stupiti dal fatto che la Turchia abbia messo in campo la sua proposta proprio in questo momento. In precedenza Ankara non ha manifestato, infatti, tale intenzione quando venivano firmati accordi intergovernativi sul South Stream con la Bulgaria, Serbia, Ungheria, Grecia, Slovenia, Croazia ed Austria. Tanto più che i lavori di costruzione sono già iniziati in Bulgaria e Serbia ed adesso è il turno dell’Ungheria. Nel primo anno la capacità funzionale del South Stream sarà pari a circa 16 miliardi di metri cubi. In complesso, la capacità calcolata del progetto è di 63 miliardi di metri cubi all’anno.
http://italian.ruvr.ru/2014_04_18/La-Turchia-propone-di-ospitare-il-South-Stream-4399/
Per saperne di più: http://italian.ruvr.ru/2014_04_18/La-Turchia-propone-di-ospitare-il-South-Stream-4399/

è solo una questione di tempo ma nel frattempo a noi italiani e soprattutto ai nostri figli ci tolgono sogni e prospettive


L’euro, una moneta fallita

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Emettere debito in valuta estera è il solo motivo per il quale uno Stato possa fallire, sono anni che ripeto quanto sia assurdo agire in questo modo, la storia è sempre lì a ricordarcelo.
E l’euro, per i Paesi aderenti alla moneta unica, è una valuta estera perché non viene emessa autonomamente dalle Banche Centrali dei vari Stati, ma da un organo sovranazionale (la Bce).
E’ una cosa talmente semplice ed elementare che anche un bambino è in grado di capire, ma in Italia è un argomento tabù, non si può dire, ad esempio, che la Grecia è fallita, eppure ci sono migliaia di cittadini italiani che alla scadenza naturale non hanno ricevuto i loro soldi che erano stati investiti in titoli dello Stato greco.
Dei Bond argentini, anche a distanza di vent’anni, si può parlare, dei Bond greci assolutamente no, c’è una censura vera e propria, eppure a marzo del 2012 la Grecia è ufficialmente fallita, ed in questi due anni che sono trascorsi non se ne è mai parlato.
L’Europa aveva fatto di tutto pur di “nascondere” il fallimento, ricorrendo anche a stratagemmi puerili e ridicoli, come la firma della lettera di accettazione della rinegoziazione del debito.
In cosa consiste? Semplice!
Quando uno Stato fallisce? Quando alla scadenza non viene rimborsato per intero un titolo del debito pubblico.
Ora, due anni fa la Grecia non aveva disponibilità liquide per rimborsare titoli di Stato in scadenza (se avesse avuto la propria sovranità monetaria avrebbe stampato moneta senza alcun problema) perciò ha inviato una lettera ai sottoscrittori con la quale chiedeva loro di accettare, in cambio, altri titoli con scadenze lunghissime, per un valore inferiore del 70% rispetto all’investimento originario (specificando che se non avessero accettato non avrebbero avuto proprio nulla), in pratica o mangi questa minestra o salti da questa finestra.
Ma c’era sempre il rischio che qualcuno, pur con un simile diktat, non accettasse. Se anche una sola persona avesse chiesto di riavere i propri soldi, avrebbe decretato il default dello Stato greco.
Ed ecco, quindi, un capolavoro di giustizia ed onestà, veniva approvata una legge che obbligava tutti ad accettare la conversione qualora avessero aderito i possessori di almeno il 75% dell’ammontare dei titoli in scadenza.
Visto poi che una parte considerevole di questi titoli erano in mano ad Istituti di credito ellenici, di fatto controllati dallo Stato, per gli investitori privati non c’era una via di scampo.
Avete capito?
In pratica agli investitori privati, con “la forza della legge”, è stato imposto di accettare titoli spazzatura che valevano il 30% del loro investimento originario.
Avendo anche la protervia e l’arroganza di dire che la Grecia non era fallita, perché i creditori (ossia i risparmiatori), avevano accettato “volontariamente” di vedersi decurtare il loro credito del 70%!!!
Cari lettori questa è l’Europa!!!
Quando, fra poco, vi recherete alle urne, vi prego, ricordatelo!
Giancarlo Marcotti per Finanza In Chiaro

il Capitalismo è l'alienazione insita nel modo di produrre

Il predicatore di Papa Francesco: "Uno scandalo i super stipendi". Via Crucis per gli ultimi a Roma



Quatar è l'unico paese che sostiene i Fratelli Musulmani

Qatar all'angolo

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ARABIA SAUDITA - Riad. 18/04/14. I Ministri per gli esteri del Golfo, ieri, secondo la testata Gulf News si sarebbero incontrati per una riunione straordinaria a Riad, nel tentativo di disinnescare le tensioni tra Qatar e altri tre membri del Consiglio di cooperazione del Golfo.
Ricordiamo che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno richiamato in patria i loro ambasciatori dal Qatar il mese scorso, accusando Doha di ingerenza nei loro affari interni e di sostenere la Fratellanza Musulmana. La fonte anonima di Gulf News ha detto che la riunione improvvisata si propone di risolvere le differenze ma non si sa bene in che modo. Dal Bahrain giungono notizie che un accordo è stato infine raggiunto ma non vi sono prove in tal senso e si attendono eventuali annunci. Secondo il quotidiano, Al Ayam, il nuovo accordo prevede che il Qatar deportari circa 15 cittadini del Golfo che sono membri presumibilmente attivi dei Fratelli Musulmani, di cui cinque originari degli Emirati Arabi Uniti e due cittadini sauditi, tutti vivono in Doha. Altra parte dell'accordo prevede che la tv del Qatar, pan- araba, Al Jazeera sarebbe sia meno aggressiva nella copertura degli eventi in alcuni paesi del CCG e in Egitto e deve evitare di far riferimento alla cacciata dei militari egiziani nell'ultimo anno del governo Fratellanza Musulmana guidato di Mohammad Mursi come «un colpo di stato militare». Gli oppositori egiziani che vivono in Qatar , non sarebbero autorizzati a utilizzare supporti economico -finanziari del Qatar ha chiosato la fonte. Il ministro per gli affari esteri dell'Oman, ha detto londinese quotidiano saudita Al Hayat , in un'intervista pubblicata ieri, che la spaccatura tra il GCC era finita ed era diventato «una cosa del passato». Ha riferito al giornale che la controversia è stata risolta internamente, all'interno del GCC «senza permettere a nessuno di interferire». La spaccatura, ha detto, «era una tempesta ma ora è passata». Martedì scorso, il ministro degli Esteri saudita principe Saud Al Faisal ha detto ai giornalisti che i paesi del CCG «sono liberi nelle loro politiche a condizione che non danneggiano gli interessi di altri membri» del gruppo regionale. «Finché questi paesi aderiscono a questo principio, non ci saranno problemi tra gli stati del GCC». Arabia Saudita e altri stati del Golfo sono ostili alla Fratellanza, temendo il suo marchio di attivismo di base potrebbe minare la loro autorità. Bahrain, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti il 5 marzo hanno richiamato i loro ambasciatori in patria per una violazione degli accordi da parte del Qatar con i tre Paesi. A far da mediatore in questo scenario il Kuwait. L'osso duro della situazione è l'Arabia Saudita che ha costantemente insistito nel dire che non vi sarà nessuna riconciliazione fino a quando il Qatar ha cambiato il suo atteggiamento e onorato l'accordo che prevedeva la non ingerenza negli affari interni degli altri membri del GCC, e non smette di supportare i Fratelli musulmani, considerato un movimento illegale in molti paesi del CCG

giovedì 17 aprile 2014

Radiografia di questi politici, traditori della Patria, servi di una Europa che non vuole cambiare

Gli Slogan per le elezioni europee

 di Eugenio Orso


Per anni abbiamo sentito ripetere, dai media e dai politici di sistema, “ce lo chiede l’Europa”, intendendo che lo vuole l’unione. Una sorta di “deus le vult”, dove il dio che fu dei crociati è stato sostituito da un organismo sopranazionale, in rappresentanza degli interessi della classe dominante neocapitalistica. Che cosa ha chiesto e preteso l’unione dai governi italiani, in questi lunghi anni di crisi e declino? Ma naturalmente le privatizzazioni, il taglio della spesa pubblica, i “sacrifici” per le classi dominate, la flessibilizzazione dei lavoratori e delle masse. Più di recente, abbiamo udito gli euroservi targati pd ripetere come pappagalli, davanti a microfoni e telecamere, “ci vuole più Europa!”. Mentre crollavano occupazione, redditi, produzione e consumi proprio a causa di questa Europa.
Nella campagna elettorale per le europee, che è in corso da un po’, i burocrati del pd furbescamente non starnazzano ai quattro venti, come prima, “ci vuole più Europa!”. Sanno bene che moltissimi italiani, data la situazione in cui si trovano, potrebbero interpretare la cosa molto negativamente, o addirittura come una provocazione intollerabile. Ci vogliono ancor più disoccupati, ancor più suicidi per fallimento individuale, ancor più precari e più anziani che frugano nei bidoni dell’immondizia, dietro i supermercati? Gli astuti euroservi del pd, a partire da Renzi, hanno perciò cambiato lo slogan, stando bene attenti a non preoccupare, o scontentare, i padroni eurocrati. Non possono dire “ci vuole meno Europa!” per gabbare gli elettori, ma possono furbescamente affermare che “non ci vuole più Europa, ma un’Europa migliore!”, come ha fatto Renzi ricevuto da Cameron nella perfida Albione. Così si lascia intendere ai fessi che la costruzione unionista può essere cambiata, in termini di politiche e processi decisionali, dandogli “un volto umano”, rendendola più vicina ai popoli, imprigionati nell’eurolager e vessati dalle politiche neoliberiste. Le stesse politiche applicate dai governi pd.
Se il pd ha fatto questa piccola virata, ma solo in termini di slogan elettorali per le europee, forza Italia (con Mediaset) punterebbe sul “meno Europa in Italia, più Italia in Europa”. Il risultato è che gli euroservi del pd, giocando con le parole per ingannare il popolo, agitano l’improbabile carota di un’Europa diversa – altro da sé, un po’ come fa Tsipras con i suoi seguaci greci e italiani – mentre forza Italia vorrebbe dare l’illusione che è possibile far valere le ragioni dell’Italia, oggi completamente soggiogata, nell’Europa unionista. E’ chiaro, però, che “un’altra Europa non è possibile” – il grande capitale finanziario che la domina impedirebbe i cambiamenti – e che l’Italia, paese occupato economicamente, monetariamente e finanziariamente, non conta più nulla e non potrà contare in futuro. Si capirà a privatizzazioni ultimate, che lo priveranno di alcune fra le sue principali armi (Eni, Enel, Finmeccanica, eccetera).
L’unico cartello elettorale che usa ancora il provocatorio slogan “ci vuole più Europa”, è quello che contiene l’infamissima scelta civica, anche se Monti capostipite, il “salvatore” dell’Italia, sembra essersi eclissato. Sono questi i peggiori propagandisti dell’eurosfacelo, boriosi e sicuri di sé, senza vergogna, perché sanno che non avranno mai un vero consenso popolare, ma nonostante questo resteranno ancora per un po’ in sella. Sono entrati nel governo Renzi e possono sperare, uniti in scelta europea ad altre formazioni minori (centro democratico e fare per fermare il declino), di avere un seggio a Bruxelles. Infatti, l’altro loro slogan è “scegli l’Europa”, cioè la totale subalternità italiana al sopranazionale e il massacro sociale indiscriminato. Chi potrà votare per loro? Solo i patrimonializzati che adorano il neoliberismo e l’euro per ragioni di portafoglio, gli imbecilli totali e i poveri pollastri.
Il nuovo centro destra alfaniano, da parte sua, si rifà al vecchio slogan berlusconiano “unire i moderati”, giustificando così l’inciucio elettoralistico con l’udc. L’importante è ottenere un seggio o due nel prossimo parlamento europeo e mostrare che ncd non scompare ad urne aperte. C’è poco altro da dire.  Se forza Italia vorrebbe “più Italia in Europa” e meno Europa da noi, in una sorta di voglio ma non posso essere “euroscettico” fino in fondo (ciò che è successo al fondatore, Berlusconi, gli è di monito), ncd è invece “europeista”, come la moderatissima udc o un po’ più tiepidamente. Nel simbolo comune per le europee ncd, udc e ppe, oltre allo scudo crociato con tanto di libertas, hanno inserito in bella posta il nome di Alfano, ma hanno evitato slogan come scelta europea o più Europa. Non si sa mai, può essere pericoloso, potrebbe avere la funzione repellente che ha l’Autan con le zanzare … meglio il furbesco richiamo alla “compianta” democrazia cristiana. A uso e consumo di elettori nostalgici e ingrigiti.
La mattina del 6 aprile (se non vado errato) con qualche anticipo sui termini previsti, Roberto Calderoli ha depositato al Viminale il simbolo della lega per le europee. Sotto l’ormai classico e leggendario Alberto Da Giussano, con tanto di elmo, scudo e spadone, campeggia la scritta “basta euro”. E’ questo lo slogan scelto dalla lega di Salvini per affrontare l’appuntamento elettorale di maggio, mostrando un cambiamento rilevante rispetto al passato. Infatti, “basta euro” sostituisce il richiamo propagandistico a una Padania la cui esistenza è da sempre dubbia. Lo slogan, inoltre, non dovrebbe lasciare spazio ad equivoci, ma spetterà a Matteo Salvini, nel prossimo futuro, dar prova che non si tratta di un mero espediente elettoralistico, mantenendo nel concreto una dura posizione “euroscettica”, sia a Bruxelles che in Italia. Positiva è l’adesione leghista alla proposta di Marine Le Pen per coordinare gli sforzi oltre la dimensione nazionale. Di più, se Salvini vuole veramente occupare le prefetture, le occupi, dando un segnale forte. Altrimenti, la lega, che oggi è in buon recupero di consensi, rischierà di tornare indietro avvicinando la sua fine. Ricordiamo tutti che la lega è stata al governo per anni con Berlusconi, ha ottenuto ministeri importanti e, soprattutto dopo la defezione di Fini, ha avuto nella maggioranza un peso determinante. In quegli anni, però, a parte i discorsi un po’ di facciata sul federalismo, e la riformina federalista oggi defunta, non ha posto seriamente il problema della permanenza italiana nell’euro. Anche se può sembrare strano viste le mie passate (e feroci) critiche alla lega, oggi che la situazione italiana è disperata e ben poche sembrano le vie d’uscita, sono disposto a concedergli un’apertura di credito. Le crisi possono indurre a cambiamenti positivi e il fiuto mi porta a concludere che Salvini ha impresso una svolta al partito, e che intende seguire una nuova strada. Con quale determinazione, lo vedremo.
Fratelli d’Italia, partito annoverato fra gli “euroscettici”, presenta per le europee un simbolo sovrastato dal cognome di Giorgia Meloni – quasi che fosse una lista personale – ma in basso rispolvera il vecchio logo di alleanza nazionale. Se ho ben capito, i suoi capisaldi in campagna elettorale sono tre: l’immagine della Meloni, la critica alla moneta unica e all’Europa a trazione tedesca, senza però l’intenzione di uscire integralmente dalla ue, e il richiamo intriso di nostalgismo a alleanza nazionale. La Meloni è giovane ma non è di primo pelo, come sappiamo, essendo stata ministro dell’ultimo governo Berlusconi (politiche per i giovani). Inoltre, i fratelli d’Italia nascono dalla dissoluzione del pdl e durante il governo Monti per lunghi mesi, come tutti gli altri, hanno votato le controriforme montiane e europoidi che hanno messo in ginocchio il paese. Dovranno dar prova di fare sul serio, questa volta, per accrescere il consenso e “mondarsi l’anima”. La chicca è il richiamo, nel simbolo, alla defunta alleanza nazionale, con tanto di fiamma tricolore del vecchio “mis”. Com’è accaduto per il pci, anche qui c’è stata una degenerazione progressiva. La catena trasformistica, quasi parallela a quella pci-pds-ds-dp, in tal caso diventa msi-an-intermezzo pdl-fdi. Lo slogan più proprio potrebbe essere “alleanza nazionale è tornata”, intendendo che sono loro i veri eredi di an (ometto di fare il nome di Fini, per ovvi motivi) e addirittura del “mis” di Giorgio Almirante. Anche se ciò gli consentirà di intascare qualche voto dai nostalgici, come e più di Salvini e la sua lega dovranno dar prova di essere determinati a fare sul serio, e che questa volta eviteranno di fare i furbi. Infatti, come faranno a giustificare nelle future elezioni politiche (se ci saranno), viste le posizioni che esprimono per le europee, un cartello elettorale con forza Italia e soprattutto con ncd e udc?
Infine, m5s e Beppe Grillo. In questo caso acquistano importanza i provocatori post pubblicati sul blog dei blog, quello di Grillo. Oppure gli spettacoli che il comico porta in giro per l’Italia. Si va dalla promessa agli italiani del referendum per la permanenza nell’euro alla solita ossessione per i “costi della politica”, da abbattere a qualsiasi costo. Tanto è vero che i candidati pentastellati, per potersi sedere nel parlamento europeo dove i compensi sono altissimi, dovranno firmare un testo molto particolare. In caso di violazione del codice di comportamento e di mancate dimissioni dal parlamento europide, s’impegnano a versare al comitato promotore elezioni europee del 5 stelle una penale di ben 250mila euro. Personalmente credo che molti pentastellati dovrebbero comprendere che il primo problema italiano non è quello dei “costi della politica”, ma il complesso sistema neocapitalista di dominazione e sfruttamento che va sotto il nome di unione europea. Nel quale la moneta è l’euro. Non solo l’euro, quindi, ma l’intero sistema, che comprende le cosiddette istituzioni europee (parlamento compreso) e i trattati-capestro. Per quanto riguarda un preciso slogan per la campagna elettorale, nel caso del 5 stelle ho difficoltà a individuarlo, perché molteplici sono gli spunti offerti dal blog di Grillo. Si va dal celebre “P2 macht frei” (nel post Se questo è un paese), che non piace alla comunità ebraica ma che riguarda specificamente il nostro sistema politico, a “Renzi e dell’Utri per me pari sono” (dall’omonimo post). La verità è che l’”Europa” non è il tema sul quale si è costituito il movimento e sul quale Grillo e Casaleggio hanno costruito le loro fortune.

il filo rosso non si può spezzare




Chi ha paura di essere libera?

di Elisabetta Teghil

Contributo per l’Incontro Nazionale Separato/Seconda parte/ del 13 aprile 2014 “I ruoli, le donne, la lotta armata/ questioni di genere nella sinistra di classe”

La lettura vincente delle stagioni passate avanza pretese di assolutismo e di valore extratemporale mentre non è altro che la manifestazione della verità della classe e del genere dominante.

Dietro la seriosità e l’accademicità degli studi e dei saggi con cui si racconta la nostra storia, si celano la unilateralità e la manipolazione  e la falsificazione della stagione del femminismo.

E’ una lettura violenta ed ipocrita che mira, non solo a riscrivere la storia, ma a rimodellarla e, con lei, la nostra coscienza, dimenticando che la coscienza personale non è altro che coscienza sociale.

Il femminismo ha rivelato un mondo nuovo, è stato ed è l’arma della libertà nelle nostre mani.

E’ stato ed è questo o non è niente.

Il patriarcato intimidisce, esige, vieta, minaccia, coltiva la rassegnazione, offusca la coscienza e i desideri delle donne.

Il femminismo rivela il mondo nuovo, smaschera la pretesa del patriarcato di essere eterno ed immutabile. E’ la vittoria sulla paura, è stato ed è coscienza di forza, di rinnovamento, legata al nuovo, al futuro, è una macchina necessaria per sgombrare la strada e permettere il nostro cammino.

Il femminismo è una festa nel senso più compiuto del termine, rivolta al futuro e rappresenta la vittoria di questo futuro sul passato,la nascita e la speranza di qualche cosa di nuovo, più grande e migliore, dove non ci sia posto per il patriarcato.

La lotta, oggi, poggia sulla capacità e possibilità di rigettare il controllo che il patriarcato esercita sui codici, sui canali di comunicazione, sulle modalità di decodificazione e interpretazione della storia.

La sfera globale della lettura della storia è necessaria per l’esistenza del femminismo

La donna merce è anche una forma della coscienza , anzi la sua forma inconscia per eccellenza, la sua forma automatica. Programmare la coscienza della donna-merce è un lavoro fondamentale della formazione semiotico ideologica borghese. E’ il suo strumento principe e il racconto, il ricordo, la storia e le gambe con cui cammina sono le socialdemocratiche. La coscienza del patriarcato opera per il loro tramite e i loro racconti e la loro storia hanno un carattere di feticcio, in essa si riflette l’apparenza della realtà, il carattere del mondo patriarcale. Dominio reale del patriarcato, nella metropoli imperialista , nella stagione neoliberista, vuol dire questo:assoggettamento della coscienza individuale delle donne ai programmi di comportamento della borghesia per ciascun rapporto sociale.

Viviamo in una comunità illusoria che produce una coscienza illusoria di sé, una catena che si può spezzare solo ponendo le proprie pratiche sociali in rapporto antagonistico assoluto con l’intera società capitalista patriarcale.

Da qui la necessità di smascherare la lettura socialdemocratica della nostra storia che opera censura e rimozione sullo spirito e la pratica femminista. Per questo si segregano, si omettono, si manipolano le motivazioni della trasgressione femminista dei codici di comportamento patriarcali, generate dai rapporti sociali antagonistici propri del femminismo, tentando attraverso il censurato ed il rimosso, la trasposizione, per via semiotica, dentro la donna.

Si vuole, in definitiva, che ogni donna assimili rappresentazioni e concetti elaborati dal patriarcato e si spaccia questa per coscienza spontanea e propria.

Ma la manipolazione borghese delle singole individualità è, sì, reale, ma è altrettanto instabile e mai definitiva, dal momento che è contraddetta, giorno dopo giorno, nel nostro vissuto quotidiano.

Le ideologie non sono finite e non hanno tutte lo stesso segno. Accanto a quelle che sposano la causa del dominio ,di tipo tradizionale o verniciate a nuovo, ce ne sono altre che non sono rivolte al passato o alla sua conservazione, ma sono rivolte al futuro. Magari non hanno forme compiute, ma sicuramente abbozzi di motivazioni altre che si basano su un processo incessante di presa di coscienza delle stesse leggi di formazione della coscienza. La conquista di un tale obiettivo è frutto di una prassi sociale, di una lotta di classe e di genere per scrollarsi di dosso le incrostazioni accumulate in anni di complicità con l’ideologia e la pratica borghese e patriarcale.

Il controllo cosciente del proprio comportamento è una possibilità tutta da conquistare. Coscienza di genere è avere consapevolezza dei complessi meccanismi delle leggi e dei processi di interiorizzazione delle ideologie ufficiali, vecchie e nuove, significa capacità di progettazione consapevole del nostro futuro, significa pratica sociale orientata alla realizzazione delle nostre aspirazioni e alla liberazione di noi tutte.

La coscienza personale non si annulla nella coscienza sociale, ma in questa prende linfa e si arricchisce e si sviluppa e si consolida nel corso della rivoluzione sociale contro tutte le manifestazioni del dominio reale del capitale e del patriarcato.

Il femminismo non è un semplice agire senza scopo, né un conoscere distaccato e contemplativo, è sapere di un genere contro un altro. Come la contrapposizione

capitale /lavoro è fisiologica, ma non va confusa con la lotta di  classe, così la contrapposizione dei generi non va confusa con la lotta di liberazione.

Il conflitto capitale-lavoro  produce soluzioni corporative, il contrasto di generi produce solo emancipazionismo.

Così come solo la lotta di classe può produrre la liberazione dal dominio del capitale, così solo la lotta di liberazione femminista può produrre l’affrancamento dal patriarcato.

La coscienza di classe e di genere è la consapevolezza degli scopi e sintetizza e determina tutte le pratiche sociali.

Rivoluzione sociale, culturale e totale nell’ambito della metropoli imperialista, è rivoluzione  dei rapporti sociali capitalistici e patriarcali.

Il senso ideologico della lettura socialdemocratica della storia del femminismo è controrivoluzione.

E’ un tentativo di imporre, di riaffermare il dominio capitale-patriarcato attraverso la promozione di singolarità che in cambio della svendita personale si prestino a sottomettere tutte le altre. E il tutto si manifesta in un mutamento delle forme politiche dell’oppressione.

Attraverso la cooptazione personale, che non è altro che merce, si rafforza l’interiorizzazione dei messaggi dell’ideologia dominante.

L’autopromozione non è altro che il comando sul lavoro altrui, è il godimento privato di un privilegio e si manifesta in una cultura che produce alienazione totale, reificazione e morte dei rapporti interpersonali e sociali.

La rivoluzione femminista è produzione di ricchezza e di festa. La prima è realizzazione ed estrinsecazione delle proprie doti, sviluppo delle proprie forze, realizzazione nella sua totalità, la seconda, la festa, non è riposo dalla fatica del lavoro, il sollievo di una pausa temporanea, pausa del tempo di lavoro da dedicare al consumo della merce-illusione, è realizzazione, è una diversa qualità del tempo, tempo disponibile per il pieno, armonioso, onnicomprensivo sviluppo del nostro essere, tempo sottratto alla tirannia del plusvalore, dei ruoli, della produzione-riproduzione.

E’ una concezione rivoluzionaria della ricchezza e della festa.

Per questo è necessaria la domanda: che cosa ricordare a breve e a lungo termine? Come ricordare? Da ciò dipende, infatti, la nostra identità, la nostra legittimità e la stessa possibilità di riprodurre sulla base dei rapporti sociali esistenti quelli futuri o, viceversa, di rivoluzionarli.

L’appropriazione della storia, la sua codificazione, informazioni, testi, linguaggi hanno un carattere che discende da precisi interessi e collocazioni di genere nonché di classe.

E’ da qui che il patriarcato dispiega tutte le sue batterie e le sue truppe cammellate, nella fattispecie le socialdemocratiche, per conservare il monopolio della produzione e della circolazione dei ricordi femministi utilizzati come meccanismi di funzionamento della memoria collettiva.

La produzione dei documenti che devono fornire la base della memoria collettiva è il risultato di scelte e di manipolazioni destinate ad imporre al futuro una visione orientata alla conservazione. La storia, i documenti, la memoria non sono innocenti , servono ad avvertire, ad imporre un punto di vista durevole.

La memoria di un evento, in questo caso, il femminismo, che il patriarcato tenta di imporre, è soprattutto una modellizzazione attiva e costante, è un segno ideologico, deformato, falsificato di ciò a cui dice di riferirsi, un vero e proprio genocidio della nostra storia.

Questo perché l’esistenza sociale è inseparabile dal suo essere comunicato e da come lo è.

Questo è il compito di chi si presta, per motivi personali di autorealizzazione, a regolamentare nell’ambito delle reti femministe, il flusso dell’informazione e del ricordo, selezionando i testi che possono essere ricordati, quelli che devono essere dimenticati e a produrre e a mettere in circolazione testi disinformati, inquinati e sostitutivi al fine di controllare il flusso della nostra vita..

Nella stagione dell’esaltazione del controllo sociale e della sua diffusione capillare, il ricordo, la storia e l’informazione sono sempre più avvelenati e questo non è altro che un modo di produzione.

Tutto ciò passa attraverso la selezione dei fatti, la loro trasformazione e la censura di tutto quello che è stato ed è alterità al dominio.

Dobbiamo chiederci come sia possibile praticare e costruire un futuro se si rinuncia alla memoria. Dobbiamo registrare tutti i linguaggi, far evadere i testi occultati e nascosti, riscoprire la nostra memoria di genere , la nostra ribellione, la cultura che permeava il femminismo, consapevoli che i ricordi, le informazioni, non sono affatto neutre, buone per tutti i generi e per tutte le classi, per tutte le stagioni.

Non dobbiamo mai abbandonare la lotta per la liberazione e questo significa comunicare, dare voce a tutte le lotte del presente come del passato e alle loro ragioni. E’ la conquista di una comunicazione che sappia investire tutti gli aspetti della vita, tutti i rapporti, è progettazione del futuro attraverso le pratiche del presente.

http://www.sinistrainrete.info/societa/3601-elisabetta-teghil-chi-ha-paura-di-essere-libera.html

Def, la crescita dello 0,6 % equivale il dare 2,5 euro al giorno ai precari

Paolo Pini: Il Def e la teoria della “precarietà espansiva”

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Il Def e la teoria della “precarietà espansiva”

di Paolo Pini

La ricetta del Def è un connubio perverso di “austerità espansiva” e “precarietà espansiva”. Una miscela che gioca a favore dei populismi europei e contro l’Europa stessa
Vi sono molti interrogativi e contraddizioni che emergono dal Def 2014 presentato dal Governo Renzi la scorsa settimana (http://www.tesoro.it/doc-finanza-pubblica/def/). Tra le tante criticità (http://ilmanifesto.it/la-finanziaria-della-continuita-per-il-def-una-sonora-bocciatura/), ci occupiamo qui di un aspetto che riguarda la fotografia del paese che il Def 2014 ci consegna, e le fonti della non-crescita che mette in campo (1).

La fotografia di un paese che fatica a crescere
Il documento programmatico da un lato fotografa un paese che faticherà assai a crescere negli anni a venire, che al 2018 non avrà recuperato la perdita di 9 punti percentuali di reddito accumulati dall’inizio della crisi, il 2008, e quindi si allontanerà ancor di più dall’Europa continentale che crescerà ben sopra l’1,5%, cioè la crescita media prevista per l’Eurozona. Il Def 2014 prevede una crescita dello 0,8% nel 2014, quando solo a dicembre 2013 era stata fissata dal governo Letta all’1,1%, ma già allora le istituzioni internazionali prevedevano tale scenario dello 0,8%, ed oggi lo hanno abbassato allo 0,6%. Il Def 2014 quindi rivede al ribasso le stime di quattro mesi orsono, ma non quanto altri organismi internazionali fanno, ultimo la settimana scorsa il Fondo Monetario Internazionale. Il Def 2014 rivede al ribasso anche le stime per il 2015 e 2016 (1,3% e 1,6% contro il 2% del governo Letta), mentre si spinge ottimisticamente all’1,8% e 1,9% per il 2017 e 2018.
Le componenti della domanda che sosterrebbero la crescita sarebbero gli investimenti privati che viaggiano a tassi di crescita crescenti dal 2% del 2014 al quasi 4% nel 2018 e le esportazioni che si mantengono sempre sopra il 4% annuo, che pareggiano però con le importazioni per cui il saldo commerciale rimane pressoché invariato nel tempo attestandosi su una percentuale positiva dell’1,5% circa del Pil, mentre per l’Eurozona si prevede un 2,5% ed un oltre il 6% per la Germania sempre più mercantilista. I consumi delle famiglie faticano invece a tenersi vicino all’1% di crescita se non alla fine del periodo, nel 2018, mentre la spesa pubblica contribuisce quasi nulla alla crescita, “azzoppata” presumiamo dalla spending reviewche a regime nel 2016 deve realizzare risparmi di 32 miliardi. Peraltro con un avanzo primario della finanza pubblica che per compensare la quota degli interessi (in media sul 5% del Pil) arriva appunto al 5% del Pil nel 2018, e che si mantiene sopra il 4% nel 2016-2017, sopra il 3% nel 2015, e sopra il 2,5% nel 2014, sarebbe ben strano che lo strumento keynesiano per eccellenza potesse spingere il reddito verso l’alto. D’altronde, le regole del “rigore ad ogni costo” son ferree ed assai poco ammorbidite dai viaggi di Renzi prima in Germania e poi al Consiglio Europeo: il pareggio di bilancio strutturale viene quasi raggiunto nel 2015 (-0,1% del Pil), assicurato negli anni successivi sino al 2018, mentre per il 2014 siamo ancora sotto di oltre mezzo punto percentuale, anche perché il deficit sul Pil non diminuisce così tanto quanto raccomanda la Commissione per ridurre il debito che infatti cresce alla soglia del 135% nel 2014 per attestarsi poi al 120% nel 2018. Si intravvede così un primo rinvio del raggiungimento dell’obiettivo di medio termine imposto dal Fiscal Compact, ed anche ricordiamolo dall’articolo 81 della nostra Costituzione che impone il bilancio in pareggio (corretto dal ciclo) già per il 2014.

Un modello trainato da esportazioni e investimenti ma senza domanda interna
Sul fronte della crescita colpiscono però le dinamiche delle esportazioni e degli investimenti delle imprese. Le prime passano da un misero 0,1% di crescita del 2013 al 4% del 2014, e in modo cumulativo al +20,8% al 2018. Tuttavia, ancor maggiore è il salto per gli investimenti. Questi crescerebbero ad un tasso superiore al 2% nel 2014, sopra il 3% annuo, che cumulando fa +16,2% al 2018, quando nel 2013 sono scesi del 4,7%. Una autentica accelerazione indotta dagli animal spirits che sembrano destare dal torpore i nostri imprenditori, i quali si erano assopiti negli anni della crisi facendo segnare una decrescita dei loro investimenti di oltre il 27%. Per la verità, la dinamica degli investimenti non era eccellente neppure prima della crisi, se è vero che il tasso di accumulazione non ha mai superato il 2% annuo anche negli anni floridi post nascita dell’Euro, anzi è progressivamente diminuito sino al 2008, per poi crollare a valori negativi.
A cosa attribuire questo slancio vitale dell’economia italiana export-led e investment-led in un contesto di quasi stazionarietà di consumi delle famiglie e della componente pubblica della spesa aggregata?
Le prospettive del commercio internazionale sono dipinte come favorevoli nel Def 2014, ma non certo con dinamiche analoghe a quelle degli anni pre-crisi, anche perché le nubi all’orizzonte nella crescita dei paesi emergenti ed in quelli in via di sviluppo si sono pericolosamente avvicinate portando con sé un flusso consistente di capitale finanziario verso il vecchio continente nonostante i deboli segnali della sua crescita relativa ed i forti segnali di fragilità dei suoi debiti privati e di quelli sovrani. Inoltre il cambio dell’Euro non appare favorevole, e nel medio periodo non sembrano esservi segnali di un suo deprezzamento, anzi tutt’altro, prevalgono le forze verso ulteriori apprezzamenti che penalizzano la competitività delmade in Europe ed in particolare del made in Italy che tende purtroppo più di altri a competere sul prezzo dei prodotti più che sul loro contenuto tecnologico.
La competitività italiana in tale contesto dovrebbe quindi trarre le sue motivazioni da una discesa relativa dei costi e quindi dei prezzi interni, da un controllo della dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto (l’onnipresente Clup), e quindi delle sue componenti, il costo del lavoro al numeratore e la produttività al denominatore. Il Def 2014 prospetta un paese che dovrebbe anche trarre vantaggio dalle misure che il governo intende assumere ed ha già iniziato ad assumere nel 2014 ed oltre, essendo tenuto a realizzare oltre al consolidamento fiscale anche le riforme strutturali, che significa più concorrenza sui mercati, in quello del lavoro in particolare.

Flessibilità del lavoro, liberalizzazioni e semplificazioni: la crescita è tutta qui
È interessante allora porre l’attenzione anzitutto sugli effetti che tali riforme programmate dal governo producono nell’economia. Le sorprese non sembrano mancare. Gli effetti macro degli interventi appaiono risibili nel 2014: i sette interventi (2) di cui nel Def 2014 vengono studiati gli effetti quantitativi producono nel 2014 un +0,3% di crescita sul reddito, ed un +0,2% di crescita sull’occupazione. Le riforme sul mercato del lavoro e le liberalizzazioni e semplificazioni spiegano da sole tutto l’impatto sul reddito, le riforme sul lavoro tutto quello sull’occupazione, mentre gli effetti delle detrazioni Irpef sono annullate dal modo scelto per finanziarle (spending review). Gli altri interventi, compreso il pagamento dei debiti commerciali della PA e la riduzione dell’Irap, sono ad impatto nullo (3). Per registrare effetti consistenti occorre aspettare il 2018, con un contributo degli interventi pari a ben +2,4% nella crescita del Pil (+1,3% sull’occupazione). Ma anche al 2018, sono le riforme del lavoro ed il binomio liberalizzazioni/semplificazioni che spiegano quasi ben i 3/4 di questo impatto su reddito e occupazione, lasciando un qualche spazio alle detrazioni Irpef i cui effetti non vengono annullati nel medio periodo dalla spending review. Nel medio periodo, gli effetti cumulati dal 2014 al 2018 sarebbero pari a +6,6% sul reddito e +3,3% sull’occupazione. Sul reddito rimarremmo sotto di quasi 3 punti percentuali tenendo conto che ne abbiamo persi 9 nella crisi (2008-2013). Sull’occupazione il gap negativo sarebbe minore, avendo perso nella crisi 3 punti percentuali, ma nel 2018 il tasso di occupazione è previsto al 57,4%, sotto il livello del 58,7% del 2007 (55,5% previsto per il 2014). Inoltre, la disoccupazione, quella ufficiale, non riuscirebbe a ritornare sotto la soglia “simbolica” del 10% neppure nel 2018, dal 13% prevista per il 2014, quando era invece il 6% prima della crisi, nel 2007.
Gli interventi di cui si registrano i maggiori impatti sono quindi le politiche di liberalizzazione del mercato del lavoro e dei beni e quelle di semplificazione normativa, che sono riforme realizzate a “costo zero”, senza risorse aggiuntive da parte del soggetto pubblico. In particolare sul mercato del lavoro si tratta per il governo Renzi del decreto Poletti sul contratto a termine e sull’apprendistato e degli eventuali provvedimenti prospettati con il Jobs Act, che, come esplicitato nel disegno di legge di aprile, non comportano oneri aggiuntivi per le finanze pubbliche anche per quegli interventi di riordino degli ammortizzatori sociali ed estensione del sussidio di disoccupazione, nonché per le politiche attive del lavoro e per quelle di contrasto alla povertà. Appaiono nulli nel breve periodo e comunque secondari nel medio periodo gli impatti degli interventi di stimolo alla domanda interna, via alleggerimenti fiscali per le famiglie, oppure alla domanda estera, via maggiore competitività di costo e prezzo per le imprese con riduzione cuneo fiscale. Interventi di sostegno della domanda pubblica non sono previsti, anzi la spending review implica effetti negativi sulle componenti della domanda aggregata. Neppure politiche industriali o di sostegno all’innovazione sono previsti, a meno che si voglia considerare le privatizzazioni come unica via di politica industriale, peraltro che frutterebbe alla finanza pubblica circa 11 miliardi nel triennio 2014-2016 che vanno a copertura della riduzione del deficit e del debito pubblico.
A questi interventi vengono comunque attribuiti effetti a dir poco sorprendenti sulla competitività del sistema produttivo italiano. Mentre la dinamica dei prezzi interni si mantiene al di sotto deltarget inflazionistico della BCE (1,5% contro il target 2%), facendo comunque intravvedere un contrasto forte alla concreta presenza attuale della deflazione (anche se i recenti allarmi della BCE che annuncia politiche di quantitative easing lasciano presagire una non facile contrasto alla deflazione) (4), la crescita del costo del lavoro viene contenuta sotto l’1,5% annuo e la crescita del Clup ben 1 punto percentuale al di sotto di questo livello (al 2018 il Clup cresce solo dello 0,5%). Il raggiungimento di questo obiettivo si deve alla dinamica della produttività del lavoro che appare sorprendentemente “schizzare” verso la soglia dell’1% annuo al 2018 con una progressione costante dopo un sorprendente “balzo” iniziale (+1%) nel 2014 merito in parte della caduta dell’occupazione.

Il dilemma della produttività
È davvero peculiare questo risultato della produttività del lavoro italiana, se valutata alla luce di due considerazioni.
Negli anni 2014-2018 si prospetta una crescita cumulata della produttività pari a ben 4 punti percentuali, che non sarebbe certo elevata se comparata a quella ben maggiore dei principali concorrenti europei, ma certo sorprendente qualora la si raffronti con il tasso di crescita della produttività del lavoro italiana negli anni 2000-2012 che è stata pari a 0,03% annuo, per segnare uno 0% “spaccato” nel 2013. E non sembra andare meglio per la produttività totale dei fattori, lavoro e capitale assieme, che anche essa si attesta a crescita “zero” negli anni dell’euro grazie alla pessima dinamica dell’investimento e del rapporto capitale/lavoro (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Decreto-lavoro-dal-declino-al-baratro-23478).
Cosa mai potrà determinare tale inversione di marcia dal 2014 in poi è per noi un mistero, se non il motto renziano “cambiare verso!”, oppure una “non-crescita assoluta” dell’occupazione?
Non intravvediamo interventi ed impegni di risorse e neppure annunci, peraltro “a costo zero” per ora, per politiche di sostegno all’innovazione, tecnologica, organizzativa, istruzione e formazione, per le politiche industriali, di settore, filiera e quant’altro, da parte del governo, fautrici di uno balzo “produttivistico” del nostro sistema industriale. L’unica politica annunciata che vediamo all’opera per ora è quella della deregolamentazione del mercato, del lavoro in particolare con il decreto Poletti ed il Jobs Act presentato al Parlamento, il quale peraltro è stato vanificato rispetto alla “versione per titoli” dell’8 gennaio 2014 (5) proprio nella sue potenziali componenti di “politiche industriali”. La strada della deregolamentazione del mercato del lavoro appare invece del tutto in continuità con le politiche di flessibilità del lavoro che sono in auge dagli anni novanta in Italia, ad iniziare dalla legge Treu del 1997, passando per la legge Maroni del 2003, sino agli interventi e gli indirizzi targati Sacconi più recenti, per giungere alla legge Fornero del 2012 che è intervenuta sulle uscite dopo che le riforme precedenti avevano liberalizzato gli ingressi (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Jobs-Act-cosi-l-eccezione-diventa-la-regola-23702).
Tuttavia, non è solo il confronto con la dinamica della produttività negli anni dell’euro a rendere poco credibili le previsioni del Def 2014, ma sono soprattutto i fatti stilizzati che contrastano con gli effetti “salvifici” attribuiti alle politiche di deregolamentazione del lavoro. Infatti, l’introduzione di maggiore flessibilità del lavoro, via deregolamentazione e liberalizzazione del mercato, che si traduce nella riduzione delle tutele del lavoro, non si associa a maggiore occupazione, minore disoccupazione, maggiore probabilità di stabilità dei rapporti di lavoro, maggiori retribuzioni, ma neppure a maggiore produttività. Anzi, l’evidenza empirica va in direzione opposta:deregolamentazione e liberalizzazione inducono minore crescita della produttività del lavoro(http://keynesblog.com/2013/03/20/produttivita-e-regimi-di-protezione-del-lavoro/).
Il lavoro flessibile meno tutelato, la diffusione di relazioni contrattuali che rendono più instabili i rapporti di lavoro induce le imprese ad investire meno sulla formazione, sulla innovazione organizzativa dei luoghi di lavoro, sull’innovazione tecnologica e spinge le stesse a concorrere sulla riduzione dei costi piuttosto che sulla qualità del lavoro e del prodotto, sulla sua intensità tecnologica. La crescita delle imprese che innovano è anzi frenata dalla concorrenza sui costi esercitata delle imprese che non innovano e che utilizzano lavoro flessibile, a bassa produttività e bassa retribuzione. La deregolamentazione del lavoro introduce incentivi distorti per le imprese, che ne modificano i comportamenti e comportano un peggioramento della dinamica della produttività, anziché una sua crescita. È ciò che è avvenuto in Italia dagli anni novanta: la crescente flessibilizzazione del mercato del lavoro non ha contrastato il declino della produttività, anzi ha contribuito a determinare quella “trappola della stagnazione della produttività” nella quale siamo immersi da oltre dieci anni (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/L-Italia-e-la-trappola-della-produttivita-21109) (6).
È quindi impensabile che ancor maggiori dosi di flessibilità possano curare il malato. La logica distorta del medico insipiente vuole che se con una cura dai deboli e dubbi effetti positivi non si intravvede la guarigione del malato, anzi lo si vede peggiorare, invece di cambiare la diagnosi e quindi migliorare la prognosi, si somministrino dosi ancor maggiori del letale medicamento, che a dosi crescenti intossica completamente il paziente. La flessibilità rischia poi di avere effetti analoghi ad una droga, più la prendi, più ne diventi dipendente, più difficile è rinunciarvi, e al contempo ti indebolisce fino a farti schiattare (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Le-raccomandazioni-perverse-21659).
Oggi che si dovrebbe finalmente abbandonare la fallimentare via dell’“austerità espansiva”, vi è davvero chi progetta invece di perseguire la via della “precarietà espansiva”?
La ricetta che ci raccomanda l’Europa delle tecnocrazie, e che l’Italia fa sua con il Def 2014, è purtroppo un connubio perverso di “austerità espansiva” e “precarietà espansiva”. Consolidamento fiscale e riforme strutturali vengono declinate a senso unico in termini di tagli alla spesa pubblica ed al welfare sociale, di svalutazione del lavoro, indebolimento progressivo della contrattazione collettiva, precarizzazione del lavoro, contenimento dei salari, tutti fattori che assieme deprimono la domanda interna, abbassano la crescita, riducono l’occupazione ed accrescono il debito. Tutto ciò favorisce anche le divergenze tra nazioni e le divisioni tra i popoli. Una miscela esplosiva che gioca a favore dei populismi europei, di ogni natura ed in ogni paese, e contro l’Europa stessa.
Non sarebbe il caso a questo punto di rivedere la diagnosi e quindi finalmente cambiare prognosi, rinunciando alla droga, prima che il popolo-malato si ribelli e “rottami” anche questo medico fiorentino?
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1 Non toccheremo quindi ad esempio il problema delle coperture degli interventi annunciati, se strutturali o una tantum, e della loro solidità, anche se questo aspetto può avere riflessi significativi sui temi che qui discutiamo.
2 Essi sono: 1) aumento detrazioni Irpef (6,6 miliardi nel 2014, 10 miliardi a regime); 2) riduzioni del 10% (5%) Irap, finanziata per metà (5%) con 3) tassazione rendite finanziarie; 4) spending review (4,5 miliardi nel 2014, 17 nel 2015, 32 nel 2016 a regime); 5) pagamento debiti commerciali (13 miliardi nel 2014, oltre ai 47 già stanziati nel 2013 – rimarrebbero scoperti ancora 31 miliardi per arrivare ai 91 stimati da Banca d’Italia); 6) liberalizzazioni e semplificazioni; 7) interventi sul mercato del lavoro (dalle modifiche della riforma Fornero del 2012 al Jobs Act del governo Renzi). Si veda tab.I.1, p.67 del PNR 2014, sez.III, parte prima. Gli effetti di altri provvedimenti quali le risorse per l’edilizia scolastica (2 miliardi per il 2014, coperture incerte), riduzione del 10% del costo dell’energia per le piccole e medie imprese (coperta da una rimodulazione della bolletta energetica a costo zero per la finanza pubblica, che quindi si scaricherà sugli utenti), rifinanziamento Fondo Centrale di Garanzia per il credito alle piccole e medie imprese (670 milioni nel 2014 e 2 miliardi nel triennio, senza indicazioni di copertura), edilizia residenziale (1,3 miliardi nel 2014, con coperture incerte), privatizzazioni (0,7% del Pil, pari a circa 11,2 miliardi di entrate per la finanza pubblica), riassetto idrogeologico del territorio (1,5 miliardi nel 2014, con coperture incerte), non vengono studiati. Questi interventi erano stati annunciati nella conferenza del 12 marzo 2014, con impegni finanziari superiori a quelli ora indicati, mentre altri annunciati non trovano conferma nel Def 2014.
3 Sugli investimenti l’effetto nel 2014 è maggiore (+0,9%), spiegato quasi totalmente dalle liberalizzazioni e semplificazioni (0,7%) ed in minor misura dai pagamenti dei debiti PA (+0,2%). Al 2018 l’effetto diviene quasi strabiliante con un +4,6%, spiegato sempre da liberalizzazioni e semplificazioni (+1,9%) e dal pagamento dei debiti PA (+1,6%), a cui si aggiunge ora l’effetto detrazioni Irpef (+1,6%) compensato in parte dall’effetto negativospending review (-0,6%). Gli effetti di riduzione Irap rimangono risibili. È interessante notare che gli effetti detrazione Irpef risultano maggiori sugli investimenti che sui consumi (+0,8%), ad indicare forse effetti moltiplicativi keynesiani davvero accelerativi sugli animal spirits (oppure bizzarri risultati econometrici)! Sui consumi delle famiglie invece gli effetti dei provvedimenti sono modesti, +0,4% nel 2014 (interamente attribuiti alle riforme del mercato del lavoro), se non nel medio periodo al 2018 (2,1%), con più di metà dell’impatto (1,1%) che viene attribuito alle riforme sul mercato del lavoro, oltre agli effetti detrazioni Irpef di cui sopra.
4 In presenza di bassa inflazione, o addirittura deflazione, recuperare competitività via contenimento dei prezzi alla produzione è impresa comunque impossibile, dato che i margini di recupero sono strettissimi con un’inflazione dell’Eurozona poco sopra lo 0%. Solo una discesa dei salari monetari potrebbe contentirlo.
5 Si veda eNEWS 381 di Matteo Renzi, non più disponibile nel sito originariohttp://www.matteorenzi.it/enews-381-8-gennaio-2014/, ma rintracciabile qui:http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-09/la-e-news-renzi-jobs-act-125157.shtml?uuid=ABizPao.
6 Recentemente, anche il Governatore della Banca d’Italia ha avuto modo di affermare: “[…] studi della Banca d’Italia mostrano come rapporti di lavoro più stabili possano stimolare l’accumulazione di capitale umano, incentivando i lavoratori ad acquisire competenze specifiche all’attività dell’impresa. Si rafforzerebbero l’intensità dell’attività innovativa e, in ultima istanza, la dinamica della produttività” (http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2014/visco-bari-290314/visco-bari290314.pdf). Inoltre, mentre a Londra il 1 aprile 2014 il Presidente del Consiglio Renzi affermava: “I dati sulla disoccupazione lo dimostrano: nel 2011 l'Uk era all'11% e l'Italia all'8,4%, ora loro sono al 7%" e noi al 12,3%: in questi anni abbiamo perso troppa strada, noi abbiamo un sistema che manca di flessibilità. In Italia abbiamo 2100 articoli nel codice del lavoro. Noi pensiamo di scendere a 50-60 articoli, traducibili anche in inglese, che assicurino tempi certi”, ad Atene nello stesso giorno il Governatore della BdI Ignazio Visco dichiarava: “Sul fronte del lavoro abbiamo osservato una flessibilità non utile, utilizzata da imprese che non hanno innovato, ora stanno innovando, ma per lungo tempo hanno rinviato riducendo il costo del lavoro sfruttando la flessibilità. Bisogna perseguire una flessibilità diversa.“