Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 31 maggio 2014

Stato canaglia, gli Stati Uniti

http://fb.me/2ib0PT50I


Originale: Why War Is Inevitable
Tradotto in Português Français

Perché la guerra è inevitabile




Paul Craig Roberts

Il Memorial Day è il giorno in cui commemoriamo i nostri caduti in guerra. Come il 4 luglio sta diventando una celebrazione della guerra stessa.

Coloro i quali hanno perso familiari e amici stretti in guerra non vogliono che le loro morti siano state vane, di conseguenza i conflitti diventano azioni valorose messe in atto da persone valorose che combattono per la verità, la giustizia e il modo di vivere statunitense. I discorsi patriottici declamano quanto siamo debitori nei confronti di quelli che hanno dato le loro vite affinchè gli USA possano restare liberi.



I discorsi nascono dalle buone intenzioni, ma creano una falsa realtà che sostiene ulteriori guerre: nessuna delle guerre combattute dagli USA ha mai avuto a che fare con la salvaguardia della loro libertà, al contrario, le guerre ci hanno strappato i diritti civili, rendendoci sempre meno liberi.Il presidente Lincoln aveva emanato un ordine di arresto per i giornalisti ed editori dei giornali nordisti, aveva chiuso 300 testate e trattenuto 14.000 prigionieri politici. Lincoln aveva arrestato il Rappresentante Clement Vallandingham, che criticava la guerra, in Ohio, esiliandolo nella Confederazione. Woodrow Wilson sfruttò la prima guerra mondiale per sopprimere la libertà di fare comizi e anche Franklin D. Roosevelt sfruttò la seconda guerra mondiale per internare 120.000 cittadini di origine giapponese, sulle basi che la loro razza li rendeva sospetti. Il professor Samuel Walker ha affermato che il presidente George W. Bush ha usato la “guerra al terrore” per un attacco trasversale ai diritti civili, rendendo il suo regime il più grande pericolo alla libertà che gli USA abbiano mai vissuto.


Lincoln distrusse per sempre i diritti negli States, ma la sospensione dell’habeas corpus e della libertà di parola durante le tre grandi guerre furono sempre sospesi al termine del conflitto. In ogni caso l’abrogazione della Costituzione del presidente Bush è stata allargata dal presidente Obama e codificata dal Congresso in legge. Ben lungi dal difendere i nostri diritti, i nostri soldati morti moti durante la “guerra al terrore” sono morti affinchè il presidente potesse detenere a tempo indeterminato cittadini degli Stati Uniti senza un giusto processo e potesse allo stesso modo ucciderli sulla base di sospetti, senza che essi potessero appellarsi alla legge o alla Costituzione.



La conclusione evidente è che le guerre degli Stati Uniti non hanno difeso la nostra libertà, ma, al contrario, l’hanno distrutta. Come Alexander Solzhenitsyn ha affermato “Uno stato di guerra serve solo come scusa per una tirannia interna”.


La secessione del Sud aveva minacciato l’impero di Washington, ma non la popolazione americana; nemmeno i Tedeschi della prima guerra mondiale e i Tedeschi e Giapponesi della seconda minacciarono in alcun modo gli USA. Come gli storici hanno chiaramente evidenziato, la Germania non diede inizio alla prima e alla seconda guerra mondiale per mire espansionistiche. Le mire giapponesi si limitavano all’Asia. Le ambizioni di Hitler si limitavano alla ristrutturazione delle province tedesche tolte alla Germania come bottino della prima guerra mondiale a violazione delle garanzie del presidente Wilson e ai territori ad Est. Nessuna nazione aveva mai pianificato di invadere gli USA; il Giappone aveva attaccato la base di Pearl Harbor nel Pacifico, in quanto ostacolo alle sue attività in Asia, non come preambolo ad un’invasione al territorio statunitense.



Certamente le nazioni devastate da Bush e Obama nel 21° secolo – Iraq, Afghanistan, Libia, Somalia, Siria, Pakistan e Yemen – non avevano mai minacciato gli Stati Uniti, infatti queste guerre sono state usate da un esecutivo tirannico per stabilire le basi dello stato di polizia segreta in cui viviamo.



La verità è dura da sopportare, ma i fatti sono evidenti. Quelle guerre sono state combattute per aumentare il potere di Washington, i profitti delle banche e delle industrie belliche e le fortune delle aziende statunitensi. Il generale della marina Smedley Butler ha affermato: "Ho servito in tutti ranghi dal ruolo di sottotenente fino a generale maggiore e durante il servizio, ho speso la maggior parte del mio tempo in qualità di braccio armato di primo livello per i Grandi Affari, per Wall Street e per i banchieri. In breve ero uno sgherro del capitalismo."



È quasi impossibile commemorare i caduti senza glorificarli ed è impossibile glorificarli senza glorificare le guerre cui hanno partecipato.






Frasi e...basi ("Pace, disarmo") , cartello sovietico anti USA/OTAN (1952)



Per tutto il 21° secolo gli Stati Uniti sono stati in guerra, non contro eserciti o minacce alla propria libertà, ma contro civili, donne, bambini, anziani e contro la nostra stessa libertà. Le elite con un legittimo interesse in questi conflitti ci dicono che proseguiranno per 20-30 anni prima che si sia sradicata la “minaccia terrorista”. Ciò ovviamente è senza senso. Non c’è stata alcuna minaccia terroristica fino a che Washington non ha iniziato a cercare di crearla attraverso attacchi militari, sostenuti da menzogne, contro la popolazione islamica.



Washington ha avuto tanto successo con le sue bugie al punto che la sua arroganza ha superato la capacità di giudizio, rovesciando un governo democraticamente eletto in Ucraina, Washington ha portato gli USA a scontrarsi con la Russia e questo confronto potrebbe finire male, forse per Washington stessa, forse per il mondo intero.



Se Gheddafi ed Assad non si sono arresi, come può Washington pensare che lo farà Putin? La Russia non è nè la Libia nè la Siria. Washingotn è il bulletto che dopo aver picchiato tutti i bambini dell’asilo, pensa di fare il duro con il linebacker del college.



I regimi di Bush e Obama hanno distrutto la reputazione degli Stati Uniti con le loro menzogne senza fine e le violenze contro altre popolazioni, il mondo vede Washington come una minaccia.



Sondaggi a livello mondiale (*) dimostrano che la gente considerano Israele e USA come le due nazioni che minacciano maggiormente la pace.



Le nazioni che la propaganda di Washington definisce “stati canaglia” e “l’asse del male” come Iran e Corea del Nord sono molto più in basso nella lista quando si interpellano persone in giro per il mondo; è lapalissiano come il resto del mondo non creda a all’autocelebrativa propaganda di Washington: il mondo vede USA e Israele come “stati canaglia”.

Sono gli unici due stati al mondo vittime delle loro stesse ideologie: gli USA del neoconservatorismo che afferma che essi sono una nazione “eccezionale ed indispensabile” scelta dalla storia per esercitare la propria egemonia su tutte le altre.



Questa ideologia è sostenuta dalle dottrine di Brzezinsky e Wolfowitz, che sono alla base della politica estera statunitense.



Il governo di Israele è vittima dell’ideologia sionista che vuole un “grande Israele” dal Nilo all’Eufrate, molti Israeliani stessi non accettano quest’idea, che però è sostenuta dai “colonizzatori” e dal governo.


Le ideologie sono cause importanti della guerra. Come l’idea di Hitler che la razza tedesca fosse superiore si rispecchia in quella statunitense che gli USA siano superiori, così quella comunista che la classe operaia fosse superiore a quella capitalista è rispecchiata nel principio sionista che gli israeliani siano superiori ai palestinesi. I sionisti non hanno mai sentito parlare dei diritti degli squatter e sostengono che gli ebrei immigrati in Palestina - invasori in realtà - vantino diritti su una terra occupata da altri da millenni.



Le dottrine di superiorità di Washington e Israele non vanno molto d’accordo con “gli altri”. Quando Obama ha pubblicamente dichiarato che gli statunitensi sono un popolo eccezionale il presidente russo Putin ha risposto “Dio ci ha creati tutti uguali”.



A discapito della sua popolazione il governo di Israele s’è fatto nemici a non finire, si è effettivamente isolato nel mondo. La sua esistenza dipende esclusivamente dalla volontà e abilità di Washington di proteggerlo, il che consegue che il potere di Israele è una conseguenza del potere degli USA.



Quest’ultimo è un’altra storia: come unica economia rimasta in piedi a seguito della seconda guerra mondiale, ha imposto il dollaro come unica moneta a livello mondiale, questa posizione ha dato a Washington egemonia finanziaria assoluta, prima fonte del suo potere. L’ascesa di altre nazioni mette questa egemonia in pericolo.



Per prevenire quest’ascesa, Washington si appende alle dottrine di Brzezinsky e Wolfowitz. In breve, l’idea di Brzezinsky dice che per rimanere l’unica superpotenza, Washington deve controllare la zona eurasiatica, il suo obiettivo è di sottomettere pacificamente il governo russo all’egemonia statunitense. “Una Russia debolmente confederata… una Russia decentralizzata sarebbe meno suscettibile a mire imperialiste”. In altre parole, spaccare la Russia in una nebulosa di stati semiautonomi i cui politici possano essere subornati dai dollari d’oltreoceano.



Bzrezinsky ha proposto una “strategia per l’Eurasia”: la Cina e “una Russia confederata” sarebbero parte di un “piano di sicurezza transcontinentale”, controllato da Washington per perpetuare il ruolo degli USA come unica superpotenza a livello mondiale.



Una volta ho chiesto al mio collega Bzrezinsky, che se tutti erano nostri alleati, contro chi ci eravamo coalizzati? La mia domanda lo ha sorpreso, perché penso che egli sia rimasto intrappolato nella strategia della guerra fredda anche dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica. Il pensiero comune durante la guerra fredda era quello che se non avevi la meglio allora eri fuori dal gioco. L’importanza di prevalere divenne corrosiva e questa tendenza è sopravvissuta al crollo dell’URSS. Dominare gli altri è l’unica politica estera che Washington conosce.



La mentalità che gli USA debbano prevalere ha fatto da sfondo ai neoconservatori e alle loro guerre del 21° secolo, e questo, con il rovesciamento del governo eletto democraticamente in Ucraina, è sfociato in una crisi che ha messo Washington in conflitto diretto con la Russia.



Io conosco le istituzioni strategiche che lavorano per Washington, ho occupato la cattedra di Politica Economica del centro William E. Simon per gli studi strategici e internazionali per una dozzina d’anni. L’idea diffusa è che Washington debba battere la Russia in Ucraina per non perdere il suo prestigio e il suo status di superpotenza.



Il desiderio di predominio conduce sempre alla guerra fino a che la sensazione di predominio non è ristabilita. Il percorso verso lo scontro è sostenuto dalle teorie di Paul Wolfowitz, l’intellettuale neoconservatore che ha scritto la dottrina militare e di relazioni internazionali degli states, ha scritto tra molte altre cose:


“il nostro primo obiettivo è di prevenire il riemergere di un nuovo rivale, sul territorio dell’ex URSS o da qualche altra parte [Cina], che ponga una minaccia all’ordine sui territori precedentemente controllati dall’Unione Sovietica. Questo è un punto fondamentale che sottosta ad una nuova strategia di difesa regionale e richiede che ci prodighiamo a prevenire ogni potere ostile dall’avere potere su una regione le cui risorse, sotto un controllo consolidato, possono fornire la base per un potere globale”.


Nella dottrina di Wolfowitz, ogni altra nazione forte è definita una minaccia e una potenza ostile agli USA, senza considerare quanto essa voglia cooperare per un beneficio comune.



La differenza tra Bzrezinsky e i neoconservatori è che lui vuole sottomettere la Russia e la Cina includendole in un impero come elementi importanti le cui voci verrebbero ascoltate, anche se solo per questioni diplomatiche, mentre loro sono preparati a fare affidamento sulla forza militare combinata con rivolte interne supportate dalle ONG finanziate dal governo USA e persino da organizzazioni terroristiche, se fosse necessario.



Né gli Stati Uniti né Israele provano vergogna per la loro reputazione internazionale di paesi che creano le maggiori minacce, infatti entrambi sono fieri di essere considerati tali: la politica estera di entrambi è priva di qualsiasi diplomazia, si basa esclusivamente sulla violenza. Washington impone ai paesi di fare come dice o di “essere rasi al suolo dalle bombe”. Israele dice che tutti i Palestinesi, inclusi donne e bambini, sono “terroristi” e spara loro nelle strade, giustificandosi dicendo che si sta proteggendo dal terrorismo. Israele, che non riconosce la Palestina come stato, copre i suoi crimini affermando che la Palestina non riconosce lo stato di Israele.


“Non abbiamo bisogno di diplomazia puzzolente. Noi abbiamo il potere.”


Questa è l’attitudine che provoca le guerre e gli Stati Uniti è proprio lì che ci stanno conducendo. Il primo ministro britannico, la cancelliera tedesca e il presidente della Francia sono alleati di Washington, gli garantiscono copertura. Invece di crimini di guerra, Washington ha una “coalizione di volonterosi” e invasioni militati che portano “democrazia e diritti per le donne” in paesi non compiacenti.



La Cina subisce più o meno lo stesso trattamento. Un paese con quattro volte la popolazione degli USA ma meno carcerati è continuamente criticata come “stato autoritario”, è accusata di violazione dei diritti umani mentre la polizia negli Stati Uniti brutalizza la popolazione.



Il problema per l’umanità è che Cina e Russia non sono Libia e Iraq; queste due nazioni possiedono arsenali nucleari, la loro superficie supera di gran lunga quella degli Stati Uniti. Essi non sono stati in grado di occupare con successo Baghdad o l’Afghanistan e non hanno possibilità di prevalere contro Russia e Cina in una guerra normale. Cosa ci possiamo aspettare da un governo privo di moralità?



Il mondo non ha mai provato sulla propria pelle governi canaglia del calibro di Washington e Israele, entrambi sono pronti ad uccidere chiunque, guardate la crisi che è stata creata in Ucraina e il pericolo che ne è conseguito. Il 23 maggio in Russia il presidente Putin ha parlato al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, un meeting che vede coinvolti 62 paesi e i CEO di 146 delle più grandi aziende occidentali.



Putin non ha parlato dei miliardi di dollari di contratti che venivano siglati, ha parlato della crisi che Washington ha portato in Russia e ha criticato l’Europa per essere un vassallo di Washington e supportarne la propaganda contro il suo paese e le interferenze in questioni di interesse vitale per esso. Putin ha parlato in modo diplomatico, ma il messaggio ricevuto dagli uomini d’affari statunitensi ed europei è che se i loro governi continuano ad ignorare le inquietudini della Russia e a comportarsi come se potessero interferire negli interessi russi come se la Russia non esistesse, ci saranno dei problemi.



I capi di queste grandi aziende porteranno il messaggio dritto a Washington e alle capitali europee. Putin ha reso lampante che l’assenza di dialogo con la Russia potrebbe avere come conseguenza che l’occidente faccia l’errore di introdurre l’Ucraina nella NATO e di posizionare basi missilistiche al confine con la Russia. Putin ha imparato che non può contare sulla buona volontà dell’occidente e ha detto chiaramente, al limite della minaccia, che basi militari occidentali su suolo ucraino sono inaccettabili.



Washington continuerà ad ignorare la Russia e le capitali europee dovranno decidere se lasciarsi spingere da Washington in un conflitto con la Russia contro i loro interessi, dunque Putin sta mettendo alla prova i politici europei per capire se c'è fra loro abbastanza intelligenza ed indipendenza per una riappacificazione.



Se Washington nella sua insopportabile arroganza forzerà Putin a tagliare fuori l’occidente, l’alleanza strategica Cina-Russia, che si sta formando per contrapporsi alla politica ostile di Washington di circondare entrambe le nazioni con basi militari, si stringerà per prepararsi all’inevitabile guerra.



I sopravvissuti, se ce ne saranno, potranno ringraziare i neoconservatori, la dottrina di Wolfowitz e la strategia di Brzezinsky per la distruzione della vita sulla terra.



Il popolo statunitense contiene una grande quantità di persone malinformate che pensano di sapere tutto, queste sono state programmate dalla propaganda USA e israeliana ad equiparare l’islam ad un’ideologia politica. Credono che l’islam, una religione, sia una dottrina militare che sostiene il ribaltamento della civiltà occidentale, come se qualcosa fosse rimasto della civiltà occidentale.



Molti credono a questa propaganda anche di fronte alla prova tangibile che sunniti e sciiti si odiano più di quanto possano odiare i loro occupatori e oppressori occidentali. Gli USA hanno lasciato l’Iraq, ma il massacro ora è forse più cruento che durante l’invasione ed occupazione statunitensi. Il pegno di vittime del conflitto tra sunniti e sciiti è straordinario, una religione così disunita non crea minaccia per nessuno se non per gli islamici stessi. Washington ha sfruttato con successo la scarsa unione nell’Islam per rovesciare Gheddafi e la usando tutt’ora per ribaltare il governo in Siria. I musulmani non riescono ad unirsi nemmeno per difendersi dagli attacchi dell’occidente. Non c’è alcuna prospettiva di un’unione islamica per distruggere l’occidente.



Anche se l’islam lo facesse, non avrebbe senso, l’occidente si è già autodistrutto: negli Stati Uniti la costituzione è stata vilipesa dai regimi di Bush e Obama, non ne rimane nulla. Dato che gli Stati Uniti sono la loro costituzione, cosa erano un tempo non esiste più, una differente entità ha preso il loro posto.



L’Europa è morta con l’Unione Europea, che ha richiesto la fine della sovranità di tutti i paesi membri. Alcuni burocrati inaffidabili a Bruxelles sono diventati superiori alla volontà dei francesi, dei tedeschi, degli inglesi, degli italiani, degli olandesi, degli spagnoli, dei greci e dei portoghesi.



La civiltà occidentale è uno scheletro, sta ancora in piedi ma non c’è vita in essa, il sangue della libertà se n’è andato: le popolazioni occidentali guardano ai propri governi come a dei nemici. Perché altrimenti Washington avrebbe militarizzato le forze di polizia locali, fornendole come se fossero eserciti d’occupazione? Perché la sicurezza nazionale, il dipartimento dell’agricoltura e persino le poste e la sicurezza sociale avrebbero ordinato miliardi di munizioni ed armi semiautomatiche? A cosa serve questo arsenale pagato dai contribuenti se non a sottomettere i cittadini statunitensi?



Come ha detto l’influente esperto in previsioni di tendenze Gerald Celente nel Trends Journal, “la rivolta avvolge i quattro angoli del globo”. Per tutte l’Europa persone arrabbiate, disperate e indignate manifestano contro le politiche finanziarie dell’UE che le stanno mettendo in ginocchio. Nonostante tutti gli sforzi di Washington attraverso le sue cinque colonne conosciute come ONG per destabilizzare la Russia e la Cina, i governi di questi paesi hanno più supporto tra le loro popolazioni di quanto ne abbiano UE e USA. Nel ventesimo secolo la Russia e la Cina hanno imparato cosa sia la tirannia e l’hanno rifiutata.



Negli USA la tirannia è entrata travestita da “guerra al terrore”, una truffa usata per spaventare i pecoroni e indurli ad abbandonare i loro diritti civili, liberando Washington dal rispondere alla legge e permettendole di instaurare uno stato militare. Fin dalla seconda guerra mondiale Washington ha usato il suo potere finanziario e la “minaccia sovietica”, ora mutata in “minaccia russa”, per annettere l’Europa al suo impero.



Putin sta sperando che gli interessi degli stati europei prevalgano alla sottomissione a Washington, questa è la sua scommessa, questa è la ragione per cui non reagisce alle provocazioni statunitensi in Ucraina.



Se l’Europa delude la Russia, Putin e la Cina si prepareranno alla guerra che la bramosia di dominio di Washington renderà inevitabile.



* http://www.ibtimes.com/gallup-poll-biggest-threat-world-peace-america-1525008 e
http://www.jewishfederations.org/european-poll-israel-biggest-threat-to-world-peace.aspx


Tradotto da FA RANCO per comedonchisciotte.org







Farange si, Marine le Pen no, M5S imbecille cialtrone Fronte Unico per uscire dall'Euro

http://goo.gl/2rU3BR

Salvini-Le Pen, asse contro l’euro

Marine Le Pen  leader del Front National
 
Giuseppe Novelli
 
Dopo il vertice Ue di ieri, in cui i leader hanno iniziato a porre le basi della nuova politica europea e cercare un’intesa sui nuovi assetti, oggi è stato il giorno del fronte degli euroscettici. Da una parte Beppe Grillo e Nigel Farage, dall’altra Matteo salvini e Marine Le Pen. Tutti mossi da un unico comun denominatore: la guerra all’euro. Tutti pronti a creare un gruppo anti-europeista.
“Un’altra Europa è possibile! Meno immigrazione e finanza, più lavoro e speranza” scrive il segretario della Lega Salvini mentre pranza a Bruxelles con la leader del Front National di Marine Le Pen. E lei subito dopo in conferenza stampa congiunta insieme con Geert Wilders del Pvv olandese e i rappresentanti del Fpoe austriaco e il Vlaams Belang belga, si dice ottimista: “Per formare un gruppo al Parlamento europeo servono almeno 25 eurodeputati da 7 Paesi membri. Siamo tranquillissimi che formeremo un gruppo entro le prossime tre settimane”.”Partiamo in cinque – dice il segretario della Lega – ma arriviamo in tanti. Arriveremo anche sopra i dieci. Ci saranno problemi di abbondanza e non di mancanza”.
Ciò che unisce forze apparentemente diverse come il Front National di Marine Le Pen, il partito della libertà dell’olandese Gert Wilders, il belga Interesse fiammingo e l’austriaco partito della libertà, insieme per formare un nuovo gruppo al Parlamento europeo (per il quale però mancano almeno due altri partiti di due diversi stati) sono “la battaglia per il lavoro degli italiani, il lavoro dei francesi e quello degli olandesi, il no alla moneta unica, all’euro che e’ una moneta finita, il no all’immigrazione senza precedenti e il no allo strapotere delle multinazionali, delle banche, dei grandi potentati, il sì al piccolo, all’artigianato, all’agricoltura, alla pesca”. Secondo Salvini, anche se “ognuno ha le sue diversità, sarà nella storia del Parlamento europeo la prima grande coerente opposizione all’inciucione fra democristiani e socialisti che si ripetera’ anche questa volta”.
“È un buon segno se qualcuno è preoccupato da questa allenza – spiega Salvini a proposito della nascita del gruppo euroscettico – Noi siamo qui a smontare l’ipocrisia di qualche minuto di silenzio che ogni tanto fanno a Strasburgo per lavarsi la coscienza quando c’è una convenienza economica. Oggi siamo pochi, siamo in cinque: l’obiettivo è essere l’unica coesa opposizione alla frittata fra democristiani e socialisti che si ripeterà anche questa volta”. “Ci siamo riuniti per fare piccolo bilancio queste elezioni che per noi, lo sapete, sono state un grande successo” spiega Le Pen. “Abbiamo dimostrato una formidabile unità dei nostri movimenti e una formidabile maturità – ha sottolineato – Hanno cercato di dividerci ma noi abbiamo mostrato insieme un fronte unito, con un un’unità che ci ha permesso questa immensa vittoria che abbiamo registrato”.
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destra/sinistra strumenti inadeguati per leggere la realtà. Fronte Unico per abbattere il Progetto Politico dell'Euro

Centrodestra non è uno slogan o un cartello elettorale. Centrodestra è il termine con il quale indichiamo una visione politica chiara, fondata su contenuti e valori precisi, scevra da tatticismi o posizionamenti di comodo. Non basta definirsi di centrodestra per esserlo, soprattutto quando si sceglie di far parte di un governo di sinistra o si sostengono i suoi provvedimenti invotabili, come ad esempio l'abolizione del reato di immigrazione clandestina o la depenalizzazione delle droghe. Legalità, giustizia sociale, sovranità, Patria non sono parole: sono idee dalle quali partire per rifondare una coalizione di centrodestra credibile, della quale Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale sarà la destra, capace di contrapporsi alla sinistra di Matteo Renzi. Su questo terreno siamo disponibili a un confronto e a una collaborazione con gli altri movimenti della possibile coalizione, a partire da quella Lega Nord che come noi è rimasta coerente con il mandato ricevuto dagli italiani. Per questo incontrerò Matteo Salvini già nei primi giorni della prossima settimana.

Basta dollaro, costruiamo l'alternativa investendo anche la moneta


30 maggio 2014, 17:19

I problemi dell'economia mondiale? colpa del dollaro

I problemi dell'economia mondiale? colpa del dollaro

L’architettura del sistema finanziario mondiale deve essere cambiata. Questa dichiarazione è stata fatta dal presidente kazako al World Economic Forum di Astana. Secondo Nursultan Nazarbayev il mondo è troppo dipendente da una sola moneta, il dollaro, che crea la maggior parte dei problemi dell'economia mondiale.

L'unica economia che riceve dividendi dal dominio incondizionato della valuta statunitense è, ovviamente, quella americana, che viene rabboccata con dollari di carta. Tutte le transazioni per i grandi contratti nel mondo avvengono attraverso New York, ha ricordato Nazarbayev. Secondo il presidente del Kazakhstan, gli stessi Stati Uniti da tempo stanno pensando a questo problema. Il mondo ha bisogno di un approccio completamente nuovo: l'attuale sistema finanziario è “difettoso”, secondo Nazarbayev. Liberare il sistema dai difetti non è facile, ma possibile. Secondo il leader kazako, questo problema non dovrebbe riguardare solo gli "otto" o anche i "venti", ma tutti i governi insieme. La questione dovrebbe essere risolta nel quadro delle Nazioni Unite.
Molti esperti hanno recentemente dichiarato che la radice dei problemi dell'economia mondiale è il ruolo esclusivo del dollaro. Di conseguenza, bisogna iniziare a parlare dei calcoli in un'altra valuta, in particolare, l'euro, lo yuan cinese e il rublo russo. Finora ci sono stati scarsi progressi in questa direzione. E l’opposizione degli Stati Uniti gioca un ruolo significativo in tutto questo.
Dato che la zecca americana negli ultimi tempi ha lavorato quasi ininterrottamente, i mercati emergenti si sentono in deficit sul dollaro, il che crea problemi concreti. È del tutto naturale che l'indebita influenza del sistema finanziario degli Stati Uniti è fonte di crescente preoccupazione, rileva il professore della Scuola Superiore di Economia Alexander Abramov:
Il dollaro nel mercato globale si trova ad essere sempre più un elemento astratto. I primi a sentire la carenza del dollaro sono i grandi mercati emergenti, tra cui i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) e il Kazakhstan. Non per colpa nostra, prima in Russia sono arrivati un sacco di dollari, e quei dollari stanno ora spostandosi verso i mercati sviluppati. Questo crea per ogni paese in via di sviluppo un sistema di investimento bancario molto difficile.
Alcuni analisti ritengono che nel continente asiatico lo yuan possa diventare un’alternativa al dollaro. Mentre può esserci una nuova moneta, anche virtuale, dice l'amministratore delegato di "Alor" Sergej Hestanov:
Una sorta di moneta sintetica, che non esiste in forma cartacea, che non può essere toccata, ma usata nei pagamenti internazionali. Anche l’Euro ha iniziato come prodotto sintetico, col nome di ecu, e non aveva forma fisica, non c'erano banconote o monete, ma era usato nei calcoli intergovernativi. Forse il mondo creerà non una ma diverse monete di questo tipo. In ogni caso, nei prossimi anni e decenni, assisteremo a molte novità.
Il tema della nuova moneta mondiale è un caso che ormai ha acquisito una particolare urgenza. Questa settimana, Russia, Bielorussia e Kazakhstan hanno firmato un accordo sulla creazione dell'Unione Economica Eurasiatica. Sulla mappa economica del mondo ha un nuovo enorme mercato, al quale si uniscono i paesi limitrofi. E in una tale alleanza l’insediamento della moneta di uno degli stati, o forse di una nuova moneta unica, è solo una questione di tempo.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, nella stessa America si chiede con urgenza di ripensare le politiche economiche di Washington. In particolare, il membro della Camera dei deputati Ron Paul ricorda costantemente alla Casa Bianca che l'esclusività del dollaro è legato all’accordo stipulato nel 1970 con i paesi OPEC sul prezzo in dollari del petrolio. Tuttavia, per uno scambio equo è necessario utilizzare le cose che hanno valore reale, è la legge dell'economia, e non può essere annullata. Il caos, col quale un giorno finirà l’esperimento americano durato 35 anni con i soldi di carta mondiali, richiede un ritorno al valore reale del denaro. Washington apprende che si sta avvicinando quel giorno in cui saranno invitati i paesi produttori di petrolio per il loro oro, olio o l’equivalente, e non per i dollari o gli euro, avverte Ron Paul.
In politica si è messo anche il famoso uomo d'affari Jim Sinclair, il quale, noto per la sua previsione perspicace, spiega: la Russia potrebbe facilmente portare giù il petrodollaro, chiedendo per sé petrolio e gas non in dollari, ma in euro o yuan. Nelle capitali europee, tra l'altro di questo sarebbero solo felici: non sarebbe necessario utilizzare il mercato dei cambi. E finalmente si perderebbe l'influenza degli Stati Uniti sull'Europa. Sebbene questo non allarmi Washington, il funerale della valuta statunitense come mezzo di pagamento internazionale, oggetto di un debito pubblico enorme, porterà l'America alla bancarotta.

Africa, politica imperiale degli Stati Uniti

DIFESA USA: SVELATA MAPPA DEI REPARTI SPECIALI IN AFRICA

La crisi in Nigeria ed il rischieramento dei reparti speciali di USA, Canada, Gran Bretagna, Francia, Israele ed Australia, ha svelato quello che gli addetti ai lavori sapevano da qualche tempo.In Africa, da anni, sono in corso dei programmi ombra o comunque ben camuffati all’opinione pubblica che prevedono l’utilizzo dei “moltiplicatori” per assistere e difendere le forze antiterrorismo straniere.
A svelare i propri piani in Africa è stata la Casa Bianca. Scelta non casuale, ma voluta.
Gli USA hanno reparti speciali in quattro paesi africani: Libia, Nigeria, Mali e Mauritania. Nel rapporto non si parla del Ciad, ma gli USA hanno nel paese una base della CIA.
La formazione delle future forze antiterrorismo straniere è stata affidata, ovviamente, ai Berretti Verdi ed agli operatori della Delta Force. L’addestramento, però, stenta a decollare. Basti pensare a quanto avvenuto in Libia, lo scorso agosto, con il furto di equipaggiamento sensibile. In Nigeria e Mauritania, invece, la formazione è ancora all’inizio.
L’episodio libico
Equipaggiamento militare altamente sensibile è stato trafugato in Libia, lo scorso mese di agosto, da un gruppo di terroristi. A seguito del raid, il Dipartimento della Difesa USA ha preso la decisione di ritirare il personale delle forze speciali dalla regione.
L'apparecchiatura rubata era usata dalle forze speciali statunitensi di stanza nel paese. Portati via decine di fucili M4, visori notturni e pistole automatiche con mirino laser. Quest’ultimo, tramite l’emissione di fascio di luce rossa (il laser), consente di capire dove andrà ad impattare il proiettile. Utilissimo nelle missioni notturne. Letale se utilizzato con un visore notturno. Il raid notturno, avvenuto in un campo di addestramento militare gestito dalle forze speciali americane alla periferia di Tripoli, è avvenuto poche settimane prima che il team fosse ritirato dal paese.
Essendo missioni coperte da segreto militare si conosce ben poco. Sappiamo che l’operazione (condotta dalla delta force) è stata finanziata dalla sezione 1208 del Dipartimento della Difesa, che fornisce il supporto per assistere e difendere le forze antiterrorismo straniere.
Il team americano, formato da dodici membri, al momento del raid non si trovava nel campo di addestramento, ma dentro una villa nelle vicinanze utilizzata come nascondiglio sicuro durante la notte.
Situato alle porte di Tripoli, il campo doveva essere controllato e protetto ogni notte dalle forze libiche. Ma in due occasioni il campo è stato attaccato e perquisito da gruppi affiliati ad organizzazioni terroristiche.

vendere beni pubblici, far fare i soldi ai privati, creare sacche di riserva di voti, questo è il demagogo Pd

La Regione Lazio vende l’Hotel Sabaudia al Lago


Del patrimonio da 15mila unità, pronto un primo elenco dei beni da cedere

Hotel Sabaudia al Lago
SABAUDIA - La Regione Lazio cataloga gli immobili e tra i primi 600 pronti ad essere venduti per fare cassa c’è l’Hotel Sabaudia al Lago. Il governatore Nicola Zingaretti ha presentato la prima fase del programma di razionalizzazione e valorizzazione dell’immenso parco-proprietà della Regione Lazio, avviato lo scorso novembre grazie a una collaborazione con l’Agenzia del Demanio. Nel catalogo degli immobili della Regione ci sono circa 15 mila unità; per ora ne sono state prese in considerazione 6280.

Con l’albergo di fondazione da settanta stanze, che affaccia sulla piazza centrale di Sabaudia e di cui l’ Azienda di Promozione Turistica di Latina aveva realizzato una ristrutturazione completa con restauro filologico,  la Regione ha individuato in provincia di Latina anche Villa Le Tortore a Ponza.
Secondo il documento di programmazione economica 2014-16 la vendita degli immobili vale 100 milioni l’anno per dieci anni.


Sbloccata l'assistenza domiciliare, se tu mi dai i voti, ti faccio lavorare, sistema mafioso del demagogo Pd, sulla pelle dei cittadini malati

Regione Lazio, sì di Zingaretti ad assistenza domiciliare per l’Ifo

Il presidente della Regione Lazio ha inviato oggi una lettera al commissario dell'Istituto dei tumori, Fulvio Moirano

ospedale-ifo-roma
Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha inviato oggi una lettera al commissario dell’Ifo-Regina Elena, Fulvio Moirano, con cui si autorizza immediatamente la ripresa delle attività di assistenza domiciliare ai pazienti affetti da neoplasie cerebrali assicurata dal reparto di Neuro-oncologia dell’ospedale e ridotta negli ultimi mesi per problemi legati al processo di autorizzazione e accreditamento.
SBLOCCATA L’ASSISTENZA DOMICILIARE – La procedura per regolarizzare questa attività è stata avviata, ma nel frattempo Zingaretti di fatto sblocca l’assistenza domiciliare  assicurando il servizio a oltre 200 pazienti. Con questa decisione la Regione stabilizzerà  questo tipo di assistenza assicurata in base ad progetto sperimentale e con fondi finanziati direttamente dal bilancio regionale. Nel corso degli anni il progetto del Regina Elena ha garantito assistenza domiciliare a oltre 800 pazienti  che erano stati sottoposti ad intervento chirurgico presso l’Ifo, ma anche in altre strutture di Roma e delle provincie del Lazio.
OBIETTIVO STOP PRECARIETÀ – «Stiamo lavorando per dare una collocazione definitiva all’interno del sistema sanitario regionale alla bella iniziativa dell’Ifo- spiega Zingaretti- facendola uscire dalla precarietà costituita dalla sua natura di progetto sperimentale. Diamo così garanzie assistenziali e restituiamo serenità ai malati, alle loro famiglie, agli operatori. Ho scelto di procedere nelle more degli adempimenti previsti dalla legge, perché ritengo che la Regione debba essere più rispettosa delle esigenze dei pazienti e dei loro famigliari, piuttosto che di quelle della burocrazia.»

il governo pagliaccio del demagogo Pd al rimorchio della Commissione europea, tanto pagano i cittadini

La Gran Bretagna dice no a contributi finanziari extra per l'Ucraina

La Gran Bretagna dice no a contributi finanziari extra per l'Ucraina

Il Regno Unito non ha intenzione di aumentare i suoi contributi alla UE con lo scopo di aiutare l'Ucraina. Lo hanno segnalato al ministero delle Finanze britannico.

In precedenza la Commissione europea aveva presentato una proposta agli Stati membri della UE per aumentare i loro contributi per un importo complessivo di 2,16 miliardi di euro: secondo il Tesoro britannico il Regno Unito avrebbe dovuto pagare un extra di 500 milioni di euro.
"La UE deve fare i conti con costi aggiuntivi attraverso la riallocazione dei fondi esistenti," - hanno sottolineato al dicastero delle Finanze britannico.

governo/i pagliaccio/i, la verità sulla trattativa tra questo stato e Cosa Nostra

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Mafia, Scotti: “Venni isolato quando accelerai sul ‘41 bis’ dopo Capaci

L’ex ministro dell’Interno in aula (Adnkronos)
L’ex ministro dell’Interno in aula (Adnkronos)
Poche settimane dopo la strage di Capaci in cui mori’ il giudice Giovanni Falcone, nel giugno del 1992 l’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, con l’allora ministro della Giustizia inizio’ a lavorare sul decreto legge che prevedeva il carcere duro per i mafiosi, il cosiddetto ‘41 bis’, ma “quando accelerai per l’approvazione del decreto fui isolato politicamente”. Lo sfogo e’ dello stesso ex ministro Scotti, deponendo al processo per la trattativa tra Stato e mafia, che si celebra davanti alla Corte d’assise di Palermo. Tra gli imputati ‘eccellenti’ spiccano i nomi dell’ex inistro dell’Interno Nicola Mancino, ma anche dei generali Mario Mori e Antonio Subranni.
In oltre sei ore di deposizione, Scotti, oggi ottantenne ma con una memoria di ferro, ha ripercorso i momenti piu’ importanti della sua esperienza a capo del Viminale. “Percepii un clima di isolamento politico, attraverso il silenzio - racconta Scotti - o attraverso gli attacchi. Il silenzio e’ molto piu’ pesante”. In quel periodo, 59 deputati democristiani scrissero una lettera di solidarietà a favore di Scotti che fu pubblicata dal giornale Dc, Il Popolo. Scotti ribadisce con forza che dopo il delitto Falcone lo Stato “doveva agire contro Cosa nostra”. Cosi’ Scotti acceleri’ sul 41 bis, innanzitutto, ma incontro’ molte resistenze. Il decreto venne poi approvato definitivamente nell’agosto 1992, dopo la strage di via D’Amelio. “Ho sentito la solitudine politica in un periodo particolarmente difficile, come quello”, ha aggiunto.
Il cambio con Mancino - E mentre l’Italia era sconquassata e sconvolta dalla strage di Capaci, Scotti venne sostituito a sorpresa al vertice del Viminale. “Non so perche’ avvenne questo cambio”, dice a distanza di 22 anni. E la richiesta, arrivata dai vertici della Balena bianca, di lasciare il Viminale e andare agli Esteri. Senza una spiegazione.
Secondo l’accusa, rappresentata dai pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, il Governo decise di scegliere una linea piu’ morbida nella lotta ai clan mafiosi, soprattutto per quanto riguarda il cosiddetto carcere duro, cioe’ il 41 bis. Una strategia che avrebbe portato, appunto, all’avvicendamento al Ministero degli Interni di Enzo Scotti con Nicola Mancino e di Claudio Martelli alla Giustizia con Vincenzo Conso, il quale decise successivamente di non rinnovare il carcere duro per alcuni boss sottoposti a regime.”Ciriaco De Mita mi disse che avrei dovuto scegliere gli Esteri - dice Scotti - e mi chiese di scegliere tra il Governo e il Parlamento, dicendo che c’era una forma di incomaptibilita’. Io non chiedevo di restare al Governo, ma se c’era la possibilita’ di continuare nell’azione intrapresa da me, avevano tutta la mia disponibilita’. Ma, purtroppo, non c’era disponibilita’ alcuna per cambiare posizione all’interno del Governo”. “Mi dissero di andare agli Esteri ma io risposi a De Mita di no”, continua ancora l’ex ministro. Alla fine, Scotti, ma solo dopo molte insistenze del premier di allora, accetto’ l’incarico di ministro degli Esteri, ma presento’ dopo pochi giorni la lettera di dimissioni. “Il Presidente del Consiglio di allora - racconta in aula - mi disse che non potevo non accettare l’incarico agli Esteri e che non avrei dovuto creargli problemi. Ma io non volevo accettare perche’ volevo portare a compimento il lavoro iniziato agli Interni, con le norme contro la criminalita’ organizzata”.
Il puzzle della verità - “Ognuno dia un pezzettino di verita’ e alla fine sara’ la Corte d’assise di Palermo a comporre il puzzle...”. L’ex ministro dell’Interno, Vincenzo Scotti risponde cosi’ all’Adnkronos alla domanda se ha mai avuto conoscenza dell’esistenza di una trattativa tra Stato e mafia. Scotti, che oggi ha deposto per quasi sei ore, al processo che si celebra davanti alla Corte d’assise di Palermo, rispondendo alle domande dei pm Nino Di Matteo, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene, ha ripercorso il periodo in cui era ministro dell’Interno. Il 17 maggio, cioe’ appena cinque giorni prima della strage di Capaci, incontro’ l’allora Commissione nazionale antimafia per parlare di un pericolo attentati. “Io chiesi in quell’occasione di fare una riflessione politica sulle linee da seguire - dice prima di lasciare l’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo - bisognava capire le strategie della politica antimafia e su quello poi misurarsi. Poi i giudici fanno il loro mestiere”.
La campagna di destabilizzazione di Cosa nostra - Dalla fine del ‘91 agli inizi del ‘92 c’è stata un’intensificazione della reazione della mafia ai provvedimenti che venivano adottati dal Governo”, ha detto Scotti ai magistrati.
”Anche il capo della Polizia di allora - dice ancora Scotti - il 20 maggio del ‘92 consegnò al Parlamento una documentazione ampia. Io, sulla base di questi fatti, da ministro dell’Interno riunii il Comitato per l’ordine e la Sicurezza e registrai in quell’occasione le preoccupazioni. Non si trattava di prendere singolarmente i fatti, ma di metterli insieme dei fatti concreti, delle informazioni provenienti dalle forze di polizie e dai servizi segreti e, attraverso un lavoro di intelligence, indicare un significato in una direzione”.
”Eravamo passati da una quantità di ‘picconate’ del Capo dello Stato di allora a un impeachment del Capo dello stato - prosegue ancora Scotti nella sua deposizione, rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo - Due giorni dopo il Corriere pubblico’ la notizia, e i presidenti di Camera e Senato mi chiamarono per sapere cosa era successo, cosi’ dovevamo decidere cosa dire in Parlamento”.
E il pm Di Matteo gli ricorda una frase usata dallo stesso Scotti, nel ‘92, su una “campagna di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalita’ organizzata”.
”Le segnalazioni dei servizi segreti facevano riferimento a questo - dice oggi -Tre giorni prima del 20 maggio avevano parlato alla Commissione antimafia e avevo chiesto alla stessa Commissione e alle forze politiche presenti di rispondere a un interrogativo: qual era la scelta che si voleva fare, cioe’ di scontro a 360 gradi con la criminalità organizzata, o volevano avere un atteggiamento di connivenza che avrebbe consentito un clima diverso, meno violento, ma ci portavamo sulle spalle la responsabilita’ di una situazione di corrodimento della vita sociale economica e politica. Io mi trovai di fronte a cosa decidere col capo della polizia”.
L’allarme attentati - Nella primavera del 1992, pochi mesi prima delle stragi mafiose di Capaci e via D’Amelio, l’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti lancio’ l’allarme attentati con una circolare datata 20 marzo ‘92. Rispondendo alle domande dei pm Vittorio Teresi e Nino Di Matteo, Scotti ha ricordato che, dopo l’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima a Palermo, e dopo avere ricevuto una serie di segnalazioni, sia dalle forze dell’ordine che dei servizi segreti, Vincenzo Scotti e l’allora capo della Polizia Vincenzo Parisi, con una circolare segnalarono alle prefetture “un imminente piano di destabilizzazione di Cosa nostra nei confronti dello Stato”. In aula e’ stata ricordata anche la famosa frase di Giulio Andreotti che parlando della circolare, la defini’ una “patacca”.

Muos, è dannoso, militarizza, è strumento di morte

Muos. Perchè la Sicilia?

   
30-05-2014  di Carlo Cefaloni
fonte: Città Nuova

Sono i grandi itneressi industriali a guidare i conflitti mondiali? E qual è il ruolo degli Usa? Terza e ultima parte dell'intervista al generale Fabio Mini
pentagonoPubblichiamo la terza ed ultima parte dell'intervista al generale Fabio Mini, con il quale abbiamo parlato della base Muos in Sicilia e dellebasi militari degli Stati Uniti nel nostro Paese.
Introdotta l'analisi del contesto generale, arriviamo alla domanda fondamentale: perché il Muos è stato messo proprio in Sicilia?
«Certamente il Muos si poteva costruire da un'altra parte, ma il costo sarebbe lievitato di qualche milione di dollari, un’inezia per il bilancio della difesa statunitense, e l’amministrazione pubblica italiana non ha espresso alcuna obiezione, tanto più che l’operazione è rientrata in un adeguamento tecnologico di un impianto già presente da anni e quindi in linea con il trattato vigente sulle basi. Resta comprensibile il timore degli abitanti del posto per eventuali attacchi provenienti non da altri Stati, non esistono realtà statuali in grado di minacciare le basi Usa, ma da organizzazioni terroristiche. Gli “stati canaglia” sono tutte invenzioni che cambiano a seconda delle strategie».

In che senso?
«Basta osservare i movimenti degli interessi delle grandi industrie, con l’esercito dei loro mercenari, basta vedere il loro spostamento geografico per aspettarsi il deflagrare di nuovi conflitti nelle aree interessate con il sorgere di formazioni terroristiche che legittimano nuovi interventi militari».

Alla radice non è stato decisivo il nuovo concetto di difesa che è stato acquisito anche in Italia senza un vero dibattito, e cioè la necessità per i nostri eserciti di intervenire in ogni luogo dove gli interessi comuni vengono minacciati?
«Se ci consideriamo parte di un’alleanza, l’interesse comune deve essere perseguito con il concorso di tutti. Ma questo non è il nostro caso perché da oltre 60 anni, nel complesso, Nato o meno, i Paesi stanno perseguendo gli interessi di una sola parte, e cioè degli Usa, con evidenti conseguenze sulla sovranità degli altri Stati ai quali va l’onere di dover inventare continuamente delle giustificazioni per sempre nuove avventure. Con una visione più equilibrata degli interessi comuni, Bush non avrebbe compiuto le operazioni in Iraq e in Afghanistan nel modo che conosciamo e che ha provocato nuove e persistenti instabilità. Dobbiamo rivedere il significato stesso di interesse nazionale e internazionale di sicurezza e stabilità, che non può coincidere con nuove guerre e nuove instabilità. Non è affatto semplice e risolutivo cambiare un sistema che si conosce con un nuovo assetto che si ignora del tutto. Bisognava pensarci due volte prima di passare da Mubarak ai “Fratelli musulmani” che hanno una strategia di egemonia su tutto il mondo arabo. E così si può dire per tutta la strategia orientata a rimuovere gli autocrati laici, come il caso della Siria, senza avere l’alternativa di un’opposizione altrettanto laica e con il rischio dello sfascio e sofferenze indicibili per la popolazione civile. Lo stesso sta avvenendo in Libia».

Proprio parlando di interessi nazionali e strategie belliche, non è paradossale che l’Italia abbia partecipato alle operazioni di combattimento in Libia senza che l’opinione pubblica, tranne poche testate giornalistiche come Città Nuova, avvertisse la partecipazione del Paese ad una guerra che ha visto gli stessi nostri vertici militari molto dubbiosi?
«Sembra, in effetti, prevalere l’idea di una nostra pretesa estraneità ad eventi che ci vedono coinvolti direttamente, quasi fossimo dei testimoni inconsapevoli e invece siamo partecipi di questa fase di instabilità di un pianeta che non ha trovato il suo equilibrio. L’intervento nei singoli conflitti locali sta provocando una serie di ferite che stanno dissanguando il mondo senza operare cambiamenti duraturi».

Ma negli Usa non esiste un filone di pensiero critico nei confronti dell’attuale strategia globale?
«Esiste certamente una parte orientata a cambiare il tipo di intervento nel mondo riducendo le spese militari essenzialmente per contenere e risparmiare sui costi. Allo stesso tempo emerge anche una posizione critica che chiede di rivedere lo strumento militare nel complesso di una visione politica alternativa. È del tutto evidente che una posizione del genere, anche quando è sostenuta dal presidente degli Usa, deve scontrarsi con i poteri prevalenti delle grandi industrie. Si tratta di enormi conglomerati che non obbediscono più a nessuno. Si può dire che non hanno più un Paese di riferimento».  

 
di Carlo Cefaloni





http://www.cittanuova.it/c/438391/Muos_Perch_la_Sicilia.html

venerdì 30 maggio 2014

Il popolo italiano è grande e saggio, è andato a vedere le carte del demagogo Pd

LA RESISTIBILE ASCESA DI MATTEO RENZI di Leonardo Mazzei

30 maggio. Adesso c'è già chi parla di "nuova Dc" e di un "altro ventennio". 

Secondo molti gli italiani, come se lo avessero scritto nel loro Dna, avrebbero trovato il moderno "uomo del destino". Si tratta, a mio modesto parere, di solenni sciocchezze. Sciocchezze che non è difficile confutare, senza per questo sottovalutare le gravi conseguenze immediate dell'indiscutibile vittoria del berluschino fiorentino.

Nel breve periodo Renzi potrà affondare con facilità i suoi colpi, accelerando ancor di più sulla legge elettorale, le controriforme costituzionali, le privatizzazioni, la precarizzazione del lavoro. Un bottino non da poco, che spiega l'entusiastico sostegno di tutti i principali centri del potere economico e finanziario.

Era questa la vera posta in gioco delle elezioni del 25 maggio in Italia, ed era principalmente per questa consapevolezza che ci siamo pronunciati per il voto al M5S. Non va dunque sottaciuta la portata della sconfitta subita: sconfitta politica con gravi conseguenze per la democrazia, che verrà pagata sul piano sociale dalle classi popolari.

Ma da questo a parlare di regime ce ne corre. Il consenso ottenuto da Renzi è tutt'altro che solido e verrà ben presto messo alla prova. Al pari di Monti e Letta, il segretario del Pd dovrà fare i conti con i vincoli europei, che si incaricheranno di spazzare via tutte le illusioni diffuse a piene mani in questi mesi.

Perché Renzi ha vinto?

Molti hanno già provato a dare una risposta a questo quesito. Io penso che abbia vinto per due motivi: perché ha indovinato i tempi, perché ha trasmesso due messaggi falsi ma efficaci.

I tempi sono stati importanti. La storia della "luna di miele" di cui godono normalmente i governi nei primi mesi di vita è assai stucchevole, ma non infondata. Avevamo già segnalato questo pericolo nel febbraio scorso, all'atto della pugnalata portata con determinazione ad Enrico Letta. Una mossa pressoché obbligata proprio per presentarsi alla scadenza elettorale con un'immagine completamente nuova.

Attenzione! Questa esigenza non era solo di Renzi e del Pd. Essa era condivisa dal blocco dominante, in Italia ed in Europa, perché questo era l'unico modo per evitare una debacle del governo e dell'UE. Da qui il pieno sostegno di Bruxelles, dei potentati economici, dei media al gran completo.

Questa mossa si è rivelata vincente perché abbinata ai due messaggi di cui abbiamo già detto. Il primo, veicolato attraverso i famosi 80 euro, è che "l'austerità starebbe finendo". Messaggio falso come più non si potrebbe, messaggio del tutto contraddetto dal contenuto del DEF (Documento di economia e finanza), e tuttavia efficace perché ha consentito a Renzi di presentarsi con il volto della "speranza" anziché con quello (Monti, Letta) dei sacrifici.

Il secondo messaggio è stato per certi versi ancora più forte. Volete la fine della casta, volete una nuova classe politica? Bene, chi più di me, il rottamatore, merita il consenso? Ora, noi sappiamo benissimo che la nuova classe politica che sta emergendo attorno a Renzi è perfino peggiore della precedente, e soprattutto sappiamo benissimo che questo cambiamento è funzionale alla conservazione del potere e dei privilegi della vera Casta dominante, ma non è semplice andarlo a spiegare al famoso uomo della strada.

Questo secondo messaggio aveva anche l'obiettivo di recuperare una parte del voto andato al M5S nel 2013, ed ha funzionato. A dimostrazione di quanto sia pericoloso concentrarsi sulle persone, piuttosto che sul sistema di cui la "casta politica" è parte.

Tutto ciò ci spiega la cosiddetta "anomalia italiana", il fatto cioè che, a differenza degli altri paesi maggiormente colpiti dalla crisi europea, gli italiani abbiano rafforzato anziché indebolito il proprio governo nazionale. Una anomalia che deriva proprio dall'essersi presentato come il "nuovo", un "nuovo" che si vorrebbe in discontinuità con i governi precedenti, un "nuovo" appena insediatosi e come tale meritevole di fiducia.

Un consenso fragile

Se queste sono le ragioni del successo ottenuto da Renzi, vediamo ora quelle per cui il consenso raccolto è in realtà più fragile di quanto appaia. In primo luogo, si tratta fondamentalmente di un consenso personale più che al Pd. In secondo luogo, siamo di fronte ad un consenso meno grande di quel che sembra. In terzo luogo la crescita del Pd avviene in buona parte a spese degli alleati di governo, il che in un sistema che si vorrebbe bipolare può essere alla lunga un bel problema.

Che oggi il consenso si strutturi attorno al leader piuttosto che al partito non deve certo sorprendere. E' questo uno dei frutti più velenosi della personalizzazione della politica prodotta dai meccanismi del maggioritario. Ma quel che qui ci interessa è la maggiore instabilità di questo tipo di consenso rispetto a quello delle forze organizzate. E che questo scarto esista è dimostrato dalle maggiori difficoltà incontrate dal Pd alle comunali. Difficoltà simboleggiate dai risultati di due vecchie roccaforti come Livorno e Modena, dove il Pd è stato costretto al ballottaggio. Quel che è certo è che così come il consenso personalizzato può esplodere più facilmente, altrettanto rapidamente esso può svanire.

Secondo punto: è così grande il consenso raccolto? E' stato già messo in evidenza come, in valori assoluti, i voti raccolti dal Pd siano stati meno di quelli incassati da Veltroni nelle elezioni politiche (peraltro perse) del 2008. Ma volendo restare alle percentuali, che dire del quasi 50% dell'Unione che portò alla vittoria di Prodi nel 2006? Certo, si dirà, in quel caso si trattava di una coalizione e non di un singolo partito. Giusto, ma senza coalizioni anche Renzi non potrebbe restare in sella. A meno che si creda ad una riedizione del progetto bipartitista. Progetto ben visibile dietro la super-truffa della nuova legge elettorale, ma che in Italia è sempre miseramente fallito.

Arriviamo così al terzo punto. Il Pd ha avuto un aumento percentuale che nessuno immaginava, ma in buona parte lo ha ottenuto a spese degli alleati. Consideriamo la coalizione di governo (Pd, Ncd, Scelta Civica) e ci accorgiamo che non arriva al 46%. Sinceramente più di quel che pensavamo, ma sempre ben al di sotto del 50%. Non solo, è assai probabile che in futuro Ncd torni alla vecchia alleanza con le forze di destra. Chiediamoci dunque cosa rimarrebbe del vecchio schieramento del centrosinistra. Anche in questo caso, sommando Pd, Lista Tsipras (almeno nella sua componente maggioritaria) e Verdi, non si arriva al 46%. Dunque il Pd a trazione renziana ha fatto sì un gran risultato, ma facendo terra bruciata attorno a sé, basti pensare all'annientamento dei resti dell'ambizioso progetto montiano.

Il nodo dell'Europa

Fin qui alcune delle ragioni della fragilità del consenso a Renzi. Ma queste sarebbero niente se non vi fosse il nodo dell'Europa. Alcuni credono che siamo arrivati ad un punto di svolta, che la Merkel di fronte ai risultati francesi e britannici dovrà pure mollare qualcosa. Penso che si tratti di un errore clamoroso. Certo, tutti vogliono far credere che è arrivato il momento del cambiamento, che crescita ed occupazione verranno messe al primo posto, ma all'orizzonte non c'è alcuna vera riforma né dell'UE né del mostruoso sistema dell'euro.

Si profila dunque una situazione nella quale viaggeranno in parallelo la perdurante crisi economica ed una crisi politica aggravata dai risultati elettorali di domenica scorsa. L'asse Parigi-Berlino non esiste più, e l'ipotesi dell'Europa federale, degli Stati Uniti d'Europa che piacciono a tanta parte della sinistra è ormai su un binario morto. E' impensabile che la Francia possa accettare nuove cessioni di sovranità, per non parlare di un Cameron che a questo punto ben difficilmente potrà evitare il referendum in qualche modo già annunciato per il 2017. Questo mentre nell'Europa meridionale gli euristi hanno perso vistosamente terreno in Spagna ed in Grecia.

Più che una Germania indebolita, dalle elezioni è uscita un'Europa incasinata, incapace di esprimere una leadership davvero autorevole, come confermato dalle prime scaramucce attorno alla nomina della nuova Commissione Europea. Sosteniamo da tempo che l'UE è per sua natura irriformabile, ma anche se non la volessimo considerare tale è evidente che oggi non esistono comunque le condizioni politiche per una qualsiasi riforma.

Dunque di cosa stanno parlando? Stanno parlando solo di propaganda. E su questo concentreranno la loro azione nei prossimi mesi, a partire dal semestre europeo di Renzi, che nell'occasione venderà certamente più fumo del solito. Attenzione dunque a distinguere bene la propaganda dalla realtà. In ogni caso, al di là di tutto parleranno i fatti, un quadro economico senza veri miglioramenti, una disoccupazione ancora in crescita.

Del grande consenso di Renzi riparleremo dunque tra qualche mese... Allora sarà chiaro quanto sia resistibile la sua ascesa. Nel frattempo, però, sarà necessario che un progetto di alternativa (a lui e all'Europa) cominci a prendere forma. E' questa la sfida decisiva non solo per noi. Anche il M5S dovrà porsi a questo livello. Il risultato di domenica, negativo ma non drammatico, dovrebbe facilitare una vera riflessione. I primi segnali in proposito non sono però incoraggianti, ma è presto per esprimere giudizi definitivi. In ogni caso approfondiremo il tema delle prospettive del M5S in un prossimo articolo.

Adesso torniamo a bomba, o meglio al "bomba". La mia opinione è che il momento magico dello sbruffone di Palazzo Chigi non potrà durare a lungo. Beninteso, sottovalutarlo sarebbe un grave errore (e questo lo diciamo da sempre), ma non meno pericoloso è il pessimismo diffuso a piene mani da chi parla di un nuovo "ventennio". Non abbiamo la sfera di cristallo, ma nessuna vera stabilizzazione è alle porte. Dunque, non cadiamo nella trappola e prepariamoci piuttosto ai grandi sconvolgimenti che molti segnali già ci annunciano.